Archivio per Settembre, 2007

Robert Löhr - Scacco alla regina

SAR Titolo originale: Der Schachautomat
Autore: Robert Löhr
Anno: 2006
Casa Editrice: Bompiani
Genere: Storico
ISBN: 88-452-5701-0
Prezzo: 17,50 euro
Pagine: 450

Ottimo debutto per Robert Löhr come scrittore: questo è più o meno quanto c’è da dire su ” Der Schachautomat “, il suo primo romanzo.
In breve, questo volume ci narra delle vicende del Turco, un famosissimo automa inventato da Wolfang Von Kempelen, inventore alla corte dell’imperatrice Maria Teresa d’Austria. In realtà, al suo interno si celava un vero giocatore di scacchi, di cui nella realtà storica nulla si conosce (Kempelen riuscì a mantenere il segreto sul funzionamento dell’automa portandoselo nella tomba).
Löhr inventa la figura del nano veneziano Tibor e sviluppa nel romanzo il suo rapporto di lavoro con l’inventore e il suo assistente, l’ebreo Jakob, dalle fasi di collaudo della macchina alle sue numerose esibizioni nell’impero.
Grandissima importanza nella trama ha la tematica della libertà: Tibor è infatti prigioniero di Von Kempelen e sebbene non gli manchi un generoso compenso, la massima segretezza sul meccanismo dell’invenzione lo costringe a stare chiuso in casa Kempelen, avendo rapporti solo con l’inventore e l’assistente Jakob.
Sono presenti alcuni flashback sulla vita di Tibor prima di incontrare l’inventore e varie situazioni ai limiti dell’assurdo…

Il turco

Lo stile di Löhr è pulito e privo di inutili fronzoli: le descrizioni sono sufficienti a dare al lettore un quadro chiaro di ogni situazione, senza cercare ad ogni costo il suggestivo. Pecca di scarsa abilità invece, in alcune scene d’azione, descritte in modo fin troppo semplicistico e surreale.

Sono presenti alcune scene di sesso / erotismo che coinvolgono i tre protagonisti della narrazione in alcune occasioni: scene che nei punti giusti risvegliano l’attenzione del lettore e danno un po’ di brio al romanzo nei punti in cui ci si potrebbe addormentare. Ottimo artificio letterario che se usato con parsimonia e cognizione di causa può risollevare l’attenzione e strappare un sorriso. In questo caso nulla di sconvolgente o eccitante: sul fronte sensuale Lohr è sulla buona strada ma ha ancora molto da imparare (da autori come Clive Barker, per esempio).

Per quanto riguarda la ricostruzione storica del periodo (la narrazione inizia nel 1770), i personaggi della corte degli Asburgo, la nobiltà, città ed edifici, i quartieri ebraici ecc… sono molto caratterizzati. A fine romanzo l’autore spiega chiaramente quali elementi sono di pura invenzione letteraria e quali invece sono fedeli alla realtà storica: Lohr è riuscito a ritagliarsi infatti una nicchia tutta sua in cui esercitare la libertà di narratore, inventando la storia e l’identità del giocatore all’interno della macchina. Ottimo ed originale spunto per un debutto notevole.

In generale, la trama è molto ben sviluppata e la suddivisione dei capitoli in base al luogo in cui si svolgono le vicende è un punto a favore. Un libro che si lascia leggere molto facilmente e che intrattiene per qualche giorno il lettore su una favola storicamente interessante, con alcuni elementi di giallo (che coinvolgono addirittura l’automa in un misterioso omicidio) e situazioni davvero originali.


Approfondimenti:

Il turco su Wikipedia (en)
Wolfgang Von Kempelen su Wikipedia (en)

Giudizio:

Lettura facile e piacevole +1 Alcune descrizioni sono abbastanza inverosimili -1
Ambientazione storica consistente e piuttosto accurata +1 … ma qualche particolare in più avrebbe fatto comodo! -1
Scene di erotismo nei punti giusti +1 … ma nulla di realmente eccitante. -1
Trama coinvolgente +1
Situazioni sempre originali +1
Ottima caratterizzazione di Tibor, Jakob e Kempelen +1  
Inserimento di elementi di fantasia in punti oscuri di una storia vera +1  

Scritto da BubbaGamberolinkCommenti (3)Lascia un commento » Questo articolo in versione stampabile Questo articolo in versione stampabile

Zero no Tsukaima: Futatsuki no Kishi Episodi 10, 11, 12 e Recensione

Zero no Tsukaima: Futatsuki no Kishi non era cominciato bene ed è finito peggio. Le ultime tre puntate hanno finalmente lasciato perdere personaggi secondari e vicende inutili per proseguire con la storia principale, abbandonata dalla prima puntata, ma la direzione presa da tale storia non mi è piaciuta molto.

Cameo di un Coniglietto
Un fotogramma dalla puntata 10: che sia un cameo del Coniglietto Grumo?!

Ma andiamo con ordine. Nella puntata 10 siamo nella terra della perfida Albione, presso il porto di Losailles, testa di ponte dell’invasione di Tristania. Henrietta ha deciso di attaccare la città di South Gotha, ma per evitare inutili perdite civili, affida a Louise e Saito la missione di eliminare la resistenza nemica. Come Louise usando la Magia del Vuoto possa uccidere i soldati d’Albione senza al contempo radere al suolo l’intera città non è ben chiaro. Per fortuna di tutti gli abitanti nel raggio di chissà quanti chilometri, l’incantesimo fallisce.
Saito e Louise a bordo del caccia Zero sono abbattuti e riusciranno a salvarsi solo grazie all’arrivo di Giulio Cesare con il suo drago.

Giulio Cesare alla riscossa!
Giulio Cesare si rende utile

A parte la premessa assurda, è stata forse una delle puntate meno peggio di questa seconda stagione. Come già accaduto l’anno scorso, quando la situazione si fa seria, Louise dimostra sempre un ammirevole senso del dovere. Il dialogo fra Saito e Louise riguardo il seppuku, il suicidio rituale, che non è contemplato nel mondo di Zero, ma che Louise prende seriamente in considerazione per lavare l’onta della missione fallita, è molto interessante. Louise non è stupida e non è certo il tipo di eroe che affronta qualunque rischio per puro fanatismo, il suo mettere l’Onore davanti anche alla propria vita non è frutto d’indottrinamento, è una scelta consapevole, e francamente suona molto più convincente del pacifismo un po’ ipocrita e dell’ultima ora di Saito.

Cerimonia del Seppuku
Cerimonia del Seppuku

La puntata 11 si apre con l’esercito di Tristania che occupa South Gotha: i soldati di Albione si sono ritirati senza combattere. Louise è (giustamente) un po’ schifata dall’atteggiamento della popolazione: bifolchi senza dignità, a cui non pare importare di essere sotto occupazione nemica. Saito invece continua a gongolare nel suo pacifismo ottuso e due finiscono per litigare. I venti minuti seguenti, nella migliore (o peggiore) tradizione di Zero, sono frenetici e succede di tutto.
Si svela infine il piano di Albione: Sheffield avvelena la falda acquifera che approvvigiona la città, in modo che chiunque beva diventi uno zombie ai suoi ordini. Così gli stessi soldati di Tristania si rivoltano contro Henrietta, che deve lasciare precipitosamente la città.

Siesta & Saito
Non poteva mancare un bacio! Dalla puntata 11: Siesta & Saito

All’inizio della puntata 12 l’invasione di Albione è fallita: l’esercito di Tristania si sta ritirando, incalzato dagli zombie e da un’armata di 70.000 soldati d’Albione. E dato che questa è l’ultima puntata, il resto è coperto da spoiler…
Show ▼


Ci sarà una terza stagione di Zero no Tsukaima ? Non si sa ancora, anche se molti punti della storia sono rimasti in sospeso (la guerra è ancora in corso, l’anello non è stato restituito all’Elementale dell’Acqua, non si capisce gli Elfi cosa c’entrino, ecc.) La speranza è che se tale terza stagione ci sarà, sia migliore di questa.

Prossimo anno
Arrivederci all’anno prossimo?

E ora la parte “recensione”.

Poster per Zero no Tsukaima: Futatsuki no Kishi Titolo originale: Zero no Tsukaima: Futatsuki no Kishi
Regia: Yoshiaki Iwasaki

Anno: 2007
Nazione: Giappone
Studio: J.C. STAFF
Genere: Fantasy, Fantascienza, Commedia
Durata: 12 episodi da 24 minuti

Lingua: Giapponese
Sottotitoli: Inglese

Non c’è molto da aggiungere rispetto alle considerazioni espresse nei vari articoli riguardanti le puntante.
Attenzione, contengono spoiler, spesso non mascherati:

È stata una stagione in cui è successo poco o niente e quel poco si è rivelato tutt’altro che interessante. Agnese e Giulio Cesare hanno rubato spazio a Tabitha e Kirche con risultati pessimi. Il rapporto tra Saito e Louise in pratica non è andato da nessuna parte, e anzi ha spesso assunto toni sgradevoli (tipo l’eccessiva violenza di Louise in alcune occasioni o il comportamento di Saito nell’ultima puntata). Gli artefatti terrestri, che avevano avuto un ruolo importante nella prima stagione sono spariti, lasciando il solo caccia Zero che però come semplice trasporto avrebbe potuto tranquillamente essere sostituito dal drago di Tabitha. E infine, per essere una stagione che avrebbe dovuto seguire la guerra tra Tristania e Albione, di battaglie non se ne sono viste, e non ci saranno più di un 5 minuti di scene di combattimento nell’arco di tutte le 12 puntate.

Louise in 3D (II)
Louise in 3D

Brutta stagione, peccato!


Approfondimenti:

Zero no Tsukaima su Wikipedia
Zero no Tsukaima Sito Ufficiale (in giapponese)
Zero no Tsukaima: Futatsuki no Kishi su AniDB
Riassunti delle puntate di Zero no Tsukaima: Futatsuki no Kishi, con molti screenshot

Seppuku su Wikipedia

 

Giudizio:

Qualche puntata semi-decente. +1 -1 Troppe puntate inutili.
Grumo continua ad adorare le spade parlanti! +1 -1 Agnese e Giulio Cesare hanno preso il posto di Kirche e Tabitha.
-1 Sia Louise sia Saito a tratti odiosi.
-1 Guerra fantasma.
-1 Brutto finale.

Tre Gamberi Marci: clicca per maggiori informazioni sui voti

Scritto da GamberettaGamberolinkCommenti (7)Lascia un commento » Questo articolo in versione stampabile Questo articolo in versione stampabile

Gli Scrittori e il troppo Amore

Piccola premessa: ringrazio in anticipo il Coniglietto Grumo kaos-whiteusagi01.gif per l’aiuto fornitomi nello stendere questo articolo, gli esempi che seguiranno sono farina del suo sacco.

Come accennavo nella recensione, all’acquisto de La Magica Terra di Slupp, ho ricevuto dall’autrice una mail, probabilmente spedita in maniera automatica.
Il fulcro della mail era:

Questo è il mio primo libro che vede la luce: abbi pazienza se non tutto è perfetto. Ti assicuro però che è scritto con amore.

A parte l’assurdità di tale affermazione in un contesto commerciale (mi piacerebbe vedere l’autrice che porta l’auto dal meccanico, paga il tizio e poi si sente dire che forse la macchina è ancora guasta, ma lui può assicurare di averci messo tutto l’amore del mondo!), emerge un concetto nel quale m’imbatto spesso, ovvero che scrivere con amore, passione, impegno massimo (sangue e sudore!), mettendoci l’anima e il cuore e quant’altro serva a qualcosa. No, non è così, è un mito, tra l’altro un mito che crea danni e perciò cercherò di sfatarlo.

Cominciamo a limitare il campo: quando non specificato altrimenti, con il termine “scrivere” intenderò lo scrivere narrativa fantastica, dato che questo è il tema del blog. Se uno intende scrivere tutt’altro, non so, magari con lo stile delle Parole in Libertà di Marinetti, non ho nessun consiglio da dargli.

Ritratto di Marinetti
Ritratto di Marinetti, opera di Carlo Carrà

Ciò detto, per scrivere un buon romanzo fantasy occorrono due componenti:
1) La tecnica di scrittura.
2) La fantasia.

Mi pare evidente che l’amore, la passione e l’anima e il cuore non c’entrino di per sé. L’amore magari entrerà in un romanzo rosa, e l’anima in uno a sfondo religioso, ma con il fantasy poco ci azzeccano. Tuttavia il mito non è tanto questo, il mito è che la tecnica e la fantasia si giovino di anima e amore. Peggio, che anima e amore possano sostituirsi a tecnica e fantasia.

La tecnica di scrittura

Esiste una serie di regole comunemente accettate per scrivere narrativa. Seguire tali regole non è una limitazione nell’esprimersi, è evitare di commettere errori banali. Se però siete nel partito de “L’Arte è Libera!” e ogni regola l’imbavaglia (sic), non ho altro da dirvi. Però scommetto che lo spregio delle regole è la ragione per la quale quello che scrivete fa’ schifo, ché, se foste davvero geni letterari, non sareste qui a leggere queste righe ma a Tokyo, a consegnare una copia autografata del vostro ultimo romanzo all’Imperatore del Giappone in persona, che da anni smaniava di conoscervi.

Il vero problema delle regole della narrativa è che non sono intuitive. È la ragione per la quale metterci amore e passione di per sé non serve a un tubo.
Io posso andare a scaricare casse di frutta ai mercati generali, non ho il fisico, ma posso metterci passione, lavorare fino a farmi sanguinare le mani, star lì anche di notte e alla fine della settimana avrò svolto lo stesso lavoro di uno scaricatore “professionista”. Questo perché scaricare casse è intuitivo: le si prende dal camion e le si posa a terra, la “passione” può compensare la mancanza di muscoli.
Ma tale tipo di “passione” non funziona con la scrittura: posso stare alzata tutta la notte, e scrivere fino a rompermi le unghie sulla tastiera o slogarmi il polso a furia di muovere la penna, ma se non so quello che occorre fare, sto solo perdendo tempo.

Classico esempio:

C’era una volta un vecchio mago di nome Merlino.

Ho scritto la prima riga di una storia e ho già SBAGLIATO! Infatti una delle prime regole (e regola tutt’altro che intuitiva) dice che occorre mostrare e non raccontare:

Lo svegliarono i colpi alla porta. Aprì gli occhi: lo spicchio di sole visibile attraverso il riquadro della finestra era basso sull’orizzonte. Mattino presto.
«Avanti, Merlino! Sono io! Aprimi!» giunse una voce da sotto la finestra.
Merlino strinse con entrambe le mani il bastone e si tirò a fatica in piedi. Chino com’era, la lunga barba bianca gli sfiorava i piedi. Mosse un passo e una fitta di dolore gli attraversò la schiena. “Stupida artrite!” imprecò fra sé e sé. Si trascinò fino alla finestra.
Il misterioso bussatore era una figura indistinta nascosta dietro il velo della cataratta. “Scocciatori!” pensò Merlino. Sollevò il bastone e biascicò: «Abracadabra!»
Batuffoli di luce percorsero il bastone per poi librarsi in aria e fuggire dalla finestra. Le luci indugiarono intorno allo sconosciuto fermo davanti alla porta, prima di avvolgerlo in una vampa di calore. Il tipo cominciò a correre, i vestiti in fiamme!

Invece di raccontare che Merlino si chiama Merlino, è vecchio ed è mago, ho mostrato queste sue caratteristiche. Ripeto, non è intuitivo che ciò sia meglio, ci vuole attenzione e perspicacia per capire che una delle ragioni per le quali certi romanzi sono più avvincenti di altri è proprio l’aderenza a questa regola.
Uno può metterci tutto l’amore del mondo, e raccontare di maghi fino allo sfinimento, ma finché non ne mostrerà uno, avrò perso tempo e basta.

Mago Merlino
Mago Merlino

Così come non è intuitivo riuscire a combinare quanto visto sopra con un’altra delle regole fondamentali: eliminare il superfluo.

Esempio:

«Dove abiti?» chiese Filippo a Marco.
«Là!» Marco indicava una delle casupole ai margini del villaggio. Era l’unica casetta ad avere un tetto di tegole color cremisi. L’intrico delle tegole formava un disegno astratto, il ripetersi ossessivo di una forma geometrica, quasi fosse uno dei quadri del vecchio pittore Armando, l’Artista del villaggio. In un punto due tegole erano incrinate e piegate verso l’interno: era dove qualche giorno prima era caduto quell’enorme chicco di grandine, tanto da far temere alla mamma di Marco che fosse ripresa la guerra e i bombardamenti. Ma le tegole vermiglie non erano l’unico particolare che distingueva la casetta di Marco dalle altre intorno, unico era infatti anche il cancello, tutto d’argento! ecc.

Ho mostrato e (troppo) raccontato, ma nel caso specifico la maniera giusta di narrare questa scena è:

«Dove abiti?» chiese Filippo a Marco.
«Là!» Marco indicava una delle casupole ai margini del villaggio. Era l’unica casetta con il tetto rosso. PUNTO.

Marco deve indicare a Filippo dove abita, e il particolare del tetto rosso è sufficiente, il resto è superfluo e dunque da eliminare.
Anche qui l’amore non c’entra un emerito tubo, anzi: lo sbrodolarsi in troppi particolari è tipico di chi ha creato il suo mondo con tanta passione, mettendoci l’anima e il cuore, e dunque deve far sorbire le proprie masturbazioni mentali anche al lettore, al quale non interessano minimamente. “Sono stato lì così tanto tempo a ideare la storia del mio mondo, i particolari della guerra appena finita sono così interessanti! Ci ho messo così tanto amore. DEVO raccontarli!” pensa lo scrittore fesso!

Un’altra regola non intuitiva riguarda la sincerità. Occorre essere sinceri con i propri lettori. Questo fatto ha varie implicazioni. Per esempio, uno potrebbe pensare di scrivere una bella storia per mostrare quanto il razzismo sia un sentimento becero o quanto rispettare la Natura sia una buona idea. Solo che malgrado le pie intenzioni e la passione che arde per gli ideali, non è così semplice. E allora si viola la regola della sincerità: così il soldato bianco e il soldato negro diventano amiconi mentre tutti gli altri si sbudellano, così la famigliola è felice in mezzo al bosco invece che in città, quando in realtà sarebbe finita sbranata dagli orsi in cinque minuti. Si manca di sincerità, si mente al lettore per dar sfogo alla propria passione.
E per un altro caso di regola della sincerità violata, mi rifaccio all’autrice che ha aperto con la sua mail l’articolo. Antonia Romagnoli scrive:

Una breve nota: ho scelto di non descrivere fisicamente i protagonisti di questo romanzo poiché, essendo tratti da persone reali, non ho voluto creare incidenti diplomatici. Se avessi scritto che uno di loro ha un enorme naso a pera, per restare in ambito umoristico, avrei segnato la fine della mia amicizia con la persona in questione.
Perciò, o illustre, sii libero di immaginarti ciascuno come vuoi, tenendo conto che gli apprendisti sono tutti alti, belli (e col naso a pera).

Il tono è scherzoso, tuttavia è uno scherzo di cattivo gusto. I lettori sono più importanti degli amici! Se la storia prevede che un personaggio abbia un naso a pera, la sincerità IMPONE di fornirgli un naso a pera. Tutto l’amore del mondo non compenserà la mancanza di onestà verso i lettori!

Amicizia fra gattino e coniglietto
Per uno scrittore ci sono cose più importanti dell’amicizia!

E chiudo, sebbene di regole ce ne siamo molte altre (qualcuno dice 19, altri 22), con il “scrivi di quel che sai”, che in fondo sarebbe anche intuitivo.
Il corollario di questa regola è: se non sai, t’informi! Se in una scena decisiva del tuo romanzo confondi le picche con le lance, il romanzo, se non è da buttare, poco ci manca. Non si compensa con il cuore che hai infilato nella descrizione di ogni personaggio, non si compensa con l’anima che hai sputato per scrivere. Occorre informarsi e mettere in mano alla gente le armi giuste!

La Fantasia

Per scrivere romanzi di genere fantastico occorre fantasia e inventiva. C’è chi ne è più dotato e chi meno, ma come con la tecnica, si può allenare la propria fantasia. Per allenare la fantasia esistono due strade: far esperienza diretta, oppure affidarsi all’esperienza altrui, ovvero leggere.
La prima strada può non essere facile da seguire, anche se non mancano le eccezioni (per esempio il signor Lucius Shepard, autore di fantascienza e fantasy, che prima di dedicarsi alla scrittura ha vissuto in venti paesi diversi svolgendo una marea di attività differenti, dal contrabbandiere al custode di centrali nucleari), mentre la seconda è alla portata di tutti.

Come prima, amore, cuore, e quant’altro non hanno alcun posto: si prende un libro e lo si legge. Finito. All’inizio gli effetti forse non si faranno sentire, ma verso il duecentesimo romanzo magari sì…
Ma, qualcuno potrebbe essere tentato di chiedere, con tanta viscerale passione si può evitare anche di leggere? Perché, ecco, io vorrei fare lo scrittore di fantasy, ma il leggere fantasy mi annoia da morire!
E la risposta è no, purtroppo. Immaginatevi in una stanza vuota, senza arredamento, le pareti dipinte di bianco uniforme: potete metterci tanta passione da strozzarvi, ma senza alcun stimolo esterno non inventerete mai niente!

In ambito fantasy italiano abbiamo un lampante esempio, nella persona del signor Dario De Judicibus, autore de La Lama Nera. In un’intervista costui ha dichiarato:

Oggi, scrivendo libri di fantasy, mi trovo purtroppo costretto a leggere solo saggi, per evitare di farmi inconsciamente influenzare da questo o quel romanzo. Devo dire che questo mi pesa un po’, ma credo sia assolutamente necessario — soprattutto considerando che ho all’attivo oltre 5.000 volumi letti fra fantascienza e fantasy — se voglio dare un prodotto veramente nuovo e originale ai miei lettori.

Be’, visti i miseri risultati, forse di volumi di fantasy e fantascienza ne avrebbe dovuti leggere altri 5.000! Se uno non legge fantasy, poi NON scriverà in maniera originale, solo a lui sembrerà così, ma per esclusivo merito della sua ignoranza! Invece più si legge e si fa’ esperienza, più si hanno elementi sui quali costruire l’originalità.

Copertina de La Lama Nera
Copertina de La Lama Nera

C’è poi la categoria degli imbecilli (e questo termine potrà sembrare volgare ma non lo è, è il corretto termine tecnico) che credono che l’originalità sia facoltativa. NON LO È! Nella narrativa fantastica l’originalità è uno dei cardini! Cosa ci sarà trenta milioni d’anni nel futuro? E cosa c’era trenta milioni d’anni nel passato? Sulla Luna o su Marte? In un’altra Galassia? Cosa succederebbe se si potesse diventare invisibili? O manipolare le forme di vita a piacimento? Le risposte a queste e simili domande DEVONO essere diverse tra loro a ogni romanzo. Se trenta milioni d’anni nel futuro tutti scrivono che ci sono gli Elfi, se trenta milioni d’anni nel passato ci sono ancora gli Elfi, se la Luna è abitata da Elfi e pure Marte e anche un’altra Galassia e la Terra di Mezzo, se scrivi un’altra storia con gli Elfi, stai buttando il tuo tempo e quello dei lettori! (ciao, Cecilia “Randall”, sì, la storiella dei viaggi nel tempo è un pochino abusata…)

E tanto per cambiare, gettare il cuore nei propri scritti e vomitarci sopra l’anima non li migliorerà di una virgola se ci sono di mezzo per la milionesima volta i soliti, dannati Elfi!

Elfi
Dannati Elfi!

Perciò: l’amore per il fidanzato, l’anima per Dio, il cuore trifolato per il sugo del risotto, nello scrivere, per piacere, tecnica e fantasia!

Non siamo a scuola (per fortuna!) non c’è alcun “premio” per l’impegno. Non ha alcuna importanza se scrivete mezz’ora al giorno sul tram di ritorno da scuola o dall’ufficio o se invece avete venduto casa pur di scrivere venti ore al giorno fino a diventare strabici. L’unica cosa che conta è quel che il lettore si ritrova in mano.

Vorrei chiudere con un’ultima considerazione, riguardo ai sogni. Molto spesso gli scrittori sognano: sognano di vivere in un castello come la Rowling, sognano riconoscimenti e il plauso del pubblico, magari sognano solo di essere pubblicati. Niente di male in tutto ciò, solo qualche volta dovrebbero riflettere di più sul fatto che si sono scelti un mestiere o un hobby profondamente altruistico: lo scrivere è sì legato ai sogni, ma ai sogni dei lettori! È proprio compito degli scrittori far sognare i lettori! E ho paura sia un obbiettivo difficile da raggiungere se si è mezzi addormentati e con la testa tra le nuvole…

Come al solito, forse per colpa della mia “focosità”, tipica dei teenager, il tono è diventato concitato, tra l’altro per argomenti banali. O che almeno dovrebbero essere tali. Purtroppo la lettura di tanti fantasy italiani conferma il contrario.


Approfondimenti:

Filippo Tommaso Marinetti su Wikipedia
Intervista a Dario De Judicibus
Hyperversum di Cecilia Randall
Il Sito dell’Amicizia

Scritto da GamberettaGamberolinkCommenti (23)Lascia un commento » Questo articolo in versione stampabile Questo articolo in versione stampabile

Fantasy demenziale: La Magica Terra di Slupp e Blart

Avevo da pochi giorni finito di leggere Blart, quando mi sono accorta che era stato pubblicato anche La Magica Terra di Slupp, di un’autrice italiana, perciò, data anche una certa vicinanza di temi, doppia recensione!

Blart
La Magica Terra di Slupp


Blart

Copertina di Blart Titolo originale: Blart: The Boy Who Didn’t Want to Save the World
Titolo italiano: Blart
Autore: Dominic Barker

Anno: 2006
Nazione: Inghilterra
Lingua: Inglese
Traduzione in lingua italiana: Elisa Puricelli Guerra
Editore: Fabbri

Genere: Fantasy
Pagine: 362

Blart è un ragazzo ignorante, vigliacco, egoista e un po’ stupido. Vive in una fattoria insieme al nonno e si occupa di accudire i maiali, le uniche creature sulla faccia della Terra che gli interessino (a parte sé stesso). Un bel giorno si presenta il mago Capablanca per comunicare a Blart che il destino del mondo è nelle sue sudice mani: gli adoratori di Zoltab stanno per liberare il Signore del Male dalla sua prigione e a quel punto solo Blart potrà sconfiggerlo. Blart ascolta disinteressato e non ha alcuna intenzione di lasciare i suoi adorati maiali per salvare il mondo, così Capablanca è costretto a rapirlo…
Nel corso della storia Blart e Capablanca saranno affiancati da altri improbabili “eroi”: Beowulf, guerriero cacciato dalla scuola di cavalleria e che campa come riscossore di crediti, la principessa Lois, cinica e maleducata, e il nano Tungsteno, la cui unica preoccupazione è la posizione sociale del proprio clan rispetto agli altri nani. A scorazzarli per il mondo ci penserà un cavallo alato, di nome “Maiale”…

Il principale pregio di Blart sono proprio i personaggi. Data per scontata la “malvagità” dei sacerdoti e sgherri di Zoltab, è divertente scoprire come i “buoni” siano spesso anche peggio! Uno dei cliché più usati nel fantasy è quello della compagnia di eroi, che spesso paiono litigiosi e scontrosi, ma alla fine si dimostrano pronti a sacrificarsi per aiutarsi l’un l’altro; in Blart invece gli “eroi” della compagnia non ci penserebbero due volte a sacrificare tutti gli altri per salvarsi loro!

Apprezzabile anche un certo humor nero che traspare via via che la storia procede. La nonchalance con la quale Blart & compagni mentono, ingannano, e anche uccidono, con la scusa di salvare il mondo, ma più spesso solo per i propri interessi o per semplice sbadataggine, riesce più di una volta a strappare un sorriso.

Dove invece Blart non brilla è nella storia in sé. La vicenda è una parodia del classico fantasy, ugualmente una certa originalità non sarebbe stata sgradita (ad esempio, uno Shrek o un Terry Pratchett sono molto più brillanti). In particolare gli ultimi capitoli procedono in maniera abbastanza forzata e in certi momenti non si capisce se l’autore abbia voluto cercare una svolta “seria”, oppure semplicemente gli scherzi non facciano ridere.
Un’altra nota negativa, che però mi sentirei più di attribuire alla traduzione, è l’italiano usato: pessimo. D’accordo che il congiuntivo sta passando di moda, ma non sono abituata a leggere che Tizio pensò che era giusto, infatti Tizio pensò che fosse giusto. Ce ne sono centinaia di questi errori.

Nel complesso un romanzo leggibile ma nulla più. Sono indecisa se prendere il seguito, Blart II. Il ragazzo che era ricercato vivo o morto o tutte e due le cose, che dovrebbe uscire entro pochi giorni.

Copertina di Blart 2
Copertina di Blart II, edizione inglese

Nota curiosa. I nomi di molti personaggi, in particolare i maghi, sono presi da Gran Maestri di scacchi: oltre a Capablanca (leggendario giocatore cubano, campione del mondo dal 1921 al 1927), sono citati Nimzowitsch (inventore fra le altre cose dell’omonima Difesa), Reti, Tal e altri.

Posizione finale di Capablanca contro Nimzowitsch
Posizione finale di Capablanca contro Nimzowitsch, New York, 1927. Patta in 23 mosse.

Giudizio:

Ottimi personaggi. +1 -1 Storia poco originale.
Humor nero. +1 -1 Non sempre l’umorismo è azzeccato.
-1 Pessimo italiano.

Un Gambero Marcio: clicca per maggiori informazioni sui voti


La Magica Terra di Slupp

Copertina de La Magica Terra di Slupp Titolo originale: La Magica Terra di Slupp
Autore: Antonia Romagnoli

Anno: 2007
Nazione: Italia
Lingua: Italiano
Editore: Lulu.com

Genere: Fantasy
Pagine: 164

Mentre Blart era una parodia, ma con una propria struttura, La Magica Terra di Slupp è invece un’opera più nonsense, nello stile di un Excel Saga. Non sono particolarmente appassionata di questo tipo di narrazione. Se è vero che offre all’autore le più ampie possibilità per divertire, non ponendo nessuna “regola”, è altresì vero che questa mancanza di regole annulla ogni possibile tensione o suspance. Usando le parole di H.G. Wells: «Se tutto è possibile, niente è interessante.»

Copertina del primo DVD di Excel Saga
Copertina del primo DVD di Excel Saga

La Magica Terra di Slupp narra le avventure di un gruppo di apprendisti maghi, impegnati a salvare il mondo. Il loro scopo è impadronirsi o distruggere la spada magica Albin Taran Bilah Comah Geran Katalbabes prima che possa cadere nelle mani del Signore delle tenebre l’oscuro Signore. La storia si dipana attraverso una serie di scene e “sketch” che più o meno spingono la trama verso la propria conclusione.

Non c’è alcuna particolare logica o coerenza nelle azioni dei nostri eroi, e il tutto è giocato più per far (sor)ridere che per altro. Purtroppo non mi è capitato di sorridere neanche una volta. Le battute sono spesso delle freddure e le buone idee sono mal sfruttate (per esempio, l’idea che la missione dei nostri eroi venga sponsorizzata da una ditta che produce dolcetti al cioccolato è una buona idea, ma di per sé, senza elaborazione e senza effetto sulla narrazione, di per sé non fa ridere). Davvero infantili certe “trovate” come il protagonista che negli ultimi capitoli deve far pipì ogni cinque minuti o il Guttalax rifilato alla creatura simil draconica, il cavalgarione.

Guttalax
Guttalax (…)

Un’altra nota dolente sono i personaggi. L’autrice, per sua stessa ammissione, ha voluto tirar dentro tutti i suoi amici conosciuti via Internet, ovvero un sacco di gente, per una storia tanto esile. Non a caso nei primi capitoli viene ripetuto un paio di volte l’elenco completo dei personaggi, ben sapendo che il lettore perderà traccia di molti di loro. Queste ripetizioni sarebbero potute diventare un tormentone magari divertente, ma non si “ripetono”: persino l’autrice si dev’essere stufata… A Ghidia, Edluc, Morlok, e forse Kya sono concesse pagine a sufficienza per rimanere impressi, quasi tutti gli altri personaggi sfumano in una massa informe.
Ci sono poi una serie di situazioni che credo abbiano “senso” solo conoscendo gli alterego dei personaggi. Per esempio, le pagine dedicate all’incapacità di Morlok a scrivere scene d’amore: sono sicura che se conoscessi il vero “Morlok” mi sganascerei dalle risate, ma non lo conosco e tutta la vicenda mi ha fatto solo pensare, “E allora?” Forse sarebbe stato più efficace parodiare autori un pochino più famosi. Scherzare sul fatto che un Tom Clancy non sappia scrivere scene d’amore può essere divertente e capibile da chiunque, lo stesso scherzo applicato a mio cugino che conoscono in quattro gatti, farà ridere solo i quattro gatti. Lo stesso dicasi per le scene con il marito di Ghidia, la sfortuna sentimentale di Edluc e altre. Il pubblico non conosce ’sta gente, io neppure, e le situazioni in sé non fanno ridere.

In positivo c’è lo stile di scrittura: molto scorrevole, piacevole da seguire, non s’incaglia quasi mai in descrizioni inutili, anche se talvolta è troppo sbrigativo. I dialoghi sono buoni e suonano abbastanza naturali (nell’ottica di Slupp), benché abbia trovato fastidiosi i tizi che parlano in finto spagnolo e francese.

Come si sarà capito, La Magica Terra di Slupp non mi è piaciuto. Un po’ credo che il romanzo sia brutto in sé, un po’ non è il tipo di narrativa che preferisco. Non lo consiglierei, a meno che invece non si abbia una passione per questo genere di opere (tipo si considerano FLCL o Excel Saga i migliori anime di tutti i tempi).

Una nota sul prodotto “fisico”: ho acquistato il PDF di Slupp direttamente da Lulu.com. L’operazione si è svolta senza alcun problema e il prezzo di 3,73 dollari (circa 3 euro) è sicuramente onesto. Il PDF medesimo è ben impaginato e ben leggibile. L’unico particolare che mi ha lasciata perplessa è la mancanza della copertina: all’inizio ci sono solo due pagine completamente bianche.
All’acquisto ho poi ricevuto una mail, credo spedita in maniera automatica, da parte dell’autrice. Tale mail mi ha fatto storcere il naso, e si è meritata di divenire il punto di partenza di un articolo che per altro meditavo da tempo.

Giudizio:

Stile di scrittura scorrevole e piacevole… +1 -1 …ma alle volte frettoloso.
-1 Storia impalpabile, troppo esile anche per un fantasy demenziale.
-1 Non riesce a far ridere neppure per sbaglio.
-1 Troppi personaggi inutili.

Tre Gamberi Marci: clicca per maggiori informazioni sui voti


Approfondimenti:

Blart su Ibs.it
Blart II su Amazon.co.uk

Capablanca su Wikipedia

La Magica Terra di Slupp su Lulu.com
Il Blog dell’Autrice di Slupp

Excel Saga su AniDB

Scritto da GamberettaGamberolinkCommenti (0)Lascia un commento » Questo articolo in versione stampabile Questo articolo in versione stampabile

Recensione :: Romanzo :: Amazon

5908.jpg Titolo originale: Amazon
Autore: Gianluigi Zuddas

Anno: 1998
Nazione: Italia
Lingua: Italiano
Casa Editrice: Nord
Collana: Fantacollana
Genere: Heroic Fantasy

Pagine: 260 (brossura)
Prezzo in lire: 22000 lire
Prezzo in euro: 10-14 euro

Quella che ho letto è l’ultima edizione disponibile del libro Amazon, rivista e corretta dall’autore appositamente per la nuova pubblicazione a vent’anni dall’esordio del ciclo delle amazzoni (la prima edizione è del 1978). Purtroppo anche questa edizione del 1998 è ormai fuori catalogo e reperibile con molta fortuna su siti di aste o presso i negozi specializzati in collezionismo. Sui classici IBS, Bol e Unilibro o non appare o è segnato come “non disponibile”.
Biblioteche pubbliche, eBay e Delos Store sono stati finora gli unici luoghi in cui l’ho visto.

La quarta di copertina:

Diecimila anni or sono, come è ben noto, il bacino del Mediterraneo si riduceva all’enorme lago conosciuto come Mare Interno, e sulle sue coste - nonché sulle sue numerose isole - la fauna umana presentava alcune differenze con quella che oggi ne calpesta le dorate spiagge. Nell’isola di Kos, per fare un esempio, il dominio dell’Argone (che predilige gli uomini-cavallo) è subordinato al potere dei Preti del Gelo, capaci di scatenare bufere grazie alla loro forza mentale, mentre in quel di Coralyne la Diaconessa Lugunda imbandisce Banchetti dei Profumi dove i commensali più colti parlano solo in Lingua Incomprensibile, e nel Palazzo reale di Nedda alcuni sacerdoti cercano di capire lo strano funzionamento di un quintetto di antichi gong che hanno la facoltà di scaraventare in luoghi lontani chiunque capiti fra le loro vibrazioni… Aggiungiamo che fra questi gong vengono a trovarsi due bellicose amazzoni impegnate in una missione di spionaggio, e a questo punto non resterà altro che godersi le loro avventure nel gustosissimo mondo Sword and Sorcery che la sbrigliata fantasia di Gianluigi Zuddas ha saputo creare, a metà strada fra gli esempi di certi illustri precedenti angloamericani e una vena personale di salutare dissacrazione.

Cominciamo fornendo qualche cenno sull’autore.
Gianluigi Zuddas, classe 1943, traduttore tra le tante cose anche del ciclo di Solomon Kane (il ciclo howardiano che preferisco) e scrittore di vari romanzi e racconti, ha smesso di scrivere nuove opere da quasi vent’anni per dedicarsi a tempo pieno alle traduzioni. Un professionista che già dall’intervista su Fantascienza.com e dal poco che ho letto mi è subito risultato simpatico. Si tratta comunque di una simpatia a posteriori rispetto alla lettura di Amazon: se il libro non mi fosse piaciuto dubito che mi sarei preso la briga di scoprire di più sul suo conto.

E’ interessante vedere come la Wikipedia italiana lo trascuri, dandogli solo una striminzita riga d’articolo, mentre quella inglese si degna si regalargli una doverosa paginetta, seppure incompleta.
La stessa wikipedia inglese sotto Scrittori Fantasy Italiani non riporta però i nomi di autori come Licia Troisi e Andrea D’Angelo, che oserei dire siano piuttosto famosi in Italia per quanto riguarda il Fantasy.
Zuddas sì e loro no. Mah, misteri di Wikipedia!
Mi sembra interessante far notare questo “wiki squilibrio” per ricordare che i lavori di Zuddas non hanno mai avuto in patria la dovuta attenzione che meritavano, nonostante i premi vinti, e che perfino dal lato “wiki” si trovano più informazioni in inglese che non nella nostra lingua.
Provvederò prossimamente ad ampliare l’articolo italiano, quantomeno per portarlo in pari con quello redatto nell’idioma della perfida Albione.

Passiamo al romanzo.
Amazon è un libro ricco di pregi, ma non esente da alcuni difetti che ne limitano parzialmente la godibilità.
I pregi sono la semplicità e la scorrevolezza del linguaggio, privo di tutti quei fronzoli descrittivi inutili che tanti autori italiani amano infilare nelle frasi. Ha uno stile diretto, chiaro, esplicito ed essenziale. Ombra di Lancia, Goccia di Fiamma e Shalla sono personaggi non troppo psicologicamente complessi, ma divertenti e ben caratterizzati che usano un linguaggio credibile e hanno reazioni plausibili alle situazioni in cui finiscono coinvolte.
L’ambientazione è originale e fantasiosa, lontana degli standard tolkieniani e immune all’influenza dei soliti cliché, complice forse il periodo in cui è stato scritto il libro (non c’era ancora stato il boom del fantasy alla D&D) o forse no. Personalmente credo che Zuddas non si sarebbe mai fatto influenzare dal folklore D&Desco che affligge la concezione del fantasy di tanti giovani, nemmeno se avesse scritto quel libro al giorno d’oggi, perché è un autore che si e’ sempre dimostrato deliziosamente originale.

Il fantasy di Amazon è un Heroic Fantasy ironico e avventuroso in cui la magia ricopre un ruolo di supporto rispetto allo svolgimento della trama, senza essere mai “davvero invasiva”, per quanto sia comunque presente e fondamentale. Gli strani marchingegni tecnologici del folle inventore Uko Gormirane, quel genere di bizzarra tecnologia a vapore che è più “magia” che tecnologia reale, risultano più divertenti delle classiche diavolerie magiche come palle di fuoco, spade incantate e navi volanti che appaiono in tante opere fantasy.

I principali difetti del libro sono la flebile trama e il finale troppo improvviso.
La trama è quasi inconsistente, tanto che il romanzo intero si riduce a un susseguirsi di avventure in giro per lo strano mondo mediterraneo grazie al Gong magico che sbalza le amazzoni qua e là (è un po’ riduttiva come descrizione, ma il nocciolo è questo).
Niente di male se non fosse che lo stesso finale, in assenza di una trama solida, arriva in modo piuttosto brusco al termine dell’ennesima avventura non troppo diversa dalle altre: la sensazione è che il libro sia finito, ma che allo stesso tempo non sia finito, come se alla propria copia mancassero per un errore di stampa quel capitolo o due in più necessari per concludere la storia in modo più significativo.

Le stesse avventure delle amazzoni, per quanto fantasiose e divertenti, si risolvono spesso in modo troppo semplice per cui non mi è capitato di pensare che la vita delle protagoniste fosse davvero in pericolo (tranne una volta, quando Shalla sta per essere scuoiata viva) e che magari una di loro non sarebbe arrivata alla fine della storia. La sensazione generale era che ogni sfida fosse alla loro altezza: questo ha tolto parecchia suspense.
Per fare un esempio nei libri di Bernard Cornwell dedicati al fuciliere Sharpe mi è capitato più volte di dubitare che il protagonista potesse sopravvivere (o che magari finisse mutilato), nonostante sapessi benissimo che erano già usciti altri titoli della stessa serie. Lo stesso mi è successo regolarmente coi libri di Andy McNab sul mercenario Stone, mentre in Amazon questo “dubbio” tendenzialmente non mi è passato per la mente.
Voglio sottolineare però che lo stile narrativo ricco di azione e il tono scanzonato dell’opera sono più che sufficienti a rendere gradevolissima la lettura, nonostante quanto appena scritto sulla mancanza di reale suspense.

Per meglio descrivere lo stile della Heroic Fantasy di Zuddas citerò direttamente alcune sue frasi tratte da un’intervista recente (vedi links in fondo alla recensione).

L’heroic fantasy l’ho scoperta leggendo Sinhue l’Egiziano, di Mika Waltari. Quel romanzo è un genere di heroic fantasy molto basata su una realtà storica. Anche l’Iliade e l’Odissea sono heroic fantasy. Da lì è nata la mia antipatia per la fantasy alla Tolkien, troppo distaccata dalla realtà del pianeta Terra, e per tutti quei generi di fantasy pieni di elfi, maghi, incantesimi e principesse in pericolo, che sanno troppo di favole per bambini. Il mago che fa un incantesimo mi lascia freddo. Ma il truffatore vestito da mago che soffia il fumo con una peretta dentro la sfera di cristallo, e poi fa entrare in scena l’assistente travestito da demone, be’, questo invece mi diverte molto.
[...]
Basti pensare alle gigantesche pseudo-piramidi che stanno venendo alla luce proprio ora presso Sarajevo. La realtà si dimostra molto più affascinante e sconvolgente della fantasia. Inoltre la fantasy comincia addirittura da Omero, non è una creatura americana come la SF classica, e quindi l’ho sempre sentita come un campo letterario appartenente anche a noi italiani.

Zuddas è un narratore che compete alla pari con alcuni dei migliori autori fantasy stranieri (Gemmell, Martin…) e ne sbaraglia senza problemi una gran parte (R.A.Salvatore, Weis & Hickman, Eddings…), confermando che non è la nazionalità a fare il buon autore, ma l’Abilità.
Zuddas è Bravo: tanti altri autori italiani o stranieri non lo sono altrettanto.

Per concludere Amazon è complessivamente un bel libro che proprio perché bello acquista due ulteriori “difetti”:

  • l’autore ha smesso di scrivere, quindi non ci darà nessuna nuova storia altrettanto bella in futuro;
  • Amazon non è di facile reperimento (vedi più sotto il link al Delos Store per l’acquisto) essendo ormai fuori catalogo.

Azzo.gif


Approfondimenti:
Intervista del 7 gennaio 2007 a Gianluigi Zuddas
Gianluigi Zuddas sulla Wikipedia inglese
Le Amazzoni (quelle greche) su wikipedia
Il libro su Delos Store

Giudizio:

Azione! Azione! Azione! +1 -1 E’ tutto un susseguirsi di avventure strampalate che lasciano in secondo piano la (flebile) trama
Personaggi e situazioni divertenti +1 -1 Le situazioni si risolvono in modo troppo semplicistico
Stile semplice, chiaro e coinvolgente +1 -1 Il finale non sembra un finale
Fantasioso in modo originale +1  
Linguaggio e sesso utilizzati in ottimo modo, senza volgarità inutili +1  

Scritto da Capitan GamberoGamberolinkCommenti (27)Lascia un commento » Questo articolo in versione stampabile Questo articolo in versione stampabile

Fenimore Cooper’s Literary Offenses

Ne avevo già accennato di sfuggita in un articolo di qualche tempo fa, ora è il caso di tornarci.

Per un certo tempo, complice il Liceo, che tratta lo studio della letteratura italiana in una maniera nauseabonda (ma di questo avrò modo di riparlare), ho avuto una visione distorta della critica letteraria.
Ho davvero creduto che una critica seria implicasse frasi quali “non è possibile giudicare l’opera di Pinco Pallino, se non alla luce delle poesie di [sconosciuto poeta ungherese del sedicesimo secolo]” o “stante il concetto di estetica del [filosofo il cui nome ha troppe h, e k, e w, e z, per essere pronunciato] possiamo affermare” o ancora “lo stile di Pinco Pallino amalgama sapientemente elementi ctoni con accezioni eteree ecc. ecc.”
Poi ho letto Mark Twain e ho capito che quanto sopra e tutto ciò che ne deriva e implica sono stupidate.

Mark Twain
Mark Twain

In Fenimore Cooper’s Literary Offenses, Mark Twain critica l’opera di Fenimore Cooper (autore di libri d’avventura, il più famoso dei quali è forse L’Ultimo dei Moicani), in particolare i romanzi The Deerslayer (titolo italiano: Il Cacciatore di Cervi) e The Pathfinder (titolo italiano: Il Pioniere).
Twain nella sua critica è ironico, sarcastico, denigratorio, prende per i fondelli Cooper e i suoi personaggi a ogni piè sospinto, ma soprattutto è deliziosamente “terra terra”.
In sostanza Twain dice che se uno scrittore crea un fiume largo tot metri e vi immerge una barca più larga, la dannata barca non ci passa! (in realtà la questione è un po’ più complessa, l’invito è leggere direttamente Twain.)
Non è una metafora: Twain parla di barche, traiettorie di proiettili, rumori nei boschi, e ogni sorta di fatto concreto. E sono proprio i fatti concreti all’interno di un’opera di narrativa la base sulla quale giudicarla! Non la poesia ungherese, non astratti discorsi sull’estetica, l’arte e la retorica, non disquisizioni sulla situazione cultural-sociale nella quale si muove l’autore, non quali Grandi Problemi del Nostro Tempo l’opera in questione affronta, non cretinerie assortite. In un racconto quel che conta è che gli eventi siano verosimili, i personaggi credibili, e che la storia abbia un capo e una coda.

Copertina di The Deerslayer
Copertina di The Deerslayer (Il Cacciatore di Cervi)

Io quando scrivo le mie di recensioni non sono certo a livello di Twain, ma cerco di migliorarmi tenendolo a modello. E se qualcuno mi viene a dire che il sarcasmo non ha posto nella critica letteraria, mi spiace, ma preferisco fidarmi dell’opinione di uno dei più grandi scrittori di tutti i tempi.

Con questo ho concluso la premessa dell’articolo di oggi!
In realtà volevo sì parlare di Fenimore Cooper’s, ma da un punto di vista pratico. Infatti di recente una persona mi ha chiesto se Fenimore Cooper’s fosse disponibile anche in italiano e io ho risposto baldanzosa «Certo!» facendo anche una faccia, del tipo: “Guarda qui questo fesso che non sa neppure usare google!”
Invece ho fatto la figura della scema io. Perché non solo non sono riuscita a trovare il testo in italiano (Fenimore Cooper’s è del 1895, non dovrebbero esserci più problemi di diritti), ma non sono neanche riuscita a rintracciare alcun riferimento bibliografico.
Insomma pare che Fenimore Cooper’s Literary Offenses sia inedito in Italia. Il che mi suona molto strano perché all’estero è giustamente considerato un classico della critica letteraria ed è citatissimo (in particolare le 18 regole della narrativa che Twain illustra all’inizio). Perciò se qualcuno invece ne sa qualcosa e l’ha letto in italiano da qualche parte mi farebbe piacere saperlo.

Un Coniglietto perplesso
Un Coniglietto (che somiglia a Grumo ma non è lui!) è perplesso per la mancata traduzione di Fenimore Cooper’s

Altrimenti potrei provare a tradurlo io, e il fatto che io debba tradurre per la prima volta uno scritto di Twain la dice lunga su tante cose… anche qui se qualche traduttore professionista vuol prendersi in carico il problema, sarebbe meglio per tutti (in fondo Fenimore Cooper’s sono solo poche pagine, circa 50.000 battute).

Questa non è una recensione e perciò niente gamberi, ma Fenimore Cooper’s Literary Offenses è da leggere!


Approfondimenti:

Fenimore Cooper’s Literary Offences disponibile al sito del progetto Gutenberg
Una difesa di Cooper a cura della James Fenimore Cooper Society

Mark Twain su Wikipedia
James Fenimore Cooper su Wikipedia

Scritto da GamberettaGamberolinkCommenti (5)Lascia un commento » Questo articolo in versione stampabile Questo articolo in versione stampabile

Claymore :: episodi 7 e 8

Teresa e Claire arrivano in una nuova città coperte dalla testa ai piedi per non farsi riconoscere, come delle brave donne islamiche sottomesse. Peccato non indossino il burqa: l’effetto sacco dell’immondizia mi entusiasma sempre!
Ma il travestimento dura poco perché Teresa svela subito la sua natura di Claymore per ammazzare uno Yoma che terrorizza i poveracci del paese. Uccisione gratuita, al di fuori delle regole del Sindacato… serva dei padroni! KRUMIRA!
Le due vengono ospitate in un albergo di lusso dalla popolazione riconoscente. Teresa è sotto shock perché le hanno detto “grazie”, il che puoi farci intuire ancora di più che genere di stronza fosse prima di incontrare Claire. Comunque che in un mondo così merdoso e sottosviluppato tutte le case siano eleganti edifici in pietra non mi suona molto bene, ma vabbé sorvoliamo… in fondo questi sfondi coi palazzi mi piacciono.

Sulle tracce di Teresa ci sono le Claymore numerate da 2 a 5: Priscilla, Irene, Sofia e Noel.
Irene è una spadaccina incredibilmente rapida, disegnata con tratti che ricordano un’elfa (orecchie appuntite, lineamenti aguzzi, occhi a mandorla). Sofia e Noel, l’una dotata di una forza fisica mostruosa e l’altra di un’agilità incredibile, ci mostrando l’enorme differenza caratteriale tra la Claymore Claire e le sue colleghe: mentre Claire è una frigida asociale, le sue colleghe sono delle squilibrate primedonne con un gran caratteraccio!
Priscilla, addirittura, è una ragazzina mentalmente fragile, una novellina facile al pianto, le cui capacità di “mezza yoma” sono però tanto grandi da renderla estremamente pericolosa anche con così poca esperienza sul campo.

Irene
Irene, sotto una pioggia di sangue di Yoma!

Senza alcun problema il quartetto rintraccia l’albergo in cui si trova Teresa e danno inizio a un duello in città, demolendo le facciate dei palazzi a furia di colpi! Nessuno riesce a trattenere l’enorme forza di Teresa del Sorriso che senza troppi problemi riduce all’impotenza Priscilla e ferisce gravemente le altre tre avversarie. Teresa sa di dover uccidere Priscilla perché è l’unica che ha le potenzialità per poter diventare veramente pericolosa. Dopo alcuni secondi decide però di risparmiarla: Teresa è divenuta troppo “umana” per uccidere a sangue freddo una ragazzina che piange terrorizzata ai suoi piedi.

distruzionetotale.jpg
Gli edifici stanno letteralmente tremando per lo scontro.

teresa2.jpg
Nessuno può sconfiggere Teresa del Sorriso!

ireneko.jpg
Irene con il trapezio affettato…

Teresa se ne va, portandosi dietro la piccola Claire. Irene è riuscita a darsi un’aggiusta e raggiunge Priscilla per cercare di farla rialzare e ordinare la ritirata, ma lei non la ascolta: resa folle dall’umiliazione subita ha deciso di uccidere Teresa subito, a costo di dover liberare così tanto yoki da Risvegliarsi (ovvero diventare completamente yoma).
Priscilla insegue Teresa e la affronta fuori dalla città, sotto lo sguardo allibito delle tre colleghe che la vedono un po’ per volta trasformarsi in un mostro, ma anche liberare tutto quello yoki non è sufficiente per vincere… pausacaffe.gif

priscillastamutando.jpg
Non era bella nemmeno prima, ma ora Priscilla fa proprio schifo.

Stop. Non vi dico il resto per non rovinarvi il finale.
Se proprio volete leggerlo dovete aprire lo spoiler qui sotto, ma vi suggerisco di non farlo e di godervi da soli il colpo di scena della puntata numero otto e l’inizio della nove.
Show ▼


La serie finalmente inizia a ingranare.
Dopo i primi sei episodi introduttivi finalmente con queste due puntate si inizia a entrare per bene nella storia scoprendo nuove Claymore, vedendo affettamenti vari e gustandoci il primo Risvegliato!
Bello, mi sta piacendo: non è ai livelli di Death Note, ma per i miei gusti è meglio della prima serie di Zero no Tsukaima, nonostante manchino le grosse tette di Kirche…

Scritto da Capitan GamberoGamberolinkCommenti (0)Lascia un commento » Questo articolo in versione stampabile Questo articolo in versione stampabile

Nihal & Chariza contro Ash!

Mentre scrivevo la recensione di Chariza, mi è capitato di ripensare a vari discorsi sulla qualità del fantasy italiano. La sensazione a pelle è che gli scrittori stranieri siano molto più bravi, sia in media, sia in termini assoluti. Tuttavia le sensazioni possono essere ingannevoli, quel che sembra non è detto che sia quel che è.
Perciò ho pensato di realizzare degli esperimenti: mettere a confronto una serie di romanzi fantasy italiani con romanzi stranieri simili e cercare di scoprire perché leggendo questi ultimi si ha la netta impressione che siano scritti meglio.

Come primo esperimento ho preso:
Cronache del Mondo Emerso (la trilogia completa) di Licia Troisi.
Chariza. Il Soffio del Vento di Francesca Angelinelli.
e
Ash. Una Storia Segreta (Ash: A Secret History) di Mary Gentle.

Copertine delle Cronache & Chariza
Cronache del Mondo Emerso & Chariza. Il Soffio del Vento

Copertine dei quattro volumi di Ash
Copertine dei quattro volumi nei quali è stato diviso Ash in Italia

Il perché di tale scelta: tutti e tre i romanzi sono scritti da donne, tutti e tre sono romanzi fantasy, tutti e tre hanno per protagonista una giovane eroina guerriera. Direi che può essere sufficiente per realizzare un confronto significativo, sebbene i tre romanzi abbiano anche molte differenze (per esempio l’ambientazione, completamente diversa passando da un’opera all’altra).

Le Cronache del Mondo Emerso e la loro eroina Nihal, come si suol dire in questi casi, non hanno bisogno di presentazione. Di Chariza ho appena parlato nella recensione, Mary Gentle invece merita qualche riga.
Mary Gentle è una scrittrice inglese di fantasy e fantascienza. Trovo che sia un’ottima pietra di paragone: è una scrittrice molto brava, probabilmente superiore alla media dei colleghi (italiani o anglosassoni) ma non è un genio della letteratura. Penso che chiunque, data una base minima di fantasia e talento, possa arrivare almeno vicino all’abilità della Gentle. La Gentle non è Cervantes o Kafka e neanche Mark Twain: non ci si può nascondere dietro il paravento del genio inimitabile. La Gentle è imitabilissima, non c’è nessuna concreta ragione per la quale gli scrittori italiani non possano puntare o ancora meglio raggiungere il suo livello.

La situazione attuale è però che la Gentle, nonostante parta svantaggiata in quanto tradotta, è, non uno, ma diversi gradini sopra Troisi, Angelinelli e compagnia. O almeno questa è la sensazione. Vediamo se è davvero così…

Se dovessi isolare i tre elementi che distinguono in positivo Ash rispetto alle colleghe Nihal e Chariza, direi che sarebbero questi:

  • Verosimiglianza. La capacità di creare un mondo che appaia coerente, realistico (pur in termini fantasy) e “concreto”.
  • Stile. La capacità di scrivere in maniera tale da mantenere il lettore nel mondo creato, in modo che la pagina scritta diventi un sostegno alla fantasia e non un intralcio.
  • Uso del fantastico. La capacità d’integrare nella storia elementi fantastici e di farli diventare parte vitale del racconto.

Visto che gli esprimenti si svolgono in pratica, e non disquisendo di teorie, ho preso in mano i tre romanzi e ho cercato esempi.

 

Violenza!

Ovvero, come Nihal, Ash e Chariza affrontano uno scontro armato. Essendo tutte e tre guerriere e avendo la violenza in tutti e tre i mondi un ruolo decisivo, penso sia interessante per mostrare i punti riguardanti verosimiglianza e stile.

Nihal inizia una battaglia così:

Mostra estratto da Le Cronache del Mondo Emerso ▼

Ash:

Mostra estratto da Ash. Una Storia Segreta ▼

La prima considerazione che mi viene in mente è che Nihal sia una specie di riassunto di Ash. E in effetti, mentre leggevo le Cronache, m’immaginavo le scene di battaglia di Ash, che avevo letto qualche mese prima. Non credo ci sia bisogno di sottolineare come il pezzo preso da Ash risulti molto più “palpabile”. Nella mente è facile visualizzare quel che succede in Ash, perché appunto descritto, invece Nihal rimane nella nebbia, nel vago, nel generico, tanto che uno è costretto a evocare altri romanzi per dare sostanza alla scena.
Qualcuno potrebbe pensare che lo stile della Troisi sia migliore, in base alla bislacca considerazione che “lasciare i particolari alla fantasia del lettore” sia una buona idea. No, non lo è, se non in pochissimi casi. E per darne una dimostrazione visiva, basta guardare l’immagine qui sotto:

Immagine esemplificativa
Un racconto è più bello se pieno di colori!

Il disegno a sinistra può non piacere, ma “esiste”, a destra c’è solo una macchia indistinta! È proprio compito degli scrittori nutrire e coccolare la fantasia di chi li legge, sono gli scrittori a dover fornire nuove immagini per la mente dei lettori! Senza contare il paradosso: se tutti gli scrittori adottassero il sistema di “lasciare al lettore”, il lettore cosa dovrebbe immaginarsi di fronte a situazioni che mai nessuno si è preso la briga di descrivere?

Proseguiamo nella battaglia, Nihal ammazza un nemico:

Mostra estratto da Le Cronache del Mondo Emerso ▼

Ash:

Mostra estratto da Ash. Una Storia Segreta ▼

Valgono le considerazione già viste prima. C’è da aggiungere che la Gentle, con un paio di particolari (”puntale inferiore”, “anelli metallici”) riesce a dare “concretezza” a quel che racconta, mentre Nihal rimane sempre spersa nella nebbia.

La battaglia prosegue, Nihal:

Mostra estratto da Le Cronache del Mondo Emerso ▼

Ash:

Mostra estratto da Ash. Una Storia Segreta ▼

Come prima, Nihal è poco più di un riassunto generico. Da notare alla fine: Nihal distingue chiaramente gli ordini del generale, ma evidentemente l’autrice non ritiene importante che anche il lettore li conosca, mente gli ordini di Ash sono riportati parola per parola.

Un risvolto fantastico, in un altro scontro Nihal affronta dei golem:

Mostra estratto da Le Cronache del Mondo Emerso ▼

Ash e i suoi uomini alle prese con un problema simile:

Mostra estratto da Ash. Una Storia Segreta ▼

Qui il confronto è meno impietoso con Nihal. Finalmente la Troisi si degna di descrivere quel che succede, però la verosimiglianza va a farsi friggere! Il guardiano grida: «Uno a zero per me!», frase che si commenta da sola nella sua capacità di buttare fuori a calci il lettore dal mondo fantasy nel quale era immerso. Il successivo discorso sul “funzionamento” del golem ha puro scopo d’informare il lettore e non sarebbe mai stato pronunciato da un “vero” guardiano, in altre parole non è verosimile. Così com’è irrealistico il golem medesimo: come ha fatto il golem a viaggiare da Praga al Mondo Emerso?! Un conto è ispirarsi alla tradizione, un conto è copiare fino al punto di usare le stesse parole ebraiche!
Il golem della Gentle non sarà la creatura fantastica più interessante della storia, ma con il suo lanciafiamme (ispirato all’uso bizantino del fuoco greco) ha una sua personalità e originalità.

Un Golem
Non tutti i golem sono cattivi!

Ora Chariza! In Chariza. Il Soffio del Vento, non ci sono battaglie vere e proprie, tuttavia gli scontri armati non mancano, dato che a Chariza non dispiace menar le mani.

Chariza affronta quattro nemici a cavallo:

Mostra estratto da Chariza. Il Soffio del Vento ▼

In Ash c’è una scena simile:

Mostra estratto da Ash. Una Storia Segreta ▼

In Chariza ci sono due problemi. Il primo è il realismo: mentre i cavalli s’incrociano al galoppo, Chariza riesce a sbudellare un primo avversario e addirittura tagliare in due un secondo! Neanche un cavaliere Jedi con una spada laser riuscirebbe in una manovra del genere. Vero, siamo in un fantasy, e una certa “elasticità” nelle leggi fisiche si può accettare, tuttavia certe esagerazioni non aiutano per niente a calarsi nella storia, tanto meno una storia che vuol cercare di essere seria.
Il secondo problema è lo stesso di genericità e riassunto già visto con Nihal: Chariza uccide “come si deve” i primi due nemici, mentre i secondi due sono lasciati all’immaginazione del lettore. Peccato.
Un altro particolare è la “visione” nelle due scene: la Gentle tiene la “telecamera” su Ash, e quel che è descritto è quel che Ash vede o percepisce. Per esempio: “Ash afferrò la mazza e la calò violentemente sull’elmo del secondo cavaliere. Sentì il metallo che si crepava e cedeva.” I cavalli si stanno incrociando e probabilmente il secondo cavaliere è già uscito dalla visuale di Ash, lei può solo sentire il rumore e percepire il riverbero del colpo di mazza che ha sferrato. Forse ha sfondato la testa al nemico, forse no, forse lui è ancora vivo, forse no, Ash non può saperlo.
In Chariza invece a metà azione c’è un brusco cambio di prospettiva: la “telecamera” sta seguendo Chariza, ma dopo che ha colpito il primo nemico, quest’ultimo “si accorse di avere il ventre squartato appena prima di cadere nel fango ormai privo di vita”. Dunque stiamo seguendo Chariza, poi si passa al nemico che si accorge di essere ferito, poi è la volta del narratore che descrive il cadavere che cade e infine si torna su Chariza quando colpisce il secondo nemico. Non è un gran ostacolo alla lettura, ma non è neanche uno stile efficace.

I difetti visti in questo brano di Chariza, ricompaiono in molti altri punti. Per esempio, nella scena seguente, Chariza, Yukai e Suzume stanno scappando a cavallo:

Mostra estratto da Chariza. Il Soffio del Vento ▼

Da che parte cominciare? Abbiamo dei fanti che riescono a precedere dei cavalli e bloccare loro la strada pur muovendosi con delle picche. Una picca è un affare lungo tre, quattro e anche più metri… ma poi le picche diventano lance. Le lance sono più comode da portare, ma per esempio, un’arma orientale come la kwandao, che veniva usata contro la cavalleria, riportano le cronache dell’epoca avesse un peso di oltre 50 chili! Molto probabilmente è una grossolana esagerazione, ma di sicuro non dev’essere facile correre più veloci di un cavallo con una kwandao in mano.
Magari si sta invece parlando di qualche specie di Yari, lancia nipponica di origine cinese, solo che le Yari, nella gran parte dei casi, non erano costruite per poter essere anche scagliate.

Dove la Gentle, con un uso accurato dei termini, aveva reso più concreto il proprio mondo, qui la Angelinelli, usando termini a casaccio, ha reso il suo di mondo meno verosimile.

Jumonji Yari
Jumonji Yari

Nella scena seguente Chariza affronta cinque nemici e riappare il problema del non descrivere gli scontri:

Mostra estratto da Chariza. Il Soffio del Vento ▼

A parte che cinque secondi sono un’eternità in un duello, abbiamo: nemico numero uno ucciso troppo velocemente per entrare troppo in dettaglio, nemico numero due ferito come si dovrebbe, nemici tre, quattro e cinque lasciati alla fantasia del lettore. Non una buona media!

 

Sesso!

Compagno indissolubile della Violenza è il Sesso!
Chiaramente ogni autore ha piena facoltà di scegliere quel che vuole raccontare. E scene di sesso non sono per niente indispensabili. Tuttavia, se si decide di parlarne, dovrebbero valere le stesse regole su verosimiglianza e stile già viste per le scene di violenza.

Bacio!
Amore nipponico

Partiamo da Chariza. In Chariza