Archivio per ottobre 2010

Lo specchio di Beatrice

Apparso su emule l’ennesimo fantasy nostrano scritto da un’adolescente – Marta Dionisio classe ’92 –, ovvero Lo specchio di Beatrice. Occorre cercare:

Icona di un mulo  [eBook-ITA] qBooks 028 - Marta Dionisio -
 Lo specchio di Beatrice [odt-doc-epub-pdf].zip
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Copertina de Lo specchio di Beatrice
Copertina de Lo specchio di Beatrice

Trama:

Jessica: sedici anni, jeans a vita bassa, irrequieta, disordinata, cellulare dipendente. Una teenager come tante. Beatrice: coetanea di Jessica, studiosa e assennata, ligia ai regolamenti di casa. Anche lei, una teenager come tante. Impossibile? Tutt’altro, se si considera che Jessica vive nel 2010, mentre Beatrice è un’adolescente nell’Italia fascista degli anni Quaranta. Due destini paralleli che s’incrociano un magico giorno d’inizio estate, quando, di fronte a uno specchio, i volti di Jessica e Beatrice si scrutano terrorizzati e increduli, un attimo prima che le due ragazzine si ritrovino proiettate l’una nel corpo dell’altra. Per entrambe è l’inizio di una serie di vicende tragicomiche, che le costringerà a misurarsi con mondi e regole sconosciute e a scoprire qualcosa di nuovo su se stesse. Senza le puntate di Lost, senza Internet, lontana dalle amiche e dal fidanzato, Jessica si aggira come una sperduta Alice in un paese dalle poche meraviglie e dalle mille follie, dove le capita d’essere pedinata dalla governante, schiaffeggiata dal fratello per aver rivolto la parola a un ragazzo, costretta a un appuntamento combinato col rampollo di una ricca famiglia. Dal canto suo, Beatrice faticherà non poco a superare il terrore per la sveglia digitale, a non scambiare gli SMS per sos, a respingere scandalizzata gli assalti dei ragazzi, destreggiandosi tra baruffe sentimentali per lei finora impensabili. Finché il peso della Storia non busserà alla porta di entrambe.

A onor del vero la trama, pur non originalissima, suona più interessante di tanta altra roba italiana uscita nell’ultimo anno. Non che questo mi spinga a leggere il romanzo di Marta, ma dovendo scegliere con una pistola alla tempia penso preferirei sorbirmi lo Lo specchio di Beatrice dei soliti elfi, vampiri, licantropi, angeli & brutture varie.

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La qualità di FantasyMagazine

FantasyMagazine è nota per la disonestà delle sue recensioni. Quando parliamo di autori italiani sono anni e anni che non si vede una recensione decente. Non lo giustifico ma lo posso capire: l’editoria fantasy italiana va avanti a furia di scambi di favori, non è il caso essere “scortesi”.
Ripeto: non lo giustifico ma capisco perché succede.

Invece proprio non capisco che senso abbia scrivere stupidate negli articoli di “approfondimento”, come l’ultimo, inqualificabile, dedicato allo steampunk. Qui potete leggere l’analisi del Duca.

Visto che il Duca si è stufato a pagina 1 dell’articolo incriminato, aggiungo io qualche nota riguardo pagina 2:

Alcuni esempi steampunk sono nella Steampunk Anthology (2008) curata dai “Vandermeers”, Jeff e Anne

L’antologia si chiama solo Steampunk, non “Steampunk Anthology”; la moglie di VanderMeer si chiama Ann e non Anne; e a essere precisi VanderMeer andrebbe scritto con la M maiuscola.
Piccoli errori, d’accordo, ma ci vuole così tanto a verificare il titolo corretto di un libro e dei suoi autori?
A quanto pare per l’autrice (Cristina Donati alias Kinzica) ci vuole proprio così tanto. Come dimostra questo suo altro articolo (freezepage): City of Saints and Madmen è storpiato in “City of Saints and Mads” e The Third Bear è storpiato in “Big Bad Bear” (inoltre, cara autrice, The Third Bear è una raccolta di racconti, non è il terzo romanzo ambientato ad Ambergris, quello è Finch; ed è stato Finch candidato al Nebula 2009 – solo 2009, non 2009/2010, il premio Nebula non è come la stagione del campionato di lancio del mongoloide).

Segue poi un elenco parziale dei racconti presenti nell’antologia (perché non sono indicati tutti?) da cui si evince che l’autrice dell’articolo parla di un libro che non ha letto.
Ora, non ci sarebbe bisogno di dirlo, ma lo spiego perché a quanto pare io vivo su un altro pianeta. Dunque, se parli di un libro in un articolo hai due possibilità:
1) Esprimi le tue considerazioni a ragion veduta avendo letto il libro in questione.
2) Riporti le considerazioni altrui: “Come fa notare il Critico tal dei tali, il libro parla di questo e quest’altro”.
Non metti parole a vanvera, tipo:

e Michael Moorcock, padrino dello steampunk, con un brano di The Warlord of the Air, collocato in un universo edoardiano alternativo dove volano astronavi e la Grande Guerra non è mai scoppiata.

Quali astronavi? Il brano in questione parla dell’invenzione di macchine volanti più pesanti dell’aria, ovvero di comunissimi aerei. Non c’è nessun viaggio tra gli astri. A proposito del periodo edoardiano: Edoardo VII è morto nel 1910, la storia è ambientata nel 1973.

D’altra parte quando più avanti l’autrice parla di un libro che ha letto (o almeno così sostiene nei commenti all’articolo stesso) dice ugualmente stupidaggini:

Prodotto per un target molto young, Leviathan di Scott Westerfeld è invece una rivisitazione infantile dello steampunk, di cui riprende i clichè ad usum delphini: niente vapore, ma motori diesel per mezzi meccanici un po’ Tranformers della Lego, e un curioso sistema di propulsione “fisiologico” nelle bio-macchine loro antagoniste.

I mezzi meccanici dei Clanker non hanno molto a che vedere con i Transformers, visto che non si trasformano in un bel niente. I Transformers non sono della Lego, anzi, la Lego non ha neanche una linea di giocattoli dedicata al tema.
E si può sapere quale sarebbe il “curioso sistema di propulsione fisiologico”? Gli animali ingegnerizzati dai Darwinisti usano ali e zampe, mentre la Leviathan si muove usando motori meccanici.

Il genere ha un notevole potere mutageno e un immediato potere contaminante, generando spinte narrative che si distaccano definitivamente dal modello Tolkeniano.

No, davvero, ma come si fa a scrivere roba del genere? Da una parte le solite frasi vuote che non vogliono dire un’emerita mazza (potere mutageno? potere contaminante? Accidenti, immediato potere contaminante, mi sa che leggendo steampunk mi sono già beccata qualche brutta malattia), dall’altra Tolkien che c’entra come i cavoli a merenda.
Quando mai lo steampunk ha avuto “spinte narrative” che invece si avvicinavano a Tolkien? Non si può “staccare definitivamente” perché non è mai stato attaccato, né vicino.

La forza vapore anima i sotterranei di altre diramazioni, una sorta di “organismi diabolicamente modificati” che, sempre negli anni ’90 e seguenti, si chiamano New Weird, Steam Fantasy, Slipstream e forse in altri modi ancora.

La “forza vapore” anima il New Weird? Sul serio? Pensa te che non me ne sono mai accorta. Io – ingenua! – credevo che ad animare il New Weird ci fosse il weird, ma evidentemente è la “forza vapore”. E lo Slipstream cosa cribbio c’entra? Diosanto…

Evito un’analisi dei romanzi successivamente citati: basti dire che forse solo le prime pagine di Cuore d’Acciaio hanno un minimo di senso se si parla di steampunk.

Nel complesso, la percezione è che ogni cosa si mescoli e strabordi dal proprio contenitore

Anch’io ho questa impressione. Lascio all’immaginazione del lettore la similitudine con i servizi igienici ostruiti e gli escrementi.

* * *

Naturalmente la redazione di FantasyMagazine si è ben guardata dal fare il minimo controllo. D’altronde FantasyMagazine “ha scopo principalmente informativo” e nell’articolo dedicato allo steampunk di informazioni ce ne sono a mucchi. Sbagliate dalla prima all’ultima, ma non cerchiamo il pelo nell’uovo.

EDIT del 3 novembre 2010: Aggiornamento.

* * *

Questo articolo fa parte del Marciume. Maggiori informazioni sul Marciume, qui.

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Sull’editoria fantasy in Italia

Negli ultimi mesi prima della chiusura temporanea del blog, mi ero trovata sempre più in difficoltà a giudicare i manoscritti che mi venivano proposti. Non ho problemi a stabilire se un romanzo edito vale il prezzo di copertina e il tempo da dedicare alla lettura, però gli inediti mi mettono in crisi.
Il problema è che – tranne eccezioni – le persone scrivono con lo scopo di pubblicare, nel senso tradizionale del termine, ovvero il romanzo in libreria. Se si vuole pubblicare, ascoltare le mie critiche o peggio seguire i miei consigli è dannoso. Non lo dico né con amarezza, né per falsa modestia, lo dico perché è la realtà dei fatti.

Se si analizzano i romanzi fantasy italiani pubblicati dal 2000 in poi, appare chiaro come la qualità (qualunque definizione se ne possa dare in termini letterari) non conti niente.[1] Dunque quali sono i criteri?
Li elencherò di seguito, tenendo conto che parlo di fantasy, l’ambito che conosco. In altri contesti la situazione potrebbe essere diversa.

Quattro criteri

Icona di un gamberetto Raccomandazione.
Più è importante la persona che raccomanda, meglio è. Al limite potete scrivere qualunque cosa, non importa quanto oscena, e sarà pubblicata lo stesso. Ma anche senza arrivare a tanto, serve una raccomandazione semplicemente per avere la garanzia di essere letti. Una casa editrice medio-grande riceve migliaia di manoscritti all’anno, manca il tempo materiale per trebbiarli tutti, se qualcuno non mette il vostro manoscritto in cima alla pila sparirà tra la polvere.
Dunque fatevi amico qualcuno che lavora in una casa editrice. Visto che spesso le persone che lavorano in questo ambito sono vanitose, leccare è una buona strategia.

Rendetevi conto che un editor può comportarsi come un postino. Il postino che butta via le lettere da consegnare per andare in vacanza con mezza giornata di anticipo. E nessuno se ne può accorgere.
Cosa c’è di più gratificante di buttare nella spazzatura un testo magari bello, ma di una persona che ci sta antipatica, e invece premiare chi ci lecca il culo, che sia bravo o no? Il piacere del potere è nell’essere ingiusti. E un sacco di gente vive per queste meschinerie. Dubbiosi? Leggete un po’ l’importanza di essere simpatici. I rappresentati delle case editrici si comportano in quella maniera.

Leccate. Leccate sempre, leccate chiunque vi capiti a tiro. Sui dettagli non vi posso aiutare perché non ho esperienza, ma in generale non sembra un compito difficile – le persone più idiote ci riescono a meraviglia -, basta mettersi d’impegno.

Raccomandata
Quella lì è una raccomandata

Icona di un gamberetto Moda.
Al di là della raccomandazione, il criterio numero uno per scegliere quali testi pubblicare è la moda. Non è un criterio solo italiano e non è un criterio solo delle case editrici.
Facciamo un esempio pratico: una casa editrice riceve due manoscritti; il primo è una storia con i maiali mannari volanti verdi – è una storia originale, scritta in maniera impeccabile, divertente e commovente; il secondo manoscritto parla di vampiri innamorati al Liceo – è una storia banale, stupida, scritta in linguaggio sms da una dodicenne che si firma vampirina98.
Quale dei due manoscritti sarà pubblicato? Il secondo. Senza pensarci due volte. Perché? Perché il secondo garantisce le vendite. Le cerebrolese che hanno comprato gli altri romanzi con i vampiri innamorati quasi sicuramente compreranno anche questo. Il primo manoscritto potrebbe anche vendere di più – è oggettivamente bellissimo! – ma non è una certezza, c’è un margine di rischio. Tra rischio e certezza, si sceglie sempre la certezza.

Perciò, specie se non avete una raccomandazione “importante”, scrivete di argomenti alla moda. Guardate la classifica dei romanzi fantasy più venduti e copiate spudoratamente. Più avvicinate il modello originale senza finire nel plagio meglio è. Ogni elemento che si discosta dal modello è rischioso e il rischio non paga.
Non fatevi problemi, scrivete pure l’ennesimo romanzo con una ragazzina che si innamora del compagno di banco che in verità è un vampiro. È la strada migliore per arrivare alla pubblicazione.

Le mode possono essere anche estranee al testo. Per esempio è una moda quella di pubblicare autori fantasy minorenni o thriller scandinavi. Se potete, sfruttate la moda! Se avete sedici anni correte a presentare il vostro manoscritto fantasy, se volete pubblicare. È molto molto molto più vantaggioso avere sedici anni adesso e scrivere da cani che averne ventisei e scrivere benissimo. Se poi oltre a essere molto giovani siete pure storpi, il contratto è assicurato, come si evince da questo articolo.

Non credete ai soliti invidiosoni che dicono che così vi “bruciate”. Sono balle. Prendiamo la Strazzu: ha già pubblicato due (inqualificabili) romanzi con Einaudi. Mettiamo che le mode cambino e non riesca più a pubblicarne un altro. Passano cinque o dieci anni. Scrive un nuovo romanzo. Con alle spalle due pubblicazioni con una grossa casa editrice, come minimo sarà letta quando presenterà il suo manoscritto, voi no. Non c’è niente da “bruciare”, c’è solo da approfittare senza scrupoli della situazione – se ne avete la possibilità.

Raccomandata
Il cast di Katawa Shoujo (da sinistra a destra): Lilly Satou (cieca dalla nascita), Hanako Ikezawa (sfigurata), Rin Tezuka (entrambe le braccia amputate), Shizune Hakamichi (sordomuta) e Emi Ibarazaki (gambe amputate sotto il ginocchio). L’editoria fantasy italiana le aspetta!

Icona di un gamberetto Banalità.
Un editor decide di leggere il vostro manoscritto – perché siete raccomandati o perché la sinossi parla di vampiri innamorati al Liceo -, quale stile lo convince che siete degni di essere pubblicati?
Per capirlo occorre inquadrare la figura dell’editor: laureato in lettere, ignorante come una vacca in fatto di narrativa, non conosce il fantasy – al massimo ha letto Il Signore degli Anelli e ha visto i film di Harry Potter.
Dovete metterlo a suo agio. Così come la trama è scopiazzata, altrettanto devono esserlo le singole scene. Inanellare cliché dopo cliché è il modo giusto di procedere.

Se leggete di un vecchio mago con la barba bianca che consegna un anello magico a un tappetto con i piedi pelosi, pensate: “Che noia, ‘sta storia l’ho già letta!”; l’editor pensa: “È come il Signore degli Anelli. Ottimo! Io di ‘ste robe fantasy non ci capisco un cazzo, ma il Tolkien dicono che sia bravo, e qui è uguale, sarà bravo anche questo autore.”
La parola chiave è sempre la stessa: copiare. Copiare la trama e copiare l’impostazione delle scene. I cliché sono tranquillizzanti; e in più l’editor non si sente in imbarazzo a giudicare un manoscritto che non sa come “prendere”, non avendo la competenza necessaria.

Ma attenzione! Copiate da pochi, pochissimi modelli. Infatti la banalità pervasiva si ottiene solo non leggendo. Fantasy in particolare, se volete pubblicare in questo genere. Più accumulate letture più rischiate inconsciamente di combinare elementi diversi e di scivolare nell’originale. Se rimanete vergini di fantasy adotterete tutte le soluzioni più ovvie, quelle che (anche se non lo sapete) già centinaia di autori hanno adottato prima di voi. Questo è il segreto della banalità che arriva sugli scaffali delle librerie.
Non ci credete?
Prendete Alessia Fiorentino, che ha pubblicato qualche mese fa con Flaccovio il romanzo fantasy Sitael. Lei orgogliosa dichiara: “Non avevo mai letto niente di fantasy, non conoscevo neanche questo genere [...]“. La stessa Licia Troisi ha ammesso che al tempo della stesura de Le Cronache del Mondo Emerso aveva letto di fantasy solo Tolkien e poco altro.

Non avevo mai letto niente di fantasy…

Icona di un gamberetto Lo stile non ha importanza.
Non perdete tempo ad affinare lo stile. Se avete copiato la trama da un romanzo di successo e avete infarcito le scene di un cliché dopo l’altro avete le vostre buone chance per pubblicare. Il tempo che vi avanza investitelo nel leccare in cerca di raccomandazione o nello scrivere un altro romanzo (magari un bel romanzo con gli elfi, dopo quello con i vampiri innamorati). Il tipico editor, come dicevo prima, non ne capisce una mazza di narrativa, non è in grado di riconoscere o apprezzare uno stile decente. Anzi… Beccatevi questo celebre incipit:

Quel ramo del lago di Como, che volge a mezzogiorno, tra due catene non interrotte di monti, tutto a seni e a golfi, a seconda dello sporgere e del rientrare di quelli, vien, quasi a un tratto, a ristringersi, e a prender corso e figura di fiume, tra un promontorio a destra, e un’ampia costiera dall’altra parte; e il ponte, che ivi congiunge le due rive, par che renda ancor più sensibile all’occhio questa trasformazione, e segni il punto in cui il lago cessa, e l’Adda rincomincia, per ripigliar poi nome di lago dove le rive, allontanandosi di nuovo, lascian l’acqua distendersi e rallentarsi in nuovi golfi e in nuovi seni. La costiera, formata dal deposito di tre grossi torrenti, scende appoggiata a due monti contigui, l’uno detto di san Martino, l’altro, con voce lombarda, il Resegone, dai molti suoi cocuzzoli in fila, che in vero lo fanno somigliare a una sega: talché non è chi, al primo vederlo, purché sia di fronte, come per esempio di su le mura di Milano che guardano a settentrione, non lo discerna tosto, a un tal contrassegno, in quella lunga e vasta giogaia, dagli altri monti di nome più oscuro e di forma più comune. Per un buon pezzo, la costa sale con un pendìo lento e continuo; poi si rompe in poggi e in valloncelli, in erte e in ispianate, secondo l’ossatura de’ due monti, e il lavoro dell’acque. Il lembo estremo, tagliato dalle foci de’ torrenti, è quasi tutto ghiaia e ciottoloni; il resto, campi e vigne, sparse di terre, di ville, di casali; in qualche parte boschi, che si prolungano su per la montagna. Lecco, la principale di quelle terre, e che dà nome al territorio, giace poco discosto dal ponte, alla riva del lago, anzi viene in parte a trovarsi nel lago stesso, quando questo ingrossa: un gran borgo al giorno d’oggi, e che s’incammina a diventar città. Ai tempi in cui accaddero i fatti che prendiamo a raccontare, quel borgo, già considerabile, era anche un castello, e aveva perciò l’onore d’alloggiare un comandante, e il vantaggio di possedere una stabile guarnigione di soldati spagnoli, che insegnavan la modestia alle fanciulle e alle donne del paese, accarezzavan di tempo in tempo le spalle a qualche marito, a qualche padre; e, sul finir dell’estate, non mancavan mai di spandersi nelle vigne, per diradar l’uve, e alleggerire a’ contadini le fatiche della vendemmia. Dall’una all’altra di quelle terre, dall’alture alla riva, da un poggio all’altro, correvano, e corrono tuttavia, strade e stradette, più o men ripide, o piane; ogni tanto affondate, sepolte tra due muri, donde, alzando lo sguardo, non iscoprite che un pezzo di cielo e qualche vetta di monte; ogni tanto elevate su terrapieni aperti: e da qui la vista spazia per prospetti più o meno estesi, ma ricchi sempre e sempre qualcosa nuovi, secondo che i diversi punti piglian più o meno della vasta scena circostante, e secondo che questa o quella parte campeggia o si scorcia, spunta o sparisce a vicenda. Dove un pezzo, dove un altro, dove una lunga distesa di quel vasto e variato specchio dell’acqua; di qua lago, chiuso all’estremità o piùttosto smarrito in un gruppo, in un andirivieni di montagne, e di mano in mano più allargato tra altri monti che si spiegano, a uno a uno, allo sguardo, e che l’acqua riflette capovolti, co’ paesetti posti sulle rive; di là braccio di fiume, poi lago, poi fiume ancora, che va a perdersi in lucido serpeggiamento pur tra’ monti che l’accompagnano, degradando via via, e perdendosi quasi anch’essi nell’orizzonte. Il luogo stesso da dove contemplate que’ vari spettacoli, vi fa spettacolo da ogni parte: il monte di cui passeggiate le falde, vi svolge, al di sopra, d’intorno, le sue cime e le balze, distinte, rilevate, mutabili quasi a ogni passo, aprendosi e contornandosi in gioghi ciò che v’era sembrato prima un sol giogo, e comparendo in vetta ciò che poco innanzi vi si rappresentava sulla costa: e l’ameno, il domestico di quelle falde tempera gradevolmente il selvaggio, e orna vie più il magnifico dell’altre vedute.

Può essere che nel 1840 questa roba fosse passabile, adesso è cacca.[2] Però il nostro editor laureato in lettere pensa ancora che spazzatura del genere sia Letteratura con la L maiuscola, e così ci ritroviamo nel 2010 un fantasy con un incipit del genere, roba da far vomitare i coniglietti:

Era ormai scesa la notte.
Le ultime pennellate rosse del tramonto stavano cedendo il passo alle tenebre, mentre le stelle già punteggiavano l’immensità della volta celeste. La luna illuminava con luce argentea i contrafforti della Catena Divisoria, la più vasta, smisurata e imponente fra le catene montuose.
Il silenzio della sera avvolgeva la vastità di quei monti maestosi, che ben pochi eguali avevano al mondo. Era una lunghissima cordigliera che tagliava Valdar da nord a sud, partendo dal golfo del Balthis, ghiacciato otto mesi all’anno, per arrivare al Sud estremo, ai confini con le terre del Warantu e delle sue sconfinate giungle pluviali.
La Catena Divisoria separava il continente in due tronconi: l’Ovest e l’Est. Una divisione che andava ben oltre quella geografica. Erano due mondi diversi in tutto e per tutto. Diversi per abitanti, cultura, credenze. Diversi e spesso opposti, lacerati da un’ostilità infinita che aveva scosso Valdar per tutta la sua travagliata storia.

Significa che conviene imitare il Manzoni? No. Solo se lo fate perché è l’unico romanzo che avete letto in vita vostra (lo so, lo so, non volevate leggere nemmeno quello, vi hanno costretto), be’, nessun problema. Così come non è un problema se adottate uno stile da temino di scuola. O scrivete come vi capita. Non solo non pregiudicate le possibilità di pubblicare, ma anzi, rifiutandovi di imparare a scrivere narrativa in maniera decente, aumentate le chance di impressionare un editor gonzo! Come direbbero i giapponesi: sugoi!

Copertina de Il Re Nero
… e alla fine in libreria arriva ciarpame del genere

Il mito della casa editrice “piccola ma seria”

Così funziona la faccenda se volete pubblicare con un editore medio-grande. E se invece puntate a una casa editrice più piccola, di quelle che oltre al guadagno tengono ancora alla qualità?[3]
Prima dovete trovarle, queste fantomatiche case editrici che tengono alla qualità.
Se una casa editrice pubblica in un anno 100 romanzi, c’è la possibilità che possa rischiarne uno. 99 romanzi con gli elfi yaoi o i vampiri innamorati e uno con i maiali volanti. Se il pubblico non apprezza i maiali, la perdita è ammortizzata dagli altri 99 libri.
Ma se una casa editrice pubblica in un anno tre romanzi? Ha molti meno margini di rischio, dunque il romanzo dei maiali non lo pubblica. A meno che non sia una di quelle case editrici che di fatto sono print-on-demand: tiratura iniziale bassissima, e poi nuove copie vengono stampate solo quando qualcuno le chiede.
Bellissimo! Ma questo non è pubblicare, non nel senso che dicevamo all’inizio: il romanzo in libreria. Che senso ha “pubblicare” quando dei libri fisici in libreria non si vede neanche l’ombra? Al massimo queste piccole case editrici spacciano qualche centinaio di copie (quando va bene[4]), tanto vale fare un centinaio di fotocopie della vostra opera e distribuirle agli inquilini del palazzo dove vivete. Stesso grado di “pubblicazione”.

Può essere che con gli ebook la situazione cambi. Che lo scenario tra cinque, dieci o vent’anni sarà del tutto diverso. Ora come ora se volete che qualcuno vi legga dovete avere le pile di romanzi in libreria. Romanzi che magari rimarranno invenduti… ma la vostra occasione l’avete avuta.

Pile di libri
La via della gloria

L’entusiasta aspirante scrittore dice: “Non mi importa se vendo pochissimo e non guadagnerò niente o quasi, pubblicando con la piccola ma seria casa editrice, lavorando con un editor professionista, imparo!”
Cosa impari? A buttare il tempo?
Per capire perché questo è un mito, bisogna chiarire cosa si intende per editing.

L’editing è un processo di revisione del testo che ha lo scopo di migliorarlo. Non sempre questo miglioramento è in senso assoluto, perché una casa editrice vuole vendere, non produrre “arte”. Così l’editing può cambiare un finale realistico ma triste con un lieto fine, se la casa editrice pensa che questo aumenterà le vendite. E ancora: se la casa editrice decide di rifilare il romanzo ai giovani adulti magari farà togliere sesso & violenza, non importa se fondamentali per la storia.
Ma lasciamo stare questi dettagli e assumiamo che l’editing serva a rendere più “bello” un manoscritto.
Cosa fa l’editor?

  • L’editor verifica che ad “alto livello” la storia funzioni. In caso contrario cancella/sposta/impone-all’autore-di-aggiungere altri capitoli. Taglia o suggerisce di inserire personaggi e situazioni.
  • L’editor si assicura che la storia sia coerente. Sia per quanto riguarda la coerenza interna sia per quanto riguarda i riferimenti esterni. Se un personaggio ha gli occhi azzurri a pagina 20 e verdi a pagina 71, l’editor lo segnala all’autore perché intervenga. Se l’autore descrive un inseguimento d’auto per le vie di Mosca, l’editor si collega a google maps e controlla che le strade combacino, se non è così dice all’autore di modificare.
  • L’editor controlla che scena per scena la storia proceda senza intoppi. Nel caso suggerisce le opportune modifiche. Magari la tal scena deve cominciare prima, o si trascina troppo a lungo. È troppo raccontata e andrebbe mostrata. Oppure è mostrato anche quello che forse si può scartare.
  • L’editor aggiusta lo stile, cercando di non stravolgere il modo di scrivere dell’autore. Si cambia l’ordine delle parole nella frase e delle frasi nel paragrafo, si tolgono gli aggettivi e gli avverbi inutili, si verifica che la punteggiatura abbia senso, ecc.
  • Infine c’è la correzione delle bozze per eliminare i refusi accumulati dopo tutto questo lavoro.

Quanto tempo richiede l’editing? È difficile quantificare il primo passaggio, quello dell’editing ad “alto livello”, perché può essere che la struttura della storia sia già solida e non richieda interventi drastici, come può essere richiesta una riscrittura da zero. Per i passaggi successivi, il The Chicago Manual of Style, quindicesima edizione, stima che un editor esperto debba lavorare dalle 85 alle 120 ore per un manoscritto di 100.000 parole (circa 350-400 pagine).

Copertina del The Chicago Manual of Style
Copertina del The Chicago Manual of Style, quindicesima edizione

Non è il tempo totale, a questo va aggiunto il tempo che l’autore impiega per scrivere le eventuali modifiche (se l’editor spiega all’autore che nel 1870 gli aerei a reazione non erano ancora stati inventati, è poi l’autore che deve cambiare la scena da viaggio in jet a viaggio in nave, tale scena non può inventarsela l’editor).
Contiamo che il nostro editor lavori otto ore al giorno, cinque giorni alla settimana. Sono dalle due alle tre settimane + il tempo richiesto per l’editing ad “alto livello”. Assumiamo che il romanzo di partenza non abbia bisogno di grande lavoro e che anche per l’editing ad “alto livello” ci vogliano un paio di settimane. Totale un mese di lavoro – nel senso più gretto del termine: ti alzi la mattina presto e stai lì sul manoscritto dalle 8 alle 5 con un’ora di pausa pranzo. Il giorno dopo ancora. E il successivo anche. Fino a sabato. Il lunedì successivo ricominci. E parliamo di un romanzo già ben impostato e di un editor esperto.
Visto che è un impegno a tempo pieno, il nostro editor o è ricco di famiglia o deve poter sopravvivere facendo l’editor. Un 1.000 euro al mese di stipendio vogliamo darglieli? È pochissimo contando quanto il lavoro sia difficile e specialistico – ovvio che qui parliamo di un editor che conosce il mestiere, non del gonzo laureato in lettere di cui sopra.

Editor al lavoro
Editor al lavoro fin dal primo mattino

Bene, 1.000 euro – minimo minimo – per l’editing. Una piccola casa editrice non li ha. E anche se li ha ci pensa dieci volte prima di spenderli così.
Una grossa casa editrice, se lo ritiene opportuno – l’editing non è obbligatorio, viene fatto solo perché si pensa che un romanzo pieno di errori possa vendere meno – ha i mezzi per affiancare a un autore un editor competente, una piccola no, anche volendo.

Perciò esistono case editrici “piccole ma serie”? Non voglio negarlo in maniera assoluta, certo se sei piccola non hai i mezzi materiali per offrire due dei servizi più importanti nell’editoria: editing e distribuzione. E non dico niente riguardo la promozione: nessuno si aspetta che la casa editrice “piccola ma seria” faccia pubblicità in televisione.

Le case editrici a pagamento

Sono quelle case editrici che richiedono un contributo all’autore. Direttamente in denaro o costringendolo all’acquisto di copie del suo stesso libro o facendo pagare cifre astronomiche per servizi che le normali case editrici offrono gratis (per esempio l’assegnazione dell’ISBN).
Le case editrici a pagamento non svolgono attività illegali, ma sono sullo stesso piano degli astrologi, dei guaritori, dei sensitivi e di altri ciarlatani simili. Chiedono soldi e in cambio non danno niente. Le case editrici a pagamento non fanno editing, non distribuiscono, non fanno promozione – se dichiarano il contrario mentono. Il loro business consiste solo nello spennare gli aspiranti scrittori.

Non esistono case editrici a pagamento serie. Per definizione. Così come il cartomante serio non esiste (dato che sono tutte balle), allo stesso modo un editore che chiede soldi ai suoi autori invece di darglieli non può essere definito serio. Non ci sono né se, né ma. Se chiedi soldi ai tuoi autori non sei un editore serio.

Aggiungo: se paghi per pubblicare sei scemo. Ed è questa la ragione per la quale io non leggo più romanzi pubblicati a pagamento. Se l’autore è scemo, che possibilità ci sono che abbia scritto un buon libro? Nessuna.
Perché è scemo? Perché gli stessi servizi che offre la casa editrice a pagamento si possono ottenere a prezzi molto più bassi o gratuitamente sfruttando Internet e il print-on-demand.
Se butti via 500, 1.000, 3.000 euro (e ci sono case editrici a pagamento che chiedono anche di più) per un servizio che altrove è gratuito sei scemo – o hai i soldi che ti escono dalle orecchie, perché non li doni in beneficienza?
In ogni caso le case editrici a pagamento non pubblicano nel senso che abbiamo considerato all’inizio (i romanzi in libreria), perciò è inutile insistere. Se volete pubblicare cercate altre vie.

Banconote
Le case editrici con contributo sono sempre interessate al vostro talento

Agenti e agenzie letterarie

Un agente è un tizio che piazza il vostro romanzo presso le case editrici e cerca di spuntare il contratto più vantaggioso per voi. Può essere utile avere un agente – le case editrici tendono a privilegiare i manoscritti proposti da un agente – ma attenzione ai truffatori.

Gli agenti seri non chiedono tasse di lettura. Voi presentate il manoscritto e l’agente decide se rappresentarlo o no. Se sceglie di rappresentarlo e riesce a venderlo a una casa editrice intascherà una percentuale (10-15%) sui vostri futuri guadagni. Una percentuale sui futuri guadagni. In altre parole se voi non guadagnate niente, neanche l’agente vede un euro.
Qual è il problema della tassa di lettura? Lo stesso delle case editrici a pagamento. Se l’agente guadagna già con gli autori, che interesse ha a darsi da fare per piazzare i manoscritti presso le case editrici? Peggio, che interesse ha a leggere i manoscritti? Può intascare le tasse di lettura e girarsi i pollici. O fare un secondo lavoro.
Perdere tempo dietro a montagne di manoscritti-spazzatura è il “rischio d’impresa” dell’agente. Se voi pagate in anticipo, l’agente non ha più alcun stimolo a lavorare.
Al massimo un agente può richiedere il rimborso delle spese (documentate), se per esempio ha dovuto fare un fantastilione di fotocopie per inviare il romanzo a cento case editrici. Ma questo rimborso spese sarà sempre dedotto dai vostri futuri guadagni. Se nessuna casa editrice pubblica il romanzo, l’agente si tiene le spese.

Agenti e agenzie letterarie oltre alla rappresentanza spesso offrono vari servizi, i due più comuni sono:

Icona di un gamberetto Editing. A prezzi altissimi – d’altra parte, come visto prima, meno di 1.000 euro è irrealistico – e più spesso che no il lavoro è tutt’altro che professionale.
Per esempio una volta ho trovato un link alla pagina di un tizio che si dichiara “editor professionista”, avendo lavorato per diverse case editrici. Per un “editing professionale” vuole 8 euro a cartella (2.000 caratteri spazi inclusi) + IVA. In altre parole l’editing del romanzo da 100.000 parole (500-600.000 caratteri) vi costerebbe 2.000-2.400 euro + IVA.
Il sedicente editor propone la seguente perla, per dimostrare la propria competenza.
Prima:

Peppino entrò in casa di corsa in preda a un raccapricciante terrore aprendo la porta, poi la chiuse con violenza dando tutte le mandate a tutte le serrature. Si tolse frettolosamente il cappotto firmato e la sciarpa di seta e li appese all’appendiabiti, si sfilò velocemente i guanti di cachemire e li poggiò sul tavolo di legno bruno. Poi si diresse a larghi passi verso il grande divano e vi si sedette; il pericolo incombente sembrava essersi dileguato e finalmente si concesse un po’ di respiro.

Dopo il suo brillante intervento:

Peppino corse in casa e si serrò dietro la porta. In pochi attimi si era liberato dei suoi lussuosi abiti per abbandonarsi sul divano. Solo allora, sentendosi al sicuro, iniziò a calmarsi.

Il “prima” è brutto, ma il “dopo” è peggio. Il nostro editor deve aver sentito da qualche parte che bisogna eliminare i particolari inutili e imperterrito procede. Non ha capito però che questo non vuol dire passare dal mostrare al raccontare. Non si deve “riassumere”. La storia dovrà sempre essere basata su particolari, su dettagli concreti, solo occorrerà sceglierli con oculatezza.

Pensateci sopra cento volte prima di pagare per l’editing. Perché, sempre che otteniate un servizio buono, sarà solo soddisfazione personale. Il piacere vostro di avere un manoscritto migliore. Ribadisco: dal punto di vista delle possibilità di pubblicazione lo stile è ininfluente. Se spendete 2.000 euro sperando così di avere più chance di pubblicare, be’, scordatevelo, non funziona in questa maniera.
Infine tenete presente che un editing serio richiede la vostra collaborazione. Oltre a spendere i 2.000 euro dovete anche investire un certo numero di ore per revisionare il testo secondo le indicazioni dell’editor.

Icona di un gamberetto Valutazioni. Pagate e loro “valutano” il vostro romanzo. Sono soldi buttati. Perché? Perché per pubblicare bisogna attenersi ai quattro criteri di cui sopra, e siete capaci da soli di capire se il vostro romanzo parla di vampiri innamorati o no; sapete benissimo da soli se siete raccomandati o no. Nessun giudizio sulle capacità letterarie ha importanza. Vi dicono che il romanzo è brutto? E allora? Vi dicono che è bello? E con ciò?
Stiamo parlando di pubblicazione, in ambito fantasy, in Italia: chissenefrega se il romanzo è bello o brutto?

Tra l’altro, anche nell’ambito valutazioni, è difficile trovare persone competenti. Quella che segue è la “valutazione” di un’agenzia letteraria. Ho cambiato il nome del romanzo in oggetto su richiesta dell’autore.

L’impiccato

Contenuto e trama

Un romanzo contemporaneo che narra una storia ai limiti della realtà, che attraverso un percorso di morale dubbia giunge a una soluzione inaspettata.
Tra queste pagine si ha la rappresentazione di una gioventù che ormai trova difficoltà nello stupirsi, e che mostra un cinismo caratteristico sempre più prepotente della nostra epoca.
La forza de L’impiccato, è proprio nella caratterizzazione dei personaggi, soggetti provenienti dalle più differenti estrazioni sociali, intesa come nuova distinzione fatta in base alle passioni che si coltivano, che condividono un’esistenza che per essere considerata accettabile deve passare attraverso determinati passaggi psicologici.
La costruzione del romanzo, dei dialoghi, degli attori e della stessa trama ricorda molto lo stile di Ammanniti, in particolare nella raccolta Fango.

Stile e padronanza della lingua

L’autore ha sufficiente padronanza del linguaggio, che è appropriato alla materia del romanzo. Anche la sintassi e la grammatica sono curate e non presentano errori.
Il problema principale del romanzo è la non sempre cura riservata al lessico, il sintomo è da ritrovarsi nelle molte ripetizioni che si incontrano, che hanno anche lo svantaggio di appesantire la lettura e distrarre il lettore dal significato che si intende esprimere.
Alcuni esempi:

[Estratto di 4 righe entro pagina 6 (su 170) del romanzo]

[Estratto di 6 righe entro pagina 6 (su 170) del romanzo]

[Estratto di 5 righe entro pagina 6 (su 170) del romanzo]

In ultimo andrebbero rivisti i segni grafici e uniformarli, per evitare soprattutto la confusione nell’utilizzo dei corsivi, che non sempre sono utilizzati secondo le principali norme redazionali vigenti.

Rapporto con il mercato editoriale

L’impiccato è un romanzo contemporaneo che ha buone possibilità di diventare un prodotto editoriale apprezzato da un pubblico di lettori appartenenti a una fascia di età compresa dai quindici ai trent’anni.
La sua forza dell’opera è nell’analisi di alcune manie moderne, ormai così permeate nella nostra cultura da passare inosservate.

Conclusioni

In conclusione, si tratta di un lavoro abbastanza valido e ben concepito che, con le dovute revisioni alla struttura e allo stile del testo, in riferimento soprattutto alla problematica legata alle ripetizioni, potrebbe avere discrete possibilità di essere accolto all’interno del mercato editoriale.

Voi pagate è il risultato sono poche parole a vanvera, con l’unico suggerimento concreto di evitare le ripetizioni – tra l’altro suggerimento da prendere sempre con le pinze, perché spesso una ripetizione è meglio di un brutto sinonimo.

Ultimi consigli

Questa è la situazione. Se volete pubblicare, se volete avere la soddisfazione di vedere il vostro romanzo sugli scaffali delle librerie, seguite le indicazioni dei quattro criteri. È la via più semplice, se non proprio l’unica via.

Se invece la pubblicazione non è la vostra priorità, i criteri per scrivere opere decenti sono arcinoti, ma li riassumo per l’ennesima volta:

Icona di un gamberetto Studiate la tecnica narrativa. Prendete un manuale, studiatevelo, spulciate la bibliografia, procuratevi i titoli citati, ricominciate. Incapperete in testi che parlano di narrativa in maniera quasi scientifica, altri che sono più reminiscenze o esperienze personali dell’autore, testi che sconfinano nella linguistica o nella semiologia. Tutto fa brodo. Ed è anche divertente. Sarà una perversione mia, ma a me piace leggere testi che parlano di narrativa; imparare trucchi nuovi e scoprire tecniche che non conoscevo.
Siate umili. Se siete alle prime armi – e non è assurdo considerarsi tali fino al decimo romanzo – anche Scrivere Narrativa per Gonzi sarà d’aiuto. Dirò di più: se gli autori di fantasy italiani si studiassero il manuale più terra terra e ne seguissero alla lettera i consigli, scriverebbero dieci volte meglio di come scrivono adesso.

Icona di un gamberetto Leggete tanto. Dovete conoscere molto bene il vostro genere preferito e magari non guastano i generi limitrofi. Almeno. Leggere tanto significa cinquanta, cento o anche più romanzi all’anno. Senza contare i libri di scuola o i libri che leggerete per documentarvi. È probabile che prima o poi sarete costretti a imparare l’inglese, perché altrimenti vi tagliate fuori da troppo materiale interessante, sia come narrativa sia come saggistica.
Approfittate dei lettori di ebook e della pirateria. Lo scopo adesso è scrivere bene, non rinunciate a quel classico o a quell’altro manuale solo perché sono fuori catalogo e non si trovano in biblioteca.

Divorate tanti libri, come il coniglietto! (nota bene: il filmato ha solo valore dimostrativo, non ritrae il Coniglietto Grumo)

Icona di un gamberetto Fate esercizio. Cercate di scrivere narrativa tutti i giorni. Conta solo la narrativa. Gli articoli per il blog, i compiti per l’università, la lista della spesa non servono a niente – parlo per esperienza personale. Per imparare a scrivere narrativa, dovete scrivere narrativa.

Icona di un gamberetto Non frignate. Spesso gli scrittori (aspiranti e pubblicati) nostrani frignano. Frignano che nessuno li pubblica, frignano che se sono pubblicati non vendono, frignano che la critica li massacra e così via.
Uno dei pianti più frequenti riguarda il fatto che gli italiani leggono poco. Ah, se fossimo in America! Con il pubblico che divora un libro dopo l’altro! Ci sarebbero molte più possibilità per tutti!
Jim C. Hines, autore fantasy americano, ha condotto un’inchiesta tra i suoi colleghi riguardo la prima pubblicazione. Ha interpellato 247 autori, la buona parte dei quali autori di fantasy o fantascienza.
Cosa si evince? Per esempio che la prima pubblicazione avviene in media all’età di 36,2 anni (mediana 36), e questo dopo 11,6 anni di pratica (mediana 10).
Lasciamo un attimo da parte l’età che può essere influenzata da tanti fattori (una persona voleva studiare, o era impegnata con il lavoro e ha cominciato a scrivere solo in pensione o altro), l’altro dato mi pare significativo: 11 anni di pratica. Non sei mesi, non: “Ho scritto un romanzo l’estate scorsa e adesso me lo devono pubblicare!!!”
La verità è che praticamente tutti gli autori fantasy nostrani e la gran parte degli aspiranti devono ringraziare i Santi del Paradiso di essere nati in Italia. Perché forse solo in Italia hanno una possibilità di pubblicare e vendere senza la minima preparazione e senza il minimo impegno.

* * *

note:
 [1] ^ Questa affermazione non è basata sul sentito dire. Non è basata sul fare di tutta un’erba un fascio. È basata sulla lettura di decine di romanzi. Pubblicati dalle grosse case editrici, dalle medie, dalle piccole.
Quando mi riferisco al fantasy italiano in termini di spazzatura, non è una generalizzazione: ho rivoltato il cassonetto e ho esaminato i rifiuti. Uno per uno. Anche quelli sudici di vomito di gatto.

 [2] ^ Prima che i troll vengano a rompere le scatole: non sto giudicando “cacca” I Promessi Sposi nel suo complesso, sto giudicando “cacca” lo stile dell’incipit, questo nauseante wall of text infarcito di stucchevoli e inutili descrizioni geografiche.

 [3] ^ Supporre che le piccole case editrici privilegino la qualità è un discorso teorico. Si basa sull’assunto che essendoci in gioco meno soldi e meno prestigio ci sia anche meno corruzione.
Però, passando in rassegna i cataloghi di molte piccole case editrici, emergono scelte discutibili. Non sembra proprio che la qualità sia stata messa al primo posto.

 [4] ^ Esempio: le Edizioni Della Vigna, una piccola casa editrice non a pagamento che spesso pubblica autori italiani di narrativa fantastica. Nel documento guida per l’invio dei manoscritti di luglio 2010 si può leggere (enfasi mia):

Va bene, ma quante copie ne venderete? È un dato molto variabile; di solito per la versione stampata dalle 50 alle 300 copie, con eccezioni sia verso alto sia verso il basso. Per la versione elettronica, il mercato è ancora troppo giovane per poter fornire delle statistiche; comunque, attualmente meno delle cartacee.


Approfondimenti:

bandiera IT Intervista con uno “scrittore”. “Hai avuto difficoltà a trovare un editore?” “Per questo devo ringraziare Pierdomenico.”
bandiera IT Sitael presso il sito dell’editore. Godetevi l’estratto
bandiera IT Il testo integrale de I Promessi Sposi
bandiera EN The Chicago Manual of Style, quindicesima edizione su gigapedia
bandiera EN I coniglietti disapprovano

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Funghi assassini!

Copertina di Finch Titolo originale: Finch
Autore: Jeff VanderMeer

Anno: 2009
Nazione: USA
Lingua: Inglese
Editore: Underland Press

Genere: New Weird/Fantascienza con contorno di funghi
Pagine: 320

Dopo vent’anni di guerra civile, la città di Ambergris è in ginocchio. Ma il peggio deve ancora venire: dal sottosuolo emergono i “gray cap”, i “cappelli grigi”, e conquistano la città.
“Cappelli grigi” è il nomignolo che gli umani hanno dato a una specie di enorme fungo senziente e deambulante. Non si tratta di champignon: i “cappelli grigi” sono funghi capaci di sventrare le loro vittime a zampate; funghi in possesso di una sofisticata tecnologia basata sull’uso di spore. Tecnologia che mette loro a disposizione una vasta gamma di armi biologiche e di altre diavolerie.

Sono passati sei anni dall’inizio dell’occupazione. I cappelli grigi tengono sotto controllo la popolazione con il terrore. Chi si ribella finisce nei campi di lavoro o giustiziato. Edifici e palazzi sono abbattuti per far posto alle dimore organiche dei funghi. L’aria è ancora satura delle spore usate durante i combattimenti: se non si presta attenzione a cosa si respira o a dove si mettono le mani ci si può infettare, con il rischio di trasformarsi in abominevoli uomo-fungo.

John Finch, dopo aver combattuto per Casa Hoegbotton durante la guerra civile, è stato reclutato dai funghi nella polizia. Vive nella paura che i funghi siano scontenti del suo operato o che i pochi ribelli che ancora resistono all’occupazione gli facciano fare una brutta fine accusandolo di essere un collaborazionista. Uniche soddisfazioni nella vita la sua lucertola, il suo gatto, e la misteriosa Sintra, la donna di cui Finch è innamorato.
La storia si apre con Finch chiamato a indagare su un doppio omicidio: un uomo e un fungo trovati morti in circostanze poco chiare.

* * *

L’idea alla base del romanzo – i funghi assassini – ha nobili origini nel racconto “The Voice in the Night” pubblicato nel 1907 da William Hope Hodgson, il celebre autore di The House on the Borderland e The Ghost Pirates. Racconto che ha ispirato anche uno dei più grandi film di tutti i tempi: Matango!

Trailer americano di Matango

D’accordo, sono stata un pochino ironica. chikas_pink32.gif Ma Matango rimane un film divertente e i funghi assassini sono un’ottima trovata.
Finch con i suoi funghi incarna quello che mi piace nel fantasy, nel buon fantasy: vedere come idee bizzarre, fantasiose, non-mi-sarebbero-mai-venute-in-mente acquistino concretezza. L’impossibile diviene realtà, se l’autore è bravo. Jeff VanderMeer lo è: alla fine della lettura l’esistenza dei funghi assassini pare più credibile di quella di elfi, lupi mannari, vampiri e cliché vari.
Ammetto che i funghi non arrivano a suscitare sense of wonder, e in alcuni passaggi mi sarebbe piaciuta una dose ancora più massiccia di weird, lo stesso siamo una spanna sopra la media (internazionale) della fantasia.

Finch è il terzo romanzo ambientato nella città di Ambergris[1], dopo City of Saints and Madmen (qui la segnalazione) e Shriek: An Afterword. La storia però è autoconclusiva e autonoma: si può leggere tranquillamente Finch senza aver letto i precedenti romanzi. È vero che si perderanno alcuni riferimenti, ma niente di vitale.

Ambientazione

La città di Ambergris che marcisce soffocata dai cappelli grigi è resa con maestria. Gli edifici attaccati dalla muffa e invasi da colonie di funghi; la gente che si trascina per le strade a capo chino, maschera antispore sulla faccia; quelli invece infettati e ridotti a creature metà fungo metà uomo nascosti in appartamenti in rovina; la fame, la paura, le sinistre (blasfeme, orribili, repellenti, ripugnanti) torri che i funghi stanno costruendo e che incombono sul paesaggio. È tutto molto bello!

VanderMeer mescola senza sbavature una premessa che a primo acchito suona ridicola o stupida (i funghi) con un’atmosfera cupa. In più ci riesce senza sbrodolarsi: il romanzo sono 320 pagine. Una brillante dimostrazione del fatto che se sai scrivere non hai bisogno di una doppia trilogia da 5.000 pagine per delineare bene un’ambientazione originale.

I funghi ti spiano
I funghi sorvegliano giorno e notte

Ambergris è permeata, infettata, dalla tecnologia fungina. Non sempre le invenzioni dei funghi si rivelano originalissime, ma nel complesso svolgono egregiamente il loro lavoro.
Un piccolo assaggio, la posta interna del dipartimento di polizia:

bandiera EN Mid-afternoon. A soft, wet, sucking sound came from the memory hole beside his desk. Finch shuddered, put aside his notes. A message had arrived.
Some detectives positioned their desks so they could see their memory holes. Finch positioned his desk so he couldn’t see it without leaning over. Tried never to look at it when he walked into the station in the morning. Still, the memory hole was better than the dead cat reanimated on Skinner’s doorstep, message delivered in screeched rhyming couplets. Or the mushroom that walked onto Dapple’s desk, turning itself inside out. To reveal the message.
Exhaled sharply. Peered around the left edge of the desk. Glanced down at the glistening hole. It was about twice the size of a man’s fist. Lamprey-like teeth. Gasping, pink-tinged maw. Foul. The green tendrils lining the gullet had pushed up the dirty black spherical pod until it lay atop the mouth.
[...]
Finch leaned over. Grabbed the pod. Slimy feel. Sticky.
Tossed the pod onto his desk. Pulled out a hammer from the same drawer where he kept his limited supply of dormant pods. Split Heretic’s [il fungo capoufficio di Finch] pod wide open. Spraying slime.
[...]
In amongst the fragments: a few copies of a photograph of the dead man, compliments of the Partial.
And a message.
Pulsing yellow. An egg of living paper. He pulled the egg out of the shattered pod. Began to massage it until it spread out flat.

bandiera IT Metà pomeriggio. Un suono ovattato, umido, di risucchio venne dal buco della memoria accanto alla scrivania. Finch fu scosso da un brivido, mise da parte gli appunti. Era arrivato un messaggio.
Alcuni detective avevano sistemato le proprie scrivanie in modo da vedere i buchi della memoria. Finch aveva sistemato la sua in modo da non vedere il buco a meno di chinarsi. Cercava di non guardarlo mai quando entrava nella stazione ogni mattina. Lo stesso, un buco della memoria era meglio del gatto morto rianimato che Skinner aveva trovato alla porta, il messaggio riferito in distici recitati con voce stridula. Meglio del fungo che si era arrampicato sulla scrivania di Dapple, per poi rivoltarsi le interiora. E rivelare il messaggio.
Finch esalò bruscamente. Sbirciò oltre il bordo sinistro della scrivania. Lanciò un’occhiata al buco luccicante. Era grande circa come due pugni umani. Denti simili a quelli di una lampreda. Fauci ansimanti tinte di rosa. Putrido. I viticci verdi allineati lungo la gola avevano spinto verso l’alto una capsula sferica e scura, l’avevano spinta fino alla bocca.
[...]
Finch si chinò. Afferrò la capsula. Viscida. Appiccicosa.
Buttò la capsula sulla scrivania. Prese un martello dallo stesso cassetto dove teneva la sua esigua scorta di capsule addormentate. Finch ruppe la capsula spedita da Heretic [il fungo capoufficio di Finch]. Schizzi di bava.
[...]
Tra i frammenti: alcune copie della fotografia al cadavere dell’uomo, con i complimenti del Parziale.
E un messaggio.
Pulsante di giallo. Un uovo di carta vivente. Finch estrasse l’uovo dai resti della capsula. Iniziò a massaggiarlo finché non l’uovo non si aprì e appiattì.

Ricorda un po’ eXistenZ di David Cronenberg, e per me è un complimento. Non a caso in Booklife (recensito qui) VanderMeer spiega che “rubare” idee/tecnologie/situazioni da altri media è ok. Di solito il cambio di media (per esempio appunto da film a romanzo) implica già modifiche sufficienti per schivare le accuse di plagio.

Un fotogramma da eXistenZ
Un fotogramma da eXistenZ: console biomeccanica per realtà virtuale

I funghi in sé, come creature, sfigurano un po’. Compaiono in troppe poche scene, impegnati come sono a stendere i loro piani diabolici fungini per sottomettere l’umanità. Peccato. A me stanno simpatici!

Personaggi e stile

La storia è narrata in terza persona limitata con la telecamera che segue da vicino il protagonista, Finch. La telecamera è quasi sempre nella sua testa, tanto che spesso la distanza è la stessa di una prima persona.
VanderMeer usa uno stile particolare, frasi molto brevi, omissione di articoli, verbi, pronomi. Da un lato questo modo di scrivere è ottimo per immergere il lettore nella testa di Finch, dall’altro può risultare poco “trasparente” e poco fluido. Non do giudizi tassativi perché non ho la stessa sensibilità con l’inglese che ho con l’italiano. Ho notato, leggendo le recensioni estere, che lo stile è stato più criticato che lodato.[2] Forse per i madrelingua il fastidio è maggiore.
Per un’analisi più approfondita rimando a questo articolo, nel quale disseziono l’incipit del romanzo.

John Finch è un discreto personaggio. Non memorabile. Non ho mai sviluppato vera empatia per lui e sono rimasta fredda di fronte alle sue disgrazie (e gliene capitano tante: nel corso del romanzo sarà minacciato, picchiato, torturato, tradito, accoltellato, ecc.). Ho avuto più a cuore le disavventure aziendali del protagonista di The Situation, sebbene il tono fosse meno drammatico.

In particolare mi sono stupita nel non provare niente di fronte al rapporto tragico tra Finch e l’amico/collega Wyte.
mostra la tragica amicizia ▼

Nessuno dei personaggi secondari scivola nel cliché, ma nessuno spicca. Si ha l’impressione che siano lì più per ragioni di trama che non per motivazioni loro. Menzione di disonore per Sintra, l’amante di Finch: ha la personalità di un tappo di sughero e motivazioni così vaghe che me la immagino ogni cinque minuti consultare il copione per sapere come agire.
Ethan Bliss è il solito personaggio io-so-tutto-ma-non-svelo-niente-perché-sì; il fungo Heretic avrebbe meritato più pagine; la bibliotecaria Rathven sembra nascondere chissà quali segreti, ma… mostra il segreto di Rathven ▼

Affabile Bosun, sicario che si lascia dietro piccole sculture di legno (come Gaff, il collega di Deckard in Blade Runner, lasciava piccoli origami); il dettaglio delle statuette poteva essere sfruttato meglio – il primo incontro con Bosun e le sue sculture è divertente, poi VanderMeer non riesce più a gestire il personaggio con la stessa brillantezza.

Uno degli origami lasciati dal tizio di Blade Runner
Uno degli origami lasciati dal tizio di Blade Runner

I flashback dedicati al rapporto tra Finch e il padre si potevano evitare. Troppe pagine per una sottotrama che ha importanza relativa. E quando si svela perché il padre di Finch ha agito come ha agito, la spiegazione è banale, da fiction TV.

La storia

Finch procede come un giallo. La trama segue l’indagine di John Finch nel suo tentativo di svelare chi sia l’assassino (e quale sia l’identità delle vittime). Non svelo dettagli, rovinerebbe la lettura.
Nella parte finale si ha una netta virata fantascientifica. Per molti versi Finch ha più punti in comune con un romanzo come Gli uomini nei muri (Of Men and Monsters, 1968) di William Tenn che non con tanti fantasy.

Copertina di Of Men and Monsters
Copertina di Of Men and Monsters

Non c’è magia, né ci sono elementi “irrazionali”, ogni dettaglio ha una spiegazione “scientifica”, anche se non sempre è una spiegazione granché intelligente. Perciò, per atmosfera e stramberie, Finch si può catalogare come “new weird” o “dark fantasy”, ma se qualcuno lo catalogasse “fantascienza” non sarebbe sbagliato.

VanderMeer in Italia

Elara Libri ha annunciato che tradurrà Veniss Underground e The City of Saints and Madmen. L’ultimo comunicato a proposito, del 19 settembre 2010, parla di Veniss Underground pronto per fine anno; nessuna data per The City of Saints & Madmen.

Copertina di Veniss Underground
Copertina di Veniss Underground

È una buona notizia ma non troppo. Elara Libri è una casa editrice molto piccola, in pratica senza distribuzione – i libri si possono solo ordinare al loro sito o via librerie online –, con prezzi alti e di ebook neanche l’ombra. Ho paura che VanderMeer, anche tradotto, sarà letto solo da una manciata di appassionati.
Discutibile anche la scelta di cominciare con Veniss Underground: non è un brutto romanzo, ma non è all’altezza delle opere successive.

E qui ci starebbe la tirata contro le Grosse Case Editrici™, quelle che lasciano VanderMeer a Elara e continuano a importare boiate una dietro l’altra. Come la sfilza di paranormal romance con vampiri, licantropi, angeli e gnokki vari – mi vergogno ad ammetterlo ma ne ho letti alcuni (ovviamente piratati), non valgono lo spazio che occupano sul disco rigido.
Ma tralascio la tirata per il solito consiglio: imparate a leggere in inglese. Ne vale la pena.

Conclusione

Un bel romanzo. L’ambientazione avrebbe meritato una storia più sofisticata e personaggi meglio delineati, ugualmente ho letto Finch d’un fiato con molto piacere. Lo consiglio agli amanti del new weird, ma anche a quelli che non hanno mai letto niente in questo sottogenere: è un ottimo punto di partenza; un romanzo strano ma non troppo. E lo consiglio a chi apprezza la fantascienza di invasione.
Invece gli amanti del giallo potrebbero rimanere delusi. Il finale fantastico farà storcere il naso a chi si aspetta una conclusione del caso secondo i canoni dell’indagine poliziesca.

Ricordo che Finch è disponibile gratuitamente, come da Segnalazione.

Audio clip: é necessario Adobe Flash Player (versione 9 o superiore) per riprodurre questa traccia audio. Scarica qui l’ultima versione. Devi inoltre avere attivato il JavaScript nel tuo browser.

Finch’s Theme, dalla colonna sonora del romanzo, realizzata dai Murder by Death

* * *

note:
 [1] ^ Nome più che azzeccato per una città new weird. Ambergris significa “ambra grigia” e l’ambra grigia altro non è che il vomito delle balene. WTF?

Ambergris
Ambergris (non la città)

 [2] ^ In particolare Tom Holt ci è andato giù molto pesante nella sua recensione. Riguardo allo stile dice chiaro e tondo che per lui VanderMeer non sa scrivere in inglese.
La recensione di Tom Holt è dedicata a quello scribacchino-lecchino nostrano convinto che all’estero gli autori passino il tempo a baciarsi il culo a vicenda, come sono abituati a fare in Italia.


Approfondimenti:

bandiera EN Sito ufficiale del romanzo
bandiera EN Finch al sito dell’editore
bandiera EN Finch su Amazon.com
bandiera EN I primi capitoli del romanzo (PDF)
bandiera EN La colonna sonora ascoltabile/acquistabile online

bandiera EN William Hope Hodgson su Wikipedia
bandiera EN “The Voice in the Night” leggibile online
bandiera EN William Tenn su Wikipedia
bandiera EN Of Men and Monsters su Wikipedia

bandiera EN Matango su IMDb
bandiera EN eXistenZ su IMDb
bandiera EN Blade Runner su IMDb

bandiera IT Il sito di Elara Libri

 

Giudizio:

Stile particolare, immerge nella testa di Finch. +1 -1 Stile particolare, alle volte non abbastanza “trasparente”.
Gustosa idea di partenza, ottime trovate. +1 -1 Poteva essere molto più weird.
Alcuni buoni personaggi. +1 -1 Ma nessun personaggio memorabile.
Ambergris è una delle migliori città fantasy in circolazione. +1

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Finch Incipit

Pochi giorni fa criticavo lo scarso livello degli incipit dei racconti che hanno partecipato al Concorso Steampunk. A proclamazione del vincitore avventura, magari discuterò in dettaglio quali sono stati gli errori più comuni. Adesso voglio presentare un buon incipit. Non magistrale, non perfetto, ma lo stesso interessante.
È l’incipit di Finch (qui la segnalazione, qui la recensione). Analizzerò la scrittura di VanderMeer, cercando di mostrare le parti venute bene, quelle migliorabili e i pochi errori.

Prima di cominciare, chiarisco un punto che spesso sfugge: se si vuole imparare a scrivere bisogna partire dal presupposto che la forma è più importante del contenuto. Questo presupposto non è vero in assoluto, ma all’atto pratico se vi impelagate in problemi di contenuto non ne uscite più e non imparerete mai niente.

Mettere il contenuto davanti alla forma rischia di sfalsare la percezione di quello che scrivete e leggete. Faccio un paio di esempi:

• “Ah, visto la Meyer che idiota con i vampiri che brillano? I miei vampiri invece sono veri vampiri, perciò il mio romanzo è meglio!” No, non lo è. Lo è solo se è scritto almeno al livello di Twilight. Se è scritto da cani lo butto a pagina 5 e non lo saprò neanche se i vampiri erano veri o no.

Copertina del volume 1 della graphic novel di Twilight
Copertina del volume 1 della graphic novel di Twilight

• “Ah, visto quel romanzo che porcheria? Pieno di parolacce, bestemmie, scene di sesso & violenza. Il mio romanzo invece è raffinato ed elegante, perciò il mio romanzo è meglio!” No, non lo è. Lo è solo se è scritto almeno al livello del romanzo pieno di porcherie. Se è scritto da cani lo butto a pagina 5 e non noterò le raffinatezze.

In altri termini: attenzione a non farsi depistare dai gusti. Il romanzo pieno di porcherie magari vi disgusta, ma lo stesso potrebbe insegnarvi di più sulla tecnica narrativa di un romanzo che vi piace scritto con i piedi.
Le idee così geniali che per loro intrinseca natura rendono un romanzo splendido indipendentemente da come è scritto capitano una volta ogni mai. Negli altri casi dovete supportare buone idee con una scrittura adeguata.

La tecnica non è secondaria. Tutti gli scrittori degni di questo nome sudano dietro ogni parola.
Prendiamo Robert A. Heinlein, da molti considerato il più grande scrittore di fantascienza di tutti i tempi. Heinlein aveva cultura, fantasia e una notevole capacità di estrapolazione[1], eppure era conscio del peso fondamentale dello stile. In una lettera al suo agente Lurton Blassingame si lamenta di un editing troppo pesante al manoscritto de Il Terrore dalla Sesta Luna (The Puppet Masters, 1951):

bandiera EN Look, Lurton, my plots are never novel, I am not an originator of brand-new and wonderful ideas the way H. G. Wells was; my reputation rests almost solely on how I tell a story … my individual style. It is almost my entire stock in trade.

bandiera IT Guarda, Lurton, le mie trame non sono mai nuove, non ho mai idee originali e meravigliose alla maniera di H. G. Wells; la mia reputazione dipende quasi esclusivamente da come racconto una storia… dal mio stile personale. Il mio stile è quasi la mia unica risorsa.

L’enfasi è di Heinlein. Più avanti nella lettera Heinlein non contesterà solo i cambiamenti di sostanza, ma anche quelli che sembrano minimi, per esempio il sostituire l’aggettivo “lean” con “slender”.

bandiera EN In another place I describe the heroine as “lean”; Gold changes it to “slender”—good Lord, heroines have always been “slender”; it’s a cliché. I used “lean” on purpose, to give her some reality, make her a touch different.

bandiera IT In un altro punto ho descritto l’eroina come “lean” [snella]; Gold ha cambiato in “slender” [slanciata] – Dio santo, le eroine sono sempre state “slender”; è un cliché. Ho usato “lean” per una ragione, per darle un po’ di credibilità, per renderla un pizzico differente.

La verità è che Heinlein ha ragione: ogni singola parola ha un peso. Ogni singola parola va meditata.
Questo tipo di meditazione prende il nome di “tecnica narrativa”. E sì che Heinlein di “wonderful ideas” ne aveva sul serio!

Copertina di The Puppet Masters
Copertina di The Puppet Masters

Morale della favola: anche se avete idee meravigliose, dovete curare lo stile.[2] Se la faccenda vi annoia o non ne cogliete l’utilità, forse avete sbagliato ambito artistico. Provate a riversare le vostre idee in musica, o in un videogioco. Piazzatevi davanti alla tastiera e digitate a caso finché il gioco non è pronto. Auguri!

* * *

Quello che segue è l’incipit di Finch, la prima scena del romanzo. Sono in totale 174 parole.

Finch, at the apartment door, breathing heavy from five flights of stairs, taken fast. The message that’d brought him from the station was already dying in his hand. Red smear on a limp circle of green fungal paper that had minutes before squirmed clammy. Now he had only the door to pass through, marked with the gray caps’ symbol.
239 Manzikert Avenue, apartment 525.
An act of will, crossing that divide. Always. Reached for his gun, then changed his mind. Some days were worse than others.
A sudden flash of his partner Wyte, telling him he was compromised, him replying, “I don’t have an opinion on that.” Written on a wall at a crime scene: Everyone’s a collaborator. Everyone’s a rebel. The truth in the weight of each.
The doorknob cold but grainy. The left side rough with light green fungus.
Sweating under his jacket, through his shirt. Boots heavy on his feet.
Always a point of no return, and yet he kept returning.
I am not a detective. I am not a detective.

La mia traduzione. Ho cercato di rendere al meglio lo stile di VanderMeer, ma non è semplice mantenere lo stesso ritmo. Se possibile fate riferimento alla versione inglese.

Finch, alla porta dell’appartamento, il respiro corto per le cinque rampe di scale, fatte di corsa. Il messaggio che lo aveva condotto lì dalla stazione gli stava già morendo in mano. Macchia rossa su un cerchio floscio di carta fungina verde, che fra pochi minuti si sarebbe contorta in una massa viscida. Ora Finch doveva solo attraversare la porta, contrassegnata dalla scrittura dei cappelli grigi.
239 Manzikert Avenue, appartamento 525.
Un atto di volontà, superare quella soglia. Sempre. Portò la mano alla pistola, poi cambiò idea. Alcuni giorni erano peggio di altri.
Un flash improvviso del suo collega Wyte, mentre gli dice che è stato compromesso, lui che risponde: “Non ho un’opinione a riguardo.” Scritto su un muro, presso la scena di un delitto: Tutti sono collaborazionisti. Tutti sono ribelli. Il peso della verità in ognuna delle affermazioni.
La maniglia fredda ma ruvida. Il lato sinistro incrostato da funghi verde pallido.
Stava sudando sotto la giacca, attraverso la camicia. Gli stivali pesanti ai piedi.
Sempre un punto di non ritorno, ma Finch continua a tornare.
Non sono un detective. Non sono un detective.

* * *

Finch, alla porta dell’appartamento, il respiro corto per le cinque rampe di scale, fatte di corsa.
  • L’incipit è in medias res; non è l’unico modo per cominciare una storia, ma è un buon modo. È il modo più semplice per catturare l’attenzione del lettore.
    Il rischio degli incipit in medias res è che il lettore, catapultato in mezzo agli eventi, si ritrovi spaesato. Per questo è importante stabilire appena possibile dei punti fermi. Infatti nella prima riga VanderMeer chiarisce subito chi è il personaggio punto di vista (Finch) e dove si trova (davanti a una porta di un appartamento al quinto piano). Il dettaglio sulle scale fatte di corsa suscita curiosità: perché il nostro eroe si è precipitato a salire le scale?

  • Il difficile è capire quanti particolari sono necessari per far capire al lettore la situazione senza perdere di immediatezza e senza scivolare nell’inforigurgito.
    Confrontate l’incipit di VanderMeer con:

    Il detective della polizia John Finch si trovava davanti alla porta di un appartamento al quinto piano di un palazzo alla periferia di Ambergris. Aveva il respiro affannoso, dopo aver salito di corsa le scale.

    La situazione è meglio chiarita, e rimane un discreto incipit, ma io preferisco la versione di VanderMeer. Più tagliente e d’impatto.
    Ora la versione scritta dal tipico autore alle prime armi che ha paura di non essere capito:

    John Finch, da quindici anni detective nella polizia di Ambergris, era molto alto, con gli occhi azzurri e i capelli neri tagliati corti. Indossava un cappello e un impermeabile grigio che lo copriva completamente. Ai piedi portava stivali scuri. Era fermo davanti a una porta di legno con una targhetta di ottone ecc. ecc.

    I dettagli superflui affievoliscono l’effetto positivo di cominciare in medias res. Notare che l’autore di cui sopra non è un autore privo di talento, perché fornisce dettagli di troppo, ma almeno sono quasi tutti dettagli concreti. È solo un autore inesperto.
    Non mi abbasso a mettere l’incipit come potrebbe scriverlo il tipico autore fantasy nostrano. Quella non sarebbe narrativa, sarebbero gli scarabocchi di un mongoloide sui muri nei cessi della metropolitana.

Il messaggio che lo aveva condotto lì dalla stazione gli stava già morendo in mano. Macchia rossa su un cerchio floscio di carta fungina verde, che fra pochi minuti si sarebbe contorta in una massa viscida.
  • Quel “morendo in mano” è una piccola sbavatura. È un raccontare quando di seguito c’è il mostrato. Faccio un altro esempio:

    Tengo in braccio il coniglietto mentre muore: le orecchie flosce, gli occhietti che sanguinano, la schiuma alla bocca, le zampette rigide. Il coniglietto esala l’ultimo respiro.

    Il “mentre muore” si può tagliare con il vantaggio che le condizioni orribili del coniglietto sono sbattute in faccia al lettore senza preparazione. È più efficace.

    Tengo in braccio il coniglietto. Le orecchie flosce, gli occhietti che sanguinano, la schiuma alla bocca, ecc. ecc.

  • Nel caso di VanderMeer la piccola sbavatura è compensata dall’effetto di straniamento di unire i concetti di “messaggio” e “morendo in mano”. Siamo a metà tra il bizzarro e il pauroso, puro new weird. E come bonus c’è persino la blasfemia, almeno a dare retta ad Arthur Machen nel prologo del racconto “The White People”:

    bandiera EN “And what is sin?” said Cotgrave.
    “I think I must reply to your question by another. What would your feelings be, seriously, if your cat or your dog began to talk to you, and to dispute with you in human accents? You would be overwhelmed with horror. I am sure of it. And if the roses in your garden sang a weird song, you would go mad.
    [...]
    “Well, these examples may give you some notion of what sin really is.”

    bandiera IT “E cos’è il peccato?” disse Cotgrave.
    “Penso che mi vedrò costretto a rispondere alla tua domanda con un’altra domanda. Quale sarebbe la tua reazione se, seriamente, il tuo gatto o il tuo cane cominciassero a parlarti, discutessero con te con voce umana? Saresti sopraffatto dall’orrore. Ne sono certo. E se le rose nel tuo giardino cantassero una strana canzone, impazziresti.”
    [...]
    “Bene, questi esempi possono darti un’idea di cosa sia veramente il peccato.”

    Il “messaggio che muore” è una specie di “rosa che canta”. Ha lo stesso tipo di intrinseca stranezza che vira al pauroso e al “peccaminoso”.

  • La descrizione del messaggio e della sua (futura) morte avviene per mezzo di termini concreti: macchia, rosso, floscio, cerchio, verde, carta, viscido, contorcersi.
    Confrontate l’effetto che si ottiene levando termini concreti e aggiungendo termini astratti (ogni riferimento a persone note è puramente casuale):

    Il blasfemo messaggio che lo aveva condotto lì dalla stazione gli stava già orribilmente morendo in mano. Repellente macchia su un’oscena carta che fra pochi minuti sarebbe diventata ripugnante.

    Non solo non fa alcun effetto, ma sembra una parodia. Se suscita un sentimento, è un sentimento di ilarità. Eppure c’è ancora gente convinta che uno stile del genere sia “evocativo”.

  • Una domanda legittima: perché è “sbagliato” dire che gli occhi sono azzurri o i capelli neri tagliati corti, e invece è “giusto” dire che la carta è floscia, verde, umida, ecc.?
    Perché stai scrivendo fantasy. Mostrare il fantastico è la ragione per cui il pubblico ti legge (e magari ti paga). Se invece stessi scrivendo un romanzo rosa, è probabile sarebbe più sensata una descrizione fisica del protagonista che non una descrizione della carta fungina vivente.
    Inoltre, sempre perché stai scrivendo fantasy, devi cercare di essere verosimile; di rendere concreto l’impossibile. E questo si può ottenere solo assommando i dettagli. Non hai bisogno di dire che Finch ha gli occhi azzurri per renderlo credibile al lettore, il lettore non ha problemi a immaginare “vero” un essere umano; tuttavia hai bisogno di molti dettagli per rendere “vera” la carta vivente.

  • Come sempre non bisogna scadere nell’inforigurgito. Se io continuassi:

    La carta vivente fungina era stata scoperta nel 1284 dal professor Gobulus e usata per spedire messaggi fin da pochi anni dopo. Si ricava dall’allevamento del fungo porcino reale ecc. ecc.

    Aggiungerei un sacco di dettagli, ma non renderei più verosimile la carta vivente, annoierei solo il lettore. Per capire se si sta esagerando occorre porsi la domanda: “Il personaggio punto di vista, in quel momento, penserebbe a quel dettaglio?” e se la risposta è no, il dettaglio non lo si mette.

  • Un altro punto da sottolineare: evitate il più possibile di spiegare, in particolare di spiegare il fantastico. Descrivete la morte della carta, ma non spiegate perché muore.
    Se spiegate perché Michele preferisce la pizza alle acciughe alla pizza con il prosciutto cotto al massimo sarà una manciata di parole inutili; se spiegate perché la pizza parla, il lettore percepirà il tentativo esplicito di convincerlo della sensatezza di una pizza parlante, con il risultato che la pizza parlante sembrerà meno credibile. È lo stesso meccanismo del excusatio non petita, accusatio manifesta. Le scuse non richieste vi accusano.
    Non date giustificazioni, non date spiegazioni. Mostrate quello che succede e stop. Se rileggendo vi accorgete che c’è qualcosa che non quadra, che la pizza parlante non è credibile, non aggiungete spiegazioni, cambiate solo i dettagli mostrati perché il risultato sia più verosimile.
Un atto di volontà, superare quella soglia. Sempre. Portò la mano alla pistola, poi cambiò idea. Alcuni giorni erano peggio di altri.
  • Discreto passaggio. C’è un solo gesto concreto (il portare la mano alla pistola), però i pensieri sono ben inseriti. Intuiamo che Finch è titubante, ha paura, e non è la prima volta che affronta queste emozioni.
    Confrontate con questa versione:

    Ogni volta, Finch ha paura di varcare la soglia, di trovarsi sulla scena del delitto. Tentenna. Porta la mano alla pistola, poi cambia idea. Certi giorni gli sembra di non avere la forza di volontà necessaria per vincere la paura.

    È orribile? No. Ne trovate a mucchi di libri scritti così. Però guardate come cambia la distanza e il coinvolgimento: come scritto da VanderMeer siamo ben dentro la testa di Finch, mischiati con i suoi pensieri; come ho scritto io siamo fuori, al sicuro, mentre il Narratore – non più Finch – illustra la situazione.

  • Lo ho definito un passaggio discreto e non ottimo perché quell’iniziale “Un atto di volontà, superare quella soglia. Sempre.” per me è già troppo spiegato, raccontato; avrei tagliato lasciando solo il gesto di portare la mano alla pistola per poi ritrarla e il pensiero sui giorni peggiori.
    Il “poi” (“[...] poi cambiò idea”) si può anche quello tagliare.
Un flash improvviso del suo collega Wyte, mentre gli dice che è stato compromesso, lui che risponde: “Non ho un’opinione a riguardo.” Scritto su un muro, presso la scena di un delitto: Tutti sono collaborazionisti. Tutti sono ribelli. Il peso della verità in ognuna delle affermazioni.
  • “Un flash improvviso” è un errore. Non c’è mai bisogno di dire che qualcosa succede “all’improvviso” o “improvvisamente”, basta farla succedere:

    Anna camminava per strada. Si aprì una voragine nel marciapiede.

    Se io metto l’“improvviso”, non solo appesantisco la narrazione, ma la rendo meno improvvisa, perché avverto il lettore che sta per succedere qualcosa:

    Anna camminava per strada. Improvvisamente si aprì una voragine nel marciapiede.

  • Come non c’è bisogno di specificare l’improvviso succedersi degli eventi, così non c’è bisogno di introdurre i ricordi, basta mostrarli direttamente.
    Dunque perché VanderMeer ha piazzato quel brutto flash improvviso? Penso per ragioni pratiche: se non lo avesse scritto, il lettore avrebbe potuto pensare che Wyte fosse lì con Finch e non un ricordo. Soluzione pigra. VanderMeer avrebbe dovuto cambiare il paragrafo per rendere evidente il ricordo senza doverlo specificare. Notare infatti che il secondo ricordo, quello della scritta sul muro, non ha introduzione.

  • A parte il dettaglio del flash improvviso, è un passaggio molto buono. Con una riga di dialogo e una scritta sul muro, comunica la confusione morale nella testa di Finch e la confusione morale dell’intera ambientazione.
La maniglia fredda ma ruvida. Il lato sinistro incrostato da funghi verde pallido.
  • Confrontate:

    La maniglia fredda ma ruvida.

    con:

    Finch strinse la maniglia, era fredda ma ruvida.

    All’apparenza non cambia molto, ma evitando di descrivere l’azione e descrivendo solo le conseguenze (il sentire la maniglia fredda ma ruvida) si mantiene sempre la telecamera ben dentro la testa di Finch.
    Faccio un altro esempio:

    Michele imbracciò il fucile, lo puntò alla testa di Anna.

    La telecamera è esterna, inquadra per intero il gesto di Michele, poi inquadrerà anche Anna.

    Il calcio del fucile contro la spalla, la testa di Anna nel mirino.

    La telecamera sono gli occhi di Michele che prima controllano che il fucile sia ben piazzato e poi scrutano Anna attraverso il mirino.

  • Ogni volta che il personaggio punto di vista compie un’azione, la telecamera si deve allontanare per riprendere l’azione stessa. Perciò se volete la telecamera sempre ben piantata nella testa del personaggio non dovete descrivere le azioni, ma solo le conseguenze delle stesse.
Stava sudando sotto la giacca, attraverso la camicia. Gli stivali pesanti ai piedi.
Sempre un punto di non ritorno, ma Finch continua a tornare.
Non sono un detective. Non sono un detective.
  • La frase sul punto del non ritorno è un po’ cliché, la taglierei senza pensarci due volte. Il pensiero a conclusione della scena è buono. Crea tensione e curiosità: ci si chiede come mai il personaggio insista a non definirsi un detective quando lo sembra e se d’altra parte non è un detective cosa ci fa armato sulla scena del delitto?
    Viene voglia di voltare pagina… ma non c’è bisogno perché siamo solo a metà di pagina 1. chikas_pink28.gif

* * *

Per ricapitolare le cose azzeccate da VanderMeer:

Icona di un gamberetto Inizio in medias res con il giusto livello di dettaglio.

Icona di un gamberetto Elementi fantastici/weird fin dalla seconda riga, resi credibili da descrizioni concrete.

Icona di un gamberetto Ottima gestione del punto di vista, con la telecamera sempre ben dentro la testa di Finch.

Cosa si poteva fare meglio:

Icona di un gamberetto Nonostante la buona eleganza, si potevano limare altre parole.

Icona di un gamberetto La storia intriga, ma non da rotolarsi per terra dalla curiosità.

* * *

Notare: non ci sono avverbi, non ci sono metafore/similitudini, i termini sono quasi tutti concreti. Non c’è mai il Narratore a esporre cartelli che spiegano come il personaggio abbia “paura”, o sia “titubante”, o “preoccupato” o altro. Non ci sono verbi superflui: non è riportato che il personaggio “vede”, “tocca”, “sente”, è descritto direttamente l’ambiente intorno a lui.
Questa è narrativa decente. L’arte di acchiappare il lettore e ficcarlo in un altro mondo. Poi il lettore può andarsene a gambe levate se l’altro mondo non lo affascina – I funghi mi fanno schifo! gne gne gne! Non voglio essere nella testa di Finch! gne gne gne! –, ma almeno è stato trattato con dignità. Non è stato preso per i fondelli dopo aver pagato 20 euro.

Beata ingenuità

Icona di una stellina Gamberetta, vediamo se ho capito giusto: io dovrei star lì ad analizzare parola per parola tutto quello che scrivo???
Esatto! Non durante la prima stesura, ma in fase di editing, sì, sarebbe il caso di meditare su ogni singola parola. Non è un lavoro così improbo come sembra: all’inizio è difficoltoso, ma più si impara, meno si fanno errori. Si imparerà a scrivere di getto senza usare avverbi, senza che gli eventi capitino all’“improvviso”, senza aggiungere termini astratti e così via. D’altra parte non si diventa bravi dall’oggi al domani, occorrono anni.

Icona di una stellina Gamberetta, è un lavoro inutile, perché tanto penserà a tutto il mio editor quando sarò pubblicata!!! Vero???
Certo, come no. E i coniglietti volano. In Italia il 99% degli editor non ne capisce un tubo di narrativa, e quell’1% competente preferisce giocare a FarmVille su FaceBook invece di perdere tempo dietro al tuo manoscritto di vampiri, pubblicato solo perché sei amyketta di qualche dirigente della casa editrice.
Se ti interessa sul serio la qualità, mettiti in mente di fare da sola. Se arriva l’aiuto altrui tanto meglio, ma non ci contare.

Uno screenshot di FarmVille
Uno screenshot di FarmVille: perché lavorare quando puoi giocare?

Icona di una stellina Gamberetta, ma l’incipit di quel romanzo famoso è tutto diverso, e il romanzo è famosissimo!!! Allora chi devo imitare???
Bisogna stare attenti nel giudicare gli incipit. Non bisogna confondere “famoso” con “buono”. Molti incipit sono diventati celebri solo perché danno l’avvio a romanzi considerati (a torto o a ragione) capolavori. Questo non implica che l’incipit sia perfetto.

Chiamatemi Ismaele. Alcuni anni fa – non importa quanti esattamente – avendo pochi o punti denari in tasca e nulla di particolare che m’interessasse a terra, pensai di darmi alla navigazione e vedere la parte acquea del mondo. È un modo che ho io di cacciare la malinconia e di regolare la circolazione.

Non è che sia proprio un granché. Però, se una persona ha apprezzato Moby Dick, quando le si cita “Chiamatemi Ismaele” è deliziata, perché il suo cervello richiama alla memoria le ore di piacere passate a leggere. Lo stesso capita a me, quando per esempio si citano le parole dall’incipit de La Guerra dei Mondi, con le intelligenze, vaste, fredde, ostili che scrutano la Terra con occhi invidiosi. Ciò non vuol dire che l’incipit di H. G. Wells sia eccezionale in sé… ma sempre meglio di quello di Melville.
Se si imita bovinamente Melville o H. G. Wells o magari il Manzoni con il suo ramo del lago di piscio, si scriveranno incipit atroci.
Non bisogna neppure imitare VanderMeer: per esempio non consiglio di usare frasi così brevi e frammentate. Anche perché quel modo di esprimersi è di Finch e solo di Finch, il vostro personaggio deve avere un’altra voce, non dev’essere una parodia o uno scimmiottamento.
Bisogna cavare dallo stile di ogni scrittore la tecnica e costruirsi il proprio.

È un discorso lungo e questo articolo voleva più illustrare un buon incipit che non discutere di incipit in generale. Se l’argomento vi interessa, potete dare un’occhiata al seguente manuale (per maggiori informazioni su gigapedia si veda questo articolo):

Copertina di Hooked Hooked: Write Fiction that Grabs Readers at Page One and Never Lets Them Go di Les Edgerton (Writer’s Digest Books, 2007).

Non l’ho trovato utile quanto altri e sono scettica su molti punti, però è meglio che niente. In più è un libro che si legge volentieri: l’autore è molto simpatico e ha uno stile incisivo.

* * *

note:
 [1] ^ Dimostrabile con tanto di carta bollata: per esempio, il costruttore del primo letto ad acqua, Charles Hall, non poté brevettare la sua invenzione perché già descritta con dovizia di particolari in precedenti romanzi di Heinlein.

 [2] ^ Qui stiamo parlando di scrivere buona narrativa, narrativa degna di essere letta. Se lo scopo è solo pubblicare o vendere esistono strade più efficaci.
Interessante comunque che Heinlein, in chiusura alla citata lettera, si lamenti anche da un punto di vista commerciale: ha paura che la diminuita qualità danneggi le vendite.


Approfondimenti:

bandiera EN L’incipit su Wikipedia
bandiera IT 10 righe dai libri

bandiera EN Robert A. Heinlein su Wikipedia
bandiera EN The Puppet Masters su Wikipedia
bandiera EN Arthur Machen su Wikipedia
bandiera EN “The White People” leggibile online

 

Scritto da GamberolinkCommenti (65)Lascia un Commento » feed bianco Feed dei commenti a questo articolo Questo articolo in versione stampabile Questo articolo in versione stampabile • Donazioni

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