Archivio per Novembre, 2007

Recensione: La Rocca dei Silenzi

lrds.jpg Titolo originale: La Rocca dei Silenzi
Autore: Andrea D’Angelo
Anno: 2005
Nazione: Italia
Lingua: Italiano
Casa Editrice: Nord
Collana: Fantacollana
Genere: Fantasy
Pagine: 448 (brossura)
Prezzo in euro: 16,50 euro

Doverosa premessa.
Questa recensione l’ho scritta parecchio tempo fa, in tempi non sospetti, vale a dire prima dello scambio di cordialità che ho avuto in questi giorni con l’autore Andrea D’Angelo proprio su questo blog. La metto online solo ora essendo stato invitato a farlo proprio da D’Angelo stesso, altrimenti avrei forse lasciato perdere. Prima di pubblicarla ho tolto una parte che poteva sembrare, anche se non lo era, un attacco personale all’autore. Questa parte riguardava una interpretazione allegorica del romanzo che non è la stessa che l’autore propone nelle sue note conclusive. Tanto per dare un’idea, la mia interpretazione identificava nei terribili demoni urlanti descritti da D’Angelo quei lettori che hanno scritto e scriveranno commenti furibondi sulle sue opere.

Veniamo al sodo, dunque, e parliamo prima degli aspetti positivi.

Dal punto di vista strettamente stilistico, come è scritto La Rocca dei Silenzi? Bene, direi. Le descrizioni sono efficaci, la scrittura scorre. Non si perde in dettagli inutili, e la forma usata per i dialoghi risulta naturale. Finché non esagera e va sopra le righe D’Angelo se la cava bene, cosa che di questi tempi non va affatto data per scontata, visto che esempi di deroghe a questo minimo sindacale non mancano. Onestamente, chi dice che D’Angelo non sa scrivere, nel senso più letterale del termine, dice il falso.

Ecco, qui finiscono le impressioni positive, e cominciano i mal di pancia. I fan di Andrea D’Angelo possono anche smettere di leggere.

I personaggi.

D’Angelo è un autore veramente abile nell’approfondire le tensioni emotive dei personaggi che popolano i suoi romanzi – Il Sole 24 ore

Questo è ciò che dice la copertina del romanzo La Rocca dei Silenzi. Voglio sperare che in realtà i signori de Il Sole 24 Ore il libro non l’abbiano neanche visto in fotografia. Altrimenti, se i loro pareri sono fondati e autorevoli in economia come in letteratura, noi della Barca dei Gamberi, che investiamo seguendo i loro consigli tutti i soldi che ci passa la CIA per denigrare ingiustamente gli autori italiani, allora siamo fritti.

Le tensioni emotive dei personaggi di cui parla il più diffuso giornale economico in Italia corrispondono al fatto che, appena uno apre bocca e dice una cosa, qualsiasi cosa, per quanto insignificante, c’è qualcun’altro (di solito il protagonista) che lo prende a pesci in faccia e cerca di farlo sentire un idiota. Praticamente, è come il forum di FantasyMagazine, o se preferite una trasmissione di Maria De Filippi.

In sintesi, i personaggi de La Rocca dei Silenzi sono insopportabili. Non mi era mai capitato prima di leggere un romanzo sperando che i protagonisti crepassero ad ogni pagina.

Esempio di dialogo tipico tra i personaggi della Rocca dei Silenzi:

“Non sarà facile accendere un fuoco, oggi”, disse Mordha, rompendo un ramo e il silenzio.
Vòrak lo fissò. “Risparmiami i tuoi giochetti psicologici, straniero. Dici sempre e solo cose rilevanti… Non sono scemo.”

Mah! Cosa càspita avrà voluto dire?

Eviterò di sottolineare, per non sembrare pignolo, che un Nano può dire psicologici solo se nel suo mondo è esistito Freud o un suo equivalente… ach, ormai l’ho sottolineato.


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Sigmund Freud - non è uno zio materno di Pipino Tuc.

Ogni tanto c’è qualcuno che, completamente fuori contesto, pensa cose del tipo:

“Sono circondato da un branco di idioti e di bastardi, e i pochi meritevoli mi si rivoltano contro!”

Il lettore resta disorientato, e l’unica cosa che gli viene da pensare è che l’autore quella mattina si è svegliato con le palle girate.

Nella buona letteratura, la presenza dell’autore dovrebbe sentirsi il meno possibile. I personaggi dovrebbero vivere di vita propria, reagendo di fronte alle situazioni che gli si prospettano come se davvero fossero dotati di volontà autonoma e vere motivazioni. Ne La Rocca dei Silenzi, invece, la presenza dell’autore raggiunge ben presto livelli ingombranti. Troppo spesso succede di imbattersi in pensieri dell’autore che egli infila nella testa e nelle bocche dei personaggi, che si riducono a pretestuosi pupazzi nelle mani di uno a cui scappa di far della filosofia. Quando, a pag 332, leggo che:

Non esisteva vita senza morte, né morte senza vita; l’una dava valore all’altra e viceversa. Qual era il valore delle cose assolute? Era nullo o incomprensibile.

cosa devo fare? Sacrificare un capretto alle Muse per ringraziarle di avermi condotto a queste originalissime perle di saggezza, o andare a chiedere i soldi indietro al libraio? Non sono andato a cercare l’ago nel pagliaio, il libro è pieno zeppo di menate come questa. Se avessi dovuto riportarle tutte, questa recensione avrebbe superato le 90 pagine.

Consiglio agli aspiranti scrittori: non temete che la vostra ricca e complessa personalità non emerga abbastanza dalle pagine che scrivete, perché succederà il contrario. Per quanto cercherete di nascondervi, le vostre idee su questo o su quello verranno sempre fuori anche se non volete. E’ normale finire a scrivere sempre di se stessi, e per questo bisognerebbe cercare di evitarlo il più possibile, perché può succedere che ciò che voi ritenete un’intuizione fondamentale a qualcun altro sembrerà una banalità gratuita.

Consiglio agli aspiranti scrittori (e due): non cercate di fare gli originali a tutti i costi. I maghi si possono chiamare anche stregoni, incantatori, e via discorrendo. Non fate come D’Angelo che li chiama fruitori di magia, perché quella è terminologia da Ministero delle Imposte. Parimenti, l’ascia con due lame si chiama bipenne. Se la chiamate ascia bilama come fa D’Angelo, chi legge pensa subito alla schiuma da barba.

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Ascia bipenne
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Rasoi bilama per signore. Non abusatene, perché altrimenti vi vengono dei peli come un nostromo. Meglio la ceretta, anche se fa male.

La scrittura.
Dicevo all’inizio che onestamente chi sostiene che D’Angelo non sa scrivere dice il falso. Non sa scrivere opere di narrativa, che è una cosa diversa. Ciò che mi disturba di più è che manca qualsiasi tipo di variazione nel tono della narrazione. Leggendo, si finisce ben presto per assuefarsi ad uno standard assolutamente monocorde, sempre greve e drammatico. Non c’è, in tutte le 450 pagine del romanzo, un solo momento dove la tensione nel tono del discorso si sciolga per un attimo prima di ripiombare nell’abisso della disperazione. Manca, cioè, un alternarsi di emozioni capace di tenere viva l’attenzione. Inoltre, adottare un tono drammatico non basta certo a creare il dramma, e questo è uno degli equivoci più grossolani in cui cade D’Angelo. Non è che perché tutti ripetono di continuo “Ah, quale sarà la soluzione del mistero?” allora c’è un mistero. Il mistero lo devi creare, mostrare al lettore, non semplicemente far dire che c’è un mistero a tutti quelli che passano di lì. L’altro aspetto veramente indigesto è appunto la ripetitività. I personaggi di D’Angelo sono in buona misura dei maniaci ossessivi, e l’autore non fa altro che raccontarci quello che hanno nella testa. Essendo dei maniaci ossessivi, pensano sempre le stesse cose, e così anche il romanzo finisce ad ogni pagina per ripetersi fino alla nausea.

L’azione.
Le scene di azione di svolgono per buona metà del libro nei sotterranei della famigerata Rocca dei Silenzi. Ecco, tutta questa parte sembra pari pari il resoconto di un videogioco, un RPG tridimensionale stile Dungeons & Dragons, coi guerrieri sistemati in testa al gruppo a menare e far da scudo e i maghi dietro a tirar magie. Si vaga per tunnel, scale e corridoi, poi si arriva alla sala da cui partono altre tre gallerie, allora che si fa? Destra, sinistra o centro? Quale porterà al livello successivo? Il tutto condito da scontri con gruppi di mostricci vari da affettare. I personaggi stessi, sembra che vadano ad infilarsi in tutta questa carneficina assurda solo perché qualcuno li spinge avanti col joystick. Questa parte del romanzo è, d’altra parte, anche quella che dovrebbe essere caratterizzata da una più alta tensione drammatica. Dato che a renderla drammatica con l’azione D’Angelo proprio non ci riesce, ripiega sul tono. Ma il tono del racconto è sempre stato già fin troppo drammatico, fin dalle prime pagine. Trovandosi nella necessità di dover essere ancora più drammatico, l’autore viene preso dalla smania di far poesia. Vi faccio un esempio. Voi credete di respirare, vero? Ah ah ah, poveri stolti. Voi siete costretti a quel dentro e fuori d’aria (pag. 335).

PAURA, EH? Lo sentite l’orrore cosmico attanagliarvi le viscere, mentre siete costretti a quel dentro e fuori d’aria, cani maledetti? Rhaaaaaaahh!

Paura, eh?
Paura, eh?

La trama.
La trama è esile, prevedibile, priva di intreccio. Gira intorno ad un mistero che è un mistero di Pulcinella, perché si capisce dove si andrà a parare fin dalle prime pagine. Mancano totalmente svolte narrative e colpi di scena. I personaggi fanno cose di cui non si capisce assolutamente il senso, e l’impressione è che senza il famoso joystick di cui parlavo prima tutti sarebbero morti serenamente di vecchiaia nel loro letto. Come ho già detto, l’autore cerca di sopperire alla mancanza di una vera tensione drammatica adottando un tono esageratamente drammatico, sempre sopra le righe. L’effetto è che ci si assuefà già a pag. 50, e ci si annoia per le restanti quattrocento.

In tutta la seconda parte, ho sbadigliato fino a slogarmi la mandibola. Si arriva in fondo pensando: non è possibile che vada così come mi aspetto, vedrai che arriva la sorpresa, il colpo di scena. Si arriva in fondo, e la sorpresa è che non c’è nessuna sorpresa. Piuttosto originale, come soluzione narrativa. Chissà perché non ci aveva ancora pensato nessuno. Chiediamocelo.

La struttura narrativa.
La struttura narrativa l’avrei definita un guazzabuglio, ma poi mi dicono che uso parole difficili, e allora dirò che è un troiaio. Comincia con uno strascico di fatti accaduti anni prima dove si è svolto il vero inciting incident, in un altro romanzo che nessuno ha mai scritto. Poi c’è un inizio, uno svolgimento dove succede ben poco e una fine parziale, dove succede esattamente ciò che si è detto che sarebbe successo fin dall’inizio. Poi c’è un altro inizio, uguale al precedente, uno svolgimento dove succede a ripetizione sempre la stessa cosa, una fine (parziale) di nuovo tutta secondo i piani, e un altro bello strascico. Per la serie Aristotele era un idiota, perché voleva un inizio, uno svolgimento e una fine. Con una struttura come quella de La Rocca dei Silenzi, nessun genio della letteratura avrebbe potuto tirare fuori qualcosa di decente. L’autore avrebbe quindi una parziale giustificazione, se non fosse che anche questa struttura se l’è pensata lui.

Insomma, lasciatemi dire che far compiere ai protagonisti due volte lo stesso lungo viaggio (dove per due volte significa due all’andata e due al ritorno) nel giro di pochi giorni, impiegando capitoli su capitoli, non è una buona soluzione narrativa. Chiunque, chiunque, chiunque (ripeto: chiunque) capisca qualcosa di letteratura al posto mio direbbe che le ripetizioni vanno evitate.
Non è una buona idea nemmeno far fare ai protagonisti dei piani all’inizio della storia, e poi far andare tutto secondo i piani, per quanto insensati. I piani stessi poi sembrano quelli di due ragazzini che discutono la strategia per superare il livello più bastardo del videogioco, ma questo ormai si era capito, credo.

La magia.
Se i maghi devono studiare tanto i libri proibiti per usufruire di poteri magici equivalenti al videofonino e alla torcia elettrica, tanto vale dargli il videofonino e la torcia elettrica.

In conclusione.
In conclusione (sospiro): un peso specifico di una tonnellata per centimetro cubo, un purissimo distillato di noia invecchiato in botti di rovere. Mentre leggevo, non sono mai riuscito ad andare avanti per più di tre pagine alla volta, e io sono uno che i libri li divora.


Approfondimenti:
La Rocca dei Silenzi su Editrice Nord
Sigmund Freud su Wikipedia
Il Sole 24 Ore giornale specializzato in economia

Giudizio:

La scrittura è buona… +1 -1 …finché non vuol strafare.
  -1 I personaggi comandati col joystick, D&D.
  -1 I personaggi che si atteggiano da duri da telefilm con Chuck Norris, ridicoli e insopportabili.
  -1 Ripetitivo fino alla nausea.
  -1 La trama priva di svolte narrative.
  -1 La filosofia da strada.

Scritto da Signor StockfishGamberolinkCommenti (56)Lascia un commento » Questo articolo in versione stampabile Questo articolo in versione stampabile

Arte Noiosa

Si prospetta una settimana piena d’impegni tanto inutili quanto improrogabili. Se vivessimo in una società giusta, non dovrei essere costretta a dimostrare, un giorni sì e uno no, la mia indubitabile intelligenza. Ma tant’è.

Perciò oggi voglio parlare di un argomento che non dovrebbe suscitare polemiche: la Troisi! No, scherzo! C’è di vero che ieri ho dato una sfogliata a Un Nuovo Regno. Mi sembra brutto, brutto anche per la Troisi, però non credo raggiunga il livello surreale d’idiozia di Nihal nella Terra del Vento.
Se poi qualcuno dovesse chiedere perché continuo a buttare soldi con i romanzi della Troisi, la risposta è: Morboso Collezionismo. È una malattia che non auguro a nessuno, più grave anche dell’Esterofilia e dell’Invidia Cronica.
Questo però è l’ultimo: qualunque cosa scriverà in futuro la Troisi, non la comprerò.

Copertina di Un Nuovo Regno
Mai più!

Oggi vorrei parlare della patina di noia che avvolge l’Arte e la letteratura in particolare.

Partiamo da quello che è forse il dipinto più famoso al mondo, La Gioconda:

La Gioconda
Ritratto di Lisa Gherardini, moglie di Francesco del Giocondo

Un giorno abbiamo perso non so quante ore a parlare di tale crosta, e del famoso sorriso della tizia. Io ho detto che la signora Gioconda avrebbe dovuto dire NO! alla droga. Come al solito sono stata redarguita, non si è entrati neanche nello specifico del mio argomento, non si è neanche presa in considerazione la mia ipotesi che il soggetto ritratto da Leonardo fosse sotto l’effetto di sostanze stupefacenti, ci si è solo concentrati sul fatto che io non devo osare esprimere certo genere di giudizi.
Per altro il mio vero giudizio è che La Gioconda è noiosa. Mi suscita solo un: “E allora?”
Magari è perché non l’ho vista dal vivo. Se uno guardasse la foto sulla carta d’identità di alcuni miei amici chissà cosa penserebbe, invece dopo che li hai conosciuti scopri che sono persone simpaticissime!

Questa mia noia non è solo mia, è condivisa da molti miei compagni. Siamo una generazione disgraziata o qualcosa del genere.
Ora però prendiamo quest’altra signorina. Spero non sia lei che debba guidare, altrimenti qui ci scappa il morto del sabato sera, visto che anche in questo caso l’abuso di sostanze psicotrope è evidente:

Viso della Venere Medica
Dite NO! alla droga!

Ma tale signorina ha una storia da raccontare, basta inquadrarle il corpo:

Venere Medica
Io vi avevo avvertito…

Wow! Sembra la Nuova Carne di Cronenberg! O forse H.R. Giger. È invece una “Venere Medica”, di tale Clemente Susini. Clemente Susini (1754 - 1814) è stato un maestro nell’arte di modellare la cera. La buona parte delle sue opere ha scopo didattico, atto a illustrare l’anatomia, ma non se ne può ignorare il fascino artistico.
Inoltre sono opere agli antipodi della noia: mi è bastata una sfuggevole occhiata all’immagine di cui sopra su un sito web che si occupava di tutt’altro, per farmi venir voglia di saperne di più.

Veniamo alla letteratura. La scuola, il Liceo in particolare, ma leggendo certi commenti ho paura anche l’Università, è responsabile per due disgrazie: non far leggere, e far leggere vaccate.

Partiamo dal primo problema. Io leggo da sempre; se non devo alzarmi la mattina successiva, non ho problemi a leggere un romanzo di media grandezza (2-300 pagine) in una notte o giù di lì. Tuttavia conosco persone, anche più grandi di me, che quando si dedicano al loro adorato Harry Potter, non solo usano un segnalibro, ma si segnano con una matita il punto esatto fino al quale sono giunti. Quasi che se fossero costrette a rileggere un paio di paragrafi, verrebbe loro un infarto per lo sforzo!
Non li biasimo, facevo anch’io così, in prima elementare.
La soluzione a questo problema è semplice: la scuola deve obbligare a leggere. Dalle elementari in poi dovrebbe essere prevista la lettura di almeno un romanzo a settimana, tagliando buona parte del programma d’italiano, che in effetti non serve a un tubo. La grammatica la si impara molto più in fretta e meglio per imitazione che non per studio, la storia della letteratura è solo nozionismo inutile, e il contorno socio-politico-economico-etico-metafisico che spesso si appiccica alle opere è questione specialistica che dovrebbe comparire solo all’Università.

Secondo problema, far leggere vaccate. Non si possono passare mesi sui Promessi Sposi. I Promessi Sposi sono una patacca, una specie di Harmony anteguerra, la settimana come delineata dalla soluzione al problema numero uno sarebbe sufficiente. Inoltre, e qui si entra nel cuore della questione, bisogna abbandonare l’ipocrisia. Si sente spesso dire che gli adolescenti, i giovani leggono pochissimo. È vero, ma se si vuole cambiare rotta, bisogna proporre letture che siano appassionanti, che possano competere con cinema, videogiochi, e tutto quello che offre Internet.

I Promessi Sposi
Dite NO! ai Promessi Sposi!

Storia Numero 1: “Quel ramo del lago di Como, che volge a mezzogiorno, tra due catene non interrotte di monti, tutto a seni e a golfi, a seconda dello sporgere e del rientrare di quelli, vien, quasi a un tratto, a ristringersi, e a prender corso e figura di fiume, tra un promontorio a destra, e un’ampia costiera dall’altra parte; e il ponte, che ivi congiunge le due rive[...]”

Storia Numero 2: “All’età di otto anni due mercenari la violentarono.”

Di quale Storia vorreste sapere il seguito?
D’accordo, d’accordo, generazione disgraziata. Io sono una di quelle che si sarebbe goduta lo spettacolo della ragazza travolta dal bus con il cervello sparpagliato sul marciapiede. Che diamine, potrei passare l’intera esistenza senza veder mai un tizio con il cervello sparpagliato sul marciapiede! Si chiama curiosità, è una cosa naturale, tanto più stimolata quanto più l’evento è raro. Non c’è proprio niente di male a essere curiosi.

In ogni caso, che sia un sentimento giustificato o un segno dell’imminente fine dei tempi, se si vuole invogliare la gente alla lettura, bisogna dimostrare loro che i libri possono essere più interessanti di cercare con google “film hard gratis”, come hanno fatto diversi finiti poi da queste parti (colpa della recensione di Live Free or Die Hard).

Il racconto che preferisco per mostrare come la letteratura possa competere con la miglior depravazione della Rete è “Budella” contenuto in Cavie di Chuck Palahniuk. Non è che sia un capolavoro, ed è scritto apposta per essere disgustoso, ma fa il suo effetto. È ideale per chi pensa che i libri siano noiosi. Non lo penserà più. Però non garantisco cosa poi penserà di voi.

Copertina di Cavie
Copertina di Cavie di Chuck Palahniuk

“Budella” ha anche il vantaggio di essere poche pagine: può essere letto persino da chi mette i segnetti ai paragrafi.
È possibile leggere “Budella” in lingua originale qui.

Se si può far conto sulla lettura di opere più lunghe, la fantasy/fantascienza di guerra funziona quasi sempre.
Uno dei romanzi che adoro è Cuore d’Acciaio di Michael Swanwick. Una delle recensioni su Amazon.com è di un padre che lamenta come già nel primo capitolo compaiano descrizioni esplicite di situazioni non adatte alla figlia tredicenne. In verità non adatte a nessuno. Per quello a me Cuore d’Acciaio piace!
Ciò non vuol dire che basti la depravazione. Palahniuk e Swanwick sono ottimi scrittori, le stesse perversioni in mano a scrittori con meno talento sarebbero risultate noiose o stupide.

Un altro che può venir buono per avvicinare alla lettura è Kafka. Kafka ha il vantaggio di aver fama di scrittore “serio”, perciò anche in ambito scolastico è difficile che qualcuno obbietti se si propone di leggerlo.
Il racconto che preferisco è Nella Colonia Penale. È il racconto di un’esecuzione capitale compiuta in maniera sadica e demente. Non è esplicito come Palahniuk e Swanwick ma una buona dose di morbosità c’è. Inoltre è moralmente ambiguo: il “cattivo” è subito identificato e non per un istante ne viene messa in dubbio la malvagità, eppure è difficile alla fine non provare se non proprio simpatia almeno comprensione.
È possibile leggere Nella Colonia Penale online, per esempio qui.

Franz Kafka
Kafka in persona! (dite NO! alla droga…)

Bel discorso finora… mi rendo conto campato in aria. In realtà chissà per ancora quanti anni si andrà avanti facendo credere agli studenti che sono scemi e superficiali se non si appassionano alle beghe di Don Abbondio, Fra’ Cristoforo, l’Innominato, e quei due fessi di Renzo e Lucia.
Parere personale: ipocrisia. In una società come la nostra, ovvero dove ancora la parola scritta è il principale mezzo di diffusione di cultura e conoscenza, è proprio compito della scuola scoraggiare i cittadini riguardo la lettura. Più le persone sono ignoranti, meglio è…

Sembro il Coniglietto Grumo quando ha le sue derive anarco-insurrezionaliste. Spero di rifarmi verso il fine settimana: sto preparando un articolo che sono sicura farà la felicità di grandi e piccini!


Approfondimenti:

Un Nuovo Regno su iBS.it

La Gioconda su Wikipedia

Clemente Susini su Wikipedia
Clemente Susini presso l’Università di Cagliari
Clemente Susini e altre meraviglie anatomiche presso biophemera.com
I modelli anatomici del Susini presso il museo de La Specola
Curious Expeditions, lo splendido blog degli autori delle foto di cui sopra

Videodrome di Cronenberg su IMDb, qui nasce la Nuova Carne
Videodrome su Wikipedia

Il sito ufficiale di H.R. Giger

I Promessi Sposi e altre opere del Manzoni disponibili presso Liber Liber

Il sito ufficiale di Chuck Palahniuk
“Budella” (”Guts”) in lingua originale
Cavie su iBS.it

Il sito ufficiale di Michael Swanwick
Cuore d’Acciaio su iBS.it

Franz Kafka su Wikipedia
Nella Colonia Penale online
La Colonia Penale e altri racconti su iBS.it

Inquietanti interrogativi…

Scritto da GamberettaGamberolinkCommenti (41)Lascia un commento » Questo articolo in versione stampabile Questo articolo in versione stampabile

Andrea Vincenzi

Andrea Vincenzi è il nome del protagonista di un romanzo che una mia amica sta scrivendo. Anzi, ormai l’ha terminato, sebbene sia ancora incerta riguardo al finale. È un giallo, con sfumature soprannaturali.

Copertina di un Giallo Mondadori
Il termine “giallo” deriva dal colore della copertina dei Gialli Mondadori

Io ho letto ampi stralci del romanzo, e dato che sono davvero sua amica, le ho detto chiaro e tondo che non mi piaceva, in base a quelle “regolette” che da queste parti sono così poco popolari.
Viste le polemiche degli ultimi tempi, vorrei che ne leggeste un paio di pagine e ne deste un giudizio. Voglio capire se davvero sono cosi “sfasata” rispetto alla sensibilità generale come qualche volta mi pare.

Da queste due pagine, sono l’inizio del capitolo terzo, capisco non si possa dir niente riguardo alla storia. Però, almeno per me, si può già dir molto sullo stile e sulla “presa” che hanno sull’attenzione del lettore. Dunque votate, e se vorrete aggiungere un commento nel quale spiegate il perché avete votato come avete votato, io e l’autrice ve ne saremo grate.

Io mi asterrò dal votare e dal commentare, per non influenzare nessuno. Cercherò invece di far intervenire l’autrice, che è poco presente perché da mesi lotta con Telecom per ottenere l’ADSL. Ma ci arrangeremo.

Leggi l’inizio del capitolo terzo online, qui.

Leggi l’inizio del capitolo terzo, in formato PDF, qui.

Per votare scegliete una delle opzioni in alto a destra nella sidebar.

Aggiornamento del 1 Dicembre 2007: Le votazioni sono chiuse. Potete ugualmente lasciare un commento. Poi proseguite qui.


Approfondimenti:

Il Giallo Mondadori su Wikipedia

Foxit Reader, un’ottima alternativa all’Adobe Reader per leggere i PDF

Scritto da GamberettaGamberolinkCommenti (8)Lascia un commento » Questo articolo in versione stampabile Questo articolo in versione stampabile

Fare una torta di mele

Oggi niente polemiche, sangue di Giuda. Anzi, vi do una bella ricetta per la torta di mele, ecco qua:

200 gr di farina
150 gr di zucchero
2 uova intere
60 gr d’olio extra vergine
1/2 bustina di lievito per dolci
un limone (buccia grattugiata e succo)
una tazzina di latte
4 mele tagliate in otto parti

Sbattere le uova con lo zucchero, unire l’olio, il limone succo e buccia, la farina e il lievito sciolto nella tazzina di latte. Versare il composto in una teglia imburrata ed infarinata di circa 27 cm, sistemare le mele a raggiera, spolverizzare con un pochino di zucchero ed infornare a 180 gr per 35 minuti (questo tempo può variare, dipende dal tipo di forno).

Buon appetito!

Torta di mele
Buona, vero?

La ricetta l’ho presa qui. L’autrice, che ringrazio, assicura che è facile da preparare e buonissima, anche se il risultato, è ovvio, dipenderà dalla genuinità e freschezza degli ingredienti, nonché dalla mano di chi la prepara. Certo non è l’unica ricetta di torta di mele esistente: ci sarà chi aggiunge una bustina di vanillina e chi al posto del limone mette un bicchierino di rum, o chi non ha problemi di colesterolo e mette il burro al posto dell’olio. Difficile però pensare che ci sia chi non ci mette la farina, o chi non rompe le uova prima di metterle nell’impasto, o chi la fa bollita invece che in forno.

A questo punto starete già sospettando la fregatura… e puntualmente la fregatura arriva. Immaginate quindi che non si stesse parlando di torte di mele, ma di letteratura fantastica. Divertiamoci allora a immaginare le possibili obiezioni alla ricetta di cui sopra.

  1. Ma stiamo scherzando? Non esiste una ricetta per fare una torta di mele! Se si seguisse una ricetta, tutte le torte di mele sarebbero uguali, e non saprebbero di niente.
  2. Ah, certo, a te interessa solo che nella torta di mele ci siano le mele, poi anche se è cruda o bruciata per te fa lo stesso. No, guarda, sei completamente fuori. A me che nella torta di mele ci siano le mele non interessa assolutamente. Io quando la mangio voglio solo che sia capace di suscitarmi delle emozioni.
  3. Mettere lo zucchero nella torta solo perché chi la mangia si aspetta che sia dolce? No, grazie. Io lo trovo semplicemente aberrante.
  4. A me non interessa niente se chi mangerà la mia torta la troverà buona o no. Se io in quel momento voglio esprimere qualcosa che ho dentro mettendoci la ghiaia, lo faccio, punto. Non ti piace? Liberissimo di non mangiarla.

Come compito a casa, continuate voi.


Approfondimenti:
Ricette per torte di mele
La ricetta di Kirkis

Scritto da Signor StockfishGamberolinkCommenti (12)Lascia un commento » Questo articolo in versione stampabile Questo articolo in versione stampabile

Recensioni :: Film :: D-War

Locandina di D-War Titolo originale: D-War
Regia: Shim Hyung-rae

Anno: 2007
Nazione: Sud Corea / USA
Studio: Younggu-Art Movies
Genere: Fantasy
Durata: 1 ora e 30 minuti

Lingua: Inglese / Coreano
Sottotitoli: Inglese (per le parti in Coreano)

Confesso che fino a un paio di anni fa non avevo idea che anche in Corea si girassero film: ero del tutto ignorante della cinematografia coreana. Per fortuna mi è capitato quasi per sbaglio di vedere Joint Security Area (Gongdong Gyeongbi Guyeok JSA) di Park Chan-wook: mi sono molto divertita e ho cominciato a cercare altri film coreani.
Negli ultimi tempi i coreani hanno prodotto un bel po’ di ottime pellicole, in ogni genere, dalla commedia romantica all’orrore. Per chi volesse farsi una cultura minima nel campo, consiglio i seguenti film.

    Commedie (romantiche):
  • Attack the Gas Station! (Juyuso Seubgyuksageun) – 1999 di Kim Sang-Jin
  • Il Mare (Siworae) – 2000 di Lee Hyun-seung
  • My Sassy Girl (Yeopgijeogin Geunyeo) – 2001 di Kwak Jae-young
  • …ing (…ing) – 2003 di Lee Eon-hie

Locandina di My Sassy Girl
Locandina di My Sassy Girl

Locandina di A Bittersweet Life
Locandina di A Bittersweet Life

Locandina di The Host
Locandina di The Host

Sono tutti film più che buoni, con alcuni veri e propri capolavori (Sympathy for Mr. Vengeance, A Bittersweet Life e a me è piaciuto da matti Save the Green Planet!, anche se è uno di quei film che richiede per essere apprezzato uno spiccato senso del bizzarro). Per completezza d’informazione dovrei aggiungere le opere di Kim Ki-duk, forse il regista coreano più conosciuto all’estero, Italia compresa, ma i suoi film non mi hanno mai entusiasmata. Non che siano brutti, ma sono ammantati da un’antipaticissima aura di noia e pretenziosità.

Dopo tale premessa aspettavo con ansia l’uscita di D-War. D-War è stato in produzione per più di quattro anni (le prime immagini reperibili in rete risalgono al 2003), ed è il film con il più alto budget nella storia della cinematografia coreana, essendo costato almeno 30 milioni di dollari. Possono non sembrare tanti in confronto a Hollywood, dove si arriva a spendere anche dieci volte tanto, ma per il mercato asiatico è una cifra enorme. Per farsi un’idea, un film come Godzilla: Final Wars, a sua volta la più costosa produzione nipponica di ogni tempo, è costato “appena” 20 milioni di dollari.

Purtroppo posso affermare con sicurezza che i 30 milioni di dollari sono stati buttati. D-War è un film orribile, anche se riesce a raggiungere quel livello di bruttezza che trasforma le scene da stupide e fisicamente dolorose a esilaranti. È insomma il classico film così brutto da essere divertente.

La storia è ispirata alla leggenda coreana degli Imugi, enormi serpenti abitatori di laghi e caverne. Gli Imugi pare siano benevoli e amino farsi i fatti propri. Non di meno, ogni 500 anni, viene data la possibilità a un Imugi buono di trasformarsi in Drago e vegliare sull’umanità. Purtroppo ogni 500 anni c’è anche la possibilità che tale potere finisca nelle spire sbagliate, ovvero tra le grinfie del malvagio Imugi Buraki, che userebbe il potere per conquistare il mondo.

Drago Coreano
Drago Coreano

Il potere è incarnato da una fanciulla, che nasce con il tatuaggio del Drago Rosso su una spalla. Quando la ragazza compie i vent’anni, ha tre scelte davanti a sé: consegnarsi all’Imugi buono, farsi mangiare dall’Imugi cattivo o suicidarsi e rimandare il problema di altri 500 anni. Come si vede l’umanità ha a propria disposizione due risultati utili su tre, e basterebbe soffocare nella culla le fanciulle con il tatuaggio del Drago per rimandare a tempo indeterminato la minaccia di Buraki.
Ma se così succedesse, non ci sarebbe il film e i 30 milioni di dollari sarebbero potuti essere usati per qualcosa di utile!

Los Angeles, 2007. L’ultima fanciulla, nel 1507, ha scelto la strada del suicidio e ora il tatuaggio del Drago è sulle spalle della svampita Sarah. Gli sgherri di Buraki cercano in ogni modo di catturarla, mentre un giornalista e un altro tizio incarnazione di un guerriero del ‘507, proveranno a difenderla.

È impossibile razionalizzare quel che succede in D-War. È un assoluto caos: ci sono personaggi che spariscono improvvisamente per riapparire a chilometri di distanza, un attimo è giorno e cinque minuti dopo notte e poi ancora giorno e ci sono combattimenti per ogni dove che non hanno alcun legame con la trama; in generale è come se il film fosse stato montato da un ubriaco.

Uhm…

Non stava meglio lo sceneggiatore, che contribuisce con dialoghi tanto assurdi quanto stupidi. Gli attori ci mettono anche del loro, esibendosi come fossero all’oratorio. È un disastro dall’inizio alla fine… non che non sia divertente, io e mio fratello ci siamo quasi ammazzati dalle risate, anche se non credo fosse questa l’intenzione del regista.

Mah!

Il regista è tale Shim Hyung-rae, che può “vantare” nel suo curriculum un altro film con serpenti giganti, Reptlian (2001 Yonggary) del 1999, e altri capolavori(?) quali “Young-gu e la Principessa Zzu Zzu” e “Young-gu e il Conte Dracula”. Credo non sia azzardato affermare che Uwe Boll ha finalmente trovato un rivale per il titolo di Peggior Regista del Mondo.

Perciò, i 30 milioni di dollari come sono stati spesi? In effetti speciali. Il film può vantare alcune sequenze CG che benché sarebbe esagerato definire impressionanti, sono comunque di sicuro impatto. Il pezzo forte del film, l’attacco dell’armata rettile di Buraki alla città di Los Angeles, è realizzato con una certa abilità, sebbene non sia a livello di quanto già visto in film ormai vecchi di anni (per esempio le scene di battaglia in Independece Day). Siamo forse al livello del Godzilla americano.

Trailer di D-War

D-War, girato quasi interamente in inglese e con attori americani, ha avuto ampia distribuzione nei cinema degli Stati Uniti apparendo in più di duemila sale. Per fortuna gli incassi sono stati minimi, una delle rare volte in cui una porcata che si basa sui soli effetti speciali non ha avuto successo. Ciò nonostante è probabile verrà distribuito anche in Europa e in Italia. Andarlo a vedere saranno soldi buttati, ma in compagnia di amici e ridendoci su può essere piacevole.

Per chi invece avesse reale passione per le lotte tra serpenti giganti, non posso che consigliare un altro film nella categoria “così brutto da essere bello”: Boa vs. Python!

Locandina di Boa vs. Python
Locandina di Boa vs. Python


Approfondimenti:

D-War su IMDb
D-War su Wikipedia

Uwe Boll su IMDb
Park Chan-wook su IMDb
Un sito dedicato al cinema coreano

 

Giudizio:

Così brutto da essere divertente! +1 -2 Recitazione a livello oratorio.
Alcune buone sequenze CG. +1 -2 Sceneggiatura a livello scrittore esordiente italiano.
-2 Regia degna di Uwe Boll.
-2 Storia senza capo né coda.
-2 Mi hanno fatto aspettare quattro anni per una vaccata del genere.
-2 Se gli Imugi esistessero davvero, ora sarebbero stecchiti, morti di crepacuore.

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Recensioni :: Romanzo :: Sezione Pi-Quadro

Copertina di Sezione Pi-Quadro Titolo originale: Sezione Pi-Quadro
Autore: Giovanni De Matteo

Anno: 2007
Nazione: Italia
Lingua: Italiano
Editore: Mondadori

Genere: Poca fantascienza
Pagine: 295

Napoli, 2059. L’umanità si trova in piena Singolarità, uno sviluppo frenetico e costante di ogni scienza, che porta a continui mutamenti e nuove tecnologie ogni giorno. Per dire, la lingua è cambiata, tanto da appiccicare i prefissi quanto-, olo- e nano- a qualunque cosa.
Così abbiamo gli olotelefoni, le nanolavatrici e le quantospazzole che funzionano nella stessa esatta maniera di telefoni, lavatrici e spazzole ai giorni nostri, però sono frutto della Singolarità! Cool!

In realtà, pur cianciando di chissà quali incredibili progressi, Sezione Pi-Quadro sarebbe potuto essere ambientato ai giorni nostri, anzi, per alcuni versi è quasi retrofuturistico, perché già oggi se uno vuole diffondere un documento mal visto dalla scienza ufficiale non ne fa fascicoli fotocopiati da distribuire nelle università, ma lo pubblica su Internet.
L’unico elemento fantascientifico è la possibilità di recuperare dal cervello dei cadaveri i ricordi delle ultime ore di vita. Fine. Perciò se si sta cercando un romanzo di fantascienza, tutta la fantascienza è lì, né più, né meno, il resto è rumore di fondo e technobabble.

Vincenzo Briganti, il protagonista, è un tenente della Polizia. È un “necromante”, appunto uno di quelli incaricati di cavare informazioni ai morti. Fa parte della Sezione Pi-Quadro, un reparto speciale delle forze dell’ordine istituito a tale scopo.
Il Briganti è un personaggio tormentato. Anni prima la figlia adolescente è stata rapita, torturata e uccisa, senza che lui abbia potuto far niente, né sia riuscito a identificare i colpevoli. Perciò è tormentato dal dolore della perdita e dal senso di colpa. IN. OGNI. SINGOLA. PAGINA. In altre parole il Briganti è una lagna come ne ho viste poche. Gli altri personaggi invece sono stati comprati mediante qualche offerta 3×2 al Grande Magazzino dei Personaggi Preconfezionati: il Pubblico Ministero donna in carriera, il poliziotto burbero ma dal cuore d’oro, il politico corrotto, ecc. ecc.
Il che, di per sé, non sarebbe poi una tragedia, se la storia fosse piena di ritmo e azione. Ma non lo è. La storia è di una noia allucinante. Ci sono solo due scene d’azione, due. La prima dura un paio di pagine ed è al limite del ridicolo, la seconda, che fra l’altro è il climax del romanzo, è da rotolarsi per terra dalle risate.
Show ▼

Ma sono andata troppo in là. La storia è di base un giallo: il Commissario Di Cesare, capoccia della Sezione Pi-Quadro, un bel mattino viene trovato morto: qualcuno gli ha sparato in testa.

Napoli
Vedi Napoli e poi muori

Al Briganti viene affidato l’incarico di recuperare le memorie dal cadavere del Commissario e indagare sul caso.
Anche come giallo, Sezione Pi-Quadro fa acqua da tutte le parti.
Show ▼

Quelli di cui sopra erano i difetti veniali del romanzo. Quello che lo rende uno strazio è l’infodump.
L’infodump è il rovesciare sul lettore una serie d’informazioni, magari anche importanti per la storia, in maniera pedante e priva di grazia. Le informazioni dovrebbero trapelare da azione e dialogo, non essere sbattute in faccia al lettore. E questo non perché sia una “regola”, ma perché l’infodump è noioso. Spezza il ritmo della narrazione, a proposito, infodump non mi piace come termine, perché non mi piace tanto la lingua della perfida Albione,

Albione è il più antico nome della Gran Bretagna, sebbene qualche volta venga usato per indicare il Regno Unito o in maniera più specifica (ma non corretta) l’Inghilterra.
In altre occasioni Albione viene usato in riferimento alla sola Scozia, il cui nome in gaelico è Alba. Plinio il Vecchio, nella sua Naturalis Historia, lo usa in maniera non equivoca per indicare la Gran Bretagna: “Albion ipsi nomen fuit, cum Britanniae vocarentur omnes de quibus mox paulo dicemus.” Il nome Gran Bretagna nasce con i Pitti, una popolazione presente sulle isole inglesi prima dei Celti. Il nome Albione è stato adottato dagli scrittori medievali sulla base di Plinio e Tolomeo.
Il nome Albione ha origini celtiche, da una radice indoeuropea che indica i significati di “bianco” e “montagna”. I Romani lo intesero in connessione con albus (bianco), in riferimento alle Bianche Scogliere di Dover.
La locuzione “perfida Albione”, a indicare la spregiudicata politica espansionistica inglese, pare nasca da un sermone del teologo francese Jacques-Benigne Bossuet.

Le Bianche Scogliere di Dover
Le Bianche Scogliere di Dover

perciò credo d’ora in poi userò il termine: inforigurgito.

L’inforigurgito è una costante in Sezione Pi-Quadro. Ogni particolare è illustrato con minuziosa precisione, in spregio dell’effettiva importanza del particolare stesso o del fatto che continui copiaincolla dal libro di fisica,

Dal punto di vista fisico, il principio di indeterminazione trova una sua giustificazione nell’analisi delle perturbazioni ineliminabili che il processo di misura induce su una grandezza. Supponiamo ad esempio di voler individuare la posizione di una particella, servendoci di una particella sonda S che, inviata sulla prima particella, venga poi diffusa fornendo i valori della misura. La precisione con cui la posizione del bersaglio può venire individuata è limitata dalla lunghezza d’onda lambda della particella sonda S; e sappiamo che lambda è inversamente proporzionale alla quantità di moto di S. Quanto più precisa vogliamo che sia la misura della posizione, tanto maggiore deve essere la quantità di moto della sonda; e tanto maggiore risulta, di conseguenza, la perturbazione che la misura induce sulla quantità di moto della particella, cioè sulla variabile coniugata di quella sottoposta a misura. [Sì, questa è una pagina del romanzo...]

non rendono la lettura particolarmente piacevole.
Neppure la primitiva tecnica dei Due Scienziati Che Discutono Fatti Che Già Conoscono, è usata; è proprio un brutale vomitare nozioni sul lettore.

L’inforigurgito ha poi una sua forma più grave quando le informazioni vomitate non hanno neanche la scusa di essere informazioni vitali per la storia. Aggravante dell’aggravante è quando queste informazioni sono vomitate nel bel mezzo di una scena d’azione.
Prendiamo un classico dei classici del western: Mezzogiorno di Fuoco (titolo originale: High Noon). Gary Cooper sta sparando ai cattivi, si vede lo sbuffo di fumo dalla pistola, il fragore del colpo e… parte un documentario sulla vita e le opere di Samuel Colt?! Anche un solo fotogramma da tale ipotetico documentario apparirebbe così fuori luogo da essere ridicolo. Quando il lettore segue un romanzo si immagina nella testa le sequenze come se le vedesse. Non si può interrompere tale film nel bel mezzo di una scena d’azione, non arriva a tale carogneria neppure la pubblicità!
Ci arriva invece De Matteo, per esempio:

Un bagliore attirò l’attenzione di Briganti mentre l’uomo-razzo compiva rumorosamente una goffa virata. Il bagliore dell’acciaio squarciò la notte. Era una spada ricurva, uno di quei modelli giapponesi che avevano invaso le strade di Napoli insieme alle milizie di Kodama fin dagli anni Quaranta, quando le cosche dell’Alleanza di Ottaviano avevano trovato l’appoggio della Yakuza nella Guerra del Vesuvio contro l’effimera Nuova Camorra di Forcella.

Forcella
I vicoli di Forcella

Fino a “una spada ricurva” si sta seguendo l’azione, poi il povero lettore è costretto a lasciare le sciabolate per sorbirsi la pappardella della Yakuza a Napoli. Fra l’altro, tale particolare NON HA NESSUNA IMPORTANZA PER LA STORIA. ZERO. Non che se l’avesse avuta sarebbe stato corretto presentarlo in tal modo, ma almeno non sarebbe stato inchiostro sprecato, come invece è.
Io credo che tagliando l’inforigurgito delle 300 pagine ne rimarrebbero forse 70-80. Non sarebbe ancora un bel romanzo (o racconto lungo) ma sarebbe meglio di com’è adesso.

A braccetto con l’inforigurgito, De Matteo si bea di usare paroloni su paroloni. Roba sullo stile della necropalingenesi dello psicopompo kemiomnemonico. Non mi è chiaro quale sia lo scopo di tale sbrodolarsi, forse il De Matteo spera che la gente pensi: “Oh, come sei bravo! Quante parole conosci!”? In realtà se c’è un sintomo di scrittore incapace è questo: il dover ricorrere a termini astrusi e desueti perché non si è in grado di esporre le proprie idee in maniera semplice e chiara.

Chi ha da dire qualcosa di nuovo e di importante, ci tiene a farsi capire. Farà perciò tutto il possibile per scrivere in modo semplice e comprensibile. Niente è più facile dello scrivere difficile. Karl Popper

Sezione Pi-Quadro è un brutto romanzo. Il problema di fondo è che non ha niente che possa interessare. Ho letto romanzi con trama più brutta e scritti peggio, ma che avevano una possibile attrattiva per qualche lettore, una mezza idea originale, un qualcosa. Sezione Pi-Quadro è una specie di altare al concetto di Mediocrità. La trama è scontata, i personaggi cliché, lo stile di scrittura farraginoso, le idee fantascientifiche scarse e riciclate, l’ambientazione banale; niente è davvero schifoso, ma non ci sono neppure sprazzi di bellezza, da nessuna parte.

Su altro blog s’invitata all’acquisto del romanzo, a sostegno della moribonda fantascienza italiana. Io invito a lasciar perdere: i 3 euro e 90 centesimi li ho già buttati io, è sufficiente.

Come spendere meglio 3 euro e 90 centesimi:

Caramelle gommose Meiji
Caramelle gommose Meiji al gusto di pesca bianca: 1,25 euro

Cottonfioc a foggia di spada orientale
Cottonfioc a foggia di spada orientale: 3,20 euro

Stampino di Jiji
Stampino di Jiji (da Kiki’s Delivery Service): 3,75 euro

Noticina finale: Il Coniglietto Grumo ha trovato di cattivo gusto che uno dei luoghi del romanzo sia un locale chiamato La Tana del Coniglio Morto.


Approfondimenti:

Uno Strano Attrattore, blog di Giovanni De Matteo
The Next Station, Giovanni De Matteo vi scrive con il nome di “X”
Un’intervista a Giovanni De Matteo su fantascienza.com

High Noon su IMDb
Karl Popper su Wikipedia
J-List (per gli acquisti da 3 euro e 90 alternativi)

 

Giudizio:

Niente. -1 Inforigurgito come se piovesse.
-1 Noioso, banale, scontato, sciatto e stupidotto.
-1 Personaggi cliché.
-1 Fantascienza neppure per sbaglio.

Quattro Gamberi Marci: clicca per maggiori informazioni sui voti

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Educazione e Timidezza

Uno scrittore si esprime così:

Il cielo era nero.

Uno scrittore dilettante si esprime così:

Era come se un gigante piangesse. Lacrime d’inchiostro scuro, della stessa tonalità che ammanta le più perigliose profondità marittime. Tali lacrime colavano lentamente, strappando la luce del giorno e stendendo un velo di tenebra sulla vastità del cielo.
Infine scese l’ultima goccia, l’ultimo singhiozzo del gigante a coprire l’ultimo spiraglio di luce. Il cielo era diventato del colore che colore in sé non è, bensì privazione di ogni altro.

Non sto a sottolineare tutti gli errori presenti nel secondo brano. Spero bene che nessuno tra gli scrittori o gli aspiranti tali preferisca il secondo brano. Se tale è il caso, non mi spiace dirlo: lasciate perdere e datevi all’ippica!

Darsi all'Ippica
L’ippica può dare grandi soddisfazioni!

Perché gli scrittori dilettanti sentono molto spesso il bisogno di scrivere come nel secondo brano? Perché riempiono i loro scritti di avverbi? Perché, quando parla un personaggio, aggiungono: in tono amorevole, irato, scontroso?

C’è chi è negato, c’è chi lo fa apposta, avendo una gran confusione in testa riguardo all’Arte, e infine c’è chi è vittima di un misto di timidezza e mal compresa educazione. Gli scrittori dilettanti hanno il terrore del giudizio altrui. Perciò, frenati da tale paura, non riescono a essere sinceri. Il cielo è nero, non riescono a dirlo perché pensano: “Oh, mio Dio! Se dico che il cielo è nero, chissà la gente cosa penserà di me!” Così vanno avanti a furia di similitudini e giri di parole, in modo che niente sia chiaro e diretto, e tutto sia interpretabile. In questa maniera si sentono più tranquilli, nessuno potrà incastrarli! Nessuno potrà accusarli di pensare il cielo nero! E se qualcuno lo fa, oh, be’, c’è forse scritto “nero” da qualche parte?

C’è poi la parte deleteria dell’educazione. Lo scrittore dilettante pensa: “Il cielo è nero, è giusto che dica sia nero, però magari offendo qualcuno? Meglio non dire che sia proprio nero, così non scontenterò nessuno!” Perché essere categorici è considerata maleducazione. Non si può dire che le cose stanno come stanno, qualcuno che la pensi diversamente si potrebbe offendere. Oh, no!
E se sul piano dei rapporti sociali si può discutere se tale tipo di “offesa” rientri nella maleducazione, quando si scrive bisogna fregarsene! Bisogna essere sinceri.

Copertina de Le Regole del Bon Ton
Le Regole del Bon Ton: eccolo davvero un manuale inutile!

Con gli avverbi è uguale. “Tizio era parzialmente sdentato”, non è tanto che si voglia dare una gradazione all’essere sdentati, è che si ha timore a dire: “Tizio era sdentato”, perché suona così definitivo. E sei poi qualche lettore con pochi denti pensa male di me?!
“Tizio sparò in testa a Caio ma Caio incredibilmente non morì.” Lo scrittore dilettante pensa: “Cribbio gli spara in testa ma sopravvive, il lettore potrebbe pensare che parli a vanvera (ma davvero?), allora ci metto un bel incredibilmente, così si capisce che anch’io sono perplesso. Perfetto! Nessuno mi potrà dir niente!”
In realtà succede l’opposto: se la sopravvivenza di Caio viene mostrata come dato di fatto, a seconda dell’abilità dello scrittore e della situazione, tale evento può risultare credibile. Ma se l’autore stesso dubita, con quel incredibilmente, il lettore non ci crederà MAI che Caio se la sia cavata!
Discorso non diverso per i vari evidentemente, chiaramente, ovviamente, e similari. Se una situazione è così evidente, chiara e ovvia non vi è alcun bisogno di specificarlo. Ma lo scrittore timido ha paura che la sua situazione non appaia così evidente, chiara e ovvia, e dunque ci piazza l’avverbio. Senza ottenere alcun risultato: la situazione non cambia di una virgola e l’avverbio fa solo sembrare lo scrittore uno sprovveduto: “Tizio sparò in testa a Caio. Caio si accasciò. Ma dopo un istante si rimise in piedi. Evidentemente non era morto.” Già.

Pure nei dialoghi educazione e timidezza fanno danni. Il danno più evidente è quando un autore evita “parolacce” o termini “volgari” benché la situazione lo richiederebbe. Ma non è l’unico danno, né il più grave.
Il danno grave è quando uno scrive:

«Togliti. Vieni via di lì,» disse Tizio con tono concitato, al limite della disperazione.

Invece di scrivere:

«Togliti di lì! Mio Dio, levati! Via di lì! Via di lì!»

Perché la seconda versione è migliore? Non è migliore perché dica niente di diverso, è migliore perché il tono è implicito nel dialogo, perciò il lettore non deve interpretare come il personaggi parli: è chiaro che è un tono concitato, un tono di urgenza quasi disperato.
Nel primo esempio invece il dialogo in sé è neutro, il lettore può usare nella sua mente il tono che preferisca. Quando però l’autore gli spiega quale sia il tono che intende per quel dialogo, il lettore è costretto a tornare indietro e ripetere la scena con il tono voluto. È solo un piccolo fastidio, che la buona parte dei lettori non nota neanche, tuttavia, due pagine di piccoli fastidi così, e il lettore chiude il libro, anche se neppure lui saprebbe dire cosa di preciso l’abbia stufato.
La buona parte degli scrittori dilettanti usa la prima versione per le ragioni già dette. Perché hanno paura del giudizio altrui. La prima versione è distaccata, “sicura”, si racconta solo che il tono è concitato, la disperazione è solo un fatto letterario, asettico. La seconda versione richiede un maggior coinvolgimento emotivo, l’autore deve svelare un frammento di sé, dev’essere per un attimo concitato e disperato. E ha paura che il pubblico giudichi oltre al suo personaggio anche lui. Se un personaggio è così disperato, forse anche l’autore lo è. L’autore timido vuole sfuggire a questo tipo di accostamenti.

Per la terza volta: bisogna essere sinceri. Sinceri verso la storia che si vuole raccontare. Non la si può piegare e contorcere solo per non dispiacere alla gente senza denti o per non rischiare di apparire disperati.

Camicia di forza
Raccontare una bella storia vale qualche sacrificio!

Ovviamente non è un parere mio. O meglio non solo mio, è il parere mio e dei soci del club degli allegri buffoni, tra i quali soci spiccano i nomi di cialtroni quali Mark Twain, Stephen King, Orson Scott Card e tanti altri.


Approfondimenti:

Un punto di partenza per darsi all’ippica
Le Regole del Bon Ton su iBS.it

Scritto da GamberettaGamberolinkCommenti (64)Lascia un commento » Questo articolo in versione stampabile Questo articolo in versione stampabile

Scrivere: Aristotele, Mosche e Grafici

Nei giorni scorsi ci son state furiose polemiche tra quei pochi che vorrebbero le cose fatte per benino e quei molti che son sostenitori di genio & sregolatezza. Come indole, sarei anche portato a stare coi secondi, se non fosse che al mondo purtroppo la sregolatezza abbonda, mentre il genio no. Mettiamo un po’ di ordine, quindi, magari a suon di scapaccioni.

popeye
Lo vedete questo?

La struttura ottima di un’opera di narrativa, che sia romanzo, film o opera teatrale, è la stessa fin dai tempi di Aristotele, che nella sua Poetica disse che una storia deve avere un inizio, uno svolgimento e una fine. L’inizio è ciò che non viene dopo qualcos’altro, la fine è quella dopo la quale non c’è nient’altro, e lo svolgimento è quello che ci sta in mezzo. Bella scoperta, starete già pensando. Banale, direte. Allora, se è così banale, mi spiegate perché c’è pieno di gente in giro che scrive scrive scrive e a mettere nei suoi stramaledetti romanzi un inizio, uno svolgimento e una fine che siano tali proprio non ci arriva, o pensa magari che Aristotele fosse un imbecille, sangue di Giuda???

Aristotele
Aristotele. Credete forse che fosse un imbecille?

L’inizio.
L’inizio di una storia è ciò che contiene l’incidente, un evento capace di turbare lo status quo che dà inizio alla vicenda, introducendo al tempo stesso i personaggi. Importante: il lettore si aspetta che il primo incidente che accade sia anche quello che scatena tutti gli altri eventi. Se così non è in ciò che scrivete, non otterrete l’effetto di essere originali, ma solo di disorientare il lettore.

Lo svolgimento.
Lo svolgimento dovrebbe essere costruito con una successione di eventi via via più drammatici, intervallati da momenti di tranquillità dove la tensione invece si stempera.

La fine.
La fine comincia in corrispondenza del climax, l’evento più drammatico di tutti di fronte al quale il protagonista sembra soccombere. Non importa se il lettore sa che il protagonista ce la farà perché quello è solo il secondo libro di una saga in 19 volumi: con la sua parte irrazionale dovrà comunque dubitare seriamente che il protagonista possa uscirne intero. Quando tutto sembra perduto, la situazione si capovolge per il rotto della cuffia, il protagonista vince e la tensione si stempera via via, fino a che la situazione è normalizzata (risoluzione).

Qui sotto c’è un grafico che mostra quello che dovrebbe essere l’andamento della tensione drammatica. Sento già levarsi alto il coro della tragedia greca:

Aaaaaah, sacrilegio! Qui si vuole profanare l’Arte inquadrandola in un grafico! Giammai! Giammai!

Eh eh eh… voi davvero pensate che per sceneggiare quel film che vi è piaciuto tanto, costato milioni di dollari, gli sceneggiatori non si siano basati consapevolmente su uno schema come questo? Che per scrivere quel best seller che ha venduto milioni di copie che vi ha così emozionato l’autore abbia scritto tutto di getto, in pieno delirio creativo, sbattendosene di ogni regola? Sè, vabbé, andiamo avanti.

Tensione_ottima
L’andamento ottimo della tensione drammatica in una storia

Questo schema non copre ovviamente tutti i generi, ma una buona parte sì, dai romanzi d’amore ai gialli ai romanzi d’avventura come sono generalmente il fantasy e la fantascienza. Naturalmente, è possibile scrivere buone, ottime storie anche fregandosene altamente dello schema sopra, ma bisogna essere molto ma molto bravi. Invece, rispettando una struttura come quella sopra, anche un perfetto cretino può, con un po’ di applicazione, scrivere una storia che non faccia troppo sbadigliare o al contrario girar le palle a leggerla.

Tanto per fare un esempio pratico su cosa è una successione di eventi via via più drammatica, se il detective Marlowe a pag. 50 viene minacciato, a pag. 100 pestato e se a pag. 150 gli sparano addosso, va bene. Se le cose avvengono nell’ordine inverso, vedete bene che se lo minacciano dopo avergli prima sparato addosso e poi averlo pestato, l’effetto diventa quasi comico.

Vediamo allora l’esempio di un capolavoro, scritto da uno molto bravo, di cui ho già accennato: Il Signore delle Mosche (1954). L’autore, William Golding, era uno da Premio Nobel per la Letteratura (lo ha vinto nel 1983), e nonostante questo non si è azzardato a rompere lo schema di cui sopra. Anzi, forse ha vinto il Nobel anche per questo. Capito???

  • Incidente: un aereo che porta in salvo una scolaresca di ragazzi inglesi delle scuole elementari e medie cade in mare nei pressi di un’isola tropicale, in piena Terza Guerra Mondiale. Nessun adulto sopravvive, i ragazzi si ritrovano da soli sull’isola.
  • Svolgimento: bisogna organizzarsi per i bisogni fondamentali, si elegge un capo. La frutta abbonda, ma un gruppo di ragazzi tra i più grandi, che contendono la leadership del capo, fondano un gruppo di cacciatori. I ragazzi, lasciati a sé stessi, diventano sempre più selvaggi e violenti. Scoppiano liti e contrasti sempre più gravi, fino a che uno dei ragazzi viene ucciso. Oggi siamo assuefatti a tutto, ma nel ‘54 l’evento di un bambino assassinato da altri bambini era un’idea assolutamente agghiacciante, tanto per dire cosa si intende per tensione drammatica crescente.
  • Climax: il protagonista, colui che all’inizio era stato eletto capo, fugge inseguito dai “cacciatori”, che lo vogliono uccidere infilandogli un palo acuminato su per il didietro, e tutti sono contro di lui. Stremato, cade a terra lungo la spiaggia.
  • Risoluzione: Si ritrova davanti le scarpe bianche di un ufficiale della marina britannica. Sono venuti a salvarli. L’ufficiale dice qualcosa del tipo: “Vi siete ridotti come dei selvaggi! Questo non è dignitoso per dei ragazzi inglesi.” Tutti di colpo ritornano bambini, e scoppiano a piangere.

Il romanzo che ho recensito la scorsa volta, invece, I Boschi della Luna, non verrà mai portato come credenziale per l’autore in caso di nomination al Nobel. Perché? Eppure, guardate, dal punto di vista della struttura era quasi perfetto. Quasi. Poi, naturalmente, ha un sacco di altri problemi, tipo i dialoghi, ma con la struttura c’eravamo abbastanza. C’è un buon inizio, con un incidente forte, ben definito. C’è una discreta fine, con il giusto climax e la conseguente risoluzione della tensione e il ritorno alla normalità. L’ultimo capitolo invece, che è uno strascico inutile, è da tagliare completamente. Ma il problema più grave è tutto quello che ci sta in mezzo, che come è normale è anche la parte più lunga del libro. In tutta la parte centrale, 150 pagine su 240 totali, la tensione svanisce totalmente. Non è possibile che, dopo essere fuggiti per il rotto della cuffia da una città in preda al caos e all’anarchia mentre la civiltà è al tracollo, l’evento drammatico successivo sia la caccia al cinghiale, perché non regge assolutamente il confronto. E dopo la caccia al cinghiale, non è possibile che l’evento drammatico successivo sia la pesca alla trota, sangue di Giuda!

Il grafico è qua sotto:

Tensione_BDL
La tensione drammatica ne I Boschi della Luna

Come vedete, confrontandolo col grafico precedente, c’è tutta la parte centrale che va praticamente a zero. Risultato: ci si annoia. Inoltre, la tensione drammatica nel climax non è forte quanto quella dell’incidente iniziale.

Tutto sommato questa cosa dei grafici mi piace un sacco. Credo proprio che li userò anche nelle prossime recensioni, dove ne vedremo delle belle.


Approfondimenti:
La Poetica di Aristotele
Lord of the Flies su Wikipedia

Scritto da Signor StockfishGamberolinkCommenti (18)Lascia un commento » Questo articolo in versione stampabile Questo articolo in versione stampabile

Recensione: I Boschi della Luna

bdl.jpg Titolo originale: I Boschi della Luna
Autore: Giuseppe Festa
Anno: 2006
Nazione: Italia
Lingua: Italiano
Casa Editrice: Larcher Editore
Genere: Non fantasy
Pagine: 256 (brossura)
Prezzo in euro: 10 scontato a 3,90

Oggi mi son svegliato con un diavolo per capello. La gamba di legno mi fa un male cane (tecnicamente, si chiama nevralgia dell’arto fantasma), e quando fa così state sicuri che cambia il tempo e si mette a burrasca. Sento quindi il bisogno impellente di sfogarmi su qualcuno, e il più adatto alla bisogna che ho sottomano al momento è il romanzo I boschi della Luna di Giuseppe Festa. Chi mi conosce lo sa: il vecchio Stockfish, dolori alla gamba permettendo, è uno di buon carattere, se non gli si fa saltar la mosca al naso. Ma quei dieci euro spesi per quel libro della malora ancora non li ho digeriti, sangue di Giuda. Cominciamo, allora.

Giuseppe Festa è il leader di un gruppo musicale, i Lingalad, che trae ispirazione dalle opere di Tolkien. Molti di voi li conosceranno senz’altro, perché li si trova a suonare praticamente in ogni manifestazione a tema Fantasy. I Lingalad sono dei bravi musicisti, se vi piace quel genere che sta fra la musica occitana e il folk irlandese. I testi però, dello stesso Giuseppe Festa che è anche il cantante, sono di una bruttezza imbarazzante. Se i Lingalad un giorno si ammutinassero e lo gettassero ai pesci, mettendosi a fare musica solo strumentale, non esiterei a comprarmi i loro CD.

La scrittura in sé.
Il libro non è scritto male, ma neanche brilla per stile. La prosa è pulita e lineare, e scorre abbastanza bene. Anche se il romanzo non mi è piaciuto per niente, tutto sommato non ho fatto troppa fatica per finirlo. Questo dovrebbe essere il minimo sindacale, mi direte voi, è un po’ come dire che il pregio del tale biscotto è quello di non essere velenoso. Ma, di questi tempi, non bisogna dar nulla per scontato.

La storia.
L’inizio non è per niente male (dialoghi a parte, come dirò in seguito). Ricorda Morte dell’erba (1956) di John Christopher, un capolavoro della fantascienza catastrofica. La storia che dà inizio a I Boschi della Luna è questa: in un futuro molto vicino, il petrolio comincia seriamente a scarseggiare. Le città sono tormentate da improvvisi black out, sempre più frequenti e prolungati, fino a che ne arriva uno che sembra proprio quello definitivo. La civiltà è al tracollo, e le città senza corrente diventano un luogo di morte e disperazione nel giro di pochi giorni. Il giovane Jari, insieme alla madre Dora, fuggono verso le montagne, nel paese dove abita il nonno. Non so se l’autore ha letto o no Morte dell’Erba, ma non ha importanza, tutto sommato. Non c’è nulla di male nel trarre ispirazione da un capolavoro, ed è sempre meglio che voler essere originali a tutti i costi e finire per scrivere delle porcherie.
L’inizio, come dicevo, rende bene il precipitare della situazione, creando la giusta tensione. Questo fino a che i due non fuggono dalla città e raggiungono il paesello tra le montagne, verso pagina 50. Purtroppo però, non si vive di sole disgrazie, e quando la situazione si tranquillizza la storia da lì in poi diventa pura fuffa, per ben 150 pagine su 240 totali. Leggeremo quindi di due giovani allegri e volenterosi, che si danno un sacco da fare per aiutare gli adulti nelle loro vicende quotidiane, risolvendo situazioni di cui non ci importa una dannata lisca grazie alla loro vitalità e arguzia.

Verso pagina 200, finalmente succede di nuovo qualcosa. La storia cerca di recuperare un po’ di tensione, senza peraltro riuscirvi granché. Sul finale poi, si passa dalle stalle alle stelle e ritorno in poche righe. Prima accade una cosa che nessuno di noi avrebbe mai voluto vedere: un adolescente affronta a mani nude un esercito di banditi armati fino ai denti (eh sì, purtroppo). Poi, il colpo di scena, degno del Signore delle Mosche di William Golding. Di nuovo, bravo Giuseppe Festa se ha letto il libro o visto il film, bravissimo se ne ignorava l’esistenza. Viene da chiedersi come uno possa avere dei lampi sporadici di genio e poi ripiombare nell’abisso della banalità mezza pagina dopo. Sì, perché il peggio deve ancora venire. Infatti, dopo il finale della storia, c’è ancora un capitoletto dove è l’autore stesso a parlare senza nemmeno tentare di nasconderlo. Ci racconta così a grandi linee cosa ha fatto il protagonista negli anni a venire, ma soprattutto si lancia in un insopportabile pistolotto di stucchevole buon senso ecologista, annegato in una melassa di buonismo di quelle da avvertenza per i diabetici. Il vecchio Stockfish è sempre stato un convinto ecologista fin dalla più tenera età, ma a leggere certe cose, scritte in quel modo, mi viene voglia di dar fuoco ai boschi e di rovesciare bidoni di liquami radioattivi nei fiumi, sangue di Giuda!

Bidoni radioattivi
Bidoni di rifiuti radioattivi

I personaggi.
Il diciassettenne protagonista, probabilmente il super-io dello scrittore (che diciassettenne non è più da un pezzo), è esattamente il fidanzatino che ciascuna nonna vorrebbe per la propria nipotina. Un ragazzo d’oro, che per giunta non ne sbaglia una. Risolve tutto lui. Questo giovanottello che viene dalla città, tanto per dirne una, procurerà in diverse occasioni il cibo per dei sostanziosi banchetti ad un’intera comunità di contadini-campagnoli-montanari, che notoriamente non se la cavano bene in questa materia, e che senza le consegne a domicilio della Bo-Frost sarebbero altrimenti spacciati. Questa gente poi, mi ricorda più che ogni altra cosa quelle comunità ideali in assoluta grazia di Dio, senza luogo e senza tempo, che venivano rappresentate nei libri di catechismo di quando andavo alle elementari. Quelli che andavano a mietere il grano vestiti di bianco, tenendosi tutti per mano sotto un cielo turchino dove volano le colombe della pace. Ben diversi, insomma, dai contadini delle nostre campagne che si odiano da sei generazioni per un metro di terra rubacchiato, e che alla prima occasione si ammazzano a fucilate facendolo passare per incidente di caccia.

Insomma, da adolescenti tutti abbiamo sognato di far innamorare di noi la più carina della classe gettandoci in mezzo alle fiamme per salvarla mentre la scuola va a fuoco. Poi però si cresce, e queste fantasie erotico-eroiche sarebbe meglio che passassero.

I dialoghi.
Tremendi! La cosa peggiore di tutte. Non c’è dialogo nel romanzo che non suonerebbe falso, artificiale, persino ad uno straniero con una conoscenza approssimativa dell’italiano. Inoltre, sembra che l’autore non sia mai stato adolescente, che non abbia mai sentito due adolescenti parlare. I ragazzi descritti da Giuseppe Festa sono educati e gentili, tra loro e con tutti. Non gli scapperebbe una mezza parolaccia neanche se si dessero per sbaglio una martellata sulle palle. E, ora che ci penso, devono essersene date parecchie procurandosi danni irreversibili, perché la massima pulsione sessuale che dimostrano questi diciassettenni verso una bella ragazza è il mano nella mano e il bacio sulla guancia. Che teneri!

Gli alberi.
Giuseppe Festa ha una grande passione per gli alberi, ed è un vero esperto in materia. Per cui, non scriverà mai che “Tizio si nascose dietro a un albero”, o al limite che “Tizio si nascose dietro a un pino”. Scriverà invece che “Tizio si nascose dietro ad un Pino Nero ad Ombrello della Patagonia Occidentale, dai caratteristici aghi corti e sottili che produce una resina dall’inconfondibile odore pungente”. Un consiglio quindi, complementare a ciò che dice sempre Gamberetta (“scrivete di ciò che sapete”): evitate di cedere alla tentazione di scrivere tutto ciò che sapete su un certo argomento, se non è strettamente funzionale all’azione principale!

Il fantasy.
Giuseppe Festa è un grande fan di Tolkien, e quindi deve per forza infilare un po’ di fantasy in un romanzo che col fantasy non c’entra un tubo, con effetti di cui è meglio non parlare. La storia si svolge in un immediato futuro, diciamo tra 5-10 anni, esattamente nel nostro mondo, in una nazione che si direbbe europea ma che non si capisce quale sia, partendo da una città, Taisla, che secondo Google Maps non esiste. I nomi dei luoghi suonano “tipicamente” fantasy, così come i nomi della maggior parte delle persone. Jari, Kuno, Munal, Aton, Archinpietra, Boschi della Luna, Monte Dente Buco, e così via. Questo “basta” a far sì che il romanzo venga in qualche modo spacciato per fantasy o affine, insieme al fatto per i monti si aggira un misterioso Anziano dei Boschi. Questo è un vecchio locale dal brutto carattere che ama la solitudine, ma anche una specie di druido dotato di superpoteri, con effetti sulla bellezza della storia che vi lascio immaginare alla luce di quanto detto finora.

Le altre recensioni.
Mi son convinto a scrivere questa tremenda recensione dopo averne trovate altre in rete, positive, e addirittura entusiaste. Questo mi ha fatto un po’ riflettere sul fatto che per ogni scrittore con le idee confuse su cosa vuol dire scrivere, ci sono cento recensori con le idee ancora più confuse.

Una, da CelticPedia, inizia così:

Raramente per comprendere appieno un romanzo è opportuno come in questo caso conoscere qualcosa della personalità dell’autore.

e già non ci siamo. Per comprendere appieno un romanzo deve bastarmi quello che c’è scritto nel romanzo stesso, altrimenti c’è qualcosa che non va.

Un’altra, da La Tela Nera, comincia così:

C’è dentro tutto l’amore di Giuseppe Festa per la natura, in questo romazo.

Ce l’ho anch’io l’amore per la natura, trabocco letteralmente di amore per la natura, perché dovrei pagare 10 euro l’amore per la natura di Giuseppe Festa? Se tiro fuori dei soldi per un’opera di narrativa, voglio leggere cose interessanti, scritte bene, capaci di suscitarmi emozioni che non siano di ferocia nei confronti dell’autore. Questi recensori sono incapaci di distinguere i vari piani logici confondendo forma, contenuti, intenzioni dell’autore e quant’altro. E’ come alle scuole medie, dove nel tema di italiano ti valutano le idee più che la forma, e se scrivi che sei favorevole alla pena di morte, ti fanno lo stesso un mazzo così anche se l’hai spiegato in ottimo italiano. In estrema sintesi, il punto è proprio questo: Giuseppe Festa scrive per avere l’approvazione della Prof. di Italiano. Nella buona letteratura la presenza dell’autore dovrebbe essere il più discreta possibile, invisibile. I personaggi dovrebbero vivere di vita propria. I personaggi di Giuseppe Festa, invece, sono dei burattini parlanti, che non fanno altro che ripetere le sue stesse idee sulla natura e su quanto è bella e buona la natura, e il protagonista è il suo stesso super-io adolescenziale che piace alla Prof. e al Preside, e i compagni e le compagne stravedono per lui e lo eleggono capoclasse per acclamazione.

La Prof. di Italiano
La Prof. di Italiano

In conclusione, sbirciando avanti qua sotto, mi rendo conto che i 5 gamberi marci che ho dato a I boschi della Luna non rendono appieno l’idea, sangue di Giuda. Ma è la mia prima recensione dalla Barca dei Gamberi, e non voglio esagerare. Un consiglio: leggetelo, così capirete che non sono io ad essere stronzo a scrivere una recensione così. Ora è anche in offerta, costa solo 3,90 euro, senza spese di spedizione.


Approfondimenti:
Il sito del gruppo musicale dei Lingalad
The Death of Grass su Wikipedia
Lord of the Flies su Wikipedia

Giudizio:

L’inizio +1 -1 Tutto il resto
L’intento pedagogico +1 -2 Perché ottiene l’effetto contrario
  -1 Il pistolotto finale
  -2 I dialoghi, fastidiosissimi!
  -1 I personaggi da libro di catechismo

Scritto da Signor StockfishGamberolinkCommenti (14)Lascia un commento » Questo articolo in versione stampabile Questo articolo in versione stampabile

Crudeltà Editoriale: Due Esempi

Concludevo l’articolo di ieri con un “Imparare a scrivere.”

Come si impara a scrivere? Sto parlando d’imparare a scrivere narrativa, in particolare narrativa fantastica. La risposta è semplice: leggendo uno o più manuali che insegnino a farlo!
Sento già nelle orecchie i lamenti degli Artisti, per i quali manuali e regole sono la morte della Letteratura. Be’, se la pensate così, non so che altro dirvi. Vorrei solo rifletteste su qualche esempio:
Videogiochi. Chi non ci ha giocato? Io ci gioco sempre! C’è qualcuno che pensa davvero che si possa imparare a programmare un videogioco grazie all’Arte e al Puro Talento? Mio fratello mi ha fatto vedere: all’atto pratico è del tutto analogo allo scrivere un romanzo, solo invece che scrivere in italiano occorre usare un linguaggio artificiale. Un videogioco non è altro che una sterminata sequenza d’istruzioni, messe una dietro l’altra, come sto io adesso mettendo una dietro l’altra le parole di questo articolo. Perciò, signori Talentuosi, cominciate!
In realtà ci voglio anni per imparare a programmare, e altri ancora per programmare nello specifico videogiochi. E questi anni sono disseminati di manuali spessi un palmo e pieni di matematica.
Prendiamo la musica. Se fosse solo questione di Arte, perché mai la gente dovrebbe frequentare un conservatorio? O prendere lezioni di piano? In fondo tutti sanno battere le dita sui tasti di un pianoforte, perché il Talento con la T maiuscola non dovrebbe essere sufficiente?

Da dove nasca l’idea che scrivere narrativa e in particolare narrativa fantasy non richieda nessuno studio non lo capirò mai. Negli ultimi mesi ho letto i manuali e i suggerimenti di Mark Twain, Orson Scott Card, Stephen King, Ben Bova e altri. È stato molto utile, in primo luogo per me stessa. Anche quando scrivo senza nessuna intenzione, non dico di pubblicare, ma solo di far leggere a qualcuno, mi diverto molto di più. È la differenza che passa dal battere a caso sul pianoforte e stupirsi degli strani suoni che ne escono e saperlo suonare e godere della musica che ne nasce.

Un pianoforte
Il Coniglietto Grumo sa anche suonare il pianoforte!

Perché ho letto solo manuali di scrittori stranieri? Perché a me piace la narrativa fantastica (fantasy e fantascienza) e in Italia quasi nessuno conosce l’argomento. Quei pochi non mi pare abbiano mai pubblicato nessun tipo di manuale.

Leggendo i manuali ho scoperto che ci sono ormai regole acquisite, da cento e passa anni. Per esempio scrivere sempre in maniera semplice e chiara. Un’altra regola condivisa da tutti è quella di scartare il superfluo. In ogni caso, senza eccezioni. Seguono poi regole meno categoriche, come quella per altro importantissima del mostrare invece di raccontare, o quelle che regolano la scelta del miglior punto di vista.

Seguire tali regole non limita la libertà di scrittura e anzi offre un vantaggio gigantesco: permette di valutare da soli se quanto si è scritto è decente. Se io ho appena scritto “doglio” e il vocabolario me lo segna come termine letterario di basso uso, so che ho appena violato la regola che impone semplicità e chiarezza, metto al posto del doglio un barile e ho fatto un oggettivo passo avanti. Se io comincio una storia con “Laura mi stava spiegando come programmare un videogioco”, constato che è un raccontare, non è un mostrare, dunque sto sbagliando e posso correggermi. E così via.

Infine le regole sono seguite dagli editori. Almeno dagli editori anglosassoni. I criteri adottati dagli editori italiani sono molto più nebulosi. Ma d’altro canto gli scrittori anglosassoni vendono milioni di copie, anche da noi, gli scrittori italiani non vendono neanche ai loro compatrioti. Perciò riuscire a raggiungere il livello medio di uno scrittore anglosassone è già un bel passo avanti, e in campo narrativa fantastica vorrebbe dire essere il miglior scrittore italiano in tale genere, o quasi.

Quello che seguirà sarà perciò basato su due fatti:
Primo fatto. Nella narrativa di genere fantastico esistono delle regole obbiettive, forgiate da esperienza secolare.
Secondo fatto. Gli editori che conosco il loro mestiere, per scegliere chi pubblicare, si attengono a quelle stesse regole. Almeno in teoria.

So benissimo che sul secondo fatto si può discutere all’infinito. Mi limito a dire che il ragionamento: “se hanno pubblicato la Troisi allora devono pubblicare anche me”, è deleterio. La Troisi pubblicata da Mondadori è stata una disgrazia, se non se ne aggiungono altre è meglio per tutti.
E in ogni caso, prima delle lagnanze, si deve raggiungere quel livello da scrittore anglosassone medio che dicevo. Medio, che non è