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Archivio per il 2007

Fare una torta di mele

Oggi niente polemiche, sangue di Giuda. Anzi, vi do una bella ricetta per la torta di mele, ecco qua:

200 gr di farina
150 gr di zucchero
2 uova intere
60 gr d’olio extra vergine
1/2 bustina di lievito per dolci
un limone (buccia grattugiata e succo)
una tazzina di latte
4 mele tagliate in otto parti

Sbattere le uova con lo zucchero, unire l’olio, il limone succo e buccia, la farina e il lievito sciolto nella tazzina di latte. Versare il composto in una teglia imburrata ed infarinata di circa 27 cm, sistemare le mele a raggiera, spolverizzare con un pochino di zucchero ed infornare a 180 gr per 35 minuti (questo tempo può variare, dipende dal tipo di forno).

Buon appetito!

Torta di mele
Buona, vero?

La ricetta l’ho presa qui. L’autrice, che ringrazio, assicura che è facile da preparare e buonissima, anche se il risultato, è ovvio, dipenderà dalla genuinità e freschezza degli ingredienti, nonché dalla mano di chi la prepara. Certo non è l’unica ricetta di torta di mele esistente: ci sarà chi aggiunge una bustina di vanillina e chi al posto del limone mette un bicchierino di rum, o chi non ha problemi di colesterolo e mette il burro al posto dell’olio. Difficile però pensare che ci sia chi non ci mette la farina, o chi non rompe le uova prima di metterle nell’impasto, o chi la fa bollita invece che in forno.

A questo punto starete già sospettando la fregatura… e puntualmente la fregatura arriva. Immaginate quindi che non si stesse parlando di torte di mele, ma di letteratura fantastica. Divertiamoci allora a immaginare le possibili obiezioni alla ricetta di cui sopra.

  1. Ma stiamo scherzando? Non esiste una ricetta per fare una torta di mele! Se si seguisse una ricetta, tutte le torte di mele sarebbero uguali, e non saprebbero di niente.
  2. Ah, certo, a te interessa solo che nella torta di mele ci siano le mele, poi anche se è cruda o bruciata per te fa lo stesso. No, guarda, sei completamente fuori. A me che nella torta di mele ci siano le mele non interessa assolutamente. Io quando la mangio voglio solo che sia capace di suscitarmi delle emozioni.
  3. Mettere lo zucchero nella torta solo perché chi la mangia si aspetta che sia dolce? No, grazie. Io lo trovo semplicemente aberrante.
  4. A me non interessa niente se chi mangerà la mia torta la troverà buona o no. Se io in quel momento voglio esprimere qualcosa che ho dentro mettendoci la ghiaia, lo faccio, punto. Non ti piace? Liberissimo di non mangiarla.

Come compito a casa, continuate voi.


Approfondimenti:
bandiera IT Ricette per torte di mele
bandiera IT La ricetta di Kirkis

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Recensioni :: Film :: D-War

Locandina di D-War Titolo originale: D-War
Regia: Shim Hyung-rae

Anno: 2007
Nazione: Sud Corea / USA
Studio: Younggu-Art Movies
Genere: Fantasy
Durata: 1 ora e 30 minuti

Lingua: Inglese / Coreano
Sottotitoli: Inglese (per le parti in Coreano)

Confesso che fino a un paio di anni fa non avevo idea che anche in Corea si girassero film: ero del tutto ignorante della cinematografia coreana. Per fortuna mi è capitato quasi per sbaglio di vedere Joint Security Area (Gongdong Gyeongbi Guyeok JSA) di Park Chan-wook: mi sono molto divertita e ho cominciato a cercare altri film coreani.
Negli ultimi tempi i coreani hanno prodotto un bel po’ di ottime pellicole, in ogni genere, dalla commedia romantica all’orrore. Per chi volesse farsi una cultura minima nel campo, consiglio i seguenti film.

    Commedie (romantiche):
  • Attack the Gas Station! (Juyuso Seubgyuksageun) – 1999 di Kim Sang-Jin
  • Il Mare (Siworae) – 2000 di Lee Hyun-seung
  • My Sassy Girl (Yeopgijeogin Geunyeo) – 2001 di Kwak Jae-young
  • …ing (…ing) – 2003 di Lee Eon-hie

Locandina di My Sassy Girl
Locandina di My Sassy Girl

Locandina di A Bittersweet Life
Locandina di A Bittersweet Life

Locandina di The Host
Locandina di The Host

Sono tutti film più che buoni, con alcuni veri e propri capolavori (Sympathy for Mr. Vengeance, A Bittersweet Life e a me è piaciuto da matti Save the Green Planet!, anche se è uno di quei film che richiede per essere apprezzato uno spiccato senso del bizzarro). Per completezza d’informazione dovrei aggiungere le opere di Kim Ki-duk, forse il regista coreano più conosciuto all’estero, Italia compresa, ma i suoi film non mi hanno mai entusiasmata. Non che siano brutti, ma sono ammantati da un’antipaticissima aura di noia e pretenziosità.

Dopo tale premessa aspettavo con ansia l’uscita di D-War. D-War è stato in produzione per più di quattro anni (le prime immagini reperibili in rete risalgono al 2003), ed è il film con il più alto budget nella storia della cinematografia coreana, essendo costato almeno 30 milioni di dollari. Possono non sembrare tanti in confronto a Hollywood, dove si arriva a spendere anche dieci volte tanto, ma per il mercato asiatico è una cifra enorme. Per farsi un’idea, un film come Godzilla: Final Wars, a sua volta la più costosa produzione nipponica di ogni tempo, è costato “appena” 20 milioni di dollari.

Purtroppo posso affermare con sicurezza che i 30 milioni di dollari sono stati buttati. D-War è un film orribile, anche se riesce a raggiungere quel livello di bruttezza che trasforma le scene da stupide e fisicamente dolorose a esilaranti. È insomma il classico film così brutto da essere divertente.

La storia è ispirata alla leggenda coreana degli Imugi, enormi serpenti abitatori di laghi e caverne. Gli Imugi pare siano benevoli e amino farsi i fatti propri. Non di meno, ogni 500 anni, viene data la possibilità a un Imugi buono di trasformarsi in Drago e vegliare sull’umanità. Purtroppo ogni 500 anni c’è anche la possibilità che tale potere finisca nelle spire sbagliate, ovvero tra le grinfie del malvagio Imugi Buraki, che userebbe il potere per conquistare il mondo.

Drago Coreano
Drago Coreano

Il potere è incarnato da una fanciulla, che nasce con il tatuaggio del Drago Rosso su una spalla. Quando la ragazza compie i vent’anni, ha tre scelte davanti a sé: consegnarsi all’Imugi buono, farsi mangiare dall’Imugi cattivo o suicidarsi e rimandare il problema di altri 500 anni. Come si vede l’umanità ha a propria disposizione due risultati utili su tre, e basterebbe soffocare nella culla le fanciulle con il tatuaggio del Drago per rimandare a tempo indeterminato la minaccia di Buraki.
Ma se così succedesse, non ci sarebbe il film e i 30 milioni di dollari sarebbero potuti essere usati per qualcosa di utile!

Los Angeles, 2007. L’ultima fanciulla, nel 1507, ha scelto la strada del suicidio e ora il tatuaggio del Drago è sulle spalle della svampita Sarah. Gli sgherri di Buraki cercano in ogni modo di catturarla, mentre un giornalista e un altro tizio incarnazione di un guerriero del ’507, proveranno a difenderla.

È impossibile razionalizzare quel che succede in D-War. È un assoluto caos: ci sono personaggi che spariscono improvvisamente per riapparire a chilometri di distanza, un attimo è giorno e cinque minuti dopo notte e poi ancora giorno e ci sono combattimenti per ogni dove che non hanno alcun legame con la trama; in generale è come se il film fosse stato montato da un ubriaco.
Uhm…

Non stava meglio lo sceneggiatore, che contribuisce con dialoghi tanto assurdi quanto stupidi. Gli attori ci mettono anche del loro, esibendosi come fossero all’oratorio. È un disastro dall’inizio alla fine… non che non sia divertente, io e mio fratello ci siamo quasi ammazzati dalle risate, anche se non credo fosse questa l’intenzione del regista.
Mah!

Il regista è tale Shim Hyung-rae, che può “vantare” nel suo curriculum un altro film con serpenti giganti, Reptlian (2001 Yonggary) del 1999, e altri capolavori(?) quali “Young-gu e la Principessa Zzu Zzu” e “Young-gu e il Conte Dracula”. Credo non sia azzardato affermare che Uwe Boll ha finalmente trovato un rivale per il titolo di Peggior Regista del Mondo.

Perciò, i 30 milioni di dollari come sono stati spesi? In effetti speciali. Il film può vantare alcune sequenze CG che benché sarebbe esagerato definire impressionanti, sono comunque di sicuro impatto. Il pezzo forte del film, l’attacco dell’armata rettile di Buraki alla città di Los Angeles, è realizzato con una certa abilità, sebbene non sia a livello di quanto già visto in film ormai vecchi di anni (per esempio le scene di battaglia in Independece Day). Siamo forse al livello del Godzilla americano.
Trailer di D-War

D-War, girato quasi interamente in inglese e con attori americani, ha avuto ampia distribuzione nei cinema degli Stati Uniti apparendo in più di duemila sale. Per fortuna gli incassi sono stati minimi, una delle rare volte in cui una porcata che si basa sui soli effetti speciali non ha avuto successo. Ciò nonostante è probabile verrà distribuito anche in Europa e in Italia. Andarlo a vedere saranno soldi buttati, ma in compagnia di amici e ridendoci su può essere piacevole.

Per chi invece avesse reale passione per le lotte tra serpenti giganti, non posso che consigliare un altro film nella categoria “così brutto da essere bello”: Boa vs. Python!

Locandina di Boa vs. Python
Locandina di Boa vs. Python


Approfondimenti:

bandiera EN D-War su IMDb
bandiera EN D-War su Wikipedia

bandiera EN Uwe Boll su IMDb
bandiera EN Park Chan-wook su IMDb
bandiera EN Un sito dedicato al cinema coreano

 

Giudizio:

Così brutto da essere divertente! +1 -2 Recitazione a livello oratorio.
Alcune buone sequenze CG. +1 -2 Sceneggiatura a livello scrittore esordiente italiano.
-2 Regia degna di Uwe Boll.
-2 Storia senza capo né coda.
-2 Mi hanno fatto aspettare quattro anni per una vaccata del genere.
-2 Se gli Imugi esistessero davvero, ora sarebbero stecchiti, morti di crepacuore.

Dieci Gamberi Marci: clicca per maggiori informazioni sui voti5

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Recensioni :: Romanzo :: Sezione Pi-Quadro

Copertina di Sezione Pi-Quadro Titolo originale: Sezione Pi-Quadro
Autore: Giovanni De Matteo

Anno: 2007
Nazione: Italia
Lingua: Italiano
Editore: Mondadori

Genere: Poca fantascienza
Pagine: 295

Napoli, 2059. L’umanità si trova in piena Singolarità, uno sviluppo frenetico e costante di ogni scienza, che porta a continui mutamenti e nuove tecnologie ogni giorno. Per dire, la lingua è cambiata, tanto da appiccicare i prefissi quanto-, olo- e nano- a qualunque cosa.
Così abbiamo gli olotelefoni, le nanolavatrici e le quantospazzole che funzionano nella stessa esatta maniera di telefoni, lavatrici e spazzole ai giorni nostri, però sono frutto della Singolarità! Cool!

In realtà, pur cianciando di chissà quali incredibili progressi, Sezione Pi-Quadro sarebbe potuto essere ambientato ai giorni nostri, anzi, per alcuni versi è quasi retrofuturistico, perché già oggi se uno vuole diffondere un documento mal visto dalla scienza ufficiale non ne fa fascicoli fotocopiati da distribuire nelle università, ma lo pubblica su Internet.
L’unico elemento fantascientifico è la possibilità di recuperare dal cervello dei cadaveri i ricordi delle ultime ore di vita. Fine. Perciò se si sta cercando un romanzo di fantascienza, tutta la fantascienza è lì, né più, né meno, il resto è rumore di fondo e technobabble.

Vincenzo Briganti, il protagonista, è un tenente della Polizia. È un “necromante”, appunto uno di quelli incaricati di cavare informazioni ai morti. Fa parte della Sezione Pi-Quadro, un reparto speciale delle forze dell’ordine istituito a tale scopo.
Il Briganti è un personaggio tormentato. Anni prima la figlia adolescente è stata rapita, torturata e uccisa, senza che lui abbia potuto far niente, né sia riuscito a identificare i colpevoli. Perciò è tormentato dal dolore della perdita e dal senso di colpa. IN. OGNI. SINGOLA. PAGINA. In altre parole il Briganti è una lagna come ne ho viste poche. Gli altri personaggi invece sono stati comprati mediante qualche offerta 3×2 al Grande Magazzino dei Personaggi Preconfezionati: il Pubblico Ministero donna in carriera, il poliziotto burbero ma dal cuore d’oro, il politico corrotto, ecc. ecc.
Il che, di per sé, non sarebbe poi una tragedia, se la storia fosse piena di ritmo e azione. Ma non lo è. La storia è di una noia allucinante. Ci sono solo due scene d’azione, due. La prima dura un paio di pagine ed è al limite del ridicolo, la seconda, che fra l’altro è il climax del romanzo, è da rotolarsi per terra dalle risate.
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Ma sono andata troppo in là. La storia è di base un giallo: il Commissario Di Cesare, capoccia della Sezione Pi-Quadro, un bel mattino viene trovato morto: qualcuno gli ha sparato in testa.

Napoli
Vedi Napoli e poi muori

Al Briganti viene affidato l’incarico di recuperare le memorie dal cadavere del Commissario e indagare sul caso.
Anche come giallo, Sezione Pi-Quadro fa acqua da tutte le parti.
Mostra spoiler ▼

Quelli di cui sopra erano i difetti veniali del romanzo. Quello che lo rende uno strazio è l’infodump.
L’infodump è il rovesciare sul lettore una serie d’informazioni, magari anche importanti per la storia, in maniera pedante e priva di grazia. Le informazioni dovrebbero trapelare da azione e dialogo, non essere sbattute in faccia al lettore. E questo non perché sia una “regola”, ma perché l’infodump è noioso. Spezza il ritmo della narrazione, a proposito, infodump non mi piace come termine, perché non mi piace tanto la lingua della perfida Albione,

Albione è il più antico nome della Gran Bretagna, sebbene qualche volta venga usato per indicare il Regno Unito o in maniera più specifica (ma non corretta) l’Inghilterra.
In altre occasioni Albione viene usato in riferimento alla sola Scozia, il cui nome in gaelico è Alba. Plinio il Vecchio, nella sua Naturalis Historia, lo usa in maniera non equivoca per indicare la Gran Bretagna: “Albion ipsi nomen fuit, cum Britanniae vocarentur omnes de quibus mox paulo dicemus.” Il nome Gran Bretagna nasce con i Pitti, una popolazione presente sulle isole inglesi prima dei Celti. Il nome Albione è stato adottato dagli scrittori medievali sulla base di Plinio e Tolomeo.
Il nome Albione ha origini celtiche, da una radice indoeuropea che indica i significati di “bianco” e “montagna”. I Romani lo intesero in connessione con albus (bianco), in riferimento alle Bianche Scogliere di Dover.
La locuzione “perfida Albione”, a indicare la spregiudicata politica espansionistica inglese, pare nasca da un sermone del teologo francese Jacques-Benigne Bossuet.

Le Bianche Scogliere di Dover
Le Bianche Scogliere di Dover

perciò credo d’ora in poi userò il termine: inforigurgito.

L’inforigurgito è una costante in Sezione Pi-Quadro. Ogni particolare è illustrato con minuziosa precisione, in spregio dell’effettiva importanza del particolare stesso o del fatto che continui copiaincolla dal libro di fisica,

Dal punto di vista fisico, il principio di indeterminazione trova una sua giustificazione nell’analisi delle perturbazioni ineliminabili che il processo di misura induce su una grandezza. Supponiamo ad esempio di voler individuare la posizione di una particella, servendoci di una particella sonda S che, inviata sulla prima particella, venga poi diffusa fornendo i valori della misura. La precisione con cui la posizione del bersaglio può venire individuata è limitata dalla lunghezza d’onda lambda della particella sonda S; e sappiamo che lambda è inversamente proporzionale alla quantità di moto di S. Quanto più precisa vogliamo che sia la misura della posizione, tanto maggiore deve essere la quantità di moto della sonda; e tanto maggiore risulta, di conseguenza, la perturbazione che la misura induce sulla quantità di moto della particella, cioè sulla variabile coniugata di quella sottoposta a misura. [Sì, questa è una pagina del romanzo...]

non rendono la lettura particolarmente piacevole.
Neppure la primitiva tecnica dei Due Scienziati Che Discutono Fatti Che Già Conoscono, è usata; è proprio un brutale vomitare nozioni sul lettore.

L’inforigurgito ha poi una sua forma più grave quando le informazioni vomitate non hanno neanche la scusa di essere informazioni vitali per la storia. Aggravante dell’aggravante è quando queste informazioni sono vomitate nel bel mezzo di una scena d’azione.
Prendiamo un classico dei classici del western: Mezzogiorno di Fuoco (titolo originale: High Noon). Gary Cooper sta sparando ai cattivi, si vede lo sbuffo di fumo dalla pistola, il fragore del colpo e… parte un documentario sulla vita e le opere di Samuel Colt?! Anche un solo fotogramma da tale ipotetico documentario apparirebbe così fuori luogo da essere ridicolo. Quando il lettore segue un romanzo si immagina nella testa le sequenze come se le vedesse. Non si può interrompere tale film nel bel mezzo di una scena d’azione, non arriva a tale carogneria neppure la pubblicità!
Ci arriva invece De Matteo, per esempio:

Un bagliore attirò l’attenzione di Briganti mentre l’uomo-razzo compiva rumorosamente una goffa virata. Il bagliore dell’acciaio squarciò la notte. Era una spada ricurva, uno di quei modelli giapponesi che avevano invaso le strade di Napoli insieme alle milizie di Kodama fin dagli anni Quaranta, quando le cosche dell’Alleanza di Ottaviano avevano trovato l’appoggio della Yakuza nella Guerra del Vesuvio contro l’effimera Nuova Camorra di Forcella.

Forcella
I vicoli di Forcella

Fino a “una spada ricurva” si sta seguendo l’azione, poi il povero lettore è costretto a lasciare le sciabolate per sorbirsi la pappardella della Yakuza a Napoli. Fra l’altro, tale particolare NON HA NESSUNA IMPORTANZA PER LA STORIA. ZERO. Non che se l’avesse avuta sarebbe stato corretto presentarlo in tal modo, ma almeno non sarebbe stato inchiostro sprecato, come invece è.
Io credo che tagliando l’inforigurgito delle 300 pagine ne rimarrebbero forse 70-80. Non sarebbe ancora un bel romanzo (o racconto lungo) ma sarebbe meglio di com’è adesso.

A braccetto con l’inforigurgito, De Matteo si bea di usare paroloni su paroloni. Roba sullo stile della necropalingenesi dello psicopompo kemiomnemonico. Non mi è chiaro quale sia lo scopo di tale sbrodolarsi, forse il De Matteo spera che la gente pensi: “Oh, come sei bravo! Quante parole conosci!”? In realtà se c’è un sintomo di scrittore incapace è questo: il dover ricorrere a termini astrusi e desueti perché non si è in grado di esporre le proprie idee in maniera semplice e chiara.

Chi ha da dire qualcosa di nuovo e di importante, ci tiene a farsi capire. Farà perciò tutto il possibile per scrivere in modo semplice e comprensibile. Niente è più facile dello scrivere difficile. Karl Popper

Sezione Pi-Quadro è un brutto romanzo. Il problema di fondo è che non ha niente che possa interessare. Ho letto romanzi con trama più brutta e scritti peggio, ma che avevano una possibile attrattiva per qualche lettore, una mezza idea originale, un qualcosa. Sezione Pi-Quadro è una specie di altare al concetto di Mediocrità. La trama è scontata, i personaggi cliché, lo stile di scrittura farraginoso, le idee fantascientifiche scarse e riciclate, l’ambientazione banale; niente è davvero schifoso, ma non ci sono neppure sprazzi di bellezza, da nessuna parte.

Su altro blog s’invitata all’acquisto del romanzo, a sostegno della moribonda fantascienza italiana. Io invito a lasciar perdere: i 3 euro e 90 centesimi li ho già buttati io, è sufficiente.

Come spendere meglio 3 euro e 90 centesimi:

Caramelle gommose Meiji
Caramelle gommose Meiji al gusto di pesca bianca: 1,25 euro

Cottonfioc a foggia di spada orientale
Cottonfioc a foggia di spada orientale: 3,20 euro

Stampino di Jiji
Stampino di Jiji (da Kiki’s Delivery Service): 3,75 euro

Noticina finale: Il Coniglietto Grumo ha trovato di cattivo gusto che uno dei luoghi del romanzo sia un locale chiamato La Tana del Coniglio Morto.


Approfondimenti:

bandiera IT Uno Strano Attrattore, blog di Giovanni De Matteo
bandiera IT The Next Station, Giovanni De Matteo vi scrive con il nome di “X”
bandiera IT Un’intervista a Giovanni De Matteo su fantascienza.com

bandiera EN High Noon su IMDb
bandiera EN Karl Popper su Wikipedia
bandiera EN J-List (per gli acquisti da 3 euro e 90 alternativi)

 

Giudizio:

Niente. -1 Inforigurgito come se piovesse.
-1 Noioso, banale, scontato, sciatto e stupidotto.
-1 Personaggi cliché.
-1 Fantascienza neppure per sbaglio.

Quattro Gamberi Marci: clicca per maggiori informazioni sui voti

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Educazione e Timidezza

Uno scrittore si esprime così:

Il cielo era nero.

Uno scrittore dilettante si esprime così:

Era come se un gigante piangesse. Lacrime d’inchiostro scuro, della stessa tonalità che ammanta le più perigliose profondità marittime. Tali lacrime colavano lentamente, strappando la luce del giorno e stendendo un velo di tenebra sulla vastità del cielo.
Infine scese l’ultima goccia, l’ultimo singhiozzo del gigante a coprire l’ultimo spiraglio di luce. Il cielo era diventato del colore che colore in sé non è, bensì privazione di ogni altro.

Non sto a sottolineare tutti gli errori presenti nel secondo brano. Spero bene che nessuno tra gli scrittori o gli aspiranti tali preferisca il secondo brano. Se tale è il caso, non mi spiace dirlo: lasciate perdere e datevi all’ippica!

Darsi all'Ippica
L’ippica può dare grandi soddisfazioni!

Perché gli scrittori dilettanti sentono molto spesso il bisogno di scrivere come nel secondo brano? Perché riempiono i loro scritti di avverbi? Perché, quando parla un personaggio, aggiungono: in tono amorevole, irato, scontroso?

C’è chi è negato, c’è chi lo fa apposta, avendo una gran confusione in testa riguardo all’Arte, e infine c’è chi è vittima di un misto di timidezza e mal compresa educazione. Gli scrittori dilettanti hanno il terrore del giudizio altrui. Perciò, frenati da tale paura, non riescono a essere sinceri. Il cielo è nero, non riescono a dirlo perché pensano: “Oh, mio Dio! Se dico che il cielo è nero, chissà la gente cosa penserà di me!” Così vanno avanti a furia di similitudini e giri di parole, in modo che niente sia chiaro e diretto, e tutto sia interpretabile. In questa maniera si sentono più tranquilli, nessuno potrà incastrarli! Nessuno potrà accusarli di pensare il cielo nero! E se qualcuno lo fa, oh, be’, c’è forse scritto “nero” da qualche parte?

C’è poi la parte deleteria dell’educazione. Lo scrittore dilettante pensa: “Il cielo è nero, è giusto che dica sia nero, però magari offendo qualcuno? Meglio non dire che sia proprio nero, così non scontenterò nessuno!” Perché essere categorici è considerata maleducazione. Non si può dire che le cose stanno come stanno, qualcuno che la pensi diversamente si potrebbe offendere. Oh, no!
E se sul piano dei rapporti sociali si può discutere se tale tipo di “offesa” rientri nella maleducazione, quando si scrive bisogna fregarsene! Bisogna essere sinceri.

Copertina de Le Regole del Bon Ton
Le Regole del Bon Ton: eccolo davvero un manuale inutile!

Con gli avverbi è uguale. “Tizio era parzialmente sdentato”, non è tanto che si voglia dare una gradazione all’essere sdentati, è che si ha timore a dire: “Tizio era sdentato”, perché suona così definitivo. E sei poi qualche lettore con pochi denti pensa male di me?!
“Tizio sparò in testa a Caio ma Caio incredibilmente non morì.” Lo scrittore dilettante pensa: “Cribbio gli spara in testa ma sopravvive, il lettore potrebbe pensare che parli a vanvera (ma davvero?), allora ci metto un bel incredibilmente, così si capisce che anch’io sono perplesso. Perfetto! Nessuno mi potrà dir niente!”
In realtà succede l’opposto: se la sopravvivenza di Caio viene mostrata come dato di fatto, a seconda dell’abilità dello scrittore e della situazione, tale evento può risultare credibile. Ma se l’autore stesso dubita, con quel incredibilmente, il lettore non ci crederà MAI che Caio se la sia cavata!
Discorso non diverso per i vari evidentemente, chiaramente, ovviamente, e similari. Se una situazione è così evidente, chiara e ovvia non vi è alcun bisogno di specificarlo. Ma lo scrittore timido ha paura che la sua situazione non appaia così evidente, chiara e ovvia, e dunque ci piazza l’avverbio. Senza ottenere alcun risultato: la situazione non cambia di una virgola e l’avverbio fa solo sembrare lo scrittore uno sprovveduto: “Tizio sparò in testa a Caio. Caio si accasciò. Ma dopo un istante si rimise in piedi. Evidentemente non era morto.” Già.

Pure nei dialoghi educazione e timidezza fanno danni. Il danno più evidente è quando un autore evita “parolacce” o termini “volgari” benché la situazione lo richiederebbe. Ma non è l’unico danno, né il più grave.
Il danno grave è quando uno scrive:

«Togliti. Vieni via di lì,» disse Tizio con tono concitato, al limite della disperazione.

Invece di scrivere:

«Togliti di lì! Mio Dio, levati! Via di lì! Via di lì!»

Perché la seconda versione è migliore? Non è migliore perché dica niente di diverso, è migliore perché il tono è implicito nel dialogo, perciò il lettore non deve interpretare come il personaggi parli: è chiaro che è un tono concitato, un tono di urgenza quasi disperato.
Nel primo esempio invece il dialogo in sé è neutro, il lettore può usare nella sua mente il tono che preferisca. Quando però l’autore gli spiega quale sia il tono che intende per quel dialogo, il lettore è costretto a tornare indietro e ripetere la scena con il tono voluto. È solo un piccolo fastidio, che la buona parte dei lettori non nota neanche, tuttavia, due pagine di piccoli fastidi così, e il lettore chiude il libro, anche se neppure lui saprebbe dire cosa di preciso l’abbia stufato.
La buona parte degli scrittori dilettanti usa la prima versione per le ragioni già dette. Perché hanno paura del giudizio altrui. La prima versione è distaccata, “sicura”, si racconta solo che il tono è concitato, la disperazione è solo un fatto letterario, asettico. La seconda versione richiede un maggior coinvolgimento emotivo, l’autore deve svelare un frammento di sé, dev’essere per un attimo concitato e disperato. E ha paura che il pubblico giudichi oltre al suo personaggio anche lui. Se un personaggio è così disperato, forse anche l’autore lo è. L’autore timido vuole sfuggire a questo tipo di accostamenti.

Per la terza volta: bisogna essere sinceri. Sinceri verso la storia che si vuole raccontare. Non la si può piegare e contorcere solo per non dispiacere alla gente senza denti o per non rischiare di apparire disperati.

Camicia di forza
Raccontare una bella storia vale qualche sacrificio!

Ovviamente non è un parere mio. O meglio non solo mio, è il parere mio e dei soci del club degli allegri buffoni, tra i quali soci spiccano i nomi di cialtroni quali Mark Twain, Stephen King, Orson Scott Card e tanti altri.


Approfondimenti:

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Scrivere: Aristotele, Mosche e Grafici

Nei giorni scorsi ci son state furiose polemiche tra quei pochi che vorrebbero le cose fatte per benino e quei molti che son sostenitori di genio & sregolatezza. Come indole, sarei anche portato a stare coi secondi, se non fosse che al mondo purtroppo la sregolatezza abbonda, mentre il genio no. Mettiamo un po’ di ordine, quindi, magari a suon di scapaccioni.

popeye
Lo vedete questo?

La struttura ottima di un’opera di narrativa, che sia romanzo, film o opera teatrale, è la stessa fin dai tempi di Aristotele, che nella sua Poetica disse che una storia deve avere un inizio, uno svolgimento e una fine. L’inizio è ciò che non viene dopo qualcos’altro, la fine è quella dopo la quale non c’è nient’altro, e lo svolgimento è quello che ci sta in mezzo. Bella scoperta, starete già pensando. Banale, direte. Allora, se è così banale, mi spiegate perché c’è pieno di gente in giro che scrive scrive scrive e a mettere nei suoi stramaledetti romanzi un inizio, uno svolgimento e una fine che siano tali proprio non ci arriva, o pensa magari che Aristotele fosse un imbecille, sangue di Giuda???

Aristotele
Aristotele. Credete forse che fosse un imbecille?

L’inizio.
L’inizio di una storia è ciò che contiene l’incidente, un evento capace di turbare lo status quo che dà inizio alla vicenda, introducendo al tempo stesso i personaggi. Importante: il lettore si aspetta che il primo incidente che accade sia anche quello che scatena tutti gli altri eventi. Se così non è in ciò che scrivete, non otterrete l’effetto di essere originali, ma solo di disorientare il lettore.

Lo svolgimento.
Lo svolgimento dovrebbe essere costruito con una successione di eventi via via più drammatici, intervallati da momenti di tranquillità dove la tensione invece si stempera.

La fine.
La fine comincia in corrispondenza del climax, l’evento più drammatico di tutti di fronte al quale il protagonista sembra soccombere. Non importa se il lettore sa che il protagonista ce la farà perché quello è solo il secondo libro di una saga in 19 volumi: con la sua parte irrazionale dovrà comunque dubitare seriamente che il protagonista possa uscirne intero. Quando tutto sembra perduto, la situazione si capovolge per il rotto della cuffia, il protagonista vince e la tensione si stempera via via, fino a che la situazione è normalizzata (risoluzione).

Qui sotto c’è un grafico che mostra quello che dovrebbe essere l’andamento della tensione drammatica. Sento già levarsi alto il coro della tragedia greca:

Aaaaaah, sacrilegio! Qui si vuole profanare l’Arte inquadrandola in un grafico! Giammai! Giammai!

Eh eh eh… voi davvero pensate che per sceneggiare quel film che vi è piaciuto tanto, costato milioni di dollari, gli sceneggiatori non si siano basati consapevolmente su uno schema come questo? Che per scrivere quel best seller che ha venduto milioni di copie che vi ha così emozionato l’autore abbia scritto tutto di getto, in pieno delirio creativo, sbattendosene di ogni regola? Sè, vabbé, andiamo avanti.

Tensione_ottima
L’andamento ottimo della tensione drammatica in una storia

Questo schema non copre ovviamente tutti i generi, ma una buona parte sì, dai romanzi d’amore ai gialli ai romanzi d’avventura come sono generalmente il fantasy e la fantascienza. Naturalmente, è possibile scrivere buone, ottime storie anche fregandosene altamente dello schema sopra, ma bisogna essere molto ma molto bravi. Invece, rispettando una struttura come quella sopra, anche un perfetto cretino può, con un po’ di applicazione, scrivere una storia che non faccia troppo sbadigliare o al contrario girar le palle a leggerla.

Tanto per fare un esempio pratico su cosa è una successione di eventi via via più drammatica, se il detective Marlowe a pag. 50 viene minacciato, a pag. 100 pestato e se a pag. 150 gli sparano addosso, va bene. Se le cose avvengono nell’ordine inverso, vedete bene che se lo minacciano dopo avergli prima sparato addosso e poi averlo pestato, l’effetto diventa quasi comico.

Vediamo allora l’esempio di un capolavoro, scritto da uno molto bravo, di cui ho già accennato: Il Signore delle Mosche (1954). L’autore, William Golding, era uno da Premio Nobel per la Letteratura (lo ha vinto nel 1983), e nonostante questo non si è azzardato a rompere lo schema di cui sopra. Anzi, forse ha vinto il Nobel anche per questo. Capito???

  • Incidente: un aereo che porta in salvo una scolaresca di ragazzi inglesi delle scuole elementari e medie cade in mare nei pressi di un’isola tropicale, in piena Terza Guerra Mondiale. Nessun adulto sopravvive, i ragazzi si ritrovano da soli sull’isola.
  • Svolgimento: bisogna organizzarsi per i bisogni fondamentali, si elegge un capo. La frutta abbonda, ma un gruppo di ragazzi tra i più grandi, che contendono la leadership del capo, fondano un gruppo di cacciatori. I ragazzi, lasciati a sé stessi, diventano sempre più selvaggi e violenti. Scoppiano liti e contrasti sempre più gravi, fino a che uno dei ragazzi viene ucciso. Oggi siamo assuefatti a tutto, ma nel ’54 l’evento di un bambino assassinato da altri bambini era un’idea assolutamente agghiacciante, tanto per dire cosa si intende per tensione drammatica crescente.
  • Climax: il protagonista, colui che all’inizio era stato eletto capo, fugge inseguito dai “cacciatori”, che lo vogliono uccidere infilandogli un palo acuminato su per il didietro, e tutti sono contro di lui. Stremato, cade a terra lungo la spiaggia.
  • Risoluzione: Si ritrova davanti le scarpe bianche di un ufficiale della marina britannica. Sono venuti a salvarli. L’ufficiale dice qualcosa del tipo: “Vi siete ridotti come dei selvaggi! Questo non è dignitoso per dei ragazzi inglesi.” Tutti di colpo ritornano bambini, e scoppiano a piangere.

Il romanzo che ho recensito la scorsa volta, invece, I Boschi della Luna, non verrà mai portato come credenziale per l’autore in caso di nomination al Nobel. Perché? Eppure, guardate, dal punto di vista della struttura era quasi perfetto. Quasi. Poi, naturalmente, ha un sacco di altri problemi, tipo i dialoghi, ma con la struttura c’eravamo abbastanza. C’è un buon inizio, con un incidente forte, ben definito. C’è una discreta fine, con il giusto climax e la conseguente risoluzione della tensione e il ritorno alla normalità. L’ultimo capitolo invece, che è uno strascico inutile, è da tagliare completamente. Ma il problema più grave è tutto quello che ci sta in mezzo, che come è normale è anche la parte più lunga del libro. In tutta la parte centrale, 150 pagine su 240 totali, la tensione svanisce totalmente. Non è possibile che, dopo essere fuggiti per il rotto della cuffia da una città in preda al caos e all’anarchia mentre la civiltà è al tracollo, l’evento drammatico successivo sia la caccia al cinghiale, perché non regge assolutamente il confronto. E dopo la caccia al cinghiale, non è possibile che l’evento drammatico successivo sia la pesca alla trota, sangue di Giuda!

Il grafico è qua sotto:

Tensione_BDL
La tensione drammatica ne I Boschi della Luna

Come vedete, confrontandolo col grafico precedente, c’è tutta la parte centrale che va praticamente a zero. Risultato: ci si annoia. Inoltre, la tensione drammatica nel climax non è forte quanto quella dell’incidente iniziale.

Tutto sommato questa cosa dei grafici mi piace un sacco. Credo proprio che li userò anche nelle prossime recensioni, dove ne vedremo delle belle.


Approfondimenti:
bandiera IT La Poetica di Aristotele
bandiera EN Lord of the Flies su Wikipedia

Scritto da GamberolinkCommenti (21)Lascia un Commento » feed bianco Feed dei commenti a questo articolo Questo articolo in versione stampabile Questo articolo in versione stampabile • Donazioni

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