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L’Acchiapparatti di Tilos

Pubblicato da Gamberetta il 29 marzo 2009 @ 17:42 in Fantasy,Italiano,Libri,Recensioni | 84 Comments

EDIT del 9 ottobre 2010. Nel marzo 2010 è uscita una seconda edizione del romanzo con titolo L’Acchiapparatti per i tipi di Baldini Castoldi Dalai.
La trama non è cambiata, ma tra le due versioni ci sono diverse differenze, illustrate qui dall’autore.
Se la storia dell’acchiapparatti vi ispira, il consiglio è di procurarvi l’edizione B.C.D.


Copertina de L'Acchiapparatti di Tilos Titolo originale: L’Acchiapparatti di Tilos
Autore: Francesco Barbi

Anno: 2007
Nazione: Italia
Lingua: Italiano
Editore: Campanila

Genere: Low fantasy
Pagine: 432

Trama, ambientazione, personaggi

L’orgoglio della cittadina di Giloc è una creatura mostruosa, una bestia demoniaca armata di alabarda. Il Mietitore – tale è il soprannome del mostro – è tenuto prigioniero e utilizzato come boia, per la gioia del pubblico che assiste alle sempre più frequenti esecuzioni.
Un brutto giorno però il Mietitore riesce a fuggire e comincia a far strage anche tra chi non si è meritato alcuna condanna. Fra i molti che si mettono in cerca del mostro evaso vi sono due personaggi particolari: Ghescik, un becchino gobbo, furbo e cinico, con la passione per gli antichi testi di negromanzia e Zaccaria, un mentecatto che si è inventato il mestiere di acchiapparatti.

Un acchiapparatti
Un acchiapparatti. Forse è un collega di Zaccaria

Questa è più o meno la trama del romanzo. È un resoconto approssimativo, dovuto alla struttura de L’Acchiapparatti di Tilos, struttura non particolarmente rigorosa. La vicenda del Mietitore è sì al centro del romanzo, ma è circondata da diverse sottotrame che alle volte sembrano lì più per loro stesse che non per contribuire al quadro generale. Come i personaggi spesso si muovono a vuoto, tornano sui loro passi, cambiano idea sull’itinerario da seguire o vengono depistati contro la propria volontà, così, specie nella parte centrale del libro, si ha la netta sensazione che neanche l’autore sappia dove voglia andare a parare. Tuttavia il finale riesce a riallacciare i fili lasciati in sospeso e dare una complessiva coerenza all’insieme: non sempre il viaggio è filato liscio, ma, giunti al termine, si ha la piacevole sensazione di essere arrivati da qualche parte. Merito anche del fatto che il romanzo è autoconclusivo.

L’Acchiapparatti di Tilos è ambientato nelle Terre di Confine, in verità un piccolo angolo di tali Terre, un fazzoletto che comprende pochi villaggi distanti fra loro appena qualche giorno di marcia. Questo potrà far storcere il naso agli amanti del fantasy epico, quello dove la compagnia di disgraziati attraversa interi continenti da un capo all’altro, ma a me non è spiaciuto che l’azione si svolgesse in un ambito così ristretto. Meglio pochi villaggi ben delineati che non migliaia di chilometri quadrati pieni di elfi.
Le Terre di Confine sono immerse in una tipica – e per alcuni versi cliché – atmosfera medievale. Tuttavia qualche ottimo particolare (come l’elenco non banale di oggetti in vendita nell’asta a Fortevia) riesce a evitare il fastidioso effetto di generico fantasy #672. Certo non stiamo parlando di Ambergris o New Crobuzon; le Terre di Confine non vinceranno mai un premio per l’originalità, né susciteranno sense of wonder in alcun lettore, però svolgono il loro lavoro di sfondo alla storia con coerenza.

Mappa delle Terre di Confine
Mappa delle Terre di Confine. Clicca per ingrandire

Se l’ambientazione non brilla per originalità, altrettanto non si può dire per i personaggi, quasi tutti contraddistinti da una deliziosa stravaganza. Non ci sono solo i due protagonisti, Zaccaria e Ghescik, ma anche Orgo, un gigante tonto che si esprime biascicando proverbi (idea molto simpatica), Gamara un cacciatore di taglie sfregiato che si porta appresso un arco smontabile nella ventiquattrore, e lo stesso mostro, che non è una semplice bestia e ha alle spalle una vicenda personale affascinante.
Non sempre la caratterizzazione è esente da sbavature (ad esempio Ghescik: a tratti sembra sul serio furbo, in altre occasioni sembra stupido e in altre situazioni ancora pare che dovrebbe essere furbo ma l’autore non è riuscito a infondergli adeguata astuzia; oppure la prostituta Teclisotta: appare, è ben tratteggiata, ma poi esce dalla vicenda per futili motivi, lasciando un po’ di amaro in bocca), ma nel complesso la resa dei personaggi è ottima.
Non è semplice suscitare empatia quando hai per protagonisti lo scemo del villaggio e un becchino gobbo, Barbi ci riesce, dunque doppio merito: aver evitato i cliché (mago, ladro, elfo, vampiro) ed essere riuscito ad appassionare.

Stile

Lo stile non è uno dei punti di forza del romanzo. In diversi capitoli Barbi dimostra di saper scrivere bene (per esempio le scene con il mostro: c’è il giusto miscuglio di tensione, paura e azione; meglio di scene analoghe in The Terror di Dan Simmons!) ma in altri il racconto non scivola come dovrebbe.
L’Acchiapparatti di Tilos ha avuto una lunga gestazione ed è evidente che l’autore ha imparato a scrivere via via. I primi capitoli, il Prologo in particolare, sono di qualità scadente, nettamente inferiore al resto. È un peccato, un incipit così balbettante non aiuta a calarsi nella vicenda.

Il linguaggio è in generale semplice, sebbene ogni tanto l’autore si lasci andare a usare termini non proprio comuni (roba come “addugliare” o “avviticchiare”) di cui non si sentiva la mancanza. Non mi ha convinta neppure l’uso di egli/ella al posto di lui/lei. Capisco l’intento, ma distrae e attira l’attenzione sulle parole in se stesse. Uguale problema con i saltuari cambi di tempo (dal passato remoto al presente) in certe scene: è un’applicabile scelta stilistica, ma i vantaggi non compensano il fatto che l’attenzione viene distolta dagli eventi per concentrarsi sul linguaggio.

I dialoghi sono buoni. Almeno i protagonisti hanno una “voce” ben distinta e gli scambi di battute fra Zaccaria e il gobbo e fra Zaccaria e Orgo sono quasi sempre spiritosi e ben riusciti. Qui però l’editor avrebbe dovuto togliere i punti esclamativi. Sono troppi, ce ne sono una marea, tanto che sembra che tutti i personaggi stiano sempre strillando. E non è così.

A proposito dell’editor: siamo alle solite. Non importa se la casa editrice sia piccola o grande, il risultato è che sempre l’autore è lasciato a se stesso. Signori editor, capisco che siate stati assunti per un disguido e in realtà vi proponevate per il posto di spalatore di neve avventizio, ma ormai ci siete, nessuno indagherà mai quello che fate, non abbiate paura! Si presume che voi sappiate quello che state facendo, e dunque quando intervenite non distruggete la Visione Artistica dell’Autore, semplicemente rendete l’esperienza più piacevole per il lettore. Obbrobri come “[...] aveva sferrato un violento pugno al contadino.” non si possono leggere in un libro pubblicato. Grazie per l’attenzione.

Spalatore
La vera vocazione di certi editor…

Infine non mancano stralci di inforigurgito che si sarebbero potuti evitare. L’inizio di ognuno dei primi capitoli si apre con alcune pagine di “cultura generale” sulle Terre di Confine. Niente di più inutile, tenendo conto che l’ambientazione è tutt’altro che esotica, e dunque persino il lettore più sprovveduto non ha necessità di essere imboccato dall’autore. Comunque per fortuna queste pagine sono poche e non incidono più di tanto.
Più molesto il capitolo 23, un estenuante dialogo nel quale un personaggio spiega agli altri (e al lettore) vita, morte e miracoli del mostro. Peccato che buona parte di tali informazioni siano superflue e molte altre siano già state esposte in un dialogo simile diversi capitoli prima.
Non si tratta solo del cosa ma anche del come. Assumendo che a giudizio dell’autore le informazioni da comunicare siano sul serio vitali o almeno interessanti, il mostrarle rimane la scelta giusta. Una singola scena con il mostro a caccia illustra molto di più della sua natura che pagine e pagine di discorsi. Così si sarebbero potuti introdurre opportuni flashback, piuttosto che affidare la biografia della bestia a una montagna di chiacchiere.

Conclusioni

L’Acchiapparatti di Tilos non è un brutto romanzo. Ha la sua dose di difetti, ma non è marcio.
Dal mio punto di vista – sottolineo personale – rimane troppo low fantasy per soddisfarmi, e in generale penso che possa piacere più a chi predilige i romanzi d’avventura a sfondo storico che non il fantasy vero e proprio. Nondimeno, lo consiglio a quelli che sono invece rimasti legati al fantasy con i Buoni, i Cattivi e gli elfi: L’Acchiapparatti è molto meglio di robaccia del genere.
Vale 19 euro? Non lo so. Purtroppo oltre al prezzo non bassissimo c’è il problema che si tratta quasi sempre di acquisto a scatola chiusa: Campanila è una piccola casa editrice, è improbabile trovare il romanzo in libreria, occorre ordinarlo.
Sarebbe bello fosse disponibile per il download gratuito. Così ognuno avrebbe la possibilità di rendersi conto se vale il prezzo richiesto. A tal proposito ricordo per l’ennesima volta che dai dati empirici finora raccolti si desume che la disponibilità gratuita di un prodotto non diminuisce le vendite, nel caso peggiore non le aumenta.
Comunque, almeno un assaggio del romanzo è disponibile presso il sito dell’autore: il capitolo sesto. EDIT: il capitolo non è più disponibile.
Un’altra strada che le case editrici dovrebbero percorrere è la vendita della versione elettronica. Il testo l’hanno già. La banda necessaria è minima. Se una casa editrice vende già dal suo sito i volumi cartacei (e ormai quasi tutte lo fanno), l’infrastruttura commerciale e informatica c’è già. Dunque perché non vendere il PDF a 2-3 euro?
Domanda retorica. La risposta la so: perché poi, omioddio, il PDF verrebbe copiato, tutti avrebbero il libro gratis e non lo comprerebbe più nessuno! Come se davvero una casa editrice, specie una piccola casa editrice, avesse di questi problemi. Il problema commerciale per L’Acchiapparatti di Tilos non è (sarebbe) la pirateria, il problema è che buona parte dei potenziali lettori non sa neanche che il romanzo esiste. La distribuzione gratuita può, in parte, ovviare a questa situazione.

Pirati di libri
Pericolosissimi pirati di libri colti in flagrante mentre razziano un deposito

Si ricomincia male: prima recensione dopo l’articolo sulle buone norme dello scrivere recensioni e non sono in grado di dare un giudizio netto rispetto all’acquisto del romanzo. Mi spiace.


Approfondimenti:

bandiera IT L’Acchiapparatti di Tilos su iBS.it
bandiera IT L’Acchiapparatti di Tilos presso il sito dell’editore
bandiera IT Il sito di Francesco Barbi
bandiera IT Un’intervista a Francesco Barbi

 

Giudizio:

Numerose scene sono scritte in maniera brillante. +1 -1 Non sempre però lo stile è a quel livello.
Il finale chiude degnamente un romanzo autoconclusivo. +1 -1 Nello svolgersi della vicenda non mancano passaggi a vuoto e situazioni forzate.
Protagonisti interessanti e fuori dal comune, mostro compreso. +1 -1 Il mostro è purtroppo l’unico elemento fantastico di un romanzo troppo low fantasy per i miei gusti.

Stivale: clicca per maggiori informazioni sui voti

Anche tu Editor!

Una nuova rubrica-gioco! Anche tu Editor!

Sono ormai un paio d’anni che mi occupo di narrativa. Uno dei miti che hanno accompagnato questi mesi è stato il seguente:

“Gli editor delle case editrici sono persone competenti; loro prendono in mano il testo di un povero disgraziato, lo rivoltano come un guanto e ne tirano fuori un capolavoro.”

Sarà. Sta di fatto che di romanzi fantasy italiani che abbiano tracce del passaggio di un editor (competente) stento a trovarne.

Certo, non posso sapere in che forma erano i manoscritti all’origine, può essere che i vari editor abbiano lavorato molto. Se questo è il caso: be’, non hanno lavorato abbastanza.

Perciò gli scrittori devono arrangiarsi da soli. Non è facile, non è per niente facile analizzare con il giusto distacco un proprio testo. Per questa ragione se sempre più semplici lettori riescono ad affinare la propria attenzione possono diventare una risorsa preziosa. Un ulteriore passo avanti verso un mondo senza editori, case discografiche, studi di produzione cinematografica, e librai e distributori e pubblicitari e tutta quell’infinita schiera di gente che mangia alle spalle della creatività altrui e danneggia la collettività.

Ben inteso, non ho niente contro il professionismo. Il problema della catena editore – distributore – libraio è che troppo spesso non offre alcun servizio in più rispetto alla catena molto meno esosa POD – Internet. Così non mi scandalizza che un editor venga pagato per svolgere il suo mestiere. Mi scandalizzo quando i risultati non sono accettabili.
Ma in fondo, chissenefrega! Che cuociano nel loro brodo!
Non stiamo parlando di neurochirurgia o meccanica quantistica, tutti possono imparare e superare come minimo lo scarsissimo livello degli attuali editor professionisti.

Editor al lavoro
Avere occhi grandi come piattini da caffè aiuta molto nello scovare errori in un manoscritto

* * *

Come addestramento vi propongo una gara: seguirà una pagina presa dal Prologo de L’Acchiapparatti, provate a scovare tutti i possibili difetti, errori e sbavature. Io ne ho trovati 35, vediamo se qualcuno mi supera!

Nota: in realtà qui forse sarebbe il caso di riscrivere da zero il Prologo e i primi due capitoli, ma dato che questo è un gioco-esercizio non importa. Tengo inoltre a sottolineare che il giudizio complessivo sul romanzo rimane quello espresso nelle Conclusioni. Non è un brutto romanzo nell’insieme, l’inizio è scadente.

* * *

Classica taverna. A un tavolo sono seduti tre mercenari attaccabrighe. A un tavolo vicino una donna in compagnia di due contadini. A un tavolo d’angolo un misterioso personaggio il cui volto è nascosto da un cappuccio. Benjam è l’oste.

«Che c’è, lurido mezzadro!? Che hai da guardare?» [disse uno dei mercenari, rivolto a uno dei contadini]

L’oste sentì un groppo in gola. Il fiato sospeso, la bocca dello stomaco ostruita. Fortunatamente, il giovane contadino rimase muto. Con un tempismo perfetto, Benjam approfittò della situazione di stallo e sopraggiunse col vino. Una volta al tavolo, dopo aver poggiato la caraffa, si fermò aspettando di essere pagato.

Doveva calmare gli animi prima che fosse troppo tardi.

«Che fai ancora qui?» grugnì la testa pelata.

«Sono cinque monete di rame, signori.»

«Non ti preoccupare, vecchio. Ti pagheremo dopo.» Il guerriero si esibì in una grassa risata, subito imitato dai compagni.

Malauguratamente, questa volta il contadino più giovane non seppe tener la bocca chiusa: «Non pagheranno mai questi farabutti» mormorò.

«Che? Cos’hai detto?» Il mercenario si alzò minaccioso.

«Io…»

Non concluse la frase. Un fortissimo colpo si abbatté sulla sua tempia facendolo piombare a terra. Testa pelata era balzato in piedi e aveva sferrato un violento pugno al contadino.

«Taci straccione! Come osi!?»

La donna si alzò in soccorso del ragazzo, ma una mano aperta la raggiunse in pieno volto girandole la testa e scaraventandola contro il tavolo. Il marito scattò in avanti e si scagliò sul mercenario tentando di farlo cadere, ma l’esperto guerriero non si fece sorprendere e gli sferrò subito una poderosa ginocchiata al torace. Poi, con due pugni lo colpì al volto, e il contadino, catapultato all’indietro, rovinò proprio sul tavolo nell’angolo della locanda…

Il bicchiere di acquavite si rovesciò e cadde, frantumandosi sul pavimento.

Fu solo in quel momento che lo straniero, fino ad allora immobile, si mosse. Con estrema lentezza, si aggiustò il cappuccio sopra la testa e si alzò in piedi; quindi si girò, piantando due occhi scuri e gelidi in quelli del grosso guerriero. Il silenzio regnò per qualche istante. L’uomo in nero avanzò fino a portarsi a un paio di spanne dal mercenario.

Erano più o meno uguali in altezza, ma era chiaro a tutti i presenti che tra la sicurezza dell’uno e la baldanza dell’altro c’era una sostanziale differenza. E di questo si rese subito conto anche Testa pelata. In quello stesso momento, con uno scatto fulmineo, lo straniero lo afferrò alla nuca con entrambe le mani e gli sferrò un’agghiacciante testata sul naso. Prima ancora che il corpo del guerriero cadesse a terra, una lama saettò nell’aria e si piantò nell’occhio di uno dei compagni. Il forestiero aveva scagliato un lungo coltello comparso all’improvviso nella sua mano. Il secondo mercenario cadde sul pavimento con un tonfo, morto stecchito.

«Che c’è, lurido mezzadro!? Che hai da guardare?»

  • Il punto esclamativo è di troppo. [1]

L’oste sentì un groppo in gola. Il fiato sospeso, la bocca dello stomaco ostruita. Fortunatamente, il giovane contadino rimase muto.

  • Come spesso capita con gli avverbi, quel “fortunatamente” è inutile o fastidioso. I casi sono due: o è un pensiero dell’oste, e in tal caso la frase prima già fa intuire che l’oste preferirebbe evitare guai, o è un pensiero del Narratore. Se è un pensiero del Narratore è fastidioso: perché il Narratore deve farmi la morale? Io spero che i mercenari picchino i contadini! [2]

Con un tempismo perfetto, Benjam approfittò della situazione di stallo e sopraggiunse col vino.

  • “Show don’t Tell” (d’ora in poi SDT): il Narratore non deve raccontare che Benjam ha avuto un tempismo perfetto, deve mostrarlo. D’altro canto questa non è una situazione da “tempismo perfetto”, non si sta intercettando un servizio a 200 chilometri l’ora o qualcosa del genere, dunque le parole sottolineate si possono togliere senza indugio. [3]

Una volta al tavolo, dopo aver poggiato la caraffa, si fermò aspettando di essere pagato.
Doveva calmare gli animi prima che fosse troppo tardi.
«Che fai ancora qui?» grugnì la testa pelata.
«Sono cinque monete di rame, signori.»

  • L’oste vuole calmare gli animi e perciò chiede soldi ai facinorosi? A meno che l’autore non voglia dipingere l’oste come poco furbo, e non pare sia il caso, è una frase che si può evitare. [4]

«Non ti preoccupare, vecchio. Ti pagheremo dopo.» Il guerriero si esibì in una grassa risata, subito imitato dai compagni.
Malauguratamente, questa volta il contadino più giovane non seppe tener la bocca chiusa: «Non pagheranno mai questi farabutti» mormorò.
«Che? Cos’hai detto?» Il mercenario si alzò minaccioso.

  • Cominciamo da quel “guerriero”, poi “mercenario” e poco prima “testa pelata”. Questo errore è un classico: l’autore ha letto da qualche parte che le ripetizioni sono brutte e dunque cerca di variare il più possibile anche quando non dovrebbe.
    È vero, troppe ripetizioni della stessa parola possono essere fastidiose, specie se ravvicinate, ma è ben più fastidioso costringere il lettore a capire quando due nomi indicano la stessa cosa e quando no. Qui sembra che ci sia un mercenario guerriero calvo che compie tutte le azioni e pronuncia le battute, ma è così? Al tavolo i mercenari sono in tre.
    Questo modo di esprimersi crea confusione. Se il mercenario che parla per primo e protagonista dell’azione è “testa pelata”, va benissimo ripetere “testa pelata” ogni volta che sia necessario. [5]
  • Per il “malauguratamente” si veda il “fortunatamente” più sopra. [6]
  • “grassa risata” è un’espressione cliché: è come il brivido che ti scende lungo la schiena. Si può scrivere, ma se si ci sforza di trovare qualcosa di diverso è meglio. [7]

«Io…»
Non concluse la frase. Un fortissimo colpo si abbatté sulla sua tempia facendolo piombare a terra. Testa pelata era balzato in piedi e aveva sferrato un violento pugno al contadino.
«Taci straccione! Come osi!

  • “Non concluse la frase” chi? Sarebbe opportuno metterci il soggetto (il contadino) dato che la scena è affollata (tre mercenari, due contadini, una donna, oste e personaggio misterioso). [8]
  • Se il colpo è tale da far piombare a terra qualcuno è pleonastico specificare che sia “fortissimo”. [9]
  • “sua”: superfluo, una volta che si è stabilito chi sia il soggetto. [10]
  • “violento”: nello “sferrare” è implicita la violenza, è come il prato erboso e l’acqua bagnata. [11]
  • Ora “Testa pelata” era balzato in piedi… e dunque il mercenario che si era alzano minaccioso era un altro? O è la stessa persona? Come già sottolineato, l’uso di più termini per definire uno stesso personaggio genera confusione. [12]
  • Il secondo punto esclamativo è di troppo. [13]

La donna si alzò in soccorso del ragazzo, ma una mano aperta la raggiunse in pieno volto girandole la testa e scaraventandola contro il tavolo.

  • “in soccorso” è bruttino: SDT, non bisogna raccontare le intenzioni della donna, bisogna mostrarle! [14]
  • “[...] girandole la testa e scaraventandola contro il tavolo” è ambiguo: è la testa o la donna a picchiare contro il tavolo? [15]

Il marito scattò in avanti e si scagliò sul mercenario tentando di farlo cadere, ma l’esperto guerriero non si fece sorprendere e gli sferrò subito una poderosa ginocchiata al torace.

  • Questo mercenario, prima guerriero, adesso pure “esperto” guerriero, sarà sempre “testa pelata”? Chi lo sa? [16]
  • “poderosa”: se un guerriero (esperto) ti tira una ginocchiata al torace certo non è una carezza. [17]

Poi, con due pugni lo colpì al volto, e il contadino, catapultato all’indietro, rovinò proprio sul tavolo nell’angolo della locanda

  • Qui segnalo che con questo “contadino”, unito ai precedenti “giovane contadino”, “contadino più giovane”, “ragazzo”, e “marito”, si crea la stessa ambiguità già vista per l’esperto guerriero mercenario con la testa pelata. [18]
  • Quel “proprio” è un intervento evitabilissimo del Narratore. [19]
  • I tre puntini di sospensione sono inutili: la frase successiva servirà lei da “sospensione”. [20]

Il bicchiere di acquavite si rovesciò e cadde, frantumandosi sul pavimento.
Fu solo in quel momento che lo straniero, fino ad allora immobile, si mosse. Con estrema lentezza, si aggiustò il cappuccio sopra la testa e si alzò in piedi; quindi si girò, piantando due occhi scuri e gelidi in quelli del grosso guerriero.

  • “Fu solo [...]” superfluo: perché usare così tante parole per dire che lo straniero si muove, quando subito dopo si muove e dunque il lettore si accorge che si muove? [21]
  • “grosso guerriero”: sigh! Adesso il tizio è un grosso ed esperto guerriero mercenario con la testa pelata (sempreché sia sempre lui). [22]
  • “due”: forse in un fantasy può essere il caso di specificare che un personaggio ha due occhi, ma non è questo il caso. [23]

Il silenzio regnò per qualche istante. L’uomo in nero avanzò fino a portarsi a un paio di spanne dal mercenario.

  • “Il silenzio [...]” implicito in quanto si è letto poco prima. [24]
  • “L’uomo in nero”: ancora la stessa cosa già vista per il grosso guerriero e il giovane contadino. [25]

Erano più o meno uguali in altezza, ma era chiaro a tutti i presenti che tra la sicurezza dell’uno e la baldanza dell’altro c’era una sostanziale differenza. E di questo si rese subito conto anche Testa pelata. In quello stesso momento, con uno scatto fulmineo, lo straniero lo afferrò alla nuca con entrambe le mani e gli sferrò un’agghiacciante testata sul naso.

  • “ma era chiaro [...]”: e allora? Quali sono le conseguenze nella scena di questa consapevolezza condivisa? [26]
  • “In quello stesso momento”: inutile, l’azione che segue è sottointeso che avvenga nello stesso istante o in quello immediatamente successivo (e nel caso specifico la differenza di istanti non ha importanza). [27]
  • “fulmineo”: è difficile che uno “scatto” non lo sia. [28]
  • “agghiacciante”: si può togliere senza colpo ferire, ma se l’autore ritiene che sia importante “paralizzare per lo spavento” il lettore con la violenza della lotta, SDT. Non deve raccontare quanto è stata terribile la testata. Deve mostrare le ossicine del naso che si rompono, la cartilagine che si lacera, il sangue che sprizza ovunque, ecc. [29]
  • “afferrò alla nuca”: bruttino. [30]

Prima ancora che il corpo del guerriero cadesse a terra, una lama saettò nell’aria e si piantò nell’occhio di uno dei compagni. Il forestiero aveva scagliato un lungo coltello comparso all’improvviso nella sua mano. Il secondo mercenario cadde sul pavimento con un tonfo, morto stecchito.

  • “forestiero”: vedi i giovani contadini sposati e i mercenari grossi e pelati. Qui abbiamo uno straniero forestiero vestito di nero. [31]
  • “all’improvviso”: brutto, a meno che lo straniero non sia un mago. [32]
  • “sua”: come ovvio. [33]
  • “morto stecchito”: vedi la “grassa risata”. Inoltre si può far cadere il mercenario senza specificare che sia morto, l’effetto è migliore perché non interviene direttamente il Narratore. [34]
  • Infatti un problema generale di questa pagina è il punto di vista: all’inizio è quello dell’oste, e può essere una scelta opportuna, poi si scivola verso il Narratore. Questo rende lo scontro asettico, pugni e ginocchiate non coinvolgono perché li si guarda dall’alto, con occhio distaccato. Non si soffre con chi le prende, né si ha l’esaltazione di chi mena. È una scena fiacca. [35]

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