Crudeltà Editoriale: Due Esempi
Concludevo l’articolo di ieri con un “Imparare a scrivere.”
Come si impara a scrivere? Sto parlando d’imparare a scrivere narrativa, in particolare narrativa fantastica. La risposta è semplice: leggendo uno o più manuali che insegnino a farlo!
Sento già nelle orecchie i lamenti degli Artisti, per i quali manuali e regole sono la morte della Letteratura. Be’, se la pensate così, non so che altro dirvi. Vorrei solo rifletteste su qualche esempio:
Videogiochi. Chi non ci ha giocato? Io ci gioco sempre! C’è qualcuno che pensa davvero che si possa imparare a programmare un videogioco grazie all’Arte e al Puro Talento? Mio fratello mi ha fatto vedere: all’atto pratico è del tutto analogo allo scrivere un romanzo, solo invece che scrivere in italiano occorre usare un linguaggio artificiale. Un videogioco non è altro che una sterminata sequenza d’istruzioni, messe una dietro l’altra, come sto io adesso mettendo una dietro l’altra le parole di questo articolo. Perciò, signori Talentuosi, cominciate!
In realtà ci voglio anni per imparare a programmare, e altri ancora per programmare nello specifico videogiochi. E questi anni sono disseminati di manuali spessi un palmo e pieni di matematica.
Prendiamo la musica. Se fosse solo questione di Arte, perché mai la gente dovrebbe frequentare un conservatorio? O prendere lezioni di piano? In fondo tutti sanno battere le dita sui tasti di un pianoforte, perché il Talento con la T maiuscola non dovrebbe essere sufficiente?
Da dove nasca l’idea che scrivere narrativa e in particolare narrativa fantasy non richieda nessuno studio non lo capirò mai. Negli ultimi mesi ho letto i manuali e i suggerimenti di Mark Twain, Orson Scott Card, Stephen King, Ben Bova e altri. È stato molto utile, in primo luogo per me stessa. Anche quando scrivo senza nessuna intenzione, non dico di pubblicare, ma solo di far leggere a qualcuno, mi diverto molto di più. È la differenza che passa dal battere a caso sul pianoforte e stupirsi degli strani suoni che ne escono e saperlo suonare e godere della musica che ne nasce.

Il Coniglietto Grumo sa anche suonare il pianoforte!
Perché ho letto solo manuali di scrittori stranieri? Perché a me piace la narrativa fantastica (fantasy e fantascienza) e in Italia quasi nessuno conosce l’argomento. Quei pochi non mi pare abbiano mai pubblicato nessun tipo di manuale.
Leggendo i manuali ho scoperto che ci sono ormai regole acquisite, da cento e passa anni. Per esempio scrivere sempre in maniera semplice e chiara. Un’altra regola condivisa da tutti è quella di scartare il superfluo. In ogni caso, senza eccezioni. Seguono poi regole meno categoriche, come quella per altro importantissima del mostrare invece di raccontare, o quelle che regolano la scelta del miglior punto di vista.
Seguire tali regole non limita la libertà di scrittura e anzi offre un vantaggio gigantesco: permette di valutare da soli se quanto si è scritto è decente. Se io ho appena scritto “doglio” e il vocabolario me lo segna come termine letterario di basso uso, so che ho appena violato la regola che impone semplicità e chiarezza, metto al posto del doglio un barile e ho fatto un oggettivo passo avanti. Se io comincio una storia con “Laura mi stava spiegando come programmare un videogioco”, constato che è un raccontare, non è un mostrare, dunque sto sbagliando e posso correggermi. E così via.
Infine le regole sono seguite dagli editori. Almeno dagli editori anglosassoni. I criteri adottati dagli editori italiani sono molto più nebulosi. Ma d’altro canto gli scrittori anglosassoni vendono milioni di copie, anche da noi, gli scrittori italiani non vendono neanche ai loro compatrioti. Perciò riuscire a raggiungere il livello medio di uno scrittore anglosassone è già un bel passo avanti, e in campo narrativa fantastica vorrebbe dire essere il miglior scrittore italiano in tale genere, o quasi.
Quello che seguirà sarà perciò basato su due fatti:
Primo fatto. Nella narrativa di genere fantastico esistono delle regole obbiettive, forgiate da esperienza secolare.
Secondo fatto. Gli editori che conosco il loro mestiere, per scegliere chi pubblicare, si attengono a quelle stesse regole. Almeno in teoria.
So benissimo che sul secondo fatto si può discutere all’infinito. Mi limito a dire che il ragionamento: “se hanno pubblicato la Troisi allora devono pubblicare anche me”, è deleterio. La Troisi pubblicata da Mondadori è stata una disgrazia, se non se ne aggiungono altre è meglio per tutti.
E in ogni caso, prima delle lagnanze, si deve raggiungere quel livello da scrittore anglosassone medio che dicevo. Medio, che non è un livello altissimo, è il livello dello scribacchino competente ma non troppo talentuoso.
Ultima nota: ovviamente non bastano i manuali, bisogna leggere, in particolare nel genere nel quale poi si vuole scrivere, bisogna documentarsi sugli argomenti che si vorrà trattare e bisogna esercitarsi a scrivere.
Una buona dose di fantasia aiuta. Quello che non serve: amore, anima, cuore e stupidate del genere. Il mito in assoluto più deleterio è quello secondo il quale, se si scrive riversando nelle pagine tutto l’amore del mondo, tale amore trasparirà fino al lettore, colmandolo di delizia. Invece succede questo: «Ma porco diavolo! Ho speso 20 euro per uno schifo di romanzo e adesso ho pure le mani tutte unte d’amore!»
Questo concludeva la premessa. Ora le conseguenze attraverso due esempi.
Mozart di Atlantide
Romanzo di fantascienza scritto da Simone Maria Navarra, il cui divertentissimo blog è qui. Attualmente non credo il romanzo sia disponibile perché partecipa al Premio Urania, ma lo si può trovare via P2P o chiedendolo direttamente all’autore.

Copertina di Mozart di Atlantide
Io ho provato a leggerlo un paio di mesi fa, quand’era ancora disponibile per il download. Ho detto provato perché non sono mai riuscita a finirlo. È anche la ragione per la quale non l’ho mai recensito.
Lasciando un messaggio al blog dell’autore, ho dichiarato che un’eventuale recensione sarebbe stata negativa, e di essermi convinta di questo fatto dopo aver letto appena due paragrafi. Non so se sono stata presa sul serio, io ero serissima (come credo, anzi spero, siano gli editori nel valutare i manoscritti).
I due paragrafi sono questi:
Gettando uno sguardo allo schermo del portatile, Mozart si rese conto di essere in ritardo e allungò il passo.
Era diretto verso il centro di collocamento del quartiere, dove lo attendevano alcuni amici. Avrebbe potuto tranquillamente cercare un lavoro tramite il terminale che aveva in casa, ma visto che anche gli altri avevano bisogno di trovarsi un nuovo impiego tanto valeva sfruttare l’occasione per incontrarsi.
“Gettando uno sguardo allo schermo del portatile, Mozart si rese conto di essere in ritardo e allungò il passo.”
Tre problemi in questa frase:
Primo problema. “Mozart si rese conto di essere in ritardo”, è raccontato. Io lettore come devo immaginarmi la scena? Tra l’altro tenendo conto che è un romanzo di fantascienza? Mozart getta uno sguardo allo schermo e ne deduce di essere in ritardo. Ma come? Manca il passaggio fondamentale: cosa ha visto sullo schermo!
So benissimo che Mozart probabilmente ha letto solo l’ora, ma il punto è che già alla prima frase sono stata costretta a dedurre. Già subito ho dovuto interrompere l’immersione per fermarmi a pensare su cosa l’autore intendesse per “rendersi conto di essere in ritardo”.
Secondo problema. Il portatile. I portatili attuali, e direi degli ultimi cinque anni almeno, sono portatili fino a un certo punto, io li definirei “trasportabili”. Sono molto grossi, e nessuno li usa mentre passeggia. Perciò con nessun’altra informazione di contorno, si storce subito il naso di fronte a un personaggio che guarda un portatile mentre cammina. E dato che è probabile sullo schermo ci sia un qualcosa legato all’ora, perché non ha guardato un orologio? un cellulare? un palmare?
Terzo problema. Il nome del protagonista. Mozart non è un nome qualunque. Porta con sé un determinato bagaglio emotivo, e soprattutto porta con sé la domanda: “Perché Mozart si chiama Mozart? È quel Mozart o un altro Mozart?” Almeno fin dove sono arrivata io a leggere queste domande non hanno risposta, sebbene appaia chiaro che Mozart non è il Mozart musicista.
Spero che la ragione per la quale tutti i personaggi di Atlantide hanno nomi famosi venga rivelata e sia una ragione valida, perché la faccenda è fastidiosa.
In quest’incipit l’attrattiva per il lettore dovrebbe essere quella di scoprire le ragioni e le possibili conseguenze del ritardo del protagonista, però il tutto è oscurato dal fatto che si chiami Mozart. Sì, va bene, ha un portatile, ma perché si chiama Mozart? Ho capito, è in ritardo, ma perché si chiama Mozart? Cammina alla svelta, non discuto, ma perché si chiama Mozart?
“Era diretto verso il centro di collocamento del quartiere, dove lo attendevano alcuni amici. Avrebbe potuto tranquillamente cercare un lavoro tramite il terminale che aveva in casa, ma visto che anche gli altri avevano bisogno di trovarsi un nuovo impiego tanto valeva sfruttare l’occasione per incontrarsi.”
Chissà per cosa sarà in ritardo Mozart? Per l’appuntamento con gli omini verdi? Per sposarsi con la Principessa di Venere? Per partire con una nave spaziale?
L’autore risponde subito.
Errore uno: risponde l’autore, è inevitabile, perché Mozart sa benissimo dove sta andando e non avrebbe ragione di rivelarlo al lettore. Ciò non toglie che ogni ingerenza diretta dell’autore è una pessima pratica.
Errore due: la risposta è degna di una parodia!
Mozart si sta per incontrare con gli amici per cercare lavoro?! È davvero “fantascienza”!
«Ciao, Chiara, vieni domani al cinema?»
«No.»
«Ciao, Chiara, vieni in discoteca?»
«No.»
«Ciao, Chiara, stiamo andando a cercare lavoro, ci vieni?»
«Corro!»
Non è in sé un errore, è un errore se il romanzo vuole essere un romanzo di fantascienza da prendere sul serio, come parrebbe.
Il “tranquillamente” è da togliere: come dice Stephen King, “la via dell’Inferno è lastricata di avverbi.”
In realtà da “Avrebbe” in poi è da togliere: è solo un altro noioso intervento dell’autore, atto a riferire fatti che Mozart già conosce e che al lettore non interessano. Aggravante: Mozart è a passo svelto, questo paragrafo è come l’impallinasse sul posto, bloccando subito l’azione.
Mi fermo qui.
Il succo della dimostrazione era illustrare come a un editore volendo bastino davvero poche pagine, addirittura meno di una, per dare un giudizio su un’opera. Poi forse non butta il manoscritto dopo due paragrafi, ma io dubito arrivi oltre pagina 10 o giù di lì.
Io sono arrivata a pagina 50 circa, e Mozart di Atlantide non è pubblicabile. D’altro canto non ci aveva mai sperato nessuno, o sbaglio?
Aggiungo che l’autore avrà modo di vendicarsi in maniera indiretta, quando sarà diventato scrittore di fama mondiale: a me verrà negata ogni possibile pubblicazione, perché nessun editore avrà il coraggio di dare alle stampe qualcosa scritto dalla tizia che in gioventù aveva osato criticare il più grande autore del terzo millennio.
(ogni tanto sul blog dell’autore compaiono baloccamenti simili, ho cercato di imitarne lo stile).
Secondo esempio.
La Voce dei Meil’ar
L’autrice del suddetto romanzo ha lasciato un commento al mio articolo di ieri, invitandomi a leggere la sua opera. Potrei anche farlo, ma prima mi metto nei panni dell’editore che riceve una sinossi del romanzo e qualche capitolo d’esempio.

Copertina di La Voce dei Meil’ar
Al sito del romanzo, sono disponibili diversi estratti da vari capitoli. Ho scelto quello sui duelli: questo.
La scelta è caduta su tal brano perché qui sulla Barca dei Gamberi ci piace leggere di duelli e spargimenti di sangue!
Al sito non è disponibile una sinossi completa del romanzo, ma c’è la trama, l’elenco dei personaggi e una cartina del mondo, direi elementi sufficienti per potersi orientare.
Invece di due soli paragrafi, ho preso in considerazione le prime tre pagine dell’estratto. È un’analisi piuttosto lunga, se si vuole saltare direttamente alle conclusioni, si può cliccare qui.
Berrie si toccò la spalla lacerata fino a qualche istante prima da un profondo taglio: della ferita rimaneva ormai solo un ampio strappo nella manica, e una chiazza di sangue scuro sulla casacca.
Manca almeno una virgola tra spalla e lacerata. “da un profondo taglio” è pleonastico: se la spalla è lacerata è vittima di lacerazione che è appunto un profondo taglio. “ormai”, “ampio” e “scuro” potrebbero essere tolti senza danno.
Il guaritore l’aveva fatta semplicemente scomparire come se non fosse mai esistita, dopo averle preso la mano ed essere rimasto immobile a occhi chiusi come in ascolto di un suono che ella non era riuscita a udire, fiancheggiato da un tengal dallo sguardo imperscrutabile.
“fatta scomparire”, cosa? La casacca? La chiazza di sangue? La manica? La ferita è già molto indietro, non è immediato per il lettore capire quale sia il riferimento. “semplicemente”, come il 99% degli avverbi è inutile, nel caso specifico la semplicità è implicita in “come non fosse mai esistita”. Dopo il “come non fosse mai esista” ci va un punto. La narrazione successiva rende la frase troppo lunga, e la narrazione stessa lascia il tempo che trova. Se l’operare del guaritore ha importanza, la scena avrebbe dovuto aprirsi con lui all’opera.
Roteò il braccio da una parte e dall’altra: come nuovo.
“da una parte e dall’altra”? Come si fa a roteare da una parte? Forse lo roteò in un senso e nell’opposto. O forse, ancora più semplice, lo roteò e basta.
Svolse la piccola pergamena che le avevano consegnato dopo il terzo duello e ne lesse il contenuto: Campo di Gelkha.
Calzò di nuovo la sua maschera da insetto e rinfilò i suoi due pugnali nelle asole della cintura.
La pergamena contiene solo tre parole, è inutile specificare sia “piccola”. Perché “Calzò”? È forzato, meglio indossò la maschera. “sua”, come la buona parte dei possessivi, può e deve essere tolto. Se non altrimenti specificato il lettore capisce da solo che la maschera è di chi l’indossa.
Il vento della notte precedente aveva spazzato via le nubi cariche di neve svelando un cielo di un acceso color indaco, ma nonostante il sole brillasse alto l’aria era gelida e frizzante e la brina scricchiolava sotto i suoi passi.
Non è ben chiaro perché si passi a parlare del tempo. Spero il freddo abbia qualche conseguenza futura.
Nelle sue orecchie risuonavano ancora le grida e gli incitamenti del pubblico che aveva presenziato allo scontro; anche Fenèlya aveva assistito seduta su una larga trave di legno senza un grido, né una voce di incoraggiamento.
Eppure Berrie aveva avuto l’impressione che fosse tesa e nervosa mentre passava le sue dita tra i capelli candidi.
Il primo possessivo “sue orecchie”, va tolto, il secondo è ambiguo: sono le dita di Berrie o di Fenèlya? E i capelli? L’”Eppure” non si capisce: Fenèlya assiste senza dire una parola né incoraggiare, sembra appunto tesa e nervosa, dunque perché “Eppure”?
“Sono stata fortunata. Le mie avversarie erano piuttosto impreparate” si disse tirando un sospiro. Si toccò di nuovo inconsapevolmente la spalla: impreparata o no l’ultima contendente le aveva sferrato un colpo vigoroso con la mazza. Se avesse preso meglio la mira probabilmente l’avrebbe colpita in piena testa.
“inconsapevolmente”, togliere. Forse avendo letto il duello in questione si capisce, ma in generale, senza ulteriori specificazioni, una mazza non è il tipo d’arma che provochi profondi tagli. “probabilmente” togliere.
Ripensò con orgoglio all’agilità con cui era riuscita ad aggirare la massiccia giovinetta con la maschera da cinghiale dalle movenze pesanti e robuste e a “colpire” il mago posto dietro di lei.
“Ripensò con orgoglio”: raccontato. È probabile Berrie stia pensando alle singole mosse. Sicura che “giovinetta” sia il termine corretto? Una giovinetta è una bambina, al massimo un’adolescente, già associarla a “massiccia” suona strano. Inoltre “massiccia giovinetta” è già fin troppo: “con la maschera da cinghiale dalle movenze pesanti e robuste” è un’inutile specificazione.
Estrasse dalla tasca la mappa di sughero e fece vagare lo sguardo sulla minuscola riproduzione della spianata.
È dura che lo sguardo possa vagare su un che di “minuscolo”. Se la riproduzione è minuscola la si abbraccia tutta quanta con una sola occhiata.
Fortunatamente il campo di Gelka non era distante da dove si trovava adesso.
“Fortunatamente” togliere; “adesso” uguale, è chiaro che il fatto di non essere distante è legato alla posizione corrente della protagonista.
Oltrepassò un gruppetto di giovinette che, su un lato del sentiero, si erano sfilate la maschera: due stavano piangendo e tutte le scoccarono un’occhiata invidiosa e malevola.
“su un lato del sentiero” inciso inutile. “tutte le scoccarono un’occhiata”? Anche le due che stanno piangendo?
I duelli stavano mietendo le prime vittime.
Mi sembra esagerato affibbiare il termine “vittime” a delle ragazzine che frignano. Hanno almeno perso un occhio? Qualche dito?
Berrie ringraziò ancora una volta il cielo per averle permesso di arrivare fino a quel punto.
Ringraziare il cielo implica tutta una serie di considerazioni sulla religione e sul sovrannaturale che, a quanto sembra, avvicinano molto il mondo di Glorinant al nostro. Spero sia voluto.
Si chiese quanti scontri ancora avrebbe dovuto affrontare per assicurarsi il suo ruolo di tengal: se anche avesse dovuto incontrare cento, mille avversarie, non avrebbe certo ceduto.
Come mai Berrie, che sta per affrontare il quarto duello, non sa quanti ancora ne dovrà sostenere? Funziona così? Suona strano che la gente si batta senza sapere neanche quando potrà smettere. “suo ruolo”, togliere il possessivo. Inoltre è ancora un discorso indiretto raccontato:
“Ancora dieci, cento, mille duelli!” pensò Berrie. “Non importa quanti saranno, non mi tirerò mai indietro!” Così, in generale, è meglio.
Il suo pensiero volò leggero ai suoi cari: da tempo, ormai, li immaginava mano nella mano nella placida tranquillità del Giardino degli Avi.
Questo mi fa tornare in mente Fascisti su Marte, anche se capisco non sia colpa tua.
| Frammento da Fascisti su Marte |
I possessivi vanno ancora una volta tolti, la tranquillità è implicito sia placida.
«Caro papà, zia, vi prometto che quando avrò trovato quella donna tornerò al nostro Poggio ridente a prendermi cura del tuo orto, papà, e ricostruirò la nostra bella casa».
Perché i pensieri prima erano racchiusi tra virgolette e questo è tra caporali? Prima Berrie si rivolge a padre e zia, poi solo al padre, ma ancora mentre si sta rivolgendo a entrambi, c’è il tuo orto e la nostra casa che si mischiano. Nessuno ripensa a qualche luogo definendolo “ridente”.
Il fluire dei suoi pensieri venne interrotto da rumori in lontananza: si schermò gli occhi contro la luce del sole e proprio di fronte a lei distinse chiaramente una piccola folla di persone che, per ingannare l’attesa, si esibiva in canti e cori dal testo scurrile.
Da togliere come al solito i possessivi di troppo, da questo punto in poi non lo ricorderò più, ma tale errore è presente in quasi tutte le frasi. Berrie sente rumori “in lontananza” ma una “piccola folla di persone” è “proprio di fronte a lei”. Perciò o i rumori non vengono dalla folla, o la folla non è davvero di fronte a lei, o i rumori non sono in lontananza.
Poi, una folla è di persone per antonomasia, ed è strano accostare la folla a piccola, è come se avessi scritto: “un piccolo grande gruppo di persone”. Se metti un punto dopo canti e cori può andare. Se specifichi che il testo è scurrile, devi togliere “testo scurrile” e riportare il testo medesimo. Berrie non ha sentito un “testo scurrile” ha sentito bestemmie o riferimenti ad accoppiamenti tra donne di facili costumi e cefalopodi, o non so cosa sia ritenuto scurrile nel suo mondo.
Ah, chiaramente, il “chiaramente” va tolto, come per i possessivi, gli avverbi vanno quasi sempre tolti, anche in questo caso non lo dirò più.
Gettò un occhio sulla cartina, e valutò che quello dovesse essere proprio il campo a cui era diretta. «Il grillo è arrivato! Alla buonora! Dormito bene?» un’ondata di applausi e grida spazientite la investì non appena varcò la staccionata di legno. Evidentemente la sua guarigione aveva richiesto più tempo di quanto le era sembrato.
Più tempo di quanto le fosse sembrato. Anche questo passaggio suona un po’ strano, ovvero che non ci siano orari ben precisi per l’inizio dei duelli.
La sua avversaria era già lì e da un bel pezzo a giudicare dal nervosismo con cui percorreva il piccolo appezzamento: una rapida occhiata le fece presto capire che era meglio non aspettarsi un’impresa troppo semplice.
“bel”, “piccolo”, “rapida”, “presto”, “troppo”: non aggiungono niente al senso del discorso, e possono essere tolti. Come per gli avverbi e i possessivi, anche per gli aggettivi non lo sottolineerò più, ma è un errore frequente. Per capire se un aggettivo serve basta toglierlo e vedere se la frase cambia di significato: se è un’occhiata non rapida cambia qualcosa? No, perciò il “rapida” può sparire, e così via.
I due punti sono ingannevoli messi lì, perché è ovvio che è la “rapida occhiata” che fa intuire a Berrie che non sarà un duello facile e non il fatto che l’avversaria appaia nervosa.
Al contrario delle precedenti sfidanti la giovane non sembrava né goffa tantomeno impreparata. Più bassa di lei e di un bel po’, si muoveva con eleganza e consapevolezza, stringendo tra le mani due cilindretti di metallo ognuno dotato di quattro catene con appese lame simili a punte di freccia.
“la giovane”, è giusto? Ovvero è voluto il fatto di sottolineare che questa volta è una giovane invece di una giovinetta? Manca un “né” dopo “goffa”. Ho dei grossi problemi a capire che arma abbia in mano la giovane. Se tale arma è stata descritta con più dettaglio in precedenza qui basterebbe il nome, altrimenti questa descrizione mi lascia perplessa.
I “cilindretti” mi fanno venire in mente le pile formato AA. E lame a forma di punta di freccia non hanno alcun tipo di efficacia se montate al termine di catene.
Vagamente potrebbe essere un mazzafrusto, un affare di questo genere, che però come vedi non corrisponde moltissimo alla tua descrizione.

Mazzafrusto
Inoltre maneggiarne due alla volta di mazzafrusto mi pare alquanto scomodo.
Di tanto in tanto ne faceva roteare un gruppo fendendo l’aria con un secco sibilo. Berrie deglutì pesantemente.
Mah! Il funzionamento dell’arma continua a essere poco chiaro.
La contendente si avvide della sua presenza e si avvicinò al centro del campo dove tre tengal attendevano per dare inizio alla sfida: indossava una piccola maschera da gatto.
Qui è confuso: la contendente chi è? Berrie o l’altra? Ne deduco che sia l’altra perché Berrie non indossa una maschera da gatto, però devo fare uno sforzo di deduzione per capirlo. Inoltre questo significa che “sua presenza” è Berrie, ovvero il punto di vista è passato da Berrie all’avversaria da un paragrafo all’altro, questo è grosso errore.
D’istinto Alberya provò un moto di preoccupazione. Si appropinquò comunque al gruppetto fissando l’altra nelle orbite vuote della sua maschera, estrasse con lentezza i pugnali dalla cintura, sfregandoli l’uno contro l’altro.
Chi è Alberya?! Poi capisco sia sempre Berrie, ma anche questo è un brutto errore. Io ho l’impressione che tu voglia evitare a tutti i costi le ripetizioni, ma è molto meglio una ripetizione che non costringere il lettore a scervellarsi per capire chi stia facendo cosa. “Berrie” dopo due volte che lo usi diventa trasparente: il lettore non si accorge neanche più che sia scritto. Se invece scrivi Berrie, poi scrivi Alberya, poi scrivi giovane e poi non so che altro, il lettore, prima di capire la frase, dovrà a mente star lì a sostituire Alberya & c. con Berrie. Tanto vale mettere subito Berrie.
Credo sia anche il problema con “appropinquò”: meglio ripetere “avvicinò” che scrivere appropinquò, sul serio.
Ho idea che tutti i moti per loro natura siano istintivi e non è chiaro che significato abbia lo sfregamento dei pugnali: si rovinano!
Sentiva il suo respiro affannoso contro il cuoio dell’azahie’l e gocce di sudore percorrerle la spina dorsale nonostante il freddo.
A un cenno del tengal due giladh fecero il loro ingresso in campo, posizionandosi dietro ognuna delle due fanciulle: all’esterno, appoggiati alle transenne, una fila di maghi sembrò cadere improvvisamente in un profondo stato di trance.
I maghi in trance sono un particolare interessante, però anche slegato rispetto a quanto si è visto finora.
Berrie gettò uno sguardo dietro le sue spalle: l’uomo la guardava con occhi colmi di timorosa speranza, a disagio nel ruolo di bersaglio.
Ritorna il problema già visto prima: se l’uomo è un giladh, chiamalo giladh!
«Una di fronte all’altra. Niente magia o siete fuori. Impugnate le armi. A voi!» gridò la tarchiata lottatrice sollevando entrambe le braccia verso il cielo e facendosi da parte.
E ancora, chi è la “tarchiata lottatrice”?!
Un timido raggio di sole le illuminò per un istante il volto facendo sfavillare brevemente la minuscola fila di avilunye che le adornavano il volto.
Ecco, qui invece avresti dovuto evitare la ripetizione, perche questo “il volto… il volto” è fastidioso. Per esempio: “le adornavano le guance” (o qualunque sia la parte del volto che le adornavano).
Berrie sentì improvvisamente il suo cuore perdere un colpo e lo stomaco salirle pericolosamente in gola: un minuto gufo argenteo baluginò per un istante nella chiara luce del mattino perdendosi immediatamente tra gli altri disegni.
Molto confuso: all’inizio ho pensato che il gufo fosse un vero gufo, dopo tre riletture ho capito che il gufo era un avilunye. Se qualcuno ha letto anche i capitoli precedenti è probabile che capisca più in fretta, ma io non m’illuderei: avilunye è una parola nuova, dubito il lettore riesca ad associarla a disegni o altri concetti al primo colpo.
Rimase lì, incapace di muovere anche solo un passo o di staccare lo sguardo dalla tempia della donna.
Ancora confuso. La donna chi è? La lottatrice tarchiata, ho capito, ma anche qui dovendo rileggere. Il fatto di non aver specificato dov’erano le avilunye sul volto rende il riferimento alla tempia non chiaro. E poi “incapace di… staccare lo sguardo”, però in nessun punto precedente è esplicitato che Berrie comincia a osservare la lottatrice.
Non poteva essersi sbagliata, non da così vicino: eppure non si trattava della donna incontrata otto mesi prima. «Ehi… che fai?» sentì bisbigliare in tono concitato alle proprie spalle.
“Ehi… che fai?” i tre puntini indicano una pausa, perciò non può essere un tono concitato.
Il giovane mago paffutello la fissava con sgomento, incitandola con le mani a farsi avanti e soprattutto a proteggerlo.
Chi è il “giovane mago paffutello”? E poi non era un uomo qualche paragrafo più sopra? E un giladh ancora prima? Quali gesti indicano contemporaneamente “fatti avanti” e “proteggimi”?
Con la testa che ronzava Alberya si volse verso la sua nemica che le girava intorno roteando le catene vorticosamente: il giladh alle sue spalle ne seguiva i movimenti cercando di tenere il passo con i suoi agili spostamenti.
Uhm, ma se l’avversaria di Berrie riesce a girarle attorno con così grande facilità, perché non colpisce il giladh di Berrie? Berrie sta girando su se stessa? Non sono molto chiari gli spostamenti.
E con questo si conclude la terza pagina del capitolo, direi possa bastare. Ogni frase aveva qualche problemuccio, piccolo o grande.
Ci sono errori di stile (avverbi e aggettivi, in particolare i possessivi), la narrazione è alle volte confusa perché non sempre è chiaro chi sia il soggetto (errore forse imputabile al voler evitare le ripetizioni, ma un editore non sta lì a interrogarsi, pensa solo che quel che ha letto è confuso), ci sono problemi più gravi riguardo il punto di vista, e parlando dei contenuti gli aspetti tecnici del duello paiono molto carenti (a partire dal fatto che una delle due contendenti impugna armi inutili).
Non posso giudicare la storia o la caratterizzazione dei personaggi da queste poche pagine, ma dubito un editore leggerebbe oltre: a questo punto ha già cestinato il manoscritto. A mio parere giustamente, non è un livello degno di pubblicazione.
Ciò non vuol dire che faccia schifo: per esempio, a parte un paio di scivoloni, sono tre pagine di mostrato e non di raccontato, il che è sicuramente positivo. E anche le descrizioni, benché appesantite da aggettivi e avverbi, scorrono con una certa fluidità; ho letto di peggio.
Può essere che il mercato editoriale italiano sia tanto corrotto che il talento e l’abilità tecnica non servano a niente per essere pubblicati. Ed è vero che sono stati pubblicati autori italiani immeritevoli sotto qualunque punto di vista.
Ma ciò detto, io di scrittori davvero bravissimi e non pubblicati in pratica non ne ho ancora visti.
Singola FAQ: Se si passasse come fai tu alla lente d’ingrandimento qualunque romanzo, anche il più bello, si troverebbero degli errori! Ecco, non è proprio una domanda, ma volevo dirlo!
È vero. Ma non bisogna trarne le conseguenze sbagliate: se prendiamo un qualunque romanzo, è molto probabile ci troveremmo almeno un refuso, questo significa che un romanzo del tutto sgrammaticato è uguale a un romanzo con un refuso?
Anche gli scrittori più bravi sbagliano o in certi casi consapevolmente violano le regole, per ricercare un effetto particolare, o per motivi extra letterari (per esempio togliere o aggiungere pagine per ragioni commerciali), rimane il fatto che sono eccezioni. C’è differenza tra un avverbio di troppo ogni dieci pagine e dieci avverbi di troppo in una pagina. Partire dal presupposto che la perfezione non sia raggiungibile non deve implicare che non si debba neanche provare ad avvicinarla!
Non dovrei aggiungere altro, ma viste spiacevoli esperienze passate, ribadisco che:
- Tutto quanto scritto è strettamente personale.
- Io non ho nessuna documentabile autorità in materia di letteratura.
- Sono senza ombra di dubbio pignola e pedante.
- E ne sono consapevole: il sarcasmo porterà il mondo alla rovina.
Come sempre, ringrazio il Coniglietto Grumo
per la collaborazione nella stesura dell’articolo.
Approfondimenti:
Mozart di Atlantide su Lulu.com
Il Blog dell’autore di Mozart di Atlantide
La voce dei Meil’ar su iBS.it
Il sito del romanzo La voce dei Meil’ar
Il Blog dell’autrice di La voce dei Meil’ar
Scritto da Gamberetta •
Gamberolink •
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Scusa, ma qui secondo me hai toppato: paragoni lo studio di un linguaggio di programmazione alla lettura dei manuali di scrittura creativa, ma c’è una grossa differenza tra le due cose:
La stesura di un programma segue delle regole precise dettate dal linguaggio scelto e dalla matematica che c’è dietro, per cui i libri che insegnano a programmare contengono regole obiettive che funzionano e che tra l’altro sono necessarie (se non sai nemmeno cos’è un vettore o una matrice che programma vuoi scrivere?).
I manuali di scrittura creativa invece danno delle opinioni che non sono necessariamente oggettive, anche perché se lo fossero ci sarebbe ben poco da discutere mentre scrittori ed editori non fanno che litigare sulle correzioni da apportare ai testi.
Peggio ancora, chiunque può scrivere un manuale di scrittura e dire quello che gli pare… pensa che ne ho scritto uno anch’io!
Su Mozart di Atlantide: secondo me è un buon libro, ma se ti fa schifo sei libera di avere la tua opinione e non vedo perché dovrei cercare di convincerti del contrario. Solo non dire che nemmeno secondo me è un’opera riuscita, perché non è vero.
Ultima cosa: non è bello strapazzare il lavoro degli altri senza firmarsi (forse sul manuale del critico letterario non c’è scritto?), ma se davvero sei una ragazzina di 17 anni complimenti. Ciao!
Simone
Venerdì, 2 Novembre 2007 @ 5:24pm
Cosa ti fa supporre che non esistano equivalenti letterari di matrici e vettori?
A parte il problema extra letterario, tipo tagliare un testo troppo lungo perché costa troppo stamparlo, io questi litigi tra editori e autori non li vedo.
Le poche regole che ho applicate sono condivise da tutti gli scrittori di narrativa che ho letto. Per esempio non c’è n’è UNO che sostenga che un aggettivo in più sia meglio di uno in meno.
Se Mark Twain mi dice una cosa, Stephen King mi dice una cosa, Orson Scott Card mi dice una cosa, e sono tutti d’accordo, e seguendo quelle regole hanno scritto romanzi bellissimi e vendutissimi, perché non dovrei dare loro ascolto? A me piace come scrivono, al pubblico piace come scrivono, dov’è il problema?
Viceversa senza seguire tali regoli, vedo in giro delle gran schifezze.
Poi anch’io posso scrivere un manuale di programmazione. Anche se non la conosco, sarà solo un pessimo manuale. Il fatto che chiunque possa scrivere manuali non vuol dire che tutti i manuali siano scritti da incompetenti.
Per Mozart di Atlantide, scusa, ho inteso male, toglierò la frase incriminata. Ma se davvero pensi che sia un buon romanzo, per me sei del tutto fuori strada. Magari riuscirai a pubblicarlo lo stesso, con qualche giro di amicizie o com’era, io non te lo auguro: sarebbe altro spazio rubato a qualche romanzo più meritevole.
In quanto al mio vero cognome, questo è un tormentone che mi capita spesso. Mi spieghi esattamente qual è la differenza fra scrivere:
“Tranquillamente” va tolto. - Chiara Amoruso.
“Tranquillamente” va tolto. - Chiara Bilancia.
“Tranquillamente” va tolto. - Chiara Cigoli.
“Tranquillamente” va tolto. - Chiara Donato.
ecc.
Tutto il tema dell’articolo è che ci siano regole oggettive, e la cosa che t’importa è come mi chiamo?
“Tranquillamente” va tolto, come 2+2 fa 4. Ma libero di continuare a non crederci.
Ciao.
Venerdì, 2 Novembre 2007 @ 6:26pm
Va bene che i propri figli sono sempre i più belli, però quando è evidente che non lo sono bisogna accettare la realtà anzi aggiungo che
le critiche di Gamberetta fino ad ora sono costruttive cioè spiegano anche dove stanno gli errori dunque è meglio accettarle e sfruttarle senza discutere troppo, non dico che lei sia Dio (terribile! ci punirebbe tutti!) ed abbia ragione al 100% però non ha tutti i torti. Ultima cosa: nella programmazione ci sono mille modi per risolvere un problema, c’è il modo sbagliato (infatti poi saltano fuori mille problemi), c’è il modo schifoso ma funzionante, c’è il modo funzionante e pure non tanto schifoso (quello che piace a me) e c’è il modo funzionante e bello, come si fa a programmare in modo funzionante e bello? beh ci sono libri che spiegano ciò e non sono neanche tanto oggettivi! dunque non è abissale la differenza tra un programma scritto bene ed un libro scritto bene. Ciao a tutti!
Venerdì, 2 Novembre 2007 @ 8:27pm
Tutto molto interessante e articolato, ma un tantino superfluo.
Voglio dire: siamo in Italia, paese dove il fantasy e la fantascienza sono generi o di nicchia (la sci-fi) o pensati per dei nerd sfigati (il fantasy).
Tu credi davvero che i nostri editori si facciano tutti questi pippotti mentali per decidere di pubblicare o meno un romanzo?
Vedendo la qualità del fantasy pubblicato da grandi editori direi di no.
Basta metterci dentro qualche drago (anche in copertina), un signore del male, un giovinetto buono e inizialmente incapace (magari pure degli elfi che sono sempre cool) e il romanzo verrà pubblicato, purchè scritto in uno stile appena decente e passabile.
Ho letto (”iniziato a leggere”, perchè è impossibile finirli) dei romanzi che fanno pena secondo tutti e tre questi criteri:
a) credibilità;
b) forma e scorrevolezza;
c) originalità.
Scrivere sci-fi è più difficile, anche perchè da noi il genere è cagato solo di striscio. A me piace molto di più il thriller con vaghi spunti fantascientifici (Rollins) o quella hard-boiled (Morgan) che non l’hard sci-fi, però anche qui noto che certi editori hanno portato sugli scudi autori mediocri, magari trombandone altri più meritevoli.
A me “Mozart di Atlantide” non è dispiaciuto affatto. Ho letto Urania recenti (pubblicati negli ultimi 3-4 anni) molto meno interessanti e scritti peggio.
Ancora, mi sembra che tu dia troppo peso a sottigliezze tecnico-teoriche che i più (noi lettori bifolchi) nemmeno notiamo. Mi riferisco ad alcuni appunti che hai fatto su Mozart. Purtroppo vedo (non solo da parte tua, si capisce!) che troppo spesso le buone idee vengono trombate a discapito di qualche bizantinismo tecnicistico.
Non fraintendermi: imparare a scrivere è la prima cosa da fare, se si vuole provare a buttar giù un romanzo.
Però occorre dire anche che non bisogna eccedere nella stilistica teoretica e cercare di trovare buone storie.
Il paragone coi videogiochi non regge molto…sorry. Non da noi, almeno. Magari negli USA c’è anche chi si mette lì a fare studi settoriali/vettoriali di questo tipo ma…da noi?
Non scherziamo: l’editoria nostrana mi da spesso l’idea di un dilettantismo impressionante, specialmente per quel che riguarda la narrativa di genere.
Venerdì, 2 Novembre 2007 @ 10:40pm
È vero che in Italia si pubblicano un sacco di schifezze. È vero che è pieno di dilettanti anche in posizioni dove non dovrebbero esserci.
E allora?
Aggiungendo altre schifezze e altri dilettanti non vedo quale sia il miglioramento.
Anch’io fino a qualche mese fa certe cose non le notavo. Notavo solo che Bay City e Mozart di Atlantide avevano quasi la stessa idea, ma Bay City l’ho letto d’un fiato (anche se poi non è che mi sia piaciuto più di tanto), Mozart mi ha annoiata a morte.
E la differenza sono proprio quelli che chiami “bizantinismi tecnicistici”. Perché non lo sono, sono quella che è considerata la base minima per cominciare a scrivere narrativa di genere. Che poi in Italia se ne freghino tutti per mille e una ragione, non me importa un fico secco.
Né mi sento in “colpa” perché sono una lettrice più consapevole o più attenta di altri. Manco per niente. Al massimo sono gli altri che dovrebbero raggiungere il mio tipo d’attenzione, non io che devo fare finta di niente.
Infine è solo la mia opinione. Quasi tutte le recensioni in giro per la rete che ho visto di Mozart di Atlantide erano positive. In generale io di “stroncature”, specie di scrittori esordienti, non ne vedo da nessuna parte. È quasi sempre uno scambio di complimenti, e lagnanze varie sugli editori, sul pubblico, sull’Italia e quant’altro.
Di discussioni poi sulla tecnica narrativa vera e propria neanche l’ombra.
Sabato, 3 Novembre 2007 @ 1:52am
Leggere una così alacre e cavillosa analisi di una parte del mio libro mi fa sentire l’urgenza di intervenire, anche se vorrei evitare la scenetta grottesca dell’autrice ferita che difende la propria creatura contro le caustiche accuse della blogger tagliente.
MI sa molto di lotta nel fango da B movie, che pure va tanto di moda nel blog che vedo in giro, il cui must principale sembra essere il cazzutismo spinto e la tendenza ai toni “arrabbiati” (e in effetti ho visto in rete manuali su come scrivere il pefetto blog…probabilmente questa é la regola).
In ogni caso, non sto a disquisire sulle osservazioni da te mosse sulle 3 pagine di estratto che hai postato: come tu giustamente scrivi, sono tue opinioni, pertanto insindacabili, forse anche giuste, nel qual caso potresti pensare di trovare un’occupazione nel campo dell’editing, visto lo scarso livello generale in cui, stando a quanto dici, naviga.
Detto ciò, mi lascia un po’ perplesso il discorso sui manuali del “perfetto stile fantasy”: secondo me si rischia di incanalare tutto il genere verso una serie di cloni che, alla lunga, risulterebbero quasi indistinguibili.
E d’altro canto, ci sono autori che dimostrano di avere uno stile distintivo e vincente contravvenendo alle comuni regole dello scrivere (vedi Saramago, che scrive paragrafi lunghissimi usando solo una manciata di punteggiatura).
Quindi, con tutto il rispetto per le tue opinioni e preferenze stilistiche, attenzione a farne degli statements: nessuno ti obbliga a leggere cose che ti sembrano mal scritte, ma forse é eccessivo da parte tua dare delle indicazioni di stile che possano costituire uno spartiacque certo tra il saper scrivere e il “far schifo” (ti suggerirei anche di moderare l’euforia dei tuoi termini, perchè diventare irrispettosi verso qualsivoglia lavoro altrui é una brutta caduta di stile).
Per terminare, perdonami la schiettezza, se hai bisogno che un libro fantasy descriva un’arma senza distaccarsi dalla definizione di wikipedia di “mazzafrusto”…forse ciò che ti manca é un po’ di immaginazione.
Un saluto
Roberta
Sabato, 3 Novembre 2007 @ 2:46am
Grazie della precisazione.
Però continuo a dissentire (e tu dirai: chissenefrega!) ;)
Concordo sul fatto che molti romanzi pubblicati rasentano la schifezza, mentre altri sono di buon livello pur essendo stati scritti da persone che non hanno mai visto (né tantomeno letto) “il manuale del perfetto scrittore”.
Manuali che, a parer mio, lasciano il tempo che trovano: possono essere utili per avere qualche dritta, ma non hanno reale valore didattico. Se tutti si mettessero a scrivere in base a essi avremmo un esercito di cloni più o meno capaci. Oddio, nel fantasy già avviene…per questo ho abbandonato il genere, George Martin a parte.
Tu ti ritieni una lettrice di un livello superiore, probabilmente fai bene, ma tieni conto di essere una mosca bianca.
Ribadisco che da noi, in Italia, gli editori non badano certo alle osservazioni che fai. Questo è un fatto, nel bene e nel male. Altrimenti non si spiegherebbero le affermazioni di certi scrittori di discreto successo, come la Palazzolo e altri di cui non faccio il nome perchè non è carino :)
L’editoria è vista come un mercato di bestiame, e allora il compito dell’editore è cercare di vendere la vacca in apparenza più in salute, senza perdere troppo tempo a farle una radiografia per vedere com’è dentro.
Può non piacere, ma è così.
Riguardo ai presunti scambi di cortesi tra gli esordienti, è vero, spesso è così. Fortunatamente ci sono anche comunità più serie, dove racconti brutti o imperfetti vengono corretti e stroncati con onestà. Io mi sono fatto le ossa lì e mi è servito.
C’è anche da aggiungere che, quando si tratta dell’aspetto concettuale e non di quello stilistico, bisogna sempre ricordarsi che non c’è un metro universale. Quello che noi riteniamo poco interessante e non pubblicabile, magari piacerà al grande pubblico.
Per questo hai fatto bene a sottolineare che si tratta di un tuo giudizio personale (su Mozart, intendo), è che a volte invece sembri dare giudizi che hanno pretese di…saccenza.
Lo dico senza astio, ci mancherebbe! E’ solo che, a volte, certi commenti caustici possono offendere gli autori dei relativi romanzi.
Che poi non sono obbligati a leggerti, su questo non ci piove :o)
Sabato, 3 Novembre 2007 @ 10:00am
Roberta, non ti arrabbiare :) e guarda le cose sotto questo punto di vista: ciò che dice Gamberetta riguardo al tuo romanzo non è mica così grave. Se tu fossi stata, che so, figlia di un cardinale, una grossa casa editrice avrebbe messo un bravo editor sul tuo romanzo a togliere gli avverbi di troppo e a correggere gli altri problemi. Non importa se poi un autore sa bene di aver comprato in libreria ben di peggio: sono convinto che, gratta gratta, dietro ad ogni schifezza alla fine salta fuori se non il figlio di un cardinale almeno quello di un arciprete. Il mio insegnante del corso di sceneggiatura per cinema e tv, che è anche uno scrittore, sostiene ciò che dice anche Gamberetta: è vero, pubblicano un sacco di schifezze, ma voi non dovete preoccuparvene. Se non siete figli di un cardinale, l’unico modo che avete per pubblicare è scrivere un romanzo bellissimo. Per bellissimo, tra le altre cose, si intende anche perfetto, inattaccabile. Per questo motivo, si dovrebbe sempre avere un occhio di riguardo verso le critiche argomentate, perché qualsiasi tra esse sarà quella che darà ad un editor la possibilità di cestinarti. E l’editor VUOLE cestinarti il più in fretta possibile, anche a pag 1 o anche prima, perché ha davanti 3000 manoscritti da smaltire nel più breve tempo possibile.
Sabato, 3 Novembre 2007 @ 12:15pm
@Alex. Mettiamo che tu abbia ragione: in Italia, in ottica pubblicazione, che un romanzo sia scritto a regola d’arte o abbia uno stile approssimativo non ha alcuna importanza. Stando così le cose, ancora non vedo perché non si dovrebbe provare a scrivere a regola d’arte.
I manuali non insegnano cosa scrivere ma come farlo. È vero che si può giungere a un appiattimento stilistico, ma sarebbe un appiattimento su criteri ottimi. Se tutti scrivessero come Twain non sarebbe proprio una tragedia!
Anche perché, certe regole, tipo lo scrivere lineare, semplice e chiaro, non sono di così facile applicazione. Più ci si avvicina a tale obbiettivo meglio è, ma bisogna avere particolare talento per centrarlo.
Poi c’è un’ulteriore sfumatura: un conto è non seguire certe regole perché non le si conosce, un conto è conoscerle e a ragion veduta infrangerle. Ecco, almeno la consapevolezza di alcuni meccanismi narrativi uno scrittore la dovrebbe avere.
Riguardo alle comunità serie: posta pure i link.
@Miss Grumbler. Prendo atto. Però la mancanza di fantasia è tua non mia. Le tue armi non funzionano proprio perché non riesci a immaginarle correttamente. E non lo si può fare senza studiarci sopra: se tu sai cos’è un mazzafrusto e come funziona, applicando una giusta dose di fantasia ne puoi estrapolare una variante che abbia un senso. Andando solo “a naso” ottieni un affare inutile, che uccide la credibilità della scena.
Sabato, 3 Novembre 2007 @ 12:21pm
Scusa io non vorrei dire quello che sto per dire, semplicemente perché non ho alcuna voglia di litigare o di fare discussioni inutili. Però l’idea che forse è vero che sei una ragazzina di 17 anni (anche se non ci credo tanto) mi spinge a provare almeno a dirti qualcosa, anche se so benissimo che mi costerà un altro po’ dei tuoi rimbrotti arroganti.
Il fatto è che, da un punto di vista puramente editoriale, le cose che dici sono verità assolute. Solo che se davvero hai 17 anni è triste che ti abbiano già costruito nella testa un modo così negativo di vedere il mondo e la creatività (rispetto dei manuali=buon libro=pubblicazione=vendite=bravo autore), e ancora più triste che nel rapporto con gli scrittori e con gente che prova a costruire qualcosa sul pensiero tu abbia questo atteggiamento del cavolo che smonta il ruolo di chi si sforza di creare nuove idee, mitizzando invece chi alle idee da un valore pari a quello della frutta al mercato.
Ancora, ti pare giusto distruggere il mio libro totalmente scritto editato e distribuito da me medesimo, confrontandolo con un romanzo da milioni di copie che è stato editato, riveduto e corretto da professionisti dell’editoria sia in lingua originale che in seguito alla traduzione? Come può il libro editato da un emergente avere la stessa perfezione linguistica di un best-seller riscritto da gente che fa queste cose da 20 anni? Ma davvero sei così ingenua da pensare che i libri che compri in libreria siano statì scritti esattamente così dall’autore?
Quello di omologare il libro ai canoni commerciali (o di gusto, che per te è lo stesso) è un lavoro che dovrebbe svolgere l’editore, e che nessuno abbia voluto farlo sul mio testo non è certo una mia colpa. Se il libro sarà pubblicato allora qualche bravo correttore si metterà lì a sostituire tutte le parole sbagliate con quelle giuste, magari segando e limando quelle parti che sono semplicemente noiose ma che per qualche ragione piacevano a me. E allora? È un lavoro che m’è toccato fare da solo (cosa che non andrebbe fatta) mentre su Bay City ci avranno lavorato in 10, quale dei due dovrebbe sembrare meglio secondo te?
Eppure senza sensibilità e senza dare alcun peso alle bordate che spari (tanto nemmeno ci metti il tuo nome, che è un comportamento patetico e meschino altro che la risposta idiota che hai dato tu) ripeti a pappagallo la filastrocca che t’ha insegnato qualche responsabile commerciale per cui i libri sono prodotti da vendere a tutti i costi senza alcun valore aggiunto dato dall’idea che c’è dentro o dalla cultura che c’è dietro. E sei pure convinta che maltrattare pesantemente il lavoro di qualcuno - al di là del fatto che questo sia più o meno valido, che non ha alcuna influenza - senza nemmeno firmarti sia giusto e lecito, e ti stupisci che gli altri non facciano altrettanto.
Insomma, se davvero hai 17 anni adesso starai qua a sbraitare e a imprecare che io non capisco e che tu non hai detto e che anzi quello che hai detto non è quello che ho capito ecc ecc, e mi toccherà sorbirmi per l’ennesima volta tutte le frescacce che t’hanno infilato in testa persone che sembrano tanto più autorevoli di me o dell’altra autrice che hai massacrato.
E vabbe’, dì pure quello che ti pare. Io credo solo che il mondo non dovrebbe essere lo schifo in cui galleggiamo e le stronzate che ti hanno detto, per cui dovevo almeno provare a dirti la mia. Che ti piaccia o meno è affar tuo.
Invece se non hai 17 anni sei solo una persona triste, e certo non devo spiegarti io il perché.
Simone
Sabato, 3 Novembre 2007 @ 1:09pm
@Simone. Non so che dirti. Io mi sono in messa in testa d’imparare a scrivere e la cosa più naturale mi è sembrata leggere manuali che mi spiegassero come fare. Così come si prendono lezioni di piano o si va a scuola di nuoto.
Credo di star imparando e ho molta più consapevolezza quando leggo le opere altrui.
Tutte le altre insinuazioni, accuse, offese più o meno velate, prendo atto. Non sei il primo, né sarai l’ultimo. Pensa quello che vuoi e scrivi quello che vuoi, e se la mia opinione o io stessa non ti stanno bene, non leggermi.
Addio.
P.S. Bay City è il romanzo d’esordio di Richard Morgan. Sarò ingenua ma non ce le vedo queste 10 persone tutte dietro al romanzo di un esordiente.
Sabato, 3 Novembre 2007 @ 1:20pm
Mmm, questa volta ne approfitto per dissentire anche con Angra, così mi odierete tutti all’unanimità ;)
Sicuramente ci sono i raccomandati, che pubblicano perchè “amici di…”
Sorpresa, sorpresa: anche tra gli autori già affermati funziona così. Guardatevi le raccolte di racconti: i nomi che girano sono quasi sempre gli stessi. Perchè, in fondo, è uno scambio di favori.
Sapete un’altra cosa? Non ci vedo nulla di male.
Se degli scrittori si aiutano vicendevolmente per pubblicare più lavori possibile, buon per loro. Evidentemente c’è anche qualcuno che li legge, quindi si tratta solo di guadagnare maggior visibilità.
E’ anche vero che pubblicano diversi esordienti che, se vai a vedere, scrivono maluccio e in modo approssimativo. Quelli che, appunto, non sono raccomandati, fanno parte della stretta cerchia dei FORTUNATI.
Vale a dire quelli che imbroccano la sinossi, il primo capitolo, o la lettera di presentazione.
Poi ci sono quei sottogeneri che oggi offrono maggiore possibilità di pubblicazione: horror con vampiri fighettosi pieni di buoni sentimenti, fantasy alla D&D, romanzi generazionali con ragazzini alla moda come protagonisti, e via dicendo. Basta avere la voglia di scrivere ’sta roba, e qualche possibilità in più c’è.
Infine ci sono gli esordienti “onesti” e di buone qualità che pubblicano, magari un po’ in sordina, romanzi con trame intriganti e quel tanto originali che basta (senza pensare di reinventare la letteratura). Si tratta spesso di persone che coltivano la passione ritagliando il tempo per scrivere tra lavoro e vita sociale, proponendo i loro lavori su internet e, quasi sempre, senza foraggiare stupidissimi corsi di scrittura creativa, o utilizzando manualetti a mo’ di Bibbia.
La tecnica s’impara soprattutto leggendo e proponendo ciò che si scrive a un pubblico variegato di beta-tester. Per me le regole essenziali sono queste due. O davvero crediamo che tutti gli scrittori (anche quelli buoni) si sparano studi settoriali complicatissimi per vedere come mai un romanzo ha funzionato e un altro no?
Qualcuno lo farà senz’altro ma, per la maggior parte, si tratta principalmente di una questione di cuore e creatività personale.
La tecnica occorre necessariamente perfezionarla, ma è inutile cercare di cavillare su ogni singola parola, perdendo la visione d’insieme. Ovvio che non sto difendendo gli scrittori incapaci, ma insisto nel dire che è inutile cercare una “scrittura a regola d’arte” che calzi a pennello a tutti quanti.
Grammatica, ortografia e buona forma sono parametri imprescindibili, lo stile narrativo no. Ognuno ha il suo. Se a te la “spalla lacerata da un profondo taglio” sembra pleonastico, a me no. Un esempio su tanti, si capisce. Anche alcuni appunti sul Mozart di Simone sono capziosi.
Comprendo la necessità e l’utilità di alcuni appunti ma, se andiamo a vedere, col principio che adotti tu, è correggibile quasi ogni romanzo facente parte della letteratura umana.
Cercare la perfezione non vuol dire necessariamente cercare (o creare) i difetti anche laddove non ci sono, o dove non si vedono, spesso per motivi narrativi.
Cmq scusa se ho inquinato il post coi miei commenti; mi sentivo di fare queste annotazioni e di dire la mia; per me la faccenda finisce qui e ciascuno rimane col proprio modo di pensare la scrittura, probabilmente entrambi sbagliati ;)
Sabato, 3 Novembre 2007 @ 1:33pm
Scusa ma sei tu che sei venuta sul mio blog e poi hai fatto un post su di me, che risposta è “non leggermi”? Come se io do un calcio al sedere a uno e poi gli dico “se non ti sta bene fatti gli affari tuoi?”
Comunque fai bene a studiare, non smettere mai! E se non ti piacciono i miei libri non leggerli (e per carità non commentarli più!)… però comprali tutti, mi raccomando! ^^
Simone
Sabato, 3 Novembre 2007 @ 3:11pm
@Alex. Non stai inquinando niente, non mi sembra che tu stia andando fuori tema. Ovviamente non condivido una parola, ma è un altro problema!
Solo qualche appunto: non è così vero che s’impari la tecnica leggendo. Si deve essere particolarmente bravi per riuscirci, perché il libro che si legge è un prodotto finito (e rifinito), è difficile intuire dall’esterno come sia stato costruito. È come imparare il funzionamento di un televisore solo guardandolo. Smontandolo, leggendo il manuale d’istruzioni, studiando fisica capisci come funziona. Così con i romanzi: solo leggerli non basta per trarne buone lezioni.
Poi c’è sempre il Mozart o il
PaoliniFlaubert, che alla mia età cominciava a scrivere Madame Bovary, ma sono casi unici sui quali non si può fare affidamento.Riguardo ai beta-tester: finora a me pare solo teoria. Ma se hai appunto link a siti o forum nei quali si compie un’analisi attenta e proficua dei testi, ti prego di segnalarmeli. Quelli che ho trovato io erano il solito scambio di belle parole.
La storia della lacerazione è pleonastica. Non è al livello dell’acqua bagnata ma poco ci manca. Poi puoi dirmi che tale stile ti piace, e va bene, ma che “profondo taglio” sia superfluo è oggettivo.
@Simone. In effetti ci dev’essere stato un malinteso. Io avevo creduto, anche dal tono (auto)ironico dei tuoi articoli, che un commento dettagliato e onesto (ma definiscilo pure brutale) ti avrebbe fatto piacere. Non è così, pazienza, mi spiace che te la sia presa. Invece di Mozart di Atlantide avrei potuto prendere altri mille esempi.
Per i libri ovviamente non li comprerò! ^_^
Però mi farò prestare da qualcuno quello del blog, se riuscirai a pubblicarlo.
Sabato, 3 Novembre 2007 @ 3:32pm
@Angra, non mi sembra di aver comunicato rabbia con il mio intervento. Sarebbe sciocco decidere di dare un proprio prodotto “in pasto” al mondo esterno e reagire con rabbia quando vengono mosse delle critiche. Siamo nel territorio delle opinioni (per loro definizione opinabili), e finchè queste saranno corredate da una dose decente di rispetto, a me va più che bene.
Purtroppo noto che il post si sta lentamente trasformando nella suddetta vasca di fango, e dato che il costumino da wrestler pseudo erotica non mi si addice, preferisco evaporare da questo discorso, certa che ci saranno nei prossimi giorni spunti maggiormente aperti alla libera circolazione delle idee, senza irrigidimenti e posizioni lapidarie che poco si addicono alla mente aperta di una diciassettenne.
Tanto per ricordare alla padrona di casa che non sempre é opportuno fare di una propria opinione una lapidaria verità, lascio una definizione del termine “lacerazione” in cui non si allude ai cm di profondità di regola insiti in questo tipo di evento. Non so quali passi da gigante abbia fatto wikipedia, ma penso che Treccani possa essere considerata altrettanto autorevole.
lacerazióne s. f. [dal lat. laceratio -onis ]. – L’atto, e più spesso l’effetto del
lacerare, del lacerarsi: le l. di una stoffa. Nel linguaggio medico, la
rottura traumatica di un tessuto o di un organo, che può aver luogo per
stiramento, schiacciamento, contusione o scoppio; in ostetricia, l. del collo
dell’utero , l. del perineo , lesioni che si verificano nella fase espulsiva del parto.
Fig., non com., strazio dell’animo, dolore cocente: la partenza del figlio era stata
una vera l. per la povera donna.
Saluti
Roberta
Sabato, 3 Novembre 2007 @ 4:16pm
Io ho inteso lacerazione nel senso comune attribuito al termine. Ma apprezzo che tu voglia essere precisa, ricercando il significato medico. Ottimo. Ammetto di essere stata precipitosa e di aver sbagliato: “profondo taglio” non è un errore veniale, non è pleonastico, è un errore grave, perché è una castroneria.
“Nel linguaggio medico, la rottura traumatica di un tessuto o di un organo, che può aver luogo per stiramento, schiacciamento, contusione o scoppio[...]”
Come vedi “un profondo taglio” non può essere causa di lacerazione, perché non è uno stiramento, non è uno schiacciamento, non è una contusione, e non è uno scoppio.
In realtà è come quando scrivi che il tal personaggio “si accasciò al suolo”, “cadde a terra” o simili. Dove vuoi che si accasci o cada? In che modo uno può avere il braccio “lacerato” senza una profonda ferita?
Ma se appunto vuoi fare davvero la pignola e cercare il preciso significato medico… hai ancora torto. Ciao!
Sabato, 3 Novembre 2007 @ 4:41pm
Sai cosa? Hai perfettamente ragione.
“Grazie, con questa vittoria mi sento più tranquilla!” - esclama l’autostima di Gamberetta in un palpito di gioia.
“Oh, di nulla…Solo potevi dirmelo prima che ti bastava avere ragione, ci saremmo risparmiate fiumi di parole” - risponde l’autrice di La Voce dei Meil’ar, lieta di aver compiuto una buona azione.
Sabato, 3 Novembre 2007 @ 4:56pm
Hai ragione. Il “perfettamente” è di troppo.
“in un palpito di gioia” e “lieta di aver compiuto una buona azione” dovrebbero trasparire dal dialogo. E in buona parte direi succeda, perciò puoi toglierli.
Sabato, 3 Novembre 2007 @ 4:59pm
Ciao, è da qualche giorno che giro intorno a blog dedicati alla lettura e alla scrittura, e così sono capitata anche qui.
Ho letto alcuni tuoi post, e visto che sei tanto critica, sicuramente saprai accettare le critiche negative (spero in qualche modo costruttive) che ti rivolgerò.
Il tuo post è buono nelle intenzioni, in quanto cerchi di correggere e tenti di dare consigli di scrittura analizzando gli errori altrui.
Quello con cui non mi trovo d’accordo è quello che dici.
Partiamo da principio.
Lettura di manuali. Ma davvero pensi che si possa imparare a scrivere leggendo manuali? Se esistono regole oggettive per la scrittura, come tu affermi, allora mi devi spiegare perchè ogni scrittore ha il suo personale metodo. Forse tu confondi regole oggettive con buon senso.
Perchè se ci fossero davvero delle regole che si possono imparare da un libro allora tutti saremmo scrittori affermati e bravi come Stephen King (che tra l’altro è un pessimo esempio di scrittura).
Non esiste la formula del successo. Lo diceva Stephen King stesso in On writing, libro che tu stessa affermi di aver letto.
L’hai letto tutto? Lo condividi? Forse dovresti dargli una rilettura.
Infatti affermi che cuore e anima non servono. Ricordi la frase di King “l’onestà nel raccontare compensa moltissimi difetti stilistici mentre mentire è il peccato irreparabile in assoluto”? Questo significa che cuore e anima fanno la differenza.
Lo stile e la bravura viene dopo. è forse questo il motivo per cui autrici mediocri come Licia Troisi (che effettivamente ha bisogno di imparare a scrivere) hanno avuto successo, perchè la sua sincerità ha scavalcato la sua incapacità nel raccontare.
Prova a riflettere su questo, poi attacca.
Anch’io come te ho iniziato a leggere Mozart di Atlantide e mi sono arresa a causa della noia e del fastidio. Hai perfettamente ragione, quel romanzo non è degno, non solo di pubblicazione, ma della lettura (della mia in particolare). Il problema è che tu commetti diversi errori. Il primo dei quali è quello di parlare e analizzare qualcosa che non hai letto. Questo è un pò infantile, non ti pare?
Anche io sono stata infastidita da quel libro, ma per parlarne e dire che fa totalmente schifo, lo dovrei leggere tutto.
Secondo errore: le cose che critichi. L’incipit di Simone Maria Navarra in se, non aveva niente di male (non troppo almeno). Il problema era che non ce ne fregava niente di quello che dice, ovvero che il protagonista era in ritardo, che guarda il portatile, che va a raggiungere gli amici ecc… ma sono cose di cui ti rendi conto almeno alla seconda pagina, quando sembra che tutto il libro si basi su fatti del genere.
Che c’entra la fantascienza con l’essere in ritardo? in un romanzo di fantascienza il ritardo è diverso? Me lo devi spiegare. Perchè vorresti sapere cosa vede sul portatile quando è ovvio che si tratta dell’ora? Vuoi che ti sia davvero spiegato tutto? Ma allora che fine fa la collaborazione tra lettore e scrittore (a proposito, ricordati della telepatia di on writing e del coniglio bianco con il numero nella schiena… e leggi pure, se non l’hai già fatto Umberto Eco, Lector in fabula)? Quello che l’autore chiama portatile io l’ho interpretato come un affare strano che sta al polso o qualcosa del genere. Insomma, diverso dai nostri portatili, penso fosse intenzione dell’autore generare un dubbio tra quello che conosciamo e quello che invece sta nel suo mondo.
Ma come, per una buona idea tu lo critichi? Per l’unica buona idea????
Il nome Mozart sono d’accordo, suona ridicolo, ma non è che questo sia il punto centrale in cui si focalizza l’attenzione del lettore. Un lettore capisce subito che si chiama Mozart e basta… può essere una scelta idiota, ma a parte questo non c’è altro.
Poi cosa c’è di strano se delle persone si incontrano per cercare lavoro? Non hai mai visto persone che spulciano insieme gli annunci? Questo non è strano, il problema è che quella parte fino a dove sono arrivata non mi portava a nulla, o meglio, non era così essenziale da meritare un paragrafo (piuttosto noioso).
Gli avverbi. Mi pare che tu prenda certi manuali troppo alla lettera. è vero che spesso un avverbio in meno è meglio di un avverbio in più, ma non sempre, altrimenti non esisterebbero nella lingua italiana, e un bravo scrittore usa tutti gli strumenti del suo mezzo: la lingua (ossia l’equivalente del pianoforte per il musicista). Non possiamo scartare un elemento della nostra lingua solo perchè ce lo dice Stephen King.
La scrittura di Lovecraft è veramente infarcita di avverbi e aggettivi, in effetti è pesante, ma mi vuoi dire che non sapeva scrivere? Ogni scrittore fa le sue scelte.
Chi vuole scrivere più che i manuali di scrittura creativa necessita di manuali di grammatica e sopratutto di linguistica, visto che sono le uniche materie che possono spiegarti quasi scientificamente cosa si può fare con la lingua e come usarla al meglio.
Ah, e ovviamente deve essere un lettore, ma questo lo do per scontato, visto che non esiste scrittore che non sia lettore.
Poi, vorrei farti notare che i manuali di scrittura creativa di autori stranieri valgono per le loro lingue. La lingua è il mezzo dello scrittore, e quello che vale per l’inglese non vale per l’italiano. Infatti gli esempi di Stephen King non erano così brillanti, forse anche per questo, no?
In generale, leggendo anche altri tuoi post mi sembra che tu abbia una propensione per la lettura di stereotipi. E questo si nota anche quando rimproveri gli errori di scrittura: è come se la tua mente fosse un pochino chiusa… Vedi le cose piccole e superflue che contrastano con i tuoi manuali (su cui non dimostri di aver fatto un buon ragionamento) e non vedi le cose grandi (e Mozart di Atlantide ha un mucchio di errori al suo interno che si potrebbe scrivere un intero libro su come non scrivere un romanzo).
Mi pare che tu sia un po’ come quegli studenti che conoscono il libro a memoria ma che hanno capito molto poco di quello che hanno studiato.
Quindi, detto questo ti saluto, anche se non accetterai le mie critiche, spero che ti siano lo stesso utili.
Nick
Domenica, 4 Novembre 2007 @ 11:17pm
Nick. Chiariamo alcuni punti:
1) Tutti i libri recensiti sul blog sono stati letti da me o da mio fratello nella loro interezza, per quanto brutti o noiosi. Non ho recensito Mozart di Atlantide, ho solo “simulato” quella che per me sarebbe stata la reazione di un editore (anglosassone). Tale editore non l’avrebbe giudicato degno di pubblicazione. Punto. Io non sono riuscita a finirlo e perciò non lo recensisco, anche se è ovvio che non mi sia piaciuto per niente (d’altra parte se un romanzo non riesci neanche a finirlo bello non lo è di sicuro).
2) I manuali non t’insegnano a scrivere come Stephen King, t’insegnano una base minima di regole sulla quale costruire il resto. Poi viene il resto, la parte davvero difficile, cioè scrivere storie appassionanti e originali.
3) Sì, Lovecraft o Saramago, e io ci aggiungo uno ancora più anarchico, Marinetti, se ne infischiano di buona parte delle regole. Però notoriamente tali autori hanno uno stile inimitabile, perciò lasciano il tempo che trovano. Se uno cerca di scrivere come Lovecraft fa ridere e basta. Non c’è molto che puoi imparare da costoro, perché appunto sono eccezioni. Poi non ho problemi se uno ha il talento di Lovecraft, se mi permetti non ne ho ancora trovati (e non sto parlando di esordienti italiani, sto parlando dell’horror mondiale degli ultimi cent’anni o giù di lì).
4) L’onestà o la sincerità sono fondamentali, ma io non li vedo come nascenti dal “cuore”, mi sembrano frutto di analisi e scelta razionale. Ma ovviamente qui ognuno può avere la sua opinione.
5) Gli esempi venuti male non erano di Stephen King, ma di Orson Scott Card, e non c’entra niente la lingua, sono riusciti male perché Scott Card è stato frettoloso. In altri libri aveva preso esempi altrui, scegliendoli con cura, qui ha voluto fare tutto lui, forse per risparmiare tempo, e non è stato molto attento (a mio modesto avviso).
6) Non chiamarli manuali di scrittura creativa. Quasi nessuno all’estero usa tale definizione. Perché appunto non sfiorano neanche il campo della creatività, che è tutta a carico dell’aspirante scrittore. Si occupano di aspetti tecnici, molto “terra terra” se vogliamo. Ed è vero, alcuni consigli si applicano solo alla lingua inglese, ma ti posso assicurare sono una piccolissima minoranza.
7) Il fatto che la lingua italiana offra tanti strumenti non implica per niente che uno li debba usare tutti. Uno scrittore che usi “appropinquò” invece che “avvicinò” e “obliterò” invece di “timbrò”, non è un miglior scrittore perché usa in maniera estensiva lo strumento vocabolario, è uno scrittore meno bravo perché è meno chiaro.
8) Licia Troisi ha avuto successo in base a copertina, distribuzione, moda dell’argomento e facilità di lettura. E tra queste componenti è probabile che le prime due contino all’80%. Non ci ho visto nessuna particolare sincerità.
Per il resto non discuto, nel senso che se quando tu leggi “portatile” non t’immagini un notebook, mi sta bene, non posso sindacare.
In quanto a me non mi sono mai divertita tanto a scrivere, proprio seguendo in maniera pedante le regole sui manuali, perciò per ora continuo tranquilla. Ciao.
Lunedì, 5 Novembre 2007 @ 12:32am
Ok, chiariamo:
1) Sempre parli pubblicamente di un romanzo che non hai letto, analizzandone l’incipit, mettendoti un pochino in cattedra e bacchettando. Secondo me avresti fatto meglio a leggere tutto il romanzo.
2) insisto, leggi pure tutti i manuali che vuoi. Io per avere una base minima di scrittura ti consiglio di leggere i manuali (quelli propriamente detti) di linguistica. Per il resto, mille romanzi sono meglio di mille libri che parlano di scrittura, questo è il mio pensiero.
3) tutti i bravi autori hanno uno stile inimitabile. Però ricordati che Lovecraft scriveva imitando Edgar Allan Poe, e il risultato non era affatto ridicolo. Quindi non c’è nulla da imparare da Lovecraft? Strano, perchè a detta di Stephen King è stato uno dei suoi maestri. E vorrei aggiungere, opinione personale, che si impara molto di più da Lovecraft che da Stephen King, nell’horror.
4) Ok, opinioni. Non condivido, ma sono opinioni.
5) Gli esempi venuti male sono quelli di Stephen King che a me non sempre hanno soddisfatto. Parlavo per me, chiedo scusa, forse avrei dovuto specificare.
6) Parliamo di libri che parlano di scrittura e dettano delle basi. Manuali di scrittura creativa mi pare un termine azzeccato, forse non sarà il più indicato, ma a me piace. Mi soddisfa abbastanza. Non mi importa come li chiamano all’estero. Anche perchè parlano di scrittura creativa. Oppure parlano di come scrivere lettere? O di come scrivere telegrammi?
Parlano di scrittura creativa o meno? La scrittura di un romanzo si chiama scrittura creativa, quella di un giornale scrittura giornalistica eccetera. Non ho messo io questi nomi. Non so come si faccia all’estero, io vivo in Italia, e quando in Italia qualcuno ti vuole insegnare a scrivere un romanzo o un racconto ti sta insegnando scrittura creativa.
7) Non confondere il vocabolario con le parti del discorso. Le parti del discorso in italiano sono nove, e non vedo perchè eliminarne una.
Casomai bisogna saperle utilizzare tutte nel migliore dei modi. Sulla chiarezza sono d’accordo con te. Gli avverbi però chiariscono. Ed è praticamente impossibile scrivere senza usare avverbi. La lingua italiana è fatta così.
8) Il successo di un libro è determinato al cinquanta per cento dalla promozione e al cinquanta per cento dal passaparola dei lettori. Il che significa che il libro della Troisi è piaciuto. Perchè è piaciuto? Perchè i lettori sono tutti stupidi? Evidentemente aveva qualcosa in più. Io personalmente l’ho trovato molto sincero. E questo mi spiega il suo successo molto più della copertina. Io, tra l’altro, sono tra quelle a cui il romanzo è piaciuto, nonostante fosse scritto da cani. E sono una lettrice abbastanza critica.
Ciao.
Lunedì, 5 Novembre 2007 @ 1:26am
Ciao Nick, capisco il tuo punto di vista, ma mi pare che si stia parlando di due piani diversi dello scrivere. Tu non hai fiducia nei manuali e (deduco) nei corsi di scrittura, e mi pare che tutto questo nasca dall’equivoco di considerare lo scrivere in fondo affine al leggere. Invece, bisognerebbe pensare che tra leggere e scrivere c’è la stessa differenza che c’è tra comporre/esguire musica ed ascoltarla. Nessuno si stupisce del fatto che per diventare muscisita/compositore bisogna innanzitutto studiare e poi fare esercizio, e che ascoltare musica senz’altro non basta. Un manuale non fa di te uno scrittore, ma ti dice ad esempio che una storia deve avere un inizio, uno sviluppo e una conclusione (Aristotele), che mi sembra un buon inizio per diventare uno scrittore. Sembra una banalità, ma molti non sono in grado di dedurlo semplicemente leggendo dei buoni libri. Infatti, esempi (tutt’altro che geniali e per niente piacevoli da leggere) di trame che contravvengono a questa regola abbondano.
Lunedì, 5 Novembre 2007 @ 8:55am
Ciao AlexMcNab, no, non ti odierò :))
Hai scritto:
“E’ anche vero che pubblicano diversi esordienti che, se vai a vedere, scrivono maluccio e in modo approssimativo. Quelli che, appunto, non sono raccomandati, fanno parte della stretta cerchia dei FORTUNATI.
Vale a dire quelli che imbroccano la sinossi, il primo capitolo, o la lettera di presentazione.”
Ma, cazzarola, vuoi dire che perché uno imbrocca la sinossi, il primo capitolo o la lettera di presentazione viene pubblicato?! Eccheccavolo, chi usano come editor, degli ovipari che si imprintano nei primi 2 minuti di lettura? :)) Allora è come dico io: alcuni vengono pubblicati senza di fatto essere stati letti!
Lunedì, 5 Novembre 2007 @ 1:34pm
@Nick
1) Prendo atto.
2) Può essere che 1000 romanzi siano meglio di 1000 manuali, ma 990 romanzi e 10 manuali sono meglio di 1000 romanzi.
3) Sto parlando di stile di scrittura. Stephen King avrà anche Lovecraft come idolo, ma certo non usa il suo stile, neanche per sbaglio!
6) Chiamali come vuoi, per carità! Se uno scrive un “Manuale per riparare l’autoradio” io lo chiamo così, tu vuoi chiamarlo “Manuale di elettronica creativa”, liberissima. Ho solo fatto notare che gli autori di tali manuali non definiscono le loro opere “manuali di scrittura creativa”.
7) Infatti non ho mai detto che tutti gli avverbi debbano essere evitati. Ho detto al 99%: 1 su 100, visto l’abuso che ne fanno gli scrittori alle prime armi, è una percentuale che a occhio mi pare corretta. Se si escludono gli avverbi usati dai personaggi nei dialoghi, in caso di ambientazione moderna, quando capita la necessità di un avverbio ogni 10 pagine è tanto.
Sul fatto che gli avverbi chiariscano è vero il contrario: gli avverbi smussano e sfumano, sono l’esatto opposto della chiarezza.
8) Per me “mi piace la Troisi” e “sono una lettrice (abbastanza) critica” sono due affermazioni in contraddizione. Il modo di scrivere della Troisi, nel caso specifico, è il meno, lì è quello che scrive il dramma: una sfilza ininterrotta di stupidate dalla prima all’ultima pagina.
Lunedì, 5 Novembre 2007 @ 1:46pm
Vorrei riallacciarmi alla questione dei “primi due minuti” sollevata da Angra qui sopra. Pretendere che il proprio romanzo venga letto per intero prima che venga espresso un giudizio potrebbe sembrare legittimo a prima vista, ma non è un atteggiamento mentale produttivo per un autore esordiente. Il fatto è che nessun editor aspetterà di essere arrivato in fondo per esprimere un giudizio negativo. Se volete che l’editor vada oltre pagina 2, non solo le prime due pagine devono essere impeccabili, ma deve anche succedervi qualcosa che spinga l’editor a proseguire. E’ una costrizione non da poco, ma bisogna tenerne conto. Simone Navarra nel suo blog parla di Umberto Eco, e dice che con quelle prime 50 pagine di disquisizioni astruse nel Pendolo di Focault qualsiasi editor l’avrebbe cestinato se a scriverlo non fosse stato Eco ma uno sconosciuto, e non posso che dargli ragione. Nemmeno il fatto di saper esprimere una prosa talmente bella da rapire il lettore può essere di aiuto, in una letteratura di genere come fantasy/sf. Non ci son santi: deve succedere qualcosa nelle prime due pagine che spinga l’editor a voler sapere cosa succede dopo. Nessuno andrà avanti sulla fiducia, specialmente se può cavarsela pubblicando le traduzioni di R.A. Salvatore e vivere tranquillo.
Faccio un esempio: c’è una giovanissima casa editrice, Asengard, che pubblica solo fantasy e al momento ha in catalogo quattro titoli, tutti di autori italiani. Vado a leggere la preview di uno dei romanzi, “L’abbraccio delle ombre”, e leggo nella prima mezza pagina “Un giorno accadde qualcosa che in un primo momento fece temere alla mezzelfa di essere giunta al capolinea.”
Stile narrativo a parte, una mezz’elfa può temere di essere arrivata al capolinea solo se nel suo mondo esitono regolari linee di autobus e tram. Dato che temo non sia questo il caso, mi viene subito il sospetto di grossa faciloneria sia nello scrivere che nell’editing, soprattutto considerando che proprio questo estratto del capitolo 12 viene presentato come preview.
Lunedì, 5 Novembre 2007 @ 1:55pm
@Angra: grazie per il non-odio :)
E, comunque, sì, intendevo proprio quello.
Da quando ho messo il naso nel mondo dell’editoria (come curioso e aspirante scrittore), ho purtroppo notato che avviene esattamente questo: sinossi, lettera di presentazione e 1°capitolo sono gli unici elementi valutati dagli editor, nel 90% dei casi.
E’ uno schifo, ma è così :(
Lunedì, 5 Novembre 2007 @ 2:08pm
@Signor Stockfish: Più che altro penso che i “manuali” raccontino il metodo di scrittura dello scrittore che li scrive (scusate il gioco di parole). E penso che ogni persona che scriva, con la pratica, sviluppi un metodo di scrittura che sia valido per lui. Per me è più che altro sbagliato seguire questi manuali alla lettera, in quanto non esistono regole predefinite per scrivere un buon romanzo, secondo me.
Poi il fatto che ogni scritto debba avere un’inizio, uno sviluppo e una conclusione vale per ogni tipo di scrittura, non solo per romanzi e racconti.
In generale trovo più utile lo studio pratico dei testi. E trovo molto più utile studiare la lingua, non solo la grammatica, ma la lingua nel suo complesso.
Insomma, se un musicista studia la musica, uno scrittore dovrebbe studiare lettere (non che debba avere una laurea in lettere, basta che studi).
Lo scrivere è affine al leggere, ma è molto più complicato. Quando si scrive si sta anche leggendo, per correggere bisogna leggere con attenzione, tutto quello che abbiamo letto confluisce nella nostra scrittura.
Non trovo inutile leggere i consigli degli scrittori, soltanto trovo troppo personali e non sempre applicabili le regole come “non mettere avverbi”. Dipende. A volte l’avverbio serve (del resto non possiamo eliminarlo dalla grammatica solo perchè a Stephen King non piace). Trovo molto più utile invece soffermarsi sulle letture e domandarsi “perchè questa frase mi piace? cosa mi comunica lo scrittore con questa frase? Vediamo come ha descritto questa scena” e quindi provare ad imitare. Piano piano troveremo un nostro stile, e delle nostre personali regole in base a ciò che piace a noi.
Finito… scusate, mi dilungo sempre troppo :-)
Ciao
Lunedì, 5 Novembre 2007 @ 2:14pm
@Nick: no, non esistono regole per scrivere un buon romanzo, ma esistono di fatto delle regole la cui ripetuta e sistematica violazione, per semplice ignoranza delle stesse, fa quasi automaticamente scrivere un cattivo romanzo. A meno di non essere dei geni.
Io quando parlo di manuali di scrittura intendo insegnamenti anche molto di base, tipo che una storia debba avere inizio-sviluppo-fine. Sembra scontato, ma non lo è! Mica si parla del fatto che bisogna scrivere tutti con lo stesso stile: la questione è molto più a monte.
Ad esempio, il punto di vista: un autore che lo cambia di continuo semplicemente perché non si pone il problema non potrà che apparire goffo e dilettantesco.
Una buona idea può essere rovinata irrimediabilmente dal fatto di sbagliare il ritmo della narrazione. Regoletta: accelerare quando l’azione rallenta, e viceversa. Se il protagonista passa una settimana ad annoiarsi, lo devo raccontare in tre righe, non certo in tempo reale. Se il protagonista sta disinnescando una bomba, posso soffermarmi sui suoi sudori freddi per ogni filo colorato tagliato per tre o quattro pagine. Mi pare difficile scrivere qualcosa di buono infischiandosene totalmente di queste due regolette (che non riguardano peraltro lo stile), semplicemente perché nessuno ce ne ha mai parlato.
E poi, scusa, il fatto di studiare tecnica narrativa tu non lo faresti rientrare nel campo degli studi letterari?
Lunedì, 5 Novembre 2007 @ 2:39pm
@Gamberetta:
2) sono del parere che un romanzo in più sia meglio di un manuale in più.
3) Stando a On Writing pare che King abbia iniziato la sua gavetta di scrittore imitando Lovecraft. A chi volesse scrivere horror io consiglierei mille volte di più Lovecraft piuttosto che King. E sconsiglierei a tutti di imitare Stephen King.
7) l’avverbio di modo descrivendo il modo in cui si compie l’azione serve a chiarire. Poi siamo tutti d’accordo, credo, che il verbo giusto elimina la necessità dell’avverbio.
8) Il tuo gusto personale non mi rende meno critica, so bene cosa mi è piaciuto della Troisi e cosa no, e fino a che punto l’ho apprezzata. “Una sfilza di cavolate” è una definizione che ho sentito per ogni romanzo di fantasy e fantascienza. Opinioni.
Ciao
Lunedì, 5 Novembre 2007 @ 2:51pm
@Signor Stockfish: Hai ragione tu, queste regole bisogna conoscerle assolutamente.
Ma queste regole non fanno parte del bagaglio scolastico di base? Forse sono io che do per scontato che tutti gli aspiranti scrittori le conoscano.
Lunedì, 5 Novembre 2007 @ 3:07pm
Scusate se mi intrometto a dibbattito cominciato…
Secondo me non serve studiare testi di scrittura a poi scrivere, ben inteso di avere prima una buona base della lingua su cui si vuole scrivere (in questo caso l’italiano). Naturalmente parlo per la mia piccola esperienza personale. La migliore pratica è scrivere, leggere sempre perché non si finisce mai di imparare.
Per quanto riguarda lo stile di uno scrittore, quello viene da sè. Non bisogna emulare gli stili altrui. Certo, ognuno ha uno scrittore preferito, ma con il tempo, scrivendo sempre anche brevi racconti, ogni individuo tende a creare un proprio modo di porsi agli altri. Una propria firma da mostrare ai lettori. Persino io ho uno stile personale che amo usare per scrivere, sia racconti, che romanzi. Mi fermo qua, perché non voglio pubblicizzare ciò che scrivo.
Ho letto molto di case editrici a pagamento, Lulù.com ecc.
Ma in quanti hanno scritto di Agenzie Letterarie?
Pochi. Posso parlarvi della mia modesta esperienza, che con il tempo sta dando i suoi frutti. Per prima cosa ho letto le esperienze della Rowling, di King, Paolini e molti altri grandi scrittori: i loro errori, i consigli, la gavetta lunga ed estenuante. Mi sono fatto un’idea e poi mi sono mosso.
Ho cercato le Agenzie Letterarie in rete: alcune sono a pagamento, chiedono soldi solo per leggere il manoscritto. Le ho subito scartate, visto che non voglio spendere soldi per il lavoro che ho fatto. Ho trovato un’agenzia che non chiedeva soldi, così ho spedito il lavoro in formato cartaceo. Ho atteso quattro mesi una risposta, poi è giunta ed era positiva. il secondo passo: un editor professionista ha corretto il mio manoscritto per tre mesi, mandandomi il file corretto via mail. Ho riletto il manoscritto, controllando il suo lavoro, per un’ennesima volta ancora. Ci vuole molta pazienza in questo campo. L’agenzia, al momento, è in attesa che lo finisca di ricorreggerlo. Il passo successivo, naturalmente, spetterà a lei. La ricerca di una casa editrice che pubblicherà il mio lavoro. Queste persone sono professionisti, conoscono come muoversi in quest’ambito e meglio di un autore esordiente.
Spero che questo commento possa servire a qualcuno e mi scuso se sono entrato nel discorso già iniziato, in più, per non aver chiesto il permesso ai proprietari del Blog.
Lunedì, 5 Novembre 2007 @ 5:50pm
La mia esperienza con le agenzie letterarie è questa: ho mandato il manoscritto ad un agente letterario italiano che lavora in Germania (non ha pagamento) che mi ha detto “lo leggeremo in qualche settimana”. Gli ho riscritto in agosto, e mi ha detto che “ci vorrà qualche settimana”. Non si è più sentito :))
Lunedì, 5 Novembre 2007 @ 7:56pm
@Angra
Mi dispiace per la tua esperienza NEGATIVA riguardo alle agenzie.
Anche io, al principio, pensavo non fosse un’idea tanto buona. Quattro mesi non sono pochi. Ma quando qualcuno ti promette che il tempo di lettura sarà di qualche settimana…cercane un’altra!
Sul sito dell’agenzia c’era scritto: almeno tre mesi. Poi si è è tramutato in quattro. Ho anche controllato in rete il sito, ho conosciuto autori che ne hanno fatto parte, e tutt’ora ne fanno. In seguito mi hanno risposto positivamente, il mio manoscritto ha seguito un iter interminabile, ed io con lui. Non ti abbattere se ancora non ne ricavi un ragno dal buco. Quando si scelgono strade del genere, bisogna avere molta pazienza.
Lunedì, 5 Novembre 2007 @ 8:51pm
Oddioddioddio, ho scritto “ha pagamento” con l’h!!! Poi uno dice: “per forza che l’agente non risponde!!!” :))
Sui tempi, ho pensato che questo, teoricamente abituato a lavorare coi tedeschi, se dice “qualche settimana” non può intendere “una trentina di settimane”, perché lo espellerebbero dalla Germania col foglio di via. Ma si vede che quando parla con un italiano si scatena il “italian mode on” ;)
Scusa se sfrutto la tua esperienza, ma qual’è l’agenzia a cui ti sei rivolto, se lo puoi dire?
Lunedì, 5 Novembre 2007 @ 9:11pm
@Angra:
Preferisco non farlo ancora, perdonami, ma quando tutto andrà in porto, non ci sarà alcun problema. Premetto che non sono superstizioso, credo nel merito, nel dono con cui uno nasce (se poi non lo si coltiva è proprio da stupidi). Perciò, se uno crede in ciò che fa, e molti gliene danno atto: deve guardarsi intorno. Cerca su google “Agenzie Letterarie” e contattane più di una, anche telefonando. Alcune lavorano su autori esteri, perciò sarebbe buona regola neanche contattarle. Fermarsi ad una sola agenzia è un po’ pochino.
Se ti raccontassi ciò che ho passato nel tempo…piangeresti dalle risate!
Ma ripeto: va fatto sempre un passo alla volta.
Lunedì, 5 Novembre 2007 @ 10:25pm
@Saryo. Non ti preoccupare di far pubblicità o altro, nei commenti di questo blog c’è assoluta libertà di scrivere quello che si vuole, come si vuole e con i toni che si vuole. Non c’è alcun tipo di pregiudiziale o censura (tranne quella automatica che blocca i venditori di viagra e quelli di toner con inchiostro riciclato).
Il tuo post è interessante, però manca appunto dell’elemento decisivo: il nome dell’Agenzia.
Cercando con google “Agenzie letterarie” al momento ho 21.000 risultati. Se l’Agenzia che hai trovato tu è così seria e onesta, non solo non è sbagliato, ma è giusto farle pubblicità. Perciò non farti scrupoli e scrivi il nome, tanto più che tu stesso dici di non essere superstizioso.
—
Quello sopra era il messaggio “politicamente corretto”. Quello che penso, forse dovuto al fatto di essere zombie, è che la tua storia puzza.
Mi pare molto strano che un’Agenzia faccia lavorare un editor PROFESSIONISTA per TRE MESI sul romanzo di un esordiente senza chiedere un soldo e PRIMA di aver trovato a chi piazzare il romanzo medesimo. Se l’Agenzia è tanto seria e onesta non chiede più del 10% sui tuoi futuri guadagni: hai idea di quante decine di migliaia di copie dovresti vendere per ripagare il lavoro dell’editor, il lavoro non ancora svolto di trovare l’editore e garantire a questi poveri cristi dell’Agenzia un margine di guadagno?
Io ti auguro fra un po’ di essere in libreria per Rizzoli o Mondadori, ma ti dico come sono finite altre storie simili alle tue: c’era una postilla nel contratto firmato con l’Agenzia che obbligava l’autore a firmare con le case editrici trovate dall’Agenzia. Case editrici tutte a pagamento e con tariffe astronomiche.
Ciao.
Martedì, 6 Novembre 2007 @ 1:41pm
@Gamberetta:
Il nome al momento NON lo faccio, per un semplice motivo: il mio lavoro è in corso d’opera. Se lo avessi già pubblicato, il discorso sarebbe stato differente. Le strade per pubblicare sono molteplici, io ho raccontato solo una delle tante, non essendo ancora giunto alla meta. Questione di tempo e ve lo farò sapere volentieri.
I passi che sta facendo l’agenzia riguardo ciò che ho scritto, non li conosco. Non è tenuta a rendermi conto su come si muove, visto che il romanzo è sottoposto ad un controllo mio e dell’editor. Ho la certezza soggettiva ed oggettiva che sono professionisti in questo campo, anche perché ho seguito la pubblicazione di altri romanzi trattati da loro.
Riguardo le altre storie che alludi: non conosco nulla, nè chi siano gli autori, nè ciò che hanno scritto. Sono entrato nel merito del discorso per dare una mia testimonianza positiva: hai detto tu stessa il numero di agenzie trovate in rete. Siamo tutti esseri umani, con difetti e pregi, e NON TUTTI sono propensi a rischiare su autori esordienti.
Riguardo al messaggio POLITICAMENTE SCORRETTO: non te la sarai mica presa a male, vero?
Riguardo alla pubblicità: non sono una persona che ama farla, preferisco, in un futuro, che siano altri a farmela. Io ho solo una grande passione: scrivere e leggere.
Martedì, 6 Novembre 2007 @ 3:31pm
Personalmente, non ho mai preso in considerazione l’idea di un’agenzia letteraria italiana dopo aver letto su un sito dove si parlava di editoria in modo piuttosto serio un itervento che diceva più o meno: “In italia non esistono vere agenzie letterarie che promuovono l’opera dell’autore presso gli editori lavorando a percentuale, ma solo agenzie che forniscono vari servizi di nessuna utilità come la lettura a pagamento”, cosa che mi pare sensata soprattutto alla luce di ciò che diceva Gamberetta. Naturalmente, il discorso non vale per gli autori famosi.
DI agenzie si parla diffusamente anche qui
http://www.danaelibri.it/rifugio/soccorso/agenzieletterarie.asp
C’è anche una sezione sulle valutazioni delle agenzie da parte dei clienti, che ritengo del tutto inutile perché in generale le cose sono sempre messe in modo che il truffato difficilmente si accorga di esser stato truffato.
Martedì, 6 Novembre 2007 @ 6:08pm
@Saryo. No, non me la sono presa, non in particolare. Se me la dovessi prendere questo blog avrebbe chiuso dopo tre giorni.
Ripeto che il tuo discorso sull’Agenzia suona strano, ma insomma, buon per te, solo attento a non farti fregare, perché anche gli altri non conoscevano nulla, non avevano idea di altri autori, altre agenzie, contratti e sottigliezze e quando si sono informati era troppo tardi.
Per il resto non c’è nessun tipo di acrimonia. Al massimo se ti acchiappo ti mangio il cervello! ^_^
Martedì, 6 Novembre 2007 @ 6:27pm
@Angra.
Ho letto l’articolo sul link. Sono anche a conoscenza della differenza tra le nostre agenzie (italiane) e quelle inglesi o americane. Il mercato editoriale è differente con il nostro, questo è risaputo. Tuttavia, al momento, so quale strada sto percorrendo, conosco l’iter che ha intrapreso il manoscritto. A pubblicazione avvenuta vi farò sapere.
@Gamberetta.
E’ giusto che non te la sei presa, per cosa poi?
Stesso discorso: vedi sopra. Il tempo mi darà ragione o torto.
Buona serata.
Martedì, 6 Novembre 2007 @ 7:28pm