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Manuali 1 – Descrizioni

In altra sede mi era stato chiesto un articolo che parlasse di manuali di scrittura. È un argomento enorme e dunque ho deciso di suddividerlo per temi.
Ho poi preparato un articolo dove sono elencati i manuali di scrittura presenti su gigapedia (ho messo i manuali che parlano di narrativa in generale e quelli rivolti nello specifico a chi vuole scrivere fantasy/fantascienza, non ci sono i manuali dedicati al thriller o al romanzo rosa o ad altri generi), cercherò di tenerlo aggiornato, ma non garantisco.

Altri articoli nella serie dei Manuali:
• Manuali 2 – Dialoghi.
• Manuali 3 – Mostrare.

Dato che quando parlo di manuali spesso i commenti prendono una piega idiota – “le regole uccidono la creatività!”, “le regole sono fatte per essere infrante!”, “Augusto Pepponi non ha mai seguito le regole, e guardate che capolavori!” – ho già preparato una serie di risposte ai miti più frequenti. Se vi riconoscete nei commenti virgolettati di cui sopra, per piacere leggete. Gli altri possono passare oltre.


Risposte ai Miti

Icona di una stellina Mito: Le regole uccidono la creatività.
Né vero, né falso. Può essere una posizione filosoficamente sostenibile, ma se si parte da questo presupposto, la creatività è già morta e sepolta, ben prima di arrivare ai manuali di scrittura. Dietro un libro ci sono un’infinità di regole: dalle leggi della fisica, alle proprietà di carta e inchiostro, dalle convenzioni tipografiche, fino alle regole dell’ortografia e della sintassi. Una montagna di regole. Difficile credere che la creatività sopporti tutto ciò ma crepi di fronte a una regola di tecnica narrativa.
Viceversa è facile mostrare come le regole stimolino la creatività: se a una persona le si mette davanti un pianoforte e nient’altro, comincerà a battere i tasti a caso, fino a stufarsi poco dopo. Se si aggiunge un corso di musica, lo strumento si trasformerà in un passatempo che divertirà per anni e magari la persona diventerà un compositore.

Icona di una stellina Mito: Le regole sono fatte per essere infrante.
È falso. Ma assumiamo sia vero. Per infrangerle le benedette regole occorre conoscerle. Per superare il limite di velocità bisogna sapere quale sia. A ottanta all’ora puoi essere il ribelle che infrange le regole, oppure puoi essere uno scemo superato da tutti. La differenza è conoscere quale sia il limite su quella strada.
Così, se pure le regole della narrativa sono state ideate per essere stravolte, occorre prima di tutto conoscerle. Dunque bisogna leggere i manuali.

Icona di una stellina Mito: Se tutti seguissero i manuali, i romanzi sarebbero tutti uguali!
È falso. I manuali si occupano del come, non del cosa. Nessun manuale ti dice quali argomenti trattare. Vuoi parlare dei marziani? Delle difficoltà matrimoniali di un tranviere? Di quanto siano belli i tramonti in montagna? Della simpatia dei compagni di scuola? Affari tuoi. I manuali ti dicono solo quale sia il modo più efficace per farlo.
D’altra parte, non mi sembra che siamo pieni di romanzi tutti uguali, nonostante la rigidità delle regole grammaticali. E nell’alfabeto ci sono appena ventisei lettere. Ma così verranno solo parole tutte uguali! Come faremo a esprimerci?
I manuali sono una mappa. Non ti dicono dove andare, ti mostrano solo quali sono le strade per arrivare a destinazione, una volta che l’hai scelta.

Icona di una stellina Mito: I manuali di scrittura non servono, per imparare basta leggere i Classici e i Grandi Romanzi.
È falso. Anzitutto, c’è il problema di decidere quali testi siano i “Classici” o i “Grandi Romanzi”. Ma mettiamo si trovi un accordo e si stabilisca che il tale o il tal altro romanzo è un “Classico”. Leggendolo non si imparerà a scrivere, a meno di non saperlo già fare.
Quando si legge un romanzo, si legge un prodotto rifinito, dietro al quale ci sono magari dieci revisioni dell’autore, due dell’editor, cinque anni di ricerca e documentazione a monte e l’intervento della moglie. Il lettore vede solo la superficie, non si accorge dei meccanismi interni.
Prendiamo che si voglia imparare a costruire automobili imitando le Ferrari. Se non si sa niente di meccanica, si potrà pensare che la caratteristica chiave delle Ferrari è la carrozzeria rossa – non è forse la caratteristica più vistosa? Ma, dipinto un catorcio di rosso, diviene un’auto anche solo lontanamente accostabile a una Ferrari? No.
Per imitare una Ferrari devi guardare sotto il cofano e smontare il motore, ma per farlo, devi già sapere come funziona un motore. Così l’analisi di un “Classico” ha senso solo se già si sa dove guardare. Se già si conoscono i meccanismi e dunque si possono riconoscere i vari ingranaggi.
È un’illusione quella di poter “carpire i segreti” da un “Grande Romanzo”. Non c’è modo di aguzzare la vista senza che qualcuno ti insegni a farlo, indichi dove e cosa guardare, e cosa invece scartare.
Quando qualcuno si vanta di cambiare di continuo il punto di vista – perché lo fa anche l’incommensurabile Augusto Pepponi! – è come il fesso che si vanta di aver dipinto di rosso il catorcio. Eh, bravo, niente da dire, se vuoi fare l’imbianchino hai il futuro assicurato.

500 rossa
Lovecraft riempie i suoi racconti di aggettivi e sono bei racconti. Dunque se anch’io riempio i miei racconti di aggettivi, diventano bei racconti. Le Ferrari sono rosse e sono macchine splendide. Dunque se anch’io dipingo di rosso la mia 500 sfasciata, diventa una macchina splendida

Icona di una stellina Mito: I Grandi Autori non hanno mai letto manuali.
Né vero, né falso. Probabile che ci siano Grandi Autori – Augusto Pepponi su tutti – che non hanno mai letto manuali, ma molti altri non solo li hanno letti, ma li hanno pure scritti, da Louis Stevenson a Stephen King.

Icona di una stellina Mito: I manuali sono noiosi, sembrano i libretti d’istruzioni degli elettrodomestici.
È falso. La narrativa non è matematica. Nessun manuale spiega come montare un romanzo quale fosse un mobile componibile. I manuali danno consigli, offrono alternative motivate, forniscono esempi significativi. Non c’è niente di “asettico” o “forzato”. Lo scopo di un manuale è aiutare l’aspirante scrittore a esprimersi al meglio.
Inoltre i manuali di scrittura sono quasi sempre scritti da scrittori. Il manuale di pesca d’altura sarà stato scritto da un esperto pescatore che forse però non se la cava molto bene con le parole. Il manuale di narrativa è scritto da qualcuno che maneggia le parole per mestiere.
Spesso leggere i manuali è divertente in sé, al di là del possibile insegnamento.

Icona di una stellina Mito: I manuali inglesi funzionano solo se scrivi in inglese.
È falso. La narrativa è su un piano diverso rispetto alla lingua. Le regole della narrativa non cambiano da una lingua all’altra. Si parla di principi generali, non legati all’inglese, al francese o all’italiano. Ogni tanto può capitare qualche consiglio specifico – per esempio quando Stephen King discute del genitivo sassone –, ma sono casi rari. Al 99,9% quello che dicono i manuali inglesi può essere applicato all’italiano senza problemi.

Icona di una stellina Mito: Be’, sarà, io però l’inglese non lo conosco e i manuali non li leggo!
Questo non è un mito. Sei semplicemente tu ignorante come una capra: se non sai l’inglese, imparalo! E comunque qualche manuale discreto si trova anche in italiano.

Icona di una stellina Mito: Leggere i manuali non serve a niente, perché tanto il tuo romanzo non lo pubblicano lo stesso.
È vero. Per essere pubblicati in Italia occorre essere particolarmente fortunati, o scrivere di argomenti che vanno di moda o avere qualcuno che ti raccomandi. La qualità del testo è un fattore secondario. Perciò se l’unico scopo è pubblicare, sì, leggere manuali di scrittura serve a poco o niente.
Ansen Dibell, nel suo di manuale, distingue gli autori in due categorie: quelli che vogliono scrivere e quelli che vogliono aver scritto. I manuali sono dedicati al primo gruppo, a chi ha passione per la scrittura in sé. Quelli che invece desiderano aver scritto sono più interessati all’eventuale guadagno, o al prestigio, o comunque alle conseguenze della scrittura. Per costoro i manuali sono inutili.
Nota: non esprimo alcun giudizio. È altrettanto legittimo sognare di scrivere un bel libro come sognare di pubblicare un libro, bello o brutto che sia.

Descrizioni

Come primo argomento ho scelto le descrizioni. Le fonti primarie sono:

Copertina di Description Description di Monica Wood (Writer’s Digest Books, 1999).
Copertina di Description & Setting Description & Setting: Techniques and Exercises for Crafting a Believable World of People, Places, and Events di Ron Rozelle (Writer’s Digest Books, 2005).
Copertina di Word Painting Word Painting: A Guide to Writing More Descriptively di Rebecca McClanahan (Writer’s Digest Books, 1999).

(per maggiori informazioni riguardo gigapedia, consultate il seguente articolo).

Tengo a precisare che questo articolo è un invito alla lettura. Cercherò di dare consigli sensati e buoni suggerimenti, ma per forza di cose sarò costretta a scartare le eccezioni, i casi particolari, le sfumature. Se l’argomento vi interessa, non fermatevi qui, ma leggete i libri segnalati.

Scopo

Scopo delle descrizioni è creare il contesto nel quale si svolgerà la storia.
In alcuni casi il contesto è addirittura lo scopo stesso di esistenza della storia: per esempio nei racconti di viaggi fantastici, che appunto descrivono mondi esotici, pianeti alieni, strane creature. Ma anche quando il contesto non è la ragione d’essere della storia, è comunque vitale perché il lettore possa seguire gli avvenimenti.
Prendiamo questo dialogo:

«Sei un pazzo, Michele!»
«No, non è vero.»

Senza descrizioni il lettore è sperduto. La scena può essere drammatica o divertente, può avere un significato o il significato opposto, è il contesto che lo determina:

Anna si alza in punta di piedi per sbirciare dentro la cella. Michele è in un angolo. È seduto in mezzo a una pozza di escrementi e urina. Ogni pochi secondi immerge l’indice nella merda e lo usa per tracciare linee sghembe sulla parete. Anna ricostruisce lettere e parole, sull’intonaco è scritto: “LORO STANNO ARRIVANDO”.
«Sei un pazzo, Michele!» esclama.
Lui si volta. Sanguina dalla fronte, si deve essere strappato i punti. «No, non è vero.»

oppure:

Anna alza il viso dal libro di geografia. Michele è in piedi sulla cattedra. Ha recuperato i gessetti colorati del prof di matematica e sta disegnando lettere cubitali, rosse, verdi e blu. La scritta dice: “ABASO LA SQUOLA”.
Anna scuote la testa. «Sei un pazzo, Michele!»
Lui lancia per aria i gessetti e li recupera al volo, come un giocoliere. «No, non è vero.»

Questa è la scoperta dell’acqua calda, ma ribadire concetti giusti non fa mai male.
Dunque, perché il lettore possa capire quello che sta succedendo – possa seguire la storia – è necessario descrivere il contesto. D’oh!

Una buona descrizione

Una buona descrizione è concreta, stimola i sensi, è dinamica e ha significato per la storia.
Questo non perché , questo perché, se si rispettano i precetti di cui sopra, il cervello del lettore riesce a vivere gli avvenimenti; il lettore è perciò coinvolto e non chiude a metà il libro.

Per illustrare il concetto, prendiamo le classiche descrizioni dello scrittore alle prime armi: “Anna è una bella ragazza”, “Michele fa ribrezzo”, “Se c’è una brava persona è Giuseppe”, ecc.
Descrizioni così sono vuote, troppo generiche, non offrono niente alla fantasia del lettore. “Michele fa ribrezzo”: cosa dovrebbe vedere il lettore? Cosa dovrebbe sentire? Annusare? Toccare? Assaporare? È un fotogramma nero nel mezzo del film.
Vediamo di trasformarla in una descrizione decente.

Michele barbone
Michele. L’avevamo già conosciuto mesi fa. Era uno scrittore, prima che la pirateria lo costringesse a vivere sotto i ponti

Innanzi tutto bisogna capire – e lo scrittore lo deve sapere – perché Michele è così rivoltante. Mettiamo che lo sia perché non si lava: “Michele è sporco”. Ma ancora non c’è molta carne per il lettore, non c’è molto in cui affondare i denti.
Spacchettiamo la sporcizia:

Michele ha i denti gialli, il naso sporco di moccio, i capelli unti e pieni di forfora.

Questa è una descrizione concreta. Il lettore vede la sporcizia sul viso di Michele e molto probabilmente proverà un certo ribrezzo a quella vista.
Tuttavia si può far di meglio. Quella di prima è una descrizione statica, come se avessimo fotografato Michele. Ma è raro che ci si metta a fotografare le persone; quando vediamo una persona, di solito si sta facendo gli affari propri, non è in posa per noi. Proviamo a dare un po’ di vita a Michele:

Michele sta digitando un sms sul cellulare. Ma ogni pochi secondi si ferma per scostarsi i capelli unti dagli occhi. O per pulirsi con le dita il moccio che gli cola dal naso. O per spazzolare via la forfora dalle spalline della giacca. Intanto sorride, rivolto allo specchio. Denti gialli gli sorridono di rimando.

Meglio. Michele non è più una fotografia messa tra le pagine, è calato nello scorrere del tempo.
Lo scorrere del tempo è sempre presente, anche quando si stanno osservando luoghi od oggetti: le nuvole corrono in cielo e cambiano la luce, una mosca ti ronza attorno e ti distrae, ti annoi – ma che diavolo ci sto facendo a fissare un sasso da dieci minuti? – e la percezione cambia. Tutto scorre (parola di Eraclito): non esistono due istanti uguali, e se non esistono due istanti uguali nella realtà, così non devono esistere nella narrativa, dato che stiamo provando a essere verosimili.

saputella Angolo della saputella!
Quando è nata l’idea che sia meglio descrivere qualcosa in movimento invece di riprenderlo in modo statico? I furboni risponderanno che è un’americanata dovuta alla diffusione del cinema, in realtà è un consiglio che già dava Aristotele nel libro terzo della Retorica.

Facciamo un ulteriore passo in avanti:

Mi accorgo che Michele è in camera prima ancora di vederlo. Per la puzza dolciastra che arriva fino in corridoio e per quel rumore che fa quando si morde le unghie. Tic. Tic. Tic. Poi con un gorgoglio sputa per terra e passa al dito successivo.
È in piedi davanti allo specchio. Sta digitando un sms sul cellulare, ma ogni pochi secondi si ferma per scostarsi i capelli unti dagli occhi; per pulirsi con le dita il moccio che gli cola dal naso; per spazzolare via la forfora dalle spalline della giacca; per mangiarsi le unghie.
Si gira nella mia direzione. Mi sorride e mette in mostra i denti gialli e cariati. Arretro di un passo: ho ancora vivido il ricordo di quando mi ha sfiorata con le sue mani luride; sono subito corsa in bagno a lavarmi il braccio, per grattare via il ricordo di quel tocco molle e viscido.

Adesso Michele puzza, fa rumore, ed è spregevole al tatto – e per renderlo al meglio ho cambiato punto di vista, passando dal Narratore ad Anna.
Questa è una descrizione decente. Non brillante – non c’è niente di molto ispirato –, ma fornisce tutti gli elementi necessari per comunicare il concetto che “Michele fa ribrezzo”.
Notare che non ho detto quanto Michele sia alto, o che età abbia o come sia vestito (a parte l’accenno della giacca). Questo perché i dettagli di una descrizione devono essere funzionali alla storia. Non ci si deve sperdere, se la ragion d’essere di Michele è il suo suscitare ribrezzo, lì devo puntare.
Naturalmente avrei potuto scegliere particolari diversi: per esempio i vestiti rattoppati e sporchi avrebbero potuto essere inseriti o sostituire altri particolari. O magari se Michele è storpio o grasso o gobbo, sarebbero potuti essere altri dettagli da inserire o sostituire. Non ci sono vincoli, se non l’avere sempre ben presente dove si vuole andare a parare.

A tal riguardo, si pensi a quante volte si legge nei testi dei dilettanti (e non solo): “Anna ha diciotto anni”, “Michele ha ottantanove anni”, ecc.
Ma comunicare l’età, in questa maniera, è brutto e rozzo. Perché è importante per la storia che Anna abbia 18 anni? Se non è importante è inutile scriverlo, e se lo è tanto vale mostrare questa importanza, invece di raccontare in maniera asettica l’età.

«Non mi interessa quello che pensate tu e mamma. Non sto chiedendo il vostro permesso, vi sto solo comunicando che lunedì andrò a Livorno per frequentare l’Accademia.»

Il punto della storia è che Anna, avendo compiuto diciotto anni, può decidere lei di arruolarsi. Tanto vale dunque entrare in argomento senza fare i pedanti.

Accademia Navale di Livorno
Da qualche anno, l’Accademia Navale di Livorno è aperta anche alle donne

Oppure:

Scatta il rosso. L’autobus riapre le porte.
Giuseppe tira la manica di Michele. «Andiamo, nonno! Se corriamo riusciamo a prenderlo!»
«No, no, non ce la faccio.»

Il povero Michele è troppo vecchio e stanco per correre fino alla fermata. Meglio così che non dire che ha ottantanove anni.

Preparare le schede dei personaggi, dove è chiarito aspetto fisico, età, gruppo sanguigno, vestiti preferiti, titolo di studio, biografia e quant’altro, può essere un buon esercizio e in certo tipo di opere con un cast ampio può essere un passo necessario, ma lo schedario deve rimanere dietro le quinte. Le descrizioni pedanti, statiche, piene di dettagli inutili, ammazzano il fluire della storia.
Ciò non vale solo per i personaggi. Anche i luoghi devono essere descritti con gli stessi criteri. Se Michele è una casa, non sarà “brutta”, “vecchia” o “malandata”. Avrà i muri scrostati, gli infissi gonfi di umidità, il soffitto pericolante e mancherà l’acqua corrente. E ancora si dovrà cercare di rendere la scena dinamica: il soffitto non è semplicemente pericolante, quando Anna entra in soggiorno, le cadono i calcinacci in testa. Quando Giuseppe prova ad aprire il rubinetto in bagno, si sporca le dita di ruggine e sente il gorgogliare lontano dell’acqua, ma dal tubo esce solo puzza di marcio.
E ovviamente il fatto che la casa sia una stamberga deve avere importanza per la storia.

saputella Angolo della saputella!
Quando è nata l’idea che un particolare, per quanto ben descritto, debba essere tolto se non partecipa al disegno complessivo? I furboni risponderanno che è un’americanata dovuta alla diffusione del cinema, in realtà è un consiglio che già dava Orazio nell’Ars Poetica.

Infine, non è sbagliato ribadire un particolare più volte, se ha molta importanza. Come dice Flaubert, un oggetto ha bisogno di essere nominato almento tre volte perché il lettore creda che esiste sul serio.

Linguaggio e punto di vista

Dettagli significativi, dinamici e concreti, che stimolino i sensi. Se si riesce a rispettare questi precetti, si è sulla buona strada per scrivere descrizioni efficaci. Bisogna però stare attenti anche ad altro, in particolare al linguaggio in rapporto con il punto di vista.

In generale, più si è precisi meglio è. Scrivere “fiammifero” è meglio di scrivere “legnetto corto e stretto che se lo sfreghi fa fuoco”. Scrivere “automobile” è meglio di scrivere “affare con quattro ruote”. Ed è la ragione per cui occorre documentarsi: se la storia è ambientata prima in un laboratorio dove si producono armi chimiche, poi su un campo da golf, infine nell’abitacolo di un bombardiere, bisogna conoscere la terminologia appropriata nei tre casi, altrimenti le descrizioni risulteranno goffe e fiacche.
Questo vale sempre. Non è neanche questione di narrativa di genere, literary fiction, poesia o saggio: per descrivere in maniera accettabile qualcosa, bisogna conoscerla. Non ci sono scappatoie.
Come recita la regola numero 13 di Twain riguardo la scrittura: “Use the right word, not its second cousin.” Non la parola che si avvicina, non il termine quasi giusto; bisogna usare le parole adatte, i termini corretti.

L’unico limite è il punto di vista. Infatti – a meno che le descrizioni non siano a opera del Narratore, ma per ragioni di verosimiglianza è sconsigliabile usare un Narratore onnisciente in un testo di fantasy/fantascienza – le descrizioni sono sempre dal punto di vista di un personaggio. Se il personaggio è un laureato in biologia userà la terminologia migliore nel laboratorio, ma forse non saprà distinguere le mazze da golf. Viceversa il campione di golf userà la propria esperienza per parlare di Ferro 8 o Legno 3, ma è probabile non saprà dire molto osservando un virus al microscopio.
Mantenere il punto di vista è fondamentale. Si capisce subito quando un personaggio parla con voce non sua e, quando succede, la sospensione dell’incredulità si incrina.
In certi casi, pur di mantenere senza sbavature il punto di vista, si possono trasgredire perfino le regole della grammatica. Nel classico Fiori per Algernon di Daniel Keyes, il protagonista e narratore è un ritardato mentale (così stupido da perdere una gara d’intelligenza con un topo – insomma stupido quasi quanto il tipico autore fantasy italiano): fin quando il nostro eroe non diventerà più furbo, il suo modo di raccontare sarà sgrammaticato e pieno di errori.
Anche se non si desidera arrivare fino a questo punto di “fanatismo”, in ogni caso bisogna aver sempre presente chi descrive.

Copertina di Fiori per Algernon
Copertina dell’edizione italiana di Fiori per Algernon

La prima persona è particolarmente ostica: è difficile scacciare dal romanzo la sensazione di straniamento dovuta al fatto che il protagonista è un medico, uno studente, un’attrice, ma – guarda caso – sembra esprimersi proprio come se fosse uno scrittore.
La prima persona inoltre limita moltissimo quello che può essere descritto, dato che la telecamera è nella testa di un personaggio e non può essere spostata. Si potrà descrivere solo quello che il personaggio vede, sente, annusa, ma nulla di più.
Se oggetti, persone, ambienti sono al di là dei sensi del personaggio, sono inaccessibili.

Questo crea tutta una serie di problemi, il classico è: come si fa a descrivere l’aspetto del personaggio che narra in prima persona?
E non c’è una soluzione semplice, perché non è naturale per una persona meditare in dettaglio sul proprio aspetto – non quando la Terra è stata invasa dai marziani, i vampiri si sono trasferiti in città e gli scienziati hanno riportato in vita i dinosauri. Tuttavia, se proprio si vuole lo stesso descrivere il personaggio, bisognerebbe almeno evitare due cliché ultra abusati: lo specchio e l’ammiratore.
Lo specchio è quando Anna si specchia nella vetrina del negozio, nelle limpide acque del fiume, nello specchietto retrovisore della macchina parcheggiata e naturalmente davanti allo specchio in bagno. Questa scena suona sempre forzata, spesso risulta noiosa; se capita nel mezzo dell’avventura diviene ridicola. No, non è normale che mentre gli zombie battono le strade in cerca di cervelli, Anna all’improvviso si scopra ad ammirare il proprio profilo nella vetrina del negozio di scarpe – o forse sì, magari Anna non ha niente da temere dai morti viventi, avendo la zucca vuota! chikas_pink32.gif
L’ammiratore è quando Anna incontra Simona e Simona comincia: “Ah, se avessi i tuoi splendidi occhi verdi, i tuoi capelli neri e lisci, il tuo fisico slanciato bla bla bla“. Appare subito chiaro che Simona sta recitando un copione obbligata dall’autore, altrimenti non si esprimerebbe mai così.
Se non capita l’occasione per Anna di descriversi in modo che suoni naturale, che abbia senso nel fluire della storia, pazienza. Meglio evitare che aggiungere scene forzate.

Un vantaggio dell’usare un punto di vista ben saldo è il poter essere incisivi. Se per il lettore è chiaro che la telecamera è piazzata nella testa del personaggio, si possono tagliare un sacco di verbi inutili: “Avverto il dolore strisciare dal polso al gomito” diviene il più diretto “Il dolore striscia dal polso al gomito”. “Ho come la sensazione di precipitare in un pozzo nero” diviene “Precipito in un pozzo nero”.

Metafore

Uno strumento che può essere molto efficace per scrivere descrizioni ma di cui è facilissimo abusare è l’utilizzo di similitudini e metafore.

Prima di continuare: la similitudine è quando una cosa è paragonata a un’altra, la metafora è quando una cosa diventa un’altra.

“Michele è un leone”: questa è una metafora.
“Michele è feroce come un leone”: questa è una similitudine.
“Michele ruggisce”: questa è ancora una metafora, la trasformazione in animale è implicita.

Michele
Michele uomo-leone

Lo scopo di usare una metafora o una similitudine è rendere più chiaro il discorso. Non si mettono le metafore per “far colore”, si mettono le metafore perché non c’è un modo diretto migliore per esprimere il concetto che si desidera (o magari il modo esiste, ma non può essere usato dal personaggio punto di vista).

“Il lamento del verme assassino di Venere è come il ruggito di un leone”: questo è un uso corretto della similitudine. Un suono alieno, che forse non può essere descritto, è paragonato a un suono famigliare. Il lettore è a suo agio.
“La folla che esce dal cinema è un fiume in piena”: questa è una metafora accettabile. Il “fiume in piena” è un concetto facile da immaginare, e rende bene il movimento tumultuoso della gente.

Le metafore hanno sempre un prezzo: dato che per loro natura mettono in relazione cose diverse, allontanano il lettore dalla storia. Nel primo caso il lettore è su Venere e d’improvviso spunta un leone: non c’entra un tubo. Nel secondo caso siamo in città, in mezzo ai palazzi, e d’improvviso ecco scorrere le acque di un fiume: non c’entra un tubo.
Bisogna meditare bene se vale la pena introdurre immagini estranee. Non si è più scrittori se si trovano sempre metafore e similitudini, spesso è un sintomo di scarsa proprietà di linguaggio.

Alcuni hanno la bizzarra convinzione che più una similitudine è bislacca, più è Arte:
“Michele barcollava in mezzo alla strada, si muoveva come un furgoncino guidato da un procione con il mal di testa.” Se il testo è comico o il narratore ubriaco, va bene, altrimenti una roba del genere è uno schifo. Una roba del genere non comunica niente riguardo alla storia, comunica solo: “Guarda, mamma! Guarda come sono bravo: ci ho messo il procione! Con il mal di testa! Che guida il furgoncino!” e la risposta dovrebbe essere: “Bravo, Andreino, bravo, ma adesso lavati i denti e corri a letto. Lascia stare la narrativa, ché è cosa per i grandi.”

Non importa quanto una metafora possa sembrare “bella” o “fantasiosa”: se non svolge lo scopo, deve sparire. E spesso la metafora “fantasiosa” deve sparire comunque, perché porta con sé una sfilza di immagini che allontanano troppo il lettore dalla storia.

Meglio una metafora o una similitudine? Le metafore sono più “radicali” – Michele non ha solo il ruggito del leone, è un leone – e dunque hanno maggior impatto. Però bisogna sceglierle con ancora più cura, perché magari il ruggito leonino applicato a Michele funziona bene, la criniera meno.

Ricapitolando

Icona di un gamberetto Per far capire al lettore la storia è necessario descrivere il contesto.

Icona di un gamberetto Stabilito quale sia il contesto che vogliamo, occorre documentarsi.

Icona di un gamberetto Poi si sceglie il personaggio punto di vista, colui che fornirà al lettore la descrizione.

Icona di un gamberetto Durante la descrizione vera e propria bisogna essere concreti, stimolare i sensi e riprendere la scena in movimento.

Icona di un gamberetto Non sempre più particolari si mettono meglio è. Bisogna tenere solo quei particolari significativi per la storia.

Icona di un gamberetto Il linguaggio dev’essere preciso, ma soprattutto deve suonare naturale in bocca al personaggio che descrive.

Icona di un gamberetto Descrizioni particolarmente complesse possono essere aiutate da metafore o similitudini, ma sono figure retoriche da maneggiare con cautela.

E non bisogna scordarsi dei principi alla base di una scrittura decente: evitare le frasi troppo incasinate, gli aggettivi o gli avverbi in sovrannumero, i salti temporali superflui, i cambi di punto di vista ingiustificati, ecc.

Paura del buio

Appurato come dovrebbe essere una buona descrizione, vediamo qualche esempio di descrizioni riuscite male. Avrei da pescare a piene mani dai romanzi già recensiti, ma dato che l’orrore fresco è più spaventoso dell’orrore raffermo, rovisterò in un libro appena uscito. Sto parlando di Buio, pubblicato a inizio mese da Fazi. L’autrice, al suo esordio, è Elena P. Melodia – che almeno ha il buon gusto di non essere una quattordicenne.
Buio è il primo volume nella trilogia (tanto per cambiare…) urban fantasy di My Land; è spacciato al modico prezzo di 18 euro e 50.

Copertina di Buio
Copertina di Buio. Quando non si paga la bolletta…

La trama vede tale Alma, diciassettenne “bellissima, apparentemente sicura di sé, ma fragile e inquieta”(sic), coinvolta in una serie di omicidi, che paiono ispirati ai racconti che la stessa Alma scrive. Per fortuna ha come alleato Morgan “il ragazzo più misterioso e sfuggente della scuola, i cui incredibili occhi viola sanno leggerle nel cuore come nessun altro”(sic).
E già la trama basterebbe a scoraggiare qualunque persona con un quoziente intellettivo di almeno due cifre, ma l’editore ha fatto di più: offre la possibilità di leggere gratis le prime pagine del romanzo. Così anche chi fosse in dubbio può decidere di lasciar perdere. kaos-whiteusagi01.gif
Trovate il PDF con l’incipit di Buio, qui.

A parte la bruttezza generale, vorrei concentrarmi su alcune descrizioni ed evidenziarne i difetti, in base a quanto illustrato in precedenza.

Prima scena: la protagonista sta sognando. Sogna il buio (no comment):

È buio. Cammino, ma non mi muovo. Ho le gambe pesanti come piombo e nella testa mi battono i colpi di passi immobili, che martellano senza sosta, mentre comincio a sentire freddo. Tremo e non ho modo di scaldarmi. Anche le mie braccia sono paralizzate. Mi fanno male, un male che non ho mai provato prima, quasi stessero per staccarsi.
Provo a gridare, ma non ci riesco. Emetto solo un filo di voce roca e stonata, come il suono di uno strumento a fiato rimasto troppo a lungo sott’acqua.

Vediamo qualche punto particolarmente osceno: le braccia “Mi fanno male, un male che non ho mai provato prima, quasi stessero per staccarsi.” Tipica frase vuota: dopo che la protagonista ha abortito un feto alieno, le hanno amputato una gamba, ha passato la notte a mollo nel mar glaciale artico, allora, “un male che non ha mai provato prima” ha un significato. A tre righe dall’inizio del romanzo non significa niente.
“quasi stessero per staccarsi” è un pochino meglio, perché almeno richiama, sebbene in maniera vaga, un’immagine. Ma rimane un passaggio molto fiacco. Devi descrivere un dolore simile all’avere gli arti strapparti dal corpo, non mi sembra che ci siamo molto…
“un filo di voce roca e stonata, come il suono di uno strumento a fiato rimasto troppo a lungo sott’acqua.” Una similitudine o una metafora mettono in rapporto due cose diverse perché il lettore possa avere più facile comprensione. Ora, se dico: “voce roca” penso che non ci siano grossi problemi a sentire quello di cui si parla, ma quanti di voi hanno mai preso uno strumento a fiato, l’hanno lasciato troppo a lungo sott’acqua e infine hanno provato a suonarlo? Nessuno? No, tu lì in fondo non conti.
In altre parole qui c’è una similitudine che rende più difficile la comprensione della frase. Due piccioni con una fava: prima si butta fuori il lettore dall’incubo (improvvisamente il buio è riempito dall’acqua e da uno strumento stonato), e in cambio si ottiene di non fargli capire a quale suono ci si voglia riferire.
E non è finita qui: nelle descrizioni bisogna essere precisi, usare il preciso nome delle cose – la giusta parola, non la seconda cugina. Cosa dovrei immaginarmi a “strumento a fiato”? Una zampogna? Un flauto? Un trombone? Aggravante: la narrazione è in prima persona. Il Narratore onnisciente può usare termini generici per ragioni letterarie, ma un personaggio no. Nessuno immagina uno “strumento a fiato”, una persona immagina appunto una tromba o una cornamusa o qualcos’altro.

Tromba
Una tromba immersa nell’acqua (troppo a lungo?) È proprio l’immagine giusta per calare il lettore in un incubo tenebroso

C’è infine da domandarsi quale personaggio ha il sangue freddo per analizzare la propria voce e metterla in relazione con uno strumento a fiato bagnato, mentre si trova ad affrontare il dolore fisico più intenso della propria vita. Forse basta dire perché sì!!! Perché è fantasy!!! Perché imparare a scrivere è brutto!!!
Tralascio altri dettagli di cattiva scrittura in quelle poche frasi, perché non sono attinenti al problema delle descrizioni.

Andiamo avanti:

È successo di nuovo. Il confine tra sonno e veglia non esiste più, ormai, e gli incubi sono veri, la realtà un inferno. Il sogno diventa realtà. E anche il sogno è un inferno.

Poco da aggiungere. Una sfilza di termini astratti: incubi, realtà, sogno, inferno, ecc. Non c’è niente a cui il povero lettore possa aggrapparsi. Frasi del genere sono letteralmente inchiostro buttato. Non comunicano niente.

Scena immancabile:

Mi guardo allo specchio e il buio si scioglie, a poco a poco. Sono bella, nonostante tutto.
Resto lì, a fissarmi.
Ogni tanto mi capita di pensare come sarebbe la mia vita se fossi brutta, se non avessi gli occhi verdi, che mi piace piantare addosso ai ragazzi per metterli in imbarazzo, o i capelli neri e lisci, lucidi da far invidia a una geisha, o questo corpo che rimane magro, qualunque cosa mangi. Come sarebbe la mia vita?
Sarebbe un unico, colossale, irrimediabile schifo.

Come si diceva, le scene allo specchio nella narrazione in prima persona sono cliché in maniera insopportabile. E per non farci mancare niente l’autrice riprende i canoni di bellezza più scontati: occhi verdi, capelli neri e lisci, corpo sempre magro. Persino Nihal in una scena analoga si era trovata un difettuccio (la poverina aveva gli occhi troppo grandi!), qui invece c’è solo piatta perfezione. Comunque è da apprezzare almeno un tentativo di dare movimento alla descrizione, per esempio gli occhi piantati addosso ai ragazzi.

La protagonista arriva a scuola:

Fuori, il solito gruppetto di ragazzi mi fissa mentre passo nel corridoio affollato del primo piano.

Uhm? C’è un gruppo di ragazzi che la fissa da fuori la scuola mentre lei cammina in corridoio? E perché non entrano? Un gruppo di ragazzi che non sono della scuola tutte le mattine si appostano fuori per spiare lei? E come fanno a seguirla nella loro opera di spionaggio se il corridoio è affollato? Qualcuno ha capito il senso di questa descrizione?

La protagonista arriva in classe:

Le mie amiche invece sono diverse. Ognuna con la propria personalità vincente. Seline, sempre allegra e curiosa, sarebbe capace di vivere una settimana solo facendo shopping. Agatha, taciturna e introversa, è indipendente e determinata. E Naomi, vivace ma equilibrata, è una di quelle che dicono sempre quello che pensano.

Voglio un attimo imitare Naomi: “questa è la descrizione di personaggi più squallida che abbia mai letto in un libro pubblicato da casa editrice non a pagamento”. È una descrizione che fa schifo perché è vuota in modo imbarazzante. Non ci sono immagini, non ci sono suoni, non ci sono sapori, non ci sono sensazioni, non c’è un beneamato niente. Ci sono un mucchio di aggettivi, Agatha ne ha appiccicati addosso addirittura quattro: taciturna, introversa, indipendente e determinata. Ovviamente sono tutti aggettivi astratti, perché guai se il lettore riesce a immaginare qualcosa. Se almeno Agatha fosse stata bassa, grassa, gobba e zoppa, avremmo avuto un qualcosa a cui aggrapparci. Invece niente, dobbiamo aggrapparci all’eterea indipendenza o determinatezza.
Per Seline e Naomi vale altrettanto.
Senza contare che descrivere il carattere dei personaggi è un’idea balorda in sé: quando agiranno, il lettore capirà il loro carattere. Quando scopriremo che Agatha vive già da sola e si prende cura della sorella malata, magari ne dedurremo che è “indipendente” e “determinata”. Quando Naomi si alzerà dal suo posto per mandare a quel paese l’insegnante di matematica, sapremo che è una che dice sempre quello che pensa. Quando Seline si presenterà in classe ubriaca e con i vestiti in disordine, capiremo che è “sempre allegra”.

Amiche di Alma
Seline, Agatha e Naomi. Notare l’aura di vivacità che circonda Naomi e la distingue subito dalle altre

La cosa che fa rabbia non è tanto l’incompetenza della signorina Melodia, dell’editor o di chi altri ha letto prima della pubblicazione, quello che fa rabbia è vedere quanto il lettore sia tenuto in poco conto. Tra le righe della descrizione di cui sopra in verità si legge: “Chi se ne fotte? Tanto ‘sta merda se la devono sorbire delle ragazzine cerebrolese. Povere scemotte che si bevono qualsiasi cosa. Perché impegnarsi?”
Be’, niente da dire, se si vende è sempre tutto ok, no? Ma un mondo così mette addosso tristezza.

Come mette addosso tristezza:

Le aule sono grandi e illuminate da chilometri di luci al neon, come gigantesche stanze di un vecchio ospedale, dove una parola riecheggia con la forza di un urlo e il bianco disarmante dei soffitti ti ricorda il vuoto che hai dentro ogni giorno varcando l’ingresso.

A parte l’inutile complessità della frase, che parte da “Le aule sono grandi” e finisce con il lamento della protagonista per il vuoto dentro, abbiamo il ritorno della similitudine dannosa!
“Le aule sono grandi”: si capisce, o sbaglio?
“illuminate da chilometri di luci al neon”: questa è una prima figura retorica, un’iperbole, forse ci può stare, perché il significato rimane chiaro.
“come gigantesche stanze di un vecchio ospedale”: questa similitudine dovrebbe avere lo scopo di rendere più semplice per il lettore comprendere il significato di “aule grandi con un mucchio di luci al neon”. E invece confonde: perché non è esperienza comune frequentare le stanze (gigantesche) dei vecchi ospedali, e perché nei vecchi ospedali ci sono sale di ogni dimensione e con ogni gradazione di luce.
“[...] il bianco disarmante dei soffitti ti ricorda il vuoto che hai dentro ogni giorno varcando l’ingresso.” Scusate, sono stufa di essere razionale e gentile quando è evidente la presa per i fondelli. “Il bianco disarmante dei soffitti”? “Il vuoto che hai dentro (varcando l’ingresso)”? WTF?
«Ciao, Marco. Che ci fai con quell’arnese in mano?»
«Ciao, Chiara. Eh, nuove disposizioni del Ministero: devo fare il vuoto dentro a tutti gli studenti che varcano il cancello.»

Bonus, lo gnokko:

Approfitto di quella sua esitazione per studiarlo meglio. Non so se dipenda dal fisico slanciato e perfetto o dai capelli biondi da angelo o dagli occhi quasi viola, oppure dalla fossetta che, quando sorride, segna il lato sinistro della bocca, ma il fatto è che Morgan è senza dubbio il ragazzo più interessante che conosco.

Va bene, ma è bello come un dio greco?
Per il resto penso possiate commentare da soli: fotografia statica, con dettagli cliché e solo la vista è stimolata. Non è una descrizione atroce come quella delle compagne di scuola, ma certo sarebbe bello che uno scrittore si sforzasse un attimo di più – tanto per cambiare, eh.

vampiro
Per me Morgan è un vampiro. E in più ha gli occhi viola. Sarà mica un vampiro mezzelfo?

Con questo non voglio dire che Buio sia un brutto romanzo, magari la storia brillante compensa lo stile, io però, lette queste prime pagine, non ho nessuna voglia di proseguire.

Quali manuali leggere

Se volete approfondire, leggete i manuali segnalati. In particolare, quello che ho trovato più interessante è stato Word Painting: A Guide to Writing More Descriptively. È un testo a tratti dispersivo, che non sempre rimane focalizzato sull’argomento, ma le divagazioni mi hanno divertita.

Gli aneddoti che l’autrice inserisce qui e là sono simpatici. Uno su tutti mi ha fatto meditare: l’autrice ricorda quando consegnò all’insegnante di inglese delle medie un poema, nel quale era descritta una signora che rinvasava un geranio. L’insegnante glielo restituì dicendo che doveva essere più creativa, mettere maggior fantasia nello scrivere, per esempio imitare il compagno di banco, che aveva scritto un racconto di fantascienza con gli alieni che uscivano dai fiori.
Mi chiedo in quale scuola italiana, di qualunque ordine o grado, un insegnante non solo preferisce un racconto di fantascienza a una poesia con i gerani, ma addirittura incita il sedicente poeta a essere più fantasioso.
Nota: in realtà Rebecca McClanahan ha continuato a scrivere di gerani & simili, non si è mai convertita al fantastico – l’aneddoto rimane significativo.

Piacevole anche quando, molti anni dopo, la Rebecca, questa volta nel ruolo di insegnante, dimostra la pochezza del suo allievo che non si abbassa a costruire una storia basata su dettagli concreti, perché lui deve pontificare sull’”ansietà dell’essere” o sul “caos della modernità indefinita”. Da noi i gonzi di questo genere, invece di essere bocciati, finiscono a scrivere sulle riviste letterarie.

Inoltre in Word Painting sono trattati molti argomenti che per ragioni di spazio qui non ho potuto affrontare, per esempio l’importanza del suono delle parole in determinate descrizioni. Dunque, lettura consigliata.

Description di Monica Wood non è allo stesso livello. Anche qui ci sono buone cose, ma la Wood non ha il carisma, né la competenza della McClanahan. In particolare gli esempi della Wood sono pessimi: invece di citare da autori più o meno noti, la Wood si è costruita i propri esempi, e non si è impegnata molto. Gli esempi “sbagliati”, da non seguire, sono brutti. Gli esempi “giusti”, da imitare, sono brutti uguale.
Spesso il discorso è confuso: per esempio, quando parla di “mostrare” e “raccontare”, giustamente dice che ci sono momenti dove è meglio “mostrare” e altri dove è più utile “raccontare” – le relative citazioni sono perfino attinenti –, tuttavia si rimane con l’impressione che le due tecniche siano equivalenti. E non è proprio così: le occasioni dove il “raccontare” è più funzionale alla storia rispetto al “mostrare” non sono molte.
Comunque, meglio leggere Description che gnente.

Description & Setting di Ron Rozelle mi è parso monotono e superficiale. All’inizio l’autore proclama che si occuperà sia di narrativa di genere sia di literary fiction, ma quando si arriva alle pagine dedicate ai generi, sono poche, inconcludenti e scritte da qualcuno che non conosce bene la materia. Ho trovato la cosa irritante. Ma forse è un problema mio.
Leggetelo se vi avanza tempo.

Compiti a casa

Per concludere, vi propongo un esercizio. Guardate l’immagine qui sotto:

Ragazza con fucile e coniglio
I giapponesi sono strani

Prendete un punto di vista (qualcuno nascosto nell’ombra, dietro una delle tante finestre o la ragazza seduta o magari i conigli rosa distesi sulle scale) e provate a descrivere la scena. C’è di tutto: una ragazza con i capelli di un colore strano e vestita in maniera bizzarra, armata di un fucile che sembra vero ma è decorato con coniglietti; altri coniglietti (vivi?) abbandonati sui gradini, insieme con delle mele; sullo sfondo un coniglio nero antropomorfo, forse un uomo in costume? E il poster appeso vicino alla galleria, sarà la pubblicità del circo, o è un avviso della polizia per la ricerca di un pericoloso coniglio mannaro, o ancora è la foto di un coniglio scomparso?

Divertitevi!


Approfondimenti:

bandiera EN Description su Amazon.com
bandiera EN Description & Setting su Amazon.com
bandiera EN Word Painting su Amazon.com

bandiera EN Il sito di Monica Wood
bandiera EN Il sito di Ron Rozelle
bandiera EN Il sito di Rebecca McClanahan

bandiera IT Fiori per Algernon su iBS.it
bandiera EN Flowers for Algernon su gigapedia
bandiera IT Buio su iBS.it
bandiera IT Il sito ufficiale della trilogia My Land

bandiera IT Ars Poetica di Orazio su Wikipedia
bandiera IT Retorica di Aristotele su Wikipedia

 

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221 Commenti a “Manuali 1 – Descrizioni”

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  1. 121 mariateresa

    Non so perché mi sei venuta in mente, credo per due motivi. Uno è collegato ai coniglietti (Grumo in particolare^^), un’ altro alla tua indole “battagliera” quando scrivi articoli o parli di libri che non ti sono piaciuti. Niente di personale, ovvio.
    Avrei voluto descrivere di più la ragazza, ma come hai detto tu il punto di vista mi ha molto vincolata. L’ho scelto perché di solito uso la terza persona limitata, alcune volte la focalizzazione interna, ma quella in prima persona non mi ha mai attirato. Invece nell’ultimo periodo ho iniziato un racconto breve e ho voluto sperimentare il narratore in prima persona. Lo trovo più piacevole da usare rispetto al narratore interno o onnisciente, anche se richiede una riduzione all’essenziale delle scene e specie delle descrizioni (almeno così mi è sembrato).

  2. 120 Gamberetta

    @mariateresa. Onestamente non ho capito in che punto hai visto un collegamento con me nel disegno, ma lasciamo stare.
    La punteggiatura a tratti è bislacca (hai messo diversi due punti, dopo la fine delle frasi), e c’è qualche refuso evitale (per esempio: “in contro” bisogna scriverlo tutto attaccato, mentre “infondo” bisogna scriverlo staccato).
    La scelta di prendere come punto di vista la ragazza in prima persona rende difficile una sua descrizione: alcuni particolari li hai messi, e tutto sommato li hai inseriti naturalmente, altri mancano, ma pazienza, direi che ci può stare.
    Bene il Coniglio nero e i coniglietti di stoffa. Alcuni passaggi non rendono benissimo (per esempio: perché qualcuno dovrebbe “carezzare” un fucile per abitudine o timore? Al massimo avrà l’abitudine di imbracciarlo al minimo pericolo), ma nel complesso è una buona descrizione.

  3. 119 mariateresa

    Il Coniglio Mannaro

    Passi pesanti rimbombano per la piazza ricoperta di mele marce. Mi scosto una ciocca azzurra dagli occhi, fissando il ponte deserto. Accarezzo la canna del mio Kalashnikov, più per abitudine che per timore, e attendo immobile. A mano a mano che si avvicinano, i passi mi suonano sempre più familiari. Ecco, lo vedo: è mio fratello. Mi viene in contro, la folta pelliccia nera che lo ricopre piegata dal vento. Le orecchie, costrette da un laccio di cuoio, ricadono flosce sulla faccia pelosa e paffuta. L’istinto di sparargli è forte, ma mi trattengo. Anche se è un Coniglio Mannaro, rimane comunque mio fratello.
    Mi si avvicina con un balzo, emettendo un lieve gemito. Non mi ci vuole molto per vedere la coda mozzata e la scia di sangue che lo segue. Gli occhi piccoli e vacui sono umidi di lacrime. Ultimo segno della sua umanità ormai perduta, forse l’unico motivo che mi trattiene dal provare ribrezzo nel guardarlo.
    Sospiro e scuoto la testa, raddrizzando il cilindro nero in bilico sulla chioma. :
    “Fammi indovinare” dico “hai tentato di nuovo di farti ammazzare, eh?”. Non risponde, non ha neanche il coraggio di guardarmi in faccia. Imbraccio il fucile, carico e premo il grilletto, colpendo la mela marcia accanto ai suoi piedi. Lui fa un salto e grida, cadendo all’indietro. Lo guardo soddisfatta, almeno ora ho la sua attenzione. :
    “La cosa che mi fa davvero incazzare, è che non fai mai sul serio” continuo ” se proprio vuoi morire, cazzo fallo come si deve!”. Ho colto nel segno, lo sguardo languido lo conferma. :
    “Non voglio lasciarti” farfuglia “sei l’unica cosa che mi è rimasta”
    “Dici sempre così” sbotto “ma ogni volta ti ritrovo in lacrime dopo l’ennesima fuga dai Cacciatori. Qual è questa, la trentanovesima?”
    “Quarantesima” precisa lui “ma se torni a casa non li provoco più”.
    Rido, mentre il braccio scatta verso uno di quei dannati coniglietti mannari rosa che saltella vicino al mio gradino. Lo acchiappo sul dorso e lo stringo, conficcandogli le unghie di 5 cm nella carne. Godo dei suoi squittii di dolore, del modo in cui digrigna gli incisivi affilati, lottando per mordermi. Mio fratello scatta verso di me, mi da una zampata alla mano e prende in bocca il coniglietto grondante di sangue. Sono furiosa, un vulcano che sta per esplodere. :
    “CHE CAZZO CREDI DI FARE?!>> gli urlo scattando all’in piedi. Il vento mi solleva la gonnellina di pizzo nero, ma non me ne frega più di tanto. :
    “DAMMI SUBITO QUEL CONIGLIO, IDIOTA!”.
    Mi fissa, lo sguardo fragile, il coniglietto protetto dalle sue zampe. Mi sono sempre chiesta come faccia ad amare delle bestie che gli hanno rovinato la vita, che lo hanno trasformato in un essere mostruoso. Non dovrei sorprendermi più di tanto, infondo lo conosco. Incapace di odiare e uccidere. Non è fatto per un mondo così bastardo.
    Muovo alcuni passi verso di lui, faccio un gran respiro per calmarli, poi con la mano gli gratto la testa. :
    “Questo è l’ultimo coniglio della giornata, fratellino” gli sussurro nel modo più gentile possibile “se me lo lasci ammazzare, il mio compito è finito e possiamo tornare a casa”
    “No” mi risponde, facendo un saltello all’indietro “non è giusto, Gamberetta. Loro non hanno colpa. Sono così, è la loro natura. Non puoi ammazzarli per questo”
    “Bubba, non costringermi a spararti” lo avverto, caricando il Kalashnikov ” l’ultima cosa che voglio è farti del male. Dammi il coniglio e facciamola finita, così torniamo a casa. Non è questo che vuoi?”
    “Non ti credo!” mi grida “Lo so che poi torni a cacciare! Ammazzami pure, voglio morire! Sono mesi che provo a farmi ammazzare dai Cacciatori!”
    “Merda Bubba, perché devi rendere tutto così difficile?! Molla il coniglio e andiamocene, prima che inizi la Ronda! Vuoi farmi litigare con gli altri, eh? Guarda che poi se decidono di farti fuori veramente, non posso proteggerti!”
    “Non me ne importa. Io non mi muovo!”
    “Allora dì addio alle zampe!”.
    Prendo la mira e punto a terra, giusto per mettergli paura. L’ultima cosa che voglio è fargli del male. Il colpo parte, rapido e preciso. Lo schizzo di sangue mi investe, bruciandomi gli occhi spalancati. Mio fratello giace riverso al suolo, un buco enorme sul petto, i frammenti di cuore e membra galleggiano nella pozza di sangue.
    Forse ho sbagliato a mirare, forse si è spostato. Quale che sia la versione vera, nessuna mi consola. Credo che alla fine, come tutti i Cacciatori, sceglierò la seconda. Sì, voglio pensare che sia andata in questo modo, che io non abbia alcuna colpa. Non riesco a disperarmi, sento il vuoto dentro di me, una fredda rassegnazione. Ho ucciso troppo per potermi pentire.

    ps: mi è venuto in mente questo. Spero non te la prendi, Gamberetta, se ti ho immaginata così^^. Non ho nulla contro di te, ben inteso!
    Anche se sono andata un po’ fuori tema, mi sono divertita lo stesso. Un esercizio molto stimolante che, spero, potrà servirmi anche in futuro

  4. 118 Mauro

    Il Duca Carronan

    Se avessi ritenuto l’uso della lineetta (questa volta uso il termine corretto: la lineetta non è il trattino) qualcosa di completamente alieno e distruttivo, non l’avrei suggerito.
    Non sono completamente sprovveduto

    Non ho mai detto né che l’uso della lineetta sia completamente alieno e distruttivo, né che tu reputi una cosa simile, né che tu sia uno sprovveduto; se ti ho dato questa impressione, ti chiederei di indicarmi dove sembrerei implicarlo (chiedo seriamente: gli equivoci possono capitare, e mi interessa capire perché nel caso specifico è nato).
    Ho semplicemente esposto un dubbio, dovuto, come detto al fatto che tu hai scritto «per interrompere un discorso va usato “?” per una interruzione brusca» (enfasi mia); “va usato” sembra indicare che sia norma nota e accettata, mentre in Italiano non è così (che io sappia), da cui la mia domanda. Poi hai precisato in “può andare usato”, cosa che mi trova più d’accordo.

    Per quanto riguarda le convenzioni tipografiche: anche qui, mai detto che ce ne sia una univoca universalmente accettata, e so benissimo che in diversi casi si oscilla tra diverse forme. Ho solo detto che, per quanto riguarda la mia esperienza, non ricordo di aver mai visto quella convenzione in un testo in Italiano.

    “Casa di Foglie” (un caso così strambo di romanzo che penso lo conoscano tutti)

    Non conosco, segno in lettura.

    cosa che non è vietata in italiano ed è un “caso per caso” accettabile…

    Da quanto hai detto, il manuale dice un’altra cosa: “Lo stesso Manuale dice, in caso di lineette usate diversamente in inglese e tedesco rispetto che nell’italiano, di valutare caso per caso se sostituirle con i due punti o i tre puntini”.
    Ti riferivi a qualcos’altro?
    Nel mentre, sono riuscito a dare una veloce scorsa alla Grammatica di Serianni, che non cita quell’uso della lineetta; spero di avere più tempo a breve per consultare meglio quel testo e altri.

  5. 117 Dexter

    grazie gamberetta, prendo nota e ti faccio i complimenti per il magnifico blog e le superbe recensioni! (anche se ne ho lette solo qualcuna ho potuto constatare che hai una grande lucidità mentale, come per le stroncature della troisi)

  6. 116 Gamberetta

    @Dexter. Non male l’idea di rendere tutti i particolari senzienti. Nel complesso mi è piaciuto, molto surreale, trasmette bene l’atmosfera dell’immagine.
    C’è qualche errore qui e là, per esempio puoi tagliare i puntini di sospensione, “in torno” è tutto attaccato, espressioni come “[...] nel chinarsi il cilindro sfidò non poco le leggi della gravità.” hanno senso solo se una persona ha già visto l’immagine. Insomma c’è bisogno di una revisione, ma rimane una buona descrizione della ragazza e della situazione.

    @mariateresa.

    Posso partecipare anche io con un raccontino?

    Certo. Ma lo scopo dell’esercizio è descrivere l’immagine, se vuoi scriverci attorno un racconto va bene, ma è un di più, quello che ci deve essere è una descrizione – più precisa e concreta possibile – della situazione rappresentata nel disegno.

  7. 115 mariateresa

    @ Gamberetta: seguo questa discussione da un po’, mi piace molto^^
    Anche se sono andata via dal blog da tempo, mi piace l’idea che hai proposto. Posso partecipare anche io con un raccontino?

  8. 114 Il Duca Carraronan

    @Mauro

    Se avessi ritenuto l’uso della lineetta (questa volta uso il termine corretto: la lineetta non è il trattino) qualcosa di completamente alieno e distruttivo, non l’avrei suggerito.

    Non sono completamente sprovveduto, ho studiato anche io testi come “Manuale di Redazione” a cura della Edigeo, altrimenti non mi sarei messo a parlare di queste cose. ^__^

    Il ruolo ambivalente dei puntini di sospensione (che, per precisione, non sono tre puntini, ma un solo simbolo a forma di tre puntini, come indicato a pagina 99 del manuale) è, appunto, ambivalente: interruzione brusca e interruzione NON-brusca sono due concetti diversi. Riassumerli in un solo segno non è ingegneristicamente corretto e performante. Gettare confusione involontaria nella mente del lettore non dovrebbe essere l’obbiettivo della trasmissione corretta delle informazioni. ^__^

    Lo stesso Manuale dice, in caso di lineette usate diversamente in inglese e tedesco rispetto che nell’italiano, di valutare caso per caso se sostituirle con i due punti o i tre puntini.
    Caso per caso.

    Per quanto mi riguarda in questo caso la questione è scegliere il male minore.
    Forse quell’uso della lineetta non è molto comune in Italia, ma in cambio abbiamo testi dove non si capisce se ci sia una interruzione brusca o una sfumatura dolce fino a quando non abbiamo superato il testo in sé.
    Questa è inefficienza.
    Ed essere inefficienti non è un buon motivo per evitare l’uso di un segno che non distrugge alla radice la lingua e non stupra l’italiano in modo osceno, anzi, si integra perfettamente. Il lettore interpreta correttamente il testo, anzi lo legge meglio, quindi qual è il problema?

    Lo stesso concetto di pagina come unità fissa diventerà probabilmente obsoleto in un mondo di libri digitali e di ipertesti in cui conta la flessibilità del testo e la sua leggibilità su lettori di varie dimensioni.
    Come già accade per chi ha un lettore e-ink.

    O per qualunque testo sul web non suddiviso in pagine tradizionali.
    Ma forse sono troppo Futurista e futurista (in senso tradizionale e nel senso di proiettato verso l’editoria basata sul digitale e sul rapporto diretto produttore-cliente, e non sulle convenzioni predilette al momento dalle aziende di settore).
    O magari ho solo troppo a cuore l’efficienza nella trasmissione del significato desiderato e il diritto del lettore di essere servito in modo adeguato. ^__^

    E noi navighiamo verso il futuro, non verso il passato. Si parla con sempre maggior convinzione di pareggio Ebook-Carta per il 2018. Lo crede il 50% degli esperti di settore intervenuti a Francoforte.

    Per quanto riguarda la cosiddette convenzione tipografiche, tipo quelle dei dialoghi, voglio ricordare che la punteggiatura con l’uso dei caporali nei casi reali (ovvero nei libri) è molto variabile. Me ne ero accorto cercando per un amico il corretto uso della punteggiatura coi caporali (segnalandogli quanto detto da Franco Forte a riguardo) e lui, giustamente, mi ha fatto notare che altri non facevano così.
    Effettivamente era vero: non c’era una prassi unica.

    Se molti iniziassero a usare la lineetta, questa prima o poi si imporrebbe come convenzione. D’altronde, siamo onesti, se un autore di successo nel futuro mondo dell’editoria digitale indipendente dovesse usarla in uno sfogo di creatività a scapito di convenzioni inefficienti e datate, cosa potrebbe accadergli? Gli sparano? Gli mandano i carabinieri a casa? Lo pugnalano in mezzo alla strada? Gli stuprano il cane? ^__^
    I Futuristi hanno fatto di peggio. E nessuno glielo ha impedito, anzi, li hanno pure pubblicati. E non avevano la prospettiva della rivoluzione degli ebook.

    Ma forse io ragiono troppo web-oriented e lettore-oriented (o, come direbbero i futuristi, disprezzo i vincoli e le catene del passatismo a favore della comunicazione).

    Riguardo la composizione che mette in crisi la pagina classica si può parlare di “Casa di Foglie” (un caso così strambo di romanzo che penso lo conoscano tutti): la sua bizzarria non ha impedito che venisse stampato in Italia. ^__^

    E il testo bicolore de “La storia infinita”, rosso e verde? Nessun editore sano di mente accetterebbe un testo simile. Eppure, caso strano, lo hanno stampato. E va stampato così (come fecero Corbaccio e Longanesi) e non tutto in nero come fecero nella versione TEADUE.

    Per il resto, concludendo, il DATO DI FATTO è che i tre puntini sono inefficienti e lo sono perché sono AMBIGUI. Questa è la realtà in quanto tale, unica base possibile per un qualsiasi discorso.
    La questione di conseguenza si riduce a: è meglio risolvere il problema rischiando di usare una lineetta (cosa che non è vietata in italiano ed è un “caso per caso” accettabile… in più si è già visto che gli editori spesso sul dettaglio più lieve come la punteggiatura coi caporali se ne sbattono già loro e si inventano la “convenzione” libro per libro) o fregarsene del problema e di conseguenza del rispetto mostrato nei confronti del lettore? ^__^

  9. 113 Mauro

    Il Duca Carronan

    Nei manuali inglesi l’ho trovato più volte. È un uso piuttosto standardizzato e comune [...]
    Nei libri di autori italiani, effettivamente, pure io così sul momento non ricordo l’uso del “—” per le interruzioni. Forse l’ho letto in un manuale italiano, ma non sono sicuro

    Che in Inglese si usi lo so, il dubbio era proprio sull’Italiano, perché le due lingue hanno convenzioni tipografiche diverse (e l’uso del trattino rientrano in queste diversità).

    come hai fatto notare, nei libri in italiano tradotti dall’inglese già si trova, qualche volta. Ne consegue che l’uso del trattino non impedisce il funzionamento della lingua italiana quindi chi vuole può usarlo

    Con “libri inglesi” intendevo in lingua originale, dove però è naturale che sia usato; personalmente non ricordo d’averlo visto usare in libri tradotti.
    Comunque, ognuno è libero di scegliere cosa usare; il dubbio era sul «per interrompere un discorso va usato “?” per una interruzione brusca», visto che non mi risultava essere parte delle convenzioni italiane.
    Sull’uso dei puntini, cerco di approfondire stasera.

    italiano o inglese, quando si parla di come fare narrativa si applica la settima FAQ del box in cima all’articolo

    Concordo fino a un certo punto: che i manuali inglesi non servano solo per scrivere in inglese è vero; questo però non significa che tutto ciò che viene detto in tali manuali sia applicabile a ogni lingua, in quanto ognuna ha convenzioni (tipografiche, ma non solo) diverse. Ci sono tecniche (mostrare, narrare, ecc.), convenzioni tipografiche (trattini, virgolette, ecc.), e altro.

  10. 112 Mariano

    @Gamberetta

    Grazie mille per la valutazione. Seguirò i tuoi consigli. Non avevo mai pensato a questa cosa delle virgolette e dei trattini. In effetti risparmio un mucchio di tempo.
    Devo stare più attento nella prima persona e nella scelta dei verbi, è vero.
    :D

  11. 111 Il Duca Carraronan

    Nei manuali inglesi l’ho trovato più volte. È un uso piuttosto standardizzato e comune, ma l’applicazione è più limitata rispetto ai “…” e infatti anche quando l’autore distingue l’interruzione brusca da quella sfumata, i “—” rimangono in minoranza.

    Un libro che usa spesso l’interruzione brusca con il “—” è Dialogue – Technique and exercises for crafting effective dialogue di Gloria Kempton.

    Non mi ricordo se prima spiega l’uso del “—” o se lo considera così assodato nel bagaglio minimo di uno scrittore da usarlo direttamente e aspettarsi che tutti lo conoscano. Cosa che effettivamente, a prima vista, è banalmente ovvio: chiunque di fronte al “—” e al contesto percepisce una interruzione diversa da quella dei “…” usati correttamente.

    Due esempi tra le decine possibili presi dal libro:

    “Do you think—”
    “No, of course not,” Earl quickly said. “I didn’t know anything about it. How could I have been there?”

    She took a deep breath. “I want to know what’s going on,” she said as calmly as she could. “I am wanted for murder. The newspaper—”
    “No, we are wanted for murder.” He’d put the frozen packages back into the freezer and was now looking in the cupboards. “You know how to make pancakes?”

    Nei libri di autori italiani, effettivamente, pure io così sul momento non ricordo l’uso del “—” per le interruzioni. Forse l’ho letto in un manuale italiano, ma non sono sicuro. Boh.

    Ricordo invece chiaramente l’uso scorretto dei “…” che è molto comune.

    Considera che:
    1. il lettore legge le parole in sequenza, una dopo l’altra, quindi non può sapere il Dopo, ma solo il Prima rispetto al Dopo (ovvero l’Ora, ciò che sta leggendo, le esatte parole) e ne consegue che percepisce il tono della battuta mentre la legge e non dopo averla letta (motivo per cui si dice che un buon dialogo esplicita il tono nelle battute e nel contesto, senza dover dichiarare dopo cose come “disse con rabbia” o simili);
    2. il lettore di default percepisce i “…” come una interruzioni sfumata perché è l’uso più comune e a cui è stato addestrato ad abituarsi trovandolo regolarmente nei romanzi.

    Ne consegue che quando il lettore legge:

    Carlo accese la pipa. “Non credo che una ragazzina come te dovrebbe andare a una festa simile…”

    Legge una frase che si smorza delicatamente, finendo senza la drasticità del punto, in modo più dolce… più cauto.
    Il problema è che questa interpretazione ovvia e naturale dell’ovvio e naturale ruolo dei “…” poi si sconta con una brusca interruzione, allora il lettore viene scosso dall’incoerenza insita nella affermazioni del testo rispetto al tono percepito.

    Carlo accese la pipa. “Non credo che una ragazzina come te dovrebbe andare a una festa simile…”
    “Ho quindici anni! Sono una donna ormai!” gli urlò contro Licia.

    Meglio allora evitare uan inutile confusione ne lettore scegliendo un segno diverso che non confonda il lettore. Se non l’aveva mai visto si abituerà dopo la prima volta. In ogni caso eviterà la confusione.

    Carlo accese la pipa. “Non credo che una ragazzina come te dovrebbe andare a una festa simile—”
    “Ho quindici anni! Sono una donna ormai!” gli urlò contro Licia.

    Comunque, come hai fatto notare, nei libri in italiano tradotti dall’inglese già si trova, qualche volta. Ne consegue che l’uso del trattino non impedisce il funzionamento della lingua italiana quindi chi vuole può usarlo.
    Nessuno è obbligato, è solo un perfezionismo ulteriore. Nessuno è obbligato neppure a togliere i “penso”, “vedo” ecc…, sono scelte. E anche questo mi risulta che lo dicano solo pochi manuali in inglese (non tutti si concentrano su dettagli così lievi) e non quelli italiani. ^__^

    Del resto, italiano o inglese, quando si parla di come fare narrativa si applica la settima FAQ del box in cima all’articolo.

  12. 110 Mauro

    Il Duca Carraronan :

    per interrompere un discorso va usato “?” per una interruzione brusca (tipo colpo di mazza da baseball che manda KO nel mezzo di una frase) e “…” per una frase che lentamente rallenta e si abbassa di tono sfumando nel silenzio

    L’ho visto usato qualche volta, ma a memoria più (se non solo) nei libri inglesi e nei fumetti americani; in Italiano però non ricordo d’aver mai visto indicato quell’uso. Hai riferimenti?

  13. 109 Il Duca Carraronan

    @Artemis
    Felice di esserti stato utile, damigella. ^__^

    Se ti interessano gli articoli dedicati ai manuali di scrittura ne ho scritti un paio contro le persone “che non apprezzano i manuali e le regolette”. Li trovi nella categoria “scrittura” su Baionette Librarie (quello nel link e quello su Isaac Babel).
    E se ti piace lo Steampunk (ti piace, vero? ^_^) negli ultimi mesi ho messo qualche articolo a tema e continuerò a metterne in futuro. L’ultimo è su Lord Cockswain, che trovo demente in modo esaltante.

  14. 108 Artemis

    Oddio, non avevo visto la seconda risposta!
    Grazie anche a te, Duca^^
    Che dire, farò tesoro dei vostri consigli, anche perché è da tempo che nessuno mi fa critiche serie sul mio modo di scrivere (specie quando si tratta del campo in cui riesco meglio, la narrativa) né ho occasione d’imparare i “trucchi del mestiere” se non desumendoli dai libri che leggo o frequentando il blog di Gamberetta, che mi è molto utile.
    Grazie ancora!

  15. 107 Artemis

    @ Gamberetta

    Grazie per i preziosi consigli, specie la nota topografica, questo mi è molto utile.
    Per quanto riguarda gli avverbi hai ragione xD tutti quelli che mi conoscono sanno quanto io ami gli avverbi che finiscono in “-mente” e li uso anche nel parlato, a tutto spiano! Quindi devo starci doppiamente (!) attenta, dato che fanno parte del mio modo di esprimermi^^

  16. 106 Il Duca Carraronan

    @Artemis
    Come sottolineato da Gamberetta, la prima parte è da tagliare.

    Ti do lo stesso un paio di suggerimenti sulle prime frasi, anche se sono da togliere e basta, per farti vedere come alleggerire il testo levando le parole inutili.

    Qui la frase può essere alleggerita e ricostruita.

    Da:
    Lui, ossia il Servo, distoglie lo sguardo e credo proprio di sapere il perché: una volta, al ristorante, mi ha rivelato che quando lo faccio sembro un coniglietto e suscito un’incredibile tenerezza.

    A:
    Il Servo distoglie lo sguardo: una volta, al ristorante, mi ha rivelato che quando arriccio il naso sembro un tenero coniglietto.

    Qui si può semplicemente togliere una parola inutile: è ovvio che i record ai videogiochi si fanno giocano.

    Da:
    Come odio quando si mette a parlare dei suoi record giocando ai videogiochi

    A:
    Come odio quando si mette a parlare dei suoi record ai videogiochi

    Passando alla parte successiva…

    Da:
    Mi mordicchio un labbro, incuriosita mio malgrado.

    A:
    Mi mordicchio un labbro, incuriosita.

    Evita anche i possessivi inutili, come “suo”, “mia”, ecc… che si trovano spesso nelle (sempre pessime) traduzioni italiane di romanzi inglesi in cui nemmeno un “his” o “her” viene saltato…

    Esempio:

    Da:
    Guardo il suo cappellino e faccio però una smorfia: quello non lo metterei mai, mi sentirei ridicola.

    A:
    Guardo il cappellino e faccio una smorfia: quello non lo metterei mai, mi sentirei ridicola.

    È ovvio che è il “suo” cappellino, non devi specificarlo: nessuno penserà che la protagonista si sia messa di punto in bianco a guardare il cilindro di un ciccione steampunk di passaggio. ^__^
    Ho tolto anche il “però” perché era inutile.

    Alcune frasi complicate vanno rifatte del tutto, spezzandole in frasi più brevi, come consigliano Isaac Babel e tanti altri autori.

    Da:
    Mi affaccio meglio alla finestra, rischiando di cadere giù perché, come dice la mamma, la testa è più pesante del corpo, più per me che peso 43 kg che per lei che è sovrappeso, e noto un’ombra nera passare.

    A:
    Mi sporgo dalla finestra per guardare meglio. La mamma dice sempre che rischio di cadere fuori perché ho la testa più pesante del resto del corpo. Non è colpa mia se peso 43 kg. Lei invece non ha problemi, culona com’è.

    (E poi prosegui col coniglio nero, tagliando la riflessione sullo spaventarsi guardandosi allo specchio che fa molto “coniglietto isterico”)

    Anche descrivere troppo le azioni non serve: lo sgranare gli occhi denota automaticamente stupore (in particolare qui, date le premesse) e non è necessario dire che si è voltata “di scatto”: aumentare il numero delle parole diluisce l’azione, quindi paradossalmente l’effetto velocizzante del tuo “di scatto” è annullato dall’aumento di parole lette. Effetto annullato, ma parole in eccesso rimaste e, come si dice in narrativa, “quel che non aggiunge sottrae” quindi meglio levarle.

    Da:
    - Ne dubito, padroncina, perché seduto sugli scalini non c’è nessuno.
    Mi ci vuole un po’ per recepire le sue parole.
    Poi sgrano gli occhi per lo stupore e mi volto di scatto:
    - Io non ho mai detto che era seduta sugli…

    A:
    - Ne dubito, padroncina, perché seduto sugli scalini non c’è nessuno.
    Mi ci vuole un po’ per capire davvero le sue parole.
    Sgrano gli occhi e mi volto.
    - Io non ho mai detto che era seduta sugli?

    Ho messo “?” al posto di “…” per indicare un’altra cosa: per interrompere un discorso va usato “?” per una interruzione brusca (tipo colpo di mazza da baseball che manda KO nel mezzo di una frase) e “…” per una frase che lentamente rallenta e si abbassa di tono sfumando nel silenzio (uno che mentre parla si gira e scopre che nel garage dell’amico non c’è una moto, ma un Golem Tecnomagico guidato da una ragazzina coi capelli verdi in lingerie sexy).

    Scegli tu il più adatto in base all’effetto che vuoi comunicare. ^___^

  17. 105 Gamberetta

    @Gemini. Prima devi essere sicuro che sia una buona idea: di solito, quando la gente si picchia sul serio, cerca l’efficienza nei movimenti più che le acrobazie. Poi devi tenere conto del punto di vista, di chi descrive il combattimento: se il tale personaggio non è un esperto di arti marziali, per forza sarà vago.

    Comunque, supponiamo che il punto di vista sia di qualcuno che se ne intende e abbiano senso per la storia i combattimenti acrobatici. Secondo me devi trovare la maniera di descrivere prima.
    Non so, magari mostrando i tizi che si allenano, a quel punto puoi descrivere il colpo della Tartaruga Pigra senza che sembri strano. Oppure quando il protagonista sfodera Salmonella – celebre spada magica – il pubblico sa già com’è fatta perché l’hai descritta prima, quando il nostro eroe l’ha comprata da un rigattiere.
    Colpi, armi, armature, qualunque altro particolare tecnico rilevante: trova il modo di spiegare prima al lettore come sono, così nel duello vero e proprio puoi usare termini precisi senza rallentare il ritmo dell’azione.

    Infine puoi decidere di infischiartene del lettore generico. Nel senso: a me sembra sempre una buona idea che una storia possa essere apprezzata da tutti e credo che uno scrittore debba avere questo obiettivo, ma nessuno ti vieta di dire: “sto scrivendo il romanzo per gli appassionati di arti marziali, e gli altri se non capiscono problemi loro” – a questo punto puoi essere tecnico e preciso come vuoi senza bisogno di spiegazioni.

    @Artemis. Nota tipografica: è attuale convenzione editoriale togliere la ‘d’ quando la vocale che segue è diversa. Cioè: “e andare”, “a uccidere”, “o anche” e non “ed andare”, “ad uccidere”, “od anche”. Ovviamente se la vocale è uguale si mantiene la ‘d’: “ad andare”.

    La prima parte, fino a quando la protagonista si affaccia alla finestra, la puoi tagliare. È un po’ confusa e non aggiunge niente alla descrizione.
    La descrizione della ragazza è buona, molto precisa la descrizione dei vestiti.

    Alcuni punti hanno bisogno di editing, per esempio:
    “Mi mordicchio un labbro, incuriosita mio malgrado. Quasi quasi scendo e le chiedo dove li ha presi, quei vestiti, ma forse neanche è italiana e quindi sarebbe inutile sentirmi rispondere in giapponese o in inglese, che capisco abbastanza bene, di andare in un certo negozio di Londra o Osaka.
    La parte evidenziata è di troppo, appesantisce inutilmente la frase.

    Oppure:
    “Finalmente distolgo il mio sguardo dai suoi vestiti e mi accorgo che non c’è nessuno lì attorno, che la guardi stranito.
    Perché, incredibilmente, la strada è del tutto deserta.”
    Togli gli avverbi e gli aggettivi inutili: “Distolgo lo sguardo dai suoi vestiti e mi accorgo che non c’è nessuno lì attorno che la guardi stranito: la strada è deserta.”

  18. 104 Dexter

    Improvviso qualcosa, basandomi sul tono surreale e vagamente nonsense che mi trasmette l’immagine in questione

    Il piano procedeva come previsto, era riuscito ad infiltrarsi nella città grazie alla pozione rimpicciolente datagli dal coniglio verde, ben nascosto in una scatola di caramelle mou.
    “Accidenti come si sta stretti in questa scatola!”, pensò il coniglio bianco dimenandosi tra le zuccherose delizie che lo circondavano, “un po’ di aria mi farebbe bene!”
    Sollevò il coperchio di cartone quel tanto che bastava per poter respirare l’aria esterna. Guardandosi in torno capì di trovarsi nella piazza centrale della città, la casa del coniglio rosso doveva essere da quelle parti…
    Conigli neri camminavano noncuranti delle leggi della fisica, entravano dentro i muri e scalavano le pareti con disinvoltura, non prestando attenzione a niente e nessuno.
    “Maledetti conigli neri!” pensò il coniglio bianco rodendo dalla rabbia.
    Un rumore alla sua destra attirò la sua attenzione, una mela rossa era caduta accanto a quella che sembrava essere una borsa a tracolla, guardò meglio e notò un paio di gambe slanciate coperte da un curioso paio di reggicalze rosa: uno molto lungo e stretto da un fiocco nero sulla coscia, l’altro corto al disotto delle ginocchia e adornato con un orpello dorato.
    “Ops, che sbadata!” disse la ragazza dalle strane gambe, chinandosi a raccogliere la mela. Aveva lunghi capelli verdi con un piccolo cilindro nero adornato da un fiocco rosa, nel chinarsi il cilindro sfidò non poco le leggi della gravità.
    “Se mi sfuggi al primo morso allora cominciamo proprio male” disse la ragazza prendendo la mela, un corpetto nero con ricami rossi lasciava intravedere l’incarnato roseo dei seni, dove trovava posto una piccola collana dorata.
    La ragazza alzò la mela al cielo come per esaminarla, dita sottili uscivano da un guanto nero, mentre nell’altro braccio teneva solo un polsino di tela.
    “Che modo curioso di vestire…” mormorò il coniglio, “Non sarò espertissimo di moda, ma potrei giurare che quei vestiti sono quantomeno bizzarri!”
    La ragazza pulì la mela con la piccola gonna dorata e ne staccò un altro morso, al che la mela gemette e volò via, andando a finire sotto le scale, il coniglio non aveva mai sentito una mela lamentarsi in quel modo…
    “Piccola sgualdrina, io ti avevo avvertito!” disse la ragazza con voce furente, prese in mano un lungo fucile che non aveva di certo buone intenzioni, nonostante il bollino del coniglio rosa suggerisse il contrario, e lo puntò sulla mela con aria minacciosa.
    “No, ti prego!” fece la mela sbiancando “Farò quello che vuoi, mi farò mangiare, m-m-mi farò intortare se vuoi, sono persino disposta a farmi cremare!”
    “Avete sentito?” disse la ragazza guardando un coniglio rosa steso su un gradino
    “Svegliati!” disse un coniglio all’interno della borsa “Svegliati o se la prenderà con noi!”
    Il coniglio rosa rinvenne e guardò disorientato la ragazza, “Mi ero distratto un attimo” si scusò
    La ragazza emise un urlo talmente isterico che il cilindro volò via un attimo spaventato.
    “Chi devo mangiare tra voi due?” disse spostando nervosamente lo sguardo tra il coniglio e la mela.
    Il coniglio rosa prese a sudare copiosamente, si sistemò il papion azzurro e disse in tono serio “Non credo che mangiare troppi conigli rosa faccia bene alla salute…”
    “E chi se ne importa? Sai benissimo che non saluto mai nessuno!” rispose la ragazza con aria di sfida.
    Il coniglio ormai in preda a svariati tic nervosi si guardò intorno, “Oh guarda!” disse allegro, “Proprio lì c’è un pacco di caramelle, perché non mangi quelle?”
    La ragazza si voltò e guardò la scatola di caramelle, il coniglio bianco sbiancò sfidando la propria natura, “E ora che faccio?” pensò.

  19. 103 Artemis

    Oh, finalmente un compito per casa che mi chiede qualcosa d’interessante! E dire che mi sono iscritta al classico nella speranza di fare proprio cose come queste, ma mi sono ritrovata a scrivere saggi brevi, che sembrano articoli di Donna Moderna o, quando sono fortunata, di Focus.
    *w*
    Le porto il mio compito!

    - Ti devo proprio far vedere gli screenshot perché ad un certo punto sono riuscito a far volare la motocicletta sopra il tetto, credo che fosse un bug, ogni volta che nel mio gdr guardano il video mi fanno i complimenti e…
    Come odio quando si mette a parlare dei suoi record giocando ai videogiochi! Provo una fitta di rabbia che mi fa ribollire lo stomaco e storcere il naso: io ho solo un paio di giochi e non ho mai tempo per divertirmi.
    Lui, ossia il Servo, distoglie lo sguardo e credo proprio di sapere il perché: una volta, al ristorante, mi ha rivelato che quando lo faccio sembro un coniglietto e suscito un’incredibile tenerezza.
    Io, un coniglietto?! Le sue parole avevano avuto l’effetto di farmi arricciare nuovamente il naso per il fastidio, rendendomi ridicola.
    Mi alzo dal letto, infastidita dalle pieghe che aveva preso il discorso ed il lenzuolo, dato che non ho mai imparato a stirarlo decentemente sul materasso, e vado alla finestra, senza neanche far finta di ascoltare le farneticazioni di quell’essere inopportuno ed irritante. Perché i miei genitori fanno entrare i pazzi in casa?! Vogliamo parlare di quella volta che il mio caro papino mi ha presentato un suo amichetto che mi ha urlato “tu non sai nulla di arte!”, come se il definirsi artisti fosse solo una scusa per urlare a povere piccole fanciulle indifese come me?
    Pensieri oziosi, sto solo tentando di non ascoltare il Servo.
    Sospiro teatralmente, come mi ha insegnato il mio professore di recitazione. Il suo pensiero mi strappa un sorriso timido che fortunatamente non viene visto da lui, dato che gli do deliberatamente le spalle. Apro la finestra e mi affaccio, perché l’aria fresca di ottobre mi faccia defluire il rossore dal viso. Getto uno sguardo dabbasso, come se volessi accertarmi che quella buffa ringhiera che circonda il mio condominio ci sia ancora. Secondo me la decorazione rappresenta una fila di mandarini, con due foglie attaccate ancora al gambo. Il Servo invece è convinto che si tratti di una fila di teste di coniglio, con le orecchie però troppo piccole. è proprio fissato coi conigli!
    Ma stavolta il mio sguardo non si sofferma sulla ringhiera perché viene attirato da un’altra cosa. Come una macchia di colore. Guardo meglio e mi rendo conto che è la creatura più eccentrica e bella che abbia mai avuto l’ardire di venirmi a strappare il titolo di “fricchettona otaku dell’anno”.
    Sento del peso sullo stomaco e un pizzicorino sulla lingua, che credevo non avrei provato più da quando ho finito le elementari, circa sei o sette anni fa.
    Invidia!
    Non sono i suoi capelli a turbarmi, del resto io mi sono fatta le punte dello stesso colore, ma come diamine è vestita? Mi mordicchio un labbro, incuriosita mio malgrado. Quasi quasi scendo e le chiedo dove li ha presi, quei vestiti, ma forse neanche è italiana e quindi sarebbe inutile sentirmi rispondere in giapponese o in inglese, che capisco abbastanza bene, di andare in un certo negozio di Londra o Osaka.
    è seduta sui gradini, tutta tranquilla, come se fosse di casa. Si guarda attorno e noto di sfuggita che ha gli occhi rossi, non nel senso che ha la congiuntivite, intendo proprio l’iride. Forse è un’albina coi capelli tinti di verde (o blu smeraldo, come li definisce la mia parrucchiera).
    Ha delle scarpe fantastiche, un modello gothic lolita con una lieve zeppa, nere a rifiniture rosse, una gonna cortissima con inserto di pizzo ed un bustino nero legato con lacci come camosciati. Un collarino nero e rosso, abbinato ad un guantino, e calze spaiate, una che le arriva a metà coscia. Guardo il suo cappellino e faccio però una smorfia: quello non lo metterei mai, mi sentirei ridicola. Mi accorgo con un fremito che la cosa che tiene in mano, oblunga, non è un bastone od un ombrello nero richiuso, ma un fucile color verde scuro. Ma chi è quella ragazzina? Qui mica siamo in America, non può girare con un fucile in mano! Finalmente distolgo il mio sguardo dai suoi vestiti e mi accorgo che non c’è nessuno lì attorno, che la guardi stranito.
    Perché, incredibilmente, la strada è del tutto deserta.
    Mi accorgo che ha sparso tutt’intorno i suoi oggetti: una borsa rossa, una sorta di floscio coniglio rosa di peluche ed una mela rossa con il segno di un piccolo morso.
    Mi affaccio meglio alla finestra, rischiando di cadere giù perché, come dice la mamma, la testa è più pesante del corpo, più per me che peso 43 kg che per lei che è sovrappeso, e noto un’ombra nera passare.
    Mi raggelo, come quando vedo un clown, oppure il mio riflesso su uno specchio, cosa di cui ho il terrore.
    è una sorta di coniglio antropomorfo, nero, che cammina su due zampe, alto. Si muove a scatti, come caricato a molla, e pare instabile sulle gambe.
    - Cosa c’è, padroncina?- la voce del Servo mi fa sobbalzare e tiro una zuccata contro l’infisso. Per un attimo vedo tutto nero e mi porto le mani sulla testa, sperando di non sentirla colare di sangue caldo.
    Batto gli occhi lacrimanti ed il mondo riprende lentamente colore.
    Il coniglio è ancora lì, ed anche la strana ragazza, che ora mi fissa con fare comicamente imbronciato.
    - Secondo te- azzardo io – quella ragazza ha comprato i suoi vestiti su Ebay?
    Non vedo la sua faccia, perché sto ancora fissando gli occhi rossi di quella stupenda creatura, che mi fa ricordare la mia bisessualità per un po’ di tempo a quella parte dimenticata.
    - Ne dubito, padroncina, perché seduto sugli scalini non c’è nessuno.
    Mi ci vuole un po’ per recepire le sue parole.
    Poi sgrano gli occhi per lo stupore e mi volto di scatto:
    - Io non ho mai detto che era seduta sugli…
    La figura sgraziata del mio servo si fa confusa, liquida, mobile, mutante, ma non faccio a tempo a seguire la sua trasformazione né a finire la frase: mi preme un panno dall’odore acre sul naso e…

  20. 102 Merphit Kydillis

    @ Gemini: Potrebbe esserti d’aiuto La Trilogia di Magdeburg – La Furia di Alan D. Altieri…
    Mostra spoiler ▼

    Spero di essere stato di una qualche utilità.

  21. 101 Gemini - Araldo dell'AnfisbenA

    Salve Gamberetta.
    questo sito è molto bello.
    volevo chiederti se potevi aggiungere un vademecum sulle descrizioni dei combattimenti, perchè mi trovo in difficoltà:
    come dovrei descrivere un combattimento molto rapido, acrobatico e complesso (arti marziali acrobatiche o scherma giapponese) ?
    se mi mantenessi più sul vago, rischierei di non far capire nulla al lettore per via dei movimenti complessi;
    se descrivessi con più cura i movimenti, vista la loro complessità, rischierei di rallentare troppo la scena, vista la sua rapidità.

    allora come dovrei fare ?

    ti ringrazio in anticipo per un’eventuale risposta.

    ciao

  22. 100 Gamberetta

    @Luiz. Per i manuali in italiano puoi provare questi: uno e due. Inoltre hanno da poco tradotto How to Write a Damn Good Novel di James N. Frey, vedi qui. Però non so se valga la pena a 22 euro per 180 pagine, tra l’altro bisogna anche vedere se l’hanno tradotto decentemente.

    @Mariano. Nota tipografia: se usi le virgolette per i dialoghi, be’, bastano quelle, non c’è bisogno di aggiungere un trattino.
    Come detto per altre descrizioni, se sei in prima persona non c’è bisogno di specificare che vedi, osservi, decidi, per esempio: “Decido che il reggicalze è abbastanza carino, così anche tutto il resto degli accessori.” diventa: “Il reggicalze è abbastanza carino, così anche tutto il resto degli accessori”, accessori che però forse avresti dovuto descrivere. ^_^
    Il riferimento alla mela nel dialogo è un po’ forzato, ma apprezzo il tentativo di mettercela.

  23. 99 Mariano

    Ecco i miei compiti! Ora posso andare a giocare?

    “Che hai da guardare?”
    Alla mia domanda la coniglietta si volta.
    “Non ti stavo guardando, infatti!” – replica seccata dal mio atteggiamento.
    “Adesso lo stai facendo!” – le dico. Intanto il mio sguardo indugia per qualche secondo sul suo corpetto nero e sulla minigonna. Decido che il reggicalze è abbastanza carino, così anche tutto il resto degli accessori.
    “Sei tu che stai guardando me…” – ora la sua voce sembra essere diventata stranamente suadente.
    Osservo i suoi capelli tinti di un verde acqua, sormontati da una piccola tuba, dalla quale scende un nastro rosa. Il colore del nastro fa pendant con l’orsacchiotto buttato in terra e lo stemma del coniglio sul mitra.
    “Ti è caduta una mela!”
    “La vuoi?” – mi sorride lei.
    “No, mangiala te. Mi fa schifo raccoglierla da terra.” – rispondo scuotendo la testa in segno di diniego.
    “Tu quindi devi essere…- comincio a cercare il suo nome sulla lista che porto con me- la numero…?” – la guardo.
    “La numero 12”
    Scorro gli occhi sulla lista. Al numero 12 c’è il nome di Sara Bunny.
    “Curioso che tu abbia questo cognome.”
    “Già l’ho pensato anch’io appena ho visto l’accessorio del mitra…”
    “E lo penserai ancora di più non appena vedrai il tuo partner.”
    “Chi è?”
    “Il tizio vestito da coniglio, laggiù…”
    “Ah”- fa lei gettandogli una rapida occhiata. “Uno vale l’altro.”
    “Bè, mica tanto…Il mondo del porno è molto selettivo, ragazza. Ti aspettiamo sul set. Hai cinque minuti, sbrigati”
    “Sissignore…” – la sento biascicare alle mie spalle.

  24. 98 Luiz

    Inanzi tutto, grazie per il bellissimo articolo, esaustivo come sempre. Tuttavia non posso (ancora) leggere i manuali da te consigliati, non conoscendo abbastanza l ‘inglese. A questo proposito, quali sono i manuali decenti a cui fai riferimento all’inizio dell’articolo? Mentre studio l’inglese non mi va di restare fermo a rigirarmi i pollici. Ciao!

  25. 97 francy

    uh uh, grazie anche a te Gamberetta. Non mi era proprio venuta in mente quella dei particolari diversi!^_^ Che bello avere tante persone che mi aiutano *si asciuga una lacrimuccia, commossa*

  26. 96 Gamberetta

    @francy. Dipende dal punto di vista: se chi parla sa già che sono gemelli è probabile che si concentri sui particolari che li distinguono (che possono essere i vestiti, come il modo di comportarsi o di parlare), se invece il personaggio non sa che sono gemelli, ci può stare una descrizione di entrambi, in fondo colpisce vedere due persone quasi identiche.

  27. 95 francy

    @Diego In realtà non ho scritto un testo con dei gemelli, è che ultimamente sono fissata con i gemelli (in particolare con Jasper e Debitto di D Gray Man e Hikaru e Kaoru di Host Club…ma sto divagando) e mi era venuta questa curiosità. La descrizione di cui parlavo era la classica descrizione da tema di scuola, perchè in un contesto più articolato penso sia più facile descrivere, no? comunque mi sa che hai ragione, forse fare la descrizione “a due” non è poi tanto male… mi sa che sono io che trovo problemi dove non ce ne sono!^_^ Grazie per avermi aiutata, a volte mi è molto utile avere il parere di qualcun’ altro oltre ai miei neuroni, mi aiuta ad avere una risposta, se non risolutiva, almeno un po’ più chiara di tutti i miei ragionamenti strambi, eh eh eh XD

  28. 94 Ste

    @Mauro.
    Ciao.
    E’ vero l’idea delle mutazioni è sempre allettante :O)
    Comunque ti dò due brevi (per non andare OT) note.
    Un virus non modifica il DNA in modo radicale ma aggiunge solo pochissimi geni utili solo alla propria replicazione
    Un virus è troppo piccolo per portare una quantità di materiale genetico tale da indurre pesanti modifiche in un organismo.
    MA sapendo questi dati ci si può lavorare sopra e superarli (coinfezioni di più virus), in un certo senso forzarli senza andare contro le leggi/regole della natura

  29. 93 Mauro

    Esistono entrambi: sebbene “familiare” sia preferibile, “famigliare” è una forma accettata (per l’esattezza, “familiare” deriva dal latino familia, mentre “famigliare” dall’italiano “famiglia”).
    “Ché” è troncamento di “perché”.

  30. 92 SiGnOrA OsCuRa

    Ma sei un angelo! arigato gozaimasu!! cercherò di apprendere il più possibile ^^ una cosa, famiGliare non credo esista e nemmeno ché con l’accento ^^ ehhhhhh adesso ho l’occhio attento ^^ ciaociao, finisco di leggere domani, anche perché dopo non mi sveglio. E poi venerdi è il grande giorno: il tizio della fumetteria mi ha ordinato i primi tre numeri di claymore *.* (Teresssssssssssssssaaaaaaaaaa! Però forse è meglio Irene, oppure Priscilla sclerotica, nono la più figona e Galatea su questo non ci piove e nemmeno ci tuona u.u) e poi vado a prendere il nuovo gatto (e siamo a tre!) Ma perché mi metto a raccontare della mia vita? Lo so che sono pazza ma non credevo fino a questo punto

  31. 91 Diego

    @ francy. Penso che per avere una risposta un minimo precisa dovresti chiarire meglio il contesto (meglio ancora rendere disponibile quello che hai scritto, se hai già scritto qualcosa, sul testo si lavora meglio che per aria). Non credo che esista una descrizione migliore a priori, dipende sempre da ‘dove’ ‘come’ ‘quando’ e ‘perché’ ti serve la descrizione. Premesso questo, se si tratta di due gemelli identici non vedo una buona ragione per ripetersi descrivendone prima uno e poi l’altro. Basta specificare che sono gemelli e descriverli insieme, no? Un esempio stupido: ‘Nella stanza c’erano due gemelli. Capelli corvini, occhi come due gemme cerulee striate di zaffiro’ L’info che sono gemelli non mi sembra ridondante, posto che sia necessaria e che si accordi con le conoscenze del narratore.

  32. 90 Il Duca Carraronan

    PS: Si ringrazia il Duca per la pontificazione sui fucili. Intendendomi io di fucili come una lumaca senza arti, ho preso per buona la sigla, e ci ho aggiunto un bel “modificato”. Cosi’ se il fucile non stacca le teste, quello modificato si!
    Non sono geniale?

    Geniale, sì.
    Un bel G3A3 con proiettili esplosivo-incendiari di alta qualità, canna rifatta di precisione da un minuto d’angolo a cento metri, grilletto tarato sull’utente ecc…

    Quanto sbaverei se i nuovi HK417, nelle tre configurazionie 12-16-20 pollici, facessero tornare in auge il 7,62×51 come calibro da fucile per la fanteria…

  33. 89 francy

    vorrei chiedere delle delucidazioni su un dubbio che ho ultimamente. non è un dubbio amletico, anzi è piuttosto stupido a pensarci, ma… qual è il modo migliore per descrivere due gemelli omozigoti? Sì sì, ridete pure voi laggiù, ma io intanto non sono ancora arrivata ad una conclusione! Perchè descriverli entrambi mi sembra ridondante, visto che sono identici, ma descrivere prima l’uno e poi dire che l’altro in quanto suo gemello è uguale fa sembrare meno importante il gemello n 2, no? Si potrebbe ricorrere ad una descrizione del tipo: Marco e Mattia sono gemelli, hanno i capelli neri e gli occhi dorati e la stessa forma appuntita del viso, ma a questo punto a me sembra ugualmente ridondante chiarire che sono gemelli, ma se non dico che sono gemelli potrebbero essere dei semplici sosia. un modo per descriverli penso sarebbe fare una cosa del genere: “bella giornata” disse Marco, scostandosi i capelli neri dal viso “eh già” rispose Mattia, guardando il fratello gemello con i suoi grandi occhi dorati. così al lettore viene automatico immaginare che i gemelli abbiano entrambi occhi dorati e capelli neri, visto che sono uguali. però con questo metodo la descrizione fisica non può scendere più di tanto nei particolari, altrimenti suonerebbe un po’ forzata, almeno a mio parere. quindi… AIUTOOOOO!!!@.@ questo dilemma mi sta facendo impazzire!
    PS i compiti a casa sono tutti stupendi! spero che ne arrivino di altri e sempre più fantasiosi! Penso che se voi frequentatori assidui della barca di gamberi iniziaste a scrivere un libro alzereste di molto il livello medio del fantasy italiano! Il mio preferito, nonostante siano tutti fantastici, rimane quello di Clio. il fucile è un grande, mi sta troppo simpatico ^_^

  34. 88 Rotolina

    Yep, rieccomi!
    Eh, effettivamente il dialogo è una pessima scelta per descrivere, mi sa. Ma mi è venuto così un po’ di getto, tra l’altro con una tastiera americana, e mi rendo conto ora che ho saltato una sostituzione degli accenti ^_^’
    Sul “Mi servono i dettagli, lo sai!”, non posso che darti ragione.

    – “L’uomo imprecò sonoramente”. Meglio scrivere direttamente l’imprecazione.

    Du-dhum… Si, effettivamente si. E’ che in testa me la immaginavo confusa e non chiaramente comprensibile. Ma allora non era sonoramente! Giusto.

    Il resto, pienamente d’accordo. Già rileggendolo ora limerei via un po’ di roba.

    Bella iniziativa comunque :D

  35. 87 Mauro

    Gamberetta:

    È come se tu vedi uno che prende a manganellate un altro: chiami la polizia. Ma se è la polizia a picchiare non c’è niente da fare. Quando dici che un tizio a) picchia, b) è della polizia, il lettore ne deduce che ha l’autorità per farlo

    Non necessariamente: nella realtà, ci sono poliziotti che hanno malmenato persone senza averne l’autorità, e sono stati condannati. Il fatto che un membro del Governo faccia una cosa non significa necessariamente che ne abbia l’autorità, o che sia intoccabile: esiste l’abuso di potere.
    Se io dico che al G8 qualcuno a) ha picchiato e b) era della polizia, significa che ne aveva l’autorità e che è intoccabile?
    Da quella scena, non sono quindi convinto che si possa capire l’intoccabilità della ragazza (magari verrà denunciata, processata e condannata; chissà); per capirlo, servirebbero altre cose (magari, prima viene in qualche modo introdotto che alcune figure governative sono intoccabili). Ma per come è scritto la scena in sé non mi pare assolutamente chiara.

    Ste

    Un rapidississimo esempio: tutte quelle trame basate sul tal animale geneticamente modificato che infetta le persone che a loro volta mutano… bhè e assurdo. Sia perchè una mutazione è trasmissibile solo per riproduzione, sia perchè il genoma di un animale è diverso da quello umano

    Credo dipenda anche se il libro viene presentato come realistico o no; personalmente, non avrei problemi a dare una possibilità a una cosa simile.
    Del resto, mi pare esistano virus in grado di moficare il DNA; quindi perché non accettare che un animale sia modificato in modo da poter trasmettere simili virus?

  36. 86 Gamberetta

    @Arha. Non mi offendo, anzi mi fa piacere. Visto che non sei la prima a chiedermelo credo che mi organizzerò in tal senso.

    @Rotolina. La ragazza è abbastanza ben descritta, forse avrebbe giovato qualche particolare in più, ma capisco che fosse difficile inserirlo in questo tipo di dialogo (e già il “Mi servono i dettagli, lo sai!” non suona del tutto naturale).
    C’è poi qualche ingenuità:
    – “L’uomo imprecò sonoramente”. Meglio scrivere direttamente l’imprecazione.
    – “[...] mentre Ravasciuttolo si avvicinava all’angolo della strada, sporgendosi a guardare.” Meglio evitare il gerundio, anche perché c’è una chiara distinzione di tempi: prima si avvicina, poi si sporge.
    – “Come vuoi che sia?” l’irritazione era palese “Come le altre! Una ragazzetta in corpetto gonnellino e calzettoni! E quel fottuto fucile anticarro in mano!” Se l’irritazione è palese è inutile che lo scrivi! ^_^ Magari non è del tutto palese, però basta che aggiungi un intercalare: “Come cazzo vuoi che sia? Come le altre! ecc.” e ora mi sembra palese a sufficienza.

    @Mick. A me non pare orribile, ed è italiano corretto, dunque non vedo perché dovrei cambiarlo.

  37. 85 giovanni

    Complimenti per l’articolo: utile, documentato e piacevole da leggere. Ti sarà costato molta fatica. Un giorno troverò il tempo di scrivere qualcosa di simile su argomenti legati all’informatica. Non faccio l’esercizio perchè non conosco il nome esatto di tutti quegli indumenti femminili.

  38. 84 Mick

    “Insieme con” è orribile, per favore cambialo!

  39. 83 Ste

    Ciao.
    Concordo pienamente sul fatto che per poter parlare di un argomento e, volendo, stravolgerlo bisogna per prima cosa consocerlo.
    Un rapidississimo esempio: tutte quelle trame basate sul tal animale geneticamente modificato che infetta le persone che a loro volta mutano… bhè e assurdo. Sia perchè una mutazione è trasmissibile solo per riproduzione, sia perchè il genoma di un animale è diverso da quello umano.
    Quindi se uno non conosce la genetica, almeno nelle sue basi, come può scrivere qualcosa che si basa sulla genetica?
    Ma purtroppo spesso si pensa che chi legge non ne sa nulla è, come spesso scrivi, un povero rincitrullito che si beve qualsiasi cosa gli si proponga senza porsi domande.
    Un saluto
    Stefano

  40. 82 Rotolina

    L’articolo e’ fantastico.
    Adoro i manuali, e sono una frana con l’inglese, ma non mi metto a are la lagna e filo a provare a leggerli. Al massimo abbandono e torno a quelli italiani. Oppure torno qua :P

    Pero’ non ho resistito, ho fatto i compiti anche io!
    Tha-dhan!

    L’uomo imprecò sonoramente, e con una mano guantata si colpì il ventre con un ceffone. L’auricolare che aveva sotto il cappuccio crepitò.
    “Ravasciuttolo, tutto bene?”
    “Tutto bene un cazzo! Questo dannato costume da coniglio e’ pieno di pulci!”
    “Balle, è stato disinfestato dopo l’ultima missione, quindi muoviti, non sei ancora in posizione”
    La risposta si perse in un grugnito irato, mentre Ravasciuttolo si avvicinava all’angolo della strada, sporge dosi a guardare.
    Ed eccola là una Bunnie.
    “Ce n’è una” comunico’ all’auricolare.
    “Com’è?”
    “Come vuoi che sia?” l’irritazione era palese “Come le altre! Una ragazzetta in corpetto gonnellino e calzettoni! E quel fottuto fucile anticarro in mano!”
    “Non fare l’idiota! Capelli? Colore degli abiti? Accessori? Mi servono i dettagli, lo sai!”
    Ravasciuttolo represse una rispostaccia, sibilando tra i denti serrati. Poi riprese a parlare, con tono più calmo e professionale.
    “Capelli verde chiaro, lunghi, ha una tuba in testa. Il corpetto è’ nero-rosso, la gonna arancione e i calzettoni rosa. Come stemma sul fucile ha un coniglietto rosa”
    “Merda”
    L’imprecazione nell’auricolare arrivò ovattata, ma comunque chiara.
    “Merda? Che diamine vuole dire merda, eh? Cazzo vuol-“
    “Ehi ehi amico, stai cal-“
    “NON SONO TUO AMICO!”
    L’urlo fece sollevare il capo alla Bunnie poco lontana e Ravasciuttolo si affrettò a ritirarsi oltre l’angolo, nonostante il costume.
    La voce all’auricolare riprese a parlare.
    “Ascoltami bene ragazzo. Quella è Rosie Bunnie, non la peggiore di tutte, ma comunque una dannatissima brutta bestia. Il fucile che si porta appresso è un G3A3 modificato, può staccarti la testa dal collo senza troppi problemi. Quindi ora taci e ascolti il piano, ok?”
    Ravasciuttolo si limitò a rispondere con un “ok” appena mormorato, prima di ascoltare le successive istruzioni.
    E più le ascoltava, più cresceva la certezza che fare l’Infiltrato al Quartiere Coniglio era stata un’idea decisamente idiota.

    PS: Si ringrazia il Duca per la pontificazione sui fucili. Intendendomi io di fucili come una lumaca senza arti, ho preso per buona la sigla, e ci ho aggiunto un bel “modificato”. Cosi’ se il fucile non stacca le teste, quello modificato si!
    Non sono geniale?

  41. 81 cafeine

    @ Gnappetta:

    Grazie mille! Fa niente per l’errore!
    :)
    E’ stato un esercizio divertente. Non sembra malaccio neanche a me. Appena ho un attimo leggo il tuo! :D

  42. 80 Arha

    Gamberetta hai un conto paypal?
    Questo articolo vorrei pagartelo, se non ti scoccia.
    Io lavoro, ho poco tempo per leggere, pochissimo per scrivere, zero per leggere manuali in inglese.
    Se non fosse per questo sito la sera non potrei leggere nulla di altrettanto interessante, istruttivo e divertente, dal mio iphone, mezza svenuta sul letto.
    Spero di non offenderti….una ventina di euro a me non cambiano nulla e tu magari ci rimedi un paio di gelati, ma mi farebbe veramente piacere ricompensarti in qualche modo per il lavoro che fai.

  43. 79 Fea

    @Gamberetta

    Grazie dei consigli. Si, in effetti quelle parti potevano essere dedotte senza doverle ribadire…c’è sempre il dubbio di non essere stati chiari, ma imporre il punto di vista dell’autore è brutto.

  44. 78 gnappetta

    in effetti… :)

    edit: cafeine non caffeine, sorry

  45. 77 Vincent Law

    Non sono ancora sicura di cosa parlerà il prossimo articolo della serie. I due argomenti più probabili sono o come si costruisce la trama oppure i dialoghi. Ma se ne riparla a novembre: un articolo di questo tipo al mese è sufficiente.

    Capisco, grazie per aver risposto a me e Maudh

  46. 76 Gamberetta

    @Mauro. Non c’è solo quello: prima l’Operatrice ha ucciso una bambina.
    È come se tu vedi uno che prende a manganellate un altro: chiami la polizia. Ma se è la polizia a picchiare non c’è niente da fare. Quando dici che un tizio a) picchia, b) è della polizia, il lettore ne deduce che ha l’autorità per farlo.
    Certo non deduce le parole esatte, ma ha importanza?
    Se la frase originaria fosse stata “Immune a qualsiasi legge in base al decreto 722 del 3 gennaio” è ovvio che non ci sarebbe stato modo di farlo desumere, ma ha importanza?
    E anche avesse importanza, siamo sicuri che il personaggio, in quel momento, pensa a quello?
    Dettagli concreti, visibili, palpabili. Su quello ci si deve concentrare. Il coniglio sul fucile lo è. Dire che è simbolo del Governo lo è già meno. Andare oltre significa far perdere intensità alla descrizione.

  47. 75 Mauro

    Gamberetta:

    rappresentava l’insindacabile autorità della ragazza che gli stava davanti. Immune a qualsiasi legge, intoccabile per chiunque; gli unici obbiettivi l’eliminazione dei dissidenti: questo era un’Operatrice.”
    La parte evidenziata è superflua: se tu dici che il simbolo rappresenta per l’Operatrice una “sicurezza” e in più è l’emblema ufficiale del Governo (G maiuscola), il lettore intuisce da solo il resto. Così si risparmia inchiostro e si risparmiano ragionamenti che evidentemente sono dell’autore e non del personaggio

    Dal fatto che ci sia il simbolo del Governo e che le dia sicurezza però il lettore non necessariamente (anzi) può capire che la ragazza è “immune a qualsiasi legge, intoccabile per chiunque”; stesso discorso per gli obiettivi. Più che superflui, non sono al massimo inseriti male?

  48. 74 lisse

    grazie gamberetta.
    l’inizio effettivamente suona debole anche a me. Ci rifletterò un po’ su.

  49. 73 Gamberetta

    @Fea. La descrizione della ragazza è buona, ma è vero che soffri di inforigurgito. Come in altri casi, ho l’impressione che tu cerchi di “giustificarti” quando non c’è bisogno. Il pubblico non è scemo, e sa trarre le sue conclusioni.
    Per esempio: “Sul calcio dell’arma, poggiato a terra, era ben visibile la ragione della sua sicurezza [...] un marchio, un coniglio rosa stilizzato [...] Simbolo ufficiale del Governo, rappresentava l’insindacabile autorità della ragazza che gli stava davanti. Immune a qualsiasi legge, intoccabile per chiunque; gli unici obbiettivi l’eliminazione dei dissidenti: questo era un’Operatrice.
    La parte evidenziata è superflua: se tu dici che il simbolo rappresenta per l’Operatrice una “sicurezza” e in più è l’emblema ufficiale del Governo (G maiuscola), il lettore intuisce da solo il resto. Così si risparmia inchiostro e si risparmiano ragionamenti che evidentemente sono dell’autore e non del personaggio.
    Oppure: “La droga che prendevano, e che dava quel caratteristico colore rosso ai loro occhi, le rendeva veloci, resistenti alla fatica e immuni al dolore.” è bruttino. Se dici solo, non so, “La droga faceva brillare di rosso gli occhi dell’Operatrice”, il lettore da solo proverà a intuire perché un’Operatrice si droga e probabilmente arriverà alle stesse conclusioni senza essere (inverosimilmente) imboccato da falsi pensieri del personaggio.

    @gnappetta. La descrizione tutto sommato coglie bene la sensazione di straniamento che suscita l’immagine, e dunque non è male.
    Potevi forse spendere qualche parola in più, sia per descrivere la ragazza (per esempio “abito da gothic-lolita-serial-killer” è un po’ troppo “condensato”), sia per descrivere il Coniglio.

    @il_Fabri. Troppo sofisticato! ^_^ C’è gente che scrive davvero come nella tua descrizione e lo fa senza ironia. Li pubblicano pure!

    @lisse. Molto divertente. Non era facile, scegliendo il punto di vista della ragazza, auto-descriversi senza forzature: direi che ci sei riuscita bene. I pensieri suonano naturali.
    L’inizio si può forse migliorare cambiandolo un po’ e togliendo il “Comunque sto divagando”, “dicevo”, la ripetizione del fatto che si sta allacciando il guanto.

    @Venzo. Ehm, qui lo scopo è descrivere. Puoi metterci una storia d’amore se vuoi, ma devi riuscire a far trasparire più particolari concreti possibile: chi non ha mai visto il disegno, deve riuscire a farsene un’idea.

    @Maudh. / @Vincent Law. Non sono ancora sicura di cosa parlerà il prossimo articolo della serie. I due argomenti più probabili sono o come si costruisce la trama oppure i dialoghi. Ma se ne riparla a novembre: un articolo di questo tipo al mese è sufficiente.

  50. 72 Venzo

    Pink Street – Al tramonto

    Marielle pensava al suo amore.
    Da quando si erano conosciuti, le cose erano andate sempre bene, teneri baci e ancora piu’ tenere carezze facevano da cornice a ogni loro appuntamento, credeva di aver trovato la sua anima gemella.
    Fino a quando l’emergenza scatenata dai pericolosi Conigli Mannari, l’aveva costretta a riprendere il suo semi-automatico.
    La sola vista del fucile aveva sconvolto Paul, non riusciva a capire che doveva farlo? Era un suo dovere proteggere anche lui!
    Non aveva mangiato niente, solo un morso a una mela, il dolore che provava dentro era insopportabile.

  51. 71 Venzo

    @gamberetta
    per manga intendevo il modo in cui trattavo l’argomento

    se per esempio l’avessi letta in chiave epica… nn ci sarebbero state le sexy-hunters (ma l’epica centra meno di niente con quessta foto)

    oppure se l’avessi scritto cercando di fare un romanzo rosa… mi sarei concentrato sui suoi pensieri su un possibile boyfriend… se ho tempo cerco di scrivere qualche riga.. giusto per essere piu’ chiaro^^

  52. 70 lisse

    Articolo utile e interessante, e interessante esercizio.
    Ci provo.

    - Sei la Fatina dei denti? –
    Mi sto allacciando il mezzo guanto di pizzo nero, aiutandomi con la bocca. Dannate stringhe. Le odio. Ma il guanto mi serve. Senza, mi brucerei la mano ad ogni colpo. Se solo potessi avere un’arma di nuova generazione, invece che questi residuati bellici… Lavorare per il Governo non paga. Ho un fucile che rischia di esplodermi in mano ogni volta che sparo, e quel che è peggio, il fucile ha un’adesivo con la faccetta di un conglio rosa sul calcio. Sì, un coniglietto. Rosa.
    Ma chi lo usava prima di me? Sailor Moon?
    Comunque, sto divagando.
    Dicevo che mi sono appena seduta su uno scalino sudicio e crepato, davanti ad un portone. Ho bisogno di una pausa. E di fare uno spuntino.
    Comincio ad allacciarmi il guanto, quando salta fuori dal nulla questo bambinetto, pigiamino d’ordinanza e orsacchiotto al seguito, e mi tende un barattolo vuoto.
    - Sei la Fatina dei denti?
    Rimango con la stringa del guanto in bocca.
    - Eeeh? – biascico.
    Il bambino continua a puntarmi in faccia il minuscolo barattolo. Non è vuoto. Dentro c’è una cosetta bianca. Oddio, è un dente. Che schifo.
    - Allora, sei tu la Fatina dei denti? – mi incalza impaziente, battendo anche il piedino per terra.
    No, dico, moccioso, ma che cazzo di cartoni animati ti fanno guardare, se sei arrivato alla conclusione che una fatina dei denti è uguale a me?
    Ok, ho i capelli verdi, e questo potrebbe suscitare qualche dubbio, te lo concedo. Ma sulla testa ho un piccolo cilindro. Hai mai visto una fatina col cilindro?
    E poi indosso un corsetto nero, allacciato sul davanti, e le stringhe mi strizzano le tette, ma non ci sono fori per le alucce, dietro.
    Ho per caso le ali?
    No, non ce le ho, nel caso non te ne fossi accorto.
    In compenso ho una minigonna gialla e nera, cortissima, che mi lascia le gambe libere quando corro. Ho delle scarpe con la zeppa, micidiali quando devo prendere a calci qualcuno.
    Conosci molte fatine che corrono e menano?
    Ma soprattutto, ho un enorme fucile automatico accanto a me.
    Dico, l’hai visto? E sei ancora convinto che io sia la fatina dei denti?
    - Allora, Fatina, lo prendi il mio dentino?
    - Fila via, moccioso. Non sono la tua fottu… ehm, non sono la fatina dei denti.
    - Sì che lo sei! – ribatte lui – Hai le mele!
    - Le…mele?
    Va bene, è ufficiale. Il bambino è fuori come un balcone.
    - La mia mamma dice che le mele fanno bene hai denti. Tu hai le mele. Tu sei la Fatina dei denti. – proclama.
    Seguo il suo sguardo. E’ posato sui gradini, dove ho buttato la mia borsa di cuoio marrone. Si è aperta e le mie mele sono rotolate fuori. Insieme a quei dannati coniglietti rosa. Io l’avevo fatto presente, all’ultima riunione sindacale, che i coniglietti rosa non erano una buona idea. Fare un calendario come gadget, come tutte gli altri corpi di Polizia del mondo, pareva brutto, eh?
    Il bambino mi guarda e aspetta. Si dondola sui talloni, con un’aria da saputello dipinta sul muso. Mi irrita da morire.
    - Guarda che se prendi il mio dentino, non lo dico a nessuno che andavi in giro di giorno!
    Mi strizza anche l’occhio. Pazzesco.
    - Non sono la fatina, ti dico! E adesso sparisci, devo lavorare!
    Ma che sto facendo? Perché sto a parlare con questo nanerottolo? Che cosa mi frega?
    Ma poi, dove sono i tuoi genitori? Perché cazzo ti lasciano andare in giro da solo in un quartiere come questo? Non è posto per bambini soli. E scemi.
    E’ pieno di brutti ceffi.
    Come quell’omone laggiù, alla mie spalle, accanto alla galleria, che indossa un costume da coniglio e sta camminando quatto quatto, e pensa che siccome cammina come un ninja deficiente, io non lo possa vedere.
    Oddio, forse quando aveva quattro anni qualcuno gli ha detto che la Fatina dei Denti non esiste.
    Allungo una mano e prendo sgarbatamente il barattolo che il bimbo mi tende. Non si sa mai.
    Gli lascio un coniglietto rosa.
    Sarà il caso che ricominci il mio lavoro. La pausa è finita. Non sono riuscita nemmeno a mangiarmi una mela in santa pace.
    Vabbè. Andiamo a ripulire questo quartiere, che è meglio.

  53. 69 il_Fabri

    nota: “in un cielo alquanto livido” è l’incipit de “i maghi degli elementi” della Debenedetti. Grazie ad Angra per aver messo una cosa del genere sul suo blog, da solo non l’avrei mai trovata.

  54. 68 il_Fabri

    @gamberetta:
    @il_Fabri. Uhm, no. Troppi aggettivi, troppo raccontato, e la scena richiede un punto di vista preciso, è difficile renderla con il Narratore. Be’, farai meglio il prossimo compito. ^_^

    certo, l’ho fatta nella maniera peggiore che mi è riuscita, l’ho anche scritto :D
    il POV è osceno, le metafore sono volutamente complicate (sulla prima basta non aver visto donnie darko e non si capisce), l’incipit ricalca “in un cielo alquanto livido” che mi fa rabbrividire ogni volta che ci penso, il primo periodo non si fa mancare pure il giornalistico “dramma annunciato”. Più l’infobump finale sul fucile (potevo scrivere informazioni sbagliate e non l’ho fatto, peccato).
    E’ uno di quei pezzi in cui bisogna chiedersi se lo scrittore ci prende in giro: sì, è così :P

    Giurin giuretta poi vedo di scrivere un pezzo decente ^_^

  55. 67 gnappetta

    -Se tarda altri due minuti gli stacco la giugulare a morsi.
    Appollaiata sui gradini di marmo fuori dal dipartimento, i denti impegnati a litigare con il laccio di un guanto, Marta sentiva la stizza virare in furia.
    Presto l’ora viola sarebbe finita, e con lei la stagione di caccia al Coniglio. Venezia avrebbe ricominciato a scorrere, e Marta avrebbe dovuto alzarsi e correre al suo posto tra gli altri lungo la Fondamenta della Giudecca. Avrebbe tirato fuori dalla borsa quegli stupidi burattini a forma di coniglio e ci avrebbe spillato quattrini ai turisti fino a stancarsi le dita. Avrebbe passeggiato e posato e sorriso e abbracciato e piroettato sfoggiando l’ennesima variazione del suo abito da gothic-lolita-serial-killer. Poi magari si sarebbe esibita in qualche esercizio di giocoleria con le mele. Cinque, perché ai turisti non glie ne frega niente dell’esercizio. Vedono solo il numero di oggetti che girano, piu sono meglio è, la matematica del gioco gli è estranea.
    Questione di minuti, e Marta sarebbe tornata ad essere una dei tanti artisti di strada che infestavano le calli intorno a San Marco durante il carnevale, con tanto di autorizzazione comunale e posto assegnato.
    Ma finché durava l’ora viola, le cose stavano in tutt’altro modo. Finché durava l’ora viola, era tutto vero. Era vero il fucile, era vera la caccia, era vero il Coniglio. Se solo si fosse voltata, Marta l’avrebbe visto. Lo sapeva senza il minimo dubbio, così come sapeva che il coniglio vedeva lei.
    Ma finché Lui non arrivava, non c’era modo di rompere la tregua.

    ps: mi piace un sacco quella di caffeine!

  56. 66 Stefano

    Quindi Vincent, secondo te, gli autori da me citati avrebbero una cotenna tanto spessa nell’applicare le regole del buon scrivere da averle trascese? Improbabile. Oppure sono manipolati da editor che riscrivono le loro bozze trasferendo la loro professionalità? Improbabile anche questo, imho.

  57. 65 Vincent Law

    Per trascendere le regole, come scrive Gamberetta nell’articolo, prima bisogna conoscerle. Sennò non trascendi un tubo lol.
    Comunque mi unisco alla domanda di Mudh: Il manuale 2 su che argomento sarà?
    Personalmente spero le sequenze di azione xD non ne posso più di ragazzine che tendono l’arco lungo mentre con un ascia bipenne squartano orde di orchi alti 3 metri

  58. 64 Stefano

    Bel contributo: tempo permettendo mi piacerebbe intervenire con qualcosa di costruttivo. Per ora mi limito a contestare il punto tre: credo che anche il modo di argomentare, di costruire una storia possa scadere nel già visto: la narrazione in prima persona, ad esempio, impazza, ma quando leggo in copertina “Cronache di Tizio Caio” ho sempre l’insano desiderio di trovare un narratore che racconta, e non un personaggio che vede e pensa.
    Qui e altrove, però, si criticano la Troisi, la Meyer, Moccia, Faletti riguardo il loro modo di scrivere… ma se i manuali di scrittura rendono più appetibili e comprensibili idee e sensazioni che lo scrittore vuole trasmettere al lettore, ci sono regole che trascendono le regole e permettono ai suddetti autori di raggiungere fasce di lettori incredibilmente ampie?

  59. 63 Maudh

    @ Gamberetta: grazie per la precisazione sulle bombe. Per il resto, davo per assodato che l’eventuale lettore vedesse prima l’immagine.

    P.S.Su che argomento sarà “manuali 2″?

  60. 62 Fea

    Articolo molto professionale e ricco di informazioni pratiche, è stato un piacere leggerlo. Come primo commento, provo anch’io a fare il compito ^^

    -Oggi non sono qui per te, sparisci.
    Dopo queste parole, l’uomo si rese conto di aver perso ogni interesse agli occhi della strana ragazza che le aveva pronunciate. Lui invece, non riusciva a fare a meno di fissarla, le pupille dilatate e la mascella contratta dal terrore, consapevole di essere arrivato tardi.
    Aveva assistito a tutta la scena, troppo lontano per intervenire. La bambina, addentando una mela appena tirata fuori dalla cartella, aveva appena fatto in tempo a posare il piede nel primo gradino quando l’Operatrice era uscita dall’edificio di fronte a lei. In una frazione di secondo aveva imbracciato il fucile e fatto fuoco. Il rumore era stato assordante ai timpani dell’uomo, ormai a pochi metri di distanza, e il piccolo corpo era stato scaraventato in avanti dalla violenza del colpo. Per quanto fosse abituato ai metodi delle Operatrici, la violenza e la freddezza dell’esecuzione lo avevano lasciato pietrificato, lo sguardo fisso sul sangue che si allargava in una pozza dal corpo quasi diviso in due della bambina. Sfiancato dalla corsa, era arrivato di fronte alla ragazza, ma ormai era tutto finito. I polmoni gli bruciavano dalla mancanza di ossigeno, dal forte odore di polvere da sparo portato dal gas espulso dal fucile e dalla nuvola che si era alzata da terra dove il proiettile aveva colpito l’asfalto dopo aver attraversato la bambina.
    A causa del sangue che gli pompava violento nelle orecchie aveva percepito, più che realmente udito, le parole con cui la ragazza riteneva di averlo congedato. La osservo sedersi nelle scale dove si era svolta l’esecuzione, all’apparenza per nulla preoccupata di doversi allontanare dopo aver portato a termine il lavoro. La cartella della bambina nella caduta si era rovesciata, e ne era fuoriuscito un coniglietto di peluche rosa che ora giaceva nei gradini. Un secondo coniglietto si intravedeva ancora all’interno della cartella insieme ad alcune mele, mentre quella già addentata rotolava alla base delle scale. Per non lasciare il fucile, la ragazza si era appoggiata col suo peso ad esso, mentre con i denti stringeva il laccio del guanto che portava alla sinistra.
    Sul calcio dell’arma, poggiato a terra, era ben visibile la ragione della sua sicurezza: un marchio, un coniglio rosa stilizzato che all’uomo pareva sorridesse, osservandolo. Simbolo ufficiale del Governo, rappresentava l’insindacabile autorità della ragazza che gli stava davanti. Immune a qualsiasi legge, intoccabile per chiunque; gli unici obbiettivi l’eliminazione dei dissidenti: questo era un’Operatrice. Tutto in quelle folli ragazzine era smodato e portato all’eccesso, a partire dall’arma in dotazione, un fucile d’assalto tedesco, sino ai loro vestiti, vistosi e inadatti al combattimento. Del resto, l’uomo sapeva bene che non dovevano preoccuparsi di essere appariscenti. Nessuno poteva opporsi, né verbalmente né fisicamente, la Legge per quel reato prevedeva solo una misura: la morte. La droga che prendevano, e che dava quel caratteristico colore rosso ai loro occhi, le rendeva veloci, resistenti alla fatica e immuni al dolore. L’addestramento faceva il resto. La ragazza che l’uomo si trovava ad osservare non faceva eccezione.
    Il verde dei suoi capelli tinti era l’unica nota che stonava, per il resto era dominata dal nero e dal rosso. Nero del collare che indossava, rosso delle piccole borchie che lo decoravano. Nero del suo corpetto, rosso dei bottoni e delle cuciture. Nero delle scarpe, nero del fiocco che circondava una gamba e nero del piccolo cappello a tuba inclinato con noncuranza sulla testa.
    Ma le Operatrici amavano fingere innocenza, e il colore del simbolo nazionale, ben in vista sul fucile, contribuiva all’illusione; vi si aggiungevano calze rosa, fiocchi rosa e pizzi, che erano la norma.
    L’uomo però comprendeva la loro vera natura: piccoli esseri le cui turbe psichiche erano state assecondate e coltivate sin dalla tenera età, e con l’ausilio della droga plasmate a servizio dello Stato. Dopo anni di militanza nell’Opposizione, non era riuscito neanche una volta a fermare un’operazione in cui loro fossero coinvolte, e se era ancora vivo lo doveva solo al fatto che non era mai stato dato l’ordine per la sua eliminazione. Non ancora almeno.
    Terminato di stringere il guanto, la ragazza si alzò, appoggiando leggermente il fucile al fianco e preparandosi ad allontanarsi. L’uomo si ritrovò i suoi occhi puntati addosso, che sembravano chiedergli per quale motivo fosse ancora là. Sapeva bene che se la sua morte fosse stata in programma ora si sarebbe trovato in terra anche lui, ma dovette comunque raccogliere del coraggio per chiedere con voce roca: -Perchè? Perchè una bambina?
    Non ci fu reazione da parte della ragazza. Ma forse trovò la domanda interessante, perchè rispose, senza mutare espressione:
    -Conosci la Legge. Il Coniglio Rosa è il sacro simbolo del nostro illuminato Governo. Solo le forze armate hanno il diritto e l’onore di portarlo. Il padre di questa bambina era un Oppositore, non solo produceva blasfemi idoli di pezza con la forma del Dio, ma aveva già traviato la mente di sua figlia. Terminarli è stato un atto di misericordia.
    Avuta una risposta, non poté far altro che osservarla allontanarsi verso il suo supporto, apparso in lontananza per ripulire dopo il lavoro, ma che ai suoi occhi appariva anch’esso come un enorme coniglio, di un nero profondo.

    Nota a margine: temo di soffrire di inforigurgito e di una grave forma di graforrea, visto quanto ho scritto, ma spero in qualche consiglio per migliorare ;)

  61. 61 Diarista Incostante

    Trovando sensati gli appunti di Gamberetta riscrivo (non avevo precisato il colore di capelli perchè non lo faccio quasi mai):

    Non riesco a respirare. Per la vergogna, l’eccitazione e la rabbia. Da qui le vedo le mutandine, circondate dal pizzo nero della gonna alta una spanna, e sento il profumo della sua pelle morbida. Mi manca il respiro, mi sento svenire, e mi accascio su questo scalino freddo, tra crepe e ciottoli, mentre il mio papillon mi strangola.

    Quando siamo usciti di casa non avevo capito che avesse accettato di posare per il calendario soft porno del presidente del suo club di fotografia. Eravamo d’accordo che non l’avrebbe fatto, dopotutto. Come potevo immaginare che avesse cambiato idea? Ma forse sono solo un idiota.

    «Non hai bisogno di svenderti. Se fosse il ragazzo giusto ti avrebbe già notata» le avevo ripetuto proprio stamattina

    «Sì, sì. Me l’hai già detto, Ponpon» aveva risposto lei frugando irritata tra i costumi di scena di sua madre

    «Quindi non lo farai, vero?»

    «Mmh?» aveva mugugnato lei provandosi un babydoll ti vedo- non ti vedo (più ti vedo, secondo me) e scartandolo subito
    Ancora aggrappato al ricordo della vecchia Susanna mi ero illuso che quel suono fosse un sì.

    «E… ehm… questo nuovo colore di capelli?» avevo chiesto cercando di ritrovare con lei un minimo di dialogo. Come prima, come quando contavo ancora qualcosa per lei

    «Ti piace? Si chiama Siren lolita» aveva trillato lei, passandosi le mani tra le ciocche turchine prima di infilarsi il corpetto stringato con le plissettature scarlatte ai bordi, quello che sua madre aveva indossato per la parte di Carmilla la vampira

    «Oh. Molto originale. Anche il vestito…»

    Ma lei non aveva dato segno d’avermi sentito. Si era infilata la gonnellina, le calze, e le giarrettiere. Poi mi aveva afferrato ficcandomi nella borsa assieme alla mia gemella di pezza Fiocco, intenta a ronfare sodo come al solito, tanto da farsi vibrare le orecchie. Passando dal salotto aveva preso le mele che mi aveva scaraventato addosso, poi aveva chiuso la tracolla e si era avviata.
    Non a scuola. Non al parco. In un viottolo dietro al porto, tra squallidi edifici neofascisti, con altre undici ragazze seminude. Su un set fotografico.

    Oscar si avvicina e io sento Susanna trattenere il respiro. Le sorride malizioso mentre le porge un cappellino idiota e un fucile di plastica

    «Ci sono i coniglietti sopra, sembra fatto apposta per te» dice quel lurido porco additando il fucile. E poi aggiunge « Apri un po’ di più il corpetto, Susy, d’accordo? E rimettiti seduta che adesso scattiamo due polaroid, giusto per vedere come viene l’insieme »
    E io sono qui, ancora sparpagliato assieme alle mele, come un banale oggetto di scena. Faccio pandant con un adesivo rosa su un’arma giocattolo, e con le ringhiere finto liberty dell’azienda import/export RA.bit sullo sfondo.

    Mentre distolgo lo sguardo dalle mutandine della mia migliore amica, del mio unico amore, sento Fiocco che russa. Con gli occhi pieni di lacrime vedo un coniglio lontano, nero, enorme, che esce da una galleria buia. Salutandomi annuisce, fa una capriola e mi deride. Perché ha capito tutto. Che amo Susanna, che vorrei che certe cose le facesse solo per me, che fino a ieri credevo davvero che noi due fossimo la coppia più bella e felice del mondo.

    O forse è solo un’allucinazione. La mia testa è sempre più leggera, mentre Susanna fa quanto le chiede Oscar. Apre le gambe, si morde le labbra, sporge il mento, e mi pianta il calcio del fucile nello stomaco, schiacciando la mia imbottitura che esce dalle cuciture allentate.
    E spinge forte, forte, forte…

  62. 60 ???

    @ Gamberetta

    Grazie dei consigli. Sì, il coniglio è ovviamente gigante. M’è sfuggito.

    Le virgolette sono un residuato di come ho imparato a scrivere. D’ora in poi proverò a eliminarle. Stessa cosa vale per i “dico/penso” di cui ha parlato il Duca.

    Per quanto riguarda il comportamento del Duca in effetti non ci avevo pensato a una reazione per il fucile.

    Mi ero più concentrato sulle priorità esistenziali maschili. (^___^)

  63. 59 Gamberetta

    @???. Nota tipografica: se usi il corsivo per i pensieri, non c’è bisogno di metterli tra virgolette.
    Non ho molto da aggiungere alle (giuste) osservazioni del Duca. È in generale una scena ben scritta, la descrizione della ragazza mi sembra ben fatta e in accordo con il punto di vista scelto.
    Forse potevi spendere qualche parola in più per il coniglio gigante, o potevi spenderne una in meno: “vedo un tizio vestito da coniglio gigante”, un tizio vestito da coniglio è per forza vestito da coniglio gigante. ^_^
    Un altro punto in cui magari potevi inserire qualche particolare in più è quando il Duca prende in mano il fucile: possibile che una persona così fanatica per le armi non provi alcuna sensazione? Non tolga e rimetta il caricatore solo per sentire il clic? (Nota: io avrei fatto dire alla ragazza che il fucile era vero).

    @Venzo. Non è questione di manga, la scena l’ho scelta apposta perché fosse bizzarra e dunque difficile da scrivere. Altrimenti che gusto c’è? ^_^

    @Maudh. Non è ben chiaro il punto di vista. Chi ha visto il disegno intuisce sia il coniglio nero, ma ovviamente dovresti descrivere pensando che una persona non abbia mai visto il disegno.
    La descrizione della ragazza poi scorre abbastanza, ma c’è bisogno di qualche sistematina, ad esempio: “Dalla borsa rotola una delle bombe a implosione, sembra una mela morsicata. La difforme non la vede, i suoi occhi fissano qualcosa oltre la mia visuale. Altre due fanno capolino dalla borsa, insieme a uno dei due demoni.” Qui il soggetto prima sono gli occhi non le bombe, dunque sarebbe meglio ripetere: “Altre due bombe fanno capolino, ecc.”

  64. 58 gugand

    Wow. Sto impazzendo di felicita’ a leggere i commenti. Credo di star apprendendo come si scrive piu’ da questi discorsi che in anni di scuola.
    Veramente, veramente bravi tutti :D

  65. 57 ???

    @Duca

    Questa è la prima volta in assoluto che provavo a scrivere in prima persona.

    Grazie mille per le dritte. (Sì, adesso mi è molto più chiaro. Un esempio vale 1000 consigli.) La prossima volta proverò ad applicarle (anche alle cose scritte in terza).

    Adesso aspetto il commento di Gamberetta, se ha qualcosa da aggiungere. (^___^)

    Grazie! Ciaoz

    P.s.
    Ti ho scritto una mail.

  66. 56 Maudh

    Ci provo seriamente, ma non assicuro niente, La descrizione è volutamente corta, solo il minimo necessario.
    Vedo la Difforme con la coda dell’occhio, su una strada laterale. Meglio non avvicinarsi.
    Si sta stringendo i lacci dei guanti, si prepara al combattimento. Il fucile che stringe in mano non lo riconosco, deve essere uno dei modelli speciali che il centro mette loro a disposizione, il corpo dell’arma è dritto, dipinto di verde, un coniglio assistente mascherato da adesivo*.
    Indossa una gonnellina e scarpe alte, nere: da bravo agente del centro indovino i fasci di fruste neurali nascoste come fossero un ricamo o un fiocco del suo cappellino.
    Dalla borsa rotola una delle bombe a implosione, sembra una mela morsicata. La difforme non la vede, i suoi occhi fissano qualcosa oltre la mia visuale. Altre due fanno capolino dalla borsa, insieme a uno dei due demoni. Loro sembrano pupazzi conigliformi, rosa.
    Una delle ciocche verdi cede per un tremore del terreno e le ricade sull’avambraccio. Sento un fastidio alla punta delle orecchie. Mi affretto ad andarmene. Giusto in tempo, un melo ha appena fatto la sua comparsa.

    *per esigenze di scrittura mi sono permesso di dotare l’uomo-coniglio di vista ai raggi X, altrimenti non potrebbe vedere il fucile e l’adesivo.

    @GSeck: il POV della mela è fantastico!

  67. 55 Il Duca Carraronan

    @???
    Come già detto in privato, la scena è ben scritta e penso che segnalerò su Baionette la fanfic sul Duca. ^__^

    Alcuni accorgimenti: i “penso” come i “sento”, “vedo”, “dico” ecc… sono evitabili. Sarebbero evitabili anche con la terza persona, ma con la prima lo sono ancora di più perché l’ancoramento dietro gli occhi del pov-char è maggiore.

    Va benissimo quando metti direttamente “Sto per svenire dall’emozione” o “Rischio davvero d’imbrattarmi la divisa” omettendo i “penso”. Andrebbe fatto tutto così, perché è già tutto filtrato dalla mente del pov-char e il “penso” è un elemento estraneo: una persona non pensa di pensare qualcosa, ma pensa direttamente quel qualcosa e basta. Chiaro? ^_^

    Esempio di omissione del “penso”:

    Da:
    Rischio davvero d’imbrattarmi la divisa.
    “Ok, stai calmo” penso. “Sembra molto giovane. Bisogna giocarsela bene!”
    Mi avvicino.

    A:
    Rischio davvero d’imbrattarmi la divisa.
    Devo mantenere la calma. Sembra molto giovane: bisogna giocarsela bene!
    Mi avvicino.

    Ho anche messo un “due punti” per alleviare la sgradevolezza della sequenza troppo spezzata di frasi brevi generata dall’omissione del “penso”.

    Anche i gerundi inseriti per dare un ulteriore contesto al parlato e ai pensieri secondo me sarebbe meglio evitarli: distolgono l’attenzione dal dialogo e dal pensiero in sé a favore dell’azione “in simultanea”. Meglio allora formulare le frasi in modo diverso, senza i gerundi, spostando le azioni a prima/dopo o esprimendole senza gerundio, suddividendo in modo diverso le battute del dialogo.

    Da:
    Mi avvicino.
    “Bel costume.” dico “Dove l’hai trovato il fucile? E’ molto carino.”
    Lei si sistema un guanto con i denti e poi mi guarda. Ha gli occhi grandi, rossi.
    “Grazie!” mi dice, sorridendo “Non sai che fatica ho fatto a mettere tutto assieme. Prima volevo vestirmi da fatina cocainomane, ma mi è sembrata un’idea troppo banale. Cosi sono ripiegata sul look Gothloli. Il fucile non é vero: è la replica di un HK33.”

    A:
    Mi avvicino.
    “Bel costume. Dove l’hai trovato il fucile? E’ molto carino.”
    Si sistema un guanto con i denti e poi mi guarda. Ha gli occhi grandi, rossi. Mi sorride.
    “Grazie! Non sai che fatica ho fatto a mettere tutto assieme. Prima volevo vestirmi da fatina cocainomane, ma mi è sembrata un’idea troppo banale. Cosi sono ripiegata sul look Gothloli. Il fucile non é vero: è la replica di un HK33.”

    Il “mi sorride” preferisco porlo prima del grazie, in quanto il cambio di espressione da neutra a felice credo avvenga prima della prima parola detta in risposta e non durante il dialogo.

    Per il resto la resa del Duca è perfetta: dai nomi dei coniglietti al modo in cui il Duca pensa, alle preferenze femminili, agli elementi su cui si sofferma, all’approccio usato… è il Duca, senza dubbio. Io sono così.

    Ho provato a esprimere il mio punto di vista sul brano, nonostante fossi influenzato dal piacere dall’aver ricevuto una fanfiction, quindi lascio a Gamberetta, più neutra, l’ultima parola sulla qualità del brano e su come migliorarlo. ^__^

  68. 54 Venzo

    voglio provare anche se il manga non e’ il mio genere preferito

    non riesco a descrivere la scena… mi sembra che a descriverla ci si perda l’aspetto psicologico (come se fosse una lista della spesa)… quindi ho cercato di creare delle eroine^^ e una cerca tensione

    pink street – prima dello scontro

    L’ora era tarda.
    Marielle aspettava le altre Sexy-Hunters, erano in ritardo.
    Da ore non avevano notizie della loro amica, Andreine era andata in esplorazione quella stessa mattina, non potevano piu’ attendere, la situazione era diventata critica, i Conigli Mannari stavano conquistando la citta’.
    L’autorita’ pubblica aveva sottovalutato il problema e anche le forze dell’ordine cittadine erano state sopraffatte.
    Solo Marielle, Stefanie e Catrine conoscevano il covo del nemico.
    Il pensiero che fosse gia troppo tardi la inquieto’, insieme avevano elminato alcuni dei Mannari, bastavano pochi colpi dei loro fucili semi-automatici.
    La prova che le attendeva non era facile, ma nessuna Sexy-Hunters degna di questo nome si sarebbe tirata indietro di fronte il pericolo.

  69. 53 ???

    @ Gamberetta

    Il Duca pare aver gradito.

    Comunque, a parte gli scherzi, com’era dal tuo punto di vista
    (intendo forma e tutto il resto)?

    Grazie! Ciao!

  70. 52 demonio pellegrino

    Sai che c’e’? Che mi e’ venuta a mente un’altra spiegazione di questa intervista all’autrice (alla quale, ribadisco, auguro ogni bene).

    Su anobii e su un’altra discussione su booksblog (http://www.booksblog.it/post/5291/buio-my-land-di-elena-p-melodia-thriller-soprannaturale-per-una-trilogia-tutta-italiana) in parecchi (e anch’io tra questi) avevano avanzato dubbi proprio sul fatto che recensioni positive fossero apparse PRIMA della pubblicazione. E sul perche’ Fazi proponesse il tutto come il primo urban fantasy italiano, mostrando disprezzo o ignoranza per il lavoro di altri.

    Forse hanno pensato di dover tornare sull’argomento. Fazi, dico. Non lo so. Sta di fatto che l’intervista non e’ granche’, ma non per demerito dell’autrice. Le domande mi parevano un po’ insipide.

    Sul resto, concordo. Ma d’altro canto molti invece ricercano opere che riflettano in toto la propria vita, e non solo nella letteratura fantastica: altrimenti non si spiegherebbe il perche’ del successo di boiate come cento vetrine in tv. La gente vuole vedere la propria banale vita e poter dire “ecco, quello con il mutuo da pagare, e la moglie che lo tradisce e la figlia malata sono io”. Non vogliono sognare un’altra vita.

    Non tutti, ovviamente, sto banalizzando.

  71. 51 Gamberetta

    @Anna. C’è bisogno di un po’ di editing, per esempio: “Sono rimasto, incantato dalla tinta blu così naturale dei suoi capelli e dai suoi incantevoli occhioni, fino all’orario di chiusura.” A parte la prima virgola inopportuna, forse è il caso di spezzare la frase, del tipo: “Sono rimasto incantato dalla tinta blu così naturale dei suoi capelli e dai suoi occhioni incantevoli. Non sono riuscito a staccarle gli occhi di dosso per l’intera serata, fino all’orario di chiusura.”
    In ogni caso non c’è paragone con la Strazzulla. Le descrizioni della Strazzulla sono di una piattezza sconfortante, qui invece la scena è molto più fluida e movimentata.

    @Asher^Kunitz. Divertente. Forse potevi descrivere anche la cartella, le mele, i coniglietti sui gradini: magari nel narratore potevano sorgere dei dubbi a quella vista, poteva cominciare a sospettare che non fosse Lei.
    “Non so bene cosa ritragga, non lo sto davvero guardando.” Espressioni così sono un po’ infelici, specie quando lo scopo del compito è descrivere! ^_^ Meglio tagliare se non trovi la maniera giusta di dire cosa c’è sul manifesto.

    @il_Fabri. Uhm, no. Troppi aggettivi, troppo raccontato, e la scena richiede un punto di vista preciso, è difficile renderla con il Narratore. Be’, farai meglio il prossimo compito. ^_^

    @Adriano. Buona la descrizione della ragazza dal punto di vista del coniglio.
    In generale devi tagliare diversi aggettivi, specie all’inizio, e tutte le frasi rivolte al lettore. Per esempio: “(il mio udito non ha niente da invidiare alla mia vista)” o anche “Un tonfo sordo mi strappò alle mie riflessioni.”, puoi evitare il “mi strappò ecc.”, non devi “giustificarti”.

    @Diarista incostante. Nota tipografica: se usi i caporali (« »), non ci vuole lo spazio prima e dopo: «Niente spazio.»
    Scritto nel complesso bene. Mi è piaciuto.
    Un paio di sfumature:
    “« E… ehm… questo nuovo colore di capelli? » avevo chiesto cercando di ritrovare con lei un minimo di dialogo. Come prima, come quando contavo ancora qualcosa per lei
    « Ti piace? Si chiama Siren lolita » aveva trillato lei”
    Qui per esempio dovresti descrivere il colore dei capelli, altrimenti questo dialogo – benché buono – rimane un po’ campato per aria per il lettore.
    In generale forse dovevi trovare la maniera di accennare al fatto che il narratore è un coniglietto (di pezza?). Magari sfruttando il compagno Fiocco, dicendo, non so, che dorme con le zampette (di stoffa?) strette intorno al musino.

    @???. LOL! Be’, credo che qui sia richiesto il parere del Duca, più che il mio.

    @demonio pellegrino. Letta l’intervista. In pratica non dice niente, a parte questo:

    “Credo che la forza di “Buio” sia nel fatto che è una storia, in cui tutti possono riconoscersi. Racconta di un percorso, spesso accidentato, ma che ognuno di noi, a suo modo, ha compiuto per arrivare al punto in cui è oggi”.

    Affermazioni simili le ripetono in tanti e onestamente mi sfuggono. Io leggo narrativa fantastica per seguire percorsi che non solo non ho compiuto, ma che non mi sarei neanche immaginata di compiere. L’autore di fantasy è lì per andare oltre, per farti vedere cose al di là di quello che da sola puoi sognare. Non ho bisogno di aiuto per immaginare il bello e misterioso della scuola che si innamora di me, non spendo 19 euro per quello – in un fantasy da 19 euro ci devono essere visioni e idee sbalorditive. In altre parole, sense of wonder.

  72. 50 ???

    Previa autorizzazione vi presento i miei compiti a casa. Divertitevi!

    Giro l’angolo e percorro via Garibaldi. In fondo alla strada vedo un tizio vestito da coniglio gigante uscire dalla galleria che porta in via Roma.
    “Sfigato!” penso, lisciandomi la barba “Se spera di far colpo sui giudici con un costume così banale sta manzo.”
    Faccio scorrere lo sguardo sulla divisa e poso la mano sul pomo della sciabola d’ordinanza che mi pende dal fianco.
    Sono impeccabile. Originale. Ho un irresistibile fascino retrò. Vincere la gara sarà una passeggiata!
    A metà via un odore famigliare cattura la mia attenzione. E’ un profumo agrodolce di umori corporali e calore da sfregamento.
    Chiudo gli occhi e inspiro a fondo.
    “Santo Quattro!” penso. “Questo è odore di mutandine!”
    Riapro gli occhi di scatto. Mi ritrovo in paradiso.
    Seduta sulle scale di un palazzo malconcio vedo una Gothic Lolita. Calze rosa, gonna di pizzo, corsetto nero e una piccola tuba sulla testa. Ha perfino i capelli blu! Come Nihal!
    Sto per svenire dall’emozione. A stento mi trattengo dal saltarle addosso, quando noto che con la sinistra stringe un G3A3. Dal calcio un adesivo a forma di coniglietto rosa mi sorride.
    Coniglietto.
    Rosa.
    Rischio davvero d’imbrattarmi la divisa.
    “Ok, stai calmo” penso. “Sembra molto giovane. Bisogna giocarsela bene!”
    Mi avvicino.
    “Bel costume.” dico “Dove l’hai trovato il fucile? E’ molto carino.”
    Lei si sistema un guanto con i denti e poi mi guarda. Ha gli occhi grandi, rossi.
    “Grazie!” mi dice, sorridendo “Non sai che fatica ho fatto a mettere tutto assieme. Prima volevo vestirmi da fatina cocainomane, ma mi è sembrata un’idea troppo banale. Cosi sono ripiegata sul look Gothloli. Il fucile non é vero: è la replica di un HK33.”
    Scuoto la testa. “No, guarda che ti sbagli.”
    “Come? Che vuoi dire?”
    “Sì, ehm, posso?” Le prendo il fucile. “Vedi il caricatore? E’ dritto. Questo qui è un G3A3. L’HK33 ha il caricatore curvo in avanti. ”
    “Davvero?”
    “Sì, sì!” ribatto, annuendo. “Ma non ti preoccupare è un errore comprensibile. Sono fucili molto simili.”
    Le ripasso il fucile, ma le scivola la presa. Il G3A3 cade sulla borsetta e quella si rovescia sulle scale: due coniglietti rosa e una mela rotolano giù per i gradini.
    Lei sbuffa. “Ma… cazzo” Raccoglie tutto e lo rimette in borsa.
    “Senti” le dico ”A casa ho dei manuali di artiglieria. Se ti va dopo la gara posso mostrarteli”
    Lei mi studia un attimo.
    Speriamo se la beva.
    “Be’ grazie, sei gentile. Verrei molto volentieri, se posso.”
    “Ma certo che puoi! Così già che ci siamo ti mostro i miei coniglietti”
    “Hai dei conigli? Anch’io! Ne ho due: Batuffolo e Fiocco di Neve. I tuoi come si chiamano?”
    Le porgo la mano e l’aiuto a mettersi in piedi.
    “Be’, c’è Napoleone III, Bismarck, Carlo V e poi il mio preferito: Tamer l’ano.”
    Facciamo due passi e lei si sbatte una mano in fronte.
    “Ma che scema che sono. Non mi sono nemmeno presentata. Mi chiamo Licia e tu?”
    “Duca. Puoi chiamarmi Duca.”

  73. 49 demonio pellegrino

    Segnalo l’intervista all’autrice di Buio su booksblog:
    http://www.booksblog.it/post/5333/intervista-a-elena-p-melodia-autrice-del-crossover-buio

    Interessante quello che l’intervistatrice scrive nell’introduzione: “Se credete che qualcosa di confuso e offuscato si nasconda dietro questo primo episodio della trilogia ‘My land’ di Elena P. Melodia, siete stati depistati”.

    Chissa’ a chi si riferisce…

    Per quanto mi riguarda, gia’ avevo molta poca voglia di comprarlo dopo aver visto recensioni entusiastiche apparire PRIMA dell’uscita ufficiale del libro (spiegazione data: pare che i libri nei supermercati si trovino prima dell’uscita ufficiale in libreria), ma dopo le prime dieci pagine sono sicuro che non lo comprero’.

    In bocca al lupo all’autrice.

    PS: ottimo post, in ogni caso. Frequento da pochissimo questo blog, ma ho trovato informazioni e post interessanti. Anche se mi hanno gia’ dato dell’imbecille per averlo detto. Per cui lo ripeto.

  74. 48 Diarista incostante

    Non riesco a respirare. Per la vergogna, l’eccitazione e la rabbia. Da qui le vedo le mutandine, circondate dal pizzo nero della gonna alta una spanna, e sento il profumo della sua pelle morbida. Mi manca il respiro, mi sento svenire, e mi accascio su questo scalino freddo, tra crepe e ciottoli, mentre il mio papillon mi strangola. Quando siamo usciti di casa non avevo capito che avesse accettato di posare per il calendario soft porno del presidente del suo club di fotografia. Eravamo d’accordo che non l’avrebbe fatto, dopotutto. Come potevo immaginare che avesse cambiato idea? Ma forse sono solo un idiota.

    « Non hai bisogno di svenderti. Se fosse il ragazzo giusto ti avrebbe già notata » le avevo ripetuto proprio stamattina

    « Sì, sì. Me l’hai già detto, Ponpon » aveva risposto lei frugando irritata tra i costumi di scena di sua madre

    « Quindi non lo farai, vero? »

    « Mmh? » aveva mugugnato lei provandosi un babydoll ti vedo- non ti vedo (più ti vedo, secondo me) e scartandolo subito
    Ancora aggrappato al ricordo della vecchia Susanna mi ero illuso che quel suono fosse un sì.

    « E… ehm… questo nuovo colore di capelli? » avevo chiesto cercando di ritrovare con lei un minimo di dialogo. Come prima, come quando contavo ancora qualcosa per lei

    « Ti piace? Si chiama Siren lolita » aveva trillato lei, infilando il corpetto stringato con le plissettature scarlatte ai bordi, quello che sua madre aveva indossato per la parte di Carmilla la vampira
    « Oh. Molto originale. Anche il vestito… »

    Ma lei non aveva dato segno d’avermi sentito. Si era infilata la gonnellina, le calze, e le giarrettiere. Poi mi aveva afferrato ficcandomi nella borsa assieme a Fiocco, intenta a ronfare sodo come al solito. Passando dal salotto aveva preso le mele che mi aveva scaraventato addosso, poi aveva chiuso la tracolla e si era avviata. Non a scuola. Non al parco. In un viottolo dietro al porto, tra squallidi edifici neofascisti, con altre undici ragazze seminude. Su un set fotografico.
    Oscar si avvicina e io sento Susanna trattenere il respiro. Le sorride malizioso mentre le porge un cappellino idiota e un fucile di plastica
    « Ci sono i coniglietti sopra, sembra fatto apposta per te » dice quel lurido porco additando il fucile. E poi aggiunge « Apri un po’ di più il corpetto, Susy, d’accordo? E rimettiti seduta che adesso scattiamo due polaroid, giusto per vedere come viene l’insieme »

    E io sono qui, ancora sparpagliato assieme alle mele, come un banale oggetto di scena. Faccio pandant con un adesivo rosa su un’arma giocattolo, e con le ringhiere finto liberty dell’azienda import/export RA.bit sullo sfondo.
    Mentre distolgo lo sguardo dalle mutandine della mia migliore amica, del mio unico amore, sento Fiocco che russa. Con gli occhi pieni di lacrime vedo un coniglio lontano, nero, enorme, che esce da una galleria buia. Salutandomi annuisce, fa una capriola e mi deride. Perché ha capito tutto. Che amo Susanna, che vorrei che certe cose le facesse solo per me, che fino a ieri credevo davvero che noi due fossimo la coppia più bella e felice del mondo.
    O forse è solo un’allucinazione. La mia testa è sempre più leggera, mentre Susanna fa quanto le chiede Oscar. Apre le gambe, si morde le labbra, sporge il mento, e mi pianta il calcio del fucile nello stomaco. E spinge forte, forte, forte…

  75. 47 Vale

    Oh, grazie!
    In effetti hai ragione (ah, io sono una di quelli che pagherebbe per avere il tuo editing!) poche parole.
    Se ho una scusante, è che sono in ufficio e non avevo molto tempo quando l’ho scritto.
    Io di solito lavoro così: butto giù quello che ho in testa in poco tempo – dopo aver passato tanto temp oa raccogliere info – e poi faccio un sacco di revisioni.
    Nel pezzo ci sono troppe voci del verbo avere, e il particolare del guanto è grossolanamente sbagliato: se lo sta sfilando, non allacciando.

    Dublino mi è venuta in mente perché questo scorcio di cità somiglia alla strada in cui era il mio albergo quando ci sono stata, la scorsa primavera, allora ho pensato, bè, perché no? mettiamola a Dublino.

    Lavorerò su questa mia “telegrafia”…

  76. 46 Adriano

    Provo anche io!

    La galleria in cui camminavo ormai da una decina di minuti era scura e silenziosa. Nonostante tenessi le orecchie ritte e le girassi in ogni direzione possibile, riuscivo solo a sentire l’eco dei miei passi. Era un’eco decisamente assordante, forse perché proporzionata alla dimensione dei piedi che la producevano.
    Improvvisamente vidi una luce in lontananza. Drizzai il capo e strinsi gli occhi: sì, era proprio l’uscita! Distava ancora un centinaio di metri, ma io vedevo tutto quello che si trovava oltre il varco. Grazie ad una dieta a base di carote, la mia vista aveva quattordici decimi.
    Accelerai il passo, arrivando in pochi attimi all’aperto, sbattei le palpebre nella luce del tardo pomeriggio e mi appoggiai al muro per riprendere fiato. C’era qualcosa di appiccicoso dietro la mia schiena: mi voltai e il mio cuore, già sovraeccitato per la corsa, accelerò i battiti fino all’inverosimile: da un manifesto sul muro, attaccato in maniera approssimativa, la mia stessa faccia mi stava osservando, contorta in un ghigno satanico. Fissai con orrore il naso che pareva sul punto fremere e arricciarsi, gli smisurati incisivi scoperti pronti per affondare nella prossima vittima e la pelliccia nera come la notte.
    Forse dovrei precisare che sono un coniglio. Ecco, sarà meglio metterlo in chiaro, prima che qualcuno si faccia delle strane idee. Non è colpa mia e non è nemmeno merito mio. Insomma, ognuno di noi ha qualche peculiarità: c’è chi è biondo, chi ha le lentiggini, chi si abbronza più facilmente… Io sono un coniglio: alto un metro e novanta (senza contare le orecchie), pesante settanta chili (le carote mi mantengono sempre snello), con il quarantotto di piede (ma all’occorrenza mi strizzo in un quarantasette), ma pur sempre un coniglio! E’ semplice, fin troppo. Sono anche un coniglio cattivo, a quanto dicono.
    O almeno questo è ciò che mi venne in mente non appena ebbi visto il numero sotto la mia faccia. Era un uno con mille zeri dietro. Mille, nel senso di “più di quattro”: non sono mai stato forte in matematica, ma d’altronde non ho mai saputo di un coniglio matematico. Doveva essere una ricompensa per chi mi avesse catturato. Forse si erano offesi quando avevo sgozzato quei mille bambini che cercavano in tutti i modi di montarmi in groppa ed accarezzarmi: quei piccoli esserini fastidiosi…
    Un tonfo sordo mi strappò alle mie riflessioni. In un batter d’occhi ne individuai la provenienza: una mela mangiucchiata stava rotolando giù per i gradini all’ingresso di un palazzo, qualche metro più avanti. Mele? Chi potrebbe mai volere quelle cose tonde che devono per forza essere mangiate un po’ alla volta quando le carote possono essere ingoiate in un lampo? Solo un (inutile) umano avrebbe potuto fare una cosa simile.
    I miei sospetti vennero confermati quando udii un’imprecazione soffocata, seguita da dei passi pesanti sui gradini (il mio udito non ha niente da invidiare alla mia vista). Un’umana stava scendendo le scale dietro alla mela. Aveva un ciuffo di peli verdi sulla testa e indossava pezzi di tessuto che coprivano a malapena il suo corpicino esile e glabro; alle zampe posteriori piedi portave delle stupide scarpe con la suola troppo spessa che le impedivano di camminare. Avrei anche riso, se non avessi visto quello che aveva a tracolla: un gigantesco fucile alto quasi quanto lei, con dei piccoli adesivi a forma di coniglietto appiccicati sopra. Io conoscevo quella persona: era Kiara Little Shrimp, una delle più temibili Bunny-Killer in circolazione. Di sicuro era sulle mie tracce!
    La ragazza incespicò nelle sue stesse zampe e cadde all’indietro, seduta sui gradini, mentre la canna della sua arma schizzava verso l’alto e il contenuto della sua borsa si spargeva sulle scale. Per nulla infastidita dal capitombolo, rimase seduta con lo stesso sorriso ebete e si aggiustò il guanto che le copriva una zampa anteriore. Era il momento per reagire! Raccolsi tutto il mio coraggio e zampettai verso la mia destra, sperando di non essere visto. Il mio curicino batteva sempre più forte, dopo avere visto il contenuto della borsa: pelli di coniglio essiccate e rimpicciolite, un macabro trofeo di guerra.

    Sapete, questo gioco mi ricorda quel test che fanno alcuni psicologi: mostrano un ‘immagine al paziente e poi gli chiedono di descrivere quello che vede. In base alle risposte si fanno un’idea sulle sue condizioni mentali. Chissà cosa direbbe uno strizzacervelli che passasse di qui…

  77. 45 il_Fabri

    Cerco di dare del mio peggio, ovviamente non garantisco oscenità quali alcune realmente pubblicate.

    Mostra spoiler ▼

    Se alla terza riga siete rimasti schifati state tranquilli, è accaduto pure a me mentre lo scrivevo, fate voi :)

  78. 44 Asher^Kunitz

    Oddio, io ci provo, ma non assicuro niente!

    Chi è che ha avuto la brillante idea di vestirsi da coniglio? Io. E di scegliere un costume nero con questo caldo cocente? Sempre io. Dannazione, sto morendo di caldo! Calmati Mirha, calmati. Devi stare calmo. Ricordati perché sei qui, l’onore e la gloria che ti aspettano. Alla centrale tutti ti sorrideranno, finalmente ti considereranno parte del gruppo e non il pivellino appena trasferito.
    Pivellino.
    Questa parola mi fa incavolare. Come possono chiamarmi pivellino? Dopotutto… no Mirha, smettila. Pensa alla missione, non lasciarti trasportare da questi pensieri inutili. Come diceva sempre la nonna? “Chiudi gli occhi e pensa all’Inghilterra”… no, forse il contesto è sbagliato.
    Dannazione! Sapevo che sarei finito per inciampare. Con questo costume non riesco a vedere niente! Dovevo allargare le fessure per gli occhi, sono stato uno scemo! Di sicuro Lei mi avrà sentito. E ora verrà qui e mi sparerà in testa, come ha fatto con gli altri.
    Non sono pronto a morire! Sono solo un pivellino!
    …?
    Come mai non succede niente? Avrebbe già dovuto spararmi in testa! Provo a sollevarmi, ci riesco solo al terzo tentativo. Quarto a dire il vero, ma il secondo non può definirsi davvero un tentativo, nessuno poteva prevedere che a terra ci fosse una bottiglia di vetro. Non è colpa mia se sono scivolato.
    Sento già le risate dei miei colleghi… no!
    Lei è ancora seduta. Che cavolo sta facendo? Sembra quasi si stia allacciando un guanto con i denti. La sua mano destra è ancora stretta attorno al fucile. E dire che ad un primo sguardo potrebbe passare per la classica cosplayer in cerca di una fiera in cui esibirsi. Ne ha tutte le caratteristiche: bustino nero, gonna corta, calze chiare che le fasciano le lunghe gambe. Nessuno direbbe che si tratta di una spietata assassina!
    Riprendo a ciondolare, fingo di osservare un manifesto appeso al muro. Non so bene cosa ritragga, non lo sto davvero guardando. Provo ad usare la vista periferica per controllare Lei, ma il costume è troppo ingombrante. E caldo.
    Come vorrei togliermelo, estrarre la pistola e gridare “Sei in arresto!”. Ma la verità è che non ho una pistola, sono ancora in prova. Tutt’al più potrei minacciarla con la testona di lana a forma di coniglio. Sempre che sopravviva al caldo.
    Mi avvicino come se niente fosse. Adesso che la vedo meglio mi accorgo che si sta davvero allacciando un guanto con i denti. Mi pare di vederla gemere per il nervoso, non deve essere facile stringere dei nodi senza le mani. Perché cavolo non lascia a terra il fucile? Dopotutto le ci vorrebbero solo una manciata di secondi…
    “Ecco cosa distingue Lei, una serial killer professionista, da te, un pivello appena trasferito”. Dannata coscienza. Almeno lei dovrebbe parteggiare per me! Ci manca solo il subconscio a prendermi a calci nel sedere.
    Ok, basta, mi sono stancato. Mi tolgo la testa di coniglio e mi preparo a gridare. Mi sento sopraffatto dalla frescura, finalmente riesco ad inspirare dell’aria fresca. Ma non mi lascio distrarre.
    -Sei in arresto!- urlo, con tutto il fiato che ho in corpo.
    Lei mi fissa, sul volto un’espressione strana. Rabbia? Forse si sta preparando ad uccidermi… oppure… non può essere! Lei scoppia a piangere, coprendosi il viso con la mano libera.
    Non riesco a dire nulla. E, se anche volessi, non ne avrei il tempo. Con la coda dell’occhio vedo un movimento rapido alla mia destra.
    Lei.
    Ho sbagliato persona! Dannazione, come si fa a sbagliare persona? Forse è stata colpa dei capelli, hanno un colore così strano, tra il blu, verde e grigio.
    No Mirha, non c’è tempo! Smettila di fare il pivello e recupera la tua preda.
    Già immagino le risate dei miei colleghi.

  79. 43 Anna

    Premetto che non ho mai provato seriamente a scrivere, ma questo post mi ha fatto venir voglia di provare! Spero solo che non ne uscirà qualcosa in stile strazzulla:

    Mi mordicchio la punta delle orecchie. La punta del mio problema ora è tra i miei denti ed è decisamente pelosa. Finalmente, dopo mesi di ricerche, l’ho trovata: è lì, davanti a me, seduta su quelli scalini. Mi allontano un po’ dall’angolino dove sto nascosto, spero che nessuno mi noti: non voglio essere costretto a fuggire come l’ultima volta!
    La guardo: lei non è cambiata. Tre mesi fa l’ho conosciuta in un bar, in città ed era la cameriera più carina che avessi mai visto. Sono rimasto, incantato dalla tinta blu così naturale dei suoi capelli e dai suoi incantevoli occhioni, fino all’orario di chiusura. Abbiamo bevuto. Abbiamo fumato. Poi, la ragazza tirò fuori il fucile, proprio mentre io la stavo per invitare a passare il resto della serata nel mio letto! La mattina dopo, ero schiantato in un vicolo, mezzo congelato e con il mio problema ben attaccato ai lati della testa, nero e peloso: due enormi orecchie da coniglio.
    Ora che ho trovato la ragazza, come faccio? Non posso certo andare lì e dire “Ciao, scusa, sono il ragazzo che hai conosciuto a quel bar, quello che ti voleva portare a letto ma che si è ritrovato con due enormi orecchie da coniglio”!
    Intanto lei ha preso uno dei laccetti del corsetto e se lo è ficcato nella sua splendida boccuccia. Almeno posso dire che abbiamo qualcosa in comune: la mania di avere sempre in bocca qualcosa.
    Non oso avvicinarmi, perché nell’altra mano ha sempre il fucile e non voglio ritrovarmi con una coda a batuffolo o peggio, con due dentoni che crescono continuamente, costretto ad andare in giro con un bastoncino da rosicchiare. Inoltre, il mese scorso, quel pupazzetto rosa che si porta dietro, mi ha azzannato alla gamba mentre cercavo di raggiungerla dopo averla vista in una discoteca. Il dolore era stato terribile e ho ancora una cicatrice sul polpaccio sinistro: un enorme macchia traslucida rosa che ricorda la testa di un coniglietto.
    Quant’è bella! Da quando ho le orecchie è come se mi attirasse ancora di più. Ogni notte sogno la sua tuba nera, quel cappellino che non si scolla mai dai suoi capelli, nemmeno se lo fosse cucito dulla testa.
    Da quando seguo le sue tracce, ho sempre trovato in giro torsoli di mela. Quando mi sono risvegliato con le orecchie, ne avevo uno sotto casa. Nella discoteca, ne ho intravisto uno in mezzo alla pista da ballo. Ora, dalla borsa sembra che stiano uscendo delle mele.
    Devo nascondermi. Inizio a muovermi verso il muretto, ma a un tratto non resisto e le lancio un’ultima occhiata, a lei, ai suoi capelli azzurro cielo. La ragazza si gira, puntando i suoi occhioni fragola sui miei. La sua bocca si tende in un sorriso dolce, dolcissimo, mentre con l’altra mano carica il fucile. E spara.

  80. 42 Vincent Law

    Perfetto, grazie per il chiarimento :3

  81. 41 GSeck

    @Gamberetta
    Neanche io so come ragioni una mela: facciamo finta che pensino come ho scritto, così il mio post risulta più bello!

    Dopo averlo inviato ho notato un refuso, la ripetizione di “attorno a me” a una riga di distanza e che la scena in cui riconosce il coniglio killer è raccontata e non mostrata.
    Una cosa del tipo “riconobbi il buco nel cranio del coniglio ritratto nel manifesto” sarebbe stata migliore.
    Peto venia.

  82. 40 Gamberetta

    @Vincent Law. Per i caporali veri e propri, ovvero questi due simboli « e », non dovrebbero esserci problemi. Per i simboli di maggiore e minore devi usare i codici HTML, altrimenti wordpress li prende come tag malformati:
    Per scrivere < devi usare: &#60; Per scrivere > devi usare: &#62;

    Aggiungo, se avete problemi con la tastiera a fare « e » potete anche lì usare l’HTML:

    Per scrivere « bisogna usare &#171;
    Per scrivere » bisogna usare &#187;

  83. 39 Vincent Law

    con “loro” intendevo le virgolette caporali, che proprio non mi appaiono nel commento. Ma succede solo a me?

  84. 38 Vincent Law

    Lol è vero ho descritto poco poco… perché mi sono divertito a scrivere il dialogo e tutto il resto è noia xD
    Per punizione mi rileggo il primo capitolo dei promessi sposi e del signore degli anelli.
    Sui trattini hai ragione. Non li uso mai, metto sempre loro , ma non so perché quando li scrivo qua firefox mi blocca lo script dell’anteprima del commento, e mi si impalla xD
    Comunque bell’idea quella del compito a casa, ho visto che molti utenti si sono divertiti parecchio a descrivere la scena.

    p.s.
    Duca io voglio leggere un romanzo fantasy scritto da te in cui il protagonista è un fucile :D

  85. 37 francy

    In effetti hai ragione, Gamberetta ù.ù Mi sa che devo esercitarmi ancora un po’, ovviamente seguendo i tuoi manuali^_^

  86. 36 Gamberetta

    @GSeck. Niente da dire sul punto di vista scelto, non ci avrei pensato neanch’io. Notevole.
    Dal punto di vista tecnico è probabile ci sia qualche pensiero di troppo della mela; sono pensieri che sembrano rivolti a un pubblico più che un fluire di coscienza naturale nell’animo di un frutto. Ma ovviamente è dibattibile, data la particolarità del punto di vista.

    @Vincent Law. Una nota tipografica: se usi il trattino ( – ) per i dialoghi, non c’è bisogno di chiuderlo se non ci sono altre parole che seguono.
    Il dialogo tutto sommato è buono, e potrebbe essere una scena decente, ma mancano proprio le descrizioni ^_^”.
    Per esempio:
    “Ma quale agente? Quel babbeo vestito da coniglio?”
    Qui magari due righe in cui illustri il tizio guardandolo dal mirino ci starebbero bene, dato che era lo scopo del compito.

    @Vale. Forse potevi spendere qualche parola in più, anche se già così ci sono diversi particolari concreti. Una curiosità, come mai ti è venuto in mente Dublino?

    @Evangeline. Solo l’inizio. In prima persona puoi essere più decisa, come hai fatto con l’amica: “vestiva in maniera minima, con una gonnellina di pizzo e un busto che la copriva quanto bastava” che è meglio di scrivere: “mi soffermai a guardare la mia amica, e il particolare che più mi colpì era che vestiva ecc.”
    Così all’inizio puoi solo dire, non so:
    “Che schifo di quartiere! Muri scrostati, gradinate piene di buchi, puzza di mele marce, ecc.” È implicito che la protagonista si guardi attorno e scelga quei particolari.
    Comunque queste sono sfumature, non errori.

    @Sophitia. Bello il punto di vista. Interessante anche la descrizione, come in altri casi è difficile dire se il linguaggio sia adeguato, data la particolarità del punto di vista scelto.
    Spero ovviamente che l’immagine non mi distrugga il blog! ^_^

  87. 35 Clio

    Al Duca
    Grazie, la prossima volta che inserirò come voce narrante un fucile da battaglia in 7,62×51 me ne ricorderò :D
    Anzi no. D’ora in poi userò come narratori solo oggetti che conosco bene. La prossima volta a narrare sarà una pipa.

  88. 34 Sophitia

    Non voglio diventare una scrittrice, e penso proprio che si leggerà la differenza tra chi scrive abitualmente, però è venuta voglia anche a me di provare.

    Questa è l’ultima volta, lo giuro.
    Sono stufo di far dei danni. Che colpa ne ho se mi hanno creato con la capacità di distruggere? Oh, pensare che è una cosa così facile. Basta farmi immettere nel HTML, o in qualsiasi altro linguaggio inventano ogni giorno gli umani. Cancello un solo tag a caso. E puff, come un castello di carte cadono tutti gli altri tag, mandando in tilt il sito internet.
    Me lo dice sempre il Capo. Sei speciale. Sei unico. Il web è troppo pieno di robaccia. Collassa. Basta che ci paghino e noi facciamo piazza pulita.
    Posso diventare una gif animata, un’immagine statica, un effetto carino, comparire su uno dei tanti portali della nostra Associazione proprio quando la vittima sta navigando da queste parti. Lui pensa che ci sia capitato per caso grazie a quei motori di ricerca e che fortuna, e invece è tutto già deciso.
    E’ ora. Mi devo trasformare, ho solo dieci minuti. I calcoli dell’Associazione sono precisi e… aspetta cos’è questa sirena che suona? Merda, altro che calcoli precisi, devo fare in fretta. Scandaglio freneticamente il contenuto del suo blog. Qualcosa che attiri la sua attenzione, qualcosa che gli piaccia…. Porca miseria, ho poco tempo. E’ già nell’home del nostro sito, e tra poco cliccherà sulla Galleria.
    Andrà come andrà, anzi se oggi fallisco è meglio.
    Sono un’immagine. Generata in base alle parole più frequenti nel blog che dovrò distruggere. Sono una ragazza. Non che la cosa mi dispiaccia, tanto io non sono né uomo né donna. Sono anche carina. Ho un abito però strano, cosa sono questi pizzi, e che dire di queste scarpe dal tacco assurdo? Per non parlare del cappello nero con il nastro rosa che ho in testa. Pazienza. Sono stato di peggio. Almeno posso sedermi. Dietro di me ci sono degli scalini. Alquanto mal messi e pieni di crepe, ma sempre meglio di quella galleria oscura che c’è a sinistra e che non m’ispira per niente. Potrei mettermi in piedi davanti all’entrata, in una posa figa, ma odio il buio.
    Mi siedo.
    E non sono più solo. La mia mano tocca qualcosa. Che cavolo… un fucile? “Tienimi stretto e peggio per te se fai mosse false”. Stringo l’impugnatura. C’è sopra una faccia rosa dalle orecchie lunghe. E’ Carota. Mi hanno sentito? Sposto la mano più in alto, sulla canna. “Ciao” Guardo in basso e incrocio gli occhi di un coniglio di pezza. Conosco anche lui. Ci sarà anche il suo pigro gemello? Eccolo. Addormentato dentro una borsa, riversa sulla scala, da cui fuoriescono delle mele. Ma non è la cosa peggiore. Una delle mele. Morsicata. La Terminatrice? Cazzo hanno sentito la mia titubanza. “Sembravi in difficoltà, così siamo venuti ad aiutarti. Non sei felice?”. Dal buio della galleria emerge. Il Capo. Lui in persona. Sono nei guai. “Sembra che gli piacciono i coniglietti, così abbiamo deciso di prendere una forma che li ricordasse. Tranne la Terminatrice che non vuole sentire ragioni. Non sono carino?”. Già, come può esserlo un grosso coniglio nero, senza né occhi né bocca, che mi controllerà e che dopo il lavoro mi punirà. Se solo potessi scappare.
    Ci immobilizziamo.
    E’ qui.
    Vedrà questa immagine che gli piacerà.
    La salverà sulla sua memoria.
    Mi spiace.
    Ci inserirà domani del suo blog.
    Non posso commettere errori.
    Domani “Gamberetti Fantasy” cesserà di esistere.

    P.S. non voglio portare male a questo sito ^^

  89. 33 Evangeline

    @Lupo. Forse hai ragione, avrei potuto descrivere di più il fucile, ma non mi sembrava un dettaglio così importante. Dopotutto dovevo descrivere la scena, non l’arma. Ho preferito concentrarmi sull’ambientazione e sul personaggio. ^^ Grazie comunque per avermi dato il tuo parere.

    @Gamberetta. Con inizio intendi solo la parte che hai citato o anche la descrizione della ragazza? Sul coniglio nero hai ragione, ho evitato apposta di inserirlo. Ho pensato che potesse avere rilevanza in un altro tipo di scena, se ad esempio Angelica avesse detto che dovevano dare la caccia ai conigli antropomorfi notare il coniglio nero avrebbe significato l’inizio di un’azione, la caccia appunto, e allora non sarebbe stata più una descrizione. : ) Farlo notare ad una delle due ragazze come un elemento dello sfondo mi sembrava un dettaglio inutile, volevo evitare di appesantire. In ogni caso grazie per avermelo fatto notare. ^^

  90. 32 Maudh

    @ gamberetta: gli avverbi, porco Ak-47!

  91. 31 Vale

    Ecco il mio compito.

    I Cacciatori si spingevano ovunque. Erano arrivati anche a Dublino.
    Quella che avevo intravisto sulle scale dell’albergo in cui alloggiavo non era molto diversa dallo standard.
    Giarrettiera, scarpe di vernice, capelli tinti.
    Era intenta a legarsi un guanto con i denti, per non lasciare nemmeno per pochi secondi il fucile. Aveva appiccicato un coniglietto sul calcio.
    Come tutti loro portava una borsa piena di mele. Ne aveva addentata una, ma non pareva averla gradita.
    Mi chiesi come avrei fatto a rientrare, quando mi accorsi che una persona passeggiava in fondo alla strada. Non distinguevo altro che le lunghe orecchie, non sapevo se fosse dei loro o solo un turista.
    Tornai tra i perdigiorno di Grafton Street, anche se mi faceva male la schiena e avevo bisogno di una toilette.

    Bellissimo post.
    Ho letto anche la parte dedicata ai nemici delle regole, anche se io non lo sono.

  92. 30 Lerajies

    Articolo interessante, anche se non concordo molto. Secondo me si capisce lo strumento rimasto a lungo troppo in acqua, a me fa venire i suoni che facevo col flauto -.-
    Piuttosto una volta trovai in un libro di Wilbur Smith metafore sui raccoglitori di perle, qualcosa del tipo “sono venuto da te come un raccoglitore di perle del mar nero”. Sono rimasta così O_o. Ancora peggio un’altra frase “Il tuo sesso è talmente bello che Dio avrebbe dovuto metterlo sulla fronte di un feroce leone affinchè solo i più coraggiosi potessero averlo”. XD

  93. 29 ancos

    Ciao.

    Ottimo articolo, complimenti. Sono d’accordo con te al 100% sui miti riguardo le regole e con le tue risposte. Io in genere riassumo con: “in realtà, non hai voglia di imparare”.

    Mi permetto di suggerire altri tre manuali. Sono manuali per il fumetto, più per lo scenggiatore che per il disegnatore. Vi si trovano spunti molto interessanti anche per chi vuole scrivere fiction.

    Scott McCloud: Understanding Comics

    Will Eisner: Comics and Sequential Art

    Eisner ha scritto anche Graphic Storytelling, ma non lo trovo su Gigapedia.

    Tutti e tre i manuali sono stati tradotti in italiano, una buona libreria o fumetteria dovrebbe averli.

  94. 28 Vincent Law

    Pure io i compiti a casa! Pure iooo

    L’MSG90 è un buon fucile. Il lavoro praticamente lo fa lui, per quanto mi riguarda posso anche scaldare un po’ di fumo.
    -Ma che diavolo fai?-
    -Ah, ma voi della USRobotics non coltivate cannabis nel tempo libero?-
    Lo sguardo carico di disgusto che mi lancia il cliente non mi contraddice.
    -Amico, quando avete partorito quella non dirmi che eravate lucidi.- Gli poso una mano sulla spalla e inizio a scuoterlo. -Eravate strafatti, te lo dico io. E rimediami un po’ di quella roba che pare bella potente.-
    Non risponde. Anzi no, grugnisce. E mi toglie pure la mano, scortese. Sembra un tipo di poche parole, inizia a starmi quasi simpatico.
    -Allora, il silenziatore l’ho montato, così non si saprà che due adulti hanno ucciso una bambina. Perché devo ucciderla, no?-
    -Non si tratta di “uccidere”, te l’ho già spiegato: quella non è una bambina.- Rovista in una delle sue tasche e tira fuori un fazzoletto rosa per asciugarsi il sudore della fronte. – E qui sul tetto fa troppo caldo, sbrigati. -
    Naturalmente mi ricordo, di quando ieri questo tizio mi ha pagato per “disattivare” questo “prototipo”. Ma quella che vedo nel mirino assomiglia maledettamente ad una bambina qualsiasi. D’accordo, una bambina qualsiasi abbastanza stravagante.
    -Senti un po’- Mi volto verso di lui. -Ma il fatto dei peluches rosa a forma di coniglietto e della gonna a girofica era voluto? – Butto la cicca ormai spenta oltre il parapetto, e la osservo cadere. – No perché ho una mezza idea di andare lì e provarci con lei. Ha pure la passione per le armi. Quello che abbraccia è un softair, io li collezionavo.-
    -Il prototipo è difettoso, per questo sono stato costretto a comprare un tiratore come te. Appena il nostro agente lo ha avvistato…
    - Ma quale agente? Quel babbeo vestito da coniglio? –
    - Sì, e per la cronaca è uno dei migliori. Appena abbiamo saputo dov’era, ti ho contattato. Quale nazione farebbe uso di un automa da battaglia con la fissazione per il gothic-lolita che colleziona mele? -
    Non so che accidenti sia questa gothic-cosa, ma ho cambiato idea sul tipo silenzioso: è un imbecille. Io avrei trovato interessantissimo combattere al fianco di una così. -Cos’hai contro le mele? Sono ricche di vitamine. –
    Un altro grugnito, ed un colpo di tosse. -Spara.-
    -Iniziavi a diventare un tipino intrigante, signorina automa da battaglia. Peccato che questo tizio balordo ti vuole morta. – Mentre aggiusto la mira mi sorge un dubbio, che pongo prontamente al tizo balordo: – E’ uguale se la colpisco vicino alle cosce? Mi scoccia un po’ spostare il mirino. -
    -Dio santo, ma ho pagato un assassino o un fenomeno da circo? Spara a quella dannata cosa, ora!- Mentre urla mi sputacchia tutta la giacca, e questo non è un bene. Oltretutto mi ha pagato una miseria. Un’altra parola e giuro che lo ammazzo.
    - … -
    Bang!
    Prendo una Beretta dalla tasca interna e lo ammazzo lo stesso, con un colpo in fronte. Poi lo trascino sul bordo e lo spingo di sotto. Dovrei levarmi questo vizio di gettare l’immondizia dalle altezze, è incivile.
    Torno giù in strada e mi avvicino alla bambina.
    -Qualcuno chiami un ambulanza! Un uomo si è buttato dal tetto!
    -Ma è ferito alla testa!
    -Un uomo si è sparato e si è buttato dal tetto!
    -Ciao piccola. Ti va un succo di mela?-

  95. 27 GSeck

    Ciao. Qui è Giovanni.

    Rotolai verso casa così veloce da farmi uscire del succo.
    Una volta un amico mi ha detto che è inutile cercare di evitare le conigliatrici: sono talmente più potenti di noi mele che un tentativo di fuga o di salvataggio può solo peggiorare le cose. Ma l’avvertimento che una di loro si aggirava nel mio quartiere mi obbligò a correre.
    Durante la strada verso casa, mi venne in mente come avevo corso nel campo quando erano nati i miei figli. Seme del mio seme, cinque piccole mele che sarebbero diventate alberi solenni. Chissà quanto sarebbero diventate alte, e quante altre mele avrebbero fatto.
    Da quando erano scese le conigliatrici, questi semplici pensieri, diritto di ogni genitore, erano diventati spazzatura. Un colpo del loro fucile e una mela diventava un coniglio. Un coniglio si ricorda chi era, cosa voleva, chi amava prima della trasformazione, ma un nuovo pensiero li domina. La sete di succo di mela. Pesano ventuno grammi in meno rispetto a quanto erano mele, ma il loro corpo è enorme, più forte, più agile di prima. Con delle zanne tremende che reclamano succo, fosse anche quello dei loro amici, dei genitori, dei fratelli.
    Svoltai l’angolo che porta al mio quartiere, e vidi un coniglio nero che camminava vicino a un muro, forse in caccia. Prima di quel giorno queslla visione mi avrebbe terrorizzato, ma lì intorno poteva aggirarsi una conigliatrice, e al loro confronto i conigli sono innocui come granuli di terriccio. Notai anche il manifesto del ricercato, un coniglio killer. Avevo già letto quel cartello: quel killer era stato una povera mela, assalita da un baco quando era ancora sull’albero, ed era cresciuta deforme. Da allora era stata emarginata e adesso, con il suo potere di coniglio, si divertiva a fare strage di nemici che prima non aveva neanche il coraggio di guardare nella buccia.
    L’immagine che vidi di fronte all’entrata del mio condominio si congelò nella mia mente. La conigliatrice era seduta sui gradini del mio appartamento, e si stava infilando un guanto nella mano sinistra, mentre con la destra teneva il fucile. Era poco vestita. Pare che nel loro corpo circoli un liquido chiamato sangue, che scorrendo veloce le riscalda. Il nostro cielo, talmente caldo da essere rosso, le fa soffrire per il caldo. Era identica a come le immaginavo dai racconti. L’elmo cilindrico in testa, la stoffa nera e dura stretta nel torso per resistere a ogni lama, la tela attorno al bacino per attutire gli urti, le fasce per proteggere le gambe senza limitarne i movimenti, i rialzi sotto i piedi per permettergli di correre dove la terra era morbida: tutto in lei era fatto per cacciarci. Guardai più in basso. Da genitori, li riconobbi d’istinto: uno dei miei figli, delle mie piccole meline, era stato conigliato. Un altro era sui gradini, e giaceva senza vita con un morso sul fianco. Capii cosa era successo: una mia melina conigliata non aveva resistito alla tentazione di mordere suo fratello, e poi si era uccisa per il dolore. Altre due miei figli erano nella borsa della conigliatrice, assieme a un altro mio figlio conigliato. Non si muovevano. Erano sempre così energici e giocosi in vita…

    - Perché? Voglio solo sapere perché siete venute nella nostra terra!

    Lei fece il nodo con lentezza, lo controllò e sorrise soddisfatta.

    - Sai, le mele ritratte nella ringhiera di casa tua sembrano piccoli conigli. Prova a vederla così: voi un tempo eravate conigli, noi vi stiamo solo riportando alla normalità.

    Io rimasi senza parole, ed ero talmente sconvolto da non rendermi conto del colpo che mi sparò.
    Non so quanto tempo passò prima del mio risveglio. Guardai attorno a me. Ero in una caverna scura dove circolava poca aria. Non c’era né terra né acqua attorno a me, solo un mucchio di paglia in un angolo e un libro dalla copertina nera e dalle pagine ingiallite. Non avevo mai visto un libro così vecchio, anzi, così antico. MI alzai in piedi, ed ero molto più alto di prima. Guardai il mio corpo. La forma ricordava quella delle conigliatrici, ma avevo le braccia e le gambe pelose, come zampe di conigli. Dal petto spuntavano due grosse mele morbide. Non sapevo nulla su cosa ero diventato. Tranne una. Avevo sete. Sete di quel liquido sconosciuto chiamato sangue.

    - Non chiederti cosa sei: chiediti perché ha conservato i tuoi figli nella borsa.

    Mi voltai di scatto seguendo la voce. Alle mie spalle c’era il coniglio killer del manifesto affisso vicino a casa mia.

    - Comunque ti rassicuro, non sei un coniglio. Adesso ascoltami. Ci sono delle cose che devi sapere.

  96. 26 Il Duca Carraronan

    Niente da dire, chiedo perdono per aver tavisato il carattere del fucile. Per farmi perdonare sacrificherò diciassette conigli a Nyarlathotep (o come diavolo si chiama, insomma, Lui!)

    Eh, sì, il fucile era troppo lamentoso… aveva un carattere da fucile da assalto in 5,56×45, non da fucile da battaglia in 7,62×51.

    Un M16A2 è sempre nervoso, si lagna, si lamenta di ogni cosa, della polvere, dello sporco, della roba attraverso cui non passano i suoi colpi… un tedesco G3 gli va dietro e gli rifila una sberla sulla canna “Sta zitta, stupida checca yankee”. Intanto gli AK-74 in 5,45 russo e gli AK-47 in 7,62×39 rimangono in silenzio, scuotono la testa e continuano a fumare: anche i loro calibri sono anemici rispetto al 7,62×51, ma sono armi rozze e abituate a faticare senza fiatare tra sporco e cattive condizioni ambientali. Il Galil israeliano invece non dice niente per un altro motivo: sta prendendo a calci una mitraglietta skorpion cecoslovacca finita a lavorare per i palestinesi…

    Il 5,56×45 è calibro for pussy.
    Però in quell’immagine non penso ci sia un HK33: sarebbe praticamente uguale, ma col caricatore un po’ più curvo e lungo (e con più proiettili essendo il 5,56 molto più piccolo e leggero del 7,62).

  97. 25 D7

    @Gamberetta

    Che il fucile sia alto quasi quanto la ragazza è un po’ una forzatura, dato che non è così nel disegno.

    Mi sono lasciato prendere un po’ troppo la mano, dando priorità all’idea che mi si era formata in mente piuttosto che al disegno. Ma non mi pare grave.

    La “psicololi” andava descritta di più, anche perché chi non è addentro agli anime, non ha presente chi sia una “loli”.

    Vero. Ma senza esagerare. Dopotutto è un coniglio antropomorfo terrorizzato dal suo predatore naturale a parlare: penso veda soltanto una “mostruosa giovane femmina umana”, forse da inserire al posto del vago “piccola ma letale creatura”.

    “Terrorizzato” o “spaventato” potevi toglierli, magari aggiungendo qualche particolare: abbassare le orecchie? Improvviso desiderio di rannicchiarsi? Mettersi a rosicchiare il legnetto portafortuna?

    Toglierli magari no, a meno di trovare una soluzione brillante che li renda superflui. Mostrare meglio il terrore, aggiungendo particolari, sì.

  98. 24 cafeine

    HO FATTO PURE I COMPITI

    Davanti ai suoi occhi si presentò una scena surreale.
    Si trovava ancora in città, nella solita squallida periferia, ma l’atmosfera era cambiata completamente. Le strade erano deserte, i palazzi sembravano scatoloni vuoti costellati da file e file di finestre chiuse, e non c’era segno di vita. Tutto galleggiava in un’atmosfera rosata, straniante. Il tempo si era fermato.
    Nessun rumore.
    La città si era ridotta a un fondale dipinto.
    L’uomo mosse qualche passo, con cautela. In quel silenzio, sarebbe bastato lo scricchiolio della ghiaia sotto uno stivale a tradirlo.
    Ma la sua preda sembrava ancora convinta di esser sola.
    Seduta sui gradini della stazione, a una decina di metri di distanza, la ragazza fissava il vuoto con un’espressione totalmente assente.
    Era davvero molto giovane: tredici o quattordici anni, appena una ragazzina. Sembrava una scolaretta ribelle: gonnellina frou frou e calze bianche, un bustino scuro con i lacci, una gran quantità di fiocchi, pizzi e cianfrusaglie, scarpe nere con la zeppa. Portava una piccola tuba sui capelli azzurri, e teneva appoggiato a terra il fucile con la stessa noncuranza con cui aveva buttato la borsa sui gradini. C’erano conigli rosa sparsi ovunque.
    Conigli.
    Rosa.
    L’uomo storse il naso.
    Nel piccolo mondo idiota di quella razza là, neanche le armi avevano più una dignità: le mocciose andavano in giro con kalashnikov coperti di strass e fiorellini, e maneggiavano spade tempestate di pietruzze rosa.
    L’uomo sospirò. Provava qualcosa a metà tra il disgusto e la compassione. Quel cappellino, quei conigli, una mela morsicata e lasciata sui gradini…una tale inconsapevole stupidità…
    Al diavolo! Mai, mai guardare una preda troppo a lungo!
    Con la rapidità di un veterano, l’uomo mise il colpo in canna e sparò.
    Un solo proiettile, dritto in testa. La ragazza crollò a terra con un sussulto e rimase immobile.
    L’uomo si passò una mano tra i capelli e sentì la tensione svanire. Un lavoro preciso e impeccabile, come sempre.
    Gettò un’ultima occhiata alla mocciosa accasciata tra i conigli.
    -Cosplayer del cazzo!-
    Rinfoderò la pistola, girò i tacchi e se ne andò.

  99. 23 Clio

    A Lupo
    Du calme, du calme ;) Io non ho parlato di fucili ammazzaconigli, ma non c’entra. Volevo solo dire che in questo contesto e condizioni essere precisi non era essenziale. Può aggiungere alla storia, se c’è una storia. Non è questo il caso, si tratta solo di una descrizione, e la maggor parte della gente non sa a cosa assomiglia un G3.
    Quanto ai termini giapponesi, non ci sono perfetti omologhi in italiano. Si può scrivere in italiano se il punto è descrivere una scena (siegare a Mr.X l’immagne di un tizio che esamina una spada), ma non sono termini precisi.
    Tra l’altro sono d’accordo quando dici che i termini devono essere precisi, ma a seconda dei contesti penso si possa essere più “rilassati”.
    In definitiva sono io quella che ha scritto la descrizione peggiore, perché ho usato un POV senza riuscire a dargli il giusto carattere.

    Al Duca
    Niente da dire, chiedo perdono per aver tavisato il carattere del fucile. Per farmi perdonare sacrificherò diciassette conigli a Nyarlathotep (o come diavolo si chiama, insomma, Lui!)

  100. 22 Lupo

    @Clio

    Sono stata estremamente precisa, e io so benissimo cosa sta succedendo

    Ma che razza di esempio hai fatto?? Hai solo usato le parole in giapponese al posto delle loro omologhe in italiano, non hai usato nessun termine incomprensibile o troppo tecnico. (tachi/lunga sciabola, saya/fodero, tsuba/guardia, tsuru/gru ecc.)

    A parte questo, capisco quello che vuoi dire, ma non ho mai detto di fare una relazione tecnica sul fucile d’assalto:Calibro, Munizioni, Cadenza di tiro, Gittata Lunghezza della canna, Peso, Alimentazione, ecc. Ho consigliato solo di descrivere meglio il fucile. Tra parentesi, quello che hai scritto tu mi andava anche a genio, perchè si capisce com’è fatto, questo benedetto fucile! Ho come l’impressione che non hai letto bene quello che ho scritto. =)

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