Warning: Creating default object from empty value in /storage/content/82/1008682/fantasy.gamberi.org/public_html/wp-content/plugins/paginated-comments/paginated-comments.php on line 37 Gamberi Fantasy » Blog Archive » Il Punto sul Fantasy Italiano » Comment Page 1

Il Punto sul Fantasy Italiano

Non ho mai scritto articoli che trattassero in generale del fantasy italiano; questo sarà il primo e l’ultimo. Lascerò da parte le ovvietà – scarsa qualità media, editori che se ne infischiano della decenza, editor in giro per funghi invece di lavorare, critica assente – e mi concentrerò su un dettaglio molto più importante di quanto non sembri: l’avvilente mancanza di salamandre giganti.
No, non sono ubriaca, grazie per l’interessamento. chikas_pink51.gif

* * *

Nell’ambito della narrativa, il concreto è sempre più efficace dell’astratto, il dettaglio si rivela più significativo dell’insieme. È la regola generale dalla quale deriva il principio del “mostrare, non raccontare” o “show, don’t tell” per dirla all’inglese che è sempre cool. E nel rispetto di tale principio, ecco un esempio!

[1] Silvia non è un bravo genitore.

Anche assumendo che il lettore sappia chi sia Silvia, e magari ne abbia una descrizione fisica, questa frase rimane astratta. Il “non essere bravi” non è tangibile, è un etereo giudizio morale. Al lettore non è comunicata alcuna immagine: è il classico raccontare, dove invece si dovrebbe mostrare.

[2] Silvia picchia la figlia per futili motivi.

Un passo avanti: Silvia non è più “cattiva” perché lo sostiene il Narratore, ma perché picchia la figlia anche quando non ce ne sarebbe bisogno. Tuttavia siamo ancora al raccontare: “i futili motivi” quali sono? E poi la picchia sempre ? Non credo. Dove e quando la picchia? Come la picchia?
Nella frase ci sono solo le premesse del mostrare.

[3] Appena tornata a casa, Silvia scoprì la figlia intenta a leggere un libro sconveniente. Senza pensarci due volte le impartì una crudele punizione.

Qui si è varcato il confine tra il raccontare e il mostrare. Adesso non sto più dicendo che Silvia è “cattiva”, sto mostrando che lo è (punisce la figlia in modo crudele solo perché legge un libro). È buona narrativa? No. La situazione manca di consistenza, è ancora troppo generica, sembra un videogioco senza texture. Lo si capisce perché molto – troppo – in questa scena dipende dagli aggettivi. A seconda di come il lettore interpreta sconveniente e crudele, si hanno situazioni molto diverse. La storia potrebbe essere ambientata ai giorni nostri o nel Medioevo, la crudele punizione potrebbero essere frustate o togliere alla figlia il collegamento a Internet.
Se si tramutano gli aggettivi in cose, oggetti o azioni concrete, subito la scena migliora:

[4] Appena tornata a casa, Silvia scoprì la figlia intenta a leggere le Cronache del Mondo Emerso. Senza pensarci due volte l’afferrò per i capelli, la trascinò in cucina, le ficcò la testa nel lavello pieno di piatti sporchi e aprì il rubinetto dell’acqua calda. Girò la manopola fino in fondo.

Meglio. I particolari permettono d’inquadrare la scena e persino io posso considerare esagerato ustionare la faccia di qualcuno perché sta leggendo la Troisi; dunque è mostrato che Silvia si accanisce sulla figlia per futili motivi. Non siamo ancora a un livello di decenza, la scena è ancora solo abbozzata, ma siamo sulla giusta strada.

L’obiettivo è di continuare ad aggiungere texture sempre più dettagliate, di trasformare sempre più l’astratto in concreto.
Prendiamo lo “scoprì”: può essere una buona scelta dal punto di vista linguistico – alcuni potrebbero preferire “colse”, altri un più colloquiale “beccò”, non cambia molto – ma dal punto di vista della narrativa è fiacco. “scoprì” non è abbastanza preciso, trasmette immagini sfocate. Avrei dovuto invece mostrare Silvia che, senza bussare, spalanca la porta della camera della figlia e intravede la copertina delle Cronache mentre la ragazzina tenta di nascondere il volume in mezzo ai libri di scuola.
Secondo esempio: i “piatti sporchi”. I “piatti sporchi” comunicano l’idea che Silvia non si curi delle condizioni in cui vive la figlia, che era uno degli obiettivi da mostrare rispetto alla [1]. O viceversa, se la figlia non è proprio una bambina, avrebbe potuto lavarli lei i piatti, mentre la madre era via: non ha ricevuto una grande educazione, la [1] è sempre mostrata (ovviamente i piatti avrebbe pure potuto lavarli il convivente di Silvia, ma supponiamo che ci siano solo madre e figlia). Tuttavia, scritta così, la texture dei piatti sporchi rimane troppo poco definita. È meglio se si aumenta la risoluzione, si tolgono i generici “piatti sporchi” e si entra in maggior dettaglio: la guancia della figlia è premuta contro una padella incrostata di sugo di pomodoro e avanzi di patate fritte, nel lavello si è accumulata acqua stagnante che puzza di fogna, tra posate e bicchieri galleggiano mozziconi di sigarette, uno scarafaggio si affaccia da una crepa tra le piastrelle sopra il rubinetto.

Più texture in alta risoluzione ci sono meglio è, ma bisogna sceglierle con cura e aver sempre presente quale sia lo scopo della scena. Qui, se esagero, sembrerà che voglia mostrare il degrado in cui vive Silvia e non come tratti male la figlia, che è invece lo scopo dichiarato della scena.

senza e con texture
Senza texture (sopra). Con texture (sotto).
Il termine texture è usato nell’ambito della grafica al computer e dei videogiochi per indicare un’immagine che viene applicata a un modello tridimensionale. Mettere una o più texture a un modello assomiglia un po’ a dipingere una miniatura. Le texture sono utilizzate per simulare la presenza di materiali diversi, con colori e consistenza diversa, per creare dettagli altrimenti difficili da modellare, quali ruggine o scalfitture, e infine per dare l’illusione della presenza di piccoli particolari (ad esempio i bottoni su una giubba di un soldatino in un videogioco di guerra spesso sono solo disegni sulla texture della giubba e non bottoni 3D)

C’è anche il rischio di partire per la tangente e pian piano scivolare nell’inforigurgito, incidente che capita spessissimo agli scrittori di fantasy non solo nostrani e non solo dilettanti. Poniamo che cambiassi l’inizio, scrivendo:

[5] Silvia era appena tornata a casa dopo il turno di notte alle acciaierie Krupp.

Il particolare del turno di notte può essere aggiunto per mostrare che in fondo Silvia non è così cattiva come sembra. È più facile giustificare il suo modo di agire pensando a quanto possa essere faticoso il lavoro che svolge. Inoltre il fatto che torni dopo il turno di notte implica che sia mattina: forse la figlia legge la Troisi invece di andare a scuola. Non è ancora abbastanza per seviziarla ma è una ragione in più.
Perciò il cambiamento è accettabile, sebbene come texture sia scarsa, in quanto il turno di notte non si vede, non si sente, e non si tocca.
Quando insisto, sbaglio:

[6] Silvia era appena tornata a casa dopo il turno di notte alle acciaierie Krupp, fondate nel 1811 da Friedrich Krupp.

Un ulteriore dettaglio, ma… c’entra qualcosa con lo scopo della scena sapere che le acciaierie Krupp sono state fondate nel 1811 da Friedrich Krupp? No, non c’entra niente; allontana solo l’attenzione del lettore. È un dettaglio di troppo che invece di aggiungere concretezza introduce rumore.

Acciaierie Krupp
Le acciaierie Krupp impegnate a produrre cannoni durante la Prima Guerra Mondiale

Per ricapitolare: più si esplorano i dettagli, più si tralasciano il generale e l’astratto per mostrare i particolari, più la narrativa è efficace e coinvolgente.
È in verità un concetto noto, quasi “saggezza popolare”, è un modo più articolato di esprimere la stessa idea che è alla base del detto “un’immagine vale mille parole” o “una morte è una tragedia, un milione di morti è statistica.” (attribuita a Joseph Stalin).
Infatti polita e pubblicità – in generale la propaganda – usano da sempre espedienti di questo tipo.
Mettiamo che io sia un politico vecchio, bigotto e kattivo, che odia chi si diverte. Ho deciso di far approvare una legge che imponga il coprifuoco ai minorenni (qualcosa di simile si sta verificando in Inghilterra), devo convincere il Parlamento o la popolazione che è la scelta giusta.
Potrei, a sostegno della mia tesi, portare le statistiche sui reati e spiegare come siano in aumento i crimini violenti commessi da minorenni nelle ore serali. Oppure potrei mostrare un video preso dalla telecamera di sorveglianza di un supermercato: una gang di ragazzi violenta la commessa, spara in fronte al proprietario e scappa con i soldi. Quasi sicuramente il video (o, per rimanere in ambito letterario, la trascrizione romanzata dello stesso) sarà più efficace della statistica. Peggio, anche se la statistica dimostra che i reati sono diminuiti, il video da solo è probabile possa bastare.

Perché capita questo? Perché il grado di coinvolgimento di fronte a una pagina che riporti situazioni concrete è molto più profondo di quanto si pensi. Quando si dice che un bravo scrittore riesce a farti “vivere” il romanzo non è retorica. Esperimenti con la risonanza magnetica (tipo quello qui descritto) fanno supporre[1] che il lettore simuli quello che legge. Quando un personaggio prende in mano un libro, si attivano le aree del cervello predisposte alla manipolazione degli oggetti. Quando il personaggio si sposta da una stanza all’altra, si attivano le aree che normalmente sono legate alla valutazione di problemi spaziali. Però non succede sempre. Capita solo quando i dettagli sono sufficientemente vividi. L’astratto non genera questo stesso tipo di reazione “viscerale”.

Dunque, se si vuole sul serio coinvolgere il lettore, trascinarlo nella storia, bisogna affidarsi a particolari tangibili. A situazioni chiare e concrete. Si devono fornire i dettagli necessari affinché il cervello del lettore possa “recitare” la scena. Lasciare all’immaginazione semplicemente non funziona altrettanto bene, non genera questa risposta istintiva.[2]

Sempreché si voglia coinvolgere il lettore. Esiste una folta schiera di scrittori che sono quasi schifati all’idea che il lettore possa essere rapito da una storia. Secondo costoro un povero disgraziato dovrebbe pagare per comprare i loro libri e poi soffrire a leggerli, perché se la lettura è scorrevole, se il fluire del testo è naturale, allora non è vera Letteratura, con la L maiuscola. Perché, se non vuoi impegnarti, tanto vale che vai al cinema! Giusto: meglio qualunque film delle opere di questi squinternati.

* * *

Torniamo alla partenza, al fantasy italiano. Molti degli scrittori di casa nostra hanno problemi a scrivere con il giusto livello di dettaglio e ho paura che non derivi solo da scarsa tecnica, ma proprio da un approccio sbagliato. E qui veniamo alle salamandre giganti!!!

Salamandra
Questa è una salamandra. Non gigante

Le salamandre giganti erano in un articolo sul blog di Jeff VanderMeer. In quell’articolo, di ormai credo un anno fa, VanderMeer chiedeva al suo pubblico, in particolare agli oculisti e agli esperti di anfibi, quanto sarebbe verosimile la costruzione di una città nell’occhio di una salamandra gigante. Gigante nel senso grande quanto uno degli stati americani.
Non metto il link a quell’articolo – cercatelo! – perché non ne ho avuto bisogno per scrivere questo mio di articolo: sono passati mesi e mesi ma nella mia testa i particolari della questione sono ancora vividi.
Con quali problemi si dilettano invece gli autori italiani? Ne elenco qualcuno:

  • I giovani (scrittori) rovinano il fantasy o il fantasy rovina i giovani (scrittori).
  • Il pubblico è stupido, il pubblico è ignorante, il pubblico non compra abbastanza libri!!! (evidentemente questo signor Pubblico non è poi così scemo).
  • I mezzi d’informazione tradizionali – stampa e televisione – non trattano il fantasy con il dovuto rispetto! Il fantasy non è narrativa per ragazzini stupidotti! (basta fare un giro in libreria… per verificare che, nell’ignoranza, questa volta stampa e televisione hanno indovinato!)
  • Non si può intaccare la Libertà Artistica™ degli Autori! (sigh)
  • …e un’infinita sequela di questioni pseudo-intellettuali che sono fuffa allo stato puro. Di solito si capisce subito che si è entrati in quest’ambito perché sono presenti determinate parole chiave: società, metafora, allegoria, postqualcosa, transqualcosaltro, ecc.

Med Fantasy

Una delle questioni più inutili che ogni tanto affiora è quella del Med Fantasy. Ovvero fantasy ambientato nel bacino del mediterraneo, facente riferimento a mitologia e folklore italici o appunto mediterranei.
È una storia vecchia; è uno dei dilemmi che straziano gli autori italiani: bisogna ambientare i propri romanzi a New York o a Bologna?
E la risposta è: qualunque ambientazione va bene.
Se si vive a Bologna, può essere che il lavoro di documentazione sia minore e più facile, tuttavia nessuno vieta allo scrittore di comprare libri su New York, di visitare New York, di vivere per un certo tempo a New York. Se l’autore ritiene che New York sia lo sfondo perfetto per la sua storia, va benissimo New York, basta che si documenti a sufficienza perché i particolari che inserirà risultino realistici.
Non c’è nessuna “superiorità” intrinseca di un luogo rispetto a un altro. Tokyo, Mosca o Catania è la stessa cosa. Anche perché, tranne eccezioni, un romanzo non è davvero ambientato a Tokyo, a Mosca o a Catania. Un romanzo è ambientato in un appartamento all’ultimo piano di un grattacielo, in un bar a un angolo di strada, nel sottopassaggio di una stazione, e così via. L’aspetto cruciale è rendere vividi i dettagli del sottopassaggio, non ha importanza che la stazione sia quella di Londra o Berlino o Milano.
Se uno scrittore possiede una conoscenza minuziosa del folklore del luogo dove vive, ben venga che la usi in una sua storia. Ma il Pesce Siluro che esce dal Po per ingoiare uno sprovveduto non è di per sé più affascinante del mostro di Loch Ness o di Dagon o dell’Ogopogo.

Pesce Siluro
Il Pesce Siluro (Silurus glanis) può crescere ben oltre i due metri di lunghezza e i cento chili di peso. È noto per la sua abitudine di mangiare i bambini. Forse

Il western all’italiana non era ambientato in Val Padana. Non vedo perché un fantasy all’italiana non possa avere draghi ed elfi(…) e yokai e vodyanoy e qualunque elemento si voglia.
Tra l’altro, al momento attuale, è come mettere il carro davanti ai buoi: quando – se – ci sarà un numero sufficiente di opere in lingua italiana che esibiscono caratteristiche che tendono ad accumunarle, allora, forse, si potrà discutere l’etichetta. Un sottogenere come lo steampunk non è nato perché la gente si è messa a chiacchierare di steampunk, è nato dall’identificazione in opere già esistenti di precise connotazioni comuni.

Quello che mi preoccupa è che sono convinta un sacco di gente pensi davvero che le questioni sopra elencate siano più serie, sofisticate o interessanti del sapere se una città possa essere costruita nell’occhio di una salamandra gigante. Non è così. Se ti occupi di fantasy, l’edilizia nel corpo delle salamandre è il tuo pane. Discutere sulla verosimiglianza di quella città vuol dire stabilire se i paletti dell’immaginario possono essere spostati un po’ più avanti a comprendere una fantasia che fino a quel momento non esisteva. Non ci si sta rotolando nell’astratto, si sta facendo nascere qualcosa di concreto – almeno a livello mentale.

Nel fantasy italiano manca la capacità di mettere a fuoco i dettagli, di donare aspetti tangibili alla fantasia. Sia a livello di stile, sia a livello di mentalità. Ma questa che ho appena espresso è appunto una considerazione di carattere generale e non voglio prendere brutte abitudini. Dunque primo e ultimo articolo che ha parlato nel complesso del fantasy italiano.
Continuerò invece a recensire i singoli libri e occuparmi dei singoli mostri, o mondi o trovate fantastiche degne di nota.

* * *

note:
 [1] ^ La prudenza è d’obbligo, data la complessità del problema e i metodi d’indagine usati, ancora molto rozzi e approssimativi.
Per dare un’idea della difficoltà di esperimenti del genere, si immagini di avere un normale PC in funzione, magari mentre fa girare un videogioco. Ora, senza guardare il monitor, si deve dedurre quale sia l’immagine che in un dato istante appare e questo solo misurando la temperatura del case o il consumo di corrente dell’alimentatore.

 [2] ^ Entro certi limiti l’immaginazione “funziona”. Quando leggiamo frasi del tipo: “Silvia picchia la figlia” e sappiamo chi o cosa sia “Silvia”, “figlia” e “picchiare”, ci sono prove indirette che avvalorano l’ipotesi che il nostro cervello generi un qualche tipo di rappresentazione della scena. Però appunto non la “vive”.


Approfondimenti:

bandiera EN texture su Wikipedia
bandiera IT Krupp su Wikipedia
bandiera EN Salamandra su Wikipedia
bandiera IT Un articolo dedicato al Pesce Siluro
bandiera EN Guida agli yokai

 

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167 Commenti a “Il Punto sul Fantasy Italiano”

Pagine: « 2 [1] Mostra tutto

  1. 67 perissi

    Mariano, la tua è la tipica risposta di chi tira il sasso e nasconde la mano.
    Come tua è la noia di chi non sa ribattere, per ovvie mancanze di argomentazioni.
    Gamberetta, se vuoi, mettimi pure nella fogna, se quello è il luogo dove non metti gli accondiscendenti adulatori tout court.

  2. 66 Mariano

    Mah….questa non l’ho capita!
    Perché Manzoni non appartiene alla narrativa italiana!?!
    Uffa….,,,,,che barba che noia! Ciao!

  3. 65 perissi

    Non era seria la discussione? Abbiamo tutti preso un abbaglio?
    Però su una cosa concordo: il mistero.
    Ultimissima cosa: l’Italia non è l’America, e neppure l’inghilterra.
    Forse, per discutere di -e sulla- narrativa italiana, sarebbe duopo citare non Manzoni, bensì Pirandello, Malaparte, Scerbanenco, Aldani(autore di un saggio notevole da poco ristampato -o in stampa- da Elara)… troppi, mi fermo qui.

  4. 64 Mariano

    Regola a cui conducono tutti i corollari di Murphy:

    “Vi siete presi troppo sul serio.”

  5. 63 perissi

    ?

  6. 62 Mariano

    è molto semplice perissi…
    I Templari hanno trasmesso un mistero e un metodo della scrittura che è stato rivelato solo a un ristrettissimo numero di adepti.
    Il Sacro Graal, gli Alieni e gli Egizi sono tutti connessi a questo che è il grande mistero della scrittura.

    Ahahahahahahahahah!!!

  7. 61 perissi

    Le anticamere delle redazioni delle case editrici sono piene di aspiranti scrittori seguaci del “metodo”. Idem le scrivanie degli editor. Poi, ma tu guarda che caso, salta fuori qualcosa di pubblicabile, che -al 90×100- è stato scritto da chi del metodo non ha mai sentito, letto o saputo, alcunchè . Ditemi voi: ma prima, come facevano gli scrittori?

  8. 60 Mariano

    Mah…non si sta perdendo un po’ il punto della situazione?
    Gamberetta ha fatto un’introduzione al problema. E tuttavia il meccanismo SDT funziona. Me ne rendo conto io stesso quando scrivo e sottopongoad altri un testo con SDT curato e un’opera dove l’SDT manchi.
    Insomma, possiamo prenderci in giro quanto ci pare.
    Qui non si parla di regole, ma di spirito creativo convogliato in alcune tecniche.
    L’unica cosa positiva del dibattito è che adesso ho un libro in più da leggere, ossia quello di Strunk, e non altri.

  9. 59 perissi

    xdiarista incostante: potrei citartene molti(anche qualcuno dello stesso Moorcock, e per andare oltre il genere: Conrad, Celine, Lem…), ma non per tutti i punti, su alcuni -infatti- concordo in pieno. Fare l’editor significa esaminare l’intera opera, capirne gli obiettivi, le motivazioni, contestualizzarla in una precisa linea editoriale, dare anche -quando servono- direzioni di concretezza, conoscere il mercato, le tendenze(purtroppo, ma il dato è imprescindibile, a meno che non si voglia fare l’editore suicida), e soprattutto conoscere la letteratura, che aldilà di schemi, regole, dogmatismi, è fatta anche d’altro… ogni autore è un mondo a parte. Poi, buona ultima, l’onestà intellettuale, che non significa fare propri gli insegnamenti altrui, ma praticarli con PERSONALITA’, adattandoli con buonsenso all’abbisogna, camminando sempre per nuovi sentieri, altrimenti tutti i romanzi sarebbero uguali, o peggio ancora: solamente dei “prodotti”.
    Le indicazioni di massima, contenute in vari saggi e manuali, vanno bene in quanto tali, di massima appunto.

  10. 58 Diarista incostante

    @perissi
    Citami, per favore, i titoli di romanzi (con passi esplicativi e significativi, se possibile) che dimostrino che scrivere buona narrativa fantasy non contempli le seguenti regolette di base

    1) mostrare invece che raccontare
    2) un linguaggio semplice e diretto
    3) uno stile quanto più trasparente possibile, senza risultare asettico com’è ovvio che sia
    4) una storia originale e piena di fantasia

    Mi piacerebbe anche capire su che basi sostieni che fare editing di mestiere significhi il contrario di quanto scritto in Elements of style. Non mi citare Leiber, spiegamelo tu. In cosa sarebbe diverso il vero mestiere di editor?

    Dal canto mio, visto che ci stiamo invitando tutti alla lettura, ti consiglio On writing, di Stephen King. Sta dalla parte di William Strunk, del quale consiglia lo studio, ma secondo me potrebbe piacerti lo stesso.

  11. 57 perissi

    xGamberetta: perdonami, ma secondo me proprio qui sta l’inghippo.
    La teoria è una cosa, la pratica un’altra. Poi esistono miriade di variabili. Tutto cambia, anche il modo di scrivere, leggere, editare. A tal proposito ti rimando ad una strepitosa intervista/saggio (all’epoca pubblicata in 33 giri) tra Fritz Leiber e Michael Moorcock, nella quale sostengono l’esatto contrario dei manuali da te citati! E quell’esatto contrario è LA PRATICA dello scrivere e dell’editare.
    Non per farmi pubblicità, ma ti invito a leggere l’antologia “La Sete”, edita e curata dal sottoscritto con Alberto Corradi, pubblicata da Coniglio Editore, da Maggio in libreria. Bella o brutta che lo troverai, potrai notare -concorde o discorde- la messa in opera di quanto sostengo.

  12. 56 Gamberetta

    @perissi. Tu mi sopravvaluti. Io non impartisco lezioni di scrittura, io riferisco le lezioni altrui. A parte il testo dell’esempio, quanto qui riportato è preso da saggi e articoli scritti, tra gli altri, dai signori:

    William Strunk (autore del celeberrimo Elements of Style che – nel bene o nel male – è ormai un classico nel suo genere).
    E. B. White (editor e autore di romanzi per ragazzi, come Stuart Little e Charlotte’s Web).
    Oakley Hall (famoso romanziere americano).

    Jeffrey M. Zacks & gli altri professori del Dynamic Cognition Laboratory all’Università di Washington.

    Il dato interessante è che c’è una convergenza fra le idee del primo gruppo (editor e romanzieri – persone che si avvicinano alla narrativa da un punto di vista “artistico” o al massimo commerciale) e il secondo gruppo, che invece studia la narrativa da un punto di vista strettamente scientifico/neurologico.
    Mi scuso per la mancanza di una dettagliata bibliografia, d’altra parte la “lezione” non voleva essere un testo accademico, solo un’introduzione a un concetto più vasto.

  13. 55 perissi

    Legittima va con due “t”, sorry.

  14. 54 perissi

    xdiarista incostante: no, il mio non era un invito a “scrivere se ne siete capaci”, ma una riflessione su quanto facile sia dare lezioni di scrittura (e di editing) nascondendosi dietro un nickname e avendo ancora tutto da dimostrare.
    L’impressione, forte, è di frustrazione(non è un’offesa, ma un punto di vista, ed è pertanto opinabile). Sia chiaro, la critica va bene ed è legitima, nessuno la mette in discussione, ma il pulpito è onestamente risibile.
    Poi, sull’inchinarsi di fronte ad un editor, lo dite voi, e già questo è un cattivo indice della vostra buonafede. Il mio pensiero l’ho espresso chiaramente: la lezione di scrittura di Gamberetta è poco chiara. Non tiene conto di un’infinità di cose che -i da lei tanto odiati editor- devono tenere conto tutti i sacrosanti giorni.
    Si chiama realtà dello stato delle cose.

  15. 53 Mariano

    @Leekanh

    Si, ma tanto non sarò io che qui e in questo momento rispolvererò gloria e polveri del Manzoni, anche perché non ne ho la competenza.
    Ma mandiamo al diavolo la competenza nell’epoca in cui tutti sono super-competenti!
    Sono d’accordo con te: Manzoni è sopravvalutato. Giustamente sopravvalutato, attenzione. I capolavori sono sempre “naturalmente” sopravvalutati. Poi è chiaro che non puoi de-contestualizzare il romanzo in questione o qualsiasi film. La critica si basa anche e forse soprattutto su contingenze di tipo storico, temporale insomma.
    Però voglio anche aggiungere che certi classici, in qaunto classici, vanno al di là del tempo e dello spazio. Portento della cultura.
    Concludiamo con Gibran? “Tendi l’arco verso il passato perché la freccia scocchi verso il futuro.”

  16. 52 Diarista incostante

    @perissi
    Scusa, ma non riesco a cogliere l’utilità dei tuoi interventi, a parte la precisazione su dove sono stati girati western di Sergio Leone (che a me piacciono parecchio tra l’altro).

    Sei un editor, bene. E allora? Dobbiamo inchinarci di fronte alla grandezza del mestiere? Oppure l’hai specificato per qualche altro motivo? Non si capisce. Cos’è che stai cercando di dire, in sintesi? Scrivilo e ne parliamo, magari ne emerge qualcosa di utile/interessante/valido/divertente.

    In quanto all’invito a scrivere in prima persona invece che criticare altri libri, qui più o meno tutti possiamo farti notare che sei l’ultimo/a di una lista infinita di gente che urla il ritornello “scrivi tu se sei capace invece ke criticare il mio libro preferitooooo! Come osiiii?????”.

    Che è una stronzata, detto papale papale. Perchè se solo gli scrittori potessero permettersi di non apprezzare i libri, perchè ci insegnerebbero a leggerere a noialtri? Per decifrare la lista della spesa e le istruzioni del microonde? Ecco, appunto. Non è che ci siano delle esclusive sull’uso del cervello, tutti l’abbiamo, tutti dovremmo usarlo.

    Cerchiamo di elevare un minimo il tono della discussione, su.

  17. 51 Leekanh

    @Mariano: Si, quello ok… Che poi per carità, a me non è nemmeno dispiaciuto troppo leggerlo Manzoni, al tempo. Anzi ero uno dei pochi che seguiva la vicenda…

    Riconosco di sicuro che la figura di Manzoni è stata una figura molto importante per lo sviluppo del romanzo in Italia (come Dante per la scrittura volgare), sono un po’ meno contento del fatto che abbia rincarato al dose per il nostro feticismo per il “realistico” (sic).
    Accetto quindi che mi si ribadisca l’importanza di Manzoni nella nostra storia, ma non accetto che però me lo passino come una figura mitologica inarrivabile… Ottima l’idea del Manzoni, ma perfezionabile l’esecuzione! Che poi ovvio, erano altri tempi, come detto, tuttavia non è una scusa, bisogna riconoscere il valore del romanzo per quel che è.
    Nel suo contesto poteva anche essere così inarrivabile, nel nostro contesto invece decisamente no. Non che ci sia un problema in questo, voglio dire… Anche il primo film dei fratelli Lumiere è una pietra miliare e grande spartiacque, ma non è un treno che si avvicina alla telecamera si possa definire esattamente un film grandioso!
    Non mi va bene che mi si porti “I Promessi Sposi” come romanzo da mascella cadente, glorificando anche le sviste (Evidentemente se Manzoni commette un errore lo commette in modo illuminato!) o impuntandosi su dettagli che sono… Dettagli…
    Secondo me quindi è un autore si importante, ma decisamente sopravvalutato…

    @Wanax: Certamente l’importante del libro è l’emozione che riesce a trasmettere, visto che leggiamo per quello in fondo (quantomeno per la letteratura d’intrattenimento!). Però certo c’è modo e modo di trasmettere emozioni, alcuni modi sono migliori di altri e la cosa è stata provata. Direi che non è una cosa così tremenda quindi volere un libro che riesca a trasmettere qualcosa in modo “migliore”, no? Se non si pretende il miglioramento del media è un po’ come sancire la sua morte…

  18. 50 Mariano

    @wanax
    Lo stile non è importante?
    Si forse non è indispensabile per vendere! A quello è utile una buona pubblicità.
    Anche lo stile “aiuta” qualche volta a vendere. Ma questo è uno scopo rilfesso, piegato dalle logiche del mercato.
    Lo scopo dello stile è creare un ponte concreto tra autore e lettore. Rendere un pezzo unico.

  19. 49 perissi

    Gamberetta, il mio commento era più che utile, almeno per fare chiarezza su due punti: 1)argomento Sergio Leone, tirato in ballo dagli altri utenti a commento del vostro post. 2) chiarezza “descrittiva” concetto reiterato dal post medesimo.
    Sul vostro suggerimento a rivolgermi SOLO a chi mi è all’altezza, rispondo soltanto che il classismo non è il mio genere, esprimere pareri (personali) sulle competenze, invece, si.

  20. 48 Wanax

    Non volevo certo dire che si devono scrivere romanzi tutti con lo stesso stile (non so cosa centra poi dato che di solito gli scrittori non cambiano “stile” di capitolo in capitolo o,o ma cosa si intende ora con stile? vabe..) Quello che stavo dicendo è che lo stile non è poi cosi importante! =)

  21. 47 Gamberetta

    @perissi. Onestamente, ma cosa vuoi? Qui e in altra sede mi hai definita imbecille, cialtrona e ipocrita. Se così pensi di me, come ritieni si possa discutere? Vai a discutere con chi è alla tua altezza, lascia stare gli imbecilli cialtroni ipocriti.
    Infine ti ricordo che qui sul blog ci sono un minimo di regole, una delle quali è non andare off topic. Non hai capito l’articolo, ne prendo atto, sarà sicuramente colpa mia, ciò detto, se non hai niente da dire sull’articolo stesso, non lasciare commenti inutili.

    @Wanax. Se tu scrivi usando sempre lo stile [1] il lettore si annoia, e quando il lettore si annoia non finisce il romanzo, e se non finisce di leggere è difficile che riesci a emozionare o lasciare chissà quali “messaggi”.

  22. 46 Wanax

    Alla fine cosa importa se in un libro sta scritto
    [1] Silvia non è un bravo genitore.
    anzi che
    [5] Silvia era appena tornata a casa dopo il turno di notte alle acciaierie Krupp…libro..figlia..

    Che conta in un libro non sono ste boiate tipo show dont tell.
    Un libro deve:

    -essere in grado di trasmettere il messaggio.
    -soddisfare l’aspettativa emotiva.

    Tutto il resto all’infuori di questi due punti ha scarsissimo valore, cio che meriterà di essere pubblicato dipenderà esclusivamente da quali Messaggi e quali emozioni il pubblico vuole. Se il tuo libro da le emozioni che il pubblico vuole ed è scritto in un linguaggio comprensibile allora avrà successo.

    A nessuno importa se scrivi che [1] Silvia non è un bravo genitore piuttosto che Silvia picchia la figlia, se non sei documentato o quale altro errore lasci indietro. L’interesse e la critica del pubblico sono giustamente rivolti verso punti di maggiore importanza.

    Forse anche da questi scarsissimi scrittori degli ultimi tempi che spopolano tra le dodicenni abbiamo qualcosa da imparare.

  23. 45 perissi

    xAngra: no, mi spiace, nell’errore ci siete voi(intendo voi gamberi). Molte cose non sono chiare, prima fra tutte l’importanza che date(se la date) allo stile. Leggendo il post sembra che vogliate semplicemente i romanzi che avete in testa. Perchè non provate a scriverli e ad inviarli a qualche editore? A fare i dogmatici dietro ad un nickname son bravi tutti

  24. 44 perissi

    xAngra: no, mi spiace, nell’errore ci siete voi(intendo voi gamberi). Molte cose non sono chiare, prima fra tutte l’importanza che date(se la date) allo stile. Leggendo il post sembra che vogliate semplicemente i romanzi che avete in testa. Perchè non provate a scriverli e ad inviarli a qualche editore? Troppo facile fare i dogmatici d’accatto nascosti dietro ad un nickname.

  25. 43 Angra

    @perissi:

    Del post -vero e proprio- devo dire di non averci capito molto, eppure il mio lavoro è appunto quello dell’editor… Forse anche voi date, di ciò che scrivete, immagini sfocate(esamino di coscienza, please).

    Non confondere le cause con gli effetti. Vale il discorso:

    capisco bene quello che leggo, quindi potrei fare l’editor

    non vale invece il discorso

    faccio l’editor, quindi capisco bene quello che leggo

    Esamino di coscienza, please ;)

  26. 42 Mariano

    Riscorrevo i commenti di questo penultimo post, impressionato dal loro numero. E leggiucchiavo qua e là a casaccio. Leggo i commenti di un’utente che afferma con piacere che qualcun altro condivide il fatto che Manzoni sia uno scrittore mediocre…Mah! Perplesso più avanti trovo conferma del fatto che Gamberetta afferma che Manzoni è uno scrittore mediocre.
    Al che, anche se Manzoni abbia frantumato i cabasisi un po’ a tutti credo, ho avuto molte perplessità non tanto in merito al concetto di SDT…quanto in merito al fatto che Manzoni raccontasse e non mostrasse. Ora dobbiamo pur guardare al fatto che Manzoni ci “mostri” una lirica del linguaggio italico difficilmente raggiungibile altrove. Una maestosa complessità di vicende storiche, sociali e psicologiche molto raffinata, risciacquata in Arno quando tutto sommato il fiume era “meno sporco” di adesso. Insomma estendere la critica al Manzoni, gettando un giudizio netto a uno dei padri della letteratura cui Calvino stesso riconosce valore di spartiacque, che ha dato vita a una straordinaria (letteraria) versione critica del romanzo curata da N.Sapegno e G.Viti, che ha “nazionalizzato” la letteratura anni prima dell’unità (istituzionale) italiana, mi pare, francamente, eccessivo, con tutto l’affetto che riservo a questo blog.
    Insomma per quanto sia amabile e divertente ammucchiare e giudicare in modo netto il passato, un po’ al modo dell’Incendiario di Palazzeschi, non trovo stavolta condivisibile questa opionione. Che poi oggi risulti noioso leggere un romanzo come I Promessi Sposi, posso per certi versi capirlo, ma se molti scrittori di qualunque genere, li avessero studiati e letti per intero, forse alcuni romanzi sarebbero perfino “meno peggiori” di quanto appaiano.

  27. 41 zora

    Quoto Anacarnil, Diego e Ambra, la teoria del complotto è un po’ campata per aria. Basta leggere le raccolte di fiabe popolari curate da Italo per trovare grandi invenzioni, weird, fantastico inspiegabile, mostri e mostriciattoli, storie poco rassicuranti e senza lieto fine.
    Poi ora l’antiapologia cattolica vende, così come mr Dan Brown, ergo…difficile pensare ad un complotto.
    Ulteriormente, esistono libri come “Pan” (recensito pure da Gamberetta) che non mi paiono esattamente politically correct.
    Credo che buona parte delle schifezze fantasy pubblicate in Italia sia più figlio del filone Disneyano&Co: eroe moralista perchè si, lieto fine perchè si, belli uguale buoni, cattivi uguale brutti. Si assiste ad una gnokkizzazione del fantasy, come si vede anche dall’ultima edizione di D&D, dove il mezzorco (brutto e kattivo e sbavoso) è stato sostituito dal mezzodrago (figo e potente) tra le razze base.

  28. 40 perissi

    Non ho letto tutti i commenti al post, per cui magari qualcuno ve lo ha già segnalato: i western di Leone non erano girati in Val Padana o in Maremma, bensì in Almeria, e gli americani, quelli veri, lo adoravano (leggere per credere le dichiarazioni d’amore dei registi Sam Peckinpah e Don Siegle)!
    Del post -vero e proprio- devo dire di non averci capito molto, eppure il mio lavoro è appunto quello dell’editor… Forse anche voi date, di ciò che scrivete, immagini sfocate(esamino di coscienza, please).

  29. 39 Anacarnil

    Quoto Angra e Diego.
    Che una certa sorta di riserva cattolicistica esista in Italia è vero, ma che la cultura subisca condizionamenti “catto-comunisti” sembra una frase venuta fuori dalle labbra di Emilio Fede.
    La verità è che in Italia la letteratura fantastica non ha quasi radici, mentre la nostra storia è piena di importanti letterati del passato. E culturalmente, qui in Italia, si pensa più a mantenere il passato che volgersi al futuro.

  30. 38 Diego

    @ LaPix. Quoto Angra. Suppongo che se gli editori non investono in un filone sia perché non credono che possa produrre businness. Tutto lì. La tesi del complotto che tiene fuori dalle librerie generi o autori indesiderati mi sembra un pò fantascientifica. Oltretutto per chi è al di fuori del circuito editoriale e desidera far conoscere i proprio lavori esiste il web. Non avrà ancora l’incidenza che merita, d’accordo, però mi sembra in crescita, ed era una possibilità che esordienti/sconosciuti fino a qualche anno fa si sognavano.

  31. 37 Angra

    @LaPix: scusa ma se la colpa fosse come dici tu della cultura catto-comunista allora una serie come X-Files, oltre a non essere prodotta, non sarebbe nemmeno trasmessa in Italia. Il fatto è molto più banalmente che realizzare una serie così qui costerebbe troppo, e conviene di gran lunga comprarla all’estero.

  32. 36 LaPix

    La questione non riguarda solo il genere fantasy, purtroppo.

    Secondo me non tanto è il realismo l’obiettivo che l’autore deve raggiungere quando racconta una storia, ma come dici tu, Gamberetta, quello di essere credibile. Vale a dire che se un autore ti crea un mondo fantastico o grottesco o futuristico etc. deve rendertelo credibile e convincente, anche se contiene elementi “non realistici”. Ma per fare questo l’autore ha bisogno di una libertà di espressione che in Italia non c’è. Non c’è la libertà di scrivere storie veramente horror o veramente magico-esoteriche o veramente fantascientifiche nella letteratura per ragazzi.

    Questo per due problemi.

    Problema 1: un’editoria che investe solo in generi che sono stati già ampiamente collaudati ( cloni di Harry Potter, storie di pirati, storie di streghette o fatine, investigatori etc,) in quanto resi famosi da autori STRANIERI, ma che non investe su autori italiani, che possano creare qualcosa di ORIGINALE. E perché non lo fanno? Vedi il problema 2

    Problema 2 :
    viviamo in un Paese dominato da una cultura di matrice catto-comunista, che incensa certi generi letterari e ne affossa altri. Perciò, la magia, le streghe e le fatine vanno bene in quanto inseriti in un contesto non realistico, ma di pura fantasia (mondo popolato da draghi, unicorni e compagnia bella); l’avventura archeologica e poliziesco-investigativa vanno bene pure quelle perché fa un po’ Indiana Jones e c’è comunque il ricorso a risorse prettamente umane… l’importante è che i misteri si risolvano e il lettore abbia risposte e soluzioni rassicuranti. Ma se appena inserisci in un contesto “realistico” elementi non controllabili e non spiegabili scientificamente, se, in poche parole, “mischi” cose realistiche e cose sovrannaturali… è allora che non hai nessuna chance di pubblicare in Italia. 

    Il cattolicesimo odia questo tipo di narrativa perché non può ammettere un sovrannaturale che escluda (o semplicemente ignori) il Dio cristiano; e la sinistra materialista liquida il sovrannaturale/ paranormale (e quindi la letteratura fantastica) come cavolate “non scientifiche” .
    Ecco perché nella nostra fiction non esiste l’equivalente di un “X-Files”, o di serie come “Medium”, “Ghost-Whisperer”, “Taken”… in compenso, marescialli, commissari e santi come se piovesse.
    Potrei andare avanti per un bel po’, ad elencare gli sconquassi che questo “inciucio” tra religione e materialismo ha creato nella editoria, ma credo di avere reso l’idea. Dove finisce l’una comincia l’altro, e nel mezzo c’è una voragine che nessun editore ha il coraggio di colmare.
    Forse sono andata un po’ OT… ma si tratta di un argomento non da poco, sulla quale mi scervello ormai da anni.

    Complimenti per il blog, che ho scoperto da poco ma che seguo nonostante non sia una vera fan del Fantasy.

    PS Manzoni non era uno scrittore mediocre; sono d’accordo però sul fatto che sia sopravvalutato, e di questo dobbiamo ringraziare la cultura cattolica che ha reso obbligatorio lo studio dei “Promessi Sposi” -cosa che non smette di sconcertarmi- nelle scuole (almeno ai miei tempi, adesso non saprei).

  33. 35 Leekanh

    Infatti Manzoni è uno scrittore mediocre.

    Phew, allora c’è davvero qualcuno che la pensa come me! :p

    A scuola ogni volta che mi rendevo conto come la storia presentasse davvero delle cose allucinanti mi veniva sempre detto che no, lo scrittore è grande perché quel che racconta è “realistico”… Eh cavolo… Se devi scrivere della realtà scrivi un libro di storia, dico io!
    Peggio che peggio quando è bello perché è poetico… Allora scrivi una cavolo di poesia, non un romanzo!
    Ma erano anche altri tempi, tuttavia ritengo comunque Manzoni estremamente sopravvalutato…

    Tornando allo Show Don’t Tell, come detto è una regola che ormai si conosce già da tempo e non la trovo nemmeno così inconcepibile, è una regola estremamente logica… Come tutte le regole però bisogna sapere quando applicarla, e non considerarla ovviamente dogma. Non è necessario mostrare sempre, a volte è anche piuttosto deleterio, però non credo sia così impensabile sostenere che una scena importante per la trama vada mostrata al lettore, non spiattellata lì tanto per… Ed è essendo una cosa estremamente banale, al solito è data per scontata e bellamente ignorata, così assistiamo a scempi troisiani con battaglie e scontri importanti risolte in due righe e paragrafi invece pieni di roba totalmente superflua…
    Ma in Italia purtroppo siamo fan di queste cose, per noi non è arte se non ci sono “emozioni” (e l’unica emozione degna di questo nome è la tristezza, ovviamente! Se una cosa non è triste non può essere vera arte, no?) e se non ha mille livelli di lettura, allegorie (spesso del tutto casuali) e cose del genere… La trama ovviamente è un appendice fastidiosa e può essere saltata di pari passo. Mah…

  34. 34 Gamberetta

    @Stefano. È vero che all’epoca, specie la critica, accolse i western all’italiana con una certa spocchia, ma ora non è più così. Attualmente i film di Leone sono considerati capolavori, in Europa, in America, in tutto il mondo.
    Prova ne sia che appunto Il Buono, il Brutto, il Cattivo è, al momento attuale, al quarto posto nella classifica assoluta dei film preferiti dai visitatori di IMDb.com e primo nel genere western. Tenendo conto che IMDb.com è uno dei siti più frequentati della Rete non mi pare un dato da poco.
    Leggi la recensione di Roger Ebert (qui), dove tra l’altro è confessato l’ingiusto pregiudizio dell’epoca nei confronti degli “spaghetti western”.
    Poi Spartacus non sarà storicamente accurato e non sarà il miglior Kubrick, ma onestamente non l’ho mai sentito definire schifezza da nessuno. E in effetti quando l’ho visto schifezza non mi è parso per niente.

    @avvocatospadaccino.

    ma mi viene sempre il dubbio che questa è una regola mutuata dal cinema ed in particolare dall’action movie e quindi non si adatta perfettamente ai romanzi.

    Considerato che i principi dietro lo show don’t tell sono già enumerati da Strunk nel suo manuale del 1918, ed elencati non come scoperte, ma come constatazioni ormai acquisite da tempo, direi che puoi toglierti il dubbio: il cinema non c’entra niente.

    Manzoni raccontava e non descriveva (e se ve ne uscite con l’addio ai monti, vi tiro una fucilata… proprio dove mostra fallisce)

    Infatti Manzoni è uno scrittore mediocre.

  35. 33 Leekanh

    Mah, non mi pare che in genere la fedeltà storica sia il metro maggiore per quantificare la bontà di un film… Soprattutto un film che punta su ben altro oltre che la fedeltà storica insomma (pensiamo poi ad altri film cult tipo Braveheart che di sicuro non sono attendibilissimi sul lato storico, ma decisamente godibili).

    Inoltre non è nemmeno vero che il western “made in usa” sia così veritiero, basti considerare il ritratto impietoso fatto agli indiani… Al solito si disdegna un po’ quello che ci fa più comodo!

    E a parte tutto comunque la realtà storica dei fatti conta quel che conta, non mi pare che gli spaghetti western abbiano come caratteristica quella di fornire un ritratto realistico della vita di frontiera, ma quello di creare un film che intrattenga e diverta, e Sergio Leone era un maestro di questo… E non è infatti un caso che quando si pensa al west “mitico” la prima cosa che viene in mente sono proprio i western all’italiana, in più molte idee introdotte da questo sotto-genere divennero con il tempo vere e proprie icone (nonostante all’inizio fossero malviste).

    Poi insomma, allora a questo punto dovremmo anche cestinare grandi classici come il ciclo arturiano (e praticamente ogni opera cortese) perché non è attendibile storicamente?

  36. 32 avvocatospadaccino

    ehilà, mi siete mancati… e voi a dire: ma chi è questo?
    pazienza…
    volevo dire che, almeno per essere originale, NON sono d’accordo con l’articolo.
    Chiarisco e chiarifico:
    - è vero che mostrare è più difficile di raccontare e quindi richiede più arte.
    - è vero che bisogna mostrare di più, specie nei romanzi italiani
    - ma mi viene sempre il dubbio che questa è una regola mutuata dal cinema ed in particolare dall’action movie e quindi non si adatta perfettamente ai romanzi.
    Manzoni raccontava e non descriveva (e se ve ne uscite con l’addio ai monti, vi tiro una fucilata… proprio dove mostra fallisce)
    questa è la mia modesta, non richiesta, inutile, personalissima opinione.
    chapeau

  37. 31 Lidia

    @Stefano

    Prima dicevi: “se chiedi a un americano vero”. Poi specifichi texano. Perché, gli altri americani sono finti? Non lo sapevo! ; )

  38. 30 Stefano

    Volevo dire texano…

  39. 29 Stefano

    Gugand, chiedi a un californiano cosa ne pensa degli spaghetti western e vedrai cosa ti risponde ;-) Anche Ben Hur o Spartaco sono film kult, ciò nonostante, storicamente parlando, sono e rimangono delle schifezze. E per alcuni questo difetto inficia la godibilità del tutto.

  40. 28 gugand

    @Stefano
    I film di Leone sono dei film cult per tutto il mondo, specie in USA.
    Basta guardare i voti ai suoi western su http://www.imdb.com...

  41. 27 Stefano

    Veramente il western all’italiana era girato in Maremma, non certo in Val padana e gli americani, quelli veri, inorridivano di fronte alle opere di Sergio Leone… questo per ricordare un’altra regola per chi scrive: “scrivi di quello che sai”
    Condivido il tuo giudizio sul Med fantasy, che è senz’altro un falso problema per due motivi: il background culturale non è sempre legato alle origini geografiche o etniche; in seconda battuta bisogna anche ricordare che ci sono regioni italiane ben poco mediterranee che hanno senz’altro nelle vene un po’ di quella tradizione celtica tanto invocata nel fantasy.

  42. 26 Vale

    Come sempre precisa e (dolorosamente) esatta la tua analisi.
    Se posso lasciare il mio commentino (magari inutile) devo dire che se ci fosse un romanzo con delle “salamadre giganti”, lo comprerei subito.
    Invece, dove ti giri trovi elfi…
    Mah…

  43. 25 Gamberetta

    @Lara Manni. Non credo si possa dare una risposta generale, dipende da quello che stai scrivendo. È come con l’ambientazione: in alcuni casi è importante per la storia che anche il lettore sappia vita, morte e miracoli del tal luogo, in altri no. Lo stesso i personaggi: non sempre ha questa importanza definirli così bene.
    Mettiamo che stia scrivendo un giallo tradizionale, qui l’emozione dovrebbe nascere dalla sfida intellettuale per capire chi è l’assassino. Il detective incaricato delle indagini è zoppo, è stato picchiato da piccolo, è appena stato lasciato dalla moglie e una volta che ha vinto al SuperEnalotto ha regalato tutto in beneficenza. Posso creare molta empatia e magari renderlo un personaggio che susciti (facili?) emozioni. Sta di fatto che se poi l’assassino è il maggiordomo non è che sia un gran romanzo. E, d’altro canto, se il meccanismo criminale è ben studiato, forse non c’è bisogno che il detective susciti chissà quali emozioni.
    Anche perché le emozioni non sono “gratis”, sono pagine in più, come ogni elemento bisogna valutarlo attentamente per capire se sia davvero essenziale.

  44. 24 Lara Manni

    Sono molto, molto, molto d’accordo con l’articolo di Gamberetta. Non starò qui a ripetere dove e perchè, dal momento che lo quoterei tutto.
    Aggiungo però un interrogativo: non è altrettanto importante che attraverso i dettagli si racconti cosa sono, cosa sono stati, cosa provano i personaggi medesimi? Altrimenti il rischio potrebbe essere quello di non “sentirli”, parlando da lettrice. Non voglio dotare un drago della madeleine proustiana, per carità, ma solo cercare di capire come nel “mostrare” si possa, e secondo me si debba, emozionare.

  45. 23 Diarista incostante

    @Fos87 e CMT
    Mostrare invece che narrare non significa che nel libro compariranno anche scene del tipo “l’eroe si scaccola il naso & va al cesso”. Anzi, è proprio il contrario. Con il show don’t tell è d’obbligo stringere, pena l’orchite dello scrittore prima ancora che del lettore.

    Quindi via le descrizioni dettagliate del paesaggio, via quelle ultra minuziose dei personaggi salvo eccezioni degne di nota, via le scene inutili che non portano avanti la storia. E guarda caso: largo all’immaginazione (è un fantasy non a caso, giusto?)

    La “vecchia sana narrazione” ve benissimo per le favole di Andersen, ma nel fantasy genera mattoni indigeribili pieni di cellulite e chili superflui.
    Poi è ovvio che qua e là qualche microscopico sprazzo di narrazione ci sarà (se un personaggio narra un evento a qualcun’altro, per esempio), ma se non fai altro che raccontare, la storia potrà essere anche bella, ma il libro salterà fuori male. Pesante, è la parola.

  46. 22 Fos87

    Io concordo con CMT: non si può “mostrare” tutto in un romanzo, bisogna anche lasciare spazio a un po’ di vecchia sana narrazione. Per me quella famigerata regola -”mostrare, non raccontare” -ha creato dei mostri indicibili, robe alte cinquanta centimetri, illeggibili, che avrebbero potuto essere la metà; io stessa fui toccata da questo morbo, e rileggendo la mia povera opera prima dopo tre anni mi sono messa le mani nei capelli.
    In realtà non credo nell’esistenza di regole fisse nello scrivere, ma piuttosto in qualche buon suggerimento che aiuti l’autore a trovare un proprio equilibrio, senza estremismi.

  47. 21 Riki (ch)

    Ho trovato molto interessante la parte in cui dici che bisogna mostrare e non raccontare.
    Cercherò di adoperare questa tecnica, e di migliorarla col tempo e l’esercizio. Grazie per la spiegazione ^^
    Il resto dell’intervento è puremolto interessante, credo che comincerò a frequentare più spesso questo blog ^^

  48. 20 Tim

    Pardon! Primo post, prima gaffe. Dannata tastierina dell’Acer-One. Correggo, ovviamente.

  49. 19 Tim

    Prima volta che “posto” un commento in questo blog, dopo assidue letterure, talvolta, o sporadiche, qualche altra.
    Non entro nella questione del tuo ultimo articolo, di solito mi limito solo a fare tesoro di ciò che leggo, se e quando di tessSssoro si tratta (perdono, mi è scappato).
    Chiudo il commento, era solo per dire che non è inutile ciò che fai.

    Buon lavoro e buona pesca.

  50. 18 Vlad

    Ottimo articolo; dal momento che, come introduzione, hai riassunto un buon numero di lezioni di scrittura creativa (a buon intenditor…), ne consiglierò la lettura a più d’uno.

  51. 17 Gamberetta

    @Okamis. Nello scontro successivo, fin troppo descritto (268 parole nell’edizione inglese), il protagonista spiega che per metà ha visto e per metà gli pare di poter ricostruire basandosi sull’addestramento. Segue appunto descrizione.

    @Doarcissa. In realtà Microsoft ha una certa fama per spacciare i difetti quali caratteristiche positive (ad esempio i sistemi anticopia di Windows che spesso tormentano anche chi ha copie originali sono spacciati per sistemi a favore dell’utente che così non rischia di usare una copia piratata), però in generale hai ragione.
    Per esempio nell’ambito videogiochi non ho mai sentito nessun sviluppatore gridare all’Arte Offesa se qualcuno gli dice che il tal livello è troppo lineare o troppo incasinato, se i controlli sono imprecisi o magari le texture slavate che sembra un gioco della PlayStation 1.

    Onestamente Saramago non lo conosco. Volevo leggere Le intermittenze della Morte (che però dalla trama mi pare fantasy/fantastico/surreale non fantascienza) ma non mi è ancora capitata l’occasione.

    @Alexander. Sì, se in un capitolo ci sono entrambi devi scegliere solo uno dei due quale punto di vista. In alternativa puoi scrivere due capitoli, prima con il punto di vista di Pinco e poi con quello di Pallino (come in certi romanzi rosa dove prima c’è la scena vista da lei e poi la stessa vista da lui).
    Alternare il punto di vista all’interno della stessa scena non è in generale una buona idea.

  52. 16 barbara

    Io concordo in toto con l’articolo, da umile lettrice e basta devo dire che i romanzi più noiosi, o che comunque non mi sono piaciuti particolarmente, alla fine erano sempre quelli raccontati, dove cioè si raccontava stile diario ad es. un lungo viaggio. Magari la storia era anche bella e originale, però raccontata appunto in quel modo toglieva tutto il possibile fascino, l’immedesimazione con i protagonisti, per me fondamentale in qualsiasi libro e oltretutto alla fine ti rimane anche poco da ricordare.
    Per i fantascrittori italiani non so che dire, ma anche qui mi trovo concorde, alla fine si lamentano in lungo e in largo che il fantasy è considerato roba da bambini ma scrivono solo di quello.

  53. 15 Alexander

    Complimenti per il bellissimo articolo!
    Ne approfitto per farti una domanda tecnica che mi incuriosisce molto. Scusca se forse vado OT…

    Alcuni romanzieri posizionano la telecamera sulla spalla di più personaggi. Ovvero ci sono più percorsi narrativi caratterizzati da diversi protagonisti. Per esempio abbiamo un romanzo dove ci vengono raccontate le avventure di Pinco nei capitoli dispari e Pallino ne capitoli pari. Sia Pinco che Pallino sono caratterizzato da quella che definisci “terza persona limitata”.
    Che succede quando Pinco incontra Pallino in uno stesso capitolo del libro? Una “telecamera” deve prevalere sull’altra? Oppure in quel caso è lecito usare il narratore onnisciente?

  54. 14 CMT

    @Doarcissa: il problema è che un libro non è un film. Se voglio vedere ogni singola scena vado al cinema, da un libro mi aspetto anche che mi lasci spazio all’immaginazione. È chiaro che non si deve eccedere, ma non si può (e secondo me non si deve) sempre e solo mostrare.

  55. 13 Doarcissa

    Non sono una lettrice di fantasy e tantomeno una scrittrice di fantasy (ho ormai 22 anni!), ma penso che il principio di SDT valga in realta` per qualsiasi tipo di narrativa. E questo non perche` l’ha stabilito Hammurabi, ma semplicemente perche` e` l’unico modo per rendere un avvenimento molto coinvolgente. Immaginate di essere al cinema: SDT e` vedere Batman rincorrere il Joker con la Batmobile, narrare e` vedere il fermoimmagine di un uomo che dice: “Ecco Batman che rincorre il Joker con la Batmobile”.
    Questo e` il mio primo commento su questo blog perche` l’ho scoperto di recente, ma (sono preparata!) l’ho letto piu` o meno tutto e mi sembra che la prima persona a non avere rigide “regolette” sia proprio Gamberetta, che tra l’altro viene stuzzicata su un argomento, l’SDT, che e` una cosa piuttosto intuitiva. Tempo fa ho letto “The making of a story” di Alice LaPlante in cui l’autrice afferma: “So che TUTTI (tutti negli USA, a questo punto) gli insegnanti di scrittura, tutti gli studenti di scrittura e gli scrittori stessi dicono di mostrare piu` che raccontare, ma” e va avanti spiegando che, anche qui molto intuitivo, DEVI mostrare le scene importanti, e il resto lo puoi anche raccontare. Questo e` anche quello che ha scritto Gamberetta in non ricordo quale post (quello in cui diceva che la discriminante era la noia). Anche perche` mostrando una scena si lascia al lettore l’opportunita` di giudicarla e di avere una risposta emotiva personale, mentre narrare un passaggio importante e` come dar da mangiare al lettore una situazione predigerita, gia` giudicata. Dire “Silvia non e` un buon genitore” equivale a dire: “Caro lettore, devi odiare Silvia”. Se mostri la scena dell’ustione lasci libero il lettore, che puo` pensare male di Silvia, ma puo` anche essere un serial killer in fieri e apprezzare Silvia per quello che fa.

    Poi e` ovvio che tutto dipende da che tipo di narrativa si sta scrivendo.

    Riguardo alle salamandre inizio a sospettare che ci sia qualcosa di culturalmente sbagliato, in noi. La nostra incapacita` di concepire l’intrattenimento e` estesa anche al cinema. Non abbiamo film d’azione. Non abbiamo film di fantascienza. Abbiamo pero` un sacco di film sugli anni ’70 (evviva…), commediole sentimentali e sporche storie di ggiovani che vivono ai margini, nei ghetti dell’alienante mondo capitalista moderno (tipo Cinisello Balsamo). Io credo che uno scrittore sia una persona che offre un prodotto ad un pubblico, cosi` come lo fanno la Sony, la Microsoft, la Barilla. Lo scopo dello scrittore non e` scrivere per se` (fallo, ma allora non pubblicarlo!) ma scrivere per intrattenere il cliente, il lettore. Non e` che lo scrittore nostrano abbia molto interiorizzato questo concetto: ti fa quasi un favore a darti il suo libro a 20 euro! Questo atteggiamento e` evidente non solo nel livello della nostra letteratura, ma anche nell’approccio alle critiche. Cose come: i gusti sono gusti, lungi da me, satanico Imbrigliatore di Arte… Il libro e` un prodotto! Anche per fondare la Microsoft e inventare Windows ci vogliono inventivita`, creativita` e molto tempo, ma se in Vista ci sono dei buchi grandi cosi` (misura molto grande), Bill Gates dice “Dove? Presto, correggetelo!”, ai suoi dipendenti, non dice: i gusti sono gusti, non puoi imbrigliare l’informatica. Soprattutto non ti dira` mai che per poterlo criticare devi come minimo aver creato un tuo sistema operativo. Per criticare lui basta essere utenti. Invece per criticare il nostro scrittore devi aver scritto qualcosa anche tu. Mah…

    P.S. Gamberetta, ho visto che hanno creato un blog con il solo obiettivo di distruggerti: questo e` il segno che tu e gli altri Gamberi state andando nella direzione giusta. Chiunque abbia visto un thriller e/o un film di mafia lo sa!
    P.P.S. Saramago e` considerato fantascienza? Tipo… “fantascienza sociale”?

  56. 12 zora

    Sono d’accordo con Angra: mi pare che il problema del fantasy italiano generale sia quello di non avere scrittori CONSAPEVOLI delle loro scelte di scrittura. Il signor Picasso non è che dipingesse in modo buffo perchè non era capace di dipingere normalmente.
    Non sono consigli da dare ad esperti, ma le regole basilari per scrivere una roba decente. Tutto sommato questo articolo ribadisce concetti che dovrebbero essere ovvi. Non servirebbero se l’orizzonte letterario fosse migliore, ma dalla qualità di certe pubblicazioni si sente il bisogno di tornare alle basi. Siamo solo (e non sempre) un gradino oltre la mera padronanza della lingua.
    Gli argomenti (ambientazione, personaggi, tematica) vengono dopo (se uno non sa scrivere qualsiasi argomento diventa tedioso), e anche lì si spera che ci si allontani un pochino dal “generico fantasy #674″

  57. 11 Okamis

    @ Gamberetta:
    Non è esatto. In riferimento allo scontro successivo (quello con Heinrich e Meyer), Rico dice “Non sono certo di aver visto tutto”, quindi anche in questa occasione, dove lo scontro dura appena pochi secondi in più rispetto al precedente, si ripete la stessa identica situazione di superiorità di Zim rispetto alle reclute (e non vede tutto, come può attuarsi una vera descrizione, come invece scrivi tu?). I particolari (pochi e comunque lontanissimi dal vero e puro SDT) sono colti in dosi leggermente, maggiori solo per via della complessità dell’azione. Certo, la velocità ha il suo peso, non lo nego, ma è irrealistico pensare che una persona (Rico in questo caso) non sia in grado di accorgersi di una presa al polso. E’ come quando guardi un film di arti marziali: non riesci a cogliere tutti i particolari delle mosse e delle prese, ma sei comunque perfettamente in grado di capire i passaggi fondamentali. Passando al terzo incontro, quello con Shujumi, i due sono quaaaasi allo stesso livello ed è quindi normale che lo scontro duri di più, con conseguente maggiore presenza di particolari (dove le mosse vengono sempre colte nelle loro linee generali e mai descritti nei particolari). Anche qui, quindi, le descrizioni sono lontane anni luce dallo SDT. Il primo incontro, così breve e fulmineo, è reso con quella semplicissima frase proprio per far capire al lettore che Zim non solo è forte, ma è nettamente superiore a qualsiasi recluta. E’ una sorta di antipasto evocativo dove la velocità dell’azione ha un’importanza relativa (altrimenti come potrebbe Rico vedere le varie prese negli incontri successivi? ;) ). Insomma, per dirla più semplicemente, la velocità della frase (e quindi dell’azione) hanno lo scopo di evocare la netta superiorità di Zim, e in tutto questo il fatto che Rico riesca a cogliere pochi particolari è solo una concausa.

  58. 10 Gamberetta

    @Okamis. Heinlein non ha scritto in quella maniera per essere “evocativo”, ha scritto così perché il protagonista (punto di vista) non è in grado di seguire i movimenti troppo rapidi di Zim. Se vai avanti nella stessa scena quando gli scontri di Zim con le altre reclute sono più lunghi e dunque più visibili, sono descritti.

    @Francesco Barbi. Per piacere non tiriamo sempre in ballo la faccenda dei gusti, altrimenti è inutile qualunque discussione. Anche la Meyer piace a tantissimi, e ci sono frotte di critici che pensano che tutta la narrativa di genere (fantasy e Tolkien compresi) siano spazzatura. E con questo?
    Il web è pieno di siti che celebrano il “i gusti sono gusti”, o “non piace a me, piace te, siamo tutti felici”. Qui non funziona così.

    Detto questo, continuano a mancare le salamandre: se tu davvero avessi scritto Fanteria dello Spazio ovvero un romanzo che ha cambiato il modo di pensare la fantascienza di guerra ma al contempo così verosimile da diventare lettura nelle Accademie Militari, rimarrebbe sempre il -1 per eventuali violenti pungi, ma ci sarebbe +10 in altri ambiti.
    Nessuno obbliga te o nessun altro scrittore a seguire alcuna regola. Il problema è che alla fine i risultati sono più spesso che no mediocri. Per il lato fantasia non so che consigli dare (a parte i soliti: leggere molto, magari anche non solo strettamente fantasy, guardare anime e film coreani e giocare con videogiochi polacchi, insomma cercare ispirazione immaginifica ovunque), non so come si fa ad avere intuizioni geniali come quella dei mech o della macchina del tempo o di Cthulhu. Però, in mancanza di contenuti eccezionali, almeno si può migliorare la parte di pura narrazione.

    @Mariano.

    DOMANDA: c’è correlazione tra il meccanismo SDT e la voce narrante? Saltano alcuni apsetti dell’SDT, se la voce narrante è una prima persona, premesso e tenendo femro il fatto che voce narrante e autore sono due mondi distinti (questo è l’abc letterario)?

    SDT si applica sempre. Il problema con la prima persona è che non stai usando uno sguardo “neutro”, lo sguardo di una telecamera, ma lo sguardo filtrato dal cervello del personaggio.
    Probabilmente certi dettagli il personaggio non è in grado di coglierli, o ne coglie altri che difficilmente sarebbero evidenziati da una telecamera che riprende senza “preferenze” una scena. Inoltre c’è il problema pratico che non puoi mai allontanare la telecamera: in terza persona puoi penetrare nella testa della gente ma anche spostarti fin dietro le spalle, in prima persona no. La figlia di Silvia non può mai vederlo lo scarafaggio sopra il rubinetto se ha la faccia nel lavello.
    Però sono semplici difficoltà tecniche. Il principio del narrare cercando sempre di presentare al lettore particolari concreti rimane.

  59. 9 Okamis

    @ Francesco Barbi:
    Da parte mia posso confermare. Come accenno nella mia recensione e come pure fa Gamberetta, tranne le introduzioni ad alcuni capitoli e il capitolo del bibliotecario, di infodump non ce n’è praticamente traccia, così come di parti prevalentemente raccontate. Al contrario, proprio le scene d’azione risultano quanto mai colme di dettagli, spesso pure macabri (ecco perché, stile e tematiche a parte, considero l’Acchiapparatti un romanzo rivolto a un pubblico adulto). E da questo punto di vista la lezione dello SDT è stata recepita ottimamente, dal mio punto di vista.

    @ Diego:
    Ciò che dici riguardo “l’errore tipico” di molti autori (non solo italiani) è giusto. Quello che intendo è che quando si comincia a scrivere un romanzo occorre fare un lavoro a monte, ponendosi alcune domande. Quale sarà l’ambientazione più FUNZIONALE alla mia storia? Quale tipo di narratore è meglio adottare? Onniscente? Ironico? Prima persona? La storia che ho in mente sarà più spostata verso il racconto (come nel ciclo di Terramare o il già citato Starship Troopers) o più sul mostrare (come il ciclo del Bas Lag)? Certo, tutti questi aspetti sono governati da regole specifiche, ma limitarsi ad adottarne alcune solo perché le si ritiene migliori è un errore a mio modo di vedere (adesso sto facendo un discorso più generale, non riferito specificatamente al tuo commento). L’autore deve saper scegliere, perché il suo lavoro sta anche qui. Se dovessimo invece limitarci ad adottare un gruppo di “regole standard” sul tipo di narratore, sull’ambientazione, sullo SDT ecc., allora sarebbe come dire che chiunque può scrivere e realizzare un buon libro, cosa che, mi spiace dirlo, non credo affatto. Non vorrei che il mio sembrasse un discorso elitario, ma sono convinto che per realizzare arte (così come per lo studio e l’applicazione delle materie scientifiche) occorra una certa predisposizione, la qual nasce principalmente dal tipo di esperienze (letterarie e non) fatte in vita. E tali esperienze, che non hanno nessun rapporto con le regole di cui qui si parla, non possono essere in nessun modo imparate. Ma sarà proprio grazie ad esse che ogni scrittore sarà in grado di distinguersi dagli altri. Insomma, per farla breve le scelte stilistiche a monte a mio avviso esistono e rivestono un’importanza fondamentale.

  60. 8 Mariano

    Cara Gamberetta,
    finalmente sei tornata ascrivere articoli con una certa regolarità, anche se ciò che conta non è la costante della regolarità, ma la costante della qualità, dello stile, la quale appare sempre confermata.
    Ho avuto modo di apprezzare il romanzo delle avventure della giovane Laura, sebbene sia arrivato a metà, in quanto preponderanti impegni universitari e le “cose della vita” mi hanno costretto a interrompere la lettura!
    Ma veniamo dopo questa (futile?) parentesi (futilità –> bellezza?) al punto della questione. Il meccanismo da te descritto e richiamato più e più volte nel corso dei vari articoli (show, don’t tell! –> SDT) sta, concordo con te alla base della Letteratura e non solo della narrativa fantasy in generale.
    Certo risulta più difficile passare a un discorso dove il fantasy non è al centro della questione, ma lo sono piuttosto altre sfere, altri mondi letterariche fanno magari a meno di certe “concretezze”. A ben pensarci questi mondi sono (ancora) inesistenti oppure rari. Sarebbe però interessante andarne in cerca per rispondere al dilemma medievale se viene prima il nome o prima la cosa…se si può descrivere a prescindere dal nome…o si deve descrivere a prescindere dalla cosa…
    Perdonami se la faccio tanto lunga, come diceva Voltaire: non ho il tempo di scrivere una breve lettera, e allora ne scrivo una lunga…
    In questo dilungarsi spesso non si centra il punto, si provoca noia, si va anarchicamente “fuori tema”.
    DOMANDA: c’è correlazione tra il meccanismo SDT e la voce narrante? Saltano alcuni apsetti dell’SDT, se la voce narrante è una prima persona, premesso e tenendo femro il fatto che voce narrante e autore sono due mondi distinti (questo è l’abc letterario)?
    Buona continuazione Gamebretta,

    BadMarian

  61. 7 Diego

    @ Okamis: riguardo l’ambientazione sono d’accordo con te: è molto importante. Non credo però che Gamberetta abbia voluto sostenere il contrario. Nell’articolo sottolineava che ‘qualunque ambientazione può andare bene’, il che non è affatto come dire che una vale l’altra.
    Porsi il problema dell’ambientazione è una cosa abbastanza normale, però io ho rilevato che un difetto comune negli scrittori impacciati (per non dire incapaci) è proprio quella di scegliere l’ambientazione non tanto in base alla sua funzionalità o alla sua pertinenza con la storia o la trama, o semplicemente al fascino, ma piuttosto alla necessità di sentirsi importanti e credibili agli occhi dei lettori. Nel senso: se i miei elfi si chiamano Ethorias e simili e abitano nel Bosco della Luna d’Argento, questo basterà perchè siano assolutamente credibili. E cosi si casca nella trappola dei clichè. Quando invece non sono i nomi o l’ambientazione in se a creare la famosa sospensione, ma ben altre abilità. Uno scrittore capace può chiamare il proprio elfo Zeddapiras e farlo abitare nel Bosco del Gennargentu, e renderlo ugualmente credibile. Questo difetto è molto più evidente se guardi al di fuori del fantasy: uno dei miei esempi favoriti è Giorgio Faletti, che scrive boiate irripetibili, e crede di darsi un tono da Grande Thrillerista Americano chiamando i personaggi John Smith o Antony Vattelapesca. Io ho la mia opinione: gli scrittori nostrani non è che siano più stupidi o meno capaci (vabè, tolti gli irrecuperabili come Faletti e pochi altri). Secondo me concentrano solo l’attenzione sulle questioni sbagliate. Detto questo, ho visto che hai messo un racconto nuovo sul tuo blog e me lo vado a leggere… ^__^

  62. 6 Francesco Barbi

    @The4rald: Credo proprio che in questo caso tu abbia compreso male il modus operandi di Gamberetta. Tra l’altro Gamberetta ha già detto esplicitamente che non era sua intenzione generalizzare. Ritengo infatti di poter dire di aver seguito, nella stesura dell’acchiapparatti, la regola dello ‘show, don’t tell’ in maniera piuttosto fedele. In pochissime occasioni ho raccontato invece di mostrare (parlo di intere scene). Spero proprio che Gamberetta e Okamis confermino quanto sto dicendo.

    @Angra: In effetti io mi riferisco all’aspetto più evidente del raccontare piuttosto che mostrare. Ovvero alle intere scene e non ai dettagli delle singole scene. E comunque lungi da me non riconoscere a Tolkien di saper scrivere… Ma prova a ridare un’occhiata a “Il Silmarillion” ed anche ad alcune parti de “Il signore degli anelli”.

  63. 5 Angra

    @Francesco Barbi: credo ci sia un equivoco di fondo. Quando Gamberetta scrive “questa scena è raccontata e non mostrata” si riferisce in genere (non riesco a trovare un controesempio) non a un autore che ha fatto una scelta precisa, ma a un autore che non sa quello che fa o che manca di immaginazione.

    Se scrivo “Dopo aver strangolato lo sbirro superstite Roy mise su l’acqua per la pasta, poi tirò fuori un paio di cipolle e cominciò a sbucciarle…” è vero che ho raccontato e non mostrato lo strangolamento, ma la cosa è voluta per sottolineare quanto quella sia una cosa che Roy fa a cuor leggero. Tant’è vero che subito dopo mostro, e non racconto, come Roy si fa da mangiare sottolineando che è quella la cosa su cui è concentrato.

    Se invece scrivo “Lo straniero estrasse la spada e fece una strage” o anche “la lama saettatava a destra e a sinistra così veloce che era impossibile seguirne le evoluzioni, e a ogni colpo un avversario cadeva a terra immobile” allora:

    1) o non ho idea nemmeno io di come si svolge il combattimento, o perché manco di immaginazione o perché non so niente di combattimenti all’arma bianca,

    2) oppure ce l’ho ben chiaro in testa, ma non sono capace di rendere la scena in modo adeguato per mancanza di capacità di scrittura.

    Descrivere sommariamente quando l’azione si fa concitata è un doppio errore: uno è il già citato raccontare invece che mostrare, l’altro consiste nel fatto che quando l’azione accelera allora la narrazione deve rallentare. Devi prenderti tutto lo spazio che ti serve sulla pagina, in modo che il lettore abbia la sensazione di vedere l’azione al rallentatore, “trucco” che si usa davvero nel montaggio cinematografico. In fondo sta finalmente succedendo qualcosa dopo tutte quelle pagine di alberi, sassi e ruscelli, non è proprio il caso di tirare via come fa Tolkien di solito! ^_^

  64. 4 the4rald

    @Okamis: mi piace il tuo intervento, però mentre leggevo la tua citazione ho storto il naso :D

    Quelle tre righe avrebbero potuto essere sei: Heinlein avrebbe potuto rendere la superiorità di Zim talmente lampante anche aggiungendo il come una sola sua mossa avesse atterrato la recluta, facendo leva sul suo polso sinistro. Ma, suppongo, il mostrare avrebbe, in questo caso, rallentato inesorabilmente la scena: raccontarla invece rende l’idea “è stato tutto talmente fulmineo che non si è fatto neanche in tempo a vederlo”.

    In generale però sono pochi i generi letterari in cui grandi autori si sono mossi bene basandosi poco sul mostrato e tutto sul raccontato… e non certo quelli in cui la componente d’azione è importante. Per lunghi tratti Starship Troopers è tangibile, e potente proprio per questo.

    Sono d’accordo con te, ovviamente, quando dici che comunque è questione di equilibri. Spesso Gamberetta è infatti talmente puntigliosa che le sue critiche, basate su quel particolare aggettivo o questa scena resa male, mi vengono a noia.
    Però penso di aver inteso il suo modus operandi: smonta la singola pagina facendo intendere che, purtroppo, grande parte dell’opera soffre dei medesimi errori e quindi è imperdonabile.
    Il suo è un accanirsi sul particolare laddove questo rispecchi una mancanza diffusa nel testo, sistematica; in tal ottica credo che è proprio lei per prima a puntare sull’equilibrio di cui parli anche te, e quando è sbilanciato sul raccontare piuttosto che sul mostrare ne condivido lo sdegno.

  65. 3 Francesco Barbi

    @Gamberetta: Condivido il punto di vista di Okamis, e cercherò di spiegare in che senso. Mi sembra che tu abbia focalizzato la tua attenzione su delle regole (non regolette, d’accordo) e le abbia assunte a verità assoluta: tutto ciò che non si attiene a quella verità è robaccia. Spero che tu ti renda conto che questo è un approccio quantomeno rigido. Premetto che in linea di massima credo di condividere le tue idee in fatto di scrittura, ma aggiungo quanto segue. Tolkien (e non mi riferisco soltanto a “Il signore degli anelli”, ma anche a “Il Silmarillion”, “I figli di Hurin”, etc…) è in gran parte raccontato, e tu dirai che è orripilante. Ebbene a molti, anzi a moltissimi, piace. Addirittura pensano che sia un capolavoro. Non capiscono un’acca di letteratura, dirai tu. Sta di fatto che anche molti critici di una certa fama riconoscono a Tolkien i suoi meriti. Tu mi dirai che è scientificamente provato: ‘show, don’t tell’, che coinvolge di più. Ma sei proprio sicura che sia sempre e solo quello ciò che si può desiderare di più dalla lettura. Alla fine qual è scopo della lettura, sempre che sia possibile individuarlo e che valga per chiunque: star bene? Rilassarsi? Passare dei bei momenti? Qualcuno preferisce essere totalmente coinvolto, qualcuno magari gradisce maggiormente leggere una pagina, staccare gli occhi dal testo e immaginarsi le scene non descritte ma raccontate, fantasticare riempiendo con la propria fantasia ciò che non è stato mostrato. Questi ultimi sono dei cerebrolesi? Non credo. Penso anzi che abbiano maggior facilità ad apprezzare il bello che c’è nella lettura. Tra parentesi, io non ritengo di essere uno di quelli.

  66. 2 the4rald

    Davvero niente male. Come sempre spunti interessanti per chi vorrà coglierli.

    Aggiungo anche una mia considerazione personale: per l’autore fantasy originalità e SDT sono due obiettivi primari, che fra l’altro si sposano benissimo insieme – di più, perseguire uno semplifica l’altro.

    Laddove un autore si sforzi di creare ambientazioni, situazioni e quindi dettagli originali e insoliti, scaturisce (o almeno dovrebbe) la necessità di tratteggiare con particolare dovizia i particolari. Ben consapevole di accompagnare il lettore di fronte a qualcosa di inusuale, l’autore dovrebbe sentire così più facilmente la necessità di lasciare nulla al raccontato qualora possa mostrarlo con efficacia.

  67. 1 Okamis

    Articolo interessante, su cui mi trovo d’accordo al 90%.

    Parto dal discorso ambientazione. Tu dici che una vale l’altra. A mio avviso non è così, visto che ogni città (o regione o stato) ha connotati particolari che spesso hanno una grandissima rilevanza anche all’interno della storia. Faccio un esempio: Manhattan di Woody Allen sarebbe stato lo stesso film se fosse stato ambientato a Miami? Certo che no! Altro esempio: perché la versione “Las Vegasiana” di CSI è quella meglio riuscita? Non solo perché è stata la prima e quindi quella a cui gli spettatori sono più affezionati o perché la squadra di Grissom è quella meglio equilibrata, ma anche (e soprattutto) perché Las Vegas crea un rapporto biunivoco tra tema (sangue, omicidi e pazzi furiosi) e la facciata di allegria e felicità della capitale del gioco d’azzardo, effetto irraggiungibile a Miami e New York. Quindi, a mio modo di vedere, l’ambientazione, a prescidenre dal genere, ricopre un ruolo fondamentale.

    Sul Med Fantasy o più in generale sulle correnti elaborate alla base, è la storia artistica a contraddirti. Basti pensare a movimenti come il Futurismo, la cui influenza (a lungo sottovalutata) è stata invece profonda nel lessico moderno.

    Sulla questione “show don’t tell” invece mi trovi d’accordo, per quanto io preferisca porlo su un piano leggermente diverso. Lo show don’t tell è migliore? No, è semplicemente una scelta che può essere sfruttata bene o male a seconda della sensibilità dell’autore. Così come esistono racconti e romanzi completamente raccontati e che eppure rappresentano delle vere e proprie perle di letteratura. Basti pensare alle opere di Ursula Krober Le Guin, Elfride Jelinek o Robert. A. Heinlein. Prendiamo proprio Star Ship Troopers. Tra i commenti sulla recensione del romanzo di Barbi ho visto che ci si è soffermati sulla questione di un pugno. Riprendo una delle scene più belle del romanzo: l’inizio dell’addestramento di Rico al campo Arthur Currie. Il sergente Zim chiede alle reclute chi voglia sfidarlo per dimostrare il suo valore. Uno dei giovani accetta e lo scontro è descritto con una sola frase:

    La lotta cominciò… ed era già finita. La robusta recluta giaceva a terra, e con la destra si reggeva il polso sinistro. Non aprì bocca.

    In questo caso lo scontro tra i due uomini viene semplicemente evocato, eppure nella testa del lettore si crea una precisa immagine di superiorità di Zim rispetto alla recluta. Quindi, come amo ripetere, è una questione di equilibri. Sta tutto all’abilità e sensibilità dell’autore comprendere quale formula sia la più congeniale alla storia che intende raccogliere.

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