Manuali 1 – Descrizioni

In altra sede mi era stato chiesto un articolo che parlasse di manuali di scrittura. È un argomento enorme e dunque ho deciso di suddividerlo per temi.
Ho poi preparato un articolo dove sono elencati i manuali di scrittura presenti su gigapedia (ho messo i manuali che parlano di narrativa in generale e quelli rivolti nello specifico a chi vuole scrivere fantasy/fantascienza, non ci sono i manuali dedicati al thriller o al romanzo rosa o ad altri generi), cercherò di tenerlo aggiornato, ma non garantisco.

Dato che quando parlo di manuali spesso i commenti prendono una piega idiota – “le regole uccidono la creatività!”, “le regole sono fatte per essere infrante!”, “Augusto Pepponi non ha mai seguito le regole, e guardate che capolavori!” – ho già preparato una serie di risposte ai miti più frequenti. Se vi riconoscete nei commenti virgolettati di cui sopra, per piacere leggete. Gli altri possono passare oltre.


Risposte ai Miti

Icona di una stellina Mito: Le regole uccidono la creatività.
Né vero, né falso. Può essere una posizione filosoficamente sostenibile, ma se si parte da questo presupposto, la creatività è già morta e sepolta, ben prima di arrivare ai manuali di scrittura. Dietro un libro ci sono un’infinità di regole: dalle leggi della fisica, alle proprietà di carta e inchiostro, dalle convenzioni tipografiche, fino alle regole dell’ortografia e della sintassi. Una montagna di regole. Difficile credere che la creatività sopporti tutto ciò ma crepi di fronte a una regola di tecnica narrativa.
Viceversa è facile mostrare come le regole stimolino la creatività: se a una persona le si mette davanti un pianoforte e nient’altro, comincerà a battere i tasti a caso, fino a stufarsi poco dopo. Se si aggiunge un corso di musica, lo strumento si trasformerà in un passatempo che divertirà per anni e magari la persona diventerà un compositore.

Icona di una stellina Mito: Le regole sono fatte per essere infrante.
È falso. Ma assumiamo sia vero. Per infrangerle le benedette regole occorre conoscerle. Per superare il limite di velocità bisogna sapere quale sia. A ottanta all’ora puoi essere il ribelle che infrange le regole, oppure puoi essere uno scemo superato da tutti. La differenza è conoscere quale sia il limite su quella strada.
Così, se pure le regole della narrativa sono state ideate per essere stravolte, occorre prima di tutto conoscerle. Dunque bisogna leggere i manuali.

Icona di una stellina Mito: Se tutti seguissero i manuali, i romanzi sarebbero tutti uguali!
È falso. I manuali si occupano del come, non del cosa. Nessun manuale ti dice quali argomenti trattare. Vuoi parlare dei marziani? Delle difficoltà matrimoniali di un tranviere? Di quanto siano belli i tramonti in montagna? Della simpatia dei compagni di scuola? Affari tuoi. I manuali ti dicono solo quale sia il modo più efficace per farlo.
D’altra parte, non mi sembra che siamo pieni di romanzi tutti uguali, nonostante la rigidità delle regole grammaticali. E nell’alfabeto ci sono appena ventisei lettere. Ma così verranno solo parole tutte uguali! Come faremo a esprimerci?
I manuali sono una mappa. Non ti dicono dove andare, ti mostrano solo quali sono le strade per arrivare a destinazione, una volta che l’hai scelta.

Icona di una stellina Mito: I manuali di scrittura non servono, per imparare basta leggere i Classici e i Grandi Romanzi.
È falso. Anzitutto, c’è il problema di decidere quali testi siano i “Classici” o i “Grandi Romanzi”. Ma mettiamo si trovi un accordo e si stabilisca che il tale o il tal altro romanzo è un “Classico”. Leggendolo non si imparerà a scrivere, a meno di non saperlo già fare.
Quando si legge un romanzo, si legge un prodotto rifinito, dietro al quale ci sono magari dieci revisioni dell’autore, due dell’editor, cinque anni di ricerca e documentazione a monte e l’intervento della moglie. Il lettore vede solo la superficie, non si accorge dei meccanismi interni.
Prendiamo che si voglia imparare a costruire automobili imitando le Ferrari. Se non si sa niente di meccanica, si potrà pensare che la caratteristica chiave delle Ferrari è la carrozzeria rossa – non è forse la caratteristica più vistosa? Ma, dipinto un catorcio di rosso, diviene un’auto anche solo lontanamente accostabile a una Ferrari? No.
Per imitare una Ferrari devi guardare sotto il cofano e smontare il motore, ma per farlo, devi già sapere come funziona un motore. Così l’analisi di un “Classico” ha senso solo se già si sa dove guardare. Se già si conoscono i meccanismi e dunque si possono riconoscere i vari ingranaggi.
È un’illusione quella di poter “carpire i segreti” da un “Grande Romanzo”. Non c’è modo di aguzzare la vista senza che qualcuno ti insegni a farlo, indichi dove e cosa guardare, e cosa invece scartare.
Quando qualcuno si vanta di cambiare di continuo il punto di vista – perché lo fa anche l’incommensurabile Augusto Pepponi! – è come il fesso che si vanta di aver dipinto di rosso il catorcio. Eh, bravo, niente da dire, se vuoi fare l’imbianchino hai il futuro assicurato.

500 rossa
Lovecraft riempie i suoi racconti di aggettivi e sono bei racconti. Dunque se anch’io riempio i miei racconti di aggettivi, diventano bei racconti. Le Ferrari sono rosse e sono macchine splendide. Dunque se anch’io dipingo di rosso la mia 500 sfasciata, diventa una macchina splendida

Icona di una stellina Mito: I Grandi Autori non hanno mai letto manuali.
Né vero, né falso. Probabile che ci siano Grandi Autori – Augusto Pepponi su tutti – che non hanno mai letto manuali, ma molti altri non solo li hanno letti, ma li hanno pure scritti, da Louis Stevenson a Stephen King.

Icona di una stellina Mito: I manuali sono noiosi, sembrano i libretti d’istruzioni degli elettrodomestici.
È falso. La narrativa non è matematica. Nessun manuale spiega come montare un romanzo quale fosse un mobile componibile. I manuali danno consigli, offrono alternative motivate, forniscono esempi significativi. Non c’è niente di “asettico” o “forzato”. Lo scopo di un manuale è aiutare l’aspirante scrittore a esprimersi al meglio.
Inoltre i manuali di scrittura sono quasi sempre scritti da scrittori. Il manuale di pesca d’altura sarà stato scritto da un esperto pescatore che forse però non se la cava molto bene con le parole. Il manuale di narrativa è scritto da qualcuno che maneggia le parole per mestiere.
Spesso leggere i manuali è divertente in sé, al di là del possibile insegnamento.

Icona di una stellina Mito: I manuali inglesi funzionano solo se scrivi in inglese.
È falso. La narrativa è su un piano diverso rispetto alla lingua. Le regole della narrativa non cambiano da una lingua all’altra. Si parla di principi generali, non legati all’inglese, al francese o all’italiano. Ogni tanto può capitare qualche consiglio specifico – per esempio quando Stephen King discute del genitivo sassone –, ma sono casi rari. Al 99,9% quello che dicono i manuali inglesi può essere applicato all’italiano senza problemi.

Icona di una stellina Mito: Be’, sarà, io però l’inglese non lo conosco e i manuali non li leggo!
Questo non è un mito. Sei semplicemente tu ignorante come una capra: se non sai l’inglese, imparalo! E comunque qualche manuale discreto si trova anche in italiano.

Icona di una stellina Mito: Leggere i manuali non serve a niente, perché tanto il tuo romanzo non lo pubblicano lo stesso.
È vero. Per essere pubblicati in Italia occorre essere particolarmente fortunati, o scrivere di argomenti che vanno di moda o avere qualcuno che ti raccomandi. La qualità del testo è un fattore secondario. Perciò se l’unico scopo è pubblicare, sì, leggere manuali di scrittura serve a poco o niente.
Ansen Dibell, nel suo di manuale, distingue gli autori in due categorie: quelli che vogliono scrivere e quelli che vogliono aver scritto. I manuali sono dedicati al primo gruppo, a chi ha passione per la scrittura in sé. Quelli che invece desiderano aver scritto sono più interessati all’eventuale guadagno, o al prestigio, o comunque alle conseguenze della scrittura. Per costoro i manuali sono inutili.
Nota: non esprimo alcun giudizio. È altrettanto legittimo sognare di scrivere un bel libro come sognare di pubblicare un libro, bello o brutto che sia.

Descrizioni

Come primo argomento ho scelto le descrizioni. Le fonti primarie sono:

Copertina di DescriptionDescription di Monica Wood (Writer’s Digest Books, 1999).

 

 

 

Copertina di Description & SettingDescription & Setting: Techniques and Exercises for Crafting a Believable World of People, Places, and Events di Ron Rozelle (Writer’s Digest Books, 2005).

 

 

Copertina di Word PaintingWord Painting: A Guide to Writing More Descriptively di Rebecca McClanahan (Writer’s Digest Books, 1999).

 

 

(per maggiori informazioni riguardo gigapedia, consultate il seguente articolo).

Tengo a precisare che questo articolo è un invito alla lettura. Cercherò di dare consigli sensati e buoni suggerimenti, ma per forza di cose sarò costretta a scartare le eccezioni, i casi particolari, le sfumature. Se l’argomento vi interessa, non fermatevi qui, ma leggete i libri segnalati.

Scopo

Scopo delle descrizioni è creare il contesto nel quale si svolgerà la storia.
In alcuni casi il contesto è addirittura lo scopo stesso di esistenza della storia: per esempio nei racconti di viaggi fantastici, che appunto descrivono mondi esotici, pianeti alieni, strane creature. Ma anche quando il contesto non è la ragione d’essere della storia, è comunque vitale perché il lettore possa seguire gli avvenimenti.
Prendiamo questo dialogo:

«Sei un pazzo, Michele!»
«No, non è vero.»

Senza descrizioni il lettore è sperduto. La scena può essere drammatica o divertente, può avere un significato o il significato opposto, è il contesto che lo determina:

Anna si alza in punta di piedi per sbirciare dentro la cella. Michele è in un angolo. È seduto in mezzo a una pozza di escrementi e urina. Ogni pochi secondi immerge l’indice nella merda e lo usa per tracciare linee sghembe sulla parete. Anna ricostruisce lettere e parole, sull’intonaco è scritto: “LORO STANNO ARRIVANDO”.
«Sei un pazzo, Michele!» esclama.
Lui si volta. Sanguina dalla fronte, si deve essere strappato i punti. «No, non è vero.»

oppure:

Anna alza il viso dal libro di geografia. Michele è in piedi sulla cattedra. Ha recuperato i gessetti colorati del prof di matematica e sta disegnando lettere cubitali, rosse, verdi e blu. La scritta dice: “ABASO LA SQUOLA”.
Anna scuote la testa. «Sei un pazzo, Michele!»
Lui lancia per aria i gessetti e li recupera al volo, come un giocoliere. «No, non è vero.»

Questa è la scoperta dell’acqua calda, ma ribadire concetti giusti non fa mai male.
Dunque, perché il lettore possa capire quello che sta succedendo – possa seguire la storia – è necessario descrivere il contesto. D’oh!

Una buona descrizione

Una buona descrizione è concreta, stimola i sensi, è dinamica e ha significato per la storia.
Questo non perché , questo perché, se si rispettano i precetti di cui sopra, il cervello del lettore riesce a vivere gli avvenimenti; il lettore è perciò coinvolto e non chiude a metà il libro.

Per illustrare il concetto, prendiamo le classiche descrizioni dello scrittore alle prime armi: “Anna è una bella ragazza”, “Michele fa ribrezzo”, “Se c’è una brava persona è Giuseppe”, ecc.
Descrizioni così sono vuote, troppo generiche, non offrono niente alla fantasia del lettore. “Michele fa ribrezzo”: cosa dovrebbe vedere il lettore? Cosa dovrebbe sentire? Annusare? Toccare? Assaporare? È un fotogramma nero nel mezzo del film.
Vediamo di trasformarla in una descrizione decente.

Michele barbone
Michele. L’avevamo già conosciuto mesi fa. Era uno scrittore, prima che la pirateria lo costringesse a vivere sotto i ponti

Innanzi tutto bisogna capire – e lo scrittore lo deve sapere – perché Michele è così rivoltante. Mettiamo che lo sia perché non si lava: “Michele è sporco”. Ma ancora non c’è molta carne per il lettore, non c’è molto in cui affondare i denti.
Spacchettiamo la sporcizia:

Michele ha i denti gialli, il naso sporco di moccio, i capelli unti e pieni di forfora.

Questa è una descrizione concreta. Il lettore vede la sporcizia sul viso di Michele e molto probabilmente proverà un certo ribrezzo a quella vista.
Tuttavia si può far di meglio. Quella di prima è una descrizione statica, come se avessimo fotografato Michele. Ma è raro che ci si metta a fotografare le persone; quando vediamo una persona, di solito si sta facendo gli affari propri, non è in posa per noi. Proviamo a dare un po’ di vita a Michele:

Michele sta digitando un sms sul cellulare. Ma ogni pochi secondi si ferma per scostarsi i capelli unti dagli occhi. O per pulirsi con le dita il moccio che gli cola dal naso. O per spazzolare via la forfora dalle spalline della giacca. Intanto sorride, rivolto allo specchio. Denti gialli gli sorridono di rimando.

Meglio. Michele non è più una fotografia messa tra le pagine, è calato nello scorrere del tempo.
Lo scorrere del tempo è sempre presente, anche quando si stanno osservando luoghi od oggetti: le nuvole corrono in cielo e cambiano la luce, una mosca ti ronza attorno e ti distrae, ti annoi – ma che diavolo ci sto facendo a fissare un sasso da dieci minuti? – e la percezione cambia. Tutto scorre (parola di Eraclito): non esistono due istanti uguali, e se non esistono due istanti uguali nella realtà, così non devono esistere nella narrativa, dato che stiamo provando a essere verosimili.

saputellaAngolo della saputella!
Quando è nata l’idea che sia meglio descrivere qualcosa in movimento invece di riprenderlo in modo statico? I furboni risponderanno che è un’americanata dovuta alla diffusione del cinema, in realtà è un consiglio che già dava Aristotele nel libro terzo della Retorica.

Facciamo un ulteriore passo in avanti:

Mi accorgo che Michele è in camera prima ancora di vederlo. Per la puzza dolciastra che arriva fino in corridoio e per quel rumore che fa quando si morde le unghie. Tic. Tic. Tic. Poi con un gorgoglio sputa per terra e passa al dito successivo.
È in piedi davanti allo specchio. Sta digitando un sms sul cellulare, ma ogni pochi secondi si ferma per scostarsi i capelli unti dagli occhi; per pulirsi con le dita il moccio che gli cola dal naso; per spazzolare via la forfora dalle spalline della giacca; per mangiarsi le unghie.
Si gira nella mia direzione. Mi sorride e mette in mostra i denti gialli e cariati. Arretro di un passo: ho ancora vivido il ricordo di quando mi ha sfiorata con le sue mani luride; sono subito corsa in bagno a lavarmi il braccio, per grattare via il ricordo di quel tocco molle e viscido.

Adesso Michele puzza, fa rumore, ed è spregevole al tatto – e per renderlo al meglio ho cambiato punto di vista, passando dal Narratore ad Anna.
Questa è una descrizione decente. Non brillante – non c’è niente di molto ispirato –, ma fornisce tutti gli elementi necessari per comunicare il concetto che “Michele fa ribrezzo”.
Notare che non ho detto quanto Michele sia alto, o che età abbia o come sia vestito (a parte l’accenno della giacca). Questo perché i dettagli di una descrizione devono essere funzionali alla storia. Non ci si deve sperdere, se la ragion d’essere di Michele è il suo suscitare ribrezzo, lì devo puntare.
Naturalmente avrei potuto scegliere particolari diversi: per esempio i vestiti rattoppati e sporchi avrebbero potuto essere inseriti o sostituire altri particolari. O magari se Michele è storpio o grasso o gobbo, sarebbero potuti essere altri dettagli da inserire o sostituire. Non ci sono vincoli, se non l’avere sempre ben presente dove si vuole andare a parare.

A tal riguardo, si pensi a quante volte si legge nei testi dei dilettanti (e non solo): “Anna ha diciotto anni”, “Michele ha ottantanove anni”, ecc.
Ma comunicare l’età, in questa maniera, è brutto e rozzo. Perché è importante per la storia che Anna abbia 18 anni? Se non è importante è inutile scriverlo, e se lo è tanto vale mostrare questa importanza, invece di raccontare in maniera asettica l’età.

«Non mi interessa quello che pensate tu e mamma. Non sto chiedendo il vostro permesso, vi sto solo comunicando che lunedì andrò a Livorno per frequentare l’Accademia.»

Il punto della storia è che Anna, avendo compiuto diciotto anni, può decidere lei di arruolarsi. Tanto vale dunque entrare in argomento senza fare i pedanti.

Accademia Navale di Livorno
Da qualche anno, l’Accademia Navale di Livorno è aperta anche alle donne

Oppure:

Scatta il rosso. L’autobus riapre le porte.
Giuseppe tira la manica di Michele. «Andiamo, nonno! Se corriamo riusciamo a prenderlo!»
«No, no, non ce la faccio.»

Il povero Michele è troppo vecchio e stanco per correre fino alla fermata. Meglio così che non dire che ha ottantanove anni.

Preparare le schede dei personaggi, dove è chiarito aspetto fisico, età, gruppo sanguigno, vestiti preferiti, titolo di studio, biografia e quant’altro, può essere un buon esercizio e in certo tipo di opere con un cast ampio può essere un passo necessario, ma lo schedario deve rimanere dietro le quinte. Le descrizioni pedanti, statiche, piene di dettagli inutili, ammazzano il fluire della storia.
Ciò non vale solo per i personaggi. Anche i luoghi devono essere descritti con gli stessi criteri. Se Michele è una casa, non sarà “brutta”, “vecchia” o “malandata”. Avrà i muri scrostati, gli infissi gonfi di umidità, il soffitto pericolante e mancherà l’acqua corrente. E ancora si dovrà cercare di rendere la scena dinamica: il soffitto non è semplicemente pericolante, quando Anna entra in soggiorno, le cadono i calcinacci in testa. Quando Giuseppe prova ad aprire il rubinetto in bagno, si sporca le dita di ruggine e sente il gorgogliare lontano dell’acqua, ma dal tubo esce solo puzza di marcio.
E ovviamente il fatto che la casa sia una stamberga deve avere importanza per la storia.

saputellaAngolo della saputella!
Quando è nata l’idea che un particolare, per quanto ben descritto, debba essere tolto se non partecipa al disegno complessivo? I furboni risponderanno che è un’americanata dovuta alla diffusione del cinema, in realtà è un consiglio che già dava Orazio nell’Ars Poetica.

Infine, non è sbagliato ribadire un particolare più volte, se ha molta importanza. Come dice Flaubert, un oggetto ha bisogno di essere nominato almento tre volte perché il lettore creda che esiste sul serio.

Linguaggio e punto di vista

Dettagli significativi, dinamici e concreti, che stimolino i sensi. Se si riesce a rispettare questi precetti, si è sulla buona strada per scrivere descrizioni efficaci. Bisogna però stare attenti anche ad altro, in particolare al linguaggio in rapporto con il punto di vista.

In generale, più si è precisi meglio è. Scrivere “fiammifero” è meglio di scrivere “legnetto corto e stretto che se lo sfreghi fa fuoco”. Scrivere “automobile” è meglio di scrivere “affare con quattro ruote”. Ed è la ragione per cui occorre documentarsi: se la storia è ambientata prima in un laboratorio dove si producono armi chimiche, poi su un campo da golf, infine nell’abitacolo di un bombardiere, bisogna conoscere la terminologia appropriata nei tre casi, altrimenti le descrizioni risulteranno goffe e fiacche.
Questo vale sempre. Non è neanche questione di narrativa di genere, literary fiction, poesia o saggio: per descrivere in maniera accettabile qualcosa, bisogna conoscerla. Non ci sono scappatoie.
Come recita la regola numero 13 di Twain riguardo la scrittura: “Use the right word, not its second cousin.” Non la parola che si avvicina, non il termine quasi giusto; bisogna usare le parole adatte, i termini corretti.

L’unico limite è il punto di vista. Infatti – a meno che le descrizioni non siano a opera del Narratore, ma per ragioni di verosimiglianza è sconsigliabile usare un Narratore onnisciente in un testo di fantasy/fantascienza – le descrizioni sono sempre dal punto di vista di un personaggio. Se il personaggio è un laureato in biologia userà la terminologia migliore nel laboratorio, ma forse non saprà distinguere le mazze da golf. Viceversa il campione di golf userà la propria esperienza per parlare di Ferro 8 o Legno 3, ma è probabile non saprà dire molto osservando un virus al microscopio.
Mantenere il punto di vista è fondamentale. Si capisce subito quando un personaggio parla con voce non sua e, quando succede, la sospensione dell’incredulità si incrina.
In certi casi, pur di mantenere senza sbavature il punto di vista, si possono trasgredire perfino le regole della grammatica. Nel classico Fiori per Algernon di Daniel Keyes, il protagonista e narratore è un ritardato mentale (così stupido da perdere una gara d’intelligenza con un topo – insomma stupido quasi quanto il tipico autore fantasy italiano): fin quando il nostro eroe non diventerà più furbo, il suo modo di raccontare sarà sgrammaticato e pieno di errori.
Anche se non si desidera arrivare fino a questo punto di “fanatismo”, in ogni caso bisogna aver sempre presente chi descrive.

Copertina di Fiori per Algernon
Copertina dell’edizione italiana di Fiori per Algernon

La prima persona è particolarmente ostica: è difficile scacciare dal romanzo la sensazione di straniamento dovuta al fatto che il protagonista è un medico, uno studente, un’attrice, ma – guarda caso – sembra esprimersi proprio come se fosse uno scrittore.
La prima persona inoltre limita moltissimo quello che può essere descritto, dato che la telecamera è nella testa di un personaggio e non può essere spostata. Si potrà descrivere solo quello che il personaggio vede, sente, annusa, ma nulla di più.
Se oggetti, persone, ambienti sono al di là dei sensi del personaggio, sono inaccessibili.

Questo crea tutta una serie di problemi, il classico è: come si fa a descrivere l’aspetto del personaggio che narra in prima persona?
E non c’è una soluzione semplice, perché non è naturale per una persona meditare in dettaglio sul proprio aspetto – non quando la Terra è stata invasa dai marziani, i vampiri si sono trasferiti in città e gli scienziati hanno riportato in vita i dinosauri. Tuttavia, se proprio si vuole lo stesso descrivere il personaggio, bisognerebbe almeno evitare due cliché ultra abusati: lo specchio e l’ammiratore.
Lo specchio è quando Anna si specchia nella vetrina del negozio, nelle limpide acque del fiume, nello specchietto retrovisore della macchina parcheggiata e naturalmente davanti allo specchio in bagno. Questa scena suona sempre forzata, spesso risulta noiosa; se capita nel mezzo dell’avventura diviene ridicola. No, non è normale che mentre gli zombie battono le strade in cerca di cervelli, Anna all’improvviso si scopra ad ammirare il proprio profilo nella vetrina del negozio di scarpe – o forse sì, magari Anna non ha niente da temere dai morti viventi, avendo la zucca vuota! chikas_pink32.gif
L’ammiratore è quando Anna incontra Simona e Simona comincia: “Ah, se avessi i tuoi splendidi occhi verdi, i tuoi capelli neri e lisci, il tuo fisico slanciato bla bla bla“. Appare subito chiaro che Simona sta recitando un copione obbligata dall’autore, altrimenti non si esprimerebbe mai così.
Se non capita l’occasione per Anna di descriversi in modo che suoni naturale, che abbia senso nel fluire della storia, pazienza. Meglio evitare che aggiungere scene forzate.

Un vantaggio dell’usare un punto di vista ben saldo è il poter essere incisivi. Se per il lettore è chiaro che la telecamera è piazzata nella testa del personaggio, si possono tagliare un sacco di verbi inutili: “Avverto il dolore strisciare dal polso al gomito” diviene il più diretto “Il dolore striscia dal polso al gomito”. “Ho come la sensazione di precipitare in un pozzo nero” diviene “Precipito in un pozzo nero”.

Metafore

Uno strumento che può essere molto efficace per scrivere descrizioni ma di cui è facilissimo abusare è l’utilizzo di similitudini e metafore.

Prima di continuare: la similitudine è quando una cosa è paragonata a un’altra, la metafora è quando una cosa diventa un’altra.

“Michele è un leone”: questa è una metafora.
“Michele è feroce come un leone”: questa è una similitudine.
“Michele ruggisce”: questa è ancora una metafora, la trasformazione in animale è implicita.

Michele
Michele uomo-leone

Lo scopo di usare una metafora o una similitudine è rendere più chiaro il discorso. Non si mettono le metafore per “far colore”, si mettono le metafore perché non c’è un modo diretto migliore per esprimere il concetto che si desidera (o magari il modo esiste, ma non può essere usato dal personaggio punto di vista).

“Il lamento del verme assassino di Venere è come il ruggito di un leone”: questo è un uso corretto della similitudine. Un suono alieno, che forse non può essere descritto, è paragonato a un suono famigliare. Il lettore è a suo agio.
“La folla che esce dal cinema è un fiume in piena”: questa è una metafora accettabile. Il “fiume in piena” è un concetto facile da immaginare, e rende bene il movimento tumultuoso della gente.

Le metafore hanno sempre un prezzo: dato che per loro natura mettono in relazione cose diverse, allontanano il lettore dalla storia. Nel primo caso il lettore è su Venere e d’improvviso spunta un leone: non c’entra un tubo. Nel secondo caso siamo in città, in mezzo ai palazzi, e d’improvviso ecco scorrere le acque di un fiume: non c’entra un tubo.
Bisogna meditare bene se vale la pena introdurre immagini estranee. Non si è più scrittori se si trovano sempre metafore e similitudini, spesso è un sintomo di scarsa proprietà di linguaggio.

Alcuni hanno la bizzarra convinzione che più una similitudine è bislacca, più è Arte:
“Michele barcollava in mezzo alla strada, si muoveva come un furgoncino guidato da un procione con il mal di testa.” Se il testo è comico o il narratore ubriaco, va bene, altrimenti una roba del genere è uno schifo. Una roba del genere non comunica niente riguardo alla storia, comunica solo: “Guarda, mamma! Guarda come sono bravo: ci ho messo il procione! Con il mal di testa! Che guida il furgoncino!” e la risposta dovrebbe essere: “Bravo, Andreino, bravo, ma adesso lavati i denti e corri a letto. Lascia stare la narrativa, ché è cosa per i grandi.”

Non importa quanto una metafora possa sembrare “bella” o “fantasiosa”: se non svolge lo scopo, deve sparire. E spesso la metafora “fantasiosa” deve sparire comunque, perché porta con sé una sfilza di immagini che allontanano troppo il lettore dalla storia.

Meglio una metafora o una similitudine? Le metafore sono più “radicali” – Michele non ha solo il ruggito del leone, è un leone – e dunque hanno maggior impatto. Però bisogna sceglierle con ancora più cura, perché magari il ruggito leonino applicato a Michele funziona bene, la criniera meno.

Ricapitolando

Icona di un gamberetto Per far capire al lettore la storia è necessario descrivere il contesto.

Icona di un gamberetto Stabilito quale sia il contesto che vogliamo, occorre documentarsi.

Icona di un gamberetto Poi si sceglie il personaggio punto di vista, colui che fornirà al lettore la descrizione.

Icona di un gamberetto Durante la descrizione vera e propria bisogna essere concreti, stimolare i sensi e riprendere la scena in movimento.

Icona di un gamberetto Non sempre più particolari si mettono meglio è. Bisogna tenere solo quei particolari significativi per la storia.

Icona di un gamberetto Il linguaggio dev’essere preciso, ma soprattutto deve suonare naturale in bocca al personaggio che descrive.

Icona di un gamberetto Descrizioni particolarmente complesse possono essere aiutate da metafore o similitudini, ma sono figure retoriche da maneggiare con cautela.

E non bisogna scordarsi dei principi alla base di una scrittura decente: evitare le frasi troppo incasinate, gli aggettivi o gli avverbi in sovrannumero, i salti temporali superflui, i cambi di punto di vista ingiustificati, ecc.

Paura del buio

Appurato come dovrebbe essere una buona descrizione, vediamo qualche esempio di descrizioni riuscite male. Avrei da pescare a piene mani dai romanzi già recensiti, ma dato che l’orrore fresco è più spaventoso dell’orrore raffermo, rovisterò in un libro appena uscito. Sto parlando di Buio, pubblicato a inizio mese da Fazi. L’autrice, al suo esordio, è Elena P. Melodia – che almeno ha il buon gusto di non essere una quattordicenne.
Buio è il primo volume nella trilogia (tanto per cambiare…) urban fantasy di My Land; è spacciato al modico prezzo di 18 euro e 50.

Copertina di Buio
Copertina di Buio. Quando non si paga la bolletta…

La trama vede tale Alma, diciassettenne “bellissima, apparentemente sicura di sé, ma fragile e inquieta”(sic), coinvolta in una serie di omicidi, che paiono ispirati ai racconti che la stessa Alma scrive. Per fortuna ha come alleato Morgan “il ragazzo più misterioso e sfuggente della scuola, i cui incredibili occhi viola sanno leggerle nel cuore come nessun altro”(sic).
E già la trama basterebbe a scoraggiare qualunque persona con un quoziente intellettivo di almeno due cifre, ma l’editore ha fatto di più: offre la possibilità di leggere gratis le prime pagine del romanzo. Così anche chi fosse in dubbio può decidere di lasciar perdere. kaos-whiteusagi01.gif
Trovate il PDF con l’incipit di Buio, qui.

A parte la bruttezza generale, vorrei concentrarmi su alcune descrizioni ed evidenziarne i difetti, in base a quanto illustrato in precedenza.

Prima scena: la protagonista sta sognando. Sogna il buio (no comment):

È buio. Cammino, ma non mi muovo. Ho le gambe pesanti come piombo e nella testa mi battono i colpi di passi immobili, che martellano senza sosta, mentre comincio a sentire freddo. Tremo e non ho modo di scaldarmi. Anche le mie braccia sono paralizzate. Mi fanno male, un male che non ho mai provato prima, quasi stessero per staccarsi.
Provo a gridare, ma non ci riesco. Emetto solo un filo di voce roca e stonata, come il suono di uno strumento a fiato rimasto troppo a lungo sott’acqua.

Vediamo qualche punto particolarmente osceno: le braccia “Mi fanno male, un male che non ho mai provato prima, quasi stessero per staccarsi.” Tipica frase vuota: dopo che la protagonista ha abortito un feto alieno, le hanno amputato una gamba, ha passato la notte a mollo nel mar glaciale artico, allora, “un male che non ha mai provato prima” ha un significato. A tre righe dall’inizio del romanzo non significa niente.
“quasi stessero per staccarsi” è un pochino meglio, perché almeno richiama, sebbene in maniera vaga, un’immagine. Ma rimane un passaggio molto fiacco. Devi descrivere un dolore simile all’avere gli arti strapparti dal corpo, non mi sembra che ci siamo molto…
“un filo di voce roca e stonata, come il suono di uno strumento a fiato rimasto troppo a lungo sott’acqua.” Una similitudine o una metafora mettono in rapporto due cose diverse perché il lettore possa avere più facile comprensione. Ora, se dico: “voce roca” penso che non ci siano grossi problemi a sentire quello di cui si parla, ma quanti di voi hanno mai preso uno strumento a fiato, l’hanno lasciato troppo a lungo sott’acqua e infine hanno provato a suonarlo? Nessuno? No, tu lì in fondo non conti.
In altre parole qui c’è una similitudine che rende più difficile la comprensione della frase. Due piccioni con una fava: prima si butta fuori il lettore dall’incubo (improvvisamente il buio è riempito dall’acqua e da uno strumento stonato), e in cambio si ottiene di non fargli capire a quale suono ci si voglia riferire.
E non è finita qui: nelle descrizioni bisogna essere precisi, usare il preciso nome delle cose – la giusta parola, non la seconda cugina. Cosa dovrei immaginarmi a “strumento a fiato”? Una zampogna? Un flauto? Un trombone? Aggravante: la narrazione è in prima persona. Il Narratore onnisciente può usare termini generici per ragioni letterarie, ma un personaggio no. Nessuno immagina uno “strumento a fiato”, una persona immagina appunto una tromba o una cornamusa o qualcos’altro.

Tromba
Una tromba immersa nell’acqua (troppo a lungo?) È proprio l’immagine giusta per calare il lettore in un incubo tenebroso

C’è infine da domandarsi quale personaggio ha il sangue freddo per analizzare la propria voce e metterla in relazione con uno strumento a fiato bagnato, mentre si trova ad affrontare il dolore fisico più intenso della propria vita. Forse basta dire perché sì!!! Perché è fantasy!!! Perché imparare a scrivere è brutto!!!
Tralascio altri dettagli di cattiva scrittura in quelle poche frasi, perché non sono attinenti al problema delle descrizioni.

Andiamo avanti:

È successo di nuovo. Il confine tra sonno e veglia non esiste più, ormai, e gli incubi sono veri, la realtà un inferno. Il sogno diventa realtà. E anche il sogno è un inferno.

Poco da aggiungere. Una sfilza di termini astratti: incubi, realtà, sogno, inferno, ecc. Non c’è niente a cui il povero lettore possa aggrapparsi. Frasi del genere sono letteralmente inchiostro buttato. Non comunicano niente.

Scena immancabile:

Mi guardo allo specchio e il buio si scioglie, a poco a poco. Sono bella, nonostante tutto.
Resto lì, a fissarmi.
Ogni tanto mi capita di pensare come sarebbe la mia vita se fossi brutta, se non avessi gli occhi verdi, che mi piace piantare addosso ai ragazzi per metterli in imbarazzo, o i capelli neri e lisci, lucidi da far invidia a una geisha, o questo corpo che rimane magro, qualunque cosa mangi. Come sarebbe la mia vita?
Sarebbe un unico, colossale, irrimediabile schifo.

Come si diceva, le scene allo specchio nella narrazione in prima persona sono cliché in maniera insopportabile. E per non farci mancare niente l’autrice riprende i canoni di bellezza più scontati: occhi verdi, capelli neri e lisci, corpo sempre magro. Persino Nihal in una scena analoga si era trovata un difettuccio (la poverina aveva gli occhi troppo grandi!), qui invece c’è solo piatta perfezione. Comunque è da apprezzare almeno un tentativo di dare movimento alla descrizione, per esempio gli occhi piantati addosso ai ragazzi.

La protagonista arriva a scuola:

Fuori, il solito gruppetto di ragazzi mi fissa mentre passo nel corridoio affollato del primo piano.

Uhm? C’è un gruppo di ragazzi che la fissa da fuori la scuola mentre lei cammina in corridoio? E perché non entrano? Un gruppo di ragazzi che non sono della scuola tutte le mattine si appostano fuori per spiare lei? E come fanno a seguirla nella loro opera di spionaggio se il corridoio è affollato? Qualcuno ha capito il senso di questa descrizione?

La protagonista arriva in classe:

Le mie amiche invece sono diverse. Ognuna con la propria personalità vincente. Seline, sempre allegra e curiosa, sarebbe capace di vivere una settimana solo facendo shopping. Agatha, taciturna e introversa, è indipendente e determinata. E Naomi, vivace ma equilibrata, è una di quelle che dicono sempre quello che pensano.

Voglio un attimo imitare Naomi: “questa è la descrizione di personaggi più squallida che abbia mai letto in un libro pubblicato da casa editrice non a pagamento”. È una descrizione che fa schifo perché è vuota in modo imbarazzante. Non ci sono immagini, non ci sono suoni, non ci sono sapori, non ci sono sensazioni, non c’è un beneamato niente. Ci sono un mucchio di aggettivi, Agatha ne ha appiccicati addosso addirittura quattro: taciturna, introversa, indipendente e determinata. Ovviamente sono tutti aggettivi astratti, perché guai se il lettore riesce a immaginare qualcosa. Se almeno Agatha fosse stata bassa, grassa, gobba e zoppa, avremmo avuto un qualcosa a cui aggrapparci. Invece niente, dobbiamo aggrapparci all’eterea indipendenza o determinatezza.
Per Seline e Naomi vale altrettanto.
Senza contare che descrivere il carattere dei personaggi è un’idea balorda in sé: quando agiranno, il lettore capirà il loro carattere. Quando scopriremo che Agatha vive già da sola e si prende cura della sorella malata, magari ne dedurremo che è “indipendente” e “determinata”. Quando Naomi si alzerà dal suo posto per mandare a quel paese l’insegnante di matematica, sapremo che è una che dice sempre quello che pensa. Quando Seline si presenterà in classe ubriaca e con i vestiti in disordine, capiremo che è “sempre allegra”.

Amiche di Alma
Seline, Agatha e Naomi. Notare l’aura di vivacità che circonda Naomi e la distingue subito dalle altre

La cosa che fa rabbia non è tanto l’incompetenza della signorina Melodia, dell’editor o di chi altri ha letto prima della pubblicazione, quello che fa rabbia è vedere quanto il lettore sia tenuto in poco conto. Tra le righe della descrizione di cui sopra in verità si legge: “Chi se ne fotte? Tanto ’sta merda se la devono sorbire delle ragazzine cerebrolese. Povere scemotte che si bevono qualsiasi cosa. Perché impegnarsi?”
Be’, niente da dire, se si vende è sempre tutto ok, no? Ma un mondo così mette addosso tristezza.

Come mette addosso tristezza:

Le aule sono grandi e illuminate da chilometri di luci al neon, come gigantesche stanze di un vecchio ospedale, dove una parola riecheggia con la forza di un urlo e il bianco disarmante dei soffitti ti ricorda il vuoto che hai dentro ogni giorno varcando l’ingresso.

A parte l’inutile complessità della frase, che parte da “Le aule sono grandi” e finisce con il lamento della protagonista per il vuoto dentro, abbiamo il ritorno della similitudine dannosa!
“Le aule sono grandi”: si capisce, o sbaglio?
“illuminate da chilometri di luci al neon”: questa è una prima figura retorica, un’iperbole, forse ci può stare, perché il significato rimane chiaro.
“come gigantesche stanze di un vecchio ospedale”: questa similitudine dovrebbe avere lo scopo di rendere più semplice per il lettore comprendere il significato di “aule grandi con un mucchio di luci al neon”. E invece confonde: perché non è esperienza comune frequentare le stanze (gigantesche) dei vecchi ospedali, e perché nei vecchi ospedali ci sono sale di ogni dimensione e con ogni gradazione di luce.
“[...] il bianco disarmante dei soffitti ti ricorda il vuoto che hai dentro ogni giorno varcando l’ingresso.” Scusate, sono stufa di essere razionale e gentile quando è evidente la presa per i fondelli. “Il bianco disarmante dei soffitti”? “Il vuoto che hai dentro (varcando l’ingresso)”? WTF?
«Ciao, Marco. Che ci fai con quell’arnese in mano?»
«Ciao, Chiara. Eh, nuove disposizioni del Ministero: devo fare il vuoto dentro a tutti gli studenti che varcano il cancello.»

Bonus, lo gnokko:

Approfitto di quella sua esitazione per studiarlo meglio. Non so se dipenda dal fisico slanciato e perfetto o dai capelli biondi da angelo o dagli occhi quasi viola, oppure dalla fossetta che, quando sorride, segna il lato sinistro della bocca, ma il fatto è che Morgan è senza dubbio il ragazzo più interessante che conosco.

Va bene, ma è bello come un dio greco?
Per il resto penso possiate commentare da soli: fotografia statica, con dettagli cliché e solo la vista è stimolata. Non è una descrizione atroce come quella delle compagne di scuola, ma certo sarebbe bello che uno scrittore si sforzasse un attimo di più – tanto per cambiare, eh.

vampiro
Per me Morgan è un vampiro. E in più ha gli occhi viola. Sarà mica un vampiro mezzelfo?

Con questo non voglio dire che Buio sia un brutto romanzo, magari la storia brillante compensa lo stile, io però, lette queste prime pagine, non ho nessuna voglia di proseguire.

Quali manuali leggere

Se volete approfondire, leggete i manuali segnalati. In particolare, quello che ho trovato più interessante è stato Word Painting: A Guide to Writing More Descriptively. È un testo a tratti dispersivo, che non sempre rimane focalizzato sull’argomento, ma le divagazioni mi hanno divertita.

Gli aneddoti che l’autrice inserisce qui e là sono simpatici. Uno su tutti mi ha fatto meditare: l’autrice ricorda quando consegnò all’insegnante di inglese delle medie un poema, nel quale era descritta una signora che rinvasava un geranio. L’insegnante glielo restituì dicendo che doveva essere più creativa, mettere maggior fantasia nello scrivere, per esempio imitare il compagno di banco, che aveva scritto un racconto di fantascienza con gli alieni che uscivano dai fiori.
Mi chiedo in quale scuola italiana, di qualunque ordine o grado, un insegnante non solo preferisce un racconto di fantascienza a una poesia con i gerani, ma addirittura incita il sedicente poeta a essere più fantasioso.
Nota: in realtà Rebecca McClanahan ha continuato a scrivere di gerani & simili, non si è mai convertita al fantastico – l’aneddoto rimane significativo.

Piacevole anche quando, molti anni dopo, la Rebecca, questa volta nel ruolo di insegnante, dimostra la pochezza del suo allievo che non si abbassa a costruire una storia basata su dettagli concreti, perché lui deve pontificare sull’”ansietà dell’essere” o sul “caos della modernità indefinita”. Da noi i gonzi di questo genere, invece di essere bocciati, finiscono a scrivere sulle riviste letterarie.

Inoltre in Word Painting sono trattati molti argomenti che per ragioni di spazio qui non ho potuto affrontare, per esempio l’importanza del suono delle parole in determinate descrizioni. Dunque, lettura consigliata.

Description di Monica Wood non è allo stesso livello. Anche qui ci sono buone cose, ma la Wood non ha il carisma, né la competenza della McClanahan. In particolare gli esempi della Wood sono pessimi: invece di citare da autori più o meno noti, la Wood si è costruita i propri esempi, e non si è impegnata molto. Gli esempi “sbagliati”, da non seguire, sono brutti. Gli esempi “giusti”, da imitare, sono brutti uguale.
Spesso il discorso è confuso: per esempio, quando parla di “mostrare” e “raccontare”, giustamente dice che ci sono momenti dove è meglio “mostrare” e altri dove è più utile “raccontare” – le relative citazioni sono perfino attinenti –, tuttavia si rimane con l’impressione che le due tecniche siano equivalenti. E non è proprio così: le occasioni dove il “raccontare” è più funzionale alla storia rispetto al “mostrare” non sono molte.
Comunque, meglio leggere Description che gnente.

Description & Setting di Ron Rozelle mi è parso monotono e superficiale. All’inizio l’autore proclama che si occuperà sia di narrativa di genere sia di literary fiction, ma quando si arriva alle pagine dedicate ai generi, sono poche, inconcludenti e scritte da qualcuno che non conosce bene la materia. Ho trovato la cosa irritante. Ma forse è un problema mio.
Leggetelo se vi avanza tempo.

Compiti a casa

Per concludere, vi propongo un esercizio. Guardate l’immagine qui sotto:

Ragazza con fucile e coniglio
I giapponesi sono strani

Prendete un punto di vista (qualcuno nascosto nell’ombra, dietro una delle tante finestre o la ragazza seduta o magari i conigli rosa distesi sulle scale) e provate a descrivere la scena. C’è di tutto: una ragazza con i capelli di un colore strano e vestita in maniera bizzarra, armata di un fucile che sembra vero ma è decorato con coniglietti; altri coniglietti (vivi?) abbandonati sui gradini, insieme con delle mele; sullo sfondo un coniglio nero antropomorfo, forse un uomo in costume? E il poster appeso vicino alla galleria, sarà la pubblicità del circo, o è un avviso della polizia per la ricerca di un pericoloso coniglio mannaro, o ancora è la foto di un coniglio scomparso?

Divertitevi!


Approfondimenti:

bandiera EN Description su Amazon.com
bandiera EN Description & Setting su Amazon.com
bandiera EN Word Painting su Amazon.com

bandiera EN Il sito di Monica Wood
bandiera EN Il sito di Ron Rozelle
bandiera EN Il sito di Rebecca McClanahan

bandiera IT Fiori per Algernon su iBS.it
bandiera EN Flowers for Algernon su gigapedia
bandiera IT Buio su iBS.it
bandiera IT Il sito ufficiale della trilogia My Land

bandiera IT Ars Poetica di Orazio su Wikipedia
bandiera IT Retorica di Aristotele su Wikipedia

 

Scritto da GamberettaGamberolinkLascia un Commento » Questo articolo in versione stampabile Questo articolo in versione stampabile

173 Commenti to “Manuali 1 – Descrizioni”

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  1. 73 Gamberetta

    @Fea. La descrizione della ragazza è buona, ma è vero che soffri di inforigurgito. Come in altri casi, ho l’impressione che tu cerchi di “giustificarti” quando non c’è bisogno. Il pubblico non è scemo, e sa trarre le sue conclusioni.
    Per esempio: “Sul calcio dell’arma, poggiato a terra, era ben visibile la ragione della sua sicurezza [...] un marchio, un coniglio rosa stilizzato [...] Simbolo ufficiale del Governo, rappresentava l’insindacabile autorità della ragazza che gli stava davanti. Immune a qualsiasi legge, intoccabile per chiunque; gli unici obbiettivi l’eliminazione dei dissidenti: questo era un’Operatrice.
    La parte evidenziata è superflua: se tu dici che il simbolo rappresenta per l’Operatrice una “sicurezza” e in più è l’emblema ufficiale del Governo (G maiuscola), il lettore intuisce da solo il resto. Così si risparmia inchiostro e si risparmiano ragionamenti che evidentemente sono dell’autore e non del personaggio.
    Oppure: “La droga che prendevano, e che dava quel caratteristico colore rosso ai loro occhi, le rendeva veloci, resistenti alla fatica e immuni al dolore.” è bruttino. Se dici solo, non so, “La droga faceva brillare di rosso gli occhi dell’Operatrice”, il lettore da solo proverà a intuire perché un’Operatrice si droga e probabilmente arriverà alle stesse conclusioni senza essere (inverosimilmente) imboccato da falsi pensieri del personaggio.

    @gnappetta. La descrizione tutto sommato coglie bene la sensazione di straniamento che suscita l’immagine, e dunque non è male.
    Potevi forse spendere qualche parola in più, sia per descrivere la ragazza (per esempio “abito da gothic-lolita-serial-killer” è un po’ troppo “condensato”), sia per descrivere il Coniglio.

    @il_Fabri. Troppo sofisticato! ^_^ C’è gente che scrive davvero come nella tua descrizione e lo fa senza ironia. Li pubblicano pure!

    @lisse. Molto divertente. Non era facile, scegliendo il punto di vista della ragazza, auto-descriversi senza forzature: direi che ci sei riuscita bene. I pensieri suonano naturali.
    L’inizio si può forse migliorare cambiandolo un po’ e togliendo il “Comunque sto divagando”, “dicevo”, la ripetizione del fatto che si sta allacciando il guanto.

    @Venzo. Ehm, qui lo scopo è descrivere. Puoi metterci una storia d’amore se vuoi, ma devi riuscire a far trasparire più particolari concreti possibile: chi non ha mai visto il disegno, deve riuscire a farsene un’idea.

    @Maudh. / @Vincent Law. Non sono ancora sicura di cosa parlerà il prossimo articolo della serie. I due argomenti più probabili sono o come si costruisce la trama oppure i dialoghi. Ma se ne riparla a novembre: un articolo di questo tipo al mese è sufficiente.

  2. 72 Venzo

    Pink Street – Al tramonto

    Marielle pensava al suo amore.
    Da quando si erano conosciuti, le cose erano andate sempre bene, teneri baci e ancora piu’ tenere carezze facevano da cornice a ogni loro appuntamento, credeva di aver trovato la sua anima gemella.
    Fino a quando l’emergenza scatenata dai pericolosi Conigli Mannari, l’aveva costretta a riprendere il suo semi-automatico.
    La sola vista del fucile aveva sconvolto Paul, non riusciva a capire che doveva farlo? Era un suo dovere proteggere anche lui!
    Non aveva mangiato niente, solo un morso a una mela, il dolore che provava dentro era insopportabile.

  3. 71 Venzo

    @gamberetta
    per manga intendevo il modo in cui trattavo l’argomento

    se per esempio l’avessi letta in chiave epica… nn ci sarebbero state le sexy-hunters (ma l’epica centra meno di niente con quessta foto)

    oppure se l’avessi scritto cercando di fare un romanzo rosa… mi sarei concentrato sui suoi pensieri su un possibile boyfriend… se ho tempo cerco di scrivere qualche riga.. giusto per essere piu’ chiaro^^

  4. 70 lisse

    Articolo utile e interessante, e interessante esercizio.
    Ci provo.

    - Sei la Fatina dei denti? –
    Mi sto allacciando il mezzo guanto di pizzo nero, aiutandomi con la bocca. Dannate stringhe. Le odio. Ma il guanto mi serve. Senza, mi brucerei la mano ad ogni colpo. Se solo potessi avere un’arma di nuova generazione, invece che questi residuati bellici… Lavorare per il Governo non paga. Ho un fucile che rischia di esplodermi in mano ogni volta che sparo, e quel che è peggio, il fucile ha un’adesivo con la faccetta di un conglio rosa sul calcio. Sì, un coniglietto. Rosa.
    Ma chi lo usava prima di me? Sailor Moon?
    Comunque, sto divagando.
    Dicevo che mi sono appena seduta su uno scalino sudicio e crepato, davanti ad un portone. Ho bisogno di una pausa. E di fare uno spuntino.
    Comincio ad allacciarmi il guanto, quando salta fuori dal nulla questo bambinetto, pigiamino d’ordinanza e orsacchiotto al seguito, e mi tende un barattolo vuoto.
    - Sei la Fatina dei denti?
    Rimango con la stringa del guanto in bocca.
    - Eeeh? – biascico.
    Il bambino continua a puntarmi in faccia il minuscolo barattolo. Non è vuoto. Dentro c’è una cosetta bianca. Oddio, è un dente. Che schifo.
    - Allora, sei tu la Fatina dei denti? – mi incalza impaziente, battendo anche il piedino per terra.
    No, dico, moccioso, ma che cazzo di cartoni animati ti fanno guardare, se sei arrivato alla conclusione che una fatina dei denti è uguale a me?
    Ok, ho i capelli verdi, e questo potrebbe suscitare qualche dubbio, te lo concedo. Ma sulla testa ho un piccolo cilindro. Hai mai visto una fatina col cilindro?
    E poi indosso un corsetto nero, allacciato sul davanti, e le stringhe mi strizzano le tette, ma non ci sono fori per le alucce, dietro.
    Ho per caso le ali?
    No, non ce le ho, nel caso non te ne fossi accorto.
    In compenso ho una minigonna gialla e nera, cortissima, che mi lascia le gambe libere quando corro. Ho delle scarpe con la zeppa, micidiali quando devo prendere a calci qualcuno.
    Conosci molte fatine che corrono e menano?
    Ma soprattutto, ho un enorme fucile automatico accanto a me.
    Dico, l’hai visto? E sei ancora convinto che io sia la fatina dei denti?
    - Allora, Fatina, lo prendi il mio dentino?
    - Fila via, moccioso. Non sono la tua fottu… ehm, non sono la fatina dei denti.
    - Sì che lo sei! – ribatte lui – Hai le mele!
    - Le…mele?
    Va bene, è ufficiale. Il bambino è fuori come un balcone.
    - La mia mamma dice che le mele fanno bene hai denti. Tu hai le mele. Tu sei la Fatina dei denti. – proclama.
    Seguo il suo sguardo. E’ posato sui gradini, dove ho buttato la mia borsa di cuoio marrone. Si è aperta e le mie mele sono rotolate fuori. Insieme a quei dannati coniglietti rosa. Io l’avevo fatto presente, all’ultima riunione sindacale, che i coniglietti rosa non erano una buona idea. Fare un calendario come gadget, come tutte gli altri corpi di Polizia del mondo, pareva brutto, eh?
    Il bambino mi guarda e aspetta. Si dondola sui talloni, con un’aria da saputello dipinta sul muso. Mi irrita da morire.
    - Guarda che se prendi il mio dentino, non lo dico a nessuno che andavi in giro di giorno!
    Mi strizza anche l’occhio. Pazzesco.
    - Non sono la fatina, ti dico! E adesso sparisci, devo lavorare!
    Ma che sto facendo? Perché sto a parlare con questo nanerottolo? Che cosa mi frega?
    Ma poi, dove sono i tuoi genitori? Perché cazzo ti lasciano andare in giro da solo in un quartiere come questo? Non è posto per bambini soli. E scemi.
    E’ pieno di brutti ceffi.
    Come quell’omone laggiù, alla mie spalle, accanto alla galleria, che indossa un costume da coniglio e sta camminando quatto quatto, e pensa che siccome cammina come un ninja deficiente, io non lo possa vedere.
    Oddio, forse quando aveva quattro anni qualcuno gli ha detto che la Fatina dei Denti non esiste.
    Allungo una mano e prendo sgarbatamente il barattolo che il bimbo mi tende. Non si sa mai.
    Gli lascio un coniglietto rosa.
    Sarà il caso che ricominci il mio lavoro. La pausa è finita. Non sono riuscita nemmeno a mangiarmi una mela in santa pace.
    Vabbè. Andiamo a ripulire questo quartiere, che è meglio.

  5. 69 il_Fabri

    nota: “in un cielo alquanto livido” è l’incipit de “i maghi degli elementi” della Debenedetti. Grazie ad Angra per aver messo una cosa del genere sul suo blog, da solo non l’avrei mai trovata.

  6. 68 il_Fabri

    @gamberetta:
    @il_Fabri. Uhm, no. Troppi aggettivi, troppo raccontato, e la scena richiede un punto di vista preciso, è difficile renderla con il Narratore. Be’, farai meglio il prossimo compito. ^_^

    certo, l’ho fatta nella maniera peggiore che mi è riuscita, l’ho anche scritto :D
    il POV è osceno, le metafore sono volutamente complicate (sulla prima basta non aver visto donnie darko e non si capisce), l’incipit ricalca “in un cielo alquanto livido” che mi fa rabbrividire ogni volta che ci penso, il primo periodo non si fa mancare pure il giornalistico “dramma annunciato”. Più l’infobump finale sul fucile (potevo scrivere informazioni sbagliate e non l’ho fatto, peccato).
    E’ uno di quei pezzi in cui bisogna chiedersi se lo scrittore ci prende in giro: sì, è così :P

    Giurin giuretta poi vedo di scrivere un pezzo decente ^_^

  7. 67 gnappetta

    -Se tarda altri due minuti gli stacco la giugulare a morsi.
    Appollaiata sui gradini di marmo fuori dal dipartimento, i denti impegnati a litigare con il laccio di un guanto, Marta sentiva la stizza virare in furia.
    Presto l’ora viola sarebbe finita, e con lei la stagione di caccia al Coniglio. Venezia avrebbe ricominciato a scorrere, e Marta avrebbe dovuto alzarsi e correre al suo posto tra gli altri lungo la Fondamenta della Giudecca. Avrebbe tirato fuori dalla borsa quegli stupidi burattini a forma di coniglio e ci avrebbe spillato quattrini ai turisti fino a stancarsi le dita. Avrebbe passeggiato e posato e sorriso e abbracciato e piroettato sfoggiando l’ennesima variazione del suo abito da gothic-lolita-serial-killer. Poi magari si sarebbe esibita in qualche esercizio di giocoleria con le mele. Cinque, perché ai turisti non glie ne frega niente dell’esercizio. Vedono solo il numero di oggetti che girano, piu sono meglio è, la matematica del gioco gli è estranea.
    Questione di minuti, e Marta sarebbe tornata ad essere una dei tanti artisti di strada che infestavano le calli intorno a San Marco durante il carnevale, con tanto di autorizzazione comunale e posto assegnato.
    Ma finché durava l’ora viola, le cose stavano in tutt’altro modo. Finché durava l’ora viola, era tutto vero. Era vero il fucile, era vera la caccia, era vero il Coniglio. Se solo si fosse voltata, Marta l’avrebbe visto. Lo sapeva senza il minimo dubbio, così come sapeva che il coniglio vedeva lei.
    Ma finché Lui non arrivava, non c’era modo di rompere la tregua.

    ps: mi piace un sacco quella di caffeine!

  8. 66 Stefano

    Quindi Vincent, secondo te, gli autori da me citati avrebbero una cotenna tanto spessa nell’applicare le regole del buon scrivere da averle trascese? Improbabile. Oppure sono manipolati da editor che riscrivono le loro bozze trasferendo la loro professionalità? Improbabile anche questo, imho.

  9. 65 Vincent Law

    Per trascendere le regole, come scrive Gamberetta nell’articolo, prima bisogna conoscerle. Sennò non trascendi un tubo lol.
    Comunque mi unisco alla domanda di Mudh: Il manuale 2 su che argomento sarà?
    Personalmente spero le sequenze di azione xD non ne posso più di ragazzine che tendono l’arco lungo mentre con un ascia bipenne squartano orde di orchi alti 3 metri

  10. 64 Stefano

    Bel contributo: tempo permettendo mi piacerebbe intervenire con qualcosa di costruttivo. Per ora mi limito a contestare il punto tre: credo che anche il modo di argomentare, di costruire una storia possa scadere nel già visto: la narrazione in prima persona, ad esempio, impazza, ma quando leggo in copertina “Cronache di Tizio Caio” ho sempre l’insano desiderio di trovare un narratore che racconta, e non un personaggio che vede e pensa.
    Qui e altrove, però, si criticano la Troisi, la Meyer, Moccia, Faletti riguardo il loro modo di scrivere… ma se i manuali di scrittura rendono più appetibili e comprensibili idee e sensazioni che lo scrittore vuole trasmettere al lettore, ci sono regole che trascendono le regole e permettono ai suddetti autori di raggiungere fasce di lettori incredibilmente ampie?

  11. 63 Maudh

    @ Gamberetta: grazie per la precisazione sulle bombe. Per il resto, davo per assodato che l’eventuale lettore vedesse prima l’immagine.

    P.S.Su che argomento sarà “manuali 2″?

  12. 62 Fea

    Articolo molto professionale e ricco di informazioni pratiche, è stato un piacere leggerlo. Come primo commento, provo anch’io a fare il compito ^^

    -Oggi non sono qui per te, sparisci.
    Dopo queste parole, l’uomo si rese conto di aver perso ogni interesse agli occhi della strana ragazza che le aveva pronunciate. Lui invece, non riusciva a fare a meno di fissarla, le pupille dilatate e la mascella contratta dal terrore, consapevole di essere arrivato tardi.
    Aveva assistito a tutta la scena, troppo lontano per intervenire. La bambina, addentando una mela appena tirata fuori dalla cartella, aveva appena fatto in tempo a posare il piede nel primo gradino quando l’Operatrice era uscita dall’edificio di fronte a lei. In una frazione di secondo aveva imbracciato il fucile e fatto fuoco. Il rumore era stato assordante ai timpani dell’uomo, ormai a pochi metri di distanza, e il piccolo corpo era stato scaraventato in avanti dalla violenza del colpo. Per quanto fosse abituato ai metodi delle Operatrici, la violenza e la freddezza dell’esecuzione lo avevano lasciato pietrificato, lo sguardo fisso sul sangue che si allargava in una pozza dal corpo quasi diviso in due della bambina. Sfiancato dalla corsa, era arrivato di fronte alla ragazza, ma ormai era tutto finito. I polmoni gli bruciavano dalla mancanza di ossigeno, dal forte odore di polvere da sparo portato dal gas espulso dal fucile e dalla nuvola che si era alzata da terra dove il proiettile aveva colpito l’asfalto dopo aver attraversato la bambina.
    A causa del sangue che gli pompava violento nelle orecchie aveva percepito, più che realmente udito, le parole con cui la ragazza riteneva di averlo congedato. La osservo sedersi nelle scale dove si era svolta l’esecuzione, all’apparenza per nulla preoccupata di doversi allontanare dopo aver portato a termine il lavoro. La cartella della bambina nella caduta si era rovesciata, e ne era fuoriuscito un coniglietto di peluche rosa che ora giaceva nei gradini. Un secondo coniglietto si intravedeva ancora all’interno della cartella insieme ad alcune mele, mentre quella già addentata rotolava alla base delle scale. Per non lasciare il fucile, la ragazza si era appoggiata col suo peso ad esso, mentre con i denti stringeva il laccio del guanto che portava alla sinistra.
    Sul calcio dell’arma, poggiato a terra, era ben visibile la ragione della sua sicurezza: un marchio, un coniglio rosa stilizzato che all’uomo pareva sorridesse, osservandolo. Simbolo ufficiale del Governo, rappresentava l’insindacabile autorità della ragazza che gli stava davanti. Immune a qualsiasi legge, intoccabile per chiunque; gli unici obbiettivi l’eliminazione dei dissidenti: questo era un’Operatrice. Tutto in quelle folli ragazzine era smodato e portato all’eccesso, a partire dall’arma in dotazione, un fucile d’assalto tedesco, sino ai loro vestiti, vistosi e inadatti al combattimento. Del resto, l’uomo sapeva bene che non dovevano preoccuparsi di essere appariscenti. Nessuno poteva opporsi, né verbalmente né fisicamente, la Legge per quel reato prevedeva solo una misura: la morte. La droga che prendevano, e che dava quel caratteristico colore rosso ai loro occhi, le rendeva veloci, resistenti alla fatica e immuni al dolore. L’addestramento faceva il resto. La ragazza che l’uomo si trovava ad osservare non faceva eccezione.
    Il verde dei suoi capelli tinti era l’unica nota che stonava, per il resto era dominata dal nero e dal rosso. Nero del collare che indossava, rosso delle piccole borchie che lo decoravano. Nero del suo corpetto, rosso dei bottoni e delle cuciture. Nero delle scarpe, nero del fiocco che circondava una gamba e nero del piccolo cappello a tuba inclinato con noncuranza sulla testa.
    Ma le Operatrici amavano fingere innocenza, e il colore del simbolo nazionale, ben in vista sul fucile, contribuiva all’illusione; vi si aggiungevano calze rosa, fiocchi rosa e pizzi, che erano la norma.
    L’uomo però comprendeva la loro vera natura: piccoli esseri le cui turbe psichiche erano state assecondate e coltivate sin dalla tenera età, e con l’ausilio della droga plasmate a servizio dello Stato. Dopo anni di militanza nell’Opposizione, non era riuscito neanche una volta a fermare un’operazione in cui loro fossero coinvolte, e se era ancora vivo lo doveva solo al fatto che non era mai stato dato l’ordine per la sua eliminazione. Non ancora almeno.
    Terminato di stringere il guanto, la ragazza si alzò, appoggiando leggermente il fucile al fianco e preparandosi ad allontanarsi. L’uomo si ritrovò i suoi occhi puntati addosso, che sembravano chiedergli per quale motivo fosse ancora là. Sapeva bene che se la sua morte fosse stata in programma ora si sarebbe trovato in terra anche lui, ma dovette comunque raccogliere del coraggio per chiedere con voce roca: -Perchè? Perchè una bambina?
    Non ci fu reazione da parte della ragazza. Ma forse trovò la domanda interessante, perchè rispose, senza mutare espressione:
    -Conosci la Legge. Il Coniglio Rosa è il sacro simbolo del nostro illuminato Governo. Solo le forze armate hanno il diritto e l’onore di portarlo. Il padre di questa bambina era un Oppositore, non solo produceva blasfemi idoli di pezza con la forma del Dio, ma aveva già traviato la mente di sua figlia. Terminarli è stato un atto di misericordia.
    Avuta una risposta, non poté far altro che osservarla allontanarsi verso il suo supporto, apparso in lontananza per ripulire dopo il lavoro, ma che ai suoi occhi appariva anch’esso come un enorme coniglio, di un nero profondo.

    Nota a margine: temo di soffrire di inforigurgito e di una grave forma di graforrea, visto quanto ho scritto, ma spero in qualche consiglio per migliorare ;)

  13. 61 Diarista Incostante

    Trovando sensati gli appunti di Gamberetta riscrivo (non avevo precisato il colore di capelli perchè non lo faccio quasi mai):

    Non riesco a respirare. Per la vergogna, l’eccitazione e la rabbia. Da qui le vedo le mutandine, circondate dal pizzo nero della gonna alta una spanna, e sento il profumo della sua pelle morbida. Mi manca il respiro, mi sento svenire, e mi accascio su questo scalino freddo, tra crepe e ciottoli, mentre il mio papillon mi strangola.

    Quando siamo usciti di casa non avevo capito che avesse accettato di posare per il calendario soft porno del presidente del suo club di fotografia. Eravamo d’accordo che non l’avrebbe fatto, dopotutto. Come potevo immaginare che avesse cambiato idea? Ma forse sono solo un idiota.

    «Non hai bisogno di svenderti. Se fosse il ragazzo giusto ti avrebbe già notata» le avevo ripetuto proprio stamattina

    «Sì, sì. Me l’hai già detto, Ponpon» aveva risposto lei frugando irritata tra i costumi di scena di sua madre

    «Quindi non lo farai, vero?»

    «Mmh?» aveva mugugnato lei provandosi un babydoll ti vedo- non ti vedo (più ti vedo, secondo me) e scartandolo subito
    Ancora aggrappato al ricordo della vecchia Susanna mi ero illuso che quel suono fosse un sì.

    «E… ehm… questo nuovo colore di capelli?» avevo chiesto cercando di ritrovare con lei un minimo di dialogo. Come prima, come quando contavo ancora qualcosa per lei

    «Ti piace? Si chiama Siren lolita» aveva trillato lei, passandosi le mani tra le ciocche turchine prima di infilarsi il corpetto stringato con le plissettature scarlatte ai bordi, quello che sua madre aveva indossato per la parte di Carmilla la vampira

    «Oh. Molto originale. Anche il vestito…»

    Ma lei non aveva dato segno d’avermi sentito. Si era infilata la gonnellina, le calze, e le giarrettiere. Poi mi aveva afferrato ficcandomi nella borsa assieme alla mia gemella di pezza Fiocco, intenta a ronfare sodo come al solito, tanto da farsi vibrare le orecchie. Passando dal salotto aveva preso le mele che mi aveva scaraventato addosso, poi aveva chiuso la tracolla e si era avviata.
    Non a scuola. Non al parco. In un viottolo dietro al porto, tra squallidi edifici neofascisti, con altre undici ragazze seminude. Su un set fotografico.

    Oscar si avvicina e io sento Susanna trattenere il respiro. Le sorride malizioso mentre le porge un cappellino idiota e un fucile di plastica

    «Ci sono i coniglietti sopra, sembra fatto apposta per te» dice quel lurido porco additando il fucile. E poi aggiunge « Apri un po’ di più il corpetto, Susy, d’accordo? E rimettiti seduta che adesso scattiamo due polaroid, giusto per vedere come viene l’insieme »
    E io sono qui, ancora sparpagliato assieme alle mele, come un banale oggetto di scena. Faccio pandant con un adesivo rosa su un’arma giocattolo, e con le ringhiere finto liberty dell’azienda import/export RA.bit sullo sfondo.

    Mentre distolgo lo sguardo dalle mutandine della mia migliore amica, del mio unico amore, sento Fiocco che russa. Con gli occhi pieni di lacrime vedo un coniglio lontano, nero, enorme, che esce da una galleria buia. Salutandomi annuisce, fa una capriola e mi deride. Perché ha capito tutto. Che amo Susanna, che vorrei che certe cose le facesse solo per me, che fino a ieri credevo davvero che noi due fossimo la coppia più bella e felice del mondo.

    O forse è solo un’allucinazione. La mia testa è sempre più leggera, mentre Susanna fa quanto le chiede Oscar. Apre le gambe, si morde le labbra, sporge il mento, e mi pianta il calcio del fucile nello stomaco, schiacciando la mia imbottitura che esce dalle cuciture allentate.
    E spinge forte, forte, forte…

  14. 60 ???

    @ Gamberetta

    Grazie dei consigli. Sì, il coniglio è ovviamente gigante. M’è sfuggito.

    Le virgolette sono un residuato di come ho imparato a scrivere. D’ora in poi proverò a eliminarle. Stessa cosa vale per i “dico/penso” di cui ha parlato il Duca.

    Per quanto riguarda il comportamento del Duca in effetti non ci avevo pensato a una reazione per il fucile.

    Mi ero più concentrato sulle priorità esistenziali maschili. (^___^)

  15. 59 Gamberetta

    @???. Nota tipografica: se usi il corsivo per i pensieri, non c’è bisogno di metterli tra virgolette.
    Non ho molto da aggiungere alle (giuste) osservazioni del Duca. È in generale una scena ben scritta, la descrizione della ragazza mi sembra ben fatta e in accordo con il punto di vista scelto.
    Forse potevi spendere qualche parola in più per il coniglio gigante, o potevi spenderne una in meno: “vedo un tizio vestito da coniglio gigante”, un tizio vestito da coniglio è per forza vestito da coniglio gigante. ^_^
    Un altro punto in cui magari potevi inserire qualche particolare in più è quando il Duca prende in mano il fucile: possibile che una persona così fanatica per le armi non provi alcuna sensazione? Non tolga e rimetta il caricatore solo per sentire il clic? (Nota: io avrei fatto dire alla ragazza che il fucile era vero).

    @Venzo. Non è questione di manga, la scena l’ho scelta apposta perché fosse bizzarra e dunque difficile da scrivere. Altrimenti che gusto c’è? ^_^

    @Maudh. Non è ben chiaro il punto di vista. Chi ha visto il disegno intuisce sia il coniglio nero, ma ovviamente dovresti descrivere pensando che una persona non abbia mai visto il disegno.
    La descrizione della ragazza poi scorre abbastanza, ma c’è bisogno di qualche sistematina, ad esempio: “Dalla borsa rotola una delle bombe a implosione, sembra una mela morsicata. La difforme non la vede, i suoi occhi fissano qualcosa oltre la mia visuale. Altre due fanno capolino dalla borsa, insieme a uno dei due demoni.” Qui il soggetto prima sono gli occhi non le bombe, dunque sarebbe meglio ripetere: “Altre due bombe fanno capolino, ecc.”

  16. 58 gugand

    Wow. Sto impazzendo di felicita’ a leggere i commenti. Credo di star apprendendo come si scrive piu’ da questi discorsi che in anni di scuola.
    Veramente, veramente bravi tutti :D

  17. 57 ???

    @Duca

    Questa è la prima volta in assoluto che provavo a scrivere in prima persona.

    Grazie mille per le dritte. (Sì, adesso mi è molto più chiaro. Un esempio vale 1000 consigli.) La prossima volta proverò ad applicarle (anche alle cose scritte in terza).

    Adesso aspetto il commento di Gamberetta, se ha qualcosa da aggiungere. (^___^)

    Grazie! Ciaoz

    P.s.
    Ti ho scritto una mail.

  18. 56 Maudh

    Ci provo seriamente, ma non assicuro niente, La descrizione è volutamente corta, solo il minimo necessario.
    Vedo la Difforme con la coda dell’occhio, su una strada laterale. Meglio non avvicinarsi.
    Si sta stringendo i lacci dei guanti, si prepara al combattimento. Il fucile che stringe in mano non lo riconosco, deve essere uno dei modelli speciali che il centro mette loro a disposizione, il corpo dell’arma è dritto, dipinto di verde, un coniglio assistente mascherato da adesivo*.
    Indossa una gonnellina e scarpe alte, nere: da bravo agente del centro indovino i fasci di fruste neurali nascoste come fossero un ricamo o un fiocco del suo cappellino.
    Dalla borsa rotola una delle bombe a implosione, sembra una mela morsicata. La difforme non la vede, i suoi occhi fissano qualcosa oltre la mia visuale. Altre due fanno capolino dalla borsa, insieme a uno dei due demoni. Loro sembrano pupazzi conigliformi, rosa.
    Una delle ciocche verdi cede per un tremore del terreno e le ricade sull’avambraccio. Sento un fastidio alla punta delle orecchie. Mi affretto ad andarmene. Giusto in tempo, un melo ha appena fatto la sua comparsa.

    *per esigenze di scrittura mi sono permesso di dotare l’uomo-coniglio di vista ai raggi X, altrimenti non potrebbe vedere il fucile e l’adesivo.

    @GSeck: il POV della mela è fantastico!

  19. 55 Il Duca Carraronan

    @???
    Come già detto in privato, la scena è ben scritta e penso che segnalerò su Baionette la fanfic sul Duca. ^__^

    Alcuni accorgimenti: i “penso” come i “sento”, “vedo”, “dico” ecc… sono evitabili. Sarebbero evitabili anche con la terza persona, ma con la prima lo sono ancora di più perché l’ancoramento dietro gli occhi del pov-char è maggiore.

    Va benissimo quando metti direttamente “Sto per svenire dall’emozione” o “Rischio davvero d’imbrattarmi la divisa” omettendo i “penso”. Andrebbe fatto tutto così, perché è già tutto filtrato dalla mente del pov-char e il “penso” è un elemento estraneo: una persona non pensa di pensare qualcosa, ma pensa direttamente quel qualcosa e basta. Chiaro? ^_^

    Esempio di omissione del “penso”:

    Da:
    Rischio davvero d’imbrattarmi la divisa.
    “Ok, stai calmo” penso. “Sembra molto giovane. Bisogna giocarsela bene!”
    Mi avvicino.

    A:
    Rischio davvero d’imbrattarmi la divisa.
    Devo mantenere la calma. Sembra molto giovane: bisogna giocarsela bene!
    Mi avvicino.

    Ho anche messo un “due punti” per alleviare la sgradevolezza della sequenza troppo spezzata di frasi brevi generata dall’omissione del “penso”.

    Anche i gerundi inseriti per dare un ulteriore contesto al parlato e ai pensieri secondo me sarebbe meglio evitarli: distolgono l’attenzione dal dialogo e dal pensiero in sé a favore dell’azione “in simultanea”. Meglio allora formulare le frasi in modo diverso, senza i gerundi, spostando le azioni a prima/dopo o esprimendole senza gerundio, suddividendo in modo diverso le battute del dialogo.

    Da:
    Mi avvicino.
    “Bel costume.” dico “Dove l’hai trovato il fucile? E’ molto carino.”
    Lei si sistema un guanto con i denti e poi mi guarda. Ha gli occhi grandi, rossi.
    “Grazie!” mi dice, sorridendo “Non sai che fatica ho fatto a mettere tutto assieme. Prima volevo vestirmi da fatina cocainomane, ma mi è sembrata un’idea troppo banale. Cosi sono ripiegata sul look Gothloli. Il fucile non é vero: è la replica di un HK33.”

    A:
    Mi avvicino.
    “Bel costume. Dove l’hai trovato il fucile? E’ molto carino.”
    Si sistema un guanto con i denti e poi mi guarda. Ha gli occhi grandi, rossi. Mi sorride.
    “Grazie! Non sai che fatica ho fatto a mettere tutto assieme. Prima volevo vestirmi da fatina cocainomane, ma mi è sembrata un’idea troppo banale. Cosi sono ripiegata sul look Gothloli. Il fucile non é vero: è la replica di un HK33.”

    Il “mi sorride” preferisco porlo prima del grazie, in quanto il cambio di espressione da neutra a felice credo avvenga prima della prima parola detta in risposta e non durante il dialogo.

    Per il resto la resa del Duca è perfetta: dai nomi dei coniglietti al modo in cui il Duca pensa, alle preferenze femminili, agli elementi su cui si sofferma, all’approccio usato… è il Duca, senza dubbio. Io sono così.

    Ho provato a esprimere il mio punto di vista sul brano, nonostante fossi influenzato dal piacere dall’aver ricevuto una fanfiction, quindi lascio a Gamberetta, più neutra, l’ultima parola sulla qualità del brano e su come migliorarlo. ^__^

  20. 54 Venzo

    voglio provare anche se il manga non e’ il mio genere preferito

    non riesco a descrivere la scena… mi sembra che a descriverla ci si perda l’aspetto psicologico (come se fosse una lista della spesa)… quindi ho cercato di creare delle eroine^^ e una cerca tensione

    pink street – prima dello scontro

    L’ora era tarda.
    Marielle aspettava le altre Sexy-Hunters, erano in ritardo.
    Da ore non avevano notizie della loro amica, Andreine era andata in esplorazione quella stessa mattina, non potevano piu’ attendere, la situazione era diventata critica, i Conigli Mannari stavano conquistando la citta’.
    L’autorita’ pubblica aveva sottovalutato il problema e anche le forze dell’ordine cittadine erano state sopraffatte.
    Solo Marielle, Stefanie e Catrine conoscevano il covo del nemico.
    Il pensiero che fosse gia troppo tardi la inquieto’, insieme avevano elminato alcuni dei Mannari, bastavano pochi colpi dei loro fucili semi-automatici.
    La prova che le attendeva non era facile, ma nessuna Sexy-Hunters degna di questo nome si sarebbe tirata indietro di fronte il pericolo.

  21. 53 ???

    @ Gamberetta

    Il Duca pare aver gradito.

    Comunque, a parte gli scherzi, com’era dal tuo punto di vista
    (intendo forma e tutto il resto)?

    Grazie! Ciao!

  22. 52 demonio pellegrino

    Sai che c’e'? Che mi e’ venuta a mente un’altra spiegazione di questa intervista all’autrice (alla quale, ribadisco, auguro ogni bene).

    Su anobii e su un’altra discussione su booksblog (http://www.booksblog.it/post/5291/buio-my-land-di-elena-p-melodia-thriller-soprannaturale-per-una-trilogia-tutta-italiana) in parecchi (e anch’io tra questi) avevano avanzato dubbi proprio sul fatto che recensioni positive fossero apparse PRIMA della pubblicazione. E sul perche’ Fazi proponesse il tutto come il primo urban fantasy italiano, mostrando disprezzo o ignoranza per il lavoro di altri.

    Forse hanno pensato di dover tornare sull’argomento. Fazi, dico. Non lo so. Sta di fatto che l’intervista non e’ granche’, ma non per demerito dell’autrice. Le domande mi parevano un po’ insipide.

    Sul resto, concordo. Ma d’altro canto molti invece ricercano opere che riflettano in toto la propria vita, e non solo nella letteratura fantastica: altrimenti non si spiegherebbe il perche’ del successo di boiate come cento vetrine in tv. La gente vuole vedere la propria banale vita e poter dire “ecco, quello con il mutuo da pagare, e la moglie che lo tradisce e la figlia malata sono io”. Non vogliono sognare un’altra vita.

    Non tutti, ovviamente, sto banalizzando.

  23. 51 Gamberetta

    @Anna. C’è bisogno di un po’ di editing, per esempio: “Sono rimasto, incantato dalla tinta blu così naturale dei suoi capelli e dai suoi incantevoli occhioni, fino all’orario di chiusura.” A parte la prima virgola inopportuna, forse è il caso di spezzare la frase, del tipo: “Sono rimasto incantato dalla tinta blu così naturale dei suoi capelli e dai suoi occhioni incantevoli. Non sono riuscito a staccarle gli occhi di dosso per l’intera serata, fino all’orario di chiusura.”
    In ogni caso non c’è paragone con la Strazzulla. Le descrizioni della Strazzulla sono di una piattezza sconfortante, qui invece la scena è molto più fluida e movimentata.

    @Asher^Kunitz. Divertente. Forse potevi descrivere anche la cartella, le mele, i coniglietti sui gradini: magari nel narratore potevano sorgere dei dubbi a quella vista, poteva cominciare a sospettare che non fosse Lei.
    “Non so bene cosa ritragga, non lo sto davvero guardando.” Espressioni così sono un po’ infelici, specie quando lo scopo del compito è descrivere! ^_^ Meglio tagliare se non trovi la maniera giusta di dire cosa c’è sul manifesto.

    @il_Fabri. Uhm, no. Troppi aggettivi, troppo raccontato, e la scena richiede un punto di vista preciso, è difficile renderla con il Narratore. Be’, farai meglio il prossimo compito. ^_^

    @Adriano. Buona la descrizione della ragazza dal punto di vista del coniglio.
    In generale devi tagliare diversi aggettivi, specie all’inizio, e tutte le frasi rivolte al lettore. Per esempio: “(il mio udito non ha niente da invidiare alla mia vista)” o anche “Un tonfo sordo mi strappò alle mie riflessioni.”, puoi evitare il “mi strappò ecc.”, non devi “giustificarti”.

    @Diarista incostante. Nota tipografica: se usi i caporali (« »), non ci vuole lo spazio prima e dopo: «Niente spazio.»
    Scritto nel complesso bene. Mi è piaciuto.
    Un paio di sfumature:
    “« E… ehm… questo nuovo colore di capelli? » avevo chiesto cercando di ritrovare con lei un minimo di dialogo. Come prima, come quando contavo ancora qualcosa per lei
    « Ti piace? Si chiama Siren lolita » aveva trillato lei”
    Qui per esempio dovresti descrivere il colore dei capelli, altrimenti questo dialogo – benché buono – rimane un po’ campato per aria per il lettore.
    In generale forse dovevi trovare la maniera di accennare al fatto che il narratore è un coniglietto (di pezza?). Magari sfruttando il compagno Fiocco, dicendo, non so, che dorme con le zampette (di stoffa?) strette intorno al musino.

    @???. LOL! Be’, credo che qui sia richiesto il parere del Duca, più che il mio.

    @demonio pellegrino. Letta l’intervista. In pratica non dice niente, a parte questo:

    “Credo che la forza di “Buio” sia nel fatto che è una storia, in cui tutti possono riconoscersi. Racconta di un percorso, spesso accidentato, ma che ognuno di noi, a suo modo, ha compiuto per arrivare al punto in cui è oggi”.

    Affermazioni simili le ripetono in tanti e onestamente mi sfuggono. Io leggo narrativa fantastica per seguire percorsi che non solo non ho compiuto, ma che non mi sarei neanche immaginata di compiere. L’autore di fantasy è lì per andare oltre, per farti vedere cose al di là di quello che da sola puoi sognare. Non ho bisogno di aiuto per immaginare il bello e misterioso della scuola che si innamora di me, non spendo 19 euro per quello – in un fantasy da 19 euro ci devono essere visioni e idee sbalorditive. In altre parole, sense of wonder.

  24. 50 ???

    Previa autorizzazione vi presento i miei compiti a casa. Divertitevi!

    Giro l’angolo e percorro via Garibaldi. In fondo alla strada vedo un tizio vestito da coniglio gigante uscire dalla galleria che porta in via Roma.
    “Sfigato!” penso, lisciandomi la barba “Se spera di far colpo sui giudici con un costume così banale sta manzo.”
    Faccio scorrere lo sguardo sulla divisa e poso la mano sul pomo della sciabola d’ordinanza che mi pende dal fianco.
    Sono impeccabile. Originale. Ho un irresistibile fascino retrò. Vincere la gara sarà una passeggiata!
    A metà via un odore famigliare cattura la mia attenzione. E’ un profumo agrodolce di umori corporali e calore da sfregamento.
    Chiudo gli occhi e inspiro a fondo.
    “Santo Quattro!” penso. “Questo è odore di mutandine!”
    Riapro gli occhi di scatto. Mi ritrovo in paradiso.
    Seduta sulle scale di un palazzo malconcio vedo una Gothic Lolita. Calze rosa, gonna di pizzo, corsetto nero e una piccola tuba sulla testa. Ha perfino i capelli blu! Come Nihal!
    Sto per svenire dall’emozione. A stento mi trattengo dal saltarle addosso, quando noto che con la sinistra stringe un G3A3. Dal calcio un adesivo a forma di coniglietto rosa mi sorride.
    Coniglietto.
    Rosa.
    Rischio davvero d’imbrattarmi la divisa.
    “Ok, stai calmo” penso. “Sembra molto giovane. Bisogna giocarsela bene!”
    Mi avvicino.
    “Bel costume.” dico “Dove l’hai trovato il fucile? E’ molto carino.”
    Lei si sistema un guanto con i denti e poi mi guarda. Ha gli occhi grandi, rossi.
    “Grazie!” mi dice, sorridendo “Non sai che fatica ho fatto a mettere tutto assieme. Prima volevo vestirmi da fatina cocainomane, ma mi è sembrata un’idea troppo banale. Cosi sono ripiegata sul look Gothloli. Il fucile non é vero: è la replica di un HK33.”
    Scuoto la testa. “No, guarda che ti sbagli.”
    “Come? Che vuoi dire?”
    “Sì, ehm, posso?” Le prendo il fucile. “Vedi il caricatore? E’ dritto. Questo qui è un G3A3. L’HK33 ha il caricatore curvo in avanti. ”
    “Davvero?”
    “Sì, sì!” ribatto, annuendo. “Ma non ti preoccupare è un errore comprensibile. Sono fucili molto simili.”
    Le ripasso il fucile, ma le scivola la presa. Il G3A3 cade sulla borsetta e quella si rovescia sulle scale: due coniglietti rosa e una mela rotolano giù per i gradini.
    Lei sbuffa. “Ma… cazzo” Raccoglie tutto e lo rimette in borsa.
    “Senti” le dico ”A casa ho dei manuali di artiglieria. Se ti va dopo la gara posso mostrarteli”
    Lei mi studia un attimo.
    Speriamo se la beva.
    “Be’ grazie, sei gentile. Verrei molto volentieri, se posso.”
    “Ma certo che puoi! Così già che ci siamo ti mostro i miei coniglietti”
    “Hai dei conigli? Anch’io! Ne ho due: Batuffolo e Fiocco di Neve. I tuoi come si chiamano?”
    Le porgo la mano e l’aiuto a mettersi in piedi.
    “Be’, c’è Napoleone III, Bismarck, Carlo V e poi il mio preferito: Tamer l’ano.”
    Facciamo due passi e lei si sbatte una mano in fronte.
    “Ma che scema che sono. Non mi sono nemmeno presentata. Mi chiamo Licia e tu?”
    “Duca. Puoi chiamarmi Duca.”

  25. 49 demonio pellegrino

    Segnalo l’intervista all’autrice di Buio su booksblog:
    http://www.booksblog.it/post/5333/intervista-a-elena-p-melodia-autrice-del-crossover-buio

    Interessante quello che l’intervistatrice scrive nell’introduzione: “Se credete che qualcosa di confuso e offuscato si nasconda dietro questo primo episodio della trilogia ‘My land’ di Elena P. Melodia, siete stati depistati”.

    Chissa’ a chi si riferisce…

    Per quanto mi riguarda, gia’ avevo molta poca voglia di comprarlo dopo aver visto recensioni entusiastiche apparire PRIMA dell’uscita ufficiale del libro (spiegazione data: pare che i libri nei supermercati si trovino prima dell’uscita ufficiale in libreria), ma dopo le prime dieci pagine sono sicuro che non lo comprero’.

    In bocca al lupo all’autrice.

    PS: ottimo post, in ogni caso. Frequento da pochissimo questo blog, ma ho trovato informazioni e post interessanti. Anche se mi hanno gia’ dato dell’imbecille per averlo detto. Per cui lo ripeto.

  26. 48 Diarista incostante

    Non riesco a respirare. Per la vergogna, l’eccitazione e la rabbia. Da qui le vedo le mutandine, circondate dal pizzo nero della gonna alta una spanna, e sento il profumo della sua pelle morbida. Mi manca il respiro, mi sento svenire, e mi accascio su questo scalino freddo, tra crepe e ciottoli, mentre il mio papillon mi strangola. Quando siamo usciti di casa non avevo capito che avesse accettato di posare per il calendario soft porno del presidente del suo club di fotografia. Eravamo d’accordo che non l’avrebbe fatto, dopotutto. Come potevo immaginare che avesse cambiato idea? Ma forse sono solo un idiota.

    « Non hai bisogno di svenderti. Se fosse il ragazzo giusto ti avrebbe già notata » le avevo ripetuto proprio stamattina

    « Sì, sì. Me l’hai già detto, Ponpon » aveva risposto lei frugando irritata tra i costumi di scena di sua madre

    « Quindi non lo farai, vero? »

    « Mmh? » aveva mugugnato lei provandosi un babydoll ti vedo- non ti vedo (più ti vedo, secondo me) e scartandolo subito
    Ancora aggrappato al ricordo della vecchia Susanna mi ero illuso che quel suono fosse un sì.

    « E… ehm… questo nuovo colore di capelli? » avevo chiesto cercando di ritrovare con lei un minimo di dialogo. Come prima, come quando contavo ancora qualcosa per lei

    « Ti piace? Si chiama Siren lolita » aveva trillato lei, infilando il corpetto stringato con le plissettature scarlatte ai bordi, quello che sua madre aveva indossato per la parte di Carmilla la vampira
    « Oh. Molto originale. Anche il vestito… »

    Ma lei non aveva dato segno d’avermi sentito. Si era infilata la gonnellina, le calze, e le giarrettiere. Poi mi aveva afferrato ficcandomi nella borsa assieme a Fiocco, intenta a ronfare sodo come al solito. Passando dal salotto aveva preso le mele che mi aveva scaraventato addosso, poi aveva chiuso la tracolla e si era avviata. Non a scuola. Non al parco. In un viottolo dietro al porto, tra squallidi edifici neofascisti, con altre undici ragazze seminude. Su un set fotografico.
    Oscar si avvicina e io sento Susanna trattenere il respiro. Le sorride malizioso mentre le porge un cappellino idiota e un fucile di plastica
    « Ci sono i coniglietti sopra, sembra fatto apposta per te » dice quel lurido porco additando il fucile. E poi aggiunge « Apri un po’ di più il corpetto, Susy, d’accordo? E rimettiti seduta che adesso scattiamo due polaroid, giusto per vedere come viene l’insieme »

    E io sono qui, ancora sparpagliato assieme alle mele, come un banale oggetto di scena. Faccio pandant con un adesivo rosa su un’arma giocattolo, e con le ringhiere finto liberty dell’azienda import/export RA.bit sullo sfondo.
    Mentre distolgo lo sguardo dalle mutandine della mia migliore amica, del mio unico amore, sento Fiocco che russa. Con gli occhi pieni di lacrime vedo un coniglio lontano, nero, enorme, che esce da una galleria buia. Salutandomi annuisce, fa una capriola e mi deride. Perché ha capito tutto. Che amo Susanna, che vorrei che certe cose le facesse solo per me, che fino a ieri credevo davvero che noi due fossimo la coppia più bella e felice del mondo.
    O forse è solo un’allucinazione. La mia testa è sempre più leggera, mentre Susanna fa quanto le chiede Oscar. Apre le gambe, si morde le labbra, sporge il mento, e mi pianta il calcio del fucile nello stomaco. E spinge forte, forte, forte…

  27. 47 Vale

    Oh, grazie!
    In effetti hai ragione (ah, io sono una di quelli che pagherebbe per avere il tuo editing!) poche parole.
    Se ho una scusante, è che sono in ufficio e non avevo molto tempo quando l’ho scritto.
    Io di solito lavoro così: butto giù quello che ho in testa in poco tempo – dopo aver passato tanto temp oa raccogliere info – e poi faccio un sacco di revisioni.
    Nel pezzo ci sono troppe voci del verbo avere, e il particolare del guanto è grossolanamente sbagliato: se lo sta sfilando, non allacciando.

    Dublino mi è venuta in mente perché questo scorcio di cità somiglia alla strada in cui era il mio albergo quando ci sono stata, la scorsa primavera, allora ho pensato, bè, perché no? mettiamola a Dublino.

    Lavorerò su questa mia “telegrafia”…

  28. 46 Adriano

    Provo anche io!

    La galleria in cui camminavo ormai da una decina di minuti era scura e silenziosa. Nonostante tenessi le orecchie ritte e le girassi in ogni direzione possibile, riuscivo solo a sentire l’eco dei miei passi. Era un’eco decisamente assordante, forse perché proporzionata alla dimensione dei piedi che la producevano.
    Improvvisamente vidi una luce in lontananza. Drizzai il capo e strinsi gli occhi: sì, era proprio l’uscita! Distava ancora un centinaio di metri, ma io vedevo tutto quello che si trovava oltre il varco. Grazie ad una dieta a base di carote, la mia vista aveva quattordici decimi.
    Accelerai il passo, arrivando in pochi attimi all’aperto, sbattei le palpebre nella luce del tardo pomeriggio e mi appoggiai al muro per riprendere fiato. C’era qualcosa di appiccicoso dietro la mia schiena: mi voltai e il mio cuore, già sovraeccitato per la corsa, accelerò i battiti fino all’inverosimile: da un manifesto sul muro, attaccato in maniera approssimativa, la mia stessa faccia mi stava osservando, contorta in un ghigno satanico. Fissai con orrore il naso che pareva sul punto fremere e arricciarsi, gli smisurati incisivi scoperti pronti per affondare nella prossima vittima e la pelliccia nera come la notte.
    Forse dovrei precisare che sono un coniglio. Ecco, sarà meglio metterlo in chiaro, prima che qualcuno si faccia delle strane idee. Non è colpa mia e non è nemmeno merito mio. Insomma, ognuno di noi ha qualche peculiarità: c’è chi è biondo, chi ha le lentiggini, chi si abbronza più facilmente… Io sono un coniglio: alto un metro e novanta (senza contare le orecchie), pesante settanta chili (le carote mi mantengono sempre snello), con il quarantotto di piede (ma all’occorrenza mi strizzo in un quarantasette), ma pur sempre un coniglio! E’ semplice, fin troppo. Sono anche un coniglio cattivo, a quanto dicono.
    O almeno questo è ciò che mi venne in mente non appena ebbi visto il numero sotto la mia faccia. Era un uno con mille zeri dietro. Mille, nel senso di “più di quattro”: non sono mai stato forte in matematica, ma d’altronde non ho mai saputo di un coniglio matematico. Doveva essere una ricompensa per chi mi avesse catturato. Forse si erano offesi quando avevo sgozzato quei mille bambini che cercavano in tutti i modi di montarmi in groppa ed accarezzarmi: quei piccoli esserini fastidiosi…
    Un tonfo sordo mi strappò alle mie riflessioni. In un batter d’occhi ne individuai la provenienza: una mela mangiucchiata stava rotolando giù per i gradini all’ingresso di un palazzo, qualche metro più avanti. Mele? Chi potrebbe mai volere quelle cose tonde che devono per forza essere mangiate un po’ alla volta quando le carote possono essere ingoiate in un lampo? Solo un (inutile) umano avrebbe potuto fare una cosa simile.
    I miei sospetti vennero confermati quando udii un’imprecazione soffocata, seguita da dei passi pesanti sui gradini (il mio udito non ha niente da invidiare alla mia vista). Un’umana stava scendendo le scale dietro alla mela. Aveva un ciuffo di peli verdi sulla testa e indossava pezzi di tessuto che coprivano a malapena il suo corpicino esile e glabro; alle zampe posteriori piedi portave delle stupide scarpe con la suola troppo spessa che le impedivano di camminare. Avrei anche riso, se non avessi visto quello che aveva a tracolla: un gigantesco fucile alto quasi quanto lei, con dei piccoli adesivi a forma di coniglietto appiccicati sopra. Io conoscevo quella persona: era Kiara Little Shrimp, una delle più temibili Bunny-Killer in circolazione. Di sicuro era sulle mie tracce!
    La ragazza incespicò nelle sue stesse zampe e cadde all’indietro, seduta sui gradini, mentre la canna della sua arma schizzava verso l’alto e il contenuto della sua borsa si spargeva sulle scale. Per nulla infastidita dal capitombolo, rimase seduta con lo stesso sorriso ebete e si aggiustò il guanto che le copriva una zampa anteriore. Era il momento per reagire! Raccolsi tutto il mio coraggio e zampettai verso la mia destra, sperando di non essere visto. Il mio curicino batteva sempre più forte, dopo avere visto il contenuto della borsa: pelli di coniglio essiccate e rimpicciolite, un macabro trofeo di guerra.

    Sapete, questo gioco mi ricorda quel test che fanno alcuni psicologi: mostrano un ‘immagine al paziente e poi gli chiedono di descrivere quello che vede. In base alle risposte si fanno un’idea sulle sue condizioni mentali. Chissà cosa direbbe uno strizzacervelli che passasse di qui…

  29. 45 il_Fabri

    Cerco di dare del mio peggio, ovviamente non garantisco oscenità quali alcune realmente pubblicate.

    Mostra spoiler ▼

    Se alla terza riga siete rimasti schifati state tranquilli, è accaduto pure a me mentre lo scrivevo, fate voi :)

  30. 44 Asher^Kunitz

    Oddio, io ci provo, ma non assicuro niente!

    Chi è che ha avuto la brillante idea di vestirsi da coniglio? Io. E di scegliere un costume nero con questo caldo cocente? Sempre io. Dannazione, sto morendo di caldo! Calmati Mirha, calmati. Devi stare calmo. Ricordati perché sei qui, l’onore e la gloria che ti aspettano. Alla centrale tutti ti sorrideranno, finalmente ti considereranno parte del gruppo e non il pivellino appena trasferito.
    Pivellino.
    Questa parola mi fa incavolare. Come possono chiamarmi pivellino? Dopotutto… no Mirha, smettila. Pensa alla missione, non lasciarti trasportare da questi pensieri inutili. Come diceva sempre la nonna? “Chiudi gli occhi e pensa all’Inghilterra”… no, forse il contesto è sbagliato.
    Dannazione! Sapevo che sarei finito per inciampare. Con questo costume non riesco a vedere niente! Dovevo allargare le fessure per gli occhi, sono stato uno scemo! Di sicuro Lei mi avrà sentito. E ora verrà qui e mi sparerà in testa, come ha fatto con gli altri.
    Non sono pronto a morire! Sono solo un pivellino!
    …?
    Come mai non succede niente? Avrebbe già dovuto spararmi in testa! Provo a sollevarmi, ci riesco solo al terzo tentativo. Quarto a dire il vero, ma il secondo non può definirsi davvero un tentativo, nessuno poteva prevedere che a terra ci fosse una bottiglia di vetro. Non è colpa mia se sono scivolato.
    Sento già le risate dei miei colleghi… no!
    Lei è ancora seduta. Che cavolo sta facendo? Sembra quasi si stia allacciando un guanto con i denti. La sua mano destra è ancora stretta attorno al fucile. E dire che ad un primo sguardo potrebbe passare per la classica cosplayer in cerca di una fiera in cui esibirsi. Ne ha tutte le caratteristiche: bustino nero, gonna corta, calze chiare che le fasciano le lunghe gambe. Nessuno direbbe che si tratta di una spietata assassina!
    Riprendo a ciondolare, fingo di osservare un manifesto appeso al muro. Non so bene cosa ritragga, non lo sto davvero guardando. Provo ad usare la vista periferica per controllare Lei, ma il costume è troppo ingombrante. E caldo.
    Come vorrei togliermelo, estrarre la pistola e gridare “Sei in arresto!”. Ma la verità è che non ho una pistola, sono ancora in prova. Tutt’al più potrei minacciarla con la testona di lana a forma di coniglio. Sempre che sopravviva al caldo.
    Mi avvicino come se niente fosse. Adesso che la vedo meglio mi accorgo che si sta davvero allacciando un guanto con i denti. Mi pare di vederla gemere per il nervoso, non deve essere facile stringere dei nodi senza le mani. Perché cavolo non lascia a terra il fucile? Dopotutto le ci vorrebbero solo una manciata di secondi…
    “Ecco cosa distingue Lei, una serial killer professionista, da te, un pivello appena trasferito”. Dannata coscienza. Almeno lei dovrebbe parteggiare per me! Ci manca solo il subconscio a prendermi a calci nel sedere.
    Ok, basta, mi sono stancato. Mi tolgo la testa di coniglio e mi preparo a gridare. Mi sento sopraffatto dalla frescura, finalmente riesco ad inspirare dell’aria fresca. Ma non mi lascio distrarre.
    -Sei in arresto!- urlo, con tutto il fiato che ho in corpo.
    Lei mi fissa, sul volto un’espressione strana. Rabbia? Forse si sta preparando ad uccidermi… oppure… non può essere! Lei scoppia a piangere, coprendosi il viso con la mano libera.
    Non riesco a dire nulla. E, se anche volessi, non ne avrei il tempo. Con la coda dell’occhio vedo un movimento rapido alla mia destra.
    Lei.
    Ho sbagliato persona! Dannazione, come si fa a sbagliare persona? Forse è stata colpa dei capelli, hanno un colore così strano, tra il blu, verde e grigio.
    No Mirha, non c’è tempo! Smettila di fare il pivello e recupera la tua preda.
    Già immagino le risate dei miei colleghi.

  31. 43 Anna

    Premetto che non ho mai provato seriamente a scrivere, ma questo post mi ha fatto venir voglia di provare! Spero solo che non ne uscirà qualcosa in stile strazzulla:

    Mi mordicchio la punta delle orecchie. La punta del mio problema ora è tra i miei denti ed è decisamente pelosa. Finalmente, dopo mesi di ricerche, l’ho trovata: è lì, davanti a me, seduta su quelli scalini. Mi allontano un po’ dall’angolino dove sto nascosto, spero che nessuno mi noti: non voglio essere costretto a fuggire come l’ultima volta!
    La guardo: lei non è cambiata. Tre mesi fa l’ho conosciuta in un bar, in città ed era la cameriera più carina che avessi mai visto. Sono rimasto, incantato dalla tinta blu così naturale dei suoi capelli e dai suoi incantevoli occhioni, fino all’orario di chiusura. Abbiamo bevuto. Abbiamo fumato. Poi, la ragazza tirò fuori il fucile, proprio mentre io la stavo per invitare a passare il resto della serata nel mio letto! La mattina dopo, ero schiantato in un vicolo, mezzo congelato e con il mio problema ben attaccato ai lati della testa, nero e peloso: due enormi orecchie da coniglio.
    Ora che ho trovato la ragazza, come faccio? Non posso certo andare lì e dire “Ciao, scusa, sono il ragazzo che hai conosciuto a quel bar, quello che ti voleva portare a letto ma che si è ritrovato con due enormi orecchie da coniglio”!
    Intanto lei ha preso uno dei laccetti del corsetto e se lo è ficcato nella sua splendida boccuccia. Almeno posso dire che abbiamo qualcosa in comune: la mania di avere sempre in bocca qualcosa.
    Non oso avvicinarmi, perché nell’altra mano ha sempre il fucile e non voglio ritrovarmi con una coda a batuffolo o peggio, con due dentoni che crescono continuamente, costretto ad andare in giro con un bastoncino da rosicchiare. Inoltre, il mese scorso, quel pupazzetto rosa che si porta dietro, mi ha azzannato alla gamba mentre cercavo di raggiungerla dopo averla vista in una discoteca. Il dolore era stato terribile e ho ancora una cicatrice sul polpaccio sinistro: un enorme macchia traslucida rosa che ricorda la testa di un coniglietto.
    Quant’è bella! Da quando ho le orecchie è come se mi attirasse ancora di più. Ogni notte sogno la sua tuba nera, quel cappellino che non si scolla mai dai suoi capelli, nemmeno se lo fosse cucito dulla testa.
    Da quando seguo le sue tracce, ho sempre trovato in giro torsoli di mela. Quando mi sono risvegliato con le orecchie, ne avevo uno sotto casa. Nella discoteca, ne ho intravisto uno in mezzo alla pista da ballo. Ora, dalla borsa sembra che stiano uscendo delle mele.
    Devo nascondermi. Inizio a muovermi verso il muretto, ma a un tratto non resisto e le lancio un’ultima occhiata, a lei, ai suoi capelli azzurro cielo. La ragazza si gira, puntando i suoi occhioni fragola sui miei. La sua bocca si tende in un sorriso dolce, dolcissimo, mentre con l’altra mano carica il fucile. E spara.

  32. 42 Vincent Law

    Perfetto, grazie per il chiarimento :3

  33. 41 GSeck

    @Gamberetta
    Neanche io so come ragioni una mela: facciamo finta che pensino come ho scritto, così il mio post risulta più bello!

    Dopo averlo inviato ho notato un refuso, la ripetizione di “attorno a me” a una riga di distanza e che la scena in cui riconosce il coniglio killer è raccontata e non mostrata.
    Una cosa del tipo “riconobbi il buco nel cranio del coniglio ritratto nel manifesto” sarebbe stata migliore.
    Peto venia.

  34. 40 Gamberetta

    @Vincent Law. Per i caporali veri e propri, ovvero questi due simboli « e », non dovrebbero esserci problemi. Per i simboli di maggiore e minore devi usare i codici HTML, altrimenti wordpress li prende come tag malformati:
    Per scrivere < devi usare: &#60;
    Per scrivere > devi usare: &#62;

    Aggiungo, se avete problemi con la tastiera a fare « e » potete anche lì usare l’HTML:

    Per scrivere « bisogna usare &#171;
    Per scrivere » bisogna usare &#187;

  35. 39 Vincent Law

    con “loro” intendevo le virgolette caporali, che proprio non mi appaiono nel commento. Ma succede solo a me?

  36. 38 Vincent Law

    Lol è vero ho descritto poco poco… perché mi sono divertito a scrivere il dialogo e tutto il resto è noia xD
    Per punizione mi rileggo il primo capitolo dei promessi sposi e del signore degli anelli.
    Sui trattini hai ragione. Non li uso mai, metto sempre loro , ma non so perché quando li scrivo qua firefox mi blocca lo script dell’anteprima del commento, e mi si impalla xD
    Comunque bell’idea quella del compito a casa, ho visto che molti utenti si sono divertiti parecchio a descrivere la scena.

    p.s.
    Duca io voglio leggere un romanzo fantasy scritto da te in cui il protagonista è un fucile :D

  37. 37 francy

    In effetti hai ragione, Gamberetta ù.ù Mi sa che devo esercitarmi ancora un po’, ovviamente seguendo i tuoi manuali^_^

  38. 36 Gamberetta

    @GSeck. Niente da dire sul punto di vista scelto, non ci avrei pensato neanch’io. Notevole.
    Dal punto di vista tecnico è probabile ci sia qualche pensiero di troppo della mela; sono pensieri che sembrano rivolti a un pubblico più che un fluire di coscienza naturale nell’animo di un frutto. Ma ovviamente è dibattibile, data la particolarità del punto di vista.

    @Vincent Law. Una nota tipografica: se usi il trattino ( – ) per i dialoghi, non c’è bisogno di chiuderlo se non ci sono altre parole che seguono.
    Il dialogo tutto sommato è buono, e potrebbe essere una scena decente, ma mancano proprio le descrizioni ^_^”.
    Per esempio:
    “Ma quale agente? Quel babbeo vestito da coniglio?”
    Qui magari due righe in cui illustri il tizio guardandolo dal mirino ci starebbero bene, dato che era lo scopo del compito.

    @Vale. Forse potevi spendere qualche parola in più, anche se già così ci sono diversi particolari concreti. Una curiosità, come mai ti è venuto in mente Dublino?

    @Evangeline. Solo l’inizio. In prima persona puoi essere più decisa, come hai fatto con l’amica: “vestiva in maniera minima, con una gonnellina di pizzo e un busto che la copriva quanto bastava” che è meglio di scrivere: “mi soffermai a guardare la mia amica, e il particolare che più mi colpì era che vestiva ecc.”
    Così all’inizio puoi solo dire, non so:
    “Che schifo di quartiere! Muri scrostati, gradinate piene di buchi, puzza di mele marce, ecc.” È implicito che la protagonista si guardi attorno e scelga quei particolari.
    Comunque queste sono sfumature, non errori.

    @Sophitia. Bello il punto di vista. Interessante anche la descrizione, come in altri casi è difficile dire se il linguaggio sia adeguato, data la particolarità del punto di vista scelto.
    Spero ovviamente che l’immagine non mi distrugga il blog! ^_^

  39. 35 Clio

    Al Duca
    Grazie, la prossima volta che inserirò come voce narrante un fucile da battaglia in 7,62×51 me ne ricorderò :D
    Anzi no. D’ora in poi userò come narratori solo oggetti che conosco bene. La prossima volta a narrare sarà una pipa.

  40. 34 Sophitia

    Non voglio diventare una scrittrice, e penso proprio che si leggerà la differenza tra chi scrive abitualmente, però è venuta voglia anche a me di provare.

    Questa è l’ultima volta, lo giuro.
    Sono stufo di far dei danni. Che colpa ne ho se mi hanno creato con la capacità di distruggere? Oh, pensare che è una cosa così facile. Basta farmi immettere nel HTML, o in qualsiasi altro linguaggio inventano ogni giorno gli umani. Cancello un solo tag a caso. E puff, come un castello di carte cadono tutti gli altri tag, mandando in tilt il sito internet.
    Me lo dice sempre il Capo. Sei speciale. Sei unico. Il web è troppo pieno di robaccia. Collassa. Basta che ci paghino e noi facciamo piazza pulita.
    Posso diventare una gif animata, un’immagine statica, un effetto carino, comparire su uno dei tanti portali della nostra Associazione proprio quando la vittima sta navigando da queste parti. Lui pensa che ci sia capitato per caso grazie a quei motori di ricerca e che fortuna, e invece è tutto già deciso.
    E’ ora. Mi devo trasformare, ho solo dieci minuti. I calcoli dell’Associazione sono precisi e… aspetta cos’è questa sirena che suona? Merda, altro che calcoli precisi, devo fare in fretta. Scandaglio freneticamente il contenuto del suo blog. Qualcosa che attiri la sua attenzione, qualcosa che gli piaccia…. Porca miseria, ho poco tempo. E’ già nell’home del nostro sito, e tra poco cliccherà sulla Galleria.
    Andrà come andrà, anzi se oggi fallisco è meglio.
    Sono un’immagine. Generata in base alle parole più frequenti nel blog che dovrò distruggere. Sono una ragazza. Non che la cosa mi dispiaccia, tanto io non sono né uomo né donna. Sono anche carina. Ho un abito però strano, cosa sono questi pizzi, e che dire di queste scarpe dal tacco assurdo? Per non parlare del cappello nero con il nastro rosa che ho in testa. Pazienza. Sono stato di peggio. Almeno posso sedermi. Dietro di me ci sono degli scalini. Alquanto mal messi e pieni di crepe, ma sempre meglio di quella galleria oscura che c’è a sinistra e che non m’ispira per niente. Potrei mettermi in piedi davanti all’entrata, in una posa figa, ma odio il buio.
    Mi siedo.
    E non sono più solo. La mia mano tocca qualcosa. Che cavolo… un fucile? “Tienimi stretto e peggio per te se fai mosse false”. Stringo l’impugnatura. C’è sopra una faccia rosa dalle orecchie lunghe. E’ Carota. Mi hanno sentito? Sposto la mano più in alto, sulla canna. “Ciao” Guardo in basso e incrocio gli occhi di un coniglio di pezza. Conosco anche lui. Ci sarà anche il suo pigro gemello? Eccolo. Addormentato dentro una borsa, riversa sulla scala, da cui fuoriescono delle mele. Ma non è la cosa peggiore. Una delle mele. Morsicata. La Terminatrice? Cazzo hanno sentito la mia titubanza. “Sembravi in difficoltà, così siamo venuti ad aiutarti. Non sei felice?”. Dal buio della galleria emerge. Il Capo. Lui in persona. Sono nei guai. “Sembra che gli piacciono i coniglietti, così abbiamo deciso di prendere una forma che li ricordasse. Tranne la Terminatrice che non vuole sentire ragioni. Non sono carino?”. Già, come può esserlo un grosso coniglio nero, senza né occhi né bocca, che mi controllerà e che dopo il lavoro mi punirà. Se solo potessi scappare.
    Ci immobilizziamo.
    E’ qui.
    Vedrà questa immagine che gli piacerà.
    La salverà sulla sua memoria.
    Mi spiace.
    Ci inserirà domani del suo blog.
    Non posso commettere errori.
    Domani “Gamberetti Fantasy” cesserà di esistere.

    P.S. non voglio portare male a questo sito ^^

  41. 33 Evangeline

    @Lupo. Forse hai ragione, avrei potuto descrivere di più il fucile, ma non mi sembrava un dettaglio così importante. Dopotutto dovevo descrivere la scena, non l’arma. Ho preferito concentrarmi sull’ambientazione e sul personaggio. ^^ Grazie comunque per avermi dato il tuo parere.

    @Gamberetta. Con inizio intendi solo la parte che hai citato o anche la descrizione della ragazza? Sul coniglio nero hai ragione, ho evitato apposta di inserirlo. Ho pensato che potesse avere rilevanza in un altro tipo di scena, se ad esempio Angelica avesse detto che dovevano dare la caccia ai conigli antropomorfi notare il coniglio nero avrebbe significato l’inizio di un’azione, la caccia appunto, e allora non sarebbe stata più una descrizione. : ) Farlo notare ad una delle due ragazze come un elemento dello sfondo mi sembrava un dettaglio inutile, volevo evitare di appesantire. In ogni caso grazie per avermelo fatto notare. ^^

  42. 32 Maudh

    @ gamberetta: gli avverbi, porco Ak-47!

  43. 31 Vale

    Ecco il mio compito.

    I Cacciatori si spingevano ovunque. Erano arrivati anche a Dublino.
    Quella che avevo intravisto sulle scale dell’albergo in cui alloggiavo non era molto diversa dallo standard.
    Giarrettiera, scarpe di vernice, capelli tinti.
    Era intenta a legarsi un guanto con i denti, per non lasciare nemmeno per pochi secondi il fucile. Aveva appiccicato un coniglietto sul calcio.
    Come tutti loro portava una borsa piena di mele. Ne aveva addentata una, ma non pareva averla gradita.
    Mi chiesi come avrei fatto a rientrare, quando mi accorsi che una persona passeggiava in fondo alla strada. Non distinguevo altro che le lunghe orecchie, non sapevo se fosse dei loro o solo un turista.
    Tornai tra i perdigiorno di Grafton Street, anche se mi faceva male la schiena e avevo bisogno di una toilette.

    Bellissimo post.
    Ho letto anche la parte dedicata ai nemici delle regole, anche se io non lo sono.

  44. 30 Lerajies

    Articolo interessante, anche se non concordo molto. Secondo me si capisce lo strumento rimasto a lungo troppo in acqua, a me fa venire i suoni che facevo col flauto -.-
    Piuttosto una volta trovai in un libro di Wilbur Smith metafore sui raccoglitori di perle, qualcosa del tipo “sono venuto da te come un raccoglitore di perle del mar nero”. Sono rimasta così O_o. Ancora peggio un’altra frase “Il tuo sesso è talmente bello che Dio avrebbe dovuto metterlo sulla fronte di un feroce leone affinchè solo i più coraggiosi potessero averlo”. XD

  45. 29 ancos

    Ciao.

    Ottimo articolo, complimenti. Sono d’accordo con te al 100% sui miti riguardo le regole e con le tue risposte. Io in genere riassumo con: “in realtà, non hai voglia di imparare”.

    Mi permetto di suggerire altri tre manuali. Sono manuali per il fumetto, più per lo scenggiatore che per il disegnatore. Vi si trovano spunti molto interessanti anche per chi vuole scrivere fiction.

    Scott McCloud: Understanding Comics

    Will Eisner: Comics and Sequential Art

    Eisner ha scritto anche Graphic Storytelling, ma non lo trovo su Gigapedia.

    Tutti e tre i manuali sono stati tradotti in italiano, una buona libreria o fumetteria dovrebbe averli.

  46. 28 Vincent Law

    Pure io i compiti a casa! Pure iooo

    L’MSG90 è un buon fucile. Il lavoro praticamente lo fa lui, per quanto mi riguarda posso anche scaldare un po’ di fumo.
    -Ma che diavolo fai?-
    -Ah, ma voi della USRobotics non coltivate cannabis nel tempo libero?-
    Lo sguardo carico di disgusto che mi lancia il cliente non mi contraddice.
    -Amico, quando avete partorito quella non dirmi che eravate lucidi.- Gli poso una mano sulla spalla e inizio a scuoterlo. -Eravate strafatti, te lo dico io. E rimediami un po’ di quella roba che pare bella potente.-
    Non risponde. Anzi no, grugnisce. E mi toglie pure la mano, scortese. Sembra un tipo di poche parole, inizia a starmi quasi simpatico.
    -Allora, il silenziatore l’ho montato, così non si saprà che due adulti hanno ucciso una bambina. Perché devo ucciderla, no?-
    -Non si tratta di “uccidere”, te l’ho già spiegato: quella non è una bambina.- Rovista in una delle sue tasche e tira fuori un fazzoletto rosa per asciugarsi il sudore della fronte. – E qui sul tetto fa troppo caldo, sbrigati. -
    Naturalmente mi ricordo, di quando ieri questo tizio mi ha pagato per “disattivare” questo “prototipo”. Ma quella che vedo nel mirino assomiglia maledettamente ad una bambina qualsiasi. D’accordo, una bambina qualsiasi abbastanza stravagante.
    -Senti un po’- Mi volto verso di lui. -Ma il fatto dei peluches rosa a forma di coniglietto e della gonna a girofica era voluto? – Butto la cicca ormai spenta oltre il parapetto, e la osservo cadere. – No perché ho una mezza idea di andare lì e provarci con lei. Ha pure la passione per le armi. Quello che abbraccia è un softair, io li collezionavo.-
    -Il prototipo è difettoso, per questo sono stato costretto a comprare un tiratore come te. Appena il nostro agente lo ha avvistato…
    - Ma quale agente? Quel babbeo vestito da coniglio? –
    - Sì, e per la cronaca è uno dei migliori. Appena abbiamo saputo dov’era, ti ho contattato. Quale nazione farebbe uso di un automa da battaglia con la fissazione per il gothic-lolita che colleziona mele? -
    Non so che accidenti sia questa gothic-cosa, ma ho cambiato idea sul tipo silenzioso: è un imbecille. Io avrei trovato interessantissimo combattere al fianco di una così. -Cos’hai contro le mele? Sono ricche di vitamine. –
    Un altro grugnito, ed un colpo di tosse. -Spara.-
    -Iniziavi a diventare un tipino intrigante, signorina automa da battaglia. Peccato che questo tizio balordo ti vuole morta. – Mentre aggiusto la mira mi sorge un dubbio, che pongo prontamente al tizo balordo: – E’ uguale se la colpisco vicino alle cosce? Mi scoccia un po’ spostare il mirino. -
    -Dio santo, ma ho pagato un assassino o un fenomeno da circo? Spara a quella dannata cosa, ora!- Mentre urla mi sputacchia tutta la giacca, e questo non è un bene. Oltretutto mi ha pagato una miseria. Un’altra parola e giuro che lo ammazzo.
    - … -
    Bang!
    Prendo una Beretta dalla tasca interna e lo ammazzo lo stesso, con un colpo in fronte. Poi lo trascino sul bordo e lo spingo di sotto. Dovrei levarmi questo vizio di gettare l’immondizia dalle altezze, è incivile.
    Torno giù in strada e mi avvicino alla bambina.
    -Qualcuno chiami un ambulanza! Un uomo si è buttato dal tetto!
    -Ma è ferito alla testa!
    -Un uomo si è sparato e si è buttato dal tetto!
    -Ciao piccola. Ti va un succo di mela?-

  47. 27 GSeck

    Ciao. Qui è Giovanni.

    Rotolai verso casa così veloce da farmi uscire del succo.
    Una volta un amico mi ha detto che è inutile cercare di evitare le conigliatrici: sono talmente più potenti di noi mele che un tentativo di fuga o di salvataggio può solo peggiorare le cose. Ma l’avvertimento che una di loro si aggirava nel mio quartiere mi obbligò a correre.
    Durante la strada verso casa, mi venne in mente come avevo corso nel campo quando erano nati i miei figli. Seme del mio seme, cinque piccole mele che sarebbero diventate alberi solenni. Chissà quanto sarebbero diventate alte, e quante altre mele avrebbero fatto.
    Da quando erano scese le conigliatrici, questi semplici pensieri, diritto di ogni genitore, erano diventati spazzatura. Un colpo del loro fucile e una mela diventava un coniglio. Un coniglio si ricorda chi era, cosa voleva, chi amava prima della trasformazione, ma un nuovo pensiero li domina. La sete di succo di mela. Pesano ventuno grammi in meno rispetto a quanto erano mele, ma il loro corpo è enorme, più forte, più agile di prima. Con delle zanne tremende che reclamano succo, fosse anche quello dei loro amici, dei genitori, dei fratelli.
    Svoltai l’angolo che porta al mio quartiere, e vidi un coniglio nero che camminava vicino a un muro, forse in caccia. Prima di quel giorno queslla visione mi avrebbe terrorizzato, ma lì intorno poteva aggirarsi una conigliatrice, e al loro confronto i conigli sono innocui come granuli di terriccio. Notai anche il manifesto del ricercato, un coniglio killer. Avevo già letto quel cartello: quel killer era stato una povera mela, assalita da un baco quando era ancora sull’albero, ed era cresciuta deforme. Da allora era stata emarginata e adesso, con il suo potere di coniglio, si divertiva a fare strage di nemici che prima non aveva neanche il coraggio di guardare nella buccia.
    L’immagine che vidi di fronte all’entrata del mio condominio si congelò nella mia mente. La conigliatrice era seduta sui gradini del mio appartamento, e si stava infilando un guanto nella mano sinistra, mentre con la destra teneva il fucile. Era poco vestita. Pare che nel loro corpo circoli un liquido chiamato sangue, che scorrendo veloce le riscalda. Il nostro cielo, talmente caldo da essere rosso, le fa soffrire per il caldo. Era identica a come le immaginavo dai racconti. L’elmo cilindrico in testa, la stoffa nera e dura stretta nel torso per resistere a ogni lama, la tela attorno al bacino per attutire gli urti, le fasce per proteggere le gambe senza limitarne i movimenti, i rialzi sotto i piedi per permettergli di correre dove la terra era morbida: tutto in lei era fatto per cacciarci. Guardai più in basso. Da genitori, li riconobbi d’istinto: uno dei miei figli, delle mie piccole meline, era stato conigliato. Un altro era sui gradini, e giaceva senza vita con un morso sul fianco. Capii cosa era successo: una mia melina conigliata non aveva resistito alla tentazione di mordere suo fratello, e poi si era uccisa per il dolore. Altre due miei figli erano nella borsa della conigliatrice, assieme a un altro mio figlio conigliato. Non si muovevano. Erano sempre così energici e giocosi in vita…

    - Perché? Voglio solo sapere perché siete venute nella nostra terra!

    Lei fece il nodo con lentezza, lo controllò e sorrise soddisfatta.

    - Sai, le mele ritratte nella ringhiera di casa tua sembrano piccoli conigli. Prova a vederla così: voi un tempo eravate conigli, noi vi stiamo solo riportando alla normalità.

    Io rimasi senza parole, ed ero talmente sconvolto da non rendermi conto del colpo che mi sparò.
    Non so quanto tempo passò prima del mio risveglio. Guardai attorno a me. Ero in una caverna scura dove circolava poca aria. Non c’era né terra né acqua attorno a me, solo un mucchio di paglia in un angolo e un libro dalla copertina nera e dalle pagine ingiallite. Non avevo mai visto un libro così vecchio, anzi, così antico. MI alzai in piedi, ed ero molto più alto di prima. Guardai il mio corpo. La forma ricordava quella delle conigliatrici, ma avevo le braccia e le gambe pelose, come zampe di conigli. Dal petto spuntavano due grosse mele morbide. Non sapevo nulla su cosa ero diventato. Tranne una. Avevo sete. Sete di quel liquido sconosciuto chiamato sangue.

    - Non chiederti cosa sei: chiediti perché ha conservato i tuoi figli nella borsa.

    Mi voltai di scatto seguendo la voce. Alle mie spalle c’era il coniglio killer del manifesto affisso vicino a casa mia.

    - Comunque ti rassicuro, non sei un coniglio. Adesso ascoltami. Ci sono delle cose che devi sapere.

  48. 26 Il Duca Carraronan

    Niente da dire, chiedo perdono per aver tavisato il carattere del fucile. Per farmi perdonare sacrificherò diciassette conigli a Nyarlathotep (o come diavolo si chiama, insomma, Lui!)

    Eh, sì, il fucile era troppo lamentoso… aveva un carattere da fucile da assalto in 5,56×45, non da fucile da battaglia in 7,62×51.

    Un M16A2 è sempre nervoso, si lagna, si lamenta di ogni cosa, della polvere, dello sporco, della roba attraverso cui non passano i suoi colpi… un tedesco G3 gli va dietro e gli rifila una sberla sulla canna “Sta zitta, stupida checca yankee”. Intanto gli AK-74 in 5,45 russo e gli AK-47 in 7,62×39 rimangono in silenzio, scuotono la testa e continuano a fumare: anche i loro calibri sono anemici rispetto al 7,62×51, ma sono armi rozze e abituate a faticare senza fiatare tra sporco e cattive condizioni ambientali. Il Galil israeliano invece non dice niente per un altro motivo: sta prendendo a calci una mitraglietta skorpion cecoslovacca finita a lavorare per i palestinesi…

    Il 5,56×45 è calibro for pussy.
    Però in quell’immagine non penso ci sia un HK33: sarebbe praticamente uguale, ma col caricatore un po’ più curvo e lungo (e con più proiettili essendo il 5,56 molto più piccolo e leggero del 7,62).

  49. 25 D7

    @Gamberetta

    Che il fucile sia alto quasi quanto la ragazza è un po’ una forzatura, dato che non è così nel disegno.

    Mi sono lasciato prendere un po’ troppo la mano, dando priorità all’idea che mi si era formata in mente piuttosto che al disegno. Ma non mi pare grave.

    La “psicololi” andava descritta di più, anche perché chi non è addentro agli anime, non ha presente chi sia una “loli”.

    Vero. Ma senza esagerare. Dopotutto è un coniglio antropomorfo terrorizzato dal suo predatore naturale a parlare: penso veda soltanto una “mostruosa giovane femmina umana”, forse da inserire al posto del vago “piccola ma letale creatura”.

    “Terrorizzato” o “spaventato” potevi toglierli, magari aggiungendo qualche particolare: abbassare le orecchie? Improvviso desiderio di rannicchiarsi? Mettersi a rosicchiare il legnetto portafortuna?

    Toglierli magari no, a meno di trovare una soluzione brillante che li renda superflui. Mostrare meglio il terrore, aggiungendo particolari, sì.

  50. 24 cafeine

    HO FATTO PURE I COMPITI

    Davanti ai suoi occhi si presentò una scena surreale.
    Si trovava ancora in città, nella solita squallida periferia, ma l’atmosfera era cambiata completamente. Le strade erano deserte, i palazzi sembravano scatoloni vuoti costellati da file e file di finestre chiuse, e non c’era segno di vita. Tutto galleggiava in un’atmosfera rosata, straniante. Il tempo si era fermato.
    Nessun rumore.
    La città si era ridotta a un fondale dipinto.
    L’uomo mosse qualche passo, con cautela. In quel silenzio, sarebbe bastato lo scricchiolio della ghiaia sotto uno stivale a tradirlo.
    Ma la sua preda sembrava ancora convinta di esser sola.
    Seduta sui gradini della stazione, a una decina di metri di distanza, la ragazza fissava il vuoto con un’espressione totalmente assente.
    Era davvero molto giovane: tredici o quattordici anni, appena una ragazzina. Sembrava una scolaretta ribelle: gonnellina frou frou e calze bianche, un bustino scuro con i lacci, una gran quantità di fiocchi, pizzi e cianfrusaglie, scarpe nere con la zeppa. Portava una piccola tuba sui capelli azzurri, e teneva appoggiato a terra il fucile con la stessa noncuranza con cui aveva buttato la borsa sui gradini. C’erano conigli rosa sparsi ovunque.
    Conigli.
    Rosa.
    L’uomo storse il naso.
    Nel piccolo mondo idiota di quella razza là, neanche le armi avevano più una dignità: le mocciose andavano in giro con kalashnikov coperti di strass e fiorellini, e maneggiavano spade tempestate di pietruzze rosa.
    L’uomo sospirò. Provava qualcosa a metà tra il disgusto e la compassione. Quel cappellino, quei conigli, una mela morsicata e lasciata sui gradini…una tale inconsapevole stupidità…
    Al diavolo! Mai, mai guardare una preda troppo a lungo!
    Con la rapidità di un veterano, l’uomo mise il colpo in canna e sparò.
    Un solo proiettile, dritto in testa. La ragazza crollò a terra con un sussulto e rimase immobile.
    L’uomo si passò una mano tra i capelli e sentì la tensione svanire. Un lavoro preciso e impeccabile, come sempre.
    Gettò un’ultima occhiata alla mocciosa accasciata tra i conigli.
    -Cosplayer del cazzo!-
    Rinfoderò la pistola, girò i tacchi e se ne andò.

  51. 23 Clio

    A Lupo
    Du calme, du calme ;) Io non ho parlato di fucili ammazzaconigli, ma non c’entra. Volevo solo dire che in questo contesto e condizioni essere precisi non era essenziale. Può aggiungere alla storia, se c’è una storia. Non è questo il caso, si tratta solo di una descrizione, e la maggor parte della gente non sa a cosa assomiglia un G3.
    Quanto ai termini giapponesi, non ci sono perfetti omologhi in italiano. Si può scrivere in italiano se il punto è descrivere una scena (siegare a Mr.X l’immagne di un tizio che esamina una spada), ma non sono termini precisi.
    Tra l’altro sono d’accordo quando dici che i termini devono essere precisi, ma a seconda dei contesti penso si possa essere più “rilassati”.
    In definitiva sono io quella che ha scritto la descrizione peggiore, perché ho usato un POV senza riuscire a dargli il giusto carattere.

    Al Duca
    Niente da dire, chiedo perdono per aver tavisato il carattere del fucile. Per farmi perdonare sacrificherò diciassette conigli a Nyarlathotep (o come diavolo si chiama, insomma, Lui!)

  52. 22 Lupo

    @Clio

    Sono stata estremamente precisa, e io so benissimo cosa sta succedendo

    Ma che razza di esempio hai fatto?? Hai solo usato le parole in giapponese al posto delle loro omologhe in italiano, non hai usato nessun termine incomprensibile o troppo tecnico. (tachi/lunga sciabola, saya/fodero, tsuba/guardia, tsuru/gru ecc.)

    A parte questo, capisco quello che vuoi dire, ma non ho mai detto di fare una relazione tecnica sul fucile d’assalto:Calibro, Munizioni, Cadenza di tiro, Gittata Lunghezza della canna, Peso, Alimentazione, ecc. Ho consigliato solo di descrivere meglio il fucile. Tra parentesi, quello che hai scritto tu mi andava anche a genio, perchè si capisce com’è fatto, questo benedetto fucile! Ho come l’impressione che non hai letto bene quello che ho scritto. =)

  53. 21 Il Duca Carraronan

    Un paio di ipotesi sul fucile.
    Facciamo finta che il fucile possa essere un fucile dei nostri, come il corsetto è un corsetto (e probabilmente non un’arma nucleare), il cappellino un cappellino (e onn una trappola per orsi) ecc… fingiamo che ciò che vediamo sia davvero ciò che vediamo.

    Detto questo, si può analizzare l’arma.
    Cercherò di spiegare in modo da essere comprensibile per tutti, evitando termini tecnici inutili o altro.

    A prima vista, senza guardarla con attenzione, avevo pensato prima al FN FAL e non al G3A3 perché: 1) il rompifiamma è piuttosto lungo (a metà strada tra quello di alcuni FN FAL e quello del G3A3); 2) il caricatore ha tre solchi molto accentuati che ho visto più spesso nei caricatori del FN FAL che in quelli del g3; 3) l’impugnatura a pistola ricorda più quella del FN FAL che quella del g3 per un aspetto (la curva e il modo in cui si adagia nel palmo); 4) quattro; 5) l’impugnatura indietreggia fino all’altezza in cui inizia il calcio come nel FN FAL, e non si ferma ben prima come nel G3A3.

    (Ripeto sempre il costruttore FN per non confonderci col “fal”, il nomignolo storico usato dai veci per indicare il Beretta BM59 che è totalmente diverso)

    E’ invece chiaramente un G3A3 per altri motivi: 1) il manicotto (la parte poggiamano frontale, per intenderci) che non avvolge completamente, ma lascia scorgere il metallo in cima; 2) l’aspetto dell’arma nel punto in cui il caricatore si inserisce (notate quelle tre piccole depressioni); 3) la forma del calcio è quella del G3A3 più che del FN FAL (più dritto); 4) quattro; 5) le mire non sono subito accanto al calcio, ma un po’ distanziate (confrontate le tacche di mira del FAL e del G3A3) e la forma è proprio quella del G3 e non quelle del FN FAL (più dritte);

    Poi c’erano altre cose che è inutile citare per esteso sia a favore del FN FAL che del G3A3 (o del G3 SG3), ma comunque, se dovessi abbinarlo a un’arma vera, sarebbe un G3A3 (o un G3 SG3). Senza dubbio: un G3A3 disegnato male, ma un G3A3.

    Insomma, è un “fucile da battaglia” in 7,62×51, quindi un calibro serio e non un calibro intermedio come il 5,56×45. La balistica dei due nelle ferite è completamente diversa: il primo si ribalta e può attraversare da parte e parte le automobili e anche far saltare il motore di un veicolo in avvicinamento sospetto; il secondo se inizia a ribaltarsi quando è ancora molto veloce (nei primi 100-20 metri in base alla lunghezza della canna e alla velocità alla bocca) esplode in mille pezzi a causa della blindatura troppo debole rispetto all’impeto del piombo che racchiude, causando ferite devastanti con cavità enormi nel corpo… peccato che se si spara attraverso un veicolo, farà lo stesso lì dentro magari devastando i sedili senza uscire fuori per raggiungere il bersaglio nascosto e, inoltre, è un calibro troppo anemico per usarlo contro il motore di un’auto in corsa (motivazione per cui i soldati inglesi in Irlanda del Nord chiesero di mantenere i vecchi L1A1, FN FAL-inch semiautomatici in 7,62, al posto dei nuovi SA-80 automatici in 5,56).

    Ora passiamo alla questione seria: cosa ce ne frega che possa essere in 7,62×51? Non molto a meno di non volere che freghi. Uno può anche inventarsi che sia in un 7,62 diverso, sottodimensionato come carica di lancio per via del fisico minuto della Cacciatrici (e abbassato, diciamo, ai livelli di un 5,56) che impiega proiettili esplosivi pieni di liquido anticoniglio mannaro che ha, più o meno, l’effetto che ha l’acqua santa contro i vampiri in certe storie trash: morte istantanea o comunque ferite gravissime.
    In tal caso sapere la balistica vera del 7,62 è inutile. Probabilmente avrà la gittata di un 7,62×39 sovietico, tiro teso ai 400 metri massimi invece che al chilometro. Gli organi di mira vanno tutti ritarati o più probabilmente rifatti da zero e rimontati nuovi, ma non ci vuole un genio per farlo: se la Ditta può fabbricare munizioni anticoniglio mannaro, può anche fare un pomeriggio di spari al poligono per riprogettare gli organi di mira. Il tromboncino rompifiamma più accentuato può servire per l’impiego di granate da fucile anticoniglio (i pupazzetti?) e per aumentare i gas espulsi verticalmente per abbattere un altro po’ il problema del rilevamento dopo lo sparo.

    La questione è che se uno conosce le armi, può decidere di sfruttare le informazioni per motivi narrativi o può decidere di inventare le cose basandosi sulle informazioni in possesso o rendendo tutto “maGGico” (entrambe le cose vanno benissimo, SE uno le fa con un buon motivo e sapendo cosa fa), ma se invece uno non sa niente allora non ha scelta: può solo inventare di sana pianta!
    L’assenza della scelta è il problema, non la decisione di scegliere. Più la questione armi è importante nel corso della storia (scontri a fuoco ecc…) e più il problema di non aver scelto in modo consapevole diventa grave (può anche non essere grave per niente! ^__^).

    Riguardo al modo in cui descrivere l’arma.
    Se il POV è del fucile, è un dannato fucile da battaglia in 7,62×51 in un mondo di frocetti in 5,56×45, ha un orgoglio decennale ferito dal cambio di calibro di preferenza nel paesi NATO, ma sa fare il suo lavoro e sa che nei campi aperti della Polonia (in caso di conflitto continentale) o in Afganistan dove si spara anche a 800+ metri di distanza o in IRAQ (dove conta la capacità di perforare lamiere e simili), lui può far mangiare polvere a quel finocchio del M16A3. Cazzo, sì. Polvere a manetta.
    E con tutto l’orgoglio di casta di un vero pezzo di alta tecnologia, come è la meccanica straordinaria del G3, ci tiene a far sapere cosa è e a pensare in termini sprezzanti dei rivali (anche se invidia un po’ la maggiore velocità alla bocca del FN FAL, con la canna più lunga…).
    E di certo non penserà di stare “in batteria” come se fosse uno di quei grossi, ottusi, pezzi di artiglieria arteriosclerotici. ^___^

    Se il POV è della ragazza, lei conosce il suo fucile. Magari non gliene frega niente di sapere il peso in grani dei proiettili o la velocità alla bocca (mica fa le ricariche, li riceve già pronti dalla Ditta), ma sa come è fatto, cos’è, come usarlo e come ripararlo. Ma probabilmente, proprio perché è abituata, lo penserò come “fucile” e basta, senza sbavare sui dettagli del nome (che però, se interrogata nel dettaglio, sa) un po’ come il Beretta BM59 per generazioni di soldati di leva è stato solo “il fal” (Fucile Automatico Leggero).

    Se il POV è di uno qualsiasi che passa, potrebbe riconoscere che è un G3 (anche se magari è modificato) o pensare che sia un fucile e basta o pensare che si tratti di “un mitra”. Dipende quanto ne capisce di armi. In fondo una persona qualsiasi non è tenuta a conoscere nello specifico quel pezzo di equipaggiamento: è solo un fucile. E basta.

    In generale i dettagli tecnici servono per decidere cosa scrivere, ma non per scriverli. ^__^

  54. 20 Clio

    A Gamberetta
    Avevo accennato al coniglio nero, poi mi sembrava che la faccenda diventasse troppo lunga. Dopotutto il fucile si ta autocommiserando. Magari non il tizio travestito da coniglio nemmeno lo ha notato.

    Però potrei seguire l’esempio di certi Indicussi Maestri del Fantasy (non solo italiano) e aggiungere un brutale cambio di POV in cui la signora Brambilla incontra un Puka leporino a grandezza umana e schiatta d’infarto!

  55. 19 Gamberetta

    @Okamis / @Federico. Grazie per le segnalazioni, ora correggo.

    @Maudh. Ottima descrizione, da vero scrittore di fantasy italiano! Forse mancano un po’ di avverbi. ^_^

    @D7. “psicololi” LOL!
    Che il fucile sia alto quasi quanto la ragazza è un po’ una forzatura, dato che non è così nel disegno. La “psicololi” andava descritta di più, anche perché chi non è addentro agli anime, non ha presente chi sia una “loli”.
    “Terrorizzato” o “spaventato” potevi toglierli, magari aggiungendo qualche particolare: abbassare le orecchie? Improvviso desiderio di rannicchiarsi? Mettersi a rosicchiare il legnetto portafortuna?

    @Mick. Le mele sono dentro la cartella e una morsicata sui gradini.

    @Clio. Originale il punto di vista, una scelta surreale degna della scena in esame.
    Manca anche solo un accenno al coniglio nero, che mi sembra un particolare importante.
    Per quanto riguarda il linguaggio usato o il tipo di descrizione è difficile dire qualcosa perché non ho idea di come penserebbe un fucile senziente. Comunque è interessante.

    @francy. Non è brutto. In effetti “grande fucile militaresco” è infelice, se scrivi solo fucile è uguale.
    “E, per la cronaca, l’adesivo a forma di coniglietto rosa non lo rendeva meno minaccioso. Lontano da Alice, intanto, una figura a metà tra un uomo e un coniglio si muoveva furtiva tra le ombre, decisa a non farsi scoprire. Se solo la RR avesse saputo che il bianconiglio era poco distante da le…”
    Questo pezzo ha il problema che cambi il punto di vista da Alice al Narratore. Per parlare del particolare dell’adesivo sul fucile, potevi, non so, mostrare Alice che preme l’adesivo perché si è un po’ scollato. Il coniglio nero sarebbe stato meglio se lo (intra)vedeva direttamente Alice.

    @Evangeline. L’inizio è un po’ raccontato, puoi essere più diretta:
    “Mi guardavo attorno, annoiata. L’intonaco scrostato dei muri, i gradini sbeccati e l’odore dolciastro di una mela andata a male mi sembravano i dettagli più significanti di quel quartiere, dove il silenzio regnava sovrano.”
    “mi sembravano i dettagli più significativi” è inutile, basta che li dici, ed è ovvio che per il personaggio che li elenca sono i dettagli più significativi, se no non li direbbe! ^_^
    Manca poi un accenno al coniglio nero.
    In ogni caso non è male.

    @Lupo. Sì e no. Non mi è parso che in nessuna descrizione il punto di vista necessitasse di parlare in termini tecnici del fucile. Ma se qualcuno l’avesse fatto può essere ne sarebbe uscita una descrizione migliore. Non so.

  56. 18 cafeine

    Ho letto i primi due capitoli di Buio e lo trovo assolutamente agghiacciante. Non credo però che la descrizione allo specchio sia un clichè così fastidioso: se viene inserita durante un attacco di zombie, o se il protagonista si ferma a rimirarsi sulla corazza del nemico mentre combatte contro dodici gladiatori…beh, in questi casi è semplicemente atroce. Nei momenti riflessivi, invece, non mi sembra affatto una brutta soluzione.
    Sono favorevole anche all’uso della prima persona: non è dispersivo, ti permette di seguire il personaggio come un lungo piano sequenza e di immergerti a fondo nel suo mondo e nei suoi pensieri. La terza persona alla lunga può stancare, rischia di somigliare a una cronaca: la prima persona ti permette maggiore fluidità.
    Tornando a Buio, alcune cose non sono proprio pessime, ma il peggior difetto di questa autrice mi sembra la tendenza a divagare, cioè a interrompere la narrazione per parlare di un quaderno viola, del lavoro di infermiere, di un professore che non è ancora comparso in scena e così via. Tremende poi le riflessioni esistenziali che butta qua e là.
    Per il resto, non credo che si possa parlare di mezzi sbagliati, ma di utilizzatori incapaci.

    Riguardo la lettura come migliore scuola, sono d’accordo. Quando inizi a notare le differenze tra gli autori, gli stili e i tipi di narrazione, automaticamente inizi a intuire i meccanismi della scrittura. O perlomeno, capisci che ci sono delle impalcature invisibili, delle strutture nascoste. I manuali servono a chiarirsi le idee e a perfezionarsi, ma suppongo che scrivere sia anche e soprattutto questione di orecchio.

  57. 17 Clio

    @ Lupo
    Dissento ^_^ La tua critica sarebe fondata in un contesto. Se la descrizione fosse tratta da una storia dove le armi sono fondamentali, avresti ragione. Ma chi dice che sia così?
    k-BU7 non vuol dire nulla, non evoca nessna immagine in un brano. In un libro che parla di un sicario armato del novissimo K-BU7 sì, ma non è il caso.
    Avendo a disposizione poco spazio e un tema preciso (descrivere l’immagine), fucile ammazzaconigli va bene perché non c’è contesto, e l’arma disegnata potrebbe non essere uno Heckler & Koch G3, ma un fucile ammazzaconigi che ci somiglia.
    A chiosa, usare linguaggio troppo specifico può essere controproducente. Per esempio:
    Makabe accostò la tachi al viso. Il saya era decorato, la tsuba era costituita da due eleganti tsuru. Ammirò la grana della samei che rvestiva lo tsuka decorata con un maneki che, come il kashira, rapresentav delicate foglie di momiji. Lo ito era scuro, perfetamente bloccato dal fuchi.
    Sono stata estremamente precisa, e io so benissimo cosa sta succedendo, ma dubito che il lettore medio capisca. Se non voglio narrare una storia sulle spade (il che porrebbeil problema del lessico), ma voglio solo descrivere, per esempio, uno spzzone di un flm, scriverò:
    Makabe accostò la lunga sciabola al viso. Il fodero era decorato, la guardia era costituita da due eleganti gru. Ammirò la grana della pelle di razza che rivestiva l’elsa, decorata con un ornamento che, come il pomo, rapresentava delicate foglie di acero. Il nastro che fasciava il tutto era scuro, perfetamente bloccato dal collare d’acciaio che toccava la guardia.
    E’ meno preciso, ma ho raggiunto lo scopo: mostrare un tizio che studia una spada.

  58. 16 Lupo

    @D7 Ma che cosa voul dire? Non potevi mettere una descrizione migliore dal punto di vista del fuggitivo?

    …convertiti con il suo fucile ammazzaconigli…

    Il fucile che fa? Li converte o li ammazza? non ti sembra che il lettore ne rimanga confuso? Il fuggitivo come può sapere che è stata la ragazza a convertire i suoi amici se non sa come funziona il fucile? Lo chiama ammazzaconigli, quindi qualcosa conosce, di quel fucile. Sprecare una o due frasi in più sull’arma e come/cosa spara non mi sembra un errore, anzi. (visto che è proprio in primo piano)

  59. 15 D7

    L’unico limite è il punto di vista. Infatti – a meno che le descrizioni non siano a opera del Narratore, ma per ragioni di verosimiglianza è sconsigliabile usare un Narratore onnisciente in un testo di fantasy/fantascienza – le descrizioni sono sempre dal punto di vista di un personaggio. Se il personaggio è un laureato in biologia userà la terminologia migliore nel laboratorio, ma forse non saprà distinguere le mazze da golf. Viceversa il campione di golf userà la propria esperienza per parlare di Ferro 8 o Legno 3, ma è probabile non saprà dire molto osservando un virus al microscopio.

  60. 14 Lupo

    @ tutti quelli che hanno fatto i compiti a casa
    Parere personale: la mancanza più evidente che avete commesso, in relazione a questo articolo di Gamberetta è stata ignorare totalmente la descrizione dell’arma della ragazza. Forse per poca familiarità con le armi, ma non avevate detto più volte che prima di scrivere qualcosa ci si deve documentare?
    Il massimo della descrizione è stato questo:
    fucile ammazzaconigli, arnese, fucile, fucile militaresco, fucile.

    Anche un nome di fantasia andava bene. Es:K-BU7
    Con Google mi sono bastati 20 sec. per trovare l’ Heckler & Koch G3 (che si avvicina molto a quello disegnato) http://it.wikipedia.org/wiki/Heckler_%26_Koch_G3

    Una buona descrizione
    Una buona descrizione è concreta, stimola i sensi, è dinamica e ha significato per la storia.
    Questo non perché sì, questo perché, se si rispettano i precetti di cui sopra, il cervello del lettore riesce a vivere gli avvenimenti; il lettore è perciò coinvolto e non chiude a metà il libro.
    [...] Ciò non vale solo per i personaggi. Anche i luoghi devono essere descritti con gli stessi criteri.
    [...]

    Un minimo di approfondimento sull’arma era necessario, anche solo per dare l’idea della potenza di fuoco. Senza Esagerare:

    Le descrizioni pedanti, statiche, piene di dettagli inutili, ammazzano il fluire della storia

    Comunque il mio intervento è da interpretarsi solo come un consiglio.
    Pensate anche al Duca Carraronan, che si starà rigirando nella tomba.

    ;)

  61. 13 Evangeline

    Mi guardavo attorno, annoiata. L’intonaco scrostato dei muri, i gradini sbeccati e l’odore dolciastro di una mela andata a male mi sembravano i dettagli più significanti di quel quartiere, dove il silenzio regnava sovrano. L’unico suono che si udiva era quello di Angelica che puliva con una pezza il proprio fucile. Un tipo strano, la mia amica: riusciva ad avere caldo persino in una mattina di Ottobre, ragion per cui si vestiva in maniera minima, con una gonnellina di pizzo e un busto che la copriva quanto bastava. Ridicola. Molto meglio i miei pantaloni di pelle.
    Sbuffai, stufa dell’attesa. Tirai un calcio ad un coniglietto di pezza rosa e Angelica mi scoccò un’occhiataccia. Non ci badai. Lei adorava i conigli, tanto da portarsi sempre dietro quei pupazzetti inutili e da applicare adesivi a forma di coniglio ovunque, sul monitor del pc, sull’agenda, perfino sul fucile che usavamo al lavoro.
    “Ti sbrighi, Ange? Non ne posso più di aspettare” sbottai.
    “Ho finito, ho finto, smettila di farmi fretta” rispose lei.
    “Possiamo andare?”
    “Sì, adesso andiamo.” Angelica ritirò i suoi coniglietti nella valigetta e alzò gli occhi al cielo rosato dell’alba. “Guarda che bella giornata” disse. “Ideale per una caccia. Allora, chi dobbiamo far fuori oggi?”

  62. 12 francy

    Alice si sedette esausta sulla gradinata del palazzo ducale, abbandonando in malo modo la sua valigetta a tracolla accanto a sè. Ptonf, fece la valigetta quando atterrò sul gradino, e poi Sfrush, fecero le fibbie mentre si aprivano, rivelando il contenuto della borsa. C’erano tante mele rosse e dei piccoli pupazzetti rosa a forma di coniglio. I pupazzetti a forma di coniglio. Alice li guardò con astio e ne afferrò uno con un gesto brusco, urtando una delle mele che cadde dalla valigetta, rotolando parecchi gradini più in basso. La ragazza strinse il pupazzetto come volesse strangolarlo. Bambola woodoo del piffero! pensò, con incavolatura più che evidente. Se ripesco la vecchia che me l’ha venduta… altro che farmi trovare il Bianconiglio, ’sta cosa mi porta solo sfiga! Al colmo della stizza, fece per buttarla a terra, poi però parve calmarsi e la scintilla di rabbia svanì dai suoi grandi occhi rossi. Era una RR lei, una Rabbit Ranger! Una simile perdita di controllo non si addiceva di certo a un membro dell’Esercito Reale di Sua Maestà la Regina di Cuori! Appoggiò delicatamente il pupazzetto di fianco a lei e si sistemò la piccola tuba nera regalatale dal Cappellaio Matto, per ridarsi un certo contegno. Poi, non contenta, iniziò a sistemarsi anche il gantino sulla mano sinistra, con i lunghi capelli verde acqua che le ricadevano sul braccio magro e pallido. Dovette usare la bocca per stringere le stringhe di cuoio, perchè l’altra mano era impegnata a stringere un grande fucile militaresco. E, per la cronaca, l’adesivo a forma di coniglietto rosa non lo rendeva meno minaccioso. Lontano da Alice, intanto, una figura a metà tra un uomo e un coniglio si muoveva furtiva tra le ombre, decisa a non farsi scoprire. Se solo la RR avesse saputo che il bianconiglio era poco distante da le…
    Uh uh^_^ compito finito, spero che vi piaccia!=D

  63. 11 Clio

    Gli umani sono dei sadici. Non hai voce per gridare? Possono farti quello che vogliono senza essere infastiditi dalle tue lamentele. Quello che vogliono! Tipo appiccicarti addosso un coniglietto rosa.
    Sono il prodotto geniale di secoli di evoluzione, posso esploderti la testa con un colpo, sono una macchina di morte essenziale e precisa. Ma no, che gliene frega? Mi hanno dotato di caricatore, grilletto, mirino, ma un allarme no? Un allarme che scatti appena una cerebrolesa mi prende in mano… No, niente. Sono una macchina per uccidere inerme nelle mani di un’umana lobotomizzata.
    Scommetto che neanche sai come imbracciarmi. Mocciosa coi capelli blu, va’. Scommetto che ti punteresti il calcio sul naso. Magari. Poterti spaccare il muso col rinculo…
    Gli umani non sono sani. Creano oggetti perfetti come me, e aggeggi totalmente inutili, tipo l’adesivo rosa che questa deficiente mi ha incollato addosso. E non fanno neanche la differenza, oh no! Non sia mai detto che questa mocciosa mi degni di riguardo! Sono ore che se ne sta seduta sui gradini di questo palazzo a guardar passare la gente, si appoggia a me come se fossi un… un bastone da passeggio! Nemmeno, un accessorio gotico da accoppiare al suo ridicolo cappellino a cilindro o alle sue calzette bianche.
    E’ triste, è umiliante! Uno della mia batteria è stato trafugato da un assassino seriale, ho sentito. Lo ha usato per crivellare di colpi una famiglia al parco giochi. Accidenti… Certo, non è emozionante come essere messo in mano a un vero soldato. Ma almeno è qualcosa, ha fatto qualcosa! Io non servo ad altro che a far figura. Avesse deciso di sparare a qualcuno. Nah. La gente passa, la guarda, tira dritto. Il massimo dell’azione? Ha pescato una mela dalla borsa, l’ha rosicchiata un po’, poi l’ha buttata sui gradini. E nel processo a rovesciato tutto il suo ciarpame in terra, mele e pupazzetti coniglietti. Wow, davvero eccellente, brava! Si vede che appartieni alla razza dominante del Pianeta!
    Odio i coniglietti rosa. Ma odio di più le squinternate che li amano.
    E questa se ne sta cosce all’aria su questa scala, tutti ci guardano. Che vergogna! Penseranno che sono un fucile giocattolo!
    Qualcosa deve essere sbagliato nella razza umana. Sono troppo incoerenti. Hanno costruito me. Insomma, fate un momento astrazione dall’adesivo e guardatemi! Sono perfetto: efficiente, resistente, preciso. E non sono l’unico prodotto decente della razza!
    Come mai, mi chiedo, cervelli che hanno creato me o costruito queste scale mettono insieme roba che non serve a nulla, tipo gli stracci che porta questa mocciosa? E non prendiamoci in giro parlando di arte e di moda! Sono tutte baggianate! I vestiti servono a una cosa sola: proteggere dal clima! Sono stati inventati apposta, come io sono stato inventato per uccidere. Minigonna e corpetto succinto, da cosa proteggono? Non servono a niente vestiti così! E le scarpe? A che servono le scarpe? A camminare senza scorticarsi i piedi. Ora, io non ho i piedi, ma se li avessi non metterei certo quelle cose con la suola di una spanna! Se questa stupida decidesse, sia mai, di camminare (magari per andare a tirarsi giù dal ponte), rischierebbe di troncarsi una caviglia, o di cadere e spaccarsi le gambine anoressiche. Eh, perché poi non è solo il vestito, è lei che è sbagliata!
    Il corpo è stato fatto per agire, ragazza! Muoversi, correre, mangiare, accoppiarsi, uccidere… Intendi? Tutta ossa… Sei un fallimento. Se io fossi uscito debole e carino dalla catena, mi avrebbero sbattuto tra i rottami, altro che mettermi in mostra sulla via!
    Buona a nulla, va’. Che per fortuna il mondo gira anche senza di te. Va’, che tanto c’è abbastanza gente sana per far marciare l’industria.
    Queste scale sono sbeccate e polverose. Io odio la polvere. E odio i conigli. Ma non ho un dispositivo per comunicarlo, merda! Va’, mi consolo, che almeno sono inossidabile. Quando questa cretina si taglierà le vene per il verso giusto io sarò ancora perfettamente efficiente. Magari si stuferà della vita e si sparerà in bocca usando me. Magari.

  64. 10 Mick

    Mario chiuse la porta di casa con due giri di chiave. Tre va. Ci si buttà contro di peso, premendoci la fronte con forza. Aveva gli occhi gonfi e screpolati e cosi tanta ansia addosso che gli fischiavano le orecchie. Rantolava e ansimava come se avese visto la morte in faccia.
    “Cazzo ho magiato? Cristo, questa volta giuro che li ammazzo”.
    Mario li aveva anche provati gli acidi quando era piu giovane, assieme alla massa di bisonti sessantottini che facevano sbarramento davanti l’università di lettere, ma questa roba proprio non l’aveva mai vista. Forse era stato il ciccio – vedeva già le sue dita grassocce e sudate che premevano quei piccoli proiettili di LSD nella sua pizza.
    “Ok” – si disse – “adesso apro la porta e non c’è piu”. Nessuno coniglietto geleè che scivola dai gradini, di casa, nessun cielo rosa tipo fenicottero dei Pink Floyd. Nessuna ragazza con il fucile in mano e la tuba in testa.
    Si toccò la fronte. Era freddo come un morto. Sudava. Si guardò le mani tremanti e notò che il sudore era rosa come il cielo. Come i marshmellow. E gli stava bruciando la carne.

  65. 9 Mick

    “insieme con delle mele”?

  66. 8 D7

    Zampettavo verso l’uscita della galleria, andando incontro ai due amici che correvano verso di me. Agitavano le zampe in segno di saluto e zigavano felici.
    Poi scomparvero.
    Mi fermai. Ero confuso, non riuscivo a capire cosa fosse successo. Ma non ebbi il tempo di pensarci: qualcosa era sbucato dall’angolo in fondo alla strada, e si avvicinava al punto in cui erano spariti i due conigli. Una psicololi!
    Terrorizzato e tremante, mi appiattii contro la parete.
    La seguivo soltanto con gli occhi, troppo spaventato per muovere la testa. Quando quella piccola ma letale creatura si fermò a pochi balzi dalla galleria, fui certo che mi avesse visto. Ma mi accorsi che non guardava nella mia direzione: il suo sguardo era fisso sul terreno.
    Si chinò e raccolse qualcosa dal fondo della strada, e lo infilò nella la borsa che portava al fianco. Non avevo avuto il tempo di osservare bene, ma sembravano due… bambolotti? Spalancai gli occhi. Erano loro! I due amici che correvano verso di me, diventati peluche! La maledetta li aveva convertiti con il suo fucile ammazzaconigli, un arnese alto quasi quanto lei che teneva stretto nella mano destra. Restando lì avrei presto fatto anch’io la stessa fine. Dovevo scappare, e in fretta!
    La psicololi si alzò e si guardò intorno, e pensai che fosse già troppo tardi, che mi avrebbe preso. Invece si spostò sul lato della strada e sedette sugli scalini davanti all’ingresso di un edificio. Posò la borsa e ne estrasse uno dei conigli convertiti; lo afferrò per le zampe lo fece saltellare sulle sue ginocchia, mentre cominciava a canticchiare. Mi si rizzarono le orecchie nell’udire quella dolce melodia. Volevo avvicinarmi. Zampettare da lei per farmi coccolare, accarezzare. Era più forte di me, non riuscivo a resisterle. Proprio quando ero sul punto di uscire dal mio nascondiglio, la melodia cessò. Mi riebbi. Ancora un secondo, e sarei corso da lei. E da lei avrei trovato la morte.
    Lasciò andare il coniglio di peluche, che cadde sugli scalini, e ritornò a frugare nella borsa. Questa volta ne estrasse una mela. La portò alla bocca e le diede un morso, masticò e inghiottì. Dischiuse il palmo e la mela cadde, rotolando e fermandosi qualche gradino più in basso.
    Osservavo ogni suo movimento, pronto a defilarmi appena fossi stato certo che la psicololi fosse abbastanza distratta. Quando cominciò a far roteare la mano davanti a sé, impegnata in un qualche tipo di operazione che non riuscivo a comprendere, ma che sembrava assorbire tutta la sua attenzione, capii che era il momento giusto. Uscii dall’ombra della galleria e, un passo dopo l’altro, cercando di non fare rumore, imboccai la strada alla mia destra e mi allontanai dalla pericolosa assassina.

  67. 7 Federico Russo "Taotor"

    Cronache della scrittura secondo Gamberetta – Volume I. Bello. XD
    Segnalo una piccola svista:

    Dai noi i gonzi di questo genere

    .

  68. 6 Okamis

    Ottimo articolo, come sempre dopotutto.
    Mi soffermo solo un attimo sulla questione della dinamicità delle descrizioni. Alcuni anni fa lessi “A volte la magia funziona” di Terry Brooks. Per quanto Brooks non rientri minimamente tra i miei autori preferiti, in quel testo trovai parecchio materiale interessante. Riguardo proprio le descrizioni, ricordo un suo esempio decisamente funzionale. In pratica s’inventa questo personaggio senza un braccio. Sorge il quesito sollevato anche da te: come descriverlo senza cadere nei soliti cliché? La sua risposta è proprio attraverso le azioni. Ad esempio, si potrebbe descrivere un movimento inconscio del braccio (magari per cercare di afferrare un oggetto che sta cadendo; non ricordo se questo è il medesimo esempio di Brooks, ma il concetto non cambia); movimento ovviamente inutile e che riporta il protagonista alla cruda realtà.
    Da noi, invece, se ti va bene ti becchi la descrizione in Strazzulla Style, dove a ogni nuovo personaggio (anche il più insignificante) partono venti righe di descrizione dell’aspetto e dei vestiti, colore e misura delle mutande compresi…

    PS: Nel secondo angolo della saputella è presente una piccola svista ;)

  69. 5 Izzy

    Il motivo per cui trovo fastidiose le persone che criticano gli scrittori italiani pavoneggiandosi di aver letto quello o quel altro manuale, non è per il manuale in sé, quanto perché quando espongono le loro sentenze le giustificano con un “perché lo ha detto King”. Almeno tu hai mostrato parte dei motivi che ti spingono a credere in quei manuali. Un articolo interessante.

  70. 4 Angra

    Avevo già una mezza idea di dover dedicare un’ultima rilettura del mio romanzo alle descrizioni, e questo articolo me ne ha convinto. Da incorniciare.

  71. 3 Maudh

    Ottimo articolo, sicuramente uno dei migliori mai pubblicati sulla barca.
    Riguardo ai manuali, per chi come me parla un pessimo inglese sono intellegibili (sono al livello the pen is on the table per capirci).
    La mia descrizione da aspirante scrittore fantasy inizia così: Dopo l’ennesimo eccesso di polvere di fata mi ritrovai in una strada brutta con una ragazza molto strana e singolare che aveva un coso che spara con un coniglio piccolo, carino e rosa sopra.
    La ragazza aveva un carattere forte e incline al pianto, ed era molto indipendente e seria e festaiola.

    Non vedo perhcè Fazi mi dovrebbe negare la pubblicazione!XD

    P.S. (scritto dopo la fine dell’effetto della polvere di fata) Scusate per l’orrore, ma dopo la descrizione delle amiche era doveroso scrivere la descrizione della mercenaria conigliesca con lo stile di un vero professionista. Cioè, cavolo, a lei la pubblica FAZI!!!! LA STESSA DI TUAiLàIT!!!

  72. 2 Teo

    Mi è scesa la lacrimuccia all’esempio di Keyes.

    Non ho apprezzato solo la frase

    Anche se non si desidera arrivare fino a questo punto di “fanatismo”

    … a meno di non voler scrivere uno dei più grandi racconti di fantascienza, certo.

    Per il resto complimenti, un GRAN bel post.

  73. 1 Gamberetta

    Purtroppo, giusto poche ore prima della pubblicazione di questo articolo, i link di gigapedia per Word Painting sono morti tutti. Il libro può lo stesso essere scaricato qui ma non ho idea ancora per quanto.

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