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Manuali 3 – Mostrare

Questo è il terzo articolo nella serie dei Manuali. Trovate il primo articolo qui e il secondo qui. Gli articoli possono essere letti in qualunque ordine. Se avete pregiudizi riguardo i manuali di scrittura, date un’occhiata alle risposte ai miti, qui.
Ricordo infine che mi rivolgo a chi voglia imparare a scrivere narrativa di genere, in particolare narrativa di genere fantastico. I concetti esposti potrebbero come non potrebbero applicarsi alla narrativa in generale.

* * *

“Mostrare, non raccontare” o in inglese “Show, don’t tell” è il nome di una fondamentale tecnica narrativa. È un’esortazione agli scrittori perché evitino l’astratto e favoriscano sempre il concreto.
La narrazione deve essere un susseguirsi di dettagli concreti; dettagli che stimolino i sensi del lettore, che richiamino immagini, suoni, odori, sapori.

Esempio:

Michele è vecchio.

Il termine “vecchio” è astratto, dunque qui ci troviamo di fronte al raccontare.

Michele ha la barba bianca, il viso coperto di rughe. Cammina gobbo reggendosi al bastone.

Qui abbiamo una sequenza di particolari concreti, dunque ci troviamo di fronte al mostrare.

Perché il mostrare è preferibile al raccontare?

Icona di un gamberetto Perché è dimostrato che il cervello del lettore, se stimolato da dettagli concreti, vive le situazioni descritte. Il mostrato cala il lettore nella storia; il raccontato non garantisce la stessa risposta emotiva, non trascina il lettore.
Per questa ragione il raccontato può diventare noioso in fretta: il lettore non ha problemi a gustarsi 200 pagine di mostrato, mentre poche pagine di raccontato possono subito stufare.

Icona di un gamberetto Perché ogni volta che si scivola nel raccontare l’autore esprime un giudizio. La barba bianca o le rughe sono un fatto oggettivo, la vecchiaia è una valutazione soggettiva. Può essere una valutazione giusta e condivisa, ma questo non cambia il problema: il problema è che l’autore ha fatto capolino per parlarci direttamente, incrinando l’immersione.

Per usare la metafora di John Gardner del “fictional dream”: la buona narrativa trasporta il lettore in una condizione mentale simile a quella del sogno. Quando l’autore interviene nella storia, ha lo stesso effetto di qualcuno che ti parla all’orecchio mentre dormi: se ti va bene non te ne accorgi, se ti va male ti svegli. Se il lettore si sveglia, chiude il libro. EPIC FAIL.
Oppure immaginate di essere al cinema. Scorre la pellicola, la scena vede Michele che si trascina per i vialetti del cimitero. Porta i fiori alla moglie morta. Spunta il regista con un cartello: “Michele è vecchio.” Sarebbe ridicolo, rovinerebbe l’atmosfera.
Non rendetevi ridicoli. Non svegliate chi sogna.

Cthulhu addormentato
Nella sua dimora a R’lyeh, Cthulhu aspetta sognando. Non svegliatelo!

Icona di un gamberetto Perché il mostrare permette di scegliere i particolari che sono sul serio importanti per la storia.

Cosa mi spinge a sottolineare che Michele è vecchio? Qual è la rilevanza della vecchiaia per la storia?
• Forse la vecchiaia è importante perché chi è vecchio spesso ci vede male, e questo dettaglio è vitale; ma allora non è forse meglio mostrare Michele che porta occhiali spessi?
• Forse la vecchiaia è importante perché chi è vecchio spesso è goffo e fragile, e questo dettaglio è vitale; ma allora non è forse meglio mostrare Michele mentre inciampa nel suo bastone da passeggio e si rompe una gamba?
• Forse la vecchiaia è importante perché chi è vecchio spesso è malato, e questo dettaglio è vitale; ma allora non è forse meglio mostrare Michele a letto in ospedale?
E così via.
Il raccontato è impreciso. Se si vuole portare avanti la trama, occorre precisione, occorre mostrare.

Icona di un gamberetto Perché il raccontato non rimane in mente. Se non si affiancano alla vecchiaia particolari concreti, dopo poche pagine il lettore si sarà già scordato che Michele è vecchio. Invece il mostrato lascia un’impressione duratura; anche chiuso il libro e passati anni, ricorderemo i dettagli più vividi.

* * *

A prima vista può sembrare che lo “Show, don’t tell” sia una tecnica come le altre. Non è così. Le implicazioni del mostrare invece di raccontare sono basilari per la narrativa.

Una celebre citazione da The Craft of Fiction di Percy Lubbock recita:

bandiera EN The art of fiction does not begin until the novelist thinks of his story as a matter to be shown, to be so exhibited that it will tell itself. [...] The thing has to look true, and that is all. It is not made to look true by simple statement.

bandiera IT L’arte della narrativa non comincia finché il romanziere non pensa alla storia come una materia da mostrare, da esibire in modo che si racconti da sola. [...] La faccenda deve sembrare vera, e questo è tutto. Non è resa vera semplicemente raccontando che è vera.

Non c’è arte finché la storia non è in grado di raccontarsi da sola: i particolari concreti (barba bianca, rughe, gobba, bastone) dicono al lettore che Michele è vecchio. Non è intervenuto l’autore a spiegarlo.
La narrativa ha bisogno di verosimiglianza (la faccenda che deve sembrare vera) e questo bisogno non può essere soddisfatto dal raccontato. Non basta raccontare che una cosa è vera per renderla vera. Non basta raccontare che Michele è vecchio; dirlo vecchio non lo rende per magia vecchio. La sua vecchiaia dipenderà dai particolari concreti, non da quante volte ripeto che è “vecchio”.

La posizione di Lubbock è radicale ed è stata aspramente criticata. Tuttavia non è una posizione assurda. Una definizione di “narrativa” potrebbe essere: l’arte del mostrare attraverso le parole. Sarebbe una buona definizione e Lubbock avrebbe ragione.

Senza entrare nel filosofico, il succo è semplice: scegliere consapevolmente quando mostrare e quando raccontare è fondamentale. Dal punto di vista dello stile, ovvero del come si racconta una storia, niente è più importante. Non parliamo di una “regoletta”, parliamo di uno dei cardini della narrativa. E, se si vuole seguire Lubbock, parliamo della narrativa stessa.

Introduzione storica

Mi è capitato di imbattermi in “scrittori” (sebbene questi tizi non scrivano un bel niente, imbrattano solo di moccio la carta) con idee bizzarre riguardo lo “Show don’t tell”. Una delle più bislacche è quella che lo “Show don’t tell” sia una “trovata” moderna, colpa di Hollywood; “una sensibilità mediata dal cinema” – nelle parole di uno degli imbrattatori.

Sugimori Nobumori, più noto con il nome di Chikamatsu Monzaemon, è stato un famoso drammaturgo giapponese, “lo Shakespeare nipponico”.[1] Il saggio del 1738 Naniwa miyage riporta alcune considerazioni di Monzaemon[2] riguardo la narrativa e il teatro. Per esempio si legge (vi risparmio il giapponese, qui di seguito la traduzione inglese di Donald Keene):

bandiera EN There are some who, thinking pathos is essential to joruri, make frequent use of expression as ‘it was touching’ in their writing, or who when chanting do so in voices thick with tears, in the manner of Bunya-bushi.
This is foreign to my style. I take pathos to be entirely a matter of restraint.
Since it is moving when all parts are controlled by restraint, the stronger and firmer the melody and words are, the sadder will be the impression created. For this reason, when one says of something which is sad that it is sad, one loses the implications, and in the end, even the impression of sadness is slight. It is essential that one not say a thing that ‘it is sad’, but that it be sad of itself. For example, when one praises a place renowned for its scenery such as Matsushima, by saying, ‘Ah, what a fine view!’ one has said in one phrase all that one can about the sight, but without effect. If one wishes to praise the view, and one says numerous things indirectly about its appearance, the quality of the view may be known by itself, without one’s having to say, ‘It is a fine view.’ This is true of everything of its kind.

bandiera IT Alcuni, credendo che il patos sia essenziale per lo joruri, usano frequentemente nei loro scritti espressioni come “toccante”, oppure quando cantano lo fanno con voce rotta dalle lacrime alla maniera di Bunya.
Questi metodi sono estranei al mio stile. Io considero il patos una questione di disciplina. Si crea patos commovente quando tutte le parti sono controllate da una disciplina; più nette e precise sono parole e melodia, più si creerà un’impressione di malinconia. Per questa ragione, quando qualcuno dice che qualcosa triste è triste, si perdono le implicazioni e alla fine anche l’impressione di tristezza è minima. È essenziale che non si dica che qualcosa “è triste”, ma che la cosa sia triste in sé. Per esempio, quando si elogia un luogo rinomato per il suo paesaggio come Matsushima, dicendo: “Ah, che bella vista!” si è detto in una frase tutto quello che si potrebbe dire sul paesaggio, ma senza creare emozione. Se si vuole lodare il paesaggio e si dicono diverse cose indirettamente riguardo il suo aspetto, la bellezza del paesaggio emergerà da sola, senza che si debba dire: “Che bella vista.” Questo è vero per ogni situazione simile.

C’è poco da aggiungere: è una spiegazione di come funziona lo “Show don’t tell” da manuale. Non bisogna raccontare che qualcosa è triste o che il paesaggio è bello; bisogna mostrare caratteristiche della cosa o del paesaggio in modo che l’impressione di tristezza o bellezza emerga da sola, senza bisogno che l’autore venga a spiegarlo. E bisogna farlo perché così l’impressione sul pubblico è più intensa. È più emozionante quando tristezza o bellezza le abbiamo davanti al naso, che non quando ci viene raccontato che qualcosa è triste o bello.

Dato che il tipico autore fantasy nostrano è un ignorante patentato, specifico: nel 1738 il cinema non era ancora stato inventato e Hollywood non era ancora stata fondata.

Il magnifico panorama di Matsushima
Il magnifico panorama di Matsushima

In Occidente si trovano le prime tracce del concetto alla base dello “Show don’t tell” nell’opera The Philosophy of Rhetoric dell’abate George Campbell, opera che l’autore ha iniziato a scrivere nel 1750.
Nel Libro III, Capitolo I, Sezione I Campbell scrive:

bandiera EN I begin with proper terms, and observe that the quality of chief importance in these for producing the end proposed, is their specialty. Nothing can contribute more to enliven the expression, than that all the words employed be as particular and determinate in their signification, as will suit with the nature and the scope of the discourse. The more general the terms are, the picture is the fainter; the more special they are, it is brighter. The same sentiments may be expressed with equal justness, and even perspicuity, in the former way, as in the latter; but as the colouring will in that case be more languid, it cannot give equal pleasure to the fancy, and by consequence will not contribute so much either to fix the attention, or to impress the memory.

bandiera IT Comincio con i termini appropriati, e osservo che la qualità di maggior importanza per raggiungere lo scopo voluto è la loro specificità. Niente può contribuire maggiormente a rendere vivida la narrazione quanto l’uso costante di parole precise e specifiche nel loro significato, come meglio si adatta alla natura e allo scopo del discorso. Più i termini sono generici, più l’immagine è sbiadita; più i termini sono specifici, più l’immagine è vivida. Le stesse emozioni possono essere espresse con uguale onestà, e persino chiarezza, in una maniera o nell’altra; ma usando la prima maniera, le tinte saranno più fiacche, non sarà procurato lo stesso piacere, e di conseguenza sarà più difficile far mantenere l’attenzione o lasciare un’impressione duratura.

Campbell non è esplicito come il giapponese, ma anche qui stiamo parlando di “Show don’t tell”: non usare termini generici (che sono raccontare), ma usare termini specifici (che sono mostrare).
Confrontate:

Qualche tempo fa, Anna ha avuto un incidente e si è fatta male.

con:

Ieri Anna è scivolata. Le ruote del tram le hanno tranciato le dita delle mani.

Più passo dal generale allo specifico, più passo dal raccontare al mostrare, e più la narrazione è vivida. Suscita più interesse, mantiene sveglia l’attenzione, si imprime nella memoria. Se racconto che Anna ha avuto un incidente, questa informazione sarà dimenticata nel giro di poche pagine, se ne ho bisogno venti capitoli dopo dovrò ripeterla; se invece mostro l’incidente, rimarrà impresso magari per anni dopo che il lettore ha finito il libro.

Dato che il tipico autore fantasy nostrano è un ignorante patentato, specifico: nel 1750 il cinema non era ancora stato inventato e Hollywood non era ancora stata fondata.

Qualcuno potrebbe pensare che queste siano eccezioni, che dopo Monzaemon e Campbell lo “Show don’t tell” sia sparito dalla coscienza collettiva per riaffiorare con il cinema. Non è così. Se ne è sempre discusso negli ultimi tre secoli.

Per esempio Herbert Spencer, il celebre filosofo, spiega il principio alla base dello “Show don’t tell” nel suo saggio del 1852 The Philosophy of Style – lo citerò in dettaglio più avanti nell’articolo.

E dato che il tipico autore fantasy nostrano è un ignorante patentato, specifico: nel 1852 il cinema non era ancora stato inventato e Hollywood non era ancora stata fondata.

* * *

Perciò, quando sentite qualche presunto autore starnazzare in questa maniera:

Io me ne frego delle regole della narrativa! Me ne frego dello “Show don’t tell”! Io non mi piego alle mode moderne pilotate dal marketing!

Ecco, sapete di avere di fronte un gonzo ignorante come una capra.

Hollywood anni '10
Il primo studio cinematografico ha aperto a Hollywood nel 1911

Non dico che per scrivere bene occorra aver studiato Campbell, Spencer o la drammaturgia giapponese del ’700, dico che per scrivere bene occorre evitare i pregiudizi idioti.
Potete scrivere quello che vi pare, come vi pare, ma prima di cadere in “ragionamenti” simili a quello dell’autore di cui sopra, informatevi. Non avete niente da perdere e tutto da guadagnare.

Il mostrare e la verosimiglianza

Arrivo all’Università, entro nell’aula, mi siedo e sussurro alla tizia accanto a me: «Ieri sera sono andata a cena con un vampiro.»
La risposta sarà: «Devi cominciare a dire scemenze la mattina presto?»

Questo perché ho raccontato un evento impossibile (almeno per le attuali conoscenze scientifiche).
Se mostro i segni dei canini sul collo e un filmato nel quale si vede un tipo che si trasforma in pipistrello nel mio salotto, difficilmente le mie affermazioni saranno ancora scemenze. In altre parole il mostrato fornisce verosimiglianza al mio raccontato.
E quando parliamo di narrativa fantastica la verosimiglianza è vitale. La verosimiglianza separa le storie degne di essere ascoltate dalle stronzate. Nessuno vuole perdere tempo con le stronzate.

In altri generi, a meno di errori clamorosi, una storia raccontata male rimane solo una storia raccontata male. Una storia di narrativa fantastica raccontata male è una stronzata. Suscita disgusto e disprezzo.
Racconto alla mia compagna di Università di essere rimasta a casa a guardare la TV. Ho visto un film con Chris Pine. Peccato che a quell’ora, su quel canale, ci fosse la partita. La mia amica penserà che mi sia sbagliata, capita.
Racconto di essere stata rapita dagli alieni, senza fornire alcuna prova. La mia amica penserà che io sia impazzita o che la voglio prendere in giro.

In una mail lettera del 1953, Raymond Chandler chiede al suo interlocutore se ha mai letto “Science Fiction” e conclude domandando se è vero che gli editori pagano per spazzatura del genere. Questo atteggiamento è per molti versi giustificato.
La narrativa fantastica ha fama di essere letteratura di serie B. È una fama meritata. Da un lato abbiamo un genere difficilissimo da scrivere, dall’altro una marea di autori convinti che sia il contrario e che si possa procedere a starnuti. Il risultato è una montagna di spazzatura (non solo in Italia) che travolge le opere buone.
Se scrivete fantastico fatelo seriamente. La noosfera non ha bisogno di essere inquinata da nuovi rifiuti.

* * *

Rendere verosimili elfi e vampiri può sembrare un’impresa disperata. E non c’è dubbio che una fetta di pubblico non accetterà mai questo tipo di narrazioni, non importa quanto l’autore sia bravo.[3] Però c’è anche chi ha fatto del rendere verosimili elfi e vampiri una professione, e non parlo degli scrittori. Parlo di sensitivi, ufologi, cartomanti, fantarcheologi & ciarlatani assortiti. I tizi che ti vendono la Croce Magica di San Germano, mistica reliquia infusa di potere spirituale; cura il mal di schiena e ti permette di parlare con il gatto morto.

Per cavarti i 200 euro della Croce Magica, questi signori usano una serie di tecniche, tra le quali lo “Show don’t tell”.
Se io dico:

Qualcuno qualche volta ha provato la Croce Magica ed è stato meglio di prima.

Non convinco nessuno. Non convinco nessuno perché racconto. Perché i termini sono vaghi e generici.
Se dico:

Mi chiamo Roberta Cardato, ho ventiquattro anni, abito a Tresnate provincia di Varese. Tutto è cominciato il 24 dicembre, la vigilia. Ero in piedi sulla sedia per mettere la stella in cima all’albero di Natale, quando la mia gatta Birba mi è saltata tra le gambe. Ho perso l’equilibrio e sono caduta di schiena. Una botta terribile. Sono rimasta inchiodata a letto tutte le vacanze e il dolore non è passato. Medici, chiroterapisti, antibiotici, antinfiammatori: niente, non funzionava niente. Finché a San Valentino, il mio fidanzato, Mattia, non mi ha regalato la Croce Magica di San Germano. Appena l’ho presa tra le mani ho sentito un calore benefico. È bastato un giorno con la Croce al collo e già stavo meglio. Una settimana dopo ero guarita, in tempo per andare a sciare con Mattia! E adesso non ho più neanche paura di cosa succederà alla morte della Birba, perché grazie alla Croce Magica di San Germano, potremo sempre rimanere in contatto.

L’impatto è ben diverso. Non c’è più “qualcuno”, “qualche volta”, c’è una storia concreta, specifica, precisa. L’effetto taumaturgico della Croce è mostrato in un contesto. E la storia di Roberta potrebbe essere la tua. Anche tu puoi guarire! Se hai 200 euro (pagamento in contrassegno, bonifico o via PayPal).

I venditori della Croce elencano decine di casi come quello di Roberta; riportano la testimonianza del dottor De Carolis, che ha svolto sulla Croce seri esperimenti scientifici; riproducono sul loro sito web la foto di Elvis che stringe la Croce tra le dita.
Creano una narrazione basata su una marea di dettagli concreti, finché il gonzo di turno pensa: “Non è possibile che si siano inventati tutto! Non è possibile che siano tutte coincidenze, non è possibile che così tanti fatti siano falsi! Ecco i 200 euro!”
E invece i fatti sono tutti falsi e la Croce è una patacca di plastica che prodotta in serie costa 50 centesimi.
Ma non importa. Non importa la “verità” come valore assoluto, importa che il lettore, quando legge un romanzo, si trovi nella stessa condizione mentale del gonzo che sgancia i 200 euro. Per quanto razionalmente sappia che i vampiri e gli elfi non esistono, la narrazione è così precisa e concreta che non le si può negare un fondo di verità. E se una storia di elfi o di vampiri è vera, è degna di essere ascoltata. Dunque il lettore si sorbisce felice le 400 pagine del romanzo e quando uscirà il secondo volume correrà a comprarlo.

San Germano di Parigi
San Germano di Parigi

Ok, questo in teoria. In pratica il successo commerciale deriva da molti altri fattori; la qualità è un fattore secondario. Tante volte il successo arride a chi bara: Twilight è inverosimile, ma può permetterselo perché non è fantasy. Edward Cullen è giovane, bello (letteralmente splende!), ricco, ecc.; la Meyer racconta che è un vampiro, ma in verità mostra il cliché del Principe Azzurro. Il cuore del racconto non ha niente a che vedere con il fantastico.

* * *

Per ricapitolare: gli scrittori di narrativa fantastica chiedono ai propri lettori di credere all’impossibile. Per convincere i lettori hanno a disposizione un arsenale di tecniche narrative. Una delle tecniche più potenti consiste nel narrare concatenando una serie di particolari concreti; ovvero narrare mostrando la storia. Non ci sono ragioni per rinunciare a quest’arma.

Riconoscere & sopprimere il raccontato

Mostrare è più efficace di raccontare. Purtroppo mostrare è anche più difficile: richiede esercizio, attenzione, documentazione – puoi raccontare quello che non sai: “Anna è salita sul Boeing 747, si è seduta al posto del pilota e ha fatto decollare l’aereo”, non lo puoi mostrare; non puoi fornire particolari concreti riguardo a come si pilota un aereo se non ti sei documentato a proposito.

Se si scrive senza disciplina, a furia di risate e starnuti, la tendenza istintiva è di scivolare nel raccontato. Quando si racconta le parole fluiscono rapide, senza fatica, la storia procede spedita. Peccato che il risultato sia spazzatura.
Ci vuole molta pratica prima che scrivere mostrando divenga naturale. Per raggiungere questo obiettivo, il primo passo è rendersi conto di quando si racconta invece di mostrare.

L’indicatore numero uno è la presenza di termini astratti o generici.
Questo non vuol dire che per forza ogni termine astratto o generico sia sbagliato, vuol dire che, quando rileggiamo la storia, dobbiamo prendere ognuno di questi termini come un campanello d’allarme. Ci potrebbe essere un problema. Occorre verificare se quel termine è accettabile o no.

Michele era un ragazzo molto alto.

Non ci sono termini astratti, ma “molto alto” è un’espressione generica. Campanello d’allarme! Un brutto raccontato con zampette pelose scorrazza sul manoscritto. Bisogna schiacciarlo sotto il tacco! … Sigh.

Due strade: dobbiamo decidere se l’altezza di Michele ha un ruolo nella storia, oppure se è solo “colore”, se è solo un dettaglio per dare credibilità al personaggio.
Nel primo caso c’è poco da fare: bisogna imbastire una o più scene nelle quali l’altezza giochi un ruolo importante – per esempio si può mostrare Michele mentre gioca a basket.
Nel secondo caso, basta un pizzico di furbizia, basta “spacchettare” l’altezza in un’immagine concreta:

Michele chinò la testa salendo sulla carrozza della metropolitana.

Oppure, in maniera indiretta:

Anna si alzò in punta di piedi per baciare Michele sulle labbra.

Notare che potrebbero essere le carrozze particolarmente basse. O magari Anna è una nana. Ma ha importanza? In fondo non esiste un “molto alto” in assoluto, esiste un “molto alto” in rapporto alle porte o alle fidanzate; in rapporto alle taglie dei vestiti o ai letti degli alberghi.
E nessuno vieta di utilizzare l’intero ventaglio dei dettagli: porte, fidanzate, vestiti, letti. Anzi, è meglio: secondo Flaubert, un particolare sembra vero solo quando è ribadito almeno tre volte.

Per quel che ho letto di lei, Katie MacAlister è una pessima autrice. Ma anche una pessima autrice quando deve parlare delle dimensioni del protagonista maschile non si rifugia nel dire che “ce lo aveva grosso.” Infatti in Steamed: A Steampunk Romance scrive:

bandiera EN “You appear to be larger than I expected,” I said, wrapping one hand around him, and noting how much was left over.
[...]
“You’re not quite two hands, in case you were wondering. That is good—two hands’ worth would be excessive. I could not approve of two hands’ worth. But one hand and slightly more than a half of a second hand—that is reasonable. I approve of your dimensions, even if they are a bit more robust than I had anticipated.”

bandiera IT “Mi sembri più grosso di quanto mi attendevo,” dissi, passandoci una mano intorno, e notando quanto era rimasto.
[...]
“Non sei proprio due mani, nel caso te lo stessi chiedendo. Il che va bene – una grandezza di due mani potrebbe essere eccessiva. Non potrei approvare una grandezza di due mani. Ma una mano e un po’ più di metà della seconda mano – è ragionevole. Approvo le tue dimensioni, anche se sei un po’ più robusto di quanto mi aspettassi.”

Puro romanticismo, altro che Twilight. Circa. Ho usato questo esempio un po’ volgare per una ragione, che illustrerò in seguito. Intanto il principio rimane lo stesso: non raccontare che Michele è alto o ce l’ha grosso, ma mostrare nel concreto altezza e grossezza. Molto alto è generico, Anna in punta di piedi è concreto; grosso è generico, una mano e poco più della metà dell’altra è concreto.

Copertina di Steamed
Copertina di Steamed: A Steampunk Romance

Ho detto che più si è precisi, più si evita il generico e l’astratto meglio è. Si potrebbe pensare che non ci sia niente di più preciso dei numeri. Però:

Michele era alto 2 metri e 14 centimetri.

Funziona poco. A meno che il lettore non sia un geometra, non è in grado di dare concretezza ai numeri. Michele che china la testa per non sbatterla o Anna in punta di piedi il lettore li vede, i numeri no.

Appena superiamo le dita di una mano, i numeri perdono significato.

In piazza c’erano tre persone.

Chiaro e concreto.

In piazza c’erano 82 persone.

Astratto. Non ha significato per il lettore.

Un altro esempio:

La torre era alta 286 metri.

È astratto.

La cima della torre spariva avvolta tra le nubi.

È concreto.

Consideratela in questo modo: quando si parla di misure, si fa sempre una similitudine. Quando scrivo che la torre è alta 286 metri, in realtà scrivo: “l’altezza della torre è simile all’altezza che si ottiene impilando 286 sbarre di platino-iridio[4] lunghe un metro.” Ed è una similitudine difficile da visualizzare. Viceversa, se parlo di altezza delle nubi, il lettore non ha problemi a vedere la scena, perché ha esperienza quotidiana di nubi.

Le similitudini devono semplificare il concetto, non renderlo più complesso. Mettere in rapporto Michele con una porta o con una ragazza in punta di piedi è semplice, metterlo in rapporto a 214 unità di misura molto meno.
Lo stesso vale per qualunque altro tipo di misurazione. Se non ci sono ragioni specifiche (per esempio il punto di vista è dell’architetto della torre giusto impegnato a progettarla), i numeri vanno evitati.

* * *

Ho preso come esempi due termini generici (alto e grosso), lo stesso concetto si applica ai termini astratti, come la vecchiaia esaminata a inizio articolo.
“Michele è generoso”, “Michele ha un carattere solare”, “Michele adora la compagnia degli animali”, “Michele odia leggere” e così via. Questo è raccontare, non è un granché, se si vuole diventare bravi scrittori bisogna sforzarsi di mostrare.

Fiammetta era una fatina piccina e permalosa.

Diventa:

La fatina Fiammetta strizzò gli occhietti, si coprì il faccino con il dorso della manina. La mezzaluna di luce brillava sopra di lei. Il gatto, doveva essere stato il gatto. Il felino si era strusciato contro la teiera e aveva smosso il coperchio.
Fiammetta si piegò sulle ginocchia. Saltò. Le dita afferrarono il bordo di porcellana della teiera. Chiuse le ali e spinse con la schiena contro il coperchio. L’intera mattinata intrappolata al buio. Nessuno l’aveva mai trattata così! Diede un colpo di reni. Il coperchio scivolò giù. La fatina volò fuori dalla teiera.

Fiammetta sgusciò tra le ante accostate della finestra. Cinzia era in giardino, seduta tra l’erba, la bambola della principessa Himiko in una mano, un drago di plastica nell’altra. Fiammetta volò davanti al viso della bambina.
Cinzia sgranò gli occhi. «Oh… scusa. Scusa! Stava arrivando la mamma e allora. Per nasconderti.»
Fiammetta incrociò le braccia. «E poi ti sei dimenticata di me. Sai, comincio a sospettare che tu non gradisca la mia compagnia.»
La bambina era sbiancata. «No, no. Scusa.»
«Non mi interessano le tue scuse. Hai sbagliato e devi pagare. Avanti, non farmi perdere tempo.»
Cinzia lasciò cadere il drago. Si morse il labbro. Lacrime scesero sulle guance arrossate. Offrì alla fatina la mano aperta, il palmo verso l’alto.
La fatina tagliò il palmo con una scheggia di vetro; un solco di sangue dal mignolo al pollice. «E se i tuoi genitori scoprono qualcosa, ti cavo gli occhi.»
Fiammetta rinfoderò la scheggia sotto il vestitino.

Sono stata forse troppo stringata, si può fare di meglio, ma spero che il concetto sia chiaro.

La fatina Fiammetta
La fatina Fiammetta

Una conseguenza di quanto visto finora è la norma che prescrive di evitare gli avverbi.
Certo, ci sono avverbi da evitare semplicemente(…) perché inutili – il classico “sbatté violentemente la porta”, come se fosse possibile “sbattere” senza violenza.
Certo, ci sono avverbi da evitare perché sostituibili da verbi più precisi – il classico “chiuse violentemente la porta” che diventa il più elegante “sbatté la porta”.
Ma in generale la ragione che dovrebbe spingere lontano dagli avverbi è che gli avverbi raccontano. Nella quasi totalità dei casi sono termini astratti o generici.

Michele scrisse l’articolo accuratamente.

È troppo generico. Meglio mostrare Michele che consulta per due ore Wikipedia, che scrive una mail a un suo amico esperto in materia, che fa un giro alla biblioteca locale per spulciare le pagine di un vecchio quotidiano che non si trova su Internet.
E se invece l’accuratezza non ha importanza per la storia, inutile inserirla. Come ho già spiegato, il raccontato non rimane impresso in mente, dunque perché sprecare inchiostro?

Notare che:

Michele scrisse l’articolo con cura.

È lo stesso. È un pochino meglio perché “con cura” si legge più spedito di un farraginoso ac-cu-ra-ta-men-te, ma il problema di fondo rimane. Non fate i “furbi”, non è cambiando la singola parola che si risolve la questione.

Un errore comune è quello di raccontare e mostrare (o raccontare e ri-raccontare in maniera meno generica):

Michele scrisse l’articolo con cura: consultò per due ore Wikipedia, chiese via mail un parere al suo amico esperto di lucertole, passò il pomeriggio a spulciare i vecchi numeri di Rettili Oggi.

È un errore dovuto all’insicurezza. L’autore (in)consciamente dice al lettore: “Visto che non parlo a vanvera? Ho scritto ‘con cura’ mica per caso, infatti ecco tutti i fatti a dimostrazione.”
Non funziona. I casi sono due: o il lettore la vede come l’autore (e dunque è superfluo specificare che l’articolo era scritto “con cura”, i fatti già lo mostrano), oppure il lettore rimane di stucco. Ma come, pensa, due ore su Wikipedia e un pomeriggio a sfogliare vecchie riviste lo chiami documentarti con cura? Ma quando mai! Questo autore proprio non ne capisce un’acca di cosa voglia dire scrivere un articolo accuratamente!
Dunque la parte raccontata (“con cura”) o non ottiene alcun effetto, oppure ottiene un effetto negativo. Non mettetela!

La domanda interessante è: come faccio a trasmettere al lettore che Michele scrive accuratamente? Se lo racconto, il lettore non ci crederà. Se lo mostro, il lettore potrebbe non essere d’accordo con me.

La riposta è: non puoi. Non si può forzare la morale della favola (Michele che scrive accuratamente è la “morale” del passare la giornata a documentarsi). Si può mostrare nella maniera più vivida possibile quello che è successo, dopodiché il giudizio spetta al lettore.

Anna è credente. Rispetta i comandamenti e va sempre a messa. Un giorno, mentre attraversa la strada, è stirata da un autobus. È portata in fin di vita all’ospedale, dove le amputano le gambe.
Qual è la morale? Che Dio non esiste o non si prende cura dei suoi fedeli? Oppure che Dio esiste e ha sempre un occhio di riguardo per chi crede in Lui? (di solito chi finisce travolto da un autobus muore).
Deciderà il lettore. Se si cerca di forzargli la mano lo si imbizzarrisce e basta.

Lo stesso discorso fatto per gli avverbi vale per gli aggettivi. Perché si consiglia di usarli con parsimonia? Perché gli aggettivi concreti e specifici (rosso, ruvido, umido, ecc.) sono pochi. Gli altri sono aggettivi astratti o generici e come tali vanno soppressi. Non ascoltate i lamenti degli aggettivi, metteteli al muro e fucilateli.

Era una bella mattinata di ottobre. Un’allegra Anna si stava recando al suo prestigioso lavoro presso una rinomata ditta di tostapane.

Se la bellezza della mattinata, l’allegria di Anna, il prestigio del lavoro o la fama della ditta hanno importanza per la storia, si mostrano. Altrimenti gli aggettivi vanno giustiziati e basta. No, non ci sono scuse che tengano.

* * *

Altre bestiacce figlie del raccontato che spesso non sono identificate come tali:

Icona di un gamberetto Le espressioni: “provò a”, “tentò di”, “(non) riuscì a”, “cercò di” e così via. Sono sempre un raccontare.

Per esempio, Anna è inseguita da Michele armato di mannaia:

Anna corse alla porta. Provò ad aprirla ma non ci riuscì.

Bah! Così scrivono gli autori di Serie C (gli autori italiani scrivono: “Provò furiosamente ad aprirla, ma non ci riuscì nonostante ci avesse provato disperatamente.”); gli autori decenti tagliano il “provò” e il “riuscì” e mostrano le dita sudate che scivolano sulla maniglia, la maniglia che gira a vuoto, i pugni picchiati contro il battente, i capelli sugli occhi, il rumore dei passi di Michele e ogni altro particolare degno di nota.
Più difficile, più faticoso, più impegnativo. E allora? Nessuno sostiene che scrivere narrativa sia facile e indolore.

Michele imbestialito
A furia di essere protagonista degli esempi, a Michele sono saltati i nervi

Icona di un gamberetto Il battito artificiale del tempo: “prima”, “dopo”, “poi”, “in seguito” e anche “pochi istanti”, “improvvisamente”, “al momento” e così via. Sono sempre un raccontare.

Anna entrò nella stanza. Poi si sedette e prima di cominciare a studiare si infilò gli occhiali, dopo averli puliti. Fissò la copertina del libro di storia per qualche istante. Improvvisamente le venne voglia di mangiare un gelato, cosa che avrebbe fatto in seguito.

Si sente tra le righe la presenza del narratore, qualcuno che ha già assistito ai fatti e si permette di ordinarli come gli pare. Non siamo nel vivo dell’azione. Siamo in poltrona ad ascoltare una storia, che ci viene confermato è solo una storia. Non va bene.

Il tempo deve essere scandito dalle azioni, se non scorre fluido occorre cambiare le azioni, non intervenire inserendo “istanti” o “dopo” o “poi” o, peggio ancora, “prima”.

Prendiamo:

Anna fissò la copertina del libro di storia per qualche istante.

Posso togliere gli istanti senza colpo ferire:

Anna fissò la copertina del libro di storia, le venne voglia di mangiare un gelato.

Mentre il lettore legge la frase, “qualche istante” è passato, non c’è bisogno di ribadirlo.

Se invece voglio sottolineare la pausa, il modo giusto è aggiungere il mostrato:

Anna prese una matita e disegnò un fiorellino nell’angolo in alto a destra della copertina.

Anna perde tempo e lo vediamo. Perciò:

Anna entrò nella stanza. Poi si sedette.

Oppure:

Anna entrò nella stanza. Si chiuse la porta alle spalle. Si tolse la giacca. Andò alla scrivania e si sedette.

Piccolo Quiz

Piccolo quiz per verificare se siete entrati nello spirito dello “Show don’t tell”:

Anna cominciò a studiare.

È mostrato o raccontato?
mostra la risposta ▼

Icona di un gamberetto Parolacce quali: “pressappoco”, “quasi”, “circa”, “piuttosto” e così via. Sono sempre un raccontare.

Il cervello degli esseri umani non ha le capacità per distinguere una cosa dal “quasi” quella cosa, o da “pressappoco” quella cosa, o da “circa” quella cosa.

Le ali della fatina sono pressoché rosse.

È preciso identico uguale non-cambia-una-virgola dallo scrivere:

Le ali della fatina sono rosse.

Perciò tanto vale mettere il “pressoché”. Se invece il “pressoché” indicava una sostanziale differenza tra le ali rosse e le ali pressoché rosse, occorre mostrare.

Le ali della fatina sono rosse, con macchioline bianche lungo il profilo.

Chiedetevi perché avete scritto che una cosa è quasi quella cosa o circa quella cosa. Se c’è una ragione specifica mostratela, altrimenti togliete i quasi e i circa, i piuttosto e i pressappoco.

Fatina con le ali pressoché rosse
Fatina con le ali pressoché rosse

Analizziamo questo passaggio, scritto da un autore che ho paura si illuda di essere più bravo di quanto in realtà sia:

L’Università era una sorta di città-nella-città, con le sue mura, i suoi viali, i suoi dormitori e anche un paio di officine idromeccaniche, oltre alla bottega di un pittore.

Abbiamo l’errore visto in precedenza di prima raccontare (“città-nella-città”) e poi mostrare (viali, dormitori, officine, bottega). In più c’è quel brutto “una sorta”.
“Una sorta” rientra nella categoria dei “quasi”, “circa”, “piuttosto”. Anche se nel caso specifico le motivazioni dietro “una sorta” sono diverse rispetto alle motivazioni del “pressappoco” legato alle ali della fatina. Qui è più l’autore che sussurra al lettore: “Ho detto città-nella-città? Cioè, volevo dire una sorta di città-nella-città. Eh, non prendermi sempre alla lettera. Una sorta.” Ma se persino l’autore ha dubbi di verosimiglianza su quello che scrive, figuriamoci il lettore.
E la soluzione giusta è la solita: non esprimere giudizi (“città-nella-città”) dei quali non si è neanche convinti (“una sorta”), ma mostrare questa benedetta città-nella-città; il lettore stabilirà lui se era una vera città-nella-città o “una sorta”. Infatti il paragrafo non dovrebbe neanche cominciare con “L’Università è”, dovrebbe cominciare con il personaggio punto di vista che percorre i viali della Università-città e vede, sente, annusa il mondo intorno a sé.

Come esercizio, analizzate voi questo piccolo capolavoro della nostra amata Licia:

Era una sorta di castello piuttosto massiccio [...]

Lei è sempre la migliore!

* * *

Un paio di esempi nei quali un termine generico o astratto non indica dannoso raccontato.

Erano rimaste due fette di torta. Anna fece la linguaccia a Michele e prese la fetta più grossa.

Il “grossa” serve solo a distinguere una fetta dall’altra. Non importa quanto le fette siano grosse, qui lo scopo è mostrare il rapporto tra Anna e Michele, non la torta.

Anna pensò che Michele era un gran figo.

Se scrivo così con lo scopo di descrivere l’aspetto fisico di Michele sbaglio, ma se scrivo per mostrare il carattere superficiale di Anna è giusto. I personaggi possono pensare in termini astratti o generici; se voglio aprire una finestra sui loro meccanismi mentali, posso usare termini astratti o generici.
Ma devo essere consapevole di quello che sto facendo, tenendo presente che:
• È una tecnica rischiosa. Se voglio mostrare che Anna è frivola, forse faccio prima a farle collezionare scarpe rosa.
• Difficilmente posso ottenere un doppio risultato. Qui ho mostrato il carattere di Anna e basta. Non ho descritto Michele. Se voglio che Michele sia sul serio un gran figo, dovrò comunque in altro momento mostrarne la “figaggine”.

In generale, più la telecamera è in profondità nella testa del personaggio, più si hanno margini di manovra. Se scriviamo in prima persona e il mostrare va in conflitto con il naturale flusso di pensiero del personaggio, possiamo decidere di non mostrare.

Intendiamoci bene: questo non significa che in prima persona si può scrivere come capita, significa che bisogna farsi in quattro per fornire un flusso di pensiero naturale e allo stesso tempo mostrare il più possibile. Ci sono più margini di manovra, ma nel complesso il compito è più arduo.
È lo stesso problema dei dialoghi: devono essere interessanti e devono essere naturali.

Scrivendo in prima persona con il punto di vista di Michele:

Odio Anna dal profondo del cuore.

È un pensiero astratto. È un pensiero naturale? Sì, può esserlo. Dunque tutto bene? Non proprio. Dovete essere orgogliosi. Non accontentatevi del 6 stiracchiato, del minimo sindacale.
Magari se scrivete:

Vorrei legare Anna e ficcarle chiodi arrugginiti nelle gengive.

Il pensiero suona ancora naturale (per certi versi di più), con il vantaggio che avete mostrato l’odio. I sentimenti diventano immagini. Parole a caso diventano narrativa.

* * *

Seguire il principio dello “Show don’t tell” implica rinunciare al narratore onnisciente. Infatti il narratore onnisciente per essere tale deve esprimere concetti astratti o generici. Se descrive dettagli concreti, non c’è bisogno di lui, basta prendere il punto di vista di un personaggio che osservi quei dettagli.

Il narratore onnisciente è quello che scrive:

[Il nostro eroe era] più amico di Dickens che dei videogiochi, non era uno stupido né uno svagato.

Ovvero una sfilza di termini generici o astratti. Se il narratore avesse mostrato il nostro eroe che rinuncia a un coupon per 6 mesi gratis a World of WarCraft e torna a sprofondarsi in poltrona per leggere Dickens, non ci sarebbe stato bisogno del narratore medesimo. Sarebbe bastato il punto di vista del nostro eroe (o il punto di vista del personaggio che gli offre i 6 mesi gratis).

Se mostrate non avete bisogno di un narratore onnisciente. E dato che è sempre meglio mostrare, non c’è alcuna scusa per tirar dentro il narratore onnisciente in un romanzo.
Se sentite il bisogno irrefrenabile di commentare le vostre stesse storie, scrivete un saggio. Lì potrete spiegare con agio il vostro amore per Dickens o il disprezzo per i videogiochi. Nessuno vi accuserà di interferire, anzi, quelli che compreranno il libro lo faranno proprio per ascoltare la vostra opinione.

Piccolo Quiz

Secondo piccolo quiz per verificare se siete entrati nello spirito dello “Show don’t tell”:

Anna si distrae tracciando con l’indice il profilo delle nuvole.

È mostrato o raccontato?
mostra la risposta ▼

* * *

Quando fanno capolino termini astratti o generici, lì intorno zampetta l’insetto viscido del raccontato. Ma se io scrivo:

Anna strangolò l’orco.

Sto mostrando o raccontando? “Anna”, “strangolare” e “orco” sono termini specifici, non sono generici o astratti; dunque è mostrare? Sì e no. Potrebbe essere un mostrare adeguato se il punto di vista fosse esterno all’azione (per esempio un terzo personaggio che guarda), ma se il punto di vista è di Anna o dell’orco non ci siamo.
Bisogna sporcarsi le mani. Nel caso in esame, letteralmente: sarebbe opportuno mostrare le dita di Anna attorno al collo della bestia, i latrati dell’orco, il tentativo del mostro di azzannare Anna, la puzza di marcio, la bava che le bagna la faccia, lo sforzo di lei, i muscoli tesi, le unghie che si spezzano contro le squame e ogni altro altro particolare concreto che renda vivida la situazione. Come già visto quando Anna doveva aprire la porta inseguita da Michele.

“Sporcarsi le mani” non è solo legato all’azione violenta, “sporcarsi le mani” è anche evitare di scrivere:

La biblioteca del professor Polipo era colma di trattati sui calamari.

Ma andare a descrivere quel particolare libro con il calamaro d’oro imbullonato alla costa, quell’altro libro che puzza di pesce ed è pieno di sottolineature, e il terzo libro con le pagine in pelle di pinguino – assumendo che tali volumi siano importanti per la storia e che il personaggio punto di vista sia interessato alla letteratura dedicata ai cefalopodi.

Copertina di Animals of the Ocean, in Particular the Giant Squid
Animals of the Ocean, in Particular the Giant Squid

La narrativa dovrebbe essere una catena di dettagli scelti con cura, evitando il più possibile di condensare. O, per usare una metafora sanguinolenta: la narrativa è una sega per amputazioni. Più inserite particolari concreti, più usate parole specifiche, più i denti della sega sono fitti e affilati. Quando scivolate nell’astratto o nel generico ne nascono denti spuntati, arrotondati e inutili.
La buona narrativa taglia che è un piacere, neanche vi accorgete di segare le ossa! La cattiva narrativa è un macello. È un lavoro fatto a metà, una ferita purulenta, una gamba che penzola ancora attaccata con brandelli di carne. E in più vi siete insozzati da capo a piedi. La gonna non verrà più pulita.

La timidezza e il famigerato stile evocativo

Anna posò sul tavolo una scatoletta graziosa.

Perché uno scrittore mette quel brutto “graziosa”, invece di mostrare l’intrinseca graziosità?

Escludiamo gli scrittori ignoranti, quelli che non hanno idea di cosa si intenda per “Show don’t tell”, quelli che procedono a starnuti e risate – la quasi totalità dei pubblicati in Italia in ambito fantasy.
Esclusi questi, che hanno scritto “graziosa” perché sì!!! perché è fantasy!!! perché scrivere è un sogno!!!, alcuni mettono “graziosa” per un problema di timidezza.
Perché hanno paura del giudizio del pubblico. Hanno paura che se scrivessero che la scatola è avvolta in carta rosa con nastro rosa il pubblico potrebbe pensare che sono loro frivoli e non Anna; hanno paura che se scrivessero che la scatola è avvolta in carta regalo con Topolino e Paperino il pubblico potrebbe pensare che sono loro infantili e non Anna.

Fregatevene!

Se volete essere scrittori, i giudizi di cui vergognarsi sono quelli negativi sulla vostra tecnica narrativa, non sul vostro carattere desunto da come mostrate i personaggi.
La moralità, se si vuole parlare di moralità in riferimento alla narrativa, è legata al come non al cosa. Se scrivete un romanzo con protagonista un nazista pedofilo che brucia la foresta amazzonica e lo scrivete bene, siete degni di ammirazione; se scrivete un romanzo pieno di Buoni Sentimenti™ e lo scrivete con i piedi, siete da biasimare. Qualunque giudizio che esuli dagli aspetti tecnici dello scrivere potete ignorarlo.

Il brano tratto da Steamed era un po’ volgare. Be’, avrebbe dovuto esserlo di più. Se scegli di scrivere un mezzo porno (come si è rivelato quel romanzo), è inutile che ti nascondi dietro a un dito. Vai fino in fondo.
Se scrivi un romanzo di guerra, mostra quello che succede. La narrativa non è l’equivalente su carta delle tavole rotonde in TV, dove gente che non ha mai imbracciato un fucile chiacchiera di battaglie a migliaia di chilometri di distanza e il conduttore raccomanda di mantenere un tono pacato. Quella è fuffa. La narrativa, la buona narrativa, è viscerale. Il fucile lo hai in mano e la battaglia è intorno a te. Nessuna timidezza, nessun tentennamento. Se hai problemi con la violenza lascia stare i romanzi di guerra e scrivi qualche altro genere – ma non esistono generi “tranquilli”, la buona narrativa è sempre emozionante e coinvolgente.

Parlo di “buona narrativa”, non necessariamente di “narrativa che piace” o di “narrativa che ha successo”. Un sacco di gente, in maniera più o meno inconscia, sceglie romanzi “tranquilli”. Il romanzo d’orrore che non spaventa, il romanzo di guerra dove non muore nessuno, il romanzo rosa senza passione, il romanzo di fantascienza privo di sense of wonder e magari tra qualche anno il romanzo di Bizarro Fiction senza bizzarrie. È il tipo di narrativa che si legge proprio per non emozionarsi, per spegnere il cervello; per occupare il tempo a vuoto. Scelta legittima, ma per quanto questi romanzi possano piacere, rimangono pessimi romanzi.

Una statua dallo splendore del marmo di luna e una bellezza straziante da far desiderare anche l’Inferno per poterla vedere ancora. L’aveva distratta per un istante, emergendo sul terrore folle che le invadeva il cervello.
Né morto né vivo, una creatura del sangue che cammina per l’eternità su quella soglia che agli umani è consentito varcare una volta soltanto, senza ritorno.
Lui invece, da qualche parte lungo i secoli, era tornato.
Il suo potere era talmente forte che gli aggressori non erano riusciti a vederlo. Eloise era sicura che non si fossero accorti di lui fino a che non era piombato loro addosso e adesso nel buio cieco si stava svolgendo un massacro: scorgeva solo sagome, ma aveva la percezione netta del sangue che scorreva, caldo e metallico, macchiando la polvere della strada. La misericordia del buio le celava alla vista l’immagine di corpi smembrati e della forza umana opposta a un’altra forza che di umano non aveva nulla.

Questa schifezza inqualificabile viene da un romanzo fantasy italiano regolarmente pubblicato da casa editrice non a pagamento. Il passaggio di cui sopra è persino citato su un blog “letterario”(…) a testimonianza delle qualità dell’opera, di uno stile “ricco e ricercato” adatto per “chi ama immergersi completamente nelle realtà e nelle atmosfere evocate dalle pagine.”
Il passaggio di cui sopra è in realtà uno sfolgorante esempio di narrativa “tranquilla”, direi persino “innocua”. Si parla di gente così affascinante “da desiderare l’Inferno per poterla vedere ancora”, si parla di “eternità”, si parla di “massacro”, si parla di “forza che di umano non aveva nulla”. Bene. Siete turbati, eccitati, disgustati? Sentite il pranzo che vi risale per l’esofago? Eppure è questa la reazione che dovrebbe suscitare un “massacro”. Non c’è il briciolo di un’emozione.
Narrativa di questo genere è una perdita di tempo e nient’altro. È acqua tiepida, senza sapore. E lo è non per l’argomento, ma per come è scritta.

* * *

Esclusi gli autori che non saprebbero distinguere un romanzo da un tostapane e gli autori timidi, esiste una terza categoria di imbrattacarte che scrivono “scatoletta graziosa”: i gonzi che blaterano di “stile evocativo” o di “suggestioni”.

Il problema è che costringere il lettore a “evocare” non è una buona idea. Lo spiega Herbert Spencer nel già citato saggio The Philosophy of Style.

Herbert Spencer
Herbert Spencer

Nella parte I, ii-9, Spencer illustra il principio alla base dello “Show, don’t tell”, usando il seguente esempio, che sarà ripreso in The Elements of Style di Strunk & White:

bandiera EN We should avoid a sentence as: – “In proportion as the manners, customs, and amusements of a nation are cruel and barbarous, the regulations of their penal code will be severe.” And in place of it we should write: – “In proportion as men delight in battles, bull-fights, and combats of gladiators, will they punish by hanging, burning, and the rack.”

bandiera IT Occorre evitare frasi come: – “Quanto più gli stili di vita, i costumi e i divertimenti di una nazione sono crudeli e barbari, tanto più le norme del codice penale saranno severe.” Invece bisognerebbe scrivere: – “Quanto più gli uomini si dilettano in combattimenti, corride e scontri tra gladiatori, tanto più saranno puniti con l’impiccagione, il rogo e la tortura della ruota.”

Fate un confronto con questo frammento, scritto da un autore che ho paura si illuda di essere più bravo di quanto in realtà sia:

Nei cinque mesi trascorsi laggiù aveva visto più orrori che nel resto della sua vita: dalle piccole violenze domestiche, quasi banali, agli omicidi in pieno giorno, agli stupri di gruppo. E peggio.

“piccole violenze domestiche, quasi banali”, “omicidi in pieno giorno”, “stupri di gruppo”, “peggio”, è troppo generico; è il tipo di scrittura fiacca che da secoli viene suggerito di evitare. Dunque quali sono gli orrori? Gli orrori sono sempre specifici: un bambino a cui hanno cavato gli occhi con un apribottiglie, una ragazza sodomizzata con un attizzatoio, un uomo bastonato a morte da una banda di castori mannari.
Sottolineo infine il solito errore di prima raccontare (“orrori”) e poi “mostrare” (piccole violenze, omicidi, stupri, peggio).

In ii-10, Spencer chiarisce l’esempio:

bandiera EN This superiority of specific expression is clearly due to a saving of the effort required to translate words into thoughts. As we do not think in generals but in particulars – as, whenever any class of things is referred to, we represent it to ourselves by calling to mind individual members of it; it follows that when an abstract word is used, the hearer or the reader has to choose from his stock of images, one or more, by which he may figure to himself the genus mentioned. In doing this, some delay must arise – some force expended; and if, by employing a specific term, an appropriate image can be at once suggested, an economy is achieved, and a more vivid impression produced.

bandiera IT Questa superiorità dei termini specifici è chiaramente dovuta al risparmio di energie nel trasformare le parole in pensieri. Noi non pensiamo in termini generali, ma in termini particolari – quando si fa riferimento a una classe di oggetti, noi la rappresentiamo richiamando alla mente singoli membri di essa; ne segue che quando viene usata una parola astratta, l’ascoltatore o il lettore devono pescare una o più immagini dal proprio repertorio e attraverso queste raffigurarsi la classe menzionata. Nel fare questo si consuma del tempo – e si consumano delle energie; se, utilizzando termini specifici, può essere suggerita immediatamente l’immagine più adatta, si ottiene un risparmio e si produce un’impressione più vivida.

In altre parole, cosa succede nella testa del lettore quando legge della scatoletta “graziosa”? Se il lettore non è coinvolto, non succede niente. Ignora il “graziosa” e tira dritto. Se il lettore è più di buon umore, esce dalla storia e comincia a frugare nella sua mente. Cerca rappresentanti concreti della graziosità per trasformare la formulazione astratta in immagine.
E la faccenda può essere lunga e noiosa. Magari per il lettore il culmine della graziosità sono i coniglietti e lì è una scatola; magari non c’è niente di più grazioso delle fatine e lì è una scatola. Quando pure recupera una scatoletta compatibile, non sarà la scatoletta che pensa l’autore.
L’autore poi scriverà che Anna si mette in tasca la scatoletta e il lettore proverà fastidio, perché la sua di scatoletta in tasca non ci entra.
Perdita di tempo a cercare, conseguente noia e adesso fastidio. E se la scatoletta graziosa del lettore fosse un regalo della fidanzata – il giorno prima che la povera ragazza crepasse stritolata da una macchina agricola? Evocazione riuscita! Solo dei sentimenti opposti a quelli che si volevano comunicare!

Quando uno “scrittore” parla di “suggestioni”, in realtà confessa: “Sono pigro, non so scrivere e non ho voglia di imparare; spero che tutto il lavoro lo faccia il lettore dopo avermi pagato 20 euro.” Siete autorizzati a sputare in faccia a gente del genere.

Lo scopo della narrativa è acchiappare il lettore per la collottola e trascinarlo nella storia, metterlo qui-e-ora con un fucile in mano in mezzo ai proiettili che fischiano. Se il lettore rimane in poltrona a “evocare”, il romanzo è EPIC FAIL.

Ragioni per raccontare

Ho già illustrato una ragione che può spingere a raccontare invece di mostrare: quando, considerato il punto di vista, raccontare suonerebbe più naturale. Un’altra ragione è quando si vogliono riassumere fatti noiosi che però il lettore deve conoscere per capire la storia.
Sono quelle scene dei film di Indiana Jones nella quali si vede un aereo che sorvola la mappa del mondo, a indicare che i nostri eroi si sono spostati da un punto all’altro del globo. Meglio quei pochi secondi raccontati che non tre ore di Indiana Jones che fissa le nuvole fuori dal finestrino.

Non abusate di questo espediente. Riducetelo al minimo. Il lettore non è scemo: se mostrate Indiana Jones all’aeroporto che sfugge ai nazisti e salta sul dirigibile un secondo prima del decollo, la scena dopo potete direttamente mostrare Indy che sbarca a New York. Nessuno avrà problemi a ricostruire quello che è accaduto. E se d’altra parte durante il viaggio è successo qualche evento significativo, va mostrato.

Pensate sempre bene se non sia il caso di tagliare. Nel famigerato Bryan di Boscoquieto, l’autore compie l’errore di mostrare l’inutile, indugiando sulle minuzie della vita quotidiana del protagonista. Avrebbe dovuto raccontare? Forse. Ma ancora meglio sarebbe stato tagliare in tronco quelle parti. Del pranzo di Bryan o della partita a calcetto non frega niente a nessuno, né questi fatti hanno rilevanza per la storia.

Maccheroni
Un piatto di maccheroni fumanti era già pronto in tavola e la grattugia era accanto, ad attendere soltanto Bryan per una sventagliata di formaggio.

In prima stesura mostrate sempre. Se rileggendo vi accorgete di brani e capitoli superflui, tagliate. Usate il raccontato solo come ultima opzione.

È importante abituarsi a mostrare anche per una ragione pratica: passare dal mostrato al raccontato richiede pochi istanti; passare dal raccontato al mostrato significa scrivere una o più scene, servono ore se non giorni.

Prendete l’esempio della fatina Fiammetta. Ci mettete un attimo a cancellarlo e a scrivere che Fiammetta è permalosa. Invece non è automatico passare dal concetto astratto di permalosità a una scena che lo mostri. Senza contare che il raccontato è “senza tempo e senza luogo”, può essere incastrato ovunque nella narrazione, il mostrato no. Eventuali nuove scene vanno inserite tra le altre; a romanzo concluso, può rivelarsi una rogna.
Non andate a cercare rogne: progettate come se fosse tutto da mostrare.

* * *

Ci sono poche ragioni per usare il raccontato guardando esclusivamente alla tecnica narrativa. Ce ne sono di più allargando il discorso.

Icona di un gamberetto Si usa il raccontato per risparmiare pagine. Se dovete parlare di un argomento in un numero limitato di parole – per esempio perché state scrivendo un racconto che deve partecipare a un concorso con precisi limiti di spazio – il raccontato può essere una buona scelta.
Ma prima di arrendervi studiate bene il problema: magari, scegliendo di mostrare particolari diversi da quelli che avete pensato la prima volta, parlate con compiutezza dell’argomento in oggetto rispettando i limiti.

Attenzione a credere che il raccontato sia sempre un risparmio di parole. Per citare un esempio che l’anno scorso ha suscitato centinaia di commenti di flame:

Infine giunsero nei pressi del ponte principale, un’imponente struttura arcuata, con ampie rampe inclinate che congiungeva le due sponde del fiume.

Così scrive un imbrattacarte nostrano. Posso rendere più concreti termini generici come “imponente” o “ampie” nello stesso numero di parole? Forse sì. Se scrivo:

Il fiume ruggiva contro le arcate del ponte. Uno spruzzo d’acqua bagnò la testa del brontosauro che li precedeva sulla rampa.

Ho reso più vivida la situazione mantenendo l’impressione di grandezza del ponte – dato che lo attraversa un brontosauro.
Parole originali: 22. Parole mie: 22. Non arrendetevi al raccontato senza combattere!

Icona di un gamberetto Si usa il raccontato per sfuggire alla censura. Se mostrare il vampiro che strappa le interiora alle sue vittime, può essere che il romanzo non lo pubblichino, non sarebbe adatto agli young adult. Se lo sbudellamento lo raccontate è tutto ok. Il romanzo lo spacceranno anche ai bambini.
Ma dato che non vi pubblicano comunque, è inutile farsi questi problemi!

Icona di un gamberetto Si usa il raccontato per ragioni economiche. Mostrare è difficile. Mostrare le emozioni è molto difficile. Vale la pena perdere anni dietro a un romanzo per renderlo al 100% mostrato, o non è il caso di prendere qualche scorciatoia?
Decisione che spetta a ognuno, dopo dibattito con la propria coscienza. Ma se prendete scorciatoie che sia almeno una scelta consapevole, dettata dal desiderio di scrivere nuovi romanzi. Non lasciatevi guidare dalla pigrizia o dall’ignoranza.

Ma Lovecraft raccontava!!!

Se è vero come è vero che fin dalla metà del ’700 si sapeva che mostrare è meglio di raccontare, come mai così tanti autori, anche considerati bravi, hanno passato la carriera a raccontare?

Per capirlo bisogna riprendere Le intermittenze della morte (As Intermitências da Morte, 2005) di José Saramago, romanzo già citato nell’articolo dedicato ai dialoghi. In quel romanzo, Saramago ha tolto le virgolette ai dialoghi; le battute fluiscono all’interno della narrazione, senza identificatori espliciti.
È una scelta nella direzione dello “Show don’t tell”: quando sentiamo la gente parlare, non vediamo una mano che scende dal cielo e mette intorno alle parole le virgolette. Inserire le virgolette è un intervento dell’autore, è un raccontare.
Tuttavia persino io – fan del “mostrare” – ho avuto difficoltà a leggere quel romanzo. Sono così abituata ad avere l’autore che mi racconta quando iniziano e quando finiscono i dialoghi, che una soluzione teoricamente migliore mi risulta difficile da digerire. Fra cinquant’anni, se il metodo di Saramago si diffonde, una Gamberetta del futuro potrebbe prendermi in giro: “Guardate questa svampita: cianciava tanto di mostrare e poi metteva le virgolette ai dialoghi! È così ovvio che i dialoghi devono essere integrati nella narrazione!”

Tra la formulazione teorica (“mostrare è meglio di raccontare”) e la realizzazione pratica intercorrono secoli di fatica. Quando si vanno a pescare autori passati e si starnazza: “Questi erano bravi e non mostravano!!! Dunque mostrare è inutile!!!” bisogna capire se i signori autori non mostravano perché convinti che fosse sbagliato o non mostravano perché, pur con tutta la buona volontà, non ne erano in grado. Perché non si rendevano neanche conto che certe cose avrebbero potuto mostrarle – come adesso quasi nessuno considera possibile rendere più mostrati i dialoghi.

Scrittori come Gustave Flaubert o Henry James erano annoverati tra i “mostratori”. Eppure potrei riprodurre pagine e pagine dei loro romanzi nei quali raccontano a profusione. Non credo dipendesse dal fatto che erano incoerenti o stupidi, semplicemente non avevano la forma mentale per fare più di quanto hanno fatto.

La narrativa non è scolpita nella pietra. Si evolve ed è influenzata dal progresso scientifico e filosofico. È assurdo rimanere legati a modelli passati, sarebbe come rifiutare i computer perché Pitagora faceva matematica senza ed era bravo lo stesso. Bisogna ammirare tanti autori dei secoli scorsi perché hanno scritto opere bellissime nonostante non possedessero i mezzi tecnici attuali.
I registi a inizio secolo non giravano film muti in bianco e nero perché disdegnavano i colori e il sonoro, lo facevano perché non avevano alternative. Alcuni loro film sono belli nonostante le limitazioni tecniche.

Il ragionamento giusto non è: “Lovecraft raccontava. Lo imito come una capra.” Il ragionamento giusto è: “Lovecraft raccontava. Io conosco la tecnica del mostrare e scriverò racconti più belli dei suoi!”[5]

Quali manuali leggere

Ogni manuale che si rispetti ha un capitolo dedicato allo “Show don’t tell”. E al di là degli esempi non sempre azzeccati, non mi è mai capitato un manuale che spiegasse male il concetto. Infatti lo “Show don’t tell” è un principio né difficile, né complesso. Le conseguenze però non sono così ovvie, e non sempre i manuali stessi le colgono.
Ci sono poi i manuali che cascano nell’errore di un “politicamente corretto” letterario: mostrare e raccontare sullo stesso piano, per non fare torto a nessuno. Ma, come spero di aver dimostrato, la faccenda non è proprio in questi termini.

Perciò mi sento di dire che se avete seguito con attenzione questo articolo, ne sapete sullo “Show don’t tell” tanto quanto possa insegnarvi qualunque manuale, se non di più.
Al massimo date un’occhiata a:

Copertina di Showing & Telling Showing & Telling: Learn How to Show & When to Tell for Powerful & Balanced Writing di Laurie Alberts (Writer’s Digest Books, 2010).

Non mi è sembrato un granché, e soffre della sindrome del “politicamente corretto”. Tuttavia è meglio leggere un manuale in più che uno in meno.

Conclusione

Spesso si criticano romanzi, film, fumetti o in generale le opere d’arte in base a quanto siano “diseducative”. L’ho sempre trovato ingiusto: l’arte è arte, non è educazione; se una persona legge un romanzo per educarsi il problema è di quella persona, non del romanzo.
Ma farò uno strappo ai miei principi e parlerò di un’opera in termini di diseducazione. La scena che segue è quanto di più diseducativo si possa immaginare. Al confronto la più perversa pornografia che si annida nei recessi oscuri di Internet non può fare altro che bene.

Lezione di idiozia

Era una scena da L’Attimo Fuggente (Dead Poets Society, 1989). Notare che questo film non è vietato ai minori. Pazzesco.

Che retorica schifosa. Il “pensare autonomamente” che si concretizza nello strappare i libri senza leggerli; il rifiuto di ogni interpretazione della poesia al di là dell’istinto; il mescolare passione, amore, e gli altri Buoni Sentimenti™ così come capita, senza la minima consapevolezza di come sul serio nasca un’opera d’arte.

Il professor Keating – il personaggio interpretato da Robin Williams – andrebbe trascinato in strada. Fatto sdraiare sul selciato. Costretto a mordere il bordo di cemento del marciapiede. Poi qualcuno dovrebbe pestargli la nuca con la suola dello scarpone.
Non dico che la passione (e l’amore, la bellezza, il sogno, l’incanto, la meraviglia…) non sia importante. La passione è quella che ti fa lavorare ventiquattro ore al giorno e ti fa rischiare la vita per andare sulla Luna. Ma non voli nello spazio su una nuvola di passione, voli dentro un’astronave. Una realizzazione basata sulla tecnica.
Scrivere con passione non significa usare uno stile piuttosto che un altro, significa documentarsi per anni, revisionare fino alla nausea, studiare ogni dettaglio. Chi è appassionato di un argomento non strappa i libri, ne legge il doppio.

Adesso, le parole di un vero poeta. T. S. Eliot nel saggio del 1919 Hamlet and His Problems,[6] scrive:

bandiera EN The only way of expressing emotion in the form of art is by finding an “objective correlative”; in other words, a set of objects, a situation, a chain of events which shall be the formula of that particular emotion; such that when the external facts, which must terminate in sensory experience, are given, the emotion is immediately evoked. If you examine any of Shakespeare’s more successful tragedies, you will find this exact equivalence; you will find that the state of mind of Lady Macbeth walking in her sleep has been communicated to you by a skilful accumulation of imagined sensory impressions; the words of Macbeth on hearing of his wife’s death strike us as if, given the sequence of events, these words were automatically released by the last event in the series. The artistic “inevitability” lies in this complete adequacy of the external to the emotion; [...]

bandiera IT In un’opera artistica, l’unico modo per esprimere un’emozione è trovare un “correlativo oggettivo”; in altre parole, una serie di oggetti, una situazione, una catena di eventi che rappresentino la formula per quella specifica emozione; cosicché, quando sono presentati i fatti esterni, che devono condurre a esperienze sensoriali, l’emozione è immediatamente suscitata. Se si esaminano le tragedie di Shakespeare di maggior successo, si troverà questa esatta equivalenza; si troverà che la condizione mentale di Lady Macbeth mentre cammina nel sonno è stata comunicata da un’abile accumulazione di impressioni sensoriali tradotte in immagini; le parole di Macbeth al sentire della morte di sua moglie ci colpiscono, data la sequenza degli avvenimenti, come se fossero l’automatica conseguenza dell’ultimo evento nella catena. Questa “inevitabilità” artistica nasce dalla completa corrispondenza dei fatti esterni alle emozioni; [...]

Di cosa sta parlando Eliot? Indovinato! Dello “Show don’t tell”!
Per esprimere emozioni, l’unico modo – the only way – è trovare un “correlativo oggettivo”. Ovvero qualcosa di concreto – oggetto, situazione, evento – che induca nel lettore l’emozione che desideriamo. Proprio come spiegava il giapponese a inizio articolo. Per suscitare tristezza non dobbiamo parlare di tristezza, ma trovare un oggetto, una situazione, un evento che sia triste in sé, e dunque evochi tristezza nel lettore.

Riascoltate la scena da L’Attimo Fuggente. Il brano di Eliot assomiglia più all’introduzione dell’emerito professor Pritchard o alle sviolinate amore & passione di Robin Williams?
Ognuno ne tragga le sue conclusioni.

Compiti a casa

Vi propongo due fatine. Dirò qualcosina su di loro, voi sceglietene una e mostrate quello che io ho raccontato. Non ci sono limiti di spazio, ma non sbrodolatevi. Fate riferimento all’esempio di Fiammetta: lì sono stata fin troppo concisa, ma non sono necessarie molte parole in più.
Potete usare il punto di vista che preferite, potete articolare una breve storia o no. L’importante è concentrarsi sul mostrare. Sull’uso costante di parole specifiche, sull’epurazione di ogni traccia di raccontato.

• La prima fatina si chiama Scintilla. È una fatina giovane e altruista. Adora realizzare i sogni degli esseri umani, ma alle volte ha il vago sospetto che questo non sia il mestiere più adatto per lei. Dovrebbe imparare dalle fatine più esperte, se non fosse così orgogliosa e testarda.

• La seconda fatina si chiama Lametta. È scappata da casa e adesso è in cerca di un lavoro. Non è facile però trovare un decente impiego part-time, non quando sei una fatina con un brutto carattere e troppi interessi da coltivare. Non aiuta l’ossessione per le cianfrusaglie che Lametta vuole sempre portarsi dietro.

Scuola per fatine
Scuola per fatine. Scintilla avrebbe dovuto prestare più attenzione!

Se avete bisogno di documentarvi sulle fatine, fate un salto all’Osservatorio.

Buon divertimento!

* * *

note:
 [1] ^ “Chikamatsu and His Ideas on Drama” di Makoto Ueda. Educational Theatre Journal Vol. 12, No. 2.

 [2] ^ Ringrazio zora che per prima aveva segnalato Monzaemon in un vecchio commento.

 [3] ^ D’altra parte c’è una fetta di pubblico allergica al “fantastico” in senso lato, quelli che: “C’era bisogno di andare sulla Luna con la gente che muore di fame?”, oppure: “Non vedo ragione perché qualcuno voglia un computer a casa sua” (ultime parole famose pronunciate dal presidente della DEC nel 1977).

 [4] ^ Lo so che dal 1960 la definizione di metro è diversa, ma per l’esempio va bene uguale la sbarra. Non siate più pignoli di Gamberetta!

 [5] ^ Lovecraft qui è un esempio. Se siete fan del solitario di Providence e non tollerate critiche al vostro idolo, non imbizzarritevi: rileggete, e ogni volta che capita “Lovecraft” sostituite con “William Hope Hodgson”. Il concetto rimane lo stesso.

 [6] ^ In questo saggio Eliot definirà l’Amleto un fallimento. Eliot ha ragione? Ha torto? Non lo so, non ho le adeguate conoscenze poetiche per giudicare. Però so che è l’atteggiamento giusto. Non c’è progresso se si rimane legati ai pregiudizi. Pensateci prima di scrivere stronzate tipo: I Promessi Sposi sono “un’opera stilisticamente, narrativamente, linguisticamente perfetta”.


Approfondimenti:

bandiera EN The Philosophy of Rhetoric leggibile online
bandiera EN The Philosophy of Style leggibile online
bandiera EN Hamlet and His Problems leggibile online
bandiera EN The Craft of Fiction su Amazon.com

bandiera EN Chikamatsu Monzaemon su Wikipedia
bandiera EN George Campbell su Wikipedia
bandiera EN Herbert Spencer su Wikipedia
bandiera EN José Saramago su Wikipedia
bandiera EN T. S. Eliot su Wikipedia

bandiera EN Dead Poets Society su IMDb
bandiera IT Segnalazione di Steamed: A Steampunk Romance

bandiera IT Manuali su gigapedia

 

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516 Commenti a “Manuali 3 – Mostrare”

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  1. 116 france

    Gamberetta:

    @france. Ma hai scritto apposta male? In ogni caso mi sfugge il collegamento tra il brano e quello che io avevo raccontato.

    Accidenti. Non pensavo d’aver fatto così male o_O
    Ho voluto rappresentare Scintilla come l’avevi descritta tu, ponendola in una sua situazione tipica: dopo aver appena cercato di aiutare qualcuno, con esiti catastrofici (per sé stessa più che altro).

    Poco aderente al tema?

  2. 115 Tapiroulant

    In generale è una cattiva idea. L’imperfetto, come dice il nome stesso, è impreciso. È un’azione protratta nel tempo (“Michele alzava la testa”) che non è chiaro quando il lettore deve vedere conclusa. Va usato con parsimonia.

    Sono d’accordo. Nel mio caso penso che il problema non si ponga, perché se non ricordo male ho limitato l’imperfetto a Lametta che ricorda, per cui l’azione si interrompe nel momento esatto in cui cessa il flusso dei ricordi.

    Il trapassato è pesante da leggere. Al massimo può essere usato all’inizio di un ricordo per sottolineare che avviene in un tempo anteriore rispetto alla narrazione al passato, ma poi il ricordo lo scrivi con il passato non il trapassato.

    Ero indeciso infatti. Pensavo che il passaggio dal trapassato al passato remoto fosse più irritante per il lettore che non una narrazione tutta in trapassato, ma se mi tranquillizzi in quel senso, devo ammettere che anch’io preferisco la tua soluzione.

    Meglio se Lametta tira un calcio al sacco o lo scuote come scuotesse una fatina rivale, piuttosto del “ti odio”.

    Lo dici ai fini dell’esercizio o perché la scena ti sembra costruita male in generale? In realtà ho fatto quella scelta perché mi sembrava un gesto più ‘infantile’, più in linea quindi con il personaggio, che non semplicemente una reazione fisica. Dirò di più: non era una cosa programmata, ma a quel punto m’è venuto naturale fare agire Lametta così… Diciamo che è uno di quei casi in cui la trama sfugge dalle maglie dell’esercizio!

    Sugli altri punti non ho nulla da dire, se non che condivido. Tranne una cosa, su cui vorrei discutere:

    Il “Silenzio” è raccontato. Per mostrare che Lametta non risponde, mostra, non so, che abbassa il viso e taglia un’altra fetta di legno.

    Ora, forse è una mia idiosincrasia, però il silenzio ha sempre avuto una forte visualizzazione fisica per me; un po’ come quelle scene a fermo immagine di Evangelion, dove i personaggi si guardano (o guardano per terra) e non dicono niente e non succede niente per alcuni secondi. Quando dico ‘silenzio’ è perché voglio dare un’idea di immobilità assoluta tra i personaggi (a parte i movimenti involontari ovviamente), una pausa di attesa nella situazione narrata. Fare agire ancora Lametta mi sembrava inadeguato.
    Insomma, l’espressione ‘silenzio’ era per me un mostrato, e un mostrato più utile delle sue alternative. Se però ritieni ancora che dovrei toglierlo, potrei anche cambiare idea.

  3. 114 Ari

    @Gamberetta:
    Capito, grazie! Per il libro, se hai tempo dacci un’occhiata: è carino, e non è nemmeno tanto lungo!

  4. 113 Gamberetta

    @Samuele-Strikeiron. Meglio. Gli episodi sono ancora parzialmente raccontati, ma in quanto ricordi potrebbero anche andare. Divertente l’idea che la matrigna di Biancaneve sia la nonna di Cappuccetto Rosso. ^_^

    Se ne stava là a tremare dal freddo e gli aveva fatto una gran compassione.

    Per esempio qui è metà è metà: il tremare dal freddo è mostrato, ma la compassione è raccontata. Prova a rendere la compassione senza dirla: descrivi il Lupo spelacchiato, le ossa che si intravedono sotto il pelo, i vestiti sporchi e strappati, gli occhi pesti e qualunque particolare che susciti “compassione”.

    ll fruttivendolo davanti a loro calò rumorosamente l’ultima delle grate e con un sospiro di soddisfazione chiuse l’ultimo lucchetto. Notò appena quella barbona per terra che fingeva di star male. Sempre così fanno pur di avere un po’ di frutta gratis. E… ma stavolta non ci cascava.

    Qui hai spostato il punto di vista da Scintilla al fruttivendolo. Confonde. Se vuoi comunicare che il fruttivendolo pensa che la matrigna finga di star male, mostralo: magari l’uomo le tira un calcio per farla rialzare.

    Comunque meglio di prima, siamo molto più vicini al mostrare quello che avevo raccontato.

    @Unoqualunque.

    Vediamo se stavolta sono rimasto in tema…anche se, più che altro, mi preme sapere se il “mostrato” è di buon livello.

    Il problema è che se non so cosa vuoi mostrare, non posso dirti se l’hai fatto. Tu potresti scrivere tutto raccontato e poi dire che volevi mostrare il pensiero di un autore fantasy nostrano, e sarebbe anche giusto.

    Comunque, alcuni dettagli raccontati:

    Per un attimo il commercialista levò il capo e osservò la fata, poi riprese a scrivere.

    Come dicevo nell’articolo gli attimi sono inutili e i “poi” o li togli o li riempi:

    Il commercialista levò il capo e osservò la fatina. Riprese a scrivere.

    Oppure:

    Il commercialista levò il capo e osservò la fatina. Si grattò la nuca. Riprese a scrivere.

    #

    Lametta sbuffò e iniziò a rovistare nella borsa. Tirò fuori un campanello, una bambola, un ombrellino, e infine un foglio arrotolato [...]

    “iniziò a rovistare nella borsa” è raccontato. Meglio:

    Lametta sbuffò. Ficcò le manine nella borsa, tirò fuori un campanello, una bambola, un ombrellino, e infine un foglio arrotolato [...]

    Nel complesso è abbastanza ben mostrato, anche se non copre quello che io avevo raccontato di Lametta. Il finale non mi è del tutto chiaro: era un bambola voodoo?

    @Airon.

    ecco, io ho un terrore patologico di scrivere troppo, dopo anni di saghe fantasy interminabili guardo con sospetto tutto ciò che supera la 500 pagine [...]

    Hai ragione. Se una persona ha bisogno di migliaia di pagine per delineare la sua storia, 90 su 100 è perché non sa scrivere, gli altri 10 sono scrittori professionisti che lo fanno per ragioni commerciali.
    Però come già detto un conto è non sbrodolarsi, un conto è tagliare anche quello che andrebbe scritto (mostrando).

    mostrare l’inizio e la fine come hai suggerito avrebbe richiesto il POV diverso da Scintilla, e volevo appunto fare una scena unica.

    Scintilla e Lametta possono essere amiche e andare assieme dappertutto, stile Watson e Holmes.

    @france. Ma hai scritto apposta male? In ogni caso mi sfugge il collegamento tra il brano e quello che io avevo raccontato.

    @Doc.Herbert West M.D. Non sono un esperta in campo comico/umoristico. So che la presenza del narratore non è considerato un errore. Ma al di là di questo non saprei. È un ramo particolare della narrativa, e io non lo conosco abbastanza per dare consigli.

    @Tapiroulant.

    Qualche punto mi lascia dei dubbi. Nel flashback ho usato ben tre tempi verbali – l’imperfetto, il trapassato prossimo e il passato remoto. L’ho fatto per dare più vivacità alla scena (il trapassato prossimo è faticoso da leggere come da scrivere, credo)

    In generale è una cattiva idea. L’imperfetto, come dice il nome stesso, è impreciso. È un’azione protratta nel tempo (“Michele alzava la testa”) che non è chiaro quando il lettore deve vedere conclusa. Va usato con parsimonia. Il trapassato è pesante da leggere. Al massimo può essere usato all’inizio di un ricordo per sottolineare che avviene in un tempo anteriore rispetto alla narrazione al passato, ma poi il ricordo lo scrivi con il passato non il trapassato.

    Comunque. Ci siamo che Lametta se ne va da casa. Ci siamo che ha le cianfrusaglie. Però Lametta non lo cerca neanche un lavoro.
    Alcuni particolari raccontati da mostrare:

    Lametta!”.
    Silenzio.
    “Deficiente! Hai venticinque anni!”.

    Il “Silenzio” è raccontato. Per mostrare che Lametta non risponde, mostra, non so, che abbassa il viso e taglia un’altra fetta di legno.

    Lametta aveva guardato il fallo cadere sul tappeto senza un rumore, e sua madre portarsi una mano alla tempia, gli occhi grossi come piattini da caffè, e poi aveva guardato la sua di mano, aperta, il braccio proiettato in avanti, non se n’era nemmeno accorta.

    Il “non se n’era nemmeno accorta” è raccontato. Nel caso specifico lo puoi tagliare senza danno, perché da come hai disposto gli eventi si capisce che il gesto di Lametta è stato “automatico”. Però l’uso continuo del trapassato rende il paragrafo faticoso, se lo metti al passato viene meglio.

    La bocca del sacco era aperta e un’estremità pendeva giù dal ramo. “Ti odio” disse al sacco.

    Meglio se Lametta tira un calcio al sacco o lo scuote come scuotesse una fatina rivale, piuttosto del “ti odio”.

    @Ari.

    Mi sono accorta che i personaggi si muovono molto mentre parlano, ma ho descritto poco/niente l’ambiente in cui sono. E’ giusto o sbagliato?

    Non si può dire in assoluto. Però in questo caso specifico non mi ha dato fastidio. Il punto di vista è di Scintilla e non c’è niente nell’ambiente che attiri in particolare la sua attenzione, tanto da spingerla a descrivere, dunque nessuna particolare descrizione.

    Piccolo “Non-Proprio-In-Topic”:
    Hai mai letto “Il più grande uomo scimmia del Pleistocene” di Roy Lewis? Lo stile non è il massimo, anche per via dell’eccessivo raccontare, però l’ho trovato divertente. :)

    No, non l’ho letto. Ma se lo scopo è divertire va bene anche il raccontato. Come l’esempio del regista: se il regista appare sul serio con un cartello fa ridere. Se far ridere era lo scopo è stata una buona idea.

  5. 112 Tapiroulant

    Questa volta ho provato anch’io a fare l’esercizio ^-^
    Qualche punto mi lascia dei dubbi. Nel flashback ho usato ben tre tempi verbali – l’imperfetto, il trapassato prossimo e il passato remoto. L’ho fatto per dare più vivacità alla scena (il trapassato prossimo è faticoso da leggere come da scrivere, credo), ma non sono sicuro della resa. Inoltre ho anticipato la questione del lavoro a prima che Lametta scappasse di casa, più che altro perché la trama m’è venuta così e mi dispiaceva cambiarla. Spero che non sia grave!

    Ed ecco l’esercizio:

    Lametta ansimava. Il petto le bruciava ad ogni respiro, il sacco le pesava sulla schiena, e sentiva freddo alle punte delle dita. Planò su un ramo, e appena i piedi toccarono la corteccia, i muscoli le cedettero. Crollò in ginocchio con un gemito, e il sacco le scivolò giù dalla schiena sopra il ramo. Lametta vi si appoggiò contro e lasciò vagare lo sguardo tra le fronde degli alberi.
    Guardava i rami e le foglie, e intanto si vedeva sfilare davanti le file di foglie essiccate – foglie seghettate, foglie aperte come il palmo di una mano, foglie a goccia, foglie tonde raccolte dalla superficie degli stagni, foglie verdi, gialle, rosse, marroncine – file e file intrappolate tra due lastre di vetro e appese alle pareti della cameretta. Vedeva la scatola del mahjong, una scatola di legno laccato poggiata in un angolo della scrivania, piena di tutti quei mattoncini pasticciati di simboli che non capiva, e lì accanto, disposti a casaccio, i falli di legno scolpito e il coltellino. Vedeva sé stessa seduta per terra, sul tappeto, a gambe incrociate, un pezzo di legno già levigato in mano e il coltello nell’altra; e sua madre che sbatteva la porta, e le gridava: “Perché non sei al colloquio?”.
    Sotto la pressione del coltello, una strisciolina s’era staccata dal pezzo di legno. Lametta si era rigirata il fallo tra pollice, indice e medio, percorrendone le linee con lo sguardo. “Ci vado domani”.
    “L’hai detto anche ieri!”.
    “Ci vado domani”.
    Lametta!“.
    Silenzio.
    “Deficiente! Hai venticinque anni!”.
    “Non rompermi il cazzo” aveva risposto Lametta alzando lo sguardo sulla madre. Avvertì un sapore ferroso sulla punta della lingua, e si accorse di essersi morsa il labbro. “Non…?”; sua madre aveva sbattuto le palpebre. “Vai subito al colloquio, razza di…”.
    E il fallo di legno l’aveva colpita sopra l’occhio, e un thud aveva riempito la stanza. Lametta aveva guardato il fallo cadere sul tappeto senza un rumore, e sua madre portarsi una mano alla tempia, gli occhi grossi come piattini da caffè, e poi aveva guardato la sua di mano, aperta, il braccio proiettato in avanti, non se n’era nemmeno accorta.
    Avvertì un fruscio, e un rimescolio dietro la schiena. “Il sacco” pensò, e le venne a mancare l’appoggio. Cadde sulla schiena; qualcosa di appuntito che stava dentro il sacco le si conficcò tra le scapole. Strinse i denti, e sentì inumidirsi gli occhi. Agitò le ali e si girò su un fianco. Guardò il sacco; pendeva floscio sulle sagome appuntite di quelli che dovevano essere le mazze chiodate e i modellini di disco volante. La bocca del sacco era aperta e un’estremità pendeva giù dal ramo. “Ti odio” disse al sacco.
    Si rimise in piedi, prese il sacco e si gettò giù. Distinse l’elefante di stoffa infilato di traverso in mezzo a un cespuglio, e più avanti, contro un tronco, il pendaglio della nonna. Raccolse l’elefante per la proboscide e planò a terra. Raccolse il pendaglio per la catenina e lo gettò nel sacco. Si guardò intorno. Toccò qualcosa con il piede – e abbassando lo sguardo, riconobbe il fallo appena abbozzato. Si chinò. Sull’estremità arrotondata del fallo, era ancora visibile la macchia di sangue – giusto uno schizzo.
    “Lamettaaa…”.
    La voce di sua madre. Lametta alzò gli occhi.
    “Lamettaaaa! Torna a casa!”.
    Infilò il fallo nel sacco, si sollevò sulle punte dei piedi e si gettò nel sottobosco.

  6. 111 Gurilla

    Ciao Gamberetta. Volevo ringraziarti e complimentarmi per il lavoro proposto che trovo molto utile, tanto da averlo suggerito all’interno del forum che frequento.

  7. 110 Doc.Herbert West M.D.

    Domande : e se sto scrivendo un racconto ironico,in cui ad esempio si rompe la quarta parete?
    In quel caso posso fregarmene almeno di alcune delle regole esposte qui e negli altri manuali ?
    E se,per rendere la cosa più difficile,il sarcasmo è tongue-in-cheek,cioé non immediatamente afferabile da parte del lettore?

  8. 109 Ari

    @ Gamberetta:

    Grazie delle correzioni! :)
    I venti metri me li potevo risparmiare, e più che una ferita sanguinante potevo lasciarle un bel bernoccolo, in effetti…
    Comunque l’esercizio è tutto lì. Scintilla non è adatta ad aiutare il prossimo perché troppo sbadata. Che sia testarda pensavo si capisse dal suo insistere ad aiutare il bambino nonostante quello avesse rifiutato. Ed è orgogliosa di essere una “Fatina Perfettamente Qualificata”, come sottolinea al bambino. Però se non sono risaltate queste caratteristiche, avrei dovuto marcarle di più…
    Ripropongo la domanda che avevo fatto in fondo al primo post (quello senza dialoghi), che forse è passata inosservata. :)

    Mi sono accorta che i personaggi si muovono molto mentre parlano, ma ho descritto poco/niente l’ambiente in cui sono. E’ giusto o sbagliato? All’inizio c’è un po’ di descrizione, ma mi sembrava che ad aggiungere particolari in mezzo al dialogo ci si sarebbe deconcentrati da quello che stavano dicendo Scintilla e il bambino.

    Piccolo “Non-Proprio-In-Topic”:
    Hai mai letto “Il più grande uomo scimmia del Pleistocene” di Roy Lewis? Lo stile non è il massimo, anche per via dell’eccessivo raccontare, però l’ho trovato divertente. :)

  9. 108 france

    Il mio personale tentativo:

    Scintilla aprì gli occhi e si toccò la testa. La fitta le bruciò il cervello, e la mano scivolò sul sangue. Ansimò, cercando di rialzare il braccio. Troppo faticoso. Aveva le cosce e le spalle gelide, e tremava. Colpa di quel c… quello stupido vento. Entrava dappertutto. DAP-PER-TUT-TO.
    Cercò di rialzarsi, la gamba si torse, Scintilla gridò, crollando e rimanendo a terra senza respiro, da non riuscire nemmeno a piangere.
    Cosa si fa in questi casi?
    No.
    Non avrebbe chiamato la Centrale. Non voleva passarci di nuovo. La pausa, le visite dallo psichiatra ogni settimana, i farmaci… ne aveva abbastanza di quella m… quella roba.
    Premette il secondo petalo del Comunicatore. Suonava a vuoto. Premette il terzo.
    Ma dove c… accidenti è, a quest’ora?! La mamma starà dormendo, ma Laccetto dovrebbe essere a casa! Se si vede di nuovo con quella t… antipatica di Fiammetta, gli strappo quel c…! …cuore indeciso che ha. E lo lascio. Ecco.
    Sospirò e toccò il quarto petalo. Lo toccò subito di nuovo. No. Non lei. Sarebbe stato il peggio, davvero. Poteva già sentirla.
    “te l’avevo detto, scem-tilla. Chi te lo fa fare? Vieni con me! Lasciali perdere, quelli!”
    e bah, bah, bah. No, grazie.

    però…
    M… c… p… CHE DIAMINE!!

    Pestò furiosamente il quarto petalo. Lametta rispose subito.
    “CHI CAZZO E’ CHE SPACCA I COGLIONI, PORCA MERDA ASSASSINA?!? SONO LE TRE DI NOTTE, FOTTUTA TROIA!”
    E buttò giù.
    Scintilla contò fino a cinque. Poi pigiò di nuovo il petalo.
    “ProntoLamettaciaoquantotempocomevatihosvegliatanooovero?sonounpochinoindifficoltàverrestiadarmiunamano?tipregotipregotiprego?”
    “…”
    “…”
    “…”
    “…”
    “…Scem-tilla? sei tu? dimmi che non sei tu, ti prego.”
    “…eeh… io…”
    Lametta singhiozzò. “Sei tu. Dove sei? Mi vesto e arrivo.”
    “All’incrocio tra… hmmm… un posto brutto e… buio… e un vicolo pieno di… hmm… gatti… che mi guardano tipo un topo.”
    Lametta singhiozzò di nuovo e mise giù. Sopra ai gatti scoppiarono scintille colorate, poi un lampo di luce e un botto li mise definitivamente in fuga. Scrollandosi le ceneri sbrilluccicanti dall’impermeabilino grigio, Lametta planò a terra e squadrò l’ex compagna di classe.
    Scintilla vide nei suoi occhi vera, sincera preoccupazione, le tremolò il labbro e scoppiò quasi a piangere.
    “MA SEI SCEMA?!” le urlò contro Lametta, facendole la permanente istantanea.
    Okay. Forse non era esattamente preoccupazione quella nei suoi occhi. Non tutta, magari. Ma un pochino ce n’era. Un pizzico. Di sicuro. Ehm.
    “MA COSA CAZZO HAI FATTO?! MA COME TI SEI RIDOTTA?! MA… GUARDATI!”
    Scintilla era in lacrime. Il che, più o meno, era la sua condizione normale, ma in genere i ghirigori pseudo-artistici del moccio sulla sua bocca non rientravano nel quadro.
    Lametta si passò una mano sulla faccia e cominciò a contare. A quattrocentosessantatré non sembrava essersi ancora calmata a sufficienza, ma Scintilla cominciava a non sentire più le dita dei piedi, così osò interromperla con un singhiozzo tattico.
    Lametta la fulminò con lo sguardo, ma aveva perso il conto e si chinò a studiarla.
    “Vy beznadezhny? ideot malen?kaya shlyuhat”, disse mentre le passava la bacchetta di frassino zigrinata sulla gamba, e quella lentamente si girava nella direzione giusta mandando deboli schiocchi.
    “Ooooh… come sei brava, Lametta. Non conoscevo quella formula, sai?”
    “Perché non è una formula”, rispose svogliata Lametta, passando a studiare il cranio.
    “E che cos’è allora?”
    “Russo.”
    “Oh.”
    “…”
    “…”
    “…non vuoi sapere cosa significa?” le chiese Lametta con un sorriso inquietante che diceva: dimmi di sì, ti prego, e renderà sensata questa notte del…
    Scintilla deglutì, cercando di costringersi a mentire.
    “N… nnn…. nnnooouuu…”
    “Patetica. Nemmeno questo.”
    Finito il restauro, Lametta aiutò Scintilla a rialzarsi facendola appoggiare a sé, e s’incamminarono.
    “Ahi.”
    “…”
    “Ahi!”
    “…”
    “AHI!!”
    “Se non la pianti ti lascio qui e chiamo anche i gatti di prima!”
    “Ma scusa, perché non ci porti via col trasferimento?!”
    “Perché ho lavorato e sono stanca morta, idiota, e ho usato tutto quello che mi restava per venire qua e curarti!”
    “Oh.”
    “…EH!!”
    La fatina bionda notò solo in quel momento che Lametta era in pigiama. Bé, quasi.
    “Lametta…? Non hai… il tuo… solito vestito. Coi fiocchi. E il taffettà. Ehm” articolò a fatica , quasi strozzandosi per l’imbarazzo.
    “Quello è solo la divisa del Goth Pub, Scem-tilla. Non è che lo indosso ventiquattr’ore al giorno.”
    “Eeeh, ma… voglio dire… ora ti manca… più del vestito…” mormorò Scintilla indicandole le gambette nude sotto l’impermeabile e la maglietta del pigiama. E in particolare la zona scura dove finiva il pigiama e incominciavano le gambe.
    Lametta sogghignò.
    “Mi stai DAVVERO chiedendo cosa stavo facendo quando mi hai chiamata, Scintilla?”
    Scintilla non capì. Ma colse il tono. E capì qualcos’altro: meglio non continuare su questa linea.
    “…”
    “…”
    “…e comunque, cosa ti è successo? Ti hanno, tipo, stuprata dei dodicenni in gruppo quando hai rivelato loro che le fate esistono e che vivono per diffondere l’amore?”
    “E’ SUCCESSO SOLO UNA VOLTA, LAMETTA! DAI!!”
    Lametta scoppiò a ridere.
    “Insomma, una fa un errorino, piccino picciò, una volta e poi…!”
    “Perché, la volta del rubinetto per aiutare il tizio che stava impazzendo a causa dello sgocciolio…?”
    “Come facevo a sapere che era GIA’ impazzito e che mi avrebbe rincorso con l’ascia che aveva appena usato per fare a pezzi la moglie?!”
    “Bé, facendo caso a tutto quel SANGUE sparso per la casa, ad esempio!”
    “Mi avevi detto tu che gli occhiali da sole fanno più figo!” borbottò Scintilla risentita.
    “Esiste questo congegno magico innovativo super-potente che si chiama ‘interruttore-della-luce’…”
    “Robaccia pagana! Non m’inchinerò mai al Dio Scienziato!”
    “Dio Sc… maccheccazzo…”
    “Lametta! Parla bene, perbacco!”
    “Sei una piccola troia idiota senza speranza, Scintilla.”
    “LAMETTA! MA INSOMMA!”
    “E’ la traduzione di prima. In russo? Volevi saperlo.”
    “IO NON L’HO MAI DETTO!”
    “Ma l’hai pensato, però. Più di una volta.”
    “Bé… ecco… in realtà…”
    “Visto? Non ringraziarmi, non ce n’è bisogno.”
    “Ah. Oh. Ehm… grazie, Lametta.”
    “Sigh.”

    FINE

  10. 107 Unoqualunque

    Vediamo se stavolta sono rimasto in tema…anche se, più che altro, mi preme sapere se il “mostrato” è di buon livello.

    Lametta svolazzò lungo il corridoio fino a raggiungere la porta che recava la scritta: “Commercialista.”
    Abbassò la maniglia con un colpo di tallone e spinse il battente con la manina. Un folata di letame le fece arricciare il naso. In fondo alla stanza, un orango in giacca e cravatta era curvo a scrivere sopra una scrivania piena di carte. Lametta guizzò sul bordo del tavolo e lasciò cadere la sua borsa sopra una pila di scartoffie.
    Per un attimo il commercialista levò il capo e osservò la fata, poi riprese a scrivere.
    Lametta sbuffò e iniziò a rovistare nella borsa. Tirò fuori un campanello, una bambola, un ombrellino, e infine un foglio arrotolato, che spinse con il piede verso lo scimmione.
    L’orango prese il foglio con la punta di indice e pollice, lo avvicinò e lo srotolò sulla scrivania.
    Lametta arricciò di nuovo il naso nel vedere il suo curriculum sotto le sudicie mani della bestia.
    Dopo qualche secondo, il commercialista lasciò che il foglio si ripiegasse su se stesso e tornò ai suoi documenti.
    Lametta batté il piede sul tavolo, frullò le ali ed esclamò: “Allora?”
    Fra un grugnito e l’altro, la scimmia articolò: “Sei assunta. Ma niente campanelli e bambole, qui dentro.”
    Lametta ebbe una morsa allo stomaco e sentì il viso avvampare. Tirò fuori una matita dalla borsa, ne afferrò l’estremità con entrambe le mani e con la punta trafisse la testa della bambola che giaceva ai suoi piedi.
    Uno schizzo di sangue fuoriuscì dall’occhio dell’orango, che stramazzò sul tavolo con un rantolo.
    “No, stupida scimmia!” gridò Lametta e si avventò sul curriculum.
    “Era la mia unica copia!” disse mentre osservava il foglio imbrattato di liquido rosso.

  11. 106 france

    Sono rimasto un po’ male per la reazione nei confronti del prof. Keating :( E’ evidente che misurare algebricamente una poesia è una stronzata che distoglie del tutto dal senso della stessa, e che porta esattamente al tipo di pregiudizi “i promessi sposi è stilisticamente perfetto”. La scena, vista nel background complessivo della situazione (giovani troppo repressi da una disciplina antiquata e retrograda) ha un senso che va oltre l’introduzione del libro – parte che Keating conosce bene e che è l’unica dell’intera antologia che va strappare. Nel corso del film spiegherà anche lui il show don’t tell “costringendo” un ragazzo a descrivere con minuzia di particolari ciò che prova anziché raccontare svogliatamente la situazione. Ma per arrivare a quello deve prima rendere i ragazzi in grado di provare emozioni e di scoprire la poesia da quel punto di vista. Prima di parlare di tecnica bisognerebbe far nascere perlomeno l’interesse per la materia: questo blog uno lo può leggere o meno, se gl’interessa la narrativa, se no leggerà un blog di sport immagino. Ma a scuola la conoscenza dev’essere trasmessa anche se vorresti fare tutt’altro, e in quest’ottica stimolare l’interesse all’inizio ti permette di ricevere molta più attenzione nel resto dell’anno.

  12. 105 Airon

    Aggiungo:
    mostrare l’inizio e la fine come hai suggerito avrebbe richiesto il POV diverso da Scintilla, e volevo appunto fare una scena unica.

  13. 104 Airon

    Fa niente se metti più scene. Il consiglio è di non sbrodolarsi; finché mostri le scene che devi mostrare non è sbrodolarsi è scrivere quanto necessario.

    ecco, io ho un terrore patologico di scrivere troppo, dopo anni di saghe fantasy interminabili guardo con sospetto tutto ciò che supera la 500 pagine (Martin a parte, ma come faccio ad abbandonare quel magnifico panzone?).
    Analogamente, in un esercizio del genere ho cercato di mantenere corto il pezzo; dovendo dare una struttura al raccontino, l’inizio e la fine sono poco mostrate.

    così come i professori cristano dietro a temi di 20 pagine, non volevo rovesciarti qui un fiume di parole.

  14. 103 Giulia

    Ma ne L’Attimo Fuggente c’è Wilson!

    Lo studente più interessato alla lezione del professor Keating è diventato Neurologo nell’ospedale di Doctor House ^_^
    Bravo prof! Così si insegna agli studenti la Poesia!

  15. 102 Samuele-Strikeiron

    Ho riscritto e ovviamente ho perso totalmente il controllo di dove andare a far parare la storia. Bah! Brutto segno. Poi ripensandoci l’assenza completa di dialoghi doveva essere un ottimo indizio per far capire che avevo solo raccontato. E’ che con i dialoghi fatico a trovarmici, mi dà l’impressione di perdere la fluidità. Comunque per ora mi è venuto questo:

    Le ali traslucide erano macchiate in più punti di opaco e di fuliggine.
    Scintilla provò a non pensarci, ma ogni volta la testa tornava sullo stesso punto. Lo distoglieva e ci ritornava. Di nuovo. E ancora. Lisciava le ali con delicatezza, anche se nemmeno l’acqua fresca di rugiada era capace di darle sollievo. Non serve, pensò, eppure non riesco farne a meno. Le piegò richiudendole e le ridistese, sperando che il dolore passasse ma quello continuò, sordo e martellante. Non solo: le membrane rimanevano macchiate e consunte. Cosa avrebbe detto la Fata Maestra?
    “Cos’hai combinato stavolta?” le aveva chiesto qualche giorno prima, esasperata. La disapprovava e molto, anche. Si sentiva bene dal tono di voce che aveva usato durante la lezione.
    Risatine leggere, come trilli di campanelli e il brusio di voci infantili nel sottofondo da parte delle altre fatine sue compagne di classe:
    “Ma l’hai vista? Anche stavolta ha combinato una delle sue! Che stupida, inutile fatina apprendista”
    “Che sciocca!”
    “Ali pallide!”
    Scintilla spalancò gli occhi al solo ricordo. Un rombo di sangue che dalle ali va alla testa. Un calore pulsante al volto che rende le ali pallide e fredde. E in quei momenti non riesci neppure più a volare, senti un peso che ti lega a terra e a quello che provi. Nessuna fatina esperta cade mai in questo errore.
    La Fata Maestra le aveva guardato le ali con disprezzo e un sorriso cattivo:
    “Non vorrai mica che le tue inutili emozioni ti leghino a terra? Siamo fatine solo perché capaci di volare, altrimenti tanto varrebbe che ti facessi tagliare le ali.”
    Risatine sguaiate nella classe.
    No quello non era giusto, pensò Scintilla.
    Si era sentita in quel modo molte altre volte.
    Come quando aveva incontrato quel grosso lupo, fuori dalla casetta di Cappuccetto Rosso.
    Se ne stava là a tremare dal freddo e gli aveva fatto una gran compassione.
    “Come mai sei qua tutto solo, buon Lupo?” aveva chiesto.
    L’altro aveva risposto a fatica, le parole ingoiate dal battito dei denti per il freddo:
    “So-so-n… sono rimas- sto chi-chi-chi-uso fuo-o-ri-ri”.
    Nel silenzio il suo stomaco aveva cacciato un iperbolico brontolio.
    Aveva freddo e fame. Aveva bisogno di lei.
    Scintilla in quello era brava. Le si era scaldato il cuore: altroché ali pallide! Avrebbe fatto vedere loro di che razza di pasta di fatina era fatta!
    “Ho aperto la porta a quel povero lupo, mica poteva morire dal freddo?” si era giustificata dopo con la Fata Maestra, che ancora la guardava in quel suo modo cattivo, davanti alla classe.
    Risate, anche qui, nel sottofondo. Ali pallide. Sciocca. Ingenua. Un brusio maligno.
    “Come puoi essere tanto stupida da cascarci ogni volta!? -le aveva chiesto, seccata- Abbiamo dovuto chiamare il cacciatore per tirare fuori la nonna dalla pangia di quel beone ingordo!”.
    Dopo era stata la volta del vestito non smacchiato bene per il ballo di Cenerentola.
    “Se non fossi intervenuta io, come sarebbe andata a finire, povera sciocca fatina apprendista?” aveva commentato sempre in classe la Fata Maestra.
    Ali pallide era diventato il suo nomignolo, non più Scintilla.
    Infine quella vecchina.
    Scintilla era indaffarata a svolazzare di qua e di là per i suoi compiti, come suo solito. Non aveva visto la vecchina. Ma l’aveva sentita. Eccome… un dolore sordo e pulsante al cranio con un bernoccolo allucinante.
    Il cestino della frutta era rotolato via dalle mani della vecchina.
    “Ohi ohi ohi!” delirava mormorando, mentre le perfette mele rosse rotolavano come tante biglie nel canale di scolo della strada e da qui giù nelle capienti fogne, a perdersi galleggiando nelle acque puzzolenti.
    Il moto vorticoso di tante stelle era appena scomparso da davanti agli occhi di Scintilla, quando si era avvicinata mortificata all’oggetto del suo scontro.
    “Posso aiutarla?” aveva chiesto.
    “Posso aiutarla, signora?” aveva ripetuto con apprensione, non ricevendo altra risposta che un composto piagnucolio.
    “E come piccola mia? Ormai a quest’ora è tutto chiuso. Non senti le serrande dell’ortofrutta che già chiudono? Cosa porterò alla mia piccola bambina?” si lamentò la vecchia.
    ll fruttivendolo davanti a loro calò rumorosamente l’ultima delle grate e con un sospiro di soddisfazione chiuse l’ultimo lucchetto. Notò appena quella barbona per terra che fingeva di star male. Sempre così fanno pur di avere un po’ di frutta gratis. E… ma stavolta non ci cascava.
    Scintilla si era sentita in dovere. E se fosse stata la nonna di Cappuccetto Rosso? Doveva rimediare! Meglio che mai il fato le dava un’occasione per recuperare.
    “Bian-ca-ne-ve!” compitò quasi urlando la Fata Maestra in classe, il giorno dopo. “Tu, stupidella che non sei altro avresti dovuto saperlo. Quella era la matrigna di Biancaneve! Non hai mai sentito parlare delle mele avvelenate? Ah ma già: gliele hai procurate tu! Stupidella Ali Pallide”.
    Ali Pallide, con le iniziali in maiuscolo. Non più mormorato ma detto ad alta voce davanti a tutti. Da nomignolo era diventato il suo nome.
    Lisciò le ali, ma il dolore sordo pulsava fino alla testa, fresco come il ricordo delle fiamme.
    Era cominciato tutto con quel bambino, seduto a piagnuocolare sul bordo della strada più trafficata del regno. Nelle orecchie le risuonava ancora il il suo urlo disperato:
    “Voglio la mamma! dove sono?”
    “Ma nel paese delle fiabe, piccolino.” aveva cercato di consolarlo, mentre la sorellina più piccola la guardava, con gli occhioni sgranati. Lei era la più forte dei due e se ne stava in piedi accanto al fratello, senza dire nulla. Lui si chiamava Hansel e lei Gretel, o forse il contrario? Non ricordava più bene.
    Lei era una fatina apprendista e quelli erano due bambini bisognosi. Non avrebbe mai potuto essere più fortunata. Letteralmente pendevano dalle sue labbra.
    “Che ne dite bambini, se facessi per voi una bella casina, mentre aspettate di tornare a casa? magari una casetta di marzapane?” aveva proposto.
    Il bambino aveva trattenuto il moccio tirando su rumorosamente con il naso e sollevando la testa con interesse, mentre la sorella faceva di sì vigorosamente con il suo piccolo capino, le lacrime fresche sulle guance.
    Un’idea troppo buona, pensò ora Scintilla.
    I bambini erano entusiasti. Correvano come grilli dentro quel piccolo capolavoro di polvere di fatina. Scintilla era entrata con loro.
    Anche la strega sgattaiolata sul retro, senza farsi vedere da nessuno, li aspettava dentro con entusiasmo.
    Senza alcun preavviso, un istante dopo che i bambini erano entrati in quel gigantesco capolavoro di marzapane, le fiamme avevano avvolto tutto crepitando voraci. Da dove si trovava ora Scintilla sentiva ancora il calore sul volto e gli schiocchi degli ultimi pezzi di marzapane che cedevano di schianto. Le urla le ignorava già da un po’, ma si erano notevolmente affievolite. La strega aveva smesso di ridere, forse aveva la bocca piena.
    Cosa avrebbe detto la Fata Maestra stavolta?
    In qualche modo sicuramente avrebbe commentato. Al pensiero il dolore sordo si annullò mentre le ali abbruttite si impallidivano e diventavano inerti: almeno così sentiva meno il dolore. Ci si sarebbe dovuta abituare.
    La Fata Maestra aveva iniziato le loro lezioni così anni prima: “Questo, catre mie fatine è il mondo delle fiabe, ma anche qui talvolta le ali vengono tagliate alle fatine inesperte. Pensate sempre a questo.”.
    E aveva sorriso. Un sorriso non dissimile da quella sua abituale espressione maligna.

  16. 101 Gamberetta

    @Airon.

    meglio dell’altro?

    Sì. Ma il problema di fondo rimane. Hai usato il buon dialogo per raccontare la situazione. L’hai mostrata pochissimo. L’abbozzo delle scene giuste c’è, scrivi le scene!
    Non raccontare:

    «Fiammetta mi ha urlato dietro ogni dieci minuti.» la voce usciva soffocata da dietro le ali «Non mi ha neanche pagato il giorno completo. Ha detto che le ho fatto perdere tempo e basta.»

    Mostra! Comincia la scena con Fiammetta che tira un calcio alla sacca con le cianfrusaglie di Lametta e le grida: “Fuori di qui, sei licenziata!”. Mostra Lametta che raccoglie le sue cose, balbetta per chiedere la paga del giorno e Fiammetta le sbatte in faccia i suoi errori (come lo spillone nel piatto nell’esempio con lo gnomo).
    E così via, fino alla fine.

    Ma sì, sfogati un po’, vai a caccia saggiò con le labbra il bordo della tazza, bagnandole appena di nettare caldo Madre Natura sa se domani sarai tu a dover evitare le grinfie dei bimbi.

    Mostra Lametta che sventra le zanzare e gongola al loro dolore!
    Fa niente se metti più scene. Il consiglio è di non sbrodolarsi; finché mostri le scene che devi mostrare non è sbrodolarsi è scrivere quanto necessario.

    @Solvente.

    1) Come calibrare la soggettività del punto di vista. Certo, il punto di vista è per definizione soggettivo, ma a volte sembra che i giudizi del personaggio fagocitino l’oggettività della situazione, la rendano “troppo” personale. Non so, forse la questione è tenere la telecamera più sugli occhi del personaggio che nella testa, in modo da evitare un surplus di valutazioni personali.

    La narrazione deve essere personale. Quello che devi evitare sono i giudizi del narratore, perché appunto implicano che il narratore è entrato nella storia, incrinando l’immersione. I giudizi (possibilmente impliciti) dovuti alla visione del personaggio vanno bene.
    Esempio: Michele è un razzista e la storia è scritta dal suo punto di vista. Mostrerai per esempio che la notte va a bruciare i campi nomadi. Ma quando vede “un uomo di colore addetto alle pulizie”, cosa scrivi?
    Se scrivi “uomo di colore addetto alle pulizie” apparentemente sei “neutro” in realtà sei entrato nella storia, hai spostato il punto di vista da Michele a narratore onnisciente. Perché in realtà Michele vede un “negro spazzino”. Ed è giusto così, perché la realtà è filtrata dal punto di vista di Michele.

    Quello che non sempre va bene è quando i personaggi formulano giudizi espliciti. Ma non va bene non tanto per il giudizio in sé, ma perché i giudizi espliciti sono spesso astratti.

    Con il punto di vista di Michele, magari in prima persona:

    Anna è una maleducata.

    E va anche bene, se è chiaro che è la “voce” di Michele e non quella esterna del narratore. Se però sei meno generico è meglio:

    Anna è una di quelle ragazze che arrivano con un’ora di ritardo agli appuntamenti e non si scusano neanche.

    #

    2) Questione più banale. Quando interagiscono due o più personaggi, e il contesto (del dialogo o delle azioni) non chiarisce chi agisca, come evitare di dover precisare X dice/fa, Y dice/fa.

    Ripeti che X fa e Y fa. I nomi dei personaggi sono “trasparenti”; a meno di eccezioni, il lettore non si accorge che li stai ripetendo. In ogni caso: meglio un “pedante” X fa e Y fa che non lasciare il dubbio che un’azione sia stata compiuta dal personaggio sbagliato. Se il lettore deve rileggere una frase o un paragrafo per dedurre chi ha fatto cosa è un errore molto più grave che non una ripetizione.

    @Ari. Grazie per la segnalazione dei refusi, adesso correggo. Venendo all’esercizio: mi sembra che ne manchi un pezzo, o sbaglio? Hai mostrato che Scintilla è giovane/ingenua/svampita, hai mostrato che è ben disposta ad aiutare gli altri (sebbene la ferita sia eccessiva, se avesse davvero il braccio squartato, non credo si comporterebbe così), ma… non hai mostrato che l’aiutare il prossimo non è proprio l’attività che le viene meglio, né che sia orgogliosa e testarda.
    Fino a quel punto va abbastanza bene, ma dovresti proseguire. Ti segnalo comunque:

    «Oh, per favore!» Scintilla roteò gli occhi al cielo. «Sembri la mia Superiora. “Scintilla, fatti aiutare dalle fatine più brave, perché sei troppo sbadata!”»

    Racconti che Scintilla non si fida delle fatine più esperte, ma non lo mostri.

    “Lassù” era ad almeno venti metri di altezza.

    Come spiegato nell’articolo i numeri sono meh, cerca di rendere l’altezza di “venti metri” senza dirlo esplicitamente.

  17. 100 Ari

    Rieccolo! Memorandum per il futuro: usare sempre l’Anteprima, prima di mandare messaggi…

    Scintilla sbatteva le alucce dorate, zigzagando tra i cespugli. Sfiorò con la punta delle dita i petali di una rosa. Alzò lo sguardo. Un raggio di sole la colpì negli occhi. Chiuse le palpebre.
    Quando le riaprì si trovò davanti il tronco di un albero.
    «Aaahhh!!!»
    SBAMM.
    Strusciò sulla corteccia, roteò su sé stessa e atterrò col sedere sul fango. Il braccino destro aveva una ferita che partiva dal gomito e arrivava a metà avambraccio. Sanguinava. Scintilla passò la mano sinistra sul taglio.
    «Stupido albero…» Il palmo era impiastricciato di sangue e puzzava di ferro.
    «Cosa sei tu?»
    Scintilla si voltò di scatto. Un bambino era seduto accanto a lei e la osservava. Gli occhi erano arrossati e le guance bagnate. Stringeva le ginocchia al petto. Scintilla nascose le braccia dietro la schiena, si alzò in piedi e gli sorrise.
    «Mi chiamo Scintilla. Sono una fatina» Si inchinò, sfarfallando le alucce.
    «Ah.» Il bambino sbuffò. «Una fatina»
    «Cos’hai contro le fatine?» scattò Scintilla alzando il mento.
    «Ma no, niente.» Il bambino si strinse nelle spalle. «E’ solo che se eri una strega mi potevi aiutare coi tuoi poteri…» Si pulì il moccio che colava dal naso con la manica della polo.
    «Io una strega?!» Scintilla schizzò davanti al bambino. «Guarda che le streghe non esistono mica, sai!» disse agitando l’indice.
    «Sono una fatina Perfettamente Qualificata, e ti darò tutto l’aiuto che ti serve!» Si accomodò su un ginocchio del bambino, lasciando penzolare una gambetta nel vuoto.
    «No, grazie» Il bambino sciolse l’abbraccio e stese la gamba libera. Le guance si erano asciugate.
    «Oh figurati, è un piac… ehi, aspetta! Perché?» Il bambino pinzò tra il pollice e l’indice le alucce dorate, e la posò a terra. Si alzò in piedi, si chinò in avanti e raccolse un filo di nylon. Lo arrotolò attorno al polso.
    «Non hai detto che avevi bisogno di aiuto?»
    Il bambino camminava a testa bassa, calpestando ciuffi d’erba e fiori. Scintilla lo raggiunse, gli afferrò il colletto e lo strattonò.
    «Non me ne andrò finché non ti avrò aiutato, ok?» Gli fece l’occhiolino.
    Il bambino sospirò.
    «Papà mi ha regalato un aquilone.» Tirò su il polso ed esibì il filo ingarbugliato. «Ci stavo giocando, ma poi è finito su un albero e non ci so arrivare.»
    «Ma non c’è problema: io posso volare!» La fatina svolazzò attorno alla testa del bambino, planò verso i suoi piedi e poi tornò davanti a lui piroettando. «Sarà uno scherzo per me trovarlo, fidati.»
    «Volare?» Il bambino accennò una risata. «Ma prima ti sei spiaccicata! Non sei mica tanto brava.»
    «Oh, per favore!» Scintilla roteò gli occhi al cielo. «Sembri la mia Superiora. “Scintilla, fatti aiutare dalle fatine più brave, perché sei troppo sbadata!”»
    «E’ lassù» la interruppe il bambino. Indicò la cima di una quercia gigantesca.
    Scintilla seguì la direzione del dito. “Lassù” era ad almeno venti metri di altezza. E non c’erano tracce di aquiloni. Doveva essere nascosto tra le foglie.
    «Sempre se ce la fai…» aggiunse il bambino.
    «Vado, vado!» Scintilla ravanò nel borsellino che teneva legato alla vita. Ne tirò fuori una bolla trasparente, dentro la quale c’era una lucetta che pulsava. «Certo che sei un bel tipo tu!» Gli fece una linguaccia.
    Il bambino rise e cominciò a correre verso l’albero.

  18. 99 Ari

    Oddio mi sono accorta che mancano pezzi di dialogo! Dev’essere per via delle virgolette… Lo rimetto a posto, scusate ancora!

  19. 98 Ari

    Buongiorno!
    Seguo da molto tempo il blog ma non avevo mai commentato. Ho provato a svolgere l’esercizio.

    Scintilla sbatteva le alucce dorate, zigzagando tra i cespugli. Sfiorò con la punta delle dita i petali di una rosa. Alzò lo sguardo. Un raggio di sole la colpì negli occhi. Chiuse le palpebre.
    Quando le riaprì si trovò davanti il tronco di un albero.

    SBAMM.
    Strusciò sulla corteccia, roteò su sé stessa e atterrò col sedere sul fango. Il braccino destro aveva una ferita che partiva dal gomito e arrivava a metà avambraccio. Sanguinava. Scintilla passò la mano sinistra sul taglio.
    Il palmo era impiastricciato di sangue e puzzava di ferro.

    Scintilla si voltò di scatto. Un bambino era seduto accanto a lei e la osservava. Gli occhi erano arrossati e le guance bagnate. Stringeva le ginocchia al petto. Scintilla nascose le braccia dietro la schiena, si alzò in piedi e gli sorrise.
    Si inchinò, sfarfallando le alucce.
    Il bambino sbuffò.
    scattò Scintilla alzando il mento.
    Il bambino si strinse nelle spalle. Si pulì il moccio che colava dal naso con la manica della polo.
    <Io una strega?!> Scintilla schizzò davanti al bambino. disse agitando l’indice.
    Si accomodò su un ginocchio del bambino, lasciando penzolare una gambetta nel vuoto.
    Il bambino sciolse l’abbraccio e stese la gamba libera. Le guance si erano asciugate.
    Il bambino pinzò tra il pollice e l’indice le alucce dorate, e la posò a terra. Si alzò in piedi, si chinò in avanti e raccolse un filo di nylon. Lo arrotolò attorno al polso.

    Il bambino camminava a testa bassa, calpestando ciuffi d’erba e fiori. Scintilla lo raggiunse, gli afferrò il colletto e lo strattonò.
    Gli fece l’occhiolino. Il bambino sospirò.
    Tirò su il polso ed esibì il filo ingarbugliato.
    La fatina svolazzò attorno alla testa del bambino, planò verso i suoi piedi e poi tornò davanti a lui piroettando.
    Il bambino accennò una risata.
    Scintilla roteò gli occhi al cielo. Disse con una vocetta querula.
    la interruppe il bambino. Indicò la cima di una quercia gigantesca.
    Scintilla seguì la direzione del dito. “Lassù” era ad almeno venti metri di altezza. E non c’erano tracce di aquiloni. Doveva essere nascosto tra le foglie.
    aggiunse il bambino.
    Scintilla ravanò nel borsellino che teneva legato alla vita. Ne tirò fuori una bolla trasparente, dentro la quale c’era una lucetta che pulsava. Gli fece una linguaccia.
    Il bambino rise e cominciò a correre verso l’albero.

    La storia è banale ma volevo solo concentrarmi sull’esercizio. Mi sono accorta che i personaggi si muovono molto mentre parlano, ma ho descritto poco/niente l’ambiente in cui sono. E’ giusto o sbagliato? All’inizio c’è un po’ di descrizione, ma mi sembrava che ad aggiungere particolari in mezzo al dialogo ci si sarebbe deconcentrati da quello che stavano dicendo Scintilla e il bambino.

    Approfitto del post per fare i complimenti a Gamberetta per il blog, e per segnalare un paio di refusi che ho trovato rileggendo alcuni articoli.

    -”Dalle cronache alle guerre del mondo emerso”
    Sotto l’immagine del libro di Mieville

    così pare naturale a chiunque abbia letto Nihal che qualunque altro romanzo debba essere almeno un poco miglio.

    —> meglio

    -”Segnalazioni: Romanzi italiani dei mesi perduti”
    Quarta frase

    E il particolare deprimente è che i suoi romanzi sono trai i migliori

    —> tra i

    Grazie per l’attenzione! :)

  20. 97 Solvente

    Gamberetta: Sì, nel finale sono rientrato in “modalità esercizio”, e dal punto di vista del racconto, stona decisamente.

    Un paio di cose che non so bene come gestire:
    1) Come calibrare la soggettività del punto di vista. Certo, il punto di vista è per definizione soggettivo, ma a volte sembra che i giudizi del personaggio fagocitino l’oggettività della situazione, la rendano “troppo” personale. Non so, forse la questione è tenere la telecamera più sugli occhi del personaggio che nella testa, in modo da evitare un surplus di valutazioni personali.
    2) Questione più banale. Quando interagiscono due o più personaggi, e il contesto (del dialogo o delle azioni) non chiarisce chi agisca, come evitare di dover precisare X dice/fa, Y dice/fa.

  21. 96 Unoqualunque

    @Gamberetta. Più che sforzarmi di rispettare il tema dell’esercizio, l’ho usato solo come spunto. Ho figurato in mente una scena e ho cercato di mostrarla. Ci sono riuscito?
    Ah, c’è un intrusione del narratore, forse evitabile: dove dice “il racconto che Licia aveva scritto per gli Uomini”. Ho “forzato” un po’ per far capire che Scintilla, essendo orgogliosa, si era incazzata poiché Licia voleva scrivere storia per gli uomini al posto suo. Ho sempre odiato i “temi” imposti!

  22. 95 Airon

    Ci ho riprovato, cambiando proprio scena (nota, il soggetto del mostrare è sempre Lametta, anche se il POV è Scintilla):

    I riccioli biondi di Scintilla sventolavano sotto il frullare delle ali «Allora, com’è andata? Raccontami, raccontami!» la fatina svolazzò a ridosso della sua amica.
    Lametta abbassò gli occhi e si strinse nelle spalle. Scrollò le ali dalla brina e posò a terra con un tonfo i borsoni che portava a tracolla; una nocciola intagliata a muso di scoiattolo rotolò fuori.
    «Oh…» Scintilla fermò le ali e atterrò leggera «Dai… sono sicura che la prossima volta andrà meglio!» cercò lo sguardo di Lametta, ma questa si era lasciata sprofondare nel mezzo cocco imbottito, le ginocchia raccolte al petto e le ali avvolte a bozzolo. «Fiammetta mi ha urlato dietro ogni dieci minuti.» la voce usciva soffocata da dietro le ali «Non mi ha neanche pagato il giorno completo. Ha detto che le ho fatto perdere tempo e basta.»
    Scintilla sistemò i borsoni dell’amica in un angolo, poggiando la nocciola scolpita a fianco, poi si sedette sul bordo della noce di cocco.
    «Sono certa che esagerava… e non ti preoccupare se non ti ha pagato. Puoi restare qui quanto vuoi, lo sai. Giovedì è l’Equinozio: possiamo andare giù ai Campi Gialli a prendere un po’ di miele d’inverno!»
    «Non ho soldi neanche per quello.»
    «Oh…» la fatina bionda si morse la lingua «beh, lo compro io e te ne regalo un po’! Mezza noce di miele è tanta per me, comunque.»
    «Sei un tesoro, Shee.» Lametta aprì le ali e stiracchiò un sorriso verso l’amica «Ma non voglio mandarti in rovina. Domani notte ho la prova con Madrina Meridiana.» tirò fuori dalla camiciola un frammento di carta «Se riesco a farmi dare tre notti la settimana come fatina dei denti, potrò finalmente cercarmi un posto mio.»
    Scintilla prese il foglio dalle mani di Lametta «Via Mulini d’Oro 1? Ma…»
    «Sì? Lo conosci? Hanno bambini tranquilli?»
    «Sì, no, è… andrà tutto bene, davvero.»
    Lametta si alzò in piedi «Shee, che c’è? È un bimbo pestifero? Hanno gattacci insonni?»
    «É… Lamy, è l’orfanotrofio.» Scintilla abbassò lo sguardo e arrossì come se fosse colpa sua.
    «Vecchiaccia malefica!» Lametta sferrò un calcio alla mezza noce di cocco, che iniziò a girare su sé stessa «Lo ha fatto apposta, lo so!»
    «Ma no, è… è solo sfortuna! Farai un figurone comunque, ne sono certa!»
    «Shee, l’orfanotrofio! Fatina dei denti all’orfanotrofio! Te la ricordi Madrina Lucilla? Esaurimento nervoso! Un bimbo ha cercato di staccarle l’ala destra. E questa mi ci manda per l’apprendistato!»
    Scintilla tacque, mordendosi le labbra. Madrina Lucilla aveva volato in cerchio per un mese dopo l’incidente.
    Lametta camminava su è giù per la stanza, le mani congiunte sulla nuca, la testa stretta tra gli avambracci, imprecando a bassa voce.
    «Carogna, maledetta carogna marcia bastarda.»
    «Lamy… Lametta» la fatina bionda fece per poggiare la mano sulla spalla dell’amica, ma questa la smanacciò via e si voltò di spalle.
    «Lametta, ascolta. Andrà tutto bene.» aprì la porta della cucina, continuando a parlare ad alta voce «Adesso metto a scaldare un po’ di nettare di pesco.» versò il liquido in una ciotola, schioccò le dita e un fuoco azzurrino si accese sotto di essa. «Tu intanto ti calmi, la smetti di andare su e giù come una formica e ti siedi. Beviamo un sorso di nettare, poi magari lavori un po’ allo scoiattolo, ti va? Così ti distrai. Stanotte una bella dormita, poi domani rientro presto così ti auguro buona fortuna e vedrai che la prova andrà benissimo. Sono sicura che…»
    Si interruppe nell’udire la porta sbattere. Tornò nel salotto e Lametta era sparita. Uno dei borsoni era aperto, la testa di scoiattolo rotolava sempre più lenta verso la parete opposta.
    Scintilla si chinò sulla borsa. Mancava la fiocina da zanzare.
    Ma sì, sfogati un po’, vai a caccia saggiò con le labbra il bordo della tazza, bagnandole appena di nettare caldo Madre Natura sa se domani sarai tu a dover evitare le grinfie dei bimbi.

    meglio dell’altro?

  23. 94 Gamberetta

    @Unoqualunque. Onestamente non ho capito il brano. Cioè, ok, ma come si collega al tema dell’esercizio? È un tantino troppo criptico.

    @Invernomuto.

    [...] ma non trovo impossibile o “forzato” che uno dei generali di Alexandros poaa Spere, e riferire, che la bestia pesi 20 talenti (sì, sono anche unità di peso, oltre che monetarie).

    Mettiamo pure che non sia né impossibile, né forzato. Rimane il problema di fondo che il lettore non è in grado di vedere i “20 talenti”. È come dire: “se ho un personaggio giapponese, non è normale che pensi in giapponese?” Sì, lo è. Ma se riporti i pensieri in giapponese non ti capisce nessuno. Qui lo stesso. Perciò se riesci a evitare i numeri è sempre un passo avanti, anche quando i numeri non sarebbero un vistoso errore.

    @Magdalena.

    in caso in cui si voglia scrivere un racconto/romanzo in forma epistolare, è inevitabile il raccontato o mi sbaglio?

    Sì e no. Io posso scrivere così:

    Ciao, Michele. Sai perché ti scrivo questa mail? Perché non ti immagineresti cosa ho combinato a seguire il tuo consiglio. Era martedì e stavo andando all’università quando…

    [e qui scrivi la scena/le scene in prima persona con tutti i crismi della buona narrativa]

    Perciò ti ringrazio ancora per il consiglio. A risentirci.
    Anna.

    In pratica c’è una sottile “cornice” di raccontato e poi c’è il mostrato. Però a questo punto dovresti domandarti: vale ancora la pena di usare l’artificio delle lettere? E forse la risposta sarà no.
    Questo se è un romanzo. In un racconto il raccontato(…) può funzionare di più perché, se l’argomento è interessante, il lettore non fa a tempo ad annoiarsi. Per esempio prova a leggere “Exhalation” di Ted Chiang. Non sono proprio lettere, ma è il diario di uno scienziato alieno. Alla fine è un racconto persino emozionante. Tuttavia siamo ai limiti, se Chiang allungasse un po’ di più con questo stile penso che il lettore si stuferebbe.

    @We,Who fell in love with the sea. Normalmente non sto lì a segnalare certe cose, però te le devo dire:
    1) Metti gli spazi dopo la punteggiatura! Dopo il punto, la virgola, i tre puntini di sospensione, ecc. ci vuole uno spazio. Se appiccichi le parole alla punteggiatura diventa faticoso leggere.
    2) Dividi i dialoghi con i giusti paragrafi, altrimenti è dura seguirti:

    “Si,subito” rispose la donna,girando la chiave.”Cara!” “AAAHHH!” La signora fece un balzò all’indietro [...]

    Dovrebbe essere:

    “Sì, subito” rispose la donna, girando la chiave.
    “Cara!”
    “AAAHHH!” La signora fece un balzo all’indietro [...]

    A parte questo, l’idea di base non è malvagia. Può essere adeguata per mostrare quello che era richiesto. Però devi scrivere con più calma. Mettendo i soggetti, e chiarendo meglio i passaggi.

    “Aaaaaiii love you faaairy lalà lalala lllà ai love you faaairy lilì lilili lllì…”
    “Pronto? Ah.Hm.Oh mio Dio,povera,agisco immediatamente.”
    “Click. Tuuu tuuuu tuuuu”
    Via delle Cascine 55,ore 22 e zero zero.
    Si trascinò fino alla sedia; [...]

    Un incipit così è difficile da capire. Meglio:

    “Aaaaaiii love you faaairy lalà lalala lllà ai love you faaairy lilì lilili lllì…” squillò il cellulare.
    La fatina Scintilla accostò il telefono all’orecchio. “Pronto?” La fatina annuì. “Ah. Oh mio Dio, povera. Agisco immediatamente.”
    Click
    Via delle Cascine 55, ore 22 e zero zero.
    La signora si trascinò fino alla sedia [...]

    Basta poco per rendere il testo più fluido. Non avere paura a ripetere i soggetti delle azioni. Meglio una ripetizione che un dubbio del lettore su chi-ha-fatto-cosa.

    @Solvente. La prima parte è ok, ma il finale no. La scivolata verso la “meta-narrativa” è brutta. Mostra Lametta che taglia le palle al tizio. Non sarà una descrizione piacevole, d’altra parte hai scelto tu questa situazione e hai scelto tu di dare questo tono così cattivo al personaggio (vedi il “palluffolo”).
    Manca poi che Lametta sia scappata da casa e i suoi molti impegni. Pazienza. Nel complesso non è scritto male. Se si escludono le ultime righe sono quasi tutti termini concreti. Bene.

    Forse si può cercare di integrare meglio i ricordi, magari spezzando quel brano e inserendo i due colloqui precedenti in punti di versi. E così si eliminerebbe:

    Non che le frasi standard da colloquio numero uno e numero due avessero funzionato fino a quel momento: quattro settimane di colloqui, e neppure uno straccio di lavoro.
    Quella mattina poi…uno schifo.

    Che è proprio brutto raccontato.
    Ma sono piccolezze.

  24. 93 Solvente

    «Capo…emm…Signor Lumacone, c’è qui la signorina Lametta. Il colloquio delle 12…»
    Il Capo addentò la bomba e staccò gli occhi dalla rivista. Schizzi di crema impiastravano la scrivania e le guance grassocce.
    Muoveva gli occhi verso un punto indefinito dietro di lei.
    Lametta sventolò le braccia su e giù, finché quello la inquadrò.
    Rimase a fissarla a bocca aperta, il resto della bomba schiacciato tra le dita tozze. «Ma che cazz…E ‘sta cosa che sarebbe?»
    «’Sta cosa sarebbe una fatina» bofonchiò.
    L’uomo si alzò. Indossava una vestaglia rosso sbiadito, sopra boxer bianchi con i papaveri rossi. Granelli di zucchero si tenevano in equilibrio sul rigonfiamento della pancia.
    Le veniva incontro con gli occhi porcini stretti a fessura. «Ma che cazz…»
    Lametta tossicchiò e scandì: «Signore, capisco la sue perplessità, ma le assicuro che la taglia non costituisce intralcio nello svolgimento dell’impiego. La invito pertanto a non farsi fuorviare da preconcetti, e a giudicarmi in base…»
    Quello si chinò in avanti. Teneva una mano sulla testa pelata, come se volesse sostenerla. «Ma che cazz…». L’alito puzzava di tabacco e crema pasticciera..
    La fatina guardò il soffitto. Guardò il pavimento. Diede qualche calcio all’aria. «Signore, scorgo ancora un’ombra di dubbio sulle mie capacità. Le chiedo pertanto di poter dimostrare con i fatti…»

    Non che le frasi standard da colloquio numero uno e numero due avessero funzionato fino a quel momento: quattro settimane di colloqui, e neppure uno straccio di lavoro.
    Quella mattina poi…uno schifo.
    Dal fioraio sembrava andasse bene: il vecchio l’ascoltava in silenzio, pulendosi gli occhialoni con la camicia, finché non aveva arrotolato il giornale e l’aveva rincorsa.
    A nulla era valso esibire i documenti e giurare di non essere un’ape mannara. Alla fine aveva deciso di lasciargli l’illusione. Un po’ le spiaceva: la nonna non sarebbe stata felice per il suo spillone da balia conficcato nel collo dell’uomo.
    Al Call Center, la tizia delle risorse umane si era addirittura dichiarata disponibile ad assumerla. Fatta salva una restrizione della paga proporzionale alla taglia ristretta.
    Aveva declinato con un sorriso gentile, che aveva mantenuto il tempo necessario a far scivolare un piccolo palluffolo nel taschino dell’arpia. Ne portava sempre un paio con sé nella sacca portatutto: quegli animaletti simpatici e tenerissimi divorano il corpo dell’ospite dall’interno, con una lentezza proporzionale alla taglia ristretta.

    «Ma che cazz…»
    Alzò il tono della voce: «Signore, mi metta alla prova. Le garantisco che non se ne pentirà.»
    Il Signor Lumacone si raddrizzò. Ora esibiva un sorrisetto scemo.
    «Vabbè, vediamo la carrozzeria.»
    Lametta digrignò i denti. Sentiva il viso avvampare. Posò a terra la sacca portatutto. Indugiò un attimo sulle spalline del prendisole. Le lasciò cadere. Sotto indossava reggiseno e mutandine di pizzo nero.
    Il Capo fischiò. «Ahpperò! La forma c’è. Sentiamo la sostanza.»
    La mano aperta dell’uomo le corse incontro. E le sbatté addosso.
    «Ahi!»
    «Ops. Mi sa che dovrò “testare” in altro modo.» Avvicinò il pollice e l’indice alle tette, e strinse.
    «Ahia! Oh!»
    «Ottima carrozzeria. Una Mini, direi.» Partì una risata sguaiata.
    Autocontrollo. Autocontrollo. Autocontrollo.
    «Forse si può fare. Vediamo…Servirà un mini-palo per la lap dance. Una matita?» Ancora sghignazzamenti. «Il difficile sarà far entrare le banconote negli slip.»
    Lametta strinse i pugni e si conficcò le unghie nella carne.
    Autocontrollo. Autocontrollo. Autocontrollo. Stupido mantra della stupida psico-fatina.
    «Certo, il vero problema sarà nel privè: come fai a…» Chiuse la bocca, e se la pulì col dorso della mano. Col pollice indicò il davanti dei boxer. «Anzi, mostramelo.»
    Il porco aveva ragione: mostrare è meglio che raccontare. Realizzò di aver raccontato fin troppo. Gamberetta l’avrebbe cazziata di brutto. E l’autore con lei. Si chiese se il pensiero del personaggio-punto-di-vista poteva essere mostrato, oppure fosse necessariamente un raccontato.
    Quella domanda le fece balenare un’idea.
    Sbatté le sopracciglia. «Si metta comodo, arrivo subito.»
    Si infilò nella sacca. Ma dov’era? Eppure l’aveva usata proprio quella mattina, quando aveva deciso di tentare anche quell’ultima spiaggia.
    La intravide sotto il conta-battiti-d’ali, proprio accanto alla spazzola per pulci.
    «Eccola!» esultò.
    Autocontrollo. Autocontrollooo! AUTOCONTROOOOOOLLOOOOOOO!
    Volò canticchiando verso i papaveri rossi.
    Gamberetta sarebbe stata fiera di lei: stava per mostrare al maiale come si era guadagnata il glorioso nome Lametta.

  25. 92 We,Who fell in love with the sea

    Provo anch’io

    “Aaaaaiii love you faaairy lalà lalala lllà ai love you faaairy lilì lilili lllì…”
    “Pronto? Ah.Hm.Oh mio Dio,povera,agisco immediatamente.”
    “Click. Tuuu tuuuu tuuuu”
    Via delle Cascine 55,ore 22 e zero zero.
    Si trascinò fino alla sedia; strinse le mani allo schienale e tirò con forza. Le gambe scorsero,a fatica,lungo i tagli nel legno. Aprì i pugni e si lasciò cadere,ma stette diritta: le profonde venature le causavano dolori alla schiena. Si piegò in avanti,poggiò i gomiti sul tavolo ed inforcò gli occhiali che teneva appesi al collo. Toccò i capelli,radi e bianchi, e si frugò nelle tasche del grembiule. Ne tirò fuori una foto,in bianco e nero,di un uomo,sulla sessantina,esile,occhi scavati,coppola in testa,camicia panciotto e farfallino.”Michele…ti prego torna da me,torna da me..”.Le si inumidirono ed arrossarono i piccoli occhi.”Michele…”si ripeteva,a bassa voce “Michele…” “Driiiiiiiiiiiin” La donna posò l’immagine,scosse la testa e si stropicciò gli occhi,afferrò nuovamente lo schienale e fece leva sul braccio. “Arrivo!” .La porta si trovava a pochi passi,così come il bagno e la camera da letto.” Chi è?” “Enel.” rispose una voce maschile,debole ma dal tono rassicurante.
    “hahahahaha”.La donna era ignara che una piccola creatura,proprio in quel momento,stesse spanciandosi sopra l’armadio,rigorosamente in legno scuro,vicino il portone. L’esserino aveva i rossi occhioni fissi sulla scena,lucidi per le risa,due alette diafane che si muovevano veloci su e giù,un corpicino dalle fattezze umane,all’inpiedi,con un braccio teso,poggiato al muro,e l’altro piegato, che ne copriva la bocca con la mano.
    “Si,subito” rispose la donna,girando la chiave.”Cara!” “AAAHHH!” La signora fece un balzò all’indietro e cadde sul posteriore,ma lo spavento era tale che non tolse gli occhi dal suo ospite”Amore,sono io! Non mi riconosci?”.Il tizio fece un passo avanti,barcollando,con le braccia tese,ma uno gli si staccò di netto e cadde sulle caviglie della donna “Ops!” “AAAAAHHHH!!” il contatto con l’arto marcio,secco e bluastro la paralizzò dalla punta dei piedi a quella dei capelli,esclusa la bocca.”Michele?! Non può essere! Oh Dio Oh Dio ti prego salvami!” pianse. “Si,sono io,sono tornato. Puzzo,è vero,e sono pieno di vermi,però sono io! Fatti abbracciare….” pianse anche l’uomo,con il braccio nuovamente teso. “Oops!” “AAAAAAAHHHHH!!!” Michele cadde rovinosamente sulla moglie,la quale perse i sensi,faccia a faccia con il defunto marito.”Ah,l’amour” Esclamò la creaturina che guardava la scena dall’alto,con un grande sorriso stampato sulle labbra e qualche lacrimuccia che le bagnava le piccole guance. “Aaaaaiii love you faaairy lalà lalala lllà ai love you faaairy lilì lilili lllì…” Mise una mano nel taschino destro dei pantaloncini ed estrasse un minuscolo cellulare
    “Pronto?”
    “Scintilla! Che diavolo hai combinato??” ringhiò una voce femminile,bassa e grave,dall’altro lato della linea.
    “Ah,Maestra,ho reso felice una vecchia signora”. Rispose candidamente l’esserina
    “Bene ma…come? Ricevo dei segnali di negromanzia proprio nella tua zona”
    “hehe…beh…ho zombificato il marito”
    “Tu..COSA??? Tu non sei una fatina,sei una INCOMPETENTE! Te l’ho detto mille volte,non si scherza con la negromanzia,è una cosa seria,diamine!”
    “Ma…io…volevo solo farla felice…” miagolò Scintilla,che subito dopo perse la calma
    “Uffa! Che noia che siete,voi e le vostre inutili regole,io voglio solo portare la felicità!”
    “Cretina!” Urlò infuriata l’altra
    “Così crei solo un sacco di casini! Per fortuna sei ancora debole nell’arte dei morti,basterà poco per far scomparire i tuoi guai.Mi raccomando,dopo teletrasporta la carcassa e vieni subito da me.SUBITO.”
    La Maestra riattaccò e Scintilla rimise il cellulare in tasca.La fatina sbattè i pugni contro il muro e sbuffò; lasciò l’armadio e volò a terra ai piedi dello zombie,addormentatosi sulla moglie poco dopo che questi era svenuta. La piccola creatura incrociò le braccia e chiuse gli occhi.”Vade Retro Michele!” urlò. Riaprì gli occhi e saltò sulla testa della carcassa,si sedette e scomparve in un attimo,insieme al corpo.

  26. 91 tasso barbasso

    @Magdalena.

    Mi pare che nel caso di un romanzo totalmente epistolare la distinzione tra “raccontato” “mostrato” non abbia senso: lì ci sono solo personaggi che si parlano, coerentemente, usando il proprio specifico linguaggio e attingendo alle propria conoscenza e visione della vicenda.

  27. 90 tasso barbasso

    @Magdalena.

    Posto che è una forma vecchissima che non viene usata, credo, da secoli,

    Esistono diversi esempi di romanzi recenti e recentissimi che sono parzialmente o totalmente epistolari. In questo momento mi vengono in mente La scomparsa di Patò e La concessione del telefono, che io (per quel che può valere) considero i migliori libri di Camilleri insieme a Il birraio di Preston (tutti e tre non “montalbaniani”).

  28. 89 Magdalena

    Ho una domanda, e mi scuso se è già stata data una risposta, ma i commenti sono tanti:
    - in caso in cui si voglia scrivere un racconto/romanzo in forma epistolare, è inevitabile il raccontato o mi sbaglio?

    Posto che è una forma vecchissima che non viene usata, credo, da secoli, ma che funziona ancora se rileggiamo i classici del genere, come ci si deve regolare secondo te?

    Grazie in anticipo!

  29. 88 Invernomuto

    @Aryasnow: Questo intendevo, qualsiasi sia il tuo PdV, non è impossibile che sia il personaggio stesso a voler “raccontare” invece che mostrare, e, notando che questa posizione non era contemplata nell’articolo ho deciso di chiedere delucidazioni a Gamberetta, che probabilmente se l’è anche presa per l’ “oracolo”, che invece è un epiteto appropriato!

    Penso che per quanto lo show don’t tell sia un metodo efficace, è anche vero che dipende effettivamente dal livello di accuratezza necessario alla storia.
    Giustissimo sostenere che dire che “Bucefalo scuoteva la terra ad ogni movimento e qualsiasi stallone sembrava un puledro accanto a lui”, ma non trovo impossibile o “forzato” che uno dei generali di Alexandros poaa Spere, e riferire, che la bestia pesi 20 talenti (sì, sono anche unità di peso, oltre che monetarie).

    Lungi da me voler commentare la velidità di un metodo contro l’altro (sono opinioni, e val la pena solo di discutere i fatti), chiedevo solo un chiarimento che mi è stato genitlmente dato da gamberetta, ovvero che il metodo è valido solo nel caso NON ci serva una misura assolutistica.

  30. 87 Unoqualunque

    Va bene il mio compito?

    Licia, in piedi sulla scrivania, aveva appena sfiorato con la punta della bacchetta magica il foglietto che stringeva fra le dita.
    Scintilla ringhiò, balzò dal letto e saettò verso di lei con le braccia e le mani tese.
    Licia guizzò verso la finestra e si adagiò sul davanzale; nascose il foglio dietro il sederino e fissò la compagna con un sorriso sprezzante.
    “Maraka!” grido Scintilla dalla scrivania, e si morse il labbro. Sentì un liquido caldo bagnarle il mento.
    Licia aggrottò le ciglia e scosse il capo. L’imposta delle finestra si spalancò e la colpì sulla schiena.
    La fatina precipitò a terra, e il foglio fluttuò nell’aria.
    Scintilla schizzò a recuperarlo prima che toccasse terra, poi strappò la bacchetta magica dalle mani di Licia che giaceva esamine. Toccò la carta con la bacchetta e vide dissolversi il racconto che la compagna aveva scritto per gli Uomini.
    Spiccò il volo soddisfatta, ma urtò con la testa lo spigolo dell’imposta e le si annebbiò la vista.
    Quando riprese i sensi, si trovò sdraiata a terra. Licia era scomparsa e al suo posto stava in piedi una fatina sconosciuta, completamente nuda, che le porgeva una rosa nera. Scintilla sollevò appena l’avambraccio, prese il fiore e mormorò: “Finalmente.””

  31. 86 Giobix

    L’inquadratura cinematografica che riprende il pdv del personaggio è La “soggettiva”, e di solito dura pochi secondi alternata al pdv onnisciente.
    Questo video dei Prodigy è quasi interamente girato in soggettiva, con un cambio al pdv onnisciente solo nei secondi finali
    (attenzione: contenuti espliciti)
    http://www.youtube.com/watch?v=StAbpvntNkA&feature=related

  32. 85 Gamberetta

    @AryaSnow.

    Però mi sa che per questo dovrei per forza aggiungere almeno un’altra scena, allungando il tutto. No?

    Probabilmente sì. Ma fa niente. L’idea è di non sbrodolarsi: il che vuol dire non scrivere di più di quello che serve, ma se nel tuo scenario servono due scene, va benissimo due scene. Anche il mio esempio di Fiammetta, pur corto, aveva due scene (lei che esce dalla teiera, lei in giardino).

    @Airon. Il pezzetto è questo:

    «Ce l’ho!» le mani della fatina sparirono nella borsa a tracolla, rovistando. «L’ho preso a… voglio dire, la mia Madrina voleva che lo tenessi io.» posò sul banco di Fiammetta due mezzi gusci di noce levigati, una boccetta di inchiostro azzurro, tre pennelli, poi riprese a rovistare la borsa «É qui, adesso lo trovo!»
    La fata Superiora prese tra indice e pollice la boccetta di inchiostro e la inclinò; il fluido restò immobile, tristemente secco. «Mezzaluna ti ha donato il Libro? Credevo avesse a cuore la tua indipendenza.» Fiammetta posò la boccetta e si pulì i polpastrel-li sul bordo della gonna, arricciando le labbra.

    Siccome fino a quel punto il pdv è stato saldamente di Lametta, quando tu scrivi che “La fata Superiore ecc.” il lettore si immagina Lametta che, mentre fruga, con la coda dell’occhio segue i movimenti di Fiammetta. Quando arriva il “tristemente” lo attribuisce a Lametta.
    Se d’altra parte scrivi esplicitamente che Lametta ficca il visino nella borsa (e dunque non può vedere Fiammetta), poi non puoi dire niente dell’altra fata. Il pdv che ti scegli a inizio scena è quello che ti porti appresso fino alla termine della scena, con i limiti del caso.
    Però non è così grave. Qui avresti potuto dire, non so:

    La fata Superiora prese tra indice e pollice la boccetta di inchiostro e la inclinò; il fluido restò immobile, secco. La fata Superiora aggrottò le sopracciglia. Gettò la boccetta nel cestino della carta straccia.

    E pur mantenendo il pdv di Lametta (che sbircia mentre fruga) abbiamo lo stesso un’idea di quello che pensa Fiammetta delle cianfrusaglie.

    Ricordo un passaggio di “how to write a damn good novel II” in cui si suggerisce un trucco per POV che cambia rapidamente; ricordo male o esiste davvero?

    Io ricordo che Frey racconta che ci potrebbero essere dei trucchi per cambiare pdv in una scena senza infastidire il lettore, ma poi non mostra alcun esempio. Però ormai l’ho letto tempo fa e devo controllare.
    In ogni caso rimarrebbe un’eccezione. Nel 99% dei casi se non cambi il pdv in una scena è meglio.

    Con il cinema è più facile perché spesso il cinema adotta un pdv di narratore onnisciente. La telecamera non è legata a un personaggio per un’ora con tanto di pensieri (e invece questo tipo di cose succedono regolarmente nei romanzi), dunque i cambi di pdv sono molto meno traumatici – anche perché appunto spesso non sono veri cambi di pdv, è semplicemente il narratore che punta la telecamera verso un altro personaggio, ma la realtà continua a essere filtrata da lui, non dal personaggio.

    @Andrea. Sì, come già visto con altri, è più mostrato il rapporto Scintilla – testa di pietra che non il carattere di Scintilla. Una sequenza avrebbe potuto essere:
    * Scintilla è redarguita dalla Fata Maestra che le dice di non fare più magie finché non avrà imparato.
    * Scintilla esce in strada, vede il ragazzo che viene picchiato dai bulli.
    * Dato che Scintilla è al contempo testarda, orgogliosa e desiderosa di aiutare il prossimo, ignora la Fata Maestra e trasforma il ragazzo in pietra.
    * Scintilla si rende conto di aver commesso uno sbaglio.
    Mostrare il più possibile, e cercare di suscitare emozioni.

    @Samuele. L’idea di attribuire a Scintilla disastri nelle fiabe è carina, ma il brano è tutto raccontato.
    Pieno di espressioni tipo: “Non che Scintilla avesse paura della punizione che le sarebbe stata assegnata: la cosa che temeva di più era la vergogna, il disagio che seguiva la scoperta di quanto aveva fatto stavolta.” dove devi riuscire a rendere tangibili, attraverso situazioni concrete, i sentimenti. Non so, per la vergogna puoi mettere che le punizioni sono svolte in pubblico con le altre fatine compagne di Scintilla che la prendono in giro. In nessuno punto dovrei leggere che Scintilla si vergogna, però io dovrei provare quel sentimento.

    O anche i ricordi delle fiabe, mostrali! E più efficace un passaggio mostrato che diversi racconti. Metti la scena con la strega davanti alla saracinesca abbassata del fruttivendolo, Scintilla che la vede, ecc. Oppure il Lupo a testa china seduto su un tronco con lo stomaco che brontola, Scintilla che lo vede, ecc.

    L’idea è di calare il lettore nella storia. Senza raccontare da lontano.

    @Invernomuto.

    Sì, oh oracolo [...]

    Come è spiegato nell’articolo, non ti interessa mai l’altezza assoluta. Non te ne fregerà mai niente se Michele è alto 2 metri e 10 o 2 metri e 14. Per la storia sarà importante se Michele ha difficoltà a trovare i vestiti (l’altezza in rapporto a pantaloni e camice), se Michele è in imbarazzo con le altre persone (l’altezza in rapporto alla fidanzata, al fratello, al collega), se Michele non riesce a dormire (l’altezza in rapporto ai materassi) o altro.
    Non ti interessa se il carro armato pesa 20 tonnellate o ne pesa 21, ti interessa se è troppo pesante per attraversare il ponte o no. Così tutte le altre misurazioni.

  33. 84 AryaSnow

    Per i motivi che ha già detto Emile, non c’è alcun bisogno di interventi del narratore.
    Più che altro, di fatto in molti casi il raccontato fa parte dello stesso PdV scelto, non del narratore. “Intervento esterno” per me è quando si dicono cose che il PdV non può sapere e/o pensare. In ogni caso, resta il fatto che mostrare avvicina di più il lettore alla scena.

    Io tendo a dare importanza anche a questo punto dell’articolo:

    Ho già illustrato una ragione che può spingere a raccontare invece di mostrare: quando, considerato il punto di vista, raccontare suonerebbe più naturale.

    Ecco.
    Se Anna è il mio PdV e lei è stata in qualche modo colpita dall’altezza di Michele quando l’ha visto, dire che è alto in modo solo indiretto (“Michele si abbassò per entrare nella carrozza”) non rispecchia bene questo suo stato psicologico. Trovo calzante in questo caso dire “Michele era alto”, perchè nella realtà quando si vede una persona alta e si presta attenzione a ciò, capita di pensare proprio “X è alto”. Poi sì, anche in questo caso sarebbe bene comunque anche mostrare, in modo da rendere l’affermazione più concreta.

    Non so… vorrei sapere se Gamberetta è d’accordo.

  34. 83 Emile

    @Invernomuto:Il tuo esempio del pene e delle due mani è assolutamente non calzante; è vero che se prendiamo come mentro di riferimento le mani di un nano potremmo arrivare a misure imbarazzanti, ma è altrettanto vero che se qualcuno trova scritto in un libro di un membro “grosso come due mani” si immagina subito qualcosa da film porno, punto. Non conta nulla il disquisire su cosa teoricamente potrebbe anche significare un simile paragone in caso di mani super basse, conta che immagine ti dà una simile frase ed è quella che ho appena descritto.
    E in linea generale Gamberetta ha perfettamente ragione, si può “mostrare” quasi qualunque cosa senza problemi (metto il “quasi” perché può essere che, in rari casi, non ne valga la pena per qualche motivo, come il fatto che il risultato finale non sarebbe granché).
    L’esempio della tipa in punta di piedi non è perfetto “per se” (magari è lei ad essere piuttosto bassa) ed andrebbe rafforzato con altri uno/due episodi adatti a far risaltare l’altezza del personaggio, ma se ne possono pensare molti altri che invece renderebbero subito l’idea in modo chiarissimo.

  35. 82 Invernomuto

    Sì, oh oracolo, però il fatto che Anna debba stare in punta di piedi NON mi dice assolutamente niente riguardo all’altezza, perché, pur volendo mostrare che qualcuno sia più alto di lei, non abbiamo idea di quanto sia alta.
    Come sa bene chiunque abbia qualche base scientifica, per ogni cosa è necessario un metro di riferimento universale, e come tu stessa ci hai ben ricordato, bisogna sempre specificarlo.

    Esattamente come “valeva 40 monete” non ci rappresenta niente, sinchè non conosciamo il valore esatto ed oggettivo di una moneta, il fatto che qualcuno sia alto quanto Anna in punta di piedi NON ci descrive nulla sinchè non sappiamo, in modo chiaro ed oggettivo, quanto sia alta Anna.

    Anna potrebbe essere alta 150cm nostrani, e di conseguenza chi si rapporta a lei sarebbe tutt’altro che “imponente”, ed anche volendo “mostrare” in precedenza l’altezza di anna paragonandola a, chessò, un tavolo, dovremmo per forza conoscere anticipatamente le misure dello stesso, e ad un certo punto di questa infinita catena di paragoni troveremmo necessario l’intervento esterno dell’autore che dia un metro oggettivo.

    Esattamente come Michele, che ce l’ha grosso una mano e mezza, o una mano virgola settantacinque, ma DI CHI?
    Perchè se io faccio un cerchio con le mie due mani, relativamente grandi, direi che Michele sviene ogni volta che ha un’erezione, dato che si ritroverebbe con un membro virile equino, se invece voglio immaginare le mani della protagonista, che potrebbe avere delle mani decisamente minuscole, non posso non immaginare un Michele ipodotato ed infelice.

    Show don’t tell va anche bene, in alcune situazioni, e posso anche immaginare il fascino che può esercitare, ma è assolutamente innegabile che spesso e volentieri, in una storia, sia necessario l’intervento esterno (più subdolo possibile) dell’autore, che possa dare parametri oggettivi.

  36. 81 Samuele

    Devo dire che il compito è stato veramente rognoso. Ma d’altronde se si vuole imparare qualcosa (e non è detto che ci sia riuscito…anzi). E’ la prima volta che mi capita di seguire un discorso serio sullo scrivere, per la maggior parte si tratta di incensature o stroncature che in ogni caso non portano da nessuna parte.
    Si sente in questo blog che c’è la passione per quello che fai. Di questo vale la pena ringraziarti, sono pochi, pochissimi quelli che si farebbero un mazzo così argomentando perché e per come si scrive. Grazie.

    Le ali traslucide erano macchiate in più punti di opaco e di fuliggine.
    Scintilla cercò di non pensarci, ma più evitava di tornarci con il pensiero e più la sua testa ci si fissava, più e più volte. Aveva cercato di lisciarsele con le mani, le aveva sfregate nell’acqua fresca di rugiada, le aveva piegate e distese sperando che quell’onta scomparisse dai suoi occhi ma non c’era stato proprio nulla da fare. Erano là, macchiate e consumate e non appena la sua Fata Maestra si fosse accorta di quella cosa sarebbero stati guai.
    Non che Scintilla avesse paura della punizione che le sarebbe stata assegnata: la cosa che temeva di più era la vergogna, il disagio che seguiva la scoperta di quanto aveva fatto stavolta. Scintilla iniziava sempre qualcosa su di giri e con le migliori intenzioni, ma quando aveva fatto tutto la Fata Maestra era là, con quello sguardo, a metà tra il compatimento e la più profonda disperazione, a ndirle che per l’ennesima volta aveva sbagliato tutto.
    Fiammetta scrollò le spalle, con un leggero fremito delle ali. Il leggero movimento le procurò una piccola fitta di dolore bruciante: forse le ali non si erano soltanto macchiate quando aveva attraversato le fiamme. Eppure metteva tutta se stessa nel soddisfare gli altri, ma non per questo la cosa le veniva mai riconosciuta. O peggio: non sempre i suoi sforzi erano addirittura premiati da un lieto fine. Come quella volta che aveva aiutato il lupo a entrare nella casa di Cappuccetto Rosso. Quel povero lupo le aveva raccontato di essere rimasto chiuso fuori, al freddo. O quella volta che Cenerentola aveva dovuto partecipare al ballo e all’ultimo momento Scintilla si era proposta per sostituire la Fata Madrina che si era sentita male. Non era colpa sua se aveva smarrito il paio di scarpe in tinta con il vestito. O ancora quando la matrigna di Biancaneve era passata troppo tardi e aveva trovato chiuso al negozio di frutta e verdura. Scintilla era stata ben felice di poter essereutile, procurandole tutte le mele che voleva, povera vecchina disperata.
    La giovane fatina, un’espressione trasognata in viso, passava la punta delle dita sulle labbra mentre contava le occasioni nelle quali era stato necessario il suo intervento. A ogni sorriso nel ricordo seguiva l’espressione amareggiata della consapevolezza che in qualche modo aveva fallito senza volerlo veramente e per questo la fata Maestra l’aveva ingiustamente ripresa.
    Non era certo colpa sua se si impegnava a fondo in quello che faceva. L’unico problema era che non sempre si rendeva conto quando fosse il caso di intervenire o meno, ma con l’esperienza e una lunga pratica avrebbe imparato. Ne era sicura.
    Per esempio: quei bambini, come si chiamavano? Grendel e Hemmental? O piuttosto Hansel e Gretel? Sì meglio in questo modo… avevano desiderato una casa di marzapane. Ci era voluto un po’ di tempo e parecchio del suo potere, ma alla fine Scintilla li aveva accontentati, finanche nel brillio dorato della maniglia che i bambini avevano subito ingordamente sgranocchiato, ancor prima di entrare. Era venuta proprio bene e del sapore giusto al vedere i sorrisi estasiati di quei due bambini, sorrisi tali da scaldarle subito il cuore. Per non parlare del brillio dei loro occhi! Stavolta aveva fatto il suo dovere da fatina fino in fondo.
    Era entrata con loro pregustando già i complimenti che avrebbe ricevuto dalla Fata Maestra, almeno stavolta. lei non avrebbe pensato, al pari di Scintilla, di mettere finanche il carbone dolce nel caminetto.
    Ma dentro alla casa c’era già qualcuno: una vecchia corpulenta che teneva ben attizzata una fornace di fuoco vero, di legna e non di carbone dolce. Chissà poi perché.
    Per questo motivo una Scintilla imbronciata stava osservando da rispettosa distanza il fumo scuro che si levava dal comignolo. Le ali continuavano a farle male per la frustrazione: cosa aveva sbagliato stavolta? Forse le aveva sbattute troppo e troppo in fretta mentre usciva da tutto quel fumo acre e soffocante, grazie a una lastra di zucchero trasparente mancante alle finestre. Ma la fata Maestra sarebbe stata soprattutto molto contrariata quando avesse saputo come era cambiata la luce del giorno da quanto Scintilla si era appostata là fuori, aspettando invano che uscissero anche i bambini.

  37. 80 Anonimo Qualsiasi

    @Tapiroulant

    Premetto che sono un fautore e portare di un Io Sublime. :-D

    Giudicare le intenzioni di un’opera cinematografica a partire dagli effetti e dalle forme con cui i suoi spettatori (siano essi una parte maggioritaria o minoritaria), mi pare piuttosto sbagliato.

    Kubrik, ad esempio, tutto avrebbe voluto meno che i giovani si riversassero sulle strade per compiere efferatezze e vandalismo, quando realizzò Arancia Meccanica, ma a ben guardare ottenne proprio quella conseguenza. :-)
    Ovvio che questo sia un caso limite, poi potremmo farne anche altri, se, ad esempio, io avessi una maggiore cultura cinematografica! XD

  38. 79 Andrea

    Ho provato con Scintilla, ma temo di non aver centrato appieno la descrizione e di essermi concentrato troppo sui dialoghi.

    «Ecco fatto!» esclamò Scintilla, e fece un giro attorno alla gigantesca testa di pietra. «Come volevi tu, no? Ma avrai bisogno di altri vestiti. E di un letto più grande».
    La testa mugugnò.
    Scintilla si colpì in fronte. «Che sbadata! È ovvio che vuoi vederti!» Con uno schiocco di dita fece comparire uno specchio. «Ecco fatto» ripeté. Volò sulla testa e contemplò il riflesso. «Noterai che mi sono ispirata alle statue dell’Isola di Pasqua. Spaventose. E quindi anche tu sei spaventoso. Vedrai che domani a scuola quel bulletto scapperà via urlando».
    La testa mugugnò ancora.
    «Come?» Scintilla si librò vicino alla bocca. Poggiò l’orecchio sulla superficie ruvida e disse: «Ripeti. Scandisci bene».
    «Mmm».
    «Non ti stai impegnando molto». Scintilla scosse la testa. «Ho capito, ci devo pensare io. Ancora. Sarò anche la tua fatina madrina, ma dovresti provare a essere un po’ più indipendente. Pensa alle statue dell’Isola di Pasqua: hanno fatto strada, e non c’era nessuna fatina ad aiutarle. Che io sappia».
    Schioccò di nuovo le dita. Le labbra si schiusero con lo stesso rumore di una cerniera.
    «Scintilla!» Voce grossa e gutturale.
    Scintilla volò fin sopra l’armadio e prese a studiarsi le unghie. «Sì?»
    «Che ti avevo detto sui desideri?» sbottò la testa. «Eh? Che ti avevo detto?»
    «Di avverarli, no?»
    «No» rispose la testa. «Cioè, sì. Ti ho detto di non fraintendere e di non fare assurdità».
    «Le teste dell’Isola di Pasqua non sono un’assurdità» disse Scintilla. Strinse le labbra e incrociò le braccia al petto. «È offensivo. Per me e per loro».
    «Allora hai frainteso».
    «No che non ho frainteso. Ho fatto esattamente quello che mi hai detto».
    «Quando mai ti ho detto di trasformarmi in una testa di pietra?»
    «No». Scintilla aggrottò la fronte. «Hai detto: “Voglio diventare grande e grosso, così gliela faccio vedere io a quel bulletto di merda”. E io ho detto: “Non dovresti usare queste parole”. E tu hai detto: “Fa’ come ti dico o ti chiudo in un cassetto per una settimana”. E io ho fatto come mi hai detto».
    «Non…»
    «No!» esclamò Scintilla. «Tu hai detto “grande”, e ora sei grande. Se saltassi toccheresti il soffitto. E poi hai detto “grosso”, e ora sei grosso. Pesi sicuro cento volte quanto pesavi prima. E, per concludere, per fargliela vedere a “quel bulletto di merda” ho immaginato intendessi fargli paura. E te lo ripeto, così sei spaventoso. Non c’è niente di più spaventoso delle teste dell’Isola di Pasqua. Se poi hai qualcosa di cui lamentarti, chiama pure il Comitato Fatine Madrine, ma non ti aspettare di…»
    «Comitato Fatine Madrine!» tuonò la testa.
    Lo specchio si frantumò e si dissolse. Scintilla avvampò, sbuffò e urlò: «Tu! Non ne capisci niente di desideri! Cercavo solo di aiutarti e tu… tu…»
    Si aprì un portale di luce sul letto. Scintilla tornò sopra l’armadio, incrociò gambe e braccia e disse: «Vedrai. Vedrai che daranno ragione a me».

  39. 78 AryaSnow

    @Gamberetta: Ehm sì, la mia Lametta è una fata. La volevo grande quanto gli altri, così ho osato prendermi questa libertà. Comunque in effetti avrei anche potuto rendere tutti i personaggi delle creaturine piccole, e creare una mini ambientazione su misura per tutti^^

    È molto raccontato che Lametta è scappata da casa, non è mostrato. Non è mostrata Lametta che dorme sotto un ponte.

    Ah capisco, ci voleva proprio una cosa così diretta…
    Però mi sa che per questo dovrei per forza aggiungere almeno un’altra scena, allungando il tutto. No?

    Grazie della lettura!

    PS: sul “probabilmente” sono stata indecisa fino all’ultimo. Sarà uno di quei casi in cui si cede alla tentazione di inserire una parola inutile, nel dubbio che serva :-P

  40. 77 Airon

    ok sul pignolo.

    vado un filo OT

    È da tagliare, e tra l’altro, ora che me lo spieghi, ti posso dire che è due volte un errore: primo appunto perché è un termine astratto; secondo perché, se il tristemente lo attribuisci a Fiammetta, è un cambio di punto di vista in mezzo a una scena – infatti io lo avevo attribuito a Lametta, che constata “tristemente” come i suoi averi siano ridotti male.

    ho (forse erroneamente) immaginato la scena in modo cinematografico. Lametta è chinata a rovistare nella borsa; stacco su Fiammetta che guarda schifata l’inchiostro; Lametta riemerge dalla borsa e scena d’insieme.

    Lametta, chinata sulla borsa, non può vedere Fiammetta. Come posso mostrare le reazioni di un personaggio esterno al mio POV, che sia presente ma non “inquadrato” al momento? Devo rassegnarmi a costruire la scena in modo diverso, o c’è un modo?
    Ricordo un passaggio di “how to write a damn good novel II” in cui si suggerisce un trucco per POV che cambia rapidamente; ricordo male o esiste davvero?

  41. 76 Gamberetta

    @Mauro.

    Questo però non inserisce il narratore esterno? Se i personaggi sono così concentrati sul duello, nell’attesa dell’attimo di sparare, difficilmente noteranno la polvere, la cenere del sigaro, e dettagli simili.

    Sì, ma nell’esempio di GSeck il punto di vista era appunto esterno: la fatina che guarda la tensione crescere tra i due ragazzi.

    @Airon.

    A prescindere dal fatto che poteva (doveva) essere scritto meglio, per un personaggio permaloso è lecito definire “superpignolo” un altro che lo sia solo marginalmente?

    Sì e no. Faccio un esempio:

    Lo gnomo sbatté il piatto di maccheroni sul banco. Tra il sugo spuntava lo spillone. Lametta allungò la manina, acchiappò lo spillone, lo pulì con l’orlo del grembiule e se lo infilò tra i capelli, sotto la cuffietta.
    «Be’, mi è scivolato.»
    «Be’ un corno! Se non me ne accorgevo tu portavi in tavola la pasta con gli spilli! Rischiavi di bucare la pancia di qualcuno!»
    Lametta si strinse nelle spalle. «Quante storie.» Certo che è proprio un superpignolo.

    L’ultimo pensiero è naturale (se voglio mostrare la visione distorta del mondo di Lametta)? Sì. Però se scrivo:

    [...]
    Lametta si strinse nelle spalle. «Quante storie. E poi guarda lì, prepari da mangiare con le unghie sporche.»

    Ho espresso più o meno lo stesso concetto, ma senza ricorrere al “superpignolo” che, per quanto naturale, costringe comunque il lettore a un lavoro mentale.

    Perciò il “superpignolo” ci può stare, ma si possono trovare soluzioni migliori – si devono trovare se l’esercizio è sul mostrare.

    Anche quel “tristemente” era stato messo per sottolineare l’opinione di Fiammetta su Lametta e il suo disordine.

    È da tagliare, e tra l’altro, ora che me lo spieghi, ti posso dire che è due volte un errore: primo appunto perché è un termine astratto; secondo perché, se il tristemente lo attribuisci a Fiammetta, è un cambio di punto di vista in mezzo a una scena – infatti io lo avevo attribuito a Lametta, che constata “tristemente” come i suoi averi siano ridotti male.
    Ogni scena, un solo punto di vista. Se scegli quello di Lametta (come testimoniano i suoi pensieri), ogni parola è filtrata dal suo di punto di vista, non puoi introdurre il punto di vista di un altro personaggio.

    @AryaSnow. Uhm, ma Lametta è fata o fatina. O è una fata o se è una fatina tutti gli altri personaggi e oggetti sono piccini in proporzione a lei. Comunque a parte questo “problema”, più o meno potremmo esserci. Sono mostrate diverse delle caratteristiche che avevo raccontato.

    Non funziona:

    Era arrivato un messaggio dalla mamma: “Dove sei finita, tesoro? Torna a casa”. Se solo avesse saputo del suo passatempo speciale…

    È molto raccontato che Lametta è scappata da casa, non è mostrato. Non è mostrata Lametta che dorme sotto un ponte.

    Un paio di dettagli di raccontato:

    Un’elfa, con un nero tailleur probabilmente cucito su misura.

    Il “probabilmente” è uguale al “sembra” che è uguale al “circa” e “quasi”. Tagliare. Tanto “cucito su misura” e “probabilmente cucito su misura” creano la stessa immagine mentale.

    “Quanto nervosismo, per una che trasuda soldi,” pensò Lametta, ma si limitò a spiegare le ali da fata e levarsi da terra, fino a raggiungere la mensola in cima.

    “ma si limitò” è raccontato. “fino a” anche (ok, questa è una minuzia, ma si sa che Gamberetta è superpignola).
    Perciò puoi tagliare (“dispiegò le ali, si levò da terra, raggiunse la mensola in cima”), oppure puoi cercare di mostrare i concetti.
    Non so:

    “Quanto nervosismo, per una che trasuda soldi,” pensò Lametta. “Gli elfi, chi li capisce è bravo.” Scosse la testa. Dispiegò le ali e volò alla scaffalatura. Atterrò sulla mensola in cima, il fiato corto.

    Notare che il pensiero della fatina è anche naturale, ma se si organizza il tutto in modo da evitare il “nervosismo” (e il mio “capisce è bravo”) sarebbe un punto di merito.

    @Adriano.

    Speriamo di prendere almeno la sufficienza!

    Sì, c’è la sufficienza. E poi io sono buona, non sono come le vere maestre, quelle che costringono gli allievi a infilare le mani nella neve e poi picchiano sulle nocche gelate con il righello.

    Hai mostrato quello che io ho detto di Lametta, ma lungo la strada hai lasciato un sacco di raccontato.

    Per esempio:

    [...] e cominciò a raccogliere le proprie cose nominandole via via che le rimetteva nella borsa: “Ecco la mia pietra runica… ecco il cappello-ghianda… ecco il rossetto al ribes…”

    Se vuoi mostrare questa situazione sarebbe più:

    La fatina si mise a quattro zampe. Le dita passarono tra l’ebra fradicia. Metallo freddo sotto i polpastrelli. Si chinò ad annusare. “Il rossetto al ribes”. Ficcò l’oggetto nella borsa. Raccolse un sassolino, lo avvicinò al viso. Strizzò gli occhi. “La mia pietra runica?”

    E così via.

    Oppure:

    “Ho i degli affari,” spiegò Lametta con tono di sufficienza.
    “Che affari?” la madre adesso sembrava incuriosita.

    “spiegò”, “tono di sufficienza”, “sembrava incuriosita” è tutto raccontato.

    Vediamo, come potrebbe essere meglio, per me basta solo tagliare e cambiare un po’ le battute:

    “Ho degli affari, va bene? Affari che tu non puoi capire” disse Lametta.
    “Di preciso, quali affari?”

    Poi via via via tutti quegli avverbi. Devi tutti mostrarli, nessuno di quelli che hai lasciato ha ragion d’essere.

    Un’ultima nota anche se non riguarda lo “Show don’t tell”: fa niente se ripeti i nomi dei personaggi, è meglio chiamare un personaggio sempre madre, che non “la genitrice” o “La Fata più anziana”, perché non sono sinonimi ovvi, il lettore deve fare fatica mentale per associarli allo stesso personaggio.
    “Fatina” o “Lametta” va bene. “La madre” e “La Fata più anziana” sono troppo distanti.

    @Crush My Soul.

    [...] ma con uno stile ben elaborato si può riuscire a rendere un’opera interessante partendo da un’idea di base già vista, mentre è difficile che idee di partenza interessanti possano affascinare se trattate male. O no? Cioè magari hai detto la stessa cosa, solo non mi era molto chiaro.

    In generale mi occupo poco del cosa, perché il cosa è una decisione insindacabile dell’autore. Se un autore vuole parlare di elfi o vampiri io al massimo posso dirgli che sono argomenti triti e che difficilmente potrà scrivere un romanzo originale, ma alla fin fine è una decisione sua.

    Poi, se chiedi la mia opinione, io preferisco un romanzo originale scritto male a uno trito scritto benissimo. Ma è un’opinione teorica, perché in pratica chi riesce a mettere assieme idee originali di solito è anche abbastanza furbo da imparare a scrivere. Mentre chi ha uno stile balbettante di solito è anche perché ha poca esperienza e dunque nessuna o quasi possibilità di partorire idee originali.

    Ma, ribadisco, è un discorso che lascia il tempo che trova. Ognuno scrive quello che gli pare, l’argomento è esclusivo appannaggio dell’autore. Però, una volta scelto il cosa, sul come si può discutere. Il come può essere studiato e chi vuole fare lo scrittore deve impararlo.

  42. 75 cutubulla

    Salve. Seguo da un bel po’ il blog, anche se ho scritto pochissime volte… Volevo solo dire che sono d’accordo con lo ‘show, don’t tell’ e che sia una regola importantissima, però secondo me non deve essere l’Unica e la Sola. Voglio dire che a volte il raccontato, ma il raccontato bene, può essere valido quanto il mostrato: penso a Pratchett e ad alcune sue similitudini o descrizioni tutt’altro che chiare o vivide, ma così curiose e… geniali, che mi hanno trasmesso emozioni forse più di quanto avrebbero potuto fare se fossero state mostrate. Ora non è che dico: “Raccontiamo tutto in modo assurdo, abbasso il mostrato!”: Solo, a volte potrebbero esserci delle eccezioni allo ‘show, don’t tell’ =P

  43. 74 Crush My Soul

    Nell’ultima settimana ho spulciato un pò il tuo blog, mi sembrava strano che non avessi ancora citato quella scena de “L’attimo fuggente”. Giusto per dire la mia, è molto più idiota lo schema del libro del gesto di Keating. Il film può essere letto come il tentativo da parte del professore di far ritrovare un pò di spirito dionisiaco agli alunni , schiacciati dalla disciplina dei genitori. In generale penso sia comunque un bel film, con ottimi picchi drammatici.

    Comunque, una domanda. In alcuni passaggi parli del cosa e del come, ma non riesco a capire bene a cosa tu ti riferisca. Io sono dell’idea che il come, cioè lo stile (grossomodo), venga prima del cosa. Ovvio, sono entrambi importanti e si possono anche influenzare a vicenda; ma con uno stile ben elaborato si può riuscire a rendere un’opera interessante partendo da un’idea di base già vista, mentre è difficile che idee di partenza interessanti possano affascinare se trattate male. O no? Cioè magari hai detto la stessa cosa, solo non mi era molto chiaro.

  44. 73 Adriano

    Ed Ecco anche il mio compito per casa. Speriamo di prendere almeno la sufficienza!

    Il buio della notte portò Lametta a incespicare sui gradini che conducevano alla porta incassata nel tronco della Vecchia Quercia facendola cadere bocconi sullo stuoino. La cinghia della borsa che aveva a tracolla si allentò e il contenuto si sparse giù per le scale fino al sottobosco.
    “Porco Oberon,” sibilò contorcendo la bocca in una smorfia di stizza, “ho bevuto troppo succo di lampone!”
    La Fatina afferrò il pomello con la destra e si tirò in piedi con un grugnito. Barcollò giù per le scale e cominciò a raccogliere le proprie cose nominandole via via che le rimetteva nella borsa: “Ecco la mia pietra runica… ecco il cappello-ghianda… ecco il rossetto al ribes…”
    Una luce illuminò Lametta. “Ed ecco dove sei tu, sciagurata!” la interruppe una voce stridula.
    La Fatina si voltò proteggendosi gli occhi con le mani e vide, in piedi sulla soglia, sua madre che la fissava con severità.
    “Ti sembra questa l’ora di tornare?” l’apostrofò la genitrice, “Questa quercia non è un albergo!”
    “Torno quando mi pare e piace, chiaro?” fu la risposta. “O forse preferiresti che non tornassi più?”
    “Non dico questo,” ribadì la genitrice abbassando la voce, “solo vorrei sapere cosa fai là fuori tutta la notte…”
    “Ho i degli affari,” spiegò Lametta con tono di sufficienza.
    “Che affari?” la madre adesso sembrava incuriosita.
    “Miei, nel caso ti fosse sfuggito!” tagliò corto la Fatina rimettendosi a raccogliere le proprie cianfrusaglie.
    La Fata più anziana fece un profondo respiro. “Non essere sempre così ostile, Lametta. Non sei più tanto giovane che io ti debba sempre controllare, anzi, sei abbastanza grande perché possiamo essere amiche. Potremmo… Lametta mi stai ascoltando?”
    La Fatina si raddrizzò dopo avere riposto nella borsa l’ultimo oggetto, una mandibola di scarabeo. “A dire la verità, no. Mi sono un attimo distratta a raccogliere le mie cose. Non doveva essere nulla di troppo importante.”
    “Signorina, cosa ne diresti se decidessi di tagliarti i fondi una volta per tutte?” sbottò la madre.
    “Direi che mi troverei un lavoro. Anzi, lo dico.” Lametta girò sui tacchi ondeggiando pericolosamente e si allontanò, ignorando l’ennesimo richiamo della madre.

    ***

    Lametta marciò nella foresta buia con passi sempre più decisi, accompagnata dal tintinnio degli oggetti che aveva nella borsa, diretta alla radura dove aveva ballato con le sue amiche quella notte. I primi raggi del sole facevano capolino tra le cime degli alberi illuminando il cerchio di funghi deserto; c’era solo un piccolo Brownie dai radi capelli grigi intento a lucidare le cappelle delle Amanite.
    “Dove sono tutti?” chiese lametta sbattendo le palpebre.
    Il folletto non rispose e le voltò le spalle chinandosi su un fungo più basso degli altri.
    “Dico a te, gnometto,” sbottò Lametta pestando un piede a terra, “dove è tutta la gente che festeggiava?
    Il Brownie si voltò lentamente e si asciugò le mani sul grembiule marrone. “Sono un Brownie, signorina, non uno Gnomo,” esordì con voce gracchiante, “e la gente che ballava adesso è andata via, immagino a casa.”
    “Bell’aiuto che mi dai, sguattero!” sbottò la Fatina.
    Il Brownie si strinse nelle spalle sottili e tornò al proprio lavoro. Lametta rimase a fissarlo per alcuni istanti a braccia conserte, poi si allontanò dalla radura trascinando i piedi.

    ***

    Era ormai mattina inoltrata quando giunse alla Collina Cava. Percorse lentamente tutto il perimetro dell’altura fino a vedere l’imboccatura di una caverna; un cartello scritto in tutte le lingue del Piccolo Popolo recitava “Ufficio di Collocamento” e, impettito accanto all’ingresso c’era uno Spriggan di guardia. Lametta osservò per un attimo i lineamenti della creatura: fronte bassa, naso bulboso, labbra gonfie e pelle grigiastra. Fece un sospiro profondo e passò accanto al guardiano diretta alla caverna. L’essere protese un braccio innaturalmente lungo e le sbarrò la strada.
    “Posa la borsa prima di entrare,” le ordinò con un brontolio gutturale.
    “Perché mai?” squittì Lametta cercando di evitare il contatto con lo Spriggan.
    “Regolamento.”
    “Ma… Ecco… Va bene, ma non toccare nulla, eh!”
    Lo Spriggan afferrò la tracolla che Lametta gli porgeva e lasciò cadere la sacca sulle’erba vicino all’entrata. Il tintinnio degli oggetti fece rabbrividire Lametta. Sentendosi nuda, la Fatina penetrò nella galleria.

    ***

    “Quindi, ricapitolando, nemmeno il lavoro di pulire il Cerchio delle Fate la mattina presto le va bene?” Il Pixie impiegato all’Ufficio di Collocamento si tolse gli occhiali e si pizzicò l’attaccatura del naso.
    “Certo che no!” ribadì Lametta ritta in piedi davanti alla scrivania nell’angusto ufficio. “Avete già mandato uno Gnomo a fare quel lavoraccio!”
    “Premesso che si tratta di un Brownie,” spiegò lentamente il Pixie, “quello che lei dice non è l’unico Cerchio di Fate della zona. Senza contare che l’addetto alle pulizie avrà ben diritto a un giorno libero…”
    “E dateglielo! Io non posso mettermi a pulire dopo aver ballato tutta la notte! Sono qui da venti minuti e ancora non mi avete proposto un lavoro decente!”
    “Veramente io le avevo proposto quel posto nella pelletteria di O’ Mallory, il Leprechaun…” ragionò il Pixie.
    “Che guarda caso lavora anche i sabati e le domeniche, giusto? Quando le altre Fate vanno in città a festeggiare nascoste in mezzo agli umani. Ma vi pare che io alla mia età e con la mia cultura possa chiudermi in una stanza a fabbricare scarpe?”
    “I Leprechaun lavorano all’aperto, a dire il vero…”
    “Peggio! Esposta alle intemperie come una bestia! Ci sono altri lavori o no?”
    “Ecco…” il folletto si guardò attorno smarrito, “per la verità ci sarebbe…”
    “Cosa? Cosa!?”
    “Un posto di facchino nelle miniere dei Duergar…” il Pixie fissò il foglio che aveva sulla scrivania e proseguì rivolto più a lui che alla Fatina. “In Cornovaglia.”
    Lametta strinse i piccoli pugni fino a farsi penetrare le unghie nel palmo delle mani e guardò l’impiegato con gli occhi socchiusi. Il Pixie sollevò lo sguardo e accennò un sorrisetto: “Viaggio a carico del committente. Mi pare buono, no?”
    La Fatina si voltò e uscì a lunghi passi dalla stanza. Proseguì verso l’uscita della galleria senza chiudersi alle spalle la porta.
    “Se mi sbrigo posso raggiungere le amiche al Salone di Bellezza della Grande Roccia. Magari loro mi faranno un piccolo prestito per noleggiare una libellula questo pomeriggio… Che vita stressante!”

  45. 72 Ste

    @ Gamberetta il mio problema (nel finale) sia stata la “paura” di scrivere qualcosa di troppo lungo.
    In ogni caso messaggio ricevuto ‘^^

  46. 71 Airon

    È più o meno lo stesso problema di Lidia. Il dialogo è anche buono, però è mostrata più un’interazione tra i personaggi che non le caratteristiche di Lametta che avevo raccontato.

    Sì, me ne sono accorto poco dopo averlo postato.

    Ho una domanda riguardo le correzioni. Il mostrare deve essere filtrato attraverso il cervello del POV, come dici quando fai l’esempio dell’architetto che pensa ad un palazzo in termini di metri.
    A prescindere dal fatto che poteva (doveva) essere scritto meglio, per un personaggio permaloso è lecito definire “superpignolo” un altro che lo sia solo marginalmente?
    Anche quel “tristemente” era stato messo per sottolineare l’opinione di Fiammetta su Lametta e il suo disordine.
    Ora voglio sapere: ho sbagliato solo la forma, e tali opinioni è giusto che filtrino nel mostrare se scrivo con più eleganza, o è sbagliato proprio come concetto e devo ometterle? Quel “tristemente” va riscritto in modo migliore o brasato senza pietà?
    Presumo che cambi da caso a caso, ma volevo la tua opinione su quando sì e quando no.

  47. 70 Mauro

    Feleset:

    c’è da dire che anche a parità di interpretazione le emozioni possono essere diverse

    Certo, per quello ho detto “anche perché a parità di video/testo l’interpretazione può essere diversa”.

    Gamberetta:

    Inquadra la cenere che sta per cadere dal sigaro del messicano; inquadra la polvere che si solleva dalla strada e copre gli stivali; inquadra le dita che sfiorano il calcio della pistola; inquadra la goccia di sudore che scende lungo la fronte; e così via

    Questo però non inserisce il narratore esterno? Se i personaggi sono così concentrati sul duello, nell’attesa dell’attimo di sparare, difficilmente noteranno la polvere, la cenere del sigaro, e dettagli simili.

  48. 69 Sinclair

    Martin ha scritto come ha scritto solo per ragioni commerciali. Si sta dilungando non perché la materia o la tecnica impiegata lo richiedano, si sta dilungando solo per vendere più libri.

    Possibile, come anche il fatto che non sappia più come uscire dai (parecchi) gineprai in cui si è cacciato… E’ un’ipotesi condivisa da molti e che tengo in seria considerazione, rafforzata dallo sconfortante ritardo di A Dance with Dragons. ^__^;;;

    Solo che non è andata così. Ci sono decine di migliaia di parole di analisi prima che abbia definito escrementi i romanzi di Licia. E non ho mai invitato nessuno a strappare o bruciare i libri, al massimo invito a scaricarli con emule in modo che ognuno si possa fare la propria idea gratis.

    Una prospettiva interessante, quella del mulo, non lo nego… ^__^;;
    Ovviamente non ho mai pensato che tu te la cavassi sbrigativamente con le tue recensioni, che anzi considero uno dei punti di maggiore interesse e di più rigorosa riflessione dell’intero blog.
    Al cinema una scena in cui Keating si mette ad analizzare con sufficiente completezza le tesi di Pritchard non avrebbe mai potuto funzionare. I media sono differenti e in quel frangente era necessario il “gran gesto” che ci descrivesse in pochi secondi il carattere, le idee, il modo di esprimersi del personaggio (anche da queste intensità, indubbiamente esasperate, discende la forza emotiva di un’opera).
    E nulla mi toglie dalla testa che ritenere “sufficiente calcolare l’area totale della poesia per misurarne la grandezza” sia un’incredibile ingenuità. E’ il concetto di materializzazione insito nell’”area totale” che mi lascia interdetto, come non smette mai di stupirmi la capacità di noi essere umani di esprimere giudizi perfettamente sensati senza aver bisogno di definire un metodo unitario di analisi, per di più esprimendoli su soggetti che sfuggono all’applicazione di misurazioni oggettive.
    Forse la nostra intelligenza è più “intelligente” di quanto pensiamo… ^__^;;;

  49. 68 AryaSnow

    Il nome “Lametta” mi fa venire in mente sinistri pensieri…
    Vabbè, anch’io ho provato a fare l’esercizio. Scusa se non è molto fantasy (e se fa un po’ schifo).

    Appoggiata al banco del negozio, Lametta guardava la foto della preda. Occhi azzurri, lieve strato di barba, lineamenti proporzionati. Era quasi un peccato ucciderlo. “Quasi”, sorrise tra sé.
    «Signorina.» La voce di una cliente le fece alzare lo sguardo. Un’elfa, con un nero tailleur probabilmente cucito su misura. In mano teneva una scarpa con occhielli in oro massiccio. «Cerco un trentotto».
    Lametta fece sparire la foto nel taschino della divisa da commessa.
    «Si sbrighi, sono di fretta.» L’elfa contrasse le labbra truccate di rosso scuro.
    “Quanto nervosismo, per una che trasuda soldi,” pensò Lametta, ma si limitò a spiegare le ali da fata e levarsi da terra, fino a raggiungere la mensola in cima. Controllò le etichette sulle scatole di scarpe e scelse il paio giusto. Udì a malapena una vibrazione alle spalle. Il cellulare nella borsa. Dopo aver passato alla cliente le calzature da provare, volò a prenderlo. Per cercarlo dovette frugare tra caramelle e spillette colorate, badando a tenere nascosto il pugnale sul fondo. Era arrivato un messaggio dalla mamma: “Dove sei finita, tesoro? Torna a casa”. Se solo avesse saputo del suo passatempo speciale… Lametta scosse la testa.
    «Al diavolo!» L’elfa scagliò la scarpa a terra. «E’ troppo stretta, che razza di misura mi ha dato?»
    «Quella che mi ha chiesto lei». Prese la scatola e se la rigirò sul palmo della mano, volgendo l’etichetta verso l’interlocutrice. «Vede?»
    L’altra strinse gli occhi nel tentativo di leggere il numerino. Dietro di lei, un nuovo visitatore si affacciò alla porta a vetri, si tolse gli occhiali scuri ed entrò. Lametta rimase a bocca aperta. Era lui la preda. Le stava sorridendo.
    «Dal vivo sei ancora più carina, e questo negozio…». L’uomo percorse cogli occhi le pareti di marmo, l’antico lampadario composto da quattro ghirigori metallici. «… è uno spettacolo! Lo so, l’appuntamento era più tardi al pub, ma morivo dalla voglia di vedere dove lavori».
    Lametta si tormentò una ciocca di capelli. «Che bella sorpresa! Non preoccuparti, il mio orario stava già per finire.» Sperava di avere un tono di voce credibile.
    L’elfa si interpose tra loro. «Io sto aspettando le scarpe giuste».
    Lametta prese la preda a braccetto, si infilò la borsa sulla spalla opposta, stando attenta a non rovinare le ali. «Mi scusi, oggi esco prima. Cerchi un altro negozio».
    «Che sfacciataggine! Mi lamenterò col suo datore, può considerarsi licenziata.» Si allontanò con un ticchettio di tacchi.
    Uscirono anche loro. In strada faceva molto più caldo, senza l’aria condizionata.
    «Mi dispiace per il tuo lavoro. E’ colpa mia,» fece la preda.
    «Tranquillo, stasera ti farai perdonare.» Gli ammiccò. «Ci divertiremo.»

  50. 67 Gamberetta

    @GSeck.

    Sui silenzi, quelli che ho sottolineato sono rilevanti perché devono mostrare una tensione nei personaggi. Forse potevo sottolinearla meglio.

    Se devi sottolineare silenzio e tensione non devi dirlo! Pensa a un film western, al duello tra i pistoleri fuori dal saloon. Il regista non può entrare in scena con un cartello: “C’è silenzio e tensione!” (a meno che non sia un film comico).
    Allora cosa fa? Inquadra la cenere che sta per cadere dal sigaro del messicano; inquadra la polvere che si solleva dalla strada e copre gli stivali; inquadra le dita che sfiorano il calcio della pistola; inquadra la goccia di sudore che scende lungo la fronte; e così via. Questi particolari concreti comunicano silenzio e tensione.

    Sul materiale dello Strumento, ho messo il “sembra” perché, in effetti, quello strumento è frutto della magia, non è di vero metallo.

    Capisco il tuo ragionamento. Non è sbagliato. L’ho fatto anch’io per diversi passaggi di Laura… ed è un errore. Che cerco di non ripetere più. La mancanza di nitidezza che provocano i “sembra” annulla qualunque vantaggio teorico. Metti il metallo, anche se non è proprio metallo. Tanto il lettore non può distinguere il “metallo” dal “sembra metallo”, rendi farraginosa la lettura e basta.

    Le ultime due frasi (Sono una stupida orgogliosa, e lei è la maestra. Almeno finché sono ancora giovane e inesperta.) volevano mostrare il suo progetto di non essere più una fatina che realizza i desideri ma una maestra.

    Al massimo lo raccontano. Non cambia molto se a raccontare è il narratore o un personaggio rimane raccontare. Un’espressione come: “Stupida orgogliosa” deve diventare qualcosa di visibile – per esempio la fatina prova a fare una magia ancora più grande di quella della maestra con risultati disastrosi.

    @Airon. È più o meno lo stesso problema di Lidia. Il dialogo è anche buono, però è mostrata più un’interazione tra i personaggi che non le caratteristiche di Lametta che avevo raccontato.

    Comunque:

    Acci… Beccata! Proprio la Superiora superpignola, uff…

    Questo è lo stesso errore che Eliot attribuisce a Shakespeare nell’Amleto: c’è troppa distanza tra le emozioni di cui parli e i fatti esterni. Fiammetta è “superpignola”? Non mi sembra. Rendila sul serio superpignola! Non so, un dialogo così:

    «Voglio dire, la mia Madrina voleva che lo tenessi io e–»
    «Reverenda Madrina.»
    Lametta scostò una ciocca di capelli. «Sì, appunto. La Reverenda Madrina voleva che–»
    «Zitta! Fammi vedere le dita.»
    «Scusi?»
    «Le dita.»
    Lametta allungò le manine.
    «Allora avevo visto giusto. Come ti permetti di presentarti a un colloquio senza dipingere le giuste stelle sulle unghie?»
    «Ma io… sono giuste perché–»
    «Ti ho chiesto di giustificarti? Rispondi a tono!»

    A questo punto non c’è neanche bisogno che il personaggio parli di “superpignola”, ce ne accorgiamo da soli.

    Lo stesso vale per le altre tracce di raccontato, che dovresti eliminare, tipo perché è lo scopo dell’esercizio. ^_^ Perciò via il “tristemente”, via il “sommariamente”, via i “cinquanta metri”, ecc. cerca sempre e solo di mostrare.

    @Ste. Stesso discorso già fatto. Un dialogo mostra il rapporto tra i personaggi, più che gli eventi di cui si parla. Per esempio:

    Guardando il tuo curriculum vedo che non sei riuscita a mantenere lo stesso lavoro per più di due giorni…

    Stai raccontando che Lametta non riesce a tenersi un lavoro, non lo stai mostrando.
    E poi troppi termini/espressioni astratte/generiche: “scocciata”, “insolente”, “arrogante”, “alla ricerca di qualcosa”, “rabbia”, “cercare di liberarsi”, “e altro”, “gli insulti che conosceva”.
    Lo so che è difficile. Ma l’idea è proprio di mettersi lì e usare solo dettagli sensibili, visualizzabili.

    @Sinclair. Martin ha scritto come ha scritto solo per ragioni commerciali. Si sta dilungando non perché la materia o la tecnica impiegata lo richiedano, si sta dilungando solo per vendere più libri.

    Entra Gamberetta, la nostra professoressa, si mette alla cattedra e chiede a uno di noi di leggere l’incipit di un romanzo della Troisi, che tutti ci hanno detto essere la speranza del fantasy italiano, un giudizio del quale in fondo anche noi siamo quasi convinti. Ce ne stiamo in silenzio tutti concentrati nell’ascolto, nascondendo qualche sbadiglio, quando all’improvviso lei dice: “Escrementi”.

    Solo che non è andata così. Ci sono decine di migliaia di parole di analisi prima che abbia definito escrementi i romanzi di Licia. E non ho mai invitato nessuno a strappare o bruciare i libri, al massimo invito a scaricarli con emule in modo che ognuno si possa fare la propria idea gratis.

  51. 66 Bakke

    A volte quando? Puoi alternare emozioni di un tipo a emozioni di un altro: Anna prima strangola l’orco, poi si rilassa in spiaggia. Ma sono due mostrare. Non vedo perché dovresti essere vago e debole.

    Perché può servire, proprio per distanziare e differenziare le situazioni/sentimenti: dipende, appunto, dalle finalità estetiche.
    Ne “Lo Straniero” di Camus, questa tecnica è usata perfettamente. Vengono mostrate con vigore le azioni del protagonista, soprattutto quelle fisiche, e presentati con termini vaghi/astratti gli “altri”, la massa di persone a cui lui è totalmente alieno, a cui non dedica attenzione.
    In questo caso si usano termini meno precisi e più sciatti per esplicitare l’indifferenza, e sono sicuramente più adatti a “mostrare” le idee del protagonista. Insomma, è una sorta (…) di “dire-per-mostrare”; il che, mi rendo conto, è uno strappo che conferma la regola, ma è comunque una parziale alterazione della stessa.

    Riguardo Murakami purtroppo non posso copiarti quelle pagine (sono 5-6, circa) però credo che il concetto ti sarebbe chiaro anche con la traduzione in italiano, perché è abbastanza evidente e ripetuto, al di là delle parole usate che non so quanto siano precise/fedeli. Insomma, non è un elemento che emerge dai dettagli (non solo).
    So che i romanzi successivi/odierni (post-kafka sulla spiaggia) vengono tradotti per bene, questo è degli anni ’80, quindi non garantisco per la traduttrice.

  52. 65 Emile

    Io non capisco sinceramente come si sia arrivati al discutere su se sia giusto o meno valutare l’arte con la logica, come se davvero qualcuno qui la pensasse diversamente o che.

  53. 64 Sinclair

    Tanto per cominciare, il superfluo. Ossia, i complimenti per questo blog che, da sempre, offre spunti interessanti e articoli divertenti per tutti noi appassionati di fantastico e (spesso) dilettanti scrittori.
    Venendo a noi, mi trovi d’accordo su tutto tranne che una parte della premessa di fondo: ossia che il raccontato sia necessariamente e indiscutibilmente un male. Di base considero la narrazione tecnica creativa. Da ciò ne deriva che, ferma restando l’esigenza categorica di non infrangere determinate regole ben definite e riconosciute (elemento tecnico), sarebbe una ingiustificabile autolimitazione escludere a priori il ricorso ad un qualsiasi “strumento” ritenuto opportuno dallo scrittore (elemento creativo.
    Senza tale principio non avremmo avuto, ad esempio, lo stream of consciousness dell’Ulysses (a proposito, in quel caso Joyce mostra o racconta? O, ancora, percepisce?). E non obbiettatemi che non potremmo scrivere un romanzo fantasy o fantascientifico con lo stream of consciousness… Anzi, sarebbe un esperimento interessante.
    Il problema da te enunciato ed esplcitato tramite regole ed esempi è però di fondamentale importanza e fai BENISSIMO – non “bene” – ad essere così categorica nelle tue asserzioni, proprio perchè ti trovi in un contesto “magistrale”. Stai dando lezione, stai suggerendo delle esercitazioni a chi ti legge e ti ha scelto consapevolmente come conoscitrice delle tecniche narrative.
    In sede di riflessione, però, penso che vada riconosciuta una certa dignità al raccontato, anche al di là delle situazioni di sua preferibilità che tu hai giustamente citato.
    Attenzione, però, perchè quella che non deve passare è l’equazione “raccontato = scorciatoia con la quale io scrittore esco da un ginepraio cavandomela con quattro frasette scialbe e banali”. Il mostrare è vedere, il raccontare deve essere percepire e non “dare una rapida occhiata e poi andare via”. La determinatezza è la regola generale dalla quale si parte, l’indeterminatezza è una scelta che l’autore compie, consapevole dei suoi svantaggi, quando egli lo ritenga opportuno.
    D’altronde anche il mostrare sic et simpliciter ha i suoi problemi. L’ho notato per esempio in Martin. Le Cronache del ghiaccio e del fuoco sono pesantemente “mostrate”, e ciò ha spinto l’autore alla decisione radicale di scrivere i capitoli in base al punto di vista di un unico personaggio: in questo capitolo vedremo la vicenda con gli occhi di Tyrion, in quest’altro con quelli di Cersei, in quest’altro ancora con quelli di Catelyn. Da ciò ne deriva un romanzo di grandissima coerenza interna e forza evocativa, con tutti i dettagli ben definiti… ma anche una storia talvolta troppo frammentaria, con dilungamenti inutili e in generale un po’ troppo difficile da seguire.
    Io direi che – una volta depurati dalla falsa idea che il fantasy è “carino”, “indefinito”, “sognato”, “libero”, “possiamo-scrivere-quel-che-ci-pare-perchè-sì” – dobbiamo apprendere un utilizzo ragionato degli strumenti a nostra disposizione.

    Infine, un’ultima osservazione sulla querelle relativa all’Attimo Fuggente. La tua osservazione sul “vietato ai minori” è stata per me, che fin da subito sono rimasto affascinato da quella pellicola, fulminante.
    E’ vero, ciò che viene detto nel film è pericoloso, se passa l’equazione “libertà di giudizio estetico e rinuncia alla critica tradizionale = io penso e dico quel che mi pare perchè sono libero e sono figo e sono io, e voi non siete…”. Purtroppo era il modo più banale e deviato di intendere il messaggio del film e, inesorabilmente, è stato così che è passato nelle menti dei più.
    Andrebbe spiegato prima ancora e durante la sua visione, andrebbe considerato in tutti i suoi risvolti. Quindi i bambinetti che vogliono fare gli alternativi andrebbero accompagnati da dei genitori assennati che gli spieghino cosa intende il film, e non quello che loro vogliono sentirsi dire perchè gli piace di più.
    La scena del Pritchard – peraltro per come è fatta ottimo esempio di “show, don’t tell” – non va intesa come un invito a bruciare libri senza leggerli “perchè, cioè, sì, sono di sistema e non sono alternativi… cioè, bella secco…”, quanto a rifiutare l’idea che sia possibile definire dei parametri scientifici a ciò che non è scientificamente misurabile in maniera univoca. Pritchard ha il torto di proporre un sistema di analisi chiuso e non confutabile (Popper lo avrebbe definito un sistema basato su “ipotesi ad hoc”), basato sulla scelta autoritaria di due non meglio definiti princìpi fondamentali (l’”importanza”!? e chi la può definire? Tolkien oggi è infinitamente più importante di quando pubblicò, perchè ha aggiunto al valore della sua opera l’essere divenuto punto di riferimento per un intero genere).
    Sarebbe stato più corretto da parte sua utilizzare princìpi più generali come “denotazione” e “connotazione”, ma anche lì indicandoli come punti di riferimento e non – un po’ stupidamente – come assi cartesiani di un sistema.
    D’altronde, però, Keating non si limita a dire ai suoi studenti “Pritchard è un’idiota, strappate il libro” senza leggere quella benedetta introduzione e senza visualizzarla sulla lavagna (indovinate un po’, anche lui mostra e non racconta).
    Naturalmente però anche Keating sbaglia ed è questa la sua tragedia: il suicidio è effettivamente colpa sua, perchè ha imprudentemente inserito elementi di discontinuità in un contesto culturale monolitico e quindi intrinsecamente fragile (il ragazzo diceva balle ai suoi già prima di conoscere Keating, ma il professore gli ha dato la spinta per arrivare ad una crisi insanabile con le sue estreme conseguenze).
    La libertà non prescinde dalle regole, anzi nasce da esse. Senza cadiamo nel caos e nell’homo homini lupus.
    Rivoltiamo la scena in questione. Noi siamo tutti studenti del corso di tecnica narrativa applicata al fantastico. Entra Gamberetta, la nostra professoressa, si mette alla cattedra e chiede a uno di noi di leggere l’incipit di un romanzo della Troisi, che tutti ci hanno detto essere la speranza del fantasy italiano, un giudizio del quale in fondo anche noi siamo quasi convinti. Ce ne stiamo in silenzio tutti concentrati nell’ascolto, nascondendo qualche sbadiglio, quando all’improvviso lei dice: “Escrementi”. E ci invita a mandare al diavolo quelli che considerano il fantastico come un genere in cui non vi siano regole, che ritengono lo scrivere un dono infuso alla nascita e non una tecnica che si affina con l’esperienza e con il rispetto di determinati princìpi. Infine, tra lo stupore generale, urla: “E adesso strappate queste pagine. Via tutto il primo capitolo, che poi passiamo al resto”.
    Ecco, è così che io vedo quella scena. ^__^
    La letteratura può e deve essere spiegata con lo strutturalismo scientifico ma solo fino ad un certo punto, proprio come l’immaginazione può e deve aiutarci a postulare delle ipotesi nel campo dell’astrofisica solo fino a un certo punto. E in nessuno dei due campi possiamo arrogarci il diritto di poter spiegare tutto fino in fondo e in ogni caso. Spiegare molto certamente, quasi tutto probabilmente, ma tutto tutto tutto no. Siamo esseri umani, imperfetti e in preda alle emozioni. La stessa fisica a un certo punto si scontra con il buon Eisenberg…
    E, per Cuk, in tutta franchezza se è questo che Harris intende come legge morale, allora è un pensiero aberrante. Suggerirei una bella lettura della Critica della Ragion Pratica di Kant. La legge morale non ha contenuto, e men che meno può essere valutata scientificamente “in termini di sofferenza o benessere”.
    Ma per carità del Cielo e degli uomini! Sicuramente Goering, Goebbels, Heidrich e compagnia bella (abbiate pazienza, ho letto da poco La Svastica sul Sole…) se la spassavano a Berlino, erano in pieno benessere e un eventuale rilevatore dello stato emotivo sarebbe andato fuori scala… ma erano degli immorali, se non degli amorali.
    La tragedia dell’uomo è che l’unica morale è il “devi perchè devi” ed è la tua coscienza che ti dice DI VOLTA IN VOLTA come tradurlo nella realtà. Ma hai il libero arbitrio, hai una conoscenza limitata (maledetti noumeni!), sei solo un essere umano, quindi a tua volta con un elemento noumenico all’interno… e puoi sbagliare. Non esistono scorciatoie scientifiche che ci spieghino tutti i nessi causali e le possibili conseguenze di uno stato d’animo. Comprenderemo la reazione chimica che ne è alla base, ma la nostra indagine non può certo dirsi conclusa lì. Cosa sottintende a quella reazione? Perchè in una persona essa è più robusta e in un’altra meno? Quali altre reazioni scatenerà? Perchè quel libro che tutti dicono essere così schifoso, che io razionalmente riconosco come pieno di errori di scrittura e sintassi, continua a piacermi? Queste cose NON le sappiamo e NON le sapremo mai. Perchè la nostra razionalità è troppo complessa e sfuggente per essere compresa nella sua interezza, anche quando si esplica nel momento estetico di una reazione emotiva allo stimolo determinato da un’opera d’arte.
    Agiamo per approssimazioni, diamo comunque dei giudizi che servano da riferimento (a proposito, grazie per la recensione di Temeraire, mi hai fatto risparmiare un bel po’ di soldini facendomi capire cosa fosse che mi “suonava strano” nell’estratto di Amazon), manteniamo la nostra onestà intellettuale e stiamo pronti per i casi imprevisti e/o imprevedibili.
    Le regole sono la nostra ancora per il giudizio e la creazione artistica, non la puntata conclusiva della nostra attività di interpretazione della realtà.

    PS: Procedo a unire questo articolo agli altri e a rispedirmelo per il Kindle! ^__^

  54. 63 Feleset

    @Mauro:

    Sicuramente, anche perché a parità di video/testo l’interpretazione può essere diversa

    Sì, questo è senz’altro uno dei fattori che giustificano una diversa percezione emotiva. Però c’è da dire che anche a parità di interpretazione le emozioni possono essere diverse: io posso emozionarmi molto vedendo una coppia che si bacia, un’altra persona può disgustarsi. Non è questione di interpretazione in questo caso: sia io sia l’altra persona pensiamo che il bacio sia la manifestazione dell’amore tra quelle due persone, ma mentre a me la cosa piace a un altro fa schifo (ho fatto un esempio, non è detto che a me un bacio emozioni per forza, eh).

  55. 62 Mauro

    Tapiroulant

    sono veramente contento che qualcuno condivida il mio disprezzo per quel film e per quella scena da mentecatti. Si può anche pontificare sul ‘contesto storico’ della vicenda, ma sta di fatto che quel film è tremendamente ideologico ed è servito ad orde di pseudo-intellettuali come giustificazione del loro atteggiamento da geni incompresi

    Non è necessariamente una colpa dell’opera: Tolkien è stato usato come propaganda da un po’ tutte le parti politiche, non per questo la sua opera è un inno alla destra/sinistra/cattolicesimo/quel-che-è (nota: non parlo del valore dell’opera in sé, quello è un altro discorso).
    Poi il film può piacere o no, ma che venga usato come bandiera della propria genialità incompresa non credo sia in sé motivo di demerito.

    Feleset:

    Se mostri a un tizio un video con un’uccisione e misuri le sue emozioni scientificamente, non è detto che il “livello” sia identico a quello di un altro individuo a cui mostri lo stesso video

    Sicuramente, anche perché a parità di video/testo l’interpretazione può essere diversa; per esempio, cito dall’articolo sui dialoghi:

    Michele puntò la pistola alla tempia di Carlo. Tolse la sicura. «Ridammi lo stereo.»

    Ci sono dubbi sul fatto che Michele sia incazzato?

    Risponderei “Sì”: una simile scena, quando l’ho letta, mi ha comunicato un Michele molto freddo: sa cosa vuole e cos’è disposto a fare per ottenerlo, ma non è arrabbiato. Del resto, puntare una pistola alla tempia di qualcuno per convincerlo a darci un oggetto non implica necessariamente che si sia incazzati.

    Sull’articolo: concordo con chi ha detto che sarebbe stato interessante avere maggiori considerazioni sul “mostrare nascosto” in Twilight, ma comunque un lavoro molto interessante; al momento sto leggendo Word Painting (è iniziata la lunga serie di letture di libri consigliati qui e altrove…), e in ambito descrizioni dà consigli che s’incastrano bene anche in questo discorso.
    Cercherò di fare i compiti a casa, ma prima vorrei fare quelli del secondo articolo… il che implica rileggerlo. Prima o poi, sperando di avere più tempo in futuro.
    Prevedi un articolo sui punti di vista?

    Gödel, Escher, Bach. Un’eterna ghirlanda brillante: aggiunto alla lista, mi è stato consigliato ormai troppe volte; solo, il grande dubbio: Inglese o Italiano? Un amico mi ha detto che già in Italiano non è semplicissimo, ma che la traduzione è ottima, quindi potrei arrischiare un ritorno alla lingua natia.
    Se lo hai letto in Inglese, come lo hai trovato?

  56. 61 Ste

    Ecco il mio compito… sono già in ginocchio sui ceci :)

    Lametta stava osservando la fata dalle ali di farfalla che aveva innanzi, si sentiva le mani sudate e continuava a torcersele dietro a schiena, ogni tanto un ala si metteva a vibrare e solo con profondi respiri Lametta riusciva controllarla.
    - E per quanto vorresti lavorare?
    “E’ andata” pensò Lametta, le gambe quasi cedettero.
    - Posso solo al pomeriggio, prima devo fare nuoto, conoscere gli insetti del bosco, dipingere – ad ogni voce che elencava Lametta si prendeva in mano un dito della mano..
    - Una fatina impegnata… – disse scocciata la fata dalle ali di farfalla interrompendo Lametta.
    - Eh già – “che maleducata interrompermi..”
    - Guardando il tuo curriculum vedo che non sei riuscita a mantenere lo stesso lavoro per più di due giorni…
    - Senta, il lavoro me lo dà o non me lo vuole dare?
    La fatina dell’ufficio alzò lo sguardo e si abbassò gli occhiali per meglio guardare negli occhi quel’insolente che si ostinava a fissarla negli occhi.
    - Ho solo due lavori al momento. Indicare alle api dove sono i fiori e un posto da fatina dei denti.
    - Il secondo!
    - Per questo ho bisogno dell’autorizzazione dei tuoi genitori ad andare nel mondo degli umani. Ce l’hai? O Se vuoi li chiamo..
    “No! Se li chiama scoprono che non sono andata da Fio”
    - Sono grande abbastanza e indipendente, non ho bisogno del loro permesso! – il tono si fece arrogante, l’ala di sinistra si mise a vibrare, il viso le si fece rosso, una mano si strinse a pugno.
    - Allora metti una firma su questo foglio in cui ti assumi ogni responsabilità – disse la fata di collocamento porgendo a Lametta una foglia con alcune frasi incise sopra.
    Lametta si chinò verso il sacco che teneva fra le gambe ed iniziò a frugarci dentro alla ricerca di qualcosa per firmare il foglio “uff quanta inutile burocrazia… ma proprio sta vecchia rimbambita doveva capitarm..” –Ahia! – Lametta ritrasse di scatto la mano dal sacco, e si portò un dito sanguinante alla bocca. Doveva essere stato lo spillo che aveva raccolto quel mattino… no quel mattino aveva raccolto un’elitra verde, lo spillo lo aveva preso la sera prima di andarsene di casa stufa dei rimbrotti dei suoi per il suo “disordine”… disordine come se collezionare oggetti fosse disordine, è una forma di arte e…
    - Sto aspettando la sua firma fatina Lametta.
    - Senta abbia pazienza lo vede che mi sono fatta male o ha bisogno di un nuovo paio di occhiali?
    La fata di collocamento divenne rossa in viso, inspirò profondamente, riprese la foglia per l’autocertificazione.
    - Ops! I lavori che le avevo proposto sono stati presi – uno strano sorriso seguì quelle parole.
    Lametta smise di succhiarsi il dito strinse i pugni e si allungò verso la fatina che aveva di fronte.
    - Lei è una vecchia mosca cieca! Ecco! Lo dica subito che le sono antipatica perché sono più bella e giovane di lei! Vecchia lucciola! Ci si strozzi con i suoi miseri lavori! Né lei né i miei avete ragione! – si sentiva il cuore in gola dalla rabbia e quasi faceva fatica a respirare la fata di collocamento chiamò due fatine per portare fuori dall’ufficio Lametta che come si sentì afferrare per le braccia iniziò a tirare calci ad ogni cosa e a cercare di liberarsi dalle due fatine.
    - Maledette cimici! Lasciatemi! Tranquille che me ne vado!
    Le due la lasciarono, Lametta si sistemò con le mani il vestito sulle gambe.
    - Il tuo sacco! – disse una delle fatine buttandole ai piedi il sacco che si rovesciò riversando sul pavimento pezzi di plastica, legno, perline e altro.
    Lametta mise tutto nel sacco e messeselo in spalla se ne andò borbottando tutti gli insulti che conosceva verso la fatina di collocamento.

  57. 60 Feleset

    Valutare l’arte seguendo la logica non è sbagliato, ma è solo metà valutazione. Con la logica si può valutare la tecnica, non le emozioni che un’opera provoca. Io credo alla misurazione scientifica delle emozioni, ma d’altra parte credo anche che questa sia diversa da individuo a individuo. Se mostri a un tizio un video con un’uccisione e misuri le sue emozioni scientificamente, non è detto che il “livello” sia identico a quello di un altro individuo a cui mostri lo stesso video. Anzi, non è quasi mai così. Quindi io continuo a ritenere che, nonostante la qualità tecnica di un libro sia oggettiva, la parte emotiva (legata più ai contenuti) sia esclusivamente soggettiva. Una persona può benissimo apprezzare un’opera scritta coi piedi che però la emoziona: semplicemente la apprezzerà solo da un certo punto di vista.
    Io ho letto libri scritti molto bene che non mi hanno emozionato e libri scritti male che mi hanno emozionato. Sono scema? No, mi rendo conto che certi libri fanno oggettivamente schifo e che altri sono molto più validi, ma se una cosa non mi coinvolge non so che farci.

  58. 59 Cuk

    Io intervengo a favore della valutazione scientifica dell’arte.
    Nel suo ultimo libro, The Moral Landscape, Sam Harris fa un discorso simile sostituendo però la legge morale all’arte.
    il suo discorso (malamente riassunto) punta sul fatto che lo scopo della legge morale sia l’eliminazione della sofferenza, e quindi l’analisi del cervello (come siamo in grado di fare ora e soprattutto come saremo in grado di fare in futuro) può tranquillamente monitorare ciò che l’ambiente in cui un uomo vive (e quindi la legge morale che la sua società segue) provoca in termini di sofferenza o benessere. Quindi, per Sam Harris – e io massimamente condivido – legge morale è da desumere con metodi scientifici, non religioni o altri indimostrati vaneggiamenti.

    Qui il discorso diventa: qual è lo scopo dell’arte? Stupire, provocare piacere, suscitare emozioni… io non lo so. Ma di sicuro il suo scopo provoca delle modificazioni nell’uomo, perchè è sull’uomo che l’arte deve agire. E tali modificazioni saranno sicuramente misurabili monitorando il cervello.
    Sarà enormemente più difficile percorrere il percorso contrario: non dall’arte al cervello, ma dal cervello all’arte. Separare ogni singola attività cerebrale e attribuirla specificamente ad una data caratteristica dell’opera, beh… per questo bisognerà aspettare molto di più, temo.

    Ciao

  59. 58 Lidia

    @Gamberetta.
    Rileggerò il pezzo. Sì, hai percepito bene, il tono del branetto voleva essere scherzoso, e finisco sempre per approfondire di più i rapporti fra i personaggi, che la descrizione degli stessi, delle loro caratteristiche. Mi sforzerò di pensare alla scena immersa in un clima più serio. Forse in questo modo la descrizione di Scintilla riuscirà più mostrata al di fuori dei dialoghi.

    Ciao! (interessante, comunque, la discussione che si sta sviluppando).

  60. 57 Spirito Giovane

    @ Emile: si, sarebbe “alcuni potrebbero commentare”. Refuso mio: stavo cercando di immedesimarmi in coloro che mi avrebbero letto e mi sono collegato ad un commento che avevo interpretato male.

    Umilmente,
    Spirito Giovane

  61. 56 Emile

    >ma che senso ha trattare una materia “artistica” o comunque “umanistica” con concetti scientifici, con logica? Cosa c’entrano l’un con l’altro?

    E chi avrebbe sostenuto questo, scusa?

  62. 55 Spirito Giovane

    Intervengo in merito alla discussione che si è creata sul collegamento fra logica e “sentimento” o emozione dei testi o che dir si voglia. Forse non è così off-topic come alcuni potrebbero pensare, si collega perfettamente con il concetto del mostrare e del raccontare.

    Ho visto l’Attimo Fuggente, ho rivisto più volte la scena descritta e fino ad un certo punto della mia vita l’ho considerata una pietra miliare della storia della cinematografia. Ma come ha affermato Giobix nei commenti, ho iniziato a pensare che il film fosse più incline a pubblicizzare una sorta di sentimento o di modo di vivere che dei veri e propri concetti poetici. Anche l’analisi di Gamberetta mi ha scosso, come sempre; ma suvvia, chi legge questo blog dovrebbe essere abituato al modo con cui Gamberetta tratta certe questioni e anche sul perchè. Io non leggo questo blog di certo perchè va sul sottile. Anzi, proprio perchè è così categorica e logica.
    Alcuni hanno commentato: ma che senso ha trattare una materia “artistica” o comunque “umanistica” con concetti scientifici, con logica? Cosa c’entrano l’un con l’altro? Mi dispiace deludervi, ma umanistica e matematica sono due parti della stessa medaglia. Che cosa ne sapete dell’Informatica Umanistica? Cosa ne sapete dell’Oulipo? Andate a leggere e informatevi anche sui lavori di Calvino: il suo libro Le Città Invisibili si fonda su uno schema matematico che lui segue dettagliatamente per organizzare i vari capitoli. E Il Castello dei Destini Incrociati?
    Le interazioni fra letteratura e matematica vanno al di là di quel grafico tracciato sulla lavagna che, concordo con Gamberetta, è originale. Credete che le Tre Corone abbiano scritto poesie basandosi solo sulle loro emozioni? Le poesie di Petrarca che ancora oggi suscitano emozioni sono anche il risultato di conteggi di ritmi, di sillabe, di figure retoriche. E Dante che ha fatto 14000 versi sempre e solamente con lo stesso schema? Solo emozione? Solo istinto? Datemi una Beatrice, se così fosse.

    Non siete ancora convinti? Prendiamo un’altro esempio. Pensate alla musica. Pensate alla musica classica. Al di là che possa piacere o meno, credo nessuno possa dubitare del genio artistico di persone come Verdi, come Mozart oppure Rossini. C’è un’aria del Rigoletto che mi colpisce sempre per la sua genialità, Bella figlia dell’amore; nella seconda parte si intersecano il suono dei violini con quello delle quattro voci. Avete idea di quale difficoltà sia incrociare quattro voci differenti? Tenore, soprano, mezzosoprano e basso? Quel pezzo è stato fatto secondo schemi LOGICI, secondo REGOLE, secondo certi modelli. Eppure mi trasmette esattamente quello che voleva trasmettere Verdi: la frivolezza del Duca (non il Duca Duca XD), la rabbia di Rigoletto e della figlia e l’intento della sorella di Sparafucile.

    Voi direte: e la parte umana? E il sentimento dove sta? Sta tutto lì, nel fatto che libri, musiche e tutto ciò che comunica le costruisce l’UOMO, non una macchina. E’ l’intervento dell’uomo, a mio parere, che cambia le cose. Cosa sceglie di raccontare, quali personaggi sceglie, quali parole, quali particolari, quali dialoghi. Ma dietro tutto ciò, per organizzare qualsiasi cosa che sia artistica, c’è sempre uno schema logico, matematico, razionale. C’è un disegno preliminare per ogni quadro: credo voi tutti abbiate studiato Da Vinci e con tutto il Codice Da Vinci di quesi anni dobbiamo sapere che l’Ultima Cena fu un’opera di difficile esecuzione, con tanto di tecniche particolari usate da Leonardo. C’è un soggetto e un trattamento per ogni film che poi diventa sceneggiatura: la sceneggiatura ha regole precise, un certo numero di battute per pagina, ogni pagina deve all’incirca essere un minuto del film, ogni dialogo deve essere riportato in un certo modo. E i movimenti delle macchine da presa? C’è una bozza o più bozze, scalette, studi, ricerche, analisi, scritture e riscritture quando si scrive. So che il Codice da Vinci è un’opera di fantasia, ma i documenti su cui si basa sono veri e all’inizio era un’opera storica; Dan Brown ha più volte citato i quaranta e passa errori storici del libro.

    Cosa ha a che fare tutto ciò con il mostrare ed il raccontare? Credo di avere MOSTRATO, non le ragioni della mia posizione o di quella di Gamberetta, ma la realtà dei fatti: che nel mondo gran parte delle opere artistiche se non tutte le opere artistiche sono un concentrato di scelte dell’uomo e di schemi logici che l’uomo stesso mette in atto.
    Mostrare è comprovare. Credo che uno scrittore debba sempre comprovare una certa veridicità dei fatti: che una storia sia credibile o meno. Riesco a capire che un mio amico la spara grossa quando parla di una trota da trecento chili e pretendo che non dica queste bugie. Io pretendo la stessa onestà da parte di uno scrittore. Altrimenti a questo mondo ogni persona che scrive una scempiaggine deve essere comunque considerato un genio, indipendentemente da ciò che scrive. Comprovare e mostrare un dettaglio che serve alla storia vuol dire dare informazioni certe al lettore. Che si scriva fantasy o fantastico non credo sia una scusa. Non potrò informarmi su come fare una magia, ma se voglio comunicare al lettore che quella che il protagonista ha di fronte è una sciamana, perchè non fare qualche piccola ricerca sullo sciamanesimo? Non perchè è verità trascesa, ma perchè prendere spunto dalla nostra realtà aiuta a donare a quel personaggio, la sciamana, una vera aura sciamanica; mi aiuta a centrare il bersaglio. L’obiettivo dello scrittore è evocare. Non c’è modo migliore di evocare qualcosa se non attraverso un’altra cosa che ha un legame con essa e con chi la osserva.

    Spero di avere chiarito il concetto, non la posizione. Qui non credo sia il luogo e il momento per prese di posizione, ma per RAGIONARE su quali siano gli strumenti più adatti per scrivere e trasmettere esattamente ciò che ho in mente.

    Umilmente,
    Spirito Giovane

  63. 54 Emile

    @Airon: ma infatti è esattamente così.

  64. 53 Airon

    Ho sempre ritenuto Pritchard uno Strawman, ovvero un esempio volutamente esagerato per dare più credibilità al personaggio dalle tesi opposte (Keating). Usare un metodo scientifico per valutare la poesia è possibile e utile, ma quello proposto nel libro mi smbra francamente TROPPO semplicistico.

    (ah, kudos per aver letto un’Eterna Ghirlanda Brillante)

    * * *

    ecco il mio compito a casa (oddio, a vederlo adesso mi sembra lunghissimo):

    «Non posso inserirti tra le Guide senza l’introduzione della tua Madrina.»
    E dagli. Terza volta.
    «Madrina Mezzaluna è…» Lametta si morse il labbro «…vuole che me la cavi da sola. “Autonoma”, così ha detto.» tenne gli occhi bassi, sulla lucida scrivania di Fiammetta, sperando che le punte delle ali non tremassero.
    «Mmm…» la fata Superiora la squadrò da sopra gli occhiali rettangolari, poi scor-se il modulo davanti a sè «Hai pensato a fare da Tramite, vedo? Servirebbe…»
    «Ce l’ho!» le mani della fatina sparirono nella borsa a tracolla, rovistando. «L’ho preso a… voglio dire, la mia Madrina voleva che lo tenessi io.» posò sul banco di Fiammetta due mezzi gusci di noce levigati, una boccetta di inchiostro azzurro, tre pennelli, poi riprese a rovistare la borsa «É qui, adesso lo trovo!»
    La fata Superiora prese tra indice e pollice la boccetta di inchiostro e la inclinò; il fluido restò immobile, tristemente secco. «Mezzaluna ti ha donato il Libro? Credevo avesse a cuore la tua indipendenza.» Fiammetta posò la boccetta e si pulì i polpastrel-li sul bordo della gonna, arricciando le labbra.
    Acci… Beccata! Proprio la Superiora superpignola, uff…
    «Sì, è che… voleva che fosse un regalo di addio, credo… eccolo!» Lametta spaz-zò con l’avambraccio la scrivania della fata e ci posò il Libro.
    Fiammetta fece per aprire la copertina di corteccia e ritrasse le dita come se si fos-se scottata. Un sottile filo scuro si stendeva dal Libro al suo indice.
    «Oh!» Lametta si morse il labbro «É… è il marrone, si dev’essere aperto.» due fazzoletti apparvero dalla tasca della camicia; ne porse uno a Fiammetta.
    «Comunque, il Libro è a posto.» lo pulì sommariamente mentre Fiammetta strofinava l’indice nel fazzoletto. «E per di più l’ho studiato a fondo nel viaggio da Rada Drea a qui. Vuole testarmi?»
    «Hai studiato il Libro senza la supervisione di una Madrina?» stavolta le ali di Lametta tremarono davvero.
    «No, no!» scosse la testa mentre rimetteva le sue cianfrusaglie nella borsa «Intendevo che ho riletto le parti che avevo studiato con Madrina Mezzaluna. Diceva… diceva che sarei stata un buon Tramite. Sono portata per i viaggi.» sventolò uno dei due mezzi gusci di noce «sto preparando un mappamondo!» Lametta ruotò il guscio per mostrare il profilo della costa pacifica «Vede?»
    Fiammetta si aggiustò gli occhiali e seguì l’indice della fatina. «Una crepa?»
    «No, vede? É la costa degli Stati…» se la ricordava molto più fedele di come le appariva adesso. San Francisco si perdeva in un nodo che era stato levigato male.
    Ma certo pensò mentre riponeva il guscio nella borsa quando stavo facendo San Francisco è passato quel calabrone giocherellone! Dovrei tornare a trovarlo, si annoiava così tanto con quegli gnomi che…
    «Mi spiace, Lametta, ma se questa è la cura che hai del Libro non posso impiegarti come Tramite. Qui a Palco delle Farfalle abbiamo una tradizione di eccellenza da mantenere.»
    «No, aspetti, la prego! Posso… farò qualunque cosa! I dentini! Certo sono qualificata per non svegliare un bimbo quando…»
    Fiammetta si alzò dalla sedia «Non abbiamo richiesta di fatine dei denti aggiuntive, sono desolata. Puoi ripresentarti tra quattro mesi, quando… »
    Maledetta farfallona arrogante «Quattro mesi! Ma nel frattempo cosa…» le ali sparirono in una macchia sfocata, battendo velocissime, e Lametta si alzò di pochi centimetri da terra «Cosa… Posso segnalare il polline alle api! Superiora, per favore…»
    Gli occhi di Fiammetta si fecero due fessure nel vedere la fatina sollevarsi in posizione dominante. Pose il palmo destro verso l’alto, davanti alla bocca «Mi spiace, Lametta» soffiò la polvere in faccia alla fatina.
    La fatina chiuse gli occhi istintivamente e udì un *POP!* ; quando li riaprì, non era più all’interno dell’ufficio tra le radici ma sui rami della sequoia millenaria, cinquanta metri più in alto.
    Prepotente. Si riallacciò la borsa a tracolla. Bah. Proviamo a Salem.

  65. 52 Emile

    Dimenticavo, piccola precisazione: NON ho visto L’Attimo Fuggente, ergo non ho il minimo interesse “da fanboy” nel voler cercare di difendere quel passaggio. Per quel che ne so il film potrebbe essere spazzatura allo stato puro e non potrebbe importarmene di meno.

  66. 51 Emile

    Che poi secondo la tua teoria se io scrivessi un saggio sui libri fantasy asserendo che il modo corretto per valutarli è contare il numero complessivo delle parole e vedere se è divisibile per sette favorirei comunque il “progresso” perché “getterei le basi per l’individuazione delle teorie giuste” e avrei dunque fatto del bene.
    E a quel punto su che basi criticare il protagonista del film? Se anche ha detto solo cialtronate non potrà fare che bene!
    Il punto è che un testo scolastico che debba spiegare come analizzare una poesia e illustri una teoria su come farlo assolutamente NON applicabile in quell’epoca è sul serio pura spazzatura, anche ammesso (e non concesso) che sul piano squisitamente teorico possa essere vera (ma sul piano teorico si può anche passare attraverso un muro di mattoni, con “un pò” di fortuna).

  67. 50 Emile

    @Tapi: per piacere eh, quello era un libro SCOLASTICO dove si insegnava un metodo che in teoria sarebbe dovuto essere valido IN QUEL MOMENTO per analizzare le poesie.
    Rifugiarsi nel “ehhh ma non puoi sapere se tra 200 anni ecc” non ha senso.

  68. 49 Tapiroulant

    @Anonimo Qualsiasi:

    “L’Attimo Fuggente” era ed è ancora un film rivolto alla borghesia conformista da riscuotere e risvegliare

    Se ho ben interpretato queste tue parole, mi stai dicendo che il pregio di questo film sarebbe ‘risvegliare’ le coscienze addormentate dei borghesotti ligi alla tradizione. Ummm… no. Non è vero. Questo è quello che il film vuole far credere.
    La dimostrazione sta nello stesso comportamento dei presunti ‘risvegliati’ da questo film. Guardai questo film per la prima volta a scuola, penso al primo anno di liceo. Si può dire che la stramaggioranza dei miei compagni fossero (come me del resto) dei borghesi, figli di borghesi.
    Ora, la reazione di un buon 85% di loro fu entusiasta. Sì, il combattimento del sistema! Sì, basta con le vecchie, stupide regole! Riportiamo al centro la coscienza e le emozioni del singolo individuo!
    Cos’ha risvegliato, questo film, in loro? Nulla. Perché dopo la visione erano assolutamente identiche a prima. Una sola cosa era cambiata in loro: avevano trovato una giustificazione ideologica al loro sentirsi speciali, incredibilmente sensibili; al loro non aver voglia di studiare una cosa per dire che era sbagliata; alla superficialità del finto intellettuale che pensa di essere superiore della massa.
    Le persone che adorano questo film, per intenderci, sono le stesse che vanno matte per Baudelaire, adorano L’insostenibile leggerezza dell’essere (senza averlo capito) e Il ritratto di Dorian Gray (idem), magari comprano il basco da artista maledetto e magari compongono poesie gotiche sul loro blog, o postano foto in bianco e nero di corpi nudi, o dipingono quadri astratti.
    Per capire se un film ‘riscuote’ veramente, devi guardare chi sono i suoi cultori, e gli effetti che produce in loro. Questo film dà alla gente sopra descritta un falso senso di superiorità e li culla in una sensazione di unicità, di essere degli alternativi, dei geni, etc., per il solo fatto di provare Forti Emozioni o di avere una Grande Sensibilità (inserire altre frasi senza senso).
    L’attimo fuggente, e quella scena in particolare, è sullo stesso piano delle pubblicità che dicono “Compra questo prodotto perché così ti distingui dalla massa”, “Tu sei unico e speciale, e per questo comprerai X”. E’ la retorica del tipo più squallido. Il fatto poi che questo film te lo facciano vedere a scuola, insistendo sui suoi valori educativi (!), ti fa capire quanto sia ‘sovversivo’ – quanto sia in realtà estremamente stupido e conservatore.

    @Emile: Seguendo il tuo ragionamento, potremmo anche dire che i fisici sono dei cialtroni e hanno sbagliato tutto postulando l’esistenza del bosone di Higgs dato che non è ancora mai stato osservato. Come diamine possono costruire una teoria fisica basata su una particella mai vista, che solo dopo quasi 50 anni (con l’LHC) avranno la possibilità di verificare se esiste?
    La scienza, così come l’indagine filosofica, non procede come dici tu. Spesso, l’intuizione che le cose possano andare in un determinato modo precede, e anche di molto, la dimostrazione scientifica. Io oggi non posso dimostrare che l’efficacia di una poesia o di una prosa sia misurabile matematicamente, ma posso ipotizzare che sia così e aspettare gli sviluppi in questo senso delle neuroscienze.
    Anche se la mia ipotesi si rivelasse sbagliata, avrebbe avuto la funzione di indirizzare gli sforzi in una direzione, piuttosto che lasciarli a brancolare nel buio. Immaginare la poesia come una funzione matematica è di certo più utile e produttivo, per un autore, piuttosto che immaginarla come puro caos emotivo o intellettuale. Anche le teorie scientifiche che si sono rivelate errate hanno avuto una funzione, ossia di gettare la base per l’individuazione delle teorie corrette. Così potrebbe essere il modello Pritchard.

    Detto questo, non mi è difficile immaginare come quel modello possa applicarsi ad esempio alla narrativa. Se ad esempio consideriamo che la qualità tecnica sia misurabile sulla base della nitidezza delle immagini che le parole della storia suscitano (come dice Gamberetta), allora si può matematicamente dimostrare che una storia è migliore di un altra. Preso infatti un campione di X persone, attaccatigli elettrodi al cervello (o quello che serve per la misurazione), e messogli in mano una serie di libri, si può misurare quelli che mettono più a suo agio la mente di ciascuna delle cavie, quelli che sviluppano immagini più nitide, e che meno richiedono il contributo del vissuto della cavia.
    Avremmo così una valutazione matematica della qualità tecnica di un romanzo.

  69. 48 GSeck

    @Gamberetta

    Sui silenzi, quelli che ho sottolineato sono rilevanti perché devono mostrare una tensione nei personaggi. Forse potevo sottolinearla meglio.

    Sul materiale dello Strumento, ho messo il “sembra” perché, in effetti, quello strumento è frutto della magia, non è di vero metallo. Ho persino pensato di usare la stessa forma ipotetica anche per gli Strumenti delle due fatine, ma mi sembrava che risultasse troppo pesante.

    Pensavo che la testardaggine di Scintilla si notasse nella reazione al voto della maestra e, soprattutto, dalla sua reazione finale. Le ultime due frasi (Sono una stupida orgogliosa, e lei è la maestra. Almeno finché sono ancora giovane e inesperta.) volevano mostrare il suo progetto di non essere più una fatina che realizza i desideri ma una maestra.
    Se non si è capito, evidentemente sono stato poco chiaro. Sono comunque soddisfatto perché il raccontino è stato giudicato positivamente.

  70. 47 Emile

    (Per inciso ho concordato col tuo “affascinante” proprio perché NON ho preconcetti di sorta a riguardo e, anzi, quel sistema intrigava anche me, l’idea di fondo è sicuramente interessante. Ma questo non toglie che è qualcosa di assolutamente NON applicabile alla realtà con la pretesa di avere risultati MATEMATICAMENTE esatti. Se da oggi al posto dei gamberetti ti mettessi ad usare grafici e valori matematici solo un gonzo potrebbe credere che in qualche modo le tue recensioni possano diventare “perfette”, o anche solo “più autorevoli”.E non è certo un insulto al tuo ottimo lavoro eh, spero che il senso sia chiaro.)

  71. 46 Emile

    @Gamberetta: no, nessun preconcetto di sorta. Semplicemente non c’è modo al mondo di definire con un valore MATEMATICO (e dunque assolutamente ESATTO e PRECISO) la bontà ad esempio di un libro.
    I gamberi che tu distribuisci rappresentano il tuo parere su un’ opera, basato su elementi quanto più possibili oggettivi e pertanto solitamente molto attendibili; ma saresti pazza a pensare che se tu dai 7,5 al Ritorno dei Conigli Mannari questo vuol dire che quel punteggio rappresenta in effetti l’esatto PRECISO valore matematico dell’opera in modo indiscutibile, al punto che se qualcuno dovesse valutarlo 7,3 (ma anche 7,45 eh) avrebbe per forza commesso qualche “errore di calcolo” e via dicendo.
    In altre parole NON ci sono tecniche puramente matematiche che, efficacemente impiegate, presa un’opera X portino sempre alla sua valutazione Y.
    Se dai da risolvere un’equazione a 100 matematici avrai sempre la stessa risposta e, comunque, sarà facilissimo individuare eventuali errori, nati da qualche mero svista a livello di calcolo; se provi a far giudicare un libro da 100 super esperti in materia MAI sarà possibile ottenere sempre lo stesso risultato, e comunque MAI sarà possibile stabilire se quello “giusto” è A, B o C.
    Poi c’è chi sostiene che l’intera vita di una persona sia riassumibile in una singola e complicatissima equazione in grado di prevedere anche il suo futuro e quindi si può pure ipotizzare che in realtà si possa arrivare a sviluppare delle regole talmente sofisticate di valutazione per un’opera che, applicate, garantiscano sempre lo stesso risultato annullando del tutto la “soggettività” del recensore, mettendo in condizione insomma di poter fare “2+2″ e tirare semplicemente le somme.
    Non è escludibile a priori per carità (così come non è escludibile il discorso sull’ “equazione della vita”), ma di sicuro è tranquillamente escludibile che al momento sia anche solo vagamente possibile avvicinarsi ad un simile risultato; ergo anche volendo “avere fede” in un certo tipo di possibilità quella spiegazione rimane una cialtronata, così come sarebbe un illuso un tizio che, oggi, cominciasse a buttare giù calcoli su calcoli per tentare di completare l’equazione della sua vita e scoprire cosa gli riserva l’avvenire.

  72. 45 Anonimo Qualsiasi

    Bell’articolo: divertente quanto utile! Grazie per aver condiviso. :-)

    PS: “L’Attimo Fuggente” era ed è ancora un film rivolto alla borghesia conformista da riscuotere e risvegliare; ogni opera è da valutarsi nel suo contesto e nelle sue finalità o potrei benissimo buttare nel cesso ogni derivato di cultura orientale, dal momento che non c’azzecca niente col pensiero occidentale dal quale siamo formati come persone (o dovremmo essere stati formati come persone). Di certo, se Keating avesse cominciato a parlare di tolleranza e rispetto dell’altrui opinione, avrei cambiato canale… e non sei stata forse tu a dire che, in narrativa (e se sbaglio a portare lo stesso discorso anche nel campo del cinema), non importa tanto il cosa, quanto il come?
    Il lancio dell’introduzione del libro di testo nel cestino e il salto sulla cattedra hanno funzionato. Perdona il macchiavellismo. :-)

  73. 44 Doarcissa

    Segnalo una curiosita`:

    Nel libro “Il cervello, istruzioni per l’uso” c’e` un capitolo intitolato “La vista batte tutti gli altri sensi” in cui l’autore (John Medina) spiega che:

    - “piu` l’input diventa visivo, piu` e` probabile che venga riconosciuto, e ricordato”;
    - tra tutti i modi di presentare informazioni la forma scritta e` quella meno efficace;
    - “[..] anche mentre leggiamo, quasi tutti cerchiamo di visualizzare cio` che sta scritto nel testo. ‘Le parole non sono altro che francobolli, vi consegnano un oggetto perche` voi lo togliate dalla carta’, amava dire George Bernard Shaw. Oggi, molta tecnologia neuroscientifica lo puo` confermare.”;

    … show don’t tell, neuroscientificamente parlando. Con l’ fMRI e` possibile misurare l’attenzione suscitata da uno stimolo e si puo` testare la ritenzione mnemonica dell’informazione trasmessa. Due parametri abbastanza buoni per valutare la qualita` di un romanzo. A meno che non si ritenga buono un romanzo che non suscita interesse e viene presto dimenticato, cosa che accade quando lo stimolo non e` abbastanza visivo, quando si racconta e non si mostra.

    Qui si trovano le fonti. Il libro e` molto interessante e molto divulgativo, un po’ neuroscience for dummies (perfetto per me, quindi!)

    P.S. Bentornata, Gamberetta!

  74. 43 Gamberetta

    @DagoRed. Anna e Michele non fanno parte del Complotto. Li conosco. Sono brave persone.

    @GSeck. Prima di un’analisi complessiva, faccio notare alcuni particolari, magari utili anche ad altri:

    [...] senza accennare a una parola.

    E più avanti:

    I due rimasero fermi in silenzio.

    Queste frasi, tranne rari casi, sono inutili. Se non fai parlare i personaggi, il lettore “vede” il silenzio, senza bisogno di dirlo. E se invece vuoi sottolineare che c’è silenzio quando invece i personaggi dovrebbero parlare, non devi raccontarlo ma mostrarlo:

    «Anna come stai?»
    La ragazzina grattava con l’unghia il primo bottone del pigiama.
    «Tutto bene?»
    Anna chinò il viso. Arrossì.
    «Ma insomma, rispondi!»
    Anna si morsicò il labbro inferiore.

    Non ho bisogno di dire che rimase in silenzio.

    I “sembrare” o i “parere” spesso rientrano nella categoria dei “quasi” e i “circa”.
    Per esempio:

    La canna sembrava fatta di un materiale metallico semitrasparente, che rifletteva la luce con lampi d’arcobaleno. Tra le canne emergevano dei panni simili a seta, con disegni colorati che sembravano caratteri di una lingua sconosciuta.

    Diventa più mostrato ed efficace se scrivi:

    La canna era fatta di metallo semitrasparente, che rifletteva la luce con lampi d’arcobaleno. Tra le canne emergevano panni di seta, con disegni colorati di caratteri cinesi.

    Ovviamente al posto di cinesi puoi mettere quello che vuoi. E se sono davvero caratteri sconosciuti, mostrali!

    E attenzione ai gerundi legati ai dialoghi che sono meh. Specie:

    – Le va un caffè? -. disse il ragazzo rompendo il mutismo.

    Be’, visto che lui ha appena parlato, hai mostrato che ha “rotto il mutismo”, inutile raccontarlo. ^_^

    Comunque nel complesso è un brano mostrato. È sicuramente mostrato che Scintilla è giovane e le piace realizzare i desideri. Meno che sia testarda, e non mi pare abbia mai dei seri dubbi sul fatto di proseguire con la professione. Forse dovevi mettere la telecamera più nella sua testa. Ma tutto sommato non male. La magia della maestra mi è piaciuta.

    @Emile. / @Enry. Non voglio offendere, ma ho l’impressione che abbiate dei preconcetti sull’arte, la matematica e la mente umana che non hanno ragione di essere. Vi suggerisco di leggere:
    “Gödel, Escher, Bach. Un’eterna ghirlanda brillante.” di Douglas R. Hofstadter. Trovate facilmente su emule i PDF sia in italiano sia in inglese. Ma anche se lo comprate fate un affare: di libri così interessanti ce ne sono pochi. E sebbene non parli direttamente dell’arte in quanto computazione, ci sono concetti analoghi. Spiegati molto bene.
    Purtroppo sono argomentazioni troppo lunghe per essere riassunte in un commento. Ma se vi fidate del mio consiglio e leggete, poi avrete una diversa visione su tanti argomenti.

    @Bakke.

    Se io fossi un adolescente desideroso di sottoporti un testo, mi sentirei demoralizzato prima di iniziare a scrivere

    Ottimo. Sono stufa di gente che mi propone romanzi scritti così come capita – in questi anni me ne hanno spediti centinaia.

    Ovviamente in un contesto di mimesi – preminente nel fantasy – è preferibile lo “show”, ma non è necessariamente così. A volte si può essere vaghi e deboli, se serve.

    A volte quando? Puoi alternare emozioni di un tipo a emozioni di un altro: Anna prima strangola l’orco, poi si rilassa in spiaggia. Ma sono due mostrare. Non vedo perché dovresti essere vago e debole.

    Sull’esempio di Murakami non dico niente perché non ho l’ebook sotto mano. In più non potrei controllare l’originale: considerato che in Italia spesso i romanzi giapponesi non sono neanche tradotti dall’originale ma dalla traduzione inglese, c’è da andarci con i piedi di piombo.

    @Unoqualunque. Non conosco il corso di Fabio Bonifacci. Proverò a cercare e leggere.

  75. 42 Unoqualunque

    @Gamberetta. Che ne pensi del corso di scrittura (online, gratuito) dello sceneggiatore Fabio Bonifacci? Pare sia molto seguito (anche da me).

  76. 41 Bakke

    Ciao Gambera,
    complimenti per l’articolo.
    Prima di fare le mie osservazioni/contestazioni, premetto una cosa: su molti punti sono totalmente d’accordo con te.
    Io sono (principalmente) un autore di fumetti – li scrivo e li disegno, cioè – e anche lì lo “show, don’t tell” è fondamentale; non solo, è molto più evidente che nella scrittura: è molto più evidente quanto sia importante e quanto sia più potente del semplice “raccontare” (è più evidente perché, a livello basilare, risiede nell’opposizione tra il detto in didascalia e il mostrato nella vignetta [non è sempre così, ovviamente]).

    Ecco, quello che volevi dirti è che, pur essendo d’accordo con te su molti punti, il tuo testo mi ha intimorito. Per dirla alla Wallace, il tuo pezzo è piano di logica, ma privo di retorica.
    E io sono già uno che ha esperienza e sa “cosa fare” quando deve creare qualcosa; immagino che un esordiente/principiante abbia deposto ogni speranza di diventare uno scrittore.
    Hai de-umanizzato troppo il tutto, per quanto mi riguarda. Se io fossi un adolescente desideroso di sottoporti un testo, mi sentirei demoralizzato prima di iniziare a scrivere: piuttosto che essere interessata alla mia creazione e ai miei miglioramenti/difetti, avrei l’impressione che tu useresti il mio pezzo per dimostrare l’efficienza/inefficienza delle tue teorie/ragionamenti.
    Naturalmente potrei sbagliarmi, o tu potresti voler effettivamente sembrare la maestra dittatrice, questo non posso saperlo. Ti ho dato solo la mia impressione.

    A parte questo, non mi ha convinto troppo l’assolutizzazione della regola che hai fatto; in questo senso, la penso diversamente.
    E’ (scusa l’apostrofo) vero che lo “show” è più potente, efficace, tagliente e “vero”, sicuramente. Ma non è SEMPRE preferibile al raccontato (non so se tu la pensi così o meno, ma leggendo il tuo pezzo ho avuto questa sensazione).
    Proprio perché lo “show” è più potente, efficace e tagliante, in certi casi è utile il “tell” per ottenere l’effetto contrario. Dipende dalle proprie finalità estetiche.
    Ovviamente in un contesto di mimesi – preminente nel fantasy – è preferibile lo “show”, ma non è necessariamente così. A volte si può essere vaghi e deboli, se serve.
    Certo, si tratta di considerazioni secondarie, più “profonde”: l’infrazione della regola, che prima va imparata: non c’è dubbio, però secondo me avresti dovuto specificarlo.

    Avrei dato più importanza anche alla differenza tra il detto-evidente e il mostrato-nascosto, quando hai introdotto brillantemente il concetto in relazione a Twilight (vampiro/principe azzurro).
    Esempio interessante a riguardo.
    Sto leggendo ‘La fine del mondo e il paese delle meraviglie”, di Murakami. L’inizio è bellissimo, perché per le prime 3-4-5 pagine, il protagonsita ripete 3-4-5 volte di trovarsi in un ascensore. Nonostante questo, quando ci dice cosa c’è intorno, è tutto fuorché associabile a un ascensore: non si sa se questo posto sale o scende, non c’è rumore, e sostanzialmente è proprio la differenza tra il mostrato (che, ripeto, non è associabile a un ascensore) e il detto (il narratore che continua a dire di trovarsi dentro un ascensore) che crea una situazione… disturbante.
    Ecco, la relazione tra detto/mostrato andrebbe approfondita; andrebbe quantomeno accennata, insomma. Anche in questo caso, probabilemente è un passo secondario all’apprendimento della regola, ma è comunque un elemento che va al di fuori del “mostrare sempre e comunque” che ho percepito dal tuo articolo.

    Ancora complimenti, comunque! Alcune osservazioni sono state mooolto utili anche a me.

    ps. non ho riletto niente di quanto scritto, quindi chiedo scusa per gli eventuali errori. gh.

  77. 40 Andrea

    @Gamberetta: Ok, visto che ti infastidisce non ricorrerò più a un tono scherzoso. Parlo seriamente: non mi scuso per cose che non ho mai scritto, né pensato, né insinuato e mi spiace solo che tu ti sia sentita offesa. Non penso che tu sia scema e mi pare di aver scritto più volte il contrario (“sei troppo intelligente”), ma se preferisci credermi un bugiardo in cattiva fede fai pure (è vero, non abbiamo alcuna confidenza, eppure tu mi giudichi come se mi conoscessi bene invece non mi conosci affatto, ma non mi importa). Dovrei sentirmi offeso anche io visto che mi attribuisci insinuazioni e pensieri che non ho mai fatto, ma pazienza: confrontandosi spesso ci si scorna per niente (per inciso: non mi offende sentire definire i miei modi “politicamente corretti”. Non ti aspettare che io mi comporti da maleducato per provarti che non sono “politicamente corretto”, ti deluderei). Credevo si parlasse del “mostra, non raccontare”: ho sollevato delle obiezioni che non hanno trovato alcuna risposta e, a quanto pare, non la troveranno visto che, d’ora in avanti, ti rifiuterai di rispondermi. Come siamo arrivati al “tu mi hai offesa, no mi hai offeso prima tu”? Questa specie di bisticcio non è semplicemente seccante e inutile? Mi piacerebbe approfondire con te anche il tema dell’esplorazione della mente umana con mezzi scientifici (mi pare di capire che riponi molta fiducia nella scienza), ma a quanto dici non succederà mai: penso sia un peccato. Adieu.

  78. 39 Emile

    Uhm il mio commento doveva apparire tipo 2389748938 post sotto, pardon.

  79. 38 Emile

    Eh, ma non ha importanza se colpisce il cervello, se si tratta di un’immagine ERRATA, quello è un valore aggiunto (di notevole importanza, concordo) solo quando è corretta.
    Anzi: in quel modo aumenta il rischio che chi legga quel passaggio, rapito dalla sua potenza a livello comunicativo, si convinca che DAVVERO si possano usare dei grafici per rappresentare in modo esatto il valore di una poesia, che è una troiata ne più ne meno che sostenere che “l’arte è solo passione, basta quella e fai tutto!11″.

  80. 37 Giobix

    PS. per tornare pienamente in argomento, se L’attimo Fuggente fosse un romanzo, per spiegare che Keating è un professore anticonformista con metodi di insegnamento poco ortodossi, basta mostrare una scena come quella delle pagine strappate. Show don’t tell, appunto.

  81. 36 Giobix

    @ Gamberetta dai, scherzavo;)
    Tornando al film e al concetto di mostrare, sono dell’idea che L’attimo Fuggente non abbia tutti quegli intenti educativi che gli hanno attribuito. Lo sceneggiatore ha privilegiato soprattutto l’intrattenimento. Il film utilizza espedienti come il professore bizzarro, la ribellione degli studenti, L’idea del carpe diem, i poeti che si incontrano la notte in segreto, il suicidio, soprattutto per creare una storia emozionante.
    Se allo sceneggiatore fosse interessato l’aspetto educativo, avrebbe messo Keating a “raccontare” dieci minuti perchè metodo di Pritchard non funziona. Ma probabilmente gli interessava molto di più suscitare emozioni forti. In questo senso, “mostrare” Keating che fa strappare le pagine del libro è una scelta efficace.

  82. 35 Enry

    Sì, sono escrementi. Dal mio punto di vista, si intende, naturalmente! Un punto di vista che non val niente! :)
    Sul primo punto non ho niente da discutere: per conoscere una poesia, bisogna (anche) conoscere le figure retoriche, le rime, la metrica. Sul secondo punto: NO.
    Non puoi costringere i contenuti di un’opera d’arte entro un’operazione matematica. Sono due cose diverse, direi due stati della mente diversi. I contenuti di un’opera d’arte (e con questo includo anche la poesia, naturalmente) sono infiniti e su un numero infinito di piani. Potremmo parlare dei Prigioni di Michelangelo tutta la vita, senza esaurire ciò che ci sarebbe da dire su di essi. Questo perché ogni epoca e ogni individuo vi vedrà significati diversi perché avrà occhi diversi: diversi da chi gli sta intorno, da chi l’ha preceduto, da chi lo seguirà. Potrai sempre dire che due più due è uguale quattro, ma non potrai mai applicare la matematica al significato di un’opera d’arte. Sarebbe come cercare di acchiappare le stelle con un retino per le farfalle! :)

  83. 34 Tapiroulant

    @Emile:

    Continuo a non essere d’accordo.
    L’idea del componimento poetico rappresentabile come una funzione è un’immagine potente. E’ un’immagine che colpisce il cervello. In quanto tale, credo che possa servire a scuotere la coscienza del poeta, a dargli maggiore consapevolezza, a orientarlo in una determinata direzione.

    Inoltre, non è escluso che in futuro una poesia non possa realmente essere rappresentata su un piano cartesiano. Non può esserlo oggi, perché non sappiamo ancora con precisione matematica quale sia il rapporto tra le immagini mentali e il principio di piacere, tra il suono di un verso e il principio di piacere (cioè quelle cose che rendono bella una poesia). Ma forse in futuro lo sapremo.

  84. 33 Emile

    >Il metodo Pritchard serve innanzitutto come idea regolativa; ossia, ad abituare l’aspirante poeta a costruire i propri componimenti in modo scientifico, e a spiegare all’aspirante critico di poesia che le poesie che gli piacciono, gli piacciono in virtù di ragioni ben precise (ossia la curva data dal rapporto tecnica-contenuto). Insomma, fa un lavoro simile a quello che fa Gamberetta (o un qualsiasi manuale serio) con la narrativa.

    E allora trovi un metodo migliore per spiegare questi concetti, perché mettersi a parlare di grafici e geometria in un ambito dove una cosa simile NON può funzionare (per i motivi che ho spiegato), NON è un’idea brillante.

  85. 32 GSeck

    Questo è il mio compitino.
    Saluti

    La fatina Scintilla, assieme a due compagne, seguiva la maestra volando sopra le teste delle persone sottostanti, senza accennare a una parola. Quando la maestra si voltò, le fatine bloccarono il respiro.
    - Bene – disse la maestra sorridente, aggiustandosi gli occhiali sul naso con l’indice. – La lezione di oggi consiste in una prova. Scheggia, inizia tu.
    Una fatina dai capelli biondi avanzò osservando i passanti. Si fermò sopra un ragazzino che scorrazzava in skate sull’asfalto, facendo slalom tra le macchine strombazzanti.
    Scintilla fissò il ragazzino, stringendo gli occhi. Sopra la testa dello skater comparve una nuvola trasparente, immateriale. All’interno di quella nuvola c’era un’immagine di quel ragazzino, ma dalla schiena spuntavano delle ali candide, lunghe il doppio di lui, e stava volando sopra l’oceano con pochi e lenti battiti.
    Scheggia sollevò lo sguardo e lo rivolse alla maestra.
    – Ho scelto – disse ad alta voce. La maestra chiuse gli occhi e sorrise.
    – Allora procedi, cara.
    Scheggia fissò i palmi delle mani. I muscoli iniziarono a tremare, le mascelle strette, una ruga profonda sulla fronte. Strizzò le palpebre, e nei palmi comparve una striscia di luce. Quella luce si trasformò in un flauto di colore giallo vernice, con tre fori. Scheggia guardò le compagne con il volto rilassato in un’espressione fiera. Si mise il flauto in bocca e partì una melodia semplice, vivace e gradevole.
    Il ragazzino sullo skate si mosse in modo irregolare. Una ruota passò su un sasso e lo skate si sollevò in aria lanciando il ragazzino, che fece una capriola in aria prima di capitombolare su un’aiuola. Si alzò di scatto, mentre i passanti si avvicinavano. Si guardò addosso. Tolti un po’ di terra e qualche filo d’erba spiaccicato sui vestiti, era come nuovo.
    - Come stai? – Chiese una donna.
    Il ragazzino la fissò a bocca spalancata.
    - Benissimo. È stato fantastico. Come volare.
    Le tre fatine applaudirono. Scintilla si avvicinò a Scheggia e la abbracciò.
    - Molto brava – disse la maestra. – Sei e mezzo.
    Scheggia si inchinò e tornò dalle compagne. Scintilla osservò lo skater, che stava immobile, ad occhi chiusi e con le braccia spalancate. Scintilla abbracciò ancora Scheggia, che si asciugò una lacrima.
    - Goccia, prego.
    Una fatina dai capelli blu si staccò dalle compagne e si fermò sopra una ragazza che camminava a testa bassa.
    Scintilla strinse gli occhi e vide, nella nuvola intangibile sopra la ragazza, un gatto immobile, irrigidito, con la bocca aperta e gli occhi spalancati. La ragazza lo accarezzava piangendo a dirotto.
    Goccia aprì le mani. Strinse i denti, chiuse gli occhi. Non comparve nulla. Fece un grosso respiro, si guardò di nuovo i palmi. Si concentrò ancora. Niente. Si mise le mani sugli occhi e pianse in silenzio. La ragazza continuò a camminare per la sua strada. La maestra si avvicinò a Goccia e le accarezzò la chioma azzurra.
    - Va tutto bene. Rimedierai il cinque la prossima volta.
    - Scusi. Scusi davvero – disse Goccia con la voce tremolante, prima di tornare tra le compagne.
    Scintilla le accarezzò un braccio, e Goccia rispose con un sorriso sghembo.
    - Scintilla, avanti.
    Scintilla fece un passo verso un ragazzo. Strinse gli occhi, e nella nuvola lo vide mentre si fermava di fronte al chiosco di un fioraio, e guardava triste una rosa. Scintilla si girò verso una altra ragazza. Sopra di lei, la nuvoletta la mostrava dentro il letto, mentre stringeva un cuscino tra le braccia e le gambe.
    Scintilla aprì la mano destra. Un lampo di luce lasciò subito spazio a un flauto di legno scuro, colmo di venature nere. Lungo quanto l’avambraccio della fatina, aveva sei buchi da una parte e due dall’altra. Scintilla lo mise in bocca, soffiò e lasciò che le dita si muovessero da sole. Una melodia lenta e sfuggente si espanse, coprendo ogni altro suono.
    Il portafoglio della ragazza cadde dalla tasca del giubbotto. Il ragazzo lo vide, lo raccolse e lo porse alla proprietaria, che lo prese sorridendo.
    - Grazie, lei è molto gentile – disse arrossendo.
    - Sono contento di esserle utile – disse il ragazzo abbassando la testa.
    I due rimasero fermi in silenzio.
    - Le va un caffè? -. disse il ragazzo rompendo il mutismo.
    - Molto volentieri! – Rispose la ragazza, prima di simulare due colpi di tosse.
    Goccia e Scheggia applaudivano mentre guardavano Scintilla con occhi pieni di ammirazione.
    Scintilla guardava i due ragazzi che, fianco a fianco, si dirigevano verso un bar, senza smettere di guardarsi, come se nulla fosse più bello ciò che avevano davanti.
    Scintilla si sentiva in pace.
    - Brava – disse la maestra. – Sette e mezzo. La lezione di oggi è finita, vi ringrazio, possiamo tornare all’Istituto.
    Goccia e Scheggia si guardarono a bocca aperta.
    Scintilla aprì le braccia cercando di contare sino a dieci, ma non riuscì ad arrivare oltre il sei.
    - Maestra, so bene che lei ci consiglia sempre di non lavorare per il voto ma per i risultati concreti – disse Scintilla sforzando un tono calmo, con pessimi risultati – e io credo in questa filosofia. Guardo quei due ragazzi e sono soddisfattissima, ma lei mi capirà se le faccio notare che ho materializzato il Flauto subito e ho realizzato due sogni di tipo Profondo, e con la stessa Sonata. Sette e mezzo mi sembra poco.
    Scheggia e Goccia si strinsero le mani tra loro, trattenendo il respiro. Scintilla si sforzava di guardare impettita la maestra.
    La maestra chiuse gli occhi e sorrise.
    - A quanto pare, la lezione non è ancora finita.
    Allargò le braccia, e si sollevò in aria di un paio di passi. Un vento leggero le scosse i vestiti e agitò in aria i capelli rossi di Scintilla.
    Il vento si illuminò di una luce tenue e calda, che aumentò fino a concretizzarsi. Una cannuccia stretta partiva da sotto il mento della maestra e continuava avvolgendole il corpo, allargandosi e stringendosi in vari punti, attorcigliandosi sulle braccia e coprendole sino alla punta delle mani. Sotto i piedi si aprivano due corni più grandi dell’intero corpo della maestra. La canna sembrava fatta di un materiale metallico semitrasparente, che rifletteva la luce con lampi d’arcobaleno. Tra le canne emergevano dei panni simili a seta, con disegni colorati che sembravano caratteri di una lingua sconosciuta.
    La maestra emise un soffio leggerò sull’oncia, senza che le guance si gonfiassero. I panni, come casse di risonanza, presero a gonfiarsi e sgonfiarsi con un ritmo alternato, simile al battito di un cuore.
    L’aria mutò, diventando melodia. Un insieme di note, che sembrava provenire da mille strumenti, si fuse fino a circondare ogni cosa. Il mondo intero diventò l’arredo della singola nota prodotta della maestra. Che continuava a soffiare.
    Scintilla si girò dai due ragazzi seduti al bar, che stavano diventando trasparenti, fino a scomparire del tutto. Le persone lì attorno non se ne accorsero, come se i due non fossero mai esistiti.
    Una lieve tratto nero si sollevò dal punto dov’erano seduti i due ragazzi. Scintilla strinse gli occhi, e quel tratto si espanse fino ad avvolgerla. All’interno dello spazio, dei puntini bianchi chiazzavano il manto scuro. Li riconobbe. Erano stelle. Un nuovo universo si era aperto e Scintilla fu richiamata su un pianeta, che scorreva veloce nel tempo. Vide i due ragazzi dentro un castello di pietra, circondato da decine di torri, avvolto da un villaggio laborioso dove persone felici parlavano e giocavano. Da una finestra aperta nelle mura di pietra si vedevano i due giovani, seduti sul trono, guardarsi con una calma assoluta. Nel loro universo sarebbero potuti morire in qualsiasi momento, e sarebbero stati sazi della vita.
    Le lacrime annebbiarono la vista di Scintilla, che fu sbalzata fuori dall’universo personale dei due giovani. Rimase lì, in silenzio, con le lacrime che le rigavano le guance.
    - Sono una stupida. Solo una piccola, vanitosa stupida.
    Una mano le si posò sulla spalla. Era la maestra, senza Strumento, e sempre sorridente. Le due compagne la guardavano con apprensione.
    - Va tutto bene, Scintilla – disse la maestra. – Datti tempo.
    - La prego di scusarmi per prima. Studierò ancora, e mi meriterò un voto superiore.
    - Aiuterai meglio le persone, vorrai dire.
    La maestra si girò e volò verso l’Istituto. Goccia e Scheggia guardarono per un attimo Scintilla, sola e immobile, e seguirono la maestra.
    - Sì, è vero – disse Scintilla con una voce abbastanza bassa da non essere sentita. – Sono una stupida orgogliosa, e lei è la maestra. Almeno finché sono ancora giovane e inesperta.
    Si sfregò via le lacrime dal volto e volò verso le compagne.

  86. 31 DagoRed

    Articolo molto interessane, Gamberetta.

    Solo una domanda: anche Michele ed Anna sono coinvolti nel complotto delle fatine?

  87. 30 Tapiroulant

    @Emile:

    Il “piccolo” problema di quel metodo è che avrebbe senso solo se “forma” e “importanza” fossero quantificabili numericamente in modo preciso e inequivocabile.
    Un pò come se ci si mettesse in testa di fare simili grafici sui libri fantasy valutandoli in base a “forma” e “contenuto” (2 variabili prese a caso, il punto non è quello); o trovi un metodo che consenta di dire senza nessun margine di incertezza o errore che una tal opera vale X (e precisamente X) come forma e Y come contenuto o puoi si costruire tanti bei grafici ma il loro valore reale sarà pari a 0.

    Non sono d’accordo.
    Il metodo Pritchard serve innanzitutto come idea regolativa; ossia, ad abituare l’aspirante poeta a costruire i propri componimenti in modo scientifico, e a spiegare all’aspirante critico di poesia che le poesie che gli piacciono, gli piacciono in virtù di ragioni ben precise (ossia la curva data dal rapporto tecnica-contenuto). Insomma, fa un lavoro simile a quello che fa Gamberetta (o un qualsiasi manuale serio) con la narrativa.
    E penso non ci siano dubbio che le poesie scritte ‘con la pura forza dell’emozione’, che hanno letteralmente invaso la Rete dopo la nascita dei blog, fanno venire la nausea, rispetto a una poesia scritta con metodo e rigore.

    Colgo l’occasione per dire che questo a mio avviso è il miglior articolo comparso sul blog dai tempi della sua fondazione. La questione dello show don’t tell era stata affrontata molte altre volte, ma mai con altrettanta chiarezza (soprattutto sui motivi per cui è meglio utilizzarlo piuttosto che no).
    E sono veramente contento che qualcuno condivida il mio disprezzo per quel film e per quella scena da mentecatti. Si può anche pontificare sul ‘contesto storico’ della vicenda, ma sta di fatto che quel film è tremendamente ideologico ed è servito ad orde di pseudo-intellettuali come giustificazione del loro atteggiamento da geni incompresi.

  88. 29 Emile

    >Il professor Pritchard non illustra i criteri con i quali giudicare tecnica e contenuto

    E’ questo il punto chiave.
    Non li illustra e nemmeno potrebbe farlo perché non ci sono criteri validi per giudicare tecnica e contenuto in modo MATEMATICAMENTE ESATTO, capace di dare loro valori PRECISI da inserire nelle assi.
    E un sistema del genere può reggere solo se di un X libro si può dire che la tecnica è ESATTAMENTE da 8,5 o 4,8 con sistemi assolutamente oggettivi ed inconfutabili, qualcosa di semplicemente non possibile.
    Ecco perché la sua idea è affascinante quanto assurda.

  89. 28 Gamberetta

    @Enry. L’emerito professor Pritchard dice tre cose:
    1) “Per comprendere appieno la poesia, dobbiamo innanzi tutto conoscerne la metrica, la rima e le figure retoriche”.
    E direi che non ci piove.

    2) Poi illustrare il metodo geometrico. Che è interessante perché pone un legame tra realizzazione tecnica (asse orizzontale) e contenuto/significato (l’“importanza”) (asse verticale). Il professor Pritchard non illustra i criteri con i quali giudicare tecnica e contenuto, dice solo che i due fattori sono nel rapporto illustrato. Io posso applicare criteri per tecnica e contenuto diversi da quelli che applicherebbe Pritchard e ugualmente potrei concordare con lui sul reciproco peso di questi due aspetti.
    Semplificando, Pritchard dice: nel giudicare un’opera poetica, tecnica e contenuto hanno lo stesso peso. È una posizione così assurda? Sono escrementi?

    3) “[...] crescendo così la vostra capacità di valutare la poesia aumenterà il vostro godimento e la comprensione della poesia.”
    E si può essere più o meno d’accordo, ma è una posizione del tutto accettabile.

    @Andrea.

    Però sei una padrona di casa un po’ dispotica!

    Non gradisco che siano espressi giudizi su di me. Né è il caso di metterla come scherzo, visto che non abbiamo alcuna confidenza. Questo atteggiamento è offensivo.

    Reazioni cerebrali misurabili come? Con un EEG? Dai non prendermi in giro, sei troppo intelligente per usare un’argomentazione simile…

    Per questo genere di esperimenti viene usata l’fMRI (functional magnetic resonance imaging). E stai ancora offendendo, perché al di là del “politicamente corretto” stai dicendo:
    “Se credi sul serio che le emozioni – OMG! Le emozioni! – possano essere misurate con metodi scientifici sei scema.”
    E non ho difficoltà ad ammetterlo: sono scema. Non credo ci sia alcun limite teorico all’esplorazione della mente umana con mezzi scientifici. Come del resto già si fa con ottimi risultati.
    Ora, visto che non mi piace essere insultata e non me frega niente se poi ti scusi o no, in futuro non risponderò più ad alcun tuo commento.

    @Lidia.

    Ti chiedo allora: tu dici che preso di per sé è un buon brano. Quindi, se in una storia su una fatina Scintilla, il suo carattere o l’opinione che altri hanno di lei viene reso esplicito attraverso dialoghi, non va bene, oppure sì?

    I problemi sono due:
    1) Secondo me mostri molto di più il rapporto Scintilla – Fiammetta che non le caratteristiche di Scintilla che avevo raccontato. A un certo punto si ha quasi l’impressione che Scintilla dica apposta certe cose per fare arrabbiare Fiammetta.
    2) Le emozioni sono attenuate. Il che può andar bene, può essere un pezzo divertente dove l’emozione che si vuole evocare è il divertimento. Ma prova a farlo seriamente: prova a suscitare la paura di Fiammetta che per poco non ci lasciava le ali; prova a far suscitare rabbia, vera rabbia – voglia di prendere a pugni – nei confronti di Robi Sgarbo che inganna le fatine; prova a far suscitare le lacrime mettendo in contrasto la buona volontà di Scintilla con i risultati che ottiene.
    Lo so che è difficile. Ma l’idea della narrativa dovrebbe essere quella.

    @Giobix. Direi di no, dato che I Promessi Sposi prenderebbe zero sull’asse orizzontale e zero sull’asse verticale.
    E basta parlare del Manzoni. È off topic ed era off topic anche nell’altro articolo. Ogni altro commento sul Manzoni o sugli sposi per piacere mettetelo direttamente in Fogna.

  90. 27 Emile

    Il “piccolo” problema di quel metodo è che avrebbe senso solo se “forma” e “importanza” fossero quantificabili numericamente in modo preciso e inequivocabile.
    Un pò come se ci si mettesse in testa di fare simili grafici sui libri fantasy valutandoli in base a “forma” e “contenuto” (2 variabili prese a caso, il punto non è quello); o trovi un metodo che consenta di dire senza nessun margine di incertezza o errore che una tal opera vale X (e precisamente X) come forma e Y come contenuto o puoi si costruire tanti bei grafici ma il loro valore reale sarà pari a 0.

  91. 26 Giobix

    applicando il metodo di Pritchard, (forma e importanza, ovviamente basandosi sulla critica accademica più in auge) alle opere di narrativa italiana degli ultimi due secoli, si otterrà un imponente area totale per I Promessi Sposi, che ne determina la grandezza.

  92. 25 cristiano

    torno dopo mesi e trovo un fottio di roba nuova!
    come quando, tornando dalle vacanze da bambino, mia nonna mi faceva trovare quattro “topolino”, che leggevo all’ ombra di una pergola .

    ciao

  93. 24 Lidia

    @Gamberetta.
    Hm, capisco. Ammetto che mi piacciono molto le storie in cui sono i personaggi, in base a quello che si dicono, ai botta e risposta, a rivelare il loro carattere, i rapporti che li legano e quello che sono. In questo caso, questo mio piacere ha in effetti mancato l’obiettivo del piccolo esercizio. Sì, le caratteristiche del personaggio dovevano essere “mostrate” dall’esterno, al di fuori dei dialoghi.
    Ti chiedo allora: tu dici che preso di per sé è un buon brano. Quindi, se in una storia su una fatina Scintilla, il suo carattere o l’opinione che altri hanno di lei viene reso esplicito attraverso dialoghi, non va bene, oppure sì?

  94. 23 Andrea

    @Gamberetta:

    Non è che sono io che lo ritengo indispensabile. È un dato di fatto accettato che la narrativa, specie la narrativa di genere fantastico, debba essere verosimile.

    Questo mi suona tanto come un “è così e basta, non discutere!” Ne deduco che questo dato di fatto non possa essere contraddetto e me ne dispiaccio, ma pazienza: continuerò a contraddirlo lo stesso :P Forse mi sono spiegato male, ma ti prego di non fraintendermi. Non ho mai detto che la narrativa fantastica non debba essere verosimile, ho detto che non potrà mai avere un livello di verosimiglianza così alto da ambire ad avvicinarsi alla verità. Può e dovrebbe essere verosimile abbastanza da far nascere il dubbio nel lettore su ciò che ritiene “la verità” e questo mi pare già un ottimo risultato.

    Se sul serio siamo a discutere ancora questo punto mi sembra non ci siano le basi per un dialogo.

    Peccato, a me sarebbe piaciuto parlarne ma questa è casa tua e io sono solo un ospite. Però sei una padrona di casa un po’ dispotica!

    Dopodiché la stai facendo più lunga di quella che è.

    E’ vero, scusa.

    Se io scrivo: “Serpente!”. Tu immagini un serpente e hai delle reazioni cerebrali misurabili. È suscitato un sentimento.
    Se io scrivo: “Animale pericoloso!”. È calma piatta. Non c’è alcuna reazione misurabile.

    Reazioni cerebrali misurabili come? Con un EEG? Dai non prendermi in giro, sei troppo intelligente per usare un’argomentazione simile…

    Vuoi continuare a scrivere: “animale pericoloso”? Liberissimo. Io non ti leggerò, ma bene uguale.

    “Animale pericoloso!” Hai letto, non negarlo!

  95. 22 Enry

    Bell’articolo, molto utile. Riguardo alla scena de L’attimo fuggente, però, ho un paio di osservazioni da fare.
    Primo, che il libro che si stava leggendo in classe non parlava di tecnica poetica o delle conoscenze necessarie per fare della critica poetica. Istruiva su “come valutare la perfezione di una poesia” ponendola tra l’asse delle ascisse e quella delle ordinate. Questa è pura follia e non si può che concordare con Keating che fa strappare quelle pagine. Come ti ho detto, sono più ferrata in materia artistica quindi farò un esempio in quel campo: se avessi dovuto valutare la “perfezione” di un’opera impressionista al tempo della prima mostra impressionista (1874), probabilmente l’avrei giudicata una porcheria. Oggi quella stessa opera vale milioni. Elevarsi a giudici assoluti (in questo caso, direi, quasi “matematici”) non è solo sbagliato, è anche stupido. Quindi Keating ha ragione. La storia dell’asse delle ascisse e delle ordinate poi è così totalmente fuori di testa che non sto neanche ad approfondire (anche perché ritengo sia più che altro una trovata cinematografica).
    Secondo, siamo tutti d’accordo che non basta la passione per andare sulla Luna ma che servono anni di applicazione, di fatica, di studi scientifici, di addestramento. Ma il punto è che non tutti vogliamo fare gli astronauti. Se alla prima lezione di storia dell’arte (torno di nuovo lì per comodità, ma si può sostituire con “letteratura” o “poesia”) partissi con “Le Veneri preistoriche sono statuette risalenti al Paleolitico superiore, scolpite solitamente in pietra calcarea, legno od osso, che rappresentano la figura femminile con attributi molto pronunciati, quale simbolo di fertilità bla bla bla bla”, gli studenti starebbero già a dormire sul banco o a tirarsi le palline di carta entro la quinta parola del mio discorso. E’ in effetti l’errore che fanno molti insegnanti, compresi quelli che ho avuto io. Portare delle riproduzioni da quattro soldi delle Veneri preistoriche e farle girare in classe, lasciare che escano anche commenti scherzosi sulla grossezza dei loro seni, chiedere agli studenti cosa ne pensano (pur essendo ancora completamente a digiuno di nozionistica) è un inizio già molto diverso (e se ne potrebbero trovare di migliori). Nel caso del professor Keating, far salire i ragazzi in piedi sulla cattedra o far ascoltare loro la “voce” dei loro “predecessori” ormai defunti, è un modo per “prenderli per la collottola” e trascinarli dentro la materia. Le nozioni, le conoscenze sono obbligatorie, ci devono essere e arriveranno. A patto di non far diventare cose come la storia dell’arte, la letteratura e la poesia materie morte. Non mi serve a niente sapere in che metro è composta l’ode del Carpe diem, se non ho la minima idea di che cosa significhi “carpe diem”.

  96. 21 Maria la Matta

    @Maria la Matta. Distinguiamo un attimo. Un pezzo così: “Stavamo tutti lasciando bigliettini, quella mattina. Prima dell’alba. Sgattaiolando in punta di piedi con le nostre valigie giù per scale buie, poi lungo strade buie…” è un conto, qui è esplicitamente un personaggio che racconta.

    Infatti, e poiché non hai evidenziato tale possibilità, mi è sembrato giusto ricordarlo.

    Negli altri due casi invece si potevano tagliare i “poi” senza colpo ferire.

    Non sono d’accordo (così come non lo sarebbe Eco, suppongo), ma degustibus.

    Il brano di Stroud è inutile commentarlo, perché è scritto male e basta.

    Appunto ^_^

  97. 20 Emile

    >Senza contare che le idee di Pritchard con il suo approccio geometrico alla poesia sono molto più affascinanti

    Concordo sull’ “affascinanti”, ma secondo me bisogna aggiungere anche “cretine”.
    E non perché “ahhh no mioddio l’Arte non si può valutare!11!” o roba simile, ma perché semplicemente, il metodo di misurazione ideato da Pritchard fa ridere i polli.

  98. 19 Merphit Kydillis

    @Gamberetta: nessuna sparatoria, per carità. Sono un mago: non mi abbasso ad usare gingilli di legno e metallo che fanno rumore, quando posso sollevare un silos pieno di letame e scagliarlo contro gli elfi con un semplice gesto della mia mano xD

    [...] in fondo se scrivi un romanzo a tredici anni o quanti erano, è normale scriverlo da schifo. E meno normale non rendersene conto e presentarlo a una casa editrice. Non è normale per niente che la casa editrice lo pubblichi.

    A mio parere, si potrebbe ritenere normale una quindicenne che la prende sul piano personale se qualcuno gli fa notare qualche errore nel suo romanzo. E sempre a mio parere, non è normale invece rispondere a dubbi e perplessità dei lettori con frecciatine ed insulti velati tipo “ma io sono una bambina piccola” “ma a me mi hanno pubblicato e a te no” “perché è fantasy, gne gne gne”.

    Fino ad arrivare a dire “mostrare e non raccontare è una colossale boiata”. Io non vado a spendere 20 e passa euri per un mattone cartaceo di 400 e passa pagine, pagine imbrattate di aggettivi, cliché e obbrobi letterali/grammaticali. Ma la situazione peggiora se, a sostenere che la teoria “Show, don’t tell=blasfemia”, è una ragazza di quindici anni.

    Per come stiano andando le cose attualmente, sull’editoria italiana, temo che i rettiliani dell’America di fine XV secolo stiano facendo un lavaggio del cervello ai “scrittori emergenti”: manipolano le loro menti, facendogli credere che raccontare è meglio del mostrare perché è più facile ad essere pubblicati, e chi sostiene che bisogna mostrare è un invidioso che rosica come un malato terminale di leucemia.

  99. 18 Tom

    Ciao Gamberetta,
    vorrei proporti un’altra ragione a supporto dello “show, don’t tell”. Non si tratta di una ragione tecnica di per sé, ma si basa su un meccanismo creativo che dovrebbe contraddistinguere chiunque speri di lavorare con la propria fantasia. Mi riferisco all’immaginare i dettagli delle scene.
    Si tratta di una cosa che faccio di continuo, quindi perdonami se illustro il concetto parlando della mia esperienza personale.
    Quando mi perdo nei miei viaggi mentali o penso a una scena del libro che sto scrivendo, io vedo i personaggi agire, penso al colore dei vestiti, alle posizioni dei corpi, alle dinamiche, agli odori. Rifletto sui dettagli e mi concentro sul realismo. Ho letteralmente bisogno sia della scena visiva che delle sensazioni con cui è riempita. Lo faccio perché mi piace, perché è un’abitudine che mi porto dietro fin da bambino e che mi appaga. A volte mi diverto a limare i dettagli più rozzi e nel rivedere una scena più e più volte fino a trovare la formula ideale, come se fossi in una sala di montaggio e stessi lavorando con le bobine della pellicola. Mi piace immaginare più che narrare, e per me lo scrivere non è altro che un mezzo per condividere con altri ciò che ho immaginato. Questo secondo me è il punto fondamentale: voglio condividere ciò che ho immaginato, voglio che chi mi legge veda ciò che io ho costruito. Stop.
    Io ho dedicato tempo e energie a dipingere e animare una particolare scena. Mi piace, è divertente, mi dà soddisfazione, certo, ma è anche faticoso e ciò che mi gratifica più di ogni altra cosa è sapere che le energie spese hanno prodotto qualcosa di piacevole anche per altri. E per “piacevole” intendo “qualitativamente piacevole”, che nella mia testa si traduce nel suscitare nel lettore le stesse emozioni che io ho cercato di imprimervi.
    Io non voglio che il lettore legga una descrizione generica e si costruisca la SUA scena. Voglio che viva quella che ho immaginato io e su cui magari ho speso ore e giorni. Gliela voglio mostrare, perché non farlo sarebbe come buttare nel cesso la mia fatica.
    Secondo me il non mostrare una scena costruita a fatica non è meno stupido del dipingere un quadro tre metri per due di una battaglia epica e poi nasconderlo, magari descrivendolo con “è il quadro di una battaglia. Ci sono spade e cavalli. Immaginalo”. È anche una questione di orgoglio: io penso di aver costruito una balla scena, appassionante, dinamica, realistica e la voglio mostrare, voglio puntare i riflettori sui dettagli concreti e sbandierare la mia (presunta) abilità.
    Se, invece, non mostro perché ho dubbi sulle mie capacità di immaginare e trovo più facile il raccontare, be’, forse non devo fare lo scrittore (o più semplicemente rientro nella categoria di quelli che “vogliono aver scritto” invece che in quella di chi “vuole scrivere”).
    Uno scrittore che racconta e non mostra mi porta addirittura a chiedermi se si sia mai davvero immaginato ciò che sta raccontando. Immaginare e creare una storia è un processo (mentale, creativo, tecnico) completamente diverso dall’immaginare e creare le singole scene. È la differenza che corre tra il preparare lo storyboard (di un film, un fumetto, fai tu) e pensare alle singole vignette e inquadrature.
    Narrare senza immaginare è indice di pigrizia creativa e scarsa fantasia. Ormai ho capito che molti scrittori non immaginano. Decidono che una battaglia si svolge in un certo modo, che i rossi attaccano i blu da nord, che Achille uccide Ettore, ma non lo vedono davvero. Non lo immaginano. Non si pongono proprio il problema. Il loro sforzo creativo si esaurisce con il “pensare” a un particolare svolgimento, non si preoccupano di visualizzarlo. La scena non esiste nemmeno nella loro mente, nessuna meraviglia che non riescano a mostrarla.

    Forse mi sono dilungato più del dovuto, chiedo scusa.

  100. 17 Gamberetta

    @Merphit Kydillis. Non sparare sulla Croce Rosso… in fondo se scrivi un romanzo a tredici anni o quanti erano, è normale scriverlo da schifo. E meno normale non rendersene conto e presentarlo a una casa editrice. Non è normale per niente che la casa editrice lo pubblichi.

    Per Fiammetta fai pure. Non è un’idea mia, sono le fatine ad avere per loro natura questo brutto carattere.

    @Edy. / @Tom. Tanto vale metterlo o non metterlo, insomma è uguale. E visto che è uguale, non bisognerebbe mettere, perché meno parole si usano per esprimere un concetto, meglio è. Comunque riformulerò le frasi.

    @Lidia. Il dialogo è divertente, e preso a sé è un buon brano. Però hai un po’ aggirato il problema. Invece di raccontare tu, hai fatto raccontare alle fatine.
    “Sei una brocca [...] Quel tipo ti ha fatto fessa.” => raccontato.
    “No, è un ragazzo sensibile.” => raccontato.
    “A me sembrava un tipo a posto.” => raccontato.
    E così via. Sono espressioni che vanno anche bene in un dialogo, e infatti il dialogo fila liscio, però non sono il massimo se parliamo di mostrare.
    Se rendo il tuo brano senza il dialogo te ne accorgi:
    “Scintilla era una brocca. Era stata ingannata da un umano a cui aveva regalato biglietti della lotteria. A lei era sembrato un ragazzo sensibile, un tipo a posto… ecc.”
    Tutto raccontato.

    @Andrea.

    Sembra tu ritenga indispensabile che nel tuo racconto ci sia un livello di verosimiglianza così elevato da avvicinarlo alla verità [...]

    Non è che sono io che lo ritengo indispensabile. È un dato di fatto accettato che la narrativa, specie la narrativa di genere fantastico, debba essere verosimile. Se sul serio siamo a discutere ancora questo punto mi sembra non ci siano le basi per un dialogo.

    Dopodiché la stai facendo più lunga di quella che è.

    Se io scrivo: “Serpente!”. Tu immagini un serpente e hai delle reazioni cerebrali misurabili. È suscitato un sentimento.
    Se io scrivo: “Animale pericoloso!”. È calma piatta. Non c’è alcuna reazione misurabile.
    Vuoi continuare a scrivere: “animale pericoloso”? Liberissimo. Io non ti leggerò, ma bene uguale.

    @Maria la Matta. Distinguiamo un attimo. Un pezzo così: “Stavamo tutti lasciando bigliettini, quella mattina. Prima dell’alba. Sgattaiolando in punta di piedi con le nostre valigie giù per scale buie, poi lungo strade buie…” è un conto, qui è esplicitamente un personaggio che racconta.
    Negli altri due casi invece si potevano tagliare i “poi” senza colpo ferire.

    Il brano di Stroud è inutile commentarlo, perché è scritto male e basta.

    @Feleset. G.L. non compie scelte consapevoli, perché non la minima conoscenza della tecnica narrativa. Zero. Te lo posso garantire – anche al di là di quanto si desume leggendo i suoi patetici romanzi.

    @Martin. Sul “messaggio” del film si può discutere. Ma la scena rimane un orrore. La “ribellione” non è fare i bastian contrari per partito preso. La ribellione è leggere l’emerito professor Pritchard, leggere tutta la bibliografia citata, ascoltare il personaggio di Robin Williams e alla fine avanzare nuove ipotesi.
    Senza contare che le idee di Pritchard con il suo approccio geometrico alla poesia sono molto più affascinanti delle stupidate di Keating.

    Non ho espresso giudizi sul film nel complesso, a parte quello che andrebbe vietato ai minori. Giudizio che ribadisco. Basta la scena citata per renderlo inadatto alle persone facilmente impressionabili.

    @Olorin. Per quello hai bisogno del Talismano della Creatività dei Druidi Siberiani. Me ne posso procurare qualcuno, ma i prezzi sono cari. D’altra parte cosa sono 5.000 euro in cambio di buone idee?

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