Archivio per novembre 2007

Recensioni :: Romanzo :: Sezione Pi-Quadro

Copertina di Sezione Pi-Quadro Titolo originale: Sezione Pi-Quadro
Autore: Giovanni De Matteo

Anno: 2007
Nazione: Italia
Lingua: Italiano
Editore: Mondadori

Genere: Poca fantascienza
Pagine: 295

Napoli, 2059. L’umanità si trova in piena Singolarità, uno sviluppo frenetico e costante di ogni scienza, che porta a continui mutamenti e nuove tecnologie ogni giorno. Per dire, la lingua è cambiata, tanto da appiccicare i prefissi quanto-, olo- e nano- a qualunque cosa.
Così abbiamo gli olotelefoni, le nanolavatrici e le quantospazzole che funzionano nella stessa esatta maniera di telefoni, lavatrici e spazzole ai giorni nostri, però sono frutto della Singolarità! Cool!

In realtà, pur cianciando di chissà quali incredibili progressi, Sezione Pi-Quadro sarebbe potuto essere ambientato ai giorni nostri, anzi, per alcuni versi è quasi retrofuturistico, perché già oggi se uno vuole diffondere un documento mal visto dalla scienza ufficiale non ne fa fascicoli fotocopiati da distribuire nelle università, ma lo pubblica su Internet.
L’unico elemento fantascientifico è la possibilità di recuperare dal cervello dei cadaveri i ricordi delle ultime ore di vita. Fine. Perciò se si sta cercando un romanzo di fantascienza, tutta la fantascienza è lì, né più, né meno, il resto è rumore di fondo e technobabble.

Vincenzo Briganti, il protagonista, è un tenente della Polizia. È un “necromante”, appunto uno di quelli incaricati di cavare informazioni ai morti. Fa parte della Sezione Pi-Quadro, un reparto speciale delle forze dell’ordine istituito a tale scopo.
Il Briganti è un personaggio tormentato. Anni prima la figlia adolescente è stata rapita, torturata e uccisa, senza che lui abbia potuto far niente, né sia riuscito a identificare i colpevoli. Perciò è tormentato dal dolore della perdita e dal senso di colpa. IN. OGNI. SINGOLA. PAGINA. In altre parole il Briganti è una lagna come ne ho viste poche. Gli altri personaggi invece sono stati comprati mediante qualche offerta 3×2 al Grande Magazzino dei Personaggi Preconfezionati: il Pubblico Ministero donna in carriera, il poliziotto burbero ma dal cuore d’oro, il politico corrotto, ecc. ecc.
Il che, di per sé, non sarebbe poi una tragedia, se la storia fosse piena di ritmo e azione. Ma non lo è. La storia è di una noia allucinante. Ci sono solo due scene d’azione, due. La prima dura un paio di pagine ed è al limite del ridicolo, la seconda, che fra l’altro è il climax del romanzo, è da rotolarsi per terra dalle risate.
Mostra spoiler ▼

Ma sono andata troppo in là. La storia è di base un giallo: il Commissario Di Cesare, capoccia della Sezione Pi-Quadro, un bel mattino viene trovato morto: qualcuno gli ha sparato in testa.

Napoli
Vedi Napoli e poi muori

Al Briganti viene affidato l’incarico di recuperare le memorie dal cadavere del Commissario e indagare sul caso.
Anche come giallo, Sezione Pi-Quadro fa acqua da tutte le parti.
Mostra spoiler ▼

Quelli di cui sopra erano i difetti veniali del romanzo. Quello che lo rende uno strazio è l’infodump.
L’infodump è il rovesciare sul lettore una serie d’informazioni, magari anche importanti per la storia, in maniera pedante e priva di grazia. Le informazioni dovrebbero trapelare da azione e dialogo, non essere sbattute in faccia al lettore. E questo non perché sia una “regola”, ma perché l’infodump è noioso. Spezza il ritmo della narrazione, a proposito, infodump non mi piace come termine, perché non mi piace tanto la lingua della perfida Albione,

Albione è il più antico nome della Gran Bretagna, sebbene qualche volta venga usato per indicare il Regno Unito o in maniera più specifica (ma non corretta) l’Inghilterra.
In altre occasioni Albione viene usato in riferimento alla sola Scozia, il cui nome in gaelico è Alba. Plinio il Vecchio, nella sua Naturalis Historia, lo usa in maniera non equivoca per indicare la Gran Bretagna: “Albion ipsi nomen fuit, cum Britanniae vocarentur omnes de quibus mox paulo dicemus.” Il nome Gran Bretagna nasce con i Pitti, una popolazione presente sulle isole inglesi prima dei Celti. Il nome Albione è stato adottato dagli scrittori medievali sulla base di Plinio e Tolomeo.
Il nome Albione ha origini celtiche, da una radice indoeuropea che indica i significati di “bianco” e “montagna”. I Romani lo intesero in connessione con albus (bianco), in riferimento alle Bianche Scogliere di Dover.
La locuzione “perfida Albione”, a indicare la spregiudicata politica espansionistica inglese, pare nasca da un sermone del teologo francese Jacques-Benigne Bossuet.

Le Bianche Scogliere di Dover
Le Bianche Scogliere di Dover

perciò credo d’ora in poi userò il termine: inforigurgito.

L’inforigurgito è una costante in Sezione Pi-Quadro. Ogni particolare è illustrato con minuziosa precisione, in spregio dell’effettiva importanza del particolare stesso o del fatto che continui copiaincolla dal libro di fisica,

Dal punto di vista fisico, il principio di indeterminazione trova una sua giustificazione nell’analisi delle perturbazioni ineliminabili che il processo di misura induce su una grandezza. Supponiamo ad esempio di voler individuare la posizione di una particella, servendoci di una particella sonda S che, inviata sulla prima particella, venga poi diffusa fornendo i valori della misura. La precisione con cui la posizione del bersaglio può venire individuata è limitata dalla lunghezza d’onda lambda della particella sonda S; e sappiamo che lambda è inversamente proporzionale alla quantità di moto di S. Quanto più precisa vogliamo che sia la misura della posizione, tanto maggiore deve essere la quantità di moto della sonda; e tanto maggiore risulta, di conseguenza, la perturbazione che la misura induce sulla quantità di moto della particella, cioè sulla variabile coniugata di quella sottoposta a misura. [Sì, questa è una pagina del romanzo...]

non rendono la lettura particolarmente piacevole.
Neppure la primitiva tecnica dei Due Scienziati Che Discutono Fatti Che Già Conoscono, è usata; è proprio un brutale vomitare nozioni sul lettore.

L’inforigurgito ha poi una sua forma più grave quando le informazioni vomitate non hanno neanche la scusa di essere informazioni vitali per la storia. Aggravante dell’aggravante è quando queste informazioni sono vomitate nel bel mezzo di una scena d’azione.
Prendiamo un classico dei classici del western: Mezzogiorno di Fuoco (titolo originale: High Noon). Gary Cooper sta sparando ai cattivi, si vede lo sbuffo di fumo dalla pistola, il fragore del colpo e… parte un documentario sulla vita e le opere di Samuel Colt?! Anche un solo fotogramma da tale ipotetico documentario apparirebbe così fuori luogo da essere ridicolo. Quando il lettore segue un romanzo si immagina nella testa le sequenze come se le vedesse. Non si può interrompere tale film nel bel mezzo di una scena d’azione, non arriva a tale carogneria neppure la pubblicità!
Ci arriva invece De Matteo, per esempio:

Un bagliore attirò l’attenzione di Briganti mentre l’uomo-razzo compiva rumorosamente una goffa virata. Il bagliore dell’acciaio squarciò la notte. Era una spada ricurva, uno di quei modelli giapponesi che avevano invaso le strade di Napoli insieme alle milizie di Kodama fin dagli anni Quaranta, quando le cosche dell’Alleanza di Ottaviano avevano trovato l’appoggio della Yakuza nella Guerra del Vesuvio contro l’effimera Nuova Camorra di Forcella.

Forcella
I vicoli di Forcella

Fino a “una spada ricurva” si sta seguendo l’azione, poi il povero lettore è costretto a lasciare le sciabolate per sorbirsi la pappardella della Yakuza a Napoli. Fra l’altro, tale particolare NON HA NESSUNA IMPORTANZA PER LA STORIA. ZERO. Non che se l’avesse avuta sarebbe stato corretto presentarlo in tal modo, ma almeno non sarebbe stato inchiostro sprecato, come invece è.
Io credo che tagliando l’inforigurgito delle 300 pagine ne rimarrebbero forse 70-80. Non sarebbe ancora un bel romanzo (o racconto lungo) ma sarebbe meglio di com’è adesso.

A braccetto con l’inforigurgito, De Matteo si bea di usare paroloni su paroloni. Roba sullo stile della necropalingenesi dello psicopompo kemiomnemonico. Non mi è chiaro quale sia lo scopo di tale sbrodolarsi, forse il De Matteo spera che la gente pensi: “Oh, come sei bravo! Quante parole conosci!”? In realtà se c’è un sintomo di scrittore incapace è questo: il dover ricorrere a termini astrusi e desueti perché non si è in grado di esporre le proprie idee in maniera semplice e chiara.

Chi ha da dire qualcosa di nuovo e di importante, ci tiene a farsi capire. Farà perciò tutto il possibile per scrivere in modo semplice e comprensibile. Niente è più facile dello scrivere difficile. Karl Popper

Sezione Pi-Quadro è un brutto romanzo. Il problema di fondo è che non ha niente che possa interessare. Ho letto romanzi con trama più brutta e scritti peggio, ma che avevano una possibile attrattiva per qualche lettore, una mezza idea originale, un qualcosa. Sezione Pi-Quadro è una specie di altare al concetto di Mediocrità. La trama è scontata, i personaggi cliché, lo stile di scrittura farraginoso, le idee fantascientifiche scarse e riciclate, l’ambientazione banale; niente è davvero schifoso, ma non ci sono neppure sprazzi di bellezza, da nessuna parte.

Su altro blog s’invitata all’acquisto del romanzo, a sostegno della moribonda fantascienza italiana. Io invito a lasciar perdere: i 3 euro e 90 centesimi li ho già buttati io, è sufficiente.

Come spendere meglio 3 euro e 90 centesimi:

Caramelle gommose Meiji
Caramelle gommose Meiji al gusto di pesca bianca: 1,25 euro

Cottonfioc a foggia di spada orientale
Cottonfioc a foggia di spada orientale: 3,20 euro

Stampino di Jiji
Stampino di Jiji (da Kiki’s Delivery Service): 3,75 euro

Noticina finale: Il Coniglietto Grumo ha trovato di cattivo gusto che uno dei luoghi del romanzo sia un locale chiamato La Tana del Coniglio Morto.


Approfondimenti:

bandiera IT Uno Strano Attrattore, blog di Giovanni De Matteo
bandiera IT The Next Station, Giovanni De Matteo vi scrive con il nome di “X”
bandiera IT Un’intervista a Giovanni De Matteo su fantascienza.com

bandiera EN High Noon su IMDb
bandiera EN Karl Popper su Wikipedia
bandiera EN J-List (per gli acquisti da 3 euro e 90 alternativi)

 

Giudizio:

Niente. -1 Inforigurgito come se piovesse.
-1 Noioso, banale, scontato, sciatto e stupidotto.
-1 Personaggi cliché.
-1 Fantascienza neppure per sbaglio.

Quattro Gamberi Marci: clicca per maggiori informazioni sui voti

Scritto da GamberolinkCommenti (33)Lascia un Commento » feed bianco Feed dei commenti a questo articolo Questo articolo in versione stampabile Questo articolo in versione stampabile • Donazioni

Educazione e Timidezza

Uno scrittore si esprime così:

Il cielo era nero.

Uno scrittore dilettante si esprime così:

Era come se un gigante piangesse. Lacrime d’inchiostro scuro, della stessa tonalità che ammanta le più perigliose profondità marittime. Tali lacrime colavano lentamente, strappando la luce del giorno e stendendo un velo di tenebra sulla vastità del cielo.
Infine scese l’ultima goccia, l’ultimo singhiozzo del gigante a coprire l’ultimo spiraglio di luce. Il cielo era diventato del colore che colore in sé non è, bensì privazione di ogni altro.

Non sto a sottolineare tutti gli errori presenti nel secondo brano. Spero bene che nessuno tra gli scrittori o gli aspiranti tali preferisca il secondo brano. Se tale è il caso, non mi spiace dirlo: lasciate perdere e datevi all’ippica!

Darsi all'Ippica
L’ippica può dare grandi soddisfazioni!

Perché gli scrittori dilettanti sentono molto spesso il bisogno di scrivere come nel secondo brano? Perché riempiono i loro scritti di avverbi? Perché, quando parla un personaggio, aggiungono: in tono amorevole, irato, scontroso?

C’è chi è negato, c’è chi lo fa apposta, avendo una gran confusione in testa riguardo all’Arte, e infine c’è chi è vittima di un misto di timidezza e mal compresa educazione. Gli scrittori dilettanti hanno il terrore del giudizio altrui. Perciò, frenati da tale paura, non riescono a essere sinceri. Il cielo è nero, non riescono a dirlo perché pensano: “Oh, mio Dio! Se dico che il cielo è nero, chissà la gente cosa penserà di me!” Così vanno avanti a furia di similitudini e giri di parole, in modo che niente sia chiaro e diretto, e tutto sia interpretabile. In questa maniera si sentono più tranquilli, nessuno potrà incastrarli! Nessuno potrà accusarli di pensare il cielo nero! E se qualcuno lo fa, oh, be’, c’è forse scritto “nero” da qualche parte?

C’è poi la parte deleteria dell’educazione. Lo scrittore dilettante pensa: “Il cielo è nero, è giusto che dica sia nero, però magari offendo qualcuno? Meglio non dire che sia proprio nero, così non scontenterò nessuno!” Perché essere categorici è considerata maleducazione. Non si può dire che le cose stanno come stanno, qualcuno che la pensi diversamente si potrebbe offendere. Oh, no!
E se sul piano dei rapporti sociali si può discutere se tale tipo di “offesa” rientri nella maleducazione, quando si scrive bisogna fregarsene! Bisogna essere sinceri.

Copertina de Le Regole del Bon Ton
Le Regole del Bon Ton: eccolo davvero un manuale inutile!

Con gli avverbi è uguale. “Tizio era parzialmente sdentato”, non è tanto che si voglia dare una gradazione all’essere sdentati, è che si ha timore a dire: “Tizio era sdentato”, perché suona così definitivo. E sei poi qualche lettore con pochi denti pensa male di me?!
“Tizio sparò in testa a Caio ma Caio incredibilmente non morì.” Lo scrittore dilettante pensa: “Cribbio gli spara in testa ma sopravvive, il lettore potrebbe pensare che parli a vanvera (ma davvero?), allora ci metto un bel incredibilmente, così si capisce che anch’io sono perplesso. Perfetto! Nessuno mi potrà dir niente!”
In realtà succede l’opposto: se la sopravvivenza di Caio viene mostrata come dato di fatto, a seconda dell’abilità dello scrittore e della situazione, tale evento può risultare credibile. Ma se l’autore stesso dubita, con quel incredibilmente, il lettore non ci crederà MAI che Caio se la sia cavata!
Discorso non diverso per i vari evidentemente, chiaramente, ovviamente, e similari. Se una situazione è così evidente, chiara e ovvia non vi è alcun bisogno di specificarlo. Ma lo scrittore timido ha paura che la sua situazione non appaia così evidente, chiara e ovvia, e dunque ci piazza l’avverbio. Senza ottenere alcun risultato: la situazione non cambia di una virgola e l’avverbio fa solo sembrare lo scrittore uno sprovveduto: “Tizio sparò in testa a Caio. Caio si accasciò. Ma dopo un istante si rimise in piedi. Evidentemente non era morto.” Già.

Pure nei dialoghi educazione e timidezza fanno danni. Il danno più evidente è quando un autore evita “parolacce” o termini “volgari” benché la situazione lo richiederebbe. Ma non è l’unico danno, né il più grave.
Il danno grave è quando uno scrive:

«Togliti. Vieni via di lì,» disse Tizio con tono concitato, al limite della disperazione.

Invece di scrivere:

«Togliti di lì! Mio Dio, levati! Via di lì! Via di lì!»

Perché la seconda versione è migliore? Non è migliore perché dica niente di diverso, è migliore perché il tono è implicito nel dialogo, perciò il lettore non deve interpretare come il personaggi parli: è chiaro che è un tono concitato, un tono di urgenza quasi disperato.
Nel primo esempio invece il dialogo in sé è neutro, il lettore può usare nella sua mente il tono che preferisca. Quando però l’autore gli spiega quale sia il tono che intende per quel dialogo, il lettore è costretto a tornare indietro e ripetere la scena con il tono voluto. È solo un piccolo fastidio, che la buona parte dei lettori non nota neanche, tuttavia, due pagine di piccoli fastidi così, e il lettore chiude il libro, anche se neppure lui saprebbe dire cosa di preciso l’abbia stufato.
La buona parte degli scrittori dilettanti usa la prima versione per le ragioni già dette. Perché hanno paura del giudizio altrui. La prima versione è distaccata, “sicura”, si racconta solo che il tono è concitato, la disperazione è solo un fatto letterario, asettico. La seconda versione richiede un maggior coinvolgimento emotivo, l’autore deve svelare un frammento di sé, dev’essere per un attimo concitato e disperato. E ha paura che il pubblico giudichi oltre al suo personaggio anche lui. Se un personaggio è così disperato, forse anche l’autore lo è. L’autore timido vuole sfuggire a questo tipo di accostamenti.

Per la terza volta: bisogna essere sinceri. Sinceri verso la storia che si vuole raccontare. Non la si può piegare e contorcere solo per non dispiacere alla gente senza denti o per non rischiare di apparire disperati.

Camicia di forza
Raccontare una bella storia vale qualche sacrificio!

Ovviamente non è un parere mio. O meglio non solo mio, è il parere mio e dei soci del club degli allegri buffoni, tra i quali soci spiccano i nomi di cialtroni quali Mark Twain, Stephen King, Orson Scott Card e tanti altri.


Approfondimenti:

bandiera IT Un punto di partenza per darsi all’ippica
bandiera IT Le Regole del Bon Ton su iBS.it

Scritto da GamberolinkCommenti (78)Lascia un Commento » feed bianco Feed dei commenti a questo articolo Questo articolo in versione stampabile Questo articolo in versione stampabile • Donazioni

Scrivere: Aristotele, Mosche e Grafici

Nei giorni scorsi ci son state furiose polemiche tra quei pochi che vorrebbero le cose fatte per benino e quei molti che son sostenitori di genio & sregolatezza. Come indole, sarei anche portato a stare coi secondi, se non fosse che al mondo purtroppo la sregolatezza abbonda, mentre il genio no. Mettiamo un po’ di ordine, quindi, magari a suon di scapaccioni.

popeye
Lo vedete questo?

La struttura ottima di un’opera di narrativa, che sia romanzo, film o opera teatrale, è la stessa fin dai tempi di Aristotele, che nella sua Poetica disse che una storia deve avere un inizio, uno svolgimento e una fine. L’inizio è ciò che non viene dopo qualcos’altro, la fine è quella dopo la quale non c’è nient’altro, e lo svolgimento è quello che ci sta in mezzo. Bella scoperta, starete già pensando. Banale, direte. Allora, se è così banale, mi spiegate perché c’è pieno di gente in giro che scrive scrive scrive e a mettere nei suoi stramaledetti romanzi un inizio, uno svolgimento e una fine che siano tali proprio non ci arriva, o pensa magari che Aristotele fosse un imbecille, sangue di Giuda???

Aristotele
Aristotele. Credete forse che fosse un imbecille?

L’inizio.
L’inizio di una storia è ciò che contiene l’incidente, un evento capace di turbare lo status quo che dà inizio alla vicenda, introducendo al tempo stesso i personaggi. Importante: il lettore si aspetta che il primo incidente che accade sia anche quello che scatena tutti gli altri eventi. Se così non è in ciò che scrivete, non otterrete l’effetto di essere originali, ma solo di disorientare il lettore.

Lo svolgimento.
Lo svolgimento dovrebbe essere costruito con una successione di eventi via via più drammatici, intervallati da momenti di tranquillità dove la tensione invece si stempera.

La fine.
La fine comincia in corrispondenza del climax, l’evento più drammatico di tutti di fronte al quale il protagonista sembra soccombere. Non importa se il lettore sa che il protagonista ce la farà perché quello è solo il secondo libro di una saga in 19 volumi: con la sua parte irrazionale dovrà comunque dubitare seriamente che il protagonista possa uscirne intero. Quando tutto sembra perduto, la situazione si capovolge per il rotto della cuffia, il protagonista vince e la tensione si stempera via via, fino a che la situazione è normalizzata (risoluzione).

Qui sotto c’è un grafico che mostra quello che dovrebbe essere l’andamento della tensione drammatica. Sento già levarsi alto il coro della tragedia greca:

Aaaaaah, sacrilegio! Qui si vuole profanare l’Arte inquadrandola in un grafico! Giammai! Giammai!

Eh eh eh… voi davvero pensate che per sceneggiare quel film che vi è piaciuto tanto, costato milioni di dollari, gli sceneggiatori non si siano basati consapevolmente su uno schema come questo? Che per scrivere quel best seller che ha venduto milioni di copie che vi ha così emozionato l’autore abbia scritto tutto di getto, in pieno delirio creativo, sbattendosene di ogni regola? Sè, vabbé, andiamo avanti.

Tensione_ottima
L’andamento ottimo della tensione drammatica in una storia

Questo schema non copre ovviamente tutti i generi, ma una buona parte sì, dai romanzi d’amore ai gialli ai romanzi d’avventura come sono generalmente il fantasy e la fantascienza. Naturalmente, è possibile scrivere buone, ottime storie anche fregandosene altamente dello schema sopra, ma bisogna essere molto ma molto bravi. Invece, rispettando una struttura come quella sopra, anche un perfetto cretino può, con un po’ di applicazione, scrivere una storia che non faccia troppo sbadigliare o al contrario girar le palle a leggerla.

Tanto per fare un esempio pratico su cosa è una successione di eventi via via più drammatica, se il detective Marlowe a pag. 50 viene minacciato, a pag. 100 pestato e se a pag. 150 gli sparano addosso, va bene. Se le cose avvengono nell’ordine inverso, vedete bene che se lo minacciano dopo avergli prima sparato addosso e poi averlo pestato, l’effetto diventa quasi comico.

Vediamo allora l’esempio di un capolavoro, scritto da uno molto bravo, di cui ho già accennato: Il Signore delle Mosche (1954). L’autore, William Golding, era uno da Premio Nobel per la Letteratura (lo ha vinto nel 1983), e nonostante questo non si è azzardato a rompere lo schema di cui sopra. Anzi, forse ha vinto il Nobel anche per questo. Capito???

  • Incidente: un aereo che porta in salvo una scolaresca di ragazzi inglesi delle scuole elementari e medie cade in mare nei pressi di un’isola tropicale, in piena Terza Guerra Mondiale. Nessun adulto sopravvive, i ragazzi si ritrovano da soli sull’isola.
  • Svolgimento: bisogna organizzarsi per i bisogni fondamentali, si elegge un capo. La frutta abbonda, ma un gruppo di ragazzi tra i più grandi, che contendono la leadership del capo, fondano un gruppo di cacciatori. I ragazzi, lasciati a sé stessi, diventano sempre più selvaggi e violenti. Scoppiano liti e contrasti sempre più gravi, fino a che uno dei ragazzi viene ucciso. Oggi siamo assuefatti a tutto, ma nel ’54 l’evento di un bambino assassinato da altri bambini era un’idea assolutamente agghiacciante, tanto per dire cosa si intende per tensione drammatica crescente.
  • Climax: il protagonista, colui che all’inizio era stato eletto capo, fugge inseguito dai “cacciatori”, che lo vogliono uccidere infilandogli un palo acuminato su per il didietro, e tutti sono contro di lui. Stremato, cade a terra lungo la spiaggia.
  • Risoluzione: Si ritrova davanti le scarpe bianche di un ufficiale della marina britannica. Sono venuti a salvarli. L’ufficiale dice qualcosa del tipo: “Vi siete ridotti come dei selvaggi! Questo non è dignitoso per dei ragazzi inglesi.” Tutti di colpo ritornano bambini, e scoppiano a piangere.

Il romanzo che ho recensito la scorsa volta, invece, I Boschi della Luna, non verrà mai portato come credenziale per l’autore in caso di nomination al Nobel. Perché? Eppure, guardate, dal punto di vista della struttura era quasi perfetto. Quasi. Poi, naturalmente, ha un sacco di altri problemi, tipo i dialoghi, ma con la struttura c’eravamo abbastanza. C’è un buon inizio, con un incidente forte, ben definito. C’è una discreta fine, con il giusto climax e la conseguente risoluzione della tensione e il ritorno alla normalità. L’ultimo capitolo invece, che è uno strascico inutile, è da tagliare completamente. Ma il problema più grave è tutto quello che ci sta in mezzo, che come è normale è anche la parte più lunga del libro. In tutta la parte centrale, 150 pagine su 240 totali, la tensione svanisce totalmente. Non è possibile che, dopo essere fuggiti per il rotto della cuffia da una città in preda al caos e all’anarchia mentre la civiltà è al tracollo, l’evento drammatico successivo sia la caccia al cinghiale, perché non regge assolutamente il confronto. E dopo la caccia al cinghiale, non è possibile che l’evento drammatico successivo sia la pesca alla trota, sangue di Giuda!

Il grafico è qua sotto:

Tensione_BDL
La tensione drammatica ne I Boschi della Luna

Come vedete, confrontandolo col grafico precedente, c’è tutta la parte centrale che va praticamente a zero. Risultato: ci si annoia. Inoltre, la tensione drammatica nel climax non è forte quanto quella dell’incidente iniziale.

Tutto sommato questa cosa dei grafici mi piace un sacco. Credo proprio che li userò anche nelle prossime recensioni, dove ne vedremo delle belle.


Approfondimenti:
bandiera IT La Poetica di Aristotele
bandiera EN Lord of the Flies su Wikipedia

Scritto da GamberolinkCommenti (21)Lascia un Commento » feed bianco Feed dei commenti a questo articolo Questo articolo in versione stampabile Questo articolo in versione stampabile • Donazioni

Recensione: I Boschi della Luna

bdl.jpg Titolo originale: I Boschi della Luna
Autore: Giuseppe Festa
Anno: 2006
Nazione: Italia
Lingua: Italiano
Casa Editrice: Larcher Editore
Genere: Non fantasy
Pagine: 256 (brossura)
Prezzo in euro: 10 scontato a 3,90

Oggi mi son svegliato con un diavolo per capello. La gamba di legno mi fa un male cane (tecnicamente, si chiama nevralgia dell’arto fantasma), e quando fa così state sicuri che cambia il tempo e si mette a burrasca. Sento quindi il bisogno impellente di sfogarmi su qualcuno, e il più adatto alla bisogna che ho sottomano al momento è il romanzo I boschi della Luna di Giuseppe Festa. Chi mi conosce lo sa: il vecchio Stockfish, dolori alla gamba permettendo, è uno di buon carattere, se non gli si fa saltar la mosca al naso. Ma quei dieci euro spesi per quel libro della malora ancora non li ho digeriti, sangue di Giuda. Cominciamo, allora.

Giuseppe Festa è il leader di un gruppo musicale, i Lingalad, che trae ispirazione dalle opere di Tolkien. Molti di voi li conosceranno senz’altro, perché li si trova a suonare praticamente in ogni manifestazione a tema Fantasy. I Lingalad sono dei bravi musicisti, se vi piace quel genere che sta fra la musica occitana e il folk irlandese. I testi però, dello stesso Giuseppe Festa che è anche il cantante, sono di una bruttezza imbarazzante. Se i Lingalad un giorno si ammutinassero e lo gettassero ai pesci, mettendosi a fare musica solo strumentale, non esiterei a comprarmi i loro CD.

La scrittura in sé.
Il libro non è scritto male, ma neanche brilla per stile. La prosa è pulita e lineare, e scorre abbastanza bene. Anche se il romanzo non mi è piaciuto per niente, tutto sommato non ho fatto troppa fatica per finirlo. Questo dovrebbe essere il minimo sindacale, mi direte voi, è un po’ come dire che il pregio del tale biscotto è quello di non essere velenoso. Ma, di questi tempi, non bisogna dar nulla per scontato.

La storia.
L’inizio non è per niente male (dialoghi a parte, come dirò in seguito). Ricorda Morte dell’erba (1956) di John Christopher, un capolavoro della fantascienza catastrofica. La storia che dà inizio a I Boschi della Luna è questa: in un futuro molto vicino, il petrolio comincia seriamente a scarseggiare. Le città sono tormentate da improvvisi black out, sempre più frequenti e prolungati, fino a che ne arriva uno che sembra proprio quello definitivo. La civiltà è al tracollo, e le città senza corrente diventano un luogo di morte e disperazione nel giro di pochi giorni. Il giovane Jari, insieme alla madre Dora, fuggono verso le montagne, nel paese dove abita il nonno. Non so se l’autore ha letto o no Morte dell’Erba, ma non ha importanza, tutto sommato. Non c’è nulla di male nel trarre ispirazione da un capolavoro, ed è sempre meglio che voler essere originali a tutti i costi e finire per scrivere delle porcherie.
L’inizio, come dicevo, rende bene il precipitare della situazione, creando la giusta tensione. Questo fino a che i due non fuggono dalla città e raggiungono il paesello tra le montagne, verso pagina 50. Purtroppo però, non si vive di sole disgrazie, e quando la situazione si tranquillizza la storia da lì in poi diventa pura fuffa, per ben 150 pagine su 240 totali. Leggeremo quindi di due giovani allegri e volenterosi, che si danno un sacco da fare per aiutare gli adulti nelle loro vicende quotidiane, risolvendo situazioni di cui non ci importa una dannata lisca grazie alla loro vitalità e arguzia.

Verso pagina 200, finalmente succede di nuovo qualcosa. La storia cerca di recuperare un po’ di tensione, senza peraltro riuscirvi granché. Sul finale poi, si passa dalle stalle alle stelle e ritorno in poche righe. Prima accade una cosa che nessuno di noi avrebbe mai voluto vedere: un adolescente affronta a mani nude un esercito di banditi armati fino ai denti (eh sì, purtroppo). Poi, il colpo di scena, degno del Signore delle Mosche di William Golding. Di nuovo, bravo Giuseppe Festa se ha letto il libro o visto il film, bravissimo se ne ignorava l’esistenza. Viene da chiedersi come uno possa avere dei lampi sporadici di genio e poi ripiombare nell’abisso della banalità mezza pagina dopo. Sì, perché il peggio deve ancora venire. Infatti, dopo il finale della storia, c’è ancora un capitoletto dove è l’autore stesso a parlare senza nemmeno tentare di nasconderlo. Ci racconta così a grandi linee cosa ha fatto il protagonista negli anni a venire, ma soprattutto si lancia in un insopportabile pistolotto di stucchevole buon senso ecologista, annegato in una melassa di buonismo di quelle da avvertenza per i diabetici. Il vecchio Stockfish è sempre stato un convinto ecologista fin dalla più tenera età, ma a leggere certe cose, scritte in quel modo, mi viene voglia di dar fuoco ai boschi e di rovesciare bidoni di liquami radioattivi nei fiumi, sangue di Giuda!

Bidoni radioattivi
Bidoni di rifiuti radioattivi

I personaggi.
Il diciassettenne protagonista, probabilmente il super-io dello scrittore (che diciassettenne non è più da un pezzo), è esattamente il fidanzatino che ciascuna nonna vorrebbe per la propria nipotina. Un ragazzo d’oro, che per giunta non ne sbaglia una. Risolve tutto lui. Questo giovanottello che viene dalla città, tanto per dirne una, procurerà in diverse occasioni il cibo per dei sostanziosi banchetti ad un’intera comunità di contadini-campagnoli-montanari, che notoriamente non se la cavano bene in questa materia, e che senza le consegne a domicilio della Bo-Frost sarebbero altrimenti spacciati. Questa gente poi, mi ricorda più che ogni altra cosa quelle comunità ideali in assoluta grazia di Dio, senza luogo e senza tempo, che venivano rappresentate nei libri di catechismo di quando andavo alle elementari. Quelli che andavano a mietere il grano vestiti di bianco, tenendosi tutti per mano sotto un cielo turchino dove volano le colombe della pace. Ben diversi, insomma, dai contadini delle nostre campagne che si odiano da sei generazioni per un metro di terra rubacchiato, e che alla prima occasione si ammazzano a fucilate facendolo passare per incidente di caccia.

Insomma, da adolescenti tutti abbiamo sognato di far innamorare di noi la più carina della classe gettandoci in mezzo alle fiamme per salvarla mentre la scuola va a fuoco. Poi però si cresce, e queste fantasie erotico-eroiche sarebbe meglio che passassero.

I dialoghi.
Tremendi! La cosa peggiore di tutte. Non c’è dialogo nel romanzo che non suonerebbe falso, artificiale, persino ad uno straniero con una conoscenza approssimativa dell’italiano. Inoltre, sembra che l’autore non sia mai stato adolescente, che non abbia mai sentito due adolescenti parlare. I ragazzi descritti da Giuseppe Festa sono educati e gentili, tra loro e con tutti. Non gli scapperebbe una mezza parolaccia neanche se si dessero per sbaglio una martellata sulle palle. E, ora che ci penso, devono essersene date parecchie procurandosi danni irreversibili, perché la massima pulsione sessuale che dimostrano questi diciassettenni verso una bella ragazza è il mano nella mano e il bacio sulla guancia. Che teneri!

Gli alberi.
Giuseppe Festa ha una grande passione per gli alberi, ed è un vero esperto in materia. Per cui, non scriverà mai che “Tizio si nascose dietro a un albero”, o al limite che “Tizio si nascose dietro a un pino”. Scriverà invece che “Tizio si nascose dietro ad un Pino Nero ad Ombrello della Patagonia Occidentale, dai caratteristici aghi corti e sottili che produce una resina dall’inconfondibile odore pungente”. Un consiglio quindi, complementare a ciò che dice sempre Gamberetta (“scrivete di ciò che sapete”): evitate di cedere alla tentazione di scrivere tutto ciò che sapete su un certo argomento, se non è strettamente funzionale all’azione principale!

Il fantasy.
Giuseppe Festa è un grande fan di Tolkien, e quindi deve per forza infilare un po’ di fantasy in un romanzo che col fantasy non c’entra un tubo, con effetti di cui è meglio non parlare. La storia si svolge in un immediato futuro, diciamo tra 5-10 anni, esattamente nel nostro mondo, in una nazione che si direbbe europea ma che non si capisce quale sia, partendo da una città, Taisla, che secondo Google Maps non esiste. I nomi dei luoghi suonano “tipicamente” fantasy, così come i nomi della maggior parte delle persone. Jari, Kuno, Munal, Aton, Archinpietra, Boschi della Luna, Monte Dente Buco, e così via. Questo “basta” a far sì che il romanzo venga in qualche modo spacciato per fantasy o affine, insieme al fatto per i monti si aggira un misterioso Anziano dei Boschi. Questo è un vecchio locale dal brutto carattere che ama la solitudine, ma anche una specie di druido dotato di superpoteri, con effetti sulla bellezza della storia che vi lascio immaginare alla luce di quanto detto finora.

Le altre recensioni.
Mi son convinto a scrivere questa tremenda recensione dopo averne trovate altre in rete, positive, e addirittura entusiaste. Questo mi ha fatto un po’ riflettere sul fatto che per ogni scrittore con le idee confuse su cosa vuol dire scrivere, ci sono cento recensori con le idee ancora più confuse.

Una, da CelticPedia, inizia così:

Raramente per comprendere appieno un romanzo è opportuno come in questo caso conoscere qualcosa della personalità dell’autore.

e già non ci siamo. Per comprendere appieno un romanzo deve bastarmi quello che c’è scritto nel romanzo stesso, altrimenti c’è qualcosa che non va.

Un’altra, da La Tela Nera, comincia così:

C’è dentro tutto l’amore di Giuseppe Festa per la natura, in questo romazo.

Ce l’ho anch’io l’amore per la natura, trabocco letteralmente di amore per la natura, perché dovrei pagare 10 euro l’amore per la natura di Giuseppe Festa? Se tiro fuori dei soldi per un’opera di narrativa, voglio leggere cose interessanti, scritte bene, capaci di suscitarmi emozioni che non siano di ferocia nei confronti dell’autore. Questi recensori sono incapaci di distinguere i vari piani logici confondendo forma, contenuti, intenzioni dell’autore e quant’altro. E’ come alle scuole medie, dove nel tema di italiano ti valutano le idee più che la forma, e se scrivi che sei favorevole alla pena di morte, ti fanno lo stesso un mazzo così anche se l’hai spiegato in ottimo italiano. In estrema sintesi, il punto è proprio questo: Giuseppe Festa scrive per avere l’approvazione della Prof. di Italiano. Nella buona letteratura la presenza dell’autore dovrebbe essere il più discreta possibile, invisibile. I personaggi dovrebbero vivere di vita propria. I personaggi di Giuseppe Festa, invece, sono dei burattini parlanti, che non fanno altro che ripetere le sue stesse idee sulla natura e su quanto è bella e buona la natura, e il protagonista è il suo stesso super-io adolescenziale che piace alla Prof. e al Preside, e i compagni e le compagne stravedono per lui e lo eleggono capoclasse per acclamazione.

La Prof. di Italiano
La Prof. di Italiano

In conclusione, sbirciando avanti qua sotto, mi rendo conto che i 5 gamberi marci che ho dato a I boschi della Luna non rendono appieno l’idea, sangue di Giuda. Ma è la mia prima recensione dalla Barca dei Gamberi, e non voglio esagerare. Un consiglio: leggetelo, così capirete che non sono io ad essere stronzo a scrivere una recensione così. Ora è anche in offerta, costa solo 3,90 euro, senza spese di spedizione.


Approfondimenti:
bandiera IT  Il sito del gruppo musicale dei Lingalad
bandiera EN The Death of Grass su Wikipedia
bandiera EN Lord of the Flies su Wikipedia

Giudizio:

L’inizio +1 -1 Tutto il resto
L’intento pedagogico +1 -2 Perché ottiene l’effetto contrario
  -1 Il pistolotto finale
  -2 I dialoghi, fastidiosissimi!
  -1 I personaggi da libro di catechismo

Scritto da GamberolinkCommenti (21)Lascia un Commento » feed bianco Feed dei commenti a questo articolo Questo articolo in versione stampabile Questo articolo in versione stampabile • Donazioni

Crudeltà Editoriale: Due Esempi

Concludevo l’articolo di ieri con un “Imparare a scrivere.”

Come si impara a scrivere? Sto parlando d’imparare a scrivere narrativa, in particolare narrativa fantastica. La risposta è semplice: leggendo uno o più manuali che insegnino a farlo!
Sento già nelle orecchie i lamenti degli Artisti, per i quali manuali e regole sono la morte della Letteratura. Be’, se la pensate così, non so che altro dirvi. Vorrei solo rifletteste su qualche esempio:
Videogiochi. Chi non ci ha giocato? Io ci gioco sempre! C’è qualcuno che pensa davvero che si possa imparare a programmare un videogioco grazie all’Arte e al Puro Talento? Mio fratello mi ha fatto vedere: all’atto pratico è del tutto analogo allo scrivere un romanzo, solo invece che scrivere in italiano occorre usare un linguaggio artificiale. Un videogioco non è altro che una sterminata sequenza d’istruzioni, messe una dietro l’altra, come sto io adesso mettendo una dietro l’altra le parole di questo articolo. Perciò, signori Talentuosi, cominciate!
In realtà ci voglio anni per imparare a programmare, e altri ancora per programmare nello specifico videogiochi. E questi anni sono disseminati di manuali spessi un palmo e pieni di matematica.
Prendiamo la musica. Se fosse solo questione di Arte, perché mai la gente dovrebbe frequentare un conservatorio? O prendere lezioni di piano? In fondo tutti sanno battere le dita sui tasti di un pianoforte, perché il Talento con la T maiuscola non dovrebbe essere sufficiente?

Da dove nasca l’idea che scrivere narrativa e in particolare narrativa fantasy non richieda nessuno studio non lo capirò mai. Negli ultimi mesi ho letto i manuali e i suggerimenti di Mark Twain, Orson Scott Card, Stephen King, Ben Bova e altri. È stato molto utile, in primo luogo per me stessa. Anche quando scrivo senza nessuna intenzione, non dico di pubblicare, ma solo di far leggere a qualcuno, mi diverto molto di più. È la differenza che passa dal battere a caso sul pianoforte e stupirsi degli strani suoni che ne escono e saperlo suonare e godere della musica che ne nasce.

Un pianoforte
Il Coniglietto Grumo sa anche suonare il pianoforte!

Perché ho letto solo manuali di scrittori stranieri? Perché a me piace la narrativa fantastica (fantasy e fantascienza) e in Italia quasi nessuno conosce l’argomento. Quei pochi non mi pare abbiano mai pubblicato nessun tipo di manuale.

Leggendo i manuali ho scoperto che ci sono ormai regole acquisite, da cento e passa anni. Per esempio scrivere sempre in maniera semplice e chiara. Un’altra regola condivisa da tutti è quella di scartare il superfluo. In ogni caso, senza eccezioni. Seguono poi regole meno categoriche, come quella per altro importantissima del mostrare invece di raccontare, o quelle che regolano la scelta del miglior punto di vista.

Seguire tali regole non limita la libertà di scrittura e anzi offre un vantaggio gigantesco: permette di valutare da soli se quanto si è scritto è decente. Se io ho appena scritto “doglio” e il vocabolario me lo segna come termine letterario di basso uso, so che ho appena violato la regola che impone semplicità e chiarezza, metto al posto del doglio un barile e ho fatto un oggettivo passo avanti. Se io comincio una storia con “Laura mi stava spiegando come programmare un videogioco”, constato che è un raccontare, non è un mostrare, dunque sto sbagliando e posso correggermi. E così via.

Infine le regole sono seguite dagli editori. Almeno dagli editori anglosassoni. I criteri adottati dagli editori italiani sono molto più nebulosi. Ma d’altro canto gli scrittori anglosassoni vendono milioni di copie, anche da noi, gli scrittori italiani non vendono neanche ai loro compatrioti. Perciò riuscire a raggiungere il livello medio di uno scrittore anglosassone è già un bel passo avanti, e in campo narrativa fantastica vorrebbe dire essere il miglior scrittore italiano in tale genere, o quasi.

Quello che seguirà sarà perciò basato su due fatti:
Primo fatto. Nella narrativa di genere fantastico esistono delle regole obbiettive, forgiate da esperienza secolare.
Secondo fatto. Gli editori che conosco il loro mestiere, per scegliere chi pubblicare, si attengono a quelle stesse regole. Almeno in teoria.

So benissimo che sul secondo fatto si può discutere all’infinito. Mi limito a dire che il ragionamento: “se hanno pubblicato la Troisi allora devono pubblicare anche me”, è deleterio. La Troisi pubblicata da Mondadori è stata una disgrazia, se non se ne aggiungono altre è meglio per tutti.
E in ogni caso, prima delle lagnanze, si deve raggiungere quel livello da scrittore anglosassone medio che dicevo. Medio, che non è un livello altissimo, è il livello dello scribacchino competente ma non troppo talentuoso.

Ultima nota: ovviamente non bastano i manuali, bisogna leggere, in particolare nel genere nel quale poi si vuole scrivere, bisogna documentarsi sugli argomenti che si vorrà trattare e bisogna esercitarsi a scrivere.
Una buona dose di fantasia aiuta. Quello che non serve: amore, anima, cuore e stupidate del genere. Il mito in assoluto più deleterio è quello secondo il quale, se si scrive riversando nelle pagine tutto l’amore del mondo, tale amore trasparirà fino al lettore, colmandolo di delizia. Invece succede questo: «Ma porco diavolo! Ho speso 20 euro per uno schifo di romanzo e adesso ho pure le mani tutte unte d’amore!»

Questo concludeva la premessa. Ora le conseguenze attraverso due esempi.

Mozart di Atlantide

Romanzo di fantascienza scritto da Simone Maria Navarra, il cui divertentissimo blog è qui. Attualmente non credo il romanzo sia disponibile perché partecipa al Premio Urania, ma lo si può trovare via P2P o chiedendolo direttamente all’autore.

Copertina di Mozart di Atlantide
Copertina di Mozart di Atlantide

Io ho provato a leggerlo un paio di mesi fa, quand’era ancora disponibile per il download. Ho detto provato perché non sono mai riuscita a finirlo. È anche la ragione per la quale non l’ho mai recensito.
Lasciando un messaggio al blog dell’autore, ho dichiarato che un’eventuale recensione sarebbe stata negativa, e di essermi convinta di questo fatto dopo aver letto appena due paragrafi. Non so se sono stata presa sul serio, io ero serissima (come credo, anzi spero, siano gli editori nel valutare i manoscritti).
I due paragrafi sono questi:

Gettando uno sguardo allo schermo del portatile, Mozart si rese conto di essere in ritardo e allungò il passo.
Era diretto verso il centro di collocamento del quartiere, dove lo attendevano alcuni amici. Avrebbe potuto tranquillamente cercare un lavoro tramite il terminale che aveva in casa, ma visto che anche gli altri avevano bisogno di trovarsi un nuovo impiego tanto valeva sfruttare l’occasione per incontrarsi.

“Gettando uno sguardo allo schermo del portatile, Mozart si rese conto di essere in ritardo e allungò il passo.”
Tre problemi in questa frase:
Primo problema. “Mozart si rese conto di essere in ritardo”, è raccontato. Io lettore come devo immaginarmi la scena? Tra l’altro tenendo conto che è un romanzo di fantascienza? Mozart getta uno sguardo allo schermo e ne deduce di essere in ritardo. Ma come? Manca il passaggio fondamentale: cosa ha visto sullo schermo!
So benissimo che Mozart probabilmente ha letto solo l’ora, ma il punto è che già alla prima frase sono stata costretta a dedurre. Già subito ho dovuto interrompere l’immersione per fermarmi a pensare su cosa l’autore intendesse per “rendersi conto di essere in ritardo”.
Secondo problema. Il portatile. I portatili attuali, e direi degli ultimi cinque anni almeno, sono portatili fino a un certo punto, io li definirei “trasportabili”. Sono molto grossi, e nessuno li usa mentre passeggia. Perciò con nessun’altra informazione di contorno, si storce subito il naso di fronte a un personaggio che guarda un portatile mentre cammina. E dato che è probabile sullo schermo ci sia un qualcosa legato all’ora, perché non ha guardato un orologio? un cellulare? un palmare?
Terzo problema. Il nome del protagonista. Mozart non è un nome qualunque. Porta con sé un determinato bagaglio emotivo, e soprattutto porta con sé la domanda: “Perché Mozart si chiama Mozart? È quel Mozart o un altro Mozart?” Almeno fin dove sono arrivata io a leggere queste domande non hanno risposta, sebbene appaia chiaro che Mozart non è il Mozart musicista.
Spero che la ragione per la quale tutti i personaggi di Atlantide hanno nomi famosi venga rivelata e sia una ragione valida, perché la faccenda è fastidiosa.
In quest’incipit l’attrattiva per il lettore dovrebbe essere quella di scoprire le ragioni e le possibili conseguenze del ritardo del protagonista, però il tutto è oscurato dal fatto che si chiami Mozart. Sì, va bene, ha un portatile, ma perché si chiama Mozart? Ho capito, è in ritardo, ma perché si chiama Mozart? Cammina alla svelta, non discuto, ma perché si chiama Mozart?

“Era diretto verso il centro di collocamento del quartiere, dove lo attendevano alcuni amici. Avrebbe potuto tranquillamente cercare un lavoro tramite il terminale che aveva in casa, ma visto che anche gli altri avevano bisogno di trovarsi un nuovo impiego tanto valeva sfruttare l’occasione per incontrarsi.”
Chissà per cosa sarà in ritardo Mozart? Per l’appuntamento con gli omini verdi? Per sposarsi con la Principessa di Venere? Per partire con una nave spaziale?
L’autore risponde subito.
Errore uno: risponde l’autore, è inevitabile, perché Mozart sa benissimo dove sta andando e non avrebbe ragione di rivelarlo al lettore. Ciò non toglie che ogni ingerenza diretta dell’autore è una pessima pratica.
Errore due: la risposta è degna di una parodia!
Mozart si sta per incontrare con gli amici per cercare lavoro?! È davvero “fantascienza”!
«Ciao, Chiara, vieni domani al cinema?»
«No.»
«Ciao, Chiara, vieni in discoteca?»
«No.»
«Ciao, Chiara, stiamo andando a cercare lavoro, ci vieni?»
«Corro!»
Non è in sé un errore, è un errore se il romanzo vuole essere un romanzo di fantascienza da prendere sul serio, come parrebbe.
Il “tranquillamente” è da togliere: come dice Stephen King, “la via dell’Inferno è lastricata di avverbi.”
In realtà da “Avrebbe” in poi è da togliere: è solo un altro noioso intervento dell’autore, atto a riferire fatti che Mozart già conosce e che al lettore non interessano. Aggravante: Mozart è a passo svelto, questo paragrafo è come l’impallinasse sul posto, bloccando subito l’azione.

Mi fermo qui.

Il succo della dimostrazione era illustrare come a un editore volendo bastino davvero poche pagine, addirittura meno di una, per dare un giudizio su un’opera. Poi forse non butta il manoscritto dopo due paragrafi, ma io dubito arrivi oltre pagina 10 o giù di lì.
Io sono arrivata a pagina 50 circa, e Mozart di Atlantide non è pubblicabile. D’altro canto non ci aveva mai sperato nessuno, o sbaglio? chikas_pink28.gif

Aggiungo che l’autore avrà modo di vendicarsi in maniera indiretta, quando sarà diventato scrittore di fama mondiale: a me verrà negata ogni possibile pubblicazione, perché nessun editore avrà il coraggio di dare alle stampe qualcosa scritto dalla tizia che in gioventù aveva osato criticare il più grande autore del terzo millennio.
(ogni tanto sul blog dell’autore compaiono baloccamenti simili, ho cercato di imitarne lo stile).

Secondo esempio.

La Voce dei Meil’ar

L’autrice del suddetto romanzo ha lasciato un commento al mio articolo di ieri, invitandomi a leggere la sua opera. Potrei anche farlo, ma prima mi metto nei panni dell’editore che riceve una sinossi del romanzo e qualche capitolo d’esempio.

Copertina di La Voce dei Meil’ar
Copertina di La Voce dei Meil’ar

Al sito del romanzo, sono disponibili diversi estratti da vari capitoli. Ho scelto quello sui duelli: questo. EDIT: Il sito del romanzo non esiste più.
La scelta è caduta su tal brano perché qui sulla Barca dei Gamberi ci piace leggere di duelli e spargimenti di sangue!

Al sito non è disponibile una sinossi completa del romanzo, ma c’è la trama, l’elenco dei personaggi e una cartina del mondo, direi elementi sufficienti per potersi orientare.

Invece di due soli paragrafi, ho preso in considerazione le prime tre pagine dell’estratto. È un’analisi piuttosto lunga, se si vuole saltare direttamente alle conclusioni, si può cliccare qui.

Berrie si toccò la spalla lacerata fino a qualche istante prima da un profondo taglio: della ferita rimaneva ormai solo un ampio strappo nella manica, e una chiazza di sangue scuro sulla casacca.

Manca almeno una virgola tra spalla e lacerata. “da un profondo taglio” è pleonastico: se la spalla è lacerata è vittima di lacerazione che è appunto un profondo taglio. “ormai”, “ampio” e “scuro” potrebbero essere tolti senza danno.

Il guaritore l’aveva fatta semplicemente scomparire come se non fosse mai esistita, dopo averle preso la mano ed essere rimasto immobile a occhi chiusi come in ascolto di un suono che ella non era riuscita a udire, fiancheggiato da un tengal dallo sguardo imperscrutabile.

“fatta scomparire”, cosa? La casacca? La chiazza di sangue? La manica? La ferita è già molto indietro, non è immediato per il lettore capire quale sia il riferimento. “semplicemente”, come il 99% degli avverbi è inutile, nel caso specifico la semplicità è implicita in “come non fosse mai esistita”. Dopo il “come non fosse mai esista” ci va un punto. La narrazione successiva rende la frase troppo lunga, e la narrazione stessa lascia il tempo che trova. Se l’operare del guaritore ha importanza, la scena avrebbe dovuto aprirsi con lui all’opera.

Roteò il braccio da una parte e dall’altra: come nuovo.

“da una parte e dall’altra”? Come si fa a roteare da una parte? Forse lo roteò in un senso e nell’opposto. O forse, ancora più semplice, lo roteò e basta.

Svolse la piccola pergamena che le avevano consegnato dopo il terzo duello e ne lesse il contenuto: Campo di Gelkha.
Calzò di nuovo la sua maschera da insetto e rinfilò i suoi due pugnali nelle asole della cintura.

La pergamena contiene solo tre parole, è inutile specificare sia “piccola”. Perché “Calzò”? È forzato, meglio indossò la maschera. “sua”, come la buona parte dei possessivi, può e deve essere tolto. Se non altrimenti specificato il lettore capisce da solo che la maschera è di chi l’indossa.

Il vento della notte precedente aveva spazzato via le nubi cariche di neve svelando un cielo di un acceso color indaco, ma nonostante il sole brillasse alto l’aria era gelida e frizzante e la brina scricchiolava sotto i suoi passi.

Non è ben chiaro perché si passi a parlare del tempo. Spero il freddo abbia qualche conseguenza futura.

Nelle sue orecchie risuonavano ancora le grida e gli incitamenti del pubblico che aveva presenziato allo scontro; anche Fenèlya aveva assistito seduta su una larga trave di legno senza un grido, né una voce di incoraggiamento.
Eppure Berrie aveva avuto l’impressione che fosse tesa e nervosa mentre passava le sue dita tra i capelli candidi.

Il primo possessivo “sue orecchie”, va tolto, il secondo è ambiguo: sono le dita di Berrie o di Fenèlya? E i capelli? L’”Eppure” non si capisce: Fenèlya assiste senza dire una parola né incoraggiare, sembra appunto tesa e nervosa, dunque perché “Eppure”?

“Sono stata fortunata. Le mie avversarie erano piuttosto impreparate” si disse tirando un sospiro. Si toccò di nuovo inconsapevolmente la spalla: impreparata o no l’ultima contendente le aveva sferrato un colpo vigoroso con la mazza. Se avesse preso meglio la mira probabilmente l’avrebbe colpita in piena testa.

“inconsapevolmente”, togliere. Forse avendo letto il duello in questione si capisce, ma in generale, senza ulteriori specificazioni, una mazza non è il tipo d’arma che provochi profondi tagli. “probabilmente” togliere.

Ripensò con orgoglio all’agilità con cui era riuscita ad aggirare la massiccia giovinetta con la maschera da cinghiale dalle movenze pesanti e robuste e a “colpire” il mago posto dietro di lei.

“Ripensò con orgoglio”: raccontato. È probabile Berrie stia pensando alle singole mosse. Sicura che “giovinetta” sia il termine corretto? Una giovinetta è una bambina, al massimo un’adolescente, già associarla a “massiccia” suona strano. Inoltre “massiccia giovinetta” è già fin troppo: “con la maschera da cinghiale dalle movenze pesanti e robuste” è un’inutile specificazione.

Estrasse dalla tasca la mappa di sughero e fece vagare lo sguardo sulla minuscola riproduzione della spianata.

È dura che lo sguardo possa vagare su un che di “minuscolo”. Se la riproduzione è minuscola la si abbraccia tutta quanta con una sola occhiata.

Fortunatamente il campo di Gelka non era distante da dove si trovava adesso.

“Fortunatamente” togliere; “adesso” uguale, è chiaro che il fatto di non essere distante è legato alla posizione corrente della protagonista.

Oltrepassò un gruppetto di giovinette che, su un lato del sentiero, si erano sfilate la maschera: due stavano piangendo e tutte le scoccarono un’occhiata invidiosa e malevola.

“su un lato del sentiero” inciso inutile. “tutte le scoccarono un’occhiata”? Anche le due che stanno piangendo?

I duelli stavano mietendo le prime vittime.

Mi sembra esagerato affibbiare il termine “vittime” a delle ragazzine che frignano. Hanno almeno perso un occhio? Qualche dito?

Berrie ringraziò ancora una volta il cielo per averle permesso di arrivare fino a quel punto.

Ringraziare il cielo implica tutta una serie di considerazioni sulla religione e sul sovrannaturale che, a quanto sembra, avvicinano molto il mondo di Glorinant al nostro. Spero sia voluto.

Si chiese quanti scontri ancora avrebbe dovuto affrontare per assicurarsi il suo ruolo di tengal: se anche avesse dovuto incontrare cento, mille avversarie, non avrebbe certo ceduto.

Come mai Berrie, che sta per affrontare il quarto duello, non sa quanti ancora ne dovrà sostenere? Funziona così? Suona strano che la gente si batta senza sapere neanche quando potrà smettere. “suo ruolo”, togliere il possessivo. Inoltre è ancora un discorso indiretto raccontato:
“Ancora dieci, cento, mille duelli!” pensò Berrie. “Non importa quanti saranno, non mi tirerò mai indietro!” Così, in generale, è meglio.

Il suo pensiero volò leggero ai suoi cari: da tempo, ormai, li immaginava mano nella mano nella placida tranquillità del Giardino degli Avi.

Questo mi fa tornare in mente Fascisti su Marte, anche se capisco non sia colpa tua.

Frammento da Fascisti su Marte

I possessivi vanno ancora una volta tolti, la tranquillità è implicito sia placida.

«Caro papà, zia, vi prometto che quando avrò trovato quella donna tornerò al nostro Poggio ridente a prendermi cura del tuo orto, papà, e ricostruirò la nostra bella casa».

Perché i pensieri prima erano racchiusi tra virgolette e questo è tra caporali? Prima Berrie si rivolge a padre e zia, poi solo al padre, ma ancora mentre si sta rivolgendo a entrambi, c’è il tuo orto e la nostra casa che si mischiano. Nessuno ripensa a qualche luogo definendolo “ridente”.

Il fluire dei suoi pensieri venne interrotto da rumori in lontananza: si schermò gli occhi contro la luce del sole e proprio di fronte a lei distinse chiaramente una piccola folla di persone che, per ingannare l’attesa, si esibiva in canti e cori dal testo scurrile.

Da togliere come al solito i possessivi di troppo, da questo punto in poi non lo ricorderò più, ma tale errore è presente in quasi tutte le frasi. Berrie sente rumori “in lontananza” ma una “piccola folla di persone” è “proprio di fronte a lei”. Perciò o i rumori non vengono dalla folla, o la folla non è davvero di fronte a lei, o i rumori non sono in lontananza.
Poi, una folla è di persone per antonomasia, ed è strano accostare la folla a piccola, è come se avessi scritto: “un piccolo grande gruppo di persone”. Se metti un punto dopo canti e cori può andare. Se specifichi che il testo è scurrile, devi togliere “testo scurrile” e riportare il testo medesimo. Berrie non ha sentito un “testo scurrile” ha sentito bestemmie o riferimenti ad accoppiamenti tra donne di facili costumi e cefalopodi, o non so cosa sia ritenuto scurrile nel suo mondo.
Ah, chiaramente, il “chiaramente” va tolto, come per i possessivi, gli avverbi vanno quasi sempre tolti, anche in questo caso non lo dirò più.

Gettò un occhio sulla cartina, e valutò che quello dovesse essere proprio il campo a cui era diretta. «Il grillo è arrivato! Alla buonora! Dormito bene?» un’ondata di applausi e grida spazientite la investì non appena varcò la staccionata di legno. Evidentemente la sua guarigione aveva richiesto più tempo di quanto le era sembrato.

Più tempo di quanto le fosse sembrato. Anche questo passaggio suona un po’ strano, ovvero che non ci siano orari ben precisi per l’inizio dei duelli.

La sua avversaria era già lì e da un bel pezzo a giudicare dal nervosismo con cui percorreva il piccolo appezzamento: una rapida occhiata le fece presto capire che era meglio non aspettarsi un’impresa troppo semplice.

“bel”, “piccolo”, “rapida”, “presto”, “troppo”: non aggiungono niente al senso del discorso, e possono essere tolti. Come per gli avverbi e i possessivi, anche per gli aggettivi non lo sottolineerò più, ma è un errore frequente. Per capire se un aggettivo serve basta toglierlo e vedere se la frase cambia di significato: se è un’occhiata non rapida cambia qualcosa? No, perciò il “rapida” può sparire, e così via.
I due punti sono ingannevoli messi lì, perché è ovvio che è la “rapida occhiata” che fa intuire a Berrie che non sarà un duello facile e non il fatto che l’avversaria appaia nervosa.

Al contrario delle precedenti sfidanti la giovane non sembrava né goffa tantomeno impreparata. Più bassa di lei e di un bel po’, si muoveva con eleganza e consapevolezza, stringendo tra le mani due cilindretti di metallo ognuno dotato di quattro catene con appese lame simili a punte di freccia.

“la giovane”, è giusto? Ovvero è voluto il fatto di sottolineare che questa volta è una giovane invece di una giovinetta? Manca un “né” dopo “goffa”. Ho dei grossi problemi a capire che arma abbia in mano la giovane. Se tale arma è stata descritta con più dettaglio in precedenza qui basterebbe il nome, altrimenti questa descrizione mi lascia perplessa.
I “cilindretti” mi fanno venire in mente le pile formato AA. E lame a forma di punta di freccia non hanno alcun tipo di efficacia se montate al termine di catene.
Vagamente potrebbe essere un mazzafrusto, un affare di questo genere, che però come vedi non corrisponde moltissimo alla tua descrizione.

Mazzafrusto
Mazzafrusto

Inoltre maneggiarne due alla volta di mazzafrusto mi pare alquanto scomodo.

Di tanto in tanto ne faceva roteare un gruppo fendendo l’aria con un secco sibilo. Berrie deglutì pesantemente.

Mah! Il funzionamento dell’arma continua a essere poco chiaro.

La contendente si avvide della sua presenza e si avvicinò al centro del campo dove tre tengal attendevano per dare inizio alla sfida: indossava una piccola maschera da gatto.

Qui è confuso: la contendente chi è? Berrie o l’altra? Ne deduco che sia l’altra perché Berrie non indossa una maschera da gatto, però devo fare uno sforzo di deduzione per capirlo. Inoltre questo significa che “sua presenza” è Berrie, ovvero il punto di vista è passato da Berrie all’avversaria da un paragrafo all’altro, questo è grosso errore.

D’istinto Alberya provò un moto di preoccupazione. Si appropinquò comunque al gruppetto fissando l’altra nelle orbite vuote della sua maschera, estrasse con lentezza i pugnali dalla cintura, sfregandoli l’uno contro l’altro.

Chi è Alberya?! Poi capisco sia sempre Berrie, ma anche questo è un brutto errore. Io ho l’impressione che tu voglia evitare a tutti i costi le ripetizioni, ma è molto meglio una ripetizione che non costringere il lettore a scervellarsi per capire chi stia facendo cosa. “Berrie” dopo due volte che lo usi diventa trasparente: il lettore non si accorge neanche più che sia scritto. Se invece scrivi Berrie, poi scrivi Alberya, poi scrivi giovane e poi non so che altro, il lettore, prima di capire la frase, dovrà a mente star lì a sostituire Alberya & c. con Berrie. Tanto vale mettere subito Berrie.
Credo sia anche il problema con “appropinquò”: meglio ripetere “avvicinò” che scrivere appropinquò, sul serio.
Ho idea che tutti i moti per loro natura siano istintivi e non è chiaro che significato abbia lo sfregamento dei pugnali: si rovinano!

Sentiva il suo respiro affannoso contro il cuoio dell’azahie’l e gocce di sudore percorrerle la spina dorsale nonostante il freddo.
A un cenno del tengal due giladh fecero il loro ingresso in campo, posizionandosi dietro ognuna delle due fanciulle: all’esterno, appoggiati alle transenne, una fila di maghi sembrò cadere improvvisamente in un profondo stato di trance.

I maghi in trance sono un particolare interessante, però anche slegato rispetto a quanto si è visto finora.

Berrie gettò uno sguardo dietro le sue spalle: l’uomo la guardava con occhi colmi di timorosa speranza, a disagio nel ruolo di bersaglio.

Ritorna il problema già visto prima: se l’uomo è un giladh, chiamalo giladh!

«Una di fronte all’altra. Niente magia o siete fuori. Impugnate le armi. A voi!» gridò la tarchiata lottatrice sollevando entrambe le braccia verso il cielo e facendosi da parte.

E ancora, chi è la “tarchiata lottatrice”?!

Un timido raggio di sole le illuminò per un istante il volto facendo sfavillare brevemente la minuscola fila di avilunye che le adornavano il volto.

Ecco, qui invece avresti dovuto evitare la ripetizione, perche questo “il volto… il volto” è fastidioso. Per esempio: “le adornavano le guance” (o qualunque sia la parte del volto che le adornavano).

Berrie sentì improvvisamente il suo cuore perdere un colpo e lo stomaco salirle pericolosamente in gola: un minuto gufo argenteo baluginò per un istante nella chiara luce del mattino perdendosi immediatamente tra gli altri disegni.

Molto confuso: all’inizio ho pensato che il gufo fosse un vero gufo, dopo tre riletture ho capito che il gufo era un avilunye. Se qualcuno ha letto anche i capitoli precedenti è probabile che capisca più in fretta, ma io non m’illuderei: avilunye è una parola nuova, dubito il lettore riesca ad associarla a disegni o altri concetti al primo colpo.

Rimase lì, incapace di muovere anche solo un passo o di staccare lo sguardo dalla tempia della donna.

Ancora confuso. La donna chi è? La lottatrice tarchiata, ho capito, ma anche qui dovendo rileggere. Il fatto di non aver specificato dov’erano le avilunye sul volto rende il riferimento alla tempia non chiaro. E poi “incapace di… staccare lo sguardo”, però in nessun punto precedente è esplicitato che Berrie comincia a osservare la lottatrice.

Non poteva essersi sbagliata, non da così vicino: eppure non si trattava della donna incontrata otto mesi prima. «Ehi… che fai?» sentì bisbigliare in tono concitato alle proprie spalle.

“Ehi… che fai?” i tre puntini indicano una pausa, perciò non può essere un tono concitato.

Il giovane mago paffutello la fissava con sgomento, incitandola con le mani a farsi avanti e soprattutto a proteggerlo.

Chi è il “giovane mago paffutello”? E poi non era un uomo qualche paragrafo più sopra? E un giladh ancora prima? Quali gesti indicano contemporaneamente “fatti avanti” e “proteggimi”?

Con la testa che ronzava Alberya si volse verso la sua nemica che le girava intorno roteando le catene vorticosamente: il giladh alle sue spalle ne seguiva i movimenti cercando di tenere il passo con i suoi agili spostamenti.

Uhm, ma se l’avversaria di Berrie riesce a girarle attorno con così grande facilità, perché non colpisce il giladh di Berrie? Berrie sta girando su se stessa? Non sono molto chiari gli spostamenti.

E con questo si conclude la terza pagina del capitolo, direi possa bastare. Ogni frase aveva qualche problemuccio, piccolo o grande.
Ci sono errori di stile (avverbi e aggettivi, in particolare i possessivi), la narrazione è alle volte confusa perché non sempre è chiaro chi sia il soggetto (errore forse imputabile al voler evitare le ripetizioni, ma un editore non sta lì a interrogarsi, pensa solo che quel che ha letto è confuso), ci sono problemi più gravi riguardo il punto di vista, e parlando dei contenuti gli aspetti tecnici del duello paiono molto carenti (a partire dal fatto che una delle due contendenti impugna armi inutili).

Non posso giudicare la storia o la caratterizzazione dei personaggi da queste poche pagine, ma dubito un editore leggerebbe oltre: a questo punto ha già cestinato il manoscritto. A mio parere giustamente, non è un livello degno di pubblicazione.

Ciò non vuol dire che faccia schifo: per esempio, a parte un paio di scivoloni, sono tre pagine di mostrato e non di raccontato, il che è sicuramente positivo. E anche le descrizioni, benché appesantite da aggettivi e avverbi, scorrono con una certa fluidità; ho letto di peggio.

Può essere che il mercato editoriale italiano sia tanto corrotto che il talento e l’abilità tecnica non servano a niente per essere pubblicati. Ed è vero che sono stati pubblicati autori italiani immeritevoli sotto qualunque punto di vista.
Ma ciò detto, io di scrittori davvero bravissimi e non pubblicati in pratica non ne ho ancora visti.

Singola FAQ: Se si passasse come fai tu alla lente d’ingrandimento qualunque romanzo, anche il più bello, si troverebbero degli errori! Ecco, non è proprio una domanda, ma volevo dirlo!
È vero. Ma non bisogna trarne le conseguenze sbagliate: se prendiamo un qualunque romanzo, è molto probabile ci troveremmo almeno un refuso, questo significa che un romanzo del tutto sgrammaticato è uguale a un romanzo con un refuso?
Anche gli scrittori più bravi sbagliano o in certi casi consapevolmente violano le regole, per ricercare un effetto particolare, o per motivi extra letterari (per esempio togliere o aggiungere pagine per ragioni commerciali), rimane il fatto che sono eccezioni. C’è differenza tra un avverbio di troppo ogni dieci pagine e dieci avverbi di troppo in una pagina. Partire dal presupposto che la perfezione non sia raggiungibile non deve implicare che non si debba neanche provare ad avvicinarla!

Non dovrei aggiungere altro, ma viste spiacevoli esperienze passate, ribadisco che:

  • Tutto quanto scritto è strettamente personale.
  • Io non ho nessuna documentabile autorità in materia di letteratura.
  • Sono senza ombra di dubbio pignola e pedante.
  • E ne sono consapevole: il sarcasmo porterà il mondo alla rovina.

Come sempre, ringrazio il Coniglietto Grumo kaos-whiteusagi16.gif per la collaborazione nella stesura dell’articolo.


Approfondimenti:

bandiera EN Mozart di Atlantide su Lulu.com
bandiera IT Il Blog dell’autore di Mozart di Atlantide

bandiera IT La voce dei Meil’ar su iBS.it
bandiera IT Il Blog dell’autrice di La voce dei Meil’ar

bandiera IT Mazzafrusto su Wikipedia
bandiera EN Fascisti su Marte su IMDb

Scritto da GamberolinkCommenti (69)Lascia un Commento » feed bianco Feed dei commenti a questo articolo Questo articolo in versione stampabile Questo articolo in versione stampabile • Donazioni

Pagina 2 di 3

« prima 1 2 3  ultima »