Manuali 2 – Dialoghi

Introduzione

Questo è il secondo articolo dedicato ai manuali di scrittura. Il primo articolo, Manuali 1 – Descrizioni, si trova qui. Il terzo articolo, Manuali 3 – Mostrare, si trova qui.

Ricordo che questi articoli sono un invito alla lettura. Se l’argomento vi interessa, leggete i manuali via via segnalati. Li trovate tutti su gigapedia e molti anche su emule. In questo articolo c’è l’elenco completo dei manuali che ho scovato su gigapedia. Sì, lo so, sono in inglese. Ho aggiunto qualche nota bibliografica quando un manuale ha avuto un’edizione italiana, ma non posso farci niente se la traduzione è pessima o l’edizione italiana è fuori commercio. Se si intende scrivere fantasy o fantascienza con serietà, vale la pena investire del tempo per imparare l’inglese. Non è indispensabile, ma aiuta moltissimo.

* * *

Se pensate che i manuali di scrittura siano inutili o dannosi, prima di continuare date un’occhiata alle Risposte ai Miti.

A tal proposito, voglio aggiungere qualche altra parola.
Lo scopo è imparare a scrivere bene. Essere orgogliosi dei romanzi e dei racconti che si scrivono. Troppo spesso si confonde la buona scrittura con la pubblicazione (intesa in senso tradizionale: il romanzo in libreria). Scrivere bene e pubblicare sono due attività distinte. Qualche volta c’è un rapporto di causa-effetto (ho scritto un bel romanzo, vengo pubblicata), nella maggior parte dei casi non c’è alcuna particolare correlazione.
Ciò non vuol dire che non si debba aspirare a pubblicare, è un desiderio legittimo, ma non può essere la spinta a cercare di migliorarsi, perché scrivere più o meno bene non incide sulle possibilità di approdare in libreria. Se una persona mi chiedesse: “Ma in pratica, che vantaggio ho a studiare l’inglese? Leggere i manuali di scrittura? Darmi una disciplina nello scrivere?” la risposta sarebbe che non c’è alcun vantaggio pratico. Il “vantaggio” è che si potrà essere fieri di quello che si è scritto e, se qualcuno leggerà le nostre storie, non dovremo vergognarci.

Così come scrivere bene non porta necessariamente alla pubblicazione, allo stesso modo un romanzo non diventa automaticamente decente perché ha trovato una casa editrice. Scrive Ansen Dibell in Plot:

bandiera EN Bad writing, by any standard you care to name, sometimes reaches the printed page.
Print doesn’t sanctify it. I’ve read some really rottenly-written fiction over the years, and not all of it in dog-eared copies with garish covers, from used-book shops—how about you?
But competent writers have their lapses, too. In many cases where a major narrative blunder survives into print, it’s tolerated because the story shines like a jewel, flaws and all, and the momentary failure of craft is forgiven for the sake of the power of the whole.
Some boners are allowed great writers. Laughably bad technique is often tolerated from very popular writers. But you and I are interested in good craft, in understanding options and making choices on purpose. If you didn’t care about craft, you wouldn’t be reading this book. So you wouldn’t want to cite others’ blunders to justify your own anyway—right?

bandiera IT La cattiva scrittura, qualunque criterio si adotti per definirla, qualche volta raggiunge la pagina stampata.
La pubblicazione non santifica la cattiva scrittura. Nel corso degli anni mi è capitato di leggere narrativa scritta in maniera davvero schifosa, e non sempre si trattava di libri trovati su qualche bancarella, con i bordi delle pagine arricciati e copertine pacchiane. E a voi è mai capitato?
Ma anche gli scrittori competenti ogni tanto sbagliano. In molti casi, quando un errore vistoso arriva fino alla pubblicazione, è perché la storia risplende come un gioiello, difetti compresi, e una svista è oscurata dalla qualità dell’insieme.
Qualche strafalcione è concesso ai grandi scrittori. Una tecnica ridicolmente scarsa è spesso tollerata in scrittori molto popolari. Ma noi siamo interessati alla buona scrittura, siamo interessati a conoscere le alternative e vogliamo compiere scelte consapevoli. Se non vi interessasse la buona scrittura, non stareste leggendo questo libro. Perciò non vi metterete a citare gli errori degli altri per giustificare i vostri, giusto?

In altre parole: non si tratta di mettersi in competizione con autori già pubblicati, non si tratta di una gara per arrivare alla pubblicazione, si tratta di imparare a scrivere bene!

Taiga armata di bokken
Imparate a scrivere una buona volta! Non costringetemi a usare il bokken: anche se è solo una spada di legno, fa molto male

Scopo dei dialoghi

La scopo principale dei dialoghi è caratterizzare i personaggi che vi partecipano.
I dialoghi sono uno strumento potentissimo per definire un personaggio, spesso ancor più delle azioni che compie:

Michele esce ogni sera con una ragazza diversa: le sue azioni lo definiscono come un certo tipo di personaggio.
Michele esce ogni sera con una ragazza diversa; a ognuna dice che l’amerà per tutta la vita e non la tradirà mai: le azioni sono uguali, ma il dialogo dipinge un Michele diverso.

Michele spara a Carlo: Michele è un certo tipo di personaggio.
Carlo dice a Michele che gli ha ucciso il figlio, Michele gli spara: stessa azione, ma il dialogo dipinge un altro Michele (e un altro Carlo, non più vittima innocente).

I dialoghi sono un mezzo favoloso per dare spessore a un personaggio. Oltre a questo si possono usare i dialoghi per arricchire le descrizioni, per spingere la storia in nuove direzioni, per accrescere la tensione o per smorzare il ritmo.

Discorso diretto e indiretto

Il discorso diretto è il riportare battuta per battuta quello che i personaggi si dicono:

«Ciao, come stai?» chiese Michele.
«Io sto bene» rispose Anna.

Quando si usa il narrato per riferire gli stessi concetti, è discorso indiretto:

Michele salutò Anna e le chiese come stava. Anna rispose che stava bene.

Il discorso diretto è mostrare. Il discorso indiretto è raccontare. Dato che la regola numero uno della narrativa recita: “mostrare, non raccontare!”, il discorso diretto è preferibile.
È preferibile perché è più preciso e concreto. “Michele salutò Anna” è vago, è generico, non consente al lettore di vedere o sentire. Quel saluto potrebbe essere uno qualunque di questi – e tanti altri:

«Ciao, bella!»
«Buongiorno, signorina Anna.»
«Lunga vita e prosperità.»
«Oh, tipa, sì tu, che ci hai da accendere?»

Ognuno dei quattro saluti aiuta a definire il personaggio di Michele e il suo rapporto con Anna.
La materia grigia del lettore è stimolata; nel suo cervello la scena si abbozza: anche se non scriviamo nient’altro è possibile che il lettore veda un Michele trasandato leggendo il quarto saluto e magari un Michele maggiordomo leggendo il secondo. Con “Michele salutò Anna” il lettore non vede niente.

Il discorso indiretto non funziona. È inchiostro sprecato e porta molto in fretta alla noia. Non è una scappatoia dal discorso diretto. Se io sono in difficoltà con le scene d’amore, ma la trama richiede che Michele confessi ad Anna che la ama alla follia, non posso scrivere: “Michele confessò ad Anna che l’amava”. Fa schifo. Devo impegnarmi, costruire il dialogo battuta per battuta; se non viene bene rifarlo, provare a leggere qualche romanzo rosa per avere ispirazione, ritentare e ritentare un’altra volta.
Se è vitale per la trama che Michele spieghi ad Anna come si atterra con un F-16 non posso scrivere: “Michele spiegò ad Anna come pilotare il caccia”. Fa schifo. Devo documentarmi e rendere il discorso diretto verosimile.

Il discorso indiretto può essere usato solo quando il discorso diretto risulterebbe ripetitivo o insignificante.
Esempio:

«Andrelli?» chiamò la maestra.
Un bambino alzò la mano. «Presente.»
«Bonzi?»
«Presente.»
«Carotoni?»
«Presente.»
La maestra continuò l’appello fino a Valvucci, assente.

“La maestra continuò l’appello [...]” è discorso indiretto. Ma è meglio così che non avere un elenco di trenta nomi con trenta “presente”.
O ancora: se sappiamo che Michele è il maggiordomo, dopo la prima volta che ha salutato Anna, le volte successive possiamo sì scrivere “salutò Anna”, perché il lettore sa di cosa stiamo parlando.
Altro esempio:

«Allora mi sono arrampicata sul muro. Ho usato le cesoie del contadino per tagliare il filo spinato. Ho aspettato che la guardia passasse e sono saltata a terra. Mi sono nascosta dietro il gabbiotto degli attrezzi. Ho forzato la serratura. Dentro ho trovato il fucile da cecchino e due caricatori. È stato facile ammazzare Don Calogero quando si è affacciato al balcone.»
Intanto era entrato in classe Michele. Anna spiegò anche a lui come superare il quinto livello di Hitman.

“Anna spiegò anche a lui [...]” è discorso indiretto, ma è preferibile che non ripetere le battute appena pronunciate.

Hitman
I videogiochi di Hitman sono tra i miei preferiti, perché si possono garrottare le persone! Manca solo un mod che inserisca gli autori di fantasy italiani…

Però, qualche volta, le ripetizioni possono essere volute. Per esempio, supponiamo che Anna ogni volta che viene interrogata dal professore di matematica abbia una scusa per non presentare i compiti. “Li ha mangiati il gatto”, “Erano nella macchina dello zio che è finita nel fiume”, “Le macchie solari hanno sciolto l’inchiostro del quaderno”. Alla diciottesima scusa, si potrebbe scrivere: “Anna inventò l’ennesima scusa”. Oppure si può riportare la diciottesima scusa: ripetitivo, ma divertente.

Il discorso indiretto spesso è usato come forma di (auto)censura:

Il martello colpì il dito invece del chiodo. Anna imprecò.

Se non ci sono ragioni particolari – stiamo scrivendo un libro per bambini e vogliamo evitare le parolacce – è meglio trascrivere l’imprecazione:

Il martello colpì il dito invece del chiodo. «Cazzo che male!»

Se Anna invece non si lascia mai andare a espressioni volgari – può essere, non è di per sé inverosimile – allora non impreca neanche usando il discorso indiretto.

Si può impiegare il discorso indiretto per celare fatti al lettore:

«Non hai paura della polizia?» chiese Anna.
«È un piano perfetto. Non la vedremo neanche la polizia» rispose Michele. Quindi illustrò ad Anna i dettagli dell’operazione.
Anna sorrise. «Con la mia parte voglio comprarmi una villa ai Caraibi!»

Per non svelare in anticipo al lettore come si svolgerà l’assalto alla banca, si passa per un attimo al discorso indiretto. Non è grave, è una consapevole scelta che normalmente il lettore accetta di buon grado. Tuttavia con un po’ di sforzo si può evitare:

«Non hai paura della polizia?» chiese Anna.
«Se seguiremo alla lettera il piano del marsigliese non la vedremo neanche la polizia» rispose Michele.
Anna sorrise. «Con la mia parte voglio comprarmi una villa ai Caraibi!»

Se Anna conosce il piano del marsigliese e il lettore no, il risultato è lo stesso di prima, ma il Narratore non è dovuto intervenire. Un piccolo guadagno in verosimiglianza.

Punteggiatura nel discorso diretto

Appurato che nella maggioranza dei casi è necessario usare il discorso diretto, è utile ricapitolare quale sia la corretta punteggiatura. Non so perché, ma mi capita spessissimo di vedere manoscritti con dialoghi pieni di punteggiatura bizzarra e simboli strani. Non vale la pena fare gli originali: il lettore è abituato a un certo schema visivo, se lo si viola, si attira l’attenzione sui segni invece che sulla storia. Non è una buona idea.

Per delimitare il discorso diretto si usano o le virgolette alte (“) o le virgolette uncinate[1] (« ») o il trattino lungo (–). Bisogna usare lo stesso simbolo in tutto il romanzo o racconto. Inoltre basta un simbolo solo, non c’è bisogno di mettere un trattino dopo le virgolette, o due virgolette diverse di seguito.
Esempi:

“Oggi è una bella giornata.”
«Oggi è una bella giornata.»
– Oggi è una bella giornata.

La punteggiatura di solito è dentro le virgolette. Il trattino non va chiuso se non ci sono altre parole dopo la fine della battuta. Dopo le virgolette a inizio battuta e prima delle virgolette in chiusura di battuta non ci vuole lo spazio; ci vuole invece dopo il trattino in apertura e prima del trattino in chiusura.

Domanda & Risposta

Ma io non posso introdurre il dialogo con l’asterisco???

Sì che puoi farlo! Però i lettori continueranno a chiedersi: “Perché ci sono tutti questi asterischi?” e non presteranno attenzione alla storia.

Se si vogliono distinguere due tipi di dialogo, per esempio il parlato del protagonista e i pensieri del protagonista, si possono usare due simboli diversi: magari il trattino per i discorsi e le virgolette alte per i pensieri. Per i pensieri si può anche usare il corsivo, senza alcun simbolo di delimitazione.

«Oggi è una bella giornata» disse Michele. In verità fa schifo, pensò.

Se la battuta non è autonoma ma è introdotta da un verbo, ci sono varie alternative. Le più comuni sono le seguenti tre:

  • Mettere uno spazio. «Oggi è una bella giornata» disse Michele.
  • Mettere uno spazio e una virgola dentro la battuta. «Oggi è una bella giornata,» disse Michele.
  • Mettere uno spazio e una virgola dopo la battuta. «Oggi è una bella giornata», disse Michele.

Non c’è un modo “giusto”: ognuno può scegliere quello che preferisce, l’importante è che si mantenga lo stesso stile nel corso dell’intero manoscritto.
Se la battuta termina con un punto di domanda o un punto esclamativo, di solito non si mette la virgola:

«Oggi è una bella giornata!» esclamò Michele.

Meglio le virgolette uncinate, quelle alte o il trattino? Anche qui è questione di gusti. Per curiosità ho preso dieci fantasy italiani pubblicati negli ultimi anni da editori diversi, questi sono gli stili:

 Pan (Marsilio, 2008).
«Tre bussolotti, vedete» dice la Meravigliosa Wendy.
(Virgolette uncinate e spazio).

 Gli Ultimi Incantesimi (Salani, 2008).
«Ora che lo so mi sento meglio» esplose Inskay.
(Virgolette uncinate e spazio).

 La Ragazza Drago II (Mondadori, 2009).
«Per trovare te ho impiegato molti anni, lo sai» diceva a Sofia.
(Virgolette uncinate e spazio).

 L’Eretico (Corbaccio, 2005).
«Il tenente Stark avrà il comando» riprese Ruesch.
(Virgolette uncinate e spazio).

 Gli Eroi del Crepuscolo (Einaudi, 2008).
– È andato a farsi un bagno, – rispose, piano.
(Trattino e virgola dentro).

 Il Signore del Canto (Delos Books, 2009).
– È quello che ho sentito – borbottò la ragazza.
(Trattino e spazio).

 Wunderkind (Mondadori, 2009).
– Grazie – gracchiò il ragazzo.
(Trattino e spazio).

 La Leggenda dei Cinque Ardenti (Armenia, 2007).
«Zitta. Siedi e mangia», la interruppe, senza neppure guardarla in faccia.
(Virgolette uncinate e virgola fuori).

 Estasia 2 (Curcio, 2008).
“Non è del tutto vero ciò che dici” lo corresse il guerriero.
(Virgolette alte e spazio).

 La Rocca dei Silenzi (Nord, 2005).
«Accomodati tra noi folli, dunque, Thal Dom Djèw», lo invitò Grèon en’Dhat.
(Virgolette uncinate e virgola fuori).

Le virgolette uncinate sono in maggioranza, ma c’è una bella varietà di stili. Addirittura Wunderkind e La Ragazza Drago II, pur essendo stati pubblicati lo stesso anno dalla stessa casa editrice, hanno stili diversi.

Copertina de La Ragazza Drago II
Copertina de La Ragazza Drago II. Non ci sperate, non lo recensirò

Se i simboli per delimitare i dialoghi possono essere scelti in base al gusto personale – pur nel rispetto delle convenzioni e dell’uniformità – la posizione dei dialogue tag ha un significato preciso. I dialogue tag sono quelle locuzioni usate per identificare chi parla e come parla; sono i “disse Michele”, “bofonchiò Anna”, “rispose allegramente Marco” e così via.

Questi tag possono essere messi in quattro posizioni.

Icona di una stellina Prima della battuta. È lo scolastico: due-punti-a-capo-aperte-virgolette. Esempio:

Michele disse:
«Oggi è una bella giornata.»

È pesante, appunto scolastico, può suonare addirittura biblico:

E Gesù disse:
«Beati quelli che sanno scrivere i dialoghi.»

L’enfasi che si pone sulla battuta è notevole. Non è il caso di usare questa posizione spesso.

Icona di una stellina Dopo la battuta.

«Oggi è una bella giornata» disse Michele.

Questa posizione è da usarsi solo se la battuta è breve, se il lettore riesce con gli occhi a cogliere subito il “Michele”. Infatti lo scopo primario dei dialogue tag è identificare chi parla, se la rivelazione avviene dopo dieci righe è finito lo scopo.

«Oggi è una bella giornata. Non come ieri però, ieri sì che c’era un bel sole, e non faceva neanche tanto caldo. Oggi invece è nuvoloso, e l’afa è fastidiosa. Dovrebbe alzarsi il vento, un bel vento a rinfrescare l’ambiente. Anche se spesso il vento mi fa venire il mal di testa» disse Michele.

Il passaggio sopra non funziona perché il lettore comincia a leggere, continua a leggere, e la sua comprensione è ostacolata dal fatto che a parlare potrebbe essere Michele come Carlo o Antonio – il lettore non sa quale personaggio deve immaginare con la bocca in movimento. Quando scopre chi è, è troppo tardi, il fastidio si è già fatto strada.
Perciò dialogue tag dopo la battuta, solo se la battuta è breve.

Icona di una stellina Nel mezzo della battuta.

«Oggi è una bella giornata» disse Michele. «Non come ieri però, ieri sì che c’era un bel sole, e non faceva neanche tanto caldo.»

Questa posizione va appunto bene quando la battuta è lunga, per identificare subito chi parla.
Si può anche usare questa posizione per introdurre una pausa:

«Sono stufo di vivere» disse Michele. «E sono stufo di mangiare pizza.»

È un ritmo più lento di:

«Sono stufo di vivere. E sono stufo di mangiare pizza» disse Michele.

Icona di una stellina Nessun tag. Può essere sottointeso chi parla.

Michele si alzò in punta di piedi e picchiò con le nocche il vetro della finestra. «Anna, sei sveglia?»

Il lettore non ha alcun problema a capire che ha parlato Michele. In generale, se a parlare è il soggetto della frase precedente, il lettore non ha difficoltà a fare l’associazione.
Il lettore non ha difficoltà anche nel caso le battute siano alternate tra due personaggi:

Michele si alzò in punta di piedi e picchiò con le nocche il vetro della finestra. «Anna, sei sveglia?»
«Che diavolo vuoi alle tre di notte?»
«Non stai guardando la TV?»
«No, stavo dormendo.»
«Sono arrivati gli extraterrestri!»

Questa soluzione di non usare alcun tag è un’ottima soluzione, essenziale ed elegante. Però si deve stare attenti a che sia chiaro chi parla:

Michele portò alla cassa dodici copie di Nihal nella Terra del Vento. La commessa lo fissò dritto negli occhi. «Mia sorella è una grande fan di Licia Troisi.»

Chi ha parlato? Michele o la commessa? L’ultimo soggetto è la commessa, però il punto di vista è quello di Michele. È una frase ambigua, e le frasi ambigue disturbano il lettore. Meglio aggiungere il tag:

Michele portò alla cassa dodici copie di Nihal nella Terra del Vento. La commessa lo fissò dritto negli occhi.
«Mia sorella è una grande fan di Licia Troisi» si giustificò Michele.

* * *

Dicevamo che il ruolo primario dei tag è identificare chi parla. E dicevamo che può essere una buona idea eliminare del tutto i tag. Alcuni furboni, per coniugare le due cose, inseriscono nelle battute i nomi dei personaggi.

«Anna, la devi finire di infastidirmi.»
«Non essere così permaloso, Michele.»
«Anna, sono serio.»
«Michele, anch’io.»

Tanto per cambiare, dialoghi del genere fanno pena. Infatti è innaturale continuare a chiamarsi per nome in quella maniera. È raro citare esplicitamente il nome della persona con cui stiamo parlando. Quando succede, c’è una ragione precisa:

«Carotoni, vieni alla lavagna» disse la maestra.

La maestra deve per forza chiamare per nome, avendo di fronte trenta alunni.
Oppure si può inserire il nome poche volte, in battute chiave per dare maggior enfasi:

«Ho deciso di partire per Marte.»
«E io ho deciso di comprarmi un vestito nuovo.»
«Anna, non sto scherzando.»

In altri termini: l’inserire i nomi nelle battute ha uno scopo, e questo scopo non è quello di facilitare la vita allo scrittore che cerca di eliminare i dialogue tag.

L’altro ruolo dei tag è definire come un personaggio parla. Qui più si elimina, meglio è.
Il come deve essere implicito nelle battute o nell’azione.

«Ridammi lo stereo» disse rabbiosamente Michele.

Lo scrittore non deve raccontare che Michele è arrabbiato, lo deve mostrare.

«Ridammi lo stereo, oppure ti spacco quella cazzo di faccia da scimmia che ti ritrovi» disse Michele.

Ci sono dubbi sul fatto che Michele stia parlando rabbiosamente?
Oppure, senza tag, mantenendo la battuta originaria:

Michele puntò la pistola alla tempia di Carlo. Tolse la sicura. «Ridammi lo stereo.»

Ci sono dubbi sul fatto che Michele sia incazzato?
È sempre il solito discorso: il mostrare è più efficace del raccontare. Mettere un aggettivo o un avverbio è una scelta pigra. Lo scrittore vuole Michele incazzato ma neanche lui sa in che modo si manifesta l’incazzatura. E il lettore dovrebbe fare il lavoro al posto suo. Manco per niente! Lo scrittore deve vincere la pigrizia, togliere l’avverbio, e mostrare la rabbia di Michele.

Qualche volta si compie l’errore di mostrare e raccontare.

Michele accostò la bocca all’orecchio di Carlo. «Ridammi lo stereo» sussurrò.

Visto che gli parla all’orecchio, mi sembra scontato che sussurri, dunque si può togliere.

Anna arretrò fino all’angolo opposto della stanza. Il fuoco divorava la carta da parati, il letto era in fiamme, le travi del soffitto ardevano. «Aiuto! Aiuto! Qualcuno mi aiuti!» gridò.

Non credo che Anna chieda aiuto sussurrando

Un’altra pratica fastidiosa è l’abuso del gerundio insieme ai dialogue tag.

«Oggi sei splendida» disse Michele, sorridendo.
«Qui dentro non si respira» disse Anna, tossendo.

O sorridi o tossisci o parli. Meglio:

Michele sorrise. «Oggi sei splendida.»
«Qui dentro», Anna tossì, «non si respira.»

Anche quando le azioni non si contraddicono, i gerundi sono meh, poco affilati.

L’ispettore Callahan puntò la pistola. «Coraggio, fatti ammazzare.»

È più netto e preciso di:

«Coraggio, fatti ammazzare» disse l’ispettore Callahan, puntando la pistola.

Infine, non c’è niente di male a usare “disse”. Non si vince un premio se si scovano tutti i sinonimi di “dire”. È meglio una ripetizione piuttosto che un termine balordo:

«Sulla i manca un puntino» arzigogolò Michele.

Sigh.
Non sono solo i dilettanti a cadere in questo tranello, basta leggere questo brano da una recensione del New York Times:

bandiera EN [...] Mr. Ludlum has other peculiarities. For example, he hates the “he said” locution and avoids it as much as possible. Characters in “The Bourne Ultimatum” seldom “say” anything. Instead, they cry, interject, interrupt, muse, state, counter, conclude, mumble, whisper (Mr. Ludlum is great on whispers), intone, roar, exclaim, fume, explode, mutter. There is one especially unforgettable tautology: ” ‘I repeat,’ repeated Alex.”
The book may sell in the billions, but it’s still junk.

bandiera IT [...] il signor Ludlum ha altre particolarità. Per esempio, odia la parola “disse” e la evita il più possibile. I personaggi in “The Bourne Ultimatum” raramente “dicono” qualcosa. Invece piangono, interferiscono, interrompono, rimuginano, dichiarano, controbattono, concludono, bofonchiano, sussurrano (il signor Ludlum è un appassionato di sussurri), intonano, ruggiscono, esclamano, sbuffano, esplodono, brontolano. C’è una tautologia particolarmente indimenticabile: ” ‘Ripeto,’ ripeté Alex.”
Il libro potrà vendere miliardi di copie, ma rimane spazzatura.

Chissà quando un giornale delle nostre parti avrà il coraggio di definire “spazzatura” un romanzo italiano che vende molto bene…

Copertina dell'edizione inglese di The Bourne Ultimatum
Copertina dell’edizione inglese di The Bourne Ultimatum

Domanda & Risposta

Ma Augusto Pepponi, che è un Grande Scrittore, usa un sacco di dialogue tag pieni di avverbi e aggettivi. Gamberetta, visto che ti sbagli???

E qui lascio la parola a Dean R. Koontz:

bandiera EN You can find published novels in which authors use one flashy dialogue tag after another. Don’t send me a list of those authors, please. I didn’t tell you that the frequent use of such tags would prevent you from being published. I only said that they indicate that the author is an amateur or that he lacks the sensitivity to appreciate the musical qualities of language. Books full of inept dialogue tags get published all the time. Of course they do. Not all published writers are good writers.

bandiera IT Si possono trovare romanzi pubblicati nei quali gli autori usano dialogue tag appariscenti uno dietro l’altro. Per piacere, non mandatemi una lista di questi autori. Non ho mai detto che l’uso frequente dei tag in quella maniera impedisca di essere pubblicati. Ho solo detto che un tale uso indica che l’autore è un dilettante che manca della sensibilità per apprezzare le qualità musicali del linguaggio. Vengono pubblicati di continuo libri pieni zeppi di dialogue tag orribili. Ovviamente succede. Non tutti gli scrittori pubblicati sono bravi scrittori.

* * *

Abbiamo visto come si delimitano e si introducono i discorsi diretti. Bisogna prestare attenzione alla punteggiatura anche nelle battute.

La virgola indica una pausa breve, ed è accettabile. Il punto indica una pausa più lunga, ed è accettabile. I puntini di sospensione indicano una pausa molto lunga. Così lunga che normalmente ha bisogno di essere mostrata.

«Ma io… io, ecco, non volevo… non volevo…» disse Anna

Non è un granché. Meglio riempire le pause:

«Ma io», Anna abbassò lo sguardo. «Io, ecco, non volevo.» Le guance le divennero rosse. «Non volevo.» Rimase in silenzio, ad aspettare la decisione della maestra.

Inoltre si deve ragionare bene se le pause sono volute o sono solo frutto di indecisione dello scrittore. Siamo sicuri che il personaggio è davvero così incerto? O magari siamo noi che non sappiamo bene quali parole mettergli in bocca?
Se il personaggio è davvero insicuro, mostrare l’insicurezza è molto più efficace di infarcire il dialogo con puntini di sospensione.

I punti esclamativi vanno usati con parsimonia e uno per volta è più che sufficiente. Come sempre è il mostrare che funziona, non il raccontare. Se io scrivo:

«Hai saputo la notizia? Ghigliottina Editore pubblicherà il mio romanzo!»

E se scrivo:

«Hai saputo la notizia? Ghigliottina Editore pubblicherà il mio romanzo!!!»

Ho scritto due frasi con lo stesso significato, preciso identico. I punti esclamativi in più non portano maggior enfasi. Se voglio maggior enfasi devo mostrare:

Anna non riusciva a star ferma. Saltellava qui e là per la stanza. Fece una capriola e si rimise in piedi barcollando. Stappò lo spumante e ne bevve un sorso. «Hai saputo la notizia? Ghigliottina Editore pubblicherà il mio romanzo!»

Il punto di domanda seguito dal punto esclamativo (?!) dev’essere usato solo in situazioni eccezionali. Di quelle che non capitano quasi mai.

Se si vuole dare enfasi alle singole parole è meglio usare il corsivo piuttosto del maiuscolo. Meglio:

«Hai saputo la notizia? Ghigliottina Editore pubblicherà il mio romanzo!»

di:

«Hai saputo la notizia? Ghigliottina Editore pubblicherà il MIO romanzo!»

Robe in stile fumetto, del tipo:

Darth Vader si prese la testa tra le mani. «NOOOoooooooooooooooooo!!!!!!!!!!!!!»

non fanno una bella impressione, a meno che consapevolmente non si stia cercando di imitare uno stile del genere. E anche in quel caso non vuol dire che sia una buona idea.

* * *

Il famoso scrittore portoghese José Saramago, premio Nobel per la letteratura nel 1998, usa uno stile particolare per i dialoghi. Ecco un estratto dal suo romanzo Le Intermittenze della Morte (2005):

Come responsabile del dicastero della salute, assicuro a tutti coloro che mi ascoltano che non c’è alcun motivo di allarme, Se ho ben capito quanto ho appena udito, osservò un giornalista in un tono che non voleva sembrare troppo ironico, secondo lei, signor ministro, non è allarmante il fatto che nessuno sta morendo, Esatto, anche se con altre parole, è proprio ciò che ho detto, Signor ministro, mi permetta di ricordarle che ancora ieri c’erano persone che morivano e a nessuno sarebbe passato per la testa che questo fosse allarmante, È naturale, la consuetudine è morire, e morire diviene allarmante solo quando le morti si moltiplicano, una guerra, un’epidemia, per esempio [...]

In pratica non ci sono né virgolette, né trattini, né a capo; l’unica indicazione che inizia una battuta è data dalla maiuscola che segue la virgola. Inoltre Saramago non usa né punti di domanda, né punti esclamativi.

Copertina de Le Intermittenze della Morte
Copertina de Le Intermittenze della Morte

Saramago ha spiegato che adotta questo stile non perché sì, ma perché gli sembra possa essere più verosimile. Quando le persone parlano non ci sono virgolette, né ritorni a capo, né punti esclamativi e di domanda. Il tentativo è quello di imitare il flusso della conversazione come si dipana nella realtà. È sacrificata la consuetudine in cambio di maggiore verosimiglianza. Una scelta consapevole.
Si possono stravolgere le regole se si ha ben presente cosa si sta facendo e perché. Poi è tutto da dimostrare che i vantaggi superino i problemi. Io quel romanzo di Saramago ho provato a leggerlo: ho fatto parecchia fatica a seguire i dialoghi.

Verosimiglianza

Seguendo i consigli della sezione precedente, si possono scrivere dialoghi corretti dal punto di vista formale. Non è sufficiente. Un buon dialogo è prima di tutto verosimile.
Il lettore deve credere che le parole che mettiamo in bocca ai personaggi nascano spontaneamente dai personaggi stessi. Il lettore deve avere l’impressione che i personaggi siano vivi e che non siano marionette.

L’autore ha una sola voce, i personaggi ne devono avere tante quanti sono. Il profugo bosniaco non può parlare come una fan tredicenne di Twilight che a sua volta non si esprime come un generale dell’esercito. Se vogliamo mettere in bocca a un ufficiale veterano le parole: “Edward è proprio uno gnokko!”, bisogna inserire una valida giustificazione.
I personaggi devono esprimersi in maniera consistente: se la fan tredicenne di Twilight parla come una cerebrolesa a pagina 5, deve farlo anche a pagina 100, a meno che nel frattempo l’autore non abbia mostrato il cambiamento nella personalità della ragazza.
Non è un invito ad adagiarsi in uno stereotipo: il barbone può avere tre lauree e il generale avere una passione morbosa per i vampiri, l’importante è che questi dettagli fondamentali siano mostrati.

Se il romanzo è ambientato in un mondo secondario c’è maggiore libertà, ma fino a un certo punto. Il contadino non può esprimersi alla stessa maniera del mago centenario che ha passato l’intera vita a studiare. Poi nessuno vieta di progettare un mondo in cui anche i contadini studiano i misteri della magia da mattino a sera – il lavoro manuale lo fanno gli gnomi da giardino a orologeria – basta essere consapevoli del problema. E rimane il vincolo della consistenza: è probabile che possa far parlare un drago come mi pare, ma se è una bestia che si esprime a ringhi a pagina 18, sarà ancora una bestia ringhiosa a pagina 97, a meno di non mostrare il mutamento.

I personaggi, in determinati ambienti (per esempio le forze armate), si esprimo in gergo. L’autore deve documentarsi su quale siano le convenzioni dell’ambiente in questione e far parlare i personaggi di conseguenza. Il ragionamento: “Chi se ne sbatte, tanto nessuno dei miei lettori è mai stato sommergibilista, mi invento quello che voglio” è sbagliato, perché:

  • Al lettore basta il sospetto per perdere fiducia. Forse non sarà mai stato in Marina, ma lo stesso gli sembrerà molto strano che il Capitano del sommergibile si esprime proprio come il vicino di casa, di mestiere falegname. Comincerà a prestare maggiore attenzione a questi dettagli, e quando capiterà un particolare che il lettore conosce bene e l’autore no, il lettore avrà la conferma che l’autore è un ciarlatano. Dopo di che chiude il libro, si collega a Internet e comincia a parlar male dell’autore su tutti i forum che gli capitano a tiro.
  • Lo si trova il lettore ex sommergibilista. Lui non ha bisogno di ulteriori conferme: butta il libro e si fionda su Internet!
  • È una questione di rispetto per il prossimo.
    Aprite il frigorifero e dovete chiudervi il naso per la puzza. La maionese è acida, la carne è nera, il latte scaduto, le verdure marce, il pesce è ridotto a una poltiglia. Pensate: “Be’ chi se ne sbatte, tanto stasera ho ospiti a cena”?
    Io non credo proprio. Quando ci sono ospiti a cena magari si prepara un pasto più gustoso del solito. I lettori sono gli ospiti a cena: bisogna dar loro il meglio, non gli avanzi.

Una giusta preoccupazione è quella che il gergo possa rendere difficile la lettura. È vero, però con un po’ di furbizia lo scrittore può illustrare il gergo in maniera indolore. Per esempio i romanzi di guerra di Tom Clancy sono pieni di vampiri. I personaggi gridano disperati che i vampiri stanno per colpire la portaerei. Al che il lettore può essere spiazzato, può immaginarsi torme di ragazzotti sbrilluccicosi e con i denti appuntiti che si stanno avvicinando in canotto.
Ma se a questo punto mostro le scie di un nugolo di missili diretti contro la portaerei, nessuno avrà problemi a capire che “vampiro” è un termine gergale per “missile anti-nave”. È rispettata sia la verosimiglianza sia la comprensione del lettore.

Due tipi di vampiri
Disguido semantico

Attenzione: il collegamento vampiro-missile deve essere implicito. Una cosa del tipo:

Il guardiamarina Michele osservò le scie lasciate dai vampiri. I missili anti-nave, che noi in gergo chiamiamo vampiri, sono un grosso rischio per la portaerei, si disse.

è un’atrocità. Pensieri e dialoghi non devono essere artefatti per informare il lettore. Ma su questo tornerò più avanti.

* * *

Un punto cruciale è bilanciare la brillantezza con la verosimiglianza. Quando la gente parla nella vita reale, spreca una quantità di parole impressionante. Il novanta percento dei discorsi che conduciamo sono chiacchiere inutili, banalità, o comunicazioni di servizio: “scusa non ti ho sentito pensavo ad altro oh squilla il telefono uh hai comprato la marmellata?” A riportare sulla carta discorsi del genere si otterrebbe massima verosimiglianza, ma nessuno avrebbe voglia di leggere un romanzo pieno di dialoghi condotti in questa maniera.
I personaggi in un romanzo devono esprimersi in maniera interessante. Catturare l’attenzione del lettore. Coinvolgerlo. Problema: un personaggio che dice sempre cose interessanti non è verosimile. I pareri a proposito sono discordi. James N. Frey in How to Write a Damn Good Novel è per la brillantezza; invita gli autori a meditare ogni battuta perché sia sempre intrigante, arguta o spiritosa. Gloria Kempton in Dialogue invece invita al massimo della spontaneità; non bisogna mai cercare apposta la battuta intrigante, arguta o spiritosa.

Entrambe le strade sono praticabili, ma entrambe sono difficili da seguire: ci vuole notevole talento sia per scrivere dialoghi brillanti, sia per scrivere dialoghi sempre verosimili ma che non siano noiosi e banali. Se proprio dovessi scegliere, in linea teorica propenderei più per le tesi della Kempton, anche se personalmente mi diverto molto di più a cercare di scrivere dialoghi brillanti piuttosto che dialoghi assolutamente verosimili.

Nelle light novel di Haruhi (ne ho parlato qui), Kyon, protagonista e narratore, non si esprime come un ragazzo. Kyon è cinico e sarcastico, non suona quasi mai come un sedicenne. Eppure i dialoghi funzionano benissimo: la brillantezza delle battute mette in ombra la scarsa verosimiglianza.
Nella quarta light novel, The Disappearance of Suzumiya Haruhi, la storia diviene drammatica e Kyon non può più esprimersi con il consueto, ironico distacco. I dialoghi sono meno vivaci, ma più verosimili. Forse è anche per questo che The Disappearance è più emozionante dei romanzi precedenti.

Immagine dal film di The Disappearance of Suzumiya Haruhi
Una delle prime immagini del film tratto da The Disappearance of Suzumiya Haruhi, in uscita nella primavera del 2010

Riporto i due esempi di Frey sulla questione verosimiglianza vs. brillantezza, traducendo e adattando direttamente. Ognuno tragga le sue conclusioni.
Giovanni deve invitare Maria a uscire con lui per il prom, il ballo scolastico di fine anno.

Dialogo verosimile ma scialbo:

«Ciao» disse Giovanni a Maria.
Maria sollevò gli occhi dal libro che stava leggendo. «Ciao.»
Giovanni spostò il peso da un piede all’altro. Era convinto che tutti nella caffetteria della scuola lo stessero osservando. «Che fai?» chiese.
«Leggo.»
«Oh. Cosa leggi?»
«Moby Dick
«È bello?»
«È solo una storia di pescatori.»
Giovani si sedette. Si passò un dito nel colletto per asciugare il sudore che gli scendeva lungo il collo.
«Ah, avrei una cosa da chiederti.»
«Dimmi.»
«Er, vai con qualcuno al ballo?»
«Non vado al ballo.»
«Tutti vanno al ballo. Non ti piacerebbe andarci con me?»
«Uhm, ci penso, okay?»
«Non pensarci, vieni! Mi farò prestare la macchina dal mio vecchio. E avrò un bel po’ di soldi.»
«Mi sembra il minimo.»
«Potremmo cenare in pizzeria, al Benni.»
«Be’, allora okay.»

Dialogo brillante:

«Devo sedermi qui, è il mio lavoro» disse Giovanni.
«Oh?» disse Maria, alzano lo sguardo dal libro che stava leggendo.
«Già. La scuola mi paga cinquanta euro l’ora per studiare in caffetteria e dare il buon esempio.»
«Siediti dove ti pare, siamo in un paese libero.»
Giovanni le sorrise. «Conosco il tuo futuro.»
«Come fai a conoscere il mio futuro?»
«Leggo i Tarocchi.»
«Non credo ai Tarocchi, in famiglia siamo molto religiosi.»
Giovanni prese dalla tasca il mazzo di carte e lo mischiò. Girò la prima carta. «Otto di sera. Una 500 verde è sotto casa tua.»
«Davvero?»
«La sta guidando un ragazzo incredibilmente bello. Indossa una giacca da sera bianca.»
«Sul serio?»
«Lui ti porterà al ballo, proprio nella palestra della nostra scuola.»
«Ma va? E lo dicono le carte, vero?»
«Dicono questo e altro.» Giovanni mise via i Tarocchi. «Non voglio rovinarti tutte le sorprese.»
«Mi stai chiedendo un appuntamento?»
«Verrai al ballo con me?»
«Le carte dicono tutto, giusto? Allora dovresti già sapere la risposta.»

Il primo dialogo è insulso. Può essere verosimile, ma non suscita la minima curiosità nel lettore. Il secondo dialogo è un po’ più movimentato, più interessante. Però non è verosimile neanche per sbaglio. Il ragazzo che chiede un appuntamento con la manfrina dei Tarocchi? In quale film l’hai visto?

* * *

Dove si può essere verosimili senza compromessi è nella costruzione del contesto nel quale il dialogo si svolge. Un dialogo non si svolge nel vuoto, con due teste separate dal corpo che parlano. I personaggi si siedono o si alzano, vanno alla finestra, tirano un pugno alla porta, danno un calcio alla sedia, rovesciano la scacchiera, si mangiano le unghie e si mordono il labbro.
Un dialogo deve svolgersi in un contesto dinamico. Un dialogo statico annoia, perché il cervello del lettore non può vivere alcuna esperienza concreta. Ci sono solo chiacchiere; non ci sono capriole, coltellate, sberle. Per non tediare il lettore e per essere verosimili è necessario far agire i personaggi anche mentre parlano.
Come spiegato nell’articolo sulle descrizioni, la realtà non è mai una fotografia, non è mai fissa. Due persone sono al ristorante, si sono incontrate proprio perché hanno molto da dirsi: lo stesso mentre discutono mangiano e bevono, sono interrotte dal cameriere, sono distratte dal bambino che piange a due tavoli di distanza; fuori scatta l’antifurto di un’auto, inizia a piovere e la pioggia batte sui vetri; dalla cucina escono gli odori più diversi, alla cassa scoppia una lite perché qualcuno non ha apprezzato la birra annacquata. Il mondo è in continuo mutamento; magari non ce ne accorgiamo coscientemente, ma se all’improvviso tutto si ferma, subito sembra che ci sia qualcosa di sbagliato. Lo stesso accade nella narrativa: se il dialogo procede su uno sfondo immobile, con personaggi immobili, il lettore si infastidisce. Forse, se non è un lettore particolarmente attento, non saprà spiegare il perché di tale fastidio, ma il fastidio rimane.
Si pensi a situazioni ancora più formali, per esempio un interrogatorio (che sia da parte della polizia o da parte del professore di storia durante l’esame di maturità). Non ci sono solo domande e risposte. La vittima si tormenta le mani, si asciuga la fronte con un fazzoletto, muove i piedi, beve un caffè o un bicchier d’acqua, fuma una sigaretta, sorride a sproposito; l’aguzzino punta la lampada contro l’interrogato, si alza per incombere sul poveretto, fa gesti spazientiti di fronte alle risposte balbettanti e così via.
Si può fermare il mondo. Per poche battute. Il contesto può sfumare davanti al dialogo serrato dei due personaggi, ma è questione di istanti, poi il tempo deve tornare a scorrere. Altrimenti il lettore intuisce che qualcosa non funziona, e quando qualcosa non funziona in un romanzo, la prima reazione è chiudere il libro e mettersi a giocare con i videogiochi (ché si diventa più intelligenti).

Attenzione però a non far prevalere il contesto. Quando succede nella realtà, il dialogo si arena con frasi del tipo: “guardami quando ti parlo”, “ne parliamo domani”, “non parliamone in mezzo alla strada”. Se un personaggio si distrae di continuo, l’interlocutore si stufa in fretta della conversazione.
Attenzione anche alle elucubrazioni del personaggio punto di vista: può essere che il dialogo susciti nel personaggio mille pensieri, ma se vengono tutti riportati, il lettore avrà l’impressione che tra una battuta e l’altra passino le mezzore, e questo è inverosimile.
Già che ci sono: come sempre funzionano solo i pensieri concreti, che stimolino i cinque sensi del lettore. Anna e Michele discutono all’entrata del cimitero: Michele non deve rimuginare sulla morte in astratto, deve ricordare quando ha seppellito con le sue mani il corpicino del suo coniglietto.

* * *

La vita reale è piena di chiacchiere, nella narrativa un dialogo ha senso solo se è significativo per la trama e mette di fronte personaggi con obiettivi diversi. Se queste condizioni non sono rispettate, è meglio tagliare il dialogo o al massimo ricorrere al discorso indiretto.
Ci deve essere tensione tra i personaggi, ognuno deve avere desiderio di prevalere sull’altro. Ciò non significa che ogni dialogo debba finire in rissa (non che ci sia niente di male nella violenza – la scena dove la discussione tra cowboy degenera e poi sfasciano il saloon può non piacere, ma di solito non è noiosa), significa che in ogni dialogo ci deve essere un conflitto.
Giovanni vuole che Maria lo accompagni al ballo. Maria vuole continuare a leggere Moby Dick. Non finirà a botte, ma c’è sufficiente distanza tra gli obiettivi dei personaggi perché il dialogo possa interessare il lettore.
Se Giovanni vuole invitare Maria e Maria vuole invitare Giovanni, che dialogo può esserci? È come leggere i commenti degli amyketti al tale o tal altro romanzo: “bellissimo”, “capolavoro”, “mai letto niente di simile”, “sublime!” Dov’è il dialogo? Non c’è. Il dialogo nasce quando qualcuno commenta: “È cacca”. A questo punto può nascere il dialogo, perché ci sono due personaggi con obiettivi diversi: il fan che vuole difendere l’autore-amyketto e il detrattore che vuole difendere la buona narrativa.

«Esco» disse Anna.
«Torna per le undici, va bene?» disse la mamma.
«D’accordo.»
«Ok.»
«Ciao.»
«Ciao.»

E il lettore pensa: “Buon per loro, a me che frega?” Non c’è coinvolgimento.

«Esco» disse Anna.
«Torna per le undici, va bene?» disse la mamma.
«Torno quando cazzo mi pare.»

Il lettore è meno indifferente. Qualcuno penserà che Anna è una maleducata e che la mamma non dovrebbe più farla uscire di casa per un mese; altri saranno compiaciuti dalla reazione di Anna, così la mamma impara a voler imporre regole idiote. In entrambi i lettori dovrebbe nascere un minimo di curiosità rispetto a quello che farà adesso la mamma.
Giovanni vuole uscire con Maria, ma Maria vuole uscire con Marco; Anna vuole tornare alle sei del mattino, ma la mamma vuole che rientri per le undici; Michele vuole ordinare la pizza con le acciughe, ma Nicola preferisce quella con i peperoni; undici giurati sono pronti a condannare un ragazzo per omicidio, ma il dodicesimo non è d’accordo. Non importa se il dialogo è su questioni serie o su stupidate: ci deve essere tensione tra i personaggi, ci deve essere un conflitto.

* * *

Tre difetti comuni che intaccano la verosimiglianza:

Icona di una stellina Personaggi che hanno tutti la stessa voce. Ogni personaggio ha cultura diversa, ha vissuto esperienze diverse, viene da una famiglia diversa, ha obiettivi diversi: deve esprimersi in modo univoco. Non importa se le fan di Twilight sembrano tutte una massa di cerebrolese e dicono tutte le stesse cose con lo stesso linguaggio balordo: se i miei personaggi sono un gruppo di ragazzine fanatiche della Meyer, ognuna deve avere una voce distinta. Il lettore deve subito capire che ha parlato Simona e ha risposto Nicoletta; alle battute deve associare i nomi, non fan #1 e fan #2.

Fan di Twilight
Fan di Twilight: Nicoletta è quella con la faccia intelligente

Per ottenere questo risultato, l’autore deve conoscere molto bene i propri personaggi. Deve sapere che Simona non parla mai di cioccolato da quando il fratellino è morto soffocato mentre mangiava un gianduiotto; deve sapere che Nicoletta in realtà non ha mai letto Twilight e frequenta le altre solo per non sentirsi sola – ogni tanto nei dialoghi la sua ignoranza emerge; deve sapere che Monica è convinta di avere sempre ragione, perciò non usa mai il congiuntivo o espressioni del tipo: “credo”, “penso”, “secondo me”.

Una scorciatoia è quella di creare tic linguistici specifici per i singoli personaggi, qualcosa che balzi subito all’occhio.

«Devi imparare le vie della Forza, giovane Jedi.»

A parlare può essere stato chiunque, ma:

«Le vie della Forza imparare devi, giovane Jedi.»

è una battuta che solo il maestro Yoda può pronunciare.
Attenzione: non è una scorciatoia facile da seguire, ci vuole poco per scadere nel ridicolo o nell’artefatto.

Icona di una stellina Personaggi che parlano al lettore invece di parlare tra di loro. Un errore classico: l’autore vuole informare il lettore su particolari che ritiene necessari per la storia e mette queste informazioni in bocca ai personaggi, che sia verosimile o no. È quello che i manuali inglesi chiamano: “As you know, Bob…” Sono quei dialoghi con battute così:

«Come lei sa benissimo, professor Spiegoni, il problema della tassellazione non può essere risolto con un algoritmo di complessità lineare.»

Ma se lo Spiegoni ‘sta cosa la sa già, cosa gliela dici a fare?

Anna si soffiò sulle mani per scaldarle. Il respiro le si condensava davanti alla bocca. «Oggi fa un freddo cane» disse a Michele.
«Sì, oggi fa molto freddo. È colpa dello strato di fuliggine che perennemente copre il cielo a causa della guerra nucleare di tre anni fa iniziata dopo l’affondamento accidentale della portaerei americana Enterprise da parte dei cinesi al largo delle coste della nord corea.»

Sembra un pochino strano che Anna non sappia che c’è stata una guerra atomica, e sembra altrettanto strano che Michele si metta di punto in bianco a elencarne le cause. È ovviamente un dialogo a beneficio del lettore e non dei personaggi: inverosimile in maniera dolorosa, è da evitare come la peste.
Attenzione: non si può risolvere il problema tramutando le battute in pensieri, rimane brutto uguale:

Anna si soffiò sulle mani per scaldarle. Il respiro le si condensava davanti alla bocca. «Oggi fa un freddo cane» disse a Michele.
«Sì, fa proprio freddo.» Già, che freddo oggi, pensò. È colpa dello strato di fuliggine che perennemente copre il cielo a causa della guerra nucleare di tre anni fa iniziata dopo l’affondamento accidentale della portaerei americana Enterprise da parte dei cinesi al largo delle coste della nord corea.

Domanda & Risposta

Ma io devo dire che c’è stata la guerra atomica, vero???

No. Tu devi mostrare i palazzi distrutti, devi mostrare il cielo sempre coperto, devi mostrare la gente che vive nei rifugi sotto terra, devi mostrare i mutanti nati dalle radiazioni: il lettore capirà da solo che c’è stata la guerra atomica.

Icona di una stellina Personaggi che parlano con la voce dell’autore. Sono quei personaggi che all’improvviso, senza apparente ragione, cominciano a pontificare sulle virtù del pacifismo, sul pericolo del riscaldamento globale, sul ruolo della donna nella società moderna o su quanto sia sporca la politica. Anche in questo caso il dialogo risultante rischia di essere inverosimile in maniera dolorosa.

Nel 2012 la razza umana come noi la intendiamo non esisterà più, a causa dei fotoni[2]. Duecento anni dopo, una spedizione aliena proveniente dal pianeta Nibiru sbarca in Italia. Gli alieni frugano tra le rovine. Trovano giornali e registrazioni risalenti al 2009. Commentano tra loro su quanto i giornalisti italiani dell’epoca fossero poco professionali e corrotti.
Tale dialogo tra gli alieni dicesi porcheria. Non è l’uso del fantastico come specchio deformante per fare affermazioni importanti sulla nostra realtà sociale bla bla bla, è fuffa. Se l’autore è interessato all’argomento, scriva un thriller con i giornalisti corrotti – meglio ancora un saggio, ma lasci stare i poveri alieni. Grazie.

Alieni
Siamo così arrabbiati perché gli Americani non si ritirano dall’Iraq e i Giapponesi massacrano i delfini. Certo, è del tutto verosimile per noi alieni che abitiamo dall’altra parte della Galassia avere queste preoccupazioni. Infatti ne parliamo di continuo…

Un errore analogo è quello di avere tutti personaggi politicamente corretti. L’autore è cosi scollato dalla realtà che il dialogo perde verosimiglianza.

Michele si infilò il costume del Ku Klux Klan. «Sono pronto.»
«Prendiamo il tram?» chiese Anna.
«No, non mi piace usare i mezzi pubblici, perché non gradisco la presenza degli extracomunitari.»

Michele, membro del KKK, si esprime così? Secondo me no, secondo me il dialogo si svolge come segue:

Michele si infilò il costume del Ku Klux Klan. «Sono pronto.»
«Prendiamo il tram?» chiese Anna.
«No, non mi piace usare i mezzi pubblici, sono sempre pieni di negri che puzzano di merda.»

Il timore dell’autore è che se inserisce un personaggio apertamente razzista, il lettore potrebbe pensare che anche lui autore è un razzista. Lo scrittore ha paura di essere giudicato come persona in base a quello che i suoi personaggi fanno e dicono.
È un timore infondato? Per niente. Sarete giudicati in base ai vostri personaggi. Basta fregarsene.

bandiera EN There is a technical term for someone who confuses the opinions of a character in a book with those of the author. That term is idiot.

(attribuita a Robert A. Heinlein).

bandiera IT C’è un termine tecnico per chi confonde le opinioni di un personaggio in un libro con quelle dell’autore. Il termine è idiota.

(attribuita a Robert A. Heinlein).[3]

Bisogna rimanere fedeli alla storia e ai personaggi, e chi se ne importa se questo ci mette in “cattiva luce” con gli idioti.

Dialogo obliquo

Cynthia Whitcomb distingue tre tipi di collegamento che possono mettere in relazione due battute consecutive.
Un collegamento diretto:

«Che ore sono?» chiese Michele.
«Le cinque e un quarto» rispose Anna.

Un collegamento obliquo o indiretto:

«Che ore sono?» chiese Michele.
«Dovresti riaccompagnarmi a casa» rispose Anna.

Oppure una disconnessione:

«Che ore sono?» chiese Michele.
«Guarda, sei proprio un cretino» rispose Anna.

Più la connessione è labile, più la scena si carica di tensione. Il collegamento diretto esaurisce la suspense, il dialogo perde la sua energia: “Che ore sono?” “Le tre” e il lettore pensa, “E allora? Chi se ne sbatte!”
Tuttavia, più un dialogo è sconnesso, più rischia di suonare inverosimile. Se io vado a chiedere l’ora a cento persone, amiche o sconosciute, dubito che anche una sola mi darà della cretina. Il compito dello scrittore diviene allora progettare la storia in modo che un dialogo sconnesso risulti verosimile. Magari chiedo l’ora a Licia Troisi!

Se scrivere dialoghi sconnessi richiede molta pianificazione e non sempre è fattibile, il secondo livello, il collegamento indiretto, richiede solo un minimo di attenzione e spesso è più verosimile del collegamento diretto. Meglio:

«Ordino la costata?» chiese Michele.
«Sono vegetariana» rispose Anna.

di:

«Ordino la costata?» chiese Michele.
«No» rispose Anna.
«Perché?»
«Non mangio mai la carne.»
«Come mai?»
«Sono vegetariana.»

Tre usi per un dialogo

Icona di una stellina Dialoghi che accelerano il ritmo. In parte avviene per la natura tipografica dei dialoghi stessi. I paragrafi in un dialogo sono in media più corti rispetto ai paragrafi durante la narrazione. Il lettore termina di leggere le pagine più in fretta, e ha la sensazione di procedere nella storia con più velocità.
In parte è dovuto al fatto che nelle descrizioni spesso non c’è conflitto e il lettore è meno coinvolto. Il mare liscio come l’olio. Il sole alto in cielo. I gabbiani che volano bassi. Le nuvole pigre. L’unica nave che procede lenta all’orizzonte. La gente che cammina con calma, si asciuga il sudore sulla fronte, si mette a chiacchierare agli angoli delle strade. Anna osserva tutto ciò dalla finestra dell’albergo. Come ammira in lontananza le montagne, i boschi verdi, i cucuzzoli bianchi, ecc. ecc. zzz. Poi Anna si gira e dice a Michele che aspetta un bambino. Non da lui. E il padre è un vampiro.
I dialoghi danno uno strappo alla storia, imprimono maggior spinta rispetto alle descrizioni o alle elucubrazioni solitarie del personaggio punto di vista.

Icona di una stellina Dialoghi che rallentano il ritmo. Se si passa da una (violenta) scena d’azione a un dialogo, la sensazione è quella di un rallentamento. Questo perché, pur essendo un buon dialogo dinamico, non sarà comunque così movimentato come una scena d’azione. Per quanto sia vivace il dialogo tra i guerrieri nell’accampamento dopo la battaglia, non può essere più burrascoso della battaglia stessa.
L’elfo e il nano che bisticciano su chi abbia ucciso più orchi è un conflitto, e può reggere un dialogo, ma non c’è la stessa adrenalina di quando elfo e nano gli orchi li ammazzavano sul serio.

Bisticcio sugli orchi morti
Ho ucciso più orchetti di te, gné gné gné

Icona di una stellina Dialoghi per descrivere. Basare una descrizione interamente su un dialogo non è una grande idea. Ci sono situazioni dove è naturale (la guida al museo che descrive lo scheletro del dinosauro, il professore che fa lezione, ecc.), ma troppo spesso si intuisce la forzatura: il personaggio parla e descrive non perché lo voglia, ma perché deve dare una mano all’autore.
Tuttavia, con le dovute accortezze, può essere opportuno descrivere alcuni particolari attraverso un dialogo. Per esempio: Anna e Michele passeggiano per il centro, ogni tanto si fermano a guardare le vetrine dei negozi. Il punto di vista è quello di Anna. Anna non avrà problemi a descrivere le vetrine dei negozi di abbigliamento e delle librerie, ma quando si fermano davanti a un negozio di elettronica?
Ad Anna non frega un tubo dell’elettronica, dunque osserva distratta e, anche fosse interessata, non conoscendo l’argomento, non dispone della terminologia adatta: per lei sono tutti cosi. Se per la trama è importante sapere cosa espone quel negozio di elettronica, come si fa? Si chiama in causa Michele: lui è così appassionato di elettronica da non sapersi trattenere dall’illustrare il contenuto della vetrina ad Anna.
Avvertenze:

  • Suona inverosimile che Michele di punto in bianco si scopra appassionato di elettronica. Questo suo hobby deve essere mostrato in precedenza, in tempi non sospetti.
  • Anna prima o poi prende Michele per un braccio e lo trascina via. Per quanto Michele sia appassionato, si può tirare la corda del personaggio punto di vista solo per un numero limitato di battute, oltre diventa inverosimile.
  • Infine questo è un esempio. Se in un romanzo vero si evitano i cliché del tipo tutte le ragazzine giocano con le bambole e tutti i bambini con i soldatini, è meglio. Grazie.

Ricapitolando

Icona di un gamberetto Il discorso diretto è preferibile al discorso indiretto.

Icona di un gamberetto Bisogna studiare bene come introdurre il discorso diretto e come gestirne la punteggiatura.

Icona di un gamberetto Il dialogo deve suonare naturale, deve essere verosimile.
Per raggiungere questo scopo:

  • I personaggi devono parlare rispettando sempre la propria cultura, educazione, esperienza.
  • Il dialogo deve essere calato in un contesto dinamico.
  • Il dialogo deve essere interessante, deve mettere di fronte personaggi con obiettivi diversi e deve contribuire a portare avanti la storia.

Non si deve:

  • Far parlare il barbone come il Re e il Re come il barbone.
  • Far parlare i personaggi nel vuoto, come fossero teste senza corpo.
  • Impostare un dialogo che manchi di conflitto.
  • Mettere in bocca ai personaggi nostre idee estranee alla storia.
  • Far parlare i personaggi tra loro in modo artefatto per fornire informazioni al lettore.
  • Far parlare tutti i personaggi alla stessa maniera.

Icona di un gamberetto Un dialogo obliquo o addirittura sconnesso, se ben progettato, può aumentare tensione e verosimiglianza.

Icona di un gamberetto Si possono sfruttare i dialoghi per tenere sotto controllo il ritmo della storia o per facilitare determinate descrizioni.

* * *

E adesso l’ultimo consiglio: non tenete conto di tutti i suggerimenti che ho elencato!
Non nella prima stesura. Cercare di scrivere dialoghi a tavolino, sudando su ogni battuta, è rischioso: c’è la concreta possibilità di sfornare dialoghi artefatti. Durante la prima stesura conviene scrivere i dialoghi di getto, senza contorno, senza dialogue tag, senza niente tranne le battute: così si imposta uno scheletro di conversazione che suona naturale. Poi, pian piano, si ripassa il dialogo e lo si cambia quando sono evidenti delle pecche. A questo punto è sì utile soppesare ogni virgola e ogni parola.
Bisogna anche mettersi nella disposizione d’animo che i dialoghi potrebbero cambiare la trama: Giovanni vuole invitare Maria al ballo, Maria preferirebbe rimanersene a casa o andarci con Marco. Io devo buttarmi nel dialogo con queste premesse, senza aggiungere: “nella scaletta è previsto che Maria accetti ed esca con Giovanni.” Se il dialogo nel suo incedere naturale sfocia in Maria che accetta, ottimo. Se invece appare chiaro che Giovanni è uno sfigato fastidioso e Maria non accetterà mai, bene lo stesso. Vorrà dire che la trama subirà qualche mutamento. Magari per uscire insieme a Maria Giovanni dovrà ricattarla, o Maria dovrà scoprire che Giovanni è malato terminale e che uscire con lei è il suo ultimo desiderio prima di tirare le cuoia.
Forzare lo scorrere di un dialogo per accomodare la trama prevista porta a dialoghi fasulli in maniera vistosa. Se proprio si deve, conviene riscrivere il dialogo da zero, alterando le condizioni di partenza (Maria ha appena litigato con Marco e vede nell’appuntamento con Giovanni un modo per ingelosirlo).

Per scrivere buoni dialoghi bisogna essere schizofrenici. Immergersi senza remore, senza timori, nella testa dei personaggi. Bisogna compiacersi di essere un volontario che impiega ogni minuto del suo tempo libero per aiutare il prossimo, si deve essere orgogliosi di aver passato la notte all’addiaccio per dare una mano alla vecchietta in difficoltà; così come si deve godere quando il giovanotto annoiato ammazza di botte un barbone e poi gli dà fuoco che ancora si dibatte, si deve essere fieri di aver ripulito le strade da un altro rifiuto umano.
È difficile scrivere dialoghi davvero naturali e verosimili senza questo tipo di partecipazione emotiva.

Quali manuali leggere

Le fonti primarie per questo articolo sono state:

Copertina di Dialogue Dialogue: Techniques and Exercises for Crafting Effective Dialogue di Gloria Kempton (Writer’s Digest Books, 2004).

E i capitoli dedicati ai dialoghi in:

Copertina di Stein on Writing Stein on Writing di Sol Stein (St. Martin’s Press , 1995).
Copertina di How to Write a Damn Good Novel How to Write a Damn Good Novel di James N. Frey (St. Martin’s Press, 1987).

Edizione italiana: Come scrivere un romanzo dannatamente buono (Le Fonti, 2009).

Il testo della Kempton è l’unico che ho trovato dedicato solo allo scrivere i dialoghi. È un manuale decente, ma la Kempton si sperde troppo. Manca di sintesi, gira a vuoto prima di arrivare al punto. Le 200 pagine circa sarebbero potute essere la metà senza perdere niente.
Alcuni capitoli lasciano perplessi, come quello dedicato all’Enneagramma: onestamente non mi pare uno strumento utile per lo scrittore, mi pare un’emerita stupidaggine. Così pure il capitolo dedicato ai tipi di scrittura diversa a seconda dei generi è molto superficiale: non ci vogliono dialoghi “magici”(sic) in un fantasy.
Gli esempi variano in qualità: alcuni centrano molto bene la questione, altri sono bruttini o poco attinenti a spiegare la teoria.
Nel complesso può valere la pena leggere questo Dialogue, basta non prendere per oro colato tutto quello che dice la Kempton.

Dei manuali di Stein e Frey parlerò più diffusamente in un altro articolo. Comunque i capitoli dedicati ai dialoghi sono buoni; danno consigli concreti e sensati. Frey in particolare ha uno stile molto deciso e piacevole, ma qualche volta quelle che afferma essere verità auto-evidenti non lo sono poi tanto (vedi la questione verosimiglianza vs. brillantezza).

Compiti a casa

Vi propongo due immagini. La prima pare tratta da una classica storia di primo contatto[4]:

Topo alieno
Topo alieno

C’è un signore alle prese con un topo alieno sul letto. Cosa vorrà il topo? Chi è? Da dove viene? Immaginate il contesto, fornite a entrambi i personaggi degli obiettivi, scegliete un punto di vista e scrivete il dialogo tra uomo e ratto extraterrestre. Come sempre siete liberi di fantasticare e di inserire elementi nuovi rispetto all’immagine. Potete anche abbozzare una storia e descrivere con dovizia di particolari, ma qui l’esercizio è scrivere un buon dialogo. Il resto è solo un di più per sfizio.

Se i topi di Saturno non vi ispirano, date un’occhiata a quest’altra immagine:

Ragazza con fiori
Edward mi aspetta!

Una ragazza in divisa scolastica chikas_pink03.gif con un mazzo di fiori in mano che si aggira in un edificio diroccato. Immaginate che stia guardando un altro personaggio (licantropo/vampiro/coniglietto/ragazzo/ragazza/quello-che-vi-pare) e ideate il dialogo. Pensate a una ragione bizzarra perché la ragazza con i fiori sia lì nel palazzo in rovina, e cercate di far trasparire le sue motivazioni dal dialogo: attenzione però, dovete essere subdoli, il lettore non deve avere la sensazione di essere imboccato.

È questo è tutto. Divertitevi!

* * *

note:
 [1] ^ Dette anche virgolette basse, virgolette a caporale o “caporali”. Sono simboli non presenti sulla tastiera italiana. Per farli apparire si può ricorrere ai codici ASCII, digitando Alt + 174 per « e Alt + 175 per ». Significa tenere premuto il tasto Alt (di solito in basso a sinistra sulla tastiera) e mentre Alt è premuto digitare 1, poi 7, poi 4, oppure 1 7 5.
Una soluzione più pratica è ricorrere alle funzioni di autocorrezione degli elaboratori testi. Praticamente tutti i programmi di videoscrittura offrono la possibilità di convertire al volo uno o più simboli in altri.
Di seguito è illustrato come trasformare >> in » usando l’autocorrezione di Microsoft Word 2007 e OpenOffice.org Writer 3.0 – se usate un altro programma di videoscrittura consultatene il manuale.

Screenshot di Microsoft Word: Correzione automatica
Microsoft Word 2007. Per raggiungere questa finestra di dialogo usare: simbolo di Office (la sfera in alto a sinistra) -> Opzioni di Word -> Strumenti di correzione -> Opzioni correzione automatica…

Screenshot di OpenOffice: Sostituzione
OpenOffice.org Writer 3.0. Per raggiungere questa finestra di dialogo usare il menu Strumenti -> Correzione automatica…

Screenshot di OpenOffice: Virgolette tipografiche
OpenOffice offre un’altra interessante opzione per quanto riguarda la correzione automatica: sostituire le virgolette alte, singole o doppie, con i simboli che vogliamo. Qui ho sostituito le virgolette alte doppie (“) con le virgolette uncinate. Il bello è che se digito le virgolette alte, OpenOffice inserirà il simbolo delle virgolette uncinate aperte («), se digito di nuovo le virgolette alte, OpenOffice si accorgerà che c’è una battuta “aperta” e inserirà automaticamente le virgolette uncinate chiuse (»).
Il problema è che poi avrò qualche difficoltà se voglio mettere proprio le virgolette alte. Ma se uso i “caporali” per i dialoghi e per esempio il corsivo per i pensieri, non ho più bisogno di virgolette alte

 [2] ^ Cito dal libro di Roberto Giacobbo 2012. La Fine del Mondo?

Di fatto, tra la fine degli anni Sessanta e l’inizio degli anni Settanta del XX secolo, nell’atmosfera terrestre ha improvvisamente fatto la sua comparsa una presenza inedita: un numero sempre crescente di particelle di luce dette “fotoni”.
Particelle che assomigliano molto alla luce che, secondo la profezia maya interpretata da José Arguelles, dovrebbe investire il nostro pianeta quando i Maya Galattici giungeranno ancora una volta sulla Terra per aiutare l’uomo a realizzare il suo salto evoluzionistico…

Ringrazio Hellfire per la segnalazione.

Copertina di 2012. La Fine del Mondo?
Copertina di 2012. La Fine del Mondo?

 [3] ^ Tuttavia S. M. Stirling, riportando la citazione nel suo romanzo Conquistador, lascia presumere che sia attribuibile a Larry Niven.

 [4] ^ L’immagine è presa da The Arrival di Shaun Tan. Trovate il libro completo su gigapedia, qui. Tecnicamente è l’edizione francese, ma dato che sono solo immagini, senza testi, non ha importanza. È una storia illustrata di immigrazione new weird. Però, prima di guardarla, fate i compiti, altrimenti potreste essere influenzati!

Copertina di The Arrival
Copertina di The Arrival


Approfondimenti:

bandiera EN Dialogue su Amazon.com
bandiera EN Stein on Writing su Amazon.com
bandiera EN How to Write a Damn Good Novel su Amazon.com
bandiera IT Come scrivere un romanzo dannatamente buono su iBS.it

bandiera EN Il sito di Gloria Kempton
bandiera EN Il sito di Sol Stein
bandiera EN Il sito di James N. Frey

bandiera IT Un post dedicato alla punteggiatura nei dialoghi sul forum di Edizioni XII
bandiera IT José Saramago su Wikipedia
bandiera EN Ipotesi sul 2012 su Wikipedia
bandiera IT 2012. La Fine del Mondo? su iBS.it
bandiera EN The Arrival su Amazon.com

 

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172 Commenti a “Manuali 2 – Dialoghi”

Pagine: « 2 [1] Mostra tutto

  1. 72 Gamberetta

    @Vincent Law. Il terzo articolo dei manuali dovrebbe essere dedicato alla costruzione della trama, però c’è il problema che non si possono fare esempi – non in relativamente poco spazio – perciò ci devo pensare bene. Magari sceglierò un altro argomento.

  2. 71 Vincent Law

    @Gamberetta
    E’ vero, avrei potuto descrivere diverse cose senza tralasciare la surrealtà. Grazie per il consiglio :D

    Spoiler sul Manuali – 3? Hai già in mente qualcosa?

  3. 70 Gamberetta

    @Vincent Law. Scusa se rispondo in ritardo, me ne sono accorta solo adesso: il dialogo è abbastanza divertente, però, pur tenendo conto del finale, dovevi lo stesso inserire delle descrizioni. Non sarebbe stato facile, senza svelare i due personaggi, ma sarebbe stato meglio.
    In alternativa potevi dire esplicitamente chi parlava: non ci sarebbe stata la sorpresa, ma sarebbe stato divertente lo stesso. Magari più divertente, perché più surreale.

    @triex. Conosco poco i giochi di ruolo (a parte quelli per computer, single-player o mmorpg), perciò non metto la mano sul fuoco riguardo al fatto che quello che funziona nella narrativa funzioni anche con i GdR.

  4. 69 triex

    ­Ciao,

    i tuoi articoli sulla narrazione e le sue tecniche sono davvero interessanti e mi sto procurando i manuali da cui hai imparato queste regole e consigli. Mi rendo conto che quando li applico alla lettura di un libro o alla visione di un film (alcuni) aiutano davvero molto a distinguere le opere apprezzabili dalla paccottiglia.

    Ultimamente ho iniziato a fare un gioco, Avventure in Prima Serata, in cui si immagina un ipotetico telefilm di cui ogni giocatore interpreta un protagonista, munito di problemi, di caratterizzazione e di legami, che interagisce con gli altri tramite conflitti e creando scene.

    Ho notato che i tuoi consigli si applicano perfettamente anche a questo (come ad altri giochi che richiedono un certo gusto per la fiction e un taglio cinematografico), e mi pareva giusto evidenziartelo. Magari sono giochi che conosci anche te.

  5. 68 Vincent Law

    Oh, ma che bell’articolo. Mi ha fatto piacere leggerlo :D
    E quanti bravi studenti che hanno fatto i compiti!
    Mi aggrego pure io alla massa, essere alternativi non è più alla moda.
    beee

    - Cosa ci fai qui?
    - Ma niente, davvero, la botola era aperta e io… Mi piacciono le botole. Non riesco a resistere, se le trovo aperte o socchiuse.
    - Allora vattene immediatamente. Ho sonno, e voglio dormire.
    - Vuoi dormire? Eh beh, sì, c’è un letto qua, lo usi per dormire. Ovvio.
    - Già. Vattene.
    - Ma ecco, vedi, a me piacciono le botole. L’ho già detto? Beh, se io me ne vado ora, torno giù, poi guardo un altra volta su e, eccola lì, la botola. Punto e accapo.
    - Allora la chiudo, in modo che tu non possa più entrare.
    - Così, però, ecco, sarei frustrato. Sì, molto frustrato. Vuoi vedermi frustrato? Sono terribile quando sono frustrato, vado avanti e indietro, mi viene un tic all’occhio… Terribile. Davvero. Vuoi vedermi frustrato?
    - Per quanto me ne frega potresti anche morirci, lì sotto. Vattene. Devo dormire.
    - Va bene, mi metto qui in un angolo, d’accordo? Nessun fastidio, nessuno. Sarò come una mosca, no, un pesce. D’accordo?
    - Non puoi stare qui.
    - Perché?
    - Perche te lo domando io! Perché perdo tempo quando so che domani devo svegliarmi presto!
    - Sto qui. Fermo. D’accordo?
    - Non puoi stare qui. Sono sonnambulo.
    - Va bene, è uguale, non sono razzista, no, perchè a me piacciono le botole. Sì. L’ho già detto?
    - Quando faccio il sonnambulo, divento pericoloso. Uccido chiunque trovo nella mia stanza.
    - Va bene, bene. Se mi uccidi non ti darò fastidio, davvero, nessun fastidio. Sto qua. Ecco. Come un pesce. Quando sono frustrato, è terribile… Terribile. Davvero.
    - Fa un po’ come cazzo ti pare.
    Il piccolo topo si sistemò nel letto, coprendosi con le lenzuola. Un uomo era seduto in un angolo, attento a non disturbare il suo sonno.

  6. 67 SignorinaEffe

    @Gamberetta
    Immaginavo che avresti gradito di più la seconda versione della frase… ^_^
    Ad ogni modo, avevo solo cercato di abbozzare un esempio estemporaneo; altrimenti, considerata la mia proverbiale pignoleria, avrei cancellato e riscritto almeno quindici volte, prima di esserne quasi soddisfatta.

    @Diarista Incostante
    Infatti, sono d’accordo: a me piacciono i sinonimi, invece. Insieme alle battute ad effetto. De gustibus… ^_^”

    @Diego
    Ah, sono stata scoperta: in effetti, si da il caso che io sia un’autrice logorroica, querula e prolissa; comunque, sto cercando di imparare a controllarmi, perciò leggo con interesse gli articoli di questo blog.

  7. 66 Diego

    @SignorinaEffe: ‘sibilare a denti stretti’ è un po’ pleonastico. Come fai a sibilare con la bocca spalancata, per esempio? Già per questo è meglio ‘disse a denti stretti’. Il punto è che, come al solito, bisognerebbe domandarsi quale necessità improrogabile ci costringa a dire al lettore che il personaggio sta ‘sibilando’ e lo fa ‘a denti stretti’. Se vai a scavare, nove su dieci una ragione specifica non c’è, se non una fisima dell’autore che decide che ‘perché sì’ e basta, perché gli sembra più figo. Tengo a precisare però che secondo me l’inciso in quella battuta è troppo lungo per funzionare. Mi spiego: io non vedo soluzione di continuità tra le parole ‘il problema’ e ‘è che sei un fottuto idiota’ pertanto l’inciso più è breve, meglio è. Penso che funzionerebbe meglio qualcosa tipo:
    Luigi lo agguantò per il bavero. “il problema,” sibilò, “è che sei un fottuto idiota.”
    O una variante:Luigi lo agguantò per il bavero e sibilò: “Il problema è che sei un fottuto idiota!”

  8. 65 Gamberetta

    @Mauro.

    Però non è necessariamente chiaro: la prima volta che ho letto quella frase, ho pensato che Luigi stesse urlando; ci può stare anche che sibili, però non mi pare così chiaro.

    Il problema è proprio che “Il problema è che sei un fottuto idiota!” con tanto di punto esclamativo alla fine è difficile sibilarlo. Una frase del genere la dici o appunto la urli, stona che la sibili.
    Però se si esclude il significato sibilante di sibilare e lo si intende solo come “pronunciare con stizza”, questo già si desume dall’azione e dalla battuta.
    Forse se la battuta fosse stata solo: “Sei un fottuto idiota.” la si poteva sibilare meglio.

    Comunque queste sono sfumature in cui c’è anche una componente di gusto personale. Non sono i sibili che rovinano i dialoghi. Di solito.

  9. 64 Mauro

    Gamberetta:

    Devo anche dire che:

    Luigi lo afferrò per il bavero della giacca. “Il problema è che sei un fottuto idiota!”

    secondo me è soluzione migliore. Il “disse/sibilare a denti stretti” è un ribadire un concetto già espresso nel gesto e nella battuta

    Però non è necessariamente chiaro: la prima volta che ho letto quella frase, ho pensato che Luigi stesse urlando; ci può stare anche che sibili, però non mi pare così chiaro.

  10. 63 Diarista incostante

    @SignorinaEffe
    Il mondo è bello perchè è vario. A me invece il “dire dire dire” mi suona sempre benissimo se i dialoghi sono efficaci. Per dire ;)

  11. 62 Gamberetta

    @SignorinaEffe.
    Per quanto riguarda i sinonimi di “dire”: non sto dicendo di eliminarli sempre, sto solo dicendo di non andare apposta a cercare sinonimi strani perché non si vuole ripetere “dire” o si pensa che “dire” sia troppo “semplice”.
    L’idea di fondo è quella di mettere tutto il significato nelle battute e nelle azioni, e in quest’ottica il “dire” è il male minore.
    Nel tuo esempio, devo dire(…) che preferisco la frase con “disse”. Ma non perché “sibilare” sia un termine strano, ma perché non mi sembra il termine giusto da accoppiare a “Il problema”. “Il problema” non è molto sibilante.
    È come se scrivessi:

    «Oh, barista, dammi un’altra birra, muoviti» pigolò Anna.

    Stona. Così il tono neutro di “dire” è più appropriato per pronunciare “Il problema”.
    Devo anche dire che:

    Luigi lo afferrò per il bavero della giacca. “Il problema è che sei un fottuto idiota!”

    secondo me è soluzione migliore. Il “disse/sibilare a denti stretti” è un ribadire un concetto già espresso nel gesto e nella battuta. È un po’ come mettere un aggettivo o un avverbio superfluo.

    Per quanto riguarda i due dialoghi. Ovvio: se giustifichi la passione del ragazzo per i Tarocchi, il secondo dialogo è brillate & verosimile.
    Però a quel punto il personaggio è definito: la prossima volta saranno ancora Tarocchi (o qualcosa di simile) anche se il dialogo risultante potrebbe essere meno brillante.

  12. 61 SignorinaEffe

    Sono una fedele lurker del tuo blog, che apprezzo per la tranciante sincerità con cui mette alla berlina le nefandezze del panorama del fantasy italiano, benchè il fenomeno, ahimè, non sia limitato a questo solo genere letterario…
    Tuttavia, leggendo quest’ultimo, interessante articolo sulla realizzazione dei dialoghi, ho notato un paio di asserzioni che non mi trovano affatto d’accordo. Valutando il mio ed il tuo carattere, almeno quello che traspare dal modo in cui scrivi, sospetto che alla fine dell’intervento resteremo comunque ognuna salda nella propria opinione, però mi pare legittimo confrontarsi.
    Innanzitutto, l’uso dei sinonimi del verbo “dire”: ora, ammetto di essere una di quelle autrici che amano usarli e questo tratto stilistico non mi è mai stato contestato dai lettori. Se devo essere sincera, non li trovo così “detestabili”, anzi, mi irrita molto di più leggere uno scialbo “dire”, anche se preceduto o anticipato da una battuta con i controfiocchi. Naturalmente, il caso di Ludlum da te citato sfiora il parossismo (ed il ridicolo), però continuo a pensare che una frase scritta così

    “Qual è il problema, capo?” chiese Mario.
    “Il problema” sibilò Luigi, a denti stretti, dopo averlo agguantato per il bavero della giacca, “è che sei un fottuto idiota!”

    sia molto più efficace di una frase scritta così

    “Qual è il problema, capo?” chiese Mario.
    “Il problema” disse Luigi, a denti stretti, dopo averlo agguantato per il bavero della giacca, “è che sei un fottuto idiota!”

    Il secondo appunto riguarda la presunta mancanza di verosimiglianza nel dialogo in cui Giovanni abborda Maria con lo stratagemma dei Tarocchi. Questo è vero, però bisogna ammettere che è originale, brillante e invoglia il lettore a proseguire nella lettura per scoprire altre informazioni sui personaggi.
    Dopotutto, la madre di Giovanni potrebbe essere una di quelle donne che leggono le carte sulle linee telefoniche a pagamento, e lui ha deciso di usare in maniera un po’ meno criminosa il business di famiglia per far colpo sulla ragazza che gli piace. E’, comunque, una spiegazione “verosimile” e, soprattutto, non scontata, il che dovrebbe essere uno degli obiettivi della buona scrittura, o sbaglio?

    Nella speranza di non essere stata troppo prolissa, abbandono il campo e ti auguro un buon lavoro di critica pungente!

    SignorinaEffe

  13. 60 Gamberetta

    @Chamaeleon. Per scrivere questo articolo ci sono volute 2-3 ore ogni sera per una settimana circa. Più il tempo per leggere i manuali citati, ma quelli li avevo già letti nei mesi scorsi.

  14. 59 Chamaeleon

    Volevo fare una domanda, oltre ai complimenti: “quanto tempo impieghi per scrivere un articolo del genere?

  15. 58 Gamberetta

    @Rotolina. Non originalissimo (è della serie: spedizione scientifica scopre nella foresta amazzonica l’ultimo esemplare di rarosauro. L’animale è stato mangiato a cena), però è divertente. Mi è piaciuta la parlata dell’alieno: è appunto “aliena” senza ricorrere ad artifici fastidiosi.
    Forse la reazione del tizio è troppo repentina, magari ci stavano altre battute innocenti dell’alieno che il tizio mal interpretava, ma nel complesso può andare.
    Non direi neanche che sei pessimista, sei realista. Che il primo contatto con gli alieni possa finire male per me è molto probabile. Per colpa degli alieni, ovvio, come cavolo si permettono di entrare nelle case degli altri a prendere in giro la gente che lavora? ^_^

  16. 57 dr Jack

    Ricordo che questi articoli sono un invito alla lettura.

    Non sono d’accordo :p. Questi articoli sono fantastici e ben più che un invito alla lettura. Sono più completi di molte spiegazioni presenti sui libri dedicati alla scrittura. (questo non toglie che leggere altri libri può aiutare, non voglio invitarvi a essere pigri :p)

    Alcuni capitoli lasciano perplessi, come quello dedicato all’Enneagramma: onestamente non mi pare uno strumento utile per lo scrittore, mi pare un’emerita stupidaggine.

    L’enneagramma è un tentativo di catalogare le tipologie di personalità e mi sembra azzardato utilizzarlo sui dialoghi, al massimo da qualche spunto sulla creazione dei personaggi.
    Inoltre l’enneagramma ha subito varie critiche e una marea di rivisitazioni visto che catalogare gli esseri umani è un’attività un po’ riduttiva se usano solo 9 categorie.

    Vi riporto 3 tipici modi di discutere individuati dalla PNL, non so se poi queste informazioni possono tornare utili per la scrittura di genere o no, se proprio vi rompono non leggete.
    1) VISIVO: chi è in fase visiva tende a parlare per immagini e usare un linguaggio del corpo molto ampio con movimenti più veloci. Parla anche più in fretta e fa poche pausa usando predicati e parole visive. GUARDA, non puoi non darmi ragione è CHIARO.
    2) AUDITIVO: chi è in fase auditiva tende a parlare in maniera ritmica e a mantenere lo stesso tono di voce, ha una gesticolazione più lenta e armoniosa, ascolta molto e tende meno a interrompere e scelgono con cure le parole. Fa molte pause e usa predicati e parole legate a suoni. ASCOLTA, meglio se andiamo avanti: stavamo andando al giusto RITMO.
    3) CINESTETICO: chi è in fase cinestetica tende a cercare più il contatto fisico (stretta di spalle, pacche, non andiamo fuori luogo in base all’ambiente :p), hanno una gestualità lenta e parlano con vece più profonda. Fa molte pause e usa predicati e parole legate a sensazioni. Ok. AFFERRO il tuo concetto, ma dovresti prendere le cose più alla LEGGERA.

    Persone che dialogano in fasi differenti (ec. un visivo con un auitivo) si comprendono di meno.

    Se hai letto tutto il commento e secondo te era inutile… va be’ ormai è andata. Se invece vuoi approfondire ho trovato questo link. Tratta di come parlare con il pubblico (che non centra niente), ma ha una parte dedicata a questi 3 modi di comunicare.

  17. 56 francy

    @ Gamberetta: grazie dell’aiuto! E dei complimenti, eh eh eh (gongola)
    Comunque, a parte gli scherzi, mi fa piacere essere riuscita a miglirare, anche se penso di dovermi esercitare ancora molto. ù.ù
    Ti ringrazio ancora! =)

  18. 55 Rotolina

    Un’altra utilissima guida! Bella bella, mi e’ piaciuta, interessante…
    E ora proviamo con i compiti a casa.
    Prima immagine:

    Il fischiettio allegro di Gus, si interruppe bruscamente quando l’occhio gli cadde su una sorta di enorme topo sul letto.
    Se ne rimase lì a fissarlo per parecchi secondi, a bocca semiaperta, e forchettone per l’arrosto in mano.
    -Buongiorno, buonasera, ciao, salve, ben trovato!- Esclamò la bizzarra creatura, con un balzello sulle coperte.
    -Egh…
    Gus sollevò il forchettone, con fare sospettoso, e il topo si affrettò a replicare.
    -Pace, tregua, armonia, intesa!
    -Chi…- Gus si interruppe, abbassando il forchettone, senza molta convinzione -Cosa sei?
    Il topo deforme saltellò nuovamente sul letto, aprendo l’enorme bocca in quello che poteva sembrare un sorriso.
    -Voi chiamate straniero, diverso, estraneo, alieno.
    Gus strabuzzò gli occhi, e quasi il forchettone gli cadde di mano. –Alieno? Oddio, cioè arrivi dallo spazio?
    -Spazio, superficie, distesa? No. Spazio, cosmo, universo? Si. Altro pianeta, astro, corpo celeste, mondo.
    Gus si trovò a ondeggiare leggermente, stordito dalle parole del topo alieno. Aprì e chiuse la bocca un paio di volte, mentre l’essere lo osservava con vispi occhi neri.
    -Cioè, quindi sei un alieno- la constatazione non lo consolò –E cosa fai nella mia camera da letto?
    Il topastro piegò il capo di lato con un’espressione perplessa molto umana.
    -Scopo, intento, proposito, compito? Contattare, avvicinare, incontrare essere umano tipico, classico, comune, standard a motivo di studio, indagine, analisi, apprendimento.
    -E io sono un essere umano tipico?- il tono di Gus era quasi offeso. –Cioè non penso di essere così banale alla fine!
    Il topo piegò il capo dal lato opposto, e con rispose con pedante tono scolastico.
    -Tra abitanti, cittadini, popolazione, gente di maggiore sviluppo, soggetto tipico assimilabile con uomo, maschio, in assenza di donna, femmina, compagna, moglie. Standard lavoro impiegato, dipendente, burocrate, funzionario di media retribuzione, stipendio, paga, salario. Comune mezza casa, dimora, abitazione, residenza in porzione di palazzo, stabile, alto edificio, ampia costruzione.
    Gus lo fissava a bocca aperta. Il fiume di parole lo stordiva, ma si riscosse alla fine.
    -Sei qui per sfottere, bestiaccia? Eh?- Con rabbia sollevò il forchettone. –Col cazzo che resto qua a farmi prendere per il culo da un topo troppo cresciuto!
    La bestiola fece un salto indietro, finendo contro il muro, e la voce diventò più acuta e lamentosa.
    -Sfottere, deridere, beffare, canzonare? No! Studiare, apprendere, approfondire, esaminare? Si
    -Ma parla come mangi, topo filosofo!- Ribatté Gus con chiara esasperazione, e si fece più vicino al letto –Vuoi esaminarmi, eh? Te lo scordi! Non mi faccio tagliuzzare da dei cazzo di alieni che sembrano topi!
    -Tagliuzzare, spezzettare, affettare, tritare? No! No!- L’alieno premette la lunga coda contro il muro, come a volerci passare attraverso. –Studiare, imparare, conoscere, comunicare!
    -Ma sta zitto!- Gus abbassò il forchettone sul corpo tondo e bianco, infilzandolo senza problemi, e facendolo scoppiare come una vescica con lo stesso rumore. -Ma che schifo- aggiunse alla vista dei liquidi giallo pallido che colavano sulle coperte.
    -Cazzo di alieno logorroico… E l’arrosto sarà pure bruciato.

    Son ottimista sull’umanita’, eh? :P

  19. 54 Gamberetta

    @Diarista incostante. Per i punti. Non è questione di gravità in sé, è che appunto quando ne mancano così tanti, il lettore si chiede: “Perché mancano i punti? Ci sarà una ragione?” e perde di vista la storia.
    Comunque adesso mi sembrano giusti, tranne qui:
    «Sì, ma-
    Devi chiudere lo stesso le virgolette, anche se c’è l’interruzione: «Sì, ma-»

    @francy. Va molto meglio. Fa niente se il finale non è a effetto. Credo sia un dialogo interessante, si legge volentieri e si vuole capire dove la bambina voglia andare a parare. Forse è un po’ troppo oscuro se non si è letta la parte precedente, ma pazienza.

  20. 53 francy

    @ Hai ragione, me ne sono resa conto anch’io dopo averla riletta. Provo a riprendere dal dialogo e cerco di renderlo più… dialogo XD

    «Non sei stato carino, signor Vandenberg.» dice la bambina, con quella voce piatta che mi ha tormentato fino ad ora. «Non è bello sparare alle persone, mi sono fatta male, signor Vandenberg.»
    Io le sorrido. «A me sembra che tu stia benissimo, invece.»
    Lei mi lancia un’occhiataccia. «Se non fossi stata io, sarei morta.»
    «Come gli altri?» urlo, e al diavolo la calma e l’addestramento. «Come Tai? Me ne fotto se sei una mocciosa, se l’hai ucciso ti ammazzo!»
    La lama che si fa più pungente mi tronca le parole.
    «Non essere scortese, signor Vandenberg.» dice la bambina, sorridendomi angelicamente, mentre il mio sangue comincia a gocciolare sul pavimento. «Non ricordo nessun signor Tai. Io sono qui solo per te, signor Van-»
    «Piantala di ripetere il mio nome!»
    La bambina mi guarda un attimo sorpresa. «Come vuole.» dice, il viso di nuovo inespressivo. «Ma devo avvertirla, signor Nessuno, che se io smetto di pronunciare il suo nome, lei svanirà.»
    Rido. «E questo cosa vorrebbe dire?»
    Lei si scosta i boccoli argentei dal collo, con aria annoiata. «Esattamente quello che ho detto, signor Nessuno, svanirà come questo posto.» ride, coprendosi la bocca con la mano libera. «Pensa che possa continuare ad esistere, senza che qualcuno la chiami per nome?» Abbassa lentamente il mazzo di fiori, la lama sparisce tra le rose come se ne fosse stata risucchiata. «Addio, signor Nessuno, mi saluti il signor Tai quando sarà nell’Aldilà.»
    E allora, ovviamente, mi incavolo davvero. Senza neanche pensare a quello che sto facendo, senza riflettere sul fatto che sto uccidendo una bambina, affero il coltello dalla cintura e la colpisco alla gola. La vedo sgranare gli occhi dalla sorpresa e accasciarsi a terra con un rantolo, e tutto quello che riesco a dire è: «Te lo sei meritato, stronza.»
    Mi chino sul suo corpo. Stringe ancora in mano il mazzo di rose. Allungo una mano verso di esso.
    «Non è stato carino, signor Nessuno.»
    Mi blocco immediatamente. Che cavolo sta succedendo? Una piccola mano pallida mi afferra il polso. «Non è bello accoltellare le persone, mi sono fatta male, signor Nessuno.»
    Comincio a sudare freddo. Quello che sta succedendo non è reale, non può essere reale, eppure la vedo davanti a me, che si alza lentamente, continuando a tenermi il polso. Si toglie con un movimento brusco il coltello dalla gola, senza che nemmeno una goccia di sangue esca dalla ferita. Quale ferita, poi? La sua pelle è liscia ed intatta.
    «Che cosa sei?»
    Lei mi sorride frivola, sbattendo le lunghe ciglia. «Sono un angelo.»
    Non dico niente. “Sono un angelo” non è un’affermazione a cui si possa rispondere, supera le mie capacità di rielaborazione.
    «Sei qui per uccidermi?» le chiedo solo, in sussurro. La bambina, o meglio, “l’angelo” mi da un buffetto su una guancia, guardandomi con aria compassionevole.
    «Stupido signor Nessuno, è ovvio che non voglio ucciderla, io non voglio uccidere mai. Purtroppo, però, a volte si creano determinate situazioni in cui eliminare le anomalie è necessario, per il bene del programma.»
    «E io sarei una di queste anomalie, eh? Come gli altri?»
    «Non si scaldi, signor Nessuno.» mi punta l’indice al petto, senza smettere di sorridere. «Lei ha commesso davvero tanti peccati: ira, accidia, vanità, omicidio… per non parlare della sua relazione con il signor Tai! Davvero riprovevole.» Scuote la testa. «Fosse stato per me, l’avrei eliminata dal programma, ma il mio Signore è misericordioso. Inoltre lei è speciale.» Il suo sorriso si allarga fino a sembrare un ghigno. «Purtroppo, però, non è sufficientemente speciale per poter uscire impunito dal peccato del suicidio.»
    «Come, scusa?»
    Lei mi guarda di sottecchi, divertita. «Mi ha chiesto di non chiamarla per nome, signor Nessuno, pur avendole io detto che così facendo svanirà. Questo si chiama suicidio.»
    Io mi porto istintivamente una mano al cuore. Lo sento battere, ma è come se fosse lontano, se appartenesse ad un’altra persona. Scoppio a ridere. «Piccola subdola bastarda!» esclamo, continuando a ridere senza riuscire a fermarmi.
    L’angelo mi guarda disgustata. «Lo sapevo» la sento mormorare. «Che un caduto come lei diventa troppo marcio anche per entrare nell’armata, signor Nessuno.»
    Io le lancio un’occhiata di sfida. «Mi chiamo Vandenberg, puttanella.» dico, sorridendo. «Ripeti il mio nome ancora una volta, ti va?»

    Penso che adesso vada meglio, anche se il finale non è molto ad effetto… Comunque, se c’é qualche cristiano convinto, non me ne voglia! XD

  21. 52 Diarista incostante

    @Gamberetta
    Oddio i punti. Lo sapevo. Ci provo, ma a me viene proprio da ometterli quando chi compie l’azione sta anche per parlare, o quando ci sono i caporali che dicono che chi parlava adesso ha chiuso la bocca e sta zitto, ecco perchè mancano. Una domanda: l’omissione di questi punti è grave quanto guidare contromano in autostrada o è un difetto paragonabile a ruttare forte al ristorante? Cioè: l’attenzione del lettore viene davvero presa tutta dalla mancanza di quei punti? Pura curiosità.
    Comunque sotto ho corretto la pnteggiatura. Va bene così o stavolta ne ho messi troppi?

    Azzeccato il suggerimento sulla frase (che non piaceva molto nemmeno a me), mi sembra una modifica ottima.

    Anche io ho valutato la possibilità di calcare di più la mano con i dubbi del ratto, ma volendo essere onesta, se mi fossi infilata nei meandri dei sensi di colpa di uno dei personaggi avrei dovuto scrivere molto più materiale, e non ne avevo nè il tempo nè la voglia.

    *************************************************************

    Oldenio socchiuse la porta senza fare rumore, ma quando vide che Zukhh non stava dormendo si avvicinò baldanzoso al letto, tenendo con una mano il forchettone e asciugandosi l’altra sui pantaloni spiegazzati.
    «Ho messo in forno la signora Takahashi e il ciccione è a marinare nella vasca da bagno» disse. «Le patate sono nella friggitrice e i pomodori si stanno gratinando. Per le otto e mezza al massimo sarà tutto in tavola.»
    Zuhkk fece saettare la lingua nera. Sembrava un topo con la testa di bull terrier e la lingua da serpente, ma aveva gli occhi più umani che il ragioniere avesse mai visto. La creatura si sedette sulle zampe posteriori e chiese
    «Che vino hai usato?»
    «Col ciccione?»
    Zuhkk annuì.
    «Tavernello» rispose Oldenio con una smorfia. «Me ne servivano dei litri, non potevo prosciugare la cantina solo per fare la marinata.» Poi sorrise raggiante «Ma per la cena ho trovato del Brunello di Montalcino di un’ottima annata.»
    «Fantastico» disse Zuhkk sorridendo allegra e grattandosi le branchie con una delle zampe posteriori.
    All’improvviso si accucciò e si fece seria.
    «Sono davvero contenta di aver trovato te» disse.
    «Anch’io sono felice!»
    Oldenio sorrise radioso, ma all’improvviso Zuhkk s’incupì.
    «Che c’è?» le chiese il ragioniere.
    Lo psicoratto rimase in silenzio, fissando il lenzuolo sgualcito, poi disse «Sei sicuro che io non sia un problema?»
    L’uomo fissò il ratto aggrottando le sopracciglia.
    «In che senso, scusa?»
    «Intendo dire» Zuhkk esitò, ma alla fine vuotò il sacco. Zampettando sul letto avanti e indietro rispose «Oh, Oldenio, la coscienza che rimorde! La banca, questa casa.. La stazione di servizio! Sei certo che ti vada bene così?»
    Il ragioniere si sedette accanto a lei. «Tesoro, ma cosa dici?» Le posò una mano sulla schiena liscia. «Sei la cosa migliore che mi sia capitata in quarantatre anni di vita solitaria. Non essere sciocca.»
    «Io non voglio costringerti a-
    «Non lo stai facendo. Avevamo bisogno di un posto dove stare, giusto?»
    «Sì, ma-
    «E dobbiamo pur mangiare!»
    Zuhkk voltò la testa, guardando altrove con i piccoli occhi liquidi. Dopo un po’ Oldenio udì un sussurro.
    «Forse potevo fare un altro tentativo con lo yogurt. E la tapioca. Non abbiamo provato la gelatina di tapioca» gli ricordò.
    Oldenio si alzò e si mise di fronte alla creatura, le mani sui fianchi.
    «E passare un’altra notte cercando di tenerti assieme, signorina? Ripescare la tua coda da dentro i muri e gli occhi dal pavimento? E la lingua dal water, certo. Quella è stata la mia parte preferita.»
    Zuhkk ridacchiò suo malgrado, ticchettando come un orologio. «Che saporaccio!» ammise. «Nemmeno il cervello del benzinaio l’ha mandato via»
    «Per forza » disse Oldenio. «Quell’idiota non sarebbe stato capace di dirti quanto fa due più due in un milione di anni! Nel suo cranio dovevano esserci un paio di neuroni al massimo. Vedrai che i miei pomodori al gratin ti rimetteranno a posto la bocca. E ho sentito dire che la strozzina era famosa per la sua furberia, quindi stasera avrai qualcosa di nutriente da succhiare.»
    Zuhkk sorrise rasserenata, e Oldenio si curvò per darle un buffetto su una guancia. Si accorse che poteva intravedere le proprie dita attraverso il corpo dello psicoratto. Represse un’ondata d’ansia e si alzò.
    «Meglio che mi dia da fare, le patate saranno pronte ormai. Vado a dare un’occhiata in cucina.» Si avviò verso la porta. Con la mano sulla maniglia si voltò e aggiunse «Sei sicura di non volere la stanza di sopra? C’è la tv.»
    «No, questa va benissimo. Domani appendo un paio di stampe, metto un abat-jour, cambio le lenzuola.» Indicò il parquet «E con un tappeto e qualche cuscino qua e là e sarà tutta un’altra camera, vedrai.»
    «Ok tesoro. Vieni giù appena sei pronta.» Varcando la soglia aggiunse «E direi che potresti cominciare a chiamarmi papà, una buona volta.»
    Non tornò indietro a guardare, ma sapeva che lo psicoratto stava sorridendo.

  22. 51 Gamberetta

    @Dago Red. Di Sven Hassel ho letto Maledetti da Dio e Battaglione d’Assalto. Ho apprezzato il realismo, ma non do giudizi perché gli ho letti ormai 3-4 anni fa. Tra l’altro all’epoca non avevo nessuna particolare capacità critica, a parte il “mi piace”/“non mi piace”.

    @Diarista incostante. Ti sei dimenticata un sacco di punti alla fine delle frasi.
    A parte questo il dialogo è divertente, mi piace sia l’humor nero sia la bizzarria.
    Forse Zuhkk poteva insistere di più con il suo pentimento. Minacciare magari di andarsene per non continuare a rovinare la vita a Odenio? Comunque anche così scorre bene.

    I gerundi sono evitabili. Per esempio:
    “«Tesoro, ma cosa dici?» disse il ragioniere sedendosi accanto a lei e posando una mano sulla sua schiena liscia «Sei la cosa migliore che mi sia capitata in quarantatrè anni di vita solitaria. Non essere sciocca»”
    È “strascicato”, le azioni si dilatano nel tempo e divengono meno nitide. Meglio così:
    “Il ragioniere si sedette accanto a lei. «Tesoro, ma cosa dici?» Le posò una mano sulla schiena liscia. «Sei la cosa migliore che mi sia capitata in quarantatre anni di vita solitaria. Non essere sciocca.»”
    Così tra l’altro hai eliminato il “disse”.

    @francy. La scena in sé non è malvagia, ma è una scena d’azione. Il dialogo in pratica non c’è. Cosa vuole la bambina? E cosa vuole il protagonista? Ok, il protagonista vuole ammazzarla, ma se gli metti subito in mano una pistola, non c’è molto dialogo.
    In altre parole: non ci sono molte ragioni perché i due si parlino, e infatti, giustamente, non lo fanno. Ma questo era un esercizio sul dialogo…

  23. 50 francy

    Sono tornata!
    E aggiungo una piccola nota: il fatto che la bambina dia a Vandenberg del lei, alla fine del mio breve (anche troppo, mi sa
    -_-”) racconto è voluto, perché lo considera un Nessuno, un estraneo, visto che lui ha “rinnegato” il suo nome. Forse non si nota, però avevo paura di sfociare in un infodump, inserendo una spiegazione. Spero di avere fatto bene. ^^

  24. 49 francy

    Oh, un nuovo manuale! *^*
    è stato molto utile, davvero, soprattutto perché io ho parecchi problemi con i dialoghi, specialmente con le tag: sono un’amante del gerundio e degli avverbi. ^^”
    Provo anche io a fare i compiti! E, tanto perché mi voglio male, scriverò in prima persona e attuerò anche un cambio di sesso! (oddio, non oso immaginare quello che verrà fuori…)

    «Ehi.»
    Mi volto di scatto verso destra, smettendo di correre. Ovviamente, anche questa volta non c’é nessuno. «Cazzo!» Tiro un pugno sul muro, che si sbriciola come fosse sabbia sotto le mie nocche, lasciando un grande buco nero al suo posto. Stringo più saldamente il calcio della mia Valentine, ma riesco a trattenermi da sparare a raffica su qualunque cosa si muova. Mi hanno addestrato alla calma, e questo è solo un gioco, è da novellini farsi prendere dal panico per una cosa del genere. Ma, dio, alla lunga anche i giochi stancano! Estraggo lentemente Valentine dalla fondina sporca di sangue. «Ti diverti, eh?» sibilo, rivolto al corridoio semidistrutto. «Perché non vieni fuori ad affrontarmi, coglione!»
    Finalmente un movimento, e allora inizio a sparare. Sparo per Jean, per Amelie e per Sauvage. Per Kala e sua sorella, e per quello schifoso gatto obeso che loro adoravano. E per Tai. Il mio Tai. Continuo a sparare finché non sento il rumore dell’ultimo bossolo che cade a terra, e allora riesco di nuovo a respirare. Spero vivamente che non sia stato solo un topo.
    «Ehi.»
    Mi si rizzano i capelli sulla nuca. E’ dietro di me, non so come abbia fatto, ma è dietro di me. Mi volto in fretta, ma non faccio in tempo ad allungare la mano verso i coltelli che mi ritrovo una lama puntata alla gola. Una lama che esce da un mazzo di rose rosse, stretto in mano da una bambina. Forse sono impazzito.
    «Non sei stato carino, signor Vandenberg.» dice la bambina, con quella voce piatta che mi ha tormentato fino ad ora. «Non è bello sparare alle persone, mi sono fatta male, signor Vandenberg.»
    Io le sorrido. «A me sembra che tu stia benissimo, invece.»
    Lei mi lancia un’occhiataccia. «Se non fossi stata io, sarei morta.»
    «Come gli altri?» urlo, e al diavolo la calma e l’addestramento. «Come Tai? Me ne fotto se sei una mocciosa, se l’hai ucciso ti ammazzo!»
    La lama che si fa più pungente mi tronca le parole.
    «Non essere scortese, signor Vandenberg.» dice la bambina, sorridendomi angelicamente, mentre il mio sangue comincia a gocciolare sul pavimento. «Non ricordo nessun signor Tai. Io sono qui solo per te, signor Van-»
    «Piantala di ripetere il mio nome!»
    La bambina mi guarda un attimo sorpresa. «Come vuole.» dice, il viso di nuovo inespressivo. «Ma devo avvertirla, signor Nessuno, che se io smetto di pronunciare il suo nome, lei svanirà.»

    Lascio qui perché devo andare, quindi mi scuso per eventuali errori ortografici perché non ho avuto il tempo di rileggere. La storia mi piace parecchio *^*, spero che quel poco di dialogo che ho inserito vada bene. XD

  25. 48 Diarista incostante

    Oldenio socchiuse la porta senza fare rumore, ma quando vide che Zukhh non stava dormendo si avvicinò baldanzoso al letto, tenendo con una mano il forchettone e asciugandosi l’altra sui pantaloni spiegazzati
    «Ho messo in forno la signora Takahashi e il ciccione è a marinare nella vasca da bagno» disse «Le patate sono nella friggitrice e i pomodori si stanno gratinando. Per le otto e mezza al massimo sarà tutto in tavola»
    Zuhkk fece saettare la lingua nera. Sembrava un topo con la testa di bull terrier e la lingua da serpente, ma aveva gli occhi più umani che il ragioniere avesse mai visto. La creatura si sedette sulle zampe posteriori e chiese
    «Che vino hai usato?»
    «Col ciccione?»
    Zuhkk annuì
    «Tavernello» rispose Oldenio con una smorfia «Me ne servivano dei litri, non potevo prosciugare la cantina solo per fare la marinata» poi sorrise raggiante «Ma per la cena ho trovato del Brunello di Montalcino di un’ottima annata»
    «Fantastico» disse Zuhkk sorridendo allegra e grattandosi le branchie con una delle zampe posteriori.
    All’improvviso si accucciò e si fece seria
    «Sono davvero contenta di aver trovato te» disse
    «Anch’io sono felice!»
    Oldenio sorrise radioso, ma all’improvviso Zuhkk s’incupì
    «Che c’è?» le chiese il ragioniere
    Lo psicoratto rimase in silenzio, fissando il lenzuolo sgualcito, poi disse «Sei sicuro che io non sia un problema?»
    L’uomo fissò il ratto aggrottando le sopracciglia
    «In che senso, scusa?»
    «Intendo dire» Zuhkk esitò, ma alla fine vuotò il sacco. Zampettando sul letto avanti e indietro rispose «Oh, Oldenio, la coscienza che rimorde! La banca, questa casa.. La stazione di servizio! Sei certo che ti vada bene così?»
    «Tesoro, ma cosa dici?» disse il ragioniere sedendosi accanto a lei e posando una mano sulla sua schiena liscia «Sei la cosa migliore che mi sia capitata in quarantatrè anni di vita solitaria. Non essere sciocca»
    «Io non voglio costringerti a-
    «Non lo stai facendo. Avevamo bisogno di un posto dove stare, giusto?»
    «Sì, ma-
    «E dobbiamo pur mangiare!»
    Zuhkk voltò la testa, guardando altrove con i piccoli occhi liquidi. Dopo un po’ Oldenio udì un sussurro
    «Forse potevo fare un altro tentativo con lo yogurt. E la tapioca. Non abbiamo provato la gelatina di tapioca» gli ricordò
    Oldenio si alzò e si mise di fronte alla creatura, le mani sui fianchi
    «E passare un’altra notte cercando di tenerti assieme, signorina? Ripescare la tua coda da dentro i muri e gli occhi dal pavimento? E la lingua dal water, certo. Quella è stata la mia parte preferita»
    Zuhkk ridacchiò suo malgrado, ticchettando come un orologio «Che saporaccio!» ammise «Nemmeno il cervello del benzinaio l’ha mandato via»
    «Per forza » disse Oldenio «Quell’idiota non sarebbe stato capace di dirti quanto fa due più due in un milione di anni! Nel suo cranio dovevano esserci un paio di neuroni al massimo. Vedrai che i miei pomodori al gratin ti rimetteranno a posto la bocca. E ho sentito dire che la strozzina era famosa per la sua furberia, quindi stasera avrai qualcosa di nutriente da succhiare»
    Zuhkk sorrise rasserenata, e Oldenio si curvò per darle un buffetto su una guancia. Si accorse che poteva intravedere le proprie dita attraverso il corpo dello psicoratto. Represse un’ondata d’ansia e si alzò
    «Meglio che mi dia da fare, le patate saranno pronte ormai. Vado a dare un’occhiata in cucina» si avviò verso la porta. Con la mano sulla maniglia si voltò e aggiunse «Sei sicura di non volere la stanza di sopra? C’è la tv»
    «No questa va benissimo. Domani appendo un paio di stampe, metto un abat-jour, cambio le lenzuola» indicò il parquet «E con un tappeto e qualche cuscino qua e là e sarà tutta un’altra camera, vedrai»
    «Ok tesoro. Vieni giù appena sei pronta» varcando la soglia aggiunse «E direi che potresti cominciare a chiamarmi papà, una buona volta»
    Non tornò indietro a guardare, ma sapeva che lo psicoratto stava sorridendo.

  26. 47 Francesco Barbi

    Davvero un bell’articolo, complimenti.
    Come il precedente sulle descrizioni, anche questo mi è parso un sunto esauriente, acuto e puntuale. Tutte argomentazioni che dovrebbero quantomeno essere nel bagaglio culturale di un autore (poi tra il sapere e il saper fare…), ma su cui vale la pena far mente locale e riflettere una volta di più. Alcuni esempi, poi, sono delle vere chicche. Un peccato che si interrompano e non si sappia come vadano a finire le cose.

  27. 46 Ste

    @ gamberetta.
    Ricevuto e grazie :O)

  28. 45 Dago Red

    Scusate, riposto gli ultimi tre spoiler, ma il carattere non andava bene.

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    E scusate se ho creato un piccolo OT.

  29. 44 Dago Red

    @Gamberetta: si, esatto, è proprio Sven Hassel, tratto da uno dei suoi libri IMHO più belli: “Liquidate Parigi”. Non lo avevo citato direttamente perchè pensavo improbabile che potessi conoscere questo misconosciuto autore. Complimenti ^^
    E’ un autore che, l’ho già detto, io adoro, perchè è in grado di creare dei momenti di epicità, crudeltà, drammaticità ed umanità che io francamente ho ritrovato solo in pochi altri autori, come Remarquez e Rigoni Stern.
    Conta che ho anche copincollato un passaggio un po’ fiacco, e che la traduzione dozzinale spesso lo ha massacrato, ma spesso ho letto nei suoi libri dei brevi dialoghi, quasi scambi di battute, che mi hanno fatto accapponare la pelle.
    E questo pur con tutti le sue innegabili mancanze narrative.

    Tipo:
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    Così, per curiosità, cosa hai letto di lui e cosa ne pensi? ^^

  30. 43 Gamberetta

    @Jordanblue.

    io lo conosco come variante del discorso indiretto, cioè un indiretto filtrato dagli stati d’animo del personaggio (o anche, per dirla molto più terra terra, un indiretto senza il verbo dichiarativo).

    A me sembra che un discorso indiretto senza verbi dichiarativi e con particolare enfasi sullo stato d’animo del personaggio (ché la narrativa dev’essere sempre filtrata dal punto di vista), siano semplicemente pensieri del personaggio stesso.

    @gnap. Premetto che la mia vita non cade a pezzi, non ancora almeno.

    Detto questo, il dialogo è scorrevole, anche se un po’ campato per aria (specie per chi non è me). Quello che manca è il punto del contendere: cosa vuole la coscienza? Cosa voglio io?
    All’inizio può sembrare che la coscienza voglia farmi ricordare perché la mia vita è diventata una motel fatiscente e io invece non voglio saperlo. Poi però lo spunto si perde e la tensione diminuisce. Il finale è carino, ma un po’ troppo brusco.

    @Lerajies. Non ho seguito Lost, dunque non saprei. Può anche essere che sullo schermo faccia un effetto diverso, sulla carta avere i personaggi che continuano a chiamarsi per nome suona ridicolo in fretta.

    @Dago Red. L’autore è Sven Hassel, giusto? Non ho riconosciuto questo dialogo in particolare, ma mi pare lui. Comunque è un dialogo decente, contando che alla fin fine è una “comunicazione di servizio”. Suona abbastanza naturale, anche se non è brillante.

    @Lidia. Il secondo dialogo mi pare migliore. C’è più tensione tra i personaggi, mi sembra più interessante. Secondo me in alcuni punti c’è ancora troppa voglia di spiegare (tipo: “Sono qui da tredici rotazioni. Sono stato tutto il tempo sotto il tuo tetto, imparavo la tua lingua. Ma quando cercavo di avvertirti tu strillavi sempre con quell’isterica di tua moglie e mi incendiavi il sedere!” suona un pochino forzato), ma è molto meno evidente che non nella prima versione.

    Per l’idea di organizzare esercizi extra articoli: ci penserò, ma non ho molto tempo. Inoltre un blog non è la soluzione migliore per questo tipo di cose, ma per organizzare un forum ci sono tutta una serie di problemi tecnici che in questo momento non ho voglia di affrontare.

    @Razka. Di solito è il contrario: è la “cornice” che stona. Ovvero: sei sicura che il fatto che il protagonista stia raccontando a qualcuno è vitale? Quello che è interessante, non è forse la storia raccontata? E allora perché costruire intorno una cornice quando quello che davvero importa è quello che c’è in mezzo? Togli la parte dove il protagonista si appresta a raccontare e salta subito al raccontato (che però non è più “raccontato”, ma mostrato e i dialoghi sono discorsi diretti).

    Ma mettiamo che la “cornice” sia sul serio importante. Se sono poche battute puoi raccontare, ma se gli eventi sono lunghi no.
    «E poi ho incontrato il lupo mannaro…»
    Fine del capitolo e nel nuovo capitolo il protagonista è alle prese con il lupo mannaro, come se fosse di nuovo lì, non come se lo stesse raccontando.

  31. 42 Razka

    E nel caso in cui lo stile del racconto fosse proprio “Raccontato”?

    Piu’ specificamente, come ci si puo’ arrangiare se il protagonista di una trama sta raccontando degli eventi piu’ o meno lunghi? Credo che mettere il discorso diretto sia superfluo e stoni. Dopotutto quando qualcuno racconta qualcosa a qualcuno, difficilmente riporta le testuali parole.

    Sbaglio?

  32. 41 Lerajies

    Tanto per cambiare, dialoghi del genere fanno pena. Infatti è innaturale continuare a chiamarsi per nome in quella maniera. È raro citare esplicitamente il nome della persona con cui stiamo parlando. Quando succede, c’è una ragione precisa:

    A parte in Lost, dove i personaggi, soprattutto Jack, Locke e Ben si chiamano sempre per nome. Mi sono sempre chiesta se fosse una forzatura degli autori, un modo per enfatizzare i dialoghi o che altro.

  33. 40 Lidia

    @Gnap
    Grazie! Mi fa piacere che ti sia piaciuto il mio dialogo. Sì, capisco quello che dici. Nella prima versione, più che concentrarmi sul conflitto, avevo pensato a un vero e proprio raccontino, che partiva con più calma e si svelava tutto nel finale; nel secondo mi sono concentrata di più proprio sul tema. Beh, dipende da che tipo di storia vuoi che venga fuori; una che si prende del tempo e va in crescendo, o una che ti becca subito in faccia.
    Comunque è stato proprio un esercizio carino da fare, molto utile. E tu, hai scritto qualcosa sulle due immagini? Ti hanno ispirato qualcosa?

    Sarebbe bello che ci fosse proprio uno spazio per esercizi così, da affiancare a quello degli articoli sui nuovi libri in uscita e quello delle recensioni. Magari sempre sfruttando lo spunto di immagini su cui inventare brevi trame, anche con un limite (per motivi di spazio), per mettere in pratica tutte le famose regole, i trucchi, senza classifiche o vincitori. Così, per stuzzicare l’ingegno e confrontarsi e mettere sempre la pratica accanto alla teoria, che è importante. Non so, già così mi è proprio piaciuto. Ciao

  34. 39 gnap

    posto anch’io un dialogo
    piccolo “omaggio” basato sulla seconda immagine
    —–

    - Chi sei.
    La ragazza non dice una parola. Sta zitta e mi guarda.
    - Ti ho chiesto chi sei.
    Niente. Come parlare al muro. Vorrei strapparle quell’aria beota dalla faccia. Se ne sta lì, dritta in mezzo… già, tra l’altro, a cosa?
    - Dove siamo? Perché cade tutto a pezzi?
    - Di che ti stupisci? – mi dice. – Potevi forse aspettarti che qualcosa di te restasse in piedi, dopo una vita spesa a demolire?
    Non mi piace la sua voce. E’ sgradevole in modo quasi fisico. Credo di averla già sentita da qualche parte.
    - Voglio sapere chi sei. – ripeto.
    - Io sono Gamberetta.
    - Non sto scherzando.
    - Io sono Gamberetta.
    - Tu non puoi essere Gamberetta. Io sono Gamberetta!
    - Niente in contrario. Cionondimeno, lo sono quanto se non più di te.
    Non le spacco la faccia. Non subito. Conto fino a quindici e respiro con calma.
    - Quindi adesso – dico – starei parlando con me stessa.
    - Precisamente.
    - Ne dubito.
    - E perché? – mi chiede la ragazza, spalancando gli occhi in un’espressione se possibile più idiota.
    - Tanto per cominciare, io non indosserei mai una divisa del genere.
    - No?
    - No di certo. La gonna pare un paralume dimenticato troppo a lungo nell’amido. La camicia poteva andare sì e no per una prima comunione negli anni ottanta. E la cravatta…
    - Altro?
    - Il basco ti sta da cani. Il corpetto però si salva. Dov’è lui?
    - Lui chi? – chiede la pseudo-Gamberetta, ma è chiaro che sa benissimo di cosa sto parlando. Le guance le diventano color gambero.
    - Il lui che ti ha dato quelle. –
    Punto il dito su ciò che la ragazza tiene in mano. Un mazzo di dodici rose rosse.
    - Davvero non te lo ricordi? – mi chiede. Pare triste. Io ci penso anche un attimo, ma decisamente no, non mi ricordo. – Peccato. – dice.
    - Ok, ok.- taglio corto. Ora ho capito cosa non mi piace della sua voce. E’ la stessa sensazione sgradevole che si prova a riascoltare la propria voce registrata. – Dove cazzo siamo. -
    - Non è ovvio?
    - Dentro di me.
    - Giusto.
    - E dentro di me cade tutto a pezzi.
    - Come puoi vedere.
    - La mia anima è un dannatissimo motel fatiscente e sta cadendo a pezzi.
    - Ah-a.
    - E tu sei la mia coscienza.
    - Se non ti dispiace ripeterti.
    - Ripetermi?
    Non sono sicura di dove voglia andare a parare. Non mi piace.
    - Ma sì, lo sai – mi dice. – La Giovane Laura, la coscienza…
    - Ovvio che lo so. Sono io che l’ho scritto.
    - Certo. E poi io sono la tua coscienza, no? Non posso che essere d’accordo con te in tutto.
    Stringo i pugni e mi schiocco le nocche. Respiro. Calma. Mantenere la calma.
    - Qualcosa non va? – mi chiede la neo-coscienza.
    - Tutto.
    - E perché mai? In fondo, niente di tutto ciò ti è nuovo. L’hai già vissuto, no? Hai scritto Laura.
    - Ma neanche per idea! Non è nemmeno lontanamente la stessa cosa!
    - Non lo è?
    - No di certo. Quella è una storia. Storia, comprendi?
    - C’è differenza?
    - Certo che c’è differenza. Questo è reale. Io sono reale. Tu – esito un istante – forse, sei reale. Laura no! Laura è solo e soltanto una stupida storia.
    - Peccato. – dice, ancora più triste di prima. Sottolinea l’affermazione lasciando penzolare il mazzo di rose nel modo più moscio possibile.
    - Voglio uscire. – dico.
    - Allora esci.
    - E come accidenti faccio? Cos’è questo? Un incubo? Un’allucinazione? L’inferno?
    - Come potrei saperlo? – mi chiede con gli occhioni spalancati. – So soltanto quello che sai tu.
    - Dunque non sai nemmeno cosa succede se ti ammazzo.
    - Non ne ho idea. – dice lei in tono pacato.
    - Magari mi sveglio – ragiono, – o magari muoio anch’io. Sempre se non sono già morta. Pensa che buffo coscienza. Te lo immagini? Magari adesso sono bell’e sepolta. Chissà se l’omelia funebre me l’ha scritta la Troisi?
    - Non so. – dice la coscienza. – Non sono brava a immaginare.
    All’improvviso mi viene da ridere.
    - Sai cara…
    - Cosa?
    - Ora sono sicura che tu non sei me.
    - Perché?
    - Non conosci la prima regola.
    Non aspetto risposta. Scatto avanti e passo oltre la ragazza. Le sono dietro le spalle. Con la mano destra le stringo il mento, la sinistra l’appoggio sulla tempia e do una spinta. Il collo si spezza con uno snap delicato.
    Lascio la presa e il cadavere si accascia al suolo.
    - Mostrare, tesoro.- dico. – Non raccontare.
    —–

  35. 38 gnap

    sono assolutamente d’accordo sulla questione dialogo vs scaletta

    bello il racconto di lidia (anch’io come lei penso abbia una sua autonomia). mi piace quasi di più la prima versione, che parte piano e va in crescendo. nella seconda questo effetto un po’ si perde.

  36. 37 Jordanblue

    @Gamberetta: uhm, io lo conosco come variante del discorso indiretto, cioè un indiretto filtrato dagli stati d’animo del personaggio (o anche, per dirla molto più terra terra, un indiretto senza il verbo dichiarativo).
    Ad ogni modo non m’importa tanto la classificazione, quanto qualche parere su se e come usare questa tecnica. Se mi dici che pensi di trattarla in seguito non ti tedio oltre, anche perchè qui la roba su cui esercitarmi non manca ^_^

  37. 36 Dago Red

    @Gamberetta: Grazie dei chiarimenti. Un ultima domandina: c’è un autore (non fantasy) di cui io sono un lettore fanatico, malgrado molti lo taccino di essere un “macellaio della narrativa”.
    Tentando di fare quest’esercizio ho cercato (con dubbi risultati, naturalmente) di ispirarmi a lui.
    Se posso chiedertelo, che te ne pare del suo modo di scrivere i dialoghi:

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  38. 35 Lidia

    Piccolo errore:
    La frase “Questo scemo mi ha mutilato, Hale…” dove andare a capo con le virgolette, altrimenti risulta sbagliato. Ok. Stop.

    P.S.
    Forse è ancora un po’ lunghetto, ma come raccontino, compreso l’antefatto non mi dispiacerebbe. Con qualche tagliuccio ancora qua e là.

  39. 34 Lidia

    @Gamberetta
    Questo esercizio e, soprattutto, l’immagine del topo e dell’uomo, mi sono proprio piaciuti, così ho riscritto il dialogo. Ho anticipato un po’ il conflitto e il sembra che il risultato sia migliore. Ma s preferisci che ognuno abbia un solo testo da poter postare come tentativo, per lasciare un po’ più di ordine, allora cancella l’altro. Scelgo questo, mi piace di più. Grazie, ciao

    Il topo che lo fissava dal letto aveva la coda lunga, il muso lungo e le zampette corte. Ma era anche luminescente! La sua pelle bianca risplendeva nella penombra del sottotetto come una lampadina. Forse era una cavia fuggita da un laboratorio. Poteva essere una nuova frontiera del risparmio energetico? Topi al neon. Impossibile…
    «Se hai finito di pensare scemenze, dammi un’aranciata.»
    «Pa-parli?» Guardò verso il letto con gli occhi di fuori. «E leggi nel pensiero?»
    «No, sei tu che pensi ad alta voce. Siamo messi male» fece il topo. «Dam-mi u-na a-ran-cia-ta» scandì meglio.
    Gio si tastò il polso e non sentì nulla; si ficcò un dito sotto il mento in cerca di una giugulare, che mandò una pulsazione, solo per farlo stare tranquillo.
    «Cosa?»
    «Ascolta, sei Gio, vero? Non abbiamo molto tempo prima del disastro. Ci vuole un’aranciata, fredda. Ce l’hai un frigorifero bello grosso?»
    «Sì.»
    «Ma non basta. Dovrai buttare via tutti i fiammiferi e gli accendini. Non dovrai più fumare, tenere liquidi infiammabili in casa, sì, nemmeno gli alcolici. E forse andrà bene. Sta arrivando. Lui è il primo, ma altri seguiranno il suo esempio, se non lo fermiamo.» Il topo al neon fu scosso da un brivido; qualcosa gli gorgogliò nella pancia.
    «Chi sta arrivando? Vengono a prenderti dall’ospedale?» bofonchiò Gio.
    «Io non vengo dall’ospedale! Vengo dallo spazio! Dammi quell’aranciata!» squittì il topo, tenendosi lo stomaco, che brontolava. Spalancò la bocca e gli mostrò una fila di denti aguzzi. Gio corse al comodino dove teneva sempre una bottiglia di Oransoda, svitò il tappo e ne versò un bicchiere al topo. Era ancora fresca. Il topo la tracannò e per un attimo si calmò.
    «Sono qui da tredici rotazioni. Sono stato tutto il tempo sotto il tuo tetto, imparavo la tua lingua. Ma quando cercavo di avvertirti tu strillavi sempre con quell’isterica di tua moglie e mi incendiavi il sedere! E adesso è la fine del mondo…»
    Gio fissò l’animale che sbarluccicava e farneticava davanti a lui creando una specie di folle ritmo dance.
    «Io ti avrei incendiato il sedere?»
    Nonostante il muso da topo, che non possiede molte espressioni, l’animale aveva proprio un’aria offesa. Gli mostrò un fianco, dov’era scritto a piccole lettere nere: FOTTITI.
    « Me l’hai scritta una volta perché non riuscivi a buttarmi giù.»
    Gio spalancò la finestra colpito da un terribile sospetto. « C’era un nido di vespe sotto la grondaia, è sparito!»
    «Quello ero io. Ogni estate arrivavi e mi davi fuoco. Te la meriti quasi la fine del mondo. Quando arriva Bop forse gli lascerò fare il comodo suo.»
    «Sarebbe anche lui un alieno? Eri venuto ad avvertici che saremo invasi da…da questi Bop?»
    «No! Non capisci, lui è…ecco, è troppo tardi!» Il topo mandò un chiarore più spento e bisbigliò: « Lui è già con noi. Si è svegliato ed è pronto a uscire…»
    A metà della frase la bocca gli si spalancò di scatto come uno sportello, fino a toccargli la schiena e una voce allegra risalì dal fondo delle sue viscere.
    «Salve! Io sono Bop. Quello con cui stai parlando è solo il mio guscio. Mi protegge dai gas del tuo mondo, ma sono quasi pronto a uscire dalla bocca! Ci divertiremo. Ho già una fame!»
    «Guscio? Tu saresti un guscio?» balbettò Gio. Con la bocca così aperta, il topo si limitò ad annuire.
    «Sì, si è formato intorno a me mentre cadevamo qui e quando ero in letargo sotto il tetto» disse Bop dalla sua pancia.
    Di sotto, in un altro universo, Serena credeva ancora che stesse dando la caccia ai topi. «Allora, l’hai ucciso o no?»
    Gio sbuffò. «No, sono con un alieno. Ma non posso vederlo perché è nascosto dentro un altro alieno che gli fa da guscio. È lui che ti era sembrato un topo. Questo l’hai letto in qualche libro?»
    «Vaffanculo.»
    Si rivolse ancora al topo e all’ospite Bop. «Bene, non voglio trattenervi. Mi dispiace averti bruciato e scritto sopra fottiti. La gente sposata fa cose peggiori, credimi. Ma se devi sputar fuori il tuo amico dalla bocca, vai a farlo da un’altra parte. »
    «Se l’hai ucciso, buttalo nella spazzatura, non voglio vederlo» urlò sua moglie.
    La bocca del topo si richiuse di scatto. «Tu non hai capito. Te la sei presa col mio sedere perché ce l’avevi con tua moglie e adesso tutto il mondo rischia di sprofondare nel terrore! I batteri come Bop non devono essere esposti troppo a lungo al calore, non sai cosa potrebbe diventare quando esce! Devi tenerlo lontano dai fiammiferi, non fargli mai prendere il sole…»
    Gio lasciò cadere il forchettone. «Io non faccio proprio niente! Che razza di alieni siete…batteri? Pensavo foste arrivati qui con le astronavi! Credete di venir qui e attaccarci l’influenza? Abbiamo già quella dei maiali, scordatevelo che mi becco anche quella spaziale!»
    «Ma chi ti credi di essere? Siamo tutti figli di microbi» squittì di rabbia il topo. «Atterriamo sui pianeti da milioni di anni. Da dove credi che arrivino i tuoi antenati?»
    «Secondo me da un buco nero» commentò Bop dalla pancia.
    «No, da come parla viene da una cintura morta di microbi » disse il topo. «Capita a quelli che vivono troppo vicino alle code delle comete. Cadono sui pianeti che sono già stecchiti, ma chissà come si riproducono lo stesso per un po’. Questo scemo mi ha mutilato, Hale, che mi succederà! Mi sta spuntando una cosa in bocca che punge.»
    «Calma, Bop! Quella è una zanna! Mi stai mordendo lo stomaco.»
    «Solo un assaggino, Hale…»
    «Aspettate! Hale e Bop? Siete arrivati qui con la cometa Hale Bop, tredici anni fa?»
    «Proprio lei! Magnifca. Quelli di noi che superano l’atmosfera e i gas ostili, restano in letargo finché non sono pronti a uscire» disse Hale. «Era la prima volta da milioni di anni che un gruppo di noi riusciva a lasciare la cometa e a sopravvivere. E Bop è stato il primo. Quello che diventerà lui, diventeranno gli altri, siamo un po’ una grande famiglia…»
    «Ho impedito lo sviluppo di una nuova specie?»
    «Peggio! L’ultima volta che qualcuno di noi è stato esposto a troppo calore, ne è venuto fuori una specie di lucertoloni sputafuoco.»
    «I draghi!» gridò Gio.
    «E bestioni alti dieci metri, con artigli, che non facevano che inseguirsi e mangiarsi. Beh, chissà se tutta la gente sposata quando litiga è riuscita a far tornare i dinosauri?»
    Gio guardò fuori dalla finestra con le labbra tremanti. Hale si nascose sotto la sua camicia mentre dalla sua pancia arrivavano gli strani brontolii di Bop.
    «Non per metterti fretta, ma se non mi ficchi subito in frigo e mi raffreddi un po’, Bop salta fuori e salteranno fuori anche tutti gli altri nel mondo!»
    «Oh, no!» mormorò Gio, scendendo di corsa le scale, sperando quasi di ammazzarsi. Ma non ci riuscì, così andò con calma in salotto dove Serena lo guardò seccata dal divano.
    «Allora, l’hai buttato via? Non in casa, spero. Non voglio che Lisa lo veda, o che Marco ci metta le mani sopra e gli faccia l’autopsia. »
    «No, cara. Il topo è qui con me, e spera che ci rimanga ancora per un po’. Se gli viene mal di pancia chiamami, anche sul lavoro. Dovremo essere tutti uniti, qualcuno potrebbe darci la colpa…Sai, non dovremmo più litigare. E dovremo comprare un frigoriero più grande. Anzi, no, una ghiacciaia, che ne dici? E niente più film su sbarchi di alieni il sabato, sono fesserie. Domani compro un libro sui fossili e la dieta dei T-Rex, meglio esser pronti al peggio. Aveva ragione il tuo avvocato, basta litigi, non si immagina ancora quanto siamo messi male.»
    Serena lo fissò sospettosa.
    «Una ghiacciaia? Gio, ma sei pazzo?»
    «Beh, ricordi quel nido di vespe» cominciò Gio, trattenendo la camicia che cominciava a scuotersi, «non lo sapevamo ancora, ma forse litigare per cercare di distruggerlo riporterà sulla terra i dinosauri.»
    «Ti presento Hale e Bop.»

  40. 33 GSeck

    @gamberetta
    In effetti in quei casi la punteggiatura e il trattino erano un po’ ballerini.
    Sull’ambiguità riscontrata, credo che lo sforzo di deduzione necessario per capire chi parla non sia così grande da distrarre dalla narrazione, ma se c’è questa possibilità è meglio correggere ed essere più precisi.
    Sono contento di essere stato (almeno un po’) divertente e ritmato, ma non credo di essere stato particolarmente surreale. Aspetta, io adoro il surreale e vorrei scrivere in quel modo, ma gli ultimi trend sulla sessualità superano decisamente la mia immaginazione!

  41. 32 Gamberetta

    @Anna. In effetti è molto più una scena d’azione di un dialogo. Quando i personaggi cominciano a picchiarsi e a infilzarsi con le siringhe non c’è più molto da dire. Troppo presto lui diventa un mostro, praticamente appena dopo i saluti.
    Se vuoi, prova a immaginare una situazione così: lui vuole “mangiare” lei, ma è molto che non si nutre ed è ormai troppo debole per sopraffare chiunque. Prova a vedere se riesce a convincerla a parole a offrirsi senza lotta (poi magari alla fine lei lo pesta lo stesso, ma solo alla fine del dialogo).

    @Dago Red.

    Non ho capito bene. Io infatti la scena l’avevo intesa poprio come una transizione. [...] Ho fatto male?

    Be’, dato che l’articolo chiariva come un buon dialogo si basi su un conflitto, forse era il caso di mettercelo. All’inizio sembra così: la ragazza vuole entrare con i fiori, l’altro tipo glielo vuole impedire, ma poi il tutto sfuma e viene a mancare la tensione.

    Vuoi dire che il passaggio è troppo artefatto? Non è possibile che il guerrigliero cerchi di far capire alla propria compagna i motivi per cui è stata allontanata da quell’ambiente?

    Non è il personaggio artefatto, è che suona artefatto.
    «Ma non capisci?? Lo ha fatto per te. Per il tuo bene. Perché non crepassi anche tu in una fetida trincea del cazzo, sola come un cane e divorata dal sole e dalle formiche. Lo ha fatta per darti un’istruzione, un futuro, una speranza…»
    A meno che non sia un guerrigliero-poeta, è una costruzione troppo articolata, le parole sono troppo “scelte”.
    Io la vedrei più così:
    «Ma non capisci proprio un cazzo? Diosanto, l’ha fatto solo perché non voleva vederti morta.»
    Espressioni come “fetida trincea” o “divorata dal sole e dalle formiche” o “un’istruzione, un futuro, una speranza”, mi danno l’aria che qualcuno le ha composte, non che qualcuno le ha dette – tra l’altro avendo una stato d’animo alterato, vista la situazione.
    In generale, da quando il guerrigliero si mette a spiegare, il dialogo non scorre naturale come dovrebbe.

  42. 31 Dago Red

    @Gamberetta: ti ringrazio dei consigli e delle critiche. Non voglio rubare tempo agli altri quindi ti chiedo giusto un paio di precisazione.

    Non c’è molto conflitto, sembra più una scena di transizione

    Non ho capito bene. Io infatti la scena l’avevo intesa poprio come una transizione. Come un trancio qualsiasi di un libro qualsiasi. Puntatavo proprio a questo, a farla sembra un pezzo organico di un qualcosa di più grande. Ho fatto male?

    “Ma non capisci??” due punti di domanda, perché? “[...] in una fetida trincea del cazzo, sola come un cane e divorata dal sole e dalle formiche”? A me sembra più la voce di un aspirante scrittore che non di un guerrigliero.

    Vuoi dire che il passaggio è troppo artefatto? Non è possibile che il guerrigliero cerchi di far capire alla propria compagna i motivi per cui è stata allontanata da quell’ambiente?

  43. 30 Anna

    Proviamo!

    Davanti a me, il vecchio pastificio è un’enorme struttura di cemento grigio che stona con il resto degli edifici, nuovi e più bassi.
    Mi avvicino alla rete che lo circonda e oltrepasso il cartello “Non entrare”, semplice quadrato di cartone plastificato.
    Mi accovaccio dietro alla siepe, tra la rete e i rametti pungenti. Trovo a tentoni il buco nella rete e ci lancio dentro il mazzo di rose, comprato per l’occasione. Seguo i fiori tenendomi la gonna con una mano, attenta a non impigliare il bordino di pizzo.
    I lampioni non illuminano l’area, così avanzo nell’oscurità fino a un ingresso, una porta di ferro. La apro con un calcio e la spalanco facilmente: qualcuno ha già rotto il lucchetto che la teneva chiusa. Prendo la torcia che avevo agganciato alle autoreggenti, sperando che nessuno noti la fioca luce dall’esterno.
    Davanti a me, le siringhe formano un tappeto che devo per forza calpestare. Percorro il corridoio guardando attraverso tutte le porte, aprendo a calci quelle chiuse finché non lo vedo.
    La terza stanza da sinistra non è vuota.
    “Ciao” che altro dire?
    Lui è lì, bello come lo hanno descritto: pallido, volto da statua greca, capelli ramati.
    “Ciao, tesoro” sorride, mostrando canini leggermente troppo lunghi che brillano nel buio.
    “vieni qui, ti devo far vedere una cosa”, dice con sua fantastica voce. Quello che ho sempre sognato si sta per avverare. Ho sempre saputo che esistevano.
    “Edward” mormoro.
    “No, mi dispiace deluderti, bellezza” scivola dietro di me alla velocità della luce. Chiude alla porta e si mette tra me e l’unica via di fuga: la finestra è chiusa con delle assi inchiodate.
    “Perché” dico, poi qualcosa convince le mie gambe a muoversi e mi precipito nell’angolo opposto all’essere.
    “Non hai vie di fuga, cara” il cuore mi sta per scoppiare.
    “Tu”, esclamo. La creatura che mi sta davanti non è il ragazzo perfetto, ma un essere assetato di sangue.
    Lui mi fissa come fossi un cioccolatino, la bocca semiaperta con i denti gialli in mostra. “No, ti prego, no!”
    Mi circondo il collo con le mani, come se potesse fermarlo.
    “Il tuo collo eh? No, non succhierò il tuo sangue, bella, mi limeterò a succhiare la tua energia.”
    Cosa? Ormai i suoi capelli sono diventati verde muffa e i suoi occhi sembra si stiano squagliando.
    “Cosa sei?”
    Vorrei urlare, ma non ho voce.
    “Una volta ero un debole essere come te. Ma dopo aver prosciugato diversi nostri simili, sono diventato una specie di” sembra stia cercando le parole giuste. Improvvisamente capisco.
    “Parassita” completo. “Si, dolcezza, puoi definirmi così. Ora dammi la mano, è tanto che non mangio”.
    La sua voce è stridula e vedo la sua bocca piegarsi all’ingiù, come una mezza luna. Afferro una siringa da terra e gliela punto contro. “Ti uccido, se ci provi” dico, ma so che quella debole arma probabilmente non servirà a nulla.
    Mi afferra una gamba. Sento che qualcosa esce da me, come se tutta l’energia della gamba scomparisse. Quando la lascia, non posso più muoverla. Lui però ha ripreso le sembianze di Edward.
    “Di me tutto ti atrae. la mia voce, la mia faccia, il mio perfino il mio odore. Ho studiato bene? Il modello da rappresentare è cambiato molto, ultimamente”.
    I suoi deliziosi occhi dorati. I suoi capelli! Levo una mano dalla gola – che non avevo smesso di coprire – e la protendo verso quella massa di boccoli ramati.
    Lui afferra la mia mano. La sensazione di risucchio è come uno schiaffo.
    Provo a rialzarmi solo con la gamba ancora sana, mi puntello sull’altra e mi slancio contro di lui. Nel pugno ho ancora la siringa, che con uno scatto gli infilo nell’occhio destro.
    Lui lascia la presa dalla mia mano e cerca di sfilarsi l’ago. Per fortuna la gamba sta riacquistando un po’ di sensibilità.
    Gli do un calcio dulle parti intime e perché ha ancora l’aspetto di Eddy – per fortuna non è di pietra come lui – si piega in due dal dolore.
    scivolo alla sua sinistra e lo colpisco alla pancia, quidni afferro da terra un’altra siringa a gliela punto davanti agli occhi.
    “Chi sei?” mi chiede, spaventato.
    “Ho sempre saputo che non erano cazzate.” Faccio un profondo respiro, la testa mi gira. “Quando ho letto quel libro pensavo che ci fosse veramente un essere in quel modo, perché sapevo che esisteva questa” non so la parola giusta.
    Lui sputa fuori un “energia” appena udibile.
    “Io l’avevo chiamata magia. Quando ti ho visto, ho pensato che Eddy fosse venuto per me, perché io sono diversa”.
    “Tu? Tu sei solo più brava di me. Ora sai cosa farai? Quando starai per morire, ti verrà volgia di vivere e inizierai a prendere energia a qualcuno. Tipo l’infermiera. Ma sarà poca” il sangue gli cola dall’occhio che ho trafitto fino alla gola. Ho un conato di vomito. “Così cercherai gente come te, che ne ha abbastanza per venti, trenta anni si vita. Ma la tua forma umana sparirà e per mantenerla avrai bisogno di più vite, come me”
    Vomito. La sostanza verde imbratta i vestiti dell’essere, ormai una massa gelatinosa grigiastra che inizia a fumare.
    “No, non lo farò mai” mormoro. Ma già dentro di me la paura della morte mi fa tentennare.
    “Io non diventerò mai come te!”
    “Si invece. Seguite tutte Eddy, voi ragazzine. Vi ho spiate. Lui è immortale. Ed è così che anche tui vuoi essere no?”
    “No”.
    Gli sferro un calcio ed esco dalla porta. Mentre parlava, la mia gamba ha recuperato un po’ di forza, così riesco a raggiungere la porta e ad arrancare fino all’esterno dell’edificio.
    Cosa farò ora? Cosa sono io?

    Mmh, i dialoghi sono sempre stati un problema, spero di non aver messo troppa storia e poche battute!

  44. 29 Lidia

    @ Gamberetta.

    Sì, non è male iniziare puntando subito sull’obiettivo degli alieni. Tra l’altro, se è un obiettivo un po’ strano, l’andare dritto al nocciolo e poi spiegare, potrebbe aumentare la voglia di sapere che c’è dietro. Sacco di microbi come esordio però non mi piace. Sa di cafone, e non è l’immagine che avevo in mente per l’alieno guscio. E’ vero che in pratica è così che l’alieno considera l’uomo e in pratica è così che ne parla con l’altro. Ma, appunto, ne parla con l’altro. Lo insulta, ma non proprio direttamente.
    Colpa mia, questa caratteristica di Hale l’avevo in mente, ma non sono riuscita a farla trasparire. Ci penserò, magari riscriverò varie prove, così, come esercizio, per avvicinarmi di più all’effetto migliore.

    Grazie per aver commentato e per aver trovato qualcosa di divertente.
    Ciao

  45. 28 Gamberetta

    @Jordanblue.

    Solo una domanda: come mai nel post non parli del discorso indiretto libero? E’ per motivi di spazio o c’è qualche altra ragione?

    Il discorso indiretto libero non è un dialogo, è solo il personaggio punto di vista – o al limite il Narratore – che rimuginano.

    @Tj.

    «Ciao,» disse Ugo, «come stai?»
    oppure:
    «Ciao» disse Ugo. «Come stai?»

    Non sono la stessa cosa, qui non è un problema di punteggiatura, è un problema di significato. Mettere il punto o la virgola cambia il tono della battuta.

    Anna entra in pasticceria:
    «Mi dia i boeri e i cannoli.» => Anna è decisa, sa bene quello che vuole.
    «Mi dia i boeri. E i cannoli.» => Anna è meno decisa, ci ha pensato un po’ prima di chiedere anche i cannoli. Magari è preoccupata perché è a dieta o ha pochi soldi in tasca o qualche altra ragione.
    «Ciao, come stai?» e «Ciao. Come stai?» sono due sfumature diverse.

    @Dago Red. Nota di punteggiatura: le frasi dei dialoghi sono frasi normali, alla fine devi metterci un punto, dentro o fuori:
    Esempio: «Lasciami» non va bene così, devi mettere o «Lasciami.» o «Lasciami».

    Detto questo il dialogo è sì troppo lungo. Non c’è molto conflitto, sembra più una scena di transizione (un po’ noiosa). In particolare quando Miguel spiega cosa è andato storto alla stazione radio è artefatto. Se scrivevi, non so: «L’assalto alla stazione radio è andato a puttane e lui si è beccato due pallottole.» Bastava e avanzava.
    Se la dinamica dell’assalto è importante in sé per l’eventuale storia, devi mostrarla al momento o inserire un flashback. Così annoia e il dialogo suona inverosimile.
    Il tono è troppo enfatico: intanto troppe volte i due personaggi si chiamano per nome, e poi prendi battute così: «Ma non capisci?? Lo ha fatto per te. Per il tuo bene. Perché non crepassi anche tu in una fetida trincea del cazzo, sola come un cane e divorata dal sole e dalle formiche. Lo ha fatta per darti un’istruzione, un futuro, una speranza…»
    “Ma non capisci??” due punti di domanda, perché? “[...] in una fetida trincea del cazzo, sola come un cane e divorata dal sole e dalle formiche”? A me sembra più la voce di un aspirante scrittore che non di un guerrigliero.

    Non c’entra con il dialogo, ma c’è una sovrabbondanza molesta di aggettivi nella descrizione iniziale.

    @Ste. L’idea poteva essere buona (anche se cliché, sul modello: l’ubriaco che vede l’alieno e crede di essere ubriaco e invece l’alieno è vero), ma il tutto è troppo veloce, tirato via, e non si riesce ad apprezzare. Poi perché il topo prima squittisce e poi parla?

    @GSeck. Nota: ti ho cancellato il primo dialogo, visto che poi l’hai ripostato.

    C’è ancora qualche problema di punteggiatura. Esempi:
    “– Di niente di importante. – disse il ragazzo.” Se metti il punto, il Disse deve avere la D maiuscola, e infatti di solito non si mette il punto se segue il verbo; o non metti niente o metti una virgola.
    “– La divisa. Voglio la divisa. –” il trattino in chiusura non serve.

    “Lo fissò. Il ragazzo ricambiò lo sguardo, ma subito dopo si voltò e appoggiò la schiena alla parete.
    – Arrivata a casa penso a come cammini, alla smorfia che fai quando sorridi, al modo in cui gesticoli. [...]”
    Ambiguo. L’arrivata non basta: l’ultimo soggetto è il ragazzo, e subito il lettore pensa che la battuta successiva sia sua, o specifichi che ha parlato la ragazza o cambi prima.

    Il dialogo è un po’ troppo surreale, però suscita anche una certa curiosità. Ha un discreto ritmo. A “– La pompa. Acchiappa la pompa…” ho pensato “WTF?” ma tutto sommato in senso buono.

    @Lidia. A tratti il dialogo è divertente, però in certi momenti è troppo artefatto. Gli alieni spiegano troppo e la tensione si smorza. La spiegazione ci può stare, ma dopo, si deve prima esaurire il conflitto, che qui quasi non c’è, visto che Gio non obietta al portarsi il “topo” in casa.

    Io inizierei il dialogo più o meno così (dialogue tag e descrizioni escluse):
    «Come ti chiami, sacco di microbi?»
    «Gio.»
    «Bene, Gio. Devi aiutarci. Devi portarci al freddo. Il frigorifero può andar bene. E abbiamo bisogno di limonata ghiacciata.»
    Subito dritto al punto. Al nocciolo di quello che credo dovrebbe essere il conflitto (gli alieni vogliono essere accuditi, Gio ne farebbe a meno).

  46. 27 Lidia

    Ce l’ho fatta.

    E questo è proprio il dialogo tra l’uomo e il topo (o quel che sembra un topo)

    Il sottotetto aveva un’unica finestrella polverosa, ma anche in quella penombra, Gio vide che la cosa sul letto aveva solo una vaga somiglianza con un topo. Aveva la coda lunga, ma era più grossa e la pelle priva di peli risplendeva di luce propria. Gio fece un passo indietro e alzò il forchettone. Ma non infilò di corsa la scala per spiaccicarsi a terra e far felice sua moglie. Non lo aspettava una bara, ma una camera con vista al manicomio. Con la lingua di fuori, la cosa aveva appena sputato fuori delle parole.
    «Chi sei?»
    Anche Gio aveva la bocca aperta, ma da lì non usciva niente di sensato.
    «Chi se-i?» scandì meglio la cosa, come si farebbe con uno straniero o un idiota.
    Gio sbatté le palpebre, si tastò il polso e non sentì nulla; terrorizzato si ficcò un dito sotto il mento in cerca di una giugulare, che mandò una pulsazione, tanto per farlo stare tranquillo.
    «Gio» si affrettò a rispondere.
    Gli occhietti neri che lo fissavano non solo si accesero d’interesse, ma si accesero proprio di una piccola luce gialla nelle pupille.
    «Salve, io sono Hale. Sono nuovo di qui, sono arrivato sul tuo pianeta solo, hm…»
    «Tredici rotazioni fa» disse una voce soffocata, che veniva da dentro la bestia.
    Gio fece un verso strozzato. Non solo parlava la creatura, ma anche il suo stomaco!
    «Hale è il mio guscio. Per ora io vivo fra la sue decima e l’undicesima costola, ma quando sarò pronto uscirò dalla bocca. Fallo avvicinare Hale, voglio vederlo.»
    Hale annuì e la sua bocca si spalancò tanto che il labbro superiore gli toccò il sedere. Dal fondo della gola usciva una lucina, simile al raggio di una torcia.
    «Guscio? Questa roba è un guscio?» bofonchiò Gio.
    «Affacciati, affacciati, voglio proprio vedere che faccia hai» disse impaziente vocina. Gio si sporse sopra la boccaccia aperta.
    «Ti ho visto! Allora sei tu, eh? Sai, Hale mi protegge dai gas del tuo pianeta finché non sono pronto a uscire. Si è formato intorno a me mentre cadevo qui e poi quando ero in letargo sotto il tuo tetto.»
    Di sotto, in un altro universo, Serena credeva ancora che stesse dando la caccia ai topi.
    «Allora, l’hai ucciso o no?»
    Gio sorrise. «No, sono con un alieno. Ma non posso vederlo perché è nascosto dentro un altro alieno che gli fa da guscio. È lui che ti era sembrato un topo. Questo l’hai letto in qualche libro?»
    «Vaffanculo.»
    Gio tornò a fissare Hale. «Sei stato in letargo sotto il mio tetto?»
    «Per tredici rotazioni» dissero insieme Hale e l’alieno nella sua pancia. «Ma è stata dura dormire in pace, con te che cercavi sempre di incenerire Hale » disse la vocina, offesa. «Guardagli i fianchi, sono bruciati. Lo so perché lì dietro stavo andando arrosto anch’io. Era ancora deforme, non riusciva a scegliere un aspetto per staccarsi dal tetto perché ogni anno gli davi fuoco!»
    Gio strabuzzò gli occhi. «Ma! Io davo fuoco a un nido di vespe!»
    «Quello ero io» sbuffò Hale. «Ho un bel po’ di cosucce da dirti, le ho imparate ascoltando te e quell’isterica di tua moglie.»
    «Se l’hai ucciso, buttalo nella spazzatura, non voglio vederlo» urlò sua moglie.
    A quel punto Gio s’infuriò. «Ho cominciato a litigare con Serena per quello stupido nido! Diceva che non sapevo fare niente e l’avrei fatta morire per le punture di vespa! Invece eravate voi due appesi a casa mia!
    Hale ghignò. «Il prezzo per aver dato fuoco al mio sedere. Dovrai dimostrare un po’ di rispetto, ora che staremo insieme.»
    Gio lasciò cadere il forchettone. «Ma chi siete? Perché eravate sotto il tetto? Che razza di alieni siete…uno dentro l’altro? Alieni dal pianeta Matrioska?»
    «Guarda che non siamo proprio alieni» dissero a una voce Hale e l’alieno invisibile. «Insomma, non lo restiamo per molto. Sono milioni di anni che quelli come noi atterrano su ogni pianeta abitabile. Si può restare in letargo per ere intere, finché non arriva il tuo momento e finalmente il nuovo mondo ti accetta e puoi farne parte. Ognuno prende sempre una forma diversa. Ci sono centinaia di specie che popolano l’universo, alcune meravigliose.»
    «Anche gli scemi dei tuoi antenati verranno pure dallo spazio, no?» disse Hale.
    La voce dentro di lui però aveva una nota di tristezza quando disse:
    «Io e Hale siamo arrivati qui tredici anni fa. Siamo stati gli unici a resistere all’atmosfera che cercava di incenerirci, ai gas che stavano per soffocarci e siamo finiti sotto il tuo tetto. Sono solo. Lo so, non sento nessuno come me…E un pazzo ha cercato di bruciarmi, così la mia formazione è incompleta. Sono ancora un misero…un flaccido…Come li chiamano qui?»
    «Batterio» disse Hale. «L’ho sentito dire in una tv. Batteri dallo spazio ci chiamano.»
    La voce tacque per un po’.
    «Non fare così, Bop» lo confortò Hale. «Questo figlio di microbi è come noi, solo che deve venire da una cintura di batteri più scemi del solito. Capita a quelli che vivono più vicini alla coda delle comete. I gas gli danno alla testa.»
    «Siete arrivati qui con una cometa tredici anni fa?» esclamò Gio. «Volete dire…Hale Bop?»
    «Ma bravo, così ci chiamiamo.»
    Dentro Hale, Bop scoppiò a piangere (o a perdere un po’ di fluidi, o plasma, qualunque liquido possa perdere un microbo senza sciogliersi). Hale guardò inferocito Gio e gli mostrò i denti.
    «Hai visto? L’hai fatto piangere. Cadendo qui, Bop poteva dare il via a una nuova era. Erano milioni di anni che nessuno riusciva a lasciare la cometa. E tu hai rovinato tutto, perché dovevi proprio prendertela col mio sedere!»
    Gio si guardò intorno sconvolto. «Avrei impedito lo sviluppo di una nuova specie?»
    «Di più!» ringhiò Hale. «Adesso chissà cosa diventerà Bop! Dovrai aiutarci, tenere Bop nel frigorifero, fargli bere molta limonata ghiacciata e non fargli mai prendere il sole o accendere un fiammifero, quando lo lascerò uscire. O la tua razza di microbi senza cervello dovrà fare i bagagli e prendere la prossima cometa, in arrivo fra duemila anni. L’ultima volta che qualcuno di noi è stato esposto a troppo calore, ne è venuto fuori una specie di lucertoloni sputafuoco.»
    «I draghi!» gridò Gio.
    «E prima di quelli bestioni con artigli e alti dieci metri, che non facevano che inseguirsi e mangiarsi. »
    Gio guardò fuori dalla finestra con le labbra tremanti. Di fronte al palazzo c’era un enorme cartello pubblicitario che annunciava i prossimi film in programmazione al nuovo multisala aperto in città: metà dei film parlavano di sbarchi alieni. Quanto si sbagliavano, pensò; il futuro è nel passato. E mentre Hale si nascondeva sotto la sua camicia e gli spiegava di nuovo tutto quello che doveva fare, dalla sua pancia arrivavano gli strani brontolii di Bop.
    «Oh, no, no!» mormorò Gio, scendendo di corsa le scale, sperando quasi di ammazzarsi. Ma non ci riuscì, così andò con calma in salotto dove Serena lo guardò seccata dal divano.
    «Allora, l’hai buttato via? Non in casa, spero. Non voglio che Lisa lo veda, o che Marco ci metta le mani sopra e gli faccia l’autopsia. »
    «No, cara. Il topo è qui con me, e sarà meglio che lo ascolti con attenzione. Dovremo essere tutti uniti, qualcuno potrà darci la colpa…Sai, non dovremmo proprio più litigare. Possono succedere davvero cose brutte quando si litiga; ci rimettiamo noi, i nostri figli…e adesso finiranno per rimetterci anche quelli degli altri, se non rimediamo. Aveva ragione il tuo avvocato, basta litigi, non si immagina ancora quanto siamo messi male.»
    Serena lo fissò sospettosa.
    «Gio, ma sei pazzo? Che vuoi dire?»
    «Beh, ricordi quel nido» cominciò Gio, trattenendo la camicia che cominciava a scuotersi, «non lo sapevamo ancora, ma forse litigare per cercare di distruggerlo riporterà sulla terra i dinosauri.»

    «Ti presento Hale e Bop.»

    Spero di aver corretto tutti gli errori. Ciao.

  47. 26 Lidia

    Ciao a tutti.
    a me hanno dato due spunti forti entrambe le immagini. Se non soffoco la pagina con pezzi troppo lunghi li posterò entrambi.

    Prima immagine.
    [Questo è l'antefatto, breve scena prima che l'uomo entri nella stanza e veda il topo. Mi ha ispirato proprio la stanzetta spoglia e il fondo buio, che mi ha suggerito la presenza di una scala. ]

    «Ammazzalo» disse Serena dietro di lui.
    Gio era a metà della scaletta traballante e non si voltò. Non le avrebbe fatto il piacere di obbedire a un suo ordine cercando di uccidere un topo, per finire invece lui col collo rotto in fondo a una scala.
    «Sì, ammazzo la stringa e torno.»
    «Era una coda, non una scarpa! Se non mangiassi per terra, non entrerebbero i topi in casa!»
    «Allora vacci tu a dormire nel sottotetto» gridò lui, «me ne frego se non ti piace come lo tengo!»
    Con la sua linguaccia, Serena affondava colpi meglio di un lanciatore di coltelli, e a quel punto era fin troppo facile per lei colpirlo alle spalle.
    «Te ne freghi perché sei un porco. Mi hai già portato una cagna nel letto, adesso ammazzi quel topo e te ne vai. Porta la tua fattoria degli animali fuori da casa mia.»
    La professoressa iniziava a insultarlo citando libri famosi; si metteva male. Gio strinse il forchettone per arrosti nel pugno e s’infilò nel sottotetto, sentendosi la parodia di un uomo delle caverne. Non stava difendendo la sua terra e la sua donna dagli orsi, con una clava; difendeva il sottotetto dove sua moglie lo aveva sbattuto per essersi sbattuto una vicina, e doveva uccidere un innocuo topo con un’arma che grondava sugo invece che sangue.

  48. 25 GSeck

    Scusate per il doppio messaggio, ma quando ho notato che con il copia/incolla dal file Office al sito si perdeva qualcosa, avevo già inviato.
    Spero di aver corretto bene.

    Io nel disegno non ho visto un edificio diroccato ma una stradina squallida di un quartiere degradato. Penso per via della luce atraverso le finestre. Comunque, questo è il mio compitino sui dialoghi.

    Larita camminava nel vicolo stretto e polveroso controllando disgustata dove metteva i piedi. Le cartacce a terra sembravano buttate là da anni. La polvere illuminata dalla luce era densa come nebbia.
    I panni stesi e le porte aperte comunicavano che gli abitanti si sentivano a casa loro.
    E penseranno che io la stia invadendo.
    Si guardò attorno e vide i tubi scoperti sotto il soffito e le scritte alle pareti.
    Questo è il punto esatto.
    Controllò il vestito. Era lindo e senza una piega. Il mazzo di rose rosse che stringeva nella mano destra era così colorato e profumato da sembrare irreale all’interno di quello scenario. Chiuse gli occhi e fece un grosso respiro. Quando li riaprì, notò una figura avvicinarsi dal fondo del vicolo.
    Un ragazzo con una maglietta bianca e un paio di jeans sgualciti avanzava curvo, a testa bassa, ciondolante. Si fermò davanti a lei, alzò lo sguardo un attimo e lo riabbassò. Larita nascose di scatto il mazzo dietro le spalle.
    È lui.
    Larita fece una risatina imbarazzata e arrossì. Incrociò i piedi e li guardò accavallando le punte.
    - Sono contenta che tu sia venuto.
    - Ciao. Perché mi hai dato un appuntamento?
    - Ehm… Io frequento la scuola del Sacro cuore di Gesù, e passando ogni giorno per la strada che porta alla fermata del bus, ti vedo sempre con i tuoi amici. – Gli scappò una risata liberatoria e sollevò lo sguardo. – Siete sempre così contenti, cosa non darei per sapere di cosa state parlando!
    - Di niente di importante. – disse il ragazzo. Guardò l’orologio.
    Larita si fece seria.
    - Vorrei che parlaste di me.
    Lo fissò. Il ragazzo ricambiò lo sguardo, ma subito dopo si voltò e appoggiò la schiena alla parete.
    - Arrivata a casa penso a come cammini, alla smorfia che fai quando sorridi, al modo in cui gesticoli. E ci penso sempre, mentre lavoro in campagna con i miei genitori, mentre studio. Anche mentre dormo.
    Il ragazzo aprì la bocca, ma si bloccò prima di parlare. Si staccò dalla parete e fece un saltello. Si guardò attorno. Erano soli.
    - Mi hai chiamato per dirmi questo?
    - Ti sto dando fastidio? – chiese Larita a bassa voce. – Ti chiedo scusa.
    - Non ho detto questo.
    - Ma ti ho chiamato anche per un’altra ragione. – disse Larita con rinnovato vigore. – Ti ho portato un regalo!
    Larita gli porse il mazzo di rose tendendo il braccio e facendo un ampio sorriso.
    - Li ho comprati con i miei risparmi. Io adoro le rose, e questa specie ha un profumo particolare, tutto suo. Spero che ogni volta che lo senti ti venga in mente chi te li ha regalati.
    Il ragazzo chiuse gli occhi e aprì la bocca. Il suo respiro si fece pesantissimo.
    Larita rimase col braccio proteso in avanti. Il ragazzo mosse le mani. Non in direzione del mazzo, ma verso i pantaloni. Li sbottonò e calarono. Non portava mutande.
    Larita guardò la scena con un’espressione di sopportazione.
    - Questi fiori…
    - Lascia perdere i fiori. – ansimò il ragazzo. – La divisa. Voglio la divisa. -
    Larita annuì.
    - Scusami se sono venuta con la divisa, ma non ho fatto in tempo a cambiarmi. A dirla tutta mi sono così abituata alla divisa che non mi sento a mio agio senza l’abito della scuola. Anche a casa mia, in campagna, uso sempre degli abiti interi, e la divisa me li ricorda.
    - Oh…
    - E il basco? Come lo preferisci, che penda a sinistra o a destra? O magari all’indietro?
    - Oooh!
    Il ragazzo iniziò a massaggiarsi i genitali.
    - La pompa. Acchiapa la pompa…
    Larita si guardò attorno e vide a sinistra un tubo di gomma. Lo strinse.
    - Ti ho chiamato solo per chiedere se ogni tanto ti va di passare un po’ di tempo con me. Sono sempre sola, e sento che con te potrei passare i momenti migliori della mia vita.
    Il ragazzo si prese il pisello con entrambe le mani, lo strinse e iniziò ad agitarlo con rabbia. Digrignava i denti. Erano gialli e troppo piccoli.
    - Ma anche se mi dici che non vuoi, a me basta averti rivolto la parola oggi per essere contenta. Ti capisco, sai? So di essere una sbadata buona a nulla!
    Il ragazzo continuava con foga crescente. Dopo un paio di minuti dovette aprire le mani per sgranchirle un po’. Larita vide che aveva stretto l’uccello così forte da lasciagli dei segni, delle righe verticali. Le ricordò il piccolo di barracuda che aveva pescato da bambia. Sottile e striato, si agitava nella mano sbatacchiandosi a destra e a sinistra. Aveva corso a perdifiato sul molo per farlo vedere al papà.
    - Ma non vedi come si dimena?- le aveva risposto – Lo devi far stancare in acqua prima di salparlo, cretina. Ascoltami quando ti parlo.
    Da quel giorno Larita non aveva più pescato.
    Non è il momento per certi ricordi. Continua.
    - Non so, se vuoi che ti faccia qualche piacere, dillo pure. Quello che vuoi. Non farti problemi: chiedi pure, ti prego.
    Il ragazzo riprese tra le mani lo sfirenide e continuò il movimento. Dopo qualche secondo lasciò perdere e crollò sulla parete, esausto.
    - Adesso caccia i soldi. – disse Larita con un tono freddo.
    Il ragazzo la guardò come se fosse una pazza.
    - Fine dell’incantesimo. I soldi, subito.
    Larita si mise una mano in tasca e strinse il manico di un coltello.
    Il ragazzo cercò la tasca posteriore con la mano. Si toccò il culo. Allora si sollevò i pantaloni, li abbottonò e prese una mazzetta di banconote dalla tasca di dietro. Li porse a Larita. Prendendoli, gli sfiorò un dito. Il ragazzò sgranò gli occhi, emise un gridolino, mollò le banconote e corse via con un passo da papera. Larita avvertì un conato di nausea. Gettò il mazzo di fiori su una pozzanghera a lato della stradina e raccolse i soldi. Tornò su suoi passi passando l’indice sulle banconote.
    Trecento, sono giusti. Meglio per lui. E io che sono venuta in questa città per fare l’attrice. Forse mi è andata bene ripiegando sul mestiere di puttana.
    Si mise i soldi nella tasca con il coltello e guardò l’orologio.
    Tra mezz’ora il prossimo. Che noia.

  49. 24 Tj

    Pardon. Conoscenza senza la I (errore di battitura XP) purtroppo non si può editare xD

  50. 23 Tj

    Davvero un ottimo articolo!
    Sull’uso della punteggiatura nei dialoghi ho visto usare di tutto e di più e molte volte dipende più dal gusto dell’autore, nel dubbio di solito seguo cosa dice la Crusca.
    Tempo fa ho avuto un mega-dibattito con un collega per stabilire se fosse più corretto scrivere:
    «Ciao,» disse Ugo, «come stai?»
    oppure:
    «Ciao» disse Ugo. «Come stai?»
    Io alla fine penso che entrambi gli usi siano accettati (eppure stiamo ancora discutendo adesso sull’uso delle virgole XDD)

    @al signor emm: lei veramente mi fa sorridere.
    L’articolo di Gamberetta con tanto di bibliografia si basa su delle fonti più o meno autorevoli, non è una riflessione campata per aria (ma non servirebbe neanche giustificarla, basta il buon senso)
    Qual è il suo problema? E’ un fan di Twilight o della Troisi? E’ uno scrittore che è stato demolito da Gamberetta? O semplicemente lei custodisce il segreto della conoscienza e non vuole dividerlo con noi perchè non ne siamo degni? :D

  51. 22 Ste

    Ecco la mia prova. Forse non ho fatto un vero e proprio dialogo…
    Giovanni chiuse la porta della sua stanza uso cucina-letto-soggiorno-bagno; rimase qualche istante con la mano attaccata al pomello della porta.
    - Squrictz!
    Quel rumore lo destò dal suo torpore mentale.
    - Squirctz!
    Aveva sentito ronzii di macchinari per tutta la notte e quei fastidiosi rumori dovevano essergli rimasti nella testa.
    Lasciò cadere la borsa accanto alla porta e si girò con il capo chino per non essere abbagliato dai fari della auto che percorrevano la sopraelevata.
    - Squirctz! Sanquirt Squiiirt!
    Giovanni alzò il capo e lo vide, bianco, con lunghi e sottili baffi neri ed una coda lunga a virgola.
    - …
    - Squiirt, squitt squitto. Squirt squiquiquitt!
    Quella specie di topone continuava a squittire, non sembrava il solito ratto che ogni tanto si trovava in camera, era più grande, e..
    - Ma sai che sei simpatico?
    - Squiirt?? – il topone inclinò leggermente il capo da un alto, un orecchio si alzò e l’altro si piegò verso il basso.
    - Peccato che tu sia solo il frutto della mia immaginazione – Giovanni si sedette sul letto accanto all’animale e si cinse la testa fra le mani.
    - Squitt. Squirct, squiiirquiriquit.
    La creatura si intrufolò nellos tretto spazio fra il braccio e la gamba di Giovanni, lo guardò e disse:
    - No. Non credo di essere il frutto della tua immaginazione.
    Giovanni aprì gli occhi e fisso quelli neri del topo.
    - Me lo avevano detto di non prendere quella roba…
    - Ti assicuro, che non sono il frutto della tua immaginazione. Mi chiamo Squirtz, vengo da…
    L’uomo spostò delicatamente l’animale, lo accarezzò sul muso e si diresse verso la finestra aperta. I fari di un camion illuminarono brevemente i muri scrostati della stanza.
    - Come ti dicevo – riprese Squirtz – vengo da un altro mondo,e questo è il primo contatto fra…
    - Dicono che finche parli alle tue visioni non sei messo tanto male, i problemi sorgono quanto queste ti rispondono.
    Il topone scese dal letto e si avvicinò a Giovanni.
    L’uomo non lo guardò, scavalcò la finestra e si lasciò cadere per i venti piani del palazzo.
    Squirtz si affacciò ad osservare l’uomo schiantato sul marciapiedi.
    - Missione fallita. Scotti… portami su.

  52. 21 Ste

    Emm ha pergfettamente ragione! Un dialogo non si scrive come ha scritto Gamebretta ma così:
    * Ciao bello! disse il generale al marinaio
    - Hola Beppe – salutò il marinaio – sai ti chiamo Beppe perchè tu sei mio zio e inq uesto momento all’interno di questo somemrgibile a propulsione nucleare che stazza 10.000 ton siamo solo noi due
    .

  53. 20 Matteo

    Yaaawn... cavolo con il Terzo occhio speravo in un ritorno alle cose interessanti.

    A Gamberé, qui i gamberi stanno a marcì de noia!

    Se sono finiti i tempi delle recensioni basta dirlo.

  54. 19 Jordanblue

    Esaustiva come sempre, miss!
    Non oso nemmeno immaginare quanto tempo e quanta pazienza ci vogliano per scrivere una serie di articoli simili!

    Solo una domanda: come mai nel post non parli del discorso indiretto libero? E’ per motivi di spazio o c’è qualche altra ragione?

  55. 18 Dago Red

    Ok, ci provo. Spero di non aver sforato anche stavolta.

    Mostra spoiler ▼

  56. 17 Marco

    Grazie per il bell’articolo, mi ha aiutato a chiarire alcuni dubbi sulla punteggiatura.

  57. 16 emm

    Bravo Simone! Mi sei proprio piaciuto.
    Dovrebbero essere tutti, specialmente le donne ahimè, un po’ meno acidi e autoironici come te!

  58. 15 Mauro

    Sulla questione della punteggiatura dentro/fuori le virgolette (o direttamente mancante), e quali virgolette… gli autori si sprecano in ogni possibilità, e anche all’interno della stessa opera a edizioni diverse possono corrispondere convenzioni diverse.
    Tempo fa ho avuto una discussione su questo; per aumentare gli esempi a disposizione, riporto quelli fatti da me all’epoca:

    - «Al pane», disse Renzo, ad alta voce e ridendo, «ci ha pensato la provvidenza.» E tirato fuori il terzo e ultimo di que’ pani raccolti sotto la croce di san Dionigi (I Promessi Sposi, Alessandro Manzoni).
    - «Temo di essermi reso sgradito», sussurrò al signor Honeyfoot (Jonathan Strange e il Signor Norrel, Susanna Clarke).
    - «Tuo fratello è piú grosso di me» rise Tyrion (Il Trono di Spade, George R. R. Martin).
    - «Perché è la mia filosovia» spiegò Jacopo (La Notte dei Desideri, Michael Ende).
    - «No» disse (Tre Millimetri al Giorno, Richard Matheson).
    - «Una donna è stata ferità, là» venne a dirci uno (Il Treno, Geroges Simenon).
    - «L’hai appeso» disse Ruth (Amabili Resti, Alice Sebold).
    - «Che bella sorpresa, tesoro», esclamò la mamma (Mamma non deve sapere, Toni Maguire).
    Autori italiani, quindi senza filtro della traduzione:
    - «Statene pur sicura» rispose vociando (Novelle, Aldo Palazzeschi).
    - «Carta non mente» annuncia (La Donna delle Meraviglie, Alberto Bevilacqua).

    Altre da I Promessi Sposi (era una discussione in cui altri avevano portato citazioni da quell’opera, tra cui la prima fatta, per questo ne avevo prese diverse da essa):

    Da qui:

    «Ella ha intenzione» proseguì l’altro
    [...]
    «Cioè…..» rispose
    [...]
    «Or bene» disse il bravo
    [...]
    «Ma, signori miei» replicò don Abbondio

    Da qui:

    «Ella ha intenzione», proseguì l’altro
    [...]
    «Cioè….», rispose
    [...]
    «Or Bene», disse il bravo
    [...]
    «Ma, signori miei», replicò don Abbondio

    Da qui:

    «Orsù», interruppe il bravo, «se la cosa avesse a decidersi a»
    «ciarle, ella ci metterebbe un sacco. Noi non sappiamo, nè»
    «vogliamo saperne di più. Uomo avvertito…. ella ci intende.»

    La logica di scelte come «”Nonostante questo”, disse Carlo» e «”Ora basta!”» è di mettere dentro le virgolette i segni di punteggiatura che appartengono al discorso, fuori quelli che non appartengono; ma è solo uno dei tanti modi.
    C’è anche l’eventuale problema della doppia punteggiatura («”Ora basta!” disse Luigi» o «”Ora basta!”, disse Luigi»), per cui però non ho cercato molto citazioni.
    Per contro, sembra (ma sono ben accette smentite o conferme) che nei libri in Inglese la cosa sia già piú omogenea; non universale, a memoria si trovano anche eccezioni, ma la tendenza generale sembra essere quella di mettere i segni sempre dentro.

  59. 14 Simone7

    emm, hai perfettamente ragione. Però non vedo ‘ndo sta il problema =P È il suo modo di fare, su Internet è più facile mostrare il proprio carattere rispetto alla RL. Potrebbe porsi un freno e parlare col sorriso, ma probabilmente si divertirebbe meno. E in fondo il blog è suo, ci regala il suo tempo condividendo esperienze, è giusto che lo faccia nel modo che più le garba.
    Secondo me chi frequenta questo blog lo fa perché si diverte a sentirla sparare nel mucchio. I bersagli son tutta gente che, ahimè, molte volte non conosco nemmeno di nome (beata ignoranza?), ma se tutto il contenuto degli articoli fosse distruttivo alla lunga sarebbe stancante. Invece ci sono – ripeto – tanti suggerimenti, spunti, cosette interessanti. E se il prezzo da pagare per leggere qualcosa di interessante è quello di farmi frustare da una ragazza… sono il primo della fila ;)
    Ti confesso un’ultima cosa: non credo affatto che si sia comportata male nei confronti degli utenti di questo blog. A me è sempre sembrata gentile, salvo in risposta ad alcuni attacchi (e lo dice un veterano di gambery fantasy, eh! Mi hanno dato il link nemmeno quattro giorni or sono).
    E con questo smetto di farmi i fatti suoi, anche perché sarebbe più costruttivo parlare dell’articolo e non del profilo psicologico di una persona che nemmeno conosciamo. Però mi diverte giocare all’avvocato =D

  60. 13 Shelkem

    Davvero un articolo interessante, c’è sempre molto da imparare su questo blog.

  61. 12 Maudh

    Grazie: ancora non l’ho letto, ma una guida sul mio tallone d’Achille è una manna dal cielo per il sottoscritto!

    (Si prostra a terra adorante davanti all’immagine di Gamberetta, la benedice in nome del quattro e fila a leggere)

  62. 11 ontheline

    Sorvolando sull’idiozia di critiche inutile perchè distruttive anzichè costruttive, faccio i miei più sinceri ringraziamenti a gamberetta per questi manuali di scrittura. A tal riguardo specifico che non sono una scrittrice, nè intendo diventarlo, ma mi piace leggere e conoscere certe regole mi aiuta a fare una migliore cernita di autori.
    Tutti i miei complimenti.

  63. 10 Len

    Simone7 ha detto una cosa giusta, sarebbe bello vedere qualcuno che finalmente argomenta come si deve una critica, al posto di definire tutto un mucchio di stupidaggini.
    Eludere la richiesta di argomentazioni tirando fuori una similitudine con il sadomasochismo non è il massimo, sinceramente mi ha fatto sorridere, vuoi un applauso?
    Comunque faccio i miei complimenti a Gamberetta per aver messo su una guida utile e così ben fatta, nonostante l’articolo sia abbastanza lungo non è stato affatto noioso, al contrario riesci ad essere sempre divertente… ancora rido immaginandomi l’ufficiale veterano che esclama “Edward è proprio uno gnokko!” :)

  64. 9 emm

    @simone
    La verità è che dall’esterno, si riconosce al volo il meccanismo perverso mistress/slave…e non è che sia proprio il massimo della dignità.
    Più la mistress usa la frusta, più lo schiavo ne chiede ancora. Ed è un po’ patetico

  65. 8 dieselnyc

    Imparate a scrivere una buona volta! Non costringetemi a usare il bokken: anche se è solo una spada di legno, fa molto male

    ARGH. togliamo la spiegazione.

  66. 7 St4rZ

    Ti ringrazio per questo articolo.
    I dialoghi sono sempre stati il mio tallone d’achille (vabbé, quello più grave, sul resto sorvoliamo).

  67. 6 Angra

    Grazie Gamberetta, un’ottima guida.

  68. 5 Simone7

    emm, guarda che non sono stupidaggini. Effettivamente quella roba della correzione automatica funziona davvero.
    No, a parte gli scherzi, invece di dire “sono tutte fesserie” perché non fai un esempio pratico smontando per bene le argomentazioni di gamberetta? Altrimenti sembra che hai qualcosa di personale contro di lei.
    Io ho scoperto il blog solo da pochi giorni, e sì, magari il tono è piuttosto saccente (a me però non dà alcun fastidio), ma non è affatto vero che dice stupidaggini. Anzi, ci sono tanti spunti molto interessanti che personalmente ho gradito parecchio, tipo la parte sull’uso dei discorsi diretti e della punteggiatura (non sono un romanziere né aspirante tale, però mi piacerebbe imparare a scrivere in italiano).
    Approfitto di questo spazio per dei doverosi ringraziamenti. Son già tre notti che lurko per il blog, mi son divertito a leggere l’articolo su Twilight, ho appreso dell’esistenza degli ebook reader (sto valutando molto seriamente di regalarmene uno per Natale. Da ormai cinque anni uso un palmare con quello scopo, ma questi aggeggi che hai descritto sembrano molto più pratici) e anche questi ultimi sui manuali di scrittura son stati molti carini.
    Ammiro molto il tuo coraggio e la tua schiettezza, ma ancor di più la professionalità e l’amore con cui scrivi. Ci vorrebbe più gente come te in giro.

  69. 4 emm

    Non solo, quasi scordavo, scritte tutte di fila e con tale saccenza! Ci vuole un ‘abilità particolare…in genere le stupidate si sparano una alla volta o massimo due.

  70. 3 emm

    mai viste tante stupidaggini scritte tutt di fila.Complimenti!

  71. 2 Mauro

    Rettifico: con quasi ogni programma; per esempio, con Pidgin non va.

  72. 1 Mauro

    Ho solo scorso l’articolo, ma inizio a segnalare AllChars; se vi interessa usare caratteri atipici come i caporali (ma anche le maiuscole accentate), potreste trovarlo decisamente comodo. E può essere usato con ogni programma, che abbia o no un’opzione di correzione automatica.

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