Manuali 3 – Mostrare

Questo è il terzo articolo nella serie dei Manuali. Trovate il primo articolo qui e il secondo qui. Gli articoli possono essere letti in qualunque ordine. Se avete pregiudizi riguardo i manuali di scrittura, date un’occhiata alle risposte ai miti, qui.
Ricordo infine che mi rivolgo a chi voglia imparare a scrivere narrativa di genere, in particolare narrativa di genere fantastico. I concetti esposti potrebbero come non potrebbero applicarsi alla narrativa in generale.

* * *

“Mostrare, non raccontare” o in inglese “Show, don’t tell” è il nome di una fondamentale tecnica narrativa. È un’esortazione agli scrittori perché evitino l’astratto e favoriscano sempre il concreto.
La narrazione deve essere un susseguirsi di dettagli concreti; dettagli che stimolino i sensi del lettore, che richiamino immagini, suoni, odori, sapori.

Esempio:

Michele è vecchio.

Il termine “vecchio” è astratto, dunque qui ci troviamo di fronte al raccontare.

Michele ha la barba bianca, il viso coperto di rughe. Cammina gobbo reggendosi al bastone.

Qui abbiamo una sequenza di particolari concreti, dunque ci troviamo di fronte al mostrare.

Perché il mostrare è preferibile al raccontare?

Icona di un gamberetto Perché è dimostrato che il cervello del lettore, se stimolato da dettagli concreti, vive le situazioni descritte. Il mostrato cala il lettore nella storia; il raccontato non garantisce la stessa risposta emotiva, non trascina il lettore.
Per questa ragione il raccontato può diventare noioso in fretta: il lettore non ha problemi a gustarsi 200 pagine di mostrato, mentre poche pagine di raccontato possono subito stufare.

Icona di un gamberetto Perché ogni volta che si scivola nel raccontare l’autore esprime un giudizio. La barba bianca o le rughe sono un fatto oggettivo, la vecchiaia è una valutazione soggettiva. Può essere una valutazione giusta e condivisa, ma questo non cambia il problema: il problema è che l’autore ha fatto capolino per parlarci direttamente, incrinando l’immersione.

Per usare la metafora di John Gardner del “fictional dream”: la buona narrativa trasporta il lettore in una condizione mentale simile a quella del sogno. Quando l’autore interviene nella storia, ha lo stesso effetto di qualcuno che ti parla all’orecchio mentre dormi: se ti va bene non te ne accorgi, se ti va male ti svegli. Se il lettore si sveglia, chiude il libro. EPIC FAIL.
Oppure immaginate di essere al cinema. Scorre la pellicola, la scena vede Michele che si trascina per i vialetti del cimitero. Porta i fiori alla moglie morta. Spunta il regista con un cartello: “Michele è vecchio.” Sarebbe ridicolo, rovinerebbe l’atmosfera.
Non rendetevi ridicoli. Non svegliate chi sogna.

Cthulhu addormentato
Nella sua dimora a R’lyeh, Cthulhu aspetta sognando. Non svegliatelo!

Icona di un gamberetto Perché il mostrare permette di scegliere i particolari che sono sul serio importanti per la storia.

Cosa mi spinge a sottolineare che Michele è vecchio? Qual è la rilevanza della vecchiaia per la storia?
• Forse la vecchiaia è importante perché chi è vecchio spesso ci vede male, e questo dettaglio è vitale; ma allora non è forse meglio mostrare Michele che porta occhiali spessi?
• Forse la vecchiaia è importante perché chi è vecchio spesso è goffo e fragile, e questo dettaglio è vitale; ma allora non è forse meglio mostrare Michele mentre inciampa nel suo bastone da passeggio e si rompe una gamba?
• Forse la vecchiaia è importante perché chi è vecchio spesso è malato, e questo dettaglio è vitale; ma allora non è forse meglio mostrare Michele a letto in ospedale?
E così via.
Il raccontato è impreciso. Se si vuole portare avanti la trama, occorre precisione, occorre mostrare.

Icona di un gamberetto Perché il raccontato non rimane in mente. Se non si affiancano alla vecchiaia particolari concreti, dopo poche pagine il lettore si sarà già scordato che Michele è vecchio. Invece il mostrato lascia un’impressione duratura; anche chiuso il libro e passati anni, ricorderemo i dettagli più vividi.

* * *

A prima vista può sembrare che lo “Show, don’t tell” sia una tecnica come le altre. Non è così. Le implicazioni del mostrare invece di raccontare sono basilari per la narrativa.

Una celebre citazione da The Craft of Fiction di Percy Lubbock recita:

bandiera EN The art of fiction does not begin until the novelist thinks of his story as a matter to be shown, to be so exhibited that it will tell itself. [...] The thing has to look true, and that is all. It is not made to look true by simple statement.

bandiera IT L’arte della narrativa non comincia finché il romanziere non pensa alla storia come una materia da mostrare, da esibire in modo che si racconti da sola. [...] La faccenda deve sembrare vera, e questo è tutto. Non è resa vera semplicemente raccontando che è vera.

Non c’è arte finché la storia non è in grado di raccontarsi da sola: i particolari concreti (barba bianca, rughe, gobba, bastone) dicono al lettore che Michele è vecchio. Non è intervenuto l’autore a spiegarlo.
La narrativa ha bisogno di verosimiglianza (la faccenda che deve sembrare vera) e questo bisogno non può essere soddisfatto dal raccontato. Non basta raccontare che una cosa è vera per renderla vera. Non basta raccontare che Michele è vecchio; dirlo vecchio non lo rende per magia vecchio. La sua vecchiaia dipenderà dai particolari concreti, non da quante volte ripeto che è “vecchio”.

La posizione di Lubbock è radicale ed è stata aspramente criticata. Tuttavia non è una posizione assurda. Una definizione di “narrativa” potrebbe essere: l’arte del mostrare attraverso le parole. Sarebbe una buona definizione e Lubbock avrebbe ragione.

Senza entrare nel filosofico, il succo è semplice: scegliere consapevolmente quando mostrare e quando raccontare è fondamentale. Dal punto di vista dello stile, ovvero del come si racconta una storia, niente è più importante. Non parliamo di una “regoletta”, parliamo di uno dei cardini della narrativa. E, se si vuole seguire Lubbock, parliamo della narrativa stessa.

Introduzione storica

Mi è capitato di imbattermi in “scrittori” (sebbene questi tizi non scrivano un bel niente, imbrattano solo di moccio la carta) con idee bizzarre riguardo lo “Show don’t tell”. Una delle più bislacche è quella che lo “Show don’t tell” sia una “trovata” moderna, colpa di Hollywood; “una sensibilità mediata dal cinema” – nelle parole di uno degli imbrattatori.

Sugimori Nobumori, più noto con il nome di Chikamatsu Monzaemon, è stato un famoso drammaturgo giapponese, “lo Shakespeare nipponico”.[1] Il saggio del 1738 Naniwa miyage riporta alcune considerazioni di Monzaemon[2] riguardo la narrativa e il teatro. Per esempio si legge (vi risparmio il giapponese, qui di seguito la traduzione inglese di Donald Keene):

bandiera EN There are some who, thinking pathos is essential to joruri, make frequent use of expression as ‘it was touching’ in their writing, or who when chanting do so in voices thick with tears, in the manner of Bunya-bushi.
This is foreign to my style. I take pathos to be entirely a matter of restraint.
Since it is moving when all parts are controlled by restraint, the stronger and firmer the melody and words are, the sadder will be the impression created. For this reason, when one says of something which is sad that it is sad, one loses the implications, and in the end, even the impression of sadness is slight. It is essential that one not say a thing that ‘it is sad’, but that it be sad of itself. For example, when one praises a place renowned for its scenery such as Matsushima, by saying, ‘Ah, what a fine view!’ one has said in one phrase all that one can about the sight, but without effect. If one wishes to praise the view, and one says numerous things indirectly about its appearance, the quality of the view may be known by itself, without one’s having to say, ‘It is a fine view.’ This is true of everything of its kind.

bandiera IT Alcuni, credendo che il patos sia essenziale per lo joruri, usano frequentemente nei loro scritti espressioni come “toccante”, oppure quando cantano lo fanno con voce rotta dalle lacrime alla maniera di Bunya.
Questi metodi sono estranei al mio stile. Io considero il patos una questione di disciplina. Si crea patos commovente quando tutte le parti sono controllate da una disciplina; più nette e precise sono parole e melodia, più si creerà un’impressione di malinconia. Per questa ragione, quando qualcuno dice che qualcosa triste è triste, si perdono le implicazioni e alla fine anche l’impressione di tristezza è minima. È essenziale che non si dica che qualcosa “è triste”, ma che la cosa sia triste in sé. Per esempio, quando si elogia un luogo rinomato per il suo paesaggio come Matsushima, dicendo: “Ah, che bella vista!” si è detto in una frase tutto quello che si potrebbe dire sul paesaggio, ma senza creare emozione. Se si vuole lodare il paesaggio e si dicono diverse cose indirettamente riguardo il suo aspetto, la bellezza del paesaggio emergerà da sola, senza che si debba dire: “Che bella vista.” Questo è vero per ogni situazione simile.

C’è poco da aggiungere: è una spiegazione di come funziona lo “Show don’t tell” da manuale. Non bisogna raccontare che qualcosa è triste o che il paesaggio è bello; bisogna mostrare caratteristiche della cosa o del paesaggio in modo che l’impressione di tristezza o bellezza emerga da sola, senza bisogno che l’autore venga a spiegarlo. E bisogna farlo perché così l’impressione sul pubblico è più intensa. È più emozionante quando tristezza o bellezza le abbiamo davanti al naso, che non quando ci viene raccontato che qualcosa è triste o bello.

Dato che il tipico autore fantasy nostrano è un ignorante patentato, specifico: nel 1738 il cinema non era ancora stato inventato e Hollywood non era ancora stata fondata.

Il magnifico panorama di Matsushima
Il magnifico panorama di Matsushima

In Occidente si trovano le prime tracce del concetto alla base dello “Show don’t tell” nell’opera The Philosophy of Rhetoric dell’abate George Campbell, opera che l’autore ha iniziato a scrivere nel 1750.
Nel Libro III, Capitolo I, Sezione I Campbell scrive:

bandiera EN I begin with proper terms, and observe that the quality of chief importance in these for producing the end proposed, is their specialty. Nothing can contribute more to enliven the expression, than that all the words employed be as particular and determinate in their signification, as will suit with the nature and the scope of the discourse. The more general the terms are, the picture is the fainter; the more special they are, it is brighter. The same sentiments may be expressed with equal justness, and even perspicuity, in the former way, as in the latter; but as the colouring will in that case be more languid, it cannot give equal pleasure to the fancy, and by consequence will not contribute so much either to fix the attention, or to impress the memory.

bandiera IT Comincio con i termini appropriati, e osservo che la qualità di maggior importanza per raggiungere lo scopo voluto è la loro specificità. Niente può contribuire maggiormente a rendere vivida la narrazione quanto l’uso costante di parole precise e specifiche nel loro significato, come meglio si adatta alla natura e allo scopo del discorso. Più i termini sono generici, più l’immagine è sbiadita; più i termini sono specifici, più l’immagine è vivida. Le stesse emozioni possono essere espresse con uguale onestà, e persino chiarezza, in una maniera o nell’altra; ma usando la prima maniera, le tinte saranno più fiacche, non sarà procurato lo stesso piacere, e di conseguenza sarà più difficile far mantenere l’attenzione o lasciare un’impressione duratura.

Campbell non è esplicito come il giapponese, ma anche qui stiamo parlando di “Show don’t tell”: non usare termini generici (che sono raccontare), ma usare termini specifici (che sono mostrare).
Confrontate:

Qualche tempo fa, Anna ha avuto un incidente e si è fatta male.

con:

Ieri Anna è scivolata. Le ruote del tram le hanno tranciato le dita delle mani.

Più passo dal generale allo specifico, più passo dal raccontare al mostrare, e più la narrazione è vivida. Suscita più interesse, mantiene sveglia l’attenzione, si imprime nella memoria. Se racconto che Anna ha avuto un incidente, questa informazione sarà dimenticata nel giro di poche pagine, se ne ho bisogno venti capitoli dopo dovrò ripeterla; se invece mostro l’incidente, rimarrà impresso magari per anni dopo che il lettore ha finito il libro.

Dato che il tipico autore fantasy nostrano è un ignorante patentato, specifico: nel 1750 il cinema non era ancora stato inventato e Hollywood non era ancora stata fondata.

Qualcuno potrebbe pensare che queste siano eccezioni, che dopo Monzaemon e Campbell lo “Show don’t tell” sia sparito dalla coscienza collettiva per riaffiorare con il cinema. Non è così. Se ne è sempre discusso negli ultimi tre secoli.

Per esempio Herbert Spencer, il celebre filosofo, spiega il principio alla base dello “Show don’t tell” nel suo saggio del 1852 The Philosophy of Style – lo citerò in dettaglio più avanti nell’articolo.

E dato che il tipico autore fantasy nostrano è un ignorante patentato, specifico: nel 1852 il cinema non era ancora stato inventato e Hollywood non era ancora stata fondata.

* * *

Perciò, quando sentite qualche presunto autore starnazzare in questa maniera:

Io me ne frego delle regole della narrativa! Me ne frego dello “Show don’t tell”! Io non mi piego alle mode moderne pilotate dal marketing!

Ecco, sapete di avere di fronte un gonzo ignorante come una capra.

Hollywood anni '10
Il primo studio cinematografico ha aperto a Hollywood nel 1911

Non dico che per scrivere bene occorra aver studiato Campbell, Spencer o la drammaturgia giapponese del ’700, dico che per scrivere bene occorre evitare i pregiudizi idioti.
Potete scrivere quello che vi pare, come vi pare, ma prima di cadere in “ragionamenti” simili a quello dell’autore di cui sopra, informatevi. Non avete niente da perdere e tutto da guadagnare.

Il mostrare e la verosimiglianza

Arrivo all’Università, entro nell’aula, mi siedo e sussurro alla tizia accanto a me: «Ieri sera sono andata a cena con un vampiro.»
La risposta sarà: «Devi cominciare a dire scemenze la mattina presto?»

Questo perché ho raccontato un evento impossibile (almeno per le attuali conoscenze scientifiche).
Se mostro i segni dei canini sul collo e un filmato nel quale si vede un tipo che si trasforma in pipistrello nel mio salotto, difficilmente le mie affermazioni saranno ancora scemenze. In altre parole il mostrato fornisce verosimiglianza al mio raccontato.
E quando parliamo di narrativa fantastica la verosimiglianza è vitale. La verosimiglianza separa le storie degne di essere ascoltate dalle stronzate. Nessuno vuole perdere tempo con le stronzate.

In altri generi, a meno di errori clamorosi, una storia raccontata male rimane solo una storia raccontata male. Una storia di narrativa fantastica raccontata male è una stronzata. Suscita disgusto e disprezzo.
Racconto alla mia compagna di Università di essere rimasta a casa a guardare la TV. Ho visto un film con Chris Pine. Peccato che a quell’ora, su quel canale, ci fosse la partita. La mia amica penserà che mi sia sbagliata, capita.
Racconto di essere stata rapita dagli alieni, senza fornire alcuna prova. La mia amica penserà che io sia impazzita o che la voglio prendere in giro.

In una mail lettera del 1953, Raymond Chandler chiede al suo interlocutore se ha mai letto “Science Fiction” e conclude domandando se è vero che gli editori pagano per spazzatura del genere. Questo atteggiamento è per molti versi giustificato.
La narrativa fantastica ha fama di essere letteratura di serie B. È una fama meritata. Da un lato abbiamo un genere difficilissimo da scrivere, dall’altro una marea di autori convinti che sia il contrario e che si possa procedere a starnuti. Il risultato è una montagna di spazzatura (non solo in Italia) che travolge le opere buone.
Se scrivete fantastico fatelo seriamente. La noosfera non ha bisogno di essere inquinata da nuovi rifiuti.

* * *

Rendere verosimili elfi e vampiri può sembrare un’impresa disperata. E non c’è dubbio che una fetta di pubblico non accetterà mai questo tipo di narrazioni, non importa quanto l’autore sia bravo.[3] Però c’è anche chi ha fatto del rendere verosimili elfi e vampiri una professione, e non parlo degli scrittori. Parlo di sensitivi, ufologi, cartomanti, fantarcheologi & ciarlatani assortiti. I tizi che ti vendono la Croce Magica di San Germano, mistica reliquia infusa di potere spirituale; cura il mal di schiena e ti permette di parlare con il gatto morto.

Per cavarti i 200 euro della Croce Magica, questi signori usano una serie di tecniche, tra le quali lo “Show don’t tell”.
Se io dico:

Qualcuno qualche volta ha provato la Croce Magica ed è stato meglio di prima.

Non convinco nessuno. Non convinco nessuno perché racconto. Perché i termini sono vaghi e generici.
Se dico:

Mi chiamo Roberta Cardato, ho ventiquattro anni, abito a Tresnate provincia di Varese. Tutto è cominciato il 24 dicembre, la vigilia. Ero in piedi sulla sedia per mettere la stella in cima all’albero di Natale, quando la mia gatta Birba mi è saltata tra le gambe. Ho perso l’equilibrio e sono caduta di schiena. Una botta terribile. Sono rimasta inchiodata a letto tutte le vacanze e il dolore non è passato. Medici, chiroterapisti, antibiotici, antinfiammatori: niente, non funzionava niente. Finché a San Valentino, il mio fidanzato, Mattia, non mi ha regalato la Croce Magica di San Germano. Appena l’ho presa tra le mani ho sentito un calore benefico. È bastato un giorno con la Croce al collo e già stavo meglio. Una settimana dopo ero guarita, in tempo per andare a sciare con Mattia! E adesso non ho più neanche paura di cosa succederà alla morte della Birba, perché grazie alla Croce Magica di San Germano, potremo sempre rimanere in contatto.

L’impatto è ben diverso. Non c’è più “qualcuno”, “qualche volta”, c’è una storia concreta, specifica, precisa. L’effetto taumaturgico della Croce è mostrato in un contesto. E la storia di Roberta potrebbe essere la tua. Anche tu puoi guarire! Se hai 200 euro (pagamento in contrassegno, bonifico o via PayPal).

I venditori della Croce elencano decine di casi come quello di Roberta; riportano la testimonianza del dottor De Carolis, che ha svolto sulla Croce seri esperimenti scientifici; riproducono sul loro sito web la foto di Elvis che stringe la Croce tra le dita.
Creano una narrazione basata su una marea di dettagli concreti, finché il gonzo di turno pensa: “Non è possibile che si siano inventati tutto! Non è possibile che siano tutte coincidenze, non è possibile che così tanti fatti siano falsi! Ecco i 200 euro!”
E invece i fatti sono tutti falsi e la Croce è una patacca di plastica che prodotta in serie costa 50 centesimi.
Ma non importa. Non importa la “verità” come valore assoluto, importa che il lettore, quando legge un romanzo, si trovi nella stessa condizione mentale del gonzo che sgancia i 200 euro. Per quanto razionalmente sappia che i vampiri e gli elfi non esistono, la narrazione è così precisa e concreta che non le si può negare un fondo di verità. E se una storia di elfi o di vampiri è vera, è degna di essere ascoltata. Dunque il lettore si sorbisce felice le 400 pagine del romanzo e quando uscirà il secondo volume correrà a comprarlo.

San Germano di Parigi
San Germano di Parigi

Ok, questo in teoria. In pratica il successo commerciale deriva da molti altri fattori; la qualità è un fattore secondario. Tante volte il successo arride a chi bara: Twilight è inverosimile, ma può permetterselo perché non è fantasy. Edward Cullen è giovane, bello (letteralmente splende!), ricco, ecc.; la Meyer racconta che è un vampiro, ma in verità mostra il cliché del Principe Azzurro. Il cuore del racconto non ha niente a che vedere con il fantastico.

* * *

Per ricapitolare: gli scrittori di narrativa fantastica chiedono ai propri lettori di credere all’impossibile. Per convincere i lettori hanno a disposizione un arsenale di tecniche narrative. Una delle tecniche più potenti consiste nel narrare concatenando una serie di particolari concreti; ovvero narrare mostrando la storia. Non ci sono ragioni per rinunciare a quest’arma.

Riconoscere & sopprimere il raccontato

Mostrare è più efficace di raccontare. Purtroppo mostrare è anche più difficile: richiede esercizio, attenzione, documentazione – puoi raccontare quello che non sai: “Anna è salita sul Boeing 747, si è seduta al posto del pilota e ha fatto decollare l’aereo”, non lo puoi mostrare; non puoi fornire particolari concreti riguardo a come si pilota un aereo se non ti sei documentato a proposito.

Se si scrive senza disciplina, a furia di risate e starnuti, la tendenza istintiva è di scivolare nel raccontato. Quando si racconta le parole fluiscono rapide, senza fatica, la storia procede spedita. Peccato che il risultato sia spazzatura.
Ci vuole molta pratica prima che scrivere mostrando divenga naturale. Per raggiungere questo obiettivo, il primo passo è rendersi conto di quando si racconta invece di mostrare.

L’indicatore numero uno è la presenza di termini astratti o generici.
Questo non vuol dire che per forza ogni termine astratto o generico sia sbagliato, vuol dire che, quando rileggiamo la storia, dobbiamo prendere ognuno di questi termini come un campanello d’allarme. Ci potrebbe essere un problema. Occorre verificare se quel termine è accettabile o no.

Michele era un ragazzo molto alto.

Non ci sono termini astratti, ma “molto alto” è un’espressione generica. Campanello d’allarme! Un brutto raccontato con zampette pelose scorrazza sul manoscritto. Bisogna schiacciarlo sotto il tacco! … Sigh.

Due strade: dobbiamo decidere se l’altezza di Michele ha un ruolo nella storia, oppure se è solo “colore”, se è solo un dettaglio per dare credibilità al personaggio.
Nel primo caso c’è poco da fare: bisogna imbastire una o più scene nelle quali l’altezza giochi un ruolo importante – per esempio si può mostrare Michele mentre gioca a basket.
Nel secondo caso, basta un pizzico di furbizia, basta “spacchettare” l’altezza in un’immagine concreta:

Michele chinò la testa salendo sulla carrozza della metropolitana.

Oppure, in maniera indiretta:

Anna si alzò in punta di piedi per baciare Michele sulle labbra.

Notare che potrebbero essere le carrozze particolarmente basse. O magari Anna è una nana. Ma ha importanza? In fondo non esiste un “molto alto” in assoluto, esiste un “molto alto” in rapporto alle porte o alle fidanzate; in rapporto alle taglie dei vestiti o ai letti degli alberghi.
E nessuno vieta di utilizzare l’intero ventaglio dei dettagli: porte, fidanzate, vestiti, letti. Anzi, è meglio: secondo Flaubert, un particolare sembra vero solo quando è ribadito almeno tre volte.

Per quel che ho letto di lei, Katie MacAlister è una pessima autrice. Ma anche una pessima autrice quando deve parlare delle dimensioni del protagonista maschile non si rifugia nel dire che “ce lo aveva grosso.” Infatti in Steamed: A Steampunk Romance scrive:

bandiera EN “You appear to be larger than I expected,” I said, wrapping one hand around him, and noting how much was left over.
[...]
“You’re not quite two hands, in case you were wondering. That is good—two hands’ worth would be excessive. I could not approve of two hands’ worth. But one hand and slightly more than a half of a second hand—that is reasonable. I approve of your dimensions, even if they are a bit more robust than I had anticipated.”

bandiera IT “Mi sembri più grosso di quanto mi attendevo,” dissi, passandoci una mano intorno, e notando quanto era rimasto.
[...]
“Non sei proprio due mani, nel caso te lo stessi chiedendo. Il che va bene – una grandezza di due mani potrebbe essere eccessiva. Non potrei approvare una grandezza di due mani. Ma una mano e un po’ più di metà della seconda mano – è ragionevole. Approvo le tue dimensioni, anche se sei un po’ più robusto di quanto mi aspettassi.”

Puro romanticismo, altro che Twilight. Circa. Ho usato questo esempio un po’ volgare per una ragione, che illustrerò in seguito. Intanto il principio rimane lo stesso: non raccontare che Michele è alto o ce l’ha grosso, ma mostrare nel concreto altezza e grossezza. Molto alto è generico, Anna in punta di piedi è concreto; grosso è generico, una mano e poco più della metà dell’altra è concreto.

Copertina di Steamed
Copertina di Steamed: A Steampunk Romance

Ho detto che più si è precisi, più si evita il generico e l’astratto meglio è. Si potrebbe pensare che non ci sia niente di più preciso dei numeri. Però:

Michele era alto 2 metri e 14 centimetri.

Funziona poco. A meno che il lettore non sia un geometra, non è in grado di dare concretezza ai numeri. Michele che china la testa per non sbatterla o Anna in punta di piedi il lettore li vede, i numeri no.

Appena superiamo le dita di una mano, i numeri perdono significato.

In piazza c’erano tre persone.

Chiaro e concreto.

In piazza c’erano 82 persone.

Astratto. Non ha significato per il lettore.

Un altro esempio:

La torre era alta 286 metri.

È astratto.

La cima della torre spariva avvolta tra le nubi.

È concreto.

Consideratela in questo modo: quando si parla di misure, si fa sempre una similitudine. Quando scrivo che la torre è alta 286 metri, in realtà scrivo: “l’altezza della torre è simile all’altezza che si ottiene impilando 286 sbarre di platino-iridio[4] lunghe un metro.” Ed è una similitudine difficile da visualizzare. Viceversa, se parlo di altezza delle nubi, il lettore non ha problemi a vedere la scena, perché ha esperienza quotidiana di nubi.

Le similitudini devono semplificare il concetto, non renderlo più complesso. Mettere in rapporto Michele con una porta o con una ragazza in punta di piedi è semplice, metterlo in rapporto a 214 unità di misura molto meno.
Lo stesso vale per qualunque altro tipo di misurazione. Se non ci sono ragioni specifiche (per esempio il punto di vista è dell’architetto della torre giusto impegnato a progettarla), i numeri vanno evitati.

* * *

Ho preso come esempi due termini generici (alto e grosso), lo stesso concetto si applica ai termini astratti, come la vecchiaia esaminata a inizio articolo.
“Michele è generoso”, “Michele ha un carattere solare”, “Michele adora la compagnia degli animali”, “Michele odia leggere” e così via. Questo è raccontare, non è un granché, se si vuole diventare bravi scrittori bisogna sforzarsi di mostrare.

Fiammetta era una fatina piccina e permalosa.

Diventa:

La fatina Fiammetta strizzò gli occhietti, si coprì il faccino con il dorso della manina. La mezzaluna di luce brillava sopra di lei. Il gatto, doveva essere stato il gatto. Il felino si era strusciato contro la teiera e aveva smosso il coperchio.
Fiammetta si piegò sulle ginocchia. Saltò. Le dita afferrarono il bordo di porcellana della teiera. Chiuse le ali e spinse con la schiena contro il coperchio. L’intera mattinata intrappolata al buio. Nessuno l’aveva mai trattata così! Diede un colpo di reni. Il coperchio scivolò giù. La fatina volò fuori dalla teiera.

Fiammetta sgusciò tra le ante accostate della finestra. Cinzia era in giardino, seduta tra l’erba, la bambola della principessa Himiko in una mano, un drago di plastica nell’altra. Fiammetta volò davanti al viso della bambina.
Cinzia sgranò gli occhi. «Oh… scusa. Scusa! Stava arrivando la mamma e allora. Per nasconderti.»
Fiammetta incrociò le braccia. «E poi ti sei dimenticata di me. Sai, comincio a sospettare che tu non gradisca la mia compagnia.»
La bambina era sbiancata. «No, no. Scusa.»
«Non mi interessano le tue scuse. Hai sbagliato e devi pagare. Avanti, non farmi perdere tempo.»
Cinzia lasciò cadere il drago. Si morse il labbro. Lacrime scesero sulle guance arrossate. Offrì alla fatina la mano aperta, il palmo verso l’alto.
La fatina tagliò il palmo con una scheggia di vetro; un solco di sangue dal mignolo al pollice. «E se i tuoi genitori scoprono qualcosa, ti cavo gli occhi.»
Fiammetta rinfoderò la scheggia sotto il vestitino.

Sono stata forse troppo stringata, si può fare di meglio, ma spero che il concetto sia chiaro.

La fatina Fiammetta
La fatina Fiammetta

Una conseguenza di quanto visto finora è la norma che prescrive di evitare gli avverbi.
Certo, ci sono avverbi da evitare semplicemente(…) perché inutili – il classico “sbatté violentemente la porta”, come se fosse possibile “sbattere” senza violenza.
Certo, ci sono avverbi da evitare perché sostituibili da verbi più precisi – il classico “chiuse violentemente la porta” che diventa il più elegante “sbatté la porta”.
Ma in generale la ragione che dovrebbe spingere lontano dagli avverbi è che gli avverbi raccontano. Nella quasi totalità dei casi sono termini astratti o generici.

Michele scrisse l’articolo accuratamente.

È troppo generico. Meglio mostrare Michele che consulta per due ore Wikipedia, che scrive una mail a un suo amico esperto in materia, che fa un giro alla biblioteca locale per spulciare le pagine di un vecchio quotidiano che non si trova su Internet.
E se invece l’accuratezza non ha importanza per la storia, inutile inserirla. Come ho già spiegato, il raccontato non rimane impresso in mente, dunque perché sprecare inchiostro?

Notare che:

Michele scrisse l’articolo con cura.

È lo stesso. È un pochino meglio perché “con cura” si legge più spedito di un farraginoso ac-cu-ra-ta-men-te, ma il problema di fondo rimane. Non fate i “furbi”, non è cambiando la singola parola che si risolve la questione.

Un errore comune è quello di raccontare e mostrare (o raccontare e ri-raccontare in maniera meno generica):

Michele scrisse l’articolo con cura: consultò per due ore Wikipedia, chiese via mail un parere al suo amico esperto di lucertole, passò il pomeriggio a spulciare i vecchi numeri di Rettili Oggi.

È un errore dovuto all’insicurezza. L’autore (in)consciamente dice al lettore: “Visto che non parlo a vanvera? Ho scritto ‘con cura’ mica per caso, infatti ecco tutti i fatti a dimostrazione.”
Non funziona. I casi sono due: o il lettore la vede come l’autore (e dunque è superfluo specificare che l’articolo era scritto “con cura”, i fatti già lo mostrano), oppure il lettore rimane di stucco. Ma come, pensa, due ore su Wikipedia e un pomeriggio a sfogliare vecchie riviste lo chiami documentarti con cura? Ma quando mai! Questo autore proprio non ne capisce un’acca di cosa voglia dire scrivere un articolo accuratamente!
Dunque la parte raccontata (“con cura”) o non ottiene alcun effetto, oppure ottiene un effetto negativo. Non mettetela!

La domanda interessante è: come faccio a trasmettere al lettore che Michele scrive accuratamente? Se lo racconto, il lettore non ci crederà. Se lo mostro, il lettore potrebbe non essere d’accordo con me.

La riposta è: non puoi. Non si può forzare la morale della favola (Michele che scrive accuratamente è la “morale” del passare la giornata a documentarsi). Si può mostrare nella maniera più vivida possibile quello che è successo, dopodiché il giudizio spetta al lettore.

Anna è credente. Rispetta i comandamenti e va sempre a messa. Un giorno, mentre attraversa la strada, è stirata da un autobus. È portata in fin di vita all’ospedale, dove le amputano le gambe.
Qual è la morale? Che Dio non esiste o non si prende cura dei suoi fedeli? Oppure che Dio esiste e ha sempre un occhio di riguardo per chi crede in Lui? (di solito chi finisce travolto da un autobus muore).
Deciderà il lettore. Se si cerca di forzargli la mano lo si imbizzarrisce e basta.

Lo stesso discorso fatto per gli avverbi vale per gli aggettivi. Perché si consiglia di usarli con parsimonia? Perché gli aggettivi concreti e specifici (rosso, ruvido, umido, ecc.) sono pochi. Gli altri sono aggettivi astratti o generici e come tali vanno soppressi. Non ascoltate i lamenti degli aggettivi, metteteli al muro e fucilateli.

Era una bella mattinata di ottobre. Un’allegra Anna si stava recando al suo prestigioso lavoro presso una rinomata ditta di tostapane.

Se la bellezza della mattinata, l’allegria di Anna, il prestigio del lavoro o la fama della ditta hanno importanza per la storia, si mostrano. Altrimenti gli aggettivi vanno giustiziati e basta. No, non ci sono scuse che tengano.

* * *

Altre bestiacce figlie del raccontato che spesso non sono identificate come tali:

Icona di un gamberetto Le espressioni: “provò a”, “tentò di”, “(non) riuscì a”, “cercò di” e così via. Sono sempre un raccontare.

Per esempio, Anna è inseguita da Michele armato di mannaia:

Anna corse alla porta. Provò ad aprirla ma non ci riuscì.

Bah! Così scrivono gli autori di Serie C (gli autori italiani scrivono: “Provò furiosamente ad aprirla, ma non ci riuscì nonostante ci avesse provato disperatamente.”); gli autori decenti tagliano il “provò” e il “riuscì” e mostrano le dita sudate che scivolano sulla maniglia, la maniglia che gira a vuoto, i pugni picchiati contro il battente, i capelli sugli occhi, il rumore dei passi di Michele e ogni altro particolare degno di nota.
Più difficile, più faticoso, più impegnativo. E allora? Nessuno sostiene che scrivere narrativa sia facile e indolore.

Michele imbestialito
A furia di essere protagonista degli esempi, a Michele sono saltati i nervi

Icona di un gamberetto Il battito artificiale del tempo: “prima”, “dopo”, “poi”, “in seguito” e anche “pochi istanti”, “improvvisamente”, “al momento” e così via. Sono sempre un raccontare.

Anna entrò nella stanza. Poi si sedette e prima di cominciare a studiare si infilò gli occhiali, dopo averli puliti. Fissò la copertina del libro di storia per qualche istante. Improvvisamente le venne voglia di mangiare un gelato, cosa che avrebbe fatto in seguito.

Si sente tra le righe la presenza del narratore, qualcuno che ha già assistito ai fatti e si permette di ordinarli come gli pare. Non siamo nel vivo dell’azione. Siamo in poltrona ad ascoltare una storia, che ci viene confermato è solo una storia. Non va bene.

Il tempo deve essere scandito dalle azioni, se non scorre fluido occorre cambiare le azioni, non intervenire inserendo “istanti” o “dopo” o “poi” o, peggio ancora, “prima”.

Prendiamo:

Anna fissò la copertina del libro di storia per qualche istante.

Posso togliere gli istanti senza colpo ferire:

Anna fissò la copertina del libro di storia, le venne voglia di mangiare un gelato.

Mentre il lettore legge la frase, “qualche istante” è passato, non c’è bisogno di ribadirlo.

Se invece voglio sottolineare la pausa, il modo giusto è aggiungere il mostrato:

Anna prese una matita e disegnò un fiorellino nell’angolo in alto a destra della copertina.

Anna perde tempo e lo vediamo. Perciò:

Anna entrò nella stanza. Poi si sedette.

Oppure:

Anna entrò nella stanza. Si chiuse la porta alle spalle. Si tolse la giacca. Andò alla scrivania e si sedette.

Piccolo Quiz

Piccolo quiz per verificare se siete entrati nello spirito dello “Show don’t tell”:

Anna cominciò a studiare.

È mostrato o raccontato?
mostra la risposta ▼

Icona di un gamberetto Parolacce quali: “pressappoco”, “quasi”, “circa”, “piuttosto” e così via. Sono sempre un raccontare.

Il cervello degli esseri umani non ha le capacità per distinguere una cosa dal “quasi” quella cosa, o da “pressappoco” quella cosa, o da “circa” quella cosa.

Le ali della fatina sono pressoché rosse.

È preciso identico uguale non-cambia-una-virgola dallo scrivere:

Le ali della fatina sono rosse.

Perciò tanto vale mettere il “pressoché”. Se invece il “pressoché” indicava una sostanziale differenza tra le ali rosse e le ali pressoché rosse, occorre mostrare.

Le ali della fatina sono rosse, con macchioline bianche lungo il profilo.

Chiedetevi perché avete scritto che una cosa è quasi quella cosa o circa quella cosa. Se c’è una ragione specifica mostratela, altrimenti togliete i quasi e i circa, i piuttosto e i pressappoco.

Fatina con le ali pressoché rosse
Fatina con le ali pressoché rosse

Analizziamo questo passaggio, scritto da un autore che ho paura si illuda di essere più bravo di quanto in realtà sia:

L’Università era una sorta di città-nella-città, con le sue mura, i suoi viali, i suoi dormitori e anche un paio di officine idromeccaniche, oltre alla bottega di un pittore.

Abbiamo l’errore visto in precedenza di prima raccontare (“città-nella-città”) e poi mostrare (viali, dormitori, officine, bottega). In più c’è quel brutto “una sorta”.
“Una sorta” rientra nella categoria dei “quasi”, “circa”, “piuttosto”. Anche se nel caso specifico le motivazioni dietro “una sorta” sono diverse rispetto alle motivazioni del “pressappoco” legato alle ali della fatina. Qui è più l’autore che sussurra al lettore: “Ho detto città-nella-città? Cioè, volevo dire una sorta di città-nella-città. Eh, non prendermi sempre alla lettera. Una sorta.” Ma se persino l’autore ha dubbi di verosimiglianza su quello che scrive, figuriamoci il lettore.
E la soluzione giusta è la solita: non esprimere giudizi (“città-nella-città”) dei quali non si è neanche convinti (“una sorta”), ma mostrare questa benedetta città-nella-città; il lettore stabilirà lui se era una vera città-nella-città o “una sorta”. Infatti il paragrafo non dovrebbe neanche cominciare con “L’Università è”, dovrebbe cominciare con il personaggio punto di vista che percorre i viali della Università-città e vede, sente, annusa il mondo intorno a sé.

Come esercizio, analizzate voi questo piccolo capolavoro della nostra amata Licia:

Era una sorta di castello piuttosto massiccio [...]

Lei è sempre la migliore!

* * *

Un paio di esempi nei quali un termine generico o astratto non indica dannoso raccontato.

Erano rimaste due fette di torta. Anna fece la linguaccia a Michele e prese la fetta più grossa.

Il “grossa” serve solo a distinguere una fetta dall’altra. Non importa quanto le fette siano grosse, qui lo scopo è mostrare il rapporto tra Anna e Michele, non la torta.

Anna pensò che Michele era un gran figo.

Se scrivo così con lo scopo di descrivere l’aspetto fisico di Michele sbaglio, ma se scrivo per mostrare il carattere superficiale di Anna è giusto. I personaggi possono pensare in termini astratti o generici; se voglio aprire una finestra sui loro meccanismi mentali, posso usare termini astratti o generici.
Ma devo essere consapevole di quello che sto facendo, tenendo presente che:
• È una tecnica rischiosa. Se voglio mostrare che Anna è frivola, forse faccio prima a farle collezionare scarpe rosa.
• Difficilmente posso ottenere un doppio risultato. Qui ho mostrato il carattere di Anna e basta. Non ho descritto Michele. Se voglio che Michele sia sul serio un gran figo, dovrò comunque in altro momento mostrarne la “figaggine”.

In generale, più la telecamera è in profondità nella testa del personaggio, più si hanno margini di manovra. Se scriviamo in prima persona e il mostrare va in conflitto con il naturale flusso di pensiero del personaggio, possiamo decidere di non mostrare.

Intendiamoci bene: questo non significa che in prima persona si può scrivere come capita, significa che bisogna farsi in quattro per fornire un flusso di pensiero naturale e allo stesso tempo mostrare il più possibile. Ci sono più margini di manovra, ma nel complesso il compito è più arduo.
È lo stesso problema dei dialoghi: devono essere interessanti e devono essere naturali.

Scrivendo in prima persona con il punto di vista di Michele:

Odio Anna dal profondo del cuore.

È un pensiero astratto. È un pensiero naturale? Sì, può esserlo. Dunque tutto bene? Non proprio. Dovete essere orgogliosi. Non accontentatevi del 6 stiracchiato, del minimo sindacale.
Magari se scrivete:

Vorrei legare Anna e ficcarle chiodi arrugginiti nelle gengive.

Il pensiero suona ancora naturale (per certi versi di più), con il vantaggio che avete mostrato l’odio. I sentimenti diventano immagini. Parole a caso diventano narrativa.

* * *

Seguire il principio dello “Show don’t tell” implica rinunciare al narratore onnisciente. Infatti il narratore onnisciente per essere tale deve esprimere concetti astratti o generici. Se descrive dettagli concreti, non c’è bisogno di lui, basta prendere il punto di vista di un personaggio che osservi quei dettagli.

Il narratore onnisciente è quello che scrive:

[Il nostro eroe era] più amico di Dickens che dei videogiochi, non era uno stupido né uno svagato.

Ovvero una sfilza di termini generici o astratti. Se il narratore avesse mostrato il nostro eroe che rinuncia a un coupon per 6 mesi gratis a World of WarCraft e torna a sprofondarsi in poltrona per leggere Dickens, non ci sarebbe stato bisogno del narratore medesimo. Sarebbe bastato il punto di vista del nostro eroe (o il punto di vista del personaggio che gli offre i 6 mesi gratis).

Se mostrate non avete bisogno di un narratore onnisciente. E dato che è sempre meglio mostrare, non c’è alcuna scusa per tirar dentro il narratore onnisciente in un romanzo.
Se sentite il bisogno irrefrenabile di commentare le vostre stesse storie, scrivete un saggio. Lì potrete spiegare con agio il vostro amore per Dickens o il disprezzo per i videogiochi. Nessuno vi accuserà di interferire, anzi, quelli che compreranno il libro lo faranno proprio per ascoltare la vostra opinione.

Piccolo Quiz

Secondo piccolo quiz per verificare se siete entrati nello spirito dello “Show don’t tell”:

Anna si distrae tracciando con l’indice il profilo delle nuvole.

È mostrato o raccontato?
mostra la risposta ▼

* * *

Quando fanno capolino termini astratti o generici, lì intorno zampetta l’insetto viscido del raccontato. Ma se io scrivo:

Anna strangolò l’orco.

Sto mostrando o raccontando? “Anna”, “strangolare” e “orco” sono termini specifici, non sono generici o astratti; dunque è mostrare? Sì e no. Potrebbe essere un mostrare adeguato se il punto di vista fosse esterno all’azione (per esempio un terzo personaggio che guarda), ma se il punto di vista è di Anna o dell’orco non ci siamo.
Bisogna sporcarsi le mani. Nel caso in esame, letteralmente: sarebbe opportuno mostrare le dita di Anna attorno al collo della bestia, i latrati dell’orco, il tentativo del mostro di azzannare Anna, la puzza di marcio, la bava che le bagna la faccia, lo sforzo di lei, i muscoli tesi, le unghie che si spezzano contro le squame e ogni altro altro particolare concreto che renda vivida la situazione. Come già visto quando Anna doveva aprire la porta inseguita da Michele.

“Sporcarsi le mani” non è solo legato all’azione violenta, “sporcarsi le mani” è anche evitare di scrivere:

La biblioteca del professor Polipo era colma di trattati sui calamari.

Ma andare a descrivere quel particolare libro con il calamaro d’oro imbullonato alla costa, quell’altro libro che puzza di pesce ed è pieno di sottolineature, e il terzo libro con le pagine in pelle di pinguino – assumendo che tali volumi siano importanti per la storia e che il personaggio punto di vista sia interessato alla letteratura dedicata ai cefalopodi.

Copertina di Animals of the Ocean, in Particular the Giant Squid
Animals of the Ocean, in Particular the Giant Squid

La narrativa dovrebbe essere una catena di dettagli scelti con cura, evitando il più possibile di condensare. O, per usare una metafora sanguinolenta: la narrativa è una sega per amputazioni. Più inserite particolari concreti, più usate parole specifiche, più i denti della sega sono fitti e affilati. Quando scivolate nell’astratto o nel generico ne nascono denti spuntati, arrotondati e inutili.
La buona narrativa taglia che è un piacere, neanche vi accorgete di segare le ossa! La cattiva narrativa è un macello. È un lavoro fatto a metà, una ferita purulenta, una gamba che penzola ancora attaccata con brandelli di carne. E in più vi siete insozzati da capo a piedi. La gonna non verrà più pulita.

La timidezza e il famigerato stile evocativo

Anna posò sul tavolo una scatoletta graziosa.

Perché uno scrittore mette quel brutto “graziosa”, invece di mostrare l’intrinseca graziosità?

Escludiamo gli scrittori ignoranti, quelli che non hanno idea di cosa si intenda per “Show don’t tell”, quelli che procedono a starnuti e risate – la quasi totalità dei pubblicati in Italia in ambito fantasy.
Esclusi questi, che hanno scritto “graziosa” perché sì!!! perché è fantasy!!! perché scrivere è un sogno!!!, alcuni mettono “graziosa” per un problema di timidezza.
Perché hanno paura del giudizio del pubblico. Hanno paura che se scrivessero che la scatola è avvolta in carta rosa con nastro rosa il pubblico potrebbe pensare che sono loro frivoli e non Anna; hanno paura che se scrivessero che la scatola è avvolta in carta regalo con Topolino e Paperino il pubblico potrebbe pensare che sono loro infantili e non Anna.

Fregatevene!

Se volete essere scrittori, i giudizi di cui vergognarsi sono quelli negativi sulla vostra tecnica narrativa, non sul vostro carattere desunto da come mostrate i personaggi.
La moralità, se si vuole parlare di moralità in riferimento alla narrativa, è legata al come non al cosa. Se scrivete un romanzo con protagonista un nazista pedofilo che brucia la foresta amazzonica e lo scrivete bene, siete degni di ammirazione; se scrivete un romanzo pieno di Buoni Sentimenti™ e lo scrivete con i piedi, siete da biasimare. Qualunque giudizio che esuli dagli aspetti tecnici dello scrivere potete ignorarlo.

Il brano tratto da Steamed era un po’ volgare. Be’, avrebbe dovuto esserlo di più. Se scegli di scrivere un mezzo porno (come si è rivelato quel romanzo), è inutile che ti nascondi dietro a un dito. Vai fino in fondo.
Se scrivi un romanzo di guerra, mostra quello che succede. La narrativa non è l’equivalente su carta delle tavole rotonde in TV, dove gente che non ha mai imbracciato un fucile chiacchiera di battaglie a migliaia di chilometri di distanza e il conduttore raccomanda di mantenere un tono pacato. Quella è fuffa. La narrativa, la buona narrativa, è viscerale. Il fucile lo hai in mano e la battaglia è intorno a te. Nessuna timidezza, nessun tentennamento. Se hai problemi con la violenza lascia stare i romanzi di guerra e scrivi qualche altro genere – ma non esistono generi “tranquilli”, la buona narrativa è sempre emozionante e coinvolgente.

Parlo di “buona narrativa”, non necessariamente di “narrativa che piace” o di “narrativa che ha successo”. Un sacco di gente, in maniera più o meno inconscia, sceglie romanzi “tranquilli”. Il romanzo d’orrore che non spaventa, il romanzo di guerra dove non muore nessuno, il romanzo rosa senza passione, il romanzo di fantascienza privo di sense of wonder e magari tra qualche anno il romanzo di Bizarro Fiction senza bizzarrie. È il tipo di narrativa che si legge proprio per non emozionarsi, per spegnere il cervello; per occupare il tempo a vuoto. Scelta legittima, ma per quanto questi romanzi possano piacere, rimangono pessimi romanzi.

Una statua dallo splendore del marmo di luna e una bellezza straziante da far desiderare anche l’Inferno per poterla vedere ancora. L’aveva distratta per un istante, emergendo sul terrore folle che le invadeva il cervello.
Né morto né vivo, una creatura del sangue che cammina per l’eternità su quella soglia che agli umani è consentito varcare una volta soltanto, senza ritorno.
Lui invece, da qualche parte lungo i secoli, era tornato.
Il suo potere era talmente forte che gli aggressori non erano riusciti a vederlo. Eloise era sicura che non si fossero accorti di lui fino a che non era piombato loro addosso e adesso nel buio cieco si stava svolgendo un massacro: scorgeva solo sagome, ma aveva la percezione netta del sangue che scorreva, caldo e metallico, macchiando la polvere della strada. La misericordia del buio le celava alla vista l’immagine di corpi smembrati e della forza umana opposta a un’altra forza che di umano non aveva nulla.

Questa schifezza inqualificabile viene da un romanzo fantasy italiano regolarmente pubblicato da casa editrice non a pagamento. Il passaggio di cui sopra è persino citato su un blog “letterario”(…) a testimonianza delle qualità dell’opera, di uno stile “ricco e ricercato” adatto per “chi ama immergersi completamente nelle realtà e nelle atmosfere evocate dalle pagine.”
Il passaggio di cui sopra è in realtà uno sfolgorante esempio di narrativa “tranquilla”, direi persino “innocua”. Si parla di gente così affascinante “da desiderare l’Inferno per poterla vedere ancora”, si parla di “eternità”, si parla di “massacro”, si parla di “forza che di umano non aveva nulla”. Bene. Siete turbati, eccitati, disgustati? Sentite il pranzo che vi risale per l’esofago? Eppure è questa la reazione che dovrebbe suscitare un “massacro”. Non c’è il briciolo di un’emozione.
Narrativa di questo genere è una perdita di tempo e nient’altro. È acqua tiepida, senza sapore. E lo è non per l’argomento, ma per come è scritta.

* * *

Esclusi gli autori che non saprebbero distinguere un romanzo da un tostapane e gli autori timidi, esiste una terza categoria di imbrattacarte che scrivono “scatoletta graziosa”: i gonzi che blaterano di “stile evocativo” o di “suggestioni”.

Il problema è che costringere il lettore a “evocare” non è una buona idea. Lo spiega Herbert Spencer nel già citato saggio The Philosophy of Style.

Herbert Spencer
Herbert Spencer

Nella parte I, ii-9, Spencer illustra il principio alla base dello “Show, don’t tell”, usando il seguente esempio, che sarà ripreso in The Elements of Style di Strunk & White:

bandiera EN We should avoid a sentence as: – “In proportion as the manners, customs, and amusements of a nation are cruel and barbarous, the regulations of their penal code will be severe.” And in place of it we should write: – “In proportion as men delight in battles, bull-fights, and combats of gladiators, will they punish by hanging, burning, and the rack.”

bandiera IT Occorre evitare frasi come: – “Quanto più gli stili di vita, i costumi e i divertimenti di una nazione sono crudeli e barbari, tanto più le norme del codice penale saranno severe.” Invece bisognerebbe scrivere: – “Quanto più gli uomini si dilettano in combattimenti, corride e scontri tra gladiatori, tanto più saranno puniti con l’impiccagione, il rogo e la tortura della ruota.”

Fate un confronto con questo frammento, scritto da un autore che ho paura si illuda di essere più bravo di quanto in realtà sia:

Nei cinque mesi trascorsi laggiù aveva visto più orrori che nel resto della sua vita: dalle piccole violenze domestiche, quasi banali, agli omicidi in pieno giorno, agli stupri di gruppo. E peggio.

“piccole violenze domestiche, quasi banali”, “omicidi in pieno giorno”, “stupri di gruppo”, “peggio”, è troppo generico; è il tipo di scrittura fiacca che da secoli viene suggerito di evitare. Dunque quali sono gli orrori? Gli orrori sono sempre specifici: un bambino a cui hanno cavato gli occhi con un apribottiglie, una ragazza sodomizzata con un attizzatoio, un uomo bastonato a morte da una banda di castori mannari.
Sottolineo infine il solito errore di prima raccontare (“orrori”) e poi “mostrare” (piccole violenze, omicidi, stupri, peggio).

In ii-10, Spencer chiarisce l’esempio:

bandiera EN This superiority of specific expression is clearly due to a saving of the effort required to translate words into thoughts. As we do not think in generals but in particulars – as, whenever any class of things is referred to, we represent it to ourselves by calling to mind individual members of it; it follows that when an abstract word is used, the hearer or the reader has to choose from his stock of images, one or more, by which he may figure to himself the genus mentioned. In doing this, some delay must arise – some force expended; and if, by employing a specific term, an appropriate image can be at once suggested, an economy is achieved, and a more vivid impression produced.

bandiera IT Questa superiorità dei termini specifici è chiaramente dovuta al risparmio di energie nel trasformare le parole in pensieri. Noi non pensiamo in termini generali, ma in termini particolari – quando si fa riferimento a una classe di oggetti, noi la rappresentiamo richiamando alla mente singoli membri di essa; ne segue che quando viene usata una parola astratta, l’ascoltatore o il lettore devono pescare una o più immagini dal proprio repertorio e attraverso queste raffigurarsi la classe menzionata. Nel fare questo si consuma del tempo – e si consumano delle energie; se, utilizzando termini specifici, può essere suggerita immediatamente l’immagine più adatta, si ottiene un risparmio e si produce un’impressione più vivida.

In altre parole, cosa succede nella testa del lettore quando legge della scatoletta “graziosa”? Se il lettore non è coinvolto, non succede niente. Ignora il “graziosa” e tira dritto. Se il lettore è più di buon umore, esce dalla storia e comincia a frugare nella sua mente. Cerca rappresentanti concreti della graziosità per trasformare la formulazione astratta in immagine.
E la faccenda può essere lunga e noiosa. Magari per il lettore il culmine della graziosità sono i coniglietti e lì è una scatola; magari non c’è niente di più grazioso delle fatine e lì è una scatola. Quando pure recupera una scatoletta compatibile, non sarà la scatoletta che pensa l’autore.
L’autore poi scriverà che Anna si mette in tasca la scatoletta e il lettore proverà fastidio, perché la sua di scatoletta in tasca non ci entra.
Perdita di tempo a cercare, conseguente noia e adesso fastidio. E se la scatoletta graziosa del lettore fosse un regalo della fidanzata – il giorno prima che la povera ragazza crepasse stritolata da una macchina agricola? Evocazione riuscita! Solo dei sentimenti opposti a quelli che si volevano comunicare!

Quando uno “scrittore” parla di “suggestioni”, in realtà confessa: “Sono pigro, non so scrivere e non ho voglia di imparare; spero che tutto il lavoro lo faccia il lettore dopo avermi pagato 20 euro.” Siete autorizzati a sputare in faccia a gente del genere.

Lo scopo della narrativa è acchiappare il lettore per la collottola e trascinarlo nella storia, metterlo qui-e-ora con un fucile in mano in mezzo ai proiettili che fischiano. Se il lettore rimane in poltrona a “evocare”, il romanzo è EPIC FAIL.

Ragioni per raccontare

Ho già illustrato una ragione che può spingere a raccontare invece di mostrare: quando, considerato il punto di vista, raccontare suonerebbe più naturale. Un’altra ragione è quando si vogliono riassumere fatti noiosi che però il lettore deve conoscere per capire la storia.
Sono quelle scene dei film di Indiana Jones nella quali si vede un aereo che sorvola la mappa del mondo, a indicare che i nostri eroi si sono spostati da un punto all’altro del globo. Meglio quei pochi secondi raccontati che non tre ore di Indiana Jones che fissa le nuvole fuori dal finestrino.

Non abusate di questo espediente. Riducetelo al minimo. Il lettore non è scemo: se mostrate Indiana Jones all’aeroporto che sfugge ai nazisti e salta sul dirigibile un secondo prima del decollo, la scena dopo potete direttamente mostrare Indy che sbarca a New York. Nessuno avrà problemi a ricostruire quello che è accaduto. E se d’altra parte durante il viaggio è successo qualche evento significativo, va mostrato.

Pensate sempre bene se non sia il caso di tagliare. Nel famigerato Bryan di Boscoquieto, l’autore compie l’errore di mostrare l’inutile, indugiando sulle minuzie della vita quotidiana del protagonista. Avrebbe dovuto raccontare? Forse. Ma ancora meglio sarebbe stato tagliare in tronco quelle parti. Del pranzo di Bryan o della partita a calcetto non frega niente a nessuno, né questi fatti hanno rilevanza per la storia.

Maccheroni
Un piatto di maccheroni fumanti era già pronto in tavola e la grattugia era accanto, ad attendere soltanto Bryan per una sventagliata di formaggio.

In prima stesura mostrate sempre. Se rileggendo vi accorgete di brani e capitoli superflui, tagliate. Usate il raccontato solo come ultima opzione.

È importante abituarsi a mostrare anche per una ragione pratica: passare dal mostrato al raccontato richiede pochi istanti; passare dal raccontato al mostrato significa scrivere una o più scene, servono ore se non giorni.

Prendete l’esempio della fatina Fiammetta. Ci mettete un attimo a cancellarlo e a scrivere che Fiammetta è permalosa. Invece non è automatico passare dal concetto astratto di permalosità a una scena che lo mostri. Senza contare che il raccontato è “senza tempo e senza luogo”, può essere incastrato ovunque nella narrazione, il mostrato no. Eventuali nuove scene vanno inserite tra le altre; a romanzo concluso, può rivelarsi una rogna.
Non andate a cercare rogne: progettate come se fosse tutto da mostrare.

* * *

Ci sono poche ragioni per usare il raccontato guardando esclusivamente alla tecnica narrativa. Ce ne sono di più allargando il discorso.

Icona di un gamberetto Si usa il raccontato per risparmiare pagine. Se dovete parlare di un argomento in un numero limitato di parole – per esempio perché state scrivendo un racconto che deve partecipare a un concorso con precisi limiti di spazio – il raccontato può essere una buona scelta.
Ma prima di arrendervi studiate bene il problema: magari, scegliendo di mostrare particolari diversi da quelli che avete pensato la prima volta, parlate con compiutezza dell’argomento in oggetto rispettando i limiti.

Attenzione a credere che il raccontato sia sempre un risparmio di parole. Per citare un esempio che l’anno scorso ha suscitato centinaia di commenti di flame:

Infine giunsero nei pressi del ponte principale, un’imponente struttura arcuata, con ampie rampe inclinate che congiungeva le due sponde del fiume.

Così scrive un imbrattacarte nostrano. Posso rendere più concreti termini generici come “imponente” o “ampie” nello stesso numero di parole? Forse sì. Se scrivo:

Il fiume ruggiva contro le arcate del ponte. Uno spruzzo d’acqua bagnò la testa del brontosauro che li precedeva sulla rampa.

Ho reso più vivida la situazione mantenendo l’impressione di grandezza del ponte – dato che lo attraversa un brontosauro.
Parole originali: 22. Parole mie: 22. Non arrendetevi al raccontato senza combattere!

Icona di un gamberetto Si usa il raccontato per sfuggire alla censura. Se mostrare il vampiro che strappa le interiora alle sue vittime, può essere che il romanzo non lo pubblichino, non sarebbe adatto agli young adult. Se lo sbudellamento lo raccontate è tutto ok. Il romanzo lo spacceranno anche ai bambini.
Ma dato che non vi pubblicano comunque, è inutile farsi questi problemi!

Icona di un gamberetto Si usa il raccontato per ragioni economiche. Mostrare è difficile. Mostrare le emozioni è molto difficile. Vale la pena perdere anni dietro a un romanzo per renderlo al 100% mostrato, o non è il caso di prendere qualche scorciatoia?
Decisione che spetta a ognuno, dopo dibattito con la propria coscienza. Ma se prendete scorciatoie che sia almeno una scelta consapevole, dettata dal desiderio di scrivere nuovi romanzi. Non lasciatevi guidare dalla pigrizia o dall’ignoranza.

Ma Lovecraft raccontava!!!

Se è vero come è vero che fin dalla metà del ’700 si sapeva che mostrare è meglio di raccontare, come mai così tanti autori, anche considerati bravi, hanno passato la carriera a raccontare?

Per capirlo bisogna riprendere Le intermittenze della morte (As Intermitências da Morte, 2005) di José Saramago, romanzo già citato nell’articolo dedicato ai dialoghi. In quel romanzo, Saramago ha tolto le virgolette ai dialoghi; le battute fluiscono all’interno della narrazione, senza identificatori espliciti.
È una scelta nella direzione dello “Show don’t tell”: quando sentiamo la gente parlare, non vediamo una mano che scende dal cielo e mette intorno alle parole le virgolette. Inserire le virgolette è un intervento dell’autore, è un raccontare.
Tuttavia persino io – fan del “mostrare” – ho avuto difficoltà a leggere quel romanzo. Sono così abituata ad avere l’autore che mi racconta quando iniziano e quando finiscono i dialoghi, che una soluzione teoricamente migliore mi risulta difficile da digerire. Fra cinquant’anni, se il metodo di Saramago si diffonde, una Gamberetta del futuro potrebbe prendermi in giro: “Guardate questa svampita: cianciava tanto di mostrare e poi metteva le virgolette ai dialoghi! È così ovvio che i dialoghi devono essere integrati nella narrazione!”

Tra la formulazione teorica (“mostrare è meglio di raccontare”) e la realizzazione pratica intercorrono secoli di fatica. Quando si vanno a pescare autori passati e si starnazza: “Questi erano bravi e non mostravano!!! Dunque mostrare è inutile!!!” bisogna capire se i signori autori non mostravano perché convinti che fosse sbagliato o non mostravano perché, pur con tutta la buona volontà, non ne erano in grado. Perché non si rendevano neanche conto che certe cose avrebbero potuto mostrarle – come adesso quasi nessuno considera possibile rendere più mostrati i dialoghi.

Scrittori come Gustave Flaubert o Henry James erano annoverati tra i “mostratori”. Eppure potrei riprodurre pagine e pagine dei loro romanzi nei quali raccontano a profusione. Non credo dipendesse dal fatto che erano incoerenti o stupidi, semplicemente non avevano la forma mentale per fare più di quanto hanno fatto.

La narrativa non è scolpita nella pietra. Si evolve ed è influenzata dal progresso scientifico e filosofico. È assurdo rimanere legati a modelli passati, sarebbe come rifiutare i computer perché Pitagora faceva matematica senza ed era bravo lo stesso. Bisogna ammirare tanti autori dei secoli scorsi perché hanno scritto opere bellissime nonostante non possedessero i mezzi tecnici attuali.
I registi a inizio secolo non giravano film muti in bianco e nero perché disdegnavano i colori e il sonoro, lo facevano perché non avevano alternative. Alcuni loro film sono belli nonostante le limitazioni tecniche.

Il ragionamento giusto non è: “Lovecraft raccontava. Lo imito come una capra.” Il ragionamento giusto è: “Lovecraft raccontava. Io conosco la tecnica del mostrare e scriverò racconti più belli dei suoi!”[5]

Quali manuali leggere

Ogni manuale che si rispetti ha un capitolo dedicato allo “Show don’t tell”. E al di là degli esempi non sempre azzeccati, non mi è mai capitato un manuale che spiegasse male il concetto. Infatti lo “Show don’t tell” è un principio né difficile, né complesso. Le conseguenze però non sono così ovvie, e non sempre i manuali stessi le colgono.
Ci sono poi i manuali che cascano nell’errore di un “politicamente corretto” letterario: mostrare e raccontare sullo stesso piano, per non fare torto a nessuno. Ma, come spero di aver dimostrato, la faccenda non è proprio in questi termini.

Perciò mi sento di dire che se avete seguito con attenzione questo articolo, ne sapete sullo “Show don’t tell” tanto quanto possa insegnarvi qualunque manuale, se non di più.
Al massimo date un’occhiata a:

Copertina di Showing & Telling Showing & Telling: Learn How to Show & When to Tell for Powerful & Balanced Writing di Laurie Alberts (Writer’s Digest Books, 2010).

Non mi è sembrato un granché, e soffre della sindrome del “politicamente corretto”. Tuttavia è meglio leggere un manuale in più che uno in meno.

Conclusione

Spesso si criticano romanzi, film, fumetti o in generale le opere d’arte in base a quanto siano “diseducative”. L’ho sempre trovato ingiusto: l’arte è arte, non è educazione; se una persona legge un romanzo per educarsi il problema è di quella persona, non del romanzo.
Ma farò uno strappo ai miei principi e parlerò di un’opera in termini di diseducazione. La scena che segue è quanto di più diseducativo si possa immaginare. Al confronto la più perversa pornografia che si annida nei recessi oscuri di Internet non può fare altro che bene.

Lezione di idiozia

Era una scena da L’Attimo Fuggente (Dead Poets Society, 1989). Notare che questo film non è vietato ai minori. Pazzesco.

Che retorica schifosa. Il “pensare autonomamente” che si concretizza nello strappare i libri senza leggerli; il rifiuto di ogni interpretazione della poesia al di là dell’istinto; il mescolare passione, amore, e gli altri Buoni Sentimenti™ così come capita, senza la minima consapevolezza di come sul serio nasca un’opera d’arte.

Il professor Keating – il personaggio interpretato da Robin Williams – andrebbe trascinato in strada. Fatto sdraiare sul selciato. Costretto a mordere il bordo di cemento del marciapiede. Poi qualcuno dovrebbe pestargli la nuca con la suola dello scarpone.
Non dico che la passione (e l’amore, la bellezza, il sogno, l’incanto, la meraviglia…) non sia importante. La passione è quella che ti fa lavorare ventiquattro ore al giorno e ti fa rischiare la vita per andare sulla Luna. Ma non voli nello spazio su una nuvola di passione, voli dentro un’astronave. Una realizzazione basata sulla tecnica.
Scrivere con passione non significa usare uno stile piuttosto che un altro, significa documentarsi per anni, revisionare fino alla nausea, studiare ogni dettaglio. Chi è appassionato di un argomento non strappa i libri, ne legge il doppio.

Adesso, le parole di un vero poeta. T. S. Eliot nel saggio del 1919 Hamlet and His Problems,[6] scrive:

bandiera EN The only way of expressing emotion in the form of art is by finding an “objective correlative”; in other words, a set of objects, a situation, a chain of events which shall be the formula of that particular emotion; such that when the external facts, which must terminate in sensory experience, are given, the emotion is immediately evoked. If you examine any of Shakespeare’s more successful tragedies, you will find this exact equivalence; you will find that the state of mind of Lady Macbeth walking in her sleep has been communicated to you by a skilful accumulation of imagined sensory impressions; the words of Macbeth on hearing of his wife’s death strike us as if, given the sequence of events, these words were automatically released by the last event in the series. The artistic “inevitability” lies in this complete adequacy of the external to the emotion; [...]

bandiera IT In un’opera artistica, l’unico modo per esprimere un’emozione è trovare un “correlativo oggettivo”; in altre parole, una serie di oggetti, una situazione, una catena di eventi che rappresentino la formula per quella specifica emozione; cosicché, quando sono presentati i fatti esterni, che devono condurre a esperienze sensoriali, l’emozione è immediatamente suscitata. Se si esaminano le tragedie di Shakespeare di maggior successo, si troverà questa esatta equivalenza; si troverà che la condizione mentale di Lady Macbeth mentre cammina nel sonno è stata comunicata da un’abile accumulazione di impressioni sensoriali tradotte in immagini; le parole di Macbeth al sentire della morte di sua moglie ci colpiscono, data la sequenza degli avvenimenti, come se fossero l’automatica conseguenza dell’ultimo evento nella catena. Questa “inevitabilità” artistica nasce dalla completa corrispondenza dei fatti esterni alle emozioni; [...]

Di cosa sta parlando Eliot? Indovinato! Dello “Show don’t tell”!
Per esprimere emozioni, l’unico modo – the only way – è trovare un “correlativo oggettivo”. Ovvero qualcosa di concreto – oggetto, situazione, evento – che induca nel lettore l’emozione che desideriamo. Proprio come spiegava il giapponese a inizio articolo. Per suscitare tristezza non dobbiamo parlare di tristezza, ma trovare un oggetto, una situazione, un evento che sia triste in sé, e dunque evochi tristezza nel lettore.

Riascoltate la scena da L’Attimo Fuggente. Il brano di Eliot assomiglia più all’introduzione dell’emerito professor Pritchard o alle sviolinate amore & passione di Robin Williams?
Ognuno ne tragga le sue conclusioni.

Compiti a casa

Vi propongo due fatine. Dirò qualcosina su di loro, voi sceglietene una e mostrate quello che io ho raccontato. Non ci sono limiti di spazio, ma non sbrodolatevi. Fate riferimento all’esempio di Fiammetta: lì sono stata fin troppo concisa, ma non sono necessarie molte parole in più.
Potete usare il punto di vista che preferite, potete articolare una breve storia o no. L’importante è concentrarsi sul mostrare. Sull’uso costante di parole specifiche, sull’epurazione di ogni traccia di raccontato.

• La prima fatina si chiama Scintilla. È una fatina giovane e altruista. Adora realizzare i sogni degli esseri umani, ma alle volte ha il vago sospetto che questo non sia il mestiere più adatto per lei. Dovrebbe imparare dalle fatine più esperte, se non fosse così orgogliosa e testarda.

• La seconda fatina si chiama Lametta. È scappata da casa e adesso è in cerca di un lavoro. Non è facile però trovare un decente impiego part-time, non quando sei una fatina con un brutto carattere e troppi interessi da coltivare. Non aiuta l’ossessione per le cianfrusaglie che Lametta vuole sempre portarsi dietro.

Scuola per fatine
Scuola per fatine. Scintilla avrebbe dovuto prestare più attenzione!

Se avete bisogno di documentarvi sulle fatine, fate un salto all’Osservatorio.

Buon divertimento!

* * *

note:
 [1] ^ “Chikamatsu and His Ideas on Drama” di Makoto Ueda. Educational Theatre Journal Vol. 12, No. 2.

 [2] ^ Ringrazio zora che per prima aveva segnalato Monzaemon in un vecchio commento.

 [3] ^ D’altra parte c’è una fetta di pubblico allergica al “fantastico” in senso lato, quelli che: “C’era bisogno di andare sulla Luna con la gente che muore di fame?”, oppure: “Non vedo ragione perché qualcuno voglia un computer a casa sua” (ultime parole famose pronunciate dal presidente della DEC nel 1977).

 [4] ^ Lo so che dal 1960 la definizione di metro è diversa, ma per l’esempio va bene uguale la sbarra. Non siate più pignoli di Gamberetta!

 [5] ^ Lovecraft qui è un esempio. Se siete fan del solitario di Providence e non tollerate critiche al vostro idolo, non imbizzarritevi: rileggete, e ogni volta che capita “Lovecraft” sostituite con “William Hope Hodgson”. Il concetto rimane lo stesso.

 [6] ^ In questo saggio Eliot definirà l’Amleto un fallimento. Eliot ha ragione? Ha torto? Non lo so, non ho le adeguate conoscenze poetiche per giudicare. Però so che è l’atteggiamento giusto. Non c’è progresso se si rimane legati ai pregiudizi. Pensateci prima di scrivere stronzate tipo: I Promessi Sposi sono “un’opera stilisticamente, narrativamente, linguisticamente perfetta”.


Approfondimenti:

bandiera EN The Philosophy of Rhetoric leggibile online
bandiera EN The Philosophy of Style leggibile online
bandiera EN Hamlet and His Problems leggibile online
bandiera EN The Craft of Fiction su Amazon.com

bandiera EN Chikamatsu Monzaemon su Wikipedia
bandiera EN George Campbell su Wikipedia
bandiera EN Herbert Spencer su Wikipedia
bandiera EN José Saramago su Wikipedia
bandiera EN T. S. Eliot su Wikipedia

bandiera EN Dead Poets Society su IMDb
bandiera IT Segnalazione di Steamed: A Steampunk Romance

bandiera IT Manuali su gigapedia

 

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515 Commenti a “Manuali 3 – Mostrare”

Pagine: « 6 5 4 [3] 2 1 » Mostra tutto

  1. 215 tasso barbasso

    @Gamberetta.

    Grazie per la risposta. Se avrò tempo farò una ricerca sull’argomento.

  2. 214 Gamberetta

    @tasso barbasso. Mi sono dimenticata di rispondere, ma comunque la risposta è no. Non conosco nessun saggio specifico che parli del problema nei termini che tu indichi.

  3. 213 tasso barbasso

    Ehm… la risposta è implicita o ti è solo sfuggito il messaggio?

  4. 212 tasso barbasso

    @Gamberetta.

    Il solito: le espressioni astratte non rendono molto (…). Ma nel fluire dei pensieri in prima persona ci può stare la prima, la seconda o entrambe le espressioni. Con la consapevolezza che più stai vicino alla seconda (particolari concreti) più è una buona idea.

    Ok, ora mi sembra chiaro. Devo dire che questo modo di intendere la narrazione – parlo della sua forma “radicale” e di alcune applicazioni più “avanzate”, visto che i principi generali mi sembra siano in circolazione fin dalle origini della letteratura (per non parlare dell’uso e dello studio che se ne fa in altri campi, come in psicoterapia per esempio) – lo trovo interessante soprattutto per le sue implicazioni (e applicazioni) nel campo di una teoria generale della comunicazione. Mi sembra estremamente interessante già il fatto stesso che si possa pensare di costruire una teoria della tecnica narrativa che sia così rigorosamente ancorata (ossia “quanto più, tanto meglio”) a questo principio.

    Intendo dire che mi piacerebbe indagare il principio narrativo (visto nella sua forma più “estrema”) dal punto di vista delle implicazioni genericamente antropologiche (soprattutto in termini di origini e conseguenze) e delle relative connessioni con il campo della espressività artistica. Un po’ più nel concreto: la tendenza letteraria a rappresentare personaggi e situazioni con una tecnica che escluda (quanto più possibile) un linguaggio astratto, impreciso o addirittura non oggettivo, è un fatto di enorme interesse al di là dei risultati artistici; ossia è interessante osservare le motivazioni e le conseguenze della diffusione di un visione che alla fin fine, di fatto, porta a rappresentare sempre meno la soggettività, l’astrattezza e l’imprecisione dei punti di vista di personaggi e narratore.

    Che tu sappia, sono stati scritti dei saggi (magari nella forma dell’analisi multidisciplinare di una specifica opera) che affrontano l’intera faccenda in questi termini?

  5. 211 Gamberetta

    @tasso barbasso.

    Questo vuol dire che invece le riflessioni o le opinioni dei personaggi (ad esempio: “quel locale mi rende sempre triste” oppure “quel locale lo considero un posto triste, ma non saprei spiegare il motivo”), non sono inclusi in questo tipo di narrazione?

    Il solito: le espressioni astratte non rendono molto. Possono andare, ma se scrivi: “questo locale mi ricorda la mia cella quando ero in galera”, riesci meglio a comunicare la tristezza/disagio.

    È corretto dire che la frase “Noto un po’ di apprensione sul faccione del Rossi”, tu la consideri un errore e la trasformeresti in una cosa tipo “Il faccione del Rossi si contrae, i suoi occhi si stringono”?

    Anche qui già spiegato che la prima non è scorretta, però è un po’ fiacca. Perché il lettore si chiede: “Ovvero qual era l’espressione sul faccione del Rossi?”
    Perciò la seconda è migliore. Ma nel fluire dei pensieri in prima persona ci può stare la prima, la seconda o entrambe le espressioni. Con la consapevolezza che più stai vicino alla seconda (particolari concreti) più è una buona idea.

  6. 210 drJack

    @ Gamberetta:
    Sì, il mio dubbio era solo per il dettaglio concreto, che in pratica richiama un’emozione.
    Mentre capisco che l’aggiunta della spiegazione sia astratta.
    Tremolio delle gambe (dettaglio concreto va bene) per la paura (spiegazione di troppo).
    Grazie per la precisazione.

  7. 209 tasso barbasso

    @Gamberetta.

    Nessuno ti vieta di descrivere dove si trovi il personaggio e l’ambiente che lo circonda (…). In fondo anche “guardare”, “esaminare”, “studiare”, “fissare”, “rilevare”, “ascoltare”, “annusare”, ecc. sono azioni.

    Questo vuol dire che invece le riflessioni o le opinioni dei personaggi (ad esempio: “quel locale mi rende sempre triste” oppure “quel locale lo considero un posto triste, ma non saprei spiegare il motivo”), non sono inclusi in questo tipo di narrazione?

    È corretto dire che la frase “Noto un po’ di apprensione sul faccione del Rossi”, tu la consideri un errore e la trasformeresti in una cosa tipo “Il faccione del Rossi si contrae, i suoi occhi si stringono”?

    p.s. Se faccio troppe domande dimmelo tranquillamente!

  8. 208 Gamberetta

    @dr Jack. Il bruciore allo stomaco, o il groppo in gola o le gambe che tremano sono dettagli concreti, li puoi scrivere senza problemi. Il problema è quando aggiungi la ragione: mi brucia lo stomaco per l’ansia, ho un groppo alla gola per la tristezza, le gambe mi tremano per la paura. Non ti fucila nessuno, però lo scopo di dire che ti tremano le gambe è proprio quello di comunicare la paura del personaggio. Se senti lo stesso l’esigenza di spiegarla esplicitamente o sei insicuro oppure non hai mostrato con la giusta precisione il tremore. Dunque o tagli o descrivi meglio.

  9. 207 dr Jack

    @ Gamberetta:
    Grazie per la risposta e in realtà comprendo il punto 1 e 3.
    E’ il punto 2 che voglio capire meglio.

    2) Nel più ampio ordine delle cose ci può stare che un personaggio parli del proprio “panico”, però dato che l’esercizio invitata a evitare i termini astratti, meglio eliminare.

    Prendiamo il caso del bruciore di stomaco.
    Lo stomaco può bruciare perché il personaggio ha bevuto un veleno e in questo caso sarebbe un dettaglio concreto.
    Lo stomaco può anche bruciare dall’emozione (l’angoscia può perfino causare l’ulcera).
    Ci sono cose come il groppo in gola, una sensazione di calore o il tremolio alle gambe che sono sia reazioni (io le interpreto concrete e non astratte, giusto?) sia rappresentazione di un’emozione.

    Trascurando per un attimo che molte sono diventate cliché, volevo sapere se scrivere di queste sensazioni va bene come “mostrare”?
    (sempre considerando che siano reazioni del personaggio con PDV)

  10. 206 Gamberetta

    @tasso barbasso.

    Quindi si potrebbe dire che questa tecnica, nella sua forma più pura, consiste nel mostrare esclusivamente azioni di personaggi oppure oggetti in diretta correlazione con l’azione dei personaggi?

    Nessuno ti vieta di descrivere dove si trovi il personaggio e l’ambiente che lo circonda, presupponendo che il personaggio stesso sia interessato. In fondo anche “guardare”, “esaminare”, “studiare”, “fissare”, “rilevare”, “ascoltare”, “annusare”, ecc. sono azioni. Solo che appunto non hai bisogno di dire esplicitamente che il personaggio le compie, basta che scrivi direttamente quello che vede, sente, annusa.

    @dr Jack. Ho cancellato per tre motivi:
    1) La saetta di panico che risale la schiena è una parafrasi del brivido di paura (lungo la schiena). È un cliché che più cliché di così non si può. Siamo a livello della lama che taglia nel burro e della ragazza bella come una rosa.

    2) Nel più ampio ordine delle cose ci può stare che un personaggio parli del proprio “panico”, però dato che l’esercizio invitata a evitare i termini astratti, meglio eliminare.

    3) Anche perché la somma di “deglutì” + “È lei!” con punto esclamativo comunica già a sufficienza il timore per la fatina con lo scialle.

  11. 205 dr Jack

    Una domanda veloce su una correzione.

    Lametta deglutì, mentre una saetta di panico le risaliva la schiena. E’ lei! Come ha fatto ad arrivare qui?

    Il punto di vista è Lametta.
    Lametta possiede delle percezioni sensoriali che lo scrittore può usare per mostrare ciò che accade nella storia. Vediamo coi suoi occhi sentiamo dalle sue orecchie e tutto il resto.
    La saetta che gli saliva per la schiena potrebbe essere una sensazione tattile (indotta da un’emozione).
    La hai cancellata per questo motivo? Perché sarebbe come forzare un’emozione nel lettore? O per altri motivi?

    Posso capire che la metafora “saetta” non piacesse, e anche il fatto che magari il dettaglio era di troppo, dopotutto Lametta deglutì può bastare per mostrare la reazione del personaggio.

    Se invece escludi a priori un utilizzo del genere di una “sensazione tattile” per mostrare una reazione del personaggio (con PDV) ti chiederei se puoi darmi spiegazione più approfondita.

  12. 204 tasso barbasso

    Errata corrige.

    Invece di: “consiste nel mostrare esclusivamente azioni di personaggi oppure oggetti in diretta correlazione con l’azione dei personaggi?”

    Doveva essere: “consiste nel mostrare esclusivamente azioni di personaggi, che siano rilevanti dal punto di vista della trama, oppure oggetti in diretta correlazione con l’azione dei personaggi?”

  13. 203 tasso barbasso

    I primi due paragrafi sono, non saprei come dire, intrinsecamente raccontati. Non hanno le caratteristiche del qui-e-ora

    Ah, ecco. Quindi tu dici che nonostante in quei paragrafi vengano mostrate alcune azioni, queste sono piuttosto secondarie e si perdono in un contesto sostanzialmente astratto: non si svolge un’azione importante ai fini della trama; non si capisce dove si trovi o dove stia andando il personaggio; eccetera.
    Quindi si potrebbe dire che questa tecnica, nella sua forma più pura, consiste nel mostrare esclusivamente azioni di personaggi oppure oggetti in diretta correlazione con l’azione dei personaggi?

    p.s. Sono d’accordo con te sul fatto che il secondo paragrafo di quel testo dia l’impressione di essere una specie di diario personale scritto in un secondo momento, ma non mi sembra che questo valga anche per il primo. Il primo paragrafo sembra avere una natura diversa: potrebbe ricadere nella categoria del “diario” ma si avvicina molto ad un flusso di pensieri, trasmesso direttamente durante l’azione… Diciamo che il secondo paragrafo è un diario scritto in un secondo momento, mentre il primo è un diario registrato durante l’azione e poi ritrovato.
    Comunque io ho la sensazione che anche la parte successiva potrebbe apparire come qualcosa che non avviene “qui e ora”; mi sembra che più che altro sia la presenza del dialogo diretto a cambiare la percezione temporale.

  14. 202 Gamberetta

    @tasso barbasso.

    “Dolore alle ali. Da quanto tempo? Uno o due giorni. Farle vibrare non servirebbe, basta la polverina, ma è così divertente”, il testo rientrerebbe nei parametri minimi del “mostrato”? Dovrebbe essere ancora più rigoroso? Potrebbe esserlo anche meno?

    Io sto dicendo che in generale scrivendo in prima persona non è facile evitare la sensazione che il personaggio stia raccontando tranquillo in poltrona ad avvenimenti conclusi; dopodiché una strategia è quella che ho detto. Ma non è che automaticamente quella strategia trasformi il raccontato in mostrato.
    I primi due paragrafi sono, non saprei come dire, intrinsecamente raccontati. Non hanno le caratteristiche del qui-e-ora come più avanti quando la fatina è davanti alla finestra insieme al draghetto. Se vuoi mostrare i primi paragrafi devi impostarli diversamente, calarli in un contesto (dov’è la fatina? che ore sono? costa sta facendo – a parte essere stanca?)

    [...] ma ipotizziamo che tu abbia accettato di fare l’editing a pagamento di un romanzo – e ti ritrovassi tra le mani un’opera (diciamo fantasy o comunque di un genere prevalentemente d’azione) scritta solo parzialmente (diciamo molto al di sotto del tuo standard) secondo il principio del mostrare, in quel caso che faresti?

    Se lavoro per una casa editrice dipende da considerazioni pratiche: cosa vuole la casa medesima, quanto mi paga, quanto tempo ho a disposizione per l’editing, chi ha per contratto l’ultima parola tra me e l’autore, ecc. Se invece lavoro freelance, non accetto in partenza di fare l’editing di un romanzo che più che editing ha bisogno di riscrittura.

    E se l’autore, nel caso tu decidessi di intervenire sulla base del tuo principio (anche solo chiedendo la parziale riscrittura), non accettasse la tua visione della cosa?

    Se, come di solito succede, l’autore ha l’ultima parola gli direi: affari tuoi. Io propongo i giusti cambiamenti/riscritture, se l’autore rimane sulle sue posizioni, problemi suoi. A me cosa importa?

  15. 201 Diego

    @Gamberetta: grazie per il commento. Se fosse stato il brano di un romanzo o un racconto forse avrei preferito diluire le informazioni su Lametta invece di concentrarle tutte in un’unica scena, ma naturalmente qui faceva parte dell’esercizio. In questo senso avrei potuto fare di meglio (è vero che il dialogo diventa un po’ un escamotage). Per quanto riguarda le tue osservazioni, direi che concordo su tutto. Mi rammarica solo restare con la sensazione che se anche avessi riletto il brano cinquanta volte, forse non me ne sarei accorto. Ci sono errorini e sbavature che, non so come, mi diventano invisibili finché qualcuno non me li fa notare. E’ abbastanza frustrante, sigh… In ogni caso cercherò di applicare i concetti alle storie che sto scrivendo. Grazie mille ancora.

  16. 200 tasso barbasso

    @Gamberetta.

    Ok, capisco cosa intendi, più o meno. Grazie per l’analisi! Ora vorrei solo fare un paio di considerazioni e domande sui brani che non hai commentato e che andrebbero interamente cassati.

    Se la prima frase della versione originale (Ieri le ali hanno cominciato a farmi male. Non so, dipenderà dal fatto che sto volando da giorni. È chiaro che potrei anche tenerle ferme, tanto il lavoro vero lo fa la polverina psichica, però mi piace farle vibrare) diventasse: “Dolore alle ali. Da quanto tempo? Uno o due giorni. Farle vibrare non servirebbe, basta la polverina, ma è così divertente”, il testo rientrerebbe nei parametri minimi del “mostrato”? Dovrebbe essere ancora più rigoroso? Potrebbe esserlo anche meno?

    Una considerazione che qui potrei fare, è che nel nuovo testo il tono si trasforma completamente, diventa estremamente freddo e impassibile, oltre che estremamente serio (un po’ come Finch, in effetti). Questo è inevitabile, secondo te?

    La frase successiva, poi (E poi così divento molto più logica, da un punto di vista umano. Quegli stupidi si spaventano facilmente e un umano spaventato è ancora più inutile), mi sembra ancora più complicato trasformarla in “mostrato”. Forse la cosa è tecnicamente possibile (?), ma anche in questo caso ho la sensazione che finirei con il “mostrare” qualcosa di diverso (ancora più diverso) da ciò che “dicevo”.

    Ora una curiosità sulla filosofia operativa. Se tu fossi una editor professionale – si, lo so che il termine può essere discusso all’infinito e che genera automatiche polemiche, inoltre tu potresti rifiutare l’idea in sé, eccetera, ma ipotizziamo che tu abbia accettato di fare l’editing a pagamento di un romanzo – e ti ritrovassi tra le mani un’opera (diciamo fantasy o comunque di un genere prevalentemente d’azione) scritta solo parzialmente (diciamo molto al di sotto del tuo standard) secondo il principio del mostrare, in quel caso che faresti? Proporresti la riscrittura di intere parti, ti limiteresti a rendere “più mostrati” solo alcuni particolari tralasciando il resto, lasceresti perdere la questione del mostrato e ti occuperesti solo degli altri aspetti narrativi? E se l’autore, nel caso tu decidessi di intervenire sulla base del tuo principio (anche solo chiedendo la parziale riscrittura), non accettasse la tua visione della cosa?

  17. 199 Gamberetta

    @Diego. Il solito: il dialogo non è il massimo per mostrare quanto avevo raccontato. Però almeno sei riuscito a inserire diversi particolari concreti. Direi che può essere sufficiente.
    La scrittura è buona con quasi tutti termini concreti. Ci sono solo poche sbavature, facilmente correggibili semplicemente tagliando. Per esempio:

    Lametta deglutì, mentre una saetta di panico le risaliva la schiena. E’ lei! Come ha fatto ad arrivare qui?

    #

    Lametta la fermò un attimo prima che rotolasse giù dal bordo della scrivania.

    In costruzioni di questo tipo il “prima” può andare, anche se ai fini dell’esercizio si poteva scrivere:

    La bacchetta rotola oltre il bordo della scrivania. Lametta la afferra al volo.

    #

    L’impiegato aprì la bocca per replicare, ma in quel momento un grido attraversò l’atrio della Tooth Fairy srl.
    «LAMETTA!»

    Magari mettendo “un grido ecc.” a capo.

    Lametta trasalì e si voltò ad affrontare la fatina che avanzava brandendo una bacchetta magica dalla punta incandescente, lo scialle umido abbassato sulle spalle e gli occhi ardenti d’ira.

    #

    Lametta strappava i tentacoli, ma quelli ricrescevano con strabiliante rapidità. Nel giro di una manciata di secondi le sue gambe furono avvolte in un viscido sudario verde.

    Meglio:

    Lametta strappò i tentacoli, ma quelli ricrescevano. Il viscido sudario verde le avvolse le gambe.

    Se invece vuoi sottolineare la “strabiliante rapidità” devi mostrare la lotta della fatina: lei che strappa un tentacolo, un altro che le stringe la caviglia, un secondo che le avvolge il piede, lei cerca di mozzarne un terzo a morsi, ecc.

    Due altri dettagli:

    Lametta tamburellava con le dita contro il bordo della scrivania. Lanciò uno sguardo verso l’uscita [...]

    Devi dire che lanciò uno sguardo alle spalle, altrimenti non si capisce che Lametta è seduta davanti la scrivania, potrebbe essere seduta dietro.

    Ne tirò fuori un cd delle Fairy Girls, un carillon ammaccato, un tubetto di rossetto, una foto incorniciata di Orlando Bloom [...]

    Se il punto di vista è di Lametta, userà articoli determinativi:

    Ne tirò fuori il cd delle Fairy Girls, il carillon ammaccato, il tubetto di rossetto, la foto incorniciata di Orlando Bloom [...]

    E così via.

    @tasso barbasso.

    E quindi? Bisognerebbe rinunciare alla prima persona o ci sono delle specifiche tecniche per “salvare” la narrazione (nota che nelle mie intenzioni si tratterebbe di un flusso di pensieri) fatta direttamente dal personaggio?

    La prima persona è ottima perché la telecamera nella testa del personaggio è la posizione migliore per mostrare. Però appunto è difficile da gestire.
    Un’idea è ridurre al minimo l’uso dell’“Io” (anche implicito), come dicevo parlando dell’incipit di Finch. Cioè invece di:

    Stringo la maniglia. Apro la porta.

    Scrivo qualcosa tipo:

    La maniglia è fredda sotto le dita. La porta si apre con un cigolio.

    Ma è un discorso piuttosto lungo, entrerò più in dettaglio quando scriverò l’articolo dedicato al punto di vista.

    Ma se taglio i paragrafi, mi verranno a mancare parecchie informazioni [...] in che modo le recupero?

    Non le recuperi. Tanto l’esercizio era sul mostrare, che racconti o non dici niente è uguale. Se invece parli al di là dell’esercizio ovviamente devi aggiungere una o più scene – ma davvero non ci sono nei primi paragrafi informazioni vitali, il carattere della fatina emerge bene anche senza le note iniziali.

    perché eliminarla?

    Perché era una frase raccontata e contorta e non faceva ridere.

    Comunque volendo fare una modifica preferirei dire, per esempio: “È Buzzurellone, un microdrago viola al quale vorrei sezionare le ali con cura”. Oppure: “È Buzzurellone, un microdrago viola al quale vorrei sezionare le ali al ritmo di una strisciolina al mese”… ecc. Che ne pensi?

    Così così. Volendo essere più sintetici penso sarebbe meglio usare un verbo più “cattivo” di tagliare/sezionare, non so: “vorrei strappargli le ali”, “vorrei disossargli le ali”, “vorrei stracciargli le ali”, ecc.

    Si può avere, oltre ad una risposta a queste osservazioni, anche un giudizio finale e complessivo sull’intero pastrocchio?

    Al di là dell’esercizio: non è scritto male, la prima persona è tutto sommato buona – perché, come detto, la fatina ha una sua “voce” distinta e questo è fondamentale in prima persona; i dialoghi sono così così – c’è un po’ di infodump nelle battute tra fatina e draghetto, l’interazione con il signor Rossi non è molto coinvolgente, visto che in pratica lui non dice niente o quasi.
    Direi sufficiente: se fosse un racconto potrebbe diventare decente solo con adeguato editing senza riscrivere da zero.

  18. 198 tasso barbasso

    Appiccica il naso al vetro, sgrana gli occhi [...]

    No, scusa, avevi usato il brano sbagliato ma il concetto era giusto: il “ci vede” lo avevo lasciato e invece avrei potuto sostituirlo con la tua frase (costruita completamente con azioni che mostratno). Giustissimo.

  19. 197 Diego

    Ho provato anch’io a fare il compito! Mi scuso per il ritardo e la lunghezza. Grazie in anticipo per qualunque commento!

    ***

    Lametta tamburellava con le dita contro il bordo della scrivania. Lanciò uno sguardo verso l’uscita, dove i fiocchi di neve cascavano nella luce del mattino. Una fatina con uno scialle avvolto sui capelli grigi svolazzò davanti alle porte a vetri guardandosi intorno. Lametta deglutì, mentre una saetta di panico le risaliva la schiena. E’ lei! Come ha fatto ad arrivare qui?
    Si girò di scatto, incassò la testa tra le spalle e dispiegò le ali bruciacchiate a mo’ di copertura.
    «Ci vuole ancora molto?» domandò all’impiegato.
    «Be’, faremmo molto prima se lei avesse con sé un curriculum, signorina Lametta.»
    «Ce l’avevo.» Lametta sbatté la sua sacca sulla scrivania e ficcò la testa dentro. Ne tirò fuori un cd delle Fairy Girls, un carillon ammaccato, un tubetto di rossetto, una foto incorniciata di Orlando Bloom con una siepe di cuoricini disegnati a pennarello intorno alla testa, una palla di gomme da masticare usate. Gli oggetti finirono sopra le carte dell’impiegato. «L’avevo preparato quel dannato curriculum, giuro che ce l’avevo!» Afferrò la sacca dal fondo e la rivoltò. Sulla scrivania piovvero il suo diario segreto, un mazzo di chiavi, il tacco spezzato di una scarpina, un bambolotto privo del braccio destro, una collanina di plastica e una serie di braccialetti. In ultimo cascò fuori la sua bacchetta magica con il pomolo scheggiato. Lametta la fermò un attimo prima che rotolasse giù dal bordo della scrivania. Una spruzzatina di scintille arancioni piovve dalla punta della bacchetta e finì sul pavimento. «Credo che me l’abbia preso il mio fratellastro. Ha il vizio di fare certi scherzi.»
    «Va bene, va bene, signorina, non importa. Metta via la sua roba, e faccia attenzione con quella bacchetta. Dunque, mi spieghi perché vorrebbe venire a lavorare da noi, alla Tooth Fairy srl.»
    Era preparata per quella domanda!
    «L’anno scorso ho aiutato lo zio Rufus,» disse Lametta con un gran sorriso, «ho portato la ghinea da scambiare col dentino del bambino umano. E zio Rufus mi ha fatto i complimenti! Insomma, ho molta esperienza nel settore. Sono sicura di esserci portata. Non so se glielo hanno detto, ma una ghinea è molto pesante. Io però non mi sono lamentata per niente!»
    «Ha trasportato una ghinea tutta da sola. Capisco.» L’impiegato sospirò e segnò un appunto sul modulo. «Nessun’altra competenza specifica?»
    Lametta sbuffò, fece una bolla con la gomma da masticare e la fece scoppiare, spargendo intorno odore lamponi. «Insomma, quante domande! Dall’annuncio mi sembrava che cercavate qualcuno.»
    «Infatti siamo a corto di personale. E aggiungerei purtroppo. Un’altra cosa, signorina. Abbiamo qualche problema per quanto riguarda il suo abbigliamento. Il direttore tiene molto all’immagine dei dipendenti, e non credo che… ecco, che approverebbe quello.» L’impiegato accennò con la punta della matita verso la tutina verde di Lametta.
    Lametta si diede un’occhiata. Uno strappo slabbrato le attraversava la coscia. C’erano tracce di sterpaglie e fango secco, e altre macchie più scure che non rammentava da dove fossero arrivate. L’orlo della tutina era tutto sfilacciato. Lametta si accarezzò la testa e si tolse dai capelli stopposi qualche pagliuzza di fieno. Ad essere proprio fiscali, sotto il profumo di gomma da masticare al lampone, doveva ammettere di sentire un vago odorino di fogna. «Va bene, va bene, ho capito. Vedrò di trovare una tuta nuova. Possiamo concludere, ora?» Lanciò un’altra occhiata verso l’uscita. «Io me ne devo andare, non posso certo perdere tutta la mattina qui.»
    «D’accordo,» rispose l’impiegato. «A patto che si dia una bella ripulita, credo di poterle trovare un posto giù al magazzino di catalogazione dei denti, per cominciare. L’orario è dalle otto alle cinque, con un’ora di pausa. La fatina caporeparto si chiama – »
    «Cosa?» Lametta sbiancò. «Ma neanche per sogno!»
    «Prego?»
    Lametta contò sulla punta delle dita. «Otto-cinque. Sta dicendo otto ore. Otto ore al giorno?»
    «È l’orario standard dei nostri uffici. Dal lunedì al venerdì. Che cosa c’è che non va?»
    «C’è che tutti i lunedì, mercoledì e venerdì mattina ho l’appuntamento al solarium, tanto per cominciare.» Lametta cominciò a radunare i suoi oggetti e gettarli nella sacca, le guance rosse e le narici frementi. «Il giovedì pomeriggio io e Scintilla andiamo a vedere le vetrine, e spero proprio che non sia così crudele da obbligarmi a rinunciare. Inoltre alle cinque fa buio, e mamma mi ripete sempre di non andare in giro con il buio. Non vorrà chiedermi di disubbidire a mia madre! No-no, non ci siamo. Diciamo invece che potrei concederle dalle undici alle dodici meno un quarto del mmm,» si fermò a riflettere con un ditino puntato sotto il mento, «martedì e giovedì. Che cosa ne dice? Perfetto, no?»
    L’impiegato aprì la bocca per replicare, ma in quel momento un grido attraversò l’atrio della Tooth Fairy srl.
    «LAMETTA!»
    Lametta trasalì e si voltò ad affrontare la fatina che avanzava brandendo una bacchetta magica dalla punta incandescente, lo scialle umido abbassato sulle spalle e gli occhi ardenti d’ira.
    «M-mamma…» disse Lametta.
    «Piccola ingrata, ti ho scovata finalmente! Sono tre giorni che ti cerchiamo. Che cosa stai facendo qui?»
    «Mamma, non mi – »
    Un raggio rosso scaturì dalla bacchetta della nuova arrivata e la colpì all’ala destra. Lametta strillò. Si levò in volo, ma dalla bacchetta della madre fuoriuscirono sottili tentacoli verdi che le si avvinghiarono alle caviglie e la riportarono a terra.
    «Che cosa succede?» berciò l’impiegato. «Si può sapere lei chi è? Non mi costringa a chiamare – »
    «Silenzio!» disse la fatina. Schioccò le dita e la mandibola dell’impiegato si chiuse come una tagliola. Le braccia gli ricaddero inerti lungo i fianchi.
    Lametta strappava i tentacoli, ma quelli ricrescevano con strabiliante rapidità. Nel giro di una manciata di secondi le sue gambe furono avvolte in un viscido sudario verde.
    «A casa!» La madre s’incamminò verso le porte a vetri trascinandola. Lametta piangeva e si dibatteva senza successo. La madre si voltò a mostrarle un ghigno feroce. «Tuo padre ha fatto mettere le sbarre alle finestre, caso mai ti venisse in mente di riprovarci.»

  20. 196 x7969

    Sono contento di aver trovato qualcun altro che ha avuto da ridire sull’Attimo Fuggente; non si fa mai abbastanza per contrastare i film “sulla crescita” di questo tipo…

  21. 195 Ylunio

    @Gamberetta

    Grazie per i commenti e le critiche.
    Per quanto riguarda il gerundio, ci sto lavorando. Purtroppo è una croce che mi porto appresso e sto cercando di smussare.
    In generale, mi è piaciuto svolgere questo esercizio: l’ho trovato utile. Ho cercato di fare attenzione alle parole che usavo e al modo migliore di costruire le frasi. L’ho trovato di gran lunga più stimolante che scrivere di getto (o a forza di starnuti e risate).. :)
    Adoro questa rubrica sui manuali, quindi volevo anche approfittarne per ringraziarti del fatto che continui a portarla avanti.

  22. 194 Unoqualunque

    @Gamberetta.

    [...] riprendi a considerare le eccezioni solo quando hai abbastanza anni di esperienza.

    Concordo…infatti precisavo: eccezioni da sfruttare con maestria. Il problema è capire quando si è divenuti abbastanza pratici da potersi permettere tali eccezioni.

    Non c’entra niente, ma continuo a rimanere basito dalla quantità di roba che riesci a macinare, fra blog, università, libri, videogiochi etc.
    Il tempo è da sempre il mio maggior problema, visto che pur non avendo un lavoro fisso, non trovo mai abbastanza spazi per le mie passioni (non hobby, passioni). Non capisco come tu possa riuscire, considerando i naturali limiti del fisico umano. In ogni caso, meriti un encomio per questo blog e per il tempo che investi su tutti noi. Grazie.

  23. 193 tasso barbasso

    @Gamberetta.

    Ok, tu sei stata molto precisa. Grazie infinite! Aggiungo solo un paio di considerazioni e di domande su dubbi residui.

    È la prima persona stessa a essere difficile da gestire, perché la prima persona dà sempre l’impressione che il narratore stia raccontando gli avvenimenti al lettore ad avvenimenti conclusi.
    Non è facile contrastare questa sensazione.

    E quindi? Bisognerebbe rinunciare alla prima persona o ci sono delle specifiche tecniche per “salvare” la narrazione (nota che nelle mie intenzioni si tratterebbe di un flusso di pensieri) fatta direttamente dal personaggio?

    i due paragrafi iniziali sono tutti raccontati. Se li tagli vedi che la scena funziona lo stesso

    Ma se taglio i paragrafi, mi verranno a mancare parecchie informazioni (Lametta è scappata di casa; si comincia a capire il suo carattere; la sua mania per l’accumulazione; il tipo di contesto fantastico; l’impostazione del tono); in che modo le recupero? Arrivo subito al dialogo e butto tutto lì dentro? E se si dove? Nelle battute o tra una battuta e l’altra?

    “Lo osservo facendo un elenco mentale di tutte le forme di tortura che conosco”, diventa: Gli cavo gli occhi. Gli strappo la lingua. Gli mozzo la coda e lo impicco con quella.

    Ok, sul principio sono d’accordo, anche se mi dispiace il fatto che in questo modo cambiano sia il senso che il tono della frase.

    “Finalmente ci vede, [...]” diventa: Appiccica il naso al vetro, sgrana gli occhi [...]

    Su questo mi ero già corretto (colpa mia, ti ho incasinata con le diverse versioni); era diventato semplicemente: “Ci vede, sbianca, ondeggia, arretra, si blocca, ride, diventa serissimo, si avvicina alla finestra e comincia ad armeggiare con la leva di apertura”. Il tutto rafforzato dal fatto che successivamente la fatina ha ancora il tempo di dire: “Allora, bello, ce la fai o ti serve un manuale d’istruzioni?”

    I punti di sospensione sono un raccontato. Meglio se riempi le pause, almeno alcune. Non so: – Ma io. – China la testa, abbassa la voce. – Veramente, adesso non – Lancia un’occhiata alle spalle. – e poi c’è mia moglie, prima devo chiedere. E comunque…

    Giustissimo.

    Capisco che non vuoi mettere Rossi arrossisce, ma dato che l’hai già chiamato più volte ometto, basta dire: L’ometto arrossisce. – Chi te l’ha detto?

    Qui ho un dubbio. Visto che la mia frase era comunque una forma “raccontato” (se non sbaglio), e oltretutto conteneva anche un (blando) effetto umoristico, perché eliminarla?

    Qui il “lentamente” non è malvagio (per quanto possa essere poco malvagio un avverbio), però forse si può rendere più mostrato il sadismo implicito: È Buzzurellone, il microdrago viola. Vorrei tagliarli le ali a fettine sottili. Con un coltello smussato e arrugginito.

    Questa obiezione l’avevo prevista e nell’ottica dell’esercizio sono perfettamente d’accordo, ma avevo deciso di lasciare l’avverbio sia perché non mi sembrava una “infrazione” grave (in genere, poi, gli avverbi non mi danno fastidio se usati con moderazione), sia perché in quel punto volevo ci fosse qualcosa di più breve. Comunque volendo fare una modifica preferirei dire, per esempio: “È Buzzurellone, un microdrago viola al quale vorrei sezionare le ali con cura”. Oppure: “È Buzzurellone, un microdrago viola al quale vorrei sezionare le ali al ritmo di una strisciolina al mese”… ecc. Che ne pensi?

    Si può avere, oltre ad una risposta a queste osservazioni, anche un giudizio finale e complessivo sull’intero pastrocchio?
    Tutto molto divertente, comunque. Grazie ancora!

  24. 192 Gamberetta

    @Unoqualunque.

    Ovviamente parlo di casi sporadici, da sfruttare con parsimonia e maestria, che non inficiano la regola “Show don’t tell” ma la perfezionano e, per così dire, ne smussano gli angoli.

    Questo è vero ma poco utile. Se parti da un’idea così non migliori mai. Parti dall’idea che non ci sono eccezioni, e riprendi a considerare le eccezioni solo quando hai abbastanza anni di esperienza.
    Inoltre intendiamoci su “eccezioni”: significa che in un romanzo di 500 pagine c’è un-avverbio-uno, non un avverbio ogni due pagine (dialoghi esclusi).

    @Francesco Barbi.

    Tra l’altro nell’articolo sui dialoghi è detto esplicitamente che il discorso diretto è “mostrare”. Insomma, tutto ciò che viene detto attraverso il dialogo per me è mostrato (può essere orrendo, inefficace o un odiosissimo infodump, ma è mostrato).

    Evidentemente mi sono spiegata male. Un dialogo è “mostrare” ma non di quello che si parla nel dialogo stesso, bensì è “mostrare” il carattere e i rapporti tra i personaggi coinvolti.
    Quando Anna tira per la giacchetta la sua amica e le dice: “Hai visto Michele che gnokko?”, non stai mostrando Michele, neanche per sbaglio, stai mostrando il carattere di Anna e il rapporto che ha con l’amica.
    È difficile in un dialogo mostrare sia il carattere dei personaggi sia l’argomento. Se Anna si mette lì a spiegare per filo e per segno l’aspetto di Michele, 9 su 10 ne verranno delle battute inverosimili.
    Dunque se l’esercizio impone di mostrare che la fatina è scappata da casa, be’, è difficile farlo con un dialogo perché non è (solo) un problema di carattere o (solo) un problema di rapporti.
    Ci si può barcamenare mettendo (come hanno fatto alcuni) un litigio tra la fatina e la madre. Però è tirata per i capelli, perché “cattivo rapporto con la madre” non implica necessariamente “fuga da casa”.

    Insomma, non avevo capito che si dovesse cercare di estendere i principi del mostrare (come il dare immagini concrete) anche all’interno delle battute di dialogo.

    Questo era solo per “salvare” il dialogo. Per cercare comunque di mostrare qualcosa nonostante il dialogo. Può darsi benissimo che le battute più naturali non siano le più mostrate, ma a quel punto hai scritto un dialogo che non ha niente a che fare con quanto avevo chiesto.

    Comunque, ciò che mi ha un po’ irritato non sono state le critiche all’esercizio, bensì il fatto che io stessi dicendo anche altre cose che sono state fraintese o quantomeno ignorate.

    Sono state ignorate perché già spiegate nell’articolo. O mi fai un esempio che richiede di particolare spiegazione per rientrare nella strategia “mostrare o tagliare”, oppure segui la strategia. Il fatto che sia (molto) difficile da seguire è stato detto.

    Ad ogni modo, apprezzo molto quel che sta facendo Chiara-Gamberetta. Mi dispiace che sia sempre così difficile avere un dialogo sereno.

    Ti spiego perché il dialogo non è sereno:
    * Perché commenti senza aver letto i commenti precedenti.
    * Perché scrivi un esercizio indecoroso.
    * Perché contesti le critiche. Tuo diritto, ma poi la gente vede che sei un autore pubblicato e pensa che tu abbia ragione. Ma non è così. Secondo te i dialoghi funzionano in questa o quest’altra maniera, ma sbagli e basta. E, in tutta sincerità, non è che te lo dovrei dire io. Così come un articolo del genere avresti dovuto scriverlo tu o uno dei tuoi colleghi. Tra l’altro ci avreste messo molta meno fatica, perché la tecnica narrativa ovviamente la conoscete a menadito e avete letto dieci volte tanti manuali e testi di critica letteraria di quanti ne abbia letti io. O sbaglio?

  25. 191 Unoqualunque

    @Gamberetta.

    No. No. Mai. Il lettore ti dedica tempo e soldi proprio perché tu ci metta la fantasia. Se il lettore deve immaginare da solo usando la sua di fantasia non ha bisogno del tuo romanzo.

    Onestamente non riesco a condividere l’assolutismo di questa affermazione. A mio parere, in certi casi coinvolgere il lettore, lasciando che scivoli in un “piacevole immaginare”, non è affatto deleterio. Cosa diversa è comportarsi come gli scribacchini nostrani, che non sanno nemmeno la differenza fra fischi a fiaschi. Come spesso tu dici, l’importante è sapere ciò che si fa.
    Ovviamente parlo di casi sporadici, da sfruttare con parsimonia e maestria, che non inficiano la regola “Show don’t tell” ma la perfezionano e, per così dire, ne smussano gli angoli.
    In ogni caso, secondo me, parliamo di sfumature che, in quanto tali, ricadono nel campo della soggettività dei punti di vista. E’ chiaro che la regola cui tutti dovrebbe ispirarsi è MOSTRARE. Una regola che può ammettere sfumature ed eccezioni, se adottate con metodo ed intelligenza.

  26. 190 Francesco Barbi

    Leggendo alcuni interventi che hanno fatto seguito ai miei commenti, mi sembra di essere stato frainteso e sento l’esigenza di chiarire il mio punto di vista.
    Sono entrato nella discussione perché avevo letto l’articolo e mi era piaciuto molto. Ho fatto l’esercizio per mostrare stima nei confronti di Chiara-Gamberetta e perché capita troppo di rado di mettersi in gioco.
    Detto questo, qualche chiarimento sparso.

    Per me il dialogo rientra a tutti gli effetti nel “mostrare”. Dall’articolo non avevo dedotto che Gamberetta potesse non essere del tutto d’accordo con questa affermazione. E cioè che ritenesse il dialogo un “mostrare” debole. Non avevo letto tutti i commenti precedenti al mio e dunque non sapevo che nella traccia ci fosse l’implicita richiesta di limitare il dialogo. Io ritengo il dialogo sempre e comunque appartenente alla categoria del “mostrare”. Tra l’altro nell’articolo sui dialoghi è detto esplicitamente che il discorso diretto è “mostrare”. Insomma, tutto ciò che viene detto attraverso il dialogo per me è mostrato (può essere orrendo, inefficace o un odiosissimo infodump, ma è mostrato).

    Per quel che riguarda la mia risposta alle critiche di Chiara-Gamberetta, non mi sembrava di averla attaccata. O di aver avuto una reazione di cattivo gusto. A me pare di essermi semplicemente permesso, usando toni moderati, di non essere d’accordo con quanto da Gamberetta suggerito. Ripeto, leggendo l’articolo e la traccia, non avevo capito che il dialogo dovesse essere evitato, o quantomeno limitato. E, considerando il dialogo un qualcosa che rientra sempre nel “mostrare”, avevo preferito (come dichiarato prima di inserire l’esercizio) il realismo delle battute e una lunghezza limitata del pezzo. Insomma, non avevo capito che si dovesse cercare di estendere i principi del mostrare (come il dare immagini concrete) anche all’interno delle battute di dialogo. Al di là del fatto che in generale non lo condivido, non mi ero reso conto che l’esercizio chiedesse di fare anche questo.
    Tra l’altro, come avevo già cercato di dire, secondo me una difficoltà insita nel mostrare sta nel dover condensare e nel tenere sotto controllo la lunghezza dei pezzi necessari a portare di poco avanti la trama o a dare solo qualche caratterizzazione a un personaggio. Per questo avevo dichiarato di voler scrivere un pezzo piuttosto corto. Ma anche questo, probabilmente, non era nello spirito dell’esercizio. Non me ne ero reso conto.
    Comunque, ciò che mi ha un po’ irritato non sono state le critiche all’esercizio, bensì il fatto che io stessi dicendo anche altre cose che sono state fraintese o quantomeno ignorate.

    Ad ogni modo, apprezzo molto quel che sta facendo Chiara-Gamberetta. Mi dispiace che sia sempre così difficile avere un dialogo sereno. Che ci crediate o meno, quella era la mia intenzione.

    @Il Guardiano: Non ho mai sostenuto che sia preferibile raccontare piuttosto che mostrare. E ritengo che il pezzo che ho scritto sia “mostrato”.

    Mi pare di aver motivato perché non fossi d’accordo con Gamberetta circa i suoi suggerimenti. Non mi sono limitato a dire “a me piace più così”.

    Infine, non ho mai parlato di esigenze editoriali. Ma di esigenze personali. Necessità di chiunque, io credo, si trovi ad affrontare la stesura di un libro con l’intenzione di abbracciare lo “Show don’t tell”.

  27. 189 Gamberetta

    @Giobix. Visto che è un dialogo puoi anche far dire della fuga alla fatina, basta che le sue parole siano abbastanza concrete da comunicare qualche immagine al lettore. Non so:

    – Domicilio?
    – Sotto il ponte del fiume.
    – Stai scherzando?
    – No. Il terzo pilone della sponda destra ha una crepa dal terreno fino a mezza altezza. Io abito lì dentro. – La fatina si accende la sigaretta. – Meglio vivere sotto un ponte che con quella stronza di mia madre.

    Che è ancora raccontato ma almeno si vede qualcosa. Però il punto è che comunque la giri un dialogo non è lo stesso di mostrare la fatina sotto il ponte.

    @tasso barbasso.

    È scritto in prima persona al presente indicativo, il che, in astratto, potrebbe essere un limite (errore?)

    Il presente va bene con la prima persona. È la prima persona stessa a essere difficile da gestire, perché la prima persona dà sempre l’impressione che il narratore stia raccontando gli avvenimenti al lettore ad avvenimenti conclusi. Non è facile contrastare questa sensazione.

    Infatti, nonostante la “voce” della fatina sia buona, i due paragrafi iniziali sono tutti raccontati. Se li tagli vedi che la scena funziona lo stesso – tanto dovevi mostrare che era scappata da casa, non raccontarlo.

    Vari spunti di raccontato che si potrebbero mostrare:

    Lo osservo facendo un elenco mentale di tutte le forme di tortura che conosco.

    Diventa:

    Gli cavo gli occhi. Gli strappo la lingua. Gli mozzo la coda e lo impicco con quella.

    #

    Finalmente ci vede, [...]

    Diventa:

    Appiccica il naso al vetro, sgrana gli occhi [...]

    #

    – Ma io… veramente, adesso non… e poi c’è mia moglie, prima devo chiedere. E comunque…

    I punti di sospensione sono un raccontato. Meglio se riempi le pause, almeno alcune. Non so:

    – Ma io. – China la testa, abbassa la voce. – Veramente, adesso non – Lancia un’occhiata alle spalle. – e poi c’è mia moglie, prima devo chiedere. E comunque…

    #

    - Chi te l’ha detto? – chiede il Rossi, assumendo un colore che ben rappresenta il suo nome.

    Capisco che non vuoi mettere Rossi arrossisce, ma dato che l’hai già chiamato più volte ometto, basta dire:

    L’ometto arrossisce. – Chi te l’ha detto?

    #

    È Buzzurellone, un microdrago viola al quale vorrei tagliare lentamente le ali a fettine sottili.

    Qui il “lentamente” non è malvagio (per quanto possa essere poco malvagio un avverbio), però forse si può rendere più mostrato il sadismo implicito:

    È Buzzurellone, il microdrago viola. Vorrei tagliarli le ali a fettine sottili. Con un coltello smussato e arrugginito.

  28. 188 tasso barbasso

    Facciamo così, io metto qui l’ultima versione intera e senza cancellature e tu cestini tutto il resto. Pace.

    Ieri le ali hanno cominciato a farmi male. Non so, dipenderà dal fatto che sto volando da giorni. È chiaro che potrei anche tenerle ferme, tanto il lavoro vero lo fa la polverina psichica, però mi piace farle vibrare. E poi così divento molto più logica, da un punto di vista umano. Quegli stupidi si spaventano facilmente e un umano spaventato è ancora più inutile. Idioti. Magari ne trovo uno particolarmente fesso che mi assume e si lascia fregare qualche bell’aggeggio. Dio che stanchezza. Se almeno non dovessi portarmi dietro la mia collezione di “tutti gli oggetti fisici della Terra in tutte le loro possibili varianti”! Comunque a casa non ci torno di sicuro, quindi gli effetti personali me li devo scarrozzare.
    Per un istante perdo il controllo, vengo risucchiata da una distorsione temporale, la valigia si apre e un cucchiaino da neonato a forma di papero sparisce nel nulla. Uffa, questi dannati borsoni a compattamento ipotetico multidimensionale sono belli capienti, d’accordo, ma nessuno ha mai pensato di attaccarci un paio di maniglie decenti. Imbecilli. Recupero l’assetto e richiudo la valigia. Ah, eccone un altro, andiamo a vedere se vale la pena di provarci pure con questo. Mi butto in picchiata verso la superficie del mondo reale, devio verso la Terra, decelero fino alla velocità del suono (meglio non esagerare, nelle condizioni in cui mi trovo), faccio due capriole e mi fermo in piedi, con bella espressione impassibile, sul bordo del davanzale della seconda finestra da sinistra, facciata sud, al primo piano della villetta del signor Mario Rossi. Ho sempre avuto una preferenza per le facciate a sud. Oh-Oh, a quanto pare non sono arrivata per prima.
    - Ciao Lamy, che ci fai qui?
    È Buzzurellone, un microdrago viola al quale vorrei tagliare lentamente le ali a fettine sottili. Non da sempre, però, solo da quando lo conosco. Per un certo periodo ho anche pensato di tornare indietro nel tempo per cominciare a odiarlo a partire dall’origine degli universi (vantaggi di noi esserini fantastici), ma poi ho preferito concentrarmi sulla mia collezione.
    - Buzzurellone, io comprendo che i draghetti viola, per di più microcefali, abbiano difficoltà di concentrazione, ma sono sicura che se tu negli ultimi 200 anni ti fossi esercitato, oggi sapresti pronuncia il nome “Lametta” in maniera decente.
    - Certo, Lamy, come no, solo che oggi non ho voglia di sprecare fiato. Il discorso fra noi si sintetizza tutto nella seguente frase: questa zona la controllo io. Mi sono spiegato, Lamy?
    Lo osservo facendo un elenco mentale di tutte le forme di tortura che conosco.
    - Ascolta, Buzzurellone, sono disposta a dimenticare le idiozie che hai detto fin da quando hai cominciato a portare la tua superflua mole in giro per gli universi che bazzichi, incluse queste ultime parole, ma solo a condizione che tu sparisca immediatamente in una delle tue nuvolette puzzolenti.
    - Non attacca, Lamy, l’ho visto prima io.
    - Eccolo, scemo, stai zitto e impara!
    Un ometto calvo emerge dal buio della stanza e si avvicina alla finestra. Avrà una cinquantina d’anni, indossa un gilet a quadri gialli su fondo verde (bleah!) e porta occhiali spessi. Ci vede, sbianca, ondeggia, arretra, si blocca, ride, diventa serissimo, si avvicina alla finestra e comincia ad armeggiare con la leva di apertura.
    - Allora, bello, ce la fai o ti serve un manuale d’istruzioni? – urlo contro il vetro.
    - Questo è tutto mio, cara Lamy.
    - Se fiati ti disintegro.
    Le imposte si aprono. L’ometto mette fuori la testa e ci guarda come se avesse visto un elfo e un troll mano nella mano.
    - Allora, Rossi, io e il mio aiutante, qui – indico Buzzurellone – siamo venuti a darti una mano.
    - Eh?
    - Questo è perfetto – dico piano a Buzzurellone – forse ce n’è per tutti e due.
    - Si, dicevo, il mio aiutante è un po’ stupido però si applica molto. Io poi, posso mettere a posto i cattivoni che ti danno fastidio senza neanche sgualcirmi il vestitino. Allora che fai, accetti?
    - Ma io… veramente, adesso non… e poi c’è mia moglie, prima devo chiedere. E comunque…
    - Senti, ciccio, ascolta la fatina, qui, che ti conviene parecchio a quanto pare – si intromette il draghetto.
    - Si-len-zio! Allora Rossi, la gravità della tua situazione è intuibile: a parte la mogliettina sarai sicuramente lo zimbello di tutto l’ufficio.
    - Chi te l’ha detto? – chiede il Rossi, assumendo un colore che ben rappresenta il suo nome.
    - Lascia stare, bambino. Ecco il contratto – estraggo una pila di fogli in bianco dal borsone a compattamento ipotetico multidimensionale. Noto un po’ di apprensione sul faccione del Rossi – ma si, certo, appena ho un po’ di tempo lo finisco, intanto firma qui sotto.
    - Ma siamo sicuri?
    - Via, Rossi, non è mica per sempre. Io rimango… cioè io e il mio aiutante scemo rimaniamo qualche anno con te, ti raddrizziamo un po’ la vita di relazione, ti freghiamo qualche… cioè tu in cambio ci passi vitto e alloggio, e siamo tutti contenti. Ma lavoriamo solo quando ci pare, eh, sia chiaro. Qualche ora al giorno, non di più.
    Mario Rossi trema. Porta la mano verso il taschino del gilet e tocca una delle sue tre penne d’ordinanza. Un orologio a parete sta ticchettando. Mario comincia a estrarre la penna. La lancetta dei secondi sembra un martello pneumatico. Mario ha la penna in mano. In quel momento entra nella stanza la signora Rossi. È più alta del marito, è più grassa e ha delle enorme mani nodose.
    - Con chi parli, Mario?
    - Io? No, no… niente, niente… è che…
    Il draghetto schizza via con la velocità di un elettrone eccitato e scompare nel nulla. Io rimango con le braccia tese e i fogli bianchi stretti in mano. Le ante si richiudono in un lasso temporale che non raggiunge il decimo di secondo. L’infisso mi colpisce all’altezza dello zigomo sinistro, scivolo oltre il bordo del davanzale e precipito nella sottostante pianta di rose. Alcuni metri più in alto, i vetri di una delle finestre di casa Rossi stanno tremando.

  29. 187 Giobix

    @ Gamberetta. Grazie del commento :)
    Probabilmente ho avuto paura di scrivere troppo, da qui i problemi di dialogo raccontato e il fatto che il tizio sia subito odioso. L’idea richiedeva uno sviluppo più lento e graduale.
    Provo a correggere la parte meno riuscita, anche se il punto di vista che ho scelto non è il più facile per mostrare la fuga da casa e il bisogno di lavoro.

    - Niente, andiamo avanti. Domicilio?
    - Mmh. Incrocia le braccia e abbassa lo sguardo.
    - Mmh? Avvicino la faccia e un odore di vicolo e cassetta di gatto mi entra nel naso. Ha le guancine scavate e due cerchi blu attorno agli occhi. Non mangia e non ha un letto, questo è sicuro.

    Adesso c’è qualche elemento concreto in più che mostra lo stato di bisogno di Lametta. Solo che questo punto finirei per cambiare tutto il proseguimento, mi farebbe troppa pena farla trattare in quel modo ^_^

  30. 186 Gamberetta

    @Lidia. Direi che più o meno ci siamo. Scusa se non entro di nuovo in dettagli, ma se lo facessi poi sarei tenuta a commentare per la terza volta anche eventuali altri esercizi e non finirei più.
    Se vuoi leggere un romanzo con alcuni punti in comune al tuo esercizio, dai un’occhiata a Fate a New York di Martin Millar. Ci sono diverse scene con una fatina che cerca di aiutare un violinista burbero e incapace, e il tizio la tratta pure male. Quasi come il tuo personaggio con l’immaginaria madre malata.

    @Giobix. Siamo sempre lì: un dialogo non è il massimo per mostrare. Infatti la fuga da casa di Lametta si riduce a:

    - Mmh.
    - Mmh?
    - Mh!

    Che non mi mostra molto. Così come è solo raccontato che Lametta abbia bisogno di un lavoro. Vanno bene le cianfrusaglie e il brutto carattere della fatina (sebbene avendo l’altro personaggio un carattere peggiore, la maleducazione della fatina non risalta in particolare).
    L’inizio del dialogo è inverosimile: o il tizio non ha mai visto una fatina e allora non procede così come se niente fosse, oppure ha esperienza di fatine e allora non pensa di essere pazzo quando ne vede una.

    Ciò detto, non è nel complesso un brutto dialogo. C’è una buona interazione tra i personaggi e molti particolari concreti, però non è quello che avevo chiesto.

    @Unoqualunque. / @Mauro. È solo abitudine. È lo stesso discorso di chi abusa dei puntini di sospensione, di chi mette aggettivi e avverbi perché “suonano meglio” e così via. Se partite dal presupposto che certe parole non esistono proprio, alla fine trovate soluzioni migliori mantenendo il ritmo che volete.
    Poi(…) non dico di impazzire su ogni dettaglio. Va benissimo dire: “Non mi viene in mente niente di meglio in un tempo ragionevole, lascio l’espressione raccontata.” Ok. Ma avendo la consapevolezza che si poteva scrivere meglio. Se si parte dall’idea che è giusto anche così, si finisce a scrivere sempre in modo sciatto.
    E bisogna tener presente che non si impara in un giorno: come spiegato nell’articolo sul fantasy italiano, in media occorrono 11 anni di studio ed esercizio per raggiungere un livello di decenza. Non è un problema sbagliare o avere difficoltà, è un problema pensare che gli errori non siano tali.
    In particolare questo atteggiamento è deleterio:

    2) lascio spazio alla fantasia del lettore

    No. No. Mai. Il lettore ti dedica tempo e soldi proprio perché tu ci metta la fantasia. Se il lettore deve immaginare da solo usando la sua di fantasia non ha bisogno del tuo romanzo.

    @Ylunio. Ho apprezzato che non sia un dialogo! ^_^
    In generale mi piace che hai cercato di mostrare senza spiegare, però in alcuni casi sei stata fin troppo criptica. Per esempio:

    Lametta rimase immobile. Un sorriso disteso sulle labbra lilla e il braccio sollevato. Il Moscone si fece sempre più piccolo all’orizzonte. Lametta lanciò la palla di cacca di pecora oltre la ringhiera. – Vai a quel paese!- urlò, rossa fino alla punta delle ali.
    Pecora. Mucca. Quale sarà mai la differenza? Schifosa coprofaga!

    Il collegamento non è così ovvio. Penso che dovevi mostrare il Moscone con un bottone di plastica nella zampa, pronto a consegnarlo a Lametta, però all’ultimo momento annusa l’escremento, ritrae la zampa e vola via.

    Rimase lì. Lasciava dondolare i piedini oltre l’orlo del marciapiede. Quella sembra proprio una pecora. La nuvola rispondeva alla sua occhiata.

    Dopo il dondolio dei piedini, falle alzare gli occhi al cielo. Altrimenti il lettore rimane spiazzato, crede ci sia una pecora sul marciapiede.

    Segnalo un dettaglio, un piccolo errore presente anche in tanti altri esercizi:

    Si caricò lo zaino in spalla e cominciò a volare verso i grandi magazzini.

    Come diceva uno dei due quiz nell’articolo il “cominciare a” è raccontato. Nel caso specifico basta tagliare:

    Si caricò lo zaino in spalla e volò verso i grandi magazzini.

    Non c’entra direttamente con lo “Show don’t tell”, ma se fai a meno dei gerundi viene uno stile più efficace (e perciò anche più mostrato).

    Lametta emise un suono soffocato e si risollevò in piedi, svolazzando e mollando un calcio allo zaino che si chiuse su se stesso, accartocciandosi.

    Qui sembra che contemporaneamente Lametta si rialza, svolazza, calcia lo zaino. Meglio:

    Lametta emise un suono soffocato e si risollevò in piedi. Volò davanti allo zaino e gli diede un calcio. Lo zaino si afflosciò.

    Ho messo afflosciò perché una roba di stoffa mi dà più l’idea che si affloscia che non che si accartoccia.

  31. 185 Ylunio

    Ecco il mio compitino.

    Lametta infilò entrambe le mani nello zaino posato ai suoi piedi, sulla ringhiera di metallo del balcone. I volantini bianchi (la scritta OFFERTE AI GRANDI MAGAZZINI FAIRY TALE glitterata brillò al sole) volarono da tutte le parti. Il Moscone sollevò le zampe anteriori, strofinandole per poi pulirsi la proboscide. Ripeté lo stesso gesto due volte, prima di ronzare: – Allora?-
    Lametta sollevò il viso, soffiando per allontanare una ciocca di capelli che le era scivolata fino al mento. Socchiuse le palpebre. Spezzò a metà lo sguardo. Questa volta si lasciò scivolare dentro lo zaino fino alla cintola.
    Il Moscone ronzò più forte. – Guarda che se non ce l’hai posso sempre procurarmela in un altro modo.-
    Lametta emise un suono soffocato e si risollevò in piedi, svolazzando e mollando un calcio allo zaino che si chiuse su se stesso, accartocciandosi. La Fatina aveva il mento sporco di vernice rossa e un francobollo appiccicato alla manica, ma stringeva nella manina una palletta marrone dalla quale sbucavano fili d’erba rinsecchita. – Hai detto pecora, vero?-
    Il Moscone si sollevò in volo con un piccolo saltello verticale e prese a far frullare le ali.
    Lametta rimase immobile. Un sorriso disteso sulle labbra lilla e il braccio sollevato. Il Moscone si fece sempre più piccolo all’orizzonte. Lametta lanciò la palla di cacca di pecora oltre la ringhiera. – Vai a quel paese!- urlò, rossa fino alla punta delle ali.
    Pecora. Mucca. Quale sarà mai la differenza? Schifosa coprofaga!
    Lametta tornò ad accucciarsi sulla ringhiera, appoggiando la spalla e la tempia allo zaino. Gonfiò il petto in un respiro profondo. Fece scivolare la mano in tasca e contò con i polpastrelli cinque bottoni di plastica.
    Prendevo di più da mamma con la paghetta. L’indipendenza non paga.
    Si caricò lo zaino in spalla e cominciò a volare verso i grandi magazzini.
    Si fermò una prima volta per raccogliere la capocchia di uno spillo. Verde. Mi mancava! E una seconda volta quando adocchiò qualcosa di scintillante fare capolino oltre l’orlo del marciapiede. Perse quota, avvicinandosi e sporgendosi in avanti. Si sistemò lo zaino sulla spalla sinistra, allungando la bretella, per liberare un angolo delle ali rimasto bloccato sotto la stoffa. Sentiva una fitta fastidiosa al centro della schiena. Tutto per cercare quella schifosa palla di cacca…
    L’oggetto oltre l’orlo del marciapiede era senza dubbio la linguetta di una lattina. Lametta si tuffò con le manine protese. Strofinò il metallo contro la stoffa della tunichetta argentata. Posò lo zaino a terra e lo aprì. Fece cadere la linguetta in mezzo al resto, ascoltando il rumore tintinnante del metallo.
    Rimase lì. Lasciava dondolare i piedini oltre l’orlo del marciapiede. Quella sembra proprio una pecora. La nuvola rispondeva alla sua occhiata. Lametta belò. La pecora bianca rimase in silenzio. Lametta si alzò in piedi, portò le mani ai fianchi e mostrò il medio alla nuvolapecora.
    Un volantino portato dal vento le si appiccicò alla gamba.
    Lametta si batté il palmo della mano sulla fronte. I volantini! Ecco cosa stavo facendo! Sollevò gli occhi. Schivò le nuvole e trovò la forma rotonda del sole tra i palazzi. La luce arancione del tramonto fece brillare i glitter dell’annuncio. Lametta tornò a sedersi. Sospirò. – Uno. Due. Tre.- Cominciò a contare le stelle.

  32. 184 Mauro

    Può essere che dipenda solo dall’abitudine, ma sotto certi aspetti mi ritrovo in quanto scrive Unoqualunque: facendo l’esercizio per il secondo manuale, ho cercato di mostrare quanto piú possibile (con che risultato è da vedere); ci sono però alcuni punti in cui ho volutamente raccontato (per esempio: “Il ragazzo si alzò, guardò l’immagine ormai sbiadita, poi si girò”), perché tutte le alternative (virgola, punto e virgola, azione, ecc.) mi convincevano di meno.
    Ho anche notato che rimuovendo (quasi) tutti i “poi” e simili mi è venuta una narrazione molto piú “spezzata”, formata da piú frasi brevi; anche qui magari è questione d’abitudine, ma a rileggere il brano alcuni pezzi mi suonavano strani proprio per quello.

  33. 183 Unoqualunque

    La storia del ritmo può essere vera, ma ci sono molte soluzioni oltre al “poi”. Se cerchi ne trovi quasi sempre una migliore

    E’ proprio questo che mi fa dannare. Non trovo particolare difficoltà a mostrare una scena piuttosto che raccontarla…ma il risultato finale mi delude, e pure parecchio, sotto altri punti di vista. Anche inserendo delle azioni, al posto della punteggiature (virgole o punti poco cambia), come nell’esempio:

    “La scimmia posò la matità, scrutò la fata, si grattò la testa: riprese a scrivere”.

    non mi piace molto…
    Forse non riesco a spiegarmi bene, ma ho come l’impressione che talvolta un efficiente “mostrato puro” possa diventare stucchevole.
    Il raccontato, se utilizzato con sapienza, ha due pregi:
    1) elimino quel fastioso ritmo a singhiozzi, quasi inevitabile nel mostrato
    2) lascio spazio alla fantasia del lettore

    A mio parere ci sono scene che vanno “mostrate” nella loro essenza nuda e cruda, ed altre che possono meglio funzionare raccontandole. Una narrazione divinamente “mostrata”, rischia di togliere al brano quel “calore”, quel “fascino”, quell’atmosfera, quella fluidità, che spesso solo con un’oculata aggiunta del raccontato si possono ottenere.

  34. 182 Giobix

    Ecco il mio esercizio:

    Sono impazzito, non c’è altra spiegazione. Stavo abbassando la
    serranda dell’ufficio e ho visto entrare quella cosa svolazzante. Adesso è seduta sull’orlo del barattolo portapenne e mi fissa dondolando le gambe. Una fatina, ma non graziosa come fiaba comanda, questa ha un paio di ali lacere con scritto “Punx not dead” e una calzamaglia nera piena di buchi.
    - Nome?
    - Lametta.
    - Sì, e poi?
    -Lametta Lametta.
    Si gratta i capelli, estrae un pidocchio e lo lancia sul questionario.
    - Che schifo! – Scuoto il foglio e il pidocchio vola in fondo alla scrivania.
    - Sto cercando di aiutarti, potresti almeno comportarti civilmente?
    - Scusa. – Sbatte il tacco dello stivaletto sul barattolo, con forza. – Che palle, sembri mia madre.
    - Hai pure una madre?
    Mi guarda arrossendo. – Cosa vorresti dire?
    - Niente, andiamo avanti. Domicilio?
    - Mmh.
    - Mmh?
    - Mh!
    - Dove abiti con tua madre, insomma. – Faccio un paio di respiri profondi e sorreggo la testa con le mani, ci vuole pazienza con le risorse umane (e non ).
    - Non abito con mia madre.
    - Sei maggiorenne?
    Salta in piedi sulla scrivania. – Non sono affari tuoi!
    - Devo scrivere la tua data di nascita. Niente dati, niente lavoretto part time.
    Sbuffo, giro gli occhi verso il davanzale della finestra e un brivido mi scuote.
    - Quella è roba tua? – Un sacchetto buttato nel mio vaso di fiori, e la violetta non si vede più.
    - Uh? Certo, è la mia collezione di spille dei Sex Pistols, non volo mai in giro senza.
    Raccolgo il sacchetto dal vaso e guardo la mia piantina spiaccicata.
    - Prendi la tua roba e sparisci. – Digrigno i denti.
    - Ah, io non me ne sono accorta. Cioè, e il lavoro?
    - Il tuo lavoro è sparire prima che ti ficchi le spille nel culo una per una!
    Svolazza davanti a me guardandomi dall’alto in basso – Quante storie per una viol… – Schiva il portapenne che finisce contro il muro e infila la fessura della porta da cui è entrata. Sento la sua pernacchia arrivare dalla strada insieme all’aria fresca della sera.

  35. 181 tasso barbasso

    Scusatemi tutti se intervengo per l’ennesima volta, ma dopo le tante analisi mi sembrava giusto abbozzare anche una personale conclusione sull’argomento (pur sempre temporanea e apertissima a ulteriori contributi da parte di chi fosse interessato), anche in termini operativi.
    Io sono convinto che la tecnica narrativa sia fondamentale quanto il contenuto stesso della narrazione, inoltre non direi mai che “una tecnica vale l’altra”. Io dico, per esempio, che la narrazione non diventa tanto migliore quanto più “mostrato” ci si mette al posto del “raccontato”, anche perché questa idea non mi sembra di per sé “vera” e “oggettiva” (oltre a non convincermi sul piano intuitivo). Inoltre dico che comportarsi come se la suddetta tesi fosse “vera” (ossia come se si trattasse di una “legge di natura”) non è utile.
    Per spiegarmi meglio torno all’esempio della pittura. Un pittore potrebbe convincersi, magari sulla base di ipotetiche teorie scientifiche e osservazioni empiriche, che i quadri ad olio siano quelli più perfetti in termini di “prestazione pittorica”. Di conseguenza lo stesso pittore dovrebbe ritenere che la tecnica dell’olio sia l’unica in grado di consentirgli un “perfezionamento” della sua arte, il ché lo indurrebbe a dipingere esclusivamente quadri ad olio. Una posizione del genere è del tutto legittima e rientra pienamente in quella autoreferenzialità dell’arte di cui si diceva, ma avrà perlomeno altre tre (evidenti) caratteristiche:
    1) È insostenibile sul piano logico-filosofico e, di conseguenza, la sua validità scientifica è “relativa” (come tutte le teorie scientifiche, del resto)
    2) È obiettivamente limitante
    3) Di conseguenza una simile convinzione (evidentemente ideologica) condurrà ad un “campo artistico” più ristretto.
    Coerentemente con questa impostazione, una proposta operativa (al di là delle esercitazioni a tema imposto, che ovviamente saranno sempre tutte utilissime!) potrebbe essere: che lo scrittore si senta sempre libero di utilizzare quante più tecniche narrative possibile, ma sempre in coerenza con quelle che sono le sue caratteristiche (cultura, psicologia, esperienza, ideologie, gusti) e le sue intenzioni comunicative.

  36. 180 Lidia

    Ecco il pezzo.

    “Mi madre ha il Bifidus Activus.”
    “Oh, poverina. E’ tanto grave?”
    “Ha perso i capelli. E un occhio. Domani a mezzogiorno le si stacca un polmone.” Il viso del ragazzo scomparve, nascosto dietro una rivista di automobili.
    “Shh. Ci penso io.”
    Scintilla volò fino a lui, si insinuò fra le pagine e le labbra carnose. Le manine fatate raccolsero una lacrima dal mento e la gettarono fra le radici di un cespuglio. Appena toccata terra, la goccia salata vibrò, si espanse, e prese la forma di un pezzetto di carta, con sei numeri in grassetto. Il ragazzo ci si gettò sopra, e si rialzò con le braccia coperte di graffi e una spina che gli spuntava dalle gengive.
    Rideva e sputava sangue. “Ho vinto tre milioni!”
    Tornò a nascondersi dietro le pagine della rivista. Mormorava.
    “Via Motta 37. Via Motta 37…”
    Scintilla avvertì la propria felicità diffondersi come un liquido caldo, in ogni fibra delle sue tenere alucce, le cui code crebbero di almeno un centimetro. Ora le accarezzavano i polpacci, morbide come seta. Dieci Desideri. Le bastavano altri dieci Desideri e sarebbero maturate del tutto; un sfavillare di blu, rosso e oro, che l’avrebbe avvolta di giorno e di notte.
    “Sei hai ancora bisogno di soldi per curare tua madre…”
    “Ma smamma!”
    Il ragazzo alzò la rivista, come per scacciare una mosca. L’ultima cosa che vide Scintilla, fu l’immagine sempre più grande di una Ferrari Testarossa, che precipitava su di lei.
    “Ehm, scusa. Puoi finirla di giocare nei rovi? Qui c’è gente che ha degli impegni.”
    Scintilla sbatté le palpebre e provò a ronzare. Niente. Era infilzata per le ali a una spina. Guardò su. Sul marciapiedi c’era una fila di donne e uomini.
    “Un attimo e sono da voi” ansimò.
    “Il mio Desiderio era per le 10:40. Sono già le 10:50.”
    “Di nuovo a dispensare Desideri da Pausa Caffé?” Altre fatine la osservavano, riparate alla vista degli umani; i loro occhietti rossi, verdi e gialli ammiccavano, attraverso l’intrico di foglie.
    “Ti salviamo noi. Però tu rinuncia alla tua Lista Desideri.”
    Scintilla ignorò la mano protesa verso di lei; si trascinava in avanti, per liberarsi dalla spina a cui era attaccata come un gambero a uno spiedo.
    “Ce la faccio da sola. E la Lista è mia.”
    Dal cespuglio si alzarono delle risatine. Fra la gente, un mormorio di protesta.
    “Cosa ti sei portata dietro” esclamò un uomo, “un passero col mal di gola?”
    Le fatine risero ancora più forte. “Accoppare nonne per l’eredità e fregare la ragazza al vicino cafone… Tientela pure la tua Lista.”
    Scintilla sbuffò. “Certo. Ci ho messo tre mesi a compilarla.”
    Un’ombra enorme e nera le zittì tutte. Scintilla intravide solo un bruscolo di pelle, sotto la mole di lardo tatuato del camionista.
    Una mano unta la strappò dalla spina.
    “Voglio sapere se la mia Betta mi tradisce.”
    Scintilla lanciò un’occhiata al cespuglio, dove una decina di puntini luminosi la scrutavano fra i rami. Ondeggiavano, come se le fatine stessero tutte scuotendo la testa. Avevano fatto così anche il giorno del Desiderio Numero 5: un vecchio voleva che si spargesse la voce che un Sabato pomeriggio lui era dal barbiere. Non ci aveva trovato nulla di male. Aveva pensato che il vecchio tenesse a esser considerato una persona ordinata. Cura personale, aveva detto lui. Alibi sconcertante, avevano concluso al processo, con tutte le impronte che aveva lasciato sul coltello con cui era stata fatta fuori la sua famiglia.
    “Hm, e se ti dico che Betta ti tradisce proprio?” domandò Scintilla.
    La mano le si strinse un po’ più intorno. Le sue ali scricchiolarono come vecchie imposte. Ancora dieci Desideri… Solo Dieci e sarebbero cresciute del tutto, pensò. Se non si fossero sbriciolate prima.

  37. 179 Il Guardiano

    Purtroppo in questo periodo non ho molto tempo per stare al computer e scrivendo con l’iPhone non ho la possibilità di citare come in realtà vorrei/dovrei. Detto questo, vorrei dire la mia sullo “show, dont tell”. 
    Gamberetta è stata “attaccata” (anche se non mi sembra la definizione esatta) perché riteneva inesatti alcuni passaggi degli svolgimenti dei sui esercizi. 
    Innanzitutto, se ti cimenti in una prova del genere devi accettare le “direttive”, direttive scelte da Gamberetta. Poi puoi svolgere l’esercizio rispettando lo show dont tell o cercare di dimostrare che potrebbe funzionare diversamente. 
    Se vi dico di sviluppare l’esercizio con questi dettagli: Finocchio è un ragazzo un po’ diverso. Ha un rapporto difficile coi genitori ed è scappato di casa perché non si sentiva accettato. Ora passa le sue giornate felice, contento e accettato dai suoi nuovi amici;
    è stupido lamentarsi dicendo che si ritiene inutile mostrare la sua diversità o la sua felicità. È inutile dire che è meglio raccontarlo che mostrarlo; e se si decidesse di sostenere una tale affermazione, bisognerebbe anche dimostrarla ed essere convincente. Non basta “il secondo me è meglio così perché è un gusto personale” perché si esce dell’esercizio stesso e senza essere costruttivo. 
    Un po’ come la maestra che dice alla classe, una volta imparata la regola della moltiplicazione, di svolgere l’esercizio 5×5 e un alunno se ne esce fuori dicendo che ha fatto 5+5+5+5+5 perché secondo lui in questo caso è più utile fare così. No…se l’esercizio è questo, deve essere svolto così. Poi quando ci sarà da risolvere una espressione ognuno potrà scegliere il metodo che ritiene migliore. 
    Poi in linea generale si può discutere di quando si deve usare il mostrato e quando il raccontato. Ma mi pare che anche in questo caso Gamberetta sia stata esaustiva. Il caso in cui, citato da Francesco Barbi (che mi sembra una ottima persona, anche in base a quello che ho visto su anobii), ci sia una esigenza editoriale, mi sembra una scemenza. Se quelle pagine sono belle e utili, è giusto che vengano mostrate e affanculo l’editor e l’editore. Se ci sono altri casi, vorrei comunque conoscerli per una mia cultura personale. 
    Scusate le ripetizioni ma è difficile avere una visione d’insieme dell’articolo e fare le correzioni su un display così piccolo. 

  38. 178 Lidia

    Ma no! Ho tutto il giorno per scrivere altro. Ora mi sono appassionata a questo esercizio, e non lo mollo finché non sono soddisfatta.

    Beh, non è proprio per sbaglio che non ho inserito la storia della ricerca del concessionario. Ho avuto ripensamenti, perché mi dicevo: “Sì, ma come fa poi la gente ad essere in fila per i desideri proprio lì? Scintilla non lo sa dove la stia portando il tipo.”
    Volevo togliere la fila di persone, non l’ho fatto, e alla fine l’effetto è che i concessionari F. spuntano dietro ogni angolo! Arg!
    Facciamo così, scelgo un approccio diverso e la taglio lì!

    Magari farò anche l’esercizio su Lametta. Quello che mi blocca è che non riesco proprio a visualizzare queste cianfrusaglie… Non vedo niente!

  39. 177 Lidia

    @Gamberetta.
    (Sul concessionario. Ho per sbaglio mancato di inserire le due righe in cui il tipo si incamminava per la strada, come se cercasse qualcosa. Lo andava proprio a cercare, il concessionario Ferrari. Pardon!)

    Comunque, grazie per i consigli e per aver letto e risposto subito ad entrambi i pezzi che ho postato.
    Ora torno a scrivere il libro che sto terminando (e mi salvo nel file accanto i tre articoli sulla scrittura).

    Buon lavoro.

  40. 176 Kurdt

    Dimenticavo, strappano l’introduzione dell’autore appena letto (un fesso) non l’intera antologia.

  41. 175 Kurdt

    Ho letto l’articolo, interessante, fondamentalmente sono d’accordo sullo “Show, don’t tell”, ma esageri un pò in alcuni punti e decontestualizzi alcune cose, franintendendole.

    Partendo dal presupposto che a me l’attimo fuggente fa sanguinare i coglioni, e che appenderei Robin Williams per i capezzoli:

    Nel video si parla di poesia; e, il libro che rompono, è un libro che afferma che per apprezzare e capire (non scrivere, nota bene) la poesia, devi conoscerne la metrica.

    Non solo! aggiunge che la poesia possa essere piazzata in un ipotetico asse cartesiano, dove verra inserita e schematizzata, wow.

    Comportarsi in questo modo con una poesia, fa perdere completamente il “sense of wonder” che l’autore ci ha faticosamente instillato, quindi fanno bene a strappare quelle pagine.

    La tecnica serve, anzi, è fondamentale per scrivere, ma quel video non ha niente a che vedere con la battaglia che sostieni.

    Detto questo ti rinnovo i complimenti per l’articolo.

  42. 174 Gamberetta

    @Willie Pete.

    ma se aggiungo dei dettagli come hai detto te, non sto allungando eccessivamente la broda?

    No. Perché il fatto che Scintilla non sia tanto abile a esaudire desideri è uno dei punti chiavi che dovevi mostrare. Se tu fornissi un sacco di dettagli su come è vestita Scintilla o sulla sua ultima vacanza, sbaglieresti. Ma se parliamo del fulcro della questione potevi addirittura imbastire una scena con l’ultimo fallimento di Scintilla.

    @Lidia. Va meglio, sicuramente questa scena è più mostrata dell’altra. Però si può fare di più. L’idea dev’essere che il più possibile non spieghi, sbatti in faccia la realtà al lettore.

    Prendi la primissima riga:

    “Mia madre è tanto malata…”

    Ovvero? Cosa vede il lettore? Cosa vedi tu? Vedi una donna in un letto di ospedale attaccata al respiratore? Vedi una signora in carrozzina con gli occhi offuscati dalla cataratta? Vedi una mano tremante che cerca di aprire un barattolo di medicinali?
    Qualunque sia la visione, scrivila!
    Tu mi dirai che la madre malata non esiste. Fa niente. Tu metti la signora in carrozzina (o chi per lei), poi si capirà che non era la madre del disgraziato. Devi procedere per immagini, non per parole.

    Lo schianto della porta la spedì in mezzo alle spine. Il ragazzo era corso nel concessionario, alla Ferrari più vicina.

    A parte che è un po’ tirato via, non è che i concessionari Ferrari siano comunemente dietro l’angolo… in ogni caso, non dovresti spiegare. Non devi raccontare che il ragazzo è corso dal concessionari, devi mostrare l’auto che sgomma e il ragazzo che si sporge oltre il finestrino con in mano una bottiglia di champagne.

    Risatine acute, che a un orecchio umano suonano sempre come cinguettii di uccelli stonati.

    Qui sei entrata nella storia, dato che non credo proprio in quel momento Scintilla stia lì a pensare a cosa si possono paragonare le risatine delle fatine. E se invece ti interessava questo concetto, dovevi anche qui mostrarlo: mostrare il fastidio degli umani in fila al suono delle risate.

    [...] cominciò a chiedersi se non era il caso di rivedere almeno uno o due punti della sua Lista.

    È raccontato. Io ho scritto, nella presentazione dell’esercizio: “Scintilla [...] ha il vago sospetto che questo [realizzare desideri] non sia il mestiere più adatto per lei”, tu scrivi: “Scintilla cominciò a chiedersi se non era il caso di rivedere almeno uno o due punti della sua Lista [dei Desideri].”
    Hai solo parafrasato.
    Come si mostra? Non so, un umano le chiede un altro desiderio, Scintilla sta per realizzarlo, ha un ricordo dell’ultimo fallimento e chiede consiglio a un’altra fatina (poi magari non lo segue – è testarda).

  43. 173 Lidia

    Ho pensato di non modificare il pezzo che avevo scritto, ma di scriverne proprio un altro. Il primo era un dialogo spiritoso tra Scintilla e la Fata Superiore Fiammetta.
    In effetti, un dialogo può essere efficace per “mostrare” il rapporto tra due personaggi, o sottolineare le loro caratteristiche, magari già espresse, o da approfondire altrove. Ma per mostrare proprio queste caratteristiche… Meglio delle descrizioni. Ho pensato a una scena con meno dialogo. Questo è l’antefatto, insomma, del pezzo che avevo già scritto. Spero di esser riuscita a mostrare la giovane età di Scintilla, il suo orgoglio, la testardaggine, e i suoi primi dubbi sulla sua competenza. :)

    “Mia madre è tanto malata…”
    “Shh. Lo so, l’hai già detto. Ci penso io.”
    Le manine fatate di Scintilla raccolsero una lacrima del ragazzo e la gettarono fra le radici di un cespuglio. Appena toccata terra, la goccia salata vibrò, si espanse, e prese la forma di un pezzetto di carta, fitto di numeri. Il ragazzo ci si gettò sopra, e si rialzò con le braccia coperte di graffi e una spina che gli spuntava dalle gengive. Rideva e sputava sangue. “Ho vinto tre milioni! Sono ricco!”
    “Se hai ancora bisogno di aiuto per tua madre, non esitare a…” Lo schianto della porta la spedì in mezzo alle spine. Il ragazzo era corso nel concessionario, alla Ferrari più vicina. Scintilla provò a ronzare. Ci fu un rumore di carta strappata. Smise subito di muoversi. Le sue tenere alucce! Spuntate da tre mesi, ed erano già sbrindellate, ali da Fata Anziana!
    “Ehm, scusa. Puoi finirla di giocare nei rovi? Qui c’è gente che ha degli impegni.”
    Scintilla guardò su. Una fila di uomini e donne occupava il marciapiede.
    “Un momento e sono da voi” ansimò.
    “Il mio turno era alle 10:40. Sono già le 10:50.”
    Una manina lucente, bianca come la sua, le batté su una spalla. “Di nuovo a dispensare Desideri da Pausa Caffé?”
    Altre fatine la osservavano, riparate alla vista degli umani. Solo gli occhietti rossi e verdi e gialli ammiccavano attraverso l’intrico di foglie.
    Scintilla cominciò a dondolarsi a destra, e a sinistra.
    “Ti aiutiamo noi. Se rinunci alla tua Lista Desideri.”
    Scintilla ignorò la mano protesa verso di lei; si trascinava in avanti, per liberarsi dalla spina a cui era attaccata per le ali come un gambero a uno spiedo.
    “Ce la faccio da sola. E la Lista è mia.”
    Risatine acute, che a un orecchio umano suonano sempre come cinguettii di uccelli stonati.
    “Far evadere gente dalle carceri, accoppare la nonna per l’eredità, e fregare la ragazza al vicino cafone… Tientela pure la tua Lista.”
    Scintilla sbuffò. “Certo. Ci ho messo tre mesi a compilarla.”
    “Finirai nei guai.”
    Un’ombra enorme e nera le zittì tutte. Scintilla intravide solo un bruscolo di pelle, sotto la mole di lardo tatuato del camionista.
    “Ci muoviamo o no? Ho fame.”
    La voce risuonò come una fucilata e la strappò dalla spina. Scintilla roteò e roteò nell’aria. Quando finì spiaccicata contro una manona sporca di grasso, cominciò a chiedersi se non era il caso di rivedere almeno uno o due punti della sua Lista.

  44. 172 Tom

    @Gamberetta:
    Grazie per i nuovi esempi, ho colto la differenza. Purtroppo non mi piace l’ultimo, quello che secondo te rende le cose più nette. Sinceramente preferisco il penultimo, ma è una questione di gusti.

    @Mauro. Sì, è la stessa persona, ma il libro da me citato parla solo ed esclusivamente di lui.
    Il non riuscire a dimenticare era diventato un problema molto serio. Gli creava problemi non solo quando doveva richiamare informazioni diverse, ma anche quando leggeva (per restare in tema). Ad esempio, se nel libro “A” si parlava di una stanza con un camino, a lui veniva in mente la stanza con camino che aveva costruito per il libro “B”, letto magari molti anni prima. E nella sua mente i personaggi del libro “A” si trovavano a interagire con quelli del libro “B”, perché le immagini erano talmente vivide che lui non riusciva a controllarle. Alla fine con grande sforzo si rendeva conto che qualcosa non andava, che la scena non aveva senso, e cercava di riordinare le cose. Non sempre ci riusciva.
    Il trucco della lavagna comunque non funzionava molto bene, e dovette tentare molte strade diverse prima di riuscire a controllare i ricordi. Non imparò mai a dimenticare del tutto, ma almeno imparò a sopprimere i ricordi non necessari in una particolare situazione materiale. Il problema nella narrativa rimase fino alla fine.

  45. 171 Willie Pete

    @gamberetta
    ops scusa XD
    Il mio è un account condiviso, lo uso con mio fratello e non sapevo che avesse lasciato altri commenti ^_^”
    Grazie per il consiglio: ma se aggiungo dei dettagli come hai detto te, non sto allungando eccessivamente la broda? Sarebbero dettagli inutili, e tu dici sempre di evitarli.

  46. 170 Mauro

    Tom:

    “Viaggio nella mente di un uomo che non dimenticava nulla”

    Avevo letto di un uomo con la stessa caratteristica, non so se lo stesso; arrivava a visualizzarsi delle storie, traendo immagini anche da formule scientifiche.
    Aveva però il problema contrario alla norma: non riusciva a dimenticare le cose. Lo aveva risolto immaginando il ricordo scritto su una lavagna, e immaginando poi di cancellare la lavagna. Funzionava.
    Ne parlava, se non ricordo male, Baddeley, in La Memoria. Come funziona e come usarla (ma è solo un accenno, non è un libro sul caso specifico).

  47. 169 Gamberetta

    @Tom.

    Nella mia mente non le è mai successo. Non può semplicemente avene la sensazione? Esempio: mi viene un’emicrania e se chiudo gli occhi posso quasi vedere una scheggia di metallo che mi spacca la fronte. Non mi è mai successo, però. Come posso ricordarlo? Ne ho la sensazione, non il ricordo.

    Lì ho messo un ricordo perché, date le poche informazioni di contorno, se mettevo un crick “vero” poteva sembrare che la fatina era stata sul serio percossa.
    Il problema del “sembra” è che è un giudizio: tu senti la scheggia che ti spacca la fronte, poi ragioni che non è possibile, e allora deduci che sia solo un’allucinazione (sembra che…) dovuta all’inteso dolore. Però in narrativa sarebbe meglio lasciare i giudizi al lettore. Confronta queste tre versioni della stessa situazione:

    Anna ingoiò due pasticche di antidolorifico. Aveva un’emicrania così forte che le sembrava di avere la testa stretta in una morsa e la fronte perforata da un martello pneumatico.

    #

    Anna ingoiò due pasticche di antidolorifico. Le sembrava di avere la testa stretta in una morsa e la fronte perforata da un martello pneumatico.

    #

    Anna ingoiò due pasticche di antidolorifico. Aveva la testa stretta in una morsa e un martello pneumatico le perforava la fronte.

    Nessuna versione è scritta male, tutte e tre sono basate su dettagli concreti. Tuttavia le prime due danno la sensazione che qualcuno ti stia raccontando; non sei proprio lì nella testa di Anna, le sei solo vicino mentre qualcuno ti spiega la situazione. La terza versione è più diretta. Non ci sono più intermediatori.
    E volendo si può essere ancora più netti:

    Anna ingoiò due pasticche di antidolorifico. La morsa le stringeva la testa, il martello pneumatico perforava la fronte.

    ***

    Grazie per la segnalazione del libro, sembra interessante.

  48. 168 Tom

    A proposito degli effetti che il mostrare ha su attenzione e memoria, di cui si parla nell’articolo, volevo proporre un libro che ho appena letto.
    “Viaggio nella mente di un uomo che non dimenticava nulla”, di Alexandr R. Lurija (1902-1977). Edito in Italia da Armando Editore.
    L’autore era uno psicologo russo famoso che ha scritto, tra i tanti testi scientifici, vari libri in cui racconta alcuni dei casi clinici più interessanti. È famoso per essere stato il primo ad affiancare l’analisi della sfera umana a quella prettamente clinica nelle sui indagini.
    Come dice il titolo, il libro parla di un uomo dalla memoria perfetta, un suo paziente. Questa memoria era basata su procedimenti visivi e sinestesici. L’uomo, in pratica, trasformava in immagini visive tutto ciò che acquisiva attraverso i sensi. Sentiva il sapore delle parole, vedeva il colore dei suoni, tutto lo portava a creare vividissime immagini concrete nella sua mente.
    Dopo aver descritto la sua memoria, il libro parla della sua personalità, di come questa “diversità” influisse sul suo vivere sociale, dei vantaggi e gli svantaggi. Per esempio, l’uomo aveva difficoltà a leggere perché non riusciva a gestire le troppe immagini che gli si formavano in mente. Altre volte iniziava a leggere e costruiva nella sua testa la scena, poi, qualche riga dopo, si accorgeva che i dettagli non corrispondevano e andava in crisi, sentendosi costretto a ricominciare da capo.
    Il libro è lungo un centinaio di paginette, lo si legge rapidamente.

  49. 167 Tom

    @Gamberetta:
    Scusa per lo spoiler tag. Mi sembrava più comodo, non avevo pensato ai feed.

    Sul testo:
    Sì, ho sbagliato il nome, me ne sono accorto solo dopo. Grazie per i consigli sulla parte dei capelli, hai ragione. È anche vero che ho solo sfiorato il resto, ma credo sia dipeso dal dovermi limitare a poche centinaia di parole. Penso di poter mostrare anche le altre cose che hai raccontato, ma non credo che riuscirei a farlo in un paio di paragrafi.
    Sul suggerimento dell’orologio a cucù, sì, mia culpa. Credevo che farla parlare fosse sufficiente a mostrare, il resto del passaggio è debole.

    C’è una cosa però su cui però non mi hai convinto del tutto.

    Avrei scritto:

    Si mise in ginocchio e portò le mani alla bocca. Quando Valvolina le aveva spappolato la mascella con il crick aveva fatto meno male. Passò l’indice lungo il profilo dei denti. Nessuno ballava.

    Ecco. Mi piace quando dici che passa l’indice sui denti, ma non sono d’accordo sul riferimento a Valvolina. Nella mia mente non le è mai successo. Non può semplicemente avene la sensazione? Esempio: mi viene un’emicrania e se chiudo gli occhi posso quasi vedere una scheggia di metallo che mi spacca la fronte. Non mi è mai successo, però. Come posso ricordarlo? Ne ho la sensazione, non il ricordo.

  50. 166 Gamberetta

    @Tom. Ho tolto gli spoiler dal tuo commento, d’ora in avanti usa gli spoiler solo se sono davvero spoiler. Le persone che seguono la discussione via feed non possono aprire gli spoiler, è fastidioso. Dunque usali solo quando sono davvero necessari.

    Venendo all’esercizio e assumendo che parlavi di Lametta e non di Fiammetta: sono mostrate le cianfrusaglie, ma poco altro. Inoltre io ho raccontato che le cianfrusaglie ostacolano la ricerca di un lavoro, mentre qui le usa per liberarsi. Il fatto che Lametta sia scappata da casa o debba cercarsi un lavoro l’hai solo raccontato.

    Qualche esempio più spicciolo di raccontato che può essere migliorato:

    Si mise in ginocchio e portò le mani alla bocca. Aveva la sensazione che qualcuno le avesse spappolato la mascella con un crick, ma i denti sembravano tutti al loto posto.

    Non è un brutto passaggio, però “aveva la sensazione” e “sembravano” attutiscono l’impatto della situazione.
    Avrei scritto:

    Si mise in ginocchio e portò le mani alla bocca. Quando Valvolina le aveva spappolato la mascella con il crick aveva fatto meno male. Passò l’indice lungo il profilo dei denti. Nessuno ballava.

    #

    “No, no, no. Idiota, idiota, idiota”. Fiammetta aveva capito che non sarebbe mai arrivata in tempo al colloquio.

    È raccontato. Qui ci vuole davvero poco per mostrare:

    L’orologio a cucù appeso alla parete batté le cinque. “No, no, no. Idiota, idiota, idiota”. Il colloquio era per le quattro!

    #

    Si infilò le mani tra i capelli e rovistò. Incontrò e ignorò la moneta bucata, l’anello umano, il filtro di sigaretta che usava come cuscino. Alla fine le dita si chiusero sulla spilla da balia che portava attaccata a una treccia.

    Ho barrato le tracce di raccontato. Il brano funziona lo stesso ed è più elegante.

  51. 165 tasso barbasso

    Un ultima osservazione, per completezza e perché mi pare che date le necessità espositive avevamo dovuto sacrificare l’immediatezza di esempi concreti.
    Segue un esempio sulla pittura (che io considero un’arte, con la “a” rigorosamente minuscola, quanto la letteratura di qualsiasi genere).
    È pensabile che sulla base di una serie di ricerche scientifiche e osservazioni empiriche – dalle quali, nell’ambito di un certo schema di riferimento formale (ma sempre auto referente, come sappiamo), risulta che la pittura ad olio stimola maggiormente la percezione visiva rispetto ad altre tecniche, e partendo dal presupposto intuitivo (anche questo auto referente) che lo stimolo della percezione visiva abbia qualcosa a che vedere con un determinato concetto (pre-concetto, evidentemente) in merito alla qualità oggettiva dei quadri – noi siamo portati a sostenere che i quadri “migliori” siano quelli ad olio, e che nel caso si volesse usare una tecnica mista (sbagliato ma possibile, visto che ad alcuni pervertiti piacciono anche le cose sbagliate), si dovrà utilizzare quanto più olio possibile al fine di produrre in miglior quadro possibile. Di conseguenza un ipotetico pittore che si sentisse poco portato per l’olio, se non vorrà essere condannato per questa sua oggettiva mancanza – in virtù delle legge per cui sarebbe sbagliato produrre quadri imperfetti (si potrebbe addirittura parlare di immoralità, visto che conosciamo la differenza tra ciò che è oggettivamente più perfetto e ciò che lo è meno) -, dovrà necessariamente imparare a usare l’olio e dovrà usarlo il più possibile.
    Ora, mi sembra evidente che un simile discorso sia non solo insostenibile sul piano scientifico, logico e ontologico (per i motivi che abbiamo già parzialmente mostrato), ma anche intuitivamente insensato e, probabilmente, deleterio.

  52. 164 tasso barbasso

    Voglio chiarire (ulteriormente) una cosa. Con i miei ragionamenti non intendevo negare la validità di determinate tecniche narrative (magari in favore di altre) e tanto meno avevo l’obiettivo di creare dubbi sulla utilità dell’esercitazione proposta o sulla opportunità che il tutto si svolgesse in un “contesto magistrale” (come ben diceva qualcuno). Al contrario, il tutto mi sembra molto interessante e avanzato.
    In realtà intendevo soprattutto aggiungere nuovi elementi alla discussione che si era aperta su alcuni argomenti di fondo (anzi, più che aggiungere direi rafforzare e precisare, dal mio punto di vista, una linea di pensiero già mostrata da altri), allo scopo di discutere ciò che mi sembrava discutibile. Il tutto, ovviamente, nella convinzione che precisare certe idee possa concretamente facilitare il lavoro dello scrittore di narrativa (inteso sia come creazione dell’opera che come ricerca letteraria).
    Pr il resto, è naturale che chi si pone come insegnante insegni i dati di cui è a conoscenza, nella cornice del proprio (soggettivo) punto di vista, e chi si pone come apprendista (io compreso) studi la materia utilizzando anche la guida dell’insegnante. Non c’è altra via, direi.

  53. 163 Tom

    All’inizio non volevo fare l’esercizio perché so che le fatine esistono e ho paura che mi vengano a cercare.
    L’esempio di tutti gli altri coraggiosi però mi ha convinto.

    Ecco il mio brano:
    Fiammetta sbatté le ali e prese lo slancio con le gambe. Spiccò il volo. Uno strattone sembrò staccarle i piedi e cadde in avanti, faccia e gomiti a terra.
    “Ahi!”
    Si mise in ginocchio e portò le mani alla bocca. Aveva la sensazione che qualcuno le avesse spappolato la mascella con un crick, ma i denti sembravano tutti al loto posto. Si buttò su un fianco e torse la schiena per guardarsi i piedi. Affondavano fino alla caviglia in una grande gomma da masticare rosa. Era viscida, appiccicosa e ancora umida. Fantastico.
    “No, no, no…. No…” Era in ritardo. Non era possibile, era una maledizione. Non vedeva altre spiegazioni. Le parole di sua madre mentre se ne andava di casa le risuonarono in testa: “Vivere da sola? Ma se non sei nemmeno capace di scegliere i posti dove posarti!”. Ecco dimostrato che la vecchia aveva ragione. Odiava che le vecchia avesse ragione. Purtroppo la vecchia aveva sempre ragione, in un modo o nell’altro.
    Qualcuno atterrò alle sue spalle.
    “Oh, accidenti! Serve una mano?”
    Fiammetta decisi di contare fino a dieci. Si arrese al tre.
    “Che razza di domanda è? Ma va a quel paese.”
    “Ah, sei tu Fiammetta…”
    La voce sconosciuta volò via.
    “No, no, no. Idiota, idiota, idiota”. Fiammetta aveva capito che non sarebbe mai arrivata in tempo al colloquio. Le serviva quel lavoro. Le serviva come l’aria.
    Si infilò le mani tra i capelli e rovistò. Incontrò e ignorò la moneta bucata, l’anello umano, il filtro di sigaretta che usava come cuscino. Alla fine le dita si chiusero sulla spilla da balia che portava attaccata a una treccia. Se la tirò in grembo e l’aprì. Quando la molla scattò l’ago le sparò in faccia una pioggia di frammenti di ruggine. Si passò una mano sugli occhi per eliminare la polvere. La ciocca di capelli che si era impigliata ai bracciali le finì in bocca. Con i nervi sul punto di spezzarsi si infilò due dita tra i denti e raschiò sulla lingua per eliminare i capelli. Al terso passaggio non li aveva ancora trovati. Il tempo intanto correva.
    “Ma cazzo! Cazzo!”
    Scalciò con forza, sbatté i pugni a terra, agitò le gambe. Sollevò la spilla da balia e la scagliò a terra, poi con un grido si portò le mani alla testa nel punto in cui la treccia le aveva tirato con forza.
    “Uno, due, tre…”
    Inspirò e espirò. Ripensò alle lezioni di yoga e svuotò la mente.
    “Cazzo, cazzo, cazzo”.
    Inspirò, espirò.
    “…nove, ma cazzo! Dieci…”
    Raccolse la spilla da balia e piantò l’ago arrugginito nella gomma, cercando di liberarsi i piedi.

  54. 162 tasso barbasso

    @Tapiroulant.

    Invece di ricercare il fondamento oggettivo della propria posizione, imporla in modo puro e semplice: vale a dire, dare una propria definizione di cosa sia un’opera artisticamente degna, ed escludere tutto il resto.

    Certo, esattamente il classico procedimento autoreferenziale con cui ogni artista, dopo aver appreso la storia e le tecniche della propria arte (e non solo), modella il proprio linguaggio artistico. Poi ci si può raggruppare in scuole, seguire tendenze, formulare tesi e costruire sistemi più o meno convincenti, più o meno rigidi, più o meno adeguati alle singole specifiche “realtà” in cui si tenterà di utilizzarli (perché c’è anche il caso che il povero scrittore “X” non ci si ritrovi proprio a scrivere nel modo “Y”, e allora preferirà la tecnica “Z”, in quanto poco gliene cale che taluni sostengano che “Y” lo porterà certamente più vicino ad una fantomatica ed affascinante perfezione… ed è anche probabile che con “Z”, lui, ottenga risultati soggettivamente molto migliori di quanto avrebbe potuto tentando di utilizzare “Y”). Poi c’è ancora l’eventuale evoluzione: individuale, collettiva e storica. E chi più ne ha, per favore, più ne metta!

    I discorsi di filosofia stretta invece, alas, sono inutili, come giustamente osserva Gamberetta, e non producono cambiamenti. Interessanti, è vero, ma da farsi a tempo perso.
    E’ questo che intendi dire con approccio ‘empirico’?

    Scusa, sinceramente non ho capito la domanda. La filosofia, di per sé, non mi sembra né utile né inutile, tutto dipende da come la si usa. D’altra parte la filosofia, intesa come ricerca della conoscenza, è dappertutto, è usata necessariamente da tutti (inclusi i divulgatori e gli insegnanti di tecniche narrative) ed è una delle poche cose che “producono cambiamenti interessanti”. Con “approccio empirico”, in questo specifico contesto, intendo semplicemente una modalità di pensiero e di azione che si muova su linee differenti (e per certi versi opposte) rispetto al puro razionalismo positivista. In termini meno astratti: una seria ricerca artistica, alimentata dallo studio e dalla pratica delle tecniche e sostenuta da una consapevole speculazione estetica (parlo della branca della filosofia), può far parte di un “approccio empirico”, ammesso che il tutto sia inquadrato nella consapevolezza del fatto che l’intero processo rimarrà pur sempre soggettivo ed autoreferenziale; puntare alla costruzione di opere oggettivamente e intrinsecamente perfette, in virtù di tecniche, sistemi e teorie dell’arte che si immagina come apportatori di perfezione oggettiva, in un quadro di “evoluzionismo dell’arte”, ecco, tutto questo non ha niente a che vedere con un approccio empirico, secondo me.

  55. 161 Gamberetta

    @Willie Pete.

    Questo è il mio primo commento, anche se bazzico sul blog da poco dopo che chiudesse XD.

    Veramente hai lasciato già altri due commenti. ^_^

    Venendo all’esercizio, sempre la solita faccenda: un dialogo tende a raccontare, se si vuole mostrare non sempre è la scelta migliore. Infatti se noti si parla di magie, ma nel corso della scena non se ne vede mezza. Così come si parla di Scintilla redarguita, ma non la si vede in lacrime di fronte alle altre fatine della classe.
    Prendi anche qui:

    - Facile parlare quando non hai appena fallito la terza missione consecutiva!

    Puro raccontato. Anche se è un dialogo avresti dovuto provare a inserire qualche dettaglio, non so:

    – Facile parlare, non sei tu la fatina che ha appena sfondato un tetto con un pescecane. Il bambino voleva un cagnetto, la ragazzina un pesciolino per l’acquario. Pensavo di farli felici entrambi…

    Il dialogo è simpatico, ma non mostra molto.

    @Francesco Barbi.

    Sì, tutto da mostrare, ma alle volte si incontrano delle problematiche che il poter raccontare risolverebbe. Se non si vuole raccontare, allora c’è da pensare. Di più.

    Come più volte è stato ribadito, mostrare è (molto) difficile. E dunque?

    Nel primo caso, Lametta non si contiene e interrompe il suo interlocutore per fargli una confidenza, come se non vedesse l’ora di fargliela. La battuta rivela qualcosa del carattere della fatina e del rapporto che ha con l’umano.

    E allora? L’esercizio era trasformare in mostrato quello che io ho raccontato. Non si parlava di rapporti con gli umani. Se io racconto:

    Lametta è scappata da casa [...]

    E tu “mostri”:

    – Sono scappata di casa.

    Sei molto vicino a prendermi per i fondelli.
    E rimane fiacco. “Scappata da casa” è un’espressione troppo generica per esprimere quel concetto. “La mamma mi ha buttata fuori a calci”, “Ho perso le chiavi nella discarica”, “Le ruspe hanno spianato il quartiere”, qualunque cosa ha più particolari concreti.

    Anche il pensiero dell’uomo non mi pare fiacco. Mi sembra chiaro che ciò che gli dà fastidio sia l’ennesima puntualizzazione della fatina circa il fatto che vuole un lavoro sì, ma part-time. Mi pare di aver sottolineato a sufficienza la “questione part-time” perché il lettore possa condividere la sensazione di fastidio dell’umano.

    Se questo fosse vero – per me non lo è, ma assumiamo lo sia – non c’è bisogno che tu dica che l’umano è nervoso. Se l’hai chiaramente mostrato, è superfluo ribadirlo. Rimane poi il fatto che “nervoso” (“dà i nervi”) è un termine astratto e sarebbe meglio trasformarlo in concreto. Il punto è già stato più volte discusso nei commenti.

    Dopodiché non è che voglia convincerti: a me non ne viene in tasca niente – pensala come vuoi, se sei convinto che quello che hai scritto sia un buon dialogo o che sia un esempio di mostrato, fatti tuoi – parlo per gli altri che seguono la discussione in modo che non venga loro in mente di imitarti.

  56. 160 Francesco Barbi

    Non mi sono spiegato bene. Per difficoltà a livello “macroscopico” intendevo quegli aspetti che ci si trova ad affrontare quando si sta scrivendo un racconto lungo o un romanzo seguendo in maniera stretta il principio dello “Show don’t tell”. Non nella descrizione della singola scena, bensì nell’architettura generale del libro. Perché se io voglio scrivere un libro mostrando sempre, devo fare delle scelte. Innanzitutto devo scegliere quali scene mostrare e quali posso evitare. Se ho a che fare con diversi personaggi, non posso seguirli tutti, sempre: spesso ciò che fanno non è interessante o essenziale per lo svilupparsi della trama e io deciderò di non mostrarlo. Ma, visto che presumibilmente quei personaggi non sono rimasti ibernati, dovrò in qualche modo recuperare le informazioni di ciò che hanno fatto o di quel che gli è successo nel frattempo.
    L’esempio del viaggio in cui niente ha da succedere. Raccontarlo, sebbene possa costare poche righe, è bruttino, sono d’accordo. Far capitare per forza qualcosa, e spendere pagine per mostrarlo però non mi pare proficuo. Si genera quindi un buco, un salto temporale che non sempre è facile colmare, se si vuole mantenere l’ordine cronologico nel susseguirsi delle scene che riguardano i diversi gruppi di personaggi (le cui azioni potrebbero tra l’altro sovrapporsi sul piano temporale).
    Insomma, secondo me, il discorso non è così banale e non si risolve con “Tutto da mostrare.” Sì, tutto da mostrare, ma alle volte si incontrano delle problematiche che il poter raccontare risolverebbe. Se non si vuole raccontare, allora c’è da pensare. Di più.

    Venendo all’esercizio, stavolta non mi trovo d’accordo con i tuoi suggerimenti.

    Nel primo caso, Lametta non si contiene e interrompe il suo interlocutore per fargli una confidenza, come se non vedesse l’ora di fargliela. La battuta rivela qualcosa del carattere della fatina e del rapporto che ha con l’umano. Infine mi sembra più realistica (se non altro per come ho immaginato io la fatina) rispetto alla reazione a mio parere piuttosto banale che mi hai proposto.

    Anche il pensiero dell’uomo non mi pare fiacco. Mi sembra chiaro che ciò che gli dà fastidio sia l’ennesima puntualizzazione della fatina circa il fatto che vuole un lavoro sì, ma part-time. Mi pare di aver sottolineato a sufficienza la “questione part-time” perché il lettore possa condividere la sensazione di fastidio dell’umano. La tua proposta vanifica le parole e gli scambi di battuta che ho speso in precedenza e mostra una fatina e un umano un po’ stereotipati.

  57. 159 Tapiroulant

    Errata corrige:

    che va bene scrivere il romanzo concentrando l’attenzione scena per scena (piano microscopico),

  58. 158 Tapiroulant

    @tasso barbasso:
    Sono d’accordo con te, e del resto mi pare di aver discusso di questo anche con la stessa Gamberetta.
    C’è in realtà una soluzione semplice alla questione. Invece di ricercare il fondamento oggettivo della propria posizione, imporla in modo puro e semplice: vale a dire, dare una propria definizione di cosa sia un’opera artisticamente degna, ed escludere tutto il resto. Ovviamente, per essere convincente, tale assunzione dev’essere accompagnata da argomentazioni ragionevoli; cionondimeno, si tratta comunque di un’assunzione arbitraria.
    Tutto questo, Gamberetta lo fa già. Lei muove da queste assunzioni arbitrarie: un’opera è tanto migliore quanto più favorisce l’immedesimazione del lettore, tanto più facilmente le immagini si generano nella testa del lettore, e quanto più risulta assente la presenza fisica dell’autore. Sono posizioni ragionevoli? Sì. Sono posizioni fondate oggettivamente? No.
    Ogni cambiamento (nell’arte come in altri campi) muove da posizioni simili. E’ oggettivo che poetare in volgare sia meglio che poetare in latino? No. Tuttavia è ragionevole, e la passione con cui Dante e altri autori hanno argomentato questa posizione ha contribuito al trionfare di questo modello sul vecchio. E’ oggettivo che il new weird sia migliore dell’high fantasy tolkeniano? No. Tuttavia, se molti buoni autori difenderanno questa posizione e produrranno buoni romanzi, questa posizione prenderà piede e potrebbe rimpiazzare la precedente.
    I cambiamenti si ottengono mescolando la passione e il ragionamento, la scienza e la violenza; e colpendo i lettori nell’intelletto e nella volontà. Questo è l’unico atteggiamento utile.
    I discorsi di filosofia stretta invece, alas, sono inutili, come giustamente osserva Gamberetta, e non producono cambiamenti. Interessanti, è vero, ma da farsi a tempo perso.
    E’ questo che intendi dire con approccio ‘empirico’?

    @Gamberetta:

    È una contraddizione di termini: se ti accorgi che sei su un piano “macroscopico” vuol dire che stai sbagliando qualcosa. Lo “Show don’t tell” ti dice: scendi dal piano “macroscopico”, trasformalo in dettagli!

    Penso che con “macroscopico” Barbi intendesse quello che diceva anche Flaubert: che va bene scrivere il romanzo concentrando l’attenzione scena per scena (piano macroscopico), ma in un secondo momento lo scrittore deve dare un’occhiata alla costruzione d’insieme (piano macroscopico); e nel caso, sacrificare la perfezione delle singole scene se questo può migliorare la perfezione del quadro d’insieme (problema tutt’altro che immaginario: a partire dal primo Ottocento, quasi tutti i grandi romanzieri se lo sono posto. Né è automatico che scene singolarmente costruite molto bene portino a un bel romanzo nel suo complesso). Comunque poi Barbi specifica il discorso nelle frasi successive, che tu hai citato.

  59. 157 tasso barbasso

    @Gamberetta.

    Le questioni filosofiche sono anche interessanti, ma all’atto pratico di chi vuole imparare a scrivere, non so bene quanto siano utili.

    Appunto. Come dicevo, bisogna decidere se presentare la questione in termini logico-filosofici o in termini empirici. Nel primo caso andremo a naufragare (fino a prova contraria) sugli stessi scogli su cui si sono arenati i positivisti, nel secondo caso potremo “tornare con i piedi per terra” ma saremo costretti a rinunciare all’illusione della qualità oggettiva ed intrinseca dell’opera e, di conseguenza, all’idea che si possa ideare una tecnica in grado di rendere sempre l’opera oggettivamente più perfetta (o che esistano, simmetricamente, tecniche che di per sé e oggettivamente “corrompono” l’opera). Ma questo nulla toglie alla necessità di studiare, insegnare e imparare le tecniche di creazione dell’arte, ovviamente.

    Anche perché c’è pure chi dice che la vera Arte è pura estetica, pura astrazione slegata da ogni vicenda umana; se per esempio un romanzo è leggibile e comprensibile da chiunque non è Arte.

    Mai sentito dire. Comunque non c’entra con il nostro discorso.

  60. 156 Puls3

    Gamberetta@ Ok, con questo m’hai convinta. La mia lancia a favore della tecnica narrata resta in alcuni casi, come quello già portato, ma ci tengo a specificare: solo se in effetti viene usato ad arte, almeno attualmente. Come la spezzo per qualsiasi sperimentazione consapevole.

  61. 155 Willie Pete

    Ottimo articolo!
    Questo è il mio primo commento, anche se bazzico sul blog da poco dopo che chiudesse XD.
    Sono abbastanza d’accordo su tutta la linea. Approvo l’intervento di Francesco Barbi: secondo me potresti approfondire le conseguenze macroscopiche dovute all’uso continuo del mostrato.

    Ora provo a fare il compito:

    - Dai, rilassati. Vuoi una sigaretta?
    - Mi prendi in giro? Quella roba è più lunga del mio braccio!
    Andrea sogghigna. Arrossisco.
    - Eddài Tilli, non tenermi il broncio, avevi detto che non l’avresti più fatto! La prossima volta andrà meglio.
    - Facile parlare quando non hai appena fallito la terza missione consecutiva!
    Andrea sospira, fa un lungo tiro e alita fuori dalla finestra. Dal mio posto, seduta sull’astuccio della sua scrivania, scuoto la testa.
    - Sai che ti fa male…
    - Oh, andiamo! Al massimo ti chiederò di fare bibì bibò e mi darai due polmoni nuovi, no?
    Sorride ancora.
    - E va bene, ma poi fino alle sei non ne fumi più.
    - Aguzzina…
    - Piantala. Hai studiato matematica, almeno?
    Andrea mi guarda attonito, poi comincia ad allargarsi il collo della camicia. Lo fa sempre, quando mi disubbidisce.
    Sospiro.
    - E va bene! Per questa volta bariamo, ma è l’ultima, chiaro?
    Il sorriso di Andrea va da un orecchio all’altro. I suoi occhi strabuzzati lo fanno sembrale un bambino dell’asilo. – Sei un angelo, Tilli!
    - No, sono una che non sa fare il suo lavoro.
    - Non hai tipo una scuola, o qualcosa del genere? Voglio dire, esaudire desideri è un gran casino, se non ti spiegano cosa esaudire e cosa no…
    Arrossisco di nuovo. Bisbiglio.
    - Che hai detto?
    - Mi hanno cacciata!
    - Davvero? E perchè?
    - La maledetta preside, quella befana insopportabile! Lasciamo perdere, va’…sempre a urlare: “tu non sarai mai una brava fatina, Farfalcampanula Scintilla !” Quanto la odio!
    Andrea fa un ghigno appena accennato, e mi prende nella mano. Con la sinistra comincia a solleticarmi le ali.
    - Oh… basta! E va bene, mi arrendo, non ti farò più il muso, ma adesso smettila! Ah ah… basta, per favore!

  62. 154 Gamberetta

    @Puls3.

    Come il discorso Lovecraft, che aveva indubbiamente molti difetti, o chi per lui: perché pensare che se avesse usato la tecnica odierna il racconto sarebbe stato “meglio”?

    Perché se vuoi imparare a scrivere bene devi analizzare quello che hanno scritto gli altri e capire dove sono stati bravi e dove no. Il giudizio globale (“funziona” o “non funziona”) può andare bene se sei semplice lettore. Se sei scrittore devi dire funziona per questa e quest’altra ragione e nonostante questo e quest’altro errore. Se avessi modificato qui sarebbe stato meglio, correggendo quell’errore probabilmente bisogna cambiare anche in quel punto e in quell’altro. Al limite ti metti lì e lo riscrivi per verificare se le tue ipotesi erano giuste.

    @tasso barbasso. Le questioni filosofiche sono anche interessanti, ma all’atto pratico di chi vuole imparare a scrivere, non so bene quanto siano utili. Anche perché c’è pure chi dice che la vera Arte è pura estetica, pura astrazione slegata da ogni vicenda umana; se per esempio un romanzo è leggibile e comprensibile da chiunque non è Arte.
    Posizioni affascinanti, ma poco utili.

    @Francesco Barbi.

    Forse potresti dare spazio anche alle difficoltà che si incontrano sposando lo “Show, don’t tell” a livello più “macroscopico”

    È una contraddizione di termini: se ti accorgi che sei su un piano “macroscopico” vuol dire che stai sbagliando qualcosa. Lo “Show don’t tell” ti dice: scendi dal piano “macroscopico”, trasformalo in dettagli!

    la necessità di sintesi (o comunque l’incastro e la condensazione delle informazioni affinché la trama sia portata avanti), il recupero delle informazioni perse, i salti di scena e la gestione della cronologia degli eventi, giusto per dirne qualcuna.

    Niente di tutto ciò richiede per forza il raccontato. Puoi fare tutto in base al mostrare o tagliare, lasciando il raccontato come eccezione.
    Tralasciando la necessità di sintesi perché è più un discorso commerciale (stare dentro tot pagine) che non di narrativa, le altre cose le mostri. Ci sono mille modi per mostrare le informazioni, non ci vuole niente a far capire che una scena è conclusa e un’altra comincia, basta pochissimo a far intuire quanto tempo è passato. Tutto da mostrare.

    Venendo all’esercizio. Solito problema: un dialogo non è il massimo; vero, raccontano i personaggi e non il narratore, rimane raccontato.
    In ogni caso, anche rimanendo nell’ambito del dialogo, bisogna affidarsi a particolari concreti. È fiacco scrivere:

    – Sono scappata di casa.

    Meglio:

    – Puzzi.
    La fatina afferra un lembo del vestitino. Avvicina il tessuto alla faccia. Storce il nasino. – Be’, vorrei vedere te a dormire in un canale di scolo sotto un ponte per una settimana.

    Così come un pensiero quale:

    Cazzo se mi dà ai nervi, però.

    Può diventare:

    Sorrido alla fatina. – Se continui a saltellare sulla tastiera, ti taglio le ali.
    – Scherzi.
    Sollevo le forbici. – No.

  63. 153 Francesco Barbi

    Molto bello anche questo articolo. Mi permetto qualche osservazione, spero costruttiva: di nuovo mi pare che tu abbia sentito l’esigenza di dimostrare che questa sia la via migliore (mi è piaciuta in particolare la terza motivazione, degna di nota e di eventuali approfondimenti) e tu ti sia concentrata molto sul come non scrivere. Forse potresti dare spazio anche alle difficoltà che si incontrano sposando lo “Show, don’t tell” a livello più “macroscopico”: la necessità di sintesi (o comunque l’incastro e la condensazione delle informazioni affinché la trama sia portata avanti), il recupero delle informazioni perse, i salti di scena e la gestione della cronologia degli eventi, giusto per dirne qualcuna.
    Hai già accennato, o lo hai detto tra le righe, al fatto che la scelta di mostrare ricade inevitabilmente sulla gestione del PoV… Qualche tempo fa tu mi parlasti del non-stile. La sensazione è che invece adesso, man mano che pubblichi questi articoli, tu stia costruendo uno stile ben preciso, efficace e rigoroso. Ammetto di condividerne i punti salienti e sono convinto di averne anche abbracciato le caratteristiche, però non affermerei che sia l’unica via valida… Di certo la considero una via valida. Per ricollegarmi agli interessanti interventi di tasso barbasso, in effetti per me anche l’impostazione, le costruzioni e gli sviluppi che interessano e hanno interessato le scienze (persino la matematica) costituiscono una delle infinite vie che l’uomo poteva imboccare e ha imboccato… In questo sono incline a pensarla come i costruttivisti.

    Ho visto che molti si sono cimentati nel compito a casa e mi è saltato subito all’occhio il fatto che per mostrare ciò che tu hai raccontato in 4 o 5 righe, ne sono state necessarie come minimo 40 o 50. D’altra parte, per mostrare quelle 5 o 6 cose, si deve costruire un contesto, immaginare la storia e il carattere dei personaggi, riflettere su ciò che li muove, ecc… Tutte informazioni che, se vengono mostrate, sono senza dubbio interessanti. Vengono fuori idee, immagini, suggestioni, e questo è il bello dello scrivere così. D’altra parte quando si scrive un racconto o un romanzo, c’è necessità di portare avanti la storia e non soltanto di descrivere situazioni, luoghi e personaggi. Secondo me, le difficoltà nascono e si superano cercando di trovare un ragionevole equilibrio (con elevata densità di informazioni).

    Il compito a casa:

    Lo schermo del computer è l’unica luce nel mio studio.
    Un ticchettio alla finestra.
    Sospiro. Mi alzo, le apro uno spiraglio. Lametta schizza dentro e vola sulla scrivania.
    - Voglio un lavoro.
    - Che?
    - Part-time però.
    - Part-time.
    - Eh, be’, sì. Come sai, la mattina se ne va quasi tutta dietro ai fiori, e dopo pranzo devo gironzolare, rubare e fare i dispetti ai mocciosi. Mi rimane giusto un’oretta per classificare gli oggetti smarriti.
    - Sì, smarriti. – Scuoto la testa. – Lametta, ma cosa stai dicendo?
    - Che voglio un lavoro.
    - Un lavoro. Dici sul serio?
    - Part-time.
    - Sì, ho capito. Part-time. Ma tu sei una fatina e le fatine…
    - Sono scappata di casa.
    - Ah.
    - Già. Non dire niente.
    - Va bene. – Mi liscio i baffi. – Non dico niente.
    Lametta apre il sacchetto che porta in spalla e lo rovescia accanto al mouse. Sta ricontrollando, chissà quante volte l’ha già fatto, che ci sia tutto il bottino di stasera… un mozzicone di matita, due perline, un pezzo di spago, una mezza pasticca… Si è già fregata la mia gomma.
    - Allora, per il lavoro? – chiede. Non mi guarda, fissa la pasticca fra le sue mani.
    - Sì, già, il lavoro… Un lavoro…
    - Part-time.
    Cazzo se mi dà ai nervi, però.
    - E quando lavoreresti se non hai mai tempo? Sei sempre a caccia delle tue cianfrusaglie…
    - Non. Sono. Cianfrusaglie. La notte. Lavorerei la notte. Io non dormo mai.
    Deglutisco.
    - E va bene. Visto che sei così brava con le storie, ti assumo.

    Il discorso delle cianfrusaglie non è proprio centrato. Ma a me piace così. E sono convinto che la flessibilità sia una buona cosa nello scrivere. Un po’ come avere un pezzo di marmo da scolpire. Si parte da un’idea iniziale, ma il risultato migliore (e forse anche il più vicino alla propria verità di quel momento) a mio parere lo si ottiene rimanendo pronti a rivedere continuamente la propria immagine mentale. Quando sfugge appena lo scalpello, quando ci si accorge che quella pietra impone le sue linee… Meglio approfittare dell’inatteso e cercare la propria nuova immagine, piuttosto che irrigidirsi in quella di partenza e rischiare un pastrocchio di correzioni.

  64. 152 tasso barbasso

    p.s.
    Un solo esempio anche sul piano dialettico: alla proposizione «l’opera è relativamente “buona” (qualunque cosa si intenda) nonostante la tecnica usata sia “sbagliata”», si potrà sempre contrapporre la proposizione «ciò che noi vediamo dell’opera è precisamente quanto risulta dall’applicazione di una specifica tecnica». Tra le due cose c’è un rapporto di sostanziale identità. Infatti se provassimo a replicare una determinata opera “A” usando una diversa tecnica, non otterremmo la stessa opera modificata, ma un’opera “B”, che oltretutto si andrà a collocare in un diverso rapporto spazio/temporale con i soggetti che la osservano.
    D’altra parte, anche se anche ci convincessimo di poter “rifabbricare” esattamente e interamente una specifica opera – inclusa, quindi, quella enorme massa di fattori che la collocano nello spazio e nel tempo (cosa difficile da immaginare anche in termini puramente teorici) – tranne che per un suo aspetto tecnico, per i motivi già detti sarà logicamente impossibile parlarne in termini di maggiore o minore perfezione. Quindi un’affermazione più sostenibile rispetto a quella di partenza potrebbe essere, ad esempio, «la tecnica usata è certamente in rapporto con gli infiniti modi di definire la qualità dell’opera, ma la natura di questo rapporto non è conoscibile se non nell’ambito di un sistema astratto autoreferenziale». In altri termini, un giudizio sulla capacità che avrebbe una tecnica di perfezionare l’opera, è necessariamente tautologico: esattamente come le proposizioni scientifiche.

  65. 151 tasso barbasso

    Qui c’è un problema di metodologia. Si discute la questione utilizzando alternativamente un metodo genericamente scientifico o il buon senso. In questo modo si spalanca involontariamente la porta alle distorsioni dialettiche e non si raggiunge l’obiettivo, ossia non si riesce ad aumentare la quantità di conoscenza condivisa sull’oggetto osservato.
    È chiaro che volendo portare un qualsiasi principio alle sue estreme conseguenze, volendolo cioè rendere assoluto e universale, si va inevitabilmente a sbattere contro il noto limite della scienza stessa: l’autoreferenzialità. Naturalmente i meccanismi autoreferenziali possono essere molto utili (le innovazioni scientifiche e tecnologiche derivano tutte da quello, e perfino le stesse opere dell’arte sono il risultato di ricerche autoreferenziali: v. Douglas Hofstadter e molti altri prima e dopo di lui), ma sappiamo che non possono essere utilizzati per tentare di pervenire a norme generali, assolute e che abbiano un carattere di verità.
    Quindi prima di tutto dobbiamo decidere se vogliamo parlare di letteratura in termini empirici (buon senso, gusto, soggettività, credenze, ecc.) oppure in termini scientifici (logica formale, regole generali, validazione e falsificazione, ecc.), in secondo luogo non possiamo fare a meno di considerare che perfino se arrivassimo a definire una vera teoria scientifico-artistica o scientifico-letteraria (cosa che in verità non è ancora stata fatta), ne ricaveremo assunti del tutto astratti e validi esclusivamente all’interno del loro stesso sistema di riferimento. In altri termini, così come accade perfino nella “vera” scienza, anche (e a maggior ragione) una ipotetica teoria sulla narrazione letteraria (validità delle tecniche, giudizio sulla qualità delle opere, ecc.) troverà il suo limite massimo nella dimensione di proposizioni astratte e non significanti, ossia indecidibili sul piano logico. Ecco perché la scienza e l’arte sono attività sostanzialmente assimilabili. Di conseguenza una teoria dell’arte, così come la teoria scientifica, non può dirci cosa sia vero o perfetto. Da questo punto di vista, ciò che più si addice ad un ragionamento sui caratteri dell’arte (e in verità anche sulla scienza) – evitando le distorsioni ideologiche prodotte da questa specie di complesso, di cui soffre la scienza, che deriva dal non poter enunciare il “vero” – è la speculazione estetica.
    Ovviamente tutto questo non toglie che le tecniche dell’arte siano gli unici strumenti con cui ciascun uomo, attraverso la propria sensibilità (individuale, soggettiva, unica e irriproducibile) può costruire un’opera; ma quello che il “creatore dell’arte” non potrà mai fare, è addivenire a principi di formazione artistica che, in ultima analisi, si possano definire come oggettivamente più perfetti di altri. L’unica cosa che si può e si deve fare, è utilizzare le tecniche, le opere e la speculazione sulle opere, come strumenti di una soggettiva ricerca del “bello” (o della “perfezione”, se si preferisce). Per quanto riguarda la diatriba sulla definizione di opera di “buona qualità”, questo mi sembra un falso problema: non ci serve (e non è logicamente possibile, come si diceva sopra) costruire una teoria generale che ci permetta di formulare a priori i caratteri della perfezione artistica; di conseguenza non avremo mai a disposizione un modello di riferimento universale che ci aiuti a determinare il grado di perfezione dell’opera. La perfezione artistica (così come la validità della proposizione scientifica) non è un carattere intrinseco all’opera stessa (con buona pace del non più “utilizzabile” positivismo logico e di tutte le credenze ad esso collegate), ma è un fatto di relazione: qui non stiamo parlando solo di “bit” ma anche e soprattutto di schemi di interconnessione; parliamo cioè di un enorme numero di parametri a valenza multipla, collegati a soggetti (che oltretutto sono anche oggetti del modello di riferimento) le cui caratteristiche risultano perfino variabili nel tempo. Ripeto: questo è un problema di relazione e non di cosa in sé. Da questo punto di vista, paradossalmente (ma lo trovo anche affascinante), il mercato dell’arte è certamente più vicino ad una valutazione oggettiva dell’opera rispetto a qualsiasi teoria dell’arte. Questo è un punto di vista non utile a fini didattici e forse deleterio (anche se non è dimostrabile) per la “salute” della ricerca artistica, ma descrive molto bene la questione in termini di relazione.
    Per quanto riguarda la speculazione sulle tecniche stesse, mi sembra naturale e inevitabile che queste vengano sempre utilizzate, per motivi pratici, nello stesso modo in cui si utilizza, per esempio, la matematica (o qualsiasi altro sistema di riferimento simbolico autoreferente) nelle scienze: “come se” fossero “vere” e “perfette”.
    Io credo.

  66. 150 Puls3

    Gamberetta@
    Sul Manzoni? No! Per carità divina, non intendevo sul Manzoni! Preferisco vivere.
    Come ho già spiegato, non lo amo neanche particolarmente, figuriamoci che mi frega di difenderlo. Al massimo posso contestare che chi vi trova qualità stilistiche sia un pirla impreparato, perché non arriverei a tanto neanche io e non penso che di letteratura ci si capisca qualcosa solo qui, anche se riconosco una ingiusta tendenza all’”intoccabilità delle icone sacre”, che bene non fa.
    Certo, se si afferma che qualcosa è la perfezione si dice SEMPRE una stronzata: niente è perfetto.
    Intendevo sul discorso mostrare/narrare, perché trovo sia quasi del tutto vero quel che spieghi… ma non mi convince completamente che sia IL metodo necessariamente migliore. Trovo lo sia al 90% o completamente in alcuni generi, come la narrativa d’azione, ad esempio. Per quanto riguarda il fantastico mi trovo a dover fare una divisione personale tra fantasy e fiabesco. Scrivendo favole occasionalmente e leggendone moltissime, non di rado preferisco la narrazione alle “scene” visive per ragioni di atmosfera: il narrato, in questo caso, richiama l’atmosfera delle fiabe tradizionali e lo trovo più adatto. Può essere, allo stesso modo, un “trucco” da utilizzare ad arte.
    A volte mi è capitato di considerare un romanzo o racconto troppo lento per l’eccessiva descrizione delle situazioni/scene. Certo, in quel caso, può essere stato un uso improprio. Il fatto è che, ma è un canone personale ovviamente, se riconosco l’efficacia di una tecnica e l’importanza fondamentale delle basi, non mi sento mai di fare il “processo alle intenzioni” ad una tecnica. Come il discorso Lovecraft, che aveva indubbiamente molti difetti, o chi per lui: perché pensare che se avesse usato la tecnica odierna il racconto sarebbe stato “meglio”? Chissà. Io so che così funziona e, a parte pensare che avrei evitato molte cose l’avessi scritto IO, non sono del tutto certa se privo del suo particolare stile narrativo sarebbe stato effettivamente migliore o mi avrebbe coinvolto nello stesso modo.
    Devi perdonarmi, io sono di approccio molto diverso, tendo a non pensare mai che qualcosa sia vero/buono/cattivo ecc. in assoluto ed anche fastidiosamente al dubbio, per questo morirò avvelenata un giorno e per giunta dal mio migliore amico.

    Grazie per la gigantografia, avevo sbagliato fata, ma tanto le fate sono tutte discretamente gnokke.

    :D

  67. 149 Gamberetta

    @Mauro. Già detto nell’articolo:
    – se la telecamera è dentro la testa del personaggio,
    – se “sembra nervoso” è un pensiero naturale,
    – se non ci sono alternative concrete migliori,
    allora si può mettere.

    In un dialogo per l’espressione in esame la faccenda è leggermente diversa: può darsi che il personaggio voglia comunicare all’interlocutore che Michele è nervoso ma senza entrare in dettagli. Può essere una situazione realista. Meno quando l’espressione la pensi.

    @Unoqualunque. Se il punto è una pausa troppo lunga puoi usare la virgola o il punto e virgola:

    La scimmia posò la penna, scrutò la fatina, riprese a scrivere.

    #

    La scimmia posò la penna, scrutò la fatina; riprese a scrivere.

    O puoi trasformare il poi in un’azione:

    La scimmia posò la penna, scrutò la fatina, si grattò la nuca. Riprese a scrivere.

    E anche qui puoi variare la punteggiatura:

    La scimmia posò la penna, scrutò la fatina, si grattò la nuca, riprese a scrivere.

    La storia del ritmo può essere vera, ma ci sono molte soluzioni oltre al “poi”. Se cerchi ne trovi quasi sempre una migliore.

  68. 148 Unoqualunque

    Correzione al precedente post. La frase corretta è : “non mi convince sotto alcuni punti di vista”.
    Il tasto “anteprima” dovrebbe essere obbligatorio prima di “invia” …eheh (esagero?)

  69. 147 Unoqualunque

    Forse è solo una questione di gusto personale, ma la scelta di questo “mosrtare etremo” non mi convince sotto alcuni di vista.
    Un esempio (forse non molto esplicativo, ma al momento non mi viene in mente nulla):

    “La scimmia posò la penna, scrutò la fatina, poi riprese a scrivere”

    è effettivamente mostrata meglio in questo modo:

    “La scimmia posò la penna e scrutò la fatina. Riprese a scrivere”

    però non mi suona benissimo. Ho come l’impressione di portare avanti un periodare “a singhiozzi”, troppi punti, troppe pause. E’ vero che la vaghezza e la futilità di quel “poi” della prima frase conduce al “raccontato” piuttosto che al “mostrato”, ma è vero pure che la narrativa non è solo purezza tecnica, ma anche piacere della lettura…”musicalità” …sbaglio? Senza contare che, almeno nel mio caso, troverei di gran lunga più semplice portare avanti un “mostrato puro”, traboccante di periodi composti da brevi frasi coordinate, separate dal punto, piuttosto che sforzarmi di conferire al testo anche una certa fluidità. Credo sia giusto puntare a un equilibrio…un “mostrato perfetto” rischia, secondo me, di rendere il ritmo della narrazione troppo freddo, schematico, monotono, benché impeccabile da un punto di vista tecnico. Mi rendo però conto che questo equilibrio non è alla portata di un principante…per cui tanto meglio un freddo mostrato, piuttosto che una monnezza.

  70. 146 Mauro

    Gamberetta:

    faccio esempi esagerati per rendere l’idea, magari sostituire “nervoso” con “Adesso Michele mi stacca la testa a morsi” non è naturale in quella situazione, ma forse “Adesso Michele mi spacca la faccia”, “Adesso Michele si mette a urlare”, “Adesso Michele scappa in camera e non vuole più la cena”, potrebbero esserlo

    Certo, il mio discorso voleva essere un altro: capita anche che si pensi – o si dica – semplicemente “Michele sembra nervoso” (tipo: “Michele sembra nervoso, oggi; chissà cos’è capitato”); il tuo punto è nella narrativa (almeno in quella di cui parli) sarebbe meglio evitare simili cose, anche se sono realistiche?

  71. 145 Gamberetta

    @Puls3.

    Eppure funzionano e funzionano ORA. Ti prendono, per citare te, per la collottola e ti tirano nel racconto, anche quando delegano alcune parti al raccontato.

    Solito discorso: non funzionano perché sono raccontati, funzionano nonostante siano raccontati. Lo stile non è tutto, si possono scrivere buoni romanzi anche con uno stile zoppicante, tuttavia se lo stile fosse migliore gli stessi romanzi sarebbero ancora più belli.

    Non sono d’accordo poi sulla sicurezza con cui tacci di affermare stronzate chi apprezza Manzoni o alcuni suoi particolari passaggi.

    Un conto è apprezzare, lì non ho niente da dire. Una persona è liberissima di credere che I Promessi Sposi sia il più bel romanzo del mondo.
    Un altro conto è fare affermazioni come quella riportata. Se tu mi dici che stilisticamente I Promessi Sposi sono perfetti stai dicendo una stronzata. Poi il romanzo ti può piacere lo stesso, buon per te, ma i difetti oggettivi rimangono.

    [...] ma va anche tenuto conto del fatto che ad apprezzarlo non sono certo i cerebrolesi della Meyer, è gente preparata.

    È una contraddizione di termini: se una persona preparata dice che I Promessi Sposi sono perfetti non era una persona preparata o sta raccontando una bugia. Se invece la persona preparata parla solo di apprezzamento personale, del suo gusto, be’, problemi suoi. Vorrà dire che è preparata ma ha gusti discutibili.
    E detto questo, no, non ho voglia di approfondire il discorso sul Manzoni. Non mi piace, non mi interessa, e attira frotte di troll che spostano la discussione off topic. Non è neanche così importante: Manzoni o Lovecraft sono solo esempi, il problema non è tanto loro, quanto di un atteggiamento di esaltazione acritica che specie in Italia uccide sul nascere qualunque discussione seria sulla narrativa.

    Puoi trovare un’immagine a più alta risoluzione di Fiammetta, qui.

    @Mauro. Se i dettagli sono chiari è un errore.

    Anna si mangia le unghie, si alza, prende una rivista dal tavolino, sfoglia due pagine, la ributta sulla pila, tira un calcio al cestino della carta straccia, si siede, si mangia le unghie dell’altra mano, apre il cellulare, lo chiude. «Perché non chiama quel disgraziato? Perché non chiama?»
    Michele pensa che Anna sia nervosa.

    Se non sei ironico apposta è brutto. Il pensiero di Michele fa ridere anche se non dovrebbe.

    In più c’è il punto, più volte sottolineato nell’articolo, dei termini astratti. Io faccio esempi esagerati per rendere l’idea, magari sostituire “nervoso” con “Adesso Michele mi stacca la testa a morsi” non è naturale in quella situazione, ma forse “Adesso Michele mi spacca la faccia”, “Adesso Michele si mette a urlare”, “Adesso Michele scappa in camera e non vuole più la cena”, potrebbero esserlo.

  72. 144 Mauro

    Gamberetta:

    Dipende dai vari casi. In generale un personaggio può pensare:

    Michele sembra nervoso.

    Anche se sarebbe meglio mettere:

    Adesso Michele mi stacca la testa a morsi.

    Però questo non deve diventare una scusa per non mostrare: se scrivo che Michele “sembra felice”, “sembra incazzato”, “sembra preoccupato”, ecc. è perché il personaggio punto di vista ha notato qualche dettaglio nel comportamento di Michele che lo ha indotto a quel pensiero [...]
    il “sembra qualcosa” può essere usato, ma se mancano i dettagli concreti o viceversa i dettagli concreti sono presenti e già chiari, è un (piccolo) errore

    Quando mi trovo davanti a qualcuno nervoso/incazzato/ecc., mi capita di pensare semplicemente “Sembra nervoso/incazzato/ecc.”; l’andare sempre su cose come “Adesso Michele mi stacca la testa a morsi” mi sembra innaturale.
    Quanto scrivi mi fa pensare che lo consideri (quasi?) sempre un errore, per quanto piccolo: è un errore sia che manchino i dettagli, sia che siano presenti e chiari; resta la possibilità che i dettagli siano presenti e non chiari, cosa che però (correggimi se sbaglio) sarebbe da risolvere chiarendo i dettagli, sempre per la questione del mostrare chiaramente.
    Posto che capita che si vedano dettagli che fanno pensare “È nervoso”, descrivere i dettagli e scrivere quel pensiero del personaggio punto di vista non potrebbe anche essere giusto (non un piccolo errore: proprio giusto)?

  73. 143 Puls3

    Perdonate le ripetizioni e gli eventuali errori, ma l’argomento mi interessa molto e ho pensato di commentare anche con un piede sulla porta per andare a lavoro…

  74. 142 Puls3

    Ottimo capitolo. Mi cimenterò anch’io con le fatine, sarà divertente, soprattutto perché scrivo favole (anche se non hanno per protagoniste fatine che si chiamano Fiammetta, bensì lupi, ma potrei considerarlo. Sì, le mie favole sono delle boiate, ma hanno il pregio di non avere pretese.).

    Vorrei solo dare il mio modesto parere (sì, sono ironica N.D.A.), su un paio di punti: il raccontare è “passato di moda”, diciamo così. “Ma Lovecraft è un genio e racconta!”, è solo una questione di forma mentis. Non sono del tutto d’accordo. Concordo pienamente che il racconto guadagna 800 punti ogni volta che una fatina muore si mostra qualcosa piuttosto che raccontarla; io che sono una logorroica, però, abituata a mostrare anche quando un personaggio starnutisce, ho dovuto fare l’esercizio contrario in vita mia, altrimenti rischiavo di scrivere l’Ulisse anche per raccontare delle avventure di William il Gatto Nero. Da lettrice appassionata di fantascienza conosco l’importanza di essere precisi, descrittivi, “visionari”, ma ammiro profondamente lo stile di alcuni grandi del genere che ad un analisi del genere verrebbero stroncati. Eppure funzionano e funzionano ORA. Ti prendono, per citare te, per la collottola e ti tirano nel racconto, anche quando delegano alcune parti al raccontato.
    Noto anche che solitamente funziona quando la “telecamera” è molto vicina agli occhi del protagonista. Un’altra scrittrice che ammiro (e qui mi aspetto il vaffanculo, ma pazienza) è la Rowling, anche lei lascia “raccontare” molto ai personaggi, ma mantiene in effetti il punto di vista su Harry.
    Insomma, a me non dispiace la sintesi, quando è spostata sul personale.

    Non sono d’accordo poi sulla sicurezza con cui tacci di affermare stronzate chi apprezza Manzoni o alcuni suoi particolari passaggi. Ok, tutti sappiamo che è una tortura, io non lo amo particolarmente e quindi sono neutrale, ma la nostra letteratura qualcosa di positivo gli deve. Non sono una che apprezza qualcosa solo perché orde di professori dicono che “è bella”, ma va anche tenuto conto del fatto che ad apprezzarlo non sono certo i cerebrolesi della Meyer, è gente preparata. Terrei un margine di dubbio alle mie considerazioni, in questo caso, pensando se magari non entrano un po’ troppo i gusti personali nel giudizio.
    Mi piacerebbe approfondire con te questo punto.

    E richiedere il poster della Fatina Lametta, che è una discreta gnokka.

  75. 141 Gamberetta

    @Il Guardiano.

    riguardo ai “sembrava”.
    è sbagliato in questo caso perché qui si sta provando ad usare la tecnica o è sbagliato in generale, secondo te?

    Dipende dai vari casi. In generale un personaggio può pensare:

    Michele sembra nervoso.

    Anche se sarebbe meglio mettere:

    Adesso Michele mi stacca la testa a morsi.

    Però questo non deve diventare una scusa per non mostrare: se scrivo che Michele “sembra felice”, “sembra incazzato”, “sembra preoccupato”, ecc. è perché il personaggio punto di vista ha notato qualche dettaglio nel comportamento di Michele che lo ha indotto a quel pensiero. Bene: mostra i dettagli. In tanti casi (come nel tuo brano) il sembra precedente o successivo risulta superfluo, perché i dettagli comunicano già chiaramente il sentimento.
    Dunque il “sembra qualcosa” può essere usato, ma se mancano i dettagli concreti o viceversa i dettagli concreti sono presenti e già chiari, è un (piccolo) errore.

    Poi ci può essere anche un uso ironico: del tipo che Michele sta massacrando una scolaresca a colpi di spranga e il personaggio pensa che Michele “oggi sembra un po’ nervoso”. Ma questo uso rientra nelle eccezioni.

  76. 140 Olorin

    @Gamberetta

    L’argomento più probabile sarà il punto di vista

    e nel merito ti prego di essere rigorosa ancor più del solito, se possibile. Ultimamente mi capita di interrompere qualsiasi lettura non appena il narratore ‘taca a ‘switchare’ da una parte all’altra, come se fosse rimasto incastrato nel teletrasporto dell’Enterprise, maneggiato da un bambino di tre anni…

  77. 139 Il Guardiano

    hummm…incoraggiante anche se non penso che scriverò mai. Ho una pecca che si chiama “fantasia” :P

    riguardo ai “sembrava”.
    è sbagliato in questo caso perché qui si sta provando ad usare la tecnica o è sbagliato in generale, secondo te?
    Nei libri lo trovo spesso e mi sembrava un modo abbastanza buono per cercare di descrivere le sensazioni degli altri personaggi e in più ha il “pregio” di filtrare la realtà attraverso gli occhi del POV.
    Ho anche spulciato il libro che sto leggendo trovando spesso questa “tecnica del sembrare”.
    Beh, grazie del tempo speso :)

  78. 138 Gamberetta

    @Il Guardiano. Se è davvero la prima volta che provi a scrivere narrativa direi che è venuto bene. Ok, non è che sia proprio bellissimo, ma per essere un primo tentativo è molto incoraggiante. Il punto di vista ravvicinato di Lametta non è malvagio, suona abbastanza naturale.

    Visto che parliamo di “Show don’t tell”, ti segnalo qualche svista:

    “Ma io non ho mancato di risp…” Lametta non fece in tempo a finire la frase
    “Zitta!”gridò la tricheca.

    Puoi tagliare “Lametta non fece in tempo a finire la frase”, è mostrato direttamente dalla frase dopo, inutile ribadirlo.

    Le mani di Lametta iniziarono a muoversi da sole. Dapprima strinsero il bancone, poi iniziarono a cercare la sua borsa.

    Qui è raccontato. Vedi i due “iniziarono” e il “Dapprima [...] poi”. Potrebbe essere meglio:

    Le mani di Lametta strinsero il bordo del bancone. Dov’è la borsa, dov’è la borsa? Le dita tastarono il ripiano.

    Ho trasformato l’intenzione in pensiero. È una buona strategia se hai scelto di mettere la telecamera nella testa del personaggio.

    La fatina anziana, alla vista di quella scena, sembrò quasi indispettita. Lametta la vide diventare rossa in viso. Notò che a piano a piano anche il collo e la punta delle ali diventavano rosse e si concesse un sorriso.

    “sembrò quasi indispettita” è raccontato. Non dare giudizi (anche se velati dal “sembra”): scrivi che la fatina anziana diviene rossa in viso e le si arrossano punta delle ali e collo, si capisce che si è alterata. “si concesse un sorriso”: “concesse” è una sbavatura di raccontato: basta solo “e sorrise”, senza concessioni.

  79. 137 Deuor

    Ritengo che questa tecnica sia una buona tecnica, ma non deve essere usata sempre, perché anche il raccontato alcune volte “va mostrato”. Leggere i manuali serve se vuoi che qualcuno pubblica il tuo libro, perché da lì apprendi qualcosa che tu (riferito al soggetto che vorrebbe pubblicare un libro) non conosce e di conseguenza apprende qualcosa utile per far si che il suo libro venga pubblicato. Bisogna usare anche aggettivi e avverbi perché questi danno maggiore idea dell’azione che compie un certo soggetto. Quando parlo di avverbi, parlo soprattutto di avverbi di tempo alla fine, poi, dopo ma non devono essere usati esageratamente.
    Poi, questa sempre è una mia idea; la persona che legge un libro che gli interessa per la trama e personaggi, allora è un libro scritto bene nonostante sia stato scritto con il raccontato, perché è l’autore che è capace di scrivere anche se non sa usare tecniche. Per farti esempio molti sono gli autori che usano il raccontato ma non è detto che il raccontato stufi.
    [Es. Era una bella mattinata di ottobre. Un’allegra Anna si stava recando al suo prestigioso lavoro presso una rinomata ditta di tostapane.]
    Io qui non avrei cancellato bella mattinata perché mi fa capire che è una mattinata in cui il sole splende, cioè il narratore trasmette immagini al lettore.
    Concordo con te quando dici che inserire frasi irrilevanti come questi Un piatto di maccheroni fumanti era già pronto in tavola e la grattugia era accanto, ad attendere soltanto Bryan per una sventagliata di formaggio. sia da principianti. Lo show don’t tell è più efficace del raccontato.

  80. 136 Lya

    Grazie per l’articolo Gamberetta. Credo che lo riguarderò molte volte. =)

  81. 135 Il Guardiano

    ok…ho provato pure io.
    è la prima volta in assoluto che scrivo qualcosa e l’ho fatto più che altro per pura curiosità.
    Sono convintissimo che sia una cagata ma dopo qualche ora “sprecata” così tanto vale postarla lo stesso e almeno sapere dove e come ho sbagliato.
    Ho scelto Lametta e so già che alcune cose le ho mancate in pieno come ad esempio il fatto che è scappata di casa…non mi è venuto in mente niente per mostrarlo tranne che un flashback (che non saprei come inserirlo) o una scena a parte che comunque non saprei come costruirla. boh…

    “Certo signora. Come le ho detto, noi vendiamo solo prodotti di qualità” disse Lametta. Prese il barattolo di “Bomba Picccante”, si stampò sulla faccia il miglior sorriso a 32 denti che riuscì a fare e riprese “noi usiamo solo prodotti di prima scelta, allevati nelle nostre campagne.”
    “Si, ti credo, ragazza. Ma allora perché la data di scadenza è stata cancellata e riscritta a mano?” disse l’anziana fatina, con un evidente accento straniero. Turisti del cazzo, venite per divertirvi o per a rompere le palle a me?
    “Oh, so cosa sta pensando ma non si preoccupi. L’Ufficio Centrale Fatine Pulite è molto severo da queste parti.” Lametta mise il barattolo sul bancone e gli lanciò sopra della polvere. Si sentì uno sfrigolio e il barattolo sparì in una nuvoletta di fumo rosa. ” Sa, coi tempi che corrono anche io sarei sospettosa…”
    “L’Ufficio Centrale Fatine Pulite esiste anche qui?” chiese la fata fissandola negli occhi.
    “Certo signora.” il sorriso, il sorriso “Qualità è la nostra parola d’ordine; noi abbiamo una storia secolare in questo campo” rispose Lametta. Si girò, chiuse gli occhi, inspirò a pieni polmoni e sbuffò, senza badare a non farsi sentire; si abbassò per prendere un altro barattolo dallo scaffale e notò un acaro della polvere un po’ troppo cresciuto. Si, Ufficio Fatine Pulite… fece un sorrisino e lo schiacciò. Prese il baratto, si alzò e lo mostrò alla signora. “ecco, tenga” disse …brutta vecchia!
    “Come faccio a esser sicura che non mi stai prendendo in giro, che non è lo stesso vasetto di poco fa?”
    Conta fino a cento. Sii gentile. Rispondi con garbo.
    “Come è possibile, non ha visto che l’ho appena preso?” disse Lametta; aveva stretto gli occhi e serrato le labbra; le ali iniziarono a vibrare.
    Uno. Due. Tre.
    “Io ho visto solo che ti sei girata e hai fatto qualcosa lì sotto…”
    Quattro. Cinque. Sei.
    “…e poi sentiti. Quando ero piccola io ce lo sognavamo di rispondere così alle Fatine più grandi…”
    Sette. Otto. Nove.
    “…se mancavamo di rispetto…”
    “Ma io non ho mancato di risp…” Lametta non fece in tempo a finire la frase
    “Zitta!”gridò la tricheca.
    Dieci. Undici. Dodici.
    Il sopracciglio destro iniziò a tremolare, sempre di più. Le ali iniziarono a muoversi più velocemente.
    “Siete sempre lì a lamentarvi, voi giovani! E a interrompere!”
    Tredici. Quattordici. Quindici.
    Le mani di Lametta iniziarono a muoversi da sole. Dapprima strinsero il bancone, poi iniziarono a cercare la sua borsa.
    Sedici. Diciassette. Diciotto. La borsa.
    Non sentiva più cosa stava blaterando, vedeva solo le labbra della vecchia stronza aprirsi e chiudersi, quei denti finti che sembrava stessero per essere sputati da un momento all’altro. La borsa, dove diavolo è la borsa?
    “E stammi a sentire” urlò la tricheca.
    Diciannove. Venti. Ventuno.
    La cercò anche con gli occhi. La vide. Era a un passo di distanza. Doveva prenderla. Si mosse. Un passo, solo un passo.
    “Ti sto parlando, dove pensi…” urlò la signora ma la porta d’ingresso si aprì e una fatina corpulenta attirò l’attenzione della fatina anziana e di Lametta. No, anche questo no. La mia borsa, dove sono le mie cose.
    “Lametta!” gridò e anche la vecchia fatina sembrava stupita della forza di quell’urlo. Eh, già…Stronza Numero Due, ti presento la Stronza numero Uno, mia madre! pensò Lametta.
    “Lametta! Che diavolo stai facendo qui? Giuro che appena torni a casa ti ammazzo di palate! E tuo padre, quel pover’uomo! Ti rendi conto di come lo hai fatto star male? Per poco che non gli prendeva un colpo quando ha scoperto che la sua adorata figlia è scappata di casa! Adorata, poi! Altro che adorata” fece una pausa per riprendere fiato; inspirò profondamente e riprese “io non so come fa ad avere bistecche sugli occhi…”
    Ventidue. Ventitrè. Trentatrè.
    La fatina anziana, alla vista di quella scena, sembrò quasi indispettita. Lametta la vide diventare rossa in viso. Notò che a piano a piano anche il collo e la punta delle ali diventavano rosse e si concesse un sorriso.
    “Lametta!” Urlò Pinnetta. “Ti fa ridere il fatto che il signor Hopkin, quel brav’uomo, ancora viene a casa a cercarti perché vuole pagato quel vaso che gli hai rotto? Io glielo avevo detto che era una cattiva idea assumerti!”
    Quarantatrè. Cinquantatrè. Sessantatrè.
    Allungò la mano, prese la borsa. Eccola…
    Sentì tirare, si girò di scatto e vide la vecchia, quella stronza, che tirava. La prima cosa che pensò fu: sta scoppiando! Già si stavano formando le fossette agli angoli della bocca, quando la vecchia diede un’altro strattone. La borsa si lacerò e il contenuto cadde a terra. Le mie cose!
    Non sentiva più niente, non vedeva più niente. Gli occhi le si erano riempiti di lacrime. Guardò verso la madre. Stava continuando a blaterare, blaterare, blaterare. Muoveva le labbra; si scaldava; agitava una mano, poi l’altra. E non accennava a difenderla. Le parve quasi di vedere soddisfazione sulla sua faccia. Forse quello era addirittura un sorriso.
    Si girò verso la Puttana e vide che stava sorridendo. Brutta stronza fottuta! Le tremavano le mani, calde lacrime le rigavano le guance. Doveva fare qualcosa. Doveva prendere le sue cose prima di tutto.
    Si tuffò a terra e iniziò a cercare.
    Il vecchio gomitolo di lana, la pietra a forma di cuore, la conchiglia, un pezzo di legno a forma di fungo.
    Altre lacrime scendevano a macchiare il pavimento. Doveva raccogliere tutto e scappare, ecco cosa doveva fare.
    Raccolse un pezzo di vetro rosso a forma di cuore, lo prese e si tagliò. Si accorse del taglio solo quando vide ghioccioline di sangue macchiare il pavimento. Guardò la mano e il sangue e sentì la sua rabbia montare.
    Cercò di non pensarci, doveva solo trovare le sue cose. Solo quelle avevano senso. Individuò, al bordo destro del suo campo visivo, una bambola di pezza; si mosse per recuperarla. Spostò il ginocchio destro per bilanciare meglio il peso e vide una mano calare sulla bambola. La vecchia aveva fatto il giro del bancone e ora si trovava lì d’avanti a lei, con la sua bambola nella mano sinistra e un sorriso di merda stampato sulla faccia di cazzo. Osservò le rughe agli angoli delle labbra formare due piccole ragnatele. E la guardava anche dall’alto in basso.
    Lametta si ricordò d’essere carponi. Scattò in piedi. Le parve che la signora non fosse più tanto sicura. La vecchia aprì la bocca per dire qualcosa, allungò la mano con la bambola.
    Lametta fece un passo verso la signora, alzo la mano destra e calò il vetro sulla mano della signora.
    La vecchia gridò; Lametta vide che si guardava la mano, i suoi occhi era strabuzzati dal dolore.
    Si guardò intorno.A sinistra vide la madre. Sembrava sotto shock. Aveva smesso di parlare. Forse solo ora ha smesso di parlare. Sei contenta? Mi hai fatto arrivare a questo.
    Fissò sua madre.
    “Ti odio!” urlò e le lanciò il vetro contro. Non aveva intenzione di colpirla ma il vetro si tagliò una guancia di Pinnetta. Lametta vide la madre toccarsi il taglio e portarsi agli occhi le dita insanguinate.
    I loro sguardi si incrociarono. Lametta spostò lo sguardo a destra e vide la signora che si stringeva la mano ferita con l’altra mano. Aveva smesso di gridare, si accorse Lametta. Anche la vecchia la fissava.
    Non sapeva che fare. Prese una busta dal bancone, raccolse le cose che era riuscita a recuperare, si girò verso la porta. Addio, mamma!
    Uscì.

    PS col post di prima ho fatto un casino con i dialoghi, boh…
    Gentilmente, Gamberetta, potresti cancellarlo?

  82. 134 Artemis

    @Gamberetta
    Grazie per i preziosi suggerimenti, mi saranno molto utili^^ in effetti mi sono resa conto che lo stile non è certo scorrevole, però ho puntato soprattutto sul mostrare e il fatto che mi sia costato una certa fatica non è un buon segno, vuol dire che mi devo esercitare di più.
    Grazie ancora, ti leggo sempre^^

  83. 133 Tapiroulant

    @Gamberetta: Ti ringrazio! Soprattutto per la faccenda del ‘silenzio’, davo per scontato che la parola suscitasse una sensazione abbastanza unanime, ma se fosse stato così non mi avresti nemmeno fatto l’osservazione.
    Per amor di precisione, devo dire che non intendevo nemmeno ‘il mondo che trattiene il fiato’, ma una situazione più, diciamo, intermedia: un momento di staticità nella storia, non perché effettivamente il mondo si sia fermato, ma perché i personaggi non fanno niente (per vari motivi a seconda della situazione: sono in attesa, o pietrificati, o esanimi, etc.). Ho citato Evangelion perché sapevo che l’avevi visto; in realtà è una tecnica che ho visto usare varie volte, sia negli anime che nei film (non so se hai visto Funny Games: una scena che mi ha colpito è la scena lunghissima, a camera ferma, con la protagonista che tenta di liberarsi dopo che gli psicopatici sono usciti di casa. Ecco: nella parte iniziale della scena, la telecamera è ferma, i personaggi sono fermi, insomma tutto è fermo, tranne che si sente il respiro di lei, e la cosa dura anche una decina di secondi credo).
    In effetti mi rendo conto che è una tecnica cinematografica, più che altro, non semplice da trasporre in letteratura. Vorrei trovare il modo per renderlo, perché è un ‘concetto’ che mi piace molto. Ma per riuscirci, bisognerebbe evitare di riempire il vuoto di azioni con altre azioni (es. nel caso di prima, Lametta che taglia un’altra striscia).
    Poi, nel caso preciso di quella scena con Lametta, la tua soluzione va benissimo.

    @Zave e Siobhan: La mia impressione al termine di questi esperimenti, è che il tizio in termini di larghezza ce l’avrebbe troppo grosso, in termini di lunghezza troppo piccolo.
    Forse l’unica soluzione all’enigma, è che la MacAlister è scema.

  84. 132 ???

    @ Gamberetta

    Ma come spiegato nell’articolo sul fantasy italiano, il fatto che tu sia più o meno bravo non ha alcuna importanza. E per quanto riguarda autoproduzione/ebook non credo in Italia sarà una strada percorribile ancora per molti anni – nel senso che lo puoi fare, ma non ci guadagni certo da vivere.

    Lo so. E infatti punterò alla seconda opzione più che ai canali tradizionali, e lo farò in Inglese: laurea in lingue, padre e morosa madrelingua.

    Se potrò leggerò i racconti e commenterò di mia volontà. È inutile che ti prometta che leggerò il tuo in particolare quando non lo so.

    Ok. Grazie comunque vada.

    Io sono per il più vicino meglio è, non a caso ho cominciato a scrivere in prima persona e non credo tornerò indietro.

    Capisco. Io non ho provato la prima persona più di tanto. Ma se ben realizzate prima e terza dovrebbero essere uguali. In un manuale ricordo che proponevano come esercizio scrivere in terza e girare in prima e viceversa per vedere quanto ci si atteneva al pov.

    Mi sembra un buon consiglio.

    L’argomento più probabile sarà il punto di vista. Oppure il world-building. Sulla costruzione delle scene non ho ancora in cantiere niente, per ora.

    Ok. Resto in attesa. Questi sono gli articoli che mi interessano di più.

    Grazie ancora.

    Ciao!

  85. 131 Gamberetta

    @???.

    Mi fa molto piacere. Il mio obbiettivo è vivere ANCHE scrivendo. Mi rinfranchi un po’. Una volta finita la specialistica, parto per bene.

    Ma come spiegato nell’articolo sul fantasy italiano, il fatto che tu sia più o meno bravo non ha alcuna importanza. E per quanto riguarda autoproduzione/ebook non credo in Italia sarà una strada percorribile ancora per molti anni – nel senso che lo puoi fare, ma non ci guadagni certo da vivere.

    Magari posso chiederti un commento a ciò che ho scritto per il concorso del Duca dopo che si sapranno i risultati e avrò sistemato gli errori che trovo? Se si può, eh!

    Se potrò leggerò i racconti e commenterò di mia volontà. È inutile che ti prometta che leggerò il tuo in particolare quando non lo so.

    Ma, domanda: avevo letto in un manuale che la cosa migliore sarebbe variare la distanza della telecamera perché sennò il lettore si abitua e si annoia. Mi confermi? O sei per il più vicina è meglio è?

    Io sono per il più vicino meglio è, non a caso ho cominciato a scrivere in prima persona e non credo tornerò indietro. Ovvio poi che se la fatina è sempre e solo ossessionata dal mangiare può diventare noioso, però non sarà così: dopo pranzo, saziata, noterà altri particolari. Se è felice né noterà altri ancora, se è triste altri e così via.

    E infatti volevo chiederti: dopo il mostrare di che parlerai? Farai mai una “checklist” per le scene: come possono iniziare, cosa dovrebbe contenere, come dovrebbe finire, etc, etc?

    L’argomento più probabile sarà il punto di vista. Oppure il world-building. Sulla costruzione delle scene non ho ancora in cantiere niente, per ora.

  86. 130 tasso barbasso

    @Sinclair.

    Ho letto con attenzione il tuo intervento e devo dire che, pur nella sua estrema brevità, lo trovo sorprendentemente interessante e completo (anche se vedo che hai preferito sorvolare su taluni aspetti più propriamente retorici del pur importante articolo di Gamberetta). Una curiosità: quando nel tuo secondo post scrivi:

    non smette mai di stupirmi la capacità di noi essere umani di esprimere giudizi perfettamente sensati senza aver bisogno di definire un metodo unitario di analisi, per di più esprimendoli su soggetti che sfuggono all’applicazione di misurazioni oggettive.
    Forse la nostra intelligenza è più “intelligente” di quanto pensiamo…

    Ti riferisci anche (oltre a tutto il resto che è intuibile) alle tante premesse e implicazioni del “paradigma olografico”?

  87. 129 ???

    @ Gamberetta

    – se fosse l’incipit di un romanzo proseguirei a leggerlo –

    Comunque io di Konrath ho letto Origin e non era scandaloso, ma era anche ben lontano dall’essere scritto bene.

    Mi fa molto piacere. Il mio obbiettivo è vivere ANCHE scrivendo. Mi rinfranchi un po’. Una volta finita la specialistica, parto per bene.

    Magari posso chiederti un commento a ciò che ho scritto per il concorso del Duca dopo che si sapranno i risultati e avrò sistemato gli errori che trovo? Se si può, eh!

    Per il resto:

    questo

    manca un po’ di atmosfera. Mancano dettagli che rimangano impressi.
    Non so, prendi questo passaggio:
    C’era poca gente: tre streghe che facevano la calza, un uomo-cane che leggeva un giornale slavo e il suo marmocchio che giocava con la PsP. Lo gnomo di prima si era seduto sul lato opposto agli altri e stava trafficando col cellulare.
    Senti che è descritto da una fatina affamata e scappata da casa? No.

    e questo

    se scrivi in terza persona con una telecamera “lontana” non c’è niente da fare, devi per forza ripetere il soggetto, altrimenti il lettore può avere dubbi su chi-fa-cosa ed è peggio. Se però scrivi con una telecamera molto vicina, nella testa del personaggio, puoi descrivere le sensazioni senza specificare il soggetto che le prova, perché il lettore sa che è il personaggio:

    son problemi legati, se non del tutto una cosa sola: mancanza di pov con telecamera più vicina. Capisco.

    Ma, domanda: avevo letto in un manuale che la cosa migliore sarebbe variare la distanza della telecamera perché sennò il lettore si abitua e si annoia. Mi confermi? O sei per il più vicina è meglio è?

    Next:

    E secondo me non c’è abbastanza conflitto. I personaggi devono soffrire! La merendina che non scende non basta.

    Ok. Qui mi era venuto in mente solo quello e la “lite” col bambino. Di solito cerco sempre di far finire una scena peggio di come è iniziata (per il protagonista, ovviamente).

    E infatti volevo chiederti: dopo il mostrare di che parlerai? Farai mai una “checklist” per le scene: come possono iniziare, cosa dovrebbe contenere, come dovrebbe finire, etc, etc?

    Grazie di tutto.

    Con questi esercizi mi sento passo passo più vicino a combinare qualcosa di buono.

  88. 128 Gamberetta

    @???.

    Ecco, cavolo! Cosa manca di preciso? Per brillante intendi originale, il tono o cosa? A me piaceva molto il primo pezzo. Mi ero ispirato a Swanwick…

    Premesso che il brano è adeguato all’esercizio e non scritto male – se fosse l’incipit di un romanzo proseguirei a leggerlo – manca un po’ di atmosfera. Mancano dettagli che rimangano impressi. E secondo me non c’è abbastanza conflitto. I personaggi devono soffrire! La merendina che non scende non basta. Infine la realtà non è abbastanza filtrata dal punto di vista.
    Non so, prendi questo passaggio:

    C’era poca gente: tre streghe che facevano la calza, un uomo-cane che leggeva un giornale slavo e il suo marmocchio che giocava con la PsP. Lo gnomo di prima si era seduto sul lato opposto agli altri e stava trafficando col cellulare.

    Senti che è descritto da una fatina affamata e scappata da casa? No. Quali particolari noterebbe la fatina? Magari le briciole di sfogliatelle alla mela appiccicate al muso dell’uomo-cane; forse il portafoglio dello gnomo che gli sta per scivolare fuori dalla tasca; forse il gatto nero accovacciato tra le streghe che la segue con gli occhi.
    Ma neanche Swanwick riesce sempre a essere così acuto. Non pretendo la brillantezza.

    So che il nome è “trasparente”, ma come posso fare per ridurre il problema?

    Dipende: se scrivi in terza persona con una telecamera “lontana” non c’è niente da fare, devi per forza ripetere il soggetto, altrimenti il lettore può avere dubbi su chi-fa-cosa ed è peggio. Se però scrivi con una telecamera molto vicina, nella testa del personaggio, puoi descrivere le sensazioni senza specificare il soggetto che le prova, perché il lettore sa che è il personaggio:

    Fiammetta era stesa sul letto. La fatina aprì gli occhi.

    Diventa:

    La coperta ruvida le gratta le ali e la nuca. La luce del sole di mezzogiorno le ferisce gli occhi.

    Come del resto hai fatto tu stesso quando scrivi:

    Lo stomaco le borbottò.

    E come potresti fare per esempio qui:

    Lametta sentì un’altra fitta.

    Scrivendo:

    Un’altra fitta allo stomaco.

    (o dov’era la fitta).

    E’ ok mettere del raccontato?

    Sì, per brevi ricordi non muore nessuno. Fermo restando che, come al solito, se inserisci particolari concreti è meglio:

    Mi ricordo quella volta che siamo andati al ristorante con Fiammifero e lui si è comportato da scemo.

    Meh!

    Mi ricordo quella volta che siamo andati al ristorante con Fiammifero e lui ha rovesciato l’insalatiera sulla testa del cameriere.

    Meglio. Passabile.
    Comunque io di Konrath ho letto Origin e non era scandaloso, ma era anche ben lontano dall’essere scritto bene.

    @Artemis. Dunque ci siamo che Lametta ha un’ossessione per le cianfrusaglie che si porta dietro. Si può intuire che sia scappata da casa (anche se bisogna fare uno sforzo di immaginazione, non è proprio mostrato), invece non è mostrato che ha problemi a trovare/mantenere un lavoro.
    C’è una buona percentuale di termini concreti rispetto ai termini astratti e questo va bene. La scrittura alle volte è un po’ farraginosa, anche se non c’entra specificatamente con lo “Show don’t tell”, per esempio:

    Si aggrappò con una mano al freddo lampione, impedendosi di cadere, ma lasciando sfuggire dalle tasche degli oggetti che caddero tintinnando sulla pietra.

    Troppi concetti in una sola frase. Meglio spezzare: Si aggrappò con una mano al lampione. Gli oggetti le sfuggirono dalle tasche. Caddero e tintinnarono sulla pietra.

    Prese la borsa in spalla, sentendosi bruciare la schiena per la fatica, e riprese a camminare a zig zag, strascicando le suole sull’asfalto, e guardando le vetrine illuminate dei negozi.

    Dove ci sono quelle “e” metti un punto. Prese la borsa e la schiena brucia è un concetto. Riprendere a camminare strascicando i piedi è un altro concetto. Guardare le vetrine è un terzo concetto.

    @kaos. Con i profumi/odori si usano le similitudini, cercando di non farle troppo fantasiose. “Profumo da due soldi” a parte che è cliché, è così così. Devi trovare qualcosa di concreto che si avvicini a quel profumo: sterco, urina, alcool, ammoniaca, canfora, cassonetto aperto, ecc.
    Dopodiché in generale hai ragione, è (molto) difficile rendere i profumi e i sapori. Però raccontarli serve a poco: se scrivi che Katia ha un buon profumo non comunichi niente e pagina dopo il lettore se ne è già scordato, dunque o riesci a mostrare direttamente o indirettamente il buon profumo di Katia oppure è più semplice togliere l’accenno e amen.

  89. 127 france

    @Gamberetta: innanzitutto grazie dei chiarimenti.

    @france. Al di là del tema, se nell’articolo è spiegato che certe espressioni vanno evitate e poi tu scrivi (enfasi mia):

    Ansimò, cercando di rialzare il braccio. Troppo faticoso. Aveva le cosce e le spalle gelide, e tremava. Colpa di quel c… quello stupido vento. Entrava dappertutto. DAP-PER-TUT-TO.
    Cercò di rialzarsi, la gamba si torse, Scintilla gridò, crollando e rimanendo a terra senza respiro, da non riuscire nemmeno a piangere.

    Io rimango un attimo perplessa.

    In effetti ho anche tagliato e rimontato un bel poò la parte iniziale per mostrare il più possibile, ma non sapevo davvero come altro esprimere certi concetti. Ad esempio, quando sei così stanco, prostrato, che dici al braccio “ehi, alzati”, ma quello non si alza. Da lì il continuo “cercare”. CERCHERO’ (xD) di studiare un sistema migliore =)

    Così come la quantità industriale di puntini di sospensione. Già spiegato più di una volta che le pause vanno mostrate, i puntini di sospensione sono l’autore che dice: “Qui c’è un pausa”. È brutto.

    Anche qui, non sapevo come fare altrimenti… mannaggia, altri puntini. Non me ne libero. Pensandoci, probabilmente fanno parte del mio modo di parlare e esprimermi in generale. Bisogna che mi sforzi di levarmeli di torno.

    Sei anche “entrato nella storia”, perché passaggi così:

    Okay. Forse non era esattamente preoccupazione quella nei suoi occhi. Non tutta, magari. Ma un pochino ce n’era. Un pizzico. Di sicuro. Ehm.

    O così:

    Scintilla era in lacrime. Il che, più o meno, era la sua condizione normale, ma in genere i ghirigori pseudo-artistici del moccio sulla sua bocca non rientravano nel quadro.

    Non mi sembrano proprio pensieri di Scintilla, ma del narratore.

    Invece erano proprio suoi al 100% :/ Cosa da chiarire, evidentemente. Ho usato quando potevo il corsivo per esprimere i pensieri di Scintilla, o perlomeno i pensieri “consci”, diretti. Essendo suo il POV, le sensazioni, le intuizioni ecc. le ho lasciate in regular pensando che si sarebbe capito comunque. Devo ripulire un po’ il tutto :/

    Grazie ancora! Ci lavorerò un po’ domani ^_^
    (non so come fai ad analizzare e commentare criticamente così tanta roba, cmq. Io sbatterei la testa al muro).

  90. 126 kaos

    Ho una domanda:

    Nel caso di concetti non visuali come si fa a descrivere e non raccontare?

    Ad esempio se il nostro eroe sente un buon profumo come si fa a “descrivere” un buon profumo?

    Ad esempio se la procace Katia, a cui il nostro eroe vorrebbe mostrare il suo attizzafuoco, fa un buon profumo come si dovrebbe agire per descrivere tale profumo? Oppure potrebbe essere ritenuto un particolare insignificante?

    O come si potrebbe descrivere una canzone molto bella o una voce armoniosa? O fastidiosa?

    Per un odore nauseante qualche idea ce l’avrei, dal momento che le vittime di tale odore potrebbero portarsi una mano al volto per coprirsi il naso, o, se gentiluomini di vecchio stampo, il classico fazzoletto profumato alla lavanda.

    Ma appunto in casi di roba piacevole che non susciterebbe una reazione cosi’ accentuata? O qualcosa che alla fine non suscita sensazioni non ha senso di essere citata perche’ appunto non suscita sensazioni neanche nel lettore? Pero’ se togliessimo qualcosa come il profumo, non renderemo meno reali i nostri personaggi?
    Se ad esempio voglio dire che la bagascia della locanda aveva “un profumo da due soldi” per appunto sottolineare che fosse una bagascia e non una escort di alto bordo, e’ una soluzione accettabile o non va bene perche’ “profumo da due soldi” e’ un’intrusione del narratore?

    In genere mi viene difficile pensare come descrivere delle sensazioni che non sono visive o che non suscitano nei personaggi delle reazioni visive ma piu’ che altro psicologiche.

  91. 125 Artemis

    Ecco il compitino. Io ci ho provato! ^^

    Lametta inspirò profondamente l’aria frizzante e trasparente, di cristallo, e si stirò facendo scricchiolare leggermente la colonna vertebrale. Le sue ali vibrarono nervose, scrollandosi di dosso le gocce di condensa e si ripiegarono sulla schiena. Rabbrividì e sorrise, soddisfatta, ai campi verdeggianti che le si estendevano ai lati.
    - Benvenuta in Irlanda- mormorò a sé stessa.
    Proseguì lungo il sentiero lastricato, schivando le persone che strette nei loro cappotti invernali passeggiavano, le coppiette che si davano baci schioccanti sulle panchine e vecchietti che gettavano briciole di muffin al piccolo pubblico di piccioni e scoiattoli. Un cancello in ferro battuto segnava l’uscita da quel parco. Oltrepassatolo, lasciò cadere la pesante borsa a tracolla che portava in spalla, che cadde con un tonfo sul marciapiede, e si massaggiò la clavicola con una mano, muovendo il braccio avanti e indietro.
    - Ahi- si lamentò. La cinghia le aveva lasciato una brutta traccia rossa sulla spalla, che bruciava.
    Un ragazzino che le arrivava al mento la urtò, ridendo e facendo strada ai suoi compagni, su costosi pattini a rotelle argentati.
    - Hey, tu! Fai attenzione!
    Si sporse per afferrarlo per la camicia a quadretti, assaporando il momento in cui avrebbe affondato le dita su quelle morbide guance di bambino, e gliele avrebbe tirate fino a farlo strillare di dolore e paura.
    Le sue dita gli sfiorarono il bordo della camicia ma quello sfuggì alla sua presa, e Lametta si sbilanciò in avanti. Si aggrappò con una mano al freddo lampione, impedendosi di cadere, ma lasciando sfuggire dalle tasche degli oggetti che caddero tintinnando sulla pietra.
    - Merda- borbottò la fatina. Si chinò e afferrò un paio di binocoli, due batterie scariche, un cellulare dallo schermo scheggiato, le chiavi della camera dell’albergo che si era dimenticata di restituire, un portachiavi, delle monete spagnole, una clessidra con la sabbia verde, che stava tutta sul palmo della mano, un pennarello blu, delle conchiglie e alcuni cioccolatini al cocco rivestiti in carta dorata.
    Si voltò verso la borsa, incespicando e minacciando di cadere ancora, e aprì la cerniera. Le sue guance si arrossarono mentre il binocolo resisteva alle sue mani che premevano perché si scavasse un angolino fra i teli da mare, i libri di Freud, i gomitoli di lana e tutto quello che si era portata dietro.
    - Ahia!
    Ritrasse la mano e se la portò alla bocca. Si succhiò il dito che si era punta con un ago per cucire.
    Il cellulare cominciò a vibrare contro la sua coscia.
    - Accidenti!- si alzò in piedi e si frugò le tasche.
    Trovatolo, premette il tasto rosso al punto di farlo quasi collassare all’interno dell’apparecchio, mordendosi un labbro.
    - Ancora tua madre?- domandò Alisea, facendola sobbalzare.
    - Non venirmi alle spalle così, scema!- sbraitò la fatina.
    Alisea toccò terra coi piedini calzati in stivaletti neri e lucidi. Ripiegò le ali di un verde fluorescente e sorrise.
    - Ormai neanche mi offendo più.
    - Brava! Vuoi un applauso?- Lametta si mise a braccia conserte e guardò altrove.
    - No. Comunque- si guardò attorno velocemente – visto che bel posto? Non ci guarda nessuno!
    I lineamenti di Lametta si fecero meno rigidi.
    - In effetti. Credo che qui siano così abituati a noi che…- lasciò in sospeso la frase. Tolse la batteria al cellulare e sfilò la sim. Sotto lo sguardo di Alisea la lanciò nel cestino.
    - Che fai?- chiese quella.
    - Così non mi possono più chiamare né intercettare le telefonate.
    - Non arriverebbero a tanto- commentò Alisea e distese le ali – ti saluto, eh! Ho un appuntamento galante.
    - In culo alla balena- rispose Lametta, a voce alta perché l’altra, ormai in volo, la sentisse. Prese la borsa in spalla, sentendosi bruciare la schiena per la fatica, e riprese a camminare a zig zag, strascicando le suole sull’asfalto, e guardando le vetrine illuminate dei negozi.
    Cercasi cameriera
    Diceva un cartello, posto in basso a destra, sulla vetrina di un ristorante francese. Lametta si fermò e scrutò all’interno. Vedeva ben poco, solo il proprio riflesso e quello della strada, ma la luce arancione, calda e confortante, del ristorante, e le scariche elettriche di dolore che le dava la borsa, gonfia e con la cerniera tesa, la invogliarono a entrare.
    ***
    - Lametta, giusto?- chiese il responsabile.
    - Sì signore.
    - Monsieur Tirinnanzì- si presentò.
    “è francese tanto quanto io sono un troll” pensò Lametta, soffocando una risatina alla vista di quella zucca pelata illuminata dalle luci al neon dell’ufficio. Strinse gli occhi lacrimanti.
    - Hai fatto la cameriera altre volte?- chiese il Tirinnanzì.
    - Sì- rispose la fatina, dimenandosi a disagio sulla sedia, che protestò cigolando.
    - Sempre nei ristoranti?
    - No, solo nei bar- sporse leggermente le labbra e le sue gote si arrossarono appena.
    - Ti sei trovata bene?
    - Insomma- rispose quella – mi hanno cacciato perché…- si morse un labbro – perché…- dimenò le gambe .
    - Fa’ nulla- rispose l’uomo.
    Lametta sospirò e alzò lo sguardo, sorridendo.
    Il proprietario arrossì e il suo sguardo vagò sulla scollatura della camicia della fatina.
    - B-bene. Puoi iniziare subito.
    Lametta balzò dalla sedia e afferrò nervosamente il grembiule verde bottiglia che l’uomo le stava porgendo.

  92. 124 ???

    @Gamberetta

    Un dramma…

    Eh, sì, quant’è vero! Magari col prossimo esercizio mi rifaccio. Lol!

    La maestra approva.

    Evvai! Champagne! No, seriamente, la valutazione positiva mi tira su il morale dopo aver notato gli errori nel racconto per il concorso…

    Non è brillante.

    Ecco, cavolo! Cosa manca di preciso? Per brillante intendi originale, il tono o cosa? A me piaceva molto il primo pezzo. Mi ero ispirato a Swanwick…

    Ti faccio notare qualche sfumatura:
    L’uomo-cane piegò il giornale in due, allarmato.
    Allarmato è raccontato. Se vuoi mostrare metti che ringhia, allarga le narici, sbatte la coda, ecc.

    Grazie per le correzioni. Questo è ciò che rimane del raccontato quando scrivo. I pezzetti di frase raccontati prima o dopo il mostrato relativo al passaggio. E che a volte (non in questo caso) aggiungo perché mi suona meglio il ritmo della frase.

    Ad esempio questo:

    Lametta si sentì stringere in una morsa gelida.
    «No! No! Cazzo!»
    Picchiò contro il vetro, ma la merendina non si mosse.
    Lametta si passò le mani sul volto e sospirò. Tirò un ultimo calcio alla macchinetta e volò verso la bacheca degli annunci, lì accanto: come al solito era stracolma di carta.

    prima era:

    Lametta si sentì stringere in una morsa gelida.
    «No! No! Cazzo!»
    Picchiò contro il vetro, ma la merendina non si mosse. Sconsolata, si passò le mani sul volto e sospirò. Tirò un ultimo calcio alla macchinetta e volò verso la bacheca degli annunci, lì accanto: come al solito era stracolma di carta.

    Vedrò di eliminarli con l’esercizio.

    Questo, però, mi porta a un’altra domanda che volevo farti da un po’.

    Ho notato che quando scrivo rispettando le regole al meglio finisco per avere dei testi col nome del protagonista ripetuto più e più volte a inizio frase. L’ho notato anche nel romanzo di Angra, ma solo in qualche punto.

    So che il nome è “trasparente”, ma come posso fare per ridurre il problema? L’unica cosa che mi viene in mente è alternare con altro, ad esempio in questo caso Lametta con Fatina, ma non so se sia una buona soluzione. Ce ne sono altre?

    Il ricordo sarebbe Fiammifero? In effetti lascia un po’ il tempo che trova, specie: “Fiammifero… come si sta nelle Terre d’Estate? Neanche un’anima viva, eh?”

    Si esatto, l’ho messo apposta, non tanto per l’esercizio, ma per chiederti qualche precisazione sul raccontato nei ricordi.

    I flashback vanno evitati, lo so.

    Quando c’è un flashback lungo che non posso togliere perché è importante per la storia lo trasformo in scena e mostro, non è un problema.

    Ma quando è corto?

    Ad esempio:

    Tra il capitolo 1 e il 2 sono successe delle cose minori che non voglio mostrare, ma che voglio raccontare, magari per approfondire un argomento o dare risposta a qualche domanda che potrebbe avere il lettore, in modo che abbia la sua risposta e si riimmerga nella scena.

    E’ ok mettere del raccontato?

    Lo vedo fare spesso a Konrath.

    Es:

    Fine capitolo 1

    il tenente Daniels corre al bagno per lavarsi via il veleno che le è stato spruzzato in faccia.

    Inizio capitolo 2

    Quando mi svegliai in ospedale la faccia e gli occhi mi bruciavano. I dottori mi avevano fatto uno “scrub” fino all’osso e dato del collirio xyz.

    Insomma, così, ma un po’ più lungo e scritto bene. Che mi dici?

    Grazie ancora.

  93. 123 Gamberetta

    @Tapiroulant.

    Lo dici ai fini dell’esercizio o perché la scena ti sembra costruita male in generale?

    In generale dipenderebbe da come hai mostrato il personaggio fino a quel punto. Il brano è troppo corto per dire se il “Ti odio” è la soluzione più naturale dato il personaggio.
    Però se aggiungi una componente visibile è meglio. Anche perché puoi scegliere la sfumatura precisa che meglio caratterizza il personaggio. Adesso il “Ti odio” è neutro. “Ti odio” preceduta o seguito da un calcio (o solo il calcio) è un altro discorso. Il “Ti odio” mentre la fatina solleva un lembo del sacco e lo lascia ricadere è un’altra sfumatura. Il “Ti odio” solo mormorato mentre scuota la testa è un’altra sfumatura ancora.
    Insomma può andare bene, ma si può far meglio.

    Insomma, l’espressione ‘silenzio’ era per me un mostrato, e un mostrato più utile delle sue alternative. Se però ritieni ancora che dovrei toglierlo, potrei anche cambiare idea.

    Come l’hai scritto tu quel “silenzio” era più: “Lametta non rispose”. Se invece volevi dare l’idea della “realtà che trattiene il fiato”, del mondo che si zittisce in attesa degli eventi o qualcosa di simile (situazione comunque da usare con parsimonia perché molto retorica), dovevi costruire la situazione in modo da mostrarlo.
    Non so: piove, lo stereo manda una canzone a basso volume, il gatto raspa sulla porta di casa, Lametta fa rumore intagliando il legno.
    Quando arriva il “silenzio” scrivi che smette di piovere, la canzone finisce, il gatto si accoccola contro lo stipite e la lama che sta tagliando il legno si ferma a metà del percorso, con una scheggia sollevata ma non ancora tagliata.
    A questo punto hai reso il “silenzio”.
    Se scrivi solo “silenzio” semplicemente non funziona. A te magari comunica la sensazione giusta. Ad altri no. Perché è il problema della scatoletta “graziosa”: tu evochi il fermo immagine di Evangelion, un altro al “silenzio” evoca un film muto con Charlie Chaplin. Dunque cerca di non costringere alle evocazioni, mettendo direttamente i particolari giusti.

    @france. Al di là del tema, se nell’articolo è spiegato che certe espressioni vanno evitate e poi tu scrivi (enfasi mia):

    Ansimò, cercando di rialzare il braccio. Troppo faticoso. Aveva le cosce e le spalle gelide, e tremava. Colpa di quel c… quello stupido vento. Entrava dappertutto. DAP-PER-TUT-TO.
    Cercò di rialzarsi, la gamba si torse, Scintilla gridò, crollando e rimanendo a terra senza respiro, da non riuscire nemmeno a piangere.

    Io rimango un attimo perplessa. Così come la quantità industriale di puntini di sospensione. Già spiegato più di una volta che le pause vanno mostrate, i puntini di sospensione sono l’autore che dice: “Qui c’è un pausa”. È brutto.
    Sei anche “entrato nella storia”, perché passaggi così:

    Okay. Forse non era esattamente preoccupazione quella nei suoi occhi. Non tutta, magari. Ma un pochino ce n’era. Un pizzico. Di sicuro. Ehm.

    O così:

    Scintilla era in lacrime. Il che, più o meno, era la sua condizione normale, ma in genere i ghirigori pseudo-artistici del moccio sulla sua bocca non rientravano nel quadro.

    Non mi sembrano proprio pensieri di Scintilla, ma del narratore.

    @Ste. Meglio di prima. La prima scena rende abbastanza l’attaccamento di Scintilla al sacco giallo e le conseguenze per il lavoro. Forse però dovevi spendere qualche parola in più per descrivere il contesto, perché non è molto chiaro che negozio sia (bar? cristalleria? articoli regalo?), sembra una scena che si svolge nel vuoto.
    Per l’aggiungere scene, come detto ad altri: mettine quante ne servono. Prima si scrive il necessario, poi, se è scivolato dentro anche il superfluo, si taglia.

    @???.

    E stavolta col mio esercizio non sono riuscito nemmeno a far continuare le avventure del Duca.

    Un dramma

    Comunque non è venuto male. Non è brillante, però hai mostrato quello che dovevi e in generale l’hai fatto con buona padronanza. Sono quasi tutti termini/espressioni concrete. La maestra approva.

    Ti faccio notare qualche sfumatura:

    «Ma come ti permetti? Io sono molto più bella di così!»

    Puoi rendere meno generico il “più bella”, non so:
    – Io sono molto più alta di così!
    – Io ho le tette più grosse!
    – Io ho i capelli color verde smeraldo, non viola vomito di orco!

    L’uomo-cane piegò il giornale in due, allarmato.

    Allarmato è raccontato. Se vuoi mostrare metti che ringhia, allarga le narici, sbatte la coda, ecc.

    Lametta schizzò fuori dalla stazione più veloce che poteva.

    Schizzare già implica il (raccontato) “più veloce che poteva”. Altrimenti come al solito devi mostrare la sensazione di velocità (i vestiti che si sollevano e le cartacce che volano via per lo spostamento d’aria? ^_^)

    [...] all’interno di una villa del Cinquecento con un grosso giardino disseminato di statue in marmo bianco.

    Grosso è troppo generico (e poi che significato ha “grosso” se il punto di vista è di una fatina?); nel caso specifico puoi semplicemente togliere, ché bastano le statue.

    Lametta ponderò la domanda.

    Raccontato. Lametta si gratta sopra l’orecchio. Conta sulla punta delle dita i giorni della settimana. O qualche altro gesto che implichi il “ponderare” senza dirlo.

    Quando hai letto vorrei parlarti del ricordo che ho messo apposta nella seconda parte del testo.

    Il ricordo sarebbe Fiammifero? In effetti lascia un po’ il tempo che trova, specie: “Fiammifero… come si sta nelle Terre d’Estate? Neanche un’anima viva, eh?”

  94. 122 ???

    @Gamberetta

    Argh Ho lasciato un vestita che andava tolto!

    Quando hai letto vorrei parlarti del ricordo che ho messo apposta nella seconda parte del testo.

  95. 121 ???

    @Gamberetta

    Ho finito l’articolo. In effetti, dei tre, è quello più utile.
    Ho riletto quel che ho scritto per il concorso del Duca e ho trovato più di un errore di questo tipo.
    Non penso sia tra gli scritti peggiori, ma poteva essere meglio. Peccato. Staremo a vedere.

    E stavolta col mio esercizio non sono riuscito nemmeno a far continuare le avventure del Duca. Vabbe’, amen.

    Eccolo. Grazie in anticipo per il commento.

    Un alito di vento gelido si riversò dentro la cavità della quercia.
    Lametta si svegliò con un sussulto e si rannicchiò in posizione fetale.
    Autunno di merda.
    Si strusciò le mani su gambe e braccia per scaldarle e stiracchiò le ali.
    Si alzò.
    Lo stomaco le borbottò.
    Lametta aprì il borsone e vi frugò dentro: il libro del corso di pozione d’amore, il tutu, la spilletta dei Kyoto Gay Love, un bottone umano.
    Niente: i biscotti erano finiti.
    Fuori, l’orologio della stazione segnava le 12:42. All’ingresso l’ elfo con la barba incolta e senza le braccia stava già chiedendo l’elemosina. Uno gnomo in gessato e bombetta si fermò a guardarlo. Scosse la testa ed entrò nell’atrio dell’edificio.
    Lametta sbuffò, un sorriso sulla labbra.
    Sfigato.
    Lo stomaco borbottò di nuovo.
    Colazione.
    Lametta mise il borsone a tracolla e spiccò il volo. Attraversò il parco ed entrò nella stazione. C’era poca gente: tre streghe che facevano la calza, un uomo-cane che leggeva un giornale slavo e il suo marmocchio che giocava con la PsP. Lo gnomo di prima si era seduto sul lato opposto agli altri e stava trafficando col cellulare.
    Lametta raggiunse le macchinette delle merendine ed entrò nella prima buchetta del resto.
    Vuota.
    Nella seconda appena cinque cents.
    La terza come la prima.
    Entrò nella quarta: sessanta cents.
    Bingo!
    Presa la moneta, la inserì nella prima macchinetta e selezionò una Fiesta.
    La merendina rimase incastrata nella spirale di metallo.
    Lametta si sentì stringere in una morsa gelida.
    «No! No! Cazzo!»
    Picchiò contro il vetro, ma la merendina non si mosse.
    Lametta si passò le mani sul volto e sospirò. Tirò un ultimo calcio alla macchinetta e volò verso la bacheca degli annunci, lì accanto: come al solito era stracolma di carta.

    Cercasi donna delle pulizie esperta in telecinesi…
    Vendo scopa magica usata pochissimo…
    Avete visto questa fat…
    Imparare il mesmerismo? E’ facile con i…

    Lametta sentì una fitta al cuore. Trattenne il respiro e tornò indietro con gli occhi.

    Avete visto questa fatina? Si chiama Lametta, ha 18 anni ed è scappata di casa.
    L’ultima volta che è stata vista indossava dei jeans e una maglietta con la scritta
    The Next Big Star!

    Seguiva una sua foto quando ancora aveva i capelli viola.

    Se l’avete vista contattateci al 00534 99567
    Qualsiasi informazione utile verrà ricompensata in cristalli di luna.

    Mi stanno ancora cercando
    «Ehi, signorina, ma quella sei tu!»
    Lametta sentì un’altra fitta.
    Si girò.
    Papà? Mamma?
    Il marmocchio dell’uomo-cane la fissava, le orecchie ritte in testa e la lingua a penzoloni. Con la zampa destra indicava la foto.
    Lametta respirò sollevata. Si schiarì la voce e poggiò le mani sui fianchi.
    «Ma come ti permetti? Io sono molto più bella di così!»
    Il marmocchio appoggiò la testa sulla spalla destra.
    «Davvero?»
    «Certo! Sei cieco per caso? Vattene, va!»
    Lametta prese l’annuncio dalla bacheca e lo strappò in due.
    Sotto ne apparve un altro.

    Sei una ragazza carina, solare, simpatica e la voglia di fare non ti manca?
    Perché non lavorare con noi nell’ambiente raffinato del ristorante “Al Gatto Impiccato”.
    Ci trovi in Via Morte Rossa, 102 Tel. 00534 229813

    Ehi, questo può fare al caso mio!
    Lametta prese l’annuncio e si voltò.
    Il marmocchio era ancora lì. Scodinzolava.
    «E allora? Che mi guardi a fare? Ti ho detto di andartene, stupido pulcioso!»
    Il marmocchio chinò la testa e guaì, trascinandosi verso il padre. L’uomo-cane piegò il giornale in due, allarmato. Fissò Lametta e snudò le zanne.
    Lametta schizzò fuori dalla stazione più veloce che poteva.

    * * *

    Il ristorante “Al Gatto Impiccato” era appena fuori città, all’interno di una villa del Cinquecento con un grosso giardino disseminato di statue in marmo bianco.
    Lametta c’era stata qualche anno fa per il compleanno di Fiammifero, quello stronzo impasticcato e doppiogiochista.
    Fiammifero… come si sta nelle Terre d’Estate? Neanche un’anima viva, eh?
    Lametta rise.
    Entrò in volo nel salone d’ingresso. Dietro il bancone della reception un puttanone d’elfa vestita avvolta in un tailleur nero e camicia bianca si aggiustò gli occhiali e sorrise.
    Un sorriso falso.
    «Benvenuta al Gatto Impiccato. Desidera?»
    Lametta sfoggiò il suo sorriso migliore.
    «Salve, ho visto questo annuncio e vorrei avere qualche dettaglio sul lavoro.» Diede all’elfa il biglietto e quella lo lesse e smise di sorridere.
    «Ah, sì, questo. Be al momento sono aperte più posizioni. Tu che sai fare, tesoro?»
    «Be, io so cantare, suonare il piano e ballare » Lametta atterrò sul bancone, aprì la zip del borsone e ne vuotò il contenuto: il libro del corso di pozioni d’amore, un pacchetto di assorbenti interni con applicatore, una spilletta e il canzoniere dei Kyoto Gay Love, i vestiti puliti e quelli da lavare.
    Lametta agguantò gli assorbenti e li nascose nel borsone. Poi frugò tra i vestiti e trovo il suo tutu.
    «Vede? Ho il tutu verde. Quarto livello di danza druidica!»
    L’elfa la guardava con gli occhi sbarrati. Di certo era rimasta impressionata.
    «Capisco.» Si spinse gli occhiali sul nasino rifatto. «Senti tesoro, e non è che per caso sai anche fare la cameriera o lavare i piatti? Ci servirebbe qualcuno per i sabato sera.»
    Lametta ponderò la domanda. Era un trabocchetto, ovvio.
    «Be’, guardi il Sabato sera io vado in disco a ballare, e il Martedì, Giovedì e Venerdì ho il corso di danza druidica, quello di canto e quello di pozioni d’amore. Ma, comunque, perché dovreste assumermi per cavolate come servire ai tavoli o lavare? Io posso essere l’anima del locale. L’attrazione che richiama i clienti. Senta questa canzone. L’ho scritta io: Mi ami perché sono perfe-»
    L’elfa l’afferrò, tappandole la bocca. Le fece male alle ali.
    Lametta si contorse. Che cazzo aveva in mente quella troia? Come si permetteva di trattarla così?
    L’elfa si sistemò di nuovo gli occhiali e poi prese la roba sul bancone con la mano libera.
    «Senti, cocca, mettiamo le cose in chiaro: qui si lavora seriamente. Non tolleriamo di essere presi in giro da ritardati che si credono artisti, chiaro?»
    L’elfa aprì la porta con un colpo di fianchi e scaraventò Lametta e la sua roba fuori dal ristorante.
    «E non farti più rivedere!»
    Lametta le mostrò il medio, il volto rigato dalle lacrime.
    «Vaffanculo vecchia troia rifatta. Sei buona solo a succhiar cazzi e prenderlo in culo! Aaaah! Troia!»
    Tirò su col naso e scese a terra. Raccolse le sue cose e le rimise nel borsone.
    Il mondo era pieno di inferiori stronzi.
    Forse era meglio tornare a casa.

  96. 120 Ste

    Spero di essere risucito a sistemare il tutto.
    So però che le passioni delal fatina sono raccontate, ma senza aggiungere altre scene (allungando il tutto) non avrei saputo come inserirle.

    Lametta sollevò il proprio sacco giallo e lo infilò sul ripiano più basso
    dello scaffale, fece un passo indietro e osservò il lavoro appena concluso.
    “No, non ci siamo, una parte del mio sacco cade dalla mensola”, si avvicinò allo scaffale e si inginocchiò, la sua immagine venne riflessa dalle sfaccettature dei calici di cristallo che circondavano il suo sacco; la fatina allungò la mano verso la parte di sacco che penzolava, l’afferrò sentendo, attraverso la stoffa, i contorni irregolari del pezzo di elitra che aveva raccolto davanti al negozio; con gli occhi guardò da che parte spingere, alzò il gomito all’altezza del orecchio, inspirò e spinse verso sinistra. La sua mano urtò contro un calice che si inclinò appoggiandosi a quello accanto.
    Lametta ritrasse la mano, inspirò profondamente e trattenendo il respiro afferrò lo stelo del calice.
    - Etciù!!
    Istintivamente si portò la mano alla bocca colpendo i bicchieri che vennero scagliati a terra riducendosi in frantumi in una tintinnio assordante; Lametta balzò in piedi, la mano con il calice alla bocca, gli occhi fissi sulla polvere di cristallo ai suoi piedi.
    - Cosa è succ… – la calma voce del padrone che la sovrastava da dietro si interruppe.
    - Vattene! – riprese urlando.
    Lametta dallo spavento si chinò in avanti, incassando la testa nelle spalle; la mano si aprì lasciando cadere il calice che aggiunse polvere cristallina a quella già presente. Con la mano nuovamente libera afferrò il sacco e lo tirò a sé, assieme ad altri calici, si girò abbassandosi e corse fuori dal negozio, varcata la porta spiccò il volo tenendo con entrambe le mani il sacco giallo sotto di se.
    Dopo aver superato alcune querce ed un ippocastano vide un ufficio di
    collocamento, Lametta smise di sbattere le ali e planò fino all’ingresso.

    ****

    Lametta osservando la fata dalle ali di farfalla che aveva innanzi,
    continuava a torcersi le mani sudate dietro la schiena, ogni tanto un ala si metteva a vibrare e solo con profondi respiri Lametta riusciva controllarla e a tenerla ferma.
    - E per quanto vorresti lavorare?
    “E’ andata” pensò Lametta, le gambe quasi cedettero.
    - Posso solo al pomeriggio, prima devo fare nuoto, conoscere gli insetti del bosco, dipingere – ad ogni voce che elencava Lametta si prendeva in mano un dito della mano.
    - Una fatina impegnata… – disse espirando e a bassa voce la fata dalle ali di farfalla interrompendo Lametta.
    - Eh già – “che maleducata ad interrompermi..”
    - Guardando il tuo curriculum vedo che hai fatto diversi lavori…
    Lametta arrossì in viso e abbassò lo sguardo ripensando al passato, tornò a fissare gli occhi della fatina di collocamento.
    - Senta il lavoro me lo dà o non me lo vuole dare?
    Lametta vide la fatina dell’ufficio alzare lo sguardo sopra le spesse lenti degli occhiali che portava sulla punta del naso, lo sguardo di Lametta si fissò in quegli occhi scuri che aveva di fronte, si sentì lo stomaco torcersi, il ritmo del cuore accelerò. Lametta strinse i pugni, sserrò la mascella e sostenne lo sguardo della fata che aveva di fronte.
    - Ho solo due lavori al momento: indicare alle api dove sono i fiori e un posto da fatina dei denti.
    - Il secondo!
    - Per questo ho bisogno dell’autorizzazione dei tuoi genitori ad andare nel mondo degli umani. Ce l’hai? O Se vuoi li chiamo..
    “No! Se li chiama scoprono che non sono andata da Fio, e magari scoprono anche che ho dormito dentro una bottiglia”.
    - Sono grande abbastanza e indipendente, non ho bisogno del loro permesso! – Lametta alzò il tono di voce, le ultime parole le gridò con voce acuta, l’ala di sinistra si mise a vibrare, il viso le si fece rosso, una mano si strinse a pugno, l’altra artigliò il bordo del tavolo.
    - Allora metti una firma su questa foglia in cui ti assumi ogni responsabilità. – disse la fata di collocamento porgendo a Lametta una foglia con alcune frasi incise sopra.
    Lametta si chinò verso il sacco che teneva fra le gambe ed iniziò a frugarci dentro alla ricerca di un pezzo di carbone per firmare il foglio “uff quanta inutile burocrazia… ma proprio sta vecchia rimbambita doveva capitarm..” –Ahia! – Lametta ritrasse di scatto la mano dal sacco, si portò un dito sanguinante alla bocca. Doveva essere stato lo spillo che aveva raccolto quel mattino… no quel mattino aveva raccolto un’elitra verde, lo spillo lo aveva preso la sera
    prima di andarsene di casa stufa dei rimbrotti dei suoi per il suo “disordine”… disordine come se collezionare oggetti fosse disordine, è una forma di arte e…
    - Sto aspettando la sua firma fatina Lametta.
    - Senta abbia pazienza lo vede che mi sono fatta male o ha bisogno di un nuovo paio di occhiali?
    La fata di collocamento divenne rossa in viso, inspirò profondamente, espirò dal naso rumorosamente e riprese la foglia per l’autocertificazione.
    - Ops! I lavori che le avevo proposto sono stati presi – un sorriso seguì
    quelle parole.
    Lametta smise di succhiarsi il dito strinse i pugni e si allungò verso la
    fatina che aveva di fronte.
    - Lei è una vecchia mosca cieca! Ecco! Lo dica subito che le sono antipatica perché sono più bella e giovane di lei! Vecchia lucciola! Ci si strozzi con i suoi miseri lavori! Né lei né i miei avete ragione! – si sentiva il cuore in gola, faceva fatica a respirare, le mani ripresero a sudarle, la fronte aggrottata le dava un leggero pizzicore al naso e agli occhi.
    - Sicurezza! – chiamò la fata di collocamento alzando un braccio.
    Due fatine apparvero accanto a Lametta, come si sentì afferrare per le
    braccia iniziò a tirare calci alla scrivania e alle sedie presenti, girò il
    busto da un lato e dall’altro, si contorse per scivolare via dalla presa delle due fatine della sicurezza, ma queste tenendola saldamente per le braccia e per le ali la sollevarono di peso, Lametta diede un calcio allo stinco di quella di sinistra la quale per reazione le strinse con maggior vigore l’ala.
    - Ahia! Maledette cimici! Lasciatemi! Sporche zanzare succhia-sangue avete
    vinto… mi calmo. – Lametta smise di contorcersi e rimise i piedi per terra.
    Le due fatine la portarono fuori dall’ufficio e la lasciarono, Lametta si
    sistemò con le mani il vestito sulle gambe che nella breve colluttazione era salito sopra le ginocchia spiegazzandosi.
    - Il tuo sacco! – disse una delle fatine buttandole ai piedi il sacco giallo che si rovesciò, ne uscirono una perlina verde e blu che cozzò contro la mezza elitra di una coccinella, un tovagliolo a righe nere con infilzato uno spillo sporco di sangue e un frammento giallo di plastica.
    Lametta si chinò a terra e con mano tremante raccolse le sue cianfrusaglie rimettendole una a una nel sacco che si mise in spalla, fece due salti e con il braccio destro si sistemò il sacco fra le ali, si girò mise la testa nella sala d’aspetto dell’ufficio e gridò:
    - Siete tutte delle vecchie lucciole cianotiche, sottospecie di zanzare
    cimiciose! Le vostre madri se la sono fatta con le formiche..
    Le due lucciole della sicurezza si girarono e si diressero alzando le mani verso di lei, Lametta tirò fuori la lingua per tutta la sua lunghezza, si piegò leggermente sulle gambe e saltò verso l’alto librandosi in volo.

  97. 119 AryaSnow

    Se ribaltiamo, come viene spesso fatto, il discorso, si finisce per dire “il romanzo è scritto coi piedi e quindi mi fa schifo.

    Non è detto. Il romanzo scritto coi piedi può piacere nonostante (e non a causa) della cattiva scrittura. Poi bisogna anche vedere quanto è esigente il lettore, e quanto peso attribuisce ai difetti e ai pregi. Però la cattiva scrittura resta una cosa negativa.

    E questo mi sembra francamente assurdo, l’analisi deve seguire la “fruizione” (lettura) e non viceversa.

    Però se ne capisci qualcosa di tecnica narrativa, un po’ viene spontaneo fare l’analisi anche durante la lettura, e non c’è per forza bisogno di un’analisi a posteriori per capire i motivi dello schifo. Molte cose le afferri al volo.

    Comunque a me sembra che le considerazioni tecniche di Gamberetta siano applicabili più o meno a tutta la narrativa (poi esisteranno sempre delle eccezioni… ma sono appunto eccezioni!).
    Infatti sono cose che vengono dette più o meno in tutti i manuali di scrittura creativa generici (e non certo solo in quelli dedicati al fantasy. Anzi, personalmente di manuali dedicati soprattutto al fantasy non ne ho mai letti).

  98. 118 Unoqualunque

    @Gamberetta.
    Mi sembra che nel mio caso (e in quello di molti altri) la difficoltà non sia tanto nel “mostrare”, quanto nell’attenermi al tema, ovvero nel mostrare tutto ciò che tu avevi raccontato. Ad esempio nel caso del personaggio Lametta non so nemmeno di preciso in cosa ho mancato il bersaglio…
    Comunque sì, l’innocente bambolina di Lametta era un gingillo wodoo.

  99. 117 Martin

    La tecnica narrativa, o artistica in generale, serva a chi scrive, o dipinge, compone etc…, non tanto a chi ne fruisce.
    Penso che sia questo uno dei concetti a cui fa riferimento anche Enry.
    Anche tu Chiara, coerentemente con quanto vai dicendo, non puoi non essere d’accordo che se un romanzo è scritto male (“non mostra ma racconta”) non produce l’effetto desiderato di coinvolgere il lettore.
    E questo accade anche se il lettore non conosce nulla di tecniche narrative, il romanzo gli farà schifo e semplicemente non saprà perchè.
    Se ribaltiamo, come viene spesso fatto, il discorso, si finisce per dire “il romanzo è scritto coi piedi e quindi mi fa schifo.
    E questo mi sembra francamente assurdo, l’analisi deve seguire la “fruizione” (lettura) e non viceversa.
    Anche perchè se è vero quello che vai dicendo da sempre, che ogni mancanza tecnica si traduce inevitabilmente in un fastidio che aggredisce il lettore, un libro scritto male non piacerà a nessuno.
    Il discorso tecnico relativo alla poesia è invece piuttosto complicato perchè nel ’900 si è liberata da quasi tutte le sovrastrutture formali, a tal punto da diventare complicato parlare di regole tecniche.
    Il che non vuol dire ovviamente che un’analisi non debba o non possa essere fatta, è vero proprio il contrario.
    Conosco il libro di Hofstadter e sono consapevole che un approccio matematico ha applicazioni pressochè illimitate perchè la matematica è una chiave di lettura universalmente riconosciuta come tale, poesia ed “arte” incluse.
    Ma bisogno altresì ammettere che ci sono espressioni artistiche che basano gran parte del loro valore sulle capacità evocative, tanto da renderle difficilmente analizzabili “razionalmente”.
    Tornando in tema, questo non vale però per la narrativa di genere!
    Spesso si dimentica che le tue considerazioni si applicano, parole tue, soprattutto alla narrativa fantasy, distinguo tutt’altro che trascurabile ma che viene sottovalutato da molti.

  100. 116 france

    Gamberetta:

    @france. Ma hai scritto apposta male? In ogni caso mi sfugge il collegamento tra il brano e quello che io avevo raccontato.

    Accidenti. Non pensavo d’aver fatto così male o_O
    Ho voluto rappresentare Scintilla come l’avevi descritta tu, ponendola in una sua situazione tipica: dopo aver appena cercato di aiutare qualcuno, con esiti catastrofici (per sé stessa più che altro).

    Poco aderente al tema?

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