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Copertina di Nihal della Terra del Vento Titolo originale: Nihal della Terra del Vento
Autore: Licia Troisi

Anno: 2004
Nazione: Italia
Lingua: Italiano
Editore: Mondadori

Genere: “Fantasy”
Pagine: 380

Ho deciso di recensire uno alla volta i sei romanzi della Troisi. Avevo una mezza idea di recensire la prima trilogia quale un tutt’uno, basandomi sui miei ricordi della prima lettura, ma sarebbe stato poco professionale. Perciò ho ripreso in mano i romanzi e ho deciso di rileggerli e recensirli via via. Questa prima recensione servirà anche come introduzione generale all’opera della Troisi.

Tanto tempo fa, in una galassia lontana lontana…

Questa storia comincia un giorno del 2003. Licia Troisi, giovane laureanda in fisica e aspirante scrittrice, mette la parola fine alla sua opera fantasy, un tomo da 1.000 e passa pagine. Senza indugio spedisce il malloppo a Mondadori, e tre mesi dopo riceve una telefonata: la Mondadori è disposta a pubblicarla!

La storiella di cui sopra narrata dalla viva voce di Licia Troisi

Se questa storia fosse un romanzo, già al primo paragrafo avrebbe problemi di credibilità. Infatti è noto che le grandi case editrici, e non solo loro, sono molto restie a pubblicare opere di esordienti, specie nell’ambito della narrativa fantastica. Non è difficile verificare questo fatto semplicemente recandosi in libreria: sebbene negli ultimi tempi le cose siano migliorate, gli esordienti in ambito fantasy pubblicati da Mondadori o Rizzoli o simili si contano sulle dita di una mano sola, monca.
Un altro fatto noto è che per quanto uno sia bravo o abbia poi dimostrato di essere in sintonia con il pubblico, è difficile che tali qualità siano riconosciute subito. Da Verne a Heinlein e da Stephen King alla Rowling, quasi tutti si sono beccati più di un rifiuto a inizio carriera, e spesso anche dopo.
Qui abbiamo una scrittrice esordiente che spedisce a una sola grande casa editrice e immediatamente viene scelta per la pubblicazione. Ha dell’incredibile. Tre possibili spiegazioni:

La Troisi è raccomandata. È amica di questo o di quell’altro, o c’è qualche altro losco intrallazzo sotto. Non voglio credere a quest’ipotesi! E non perché sia improbabile o perché creda nell’onestà delle persone o delle case editrici, non ci voglio credere perché io disprezzo la signora Troisi. Una Troisi raccomandata è una Troisi che sa di aver scritto una marea di scempiaggini, è una Troisi cinica e consapevole. Potrei quasi avere in simpatia una persona così, e non voglio! Nella mia scala di valori è meglio essere disonesti piuttosto che scemi, perciò preferisco figurarmi la Troisi scema.

La Troisi ha scritto un capolavoro. Ipotesi che si può scartare senza problemi. Persino tra le fan scatenate della Troisi, quelle che dormono con gigantografie di fan art di Sennar appese sopra il letto, persino tra queste cerebrolese non è così facile trovarne che dichiarino che Nihal è un capolavoro.

La Troisi è stata fortuna. È la risposta che fornisce la Troisi medesima quando nelle interviste le si domanda a tale riguardo. Ha avuto un’inaudita fortuna. Questa è l’ipotesi più deprimente, perché non lascia alcun margine per agire e migliorarsi.
Una persona molto ricca. Le si chiede il segreto del suo successo. Risponde di aver rapinato una banca. È questione di scelta: vuoi diventar ricco? Rapini la banca. Vuoi rimanere onesto? Non diventi ricco.
Una persona vince la medaglia d’oro alle Olimpiadi nella maratona. Le si chiede il segreto del suo successo. Risponde che si allena 16 ore al giorno ogni giorno, Natale compreso. È questione di scelta: vuoi vincere la medaglia d’oro? Devi ammazzarti di fatica a furia di allenamento. Vuoi spassartela? Non vinci la medaglia d’oro.
Una scrittrice esordiente viene pubblicata da una grande casa editrice. Le si chiede il segreto del suo successo. Risponde che è stata fortunata. È questione di… cosa? Non c’è niente da fare! Puoi rapinare la banca come non farlo, allenarti come dormire tutto il giorno, non cambierà niente, perché è solo questione di fortuna.
È difficile basare, non dico una carriera, ma anche solo un hobby sulla mera fortuna. A questo punto conviene darsi al Super Enalotto o al gioco d’azzardo: con un po’ di fortuna si avranno i soldi per pubblicare in proprio!

Quel che ho scritto finora non è una novità, se ne è parlato parecchio ai tempi dell’esordio della Troisi. Tanto per citare una fonte al di sopra di ogni sospetto:

La propria potenza editoriale la Mondadori l’ha spesa puntando su una giovanissima ragazza esordiente, Licia Troisi. Alla faccia di tutti gli scrittori che fanno gavetta, spendono anni a migliorare la propria scrittura, si fanno assistere da editor capaci, scrivono e riscrivono e riscrivono, partecipano a concorsi, e poi finalmente, quando si sentono maturi, lavorano al loro primo romanzo: qui abbiamo una giovane (va be’, in confronto a Paolini è quasi una vecchietta…) che comincia subito scrivendo una saga fantasy di mille pagine, la manda a Mondadori tanto per provare e la Mondadori non solo le accetta il libro, ma lo stampa in rilegato in decine di migliaia di copie, fa pubblicare pagine intere di recensione/pubblicità su settimanali come Panorama o quotidiani come Repubblica.
E’ quel genere di cose che ai bravi scrittori in genere fa prudere le mani. Ma il libro lo comprano lo stesso, per vedere in cosa loro hanno sbagliato, e dopo averne iniziato la lettura si rendono conto che forse hanno sbagliato proprio il pianeta in cui vivere. Perché forse tutto sommato qualcosa da imparare prima di arrivare alla grande tiratura ce l’aveva anche lei.
Aspettiamo incuriositi e anche un po’ preoccupati i risultati delle vendite delle Cronache del mondo emerso. Preoccupati perché ci attanaglia un timore terribile. Quello che alla fin fine un libro di questo tipo possa vendere molto più di un libro di qualità, andando incontro alle aspettative dei piani alti del palazzone di Segrate. Perché la pubblicità comunque ha il suo effetto, qualunque sia il prodotto. E perché abbiamo il sospetto (speriamo con tutto il cuore di sbagliarci) che per vendere davvero tante copie il fatto di scrivere qualcosa che ricorda altri mille libri già letti non importi così tanto, perché la maggior parte della gente gli altri mille libri non li ha letti affatto; perché dettagli stonati e scrittura ingenua, in fondo non vengono notati o forse sono addirittura più congeniali a un pubblico generico poco avvezzo alla lettura.
Magari dopo aver letto questo libro proveranno con qualcosa di diverso, e scopriranno un intero universo di libri anche migliori.
L’alternativa è che mettano via il libro sconcertati pensando che tutto sommato aveva ragione il loro vecchio professore di italiano, che tutta la fantasy (come anche la fantascienza) è roba tirata via buona solo per la spiaggia e il treno, e che tornino a leggere i buoni vecchi classici. Magari domani, oggi facciamoci una partitina con la Playstation.

Era Silvio Sosio in un vecchio editoriale (20 Aprile 2004) su Fantascienza.com. Al di sopra di ogni sospetto perché la Delos (la casa editrice che gestisce tra gli altri i siti di Fantascienza.com e FantasyMagazine) ha sempre avuto un occhio di riguardo per gli scrittori italiani. Specie negli ultimi tempi. Specie se pubblicati da Mondadori.
Lo stesso Sosio, commentando il suo editoriale qualche giorno fa, a quattro anni di distanza, è rientrato nei ranghi:

[...] direi che nel frattempo Licia Troisi è cresciuta e ha mantenuto le promesse. D’altro canto ormai le librerie sono piene di libri fantasy di livello abissalmente peggiore di quello dei suoi libri.

Anche se la prima parte può essere intesa in maniera ironica: sì Licia Troisi ha mantenuto le promesse, prometteva di scrivere schifezze, ha continuato imperterrita a scriverne.
Quello che è cambiato in questi quattro anni è stato il successo commerciale della Troisi, questo innegabile. I numeri sono ballerini, ho letto di tutto, da 100.000 a 600.000 copie vendute per tutti e sei i romanzi, ma qualunque sia la cifra è un successo straordinario, senza discussioni. Quando si pensa che Andrea D’Angelo, che spesso viene considerato il secondo più “importante” scrittore di fantasy in questo momento in Italia, vende poco più di 1.000 copie del suo ultimo romanzo, si può capire quanto i numeri della Troisi siano eccezionali.

Perciò finora la storia è questa: esordiente scrive una boiata e incredibilmente viene pubblicata al primo colpo da un grande casa editrice. Vende moltissimo.

Sarebbe di sicuro interesse sociologico capire perché la Troisi abbia venduto tanto. Io credo che le ragioni non abbiano niente a che fare con l’opera in sé: dipendano da pubblicità, copertina e distribuzione. Con la stessa pubblicità alle spalle, bella copertina e distribuzione capillare, anche D’Angelo o Giannone o Falconi o qualunque altro scrittore italiano attuale di fantasy avrebbe venduto cifre simili. Ma è un discorso inutile: anche se analizzando le vendite della Troisi si riuscisse a tratte la ricetta del successo editoriale non servirebbe a niente. Come ricordato il segreto è solo la fortuna. Dunque perché perder tempo a cercare formule inutili?

Quadrifoglio
Tutto quello di cui uno scrittore ha bisogno

Più interessante è capire se tale successo abbia o stia beneficiando in generale al fantasy in Italia.
Dal punto di vista della “critica” o anche solo dei lettori smaliziati. È stato un danno. Se prima uno aveva dei pregiudizi sulla fantasy italiana ora li ha visti confermati in pieno. Se prima uno ci pensava due volte prima di comprare un fantasy scritto da un italiano ora ci pensa sopra cinque volte e poi non lo compra.
Dal punto di vista del pubblico. Difficile giudicare, la speranza è che le tante persone che iniziano a leggere fantasy (o anche solo a leggere) con la Troisi si appassionino all’hobby in sé, piuttosto che alla scrittrice e finiscano per leggere anche altro. Si può solo sperare, non ho idea se si stia verificando.
Dal punto di vista delle case editrici. Il successo della Troisi avrebbe dovuto convincere altre case editrici a puntare di più su scrittori italiani in campo fantasy. È in parte successo, si pubblicano molti più italiani rispetto a quattro anni fa, ma non mi pare si sia mosso moltissimo. La stessa Mondadori dopo la Troisi non ha più pubblicato nessun’altro esordiente italiano in tale ambito. Perciò forse un effetto positivo la Troisi l’ha avuto, ma non credo molto intenso.
Dal punto di vista degli scrittori. È stato un disastro. I danni che ha prodotto la Troisi sono incalcolabili. La Troisi, sia nei romanzi in sé, sia nel modo in cui li scrive, è un manuale vivente su come non scrivere. La Troisi non si documenta, non legge niente del campo in cui scrive, non revisiona, se ne infischia non solo delle più basilari regole della narrativa, ma persino del buon senso. Diventa difficile spiegare a qualcuno che per produrre qualcosa di decente ci vuole applicazione, fantasia, impegno e anche un pizzico di talento, quando senza nessuna di queste doti si riescono a vendere centinaia di migliaia di copie.
L’esercito di quelli che pensano: non ho niente di nuovo da dire, credo di scrivere da cani, ma se la Troisi ha tanto successo, posso averlo anch’io! è vastissimo. Purtroppo è tutto vero: sì, possono avere anche loro successo, in fondo è sempre e solo questione di fortuna, giusto? ma è anche vero che scrivono da cani, perciò la loro eventuale fortuna sarà ancora a scapito di tutti gli altri.
Senza contare i giovani (o meno giovani) “scrittori”, questi sì senza alcuna speranza, che credono davvero che la Troisi sia brava e vogliono imitarla! Per carità, no! Ne basta e avanza una!
La tenue speranza è che la Troisi non sia riuscita a spronare solo una massa di gonzi, ma anche qualche scrittore degno di questo nome. Chissà! Per ora la Troisi rimane solo un pessimo esempio.

Cronache del Mondo Emerso

La prima trilogia della Troisi in realtà non era una trilogia. Lei ha mandato un volume unico a Mondadori, è stata Mondadori a decidere di spezzare il romanzo in tre parti, da stamparsi a caratteri cubitali a prova di orbo, per cercare di cavare quanti più soldi possibile al pubblico. Operazione per altro riuscita benissimo.

Copertina de Le Cronache del Mondo Emerso
Cronache del Mondo Emerso, il volume unico

La vicenda inizia con Nihal della Terra del Vento.

Nihal è una ragazza adolescente, ma non una ragazza qualunque. Nihal ha i capelli blu e gli occhi viola: è l’ultima mezzelfo, l’ultima rappresentate di tale stirpe nel Mondo Emerso. Nihal è una guerriera eccezionale e ha il fisico di una modella. La Troisi non si risparmia con la sua beniamina:

Non si poteva dire che rispondesse ai canoni tipici della bellezza, ma tutta la sua figura emanava fascino. Sotto le lunghe ciglia i suoi occhi viola avevano uno sguardo fiero. Era sottile come un giunco, ma aveva anche curve sinuose. Il modo in cui si muoveva in combattimento incantava chi la guardava. E poi, eccezion fatta per il suo maestro, che era l’unico con cui parlasse, era fredda come il ghiaccio.

E ancora:

Osservò i muscoli compatti delle gambe, la pancia piatta, le braccia forti, frutto degli allenamenti con la spada e delle battaglie. Si stupì che il suo corpo fosse cresciuto tanto in fretta, quasi a sua insaputa, trasformandola in una donna: aveva belle forme e un seno forse un po’ abbondante, ma ben disegnato. Si avvicinò al riflesso del suo volto. Ho gli occhi troppo grandi. Però il colore le piaceva: era intenso e profondo.

Lo dico per esperienza personale: è dura guardarsi allo specchio e accorgersi dell’orribile difetto di avere gli occhi troppo grandi. Si vede il tocco della grande Scrittrice che non costruisce un personaggio perfetto, ma aggiunge quei piccoli difetti in modo che ognuna si possa identificare!
Con tali qualità, Nihal potrebbe aspirare a qualunque carriera (televisione? circo equestre?), ma decide di combattere: combattere contro il terribile Tiranno, un despota sanguinario che da quarant’anni sta cercando di sottomettere al suo volere l’intero Mondo Emerso. Inoltre il Tiranno, per qualche oscura ragione, ha sterminato tutti gli altri mezzelfi del Mondo. Come ci sia riuscito non è ben chiaro. Infatti la storia che imbastisce la Troisi è la seguente: il Tiranno dapprima viene aiutato e poi si rivolta contro i Re di quattro delle otto “Terre” che compongo il Mondo Emerso. In poco tempo è padrone di metà del Mondo, ma in quarant’anni di guerra non riesce a conquistare neanche una pagliuzza del resto. Ai mezzelfi sarebbe bastato rifugiarsi in qualche Terra ancora libera per continuare a vivere in pace. Ma non l’hanno fatto e sono rimasti a farsi massacrare. E se si cerca una ragione, per questa e per tutte le assurdità che seguiranno, ne offro due: ragione numero uno, “è un fantasy!!!”; ragione numero due: “perché sì!!!”.

Il desiderio di vendetta di Nihal condurrà la giovane eroina in giro per il Mondo, e le farà vivere mille avventure. O qualcosa del genere.

Mappa del Mondo Emerso
Mappa del Mondo Emerso. Clicca per ingrandire

Nihal della Terra del Vento è un romanzo allucinato. È un romanzo che quasi a ogni pagina fa a botte con il Buon Senso e ne esce sempre vincitore! È un romanzo così ingenuo e sconclusionato che a tratti suscita tenerezza. È anche un manuale sul come non scrivere: la Troisi compie ogni errore possibile e immaginabile (e anche molti che non mi sarei mai immaginata!).
È la pietra di paragone negativa per il fantasy, è una specie di zero assoluto, ogni altro romanzo può essere classificato indicando quanto sia meglio di Nihal.

Documentarsi è brutto

La Troisi scrive senza sapere di quel che parla. Non solo, ma neanche le vengono dei dubbi. Faccio subito un esempio lampante:

Dopo le iniziali difficoltà, però, Nihal prese confidenza con quell’arma insolita. La forza non era fondamentale per usarla e, superata la frustrazione per i bersagli mancati, prese a darle grandi soddisfazioni. Scoprì di avere ottima mira, un dono che pochi altri condividevano nel suo gruppo, e si impratichì nel tirare anche in movimento.

Qui, quello che la Troisi definisce “arma insolita” sono arco e frecce. La forza è fondamentale per usare un arco! Ma mettiamo che una non lo sappia, possibile che non abbia mai sentito le tante leggende legate alla difficoltà di tendere gli archi? Ulisse e il suo arco che nessuno dei proci riusciva a usare? Possibile che a quel punto non le venga voglia di controllare? Ci vogliono meno di cinque minuti per scoprire che un arco richiede proprio in particolare forza e addestramento per essere usato. CINQUE MINUTI, non di più.

Arco Lungo Inglese
Arco Lungo Inglese: poteva avere un libbraggio di 140 e oltre libbre (65 chili)

Il problema è a monte, è l’idea che scrivere sciocchezze abbia lo stesso valore che l’essere verosimili. O, peggio, che la verosimiglianza non abbia importanza, sia un orpello e nulla più: così si ottiene quel tipo di narrativa che Lovecraft chiama “immatura, volgare e ciarlatana”. Lovecraft ha ragione.

Ma fosse solo un arco, sarebbe nient’altro che un particolare. Non è solo un arco, l’arco è appunto un esempio. Ogni volta che la Troisi prova a parlare di un qualunque argomento legato alla sfera militare dimostra un miscuglio di ignoranza e stupidità che lascia esterrefatte.
Ci sono eserciti composti da centinaia di migliaia di soldati che riescono ad attraversare una pianura e mettere sotto assedio una città nell’arco di trenta secondi! Altro che blitzkrieg! Ci sono catapulte che colpiscono al volo dei draghi in aria, Generali che ordinano l’assalto a fortezze che stanno già per capitolare di loro (vedi l’articolo del mese scorso), scelte di vestiario quanto meno bizzarre… uh… questa merita la citazione!
Piccola premessa: i Cavalieri dei Draghi sono l’elite combattente del Mondo Emerso, ne sono operativi qualche centinaio e l’apposita Accademia non ne sforna più di quattro o cinque l’anno. Nonostante siano così in pochi, pare che diano un contributo fondamentale agli sforzi bellici delle Terre libere. Sono l’arma più preziosa per i “buoni”.
Per selezionare chi riceverà l’addestramento a Cavaliere, i cadetti all’ultimo anno dell’Accademia sono mandati in battaglia e…

A ciascuno di loro sarebbe stato dato un corpetto a colori sgargianti, che permettesse di identificarli come allievi dell’Accademia. In quel modo per il supervisore sarebbe stato più facile controllare il comportamento dei ragazzi in battaglia.

Pare solo a me un’idea demente? Le truppe più preziose delle Terre libere mandate allo sbaraglio con tanto di corpetto a colori sgargianti, in modo che ogni nemico sappia chi sia da uccidere a ogni costo! È geniale! Grande Licia!!!
Per usare un termine inglese, Licia è clueless, non ha la più pallida idea.

[Nihal] Poi scendeva in campo con tutta la foga di cui era capace, sempre prima tra quelli del suo gruppo, incurante del pericolo. Molte battaglie le vinse, molte le perse, e dovette abituarsi a vedere il suolo coperto di cadaveri di commilitoni.

Queste battaglie molte vinte, molte perse, si svolgono nell’arco di due mesi. In tutta la Guerra dei Trent’Anni ci sono state una quarantina di battaglie… a quanto pare nel Mondo Emerso invece si combatte un giorno sì e uno no, con questo ritmo non c’è il tempo di finire una battaglia prima di cominciare la successiva! Interessante poi il particolare che Nihal e i suoi hanno perso molte battaglie: si direbbe che combattendo contro il Tiranno, che punta all’annientamento del nemico, perdere anche solo una battaglia sarebbe di troppo, ma evidentemente mi sbaglio io.

Il concetto di disciplina militare e di come funzioni un’Accademia sono per la Troisi misteri insondabili. Come le basi aeree della Novik sono villaggi turistici, così lo sono gli accampamenti della Troisi. Non ci sono turni di guardia, non c’è una catena di comando (i Generali parlano di continuo con le reclute), la gente va e viene come meglio le pare, e Nihal, dopo più di un anno di addestramento:

«Preparati che si esce!»
Si esce? Nihal si vestì in fretta e furia e balzò fuori dalla stanza. «E dove andiamo? Piove!»

Oddio piove!!! Ido, il maestro gnomo di Nihal, le risponde per le rime, sembra quasi una versione per l’asilo di Ufficiale e Gentiluomo.

«Non mi risulta che una guerra si sia mai fermata per la pioggia. Gli esseri di questo mondo si ammazzano con il bello e con il cattivo tempo, mia cara» disse Ido [...]

Nihal non è ancora convinta:

Nihal era allibita: la mandavano ad addestrarsi con un mezzo uomo che si voleva allenare sotto la pioggia e non sapeva nulla del suo drago.

Io m’immagino la Troisi seduta alla scrivania durante una giornata di pioggia. Scosta le tendine e guarda fuori: piove forte, e i pochi passanti si affrettano a rifugiarsi dentro gli androni dei palazzi. Torna a fissare il monitor, rilegge quel che ha scritto e pensa: “Uhm, addestrarsi sotto la pioggia? Non sarà un po’ esagerato? I soldati veri mica lo fanno, perché altrimenti… ecco… si bagnerebbero! Ma Nihal è una dura!”
Grande Licia!!!

Locandina di Ufficiale e Gentiluomo
Locandina del film “Ufficiale e Gentiluomo”

Raccontare

Mostrare, non raccontare! Per chi fosse anche lui clueless: “Nihal infilò la spada nella pancia di un fammin [mostro troisiano, stile orchetto], trapassandolo da parte a parte, quando estrasse la lama sangue nero prese a uscire a fiotti. Il mostriciattolo cadde in ginocchio, Nihal con un fendente gli mozzò la testa.” Questo si chiama mostrare. “Nihal uccise un fammin.” Questo si chiama raccontare. Il raccontare è una sorta di riassunto degli eventi.

Sul quando sia opportuno mostrare e quando raccontare si potrebbe andare avanti per giorni, ma in certi casi è facile decidere: quando un avvenimento è importante per la storia, occorre mostrarlo.

La città era libera. Non era un risultato da poco: in quarant’anni di guerra erano state poche le volte in cui l’esercito delle Terre libere era riuscito a strappare territori al Tiranno.

La liberazione della tal città è stata una delle più significative imprese belliche in quarant’anni di guerra. Sembra un avvenimento importante, almeno a me! Non per la Troisi, che decide di sbrigarsi in pochi paragrafi dove tutto è raccontato e niente mostrato:

Nihal si lanciò fra i primi con un furore e una rabbia anche maggiori della prima volta che aveva combattuto. Si scagliava sui nemici senza alcun timore di esporsi ai fendenti delle asce dei fammin, la mente dominata dal pensiero di distruggere tutto ciò che le capitava a tiro.
Ido ebbe il tempo, dall’alto, di vedere di tanto in tanto la sua allieva che infieriva sul nemico senza pietà.
Anche Nihal, nei pochi attimi in cui la battaglia le dava respiro, osservava il suo maestro volteggiare insieme a Vesa.
L’esercito guidato da Ido sembrava una infallibile macchina da guerra. Lo gnomo comandava le sue truppe con fermezza, senza scomporsi ma senza risparmiarsi. Schivava le frecce e al contempo attaccava senza timore. Le lingue di fuoco del suo drago spargevano il panico sui nemici a terra, presi alla sprovvista dall’attacco improvviso.
Quando la situazione fu ben delineata, Ido lasciò Vesa libero di continuare l’attacco dall’alto e scese a terra a combattere con la spada. Nihal lo seguì sicura, continuando la sua strage.
Fu una vittoria facile: poche perdite, molti prigionieri.

Neanche mezza paginetta e una battaglia importantissima è sbrigata. Non è un caso isolato, quasi tutte le battaglie e i duelli di Nihal sono raccontati e non mostrati. Nihal che si allena con il padre Livon:

Nihal non era dotata di grande resistenza, e la sua tecnica era tutt’altro che impeccabile, ma sopperiva alle lacune con l’intuito e la fantasia. Parava e scartava ogni assalto, sceglieva i tempi giusti per l’attacco e saltava a destra e a manca con grande agilità. Il suo vantaggio era tutto lì, e lei lo sapeva.

È tutto generico, raccontato, riassunto. Nella propria mente non si vede Nihal combattere, si vede l’autrice raccontare che Nihal sta combattendo.
Come detto, capire quando raccontare e quando mostrare può essere difficile, ma non in questi casi! Qui è facilissimo capirlo!
L’altro punto che dimostrano questi esempi e quelli che seguiranno è che la favola dell’editor è un mito. Non so se per ragioni economiche (pagare qualcuno perché revisioni un romanzo costa) o per il semplice fatto che in Italia mancano persone competenti, ma i romanzi fantasy italiani non vengono sottoposti a nessun tipo di editing degno di tal nome. Chiunque lasci passare quanto visto e si definisca editor: non sa fare il suo mestiere. È curioso: perché uno ha la posizione di editor presso Mondadori, o Rizzoli o quel che sia, per antonomasia è adatto a tale posizione. Non è vero, la dimostrazione sono i romanzi pubblicati. La Troisi scrive male, ma chi ha fatto l’editing dei suoi romanzi è altrettanto ignorante rispetto al proprio lavoro.

Un’altra scena raccontata, che in più sputa in un occhio al Buon Senso:

Il punto debole di Fen era la prevedibilità: aveva una tecnica impeccabile ma proprio per questo scontata. In breve tempo Nihal fu in grado di anticiparne le mosse.

A parte l’idiozia dell’equivalenza tra tecnica impeccabile e prevedibilità, idiozia anche a livello linguistico (se la prevedibilità è una pecca, la tecnica non può essere definita impeccabile), due paragrafi dopo:

Nihal trattenne un sorriso d’orgoglio. Combattere con quell’uomo le piaceva. Non era affatto prevedibile. Era preciso. Aveva la capacità di restare lucido. Ed era pronto a tutto pur di vincere.

Dunque Fen è prevedibile o non è prevedibile?
Non è neanche un problema di editor, qui il romanzo non l’ha riletto nessuno, manco l’autrice!
E che dire di:

L’esercito del Tiranno, dopo alcuni giorni di scorrerie per la Terra del Vento, era penetrato nella Foresta per fare incetta di legname, aveva scoperto i folletti e si era lanciato alla loro caccia. Era stato terribile. Tanti erano stati catturati, molti altri uccisi. Phos aveva radunato quanti più folletti poteva e li aveva portati verso l’unico rifugio sicuro: il Padre della Foresta. Non appena i fammin si erano mossi verso il grande albero, il Padre della Foresta li aveva difesi. Con i suoi rami aveva agguantato per la gola quattro o cinque di quegli orrendi mostri e li aveva strangolati. Gli altri si erano dati alla fuga.

I fammin fanno parte di quell’esercito di centinaia di migliaia di cui si parlava prima; dopo che ne vengono agguanti alla gola quattro o cinque (quattro o cinque? Non stiamo parlando di 49 o 50, si distinguono facilmente quattro mostri da cinque mostri…) centinaia di migliaia di compagni si danno alla fuga! Be’, almeno si comincia a capire perché il Tiranno in quarant’anni non ha guadagnato una spanna di territorio!

Albero vivo
È il Padre della Foresta o un Ent qualunque?

Giuro che il mio più grande desiderio, in questo momento, mentre scrivo queste righe, è che l’editor di Mondadori, o il correttore di bozze o il correttore automatico di Word, chiunque abbia letto prima della pubblicazione il romanzo della Troisi mi spieghi perché non ha fatto una piega. Possibile che solo a me paia una tale colossale idiozia?!

A difesa della Troisi, bisogna ammettere che quando mostra era meglio se si fosse limitata a raccontare:

Il ragazzo si fermò un istante per ricaricare il braccio per il successivo fendente e Nihal, rapida, lo colpì al fianco con la spada. La corazza che gli copriva il petto scivolò dolcemente a terra. Il colpo aveva tranciato i lacci in cuoio. Al gigante sfuggì di mano la spada. Restò perplesso per un istante, guardando stupito il sottile segno rosso che gli segnava il petto.

Resto perplessa anch’io: Nihal colpisce il nemico al fianco, il “gigante” perciò perde la presa sulla spada (ma perché?!) e si trova ferito al petto (eh?! Ma se Nihal l’ha colpito al fianco!). Stendiamo un velo pietoso sul design delle armature, con questi lacci di cuoio in bella mostra pronti a essere tranciati dall’avversario di turno. Dicevo? Geniale! Grande Licia!!!
Un altro momento mostrato: Nihal che si taglia i capelli. In fondo Nihal è una ragazza, la Troisi, da Scrittrice con la S maiuscola qual è, sa bene che per le ragazze il parrucchiere è più importante di qualunque battaglia.

Si sciolse la lunga treccia blu, che per anni non aveva visto le forbici. Guardò quel fiume di capelli che le scendeva oltre i fianchi. Erano capelli da regina, quelli di cui cantano i menestrelli, in cui gli amanti annegano dolcemente.
Prese la spada.
Le ciocche caddero a terra una per volta, lentamente.
Quando ebbe finito, in testa aveva una zazzera corta e arruffata.
Gettò i capelli in fondo al giardino.

Ci sono alcuni piccoli particolari stonati in questa scena, del tipo: è notte, Nihal non ha con sé né una lampada, né uno specchio, e la sua spada è affilatissima.

Interludio: Quanto è grande un Drago

Non c’è aspetto del romanzo della Troisi che sia verosimile e coerente. Prendiamo le misure. La Troisi parla di “braccia”, “leghe” e “miglia”. Delle ultime due fornisce pochi esempi e credo sia impossibile fare assunzioni. Riguardo le braccia si sa che:

  • Salazar, la città-torre di Nihal, è alta 1.200 braccia.
  • Il portale d’ingresso di Salazar è imponente, ed è alto 10 braccia.
  • Una cascata che si getta in un “abisso” sono 60 braccia.
  • Un Drago “gigantesco” misura al garrese 4 braccia.

Partiamo dall’ultimo dato. Per chi non lo sapesse, il garrese è il punto più alto della schiena di un quadrupede, dove inizia il collo. Nel Mondo Emerso esistono i cavalli, sono usati regolarmente, e da come sono descritti sono simili ai nostri di cavalli. Nel nostro di mondo, il cavallo vivente più alto al garrese è alto 2,02m, mentre a metà dell’800 visse un cavallo alto fino a 2,20m. Perciò possiamo dire che un cavallo gigantesco è un cavallo con un 2m di altezza al garrese. Nel Mondo Emerso i Draghi sono cavalcati proprio come gli equini, dunque non sembra assurdo immaginarsi un Drago “gigantesco” almeno grande quanto un cavallo “gigantesco”. In realtà a me piace pensare che un Drago sia ben più imponente di un cavallo, ma sto cercando di seguire la Troisi.
Perciò il Drago “gigantesco” è anche lui almeno 2m al garrese, ovvero 1 braccio sono 50 centimetri.

Un grosso cavallo
Cavallo gigantesco o fantino pigmeo?

Questo comporta che: un “abisso” sono 30 metri, una porta imponente 5 metri, e Salazar è alta 600 metri!
Per dare l’idea, proprio in questi mesi si sta terminando la costruzione del grattacielo più alto del mondo, a Dubai, e raggiungerà proprio i 600m di altezza. È richiesta una tecnologia non proprio elementare per innalzare strutture di quel genere, tecnologia che i popoli del Mondo Emerso non possiedono. Né è mai accennato che tali prodigi possano essere realizzati con la magia. Ma questo sarebbe il meno, il problema è che Salazar è composta da cinquanta piani, cioè un piano ogni 12 metri e:

Il ragazzino poteva quasi sentire il suo fiato sul collo. Si gettò per le scale ma cadde rovinosamente due piani più in basso. Si rialzò dolorante, controllò di essere al piano giusto, quindi si buttò fuori dalla finestra. [...]
«Ti sei fatto male?»
Barod [il ragazzino] si guardò le ginocchia sbucciate.

Il ragazzino prima rotola giù per 24 metri di scale, poi salta da una finestra a un piano inferiore, salto di altri 12 metri e si sbuccia le ginocchia… io invito con tutto il cuore la signora Troisi a sperimentare di persona questo salto!
Il “bello” è che la Troisi è laureata in fisica. Verrebbe da chiedersi come abbia fatto. Ma so già la risposta: fortuna!
Si può ridurre il braccio per salvare la vita a Barod, ma così facendo un “gigantesco” Drago diventa più piccolo di un pony…

Il Personaggio di Nihal

Dopo la pausa aritmetica, che sono sicura molti avranno seguito con le dita ben premute contro le orecchie e gli occhi chiusi, gridando a voce alta: “fantasy, fantasy, fantasy!” veniamo a parlare dei personaggi del romanzo. La protagonista assoluta è Nihal, anche se una piccola fetta di spazio riesce a ritagliarsela l’amico mago Sennar.

Nihal è imbattibile con la spada e qualunque altra arma. Nihal è bellissima. Nihal è capricciosa, maleducata e indisponente. Nel romanzo la Troisi ci tiene sempre a sottolineare come facendo i capricci a più non posso si riesca sempre a ottenere quel che si vuole. Infatti più che con la forza, è frignando che Nihal si fa strada nella vita. Nihal scoppia a piangere ventidue (22) volte in 380 pagine! E non ho contato le volte che riesce a trattenersi all’ultimo istante e i pianti multipli, quando inizia a singhiozzare, poi piange apertamente, poi tira su col naso, e così via. Ho messo solo le occasioni nella quali è passata da occhi asciutti a piagnisteo. Ventidue volte. È incredibile!
Ecco dunque una vera sintesi di Nihal della Terra del Vento!

Per tutta risposta Nihal gli sferrò un sonoro pugno sul naso e scappò via in lacrime.
Nihal si chiuse in un silenzio astioso, mentre calde lacrime di rabbia le solcavano le guance.
Nihal sentì le lacrime pungerle gli occhi.
Allora cadde in ginocchio e lo sconforto l’attanagliò così forte che iniziò a piangere.
Riprese a piangere sommessamente: sentiva il disperato bisogno di avere vicino qualcuno con cui parlare.
Nihal gettò via la spada e gli si avventò contro piangendo.
Sapere che Fen aveva già una donna la faceva soffrire, e versò anche qualche lacrima da amante disperata.
Vederli insieme era una sofferenza e qualche volta, in totale solitudine, Nihal scoppiava in lacrime, ma non avrebbe rinunciato a quell’amore per nulla al mondo.
Nihal iniziò a piangere. Le lacrime le sgorgavano dagli occhi, senza che lei riuscisse a trattenerle.
[Sennar] Ricordava ancora i discorsi vuoti che gli avevano fatto i soldati per cercare di consolarlo. Meglio il silenzio. Vedendola [Nihal] in lacrime, però, non poté più tacere.
Nihal non rispose. Guardava e riguardava quel foglio consumato dagli anni. Gli occhi le si riempirono di lacrime.
Gli occhi di Nihal iniziarono a colmarsi di lacrime.
Gli occhi le si riempirono di lacrime e l’assalì una rabbia incontrollabile.
Pianse a lungo, cercando di soffocare i singhiozzi e asciugandosi con rabbia le lacrime, che si strappava dal volto con il dorso della mano. Si assopì piangendo.
Lei si liberò dalla stretta, poi esplose in un pianto rabbioso.
Continuò a urlare, la voce rotta dai singhiozzi, le guance solcate dalle lacrime.
Improvvisamente lacrime calde iniziarono a rigarle le guance.
Il volto della giovane mezzelfo rigato dalle lacrime apparve sullo specchio dell’acqua per sparire subito dopo.
La ragazza abbassò lo sguardo sulle coperte. Non voleva che lo gnomo si accorgesse che gli occhi le si stavano riempiendo di lacrime.
Lacrime calde iniziarono a rigarle il viso sporco di polvere e di sangue.
Nihal cadde in ginocchio, le mani serrate sulle orecchie e gli occhi pieni di lacrime.
Nihal sorrise amara, mentre le lacrime riprendevano a farsi strada lungo l’ovale del suo viso.

Ora viene una parte così involontariamente ridicola che mi ha fatto cascare dal letto a furia di ridere: Ido, il maestro di Nihal, nel bel mezzo di questo fiume in piena di lacrime.

Ido le cinse le spalle. «Piangi, piangi finché vuoi. Da quanto non lo facevi?»

“Da quanto non lo facevi?” “Da quanto non lo facevi?” Ma ROTFL!!! Da tre righe!
Se la Troisi ci avesse messo solo un briciolo di autoironia, Nihal sarebbe potuta essere una lettura piacevolissima. Ma come anche Novik e Meyer, scrive cretinate del tutto seria. L’ironia non fa mai capolino, è tutto da prendere con mortale serietà.

Ragazza che piange
Una foto di Nihal!

Secondo molte commentatrici, Nihal rispecchierebbe le adolescenti di oggi, i loro problemi e il loro carattere. Scemenze. Nihal rispecchia una scrittrice senza esperienza, né dal punto di vista della scrittura, né dal punto di vista della conoscenza del genere. La stessa Troisi non ha difficoltà ad ammettere che la propria conoscenza del fantasy, al momento di stendere le Cronache, non andava al di là del Signore degli Anelli e di qualche manga.

Del personaggio di Sennar riparlerò in futuro quando recensirò il secondo volume delle Cronache. Gli altri personaggi di questo primo volume non vanno oltre il cliché: Soana è una maga bellissima, Fen l’amore impossibile, Ido uno gnomo che si comporta da nano, Laio un vigliacco che si comporta da idiota.
I nemici restano nell’ombra. Il Tiranno è solo citato, non agisce mai in prima persona, e il suo tirapiedi Dola è visto solo da lontano, in groppa al proprio Drago.

Interludio Bonus: Deus Ex Machina!

Poteva mancare? Ecco qui:

Pensa, Nihal. Respira. Pensa. Una via di fuga. Tutto quello che ti serve è una via di fuga.
Il condotto! Era ancora una bambina quando, giocando, l’aveva scoperto. Passava esattamente dietro la bottega e anticamente veniva usato per la manutenzione delle mura: un cunicolo scuro e senz’aria costruito nell’intercapedine del muro di cinta.

Nihal è ferita e braccata dai fammin, e guarda caso ecco che si ricorda di un condotto d’emergenza che aveva scoperto giocando da bambina. Il romanzo si apre con Nihal bambina che gioca, ma di questo condotto non v’è traccia…

Scrivere semplice

La Troisi ha un solo pregio: scrive in maniera semplice. Non scrive bene, ma almeno scrive chiaro.

Spesso lo stile della Troisi è però ridondante e pieno di parole inutili. Si va da obbrobri quali: “I mercanti mercanteggiavano” (editor Mondadori, se ci sei batti un colpo) a frasi come “Era una sorta di castello piuttosto massiccio [...]” senza ulteriore specificazione.
Esperimento mentale: immaginate un castello massiccio. Ora immaginate una sorta di castello piuttosto massiccio. Per me avete in mente la stessa identica immagine. La Troisi spreca spesso inchiostro in questa maniera.
Un altro marchio di fabbrica della nostra Scrittrice è quello di mettere in bocca ai suoi personaggi espressioni che denotano un preciso contesto culturale presente nel nostro mondo ma assente nel Mondo Emerso. I personaggi strillano “uno a zero per me!” ma non esiste il calcio nel Mondo Emerso. Dicono: “al Diavolo”, ma non c’è l’Inferno. Parlano di “carta vincente” ma non giocano mai a carte, e si compiacciono di avere un fisico atletico, quando non esistono atleti di sorta.
Notare che sono dialoghi e pensieri dei personaggi, non del narratore. Un narratore onnisciente può usare espressioni moderne, è brutto, ma è passabile, e con la dovuta cautela può essere divertente, ma un personaggio non può usare certe espressioni! A meno che non sia una parodia o una commedia. E Nihal non lo è.
In certi dialoghi la Troisi si supera, un paio di perle:

Alla notizia Nihal quasi saltò sul letto. Era entusiasta. «Grande Sennar! Fantastico! Siamo una coppia di vincenti! Non siamo ancora adulti e abbiamo già realizzato i nostri sogni!»

Sigh. Abbiamo poi:

Quello che tratteneva Eleusi si voltò. «Oh, vedo che ci sono ospiti. Be’, molta brigata vita beata!» disse ridendo [...]

Il tipo sta per violentare Eleusi, e non so “molta brigata vita beata” ma per sul serio?
Per chi temesse: ovviamente l’aspirante stupratore non riuscirà nel suo intento, interverrà Nihal. Sarebbe inutile sottolinearlo, ma il massimo della tensione erotica in Nihal della Terra del Vento è un bacio sulla guancia.
Dal punto di vista del cattivo stile, la Troisi sfodera ogni asso, ecco una bella serie di domande retoriche che la protagonista si pone:

Che cosa c’era di sbagliato nell’odiare il Tiranno? Non era forse l’odio che dava la forza per combattere? Non era forse giusto odiare i fammin e vivere per sterminarli? Che cosa non andava in quella logica?

Ne aggiungo una io: che cosa non va nella testa della Troisi? E non ho risposta.

La Troisi è stata criticata per il suo stile semplice, quasi fosse un difetto in sé. Vorrei chiarire questo punto. Uno stile semplice va benissimo, è un ottimo stile, uno stile bellissimo. L’importante è non confondere lo stile con i contenuti. È così difficile scrivere in maniera semplice perché spesso occorre scrivere di argomenti complessi. La sfida è parlare di battaglie campali o ingegneria genetica senza istupidire l’argomento ma mantenendo uno stile semplice e dunque comprensibile a tutti.
La Troisi mantiene uno stile semplice ma a scapito degli argomenti. Le situazioni descritte dalla Troisi sono semplicistiche, irrealistiche se non senza mezzi termini stupide. Certo, la Troisi avrebbe potuto far di peggio, e usare un linguaggio astruso per parlare di argomenti stupidi. C’è chi ci riesce.
Perciò non è un difetto uno stile semplice, tutt’altro. È un difetto raccontare corbellerie.

Opinioni altrui

La Troisi ha subito più di una volta pesanti critiche. Per quello che ha scritto e per la sua incredibile fortuna. La Troisi in diverse interviste ha dichiarato che questi attacchi l’hanno portata alle lacrime. Ha pianto come la sua eroina, povera cocca! È sconcertante la crudeltà di alcune persone: una ragazza scrive il suo primo romanzo, una porcheria immonda, e la più grande casa editrice italiana la pubblica al volo, con decine di migliaia di copie di tiratura e pubblicità a tutto spiano. E certe persone malignano. Mah! Assurdo!

In compenso, sono spuntati come i funghi i difensori della Troisi. È una specie di servizio che rendono alla comunità: se trovate un sito, rivista, o quant’altro che parla bene dell’opera della Troisi si tratta o di ignoranti o d’ipocriti. Con Nihal non siamo nel campo delle opinioni personali, non è dibattibile, questo è un romanzo al fondo di qualunque scala di valori. Non ha niente di buono. Persino due campioni del trash quali Melissa P. e Moccia hanno maggiore dignità intellettuale.
Non credo che Moccia abbia mai voluto scrivere nient’altro che storie cretine di adolescenti fessi, e Melissa P. sapeva benissimo che raccontando in maniera più o meno realistica la propria vita sessuale avrebbe attratto la curiosità morbosa. Sono operazioni commerciali, sono due (di Moccia si prenda un’opera a caso) romanzi bruttissimi, ma in fondo sono due romanzi onesti.

Copertina di Scusa ma ti chiamo amore
“Scusa ma ti chiamo amore”: no, non sei scusato!

La Troisi invece non voleva neanche scrivere un’onesta storia fantasy, parole sue, di un’intervista: “Cerco di rendere credibili le vicende esistenziali dei miei personaggi, ma se dalla trama si tolgono draghi e mezz’elfi, i miei romanzi potrebbero svolgersi anche adesso”.
Perciò non scrive neppure fantasy. Scrive di “vicende esistenziali” addobbate da racconto fantastico. O meglio spazzatura travestita d’immondizia.

Ci sono opinioni diverse dalle mie. La Troisi, come la buona parte degli scrittori italiani di fantasy, ha ottenuto sempre molte più lodi che stroncature. Spesso queste lodi sono tanto sperticate quanto campate in aria e dimostrano non la bellezza del romanzo, ma la disonestà del recensore. Cito una recensione per tutte, non la più entusiasta, ma emblematica, la recensione di Nihal della Terra del Vento da parte di Franco “franz” Clun, per FantasyMagazine. La recensione è qui. Perché emblematica? Perché FC arriva a scrivere:

I personaggi principali hanno sentimenti e si muovono in modo coerente e credibile.

Devo commentare? E ancora:

La descrizione delle battaglie è il vero punto di forza. Il momento dell’esaltazione è quello che ci consente di udire il clangore delle spade, vedere le lame ricavare scintille dallo scontro con altre lame.

Ancora, devo commentare? Non ci sono molte alternative: FC è disonesto, FC è un idiota, FC è clueless tanto quanto Licia Troisi. Scegliete voi.

La Troisi ha fatto anche capolino in ambiente accademico. Sono rimasta di stucco scoprendo al suo sito che si poteva scaricare una tesi a lei dedicata. Un tizio, Domenico Marino, si è laureato in letteratura italiana con una tesi dal titolo: “La letteratura fantasy in Italia. Il caso Troisi”. Commento di un mio amico: “Ma a lettere è legale una cosa del genere??? È come se a ingegneria elettronica ci si potesse laureare con una tesi sul citofono!”
Tale tesi si occupa in una prima parte del fantasy in generale e poi del fantasy in Italia e in particolare delle Cronache del Mondo Emerso.
Piccola curiosità: questo articolo che state leggendo è più lungo e dettagliato della parte della tesi dedicata alla Troisi. Ed è solo il primo articolo di sei (si spera). Il relatore della tesi mi pare di capire sia stato tale professor Pappalardo; che ne dice, prof, non mi sono meritata anch’io una laurea?

Questa laurea è interessante perché mostra come la Troisi, a parte la mia ironia sulla fortuna, non sia un caso a sé, è il frutto di una generale mentalità di sciatteria che avvolge il campo della letteratura di genere. Cito dalla laurea:

La storia è narrata in terza persona, ma non c’è un narratore onnisciente [...]

Sfoglio appena le prime pagine:

Livon non era solo il miglior armaiolo del mondo noto e probabilmente anche di quello ignoto: era un artista. Le sue spade erano armi incredibili, di una bellezza così fulgida da mozzare il fiato, armi che sapevano adattarsi al proprietario ed esaltarne le capacità. [...]

Eccolo qui il narratore onnisciente! D’accordo, d’accordo, questo brano non l’ho davvero scelto a caso: già che c’ero ho preso due piccioni con una fava, quel “miglior armaiolo del mondo noto e probabilmente anche di quello ignoto” è una bruttura che meritava citazione!
In verità il punto di vista della Troisi è un guazzabuglio. In certi punti è in terza persona limitata su Nihal o sul personaggio protagonista di una scena, in altri è appunto onnisciente e in alcuni casi è schizofrenico, passando dalla mente di un personaggio a quella di un altro nel volgere di un paragrafo. È il punto di vista dello scrittore dilettante. Magari non il Marino, ma il professor Pappalardo avrebbe dovuto accorgersene.
Ma non voglio insistere sulla tesi, che per quanto riguarda la Troisi non è altro che un riassunto delle opere della stessa, senza nessuna particolare analisi, e d’altra parte che si può dire quando la tesi stessa si conclude con affermazioni quali che le Cronache dimostrerebbero: “incredibile maturità per un’autrice esordiente”?

Conclusioni

In questa recensione ho lasciato da parte alcuni aspetti tipici dell’opera della Troisi (per esempio la Banalità costante), tutto il discorso sull’Invidia e il cianciare del presunto “fantasy per ragazzi”: andranno a rimpolpare le recensioni successive.
Un giudizio finale su Nihal della Terra del Vento. Per una volta è semplice: è un romanzo che fa schifo.

Copertina de La Missione di Sennar
La Missione di Sennar: il volume secondo delle Cronache del Mondo Emerso

Un ultimo appunto: scrivere articoli così lunghi e documentare ogni passaggio con puntuali citazioni richiede molto tempo. Non mi lamento perché mi diverto, prendersela con la Troisi è un piacere sadico con pochi eguali letterari, ma mi divertono anche altre attività, prima fra tutte scrivere. Inoltre devo studiare. Questo per preannunciare che il massacro dei successivi cinque libri avverrà con calma.

I Fan della Troisi!!!

Seconda puntata per la rubrica dimmi chi sono i tuoi fan e ti dirò chi sei. Ricordo che è una rubrica che si basa sul sarcasmo che sconfina nel dileggio. Non siete obbligati a leggerla, potete pure andare oltre. Non che ci sia nient’altro, a parte tanti bei Gamberi marci!

Vediamo un po’ alcuni giudizi su Nihal della Terra del Vento da parte dei sempre sagaci commentatori di iBS.it.

Francesco
Ragazzi questo libro mi e’ piaciuto un casino,davvero molto bello. GRANDE LUCIA!!!!!!!!!!!!
Voto: 5 / 5

Partenza tranquilla con Francesco, al quale il romanzo sarà piaciuto tantissimo, ma non è riuscito a imparare il nome dell’autrice.

Lordkiller
Arrivato a pag 327 in sol tre giorni dall’acquisto di certo non mi pongo a chi critica negativamente. Lo stil degno di una lettura semplice come fluida ma soprattutto di abili descrizioni. Errore, laddove l’Autrice descrive colpi lasciando che sol la parola fendente definisca molteplici mosse. Ma ciò è sol un piccolo punto di un libro che fa gola a molti. Anch’io seco Voi altri attendo che esca “La missione di Sennar” col sol rammarico di aspettare qualche mese con il primo libro già chiuso.
Voto: 5 / 5

Graziosa favella! ehm… Lordkiller!

CORY
assolutamente stupendo!!!!!!!!!!! un fantasy a tutti gli effetti, ma con qualcosa in più! la riflessione, cercare se stessi, sotterrare l’odio verso colui che ha ucciso chi ci ha voluto bene nella nostra vita, il nostro crescere nel male che si sparge a macchia d’olio! credo che sia 1 dei fantasy più belli che abbia mai letto, non credo assolutamente che sia prevedibile, banale, ma ben sì un libro di alte aspettative, bello, con colpi di scena e riflessioni sul nostro “IO” interriore
Voto: 5 / 5

Ma dove abita CORY?! Perché per fortuna io non ho dovuto sotterrare l’odio verso colui che ha ucciso chi mi ha voluto bene, perché non hanno ancora ucciso nessuno (perché nessuno mi ha voluto bene; non resisto a una possibile cattiveria, persino quando è contro me stessa!) né cresco nel male che si sparge a macchia d’olio (oddio, a meno che tale male non siano i romanzi della Troisi…)

acquarius
Posso dire che e uno dei libri piu belli mai letti degli autori di fantasy italiani e una critica la voglio fare a quelli che hanno dato voto basso e dirvi se quasi tutti hanno dato voti alti ci sara un motivo no ?posso solo dire una cosa per chiudere rileggetevi il libro e fate andare il cervello forse ne avete fatto andare poco la prima volta
Voto: 5 / 5

Sì, un motivo c’è per i voti alti, c’era anche l’altra volta con Twilight, è sempre lo stesso: è quella sindrome descritta da John Langdon Down nel 1866.

The Royale Vampire
Libro stupendo, l’ho leto tutto d’un fiato. sono d’accordissimo con chi dice che assomiglia molto ad un manga!! mi sono identificata subito con Nihal e i suoi “problemi interiori” ke tutte le adolescenti (me compresa) hanno. aspetto con ansia il secondo volume!
Voto: 5 / 5

Tutte le adolescenti hanno il problema degli occhi troppo grossi, è vero.

Squall Liohearth
Carissimi amici, è da un pò di tempo che ho cercato un bel libro fantasy e dopo Eragon di Paolini questo è il miglior libro che ho letto solo che nihal,bellisima, è troppo portata alla ricerca di se stessa, mentre chi mi ha colpito è stato sennar.Altri personnaggi per me troopo forti sono Ido,Aires e Ondine.(Apprezzo molto la sensualità di Aires). Sono alla ricerca di un altro libro fantasy e chiunque voglia conttattarmi mi troverà a Makrat all’accademia dei Cavalieri di drago!
Voto: 5 / 5

La Troisi dovrebbe essere orgogliosa di poter essere la migliore dietro quel genio di Paolini!

Darkdragon_18
Ho letto la saga cronake del mondo emerso è l’ho trovato il fantasy + stupefacente del mondo, mi sn rispekiata molto in Nihal la protagonista è qst mi ha fatto apprezzare ancor di + la saga, qsta saga mi ha fatto volare cn la fantasia, credo ke sia la miscelazione perfetta di avventura,guerra, amore e fantasy! voglio congratularmi cn licia troisi x aver scritto un capolavoro fantasy così bello!
Voto: 5 / 5

Pensa se scriveva un capolavoro fantasy brutto!

alice
non mi trovo assolutamente daccordo con chi sblatera a vandera che le descrizioni sono pessime e gne gne gne il problema miei cari critici de strapazzo non è il libro ma voi che non siete abbastanza sensibili o bravi nell’entrare in un libro io personalmente trovo che questo libro ti apra gli occhi su un sacco di cose e trovo interessante che la scrittrice abbia fatto passare la protagonista come una persona così diversa dagli altri eppure così uguale negli sbagli, insomma non è PERFETTA come la maggior parte dei protagonisti di libri fantasy,no, e una persona che sbaglia che a molto da imparare e che soffrea a mio parere la scrittrice ci ha fatto vedere un modo di pensare diverso e voi l’avete subito scartata sputandoci sopra!!! mi volevo infine congratulare vivamente con Licia Troisi per aver scritto un libro nuovo
Voto: 5 / 5

Ma chi ha sputato sulla Troisi?! Mi voglio congratulare! E non sto sblaterando a vandera…

Enrico
Sinceramente non capisco perchè si debba criticare così un libro… Certo non si può paragonare una giovane scrittrice a Tolkien, ma se una casa come la Mondadori ha dato fiducia a Licia Troisi probabilmente sarà perchè in lei ha riscontrato del talento non credete? [...]
Voto: 5 / 5

No, non ci credo.

Zoe
è inutile… certe xsone non riescono proprio a capire nulla di libri. forse topolino è più alla vostra portata… questo libro, come gli altri, è un vero e proprio capolavoro…
Voto: 5 / 5

Capisco la frustrazione di Zoe. È proprio vero che certe persone non riescono a capire nulla di libri.

ZOFY
WOW, WOW, WOW… NN RIESCO A DIRE ALTRO.. è TROPPISSIMO EMOZIONANTE… TI PRENDE E TI PORTA VIA, NN TI LASCIA SFUGGIRE NEANKE X UN SECONDO NN TI DISTRAI… NN CI RIESCI….NN PUOI… NN PUOI SMETTERE…XKE NN CI RIESCI…HAI SEMPRE PAURA KE IL CAPITOLO FINISCA… E SE FINISCE VUOLE DIRE KE MANCA SEMPRE UN CAPITOLO IN MENO ALLA FINE DELL’LIBRO…E TU NN VUOI KE IL LIBRO FINISCA XKE TU NE FAI PARTE… CI SEI DENTRO, IN MEZZO A QUEL TURBINE DI BATTAGLIE, SENTIMENTI, EMOZIONI, TU MENTRE LO LEGGI SEI IL LIBRO, LA STORIA, NIHAL, SENNARA, IDO E TUTTI QUELLI KE NE FANNO PARTE… BELLO, PUNTO E BASTA. 1 ABBRACCIO DI IN BOCCA AL LUPO A LICIA… -SOFY-
Voto: 5 / 5

Poteva mancare la fan scatenata che s’è venduta il tasto shift pur di comprarsi il romanzo?

Maria
Dopo Marion Zimmer Bradley credo che la Troisi sia l’espressione più interessante e importante nel mondo del Fantasy, la prima in quello italiano! Ho letto la trilogia in 4 giorni trovandola stupenda!
Voto: 5 / 5

Mamma mia com’è messo male il fantasy!

Marco76
Devo ammettere….sono un teledipendente… Ho comprato il libro x curiosita,l’ho finito in una giornata…STREPITOSO!!! Oggi ho comperato “LA MISSIONE DI SENNAR”. Scrivi veramente bene,sei riuscita a strapparmi anche le lacrime. Continua cosi!!!
Voto: 5 / 5

Sì, la Troisi fa piangere. Concordo.

Debby
Non riesco a capire come si possa dare un voto così basso ad un libro Eccezionale.Non può assolutamente essere definito scadente perchè presenta numerose qualità. è scritto in maniera scorrevole ed esemplare, la vicenda è davvero particolare e piena di messaggi nascosti(che solo i veri lettori riescono a cogliere).Ho letto l’intera trilogia e devo dire che ritrovo fiducia nella letteratura italiana.Grandissimi complimenti a questa autrice che, a differenza di altri, io trovo piuttosto matura e dotata.Inoltre deve essere lodata la sua capacità di descrivere gli stati d’animo:non mi ero mai così immedesimata in un personaggio.Credo che un bel 5 sia più che meritato.
Voto: 5 / 5

Lo sapevo! I messaggi nascosti! Se leggi Nihal al contrario evochi Belzebù! Spero il Papa faccia qualcosa!

elena
bellissimo questo libro, l’ho letto tutto d’un fiato…ero curiosissima di sapere cosa accadeva a nihal e a sennar, soprattutto se finalmente si baciassero…non faccio anteprime sulla loro storia… direi che è un libro di tutto rispetto, mi ha fatto “sognare” come pochi libri che ho letto lo consiglio vivamente a chi piace il fantasy
Voto: 5 / 5

Anch’io! Uguale! Lo leggevo e tra me e me mi arrovellavo: ma si baceranno Nihal e Sennar? Sì? No? Forse? Domani? Lo saprò mai???

giovanna
è sicuramente l’esempio migliore di letteratura di genere degli ultimi tempi…la protagonista rivendica e porta dentro di sè anni di lotte femministe che in questo libro finalmente approdano anche alla rappresentazione fantastica. la leggerezza e insieme forza di Nihal ridanno vigore all’immaginario femminile che solo una Scrittrice poteva tradurre in immagini…da quasi ninfa, si trova a trasformarsi in virago per poter tener testa al tiranno riproponendo il modello di cyber-donna dei movimenti scum in un fantasy che finalmente si tinge di rosa. il fantasy è sempre stato un genere di nicchia, ma qui si fa veicolo di tematiche socio-linguistiche che ne elevano il povero e scontato contenuto. spero che anche i colleghi lettori riescano a cogliere anche questi aspetti che danno nuova luce al lavoro di Licia troisi.
Voto: 5 / 5

Questo è il genere di giudizio che suscita in me un disprezzo assoluto, vicino all’odio. Gli altri giudizi sono ingenui, è chiaro che chi li ha scritti non hai mai letto (fantasy) in vita sua. Ma non lo nasconde. Qui invece c’è qualcuno altrettanto a digiuno di narrativa fantastica come dimostra quel “un fantasy che finalmente si tinge di rosa” (ce ne sono a valanghe di fantasy femminili/femministi), ma che non lo ammette, sperando di costruire con la retorica un giudizio coerente. Missione fallita. Non ci sono tematiche socio-linguistiche in Nihal, c’è lo schifo di un romanzo orribile. Fine.

Jac meteius
Non ho il compiuter. sono a scuola, durante uno sciopero vado su internet e trovo questo libro. Non lo ho ancora letto ma ho letto le recensioni. Tutti abbiamo i nostri punti di vista e i nostri gusti e opinioni. Ma noi siamo italiani e non dobbiamo esserer nel ombra di scrittori stranieri che per quanto possono essere anche magnifici come Trrry e David ma la nostra letteratura è il meglio in assoluto. Il fantasy è un settore che sarà presto nostro. Alla scrittrice, di cui non ho ancora letto il libro voglio dire: non ti abbattere, hai scritto un romanzo è già un inizio. Devi perseverare, non mollare. Solo chi ha sritto un libro ne può giudicare altri.
Voto: 5 / 5

Solo chi ha scritto un libro ne può giudicare altri, e inoltre chi è senza computer a scuola durante uno sciopero.

SuperKikka
è normale che il Fantasy sia ripetitivo, i personaggi sono più o meno i soliti, Maghi, folletti, mezzielfi, streghe…il Fantasy è questo ragazzi! Una sola cosa: per apprezzare veramente questo libro bisogna essere costretti dai genitori a leggere tutti i classici… (nessuno è stato costretto a leggere “Piccole Donne” quando vicino a voi c’è qualcuno che loda in un modo infinito la bellezza del Fantasy?!)
Voto: 5 / 5

Non ho capito se per apprezzare la Troisi occorra aver letto i classici perché danno le basi della buona letteratura, o bisogna averli letti per capire cosa s’intende per noia, in confronto alla scrittura frizzante della nostra autrice preferita? Non lo so, ma SuperKikka ha ragione!

 

Uno dei covi dei fan della Troisi è il forum ufficiale, raggiungibile a questo indirizzo. Ci sarebbe molto da pescare, lo farò in una prossima occasione. Segnalo solo il titolo di una discussione inaugurata da Sennar James Potter93 nel canale Questioni serie: “Gli animali.Esseri viventi proprio come noi….” deliziosamente ironico!

Coniglietto triste
La Troisi e i suoi fan sono riusciti a far piangere un Coniglietto! Cattivi! Per fortuna non si tratta di Grumo


Approfondimenti:

bandiera IT Il mio articolo precedente sull’argomento
bandiera IT E il vecchio articolo di confronto fra Ash, Nihal & Chariza.
bandiera IT La mia recensione de La Missione di Sennar
bandiera IT La mia recensione de Il Talismano del Potere

bandiera IT Nihal della Terra del Vento su iBS.it
bandiera IT Nihal della Terra del Vento su iBS.it (edizione economica)
bandiera IT Il sito ufficiale di Licia Troisi
bandiera IT Con relativo blog: si parla di tutto tranne che di letteratura
bandiera IT Lands & Dragons: il forum ufficiale di Licia Troisi

 

Giudizio:

Scrittura semplice. +1 -1 Argomenti semplicistici.
-1 Stile ridondante.
-1 Riferimenti culturali impossibili per il Mondo Emerso.
-1 Punto di vista spesso schizofrenico.
-1 Non è un fantasy, per ammissione dell’autrice.
-1 Nihal è una lagna capricciosa.
-1 Gli altri personaggi non sono meno fastidiosi.
-1 Draghi pony o torri alte 600 metri.
-1 Situazioni inverosimili.
-1 Situazioni impossibili.
-1 Situazioni banali.
-1 Situazioni idiote.
-1 Ignoranza abissale di ogni argomento (bellico).
-1 Spregio continuo del Buon Senso.
-1 Il Mondo Emerso è abitato da mongoloidi incapaci.
-1 L’autrice è un pessimo esempio per tecnica e metodo.
-1 L’autrice ha scritto altri cinque romanzi!
-1 Troppa fortuna per i miei gusti.
-1 In fondo sono una persona comprensiva, mi fermo qui.

Diciotto Gamberi Marci: clicca per maggiori informazioni sui voti13

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898 Commenti a “Recensioni :: Romanzo :: Nihal della Terra del Vento”

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  1. 698 Clio

    Per gli eserciti:
    un esercito “medievale” è un conto: non erano eserciti nazionali. Ogni signore o piccolo signore addestrava i suoi personali uomini, quando c’era una guerra ognuno partecipava coi propri colori e le proprie armi. Non c’erano accademie di stato (anche perché, secondo l’epoca, non c’era nemmeno un vero e proprio “stato”), quindi il colore non indicava il tuo grado o la tua funzione, ma solo di chi eri.
    Con gli eserciti nazionali, le divise sono rimaste vistose (mi sembra che le prima divise clor can-che-fugge siano state usate nelle guerre d’indipendenza itaiane, ma potrei prendere una colossale cantonata), ma, come ha già osservato lisse: TUTTI erano sgargianti.

    A chiosa: questa è solo una scena, è un esempio preso random. Il problema è che la Torisi scrive di guerra. La guerra è essenziale: senza la guerra, nessuno dei personaggi avrebbe ragione d’essere. Ora, la Troisi sta alla guerra come io sto alla Fisica Nucleare. Personalmente posso sopportare la poca originalità (anche se male) se il libro è scritto bene. Morte di mezza estate di Mishima, come storia, non mi è piaciuto, ma perdindirindina, è scritto da Dio!
    La Trosi aggiunge a una trama banalotta dei personaggi stereotipati e, soprattutto, una valanga mostruosa di errori e stupidaggini.

  2. 697 Clio

    A Ualterios
    Io ho letto solo La setta degli assassini. Mi ha disgustata. D’autant plus que l’idea di una bambina che ammazza senza volere un compagno di giochi non era da buttare. Solo due libri mi hanno fatto rimpiangere maggiormente i soldi: Magdebrg-L’eretico e Il maestro del tè, ma solo perché questi de avevano velleità di romanzo storico *ingoia una pasticca di valium all’idea*, mentre la Troisi almeno questo difetto non lo aveva.
    Solo dopo sono approdata qui.

  3. 696 lisse

    E’ vero che nel passato gli eserciti avevano divise sgargianti, ma tutti gli appartenti a quell’esercito vestivano quei determinati colori. Non è che la maggior parte avevano tute mimetiche e una decina di sfigati i corpetti arancioni…
    Sulla domanda di Ualterious: ho letto solo la setta degli assassini e le due guerriere; mi hanno lasciato con un senso di insoddisfazione che non sapevo definire, tanto è vero che ho non proseguito nella lettura delle opere della Troisi, ben prima di approdare su questo sito. Quando ho letto le recensioni, ho finalmente potuto dare un nome alla mia insoddisfazione e capire anche dal punto di vista tecnico cosa non andava e cosa non me lo faceva classificare come un romanzo che merita di essere letto.

    Infine, una considerazione personale: leggendo La setta degli Assassini, avevo avuto l’impressione che il mondo emerso avesse una solida storia alle spalle, che fosse stato ben costruito nella trilogia precedente. E questo mi sembrava un punto di forza del libro.
    A quanto pare mi sbagliavo.

  4. 695 Angra

    @Ualterious: d’accordo, non c’è bisogno di scendere nei dettagli. Se fai caso, infatti, alla fine l’ignoranza abissale di ogni argomento (bellico) ha pesato per un solo gambero marcio su diciannove nella recensione.

  5. 694 Ualterius

    Sui giubbotti a colori sgargianti delle reclute vorrei fare solo un paio di precisazioni.
    Nel medioevo europeo (dove il modo di fare le guerre, è bene precisarlo, non era esattamente quello descritto dalla troisi), a partire dal XII secolo invalse l’uso di utilizzare sopra alla broigne (o alla cotta di maglia, per i più facoltosi) sorcotti COLORATI per permettere il riconoscimento dei guerrieri, o l’apparteneza di questi ad una fazione. Simili sorcotti (bianchi, ma con una croce – croix pattée – rossa su fondo bianco), erano utilizzati ad esempio anche dai Templari – che costituivano indubbiamente la “forza d’urto”, e certamente una milizia d’Elite dei c.d. Stati Crociati della Terra Santa – i quali li ostentavano anche nel mezzo della battaglia.
    Sull’utilizzo dei Cadetti come carne da macello, vale poi la pena di spendere un ulteriore precisazione. Nell’esercito legionario romano del principato, con la formazione a manipoli, la prima fila, incaricata di sostenere l’urto brutale del fronte, era composta proprio dalle reclute (hastatii), sostenuti nella seconda e terza linea dai principes e dai triarii.
    Con riguardo agli assedii, vale poi la pena di ricordare che la presa di S. Giovanni D’acri (Akko), nel 1291, fu un bagno di sangue a conclusione di un durissimo assedio, così come molte altre.
    E la storia, inoltre, è piena di esempi di battaglie-sfacelo dovute ad errori, incompetenza (o ache semplice idiozia) dei comandanti.
    Tanto premesso, è indubbio che la Troisi come scrittrice faccia piangere, ma suggerirei di smetterla di accanirsi ad oltranza. Di fronte alla piattezza della trama, al monocromatismo dei personaggi ed alla scrittura diciamo “non proprio eccelsa”, i sorcotti colorati dei Cadetti sono dettagli.

    P.S. propongo un sondaggio: quanti si erano accorti che la Troisi faceva schifo (nel senso soggettivo del termine, si intende) prima di capitare su queste pagine?

    P.P.S. la broigne la trovate leggendo Marc Bloch (per i più pigri ed i fracofoni, c’è invece la pagina su wikipedia francese)

  6. 693 ???

    @ Angra

    Oddio, l’idea di uno o pochi che sconfiggono lo schieramento nemico non è da buttar via in un fantasy.
    Solo, si dovrebbe applicare in maniera diversa: non si devono usare cavalieri addestrati, ma ad es. un demone invocato in battaglia/ una chimera creata da una delle fazioni in lotta/ un’automa-bomba etc etc.

    Bisogna spingere sull’elemento fantastico per rendere credibile una vittoria di questo tipo.

    Con delle semplici reclute, ovvio, non funziona.

  7. 692 Angra

    Il problema non è sui giubbetti colorati si o no, ma il fatto che vengano allevati pochi guerrieri superaddestrati per poi far loro combattere battaglie campali. E’ l’idea della battaglia che si risolve in pochi scontri individuali di superguerrieri che faranno fuori ciascuno da solo centinaia di nemici ad essere ingenua e non andare al di là di Xena principessa guerriera. Nello sbarco in Normandia non te ne fai un tubo di una dozzina di Rambi, è più importante dare a tutti stringhe che non si slacciano mentre stai correndo. Quel molte battaglie le vinse, molte le perse dà proprio l’idea della concezione della guerra come torneo estivo di pallavolo.

  8. 691 Ste

    Devo però spezzare una lancia in favore della troisi.. Presto un defibrillatore!! Gamberetta è in arresto cardiaco… Libera!!
    Scherzi a parte. E’ stato criticato, anche dal suo fan, l’uso di divise sgargianti… bhè non è un “errore”. Fino al 1800 le divise dei soldati erano più che sgargianti, per fare un esempio durant ele guerre napoleoniche gli austriaci avevano divise bianche, alcuni reparti prussiani pastrani verde con fodere rosse, gli inglesi un magnifico rosso brillante, i francesi blue bianco… non sono certo esempi di mimetismi, e la motivazione era semplice: individuare le proprie truppe nel marasma generale della battaglia e poter capire come stavano andando le cose.
    Un altro uso di colori sgargianti era psicologico (anche se a volte non voluto) Quando Manfred Von Richtofen dipinse il proprio aereo di rosso lo fece per rabbia: se proprio gli anglo/francesi lo cercavano così lo avrebbero visto subito. Poi col passare del tempo credo che i piloti francesi che vedevano apparire un biplano rosso non pensassero “ma gurada sto qua che dipinge di rosso il suo aereo” ma qualcosa del tipo “merd! Speriamo di portare a casa la pelle!”.

  9. 690 Ste

    @ Alessandro

    Ciao.
    fa piacere che negli ultimi post hai usato un tono veramente diplomatico, perche quello che hai usato nel primo

    [“Per concludere oso tranquillamente paragonare questa marea di cazzate che hai appena scritto ai tanti commenti acidi ed inutili che si fanno di continuo alle persone che odiamo solo perchè ci rendiam conto essere migliori di noi ”

    Non mi sembra molto doplomatico ma solo il tono di uno che si è sentito punto nel vivo

    Quanto all’altro pezzo:
    ” non servono fortuna o “gavetta” ma un mare di PASSIONE e soprattutto i COGLIONI per farsi valere e conoscere, e credo proprio che sia questa la qualità che ha permesso a Licia di avere successo.

    Sei mai andato a pesca? Puoia vere tutta la passione del mondo, esserti arrampicato su uno sperone di roccia per avere il posto migliore, ma se non hai emsso l’esca i pesci non li prendi.

    In un libro se scrivi (se sbaglio posta il contrario) cose inverosimili bhè è come aver messo l’esca sbagliata.
    Non si pretende che si scriva un manuale di tattica militare, se lo voglio non leggo ORCHi, leggo “La volpe del deserto” o l’arte della guerra di Sun Tzu; ma se in un romanzo inserisco una o più battaglie, o assedi li devo rendere credibili ed evitare che un eventuale lettore ad un certo punto leggendo escalmi “ma sono idioti?”.
    Del tipo se c’è una carica di cavalleria che mi sta venendo contro l’aspetto con i lanceri in postazione e le picche ben piantate nel terreno, non tengo gli arcieri (è un esempio inventato) in prima fila a tirare frecce come scemi mentre i cavalli arrivano.

    Un conto è creare un mondo avventuroso, un altro scrivere scende “realistiche”

  10. 689 Alessandro Albani

    D’accordo, almeno queste risposte sono state diplomatiche. Andrò a cercare passaggi dei libri fatti bene (a mio parere) che possano convincervi.
    Anzi, prima vado a rileggermi le parti di scontri e battaglie del mio libro, magari trovo qualche cazzata anche nelle mie.
    Comunque, visto che dite che siam liberi di sparare a zero sugli scrittori allora non mi trattengo oltre: Paolini è un incapace!!!

  11. 688 Maudh

    @Alessandro Albani

    Ti sfido a trovare un passaggio della recensione che non sia motivato.
    Dare dell’ignorante a gamberetta poi sfiora il ridicolo: chiaro, forse in neurochirurgia non è un luminare, ma sul fantasy, ossia il genere che scrive la Troisi, è informatissima.
    Se vogliamo fare un paragone in quanto a cultura sul fantasy, la Troisi ha scritto le cronache che aveva letto solo il SdA, solo sull’indice delle recensioni si leggono quasi quaranta nomi di libri, racconti, saggi.

    Secondo me il problema principale dei suo libri è che la Troisi scrive di guerra, perchè tutti i suoi libri trattano di una guerra, eppure di guerra non ne sa una benemerita mazza! Io, con un’istruzione da terza media, trovo decine di incongruenze militari nei soli primi tre libri! (di cui una grossa parte è indicata nelle recensioni) Poi se non ce ne frega niente della coerenza, allora possono anche essere dei capolavori! (fermorestando che lo stile ha le sue pecche, i personaggi sono ammorbanti, la trama insulsa)

    P.S. Io non ce l’ho assolutamente con la Troisi, se non sul piano strettamente professionale: è una pessima scrittrice. Punto.
    Detto questo, a me sta simpaticissima: un’astrofisica scrittrice di fantasy malata di Lost, quale persona può essere migliore?!

  12. 687 Merphit Kydillis

    @ Alessandro Albani

    Ti dò ragione sul fatto che l’esempio che ti ho fatto non basta a scardinare la Troisi… ma è appunto un esempio sul suo stile narrativo. Non è brava a raccontare scene di battaglia? Allora si astenga a farlo!

    Quando ti riferisci a Orchi parli della prima trilogia di Stan Nichols l’ho già letta: l’ho trovato carino, anche se un pò piatto.

    Non è detto che uno fa una recensione “sincera” solo perché è invidioso. Prendi ad esempio l’Apartheid: di fatto gli africani, originari del posto, si ritrovarono a dover vivere nelle stesse condizioni degli ebrei dopo il Reichsparteitag (la promulgazioni delle leggi naziste di Norimberga). Se uno denuncia una legge ingiusta e razzista, non vedo perché un’altra persona possa dire la propria su un romanzo che non gli è piaciuto.

    A parer mio, la recensione di Gamberetta è fondata sull’analisi del testo ed elementi logici. A parer mio. Forse tu non lo vedi in questa maniera dato che la Troisi è stata criticata dopo la valanga di lodi e consensi ottenuti da editori, testate giornalistiche e fan twlightomani.

    Tornando a quando ho scritto sopra, devo dare ragione a Gamberetta. Ho cominciato a leggere la Troisi all’età di 13 anni, e mi sembrava di avere tra le mani dei bei romanzi. Poi, crescendo, li ho riletti e ho notato elementi a dir poco scandalosi, tali da far rivoltare nella tomba Arnoldo Mondadori: perché degli editor pubblicano certe cose, al giorno d’oggi, non lo so…

    E sì, si può venir pubblicati lavorando sodo e farsi due palle così. Ma anche essere raccomandati, nonostante l’assoluta inesperienza narrativa, è un buon metodo per andare alla ribalta. Con questo non intendo insinuare alcunché, ma la maggior parte delle persone fa così nella vita.

  13. 686 Angra

    @Alessandro Albani:

    magari potresti sostenere la tua opinione con un esempio: posta un paio di pagine di un romanzo della Troisi ben scritte (anche più di due, se vuoi), dove salti agli occhi la maestria nel creare mondi fantasy avvincenti.

  14. 685 gugand

    Troisi scrive scorrevole, ma la coerenza e la verosomiglianza delle sue storie e’ sottozero. Soprattutto dimostra di scrivere senza documentarsi. Senza contare che si parla di fantasy e il suo mondo e’ tutt’altro che fantasioso.

  15. 684 Alessandro Albani

    D’accordo forse non ha senso mandare in battaglia dei novellini con bersagli a cerchi concentrici sul petto, ad ogni modo non credo che basti una cosa del genere per giudicare così un libro e soprattutto una scrittrice.
    Se vuoi un ottimo libro fantasy con tattiche militari rifinite nel dettaglio leggi “ORCHI” che è ottimo, soprattutto da quel punto di vista.
    Tuttavia continuo a credere che Licia sappia indubbiamente scrivere, se poi la guerra non è il suo mestiere lo lascio decidere ad altri, quel che sa fare di sicuro è creare mondi fantasy avvincenti.
    Questa ad ogni modo rimane una mia opinione, che esprimo con grande diplomazia, trovo scorretto e triste quando si stila un articolo come quello qua sopra, pieno di sparate acide e assurde volte a smontare pezzo per pezzo il lavoro di altre persone.
    E non venitemi a dire che non è stato per invidia, perché sia invidia per le abilità di Licia o piuttosto per il successo ottenuto, invidia rimane. Ed è una cosa triste e poco costruttiva, tentate piuttosto a chiedervi come abbia fatto ad ottenere questo successo, se sia stata veramente fortuna o come sostenete addirittura raccomandata…O se forse, più probabilmente, c’è qualcosa nel suo modo di scrivere che funziona, che magari noi non abbiamo ancora imparato. Non piace un passaggio del libro? Forse il modo in cui scrive certe cose? Bene, appuntiamocelo su un foglietto e andiamo invece a cercare quello che funziona, quello che è scritto bene, solo li troverete il motivo del successo di Licia e quello di buono che vi possono trasmettere i suoi libri. (Ovviamente dico questo per gli aspiranti scrittori che hanno postato commenti su questo blog e soprattutto per la piccola crostacea, che forse ha bisogno di una sana dose di umiltà).

  16. 683 Merphit Kydillis

    @ Alessandro Albani:

    A ciascuno di loro sarebbe stato dato un corpetto a colori sgargianti, che permettesse di identificarli come allievi dell’Accademia. In quel modo per il supervisore sarebbe stato più facile controllare il comportamento dei ragazzi in battaglia.

    Quando ho letto questo passo stavo per bestemmiare Ken Follett.
    Alessandro, parliamoci chiaro: Licia può essere senza dubbio una brava persona e forse una brava scrittice. Evidenzio il forse perché il passo che ho riportato dimostra quanto la Troisi, nonostante gli sforzi, è poco pratica di tattiche militari in periodi militari. Certo, non posso chiedere tanto ad un’astrofisica…

    Immaginati di essere il comandante: ordineresti a delle reclute, dei novellini, di prendere un castello? Certo che no! Elaboreresti un piano per prendere con l’inganno tale fortezza (facendo travestire un soldato con abbigliamento nemico, fargli entrare nella fortezza e aprire il portone) o semplicemente prenderli per fame? Ma ovviamente!
    Metteresti le reclute in prima fila? Almeno che non intendi mandare carne al macello… Soprattutto gli faresti indossare ai tuoi soldati dei colori scargianti per riconoscerli nella mischia? O sei miope, oppure il posto di comandante te lo sei comprato, fregandotene delle lezioni che hai saltato. E una tattica no? Magari attaccando al tramonto (o all’alba) durante l’alternanza tra il giorno e la notte (o viceversa), e mandando prima i soldati più esperti, e poi le reclute come supporto. Non dimentichiamoci, ovviamente, dei draghi…

    Questa è quello che definisco una cretinata immensa. Se fossi stato il generale Raven, come minimo avrei fatto impiccare quell’imbecille sconsiderato.

  17. 682 Alessandro Albani

    La speranza è l’ultima a morire, la passione non manca e le capacità (lo dico anche se odio peccar di superbia) ci sono…

    Ad ogni modo ognuno è libero di esprimere la sua opinione, ma senza insultare nessuno e senza uscirsene con accuse assurde come quelle scritte in questo blog…

  18. 681 Magdalena

    Ma non finiranno mai questi qui? ._.
    Guardacaso tutti aspiranti scrittori. Mh. Da da pensare.

  19. 680 Alessandro Albani

    Sono semplicemente disgustato dall’ignoranza con la quale è stato stilato questo articolo.
    Non hai alcun diritto di insultare Licia Troisi, che scrive meravigliosamente, in un modo semplice e giovanile, riuscendo a rendere alla perfezione i personaggi che mette in scena nei suoi romanzi.
    Per me lei è un esempio da seguire, dato che vorrei intraprendere anche io la carriera di scrittore fantasy (ho già scritto il primo libro e lo sto migliorando, rifinendolo, da quasi un anno).
    Poi vorrei puntualizzare che per avere successo, nella scrittura, come nella vita in generale, non servono fortuna o “gavetta” ma un mare di PASSIONE e soprattutto i COGLIONI per farsi valere e conoscere, e credo proprio che sia questa la qualità che ha permesso a Licia di avere successo.

    Per concludere oso tranquillamente paragonare questa marea di cazzate che hai appena scritto ai tanti commenti acidi ed inutili che si fanno di continuo alle persone che odiamo solo perchè ci rendiam conto essere migliori di noi.

    Passo e chiudo…

  20. 679 francy

    @lilyj

    sarà che la teoria dietro esiste, è coerente ed è anche tenuta in considerazione?

    Fai conto che è in FMA quella teoria è alla base del principio dello scambio equivalente, che è il motivo per cui Ed e Al perdono braccio, gamba e corpo e che poi da il via a tutta la trama… quindi direi che sì, è tenuta in considerazione ^_^

  21. 678 lilyj

    Direi che FMA rende meglio della Troisi anche senza le vignette… sarà che la teoria dietro esiste, è coerente ed è anche tenuta in considerazione? (lo so che l’alchimia è il terzo protagonista della storia, ma non volevo pesare troppo su licia)

  22. 677 francy

    Grazie per aver risposto Gamberetta!^_^
    Comunque, vorrei staccarmi un attimo dalla questione linguaggio per tornare alla faccenda FMA. Forse potrei sfociare nell’off topic, e se succederà mi scuso in anticipo, ma rileggendo la “discussione” avuta con Kagura mi è venuto in mente che forse sarebbe meglio postare (si dice così?) il pezzo della Troisi con quello di FMA, così almeno anche chi non ha letto il manga può farsi un’ idea. Quindi ecco il tutto è uno e uno versione Troisi:

    Fu allora che Nihal sentì forte sotto di sè la sensazione della roccia, e poi della terra. Ne sentiva il pulsare ritmico, come di arterie invisibili che la irrorassero al ritmo dei battiti di un cuore che palpitava ad ogni ramo. La natura parlava con parole arcane che Nihal non capiva, eppure ne comprendeva il significato nascosto. Dicevano che tutto è uno e uno è tutto. Che ogni cosa inizia e finisce nella bellezza della natura. Che tutti gli esseri del mondo sono parte del grande corpo del creato.

    segue tutta una parte sui viaggi extracorporali di Nihal, ma alla fine l’unica spiegazione vera e propria rimane questa. In FMA, invece la faccenda è un po’ più lunghetta, ma merita tutta, secondo me.

    -Ricordi quando abbiamo parlato di cosa sarebbe successo se fossimo morti qui?
    -Sì, e io ti ho detto che tutti sarebbero stati tristi.
    -Certo, ma quello è un modo di pensare un po’ troppo soggettivo. Visto invece da una prospettiva universale, se anche noi morissimo il mondo continuerebbe a girare come se niente fosse. Noi siamo solo una piccola e insignificante parte di questo pianeta, non credi?
    -Non dire “piccolo”! sbam
    -ahio! Comunque… se morissimo, quello che resterebbe di noi sarebbero solo i nostri corpi fisici. Acqua, carbonio, ammoniaca, calce, fosforo, sale, salnitro, zolfo, magnesio, fluoro, ferro, silicio, manganese e alluminio, giusto?
    -Sì. i nostri corpi non sono altro che un composto di questi e altri elementi. Al termine della vita terrena, dopo la decomposizione, diventiamo nutrimento per le piante. E le piante diventano nutrimento per gli erbivori che a loro volta diventano nutrimento per i carnivori. Questo ciclo va avanti ininterrottamente, anche se noi non ci facciamo caso. Un flusso così vasto che non riusciamo a vederlo con i nostri occhi… Non so se chiamarlo mondo o universo, ma sia io che tu non siamo altro che una minuscola parte di quel flusso. Un piccolo pezzettino di tutto l’insieme. Ma il tutto esiste perchè è formato da tanti piccoli pezzettini. Questo mondo continua ad andare avanti seguendo leggi che riusciamo a malapena a immaginare… comprendere quel flusso, scomporlo e ricomporlo… questa è l’alchimia.

    ecco fatto, così i commentatori a venire potranno giudicare da loro la resa del tutto è uno ecc della Troisi e quella dell’Arakawa (tenete conto che la seconda perde molto senza le vignette)

  23. 676 Gamberetta

    @???.

    E un’articolo sulla questione lessico da usare e/o evitare? Penso interesserebbe a molti.

    Non so se ci sia abbastanza materiale per scriverci un articolo.
    Inoltre è alla fin fine una questione di buon senso. Come quando si dice che bisogna scrivere in maniera semplice e chiara. Non c’è un modo per definire in maniera univoca una parola come “semplice”: uno può sostenere che “imperciocché” o “farfanicchio” sono termini chiarissimi e di uso comune, come si fa a dimostrare oggettivamente che non è così?
    Nondimeno, se riempi il testo di “imperciocché” e “farfanicchi”, farà schifo.
    Se si scava nell’etimologia delle parole italiane, prima o poi si arriva a riferimenti storici o culturali che in teoria non possono esistere in Elfolandia. Il criterio dunque è quello di scegliere parole che siano trasparenti nell’ambito del romanzo.
    Nell’Elfolandia pseudomedievale occidentale, “katana” difficilmente è trasparente, se però è un’Elfolandia di ispirazione orientale, può essere un termine che non crea disagio.
    “Sadico” probabilmente funziona in ogni tipo di Elfolandia, mentre “stacanovista” no, nonostante entrambi i termini abbiano origini simili (“sadico” da De Sade, “stacanovista” da Stakanov).
    “Abete americano” o “chiave inglese” sono brutti in qualunque tipo di Elfolandia. Se si adotta il punto di vista del Narratore onnisciente non sono tecnicamente “errori”, ma rimangono scelte tristi, come l’imperciocché.

    L’altro criterio da tenere a mente è che il punto di vista è l’aspetto più importante da considerare se si vuole essere verosimili: il comandante della portaerei non pensa né dice: “adesso faccio girare la barca a destra”.
    Perciò se si sceglie il suo di punto di vista bisogna usare la corretta terminologia, anche se potrebbe essere incomprensibile per il lettore. Ma se il lettore non capisce è finito lo scopo, dunque occorre un minimo di furbizia, del tipo:
    – Non scegliere il punto di vista del comandante, ma scegliere quello della turista salita sulla portaerei solo per accompagnare il fidanzato: lei può pensare senza problemi che la barca gira a destra.
    Mostrare che la barca gira a destra, indipendentemente da quello che pensa o dice il comandante.
    – In altra maniera riuscire a illustrare prima i termini eventualmente ostici.

  24. 675 Emile

    Mauro: e io non ho mai detto che hai detto certe cose.
    Mi son limitato a spiegare come COMUNQUE certi termini sarebbe meglio evitarli, anche se da un certo punto di vista (quello da te spiegato in precedenza) andrebbero benissimo.

  25. 674 Mauro

    Emile

    il tuo ragionamento non è sbagliato, ma sbagliato è comunque usare certi termini in contesti fantasy classici

    Io non ho mai detto che, in forza del mio ragionamento, allora va bene usare tanto “casa” quanto “hamburger”; anzi, ho esplicitamente detto cose come «con tutte le note fatte sul fatto che è ovvio usare l’Italiano, meno ovvio usare “hamburger”».
    Questo risponde anche alla domanda “veloce come un fulmine/missile”: no, non è la stessa cosa. A livello di processo sí, concettualmente (nel senso dei discorso fatto sulle traduzioni) sí, ma sono due cose diverse.
    Quello che dicevo è che per me non è sbagliato in assoluto usare simili termini, si deve valutare caso per caso; e che se una parola sia o no distruttiva dipende dal singolo. Come fatto notare, c’è chi trova che quelle parole non solo non guastino l’incanto, ma anzi lo aiutino.

    è vero che dal punto di vista del significato non è sbagliato scrivere “Mordor distava dalla Contea quanto l’Italia dalla Russia”, ma con un’uscita simile rimane da galera, ti butta fuori dall’atmosfera della storia a calci nel culo

    C’è da dire che questo esempio è diverso dal mio: “abete americano” indica un albero che può esistere benissimo nel mondo fantasy; “Italia” e “Russia” indicano delle nazioni che difficilmente esisteranno in tale mondo (e, se esistessero, allora il problema non si porrebbe).

    Comunque, per evitare casini dovuti alla lunghezza della discussione, forse è meglio che faccia un breve riassunto di come la penso (sottolineando che è un riassunto; le argomentazioni sono nei messaggi passati):

    - credo che l’atto di usare l’Italiano per i dialoghi e l’atto di usare parole nostrane per rendere oggetti (hamburger, katana, ecc.) siano lo stesso processo: l’Italiano viene usato come “traduzione simultanea” di quello che veramente si dicono (o vedono, ecc.) i personaggi;
    - credo che usare l’Italiano in sé sia ovvio, mentre per usare parole particolari (vedi sopra) ci voglia piú attenzione; usarle però non è necessariamente un errore;
    - credo che le parole “sensibili”, con forti riferimenti, varino da persona a persona: c’è chi sarà infastidito da una parola e chi nemmeno ne noterà i riferimenti. C’è chi sarà infastidito da parole moderne, e chi invece grazie a esse si troverà piú addentro al mondo fantastico;
    - credo che il forte riferimento non sia necessariamente ovvio: “katana” non contiene indicazioni su città del nostro mondo, eppure può dare riferimenti molto piú forti di “hamburger”;
    - nel discorso, può entrare anche la quantità; per citare Emile: «UN singolo “treno” piazzato da Tolkien nel SdA non è niente di terribile, ma prova a pensare come sarebbe stata la sua opera se l’avessimo trovata infarcita di “proiettili” , “aerei” e via dicendo». “Può entrare” perché anche un singolo uso può essere tanto innocente quanto dannoso.

  26. 673 Emile

    Ahem, ovviamente volevo scrivere “è sempre bene EVITARE DI usare termini che ecc”: lo preciso perché era un errore che snaturava del tutto il senso del mio intervento.

  27. 672 Emile

    Mauro: il tuo ragionamento non è sbagliato, ma sbagliato è comunque usare certi termini in contesti fantasy classici.
    Faccio un esempio preliminare, le espressioni “veloce come un fulmine” e “veloce come un missile”: è la stessa cosa usare una delle due in un romanzo fantasy? Dal punto di vista che hai esposto tu sicuramente, ma la risposta è comunque no.
    Questo perché in un libro del genere l’immersione del lettore nello stesso è TUTTO: e se cominci ad usare termini che gli riportano chiaramente alla mente cose che con il contesto del libro non c’entrano nulla finisci per rompere l’incanto o perlomeno per guastarlo momentaneamente.
    E’ ovvio che UN singolo “treno” piazzato da Tolkien nel SdA non è niente di terribile, ma prova a pensare come sarebbe stata la sua opera se l’avessimo trovata infarcita di “proiettili” , “aerei” e via dicendo: è vero che dal punto di vista del significato non è sbagliato scrivere “Mordor distava dalla Contea quanto l’Italia dalla Russia”, ma con un’uscita simile rimane da galera, ti butta fuori dall’atmosfera della storia a calci nel culo.
    Poi in questo campo ci sono innumerevoli sfumature di grigio chiaramente (il mio ultimo esempio era molto sul nero), ma in generale è sempre bene cercare a tutti i costi di usare termini che possano riportare la mente del lettore al 2009, o comunque nel nostro mondo.

  28. 671 Mauro

    Faccio due premesse:

    - si è passati ad “America” per traslato, ma inizialmente io avevo parlato di “abete americano”; torno quindi a questo termine;
    - userò der per indicare “la parola che il personaggio userebbe nella sua lingua per significare la pianta che noi chiamiamo ‘abete americano’”. Mera questione di comodità, mi evita di ripetere ogni volta tutta la parte tra virgolette.

    Posto quanto sopra: io sono d’accordo che una traduzione debba mantenere il significato; il significato, non la letteralità, e per questo to rain cats and dogs si traduce “piovere a catinelle”, e non “piovere cani e gatti”.
    Il significato di “abete americano” indica la pianta, a prescindere dall’America: posso averla cresciuta in Finlandia e tenerla in Cile, sempre un abete americano sarà.
    Quindi, tradurre der con “abete americano” non cambia il significato: quella pianta indica il termine originale, quella pianta indica la traduzione.
    Tu dici, se è valido tanto per “abete americano” quanto per “America” (cui si riferiva il tuo discorso), che, se il personaggio dice “abete americano”, allora deve sapere cos’è l’America; il punto è che, se quello che leggiamo noi è una traduzione di quello che ha detto veramente, allora lui non ha detto “americano”. Il fatto che un termine ci sia nella traduzione non implica minimamente che ci sia anche in originale; per rendersene conto, basta guardare il mio esempio:
     
    Originale: “piovere a catinelle”. Traduzione: to rain cats and dogs. Nell’originale non c’è il minimo riferimento a cani e gatti, così come nella traduzione non c’è il benché minimo riferimento a catinelle.
     
    E si potrebbe andare avanti all’infinito:
     
    Originale: “Il resto è burocrazia”. Traduzione: The rest is red tape. In originale non c’è riferimento a nastri rossi.
    Originale: “pista falsa”. Traduzione: red herring. Nessun riferimento a un’aringa rossa.
    Originale: “morire (specialmente in un incidente o durante un’azione militare)”. Traduzione: to buy a farm. Nessun riferimento a comprare una fattoria.
     
    E avanti così.
    Tu dici: “Se dice America, intende America, perché la traduzione implica che il significato delle parole non muta”. Non concordo: in una traduzione il significato trasmesso dalla frase non dovrebbe mutare, la letteralità delle parole invece può benissimo farlo.
    Il fatto che un termine appaia nella traduzione non significa minimamente che apparisse anche nell’originale.
    Il fatto che la traduzione sia “abete americano” non significa minimamente che il personaggio abbia fatto riferimenti all’America.
    Se mantenessimo le singole parole, si dovrebbe tradurre “piove gatti e cani”.

  29. 670 francy

    Io sto dicendo semplicemente questo: se un riferimento è forte dipende dal singolo.

    Sono d’accordo ùù

  30. 669 Lo Zeno

    Nell’ultimo paragrafo intendo il Personaggio e non il Narratore.
    C’è una cosa che non riesco a rendere bene nel discorso che ho fatto, ed è che il Narratore Impersonale può (anzi deve) avere lo stesso bagaglio di conoscenze del lettore mentre il Personaggio no. Mah, devo imparare a esprimermi meglio.

  31. 668 Lo Zeno

    @Mauro:

    Personalmente non concordo, proprio per il discorso della traduzione: il personaggio non ha usato “america”, ha usato un’altra parola; che, nella traduzione per comprensibilità, è stata resa con “america”.
    Come tu stesso hai detto: “La lingua usata in un racconto è come una traduzione simultanea di ciò che i protagonisti dicono”. Quindi, il personaggio non ha detto “america”; piuttosto, “america” è la “traduzione simultanea di ciò che i protagonisti dicono”.

    Guarda che la parola “traduzione” è proprio il fulcro: tradurre significa rendere con una parola della mia lingua quello che tu dici nella tua, mantenendo inalterato il significato.
    Qual’è il significato di “America”? America è quel continente che sta ad ovest dell’Europa e dell’Africa, oltre l’oceano Atlantico, che gli europei scoprirono ai tempi dei Vikinghi e che fu colonizzato a seguito della (ri)scoperta che Cristoforo Colombo fece.
    Ora, perché la parola possa essere usata come “traduzione” di una parola usata dal Personaggio, occorre che il significato non sia cambiato. Ergo, o nel mondo del personaggio esiste un continente che sta ad ovest dell’Europa e dell’Africa, oltre l’oceano Atlantico, che gli europei scoprirono ai tempi dei Vikinghi e che fu colonizzato a seguito della (ri)scoperta che Cristoforo Colombo fece (e quindi, di logica conseguenza, abbiamo che esiste un’Europa, un’Africa, un oceano Atlantico, dei Vikinghi e un tizio marinaio di nome Cristoforo Colombo), oppure è un termine che non appartiene al personaggio.
    Proprio per la questione di TRADUZIONE, che implica che il significato deve rimanere il più possibile inalterato (non si richiede la perfezione, chi traduce per professione sa che un significato perfettamente inalterato è raro da trovare). Ma questo vale in entrambi i sensi.

    Quindi ripeto: se il PERSONAGGIO mi dice America, deve esistere per lui un’America con le stesse caratteristiche che il significato della parola America include. Così come se dice “hamburger” il personaggio mi intende un pezzo di carne macinata rotonda e non una costata. Così come se mi dice Revolver intende dirmi una pistola non automatica a sei (max sette) colpi con caricatore a tamburo, cane sospinto a molla e grilletto. Così come se dice Rosa non intende verde.
    Se dice America, intende America, perché la traduzione implica che il significato delle parole non muta, è questo quello che contestavo.

  32. 667 Mauro

    Zave

    hamburger invece non è di origine straniera, è proprio una parola straniera, tale e quale

    Ormai è una parola italiana, così come “Internet”; che abbiano forma straniera non cambia questo. Ma non è una novità: seppur in passato fosse più raro, l’avere parole non adattate risale al Latino (vedi “curriculum”, che a differenza di moltissime altre non ha subito subito modifiche in tal senso; in effetti c’è chi propone “curricolo” come forma italiana).
    Ma anche senza andare sul Latino (che è comunque una lingua diversa con una forma diversa), l’acquisizione di termini inalterati è normale: “bar, “sport”, “film”, “hotel”, ecc., hanno mantenuto forma straniera, sono “parole straniere, tali e quali” tanto quanto “hamburger”; “garage” ha anche una pronuncia più simile all’originale di quanto non abbia “hamburger”. Nessuna di quelle parole è italiana?

    posso capire che tu possa non esserti mai reso conto della correlazione tra hamburger e amburgo, ma adesso che lo sai, che tu mi venga a dire che per assassino è un riferimento molto più forte che per hamburger significa che vuoi prendermi in giro

    Oppure che per me ha un riferimento più forte; per te non è così, per altri può esserlo.
    Se vuoi motivazioni, tra le tante posso dire che, banalmente, so che “assassino” ha origine araba da anni; so che “hamburger” è legato ad Amburgo da meno di un giorno; mi pare che la mera tempistica motivi perché il riferimento di “assassino” possa risaltare più di quello di “hamburger”.
    A livello di lettura, ovviamente posso solo ipotizzare, ma credo che nessuno dei due mi darebbe particolarmente fastidio.
    Non posso farci nulla se è così, e non lo dico per prenderti in giro; se però vuoi partire da questo presupposto, allora non è che si possa arrivare a molto.

    Comunque, resta sospesa la domanda che, almeno per me, è il fulcro di tutto: cos’è un riferimento forte? Anche ammettendo che un autore debba evitare parole con tale caratteristica, lo stesso insieme di commenti a questo articolo mi pare dimostrare che una parola ha (o non ha) riferimenti forti in funzione del singolo (senza prendere il mio caso: katana sì, katana no; leggere quei termini ammazza il coinvolgimento, dà un effetto contrario all’estraneazione).
    Io sto dicendo semplicemente questo: se un riferimento è forte dipende dal singolo.

  33. 666 Zave

    @Mauro:

    assassino:
    deriva da ashashin che letteralmente significa “mangiatore d’erba”. è un appellativo con cui venivano chiamati i membri della setta dei nizariti per il sospetto che fossero drogati di ashish vista la serenità con cui si lasciavano ammazzare dopo aver compiuto il loro omicidio.

    hamburger:
    parola tedesca che significa “di amburgo”. è il nome che si è diffuso nel mondo per una particolare pietanza di carne (probabilmente comune in quella città).

    assassino è una parola italiana che ha solo l’etimologia araba e non ha nulla a che vedere con il significato della parola originaria, ovvero consumatore di hashish. il rapporto c’è, ma è debole visto che la parola pur essendo ispirata non si riferisce direttamente ai membri della setta dei nizariti, ma al concetto astratto di “uccidere per odio o per rapina, specialmente a tradimento”.

    hamburger invece non è di origine straniera, è proprio una parola straniera, tale e quale. nello specifico in tedesco “hamburger” dignifica “di amburgo”. la stessa identica parola per identificare la stessa identica cosa.

    ora posso capire che tu possa non esserti mai reso conto della correlazione tra hamburger e amburgo, ma adesso che lo sai, che tu mi venga a dire che per assassino è un riferimento molto più forte che per hamburger significa che vuoi prendermi in giro.

    per quanto riguarda tolkien sono andato a cercare il pezzo incriminato.
    in effetti è nel signore degli anelli, ma avendolo letto in seconda media non ci avevo fatto caso.
    a usare il termine treno è il narratore, ma lo ritengo comunque molto brutto da leggere.

  34. 665 Mauro

    francy

    Per quanto riguarda la Beretta, per me sarebbe un errore inserire una Beretta, o anche una Colt, perchè nessuna di queste fabbriche d’armi esiste in un mondo fantasy, quindi per inserire una Beretta o una Colt si potrebbe darle un altro nome, mantenendo però le sue caratteristiche

    Il problema è: come rendi quelle caratteristiche? L’unico modo per renderle esattamente senza andare in lunghe descrizioni è chiamare l’oggetto col suo nome.
    Per questo dico che il caso della katana è analogo (non “uguale”: analogo): è vero che è un nome non legato a un’azienda, ma ha un fortissimo riferimento culturale e geografico (riferimento che, per me, è più forte di quello di “Beretta” all’azienda; credo perché, essendo stato maggiormente esposto al termine nostrano, mi viene immediato collegarlo all’arma invece che all’azienda).

    Emile

    Ma perché si cita sempre Tolkien come a dire “e se l’ha fatto lui va bene per forza”?

    Nessuno ha detto una simile cosa: Zave lo ha citato come esempio positivo di una cosa (ha coniato un termine invece che usarne uno inglese), quindi io ho chiesto come si pone relativamente a un’altra cosa da lui fatta.

    Zave

    concordo col fatto che se avesse usato quel termine avrebbe sbagliato

    Ha sbagliato, o è un cane? Chiedo seriamente: in passato hai detto che un autore che usi simili termini è un cane, ma dire una simile cosa è diversa dal dire che l’autore ha sbagliato.
    Comunque, personalmente non lo reputo sbagliato (lo dico perché hai detto che concordi); e, ipotizzando che ricordo bene e che c’è, se lo hai rimosso forse non ha dato così tanto fastidio nemmeno a te.

    io rimango del parere che l’utilizzo di parole con forti riferimenti storico/geografico/culturali/etc sia da evitare

    Il problema è che “forti” è totalmente soggettivo: per te “hamburger” ha un forte riferimento, io nemmeno lo avevo collegato. “Sodomia” ha un forte riferimento, storico, geografico e religioso, ma a te leggere quel termine non darebbe fastidio?

    assassino è colui che uccide a tradimento o per scopi criminali, dantoti dell’assassino non sto certamente implicando che tu sia un membro della setta dei nizariti o drogato di hashish

    E nel dire “hamburger” non credo che tu stia implicando che quello che sto mangiando venga da Amburgo; si ritorna al problema che ho detto prima: cos’è un “forte riferimento”? Qualcosa che per te è tale da darti fastidio, ma per me non significa nulla, lo è? Oppure, qualcosa che a te non dice nulla, ma che per me ha chiarissimi riferimenti?

  35. 664 Zave

    sul treno di tolkien francamente non saprei dire.
    per l’esempio che volevo fare tolkien andava benone visto che ha pure creato lingue, sistemi di scrittura etc.
    rimane il fatto che il trano nel sda non lo ricordo (magari c’è ma ho letto il libro molti anni fa), potrebbe essere in un altro libro.
    io non ho letto altri libri di tolkien a parte il signore degli anelli quindi se non è in quello non c’è possibilità che io l’abbia notato.
    e concordo col fatto che se avesse usato quel termine avrebbe sbagliato.

    e sempre sul duello hamburger vs assassino:
    io rimango del parere che l’utilizzo di parole con forti riferimenti storico/geografico/culturali/etc sia da evitare.
    hamburger lo considero lievemente fastidioso, sicuramente se fossi io a scrivere eviterei di usarlo. come eviterei anche pizza, nonostante sia diffuso in tutto il mondo al pari di hamburger…
    la differenza tra hamburger e assassino è che l’hamburger è il nome, con un preciso riferimento alla città di amburgo, con cui si è diffuso un particolare cibo (polpetta schiacciata cotta alla griglia), e quello è rimasto, mentre assassino è colui che uccide a tradimento o per scopi criminali, dantoti dell’assassino non sto certamente implicando che tu sia un membro della setta dei nizariti o drogato di hashish.

  36. 663 Emile

    Ma perché si cita sempre Tolkien come a dire “e se l’ha fatto lui va bene per forza”?
    Se Tolkien ha citato un treno nel SdA ha sbagliato e punto, non c’è nulla da aggiungere.

  37. 662 francy

    @ Mauro
    Con fantasy ad ambientazione moderna intendevo, come hai detto tu, un fantasy ambientato in un mondo tecnologicamente simile al nostro, ma che comunque rimane separato: un mondo, insomma, in cui non ci siano stati come l’ Italia o la Francia.
    Per quanto riguarda la Beretta, per me sarebbe un errore inserire una Beretta, o anche una Colt, perchè nessuna di queste fabbriche d’armi esiste in un mondo fantasy, quindi per inserire una Beretta o una Colt si potrebbe darle un altro nome, mantenendo però le sue caratteristiche. A meno che, ovvio, non si decida di creare anche nel mondo fantasy una fabbrica d’armi di nome Beretta (magari gestita da malefici folletti…) in questo caso sarebbe anche carino, no? insomma, una specie di parodia della Beretta gestita da folletti mi farebbe proprio sorridere, ih ih ih… ma sto divagando.
    Invece ci tengo a specificare che per me quello della katana (sì, sempre lei) non è un caso analogo, in quanto la katana, anche se indica specificatamente un tipo preciso di spada, rimane comunque un nome generico se paragonato a Beretta o Colt e ormai sta diventando un nome di uso piuttosto comune anche qui in occidente.
    Piccolo parere personale: secondo me l’utilizzo di nomi derivati dal nostro mondo o da altre lingue (assassino, hamburger) inseriti con coerenza in un fantasy non sono troppo fastidiosi, specie in un fantasy “moderno”. Mi spiego: termini come jeans, hamburger ecc ecc su di me hanno l’effetto contrario dell’estraneazione, mi fanno sentire più vicina al fantasy che sto leggendo perchè rendono il mondo immaginario più vicino al nostro, e quindi più reale. Ovviamente questo vale solo per fantasy”moderno” (un cavaliere che indossa i jeans mi farebbe un poco storcere il naso… a meno che non sia un fantasy comico o con dosi di nonsense) ed è un parere soggettivo. Come si interagisce con un libro varia da persona a persona, I suppose… =)

  38. 661 Mauro

    francy: con “ambientazione moderna” intendevi un’ambientazione tecnologicamente, socialmente (democrazie e simili), ecc., compatibile con la nostra, ma comunque avulsa da essa?

  39. 660 Mauro

    francy

    Quando ho fatto l’esempio della Beretta stavo parlando di un fantasy con ambientazione moderna

    Allora qual è il problema col termine “Beretta”? Viene meno anche il riferimento all’azienda, nel senso che una volta avuta la pistola si può inserire un manufattore chiamato così.

    Zave

    assassino sarebbe un riferimento più forte di hamburger?

    Per me sì, non posso farci nulla; estremamente più forte, e con “estremamente” intendo che fino a quanto ho letto il tuo ultimo messaggio non lo avevo assolutamente collegato ad Amburgo, anzi piuttosto mi richiamava gli Stati Uniti (per ovvi motivi legati ai panini). A te sbatte in faccia la sua origine, a me no; anzi, “assassino” me la sbatte in faccia molto di più.
    Sull’essere diventato parte integrante della lingua, “hamburger”, anche ignorando il diffusissimo utilizzo che ha, si trova sui vocabolari da almeno vent’anni (c’è sul dizionario Garzanti del 1989; in Il Treccani non so quando sia stato inserito, ma c’è); sarà entrato da meno tempo di “assassino”, ma è parte integrante della nostra lingua tanto quanto l’altro termine. E il fatto che ne siano nati verbi e altro non è indicativo: da “bistecca” non sono nati né verbi, né aggettivi, né altro, eppure è una parola della nostra lingua a tutti gli effetti.
    Inoltre, tu dici che “l’etimologia del nome presenta dei chiari riferimenti storico geografici”, ma dubito che si possa dire che “assassino” non abbia tali caratteristiche. O “franco”: “Era una zona franca”, “È stato franco con me”, ecc.; inutilizzabili, visto l’esplicito riferimento al popolo dei franchi? Un personaggio non può essere sodomita, visto il chiarissimo riferimento a Sodoma? Oppure sadico, visto l’ovvio riferimento a de Sade? O lesbico, dato che deriva dall’isola di Lesbo?
    Torno a dire che il problema non è il riferimento in sé, ma quanto il singolo noti tale riferimento, se notatolo lo trovi fastidioso; ma questo è difficilmente stabilibile a priori: quanti sanno che “hamburger” è legato ad “Amburgo”? A quanti tra di questi darebbe fastidio leggerlo in un fantasy?

    per te basta farci l’abitudine, per me invece l’utilizzo di questi concetti che hanno forti riferimenti storici, geografici, culturali, etc… non fanno altro che ammazzare il coinvolgimento

    Se io leggo “hamburger”, non mi viene nemmeno in mente Amburgo; se leggo “assassino”, mi viene subito in mente il riferimento arabo. Se una delle due mi ammazza il coinvolgimento, qual è?

    Nel mentre, essendo stato messa in forma di affermazione forse non era chiaro che mi interessava la risposta, quindi ripeto: Tolkien, avendo usato in Il Signore degli Anelli “treno e “lampioni”, è un cane?

  40. 659 Zave

    dai non scherziamo:
    assassino sarebbe un riferimento più forte di hamburger?
    prima di tutto ogni parola ha una sua etimologia. ci sono parole che derivano dal latino, dal greco e anche dall’arabo.
    ma assassino non mi urla certamente nelle orecchie la sua origine: è una parola che è diventata parte integrante della lingua italiana, tanto che esiste in forma di sostantivo, verbo, aggettivo e chi più ne ha più ne metta. il richiamo agli ashashin (o come si scrive) è praticamente inesistente.
    molto diverso per l’hamburger che invece ti sbatte in faccia con forza AMBURGO, la città da cui prende il nome. e non è che usare l’altro nome con cui è conosciuto sia meglio (svizzera XD).

    per te basta farci l’abitudine, per me invece l’utilizzo di questi concetti che hanno forti riferimenti storici, geografici, culturali, etc… non fanno altro che ammazzare il coinvolgimento.
    descrivere una foresta dicendo che è di abeti americani è come mettermi una nota in grassetto una nota che mi ricorda che è un mondo inventato e di non farmi prendere troppo.
    avrei capito già di più se avesse parlato di noci brasiliane, perché almeno su due piedi non mi viene in mente nessun modo alternativo di chiamarle, ma essendo un particolare di importanza marginale mi inventerei un nome tipo noci di corgio piuttosto che mettere il riferimento al brasile. a chi importa che quelle noci siano effettivamente noci brasiliane? se non riesco ad esprimere il concetto senza nominare il brasile sacrifico volentieri le noci al coinvolgimento.

  41. 658 francy

    uh! comparissero, chiedo venia…

  42. 657 francy

    @Mauro
    ndf (nota di francy) Quando ho fatto l’esempio della Beretta stavo parlando di un fantasy con ambientazione moderna, non certo medioevale! XD
    Però, a voler essere pignoli, le prime armi da fuoco “portatili” si usavano già nella seconda metà del 1300, anche se non avevano niente a che vedere con la mitica Beretta. Sarebbe bello se in un fantasy classico comparisse anche qualche archibugio o qualche schioppo! ^^

  43. 656 Mauro

    Zave

    il problema dell’abete americano è che c’è un riferimento geografico preciso in un contesto dove non c’entra nulla

    Andiamo per gradi: citandomi, “il mio discorso non era volto a parificare le due cose, ma a dire che il processo che vedo è lo stesso”.
    Ossia, sto dicendo che il processo dell’usare l’Italiano come traduzione simultanea nel discorso tra due personaggi e il processo dell’usare “abete americano” per rendere la parola nella lingua dei personaggi che indica quell’albero è lo stesso. Come già detto, non vedo perché tradurre “vi a co” con “Vorrei un carro” e “Vi a der” con “Vorrei un abete americano” dovrebbero essere due processi diversi.
     
    Posto questo (sempre che tu concordi che sono lo stesso processo), si passa ai termini specifici. Personalmente, “hamburger” è una parola talmente comune che non mi rimanda più a riferimenti culturali esteri (almeno, non talmente forti da darmi fastidio nel leggerla in un libro fantasy), mentre “katana” sotto certi aspetti me ne dà più di “abete americano”; questo perché è una parola ancora percepita come straniera, mentre “americano”, pur col riferimento all’America, si inserisce nel fluire della lingua.

    un autore che parli di abeti americani in un romanzo fantasy è per forza di cose un cane e ti spiego il perché

    Non concordo per una serie di motivi: se sta raccontando la storia dal punto di vista del personaggio, è vero che questi non sa cosa sia l’America, ma visto che in realtà non dice “americano” il problema non esiste. Nella sua lingua avrà detto un’altra parola, siamo noi ad aver letto “americano”, quindi il problema “Il personaggio non può dire ‘americano’” non si pone. Se si pone, allora cade tutto il discorso dell’Italiano come traduzione simultanea: tale discorso non può essere valido solo finché un termine diventa scomodo. Si può dire che l’autore ha sbagliato a usare quel termine, ma la motivazione non può essere che a usarlo è il personaggio.
    Se invece l’autore usa il termine come narratore onnisciente, non è vero che fa perdere il coinvolgimento; magari sì, ma non è detto. Come uscito in questa discussione, c’è chi trova disturbante leggere “hamburger”, mentre a me non fa nessun effetto.
    Tra parentesi: Tolkien, nei suoi libri, usa il termine “treno”; secondo il tuo ragionamento, hai appena detto che Tolkien è un cane (nonostante prima tu lo abbia portato come esempio del coniare termini specifici pur di non usarne di nostrani).

    stessa cosa per l’hamburger: l’etimologia del nome presenta dei chiari riferimenti storico geografici e quindi è assolutamente da evitare

    De gustibus, a me non dà nessun fastidio e non lo trovo da evitare; ma, visto che parli di etimologia che presenta chiari riferimenti storico-geografici… quale parola non ha una simile caratteristica? Ogni parola ha riferimenti (italiani o esteri che siano); anche ignorando i riferimenti italiani, usare “assassino” ovviamente non va bene, visto il chiaro riferimento storico-geografico all’Arabia (e per me è più chiaro il riferimento di “assassino”, rispetto a quello di “hamburger”). Quindi, iniziamo a fare l’elenco? Premettendo che per me tutti questi termini hanno riferimenti storico-geografici molto più forti di “hamburger”: zaffiro (origine ebrea), anemone (greca), assassino (araba), deragliare (francese), bistecca (inglese), zero (araba), ecc.
    Secondo il tuo ragionamento, nessuna di quelle parole, così come molte altre (per non dire tutte), si potrebbe usare, in quanto hanno chiarissimi riferimenti storico-geografici.
    Il problema non è il riferimento in sé, ma il fatto che per te il riferimento di “hamburger” risulta talmente indicativo da essere fastidioso; ma ci sono altre parole, vedi l’elenco precedente, che hanno riferimenti altrettanto forti se non di più, senza però che ti diano fastidio. E, come detto, ci sono molte altre parole che per me sono molto più indicative.
    Come già detto altre volte, è questione di abitudine.

  44. 655 Zave

    @Mauro:

    con il mio commento precedente non sono riuscito a convincerti…
    ci riprovo:
    il problema dell’abete americano è che c’è un riferimento geografico preciso in un contesto dove non c’entra nulla. una cosa è la traduzione della lingua che in un mondo fantastico non è naturalmente l’italiano o l’inglese anche se noi leggiamo la storia in quella lingua, ma si tratta di una cosa necessaria. una cosa ben diversa è la traduzione dei “concetti”: se io leggo un romanzo fantasy, in buona misura è per farmi coinvolgere dall’ambientazione. non è per caso che in molti libri fantasy si utilizzino parole, linguaggi, espressioni… create ad hoc.
    un esempio da il signore degli anelli: i “palantir” che tolkien avrebbe potuto benissimo chiamare sfere di cristallo perché quello erano alla fin fine (potrei fartene tanti di questi esempi ma mi limito ad uno).

    un autore che parli di abeti americani in un romanzo fantasy è per forza di cose un cane e ti spiego il perché.
    nel suo mondo fantasy c’è un bosco di abeti americani, questo lo prendiamo come dato di fatto.
    se sta raccontando la storia dal punto di vista di un personaggio, che non ha nessuna idea di cosa sia l’america in quanto non esiste nell’ambientazione della storia e utilizza il concetto “abete americano” è un cane!
    se invece il concetto è utilizzato da un narratore onniscente è un cane comunque perché l’uso del narratore onnisciente ha l’effetto di far perdere coinvolgimento del lettore e lui lo fa in modo totalmente gratuito!
    perché gratuito?
    tu giustifichi l’utilizzo del riferimento geografico per l’immediatezza con cui rende il concetto visto che altrimenti avrebbe dovuto mettersi a descrivere come sono fatti questi abeti appesantendo la narrazione.
    era impossibile rendere il concetto in un modo altrettanto valido senza utilizzare il riferimento geografico all’america? e il concetto di “abete americano” è davvero così immediato?
    io, povero stronzo che non sono altro, non saprei assolutamente distinguere un abete “americano” da un altro tipo di abere. o meglio, non sapevo.
    perché ho cercato con google e ho trovato una bella pagina che spiegava le differenze tra i diversi tipi di abeti.
    ho trovato che l’abete americano è “più conosciuto con il nome Nobilis” (citazione dalla pagina) e ha un “fogliame verde-azzurrognolo” (sempre citazione), tra le caratteristiche più distintive. e come quello caucasico non perde gli aghi…

    era così difficile scrivere abeti nobili? avrebbe potuto benissimo chiamarli abeti azzurri, che pur non essendo un nome ufficiale per molti lettori sarebbe stato certamente più descrittivo di abeti nobili o americani.

    dov’è la grande difficoltà? era davvero necessario scrivere abeti americani per rendere l’idea? le risposte a queste domande le sappiamo entrambi: la difficoltà non c’era; non era necessario, anzi c’erano soluzioni più efficaci; e lo scrittore è un cane.

    stessa cosa per l’hamburger: l’etimologia del nome presenta dei chiari riferimenti storico geografici e quindi è assolutamente da evitare.
    se vuoi inserire un hamburger in un romanzo fantasy o lo descrivi (non è difficile descrivere in poche parole una schiacciata di carne macinata alla griglia) oppure ti inventi un nome coerente col contesto anche se per questo ci vuole un minimo di capacità per inserirlo in modo non forzato nella narrazione, perché mettere il nome “fantasy” dell’hamburger corredato di descrizione farebbe oltremodo schifo, ma al contempo devi dare qualche indizio che faccia capire al lettore di cosa si stia parlando.

  45. 654 Mauro

    francy

    continuo a pensare che, almeno per me, non sarebbe poi così brutto leggere “katana” in un fantasy classico

    Ma io sono d’accordo, personalmente non mi darebbe fastidio; dico solo che a livello terminologico non vedo differenza tra usare “katana” e “Beretta”. Quello che cambia è a livello tecnologico: una katana è una tecnologia che può benissimo esistere in un medioevo fantasy, una Beretta invece richiede livelli tecnologici che sono alieni a tale ambientazione.

  46. 653 Clio

    A francy

    è per questo che mi chiedo perchè il medioevo affascini tanto gli scrittori. Voglio dire, non c’era elettricità, riscaldamento, igiene e acqua corrente… in compenso c’erano epidemie, carestie, analfabetismo e inquisizione. Non mi sembra un’epoca così bella in cui vivere…

    Err… calma ^_^ Molti di questi sono luoghi comuni -_^
    Sul perché molti autori si rifacciano al “medioevo”… La colpa penso sia dei romantici ottocenteschi! Prova a leggere cose che hanno fatto epoca, come “Il castello di Otranto”. Roba da rotolarsi in terra con le convulsioni: abbiamo passato quindici ore di viaggio in macchina sghignazzando sulla stupidità di questo racconto. E’ lì il germe malefico del “medioevo perché fa figo”!

    Meglio un romanzo scritto bene e banale o uno scritto male e originale?
    Mah, sul momento quello banale è godibile e quello originale lascia uno sgradevole gusto di occasione sprecata. Allo stesso tempo si impara più facilmente a scrivere che a sognare cose mai viste.

  47. 652 Vincent Law

    è per questo che mi chiedo perchè il medioevo affascini tanto gli scrittori. Voglio dire, non c’era elettricità, riscaldamento, igiene e acqua corrente… in compenso c’erano epidemie, carestie, analfabetismo e inquisizione. Non mi sembra un’epoca così bella in cui vivere…

    1 – i popoli erano ignoranti e creduloni -> molte leggende/miti prendono piede in questo periodo e si diffondono
    2 – almeno per quanto riguarda l’alto medioevo la documentazione storica è poca rispetto agli altri periodi
    3 – ci sono i cavalieri, i tornei, le armi bianche, le dame…

    Tutto questo credo abbia stuzzicato la fantasia di molti scrittori.
    Certo a me non dispiace qualche storia ambientata, che so, nell’età Augustea dell’impero romano o nel Rinascimento, è curioso no? xD

  48. 651 ???

    @ Clio

    Sì, ok. Però se associ medioevo e fantasy non pensi né all’inizio né al 1492, pensi a un generico “medioevo”.

    Questo intendo: si scrive solo di questo modo di percepire il periodo.

    Riguardo la godibilità non so dare un giudizio definitivo, mi baso caso per caso, perché se mi chiedi cos’è peggio in generale: un fantasy pieno di cliché scritto bene, o uno originale scritto male? una risposta non te la so dare.

    A proposito di risposte:

    @ Gamberetta

    Una rispostina all’idea dell’articolo sul lessico?
    Centra anche cogli articoli sui manuali, o no?
    Grassie

  49. 650 francy

    @ Mauro

    E allora perché andrebbe bene chiamare “pistola” una Beretta 90two?

    Perchè… perchè… perchè sì! No, dai, scherzo!^_^
    Mi brucia ammetterlo, ma sto cominciando a rivedere la mia posizione, anche se continuo a pensare che, almeno per me, non sarebbe poi così brutto leggere “katana” in un fantasy classico…

    @ Clio

    l’autore non si pone davvero il problema di cosa implica vivere in un mondo senza carta igienica

    è per questo che mi chiedo perchè il medioevo affascini tanto gli scrittori. Voglio dire, non c’era elettricità, riscaldamento, igiene e acqua corrente… in compenso c’erano epidemie, carestie, analfabetismo e inquisizione. Non mi sembra un’epoca così bella in cui vivere…
    Comunque, penso che questa discussione trovi i natali quando, migliaia e migliaia di commenti fa, si parlava di un presunto plagio della troisi di FMA… ah, bei tempi quelli! ^_^

  50. 649 Clio

    Per la katana:
    anche per quello che so io inizialmente era un nome generico, e in parte lo è ancora, viene insomma usato come il nostro “spada”. Questo in Giappone!
    Qui indca un certo tipo di arma fatta in un certo modo e utilizzabile con una certa tecnica, ecc.
    Il problema è: se io voglio immaginare un alieno verde armato di una spada identica alla katana, dovrei usare “katana”? Per il lettore occidentale è una parola con un forte riferimento geografico, anche se, tecnicamente, non ha meno legittimità di “giaco”.
    Può esistere nell’immaginifica infinità di possibilità un mondo parallelo in cui si usano katana? Sì.
    Come descriverlo?
    a) Nel modo più incisivo e rapido: parlando di katana.
    b) Cercando di non ricordare al lettore che in realtà si trova sul Pianeta Terra dove esiste il Giappone (quindi non usando katana ma altri termini meno precisi e meno legati alla nostra realtà).
    E’ una questione di abitudine, ma bisogna comunque considerarla. Secondo me non è semplice. Anche perché stiamo parlando di katana, qualcosa di cui tutti hanno almeno una vaga idea. E se il mio personaggio usasse una kaginawa o una tsurugi?
    Credo che il lettore si sentirebbe ancora più stranito che davanti a termini come “gattonata” o “ambio”.

    Com’è che era partita, la discussione? Siamo mostruosamente fuori tema ^///^

  51. 648 Clio

    A ???

    P.s. Non c’entra del tutto, ma voglio sfogarmi: basta medioevo! Lo fanno tutti! Datemi qualsiasi altro periodo storico, per favore, anche uno vicino al medioevo, ma non il medioevo!

    Hem, suvvia, con “medioevo” si etichettano 1000 anni di storia, ci sono aspetti molto variati e diversifcati. Il problema non è il periodo storico d’ispirazione, ma il fatto che l’autore X ignora al 75% percento il periodo “medievale” (anche se da un punto di vista storico mi fa un po’ specie usare la parola), in realtà non ha studiato la corte di Carlo Martello o la caduta di Bisanzio, ha visto il film “Excalibur” e scrive boiate viste e riviste. Difatti molto spesso i libri di storia sono più interessanti dei romanzi fantasy :D
    Tuttavia ci sono eccezioni: Pug l’apprendista, di Feist, è il tipico mondo fantasy pseudo-medievale, con tanto di elfi e nani. Ok, gli elfi sono uno strazio, ok, l’ambientazione non brilla per originalità, ma ci sono dettagli nella sua descrizione che la rendono abbastanza realistica. Tolto qualche capitolo e gli elfi, è un libro godibile (anche se non eccezionale).
    Quello che rende insopportabile il fantasy “classico” non è tanto la mancanza di originalità, secondo me, quanto la superficialità. E’ una pura questione di “style”, l’autore non si pone davvero il problema di cosa implica vivere in un mondo senza carta igienica, ci sono solo spade scintillanti, elfi ossigenati e, soprattutto, personaggi che, pur vivendo in un altro mondo, hanno la stessa scala di valori nostra.

  52. 647 Mauro

    Lo Zeno

    La lingua di un racconto non è la lingua dei personaggi. E’ un MEZZO usato dal NARRATORE per FARTI CAPIRE quello che sta dicendo

    Vero, l’ho detto anche io e non contrasta col mio discorso.

    La lingua usata in un racconto è come una traduzione simultanea di ciò che i protagonisti dicono

    Mi cito: «[l'Italiano] viene usato non perché i personaggi parlino quella lingua, ma perché si rende il Francese con l’Italiano; come detto, come una sorta di “traduzione in tempo reale”»; «ho semplicemente spiegato cosa per me quell’Italiano indica (la “traduzione in tempo reale” del Francese; internamente, i personaggi stanno comunque parlando in Francese)»; «In quel contesto, l’Italiano non è la lingua parlata, ma una sorta di “traduzione in tempo reale” del dialogo, fatta perché il lettore possa capirlo: i personaggi parlano la loro lingua, che sul libro viene resa con l’Italiano».
    Mi pare abbastanza ovvio che concordi che la lingua usata sia una traduzione simultanea, quindi… Ma il mio discorso è proprio questo: se il personaggio usa la parola che nella sua lingua indica un hamburger, perché non posso usare l’Italiano per tradurla simultaneamente?

    Non c’entra un emerito nulla con la coerenza della storia o del linguaggio dei personaggi

    Infatti non credo di aver mai parlato di coerenza.

    se il nome “abete americano” viene usato dal narratore IMPERSONALE, non ci vedo nulla di assurdo nè di sconvolgente. E’ il narratore, che usando il mezzo di comunicazione comune da noi chiamato “lingua italiana” necessario a farsi capire da noi, usa il nome italiano di quella pianta. PIU’ STRANO sarebbe se ad usarlo fosse il personaggio durante un discorso diretto

    Secondo alcuni, a quanto ho capito, anche al di fuori del discorso diretto sarebbe da evitare. Ma, assunto (almeno tra di noi) che in tale sede vada bene, passiamo al discorso.
    Ora, abbiamo stabilito (mi pare che su questo si concordi) che quanto il personaggio dice viene detto nella sua lingua, che per motivi di comprensibilità viene tradotta, sulla pagina stampata, con l’Italiano. Se si accetta questo assunto, mettiamo che il personaggio dica “Guarda, un <dre>”, dove “dre” è il nome di quello che noi chiamiamo “abete americano”. Secondo lo stesso discorso che hai fatto tu, quello dell’Italiano come traduzione simultanea per comprensibilità, perché sarebbe sbagliato usare “abete americano”, visto che è la traduzione italiana per “dre”? Puoi dire che l’autore ha sbagliato a mettere un abete americano nel suo mondo, ma una volta inserito l’usare quella terminologia rientra nello stesso discorso che hai fatto tu stesso di traduzione simultanea per questioni di comprensibilità.
    Ora, è anche vero che “abete americano” è un esempio forte (ricordo che l’ho portato non come riferimento, ma per dire cosa mi ha fatto iniziare a ragionare su questo argomento); prendiamo “hamburger”, prendiamo “katana”, prendiamo “claymore”, il concetto è lo stesso: lui dirà “vi a co” e noi leggeremo “Vorrei un carro”; lui dirà “vi a kpf” e noi leggeremo “Vorrei un hamburger”. Non vedo particolari differenze.
    Questo è forse il fulcro di tutto:

    - dice “vi a co” e leggiamo “Vorrei un carro”.
    - dice “vi a kpf” e leggiamo “Vorrei un hamburger”.

    In entrambi i casi l’Italiano è una traduzione simultanea, in entrambi i casi il personaggio non usa i termini italiani; non vedo particolari differenze.

    il meccanismo di comprensione inconscio fa scattare la molla che ci dice che se la persona usa quella parola significa che CONOSCE un qualcosa che si chiama America. A quel punto, se nella finzione del romanzo l’america esiste, non c’è problema, ma se non c’è, è lecito chiedersi perché il personaggio usa un termine che non gli è proprio

    Personalmente non concordo, proprio per il discorso della traduzione: il personaggio non ha usato “america”, ha usato un’altra parola; che, nella traduzione per comprensibilità, è stata resa con “america”.
    Come tu stesso hai detto: “La lingua usata in un racconto è come una traduzione simultanea di ciò che i protagonisti dicono”. Quindi, il personaggio non ha detto “america”; piuttosto, “america” è la “traduzione simultanea di ciò che i protagonisti dicono”.

    francy

    in realtà non ricordo bene, ma mi pare che il termine katana sia nato semplicimente con il significato di spada, per poi indicare più specificatamente una spada con determinate caratteristiche che nessun’altra spada ha. Ed è questo il motivo per cui penso che dare un altro nome a una katana non sia necessario

    Capisco il discorso, ma il mio punto è un altro: il termine “katana” indica specificamente un’arma con particolari caratteristiche? Sì. Il termine “P99″ indica specificamente un’arma con particolari caratteristiche? Sì. Sarebbe tanto generico usare “spada” per indicare una katana quanto usare “pistola” per indicare una P99.
    Io non dico che sia necessario dare un altro nome alla katana; piuttosto, dico che è tanto necessario quanto il dare un altro nome alla Beretta 90two; a rendere il termine non utilizzabile non è tanto “Beretta”, quanto la tecnologia che sta dietro quel termine (inadatta a un mondo fantasy medioevale).

    non chiameresti mai una sciabola spada, perchè sono due armi diverse, e allora perchè fare lo stesso con una katana?

    E allora perché andrebbe bene chiamare “pistola” una Beretta 90two? Il riferimento c’è in entrambi i casi (aziendale in un caso, geografico nell’altro), l’uso di “spada” è tanto generico quanto l’uso di “pistola”. È vero, se volessi indicare una sciabola non direi “spada”; ma se volessi indicare una Beretta 90two non direi “pistola”.
    I due casi, onestamente, mi sembrano analoghi.

    non so se ne hai mai vista una visto che la definisci come una spada

    Conosco la katana, la definisco “spada” solo nel senso che fa parte della grande categoria delle spade; non voglio dire che “spada” la indichi esattamente. Come tu stessa dici, “mi pare che il termine katana sia nato semplicimente con il significato di spada, per poi indicare più specificatamente una spada con determinate caratteristiche che nessun’altra spada ha”. È una spada con caratteristiche molto peculiari; ma è comunque una spada.
    Il mio discorso era un altro (vedi sopra).

  53. 646 francy

    PS (ultimamente scrivo commenti separati, chissà perchè? Boh)
    Sempre a Mauro: vorrei poterti mettere il link di qualche sito che riguardi le katane, perchè non so se ne hai mai vista una visto che la definisci come una spada, però non sono capace di mettere i link (sono un’imbranata cronica quando si tratta di tecnologia) comunque se vai su google immagini le puoi vedere.
    Ah, ti prego di non interpretare il mio commento come un’ offesa, perchè non lo è assolutamente! (ho sempre paura che la gente mi fraintenda^^”)

  54. 645 francy

    P.s. Non c’entra del tutto, ma voglio sfogarmi: basta medioevo! Lo fanno tutti! Datemi qualsiasi altro periodo storico, per favore, anche uno vicino al medioevo, ma non il medioevo!

    uh uh, su questa cosa la pensiamo allo stesso modo!^_^
    E anche secondo me sarebbe interessante sentire il parere di Gamberetta su questo argomento.
    @ Mauro. in realtà non ricordo bene, ma mi pare che il termine katana sia nato semplicimente con il significato di spada, per poi indicare più specificatamente una spada con determinate caratteristiche che nessun’altra spada ha. Ed è questo il motivo per cui penso che dare un altro nome a una katana non sia necessario. Per lo meno io la vedo così: non chiameresti mai una sciabola spada, perchè sono due armi diverse, e allora perchè fare lo stesso con una katana? Pe me l’unico problema sta nel fatto che è una parola non italianizzata, e quindi stonerebbe con il racconto, mentre invece se venissero inserite altre armi non europee ma con un suono italiano, come scimitarra (che sarebbe shamshir, o una cosa del genere) non ci sarebbero poi grandi problemi.

  55. 644 Lo Zeno

    Libero di pensarlo, per me è analogo: perché vedere due Elfi di un altro mondo magari di un altro universo parlare Italiano dovrebbe essere meno strano di leggere “abete americano”? Proprio volendo, è più strano: per avere “americano” basta che esista un qualcosa chiamato “America”);

    Non cominciamo a fare delle confusioni assurde…
    La lingua di un racconto non è la lingua dei personaggi. E’ un MEZZO usato dal NARRATORE per FARTI CAPIRE quello che sta dicendo.
    Io posso raccontarti la storia di Winston Churchill in Italiano, e ti tradurrò le sue parole in italiano col solo scopo di farti capire cosa lui disse in Inglese. La lingua usata in un racconto è come una traduzione simultanea di ciò che i protagonisti dicono: è l’indispensabile mezzo di comunicazione comprensibile a narratore e interlocutore per FAR PASSARE il messaggio.

    Non c’entra un emerito nulla con la coerenza della storia o del linguaggio dei personaggi.
    Ora.
    Posto questo, se il nome “abete americano” viene usato dal narratore IMPERSONALE, non ci vedo nulla di assurdo nè di sconvolgente. E’ il narratore, che usando il mezzo di comunicazione comune da noi chiamato “lingua italiana” necessario a farsi capire da noi, usa il nome italiano di quella pianta. PIU’ STRANO sarebbe se ad usarlo fosse il personaggio durante un discorso diretto: qui il casino sta nell’aggettivo “americano”, che significa “dall’America”, e lì il meccanismo di comprensione inconscio fa scattare la molla che ci dice che se la persona usa quella parola significa che CONOSCE un qualcosa che si chiama America. A quel punto, se nella finzione del romanzo l’america esiste, non c’è problema, ma se non c’è, è lecito chiedersi perché il personaggio usa un termine che non gli è proprio.

    Non è una cosa del “fantasy” soltanto! Se io scrivessi un romanzo storico sull’antica Roma, sicuramente lo scriverei in Italiano e magari parlerei (come narratore impersonale) del mar Mediterraneo; ma i miei personaggi, pronuncerebbero le parole “Mare Nostro”, perché così era chiamato dai latini.
    E se il romanzo lo scrivessi in inglese per un pubblico inglese, il narratore impersonale direbbe Mediterranean Sea, mentre i personaggi lo chiamerebbero “Our Sea”.
    Terminologia ADATTA alle conoscenze dei personaggi, ma traduzione SIMULTANEA per via del mezzo linguistico.

  56. 643 ???

    @ Francy

    Scrivi: visto che gli autori per i loro regni fantasy traggono ispirazione dall’europa medioevale, non sarebbe poi così strano se qualche autore, per amor di varietà, decidesse di dare a uno dei regni, magari sul confine est, un aspetto più, appunto, orientale. è davvero poco fantasioso, ma passabile

    Ok, ci puo stare. Quello che suggerisci, però, è un po’ quello che ha fatto Abercrombie, un “medioevo camuffato”.
    Un libro che non sa se essere fantasy o storico alternativo, perché non del tutto staccato, né troppo vicino.

    Secondo me in questo caso l’uso di parole “specifiche” del nostro mondo è da evitare, siano esse katana o americano o hamburger.

    Sennò si scrive uno storico alternativo, così posso usare tutti i termini che voglio (tranne ovviamenti quelli nati in un periodo successivo a quello descritto).
    A sto punto è meglio, no?

    P.s. Non c’entra del tutto, ma voglio sfogarmi: basta medioevo! Lo fanno tutti! Datemi qualsiasi altro periodo storico, per favore, anche uno vicino al medioevo, ma non il medioevo!

    @ Gameberetta

    E un’articolo sulla questione lessico da usare e/o evitare? Penso interesserebbe a molti.

  57. 642 Mauro

    Zave

    è ridicolo mettere sullo stesso piano la lingua della narrazione e riferimenti geografici specifici

    Libero di pensarlo, per me è analogo: perché vedere due Elfi di un altro mondo magari di un altro universo parlare Italiano dovrebbe essere meno strano di leggere “abete americano”? Proprio volendo, è più strano: per avere “americano” basta che esista un qualcosa chiamato “America”); per avere l’Italiano, ci deve essere stata un’evoluzione che abbia portato proprio a quella lingua.
    Attenzione a una cosa: il mio discorso non era volto a parificare le due cose, ma a dire che il processo che vedo è lo stesso: si usa una lingua e riferimenti culturali noti per far capire qualcosa che si vuole inserire nel testo.
    Come detto, la differenza che vedo sta nell’abitudine: siamo abituati a vedere due Elfi che parlano Italiano, e ci siamo abituati sia perché leggiamo libri in Italiano, sia perché fin dall’inizio del libro vediamo tale lingua; mentre nel caso di “abete americano” capita in pochi libri, e in quei pochi è un qualcosa che arriva al lettore improvvisamente. Ma, abitudine a parte (che smorza l’effetto straniante), reputo che le due cose siano analoghe; e (sempre abitudine a parte) non capisco perché una lingua specificamente legata a un mondo dovrebbe essere meno aliena di un nome specificamente legato a un mondo.
    Poi, non discuto che a te leggere “abete americano” fa l’effetto di allontanarti dalla narrazione; ad altri no. Il mio discorso era solo per spiegare perché personalmente non vedo l’utilizzo di termini nostrani automaticamente come un male.

    secondo il tuo ragionamento un libro ambientato in francia deve per forza essere scritto in francese, uno ambientato in germania in tedesco, uno ambientato nell’antico egitto… e le traduzioni non valgono

    Assolutamente no: secondo il mio ragionamento usare l’Italiano è giustissimo, e viene usato non perché i personaggi parlino quella lingua, ma perché si rende il Francese con l’Italiano; come detto, come una sorta di “traduzione in tempo reale”.
    Analogamente, l’uso di termini specifici reputo ricada nello stesso fenomeno: un albero uguale all’abete americano nella lingue dei personaggi si chiamerà “pra”, ma nel libro viene reso, come ogni altra parola di quella lingua, col suo equivalente italiano.
    Tu stesso dici che “se il punto di vista è su un personaggio del mondo emerso sarà quella la lingua in cui si esprimerà, anche se noi lo leggiamo in italiano”; io semplicemente estendo questo ragionamento: è chiaro che se il personaggio vede un hamburger lo chiamerà con il suo nome nella sua lingua, anche se noi lo leggiamo in Italiano. Potrò sbagliare, ma i due processi sono analoghi; a differenziarli, fino al punto che è ovvio usare l’Italiano, ma va valutato con estrema attenzione se usare termini specifici, è l’abitudine.
    Detto in altri termini: assodato che va bene rendere con l’Italiano i termini che usa il personaggio, perché renderne alcuni (casa) dovrebbe seguire un processo; e renderne altri (hamburger) dovrebbe seguirne un altro? Sono sempre termini usati dal personaggio. Io sto semplicemente dicendo che, appunto, il processo che sta dietro le due cose è lo stesso.
    Il resto, sul dover scrivere per forza in Francese un libro ambientato in Francia, è una tua estensione che personalmente non ho mai detto; anzi, dico che è normalissimo scriverlo in Italiano, ho semplicemente spiegato cosa per me quell’Italiano indica (la “traduzione in tempo reale” del Francese; internamente, i personaggi stanno comunque parlando in Francese), dicendo perché lo vedo analogo a usare termini come “hamburger” (con tutte le note fatte sul fatto che è ovvio usare l’Italiano, meno ovvio usare “hamburger”).

    fancy

    in un fantasy ambientato in un era moderna simile alla nostra non sia molto “scioccante” sentire usare termini inglesi o cose comehamburger, mentre invece rimane uguale il discorso dell’abete, che non può assolutamente essere americano

    Personalmente non concordo, trovo che entrambi abbiano accezioni geografiche forti, e che entrambi possano avere analogo effetto straniante; e, a leggere alcuni commenti qui apparsi, in effetti sembra che ci sia chi considera parimenti straniante “hamburger” e “abete americano”.

    se un persopnaggio impugna una pistola questa non potrà mai essere, ad esempio, una Beretta 90two (adoro quest’arma XD) perchè nel mondo fantastico non esiste la fabbrica d’armi Beretta. In questo caso si deve cambiare nome all’arma, ma una cosa del genere non potrebbe essere fatta ad una katana, perchè la katana è una katana

    POsso sbagliarmi, ma la katana è una spada chiamata “katana”; certo, con caratteristiche particolari tali per cui sono il nome “katana” può indicarla esattamente, ma comunque è una spada (così come la claymore e mille altre).
    Certo, “katana” non è il nome di un’azienda, quindi non è esattamente lo stesso caso; ma “Beretta 90two” mi pare caratterizzare l’arma tanto quanto “katana”. Semplicemente, in un caso il riferimento è a un’azienda, nell’altro a una nazione (tramite la cultura e la lingua).

  58. 641 francy

    Ah, un altra cosa, prima ho detto “non so fino a che punto un fantasy classico può accettare termini stranieri” perchè penso che, invece, in un fantasy ambientato in un era moderna simile alla nostra non sia molto “scioccante” sentire usare termini inglesi o cose comehamburger, mentre invece rimane uguale il discorso dell’abete, che non può assolutamente essere americano. Così come se un persopnaggio impugna una pistola questa non potrà mai essere, ad esempio, una Beretta 90two (adoro quest’arma XD) perchè nel mondo fantastico non esiste la fabbrica d’armi Beretta. In questo caso si deve cambiare nome all’arma, ma una cosa del genere non potrebbe essere fatta ad una katana, perchè la katana è una katana, e secondo me un altro nome non evocherebbe la stessa immagine di una katana nella mente del lettore, per quanto possa essere accurata la descrizione. fine =) (questi due commenti uniti formano il più lungo che io abbia mai scritto, come sono orgogliosa!^^)

  59. 640 francy

    @???
    Quando parlavo di ambientazione che ricalcava quella dell’europa medievale anche io intendevo un’ambientazione tecnologicamente e culturalmente simile all’europa medievale (popolazione prevalentemente rurale, armi bianche, armature, villaggetti e castelli che spuntano come funghi…) quindi chiedo scusa se mi sono espressa poco chiaramente, eh eh ^^”
    E anche quando parlavo di regni simili al giappone medievale non intendevo certo regni con ordinamento politico giapponese, quello che intendevo è: visto che gli autori per i loro regni fantasy traggono ispirazione dall’europa medioevale, non sarebbe poi così strano se qualche autore, per amor di varietà, decidesse di dare a uno dei regni, magari sul confine est, un aspetto più, appunto, orientale. è davvero poco fantasioso, ma passabile.
    Detto questo però ribadisco che secondo me non ci sono poi grossi problemi ad usare la parola katana (ovviamente se il POV lo permette, su questo sono d’accordissimo con te) perchè, è vero che ha un forte riferimento geografico, ma non come hamburger o abete americano. Il punto è che è un nome che indica qualcosa di preciso, come può esserlo stiletto, falcione, stella del mattino ecc ecc. Non si può liquidare una katana come una semplice spada, perchè non lo è. Certo bisogna anche prendere degli accorgimenti nell’inserire termini stranieri per non rischiare di sfociare nell’incoerenza, ed inserire bellamente “katana” in un contesto così “europeo” è bruttino, ma non mi sembra un orrore abominevole come abete americano.
    Detto questo( 2: la vendetta) non mi sembra che quanto abbia precedentemente detto si distacchi troppo dal “è questione di logica e di cosa si vuol fare”. Va specificato che io su argomento fantasy classico non sono molto ferrata perchè dopo abomini come eragon (sì, l’ho letto, e mi sono imposta il cilicio per questo) non lo posso più vedere, quindi non so fino a che punto un fantasy del genere può accettare termini stranieri, se ci sono regole sul linguaggio o cose simili… ho semplicemente esposto la mia opinione ^_^

  60. 639 ???

    @Francy

    L’esempio che hai fatto di magia non sta in piedi: Licia non si è sprecata a pensare a un modello di magia che fosse coerente e questo è quanto.

    Per quanto riguarda la questione Fantasy Classico/Medievaleggiante:

    Per medievaleggiante si intende (almeno io la vedo così) un ambientazione con tecnologia simile a quella medievale (es. niente pistole), non un ambientazione che ricalca l’ordinamento sociale del nostro modo durante il medioevo, ovvero dove esistano le nostre stesse nazioni e/o culture e/o religioni.

    Il secondo caso si può realizzare, ma sarebbe più simile a un romanzo di storia alternativa con elementi fantastici (ad es. se ci mettiamo la magia) che un fantasy vero e proprio.

    In questo caso se, ad es., c’è un giappone medievale si possono usare termini giapponesi, sempre che questi rispettino il POV.

    Una terza opzione è una via di mezzo (più vicina al fantasy) in cui si usano le nostre nazioni e/o culture e/o religioni, ma le cambio leggermente rinominandole e cambiandone magari la storia.

    Un es. (da quanto mi dicono perché io non gli ho letti) sono i lavori di Joe Abercrombie, dove troviamo l’Unione che riprende la nostra europa, il Gurkish Empire (che ovviamente riprende il Turkish Empire e la cultura mediorientale) e tribù barbariche del nord che riprendono le popolazioni scandinave.

    Link: http://en.wikipedia.org/wiki/The_Blade_Itself

    Anche in questo caso, però, l’uso di parole troppo “specifiche” prese dal nostro mondo non sarebbero una buona idea.

    Alla fine, e scusate se mi ripeto, e questione di:

    1 cosa si vuol fare.

    2 logica.

  61. 638 francy

    Chi legge fantasy “classico” non si scandalizza davanti a parole come “bastarda”, “palafreno”, o “conte”, ma potrebbe storcere il naso se si parla di “wakizashi”, “hatamoto” o “kimono”.

    Uhm, non capisco perchè…^^”
    Voglio dire, non mi sembra che inserire termini del genere in un fantasy classico, se per classico si intende con ambientazione medioevaleggiante, possa causare fastidi al lettore. O meglio, potrebbe causare fastidi se fosse fuori da un contesto logico: se un cavaliere impugnasse una catana mi farebbe come minimo ridere (per non piangere, zigh!) ma se la katana fosse l’arma di un guerriero venuto dalle Lontane Terre Orientali non penso ci sarebbero grandi problemi. E usare il termine katana è decisamente meglio che usare una descrizione come “spada a lama curva a taglio singolo con impugnatura rivestita di seta ecc ecc” che fa molto wikipedia (chissà perchè…uhuhuh). Oltretutto i mondi fantasy classici si rifanno al medioevo europeo e quindi non è improbabile che oltre i loro confini ci siano regni che, considerando l’aspetto globale del medioevo nel nostro mondo, siano invece simili al Giappone medievale. Diverso è per il nome Hatamoto che, essendo il nome di un samurai, suonerebbe davvero fuori contesto, a meno che l’autore non voglia chiamare così il sopracitato guerriero orientale per, non so, onorare il sig. Hatamoto.
    Concludo col dire che ho seguito attentamente la questione “linguaggio nel fantasy”… c’est très interessant (potere al francese maccheronico!!!! sìììììì!!!!!XD)

  62. 637 Zave

    @Mauro:
    hai ragione!!!
    tutti i romanzi fantasy devono essere scritti in una lingua inventata che nessuno conosca (perché è palese che solo chi è stato effettivamente nel mondo dove è ambientata la storia può averla imparata), e con dei caratteri che non possono essere certamente quelli nostri…

    non scherziamo dai: è ridicolo mettere sullo stesso piano la lingua della narrazione e riferimenti geografici specifici.
    come è già stato detto richiamare il concetto di abete americano in un’ambientazione dove l’america non esiste ha l’effetto di allontanare il lettore dalla narrazione. anche sforzandomi non riesco a pensare ad un motivo sensato per cui dovrebbe essere di vitale importanza ai fini della narrazione che gli abeti siano americani. avrebbe potuto tranquillamente gestire la cosa in modo diverso e più soddisfacente senza riferimenti geografici specifici estranei all’ambientazione della storia.

    è invece una cosa totalmente diversa che un libro destinato a lettori italiani sia scritto in italiano. secondo il tuo ragionamento un libro ambientato in francia deve per forza essere scritto in francese, uno ambientato in germania in tedesco, uno ambientato nell’antico egitto… e le traduzioni non valgono!
    sì ho capito che la presentavi come cosa paradossale da mettere sullo stesso piano dell’abete americano. ma non è così.
    il libro deve essere per forza di cose scritto nella lingua di chi andrà a leggerlo, è inevitabile. poi è chiaro che se il punto di vista è su un personaggio del mondo emerso sarà quella la lingua in cui si esprimerà, anche se noi lo leggiamo in italiano. e se il personaggio si trovasse ad ascoltare la conversazione di due persone che si esprimono in un’altra lingua, noi leggeremmo lo scambio sempre in italiano, con la segnalazione che il dialogo sta avvenendo in un’altra lingua (sempre che quest’altra lingua sia conosciuta dal personaggio, altrimenti nemmeno noi capiremmo nulla della conversazione).
    e a mio parere sono comunque da evitare anche espressioni particolari di una lingua legate ad un particolare contesto storico/culturale (o di qualunque altro tipo) che non abbia alcuna correlazione con l’ambientazione della storia. diversi autori infatti creano espressioni e modi di dire legati alla propria ambientazione (alcuni lo fanno bene, altri meno).

  63. 636 Mauro

    nessuno si sconvolge davanti a cavalli, umani, quercie, ecc. Il problema è che l’abete americano ha un riferimento geografico forte

    Sicuramente, ma l’Italiano non ha un riferimento geografico anche più forte? Non sto dicendo, sia chiaro, che allora tutto va bene; ma credo che sia solo (o in gran parte) questione d’abitudine, e per ovvi motivi la lingua è ciò cui siamo più abituati; ma al momento non mi viene in mente nessuna occorrenza che mi abbia dato fastidio.
    Sicuramente, va usato con criterio (la domanda che facevi se il dare un riferimento visivo usando “abeti americani” era rilevante).

  64. 635 Clio

    A ???
    L’esempio mio.
    A Mauro
    Ma era essenziale nella storia che fossero abeti americani e non abeti bianchi? Se sì, non c’era scelta, altrimenti a me personalmente darebbe fastidio. Comincerei a chiedermi se la storia per caso non si ambienta in un passato mitico o in un futuro remoto del nostro pianeta, il che mi farebbe allontanare dalla storia narrata.
    Poi, spesso si parte dal presupposto che il mondo parallelo sia molto simile al nostro e ospiti forme di vita simili: nessuno si sconvolge davanti a cavalli, umani, quercie, ecc. Il problema è che l’abete americano ha un riferimento geografico forte: ok, quell specie di abete esiste anche nel paese di Vattelappesca, ma l’America? Come il Lancre Blu: esiste un formaggio sul disco che è identico (anche nel carattere :D) a certi bleu, ma non si chiama Bleu d’Auvergne.

  65. 634 ???

    @ Clio

    Scusa, intendi l’esempio tuo o il mio?

    Comincio a credere che forse sono io a render la comunicazione difficile. (^__^)

  66. 633 Mauro

    Sicuramente è una cosa da usare poco, ma non saprei se sia da evitare a priori. Il caso che mi viene in mente è quello dell’abete americano (mi pare), che è quello su cui ho iniziato a ragionare su questo argomento: in non ricordo quale libro, c’era un bosco di abeti americani. Subito mi è venuto da chiedermi cosa c’entrassero, visto il chiaro riferimento al nostro mondo, ma dopo mi sono reso conto che è semplicemente un modo per dare l’informazione visiva dell’albero senza dover inserire descrizioni che potrebbero essere inopportune, e che potrebbero rovinare il ritmo.
    Ora: è vero che il solo fatto che mi sia venuto quel dubbio ha parimento rovinato il ritmo, ma notarlo o no è questione di abitudine, così come i due famosi Elfi che parlano Italiano non danno fastidio (nonostante sia internamente assurdo) proprio perché abituati a quell’artificio.
    Similmente al discorso della lingua, “abete americano” è il modo comprensibile di rendere come nell’ambientazione chiamerebbero quell’albero (nota: non sto dicendo che l’ipotetico autore abbia fatto questo ragionamento, potrebbe essere un errore; semplicemente, mi pare una base accettabile per motivarne l’uso).

  67. 632 Clio

    A ???

    https://www.blogger.com/comment.g?blogID=3825946599778285296&postID=6242652715234166145

    Grazie per il link, discussione interessante. L’esempio della scherma non sembra calzare.

  68. 631 Clio

    A Mauro
    (Mauro Malboro di Cuneo?)
    L’hamburger ha un riferimento geografico preciso, quindi penso ci stia male. C’è da vedere se è davvero necessario specificare: nella maggior parte dei casi questi dettagli possono essere sorvolati (“hamburger” con “piatto di carne”). Altrimenti, se è fondamentale e il nome ha riferimenti storico-geografici precisi, penso sia meglio cambiargli nome. Il formaggio Lancre Blu di Tiffany in “La corona di ghiaccio” è chiaramente L’ancre bleu o del bleu d’Auvergne, ma essendo che sul Disco non esiste l’Alvernia è stato ribattezzato e calato nella nuova realtà.

    Il POV complica enormemente la narrazione! Ad esempio in un duello, se adotto il POV di un combattente inesperto l’avversario cerca di sbudellarlo, se adotto quello di un combattente uscito dall’accademia l’avversario gli assesta un dritto tondo. Il problema è che a voler essere pignoli, certi POV costringerebbero il lettore a cercare sull’enciclopedia ogni tre parole.

  69. 630 ???

    @ Clio

    Siamo come Adamo e Dio nella Cappella Sistina: se non diciamo le stesse cose siamo a un soffio l’uno dall’altra.
    (Poi, ovvio, io sono Dio ^__^)

    Scemate a parte, per Swanwick: i romanzi condividono solo l’ambientazione. Se leggi solo il secondo il collegamento col reale non viene mai menzionato, quindi ti puo rimanere il dubbio: perché sta usando Scarpe Italiane, BMW, mitologia e lingua Croata etc etc.

    Penso sia,come stiamo dicedo da più post,questione di:

    1) quello che vuoi fare;
    2) logica.

    A Swanwick, per es, non penso che gliene freghi niente di giustificarsi.
    Vuole solo farti credere che il mondo è reale e perciò ti mette un ippogrifo e una porsche parcheggiati uno accanto all’altro e tutti i personaggi che passano di lì, li vedono, ma non pensano: che ci fa qui una porsche?

    Il suo obbiettivo e stupirti creando normalità, quindi se vuole un rasoio elettrico per una scena e qualcuno gli dice: MA NO! E’ ELETTRICO! lui risponde: senti,vedi un po’ di andare a fanculo, va!

    Tu forse ti stavi interessando di più al punto 2. Quello che dici lo condivido in pieno. Forse da aggiungere c’è che non centra solo il tipo di storia, ma anche il POV. Mi è stato ricordato di recente qui:

    https://www.blogger.com/comment.g?blogID=3825946599778285296&postID=6242652715234166145

    Posto il link così perché sono technologically challenged (^__^).

  70. 629 Mauro

    Quando in un mondo fantasy ci sono dei personaggi che parlano, difficilmente useranno l’Italiano; soprattutto se non sono Umani. Eppure, i dialoghi sono quasi sempre in quella lingua (ovviamente, per i libri editi in Italia), ma nessuno si scandalizza.
    In quel contesto, l’Italiano non è la lingua parlata, ma una sorta di “traduzione in tempo reale” del dialogo, fatta perché il lettore possa capirlo: i personaggi parlano la loro lingua, che sul libro viene resa con l’Italiano.
    Analogamente, scrivere “hamburger” (o cos’altro) è semplicemente per far capire di cosa si parla senza dover fare descrizioni ogni volta; descrizioni che potrebbero essere inserite nel libro, ma farlo per ogni termine potrebbe risultare pesante, e potrebbe richiedere inutili interventi dell’autore (“Ordinò un kpf, una bistecca circolare di carte tritata pressata”; il personaggio sa cos’è il kpf, perché dirlo?).

  71. 628 Clio

    A ???

    Per Swanwick:
    Se è la stessa ambientazione del primo, suppongo che, come il primo, sia collegato al nostro mondo. Quindi il lettore non dovrebbe sentirsi “spaesato”.
    In Carpe Jugulum siamo sul Mondo Disco. Non l’ho ancora finito, ma si accenna appena al fatto che il mondo sia piatto: essendo un romanzo della saga il lettore non è sorpreso se ad un certo punto qualcuno precipita dal bordo. (Vebbè, con Pratchett, dopo 20 pagine, il lettore non dovrebbe sorprendersi più di nulla, capita di TUTTO :D)
    Comunque il punto su cui non sono completamente d’accordo è questo:

    Se è un mondo uguale al nostro come quello di Swanwick in The Dragons of Babel praticamente posso usare ogni parola anche “pistola, scarpe italiane, hamburger.”

    In un mondo fantasy classico invece no.

    Sorvolando sui nomi con riferimenti storico-geografici evidenti (come hamburger), dipende dalla storia. A seconda del “tema” del racconto, un personaggio ricarcica la balestra col marchingegno o col martinetto. Se è una storia di guerra, ad esempio, penso sia meglio usare la parola precisa, anche se viene dal nostro mondo.
    Inoltre penso che molto dipenda dall’abitudine. Chi legge fantasy “classico” non si scandalizza davanti a parole come “bastarda”, “palafreno”, o “conte”, ma potrebbe storcere il naso se si parla di “wakizashi”, “hatamoto” o “kimono”. Eppure è equivalente.
    Insomma, quello che volevo dire è: temo sia una faccenda più complicata di quanto non si pensi ^_^ Et c’est tout. Ma magari ho capito male io quello che hai scritto.

  72. 627 francy

    Il vero problema è che nelle Cronache di Licialandia non si fa mai più riferimento a quella filosofia e la magia è totalmente scollegata dalla natura.
    Mi spiego: Sennar, il mago non fa appello o comanda alcun spirito elementale, nè piega gli elementi con la logica del “riciclo” o che “tutto è collegato”: fa semplicemente cose a caso.

    Uh uh, è assolutamente vero ù.ù! Ed è anche per questo motivo che penso che Licia abbia inserito il tutto ecc solo per darsi un tono. Non ricordo esattamente ogni particolare della magia mondoemersiana, quinde se dico delle cavolate vi prego di correggermi, ma mi sembra che la suddetta magia non venga minimamente approfondita, quindi proverò a farlo io. Ed è assurdo che un lettore debba interpretare ciò che scrive l’autrice di un libro, ma sorvoliamo.
    Come fa Sennar a trasformare il pugnale in un serpente? Forse, e dico forse, no è tanto distante dalla logica della magia troisiana perchè è possibile che la materia del mondo emerso non sia altro che la forma tangibile dell’energia del tutto è uno ecc, quindi i maghi che sono in grado di…uhm…incanalare questa energia possono anche modificarne la trama a loro piacimento e trasformare il metallo in un animale( o i le verze in qualcosa di mangiabile^_^) Ma per la barca volante e le passerelle non ho proprio alcuna idea.
    Questo è un altro esempio di come la Troisi sia incoerente perchè, come si è detto prima, la sua magia non segue più la logica naturale. Penso che la Troisi avesse in mente una sua precisa idea di magia onnipotente che non solo piega le leggi della natura, ma le ignora del tutto. Poi ha aggiunto la filosofa dell’uno è tutto ecc come spiegazione postuma per… beh, a questo punto non lo so più neanche io per che cosa.
    Io sono del parere che la magia operata da esseri umani o mezz’elfi che siano(comunque non divini o demoniaci) sia più credibile quando viene spiegata, ma nella maniera corretta. Soprattutto, mi pare di ricordare, nei suoi libri la Troisi spiegava che la magia buona era quella che operava secondo le leggi della natura, mentre quella del Tiranno era una magia che andava contro a tali leggi. Peccato che anche la magia buona stravolge le regole naturali!XD

  73. 626 ???

    @ Clio

    Ehm, dammi del pistola, ma non ho capito bene: dov’è che non sei d’accordo? A me pare che abbiam detto la stesse cose. (^__^)

    Per quanto riguarda le versioni alternative del mondo, Swanwick in The Dragon’s Daughter collega il suo mondo al nostro, ma in The Dragons of Babel (stessa ambientazione) non fa mai cenno alla cosa, eppure usa scarpe italiane, mitologia croata, auto BMW, termini “dialettali” degli stati meridionali USA etc etc.

    Alla fine come anche tu dicevi (mi sembra di capire) bisogna sapere quale effeto si vuole ottenere e andare di logica per fare le proprie scelte.

    Piramide a gradoni, come dicevo, non ha sinonimi “neutri”, come invece ha un’imprecazione, perciò: ho usi il termine o descrivi l’edificio o cambi e metti una torre.
    Certo è che se questo è l’unico caso in cui fai questo tipo di scelta in tutto il libro e il tuo è un mondo fantasy medievale, allora è meglio evitare, perché il lettore storce il naso.
    Però, se come me, prima hai fatto vedere navi volanti e ascensori pubblici a vapore e giornali venduti agli angoli delle strade, il lettore non dovrebbe avere troppi problemi, no?

    Venendo alla Troisi, ho letto la scena molto tempo fa, ma se non ricordo male le serviva riflettere sulla frase per l’addestramento magico, ovvero comprendere il fondamento alla base di tutto il creato.
    Quindi non ci vedo niente di male.

    Il vero problema è che nelle Cronache di Licialandia non si fa mai più riferimento a quella filosofia e la magia è totalmente scollegata dalla natura.
    Mi spiego: Sennar, il mago non fa appello o comanda alcun spirito elementale, nè piega gli elementi con la logica del “riciclo” o che “tutto è collegato”: fa semplicemente cose a caso.

    Le magie che mi ricordo sono:

    1) Far diventare un’arma un serpente.

    2) Creare una passerella di luce sopra il mare per non dover nuotare dalla spiagga a una nave, che sennò si bagna, puar. (Povero in friulano)

    3) Far librare in aria la suddetta nave. (Ma non con l’aiuto del vento)

    E così via.

    Alla fine quindi il problema con la scena di Nihal è: che spieghi la magia a fare se poi non segui quello che dici?

    In FMA la scena non era uguale al 100%, ma il succo sì. Al e il fratello Ed dovevano capire che nulla si butta, ma tutto si trasforma.

    Nel manga, però, la scena ha senso, perchè il concetto ritorna molte altre volte e fa comprendere ai due protagonisti che forse c’è un metodo per riottenere gli arti di Ed e il corpo di Al che erano andati perduti.

  74. 625 Clio

    A ???
    Sono in parte d’accordo in parte no. Il lessico da usare in un romanzo fantasy è una faccenda spinosa.
    Se il mondo è collegato al nostro, o una versione diversa del nostro o il nostro in futuro/passato mitologico, allora si possono usare termini del nostro vocabolario o espressioni ricorrenti senza problemi.
    Se il mondo è totalmente diverso e separato il problema è complesso: da un lato usare parole del nostro mondo è scorretto, perché in una galassia lontana lontana non hanno di certo le nostre strutture linguistiche e i nostri riferimenti. Quindi chiamare il deposito munizioni di una nave santabarbara è scorretto: in quel mondo non è vissuta Santa Barbara. Allo stesso tempo però non si può complicare troppo le cose. Se il personaggio usa un’arma come la pistola, tanto vale chiamarla pistola, onde non complicare troppo le cose al lettore con una lunga spiegazione. Dopotutto quando si parla di un mondo fantasy si parla di un mondo che teoricamente esiste o sarebbe potuto esistere nella vasta gamma di possibilità. E nelle infinite possibili combinazioni può o potrebbe esistere un mondo in cui si usano armi praticamente identiche ai moschetti a miccia. A questo punto è bene parlare chiaro.
    Diverso è per le espressioni correnti. Un personaggio sbuffa “maremma mayala!”, vuol dire che è alterato. Ma Maremma mayala è tipicamente fiorentino, e nel mondo del personaggio non esiste la Madonna, non esiste la Maremma e magari il maiale è sacro; non solo, l’espressione vuole significare irritazione, si può tranquillamente sostituire con qualcosa di diverso senza mettere il lettore in difficoltà.
    Per i concetti astratti come quello citato: dipende. Nel nostro mondo è una teoria su cui si basa un certo tipo di sapere. Nell’infinita gamma di possibilità, si può benissimo immaginare un mondo in cui esiste una teoria ed un sapere simili e parlarne se sono utili alla trama! Non conosco il manga, ma mi pare di capire che il concetto sia fondamentale nello svolgimento. In Nihal è altrettanto fondamentale o è messo lì perché ci voleva qualcosa di figo e esoterico?
    Per esempio, posso benissimo inserire in una storia il taoismo o la mitologia germanica, se penso che siano importanti. Ovviamente dovrò trattarli con cautela e non chiamarli “taoismo” e “mitologia germanica”. Dopotutto al mondo esistono filosofie e religioni molto simili in posti lontanissimi tra cui non ci sono stati scambi. Se è possibile che il mito dell’Uovo Cosmico fosse in Grecia ed in Giappone, è possibile che Nihal rifletta sul Pan e l’eterno ritorno. Il punto è: ha senso nella storia? La cosa più importante era che Nihal capisse che tutto è uno ecc. o che diventasse allieva di Soana a fini di trama? Nel secondo caso, la trovata della Troisi è tuttalpiù banalotta e sprecata.

  75. 624 ???

    @Kagura, Francy, Vincent

    Non penso che la Troisi si sia rifatta a FMA proprio perché il concetto non arriva dal fumetto, ma è in giro da molto prima: prima di cristo, per capirci.

    Il punto ora è: riferimenti sì o riferimenti no?

    Personalmente non trovo nulla di male in uno o mille riferimenti, a patto che abbiano senso nella scena/romanzo. Qui ad esempio il riferimento ci può stare, più che altro potra non piacere l’esecuzione della scena.

    I riferimenti che non vanno sono quelli tipo i nomi dei protagonisti nel romanzo “Le maschere del potere” recensito da Gamberetta dove troviamo Fladnag (Gandalf al contrario) Odorf (Frodo) e così via. Questi sono “riferimenti” fatti a stracazzo perché non sono motivati.

    La questione riferimenti si lega poi a un’altra questione più vasta.

    Se sto scrivendo di un mondo fantastico posso riferirmi a qualcosa che “proviene” dal nostro mondo? Come la filosofia dietro alla frase “Uno è tutto e tutto è uno”?

    Bè, dipende dal mondo fantastico. Se è un mondo uguale al nostro come quello di Swanwick in The Dragons of Babel praticamente posso usare ogni parola anche “pistola, scarpe italiane, hamburger.”

    In un mondo fantasy classico invece no.

    Anche lì però bisogna andare per logica: se in una scena ho una piramide a gradoni non vedo niente di male a definirla come tale, invece di descriverla come un edicio squadrato di più piani sempre più piccoli. (Descrizione orribile, fra l’altro)

    E questo anche se tecnicamente non potrei usare la parola “piramide.”

  76. 623 Kagura

    Grazie a Vincent Law e Francy; sapevo che l’Arakawa aveva riutilizzato il concetto, perchè nel suo manga ci sono continue citazionie e allusioni, ma sapete: “allora, la squinzia deve diventare allieva della strega e quindi deve starsene isolata in un posto ostile [...fingiamo lo sia] e pensare alla frase ‘Tutto è uno e uno è tutt…’…ohi, l’ho già sentita. E la Troisi non leggeva manga?”.
    Quella maledetta somiglianza mi ha dato davvero fastidio; la prova alla Paolini di meditare in mezzo alla natura, pazienza, i folletti che saltano qua e là, pazienza, Sennar che è un’emerito pirla che non rispetta gli ordini della sua maestra, pazienza, la maestra che è un’emerita pirla e non se ne accorge, altra pazienza; ma la scopiazzatura da FMA no. Oltre al danno, la beffa.
    Non solo all’alchimia, ma anche al povero lettore, sopratutto se otaku, che leggendo questa cosa alla fine del libro si ritrova a commentarla con: ” e quindi?”.

  77. 622 francy

    Sono d’accordo con Vincent Law. Anch’io, da grande fan di FMA (il manga, non l’anime) avevo notato la somiglianza, però la cosa che mi ha dato fastidio, anche se all’epoca ero una povera e igenua Troisi fan, è stato che la suddetta autrice non si è nemmeno data la pena di approfondire il concetto. Non tanto perchè l’abbia liquidato in poche righe, perchè anche l’Arakawa ci ha messo poche vignette a spiegarlo, ma, caspita, erano vignette che hanno lasciato il segno! No, quello che mi ha fa alterare tutt’ora è che probabilmente la Troisi abbia voluto ficcare dentro alla sua storia il tutto è uno e uno è tutto per aggiungere un qualcosa di mistico e ciance belle, senza fare uno straccio di ricerca su un concetto complicato e dalle mille sfaccettature, al contrario della Arakawa che si è fatta un bel po’ di ricerche. lo so perchè, per la mia storia, ho comprato un libro sull’alchimia (Storia dell’Alchimia di Eric John Holmes) in cui ho ritrovato molte simbologie usate in FMA con rispettivo significato. Sta tutto nel documentarsi, infatti il tutto è uno e l’uno è tutto della Arakawa è buono, quello della Troisi è un’offesa alla povera alchimia.

  78. 621 Vincent Law

    Guarda, se vogliamo fare i pignoli, il concetto di “uno è tutto, tutto è uno” non si limita a fullmetal alchemist. Sarebbe una scopiazzatura anche di Talbot, ti pare? Degli ermetisti, degli gnostici… degli alchimisti medievali o rinascimentali… Dell’ eterno ritorno di Nietzsche… E tantissimi altri studiosi, scrittori, filosofi… fino ad arrivare al concetto greco di “En to Pan”, simbolo il famoso serpente che si morde la coda (Uroboro) che rappresenta la ciclicità infinita del tempo. Chi è che copia chi? In realtà credo che la Trosi faccia una semplice citazione, o al massimo trae ispirazione da queste teorie. Il problema VERO, è che:
    1 – Lo fa male, molto male: spende due righe per il concetto e oltretutto Nihal ci arriva in due secondi. La descrizione fa pena: il lettore ha l’impressione che neanche la Troisi sa di cosa sta parlando.
    2 – Assomoglia maledettamente troppo alla scena di fullmetal alchemist, come dice Kagura infatti, quando i due giovani fratelli, sotto ordine della loro maestra, vanno in un bosco su un isola per cercare la risposta a “uno è tutto, tutto è uno”.
    Si sa che la Trosi è un appassionata di anime e manga, ma il problema (e la differenza con altri scrittori appassionati di queste cose) è che NON VA OLTRE. Anche una semplice ricerca con Google avrebbe fatto scoprire alla troisi quanto fosse sputtanata la teoria del “Uno è tutto, tutto è uno” e come fare per renderla più originale all’interno del suo libro. Ma non le è fregato una mazza, quindi, a noi la mondezza…

  79. 620 Kagura

    E’ da quando sono una bambina che quando mi dicono “non fare questo” io lo faccio, quindi nessuna sorpresa se dopo essermi sentita dire “non leggere Licia Troisi” mi sono scaricata Nihal, giusto per vedere com’è.
    Ovviamente è uno schifo, esattamente come detto da Gamberetta.

    Una cosa però; perchè nessun commento sulla palese scopiazzatura di fondo della scena dove Nihal deve superare la “prova” per diventare allieva di Soana? La situazione iniziale è la stessa presentata in Fullmetal Alchemist, quando i due ragazzini devono diventare allievi di Izumi; “Uno è tutto, e tutto è uno”. Anche la stessa frase.

  80. 619 Clio

    Essendo una persona con un certo senso dell’onore, se ho un romanzo pessimo nel computer lo distruggo e cancello ogni possibile prova. Magari riscrivo la storia.
    La possibilità numero 2 è molto accattivante, ma ho una specie di impedimento genetico a cercar di vendere robaccia in malafede :D Eh, ad ognuno i suoi handicap!

  81. 618 Hellfire

    credo che chi si rende conto di scrivere porcate non vada proponendosi a destra e a manca (a meno che “destra” e “manca” non abbiano già pubblicato orrori disumani)(ogni riferimento eccetera è puramente voluto)

  82. 617 Maudh

    Lo faccio pubblicare da qualche persona facilmente influenzabile e mi propongo come agente per un modico 90%

  83. 616 francy

    Una domanda.

    Avete un romanzo nel cassetto, pessimo.

    Una grande casa editrice decide di pubblicarlo in pompa magna e con grande clamore.

    Qual è la vostra reazione?

    voglio rispondere a cafeine:
    possibilità n 1 sono una persona con sani principi, se il romanzo è davvero pessimo, me ne vergognerei a morte e lo brucerei per elminare
    ogni prova tangibile del mio fallimento.
    possibilità n 2 sono maaaaalvuuuuaaaaagiaaaaa e lo faccio pubblicare sotto uno pseudonimo, così la mia dignità è salva e io mi intasco i profitti e mi compro una torre da 600 metri
    possibilità n 3 ho appena battuto la testa molto, ma molto forte: wow, una casa editrice famosa come la mondadori mi vuole pubblicare! allora il mio romanzo non era merdoso come mi aveva detto il mio stesso pc mentre lo scrivevo! lo faccio subito pubblicare! yuppi!

    Oggi mi sento stranamente cattiva, scelgo la pussibilità numero 2, e voi?

  84. 615 Merphit Kydillis

    @ lilyj: mi spiace contraddirti, ma Salazar è un nome comune portoghese, tanto che un personaggio famoso è Antònio de Oliveira Salazar, economista e dittatore portoghese dagli Anni 30 fino alla fine degli Anni 60.
    Pertanto, una volta tanto Licia non ha copiato alcunché.

  85. 614 Annaf

    Certo, ma un nome, messo lì così, non vuol dire niente. Se ha la stessa personalità complicata (e dei personaggi della Troisi non si può certo dire una cosa del genere, visto che sono piatti), le stesse tendenze, gli stessi modi di fare di Salazar Serpeverde, allora sì, si può parlare di copiatura. Ma finché c’è solo un nome non ci vedo nulla di male.
    Come ho già detto, portando il mio esempio, ci sarebbero tantissimi autori che potrebbero gridare al plagio perché qualcun altro ha usato gli stessi nomi per i propri personaggi. Anche la Meyer ha usato certi nomi (Bella, anche se è l’abbreviazione di Isabella, se non mi sbaglio) e certi cognomi (Black, per citarne uno) usati anche dalla Rowling, ma mi sembra che nessuno si sia mai scandalizzato.
    Ripeto, l’originalità di un romanzo sta anche nei nomi, purtroppo se si rifanno a certe cose (stelle, miti, credenze popolari, ecc.) o se attraggono per un qualche motivo, si usano e basta. Sono semplicemente nomi. (E io dovrei fare causa a tutte le madri che hanno messo il nome “Anna” alle proprie figlie XD)

  86. 613 lilyj

    @ Annaf: ok, però mi sembra comunque sospetto, visto di chi stiamo parlando. O no?

  87. 612 Annaf

    @lilyj: Certo, l’originalità sta anche nel trovare i nomi adatti ai personaggi, che rispecchino il modo di essere di quel personaggio o che si sposino bene con certe caratteristiche, però non sono coperti da copyright, quindi in fondo non ci vedo nulla di male (soprattutto se i personaggi sono totalmente diversi tra loro). Altrimenti io dovrei mandare una mail tutta incavolata a David Whitley perché un suo personaggio si chiama come uno dei miei.

  88. 611 lilyj

    Non so se è già stato detto, ma la cara autrice ha anche copiato “Salazar”. È il nome proprio di Serpeverde (in originale Salazar Slytherin), uno dei quattro fondatori di Hogwarts, la scuola di magia di Harry Potter.
    Si può essere più patetici?

  89. 610 francy

    ups, mi sono accorta di non aver letto fino in fondo il commento di nekoi, pensavo di averlo fatto… beh, così almeno i miei dubbi su myazaki sono fugati! concordo in pieno con te Nekoi!
    e infine GRUMO FOR PRESIDENT!!!!!

  90. 609 francy

    Saaaaaalve, ultimamente sento l’impellente bisogno di lasciare commenti, quindi eccomi qui! BOAHAHAH! (perdonate il mio attimo di pazzia)
    Nella mia foga di commentare non potevo non esprimere il mio parere su questa recensione (magnifica come sempre) e su nihal e la troisi generale (aaaargh!) Devo ammettere, mea culpa, che ho letto questo libro qualche anno fa e l’ho anche trovato interessante! Consideravo la troisi una brava scrittrice, la volevo emulare! Siate comprensivi, non ero stata ancora battezzata al fantasy, poi ho iniziato a leggere pratchett e mi sono divorata (non letteralmente, eh!) la trilogia di bartimeus di stroud e sono rinsavita, rendendomi poi conto grazie al grande verne che esiste fantasy (anche se verne è stato il predecessore della fantascenza… vabbè, non puntualizziamo) oltre i cliches degli elfi e dei draghi. i veri Autori sono quelli che hanno fantasia, cosa di cui la troisi manca completamente. Grazie a questa recensione poi mi sono accorta che questa “autrice” oltre ad essere una scopiazzatrice doc è una demente peggio di magikarp! Quando ho letto dei corpetti sgargianti non sapevo se ridere o piangere! concludo col dire che anch’io come Nekoi ho dato un occhiata al fumetto tratto dal libro, più per curiosità che per altro, e l’ho trovato orribile. tralaltro la commessa della fumetteria dove di solito compro i manga mi ha detto che l’autore del suddetto fumetto è incappato in una causa di plagio per aver copiato delle tavole da un albo di myazaki (almeno penso si tratti di lui, la tipa del fumettolandia ha una pessima pronuncia giapponese). Non so se sia vero o no, devo fare delle ricerche, ma a quanto pare il germe della scopiazzatura la troisi l’ha trasmesso anche a tutti quelli a contatto con lei…

  91. 608 Nekoi Echizen

    Gamberetta.. dove sei stata fino ad ora???????
    Ho letto tutta la trilogia e ringrazio che fosse un regalo.
    Ogni capitolo era da sbudellarsi! Diamine per chi è abituato a leggere veri fantasy la Troisi è qualcosa di indescrivibilmente vergognoso. Prego la notte che questo libro (di barzellette) non arrivi agli americani o londinesi se no siamo finiti, possiamo andare a morire tutti quanti nel bel mezzo della demenza ma prima scuoieremo la Troisi viva per averci fatto questo.
    Vorrei tanto capire perchè diamine una GUERRIERA deve avere quegli spasmi involontari che le fan scivolare rivoli umidi d’acqua dagli occhi che lei chiama “e Nihal pianse” mah.. Che schifo, non riuscivo a vedere altro che una tizia priva di qualunque talento avere un successo che non capisco. O forse lo capisco eccome! Con la demenza generale di queste nuove generazioni non mi stupisco che gli scrittori cadano così in basso per vendere i loro libri.. o meglio alcuni lo fanno volontariamente, lei è completamente immersa nella massa di ignoranza che vive nelnostro paese. MI vergogno di avere tale presenza a dir poco avvilente nel mio paese. sarei pro per bandirla dall’Italia. E dire ch eho un’amica che non riesce a leggere i fantasy ma quelli della Troisi si. Evviv ali potrebbe leggere anche un povero portatore di handicap! Fra l’altro una persona che legge tanti libri SA che la cosa che rendono bella la lettura sono le descrizioni che ci fanno vivere gli eventi del libro, qui siamo alla banalità totale e devo dire che la tempistica degli eventi oltre alle misure mi ha a dir poco allibita, poi guardando le copertine non ne parliamo! Non corrispondono per niente alle povere descrizioni troisiane. Si vede che chi le ha fatte non ha letto il libro, un pò come quella porcata immonda che han chiamato fumetti delle cronache del mondo emerso dove anche li han preso.. mh.. permettimi di usare il termine: FORTUNATI per far eun semplice lavoro di copia, incolla ed adattamento da altri autori di fumetti tra l’altro molto famosi come Kishimoto, (autore di Naruto), studio Gibli (autore di opere meravigliose quali la Principessa Mononoke, il castello errante di Howl, e tanti altri), Xmen (palese scopiazzamento) e 100% fragola. Ora io dico un qualnque disegnatore che ha il coraggio di chiamarsi tale HA un suo tratto e quindi magari che mi disegna l’omino dell’impiccato riesce a diferenziarsi, fra l’altro anche la Troisi confessa di essere un’amante dei fumetti che ha usato per irretire quel poveretto di suo marito.. Ma io penso che non ci voglia un genio per veder eche Nihal cambia faccia in ogni pagina!!! E’ disgustoso e davvero poco professionale! Sono proprio contenta che abbiano ricevuto denunce dallo studio Ghibli e che abbian smesso di produrlo.
    E finalmente chiedo venia per il lungo commento ma posso sfogare la mia frustazione dopo aver letto questa schifezza.

  92. 607 talia

    Ciao,

    Complimenti per la recensione, lessi il libro per riposarmi un po dalle cronache del ghiaccio e del fuoco di Martin e…durai poco, ora sta li a prendere polvere. ;)

    ciao e complimenti ancora!

    talia

  93. 606 francesca

    Mi accodo anch’io a questo topic, perchè è la prima recensione gamberesca che ho letto. Vorrei dire la mia a chi ne contesta la sostanza (perchè la forma, concordo, può anche irritare, specie quando non si parla del libro ma dell’autrice ecc.).
    In pratica molti estimatori della Troisi dicono: perchè parlare così male di questo libro, perchè scavare alla ricerca degli errori? Non sarà un capolavoro letterario, ma a me ha regalato emozioni. Mi ha colpito molto questa espressione, regalato, che ricorre in più di un post di affezionati di Nihal.
    Regalato? Non so voi, ma io quando vado in libreria, i libri non me li regalano, ma li pago. Non è una battuta. Se il libro venisse davvero regalato, per esempio pubblicandolo gratuitamente su internet, potrei dire, a gambere’, vivi e lascia vivere, che ti frega se Nihal fa un inseguimento ai 190 all’ora con una panda di seconda mano , tanto è fantasy e poi a caval donato… Invece, quando un libro è in vendita, sono molto contenta che qualcuno mi segnali (argomentando e con esempi) che in molti punti il tal libro non funziona come dovrebbe funzionare un buon libro: di certo non lo comprerò. Ce ne fossero! Ho appena speso 21 euro per un thriller osannato a destra e a manca ma che ho trovato davvero loffio e pieno di trovate inverosimili. Leggendo una recensione circostanziata come questa forse avrei speso meglio i miei soldi.
    Riassumendo: lo scopo di una recensione è dire ai potenziali lettori se vale o meno la pena comperare una certa opera. E quella di Gamberetta dice: se amate i libri con un intreccio ben congegnato, personaggi complessi, descrizioni non generiche, ambientazione fantastica costruita in modo originale, o ricostruita in modo documentato laddove realistica, avvenimenti coerenti tra loro, scene di battaglia verosimili ecc. ecc. (come molti lettori di fantasy), non spendete i vostri soldi per questo libro. E in questo fa quello che una recensione deve fare.
    Insomma, anche le emozioni hanno un prezzo (ma su IBS adesso Nihal è in sconto 20%. ).

  94. 605 Gianluca

    @ Angra.
    Il fatto di far collaborare lo scrittore con lo sceneggiatore non mi sembra un’idea malsana. Lo scrittore saprà di cosa si sta parlando, inoltre si risparmia tempo in quanto lo sceneggiatore non deve leggersi il romanzo… ^_^ hahaha, scherzo, spero l’abbia letto. Inoltre a chiusura di ogni volume ci sono racconti ed appendici dello stesso King (forse avrà lavorato solo a quelli).

    @Stefano.
    Sono pienamente d’accordo con te.

  95. 604 Stefano

    A onor del vero ho letto anche due negativissime recensioni su FM: una all’ultimo romanzo troisiano e un’altra al fumetto, in tempi non sospetti (prima che saltasse fuori il fattaccio del plagio).
    Cambiamento di rotta o scadimento delle opere troisiane? Forse entrambe le cose: alle Cronache bisogna comunque riconoscere una certa genuinità che manca nelle opere successive, frutto di catena di montaggio.

  96. 603 Annaf

    (Cecilia Dart-Thorton non sarà un genio, ma volete mettere? Riccioli biondi, gran sorriso, tutta un’altra storia)

    *O* Da dove vieni? Chi sei? Perché non ti sei palesata prima?
    Ok, la smetto, è solo che quando sento questo nome da un’altra persona italiana, mi esalto e mi dico che allora non sono l’unica ad aver letto questa scrittrice (anche se non la consideri un genio, fa’ niente, a me basta che tu la conosca).
    Grazie di esistere e scusate l’OT XD

  97. 602 Elys

    Sono commossa dalla scoperta di questo blog e di questo articolo.

    Ovviamente vi rendete conto che la Verità su queste pagine web è solo fonte di insignificanti, peraltro triti e ritriti: “aaah non avete capito nienteee non può non piacerviiii”, se non un più compito: “Hai dimenticato solo una cosa: le emozioni e i sentimenti che si prova leggendolo” (la migliore… dalla quale non riesce a fare a meno di emergere il virus della devastazione grammaticale che affligge innegabilmente i lettori della T. -> le emozioni e i sentimenti è tutta roba al plurale, ma è un debole peccato, su).
    Ma se cotesta Verità fosse espressa davanti al compatto esercito di FM, sì, proprio loro, l’esercito delle menti flessibili del fantasy italiano… eeeehm, era ironico, che accadrebbe?
    Qualcuno qui in mezzo deve esserci già passato per forza! Che vi hanno fatto? Fucilati da argomentazioni pienamente fondate di espertoni del fantasy? Massacrati dai sentimenti tipo “lei è una di noi”? Ci pagano per ferne pubblicità, ehm, ma che dico?
    La cosa più triste è che da anni una falange smunta di noi appassionati di fantasy cerca di smontare il dannato mito trosiano draghi-ragazzetettone-con-spadone-pastaconlecozze, ma ci rispondono sempre che siamo invidiosi.
    La cosa che nessuno si chiede mai è come una laureata in astrofisica (e notare che nessuno fa mai caso all’uso sfrenato di noi di stelle per i personaggi, laddove non sono nomi scopiazzati a mitologie o altro, ma senza un riferimento chiaro da parte dell’autrice, così sapendo molto da “…Io? Non avere idee per i nomi? Ma daaaaai”), che, a detta sua -basta averla tenuta d’occhio quando ancora non era trincerata dietro la fama Mondadori, e parlava un po’ troppo di sè- non capisce una fava di fantasy, tranne aver visto le repliche di Berserk sulla Mediaset, abbia scritto un… ehm… fantasy. A cavolo, ma l’ha scritto.
    Ci potete arrivare. Ce la potete fare!

    Purtroppo anch’io ho amici fissati. Perché con Mondo Emerso e company, si tratta sempre e solo di “fissazione”. Passione essendo troppo un concetto profondo, penso. Fenomeno da supermercato, d’altronde (quale autore serio non vorrebbe vedere le sue opere esposte da Conad?). Fissazione difesa dai soliti: “Ma noo… ma sei cattiva a dire così!” che fanno pensare a una sorta di condizionamento di massa. Non è bello, ma non ce ne frega niente HA IL MARCHIO. Ricordate il fenomeno del margheritone Guru? Ecco.
    Osi dire che Guru-margheritone non è una bella felpa? OSI dire che non sia di qualità? Impossibile! Costa una cifra ergo è eterna. Non è che uno un giorno abbia disegnato una margherita sotto influenza di cocaina e l’abbia spacciata per un fenomeno figo. Siamo in Italia. Ovviamente la Guru è fallita. Ma passiamo oltre, che avete capito il senso.
    Ahinoi. Siamo tutti “cattivi” se al terzo capitolo del primo libro c’è scappato un “…ma che cazz… boiataaa… yawn!”. Non dico che autori stranieri non abbiano lo stesso potere soporifero (il fantasy più che venire scritto viene sostanzialmente ABUSATO), ma da un’autrice italiana con tanto di etichetta uno si aspettava qualcosa di concreto, non un fronte rivoluzionario di difesa, età 10-14 anni (o 30+, in molti casi), dei suoi 3425442346 prodotti della filiera Conad, ci mancava solo il fumetto. Il fumetto…!
    Ce ne sono tanti di autori italiani fantasy bravi in Italia, ma nessuno lo sa. Purtroppo in Italia è così. Lo scrittore non esiste. Soprattutto di un genere di nicchia. Per cui dimentichiamoci di avere l’Editrice Nord, per dirne una. E pensiamo a come fare del Mondo Emerso un film. E’ già successo un disastro quando vollero a tutti i costi imbastire un Eragon-movie. Il povero Paolini sì che è raccomandato (genitori proprietari di casa editrice – lui pubblica su scala mondiale a 15 anni – E SI VEDE), e il film è ovviamente caduto in mano ai soddisfatori di bimbiminkia. Gente che non si ricorda di fare le orecchie agli elfi, ecco tutto.
    Ciò che non comprendo è l’accanimento nella corsa alla difesa dell’onore della Sora T. quando uno butta lì un “Bah, ma a me non è che mi abbia… anzi, mi ha fatto du palle…”. Che di benevolo non ha granché (Cecilia Dart-Thorton non sarà un genio, ma volete mettere? Riccioli biondi, gran sorriso, tutta un’altra storia). Perché fate ‘sto diavolo a quattro? Siete strani. Oppure siete bambini, il che avrebbe un senso.

  98. 601 Annaf

    Non come R.A. Salvatore (come c***o è fatto un orrore uncinato?! Non lo so perché non te lo dice!), che scrive romanzi commerciali destinato ad un pubblico che, alla lunga, dovrebbe sapere molto dell’ambientazione Forgotten Realms di D&D.

    Ho provato a leggere un suo libro e non mi ha per niente presa o coinvolta, mi sono fermata dopo pochi capitoli.

  99. 600 Merphit Kydillis

    @ Stefano: Male, molto male. Se uno giudica un libro in base all’età, tanto vale mandarli al macero. Ho questo vizio, metto a setacciare in quei bidoni per il riciclaggio della carta alla ricerca di qualche buon libro da “adottare” nei miei scaffali… insomma, frugo nella spazzatura >.>
    Nonostante quest’attività non proprio pulita, spesso trovo dei buon libri (anche se la maggior parte di sono abbastanza vecchiotti). Tra i più importanti ho rinvenuto Il Dossier Odessa, una La Cattedrale del Mare abbastanza nuovo (e parlo della versione “gigante”, con tanto di segnalibro, mappa di Barcellona e illustrazioni) Shogun di James Clavell e, ultimo ma non meno importante, I Draghi del Crepuscolo d’Autunno della coppia Weis-Hickman.
    Riguardo a quest’ultimo libro: QUELLO, a mio parere, è un buon libro fantasy: stile semplice, la magia ben strutturata e una buona abilità nel mostrare. Non come R.A. Salvatore (come c***o è fatto un orrore uncinato?! Non lo so perché non te lo dice!), che scrive romanzi commerciali destinato ad un pubblico che, alla lunga, dovrebbe sapere molto dell’ambientazione Forgotten Realms di D&D. Melgio Weis-Hickman…

  100. 599 Stefano

    A proposito, la teoria dell’anello mancante è stata bruscamente smentita alcuni giorni fa. Nella biblioteca in cui lavoro i libri fantasy sono per lo più molto vecchi, con pagine ingiallite e copertine rovinate. I pochi libri di recente uscita li ho fatti ordinare io tramite i “desiderata” o ci provengono direttamente dal grossista (e sono, come è ovvio, tutti titoli degli autori che vanno per la maggiore, Troisi in testa)
    La ragazzina ha guardato con fare disgustato il settore, per poi sentenziare: ma sono tutti vecchi! e se ne è andata digustata non prendendo nulla.

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