Archivio per ottobre 2007

Recensioni :: Saggio :: Characters and Viewpoint

Copertina di Characters and Viewpoint Titolo originale: Characters and Viewpoint
Autore: Orson Scott Card

Anno: 1999
Nazione: USA
Lingua: Inglese
Editore: Writer’s Digest Books

Genere: Manuale di scrittura
Pagine: 182

In How to Write Science Fiction and Fantasy, Orson Scott Card soprassedeva su diversi punti, rimandando alla lettura di libri che trattassero più in dettaglio le questioni specifiche. Uno di tali libri è appunto questo Characters and Viewpoint dello stesso Scott Card.
Come chiarisce il titolo, Characters and Viewpoint tratta di Personaggi e Punto di Vista. E basta. Infatti è come se fosse in atto una catena di Sant’Antonio dei manuali di scrittura: se per esempio si vuol saperne di più riguardo alla costruzione della trama, Scott Card consiglia Plot di Ansen Dibell, se si hanno problemi con i dialoghi c’è un altro manuale, e un terzo riguardo le ambientazioni, e così via.

Copertina di Plot di Ansen Dibell
Copertina di Plot di Ansen Dibell

Ciò detto, Characters and Viewpoint mi è piaciuto. Il fatto che Scott Card non si rivolga nello specifico agli scrittori di narrativa fantastica gli permette di evitare di parlare di problemi commerciali. Non ci sono più scelte narrative “giuste” o “sbagliate”, perché lo scopo non è più vendere o piacere per forza al pubblico, ma riuscire a esprimere con la scrittura le proprie idee. Scott Card lascia ampia libertà di scrivere come meglio si creda, e il suo obbiettivo, più che insegnare, diventa quello di rendere gli autori consapevoli delle conseguenze delle proprie scelte.

Premessa

Anche se nel libro di Scott Card il discorso che segue è solo una piccola premessa, ne voglio parlare, perché mi fa molto piacere che lui la pensi esattamente come me!
Secondo Scott Card, quando un lettore si accosta a un romanzo, lo fa animato da ottime intenzioni, come dimostra il fatto che il romanzo l’ha pagato e che ci sta per dedicare tempo prezioso. Tuttavia questa “Luna di miele” come la chiama Scott Card, ha la durata di due pagine, due.
Nelle prime due pagine, lo scrittore deve riuscire a rispondere a tre naturali e legittime domande:
“E allora?” Perché dovrei leggere questo romanzo? Cos’ha di diverso rispetto agli altri mille che ho già letto? Cos’ha di meglio rispetto al film che sta per cominciare in TV? In altre parole, uno scrittore deve dimostrare almeno un briciolo di originalità, deve dar prova di avere qualcosa di nuovo da dire.
“Ma davvero?” Ma cosa mi sta raccontando ‘sto tizio? Ma mi prende per scema?! Che razza d’idiozia non è?! In altre parole, il romanzo dev’essere credibile, altrimenti il lettore si sentirà preso in giro.
“Come?!” Ho riletto il primo paragrafo tre volte e ancora non ho capito che diamine vuole dire! Ma come diavolo è scritto?! Sembra arabo! Ovvero, un romanzo dev’essere scritto in maniera chiara e semplice.
Se l’autore non risponde in tempi brevissimi a queste domande la Luna di miele s’interrompe, e se anche il lettore non butta il romanzo dalla finestra, difficilmente riuscirà ad apprezzarlo.

I Personaggi

Scott Card indica un paio di metodi per creare personaggi.

Il primo metodo è usare il sistema dei “perché”, già visto in How to Write. Consiste in pratica nel domandarsi di continuo il perché le cose stanno come appaiono.
Si va al supermercato e in coda alla cassa si nota un tizio che controlla di continuo l’orologio. Perché lo fa? È in ritardo? In ritardo per cosa? Un appuntamento con la moglie? Con l’amante? Perché ha comprato quello che ha nel carrello? Perché è vestito com’è vestito? Rispondendo alle domande e alle domande suscitate dalle domande, pian piano si “costruisce” un personaggio con un passato, un presente, una rete di conoscenze, motivazioni e aspirazioni.
Il “giochino” si può applicare a chiunque, e a seconda di quale tipo di storia s’intenda narrare, si può “calcare la mano” su questo o quell’altro aspetto. In un romanzo horror forse il tizio porta gli occhiali non perché miope, ma per riuscire a vedere i mostri che ci circondano, come nel film They Live (Essi Vivono) di Carpenter.

Il secondo metodo è partire da un’ambientazione. Prendiamo una scuola. Non è difficile immaginarsi i personaggi che frequentano una scuola: alunni e loro genitori, professori, bidelli, e impiegati vari. Qui il punto è più che altro scegliere quale tra questi personaggi debba essere portato in primo piano, chi debba diventare protagonista.
Secondo Scott Card si deve scegliere chi, nella situazione data, sta soffrendo di più.
Questo perché un personaggio degno di tal nome e a maggior ragione un protagonista deve agire. Un protagonista apatico è un non protagonista. E la più forte spinta all’azione è il fuggire dalla sofferenza.
Un personaggio può essere motivato da mille sentimenti diversi, dalla lussuria all’avidità, ma niente supera il gesto istintivo di levare la mano dal fuoco. Un personaggio che soffra è naturalmente portato all’azione e dunque immediato candidato per il ruolo di protagonista!

Il Pensatore di Rodin
Muoversi! Muoversi! I personaggi devono agire!

Dopo che si è adottato un personaggio è il momento di caratterizzarlo. Qui il discorso si fa lungo e perciò rimando al libro di Scott Card. Un paio di considerazioni però meritano attenzione:
La prima considerazione è che il punto chiave della caratterizzazione è avere sempre chiare quale siano le motivazioni dei personaggi. Anche se si decide di usare un punto di vista che non permetta di entrare nella mente dei personaggi, e dunque si possano mostrare solo le loro azioni, è fondamentale riuscire a far capire al lettore il perché i personaggi fanno quello che fanno.
Se Pietro spara a sangue freddo a Nicola per rubargli lo stereo è una storia, se Pietro spara per vendicarsi del fatto che Nicola gli ha ucciso la figlia, è tutt’altra storia, sebbene l’azione sia la stessa. Perciò le motivazioni devono essere sempre chiare nella mente dell’autore, e possibilmente anche risultare chiare agli occhi del lettore. Viceversa, la descrizione fisica dei personaggi è nella buona parte dei casi l’ultimo problema che un autore dovrebbe porsi. La storia non cambia di una virgola se Pietro è alto o basso, grasso o magro e ha gli occhi verdi o azzurri.

La seconda considerazione riguarda il fatto che un’approfondita caratterizzazione non è una buona cosa di per sé. Spesso si sente parlare di personaggi “tridimensionali”, considerati sempre “superiori” a personaggi cliché, o “dello spessore di un foglio di carta”. Non è sempre vero.
Il principio base è che il superfluo dev’essere scartato. In tale ottica bisogna valutare se le pagine “perse” a caratterizzare meglio un personaggio siano o no utili ai fini della storia. Per esempio, nelle classiche storie sullo stile de I Viaggi di Gulliver, quelle storie cioè dove l’attrattiva principale è il mondo “alieno” che il protagonista esplora, non solo caratterizzare bene il protagonista è un superfluo rispetto agli scopi del racconto, ma può addirittura rivelarsi controproducente. In tali storie il protagonista è un avatar, una specie di guscio vuoto che viene riempito dal lettore. Se il protagonista è troppo ben tratteggiato questo tipo d’immedesimazione non può aver luogo, peggio, il lettore potrebbe spostare la sua attenzione dal mondo fantastico da esplorare al mondo personale del protagonista, col risultato finale di rimanere deluso dalla storia.
Discorso simile anche per le storie votate all’azione. Qui normalmente una buona caratterizzazione è una bella cosa, ma l’autore è in grado di realizzarla senza spezzare il ritmo? Nel dubbio è meglio rinunciare al particolare in più, piuttosto che ostacolare l’azione, voluta attrattiva della storia.

Avendo dei personaggi bisogna assegnare loro dei ruoli. Tecnicamente sarebbe solo da decidere chi sia protagonista, chi personaggio secondario e chi solo comparsa. Tuttavia è molto comune anche decidere chi sia il “buono” o il “cattivo” o catalogazioni simili.
Per rendere un personaggio odioso al pubblico ci sono un paio di metodi quasi sicuri: il primo è rendere il personaggio un sadico. Il sadismo è in generale molto mal visto. Il secondo metodo è creare un personaggio traditore: chi non rispetta la parola data, chi rompe un giuramento diviene “cattivo” istantaneo!
I “buoni” sono molto più complessi da trattare. Un personaggio che si comporti sempre bene (o peggio sempre da eroe) rischia di apparire poco credibile, ma se, per esempio, gli si fa compiere anche una sola azione “malvagia”, questa in un attimo oscurerà tutti i meriti precedenti e il personaggio da “buono” diverrà se non proprio “cattivo” almeno “grigio”.
Odio (per i “cattivi”) e ammirazione (per i “buoni”) non sono gli unici sentimenti che un personaggio può trasmettere. Va però notato che i sentimenti che prova un personaggio non saranno gli stessi del lettore, anche del lettore che voglia immedesimarsi. Se il protagonista ride non è detto che il lettore rida. Così come se il protagonista piange, è tutt’altro che scontato che il lettore pianga. Anzi, se si insiste, non solo il lettore continuerà a non piangere, ma comincerà a pensare che il protagonista sia un frignone e dunque il sentimento suscitato sarà fastidio. Citando direttamente Scott Card:

[...]rule of thumb: If your characters cry, your readers won’t have to; if your characters have good reason to cry, and don’t, your readers will do the weeping.

Eccezione alla regola: se il personaggio passa pagine e pagine ad annoiarsi, anche il lettore si annoierà!

Punto di Vista

Una storia può essere narrata in qualunque persona (prima, seconda, terza, singolare o plurale) e con qualunque tempo verbale (compreso il futuro). Non c’è nessun “merito” intrinseco in una persona o in un tempo, e ogni tipo di combinazione può funzionare. Però c’è un problema estraneo alla pura tecnica letteraria. Sono ormai così diffuse certe combinazioni (tipo terza persona singolare/passato o prima persona singolare/presente) che se si scrive usando una combinazione differente, il lettore continuerà a chiedersi il perché.
Così un giallo scritto in terza persona plurale non susciterà la domanda “chi ha ucciso Nicoletta?” bensì “perché l’autore sta scrivendo in questa maniera?” È ovvio che è difficile far immergere il lettore nella storia quando a ogni piè sospinto il lettore medesimo si pone domande non sulla storia in sé, ma su come è scritta.
Perciò, se si sceglie di uscire dall’ordinario, ci devono essere ottime ragioni.

Nell’ambito dell’ordinario, la terza persona singolare è di gran lunga la più usata, nonostante per certi versi la prima persona sia più naturale da usare.
“[Io] mi sono alzata. [Io] ho fatto colazione. [Io] sono andata a scuola.” Sembra non ci sia niente di più diretto. Purtroppo la prima persona è naturale da usare ma difficilissima da gestire.
Ci sono due problemi soprattutto: il primo è che narrando in prima persona, anche con il tempo presente, si sta raccontando di eventi già trascorsi, e dunque il protagonista sa già il finale della storia, perché non lo rivela subito?! Inoltre il lettore si pone anche la domanda: perché il protagonista sente il bisogno di raccontare la sua storia? Non a caso molte storie narrate in prima persona sono all’interno di una “cornice” (amici al bar, circolo di scrittori, riunione di menestrelli, ecc.) che dia una giustificazione alla voce narrante.
In generale il primo problema è che vi è una distanza temporale fra chi narra i fatti e i fatti narrati. Cioè il lettore si figura il protagonista che racconta, invece che direttamente “vedere” ciò che viene raccontato, a scapito dell’immersione nella narrazione stessa.

Il secondo problema è più sottile. Se si narra in prima persona, il mondo sarà per forza di cose filtrato attraverso gli occhi del protagonista. Non solo, il mondo deve essere filtrato dagli occhi del protagonista! Quando si narra in prima persona, si sta continuamente sviluppando una caratterizzazione del personaggio narrante e non è facile evitare di spingersi in una direzione sbagliata.
Per esempio, narrare in terza persona una scena descrivendo solo quello che i personaggi fanno e vedono può andar benissimo, ma se la stessa narrazione avviene in prima persona non si ha lo stesso effetto. Se stiamo vedendo il mondo attraverso gli occhi del protagonista e costui si limita a descrivere in maniera imparziale e “fredda” quel che avviene, ne deriveremo anche la netta impressione che sia il protagonista stesso ad avere un carattere distaccato e cinico. Un furioso litigio in terza persona può comunicare con i soli fatti la rabbia e gli altri sentimenti degli interessati; un furioso litigio visto dagli occhi di uno dei protagonisti che ancora si limiti ai nudi fatti trasmetterà invece non i reali sentimenti dei personaggi, bensì l’apparente sangue freddo del protagonista che di fronte alla “furia” non si scompone.
È difficile riuscire a “filtrare” sempre la realtà e al contempo mantenere la storia coerente. Nondimeno, specie se si vuol narrare una vicenda incentrata su un personaggio, con la prima persona si hanno le più ampie possibilità di caratterizzarlo come si preferisce, fin nei dettagli.

Nell’ambito della terza persona si distinguono due possibilità principali: la terza persona limitata oppure onnisciente. Secondo Scott Card ormai la terza persona onnisciente non si usa più, se non nelle commedie o nei testi umoristici.
La terza persona onnisciente è un tipo di narrazione dove l’autore è appunto onnisciente rispetto al suo mondo e ai pensieri di tutti i suoi personaggi. Il problema qui è che un tale autore diviene suo malgrado una presenza nella storia. Se si scrive che “Laura pensava di essere bella, Cristina pensava di essere brutta, e Nicoletta pensava ai fatti suoi”, è evidente una presenza cosciente dell’autore. L’autore non è più una semplice “telecamera” che riprende quel che succede, ma è calato nel suo stesso mondo tanto da esprimere valutazioni sui pensieri che passano per la testa ai personaggi. Questo per i canoni moderni è già considerato commedia. È l’equivalente di un attore che smette un secondo di recitare per rivolgersi al pubblico, pubblico che però in teoria l’attore non dovrebbe sapere esistere. In parole povere, un romanzo che cominci con il classico “cari lettori”, non potrà più essere preso del tutto sul serio.

Punto di Vista onnisciente
Punto di Vista onnisciente

La terza persona limitata è invece quella dove il punto di vista è ancorato a uno dei personaggi. L’autore vede solo quel che il personaggio vede e sa solo quel che il personaggio sa. Inoltre al massimo può penetrare nei pensieri del personaggio in questione, e non può andare a frugare nella testa degli altri.
La terza persona limitata permette di narrare quasi come in prima persona, basta porre la telecamera non sulla spalla ma nella testa del personaggio, ma con il grosso vantaggio che non si è costretti a mantenere sempre questa prospettiva. Si può mettere quando serve il “filtro”, e toglierlo quando non serve.
L’assenza poi di un narratore esplicito dona subito maggior concretezza e realismo alla storia.

Una nota importante riguardo il punto di vista è capire quando e se cambiarlo nel corso di un’opera. Secondo Scott Card è una delle operazioni più “traumatiche” che si possano compiere, perché richiede al lettore di uscire dalla storia per poi rientrarvi per altra via. È un po’ come viaggiare per ore in treno, quindi essere costretti a scendere, per poi salire su un aereo.
Questo vale sia per i cambi più radicali, per esempio passare dalla terza persona/passato alla prima persona/presente, ma anche per i soli cambi di personaggio: passare dalla terza persona limitata di un personaggio a un altro. Scott Card sconsiglia caldamente di farlo a metà di una scena. Ci dev’essere una divisione netta, ben percepibile dal lettore, come la fine di un capitolo e l’inizio di un altro. E anche così, il primo paragrafo con il nuovo punto di vista deve subito chiarire che si è appunto cambiato punto di vista.

In Conclusione

Lettura piacevole. Non credo ci siano nozioni rivoluzionarie o particolarmente profonde, però ci si rende conto di come funzionino diversi meccanismi narrativi, alcuni non molto intuitivi. Il tono di Scott Card, liberato dal problema del vendere, è molto più tranquillo e rilassato rispetto a How to Write, tanto che in certi punti usa quasi un tono familiare. E così si scopre anche che lo Scott Card si è spaventato guardando Alien e ha pianto alla fine di un film solo perché la figlia della protagonista veniva tranciata in due da un treno in corsa.

Quelli che non mi sono piaciuti molto sono stati gli esempi, frammenti di racconti che Scott Card inserisce per illustrare i vari concetti. Più di una volta non sono molto chiari, tanto che si capiva di più senza l’esempio!
Inoltre ho apprezzato di più la parte dedicata al Punto di Vista, rispetto a quella dedicata ai Personaggi. Peccato perciò che come numero di pagine sia la più corta tra le due.


Approfondimenti:

bandiera EN Characters and Viewpoint su Amazon.com

bandiera EN Plot su Amazon.com
bandiera EN Alien su IMDb
bandiera EN They Live su IMDb

 

Giudizio:

S’impara qualcosa riguardo ai Personaggi. +1 -1 Alcuni esempi controproducenti.
S’impara qualcosa riguardo il Punto di Vista. +1 -1 Troppo spazio per i Personaggi e troppo poco per il Punto di Vista.
Si legge volentieri. +1

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Recensione :: Film :: Stardust

Copertina di Stardust Titolo: Stardust
Regia: Matthew Vaughn

Anno: 2007
Nazione: USA, Gran Bretagna
Studio: Paramount Pictures
Genere: Fantasy, Avventura
Durata: 2 ore e 8 minuti

Lingua: Italiano
Distributore Italia: Universal Pictures

Finalmente sono andato a vedere Stardust. Avevo letto alcune recensioni del film, di cui una de Il Giornale che trasudava cattiveria gratuita, inutilmente in questo caso dato che il film è risultato molto meno brutto di quanto temessi.

La trama in sintesi.

Nell’Inghilterra dell’Ottocento c’è un villaggio chiamato Wall in onore del Muro “invalicabile” che lo separa dal regno magico di Stormhold. Nel villaggio di Wall vive Tristan, un giovane garzone perdutamente innamorato di Victoria, un’altezzosa borghesuccia interessata solo alla posizione sociale e al denaro. Per conquistare il cuore di Victoria e convincerla a sposarlo, Tristan le promette di portarle una stella cadente.
La stella cadente però non è un comune pezzo di roccia e ghiaccio, ma una ragazza di nome Yvaine, precipitata dal cielo a causa dell’amuleto del defunto Re di Stormhold. Tristan per scortare la “stella” fino all’amata Victoria sarà costretto a proteggerla dalle brame della crudele strega Lamia, che vuole divorarle il cuore, e del principe Primus che ha bisogno della gemma che lei porta addosso per diventare Re… e magari anche divorarle il cuore, perché no?

Il film presenta molte scene divertenti, con dialoghi piacevoli e personaggi particolari, come la capra tramutata in uomo (non molto beee-ne) o Capitan Shakespeare, il pirata gay interpretato da un grande Robert De Niro: la scena in cui si veste da donna e danza coi ventagli vale la visione del film da sola.
Il nome stesso, Shakespeare (Scuotilancia), è un evidente riferimento all’onanismo.

Arr, ho sempre sognato di servire sotto un capitano simile: rigido con il suo equipaggio quando serve e dove serve, ma allo stesso tempo sensibile e gentile. Pure qua sulla Barca dei Gamberi abbiamo un barile col buco dove l’equipaggio (rigorosamente maschile!) fa i turni per sorteggio e, chissà perché!, capita sempre al giovane mozzo dalle chiappe vellutate. Arr!

La nave volante del capitano non è il colmo del realismo, in particolare per quanto riguarda la manovrabilità (è un dirigibile, non può fare quelle cose!), ma poco importa: l’idea dei pescatori di fulmini che li attirano con le reti metalliche della nave è abbastanza folle e fantasiosa da riscattare ampiamente tutta la bizzarra nave volante.
Altro che le navi volanti di Terry Brooks coi cristalli magici di propulsione: questo incrocio tra un veliero e un dirigibile è molto più carismatico!


Yvaine e Tristan


I tre principi superstiti


Capitan Shakespeare insegna la scherma a Tristan


La nave volante vira verso la città

Michelle Pfeiffer è perfetta nel ruolo di Lamia, la strega che diventa sempre più vecchia ogni volta che usa la magia: era un sex-symbol ai tempi di Ladyhawk, vent’anni fa, e ormai deve fare i conti da tempo con l’avvicinarsi dei cinquant’anni! Interpreta la strega frustrata dalla perdita della bellezza con abilità e ironia. La scena in cui usa la magia per sistemarsi le rughe e le cascano le tette è geniale!

Tutti gli attori si comportano in modo più che accettabile, se non ottimo, a differenza di altri film (non solo fantasy) dove anche la recitazione lasciava molto a desiderare. I Principi, sia da vivi che da deceduti, sono personaggi che si guadagnano per bene lo spazio che ricevono: in particolare i fantasmi, fenomenali nel loro ruolo di perdenti sfigati!

I paesaggi meravigliosi sono stati rovinati, per quanto mi riguarda, dall’aver voluto a tutti i costi copiare le vedute aeree in stile Signore degli Anelli. Quelle poche scene panoramiche non c’entravano niente col resto delle inquadrature e non mi sono piaciute.

La storia, per quanto divertente, è un po’ troppo fiabesca e semplicistica. Il tutto si riduce a una specie di grande inseguimento senza troppe complicazioni e con tante coincidenze “fortunate” come i pirati che arrivano proprio quando serve o la strega che sul finale può benissimo uccidere Tristan, ma gli lascia una chance di sopravvivere (SIGH, che tristezza!).

L’idea che il protagonista possa diventare un maestro di scherma in meno di una settimana (in due o tre giorni, credo) è completamente fuori da ogni logica o, come direbbero altri meno gentili di me, è una fastidiosa stronzata. Non serve nemmeno scendere nel dettaglio che si è allenato a combattere con lo stocco contro il capitano e poi si trova in mano successivamente una spada corta e larga che per blanciamento, allungo e modalità d’uso non c’entra niente (SIGH!)… in fondo lui è diventato un campione e sa maneggiare ogni spada! Perlomeno hanno avuto il buon gusto di farlo sconfiggere in corpo a corpo dalla vecchia megera, che mulina mannaie come un’ossessa.

Il film è un’adattamento cinematografico del romanzo omonimo di Neil Gaiman che sfortunatamente non ho ancora letto, ma di cui ho sentito molti elogi. Partendo dal presupposto che i film siano più brutti mediamente dei libri da cui sono tratti e considerando che questo film non era niente male, posso immaginare che Stardust sia davvero un romanzo che può valer la pena leggere.

Nell’insieme un film gradevole i cui pregi superano i pochi fastidiosi difetti: una favola equilibrata che sconfigge su tutti i fronti certe porcherie cinematografiche come Star Wars: La Minaccia Fantasma o Eragon.

Trailer italiano di Stardust

Approfondimenti:

bandiera EN Stardust su IMDB
bandiera EN Stardust (il film) su Wikipedia Inglese
bandiera EN Stardust (il romanzo) su Wikipedia Inglese

Giudizio:

Molte scene divertenti… +1 -1 …ma troppo lungo!
Personaggi ben caratterizzati. +1 -1 Storia un po’ troppo semplice e fiabesca, con l’eroe che diventa un maestro di scherma in tempi da record…
Robert De Niro è un Pirata Gay! +1 -1 Pessimo scontro finale.
Bellissimi paesaggi e ottimi effetti speciali +1
La famiglia reale coi fantasmi dei pretendenti al trono! +1

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Orrore Cosmico 7: Izo

Ricordo che il “piano dell’opera” è qui.

Locandina di Izo Titolo originale: Izo
Regia: Takashi Miike

Anno: 2004
Nazione: Giappone
Studio: Excellent Film
Genere: Fantasy, Stragi
Durata: 2 ore e 8 minuti

Lingua: Giapponese
Sottotitoli: Inglese

Un film di Miike, Zebraman, è uno dei miei film preferiti, e in generale ho apprezzato quasi tutti i film di Miike che mi è capitato di vedere. Izo tuttavia non mi ha entusiasmata per niente. È strano, è violento, è a tratti visivamente molto bello, ma è anche sconclusionato e noioso.

Izo in croce
Izo in croce

Izo Okada, samurai vissuto durante il diciannovesimo secolo, è condannato a morte e crocifisso. La sua anima però non muore e comincia a vagare senza sosta da un luogo all’altro e da un tempo all’altro. Dovunque finisca Izo, non fa altro che uccidere chiunque gli capiti a tiro. I suoi motivi rimangono in gran parte oscuri, a parte un generica vendetta contro “tutto ciò che esiste”.
Izo nel corso del film farà a pezzi con la sua spada:

  • La propria anziana madre.
  • Un’amante prostituta.
  • Due bande di yakuza.
  • Due sposini.
  • Una coppia di vampiri.
  • Un trio di famigliole con bambini al seguito.
  • Un gruppo di madri in attesa che i figli escano da scuola.
  • Dei soldati zombie.
  • Una sfilza d’impiegati.
  • Monaci, preti e religiosi vari.

Più un’infinità di altra gente, compresi altri samurai, poliziotti, tizi già morti, ecc. ecc.
In pratica, con rarissime eccezioni, chiunque compaia nella stessa inquadratura con Izo schiatta nel giro di secondi. Una delle eccezioni è un misterioso chitarrista, che ogni tanto interrompe il fiume di sangue e lo scorrere del film mettendosi a cantare. Tale musicista è Kazuki Tomokawa, e pare sia famoso in Giappone. Devo dire che a mio modesto parere è bravo, anche se ovviamente le sue entrate canore non c’entrano un tubo con il resto del film.

Il chitarrista
Il chitarrista

Un’altra eccezione alla furia di Izo la si può riscontrare alla fine del film…
mostra il finale del film ▼

Ho letto in rete le più svariate interpretazioni di Izo, ognuna delle quali cerca di dare un senso alle uccisioni del protagonista. C’è di tutto, dal classico “è solo un sogno”, alla condizione umana nel Giappone contemporaneo, a interpretazioni socio-politiche, teologiche, metafisiche e chi più ne ha più ne metta. Io personalmente credo che Miike abbia fatto il furbo. Ovvero che Izo sia un mero e cosciente esercizio di stile, usato da Miike per far prove che poi daranno i loro frutti in film successivi.
Ci sono tre motivi che mi spingono a pensarla così: Izo è forse uno dei film di Miike più noiosi, uno dei pochi dove si perde interesse per quello che succederà nella scena successiva. Miike ha un talento naturale per riuscire a tenere viva l’attenzione degli spettatori, se avesse davvero voluto narrare qualcosa, qualunque cosa, il film sarebbe filato molto più spedito.
È curioso come i vari combattimenti in Izo siano stati girati in un sacco di modi diversi, variando di moltissimo il grado di violenza, il tipo d’inquadratura, la durata e composizione delle scene, ecc. A me ha dato molto l’impressione di una sperimentazione fine a se stessa.

Izo e gli impiegati
Izo se la prende con gli impiegati

Infine Miike è notorio per il suo (perverso) senso dell’umorismo. Probabilmente quando inseriva le canzoni di Tomokawa o spezzoni in bianco e nero di Hitler e Mussolini (sì, c’è anche questo) ridacchiava sotto i baffi, immaginando quali interpretazioni ne avrebbe cavato il pubblico che avesse preso tutto sul serio.

Sanità Mentale. Anche applicando un’ottica cinica come la mia, non si può rimanere indifferenti a due ore di sangue e bizzarrie. Un 5 punti buoni se ne sono andati. All’inizio della settimana scorsa partivo da 55, dopo i sette film sono a 29.

Trailer di Izo

Approfondimenti:

bandiera EN Izo su IMDb

bandiera EN Takashi Miike su IMDb
bandiera IT Una recensione italiana di Izo, che tenta un’interpretazione seria

 

Giudizio:

I combattimenti più violenti. +1 -1 I combattimenti meno violenti.
Il chitarrista. +1 -1 Noioso.
La particina di Takeshi Kitano. +1 -1 Sconclusionato.

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Orrore Cosmico 6: Funky Forest

Ricordo che il “piano dell’opera” è qui.

Locandina di The Calamari Wrestler Titolo originale: Naisu no Mori: The First Contact
Titolo inglese: Funky Forest: The First Contact
Regia: Katsuhito Ishii, Hajime Ishimine e Shunichiro Miki

Anno: 2005
Nazione: Giappone
Studio: Naisu no Mori Seisaku Iinkai
Genere: Inclassificabile
Durata: 2 ore e 30 minuti

Lingua: Giapponese
Sottotitoli: Inglese

Mi trovo molto in difficoltà a parlare di Funky Forest: The First Contact, perché non ho idea di come potrebbe essere descritto. È un film composto da una serie di brevi episodi che non hanno alcun senso, uniti tra loro in maniera da non avere senso e intervallati da numeri musicali e comici che ancora non portano da nessuna parte.
Dato che le parole mi mancano, ecco un breve estratto dal film che credo possa arrivare a chiarire dove la lingua scritta è inefficace:

Little Hataru in azione

Ho scelto come esempio una delle sequenze più logiche…

Unico tenue legame tra le parti di Funky Forest sono i personaggi, i quali ricompaiono nei vari episodi anche se non sempre nello stesso ruolo. Eccone qui alcuni:

Hataru
Little Hataru

Guitar Brothers
Guitar Brothers

Babbling hot spring vixens
Babbling hot spring vixens

Pero
Pero, cane regista, circondato dagli assistenti

Tra tutti gli unici davvero divertenti sono le babbling hot spring vixens, tre tizie che parlano in continuazione e si raccontano storie assurde che non hanno né capo né coda. Pero, il regista di anime canide, ha troppo poco spazio e gli altri sono francamente noiosi.
I singoli episodi anche lasciano un retrogusto di tempo perso, in particolare gli estenuanti numeri musicali e la sequenza animata. L’omaggio a Cronenberg, con una banda scolastica che suona strumenti organici, è tutto sommato passabile, e per certi versi è più disgustoso dell’originale.

Banda scolastica
Banda scolastica in stile Cronenberg

Capostipite del cinema surrealista viene considerato Un Chien Andalou del 1929, diretto da Salvator Dalí e Luis Buñuel. Pare che Buñuel e Dalí si fossero messi d’accordo perché nessuna immagine del loro film potesse avere spiegazione razionale, ogni sequenza doveva apposta sfuggire a qualunque interpretazione, concreta, metaforica o simbolica che fosse.
I registi di Funky Forest credo abbiano provato a far la stessa cosa, con modesti risultati. Da un lato perché evidentemente non hanno il talento di Buñuel e Dalí e dall’altro perché un conto è girare un corto di 16 minuti (quanto è lungo Un Chien Andalou), un conto è tirare avanti per due ore e mezza!

Locandina di Un Chien Andalou
Locandina di Un Chien Andalou

Perciò un film sì strano, ma dove la stranezza è troppo spesso stupidità oppure è soffocata dalla noia. Il peggiore finora dei film di questa settimana nipponica; dovevo prendere gli errori di lettura del DVD come premonizione e lasciarlo stare, invece di usare un altro lettore.

Sanità Mentale. Non sono mai riuscita davvero a calarmi nel film, dunque non ne ho subito alcun effetto. Rimango a 34.

Trailer di Funky Forest: The First Contact

Approfondimenti:

bandiera EN Funky Forest su IMDb

bandiera EN Un Chien Andalou su IMDb
bandiera EN David Cronenberg su IMDb

 

Giudizio:

Le babbling hot spring vixens e Pero il cane regista. +1 -1 Gli altri personaggi.
L’omaggio a Cronenberg. +1 -1 Film noioso.
-1 Strano in maniera stupida.
-1 I numeri musicali sono atroci.
-1 Le parti comiche non fanno ridere.

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Orrore Cosmico 5: The Calamari Wrestler

Ricordo che il “piano dell’opera” è qui.

Locandina di The Calamari Wrestler Titolo originale: Ika Resuraa
Titolo inglese: The Calamari Wrestler
Regia: Minoru Kawasaki

Anno: 2004
Nazione: Giappone
Studio: Phantom Film
Genere: Fantasy, Sport, Cefalopodi
Durata: 1 ora e 35 minuti

Lingua: Giapponese
Sottotitoli: Inglese

Koji Taguchi ha appena vinto il titolo di campione giapponese di wrestling, quando entra sul ring un calamaro gigante che dopo averlo pestato gli ruba la cintura. Koji è ansioso per una rivincita e anche il Calamaro vuole un incontro ufficiale, vuole diventare campione a tutti gli effetti, perché vuole “essere amato” (parole sue, infatti il Calamaro parla).

Il Calamaro presso la federazione
Il Calamaro discute con il presidente della federazione giapponese di wrestling professionistico

A complicare la situazione ci sono i timori della federazione giapponese (cosa succedere allo spirito della nazione, all’orgoglio dell’umanità, se Koji fosse battuto da un Calamaro?) e la fidanza di Koji, Miyako: lei rivede nel Calamaro il suo primo amore, Kan-ichi Iwata, considerato promessa del wrestling e morto per una malattia incurabile tre anni prima.
Ugualmente su pressione del pubblico l’incontro viene organizzato e…
mostra il finale del film ▼

The Calamari Wrestler è senza mezzi termini un film bellissimo. Non mi divertivo tanto guardando un film da non so quanto. Inteso come parodia di Rocky o simili è un film da rotolare per terra dalle risate, ma al contempo riesce a essere anche emozionante in sé. In questo somiglia al miglior Stephen Chow (God of Cookery, Shaolin Soccer) o anche a Shaun of the Dead.
Ma The Calamari Wrestler ha qualcosa in più, in un certo senso è nuovo genere cinematografico, dove animali antropomorfi interagiscono con attori umani e a nessuno pare strano. Metà del divertimento deriva proprio dal fatto che la presenza del Calamaro viene considerata normale. Il Calamaro ordina un Dom Pérignon, compra sardine al mercato, passeggia tentacolo nella mano con Miyako, e svolge ogni altra attività umana e basta questo per far sorridere. Quando Miyako vede il Calamaro giocare con i bambini e le torna in mente Kan-ichi, mormora: “non è cambiato per niente!” senza un filo d’ironia, io non ho smesso di ridere per cinque minuti!

Il Calamaro con i bimbi
“Non è cambiato per niente!”

Memorabile anche l’imitazione di Rocky al termine del combattimento tra Koji e il Calamaro, con il cefalopode che grida il nome di Miyako e i due che si abbracciano sul ring. La storia d’amore tra Miyako e il Calamaro è un altro dei punti di forza del film, riesce a essere davvero romantica, una delle migliori love story interspecie dai tempi di Shrek e Fiona nel primo film dell’orco verde.

Tramonto
Romantico tramonto per il Calamaro e Miyako

Il Calamaro è un attore con un costume di gomma. Alla base c’è sicuramente un problema di costi, che non avrebbe permesso un personaggio CG, ma non è solo quello. I Giapponesi vanno fieri di tali costumi, tanto che persino nell’ultimo Godzilla, (Godzilla: Final Wars) malgrado il budget milionario (in dollari), il lucertolone atomico era ancora un attore in costume. Non solo, in una breve scena di Godzilla: Final Wars, il Godzilla attore in costume riempie di botte il Godzilla americano (quello del film del 1998 diretto da Roland Emmerich), unico mostro in Final Wars a essere CG.
Guardando The Calamari Wrestler ho capito che i Giapponesi hanno ragione sui costumi. È vero, all’inizio il Calamaro appare ridicolo e basta, ma non ci vuole molto perché acquisti inaspettato realismo. C’è qualcosa nel muoversi, nell’agire, nel camminare di un attore in costume che anche i migliori personaggi CG non riescono a catturare. I personaggi CG paiono sempre cartoni animati, mentre il Calamaro è un Calamaro! O forse è semplicemente che The Calamari Wrestler ha una sceneggiatura e una regia degni di questo nome, mentre tanti personaggi CG finiscono in film che sarebbe stato meglio se non fossero mai stati girati.

Non mancano poi citazioni di fatti curiosi, come il combattimento del 1976 fra Muhammad Ali e il lottatore giapponese Antonio Inoki, e un’allucinata scena di “sesso” tra il Calamaro e Miyako (d’altro canto è noto che questa xilografia del 1820 di Hokusai sia all’origine dell’hentai).

Abbraccio
Miyako abbraccia il Calamaro

Minoru Kawasaki dopo The Calamari Wrestler ha diretto due film simili, Executive Koala, un giallo dove il protagonista è un koala, e Kani Goalkeeper, con un portiere granchio. Purtroppo non pare esista DVD sottotitolato di nessuno dei due.

Sanità Mentale. The Calamari Wrestler è uno di quei film che impone un ribaltamento di vedute, e richiede di ampliare la propria fantasia per poterlo accoglierle. Perciò si perdono molti punti, direi almeno 10, ma sono punti ben spesi! Ero a 44, scendo a 34.

Trailer di The Calamari Wrestler

Approfondimenti:

bandiera EN The Calamari Wrestler su IMDb

bandiera EN Godzilla: Final Wars su IMDb
bandiera EN Antonio Inoki vs Muhammad Ali

 

Giudizio:

Film divertentissimo. +1 Niente.
E anche emozionante! +1
Il Calamaro, personaggio unico. +1
La storia d’amore del Calamaro. +1
La vita quotidiana del Calamaro. +1
I combattimenti del Calamaro. +1

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Scritto da GamberolinkCommenti (2)Lascia un Commento » feed bianco Feed dei commenti a questo articolo Questo articolo in versione stampabile Questo articolo in versione stampabile • Donazioni

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