Manuali 3 – Mostrare

Questo è il terzo articolo nella serie dei Manuali. Trovate il primo articolo qui e il secondo qui. Gli articoli possono essere letti in qualunque ordine. Se avete pregiudizi riguardo i manuali di scrittura, date un’occhiata alle risposte ai miti, qui.
Ricordo infine che mi rivolgo a chi voglia imparare a scrivere narrativa di genere, in particolare narrativa di genere fantastico. I concetti esposti potrebbero come non potrebbero applicarsi alla narrativa in generale.

* * *

“Mostrare, non raccontare” o in inglese “Show, don’t tell” è il nome di una fondamentale tecnica narrativa. È un’esortazione agli scrittori perché evitino l’astratto e favoriscano sempre il concreto.
La narrazione deve essere un susseguirsi di dettagli concreti; dettagli che stimolino i sensi del lettore, che richiamino immagini, suoni, odori, sapori.

Esempio:

Michele è vecchio.

Il termine “vecchio” è astratto, dunque qui ci troviamo di fronte al raccontare.

Michele ha la barba bianca, il viso coperto di rughe. Cammina gobbo reggendosi al bastone.

Qui abbiamo una sequenza di particolari concreti, dunque ci troviamo di fronte al mostrare.

Perché il mostrare è preferibile al raccontare?

Icona di un gamberetto Perché è dimostrato che il cervello del lettore, se stimolato da dettagli concreti, vive le situazioni descritte. Il mostrato cala il lettore nella storia; il raccontato non garantisce la stessa risposta emotiva, non trascina il lettore.
Per questa ragione il raccontato può diventare noioso in fretta: il lettore non ha problemi a gustarsi 200 pagine di mostrato, mentre poche pagine di raccontato possono subito stufare.

Icona di un gamberetto Perché ogni volta che si scivola nel raccontare l’autore esprime un giudizio. La barba bianca o le rughe sono un fatto oggettivo, la vecchiaia è una valutazione soggettiva. Può essere una valutazione giusta e condivisa, ma questo non cambia il problema: il problema è che l’autore ha fatto capolino per parlarci direttamente, incrinando l’immersione.

Per usare la metafora di John Gardner del “fictional dream”: la buona narrativa trasporta il lettore in una condizione mentale simile a quella del sogno. Quando l’autore interviene nella storia, ha lo stesso effetto di qualcuno che ti parla all’orecchio mentre dormi: se ti va bene non te ne accorgi, se ti va male ti svegli. Se il lettore si sveglia, chiude il libro. EPIC FAIL.
Oppure immaginate di essere al cinema. Scorre la pellicola, la scena vede Michele che si trascina per i vialetti del cimitero. Porta i fiori alla moglie morta. Spunta il regista con un cartello: “Michele è vecchio.” Sarebbe ridicolo, rovinerebbe l’atmosfera.
Non rendetevi ridicoli. Non svegliate chi sogna.

Cthulhu addormentato
Nella sua dimora a R’lyeh, Cthulhu aspetta sognando. Non svegliatelo!

Icona di un gamberetto Perché il mostrare permette di scegliere i particolari che sono sul serio importanti per la storia.

Cosa mi spinge a sottolineare che Michele è vecchio? Qual è la rilevanza della vecchiaia per la storia?
• Forse la vecchiaia è importante perché chi è vecchio spesso ci vede male, e questo dettaglio è vitale; ma allora non è forse meglio mostrare Michele che porta occhiali spessi?
• Forse la vecchiaia è importante perché chi è vecchio spesso è goffo e fragile, e questo dettaglio è vitale; ma allora non è forse meglio mostrare Michele mentre inciampa nel suo bastone da passeggio e si rompe una gamba?
• Forse la vecchiaia è importante perché chi è vecchio spesso è malato, e questo dettaglio è vitale; ma allora non è forse meglio mostrare Michele a letto in ospedale?
E così via.
Il raccontato è impreciso. Se si vuole portare avanti la trama, occorre precisione, occorre mostrare.

Icona di un gamberetto Perché il raccontato non rimane in mente. Se non si affiancano alla vecchiaia particolari concreti, dopo poche pagine il lettore si sarà già scordato che Michele è vecchio. Invece il mostrato lascia un’impressione duratura; anche chiuso il libro e passati anni, ricorderemo i dettagli più vividi.

* * *

A prima vista può sembrare che lo “Show, don’t tell” sia una tecnica come le altre. Non è così. Le implicazioni del mostrare invece di raccontare sono basilari per la narrativa.

Una celebre citazione da The Craft of Fiction di Percy Lubbock recita:

bandiera EN The art of fiction does not begin until the novelist thinks of his story as a matter to be shown, to be so exhibited that it will tell itself. [...] The thing has to look true, and that is all. It is not made to look true by simple statement.

bandiera IT L’arte della narrativa non comincia finché il romanziere non pensa alla storia come una materia da mostrare, da esibire in modo che si racconti da sola. [...] La faccenda deve sembrare vera, e questo è tutto. Non è resa vera semplicemente raccontando che è vera.

Non c’è arte finché la storia non è in grado di raccontarsi da sola: i particolari concreti (barba bianca, rughe, gobba, bastone) dicono al lettore che Michele è vecchio. Non è intervenuto l’autore a spiegarlo.
La narrativa ha bisogno di verosimiglianza (la faccenda che deve sembrare vera) e questo bisogno non può essere soddisfatto dal raccontato. Non basta raccontare che una cosa è vera per renderla vera. Non basta raccontare che Michele è vecchio; dirlo vecchio non lo rende per magia vecchio. La sua vecchiaia dipenderà dai particolari concreti, non da quante volte ripeto che è “vecchio”.

La posizione di Lubbock è radicale ed è stata aspramente criticata. Tuttavia non è una posizione assurda. Una definizione di “narrativa” potrebbe essere: l’arte del mostrare attraverso le parole. Sarebbe una buona definizione e Lubbock avrebbe ragione.

Senza entrare nel filosofico, il succo è semplice: scegliere consapevolmente quando mostrare e quando raccontare è fondamentale. Dal punto di vista dello stile, ovvero del come si racconta una storia, niente è più importante. Non parliamo di una “regoletta”, parliamo di uno dei cardini della narrativa. E, se si vuole seguire Lubbock, parliamo della narrativa stessa.

Introduzione storica

Mi è capitato di imbattermi in “scrittori” (sebbene questi tizi non scrivano un bel niente, imbrattano solo di moccio la carta) con idee bizzarre riguardo lo “Show don’t tell”. Una delle più bislacche è quella che lo “Show don’t tell” sia una “trovata” moderna, colpa di Hollywood; “una sensibilità mediata dal cinema” – nelle parole di uno degli imbrattatori.

Sugimori Nobumori, più noto con il nome di Chikamatsu Monzaemon, è stato un famoso drammaturgo giapponese, “lo Shakespeare nipponico”.[1] Il saggio del 1738 Naniwa miyage riporta alcune considerazioni di Monzaemon[2] riguardo la narrativa e il teatro. Per esempio si legge (vi risparmio il giapponese, qui di seguito la traduzione inglese di Donald Keene):

bandiera EN There are some who, thinking pathos is essential to joruri, make frequent use of expression as ‘it was touching’ in their writing, or who when chanting do so in voices thick with tears, in the manner of Bunya-bushi.
This is foreign to my style. I take pathos to be entirely a matter of restraint.
Since it is moving when all parts are controlled by restraint, the stronger and firmer the melody and words are, the sadder will be the impression created. For this reason, when one says of something which is sad that it is sad, one loses the implications, and in the end, even the impression of sadness is slight. It is essential that one not say a thing that ‘it is sad’, but that it be sad of itself. For example, when one praises a place renowned for its scenery such as Matsushima, by saying, ‘Ah, what a fine view!’ one has said in one phrase all that one can about the sight, but without effect. If one wishes to praise the view, and one says numerous things indirectly about its appearance, the quality of the view may be known by itself, without one’s having to say, ‘It is a fine view.’ This is true of everything of its kind.

bandiera IT Alcuni, credendo che il patos sia essenziale per lo joruri, usano frequentemente nei loro scritti espressioni come “toccante”, oppure quando cantano lo fanno con voce rotta dalle lacrime alla maniera di Bunya.
Questi metodi sono estranei al mio stile. Io considero il patos una questione di disciplina. Si crea patos commovente quando tutte le parti sono controllate da una disciplina; più nette e precise sono parole e melodia, più si creerà un’impressione di malinconia. Per questa ragione, quando qualcuno dice che qualcosa triste è triste, si perdono le implicazioni e alla fine anche l’impressione di tristezza è minima. È essenziale che non si dica che qualcosa “è triste”, ma che la cosa sia triste in sé. Per esempio, quando si elogia un luogo rinomato per il suo paesaggio come Matsushima, dicendo: “Ah, che bella vista!” si è detto in una frase tutto quello che si potrebbe dire sul paesaggio, ma senza creare emozione. Se si vuole lodare il paesaggio e si dicono diverse cose indirettamente riguardo il suo aspetto, la bellezza del paesaggio emergerà da sola, senza che si debba dire: “Che bella vista.” Questo è vero per ogni situazione simile.

C’è poco da aggiungere: è una spiegazione di come funziona lo “Show don’t tell” da manuale. Non bisogna raccontare che qualcosa è triste o che il paesaggio è bello; bisogna mostrare caratteristiche della cosa o del paesaggio in modo che l’impressione di tristezza o bellezza emerga da sola, senza bisogno che l’autore venga a spiegarlo. E bisogna farlo perché così l’impressione sul pubblico è più intensa. È più emozionante quando tristezza o bellezza le abbiamo davanti al naso, che non quando ci viene raccontato che qualcosa è triste o bello.

Dato che il tipico autore fantasy nostrano è un ignorante patentato, specifico: nel 1738 il cinema non era ancora stato inventato e Hollywood non era ancora stata fondata.

Il magnifico panorama di Matsushima
Il magnifico panorama di Matsushima

In Occidente si trovano le prime tracce del concetto alla base dello “Show don’t tell” nell’opera The Philosophy of Rhetoric dell’abate George Campbell, opera che l’autore ha iniziato a scrivere nel 1750.
Nel Libro III, Capitolo I, Sezione I Campbell scrive:

bandiera EN I begin with proper terms, and observe that the quality of chief importance in these for producing the end proposed, is their specialty. Nothing can contribute more to enliven the expression, than that all the words employed be as particular and determinate in their signification, as will suit with the nature and the scope of the discourse. The more general the terms are, the picture is the fainter; the more special they are, it is brighter. The same sentiments may be expressed with equal justness, and even perspicuity, in the former way, as in the latter; but as the colouring will in that case be more languid, it cannot give equal pleasure to the fancy, and by consequence will not contribute so much either to fix the attention, or to impress the memory.

bandiera IT Comincio con i termini appropriati, e osservo che la qualità di maggior importanza per raggiungere lo scopo voluto è la loro specificità. Niente può contribuire maggiormente a rendere vivida la narrazione quanto l’uso costante di parole precise e specifiche nel loro significato, come meglio si adatta alla natura e allo scopo del discorso. Più i termini sono generici, più l’immagine è sbiadita; più i termini sono specifici, più l’immagine è vivida. Le stesse emozioni possono essere espresse con uguale onestà, e persino chiarezza, in una maniera o nell’altra; ma usando la prima maniera, le tinte saranno più fiacche, non sarà procurato lo stesso piacere, e di conseguenza sarà più difficile far mantenere l’attenzione o lasciare un’impressione duratura.

Campbell non è esplicito come il giapponese, ma anche qui stiamo parlando di “Show don’t tell”: non usare termini generici (che sono raccontare), ma usare termini specifici (che sono mostrare).
Confrontate:

Qualche tempo fa, Anna ha avuto un incidente e si è fatta male.

con:

Ieri Anna è scivolata. Le ruote del tram le hanno tranciato le dita delle mani.

Più passo dal generale allo specifico, più passo dal raccontare al mostrare, e più la narrazione è vivida. Suscita più interesse, mantiene sveglia l’attenzione, si imprime nella memoria. Se racconto che Anna ha avuto un incidente, questa informazione sarà dimenticata nel giro di poche pagine, se ne ho bisogno venti capitoli dopo dovrò ripeterla; se invece mostro l’incidente, rimarrà impresso magari per anni dopo che il lettore ha finito il libro.

Dato che il tipico autore fantasy nostrano è un ignorante patentato, specifico: nel 1750 il cinema non era ancora stato inventato e Hollywood non era ancora stata fondata.

Qualcuno potrebbe pensare che queste siano eccezioni, che dopo Monzaemon e Campbell lo “Show don’t tell” sia sparito dalla coscienza collettiva per riaffiorare con il cinema. Non è così. Se ne è sempre discusso negli ultimi tre secoli.

Per esempio Herbert Spencer, il celebre filosofo, spiega il principio alla base dello “Show don’t tell” nel suo saggio del 1852 The Philosophy of Style – lo citerò in dettaglio più avanti nell’articolo.

E dato che il tipico autore fantasy nostrano è un ignorante patentato, specifico: nel 1852 il cinema non era ancora stato inventato e Hollywood non era ancora stata fondata.

* * *

Perciò, quando sentite qualche presunto autore starnazzare in questa maniera:

Io me ne frego delle regole della narrativa! Me ne frego dello “Show don’t tell”! Io non mi piego alle mode moderne pilotate dal marketing!

Ecco, sapete di avere di fronte un gonzo ignorante come una capra.

Hollywood anni '10
Il primo studio cinematografico ha aperto a Hollywood nel 1911

Non dico che per scrivere bene occorra aver studiato Campbell, Spencer o la drammaturgia giapponese del ’700, dico che per scrivere bene occorre evitare i pregiudizi idioti.
Potete scrivere quello che vi pare, come vi pare, ma prima di cadere in “ragionamenti” simili a quello dell’autore di cui sopra, informatevi. Non avete niente da perdere e tutto da guadagnare.

Il mostrare e la verosimiglianza

Arrivo all’Università, entro nell’aula, mi siedo e sussurro alla tizia accanto a me: «Ieri sera sono andata a cena con un vampiro.»
La risposta sarà: «Devi cominciare a dire scemenze la mattina presto?»

Questo perché ho raccontato un evento impossibile (almeno per le attuali conoscenze scientifiche).
Se mostro i segni dei canini sul collo e un filmato nel quale si vede un tipo che si trasforma in pipistrello nel mio salotto, difficilmente le mie affermazioni saranno ancora scemenze. In altre parole il mostrato fornisce verosimiglianza al mio raccontato.
E quando parliamo di narrativa fantastica la verosimiglianza è vitale. La verosimiglianza separa le storie degne di essere ascoltate dalle stronzate. Nessuno vuole perdere tempo con le stronzate.

In altri generi, a meno di errori clamorosi, una storia raccontata male rimane solo una storia raccontata male. Una storia di narrativa fantastica raccontata male è una stronzata. Suscita disgusto e disprezzo.
Racconto alla mia compagna di Università di essere rimasta a casa a guardare la TV. Ho visto un film con Chris Pine. Peccato che a quell’ora, su quel canale, ci fosse la partita. La mia amica penserà che mi sia sbagliata, capita.
Racconto di essere stata rapita dagli alieni, senza fornire alcuna prova. La mia amica penserà che io sia impazzita o che la voglio prendere in giro.

In una mail lettera del 1953, Raymond Chandler chiede al suo interlocutore se ha mai letto “Science Fiction” e conclude domandando se è vero che gli editori pagano per spazzatura del genere. Questo atteggiamento è per molti versi giustificato.
La narrativa fantastica ha fama di essere letteratura di serie B. È una fama meritata. Da un lato abbiamo un genere difficilissimo da scrivere, dall’altro una marea di autori convinti che sia il contrario e che si possa procedere a starnuti. Il risultato è una montagna di spazzatura (non solo in Italia) che travolge le opere buone.
Se scrivete fantastico fatelo seriamente. La noosfera non ha bisogno di essere inquinata da nuovi rifiuti.

* * *

Rendere verosimili elfi e vampiri può sembrare un’impresa disperata. E non c’è dubbio che una fetta di pubblico non accetterà mai questo tipo di narrazioni, non importa quanto l’autore sia bravo.[3] Però c’è anche chi ha fatto del rendere verosimili elfi e vampiri una professione, e non parlo degli scrittori. Parlo di sensitivi, ufologi, cartomanti, fantarcheologi & ciarlatani assortiti. I tizi che ti vendono la Croce Magica di San Germano, mistica reliquia infusa di potere spirituale; cura il mal di schiena e ti permette di parlare con il gatto morto.

Per cavarti i 200 euro della Croce Magica, questi signori usano una serie di tecniche, tra le quali lo “Show don’t tell”.
Se io dico:

Qualcuno qualche volta ha provato la Croce Magica ed è stato meglio di prima.

Non convinco nessuno. Non convinco nessuno perché racconto. Perché i termini sono vaghi e generici.
Se dico:

Mi chiamo Roberta Cardato, ho ventiquattro anni, abito a Tresnate provincia di Varese. Tutto è cominciato il 24 dicembre, la vigilia. Ero in piedi sulla sedia per mettere la stella in cima all’albero di Natale, quando la mia gatta Birba mi è saltata tra le gambe. Ho perso l’equilibrio e sono caduta di schiena. Una botta terribile. Sono rimasta inchiodata a letto tutte le vacanze e il dolore non è passato. Medici, chiroterapisti, antibiotici, antinfiammatori: niente, non funzionava niente. Finché a San Valentino, il mio fidanzato, Mattia, non mi ha regalato la Croce Magica di San Germano. Appena l’ho presa tra le mani ho sentito un calore benefico. È bastato un giorno con la Croce al collo e già stavo meglio. Una settimana dopo ero guarita, in tempo per andare a sciare con Mattia! E adesso non ho più neanche paura di cosa succederà alla morte della Birba, perché grazie alla Croce Magica di San Germano, potremo sempre rimanere in contatto.

L’impatto è ben diverso. Non c’è più “qualcuno”, “qualche volta”, c’è una storia concreta, specifica, precisa. L’effetto taumaturgico della Croce è mostrato in un contesto. E la storia di Roberta potrebbe essere la tua. Anche tu puoi guarire! Se hai 200 euro (pagamento in contrassegno, bonifico o via PayPal).

I venditori della Croce elencano decine di casi come quello di Roberta; riportano la testimonianza del dottor De Carolis, che ha svolto sulla Croce seri esperimenti scientifici; riproducono sul loro sito web la foto di Elvis che stringe la Croce tra le dita.
Creano una narrazione basata su una marea di dettagli concreti, finché il gonzo di turno pensa: “Non è possibile che si siano inventati tutto! Non è possibile che siano tutte coincidenze, non è possibile che così tanti fatti siano falsi! Ecco i 200 euro!”
E invece i fatti sono tutti falsi e la Croce è una patacca di plastica che prodotta in serie costa 50 centesimi.
Ma non importa. Non importa la “verità” come valore assoluto, importa che il lettore, quando legge un romanzo, si trovi nella stessa condizione mentale del gonzo che sgancia i 200 euro. Per quanto razionalmente sappia che i vampiri e gli elfi non esistono, la narrazione è così precisa e concreta che non le si può negare un fondo di verità. E se una storia di elfi o di vampiri è vera, è degna di essere ascoltata. Dunque il lettore si sorbisce felice le 400 pagine del romanzo e quando uscirà il secondo volume correrà a comprarlo.

San Germano di Parigi
San Germano di Parigi

Ok, questo in teoria. In pratica il successo commerciale deriva da molti altri fattori; la qualità è un fattore secondario. Tante volte il successo arride a chi bara: Twilight è inverosimile, ma può permetterselo perché non è fantasy. Edward Cullen è giovane, bello (letteralmente splende!), ricco, ecc.; la Meyer racconta che è un vampiro, ma in verità mostra il cliché del Principe Azzurro. Il cuore del racconto non ha niente a che vedere con il fantastico.

* * *

Per ricapitolare: gli scrittori di narrativa fantastica chiedono ai propri lettori di credere all’impossibile. Per convincere i lettori hanno a disposizione un arsenale di tecniche narrative. Una delle tecniche più potenti consiste nel narrare concatenando una serie di particolari concreti; ovvero narrare mostrando la storia. Non ci sono ragioni per rinunciare a quest’arma.

Riconoscere & sopprimere il raccontato

Mostrare è più efficace di raccontare. Purtroppo mostrare è anche più difficile: richiede esercizio, attenzione, documentazione – puoi raccontare quello che non sai: “Anna è salita sul Boeing 747, si è seduta al posto del pilota e ha fatto decollare l’aereo”, non lo puoi mostrare; non puoi fornire particolari concreti riguardo a come si pilota un aereo se non ti sei documentato a proposito.

Se si scrive senza disciplina, a furia di risate e starnuti, la tendenza istintiva è di scivolare nel raccontato. Quando si racconta le parole fluiscono rapide, senza fatica, la storia procede spedita. Peccato che il risultato sia spazzatura.
Ci vuole molta pratica prima che scrivere mostrando divenga naturale. Per raggiungere questo obiettivo, il primo passo è rendersi conto di quando si racconta invece di mostrare.

L’indicatore numero uno è la presenza di termini astratti o generici.
Questo non vuol dire che per forza ogni termine astratto o generico sia sbagliato, vuol dire che, quando rileggiamo la storia, dobbiamo prendere ognuno di questi termini come un campanello d’allarme. Ci potrebbe essere un problema. Occorre verificare se quel termine è accettabile o no.

Michele era un ragazzo molto alto.

Non ci sono termini astratti, ma “molto alto” è un’espressione generica. Campanello d’allarme! Un brutto raccontato con zampette pelose scorrazza sul manoscritto. Bisogna schiacciarlo sotto il tacco! … Sigh.

Due strade: dobbiamo decidere se l’altezza di Michele ha un ruolo nella storia, oppure se è solo “colore”, se è solo un dettaglio per dare credibilità al personaggio.
Nel primo caso c’è poco da fare: bisogna imbastire una o più scene nelle quali l’altezza giochi un ruolo importante – per esempio si può mostrare Michele mentre gioca a basket.
Nel secondo caso, basta un pizzico di furbizia, basta “spacchettare” l’altezza in un’immagine concreta:

Michele chinò la testa salendo sulla carrozza della metropolitana.

Oppure, in maniera indiretta:

Anna si alzò in punta di piedi per baciare Michele sulle labbra.

Notare che potrebbero essere le carrozze particolarmente basse. O magari Anna è una nana. Ma ha importanza? In fondo non esiste un “molto alto” in assoluto, esiste un “molto alto” in rapporto alle porte o alle fidanzate; in rapporto alle taglie dei vestiti o ai letti degli alberghi.
E nessuno vieta di utilizzare l’intero ventaglio dei dettagli: porte, fidanzate, vestiti, letti. Anzi, è meglio: secondo Flaubert, un particolare sembra vero solo quando è ribadito almeno tre volte.

Per quel che ho letto di lei, Katie MacAlister è una pessima autrice. Ma anche una pessima autrice quando deve parlare delle dimensioni del protagonista maschile non si rifugia nel dire che “ce lo aveva grosso.” Infatti in Steamed: A Steampunk Romance scrive:

bandiera EN “You appear to be larger than I expected,” I said, wrapping one hand around him, and noting how much was left over.
[...]
“You’re not quite two hands, in case you were wondering. That is good—two hands’ worth would be excessive. I could not approve of two hands’ worth. But one hand and slightly more than a half of a second hand—that is reasonable. I approve of your dimensions, even if they are a bit more robust than I had anticipated.”

bandiera IT “Mi sembri più grosso di quanto mi attendevo,” dissi, passandoci una mano intorno, e notando quanto era rimasto.
[...]
“Non sei proprio due mani, nel caso te lo stessi chiedendo. Il che va bene – una grandezza di due mani potrebbe essere eccessiva. Non potrei approvare una grandezza di due mani. Ma una mano e un po’ più di metà della seconda mano – è ragionevole. Approvo le tue dimensioni, anche se sei un po’ più robusto di quanto mi aspettassi.”

Puro romanticismo, altro che Twilight. Circa. Ho usato questo esempio un po’ volgare per una ragione, che illustrerò in seguito. Intanto il principio rimane lo stesso: non raccontare che Michele è alto o ce l’ha grosso, ma mostrare nel concreto altezza e grossezza. Molto alto è generico, Anna in punta di piedi è concreto; grosso è generico, una mano e poco più della metà dell’altra è concreto.

Copertina di Steamed
Copertina di Steamed: A Steampunk Romance

Ho detto che più si è precisi, più si evita il generico e l’astratto meglio è. Si potrebbe pensare che non ci sia niente di più preciso dei numeri. Però:

Michele era alto 2 metri e 14 centimetri.

Funziona poco. A meno che il lettore non sia un geometra, non è in grado di dare concretezza ai numeri. Michele che china la testa per non sbatterla o Anna in punta di piedi il lettore li vede, i numeri no.

Appena superiamo le dita di una mano, i numeri perdono significato.

In piazza c’erano tre persone.

Chiaro e concreto.

In piazza c’erano 82 persone.

Astratto. Non ha significato per il lettore.

Un altro esempio:

La torre era alta 286 metri.

È astratto.

La cima della torre spariva avvolta tra le nubi.

È concreto.

Consideratela in questo modo: quando si parla di misure, si fa sempre una similitudine. Quando scrivo che la torre è alta 286 metri, in realtà scrivo: “l’altezza della torre è simile all’altezza che si ottiene impilando 286 sbarre di platino-iridio[4] lunghe un metro.” Ed è una similitudine difficile da visualizzare. Viceversa, se parlo di altezza delle nubi, il lettore non ha problemi a vedere la scena, perché ha esperienza quotidiana di nubi.

Le similitudini devono semplificare il concetto, non renderlo più complesso. Mettere in rapporto Michele con una porta o con una ragazza in punta di piedi è semplice, metterlo in rapporto a 214 unità di misura molto meno.
Lo stesso vale per qualunque altro tipo di misurazione. Se non ci sono ragioni specifiche (per esempio il punto di vista è dell’architetto della torre giusto impegnato a progettarla), i numeri vanno evitati.

* * *

Ho preso come esempi due termini generici (alto e grosso), lo stesso concetto si applica ai termini astratti, come la vecchiaia esaminata a inizio articolo.
“Michele è generoso”, “Michele ha un carattere solare”, “Michele adora la compagnia degli animali”, “Michele odia leggere” e così via. Questo è raccontare, non è un granché, se si vuole diventare bravi scrittori bisogna sforzarsi di mostrare.

Fiammetta era una fatina piccina e permalosa.

Diventa:

La fatina Fiammetta strizzò gli occhietti, si coprì il faccino con il dorso della manina. La mezzaluna di luce brillava sopra di lei. Il gatto, doveva essere stato il gatto. Il felino si era strusciato contro la teiera e aveva smosso il coperchio.
Fiammetta si piegò sulle ginocchia. Saltò. Le dita afferrarono il bordo di porcellana della teiera. Chiuse le ali e spinse con la schiena contro il coperchio. L’intera mattinata intrappolata al buio. Nessuno l’aveva mai trattata così! Diede un colpo di reni. Il coperchio scivolò giù. La fatina volò fuori dalla teiera.

Fiammetta sgusciò tra le ante accostate della finestra. Cinzia era in giardino, seduta tra l’erba, la bambola della principessa Himiko in una mano, un drago di plastica nell’altra. Fiammetta volò davanti al viso della bambina.
Cinzia sgranò gli occhi. «Oh… scusa. Scusa! Stava arrivando la mamma e allora. Per nasconderti.»
Fiammetta incrociò le braccia. «E poi ti sei dimenticata di me. Sai, comincio a sospettare che tu non gradisca la mia compagnia.»
La bambina era sbiancata. «No, no. Scusa.»
«Non mi interessano le tue scuse. Hai sbagliato e devi pagare. Avanti, non farmi perdere tempo.»
Cinzia lasciò cadere il drago. Si morse il labbro. Lacrime scesero sulle guance arrossate. Offrì alla fatina la mano aperta, il palmo verso l’alto.
La fatina tagliò il palmo con una scheggia di vetro; un solco di sangue dal mignolo al pollice. «E se i tuoi genitori scoprono qualcosa, ti cavo gli occhi.»
Fiammetta rinfoderò la scheggia sotto il vestitino.

Sono stata forse troppo stringata, si può fare di meglio, ma spero che il concetto sia chiaro.

La fatina Fiammetta
La fatina Fiammetta

Una conseguenza di quanto visto finora è la norma che prescrive di evitare gli avverbi.
Certo, ci sono avverbi da evitare semplicemente(…) perché inutili – il classico “sbatté violentemente la porta”, come se fosse possibile “sbattere” senza violenza.
Certo, ci sono avverbi da evitare perché sostituibili da verbi più precisi – il classico “chiuse violentemente la porta” che diventa il più elegante “sbatté la porta”.
Ma in generale la ragione che dovrebbe spingere lontano dagli avverbi è che gli avverbi raccontano. Nella quasi totalità dei casi sono termini astratti o generici.

Michele scrisse l’articolo accuratamente.

È troppo generico. Meglio mostrare Michele che consulta per due ore Wikipedia, che scrive una mail a un suo amico esperto in materia, che fa un giro alla biblioteca locale per spulciare le pagine di un vecchio quotidiano che non si trova su Internet.
E se invece l’accuratezza non ha importanza per la storia, inutile inserirla. Come ho già spiegato, il raccontato non rimane impresso in mente, dunque perché sprecare inchiostro?

Notare che:

Michele scrisse l’articolo con cura.

È lo stesso. È un pochino meglio perché “con cura” si legge più spedito di un farraginoso ac-cu-ra-ta-men-te, ma il problema di fondo rimane. Non fate i “furbi”, non è cambiando la singola parola che si risolve la questione.

Un errore comune è quello di raccontare e mostrare (o raccontare e ri-raccontare in maniera meno generica):

Michele scrisse l’articolo con cura: consultò per due ore Wikipedia, chiese via mail un parere al suo amico esperto di lucertole, passò il pomeriggio a spulciare i vecchi numeri di Rettili Oggi.

È un errore dovuto all’insicurezza. L’autore (in)consciamente dice al lettore: “Visto che non parlo a vanvera? Ho scritto ‘con cura’ mica per caso, infatti ecco tutti i fatti a dimostrazione.”
Non funziona. I casi sono due: o il lettore la vede come l’autore (e dunque è superfluo specificare che l’articolo era scritto “con cura”, i fatti già lo mostrano), oppure il lettore rimane di stucco. Ma come, pensa, due ore su Wikipedia e un pomeriggio a sfogliare vecchie riviste lo chiami documentarti con cura? Ma quando mai! Questo autore proprio non ne capisce un’acca di cosa voglia dire scrivere un articolo accuratamente!
Dunque la parte raccontata (“con cura”) o non ottiene alcun effetto, oppure ottiene un effetto negativo. Non mettetela!

La domanda interessante è: come faccio a trasmettere al lettore che Michele scrive accuratamente? Se lo racconto, il lettore non ci crederà. Se lo mostro, il lettore potrebbe non essere d’accordo con me.

La riposta è: non puoi. Non si può forzare la morale della favola (Michele che scrive accuratamente è la “morale” del passare la giornata a documentarsi). Si può mostrare nella maniera più vivida possibile quello che è successo, dopodiché il giudizio spetta al lettore.

Anna è credente. Rispetta i comandamenti e va sempre a messa. Un giorno, mentre attraversa la strada, è stirata da un autobus. È portata in fin di vita all’ospedale, dove le amputano le gambe.
Qual è la morale? Che Dio non esiste o non si prende cura dei suoi fedeli? Oppure che Dio esiste e ha sempre un occhio di riguardo per chi crede in Lui? (di solito chi finisce travolto da un autobus muore).
Deciderà il lettore. Se si cerca di forzargli la mano lo si imbizzarrisce e basta.

Lo stesso discorso fatto per gli avverbi vale per gli aggettivi. Perché si consiglia di usarli con parsimonia? Perché gli aggettivi concreti e specifici (rosso, ruvido, umido, ecc.) sono pochi. Gli altri sono aggettivi astratti o generici e come tali vanno soppressi. Non ascoltate i lamenti degli aggettivi, metteteli al muro e fucilateli.

Era una bella mattinata di ottobre. Un’allegra Anna si stava recando al suo prestigioso lavoro presso una rinomata ditta di tostapane.

Se la bellezza della mattinata, l’allegria di Anna, il prestigio del lavoro o la fama della ditta hanno importanza per la storia, si mostrano. Altrimenti gli aggettivi vanno giustiziati e basta. No, non ci sono scuse che tengano.

* * *

Altre bestiacce figlie del raccontato che spesso non sono identificate come tali:

Icona di un gamberetto Le espressioni: “provò a”, “tentò di”, “(non) riuscì a”, “cercò di” e così via. Sono sempre un raccontare.

Per esempio, Anna è inseguita da Michele armato di mannaia:

Anna corse alla porta. Provò ad aprirla ma non ci riuscì.

Bah! Così scrivono gli autori di Serie C (gli autori italiani scrivono: “Provò furiosamente ad aprirla, ma non ci riuscì nonostante ci avesse provato disperatamente.”); gli autori decenti tagliano il “provò” e il “riuscì” e mostrano le dita sudate che scivolano sulla maniglia, la maniglia che gira a vuoto, i pugni picchiati contro il battente, i capelli sugli occhi, il rumore dei passi di Michele e ogni altro particolare degno di nota.
Più difficile, più faticoso, più impegnativo. E allora? Nessuno sostiene che scrivere narrativa sia facile e indolore.

Michele imbestialito
A furia di essere protagonista degli esempi, a Michele sono saltati i nervi

Icona di un gamberetto Il battito artificiale del tempo: “prima”, “dopo”, “poi”, “in seguito” e anche “pochi istanti”, “improvvisamente”, “al momento” e così via. Sono sempre un raccontare.

Anna entrò nella stanza. Poi si sedette e prima di cominciare a studiare si infilò gli occhiali, dopo averli puliti. Fissò la copertina del libro di storia per qualche istante. Improvvisamente le venne voglia di mangiare un gelato, cosa che avrebbe fatto in seguito.

Si sente tra le righe la presenza del narratore, qualcuno che ha già assistito ai fatti e si permette di ordinarli come gli pare. Non siamo nel vivo dell’azione. Siamo in poltrona ad ascoltare una storia, che ci viene confermato è solo una storia. Non va bene.

Il tempo deve essere scandito dalle azioni, se non scorre fluido occorre cambiare le azioni, non intervenire inserendo “istanti” o “dopo” o “poi” o, peggio ancora, “prima”.

Prendiamo:

Anna fissò la copertina del libro di storia per qualche istante.

Posso togliere gli istanti senza colpo ferire:

Anna fissò la copertina del libro di storia, le venne voglia di mangiare un gelato.

Mentre il lettore legge la frase, “qualche istante” è passato, non c’è bisogno di ribadirlo.

Se invece voglio sottolineare la pausa, il modo giusto è aggiungere il mostrato:

Anna prese una matita e disegnò un fiorellino nell’angolo in alto a destra della copertina.

Anna perde tempo e lo vediamo. Perciò:

Anna entrò nella stanza. Poi si sedette.

Oppure:

Anna entrò nella stanza. Si chiuse la porta alle spalle. Si tolse la giacca. Andò alla scrivania e si sedette.

Piccolo Quiz

Piccolo quiz per verificare se siete entrati nello spirito dello “Show don’t tell”:

Anna cominciò a studiare.

È mostrato o raccontato?
mostra la risposta ▼

Icona di un gamberetto Parolacce quali: “pressappoco”, “quasi”, “circa”, “piuttosto” e così via. Sono sempre un raccontare.

Il cervello degli esseri umani non ha le capacità per distinguere una cosa dal “quasi” quella cosa, o da “pressappoco” quella cosa, o da “circa” quella cosa.

Le ali della fatina sono pressoché rosse.

È preciso identico uguale non-cambia-una-virgola dallo scrivere:

Le ali della fatina sono rosse.

Perciò tanto vale mettere il “pressoché”. Se invece il “pressoché” indicava una sostanziale differenza tra le ali rosse e le ali pressoché rosse, occorre mostrare.

Le ali della fatina sono rosse, con macchioline bianche lungo il profilo.

Chiedetevi perché avete scritto che una cosa è quasi quella cosa o circa quella cosa. Se c’è una ragione specifica mostratela, altrimenti togliete i quasi e i circa, i piuttosto e i pressappoco.

Fatina con le ali pressoché rosse
Fatina con le ali pressoché rosse

Analizziamo questo passaggio, scritto da un autore che ho paura si illuda di essere più bravo di quanto in realtà sia:

L’Università era una sorta di città-nella-città, con le sue mura, i suoi viali, i suoi dormitori e anche un paio di officine idromeccaniche, oltre alla bottega di un pittore.

Abbiamo l’errore visto in precedenza di prima raccontare (“città-nella-città”) e poi mostrare (viali, dormitori, officine, bottega). In più c’è quel brutto “una sorta”.
“Una sorta” rientra nella categoria dei “quasi”, “circa”, “piuttosto”. Anche se nel caso specifico le motivazioni dietro “una sorta” sono diverse rispetto alle motivazioni del “pressappoco” legato alle ali della fatina. Qui è più l’autore che sussurra al lettore: “Ho detto città-nella-città? Cioè, volevo dire una sorta di città-nella-città. Eh, non prendermi sempre alla lettera. Una sorta.” Ma se persino l’autore ha dubbi di verosimiglianza su quello che scrive, figuriamoci il lettore.
E la soluzione giusta è la solita: non esprimere giudizi (“città-nella-città”) dei quali non si è neanche convinti (“una sorta”), ma mostrare questa benedetta città-nella-città; il lettore stabilirà lui se era una vera città-nella-città o “una sorta”. Infatti il paragrafo non dovrebbe neanche cominciare con “L’Università è”, dovrebbe cominciare con il personaggio punto di vista che percorre i viali della Università-città e vede, sente, annusa il mondo intorno a sé.

Come esercizio, analizzate voi questo piccolo capolavoro della nostra amata Licia:

Era una sorta di castello piuttosto massiccio [...]

Lei è sempre la migliore!

* * *

Un paio di esempi nei quali un termine generico o astratto non indica dannoso raccontato.

Erano rimaste due fette di torta. Anna fece la linguaccia a Michele e prese la fetta più grossa.

Il “grossa” serve solo a distinguere una fetta dall’altra. Non importa quanto le fette siano grosse, qui lo scopo è mostrare il rapporto tra Anna e Michele, non la torta.

Anna pensò che Michele era un gran figo.

Se scrivo così con lo scopo di descrivere l’aspetto fisico di Michele sbaglio, ma se scrivo per mostrare il carattere superficiale di Anna è giusto. I personaggi possono pensare in termini astratti o generici; se voglio aprire una finestra sui loro meccanismi mentali, posso usare termini astratti o generici.
Ma devo essere consapevole di quello che sto facendo, tenendo presente che:
• È una tecnica rischiosa. Se voglio mostrare che Anna è frivola, forse faccio prima a farle collezionare scarpe rosa.
• Difficilmente posso ottenere un doppio risultato. Qui ho mostrato il carattere di Anna e basta. Non ho descritto Michele. Se voglio che Michele sia sul serio un gran figo, dovrò comunque in altro momento mostrarne la “figaggine”.

In generale, più la telecamera è in profondità nella testa del personaggio, più si hanno margini di manovra. Se scriviamo in prima persona e il mostrare va in conflitto con il naturale flusso di pensiero del personaggio, possiamo decidere di non mostrare.

Intendiamoci bene: questo non significa che in prima persona si può scrivere come capita, significa che bisogna farsi in quattro per fornire un flusso di pensiero naturale e allo stesso tempo mostrare il più possibile. Ci sono più margini di manovra, ma nel complesso il compito è più arduo.
È lo stesso problema dei dialoghi: devono essere interessanti e devono essere naturali.

Scrivendo in prima persona con il punto di vista di Michele:

Odio Anna dal profondo del cuore.

È un pensiero astratto. È un pensiero naturale? Sì, può esserlo. Dunque tutto bene? Non proprio. Dovete essere orgogliosi. Non accontentatevi del 6 stiracchiato, del minimo sindacale.
Magari se scrivete:

Vorrei legare Anna e ficcarle chiodi arrugginiti nelle gengive.

Il pensiero suona ancora naturale (per certi versi di più), con il vantaggio che avete mostrato l’odio. I sentimenti diventano immagini. Parole a caso diventano narrativa.

* * *

Seguire il principio dello “Show don’t tell” implica rinunciare al narratore onnisciente. Infatti il narratore onnisciente per essere tale deve esprimere concetti astratti o generici. Se descrive dettagli concreti, non c’è bisogno di lui, basta prendere il punto di vista di un personaggio che osservi quei dettagli.

Il narratore onnisciente è quello che scrive:

[Il nostro eroe era] più amico di Dickens che dei videogiochi, non era uno stupido né uno svagato.

Ovvero una sfilza di termini generici o astratti. Se il narratore avesse mostrato il nostro eroe che rinuncia a un coupon per 6 mesi gratis a World of WarCraft e torna a sprofondarsi in poltrona per leggere Dickens, non ci sarebbe stato bisogno del narratore medesimo. Sarebbe bastato il punto di vista del nostro eroe (o il punto di vista del personaggio che gli offre i 6 mesi gratis).

Se mostrate non avete bisogno di un narratore onnisciente. E dato che è sempre meglio mostrare, non c’è alcuna scusa per tirar dentro il narratore onnisciente in un romanzo.
Se sentite il bisogno irrefrenabile di commentare le vostre stesse storie, scrivete un saggio. Lì potrete spiegare con agio il vostro amore per Dickens o il disprezzo per i videogiochi. Nessuno vi accuserà di interferire, anzi, quelli che compreranno il libro lo faranno proprio per ascoltare la vostra opinione.

Piccolo Quiz

Secondo piccolo quiz per verificare se siete entrati nello spirito dello “Show don’t tell”:

Anna si distrae tracciando con l’indice il profilo delle nuvole.

È mostrato o raccontato?
mostra la risposta ▼

* * *

Quando fanno capolino termini astratti o generici, lì intorno zampetta l’insetto viscido del raccontato. Ma se io scrivo:

Anna strangolò l’orco.

Sto mostrando o raccontando? “Anna”, “strangolare” e “orco” sono termini specifici, non sono generici o astratti; dunque è mostrare? Sì e no. Potrebbe essere un mostrare adeguato se il punto di vista fosse esterno all’azione (per esempio un terzo personaggio che guarda), ma se il punto di vista è di Anna o dell’orco non ci siamo.
Bisogna sporcarsi le mani. Nel caso in esame, letteralmente: sarebbe opportuno mostrare le dita di Anna attorno al collo della bestia, i latrati dell’orco, il tentativo del mostro di azzannare Anna, la puzza di marcio, la bava che le bagna la faccia, lo sforzo di lei, i muscoli tesi, le unghie che si spezzano contro le squame e ogni altro altro particolare concreto che renda vivida la situazione. Come già visto quando Anna doveva aprire la porta inseguita da Michele.

“Sporcarsi le mani” non è solo legato all’azione violenta, “sporcarsi le mani” è anche evitare di scrivere:

La biblioteca del professor Polipo era colma di trattati sui calamari.

Ma andare a descrivere quel particolare libro con il calamaro d’oro imbullonato alla costa, quell’altro libro che puzza di pesce ed è pieno di sottolineature, e il terzo libro con le pagine in pelle di pinguino – assumendo che tali volumi siano importanti per la storia e che il personaggio punto di vista sia interessato alla letteratura dedicata ai cefalopodi.

Copertina di Animals of the Ocean, in Particular the Giant Squid
Animals of the Ocean, in Particular the Giant Squid

La narrativa dovrebbe essere una catena di dettagli scelti con cura, evitando il più possibile di condensare. O, per usare una metafora sanguinolenta: la narrativa è una sega per amputazioni. Più inserite particolari concreti, più usate parole specifiche, più i denti della sega sono fitti e affilati. Quando scivolate nell’astratto o nel generico ne nascono denti spuntati, arrotondati e inutili.
La buona narrativa taglia che è un piacere, neanche vi accorgete di segare le ossa! La cattiva narrativa è un macello. È un lavoro fatto a metà, una ferita purulenta, una gamba che penzola ancora attaccata con brandelli di carne. E in più vi siete insozzati da capo a piedi. La gonna non verrà più pulita.

La timidezza e il famigerato stile evocativo

Anna posò sul tavolo una scatoletta graziosa.

Perché uno scrittore mette quel brutto “graziosa”, invece di mostrare l’intrinseca graziosità?

Escludiamo gli scrittori ignoranti, quelli che non hanno idea di cosa si intenda per “Show don’t tell”, quelli che procedono a starnuti e risate – la quasi totalità dei pubblicati in Italia in ambito fantasy.
Esclusi questi, che hanno scritto “graziosa” perché sì!!! perché è fantasy!!! perché scrivere è un sogno!!!, alcuni mettono “graziosa” per un problema di timidezza.
Perché hanno paura del giudizio del pubblico. Hanno paura che se scrivessero che la scatola è avvolta in carta rosa con nastro rosa il pubblico potrebbe pensare che sono loro frivoli e non Anna; hanno paura che se scrivessero che la scatola è avvolta in carta regalo con Topolino e Paperino il pubblico potrebbe pensare che sono loro infantili e non Anna.

Fregatevene!

Se volete essere scrittori, i giudizi di cui vergognarsi sono quelli negativi sulla vostra tecnica narrativa, non sul vostro carattere desunto da come mostrate i personaggi.
La moralità, se si vuole parlare di moralità in riferimento alla narrativa, è legata al come non al cosa. Se scrivete un romanzo con protagonista un nazista pedofilo che brucia la foresta amazzonica e lo scrivete bene, siete degni di ammirazione; se scrivete un romanzo pieno di Buoni Sentimenti™ e lo scrivete con i piedi, siete da biasimare. Qualunque giudizio che esuli dagli aspetti tecnici dello scrivere potete ignorarlo.

Il brano tratto da Steamed era un po’ volgare. Be’, avrebbe dovuto esserlo di più. Se scegli di scrivere un mezzo porno (come si è rivelato quel romanzo), è inutile che ti nascondi dietro a un dito. Vai fino in fondo.
Se scrivi un romanzo di guerra, mostra quello che succede. La narrativa non è l’equivalente su carta delle tavole rotonde in TV, dove gente che non ha mai imbracciato un fucile chiacchiera di battaglie a migliaia di chilometri di distanza e il conduttore raccomanda di mantenere un tono pacato. Quella è fuffa. La narrativa, la buona narrativa, è viscerale. Il fucile lo hai in mano e la battaglia è intorno a te. Nessuna timidezza, nessun tentennamento. Se hai problemi con la violenza lascia stare i romanzi di guerra e scrivi qualche altro genere – ma non esistono generi “tranquilli”, la buona narrativa è sempre emozionante e coinvolgente.

Parlo di “buona narrativa”, non necessariamente di “narrativa che piace” o di “narrativa che ha successo”. Un sacco di gente, in maniera più o meno inconscia, sceglie romanzi “tranquilli”. Il romanzo d’orrore che non spaventa, il romanzo di guerra dove non muore nessuno, il romanzo rosa senza passione, il romanzo di fantascienza privo di sense of wonder e magari tra qualche anno il romanzo di Bizarro Fiction senza bizzarrie. È il tipo di narrativa che si legge proprio per non emozionarsi, per spegnere il cervello; per occupare il tempo a vuoto. Scelta legittima, ma per quanto questi romanzi possano piacere, rimangono pessimi romanzi.

Una statua dallo splendore del marmo di luna e una bellezza straziante da far desiderare anche l’Inferno per poterla vedere ancora. L’aveva distratta per un istante, emergendo sul terrore folle che le invadeva il cervello.
Né morto né vivo, una creatura del sangue che cammina per l’eternità su quella soglia che agli umani è consentito varcare una volta soltanto, senza ritorno.
Lui invece, da qualche parte lungo i secoli, era tornato.
Il suo potere era talmente forte che gli aggressori non erano riusciti a vederlo. Eloise era sicura che non si fossero accorti di lui fino a che non era piombato loro addosso e adesso nel buio cieco si stava svolgendo un massacro: scorgeva solo sagome, ma aveva la percezione netta del sangue che scorreva, caldo e metallico, macchiando la polvere della strada. La misericordia del buio le celava alla vista l’immagine di corpi smembrati e della forza umana opposta a un’altra forza che di umano non aveva nulla.

Questa schifezza inqualificabile viene da un romanzo fantasy italiano regolarmente pubblicato da casa editrice non a pagamento. Il passaggio di cui sopra è persino citato su un blog “letterario”(…) a testimonianza delle qualità dell’opera, di uno stile “ricco e ricercato” adatto per “chi ama immergersi completamente nelle realtà e nelle atmosfere evocate dalle pagine.”
Il passaggio di cui sopra è in realtà uno sfolgorante esempio di narrativa “tranquilla”, direi persino “innocua”. Si parla di gente così affascinante “da desiderare l’Inferno per poterla vedere ancora”, si parla di “eternità”, si parla di “massacro”, si parla di “forza che di umano non aveva nulla”. Bene. Siete turbati, eccitati, disgustati? Sentite il pranzo che vi risale per l’esofago? Eppure è questa la reazione che dovrebbe suscitare un “massacro”. Non c’è il briciolo di un’emozione.
Narrativa di questo genere è una perdita di tempo e nient’altro. È acqua tiepida, senza sapore. E lo è non per l’argomento, ma per come è scritta.

* * *

Esclusi gli autori che non saprebbero distinguere un romanzo da un tostapane e gli autori timidi, esiste una terza categoria di imbrattacarte che scrivono “scatoletta graziosa”: i gonzi che blaterano di “stile evocativo” o di “suggestioni”.

Il problema è che costringere il lettore a “evocare” non è una buona idea. Lo spiega Herbert Spencer nel già citato saggio The Philosophy of Style.

Herbert Spencer
Herbert Spencer

Nella parte I, ii-9, Spencer illustra il principio alla base dello “Show, don’t tell”, usando il seguente esempio, che sarà ripreso in The Elements of Style di Strunk & White:

bandiera EN We should avoid a sentence as: – “In proportion as the manners, customs, and amusements of a nation are cruel and barbarous, the regulations of their penal code will be severe.” And in place of it we should write: – “In proportion as men delight in battles, bull-fights, and combats of gladiators, will they punish by hanging, burning, and the rack.”

bandiera IT Occorre evitare frasi come: – “Quanto più gli stili di vita, i costumi e i divertimenti di una nazione sono crudeli e barbari, tanto più le norme del codice penale saranno severe.” Invece bisognerebbe scrivere: – “Quanto più gli uomini si dilettano in combattimenti, corride e scontri tra gladiatori, tanto più saranno puniti con l’impiccagione, il rogo e la tortura della ruota.”

Fate un confronto con questo frammento, scritto da un autore che ho paura si illuda di essere più bravo di quanto in realtà sia:

Nei cinque mesi trascorsi laggiù aveva visto più orrori che nel resto della sua vita: dalle piccole violenze domestiche, quasi banali, agli omicidi in pieno giorno, agli stupri di gruppo. E peggio.

“piccole violenze domestiche, quasi banali”, “omicidi in pieno giorno”, “stupri di gruppo”, “peggio”, è troppo generico; è il tipo di scrittura fiacca che da secoli viene suggerito di evitare. Dunque quali sono gli orrori? Gli orrori sono sempre specifici: un bambino a cui hanno cavato gli occhi con un apribottiglie, una ragazza sodomizzata con un attizzatoio, un uomo bastonato a morte da una banda di castori mannari.
Sottolineo infine il solito errore di prima raccontare (“orrori”) e poi “mostrare” (piccole violenze, omicidi, stupri, peggio).

In ii-10, Spencer chiarisce l’esempio:

bandiera EN This superiority of specific expression is clearly due to a saving of the effort required to translate words into thoughts. As we do not think in generals but in particulars – as, whenever any class of things is referred to, we represent it to ourselves by calling to mind individual members of it; it follows that when an abstract word is used, the hearer or the reader has to choose from his stock of images, one or more, by which he may figure to himself the genus mentioned. In doing this, some delay must arise – some force expended; and if, by employing a specific term, an appropriate image can be at once suggested, an economy is achieved, and a more vivid impression produced.

bandiera IT Questa superiorità dei termini specifici è chiaramente dovuta al risparmio di energie nel trasformare le parole in pensieri. Noi non pensiamo in termini generali, ma in termini particolari – quando si fa riferimento a una classe di oggetti, noi la rappresentiamo richiamando alla mente singoli membri di essa; ne segue che quando viene usata una parola astratta, l’ascoltatore o il lettore devono pescare una o più immagini dal proprio repertorio e attraverso queste raffigurarsi la classe menzionata. Nel fare questo si consuma del tempo – e si consumano delle energie; se, utilizzando termini specifici, può essere suggerita immediatamente l’immagine più adatta, si ottiene un risparmio e si produce un’impressione più vivida.

In altre parole, cosa succede nella testa del lettore quando legge della scatoletta “graziosa”? Se il lettore non è coinvolto, non succede niente. Ignora il “graziosa” e tira dritto. Se il lettore è più di buon umore, esce dalla storia e comincia a frugare nella sua mente. Cerca rappresentanti concreti della graziosità per trasformare la formulazione astratta in immagine.
E la faccenda può essere lunga e noiosa. Magari per il lettore il culmine della graziosità sono i coniglietti e lì è una scatola; magari non c’è niente di più grazioso delle fatine e lì è una scatola. Quando pure recupera una scatoletta compatibile, non sarà la scatoletta che pensa l’autore.
L’autore poi scriverà che Anna si mette in tasca la scatoletta e il lettore proverà fastidio, perché la sua di scatoletta in tasca non ci entra.
Perdita di tempo a cercare, conseguente noia e adesso fastidio. E se la scatoletta graziosa del lettore fosse un regalo della fidanzata – il giorno prima che la povera ragazza crepasse stritolata da una macchina agricola? Evocazione riuscita! Solo dei sentimenti opposti a quelli che si volevano comunicare!

Quando uno “scrittore” parla di “suggestioni”, in realtà confessa: “Sono pigro, non so scrivere e non ho voglia di imparare; spero che tutto il lavoro lo faccia il lettore dopo avermi pagato 20 euro.” Siete autorizzati a sputare in faccia a gente del genere.

Lo scopo della narrativa è acchiappare il lettore per la collottola e trascinarlo nella storia, metterlo qui-e-ora con un fucile in mano in mezzo ai proiettili che fischiano. Se il lettore rimane in poltrona a “evocare”, il romanzo è EPIC FAIL.

Ragioni per raccontare

Ho già illustrato una ragione che può spingere a raccontare invece di mostrare: quando, considerato il punto di vista, raccontare suonerebbe più naturale. Un’altra ragione è quando si vogliono riassumere fatti noiosi che però il lettore deve conoscere per capire la storia.
Sono quelle scene dei film di Indiana Jones nella quali si vede un aereo che sorvola la mappa del mondo, a indicare che i nostri eroi si sono spostati da un punto all’altro del globo. Meglio quei pochi secondi raccontati che non tre ore di Indiana Jones che fissa le nuvole fuori dal finestrino.

Non abusate di questo espediente. Riducetelo al minimo. Il lettore non è scemo: se mostrate Indiana Jones all’aeroporto che sfugge ai nazisti e salta sul dirigibile un secondo prima del decollo, la scena dopo potete direttamente mostrare Indy che sbarca a New York. Nessuno avrà problemi a ricostruire quello che è accaduto. E se d’altra parte durante il viaggio è successo qualche evento significativo, va mostrato.

Pensate sempre bene se non sia il caso di tagliare. Nel famigerato Bryan di Boscoquieto, l’autore compie l’errore di mostrare l’inutile, indugiando sulle minuzie della vita quotidiana del protagonista. Avrebbe dovuto raccontare? Forse. Ma ancora meglio sarebbe stato tagliare in tronco quelle parti. Del pranzo di Bryan o della partita a calcetto non frega niente a nessuno, né questi fatti hanno rilevanza per la storia.

Maccheroni
Un piatto di maccheroni fumanti era già pronto in tavola e la grattugia era accanto, ad attendere soltanto Bryan per una sventagliata di formaggio.

In prima stesura mostrate sempre. Se rileggendo vi accorgete di brani e capitoli superflui, tagliate. Usate il raccontato solo come ultima opzione.

È importante abituarsi a mostrare anche per una ragione pratica: passare dal mostrato al raccontato richiede pochi istanti; passare dal raccontato al mostrato significa scrivere una o più scene, servono ore se non giorni.

Prendete l’esempio della fatina Fiammetta. Ci mettete un attimo a cancellarlo e a scrivere che Fiammetta è permalosa. Invece non è automatico passare dal concetto astratto di permalosità a una scena che lo mostri. Senza contare che il raccontato è “senza tempo e senza luogo”, può essere incastrato ovunque nella narrazione, il mostrato no. Eventuali nuove scene vanno inserite tra le altre; a romanzo concluso, può rivelarsi una rogna.
Non andate a cercare rogne: progettate come se fosse tutto da mostrare.

* * *

Ci sono poche ragioni per usare il raccontato guardando esclusivamente alla tecnica narrativa. Ce ne sono di più allargando il discorso.

Icona di un gamberetto Si usa il raccontato per risparmiare pagine. Se dovete parlare di un argomento in un numero limitato di parole – per esempio perché state scrivendo un racconto che deve partecipare a un concorso con precisi limiti di spazio – il raccontato può essere una buona scelta.
Ma prima di arrendervi studiate bene il problema: magari, scegliendo di mostrare particolari diversi da quelli che avete pensato la prima volta, parlate con compiutezza dell’argomento in oggetto rispettando i limiti.

Attenzione a credere che il raccontato sia sempre un risparmio di parole. Per citare un esempio che l’anno scorso ha suscitato centinaia di commenti di flame:

Infine giunsero nei pressi del ponte principale, un’imponente struttura arcuata, con ampie rampe inclinate che congiungeva le due sponde del fiume.

Così scrive un imbrattacarte nostrano. Posso rendere più concreti termini generici come “imponente” o “ampie” nello stesso numero di parole? Forse sì. Se scrivo:

Il fiume ruggiva contro le arcate del ponte. Uno spruzzo d’acqua bagnò la testa del brontosauro che li precedeva sulla rampa.

Ho reso più vivida la situazione mantenendo l’impressione di grandezza del ponte – dato che lo attraversa un brontosauro.
Parole originali: 22. Parole mie: 22. Non arrendetevi al raccontato senza combattere!

Icona di un gamberetto Si usa il raccontato per sfuggire alla censura. Se mostrare il vampiro che strappa le interiora alle sue vittime, può essere che il romanzo non lo pubblichino, non sarebbe adatto agli young adult. Se lo sbudellamento lo raccontate è tutto ok. Il romanzo lo spacceranno anche ai bambini.
Ma dato che non vi pubblicano comunque, è inutile farsi questi problemi!

Icona di un gamberetto Si usa il raccontato per ragioni economiche. Mostrare è difficile. Mostrare le emozioni è molto difficile. Vale la pena perdere anni dietro a un romanzo per renderlo al 100% mostrato, o non è il caso di prendere qualche scorciatoia?
Decisione che spetta a ognuno, dopo dibattito con la propria coscienza. Ma se prendete scorciatoie che sia almeno una scelta consapevole, dettata dal desiderio di scrivere nuovi romanzi. Non lasciatevi guidare dalla pigrizia o dall’ignoranza.

Ma Lovecraft raccontava!!!

Se è vero come è vero che fin dalla metà del ’700 si sapeva che mostrare è meglio di raccontare, come mai così tanti autori, anche considerati bravi, hanno passato la carriera a raccontare?

Per capirlo bisogna riprendere Le intermittenze della morte (As Intermitências da Morte, 2005) di José Saramago, romanzo già citato nell’articolo dedicato ai dialoghi. In quel romanzo, Saramago ha tolto le virgolette ai dialoghi; le battute fluiscono all’interno della narrazione, senza identificatori espliciti.
È una scelta nella direzione dello “Show don’t tell”: quando sentiamo la gente parlare, non vediamo una mano che scende dal cielo e mette intorno alle parole le virgolette. Inserire le virgolette è un intervento dell’autore, è un raccontare.
Tuttavia persino io – fan del “mostrare” – ho avuto difficoltà a leggere quel romanzo. Sono così abituata ad avere l’autore che mi racconta quando iniziano e quando finiscono i dialoghi, che una soluzione teoricamente migliore mi risulta difficile da digerire. Fra cinquant’anni, se il metodo di Saramago si diffonde, una Gamberetta del futuro potrebbe prendermi in giro: “Guardate questa svampita: cianciava tanto di mostrare e poi metteva le virgolette ai dialoghi! È così ovvio che i dialoghi devono essere integrati nella narrazione!”

Tra la formulazione teorica (“mostrare è meglio di raccontare”) e la realizzazione pratica intercorrono secoli di fatica. Quando si vanno a pescare autori passati e si starnazza: “Questi erano bravi e non mostravano!!! Dunque mostrare è inutile!!!” bisogna capire se i signori autori non mostravano perché convinti che fosse sbagliato o non mostravano perché, pur con tutta la buona volontà, non ne erano in grado. Perché non si rendevano neanche conto che certe cose avrebbero potuto mostrarle – come adesso quasi nessuno considera possibile rendere più mostrati i dialoghi.

Scrittori come Gustave Flaubert o Henry James erano annoverati tra i “mostratori”. Eppure potrei riprodurre pagine e pagine dei loro romanzi nei quali raccontano a profusione. Non credo dipendesse dal fatto che erano incoerenti o stupidi, semplicemente non avevano la forma mentale per fare più di quanto hanno fatto.

La narrativa non è scolpita nella pietra. Si evolve ed è influenzata dal progresso scientifico e filosofico. È assurdo rimanere legati a modelli passati, sarebbe come rifiutare i computer perché Pitagora faceva matematica senza ed era bravo lo stesso. Bisogna ammirare tanti autori dei secoli scorsi perché hanno scritto opere bellissime nonostante non possedessero i mezzi tecnici attuali.
I registi a inizio secolo non giravano film muti in bianco e nero perché disdegnavano i colori e il sonoro, lo facevano perché non avevano alternative. Alcuni loro film sono belli nonostante le limitazioni tecniche.

Il ragionamento giusto non è: “Lovecraft raccontava. Lo imito come una capra.” Il ragionamento giusto è: “Lovecraft raccontava. Io conosco la tecnica del mostrare e scriverò racconti più belli dei suoi!”[5]

Quali manuali leggere

Ogni manuale che si rispetti ha un capitolo dedicato allo “Show don’t tell”. E al di là degli esempi non sempre azzeccati, non mi è mai capitato un manuale che spiegasse male il concetto. Infatti lo “Show don’t tell” è un principio né difficile, né complesso. Le conseguenze però non sono così ovvie, e non sempre i manuali stessi le colgono.
Ci sono poi i manuali che cascano nell’errore di un “politicamente corretto” letterario: mostrare e raccontare sullo stesso piano, per non fare torto a nessuno. Ma, come spero di aver dimostrato, la faccenda non è proprio in questi termini.

Perciò mi sento di dire che se avete seguito con attenzione questo articolo, ne sapete sullo “Show don’t tell” tanto quanto possa insegnarvi qualunque manuale, se non di più.
Al massimo date un’occhiata a:

Copertina di Showing & Telling Showing & Telling: Learn How to Show & When to Tell for Powerful & Balanced Writing di Laurie Alberts (Writer’s Digest Books, 2010).

Non mi è sembrato un granché, e soffre della sindrome del “politicamente corretto”. Tuttavia è meglio leggere un manuale in più che uno in meno.

Conclusione

Spesso si criticano romanzi, film, fumetti o in generale le opere d’arte in base a quanto siano “diseducative”. L’ho sempre trovato ingiusto: l’arte è arte, non è educazione; se una persona legge un romanzo per educarsi il problema è di quella persona, non del romanzo.
Ma farò uno strappo ai miei principi e parlerò di un’opera in termini di diseducazione. La scena che segue è quanto di più diseducativo si possa immaginare. Al confronto la più perversa pornografia che si annida nei recessi oscuri di Internet non può fare altro che bene.

Lezione di idiozia

Era una scena da L’Attimo Fuggente (Dead Poets Society, 1989). Notare che questo film non è vietato ai minori. Pazzesco.

Che retorica schifosa. Il “pensare autonomamente” che si concretizza nello strappare i libri senza leggerli; il rifiuto di ogni interpretazione della poesia al di là dell’istinto; il mescolare passione, amore, e gli altri Buoni Sentimenti™ così come capita, senza la minima consapevolezza di come sul serio nasca un’opera d’arte.

Il professor Keating – il personaggio interpretato da Robin Williams – andrebbe trascinato in strada. Fatto sdraiare sul selciato. Costretto a mordere il bordo di cemento del marciapiede. Poi qualcuno dovrebbe pestargli la nuca con la suola dello scarpone.
Non dico che la passione (e l’amore, la bellezza, il sogno, l’incanto, la meraviglia…) non sia importante. La passione è quella che ti fa lavorare ventiquattro ore al giorno e ti fa rischiare la vita per andare sulla Luna. Ma non voli nello spazio su una nuvola di passione, voli dentro un’astronave. Una realizzazione basata sulla tecnica.
Scrivere con passione non significa usare uno stile piuttosto che un altro, significa documentarsi per anni, revisionare fino alla nausea, studiare ogni dettaglio. Chi è appassionato di un argomento non strappa i libri, ne legge il doppio.

Adesso, le parole di un vero poeta. T. S. Eliot nel saggio del 1919 Hamlet and His Problems,[6] scrive:

bandiera EN The only way of expressing emotion in the form of art is by finding an “objective correlative”; in other words, a set of objects, a situation, a chain of events which shall be the formula of that particular emotion; such that when the external facts, which must terminate in sensory experience, are given, the emotion is immediately evoked. If you examine any of Shakespeare’s more successful tragedies, you will find this exact equivalence; you will find that the state of mind of Lady Macbeth walking in her sleep has been communicated to you by a skilful accumulation of imagined sensory impressions; the words of Macbeth on hearing of his wife’s death strike us as if, given the sequence of events, these words were automatically released by the last event in the series. The artistic “inevitability” lies in this complete adequacy of the external to the emotion; [...]

bandiera IT In un’opera artistica, l’unico modo per esprimere un’emozione è trovare un “correlativo oggettivo”; in altre parole, una serie di oggetti, una situazione, una catena di eventi che rappresentino la formula per quella specifica emozione; cosicché, quando sono presentati i fatti esterni, che devono condurre a esperienze sensoriali, l’emozione è immediatamente suscitata. Se si esaminano le tragedie di Shakespeare di maggior successo, si troverà questa esatta equivalenza; si troverà che la condizione mentale di Lady Macbeth mentre cammina nel sonno è stata comunicata da un’abile accumulazione di impressioni sensoriali tradotte in immagini; le parole di Macbeth al sentire della morte di sua moglie ci colpiscono, data la sequenza degli avvenimenti, come se fossero l’automatica conseguenza dell’ultimo evento nella catena. Questa “inevitabilità” artistica nasce dalla completa corrispondenza dei fatti esterni alle emozioni; [...]

Di cosa sta parlando Eliot? Indovinato! Dello “Show don’t tell”!
Per esprimere emozioni, l’unico modo – the only way – è trovare un “correlativo oggettivo”. Ovvero qualcosa di concreto – oggetto, situazione, evento – che induca nel lettore l’emozione che desideriamo. Proprio come spiegava il giapponese a inizio articolo. Per suscitare tristezza non dobbiamo parlare di tristezza, ma trovare un oggetto, una situazione, un evento che sia triste in sé, e dunque evochi tristezza nel lettore.

Riascoltate la scena da L’Attimo Fuggente. Il brano di Eliot assomiglia più all’introduzione dell’emerito professor Pritchard o alle sviolinate amore & passione di Robin Williams?
Ognuno ne tragga le sue conclusioni.

Compiti a casa

Vi propongo due fatine. Dirò qualcosina su di loro, voi sceglietene una e mostrate quello che io ho raccontato. Non ci sono limiti di spazio, ma non sbrodolatevi. Fate riferimento all’esempio di Fiammetta: lì sono stata fin troppo concisa, ma non sono necessarie molte parole in più.
Potete usare il punto di vista che preferite, potete articolare una breve storia o no. L’importante è concentrarsi sul mostrare. Sull’uso costante di parole specifiche, sull’epurazione di ogni traccia di raccontato.

• La prima fatina si chiama Scintilla. È una fatina giovane e altruista. Adora realizzare i sogni degli esseri umani, ma alle volte ha il vago sospetto che questo non sia il mestiere più adatto per lei. Dovrebbe imparare dalle fatine più esperte, se non fosse così orgogliosa e testarda.

• La seconda fatina si chiama Lametta. È scappata da casa e adesso è in cerca di un lavoro. Non è facile però trovare un decente impiego part-time, non quando sei una fatina con un brutto carattere e troppi interessi da coltivare. Non aiuta l’ossessione per le cianfrusaglie che Lametta vuole sempre portarsi dietro.

Scuola per fatine
Scuola per fatine. Scintilla avrebbe dovuto prestare più attenzione!

Se avete bisogno di documentarvi sulle fatine, fate un salto all’Osservatorio.

Buon divertimento!

* * *

note:
 [1] ^ “Chikamatsu and His Ideas on Drama” di Makoto Ueda. Educational Theatre Journal Vol. 12, No. 2.

 [2] ^ Ringrazio zora che per prima aveva segnalato Monzaemon in un vecchio commento.

 [3] ^ D’altra parte c’è una fetta di pubblico allergica al “fantastico” in senso lato, quelli che: “C’era bisogno di andare sulla Luna con la gente che muore di fame?”, oppure: “Non vedo ragione perché qualcuno voglia un computer a casa sua” (ultime parole famose pronunciate dal presidente della DEC nel 1977).

 [4] ^ Lo so che dal 1960 la definizione di metro è diversa, ma per l’esempio va bene uguale la sbarra. Non siate più pignoli di Gamberetta!

 [5] ^ Lovecraft qui è un esempio. Se siete fan del solitario di Providence e non tollerate critiche al vostro idolo, non imbizzarritevi: rileggete, e ogni volta che capita “Lovecraft” sostituite con “William Hope Hodgson”. Il concetto rimane lo stesso.

 [6] ^ In questo saggio Eliot definirà l’Amleto un fallimento. Eliot ha ragione? Ha torto? Non lo so, non ho le adeguate conoscenze poetiche per giudicare. Però so che è l’atteggiamento giusto. Non c’è progresso se si rimane legati ai pregiudizi. Pensateci prima di scrivere stronzate tipo: I Promessi Sposi sono “un’opera stilisticamente, narrativamente, linguisticamente perfetta”.


Approfondimenti:

bandiera EN The Philosophy of Rhetoric leggibile online
bandiera EN The Philosophy of Style leggibile online
bandiera EN Hamlet and His Problems leggibile online
bandiera EN The Craft of Fiction su Amazon.com

bandiera EN Chikamatsu Monzaemon su Wikipedia
bandiera EN George Campbell su Wikipedia
bandiera EN Herbert Spencer su Wikipedia
bandiera EN José Saramago su Wikipedia
bandiera EN T. S. Eliot su Wikipedia

bandiera EN Dead Poets Society su IMDb
bandiera IT Segnalazione di Steamed: A Steampunk Romance

bandiera IT Manuali su gigapedia

 

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508 Commenti a “Manuali 3 – Mostrare”

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  1. 308 Gamberetta

    @pu*pazzo. Infatti, va benissimo tagliare gli avverbi e basta. La mezza pagina la scrivi se l’avverbio non era solo “atmosfera” ma aveva un significato più profondo.

    @Symbolic. Il problema è quando i pensieri “spiegano” le azioni. Perché quando l’azione è chiara diventano inutili e se l’azione è ambigua forse sarebbe meglio descriverla meglio invece di mettere un pensiero che la spieghi.
    Però i pensieri in sé non sono sbagliati. Anzi, se tu scrivi in prima persona o in terza persona con telecamera ben dentro la testa del personaggio, tutto è pensiero del personaggio. Non dovresti poter distinguere tra azioni e pensieri. Infatti il “pensò” si usa solo in rari casi, lo scrittore un minimo abile gestisce il punto di vista in modo che appaia chiaro che quelli sono pensieri del personaggio senza bisogno di doverlo rimarcare (così come non ha bisogno dei “guardò” legati alle descrizioni: appare ovvio che la descrizione è quanto sta vedendo il personaggio punto di vista).

  2. 307 Symbolic

    @ France
    Ma “mostrare” i pensieri per alcuni teorici della creative writing (vedi seguaci di Spembaum, come Palahniuk e Clevenger) rimane una scrittura fiacca. Sempre meglio l’azione, a qualsiasi altra cosa.

    Molti autori hanno fatto del “pensò” una bella risorsa di narrativa, ma rimane un’arte abusabile. L’esposizione dei pensieri è cugina di secondo grado del raccontare.

    C’è da dire che si parla di fiction e fantastico e non di letteratura avanguardista.

    Dico per dare il mio contributo. Questo blog è pieno di attrattiva.

  3. 306 france

    Bè, una delle regole d’oro della narrativa è proprio “taglia tutto ciò che è inutile”. E Mostrare si può farlo con poche o con molte parole.
    “Lucia sorrise” è ok.
    “Lucia sorrise, felice”, quadra già meno.
    “Lucia sorrise, pensando a quando lui l’aveva messa a pancia sotto e…” è molto più dettagliato, e stai MOSTRANDO i pensieri di Lucia, non raccontandoli.

  4. 305 pu*pazzo

    gamberetta: in realtà siccome in tv c’era un vecchio film mi sono ispirato e avevo immaginato una scena alla “via col vento” XD ” clark gable” si avvicina lentamente con sguardo malandrino e passo da “io ce la so” verso la fanciulla, la rovescia come un calzino e la bacia appassionatamente XD
    in questo caso comunque sono piuttosto per tagliare, eliminando proprio l’avverbio, piuttosto che, per spiegare una parola, utilizzare mezza pagina ! non si scade nel prolisso e si rischia di annoiare il lettore? Non nel caso che citava giorgio, ma nel caso mio, dove la lentezza è semplice “atmosfera” e non è causata da un evento particolare (come la timidezza, l’aver subito un impianto cyberpunk o l’essere posseduti da un bacellone alieno XD) . Insomma mostrare va benissimo, però secondo me non bisogna esagerare giusto? altrimenti si “infrange” la regola della semplicità! Se dico “lucia sorrise” rendo già abbastanza l’idea … non serve (credo) che io scriva ” lucia piegò gli angoli della bocca verso l’alto, mostrò gli incisivi bianchi e socchiuse gli occhi ricolmi di gioia” ditemi se sbaglio ehhh ;)

  5. 304 Aldebaran

    Ok, vedrò di sistemarlo meglio.
    Grazie mille :D

  6. 303 Gamberetta

    @Aldebaran. L’impostazione generale è giusta, c’è da sistemare qui e là diverse cose (per esempio all’inizio invece di raccontare della barriera potresti mostrare che Laura cerca di aprire la porta e non ci riesce), ma più o meno ci siamo.

    @Mauro.

    Cosa ne pensi della sua posizione?

    Che la McClanahan si sbaglia: il ritmo lo acceleri o lo rallenti a seconda di quello che mostri. Se vuoi rallentare inserisci una scena dove il personaggio si rilassa mangiando pasticcini, se vuoi accelerare metti un inseguimento in autostrada. Non vedo perché dovresti invece metterti a raccontare.

    @pu*pazzo. Il problema di fondo è che non si capisce bene quali emozioni vuoi trasmettere. Se deve essere una scena romantica, come l’hai scritta non ha senso:
    “Giorgio si avvicinò lentamente a Giulia, guardandola intensamente negli occhi.”
    Immaginati Giorgio che si trascina in avanti e intanto fissa negli occhi Giulia. A me sembra un maniaco o uno zombie. Perché si avvicina lentamente? Certo non per timidezza, altrimenti non la guarderebbe negli occhi per tutto il tempo.
    Se scrivi:
    “Giorgio si avvicinò a Giulia. La guardò negli occhi.”
    È già meglio.
    Se invece vuoi insistere con il lentamente devi fare come ha suggerito Ylunio, ma la situazione diventa più che romantica ironica/divertente/vagamente patetica.
    Ora, l’intensamente. Puoi cambiare verbo (per esempio appunto da “guardare” a “fissare”), ma insomma siamo lì. Il punto è che “guardare” e “guardare intensamente” comunicano al lettore la stessa immagine.
    Se proprio vuoi rendere l’intensamente devi mostrare che Giorgio è così tanto interessato agli occhi di Giulia. Il che però diventa un problema perché a parlare di occhi si finisce subito nella retorica “Gli occhi di Giulia erano blu come il mare in tempesta”. Dunque io semplicemente(…) toglierei gli avverbi. Al massimo inserirei altri gesti: le prende le mani, le solleva il mento, l’abbraccia, le dà un pizzicotto o non lo so; oppure qualche riga di dialogo.

  7. 302 Ylunio

    @pu*pazzo

    A seconda di quello che vuoi esprimere la scena può essere descritta in modi diversi.
    Perché, ad esempio, Giorgio si avvicina lentamente?
    Perché si è azzoppato una gamba durante uno scontro a fuoco o perché è semplicemente timido?
    La scena va scritta in modo diverso a seconda dei casi ..

    Per dire:

    Giorgio mosse un primo passo. Giulia ricambiava il suo sguardo. Il ragazzo deglutì. Al secondo passò il ginocchio sinistro cedette sotto il suo stesso peso, mentre una tenaglia gli si chiudeva sul polpaccio, trapassandogli il muscolo.
    Sentì la risata di Giulia ed ebbe la fugace visione delle sue guance arrossate e degli occhi pieni di lacrime, prima di accasciarsi.
    - Un crampo alla gamba.- Giorgio strinse il pugno della mano destra, le nocche contro il pavimento polveroso. – Il solito, dannatissimo crampo alla gamba!-

  8. 301 Mauro

    Qui c’è una risposta al “lentamente”, riferita al mio esercizio per il secondo manuale.

  9. 300 pu*pazzo

    Mauro@ io qui parlo da lettore …ignorante e spicciolo! Devo dire che certe parti raccontate non mi dispiacciono, ma solo se sono brevi e si riferiscono a scene che sarebbero ridondanti e pesanti da essere mostrate.

    Aldebaran @ io sinceramente non trovo fastidioso quel tipo di inforigurgito, è breve, conciso e non svolazza troppo su particolari!
    per quanto riguarda la prima frase do ragione a gamberetta, è più divertente, specialmente la prima volta che appare nel libro, mostrare per bene come funziona quella magia ^^ (sempre opinione da lettore ehh)

    Gamberetta@ io ho un dubbio (si, un altro!) .. dici giustamente che non bisogna usare gli avverbi perché raccontano invece di mostrare. Però talvolta io mi trovo in seria difficoltà a rendere un periodo fluido e scorrevole, musicale diciamo, senza usare avverbi :(
    faccio un esempio.
    “Giorgio si avvicinò lentamente a Giulia, guardandola intensamente negli occhi”

    in questa frase ci sono millemila errori (2 avverbi+ un gerundio XD) … però come potrebbe essere resa?
    cosi?
    “Giorgio si avvicinò con passo lento a Giulia. La guardò intensamente negli occhi”
    non mi piace… trovo questa frase ostica, si inciampa in quell’orribile locuzione “con passo lento” e il punto spezza il climax della scena …o sono io che ho una visione perversa ? XD
    allora così?
    “Giorgio si avvicinò a Giulia e incontrò i suoi occhi, sui quali si soffermò per molti secondi”
    non mi piace:( il significato cambia (non si capisce l’andatura di Giorgio, che nel contesto potrebbe essere importante, inoltre la lungaggine del periodo annacqua la scena)

    l’ultima prova, poi mi portano alla neuro .
    “Giorgio camminò piano in direzione di Giulia e la guardò negli occhi.”
    forse la meno peggio? però la trovo comunque meno “liscia”, musicale della prima …
    che ne pensate? a parte che probabilmente non ho capito una mazza di niente XD

  10. 299 Mauro

    Domanda: a leggere i tuoi messaggi, l’idea che traspare è che la (non-)descrizione proposta dell’armeria non vada mai bene e che il raccontato vada tagliato, qualora possibile, preferendogli una serie di passaggi tra un mostrato all’altro.
    Ho finito da poco di leggere Word Painting (inizia la scalata ai manuali!), dove la McClanahan parla – riassumendo enormemente – dei pregi dei passaggi tra mostrato e raccontato, e viceversa, e di come il raccontato serva a ralletare il ritmo, laddove il mostrato lo accelera. Arriva a dire che per mantenere la tensione si deve (must) alternare tra mostrare e raccontare.
    Cosa ne pensi della sua posizione?

  11. 298 Aldebaran

    Confusa, si girò vero la porta. Era chiusa: una barriera magica la proteggeva da ogni tentativo di scasso e non si sarebbe dissolta fino alle prime luci dell’alba.
    Laura si soffermò a pensare qualche istante.
    Ma certo notò i frammenti dello specchio di Marco, che erano ancora sparsi sul pavimento. La luce.
    Facendo attenzione a non tagliarsi, ne prese alcuni con una mano. In quel momento le sembrò di sentire la voce di suo papà. Attenta alla posizione, mi raccomando. Se sbaglierai, la luce non rischiarerà abbastanza la notte e noi non potremo lavorare i campi.
    Il viso di Laura mutò in una smorfia di dolore. Ricacciò indietro le lacrime, alzò la mano all’altezza degli occhi, distese il palmo.
    Inspirò a fondo, e chiuse gli occhi. Sentì l’energia irradiarsi in ogni suo brandello di carne, piccole scariche elettriche diramarsi come un fiume in piena. Poi, l’energia eruttò dal suo corpo.
    Laura riaprì gli occhi. Un raggio di luce lunare penetrò dalla finestra ed entrò nei frammenti di specchio, facendoli risplendere di luce propria.
    Non è abbastanza.
    Chiuse di nuovo gli occhi e scagliò i frammenti a terra.
    Un bagliore accecante riempì l’aria.
    Riaprì gli occhi. Ha funzionato
    La barriera magica si era dissolta. Laura scattò fuori
    Ce l’ho fatta.

    Così com’è?

  12. 297 Gamberetta

    @Aldebaran. La frase ci può stare. È un po’ inforigurgitosa, ma non in maniera grave. È la parte prima che suona male: “Iniziò a recitare la formula dell’unica magia che conosceva” è tutto raccontato. Mostrami la magia (e magari inserisci le informazioni sul padre come pensieri del personaggio):

    Caterina distese le braccia, le mani aperte, i palmi verso l’alto.
    «Stella stellina dalle millecento punte.» Scintille colorate danzarono sui polpastrelli, accesero l’aria di luce blu.
    «Dai tuoi milletrecento raggi–» Le scintille affievolirono e si spensero.
    Caterina si morse il labbro inferiore. Conosco una sola magia e la sbaglio sempre!
    Inspirò a fondo. «Dai tuoi millequattrocento raggi.» Le scintille rinacquero.
    «Fai sgorgare la luce dei milleseicento colori.» Milleseicento. Era sicura. Quando papà le aveva insegnato aveva insisto sul quel punto. Milleseicento, mi raccomando. Altrimenti ti bruci le dita!
    Le scintille si condensarono in una sfera di fiamma che levitò sopra Caterina e rimase sospesa a mezzaria.

    E ovviamente sarebbe il caso di descrivere meglio di così e mettere in scena una magia più originale.

  13. 296 france

    Bè, c’è una differenza, innanzitutto? Le digressioni possono andar bene in un saggio, in narrativa andrebbero evitate…

    Unire le due frasi? “cominciò a recitare la formula del vecchio padre, quella per lavorare la notte. D’altronde era l’unica che sapeva!”

    E’ solo un’idea, eh.

  14. 295 Aldebaran

    Ciao :)

    Avrei un dubbio sulla differenza tra infodump e digressione.

    Esempio:
    “Iniziò a recitare la formula dell’unica magia che conosceva. Gliel’aveva insegnata suo padre quando era bambina, per permetterle di lavorare nei campi anche di notte.

    Senza l’informazione in grassetto, il lettore si chiederebbe perché è l’unica magia che conosce. Inserirlo in una dialogo sarebbe inverosimile, mostrarlo impossibile 8salvo usare un flashback, cosa che danneggerebbe la linearità della storia).

    Non solo: il fatto che sia l’unica magia che la protagonista conosce è una informazione necessaria. Senza, ci sarebbe un grosso problema di verosimiglianza (Tizia è rinchiusa: conoscendo altre magie sarebbe potuta scappare, no? Il lettore si chiederebbe questo).

    Quindi, cosa dovrei fare?
    La frase sopra è da considerarsi infodump, e quindi errata? O è una semplice digressione? E qual’è la differenza tra le due cose?

  15. 294 Marco Albarello

    Claro, grazie per le risposte. :)

  16. 293 Il Guardiano

    @marco:
    Io leggo narrativa per “le parole”… se voglio immagini ci sono fumetti, quella specie di telenovelle stampate che fanno molto anni 80 o al massimo la TV e il Cinema.
    Se leggo è perché mi piace leggere quel che scrivi, e immaginarlo.

  17. 292 Gamberetta

    @Marco Albarello.

    A proposito di mostrare, come vengono “visti” nel genere fantasy i libri con immagini?

    Penso come sono visti negli altri generi? Non ho idea, non ho mai prestato particolare attenzione agli aspetti “estetici” dei libri.
    In quanto a inserire immagini: devono essere solo un di più, se il lettore per capire la storia deve per forza fare riferimento all’immagine, esuliamo dall’ambito della narrativa. Sarà un fumetto, una “graphic novel” o qualchecosaltro. Tu devi descrivere l’astronave assumendo che non ci siano immagini. Se poi le immagini ci sono, tanto meglio(?). Se la storia dipende dalla presenza delle immagini è altro rispetto alla narrativa.

  18. 291 Marco Albarello

    @Gamberetta
    A proposito di mostrare, come vengono “visti” nel genere fantasy i libri con immagini? Tento di chiarire il mio pensiero. Da sempre, oltre che scrivere, la mia passione è stata creare con diversi programmi tutto ciò che mi passava per la testa. Mi addentrai nel tunnel con il primo RPG Maker creando piccole avventure grafiche stile final fantasy. ^^
    Poi con il tempo arrivò The Movies e mi persi letteralmente a dare vita a film con le trame più strampalate. Curavo tutto, faccia degli attori, set, battute, montaggio, ci facevo perfino il doppiaggio con il microfono. xD

    In seguito uscì Spore e giù anche lì a creare cose folli e bizzarre grazie al suo programma interno, come per esempio: Veicoli o creature. Il programma di editor di quel gioco è stupendo sia per quanto riguarda la genetica che la meccanica! Ti permette un’infinita di combinazioni, tutto sta alla fantasia di chi lo usa! (Esempio)
    Poi uscì The Sims 3 e anche lì ci persi le mie belle giornate a realizzare edifici e persone: Edifici. Adoro spingere sempre al massimo il programma che adopero, per questo mi espansi in lungo e in largo, odio i limiti.

    Ed infine arrivai a trovare questo: CINEMA 4D. Fu amore a prima vista *-*Lo uso per creare delle immagini che poi voglio mostrare nei miei libri sottoforma di testo per facilitarmi il compito e per divertimento. Ma ad un certo punto mi sono chiesto: “non mi conviene mettere direttamente l’immagine?” “Non è più efficace?” Esempio: Mettiamo che io voglia mostrare l’astronave che usa un mio personaggio e inoltre far vedere al lettore esattamente come trova la terra vista dalla sua posizione. Se io gli mostro questo: Esempio. Raggiungo ugualmente un buon risultato? E soprattutto senza sprecare fiumi di parole? Oppure mettiamo che io voglia mostrare una creatura mai vista dal vivo come se il personaggio la vedesse su un documentario: Esempio. Così potrebbe andare bene? O ancora, dare una panoramica della città dove vive: Esempio. Insomma cose di questo tipo. Posso inserire queste immagini in un romanzo fantasy senza snaturare ciò che è? Oppure il lettore penserà che sono pigro per scrivere e penserà che cerco scappatoie o si distrae eccessivamente dalla lettura?

    A prescindere dalla risposta che spero arriverà, mi sto divertendo un mondo a scrivere fantasy! ^_^ Finalmente posso dare libero sfogo alla mia creatività. “Io voglio passare ad un livello successivo, voglio dare vita a ciò che scrivo.” (Abiura Di Me, Caparezza).

  19. 290 PlatinumV

    Grazie per le tue risposte, mi sono state molto utili. Posso suggerirti di provare con qualcos’altro di Tad Williams? Direi che “Il canto di Acchiappacoda” è la macchia della sua produzione letteraria. Purtroppo in italiano è stato tradotto solo il Ciclo delle Spade (che è stupendo), ma mi pare che tu non abbia affatto problemi con l’inglese, quindi magari potresti anche leggere la saga di “Otherland”, che è di fantascienza. Il suo inglese è davvero complesso (diciamo che quell’uomo ama la ricercatezza lessicale spasmodica) ma le trame sono assolutamente splendide.
    Buone letture
    V

  20. 289 Gamberetta

    @PlatinumV.

    1) Non ho letto i romanzi della Darth Thornton, dunque nel caso specifico non saprei. Però una descrizione-elenco è sbagliata in sé: anche se decido di mostrare ogni singolo punto del mio elenco, dovrei farlo in maniera dinamica, non appunto facendo un listone. Se devo parlare di una cucina, di utensili e ingredienti, descriverò il personaggio mentre prepara una torta. Dirò che mescola con un cucchiaio il latte, l’albume e il succo di mandarino in una pentola sul fuoco. Quello che voglio dire è che il problema con la Darth Thornton potrebbe non essere quello che mostra troppo, ma quello che mostra male.
    Per la landa desolata: taglia! È così semplice. Mostra mentre si incamminano nella landa, poi comincia il capitolo successivo con “un mese dopo” e mostra mentre arrivano alla città di FuoriLaLandaDesolata.
    Se viceversa nella landa desolata succede qualcosa, allora lo mostri. Ma non c’è problema di noia perché appunto staresti descrivendo un evento significativo. Chiediti: perché voglio parlare della landa desolata? Se c’è una ragione, mostrala. Se invece è solo un passaggio obbligato per andare da un punto all’altro, be’, taglia il più possibile.
    Come spiegato nell’articolo: il ridursi a raccontare è l’ultima alternativa. Non dico che sia sempre sbagliato, ma spesso si ottiene un effetto migliore semplicemente tagliando e riprendendo a mostrare quando ne vale la pena.

    2)

    qual è secondo te il limite fra “mostrare” ed “essere pedanti”?

    In generale il limite è legato al personaggio punto di vista. Se io sono Anna che entra nella sua stanza, non mi metterò a descriverla, suona innaturale. Dirò solo che butto le chiavi sul comodino e mi stendo a letto.
    Se però io sono Michele che entra per la prima volta nella stanza di Anna, allora è probabile che sarà più attento ai dettagli e dunque ne uscirà una descrizione più particolareggiata.
    Il mostrare non raccontare, è legato al come, non al cosa. Vuol dire che se il personaggio nota che c’è “un cattivo odore”, io non posso cavarmela così, ma devo dire che c’è, non so, “odore di canfora”. Ma il personaggio potrebbe non notare alcun odore (perché per esempio ha il raffreddore) e allora il particolare non lo metto. Quali particolari mettere dipende da te, ma se decidi di inserirli devono essere mostrati.
    Io posso scrivere che Anna si mette in tasca la scatoletta. Va benissimo. Se però si mette in tasca la scatoletta graziosa non va più bene. Perché quel “graziosa” indica che il personaggio punto di vista ha prestato attenzione alla scatoletta, ma allora devo mostrare in che cosa si concretizza questa attenzione, non posso cavarmela raccontando.

    3) Dipende da cosa si intende per “flusso di coscienza”. Se lo intendi in senso “tradizionale” (come compare in Joyce per esempio), direi che è solo un artificio letterario e nient’altro. Non ha verosimiglianza, non è vero che le persone pensano in quel modo. Personalmente eviterei, tranne rari casi.
    Se invece per “flusso di coscienza” si intende il naturale (verosimile) flusso dei pensieri di un personaggio, è un legittimo modo di esprimersi, specie in prima persona.

    Ovviamente in questo caso bisogna raccontare cosa se ne desume, le considerazioni, le opinioni, ecc. Come si situa questo nel “show, don’t tell”?

    Che forse è tutto da tagliare. ^_^ Se i personaggi hanno considerazioni, opinioni, ecc. rispetto a una scena, vuol dire che erano presenti. Magari si può far trasparire le loro idee dalle azioni e dal dialogo, senza bisogno di questa analisi successiva.

    P.S. Di Tad Williams ho letto “Il Canto di Acchiappacoda”. Carino.

  21. 288 Il Guardiano

    Evidentemente NON vuoi capire la differenza tra INFODUMP e DESCRIZIONE. Non lo vuoi fare volontariamente, perché sennò non si spiega. Ma va bene così.

  22. 287 AndreaFurlan

    @ilguardiano
    allora. RIpeto ancora cercando di essere ancor più chiaro.
    Per me il mostrare e non raccontare non sempre è fondamentale. Nel senso che, in situazioni di passaggio non è necessario, altrimenti in un romanzo, visto che si trovano centinaia di luoghi di passaggio, bisognerebbe sempre mostrare tutto, cioè descrivere il luogo anche quando, SECONDO ME, un pizzico della nostra fantasia può subentrare benissimo al testo.
    Il rischio, SEMPRE SECONDO ME, di testualizzare sempre è quello di cadere nell’infodump, inforigurgito, chiamatelo come volete.

    Ciao a tutti
    andrea di ilgiovanescrittore.wordpress.com

  23. 286 PlatinumV

    Ciao, volevo chiederti qualche delucidazione su quanto hai scritto.
    1) Tu dici che bisogna mostrare e non raccontare. E questo è sacrosanto. Però non posso fare a meno di chiedermi la dimensione e la pesantezza di un testo in cui tutto è sempre e solo mostrato. Ti faccio un esempio. Non so se hai mai avuto modo di leggere qualcosa di Cecilia Darth Thornton. Io ne ho letti 4 o 5 prima di arrendermi. Non posso dire che la signora non sia una che si documenta: dalle leggende celtiche, al tipo di spezie usate nelle cucine, per passare allo specifico sartiame di un’imbarcazione. Ma il punto è che un intero libro TUTTO così è assolutamente angosciante. Il personaggio principale entra in una cucina e inizia, giuro, ad elencare una pagina e mezza di tutto ciò che vede. Inizia con frasi tipo “alle pareti si allineavano bacili, pentole, casseruole, ecc, ecc, ecc”, fino alla lista completa di ogni cosa nella stanza. Certo, sta mostrando che ci sono molto cose, che la cucina è nel caos e che si è documentata su tutti i termini possibili e immaginabili, ma è una piaga mortale leggere i suoi libri! A parte il tipo di descrizione-elenco, che è una sfida al buonsenso e un sadismo nei confronti del lettore, ma bisogna anche considerare che al lettore, francamente, non frega un cavolo di sapere tutto ciò che c’è in cucina! Questo per intendere che a volte, se i miei personaggi stanno camminando da giorni e giorni in una landa desolata, posso descrivere qualche scena, qualche aneddoto, ma 185 di narrazione di ogni scorpione che passa farebbe suicidare i lettori in blocco. Quindi ti chiedo: da come è espresso l’articolo pare che tu sia contraria al 100% al raccontare, ma non penso sia esattamente questo ciò che pensi. Puoi spiegarmi meglio, per favore?
    2) Riprendendo il tuo esempio della scatola “graziosa”, io tendo ad essere fin troppo maniacale nelle mie descrizioni (ok, non a livello della Dart Thornton!), perché ho una scena precisa in mente, come se vedessi un film, e pretendo che il lettore se la ricrei quanto più possibile uguale nella sua testa. Ammetto che il risultato mi piace. Poi prendo un libro, anche libri carini, eh!, leggo cose tipo “entrò nella stanza, che era arredata semplicemente con un letto, un armadio e due comodini, e attese con pazienza” e resto perplessa. Insomma, io avrei spiegato dov’erano disposti i mobili, la luce che entra dalla finestra che forme disegna sul muro, l’odore di bucato delle lenzuola, la temperatura gelida, il colore di muri e pavimenti, ecc… questo fa sì che il lettore ricrei nella sua mente ciò che c’è nella mia, ma spesso mi chiedo se in questo modo la mia narrazione non ne risulti appesantita. Insomma, chi se ne frega di com’è fatta la stanza! Certo, però anche se non è fondamentale, io vorrei che i miei personaggi si muovessero in un mondo dai contorni definiti… ecco, la mia domanda è: qual è secondo te il limite fra “mostrare” ed “essere pedanti”?
    3) Sono anche curiosa di sapere cosa ne pensi dello stream of consciousness… A focalizzazione sul personaggio, amo analizzare una scena da diversi punti di vista e ovviamente per questo non si possono “mostrare” i pensieri: la scena è successa ed è stata mostrata e poi i vari personaggi ne commentano mentalmente la loro idea. Ovviamente in questo caso bisogna raccontare cosa se ne desume, le considerazioni, le opinioni, ecc. Come si situa questo nel “show, don’t tell”?
    Grazie. Sono una che si fa un sacco di pare mentali per ‘ste cose :-P
    V
    PS: mi pare che tu non abbia recensito nessun suo libro, quindi non so se ti è già capitato di leggerlo, ma in caso ti consiglio caldamente Tad Williams, il Ciclo delle Spade. Quell’uomo ha uno stile stupendo per quanto mi riguarda.

  24. 285 Il Guardiano

    In una armeria di passaggio non è necessario stracciare i maroni per 5 capitoli. Mostrare l’armeria è differente. Quello non è ne infodump ne inutile.
    Io sono dell’idea che mostrare quello che sente il personaggio sia positivo, aiuta l’immedesimazione. Parlare di quello che il personaggio non può sapere o non pensa/può pensare in quel momento (magari sta cercando di salvarsi perché un sicario gli dà la caccia e cerca rifuggio nell’armeria) è irritante perché ti sbatte fuori la storia.

  25. 284 AndreaFurlan

    @???
    Ora è più chiaro ^^
    Uff, ci siamo riusciti, ne siamo venuti fuori:)
    Scherzi apparte son d’accordo parzialmente con l’ultimo post. Parzialmente perché sostengo la soggettività e In My Humble Opinion ritengo che comunque in un’armeria di passaggio non siano necessari troppi dettagli

    Ciao ragà
    Andrea di ilgiovanescrittore.wordpress.com

  26. 283 ???

    @ Andrea Furlan

    Hai fatto due esempi, ed in entrambi c’è inforigurgito, solo che nel primo hai vomitato poca roba, nel secondo hai vomitato tutta la vodka della serata.

    Rileggi gli esempi miei e di Gamberetta. Stai ancora confondendo le due cose.

    Quello che dici riguardo alla descrizione di un “ambiente di passaggio” e un “ambiente dove si svolge gran parte del libro” non ha molto senso.
    Ha un suo peso, sì, ma non cambia la VERA differenza cioè quella tra:

    Mostrare e Infodump

    MOSTRARE:

    Vedi il mio primo esempio.

    Il tuo personaggio entra in un luogo qualsiasi. Lì vedrà oggetti, sentirà odori e suoni.

    Tutto quello che percepisce NON E’ INFODUMP.

    Poi, certo, non serve menzionare proprio tutto quello che vede o sente od odora, ma solo le cose necessarie.

    INFODUMP:

    Vedi il mio secondo esempio.

    Tutte le informazioni che l’autore ritiene ERRONEAMENTE che servano al lettore, qui in grassetto.

    Marco aprì la porta forgiata dai nani di MIxatul cinquemila anni prima ed entrò nell’armeria abbandonata di Xatos, il Signore Maledetto, re degli orchi di Jababa, morto per mano di Rezal il prode.

    Spero d’esser stato più chiaro. A volte mi spiego male (^///^). Ciao

  27. 282 AndreaFurlan

    @gamberetta

    E io cos’ho detto?
    Tutte queste informazioni, che sia un supermercato, un’armeria o i cessi della stazione di Padova (molto brutti, ve lo dice un padovano) possono non servire.
    A meno che appunto non si tratti del cesso dove PROTAGONISTA passa mezzo romanzo. A quel punto qualche dettaglio in più lo metto.
    Forse gamberetta non ci siamo intesi. Ma il tuo ultimo messaggio è esattamente quello che intendevo dire io.

    O forse sono un pò bevuto visto che sono appena tornato da una festa

    Che dire?
    Saluti sinceramente amichevoli a tutti

    Andrea di ilgiovanescrittore.wordpress.com

  28. 281 AndreaFurlan

    @???
    E’ la stessa cosa.
    Hai fatto due esempi, ed in entrambi c’è inforigurgito, solo che nel primo hai vomitato poca roba, nel secondo hai vomitato tutta la vodka della serata.

    Ora, ho ironizzato un poco. Però sempre di inforigurgito si tratta.

    Andrea di ilgiovanescrittore.wordpress.com

  29. 280 Ylunio

    @AndreaFurlan

    Il punto, da quello che ho capito, riguarda per te il *livello di dettaglio* di una data descrizione.
    Il discorso è piuttosto semplice e – come ha detto Gamberetta – non c’entra col fatto che il luogo che stai descrivendo sia di passaggio o quello nel quale si svolgono la maggior parte delle scene del tuo romanzo.
    Ho scritto l’inizio di un racconto lungo che mi era venuto in mente, ambientandolo in una cucina.
    Non ho descritto nel dettaglio la cucina, ho evitato di dire di che colore fossero i pavimenti, o le mattonelle, quale fosse il modello della macchina a gas e la forma del tavolo.. ho detto genericamente “cucina” perché a me stava bene che il lettore immaginasse la prima cucina che gli venisse in mente. Poi ho sporcato quella sua cucina con i dettagli che per me, e per la storia, erano importanti: l’odore, le macchie di sangue, le finestre chiuse e così via dicendo.
    La cucina poteva essere la mia cucina, o la tua cucina, o una qualunque cucina, ma diventava esattamente la cucina della quale volevo parlare, nel momento in cui aggiungevo i dettagli importanti.
    Se in quella cucina non fosse successo nulla di più che “Marco andò in cucina a bere un bicchiere d’acqua, si affacciò alla finestra e vide etc. etc….”, non avrei avuto bisogno di aggiungere niente perché non sarebbe stato rilevante per la storia.

    Il punto è questo..
    Il modello della cucina è importante per la storia? Sì? Allora lo dico..
    No? Allora neanche la nomino. Ovviamente in cucina ci sarà una macchina a gas, ma che motivo c’è di tirarla in ballo senza motivo?

    Che nell’armeria ci sia puzza di sangue e ferro è importante per la storia? Sì? Allora lo dico. E lo dico io, perché magari per il lettore quella armeria puzza di.. buh.. cuoio, chiuso e sudore di troll..
    Se non è importante.. perché tirare in ballo l’odore?

    E così via dicendo..

    Non dobbiamo lasciar fare al lettore il lavoro che è dello scrittore.
    E la fantasia del lettore sarà maggiormente stuzzicata da una scena descritta bene che da una scena abbozzata della quale si ritrova a riempire i buchi.
    Anche perché non è detto che i lettori di fantasy abbiano tutti una spiccata immaginazione :P
    E quello che voglio fare, quando leggo, è immergermi in un mondo fantastico che *io* non riesco a immaginare. A questo servi tu, mio caro scrittore.. :)

  30. 279 Marco Albarello

    Trovo che il mondo della narrativa fantasy sia “stupefacente”! Ci sono più anonimi qui che che in un raduno di mafiosi pentiti. xD
    Ci sono anonimi editor che discutono di anonimi critici i quali vengono letti da anonimi lettori e da anonimi autori, per non parlare dei ghostwriter. O_o
    Ed il bello è che non stiamo facendo nulla di illegale! A volte mi chiedo dove abbia sbagliato ad usare il mio nome e cognome veri. xD
    Sembra quasi che non stiamo parlando semplicemente di letteratura e libri, ma di droga.
    “Se il mondo fosse chiaro, l’arte non esisterebbe.” (Il mito di Sisifo, Albert Camus)

    «Jack allora, l’hai provato?»
    «Certo, amico mio.»
    «E com’è? Com’è? Su dai dimmi!»
    «Ti fa fare un bel trip e il suo effetto è prolungato.»
    «Wow! Su dai ti prego, fammi fare una tiratura, solo una!»
    «Non essere sciocco Malcom, deve ancora essere raffinato, allo stato attuale è troppo grezzo e rischiamo di perdere qualche cliente durante l’uso, tu non vuoi questo vero?»
    «Non sia mai, no no no, più spacciamo bene questa roba, più soldi ci facciamo! Chiamo subito Ghostwriter e glielo faccio tagliare per bene.»
    «Bravo. E mi raccomando, se qualcuno ti chiede qualcosa, il nostro pusher è un colombiano. Devi assolutamente convincere i compratori che la qualità del nostro spacciatore sia alle stelle, altrimenti sentiranno puzza di contraffazione.»
    «Che fortuna che ho ad avere un intermediario intelligente come te! Ma non hai paura che la polizia possa scoprire i nostri traffici? Sai, c’è quel nuovo detective che chiamano Gamberetta, dicono che abbia gli occhi ovunque, cammini all’indietro e non le sfugga niente!»
    «Non dire sciempiaggini, so che da quando è in circolazione i nostri traffici si sono ridotti, ma non sarà certo questo a poterci fermare. Conosco il suo punto debole, tutti ne hanno uno, il suo adorato coniglietto Grumo.»
    «Vuoi dire che…?»
    «Ho intenzione di farlo rapire e ricattarla, vedremo poi se continuerà a rivelare al mondo le nostre malefatte.»
    «Sei un genio Jack, sei un fottuto genio!»
    «Smettila di lusingarmi e pensa piuttosto a versare i soldi sul mio conto, non temere, stiamo per pubblicare un bestseller e nessuno potrà fermarci questa volta.»

    “I personaggi e i fatti qui narrati sono immaginari, autentica è invece la realtà sociale ed ambientale che li produce” (Le mani sulla città, Francesco Rosi). xD

  31. 278 Il Guardiano

    Anonimo Informato è un blaterone… Secondo me scrive giusto per fare qualcosa…magari lo fa a lavoro invece di fare l’editor ehehhhehehhe

  32. 277 Gamberetta

    @AndreaFurlan. Io posso scrivere:

    Anna andò al supermercato e comprò il latte.

    Può essere un breve raccontato perché ho bisogno di comunicare questo dettaglio ma sarebbe pesante costruirci una scena attorno.
    Tuttavia se scrivo:

    Anna andò al supermercato. Un negozio arredato alla meno peggio, impestato da una puzza terribile, che vendeva prodotti scandenti.

    Sto sbagliando. I casi sono due: o il fatto che il supermercato sia misero ha rilevanza per la storia, e allora devo mostrare, oppure non ha importanza, e allora perché devo specificarlo? Per infastidire il lettore? Perché, come spiegato passo passo nell’articolo, questo tipo di “descrizioni”, infastidiscono. Costringono il lettore a uscire dalla storia per dare lui concretezza ai dettagli troppo vaghi.

    L’inforigurgito è un’altra questione. È il vomitare informazioni, non il fornire i naturali dettagli che il personaggio punto di vista rileverebbe. Altro esempio, oltre a quello che ha già fatto ???:

    Anna entra nel supermercato. Il supermercato dei signor Piagoni, nipote del più celebre Piagoni Luigi, è il più grande della cittadina. Aperto da cinque anni, ha costretto alla chiusura la macelleria, il fruttivendolo e la pasticceria. I prezzi sono bassi, soprattutto per quanto riguarda gli insaccati. Buona la scelta delle birre e dei vini, in particolare i vini rossi.

    Questo qui sopra è inforigurgito.

    Anna entra nel supermercato. Gli scarafaggi scappano via davanti alle sue scarpe, si nascondono tra le scatolette di carne di topo, impilate per terra. Uno strato di polvere e unto ricopre le vetrate, alle pareti scrostate sono attaccate pubblicità ingiallite del dentifricio Fratelli Banditi. Il ventilatore appeso al soffitto è fermo, ragnatele si stendono tra le pale. L’aria puzza di verdura marcia e di sudore.

    Questo è il personaggio punto di vista che si ritrova a descrivere un ambiente che lo colpisce.

  33. 276 ???

    @ Andrea Furlan

    Stai confondendo due concetti.

    Prendiamo l’armeria (quella che vuoi):

    1) Mostrare

    Marco aprì la porta dell’armeria ed entrò. Una zaffata di muffa e aria stantia l’avvolse. La polvere lo fece tossire.
    Sulle rastrelliere non c’erano che alabarde arrugginite e coperte di ragnatele. Alle pareti erano appesi tre scudi di legno marcio e due balestre senza la corda.

    Qui non sto vomitando informazioni a caso. Semplicemente sto descrivendo (un po’ a cazzo, perché improvvisato) in che stato è l’armeria.

    2) Infodump

    Marco aprì la porta forgiata dai nani di MIxatul cinquemila anni prima ed entrò nell’armeria abbandonata di Xatos, il Signore Maledetto, re degli orchi di Jababa, morto per mano di Rezal il prode. Sulla rastrelliera, tra alabarde impolverate e spadoni a due mani, scintillava la Lama di Luna, la spada di cristallo etereo infusa del potere di Feal, dea della giustiza. Marco l’afferrò. La sollevò in aria e urlo a pieni polmoni: “Evvai! Sono salito di livello!

    Qui ci sono un sacco di Info a Cazzo (infodump), ovvero tutto ciò che è spiegazione superflua e non è presente in scena.

    Come vedi è diverso dal mostrare!

  34. 275 AndreaFurlan

    @france
    che sia davvero di un editor non te lo so dire.
    Comunque perché dici questo? Mette alla luce tante relatà finora mai provate (che io sappia).
    Dai uno sguardo agli altri suoi articoli.

    Ciao
    Andrea di ilgiovanescrittore.wordpress.com

  35. 274 AndreaFurlan

    Bè allora Gamberetta, come detto prima, la questione è che questa cosa è appunto parzialmente soggettiva.
    Anche perché c’è differenza tra l’armeria di passaggio e l’armeria dove PROTAGONISTA passa mezzo romanzo.
    C’è differenza perché da quello che mi hai insegnato tu, e ti ringrazio per questo, se si mostra (quindi anche dettaglia) l’armeria di passaggio si cade anche nell’inforigurgito. O no?

    Ciao

    Andrea di ilgiovanescrittore.wordpress.com

  36. 273 france

    @Andrea Furlan

    Se quel blog è davvero di un redattore che lavora presso una Casa Editrice, capisco bene com’è che in italia gira tanta spazzatura.

  37. 272 Gamberetta

    @AndreaFurlan.

    Ad esempio non trovo difficoltà a immaginarmi un’armeria ad esempio.

    “PROTAGONISTA entrò in un’armeria arredata alla meno peggio, vecchia e con armi scadenti. In più, c’era una puzza terribile che riempiva le narici di PROTAGONISTA.”

    Questo è raccontato e a me va benissimo.

    A te andrà benissimo, ma scrivere così è poco rispettoso di chi ti dedicasse tempo (ed eventualmente soldi). Non importa se l’armeria è un ambiente di passaggio o il fulcro della storia, le “armi scadenti” o l’“arredata alla meno peggio” o la “puzza terribile” non si scrivono. Ti documenti e scrivi con precisione (compatibilmente con il punto di vista) qual è l’arredamento, quali sono i problemi con le armi, di quali odori si tratta.
    Arthur Hailey per scrivere un paio di paragrafi ambientati in un’officina, si è fatto assumere come meccanico una settimana. Non esiste l’andare a spanne, esiste lo scrivere con competenza.

    Il fatto è che buona parte del lavoro lo fa la nostra fantasia.

    No. Se il romanzo è scritto come si deve, il lettore non deve lavorare. Se il lettore deve affidarsi alla sua di fantasia siamo di fronte a un testo scadente (almeno dal punto di vista stilistico). Credevo che questo punto fosse stato illustrato a dovere.

  38. 271 AndreaFurlan

    MI permetto un commento che penso pochi apprezzeranno…
    Tra raccontare e mostrare la scelta migliore è… soggettiva.
    Ebbene la penso così. Certo, ci sono dei limiti alla soggettività, ma bene o male possiamo dire che è così.

    Ad esempio non trovo difficoltà a immaginarmi un’armeria ad esempio.

    “PROTAGONISTA entrò in un’armeria arredata alla meno peggio, vecchia e con armi scadenti. In più, c’era una puzza terribile che riempiva le narici di PROTAGONISTA.”

    Questo è raccontato e a me va benissimo.
    Mi spiego meglio. Non si capisce da cosa puzzi l’armeria. Ma di certo non da cavolfiore. Mentre scorro l’occhio sul testo mi verrebbe spontaneo pensare che puzzi da chiuso, da ruggine.
    Il fatto è che buona parte del lavoro lo fa la nostra fantasia.

    D’altra parte, e qui poniamo il limite, non si può raccontare la stanza dove il protagonista passerà mezzo romanzo, ad esempio se il protagonista è un alchimista e prepara le pozioni in quella stanza. E’ un luogo continuamente frequentato nel romanzo ed è bene che la fantasia venga (almeno parzialmente) frenata dall’autore.

    A tal proposito date un occhio a questa pagina. E’ il blog di un editor e l’articolo è ispirato proprio a Gamberetta e al suo Manuali-3:

    http://laveraeditoria.splinder.com/post/23649593/mostrare-raccontare-fregarsene

    Ciao a tutti

    Andrea di ilgiovanescrittore.wordpress.com

  39. 270 IlBianConiglio

    Per prima cosa grazie delle correzioni. E poi:

    Riguardo il fischietto: ho messo ‘quello che sembrava essere’ perchè, usando il punto di vista del folletto, era verosimile che questo non riconoscesse l’oggetto come un fischietto. E’ lo stesso motivo per cui ho concluso col ‘forse’ la frase: ‘un pupazzo di peluche, un pinguino forse’.

    Riguardo il raccontare la fuga di casa: hai ragione, l’ho raccontata. Ho cercato di mostrare la difficile condizione economica di Lametta descrivendo il buco nella scarpa e le unghie sporche e mangiucchiate, ma forse non ho sottolineato abbastanza questi dettagli (che, devo dire, si potrebbero benissimo essere persi nella descrizione generale dell’abbigliamento di Lametta).

    Riguardo il cappello e il passarsi la mano fra i capelli: questo è l’errore che più mi rode di aver fatto. A mia discolpa posso dire di aver scritto prima della mano che passa fra i capelli e poi, volendo inserire la battuta del folletto su peter-pan, aver messo il cappello a punta, anche per una maggiore caratterizzazione del personaggio.
    Rileggendo meglio e con maggiore attenzione avrei notato l’errore. Forse. Per il momento so solo di averlo commesso.

    Riguardo il corsivo: ovviamente hai ragione.

  40. 269 pu*pazzo

    grazie, mi ero perso queste faq O__O (adesso me le leggo tutte XD) comunque ho capito piu o meno che intendi, cercherò dove è possibile di sostituirlo, e di “semplificare” (parola che dovrei tatuarmi sulla fronte come buon proposito del 2011!!)

  41. 268 Gamberetta

    @Francesco Terzago. Mi devo essere spiegata male. Quello che ho detto riguardo a Eliot è:
    1) Lui è un poeta mentre Robin Williams no. E non mi pare ci siano dubbi.
    2) Eliot sostiene l’importanza nell’arte – nell’arte in generale non solo nella poesia – di un principio che lui chiama diversamente ma che in pratica è lo “Show don’t tell”.
    3) Ho apprezzato il fatto che abbia giudicato Shakespeare in base a un ragionamento (applicazione di un criterio), non in base ai gusti, all’istinto, o a quello che dicono gli altri. Magari ha preso una cantonata, magari no. Non me ne intendo abbastanza per giudicare, però mi sembra che il modo di procedere di Eliot in quel saggio sia corretto. Molto più corretto di chi giudica Shakespeare (o Manzoni) un genio “perché sì”.

    Inoltre Eliot era solo una risposta a Robin Williams e a certa retorica. Lo scopo dell’articolo è aiutare gli (aspiranti) scrittori di fantasy e fantascienza, ed Eliot c’entra fino a un certo punto. Io invito a leggere i manuali di Scott Card o David Gerrold, non la saggistica di Eliot.

    Dopodiché sulla critica alla critica letteraria in Italia siamo d’accordo.

  42. 267 Francesco Terzago

    Cara Gamberetta,
    solitamente sono piuttosto d’accordo con quanto scrivi ma questa volta, nel vederti citare Eliot come IL modello da seguire ho avuto una mezza sincope.
    Una persona non iniziata alla lettura della poesia di Eliot ci capirà poco o nulla, e il suo lavoro saggistico ci ha precipitato nell’abisso, assieme a quello di molti altri suoi contemporanei, del post-modernismo (ha fatto del male alla poesia solo quanto Bloom e il suo ‘canone’) potevi mettere Carver, che ha presente molto più di Eliot, a mio avviso, i limiti della letteratura.

    Il problema in poesia è proprio che solitamente si determina il valore di un’opera esclusivamente in base all’apparato critico che la riguarda e da chi questo è stato steso (cioè a un messaggio persuasivo di corredo), come per la bibbia dei cattolici dove senza esegesi non si va da nessuna parte (sic). Nel mondo latino l’opera poetica ormai non può più sussistere autonomamente, non vorrei che questo accadesse anche alla narrativa. Se hai tempo dai un’occhiata all’ultimi almanacco del Lo Specchio: carta da mandare al macero.

    Magari in poesia si parlasse di show don’t tell ecc.. Ma non è così. Parlando del nostro paese i poeti non hanno idea di che cosa sia un manuale di scrittura creativa e vanno avanti senza raccontare niente, questo certo, perché in parte il pensiero imperante è sì – mal interpretato – quello che viene espresso nella scena dell’attimo fuggente che ci hai ri-mostrato ma, soprattutto, per lo stra-potere non della critica intesa come gli uomini che si dedicano alla critica, ma alla critica intesa come credo, e la critica come credo si avvale non degli strumenti della linguistica testuale, della pragmatica e via discorrendo, per giudicare una poesia, ma di quelli tipici della tradizione della storiografia letteraria (e in Italia parlare di tradizione letteraria va di pari passo con il parlare di demoni che possiedono il poeta nell’atto creativo, sbandierare il fatto che la poesia sia qualcosa di divino, sostenere che non si può insegnare a fare poesia e fregnate simili; o dall’altra parte nel dire che si comprende un certo tratto psicologico del Pascoli dal fatto che utilizza parole con tante i: queste cose a casa mia sono, nella migliore delle ipotesi, religione).

    Così non importa che un poeta racconti, mostri, persuada; parli di cose di cui è giusto parlare o della sua unghia incarnita, che venda o che venga letto, interessa solo che sia l’ultimo germoglio di un albero, di quell’albero, che Eliot definisce proprio come poesia. O, per finire, che faccia parte del gruppo letterario in voga o che è ‘protetto’ da, per fare un esempio tra tanti, Nazione Indiana.

    Per il resto, complimenti come sempre.

  43. 266 Gamberetta

    @IlBianConiglio. Una nota tipografica: se usi le virgolette alte per i dialoghi, non usare le virgolette singole per i pensieri, ci si confondo facilmente. Usa il corsivo per i pensieri.

    Il dialogo non è scritto male, ma è il solito problema di fondo di molti esercizi: è mostrato il carattere di Lametta (e questo va bene) e del folletto (e questo è neutro), il fatto che la fatina sia scappata da casa o abbia problemi a tenersi un lavoro è solo raccontato.

    Comunque ci sono molti dettagli concreti, il livello della scrittura è decente.
    Alcune note:

    “Tocca a me.”
    Non era una domanda, e il tono era tutto meno che gentile.
    Il folletto alzò la testa dal modulo che stava compilando.

    Scritta così sembra che a parlare sia stato il folletto. Se una battuta è ambigua, conviene specificare il soggetto (Lametta in questo caso).

    [...] da una sporgeva quello che sembrava essere un fischietto [...]

    Tanto il lettore non può distinguere “un fischietto” da “quello che sembra un fischietto”.

    “Signorina Lametta!” Salutò lui fingendo allegria. “Cosa posso fare ancora per lei?”

    Visto che sei nella testa del folletto, puoi forse usare un pensiero per rendere la falsa allegria.

    «Signorina Lametta!» Il folletto sorrise. «Cosa possa fare ancora per lei?» Hai bisogno di qualcuno che ti rispedisca a casa a calci? Basta chiedere!

    #

    La fatina soffiò nel bubble-gum che stava masticando, la bolla si gonfiò in fretta. Scoppiò a pochi centimetri dal naso adunco dell’impiegato dell’ufficio di collocamento.

    Dato che il punto di vista è saldo nella testa del folletto, puoi scrivere: “Gli scoppiò davanti al naso” o “Scoppiò davanti al naso del folletto”. Non ti preoccupare di specificare la storia dell’ufficio collocamento, si capisce. Poi toglierei i pochi centimetri: date le dimensioni di fatine e folletti, pochi centimetri non è tanto vicino.

    Passandosi una mano fra i capelli castani giocherellò con un ricciolo.

    Giocherella con il ricciolo senza passarsi la mano tra i capelli, perché ha in testa il cappello a punta.

    Lametta abbassò gli occhi, ci pensò su un attimo.
    Sospirò.

    È sottointeso dai due gesti che ci pensa un attimo.

    La fatina tossicchiò.
    “Ehm… no.”

    Qui basta spostare le frasi per mostrare la pausa: “«Ehm.» La fatina tossicchiò. «No.»”

    Il folletto annuì, comprensivo.

    Inutile. Al massimo potresti provare a inserire un pensiero:

    Il folletto annuì. Ma questa è l’ultima volta che aiuto una fatina svampita, lo giuro sulla bacchetta magica della nonna!

    @pu*pazzo. Il problema del gerundio in generale l’ho spiegato nelle FAQ, qui.
    In particolare per quanto riguarda i dialoghi, è verissimo che durante il dialogo ti muovi, ma non è detto che lo fai proprio mentre pronunci le battute (per esempio di sicuro non puoi parlare e tossire allo stesso tempo). Per maggiori dettagli ti rimando al manuale appropriato, qui.
    Il problema di fondo del gerundio è che è vago. Se io scrivo che Anna si siede, il lettore vede Anna che si siede. Se scrivo “sedendosi” l’azione è sospesa nel tempo. Anna ha finito o no di sedersi?
    Nella gran parte dei casi, si può togliere il gerundio a favore di maggiore precisione. È raro che una persona sul serio compia due azioni allo stesso tempo e sia importante sottolineare questo fatto.

  44. 265 Taminia

    In effetti hai ragione per la storia della fatina colorata, ho commesso l’errore di considerato il brano come se facesse parte di un contesto. Il “suo”, avrò considerato scontato che Lametta andasse in un negozio o ad un evento per fare la fotografa, non in un ufficio.
    Terrò conto dei consigli e degli ottimi appunti ;)

  45. 264 pu*pazzo

    grazie per la risposta molto esauriente! in effetti quella della scena all’interno di un periodo poco importante (magari inventandosi qualche evento piu interessante o divertente) è un ottima idea!

    sono anche molto d’accordo sugli appunti che mi hai fatto per l’esercizio (specie suglia ggettivi inutili, ci casco sempre :( )
    …tranne una cosa che non ho capito: il fatto del gerundio! ammetto che io lo uso spesso, e lo faccio perche tento di dare un idea di contnuità e movimento “filmico”alla storia ..specie nei dialoghi (nei quali lo uso moltissimo) infatti ho notato che raramente, quando si parla, si sta fermi immobili. Generalmente le persone mentre parlano fumano, muovono lo sguardo, le mani, si piegano, tossiscono, si grattano il naso etc etc forse usando questi gerundi distraggo l’attenzione dal dialogo? (in teoria il mio intento sarebbe proprio quello di creare pathos prima del dialogo, per attirare maggior attenzione, ma magari ottengo l’effetto contrario ^^’) anche sulla frase da te corretta sono rimasto un po stupito perche se avessi scrito “lametta si grattò i capelli mettendosi le dita nel naso” ok è un erroraccio …perche o le mani le hai in testa o nel naso XD però in quel caso ..se uno si gratta la testa può anche contemporaneamente smettere di camminare/volare …o no? insomma non capisco se il mio errore è generico (= non si devono usare troppi gerundi perche rende la lettura difficoltosa e pesante o altro) oppure specifico (= non si possono fare due azioni contemporaneamente) la seconda cosa mi trova un po’ in disaccordo (con tutta l’umiltà del caso dato che io sono digiuno di regole di scrittura ;))

    grazie mille per il tuo aiuto ! (magari conoscessi una persona come te che mi potesse aiutare a revisionare le mie scribacchiate …invece mi tocca rompermi la testa contro il muro sempre sulle solite cose XD)

  46. 263 IlBianConiglio

    Premetto che non ne so molto di fatine, folletti et similia, ma volevo comunque mettermi alla prova. Ah, vista l’ora: buon anno a tutti.

    “Tocca a me.”
    Non era una domanda, e il tono era tutto meno che gentile.
    Il folletto alzò la testa dal modulo che stava compilando. Gettò un’occhiata alla fatina che avanzava con passo deciso al suo tavolo.
    ‘Oh no, è di nuovo lei!’
    L’avrebbe riconosciuta anche in mezzo alla folla delle bancherelle di piazza Maroppa: lo yo-yo che penzolava attaccato al dito indice, la cordicella tutta sfilacciata e piena di nodi; le scarpine da ginnastica con i lacci colorati gialli e rossi (la destra) e bianchi e fucsia (la sinistra); i calzoncini con le tasche rigonfie, da una sporgeva quello che sembrava essere un fischietto, dall’altra la testa di un pupazzetto di peluche, un pinguino forse; la camicia verde con il taschino ricolmo di penne dai tappi mangiucchiati, spille con lo smile e… per tutte le pentole d’oro! Erano cotton-fioc quelli?
    “Bene. Mi siedo.”
    E si sedette. I campanelli che teneva legati al collo scatenarono una tempesta di din don dan.
    ‘Sopportiamo anche questa…’
    “Signorina Lametta!” Salutò lui fingendo allegria. “Cosa posso fare ancora per lei?”
    La fatina soffiò nel bubble-gum che stava masticando, la bolla si gonfiò in fretta. Scoppiò a pochi centimetri dal naso adunco dell’impiegato dell’ufficio di collocamento.
    “Indovina, naso-a-punta. Secondo te perchè sono qui?”
    ‘Di certo non per una lezione di buone maniere…’
    “Signorina Lametta, lei è stata licenziata tre volte…”
    “Cose che capitano.”
    “… solo nell’ultima settimana.” Completò il folletto, sospirando. La sua attenzione era stata attirata dal cappello a punta della fatina: era verde, e aveva infilate delle penne di fagiano e di cornacchia all’apice.
    ‘Ma non lo sa che la moda Peter-pan è passata da tempo?’
    Lametta inclinò lo schienale della sedia e gettò entrambi i piedi sulla scrivania. La suola della scarpa di destra era bucata, e il foro non era nemmeno tanto piccolo.
    “Andiamo, Jesper, so che tu puoi fare miracoli. Un lavoro ci sarà pure, no? Che so, un desiderio da esaudire, un moccioso da aiutare…”
    “Be’, ci sarebbe il figlio dei Gorazzi. Ha assoluto bisogno di una fatina, contavamo di mandargliene una questo pomeriggio…”
    “Questo pomeriggio ho il corso di teatro, non si può fare.” Disse, perentoria, come se spettasse a lei decidere.
    “Allora domani sera: il comune sta organizzando una spedizione per catturare le lucciole da usare nella festa di Corasso.”
    “Domani sera… domani sera… Non posso! Ho lezione di cucina.”
    Il folletto scosse la testa, rassegnato.
    “Lametta, parliamoci chiaramente: lei vuole un lavoro o no?”
    Lei tolse i piedi dalla scrivania. Passandosi una mano fra i capelli castani giocherellò con un ricciolo. Il folletto notò che aveva le unghie sporche e mangiucchiatte.
    “Certo che lo voglio…”
    “E allora deve impegnarsi: le do un’ultima possibilità. Martedì: un lavoro per Mastro Foglia, accetta?”
    Lametta abbassò gli occhi, ci pensò su un attimo.
    Sospirò.
    “Va bene, accetto.”
    “D’accordo, allora. Le arriverà la documentazione a casa entro la fine della giornata. L’indirizzo è sempre quello?”
    La fatina tossicchiò.
    “Ehm… no.”
    “Non abita più coi suoi? E dove si è trasferita?”
    Lei alzò le spalle.
    “Un po’ qui, un po’ lì… dove capita insomma. Sai, per i miei ero diventata un peso… Senti, Jesper, non puoi darmele subito le scartoffie?”
    Il folletto annuì, comprensivo. Si chinò e raccolse una pila di fogli. La sfogliò rapidamente fino a raggiungere la pagina che gli interessava.
    “Ecco qua. E mi raccomando, impegnati questa volta!”
    “Come sempre, naso-a-punta!” Rispose lei, cogliendo al volo il pezzo di carta e infilandoselo nella tasca dei pantaloni, dietro al pinguino. Poco prima di andarsene si tolse la cicca dalla bocca e la attaccò sotto al tavolo.
    “Speriamo di non vederci più, Jespy!”
    Il folletto scosse la testa e tornò ai suoi moduli
    ‘Il tre per cento…’
    Con la mano cercava la penna, senza trovarla. Alzò il capo, si guardò in giro, aprì il cassetto della scrivania. Niente. Poi si ricordò delle biro che Lametta teneva nel taschino della camicia; non ne aveva forse una in più quando se ne era andata?
    ‘Speriamo di non vederci più, Lametta…’

  47. 262 Gamberetta

    @Taminia. Alle solite: il dialogo in sé non è malvagio, ma come già ripetuto diverse volte, un dialogo mostra più il carattere dei personaggi che non l’argomento oggetto del dialogo medesimo.

    L’inizio è un po’ confuso, con quel “Tirìn” che non è subito chiaro sia un nome. Sarebbe il caso cominciare una scena mettendo subito in chiaro chi sia il personaggio punto di vista. Per dire:

    Lametta chinò il viso sulla fatina addormentata. – Tirìn? Tirìn?

    Più avanti non è subito chiaro che Tirìn è la fatina verde e Lametta quella gialla. Inoltre una fatina gialla o verde è perché ha la pelle di quel colore? Non è ovvio. Nel caso di Lametta si può aggiungere il dettaglio in un altro punto. Per esempio:

    Lametta svolazzò per la stanza. Le ali brillarono di riflessi gialli.

    #

    Tirìn continuò a sbraitare per tutta la strada da percorrere per il suo ufficio.

    Qui non è chiaro: l’ufficio è di Tirìn o di Lametta? Perché il “suo” si riferisce al soggetto della frase, in questo caso a Tirìn.

    @pu*pazzo. Come detto nell’articolo, la soluzione migliore è mostrare, e se ci si accorge che il mostrato risulta noioso si taglia. Se si scelgono le scene giuste da mostrare, il lettore capisce senza problemi i collegamenti.

    [...] mentre riprenderei il “mostrare” quando lui torna al lavoro e viene licenziato a causa dell’incidente … è giusto? se non lo è come la risolvereste? lo tagliereste? ma non sarebbe “spiazzante” tagliare un mese intero per il lettore?

    Sì, di solito è giusto saltare il mese di convalescenza. Tuttavia nessuno ti vieta di inserire una breve scena con la nonna che va a trovare Michele mentre è a letto. Così appare chiaro al lettore cosa sia successo. Se la fai breve e il dialogo è in sé buono, può essere una scena degna anche se magari non è una scena vitale per la storia.
    Oppure puoi creare una situazione nella quale suoni naturale per Michele raccontare quello che è successo: per esempio se lo mostri che esce di casa la mattina presto per andare al lavoro, non sarebbe stonato un pensiero nel quale rimugina sul mese a letto. Mese noioso, ma almeno la mattina dormiva fino a tardi.

    Parlando in generale: è vero che il mostrare è più lungo del raccontare, ma l’idea di fondo è che tu mostri solo l’essenziale per la storia. Di Michele mostri incidente, eventuale convalescenza, ripresa del lavoro se sono elementi importanti per la vicenda. Se la vicenda si incentra sul fatto che Michele è un vampiro, probabilmente quanto sopra è tutto da tagliare e basta.

    #

    Venendo all’esercizio. Vanno bene i problemi causati dalle cianfrusaglie. È raccontato che Lametta cerchi un lavoro e sia scappata da casa.

    Dal punto di vista tecnico devi stare attento ai gerundi. In italiano di solito implicano contemporaneità, ed è raro che un personaggio compia due azioni assieme.

    Lametta si grattò i capelli rossi, bloccandosi di colpo.

    O si gratta o si blocca. Inoltre “di colpo” è inutile, è implicito nel verbo.

    la fatina infilò la mano nella enorme borsa che portava a tracolla, estraendone un orologio a cipolla.

    Sono due azioni separate: infilò la manina, estrasse un orologio a cipolla. Già che sono qui: “enorme” è generico, quanto devo immaginarla grossa una borsa enorme per una fatina? Probabilmente non è “un orologio” a cipolla, ma è “l’orologio” a cipolla. Il punto di vista è della fatina, e lei sa di quale orologio si tratta.

    Chiavi, anelli, pulzitreni magici, libri di necromanzia druidica e un intero set da poker con tanto di fiches, rotolarono qua e là sul marciapiede, fermando l’andirivieni della folla.

    Qui oltre al gerundio c’è il problema che “fermare l’andirivieni” è raccontato. Mostra il libro di negromanzia che allunga un artiglio e fa inciampare una fatina, mostra un folletto che si fionda su un anello che luccica e viene travolto da uno gnomo in bicicletta, mostra un fatino che si tuffa sulle fiche credendole soldi veri, e così via.

    la fatina digrignò i denti, trattenendo l’istinto di saltare al collo di quella grassona, e si chinò a raccogliere la sua preziosa roba.

    Magari “trattenendo l’istinto” si può rendere con un pensiero: “Se la cicciona apre ancora la bocca le salto al collo!”. Non credo che Lametta pensi ai suoi preziosi ammennicoli come “roba”.

    Gorillo tossicchiò imbarazzato

    L’imbarazzato lo puoi togliere è implicito nel gesto.

    La fatina lo guardò per un momento con la bocca semiaperta. Poi alzò le braccia.

    Meglio: “La fatina lo guardò con la bocca socchiusa. Alzò le braccia.”

  48. 261 pu*pazzo

    provo anche io a fare l’esercizio ^__^

    Lametta si grattò i capelli rossi, bloccandosi di colpo.
    “ecchecavolo!” esclamò sbuffando
    il voalabus era passato in anticipo, come al solito!
    Eccolo, era li che sgusciava via tra il traffico mattutino, lasciandola a piedi proprio il giorno del colloquio!
    la fatina infilò la mano nella enorme borsa che portava a tracolla, estraendone un orologio a cipolla. Lo scosse accanto all’orecchio con veemenza.
    “maledetto aggeggio, si è di nuovo fermato! sibilò socchiudendo gli occhi verdi.
    Proprio in quel momento una fata impellicciata la scontrò con il grosso sedere, facendole cadere la borsa.
    Chiavi, anelli, pulzitreni magici, libri di necromanzia druidica e un intero set da poker con tanto di fiches, rotolarono qua e là sul marciapiede, fermando l’andirivieni della folla.
    “noo! stia attenta a dove va!” gridò rabbiosamente Lametta alla fata impellicciata, che si voltò a guardarla con aria offesa.
    “stia attenta lei! io andavo per la mia strada!”
    la fatina digrignò i denti, trattenendo l’istinto di saltare al collo di quella grassona, e si chinò a raccogliere la sua preziosa roba.
    “hey tu moccioso, quello è mio lascialo stare!” abbaiò ad un fatino che si era avvicinato al suo acchiappatrucioli.
    Fece in tempo a sollevare la testa, per rendersi conto che aveva appena perso il volabus. Un altro.
    Sospirò, sedendosi amareggiata sul marciapiede.
    perche andava sempre tutto storto? eppure lei ce la metteva tutta per trovare un lavoro part time decente e una sistemazione degna di questo nome!
    Trasalì quando sentì una mano poggiarsi sulla sua spalla.
    “lametta quanto tempo!”
    Un giovane fatino con spessi occhiali le sorrideva tendendole la mano.
    Lametta aggrottò le sopracciglia e si alzò in piedi, rifiutando l’aiuto.
    “Gorillo! che ci fai qui in città?”
    Lui si strinse nelle spalle, ficcando le mani in tasca.
    “non mi dire che … no … non è possibile! ti manda LEI vero?”
    Gorillo tossicchiò imbarazzato
    “lametta devi capire che tua zia è molto preoccupata! senza contare nonna Arolda, non fa che fare e disfare la stessa sciarpa da quando sei scappata da casa!”
    La fatina lo guardò per un momento con la bocca semiaperta. Poi alzò le braccia.
    “mavaffanculo, te e la nonna Arolda!” disse mentre spiccava il volo verso la palestra. Aveva perso il colloquio ormai, ma non voleva certo perdere la sua lezione di fit spinning tegolato!

  49. 260 pu*pazzo

    quanto è interessante questo articolo! io purtroppo non conoscevo affatto queste regole, ma devo dire che un po a naso, leggendo moltissimi libri, ci ero arrivato … solo che ho un po di perplessità che spero qualcuno di voi possa chiarirmi :) (non sono molto sveglio XD)
    allora sono concorde sul fatto show don t tell etc …ok! però ad esempio …io ho scritto (senza velleita pubblicatorie, solo cosi) un libro fantasy … è molto lungo e infatti sto cercando di ridurlo un po’. Però mi sono accorto che “mostrare” è infinitamente piu lungo che “raccontare” … e quindi mi chiedo se esistano casi in cui è meglio raccontare… ad esempio quando si cambia scena, o è passato del tempo,o ancora sono accaduti fatti secondari, non fondamentali per la storia o poco interessanti, ma ugualmente utili a far capire il contesto delle prossime scene etc insomma in questi casi non si rischia di cadere nel prolisso mostrando tutto? e allora che si fa? si racconta? o è preferibile “tagliare” del tutto? non si rischia di rendere poco accessibile la storia tagliando degli eventi, seppur magari non troppo incisivi?
    scusate non mi sono spiegato bene, lo so … ho il cervello attorcigliato oggi ç__ç

    faccio un esempio: prendiamo un libro che parla di michele e del suo lavoro di imbianchino. Michele andando al lavoro ha un incidente con la macchina che noi MOSTRIAMO accuratamente. A causa di questo dovrà rimanere a letto per un mese. Ecco io “a naso” il mese di convalescenza, a meno che non capitino fatti importanti ai fini della storia, lo riassumerei con un “raccontare” …mentre riprenderei il “mostrare” quando lui torna al lavoro e viene licenziato a causa dell’incidente … è giusto? se non lo è come la risolvereste? lo tagliereste? ma non sarebbe “spiazzante” tagliare un mese intero per il lettore?

    grazie mille per i consigli :)
    grazie mille :)

  50. 259 Taminia

    - Tirìn? Tirìn?
    La fatina verde si svegliò di soprassalto.
    - Ma che… Lametta, si può sapere cosa sta succedendo?
    Lametta sorrise, maliziosa.
    - Ho trovato un nuovo lavoro!
    Tirìn la fissò negli occhi.
    - Non tentare di prendermi in giro. Non sono mica tua madre, che hai sempre abbindolato come se niente fosse!
    - Dico sul serio, brontolona. Ho trovato un impiego come fotografa!
    - Mmh, Lametta? Da quando ti interessi alla fotografia?
    La fatina gialla svolazzò per la stanza, volando a gambe incrociate.
    - Da oggi. Mi sono accorta solo ora che il mio futuro è nello scatto. Ho ripreso la vecchia macchina fotografica di zia Chantal…
    - Pensavo che avessi buttato via quella roba. E sarebbe anche ora che ti liberassi di tre quarti delle tue cianfrusa… Ahi!
    Lametta estrasse la mano dall’ala di Tirìn, che aveva trapassato da parte a parte. Non era pericoloso, ma doloroso sì.
    - Se sono scappata di casa non è stato certo per farmi comandare a bacchetta da una fatucola come te. Siamo solo coinquiline, ricordalo. Devo andare al lavoro, addio.
    Volò fuori dalla stanza.
    - Brava, vai a farti licenziare in giornata come l’ultima volta!
    Lametta non si voltò. Tirìn continuò a sbraitare per tutta la strada da percorrere per il suo ufficio.

  51. 258 Doc.Herbert West M.D.

    ‘ Che male , porca merda ! ‘
    Aveva picchiato la testa contro l’intelaiatura della finestrella , tradita da quella bava di vento e dal peso fra le ali che le aveva impedito di scuffiare .
    Il sacco sulla schiena dondolò,gonfio di pioggia e di roba .
    Non le importò-aveva trovato dove atterrare,e forse dove stare .
    ‘ Eeehh !? ‘
    Sgranò gl’occhi quella vescica di lardo,non appena la vide entrare in camera.
    Non lo biasimò ; aveva appena violato la prima delle Regole nel Rapporto cogli Umani,quella di non mostrarsi a quelli al di sopra dei dieci anni d’età .
    ‘ Eh , no , puttana della miseria !!! Due volte in una settimana è davvero troppo !!! ‘
    Due volte…cosa ?!?
    Stavolta fu lei a sgranare gli occhi .
    ‘ Ehy,bimbo,c’hai già conosciute ? ‘
    ‘ Sì , tu … lei … quella falena … 9 a Latino … il prof Wittenstein … ‘
    Ci avesse capito una parola di quel farfugliare !
    Alzò le braccia .
    ‘ Ehm , okay , bimbo,lo prendo per un sì … ‘
    Slegò il sacco e sciorinò sul davanzale il contenuto , che precipitò anche sul pavimento : tomi , libercoli e pergamene ; alambicchi , provette e mortai ; bacchette di frassino , di betulla e di olmo ; astrolabi , sestanti e carte astrologiche ; spade , ascie ed alabarde elfiche …
    Si diede una manata sulla fronte .
    ‘ Porca mignotta ! Ho lasciato la polvere d’unicorno nel Regno Fatato ! ‘
    ‘ Nel … cosa ? ‘
    I suoi occhi fiammeggiarono .
    ‘ Senti , bimbo , non ho voglia di discuterne , d’accordo ?! ‘
    Vide alzare le mani al tizio .
    ‘ Ah ! Fà pure ! Figùrati che voglia ho io di parlare con un’allucinaz … ‘
    Reductio ! ‘
    Un mucchietto di panni finì a terra , e sotto di esso una forma non più grande d’un topolino si dibatteva .
    ‘ Ordunque , si potrebbe sapere da Vostra Grazia il Suo nome e cognome , stronzate a parte ? ‘
    Cinguettò .
    ‘ Steiner , Lamberto Steiner ! ‘
    Squittì la voce da sotto gl’abiti .
    ‘ Lametta , veramente tanto piacere … Restauratio ! ‘
    Sghignazzò , quando vide Steiner di nuovo nei suoi abiti,ma colle mutande come corona ed i calzini come manopole .
    Si sdraiò sopra il cuscino del letto .
    ‘ Cazzo , finalmente un letto vero ! Altro che i ponti di Borgo Elfo ! ‘
    Steiner lasciò a mezzo la rivestizione dei calzini,alzò la testa ed aggrottò le sopracciglia .
    ‘ Borgo … Elfo ?! Perché,esistono anche loro ? ‘
    Alzò le spalle .
    ‘ Se esistiamo noi,bimbo … ‘
    ‘ Uau ! E sono come quelli dei videogiochi ? ‘
    Rise .
    ‘ Cioé , dei biondoni alti due metri ? No,hanno la mia altezza … però rimangono comunque dei fottuti nazisti ! Non fanno altro che combattere fra di loro o contro le altre creature del Regno Fatato ! ‘
    ‘ Guerre ? Come quelle dei films ? ‘
    I suoi occhi si velarono,mentre gl’indicava la cicatrice che correva lungo l’ala sinistra e la spezzava a metà.
    ‘ No , lì si muore sul serio , stronzetto … ‘
    Ruggì .
    Lui sbiancò ed alzò le mani .
    ‘ Ok , ok , non sclerare … ma perché , scusa , sei finita nel loro esercito di fottuti nazisti ? ‘
    ‘ Pagavano , pagavano bene , come i Nani per lavorare nelle loro miniere … ‘
    E gli mostrò le mani .
    Steiner le prese fra indice e pollice,e sentì come un pezzo d’osso sotto le dita,per quanto erano callose e scabrose .
    Lo vide scuotere la testa .
    ‘ Ma , scusa , tu sai usare la magia , no ? E allora perché , anziché ridurti a questo , non fai apparire i soldi , il cibo ,i vestiti … ?!? ‘
    Sospirò .
    ‘ Diciamo che quando mi sono presa una luuunga vacanza dal Palazzo delle Fate ero un po’ indietro con le lezioni di magia , ok … ? ‘
    ‘ Ah , e quindi ? ‘
    Ghignò .
    ‘ E quindi ? Quindi mi trasferisco armi e bagagli qui da te,almeno per un po’ !
    Sarai sempre meglio , Lambe , di quei mocciosi da cui quella vecchia bagascia della Regina voleva spedirmi a far da asciugamocci … ‘
    Gli occhi di Steiner s’accesero .
    ‘ Toglimi questa curiosità : io ti ospito anche , ma è una cosa gratuita o … ? ‘
    Lametta fece spalluccie .
    ‘ O . Non ho rinnegato le leggi del Piccolo Popolo fino a questo punto , ma t’avverto , Steiner , che non sono la tua schiavetta … ‘
    Steiner ridacchiò e s’inchinò .
    ‘ Compreso ! Posso esprimere , allora , il primo dei miei tre desideri ? ‘
    Lametta s’inchinò a sua volta con un ghigno .
    ‘ Vai , bimbo , sono al tuo servizio … ‘

    *

    Arrecht , 15 Aprile – Lo stimato professore Arturo Willenstein , insegnante di Latino presso il Regio Ginnasio della nostra città , ha dato ieri uno spettacolo di sé quantomeno curioso in Via dei Tigli , mostrandosi completamente nudo alla cità lì riunita per lo struscio serale …
    Steiner buttò sul letto la ‘ Gazzetta di Arrecht ‘ : che Willenstein fosse stato arrestato , portato in ospedale e messo a riposo anzitempo lo sapeva già grazie alla Radio Scarpa della sua e di altre classi .
    Oltre che per altri motivi …
    Si rivolse verso la casa delle bambole di sua sorella .
    ‘ Grazie , Lametta ! ‘
    ‘ Prego , Lamberto ! ‘
    E dall’interno giunse un trillo : la risata di Lametta .

  52. 257 Doc.Herbert West M.D.

    @ Gamberetta
    Chiedo scusa : è quel cesso a pedali del mio PC che formatta male.
    Provvedo a risistemartelo con la punteggiatura ricontrollata a mano…

  53. 256 Gamberetta

    @Rickyricoh.

    Chiudo e ti faccio ancora i complimenti per i manuali, davvero utili e piacevoli. A proposito, sai già se e quando ci sarà il prossimo?

    Credo che il prossimo sarà a gennaio. Forse. In questi giorni ho l’influenza e non riesco a combinare molto, poi c’è Natale, e un sacco di cose da fare.

    @Doc.Herbert West M.D. Come ti ho spiegato nel commento precedente devi usare la giusta spaziatura con la punteggiatura. Non ho voglia di farmi venire mal di testa a leggerti, è come se scrivessi in sms o in viola fosforescente su fondo viola.

    @Rachele. Uhm, ci sono le cianfrusaglie e parzialmente il brutto carattere di Lametta, però, come già più volte detto, in un dialogo è difficile mostrare situazioni come “scappare da casa” o “in cerca di lavoro”.

    Particolari raccontati che si potrebbero mostrare:

    La sua nuova trovatutto sparì e dopo nemmeno un secondo riapparve con in mano due borse che la facevano piegare in due e dalle quali spuntavano catene, boa piumati e altri oggetti che non aveva mai visto, ma tutti colorati e dalla forma bizzarra.

    – Il “dopo nemmeno un secondo” si può tagliare senza danno: “La sua nuova trovatutto sparì e riapparve con in mano ecc.”
    – “altri oggetti [...] colorati e dalla forma bizzarra” li devi descrivere. Può essere che la bambina non li riconosca, e allora va bene non chiamarli per nome, però così offri pochino al lettore. Magari Lametta ha con sé una sfera di cristallo nella quale lottano pupazzi fatti di stuzzicadenti a cavalcioni di scarabei o forse una trottola che proietta ologrammi di agrumi parlanti. O quello che vuoi. Dare concretezza alla bizzarria è il bello di una storia fantasy.

    Poi ci sono tutta una serie di dettagli che non sono gravi ma che potrebbero essere resi meglio, per esempio:

    La scuotè con forza, quando la trovatutto le mostrò la lingua e scomparse di nuovo, insieme ai suoi bagagli.

    Il quando introduce un’inutile pausa raccontata. Meglio:

    La scuoté con forza. La trovatutto le mostrò la lingua e scomparve insieme ai suoi bagagli.

    #

    Con il dito medio tracciava una linea invisibile sul copriletto e sbatteva ripetutamente i talloni tra di loro.

    Se usi l’imperfetto la ripetizione dell’azione è implicita nel verbo, perciò l’avverbio puoi tagliarlo senza remore.

    La bambina fece una smorfia, dopodichè annuì con la testa.

    Il dopodiché magari puoi renderlo con un pensiero:

    La bambina fece una smorfia. Ma forse sarà divertente avere una fatina per casa, pensò. Annuì con la testa.

    #

    Lametta sbuffò e soffiò su una ciocca di capelli che le era caduta sulla faccia per rimetterla a posto.

    Direi che non c’è bisogno di specificare.

    [...] e indietro i piccoli piedini senza dita.

    Direi o “piccoli piedi” o “piedini”, doppio diminutivo credo sia eccessivo.

  54. 255 Rachele

    Elena aprì e gli occhi e la prima cosa che vide fu una piccola luce che le danzava davanti agli occhi. Tastò il muro alla sua destra finchè non trovò l’interruttore e accese la luce.
    “Ah!”
    Davanti a lei una donna alata in miniatura sbatteva velocemente gli occhi grandi metà del viso e agitava avanti e indietro i piccoli piedini senza dita.
    Si stropicciò gli occhi con la mano destra e con il braccio sinistro strinse a sè il peluche rosa a forma di coniglio. “Sto sognando?”
    La donna in miniatura emise un suono simile a tante monete che cadono e passò una piccola mano a tre dita tra i corti capelli blu.
    “Ma no sciocchina! Sono vera come quel tuo pigiama con le pecorelle.”
    La bambina abbassò lo sguardo sul suo pigiama come per cercare conferma, poi tornò a fissare la sua interlocutrice a bocca aperta.
    Galleggiava in aria senza sbattere le ali, che però emettevano una forte luce chiara, la luce che aveva visto quando si era svegliata.
    “Sei… S-sei una fatina?”
    L’altra rise di nuovo “Più o meno… cerco lavoro. Mi chiamo Lametta e sono qui per un colloquio come trovatutto.”
    “Eh?”
    Lametta sbuffò e soffiò su una ciocca di capelli che le era caduta sulla faccia per rimetterla a posto.
    “Una trovatutto! Qualcuno che ti trova le cose perse!”
    Elena strinse ancora più forte il peluche “Non ne ho mai avuta una, non sapevo nemmeno che esistessero.”
    “Be’ ” e si mise a volteggiare attorno alla testa di lei “un motivo in più per assumermi, no?”
    La bambina fece una smorfia, dopodichè annuì con la testa.
    La sua nuova trovatutto sparì e dopo nemmeno un secondo riapparve con in mano due borse che la facevano piegare in due e dalle quali spuntavano catene, boa piumati e altri oggetti che non aveva mai visto, ma tutti colorati e dalla forma bizzarra.
    “Cos’è quello?”
    Lametta gettò i bagagli sul comodino di fianco al letto, tolse una bambola dalla sua culla e vi si accoccolò dentro.
    “Niente.”
    Elena si mise seduta su letto. Con il dito medio tracciava una linea invisibile sul copriletto e sbatteva ripetutamente i talloni tra di loro.
    “Non dirmi niente. Perchè hai quei bagagli?”
    Un mormorio “Uff… perchè a casa non ci torno. Mamma dice sempre che riempio la tana con roba inutile.”
    “Ma… ”
    “Ma cosa? Insomma, io ti trovo le cose e tu mi dai vitto e alloggio.”
    “Però…”
    “Però? Ma, però, non sai dire altro? Ti devo anche insegnare l’italiano?”
    “Ehi!”
    Elena si alzò dal letto, prese Lametta per le ali e le puntò contro l’indice. “Non trattarmi male! Sarò una bambina, ma sono sempre più grande di te!”
    La scuotè con forza, quando la trovatutto le mostrò la lingua e scomparse di nuovo, insieme ai suoi bagagli.
    “Permalosa! Con quel carattere chi ti prende!”

  55. 254 Rickyricoh

    Ciao gamberetta,
    Innanzitutto complimenti per l’articolo, forse il più approfondito mai letto via internet sull’argomento.
    Un rischio però che potrebbe cogliere un tuo inesperto lettore è quello di esagerare col mostrato. Un uso eccessivo del suddetto infatti può risultare pesante tanto quanto quello del raccontato. Certo tu stessa metti in guardia dal pericolo del soffermarsi sull’inutile, alla boscoquieto, ma non è solo questo. Ci sono momenti in cui un raccontato è più efficace, anche per spiegare momenti importanti, ma in cui dire troppo e “concretizzare” farebbe perdere incisività a un momento narrativo. Un e poi lo uccise al momento giusto può benissimo essere migliore del mostrare specificamente ogni azione, se l’effetto voluto è quello di stupire il lettore.
    Poi siamo d’accordo che la normalità debba essere l’uso del show don’t tell, e che il ricorso ai raccontati debba limitarsi solo ai precisi e rari momenti in cui davvero servono.
    E’ chiaro comunque che, vista l’attuale situazione in cui gli scrittori che pubblicano sono ignoranti come la citata Elisa Rosso, sia molto più utile il tuo articolo che il mio commento, e finché la tendenza non sarà invertita farai bene a battere forte su questo tasto.
    ***
    Riguardo al dibattito su Dead Poets Society invece la penso diversamente.
    Inciso che Weir è uno dei più sottovalutati registi viventi, autore almeno di un capolavoro assoluto come Picnic ad Hanging Rock e di molti altri ottimi film, che non c’entra nulla ma volevo dirlo lo stesso, credo però che con la scena citata tu sia troppo severa.
    Bisogna capire il contesto delle azioni del prof, in cui l’insegnamento era totalmente sbilanciato sulla metrica e sulle regole, come se non esistesse altro, tanto da prendere come esempio quelle teorie sulla geometrizzazione della poesia. Al giorno d’oggi un novello Robin Williams farebbe più un discorso rovesciato, incentrato sul rispetto delle regole poetiche e contro l’inflazione di spazzatura giustificata solo dalla “creatività dello spirito artistico libero”. Un po’ quello che fai tu in ambito narrativo sul fantastico, se posso permettermi.
    Non bisogna infine dimenticare che è un film: un prof che insegna passione e meraviglia è un personaggio migliore di uno che riconduce tutto a coordinate cartesiane, almeno cinematograficamente. Come scrivi tu nelle premesse un film non è educazione, non imparo a scrivere poesie guardando L’attimo fuggente.

    Chiudo e ti faccio ancora i complimenti per i manuali, davvero utili e piacevoli. A proposito, sai già se e quando ci sarà il prossimo?

  56. 253 Doc.Herbert West M.D.

    ‘Che male,porca merda!’
    Aveva picchiato la testa contro l’intelaiatura della finestrella,tradita da quella bava di vento e dal peso fra le ali che le aveva impedito di scuffiare.
    Il sacco sulla schiena dondolò,gonfio di pioggia e di roba.
    Non le importò-aveva trovato dove atterrare,e forse dove stare.
    ‘Eeehh!?’
    Sgranò gl’occhi quella vescica di lardo,non appena la vide entrare in camera.
    Non lo biasimò;aveva appena violato la prima delle Regole nel Rapporto cogli Umani,quella di non mostrarsi a quelli al di sopra dei dieci anni d’età.
    ‘Eh,no,puttana della miseria!!!Due volte in una settimana è davvero troppo!!!’
    Due volte…cosa?!?
    Stavolta fu lei a sgranare gli occhi.
    ‘Ehy,bimbo,c’hai già conosciute?’
    ‘Sì,tu…lei…quella falena…9 a Latino…il prof Wittenstein…’
    Sbuffò a quel farfugliare.
    ‘Ehm,okay,bimbo,lo prendo per un sì…’
    Slegò il sacco e sciorinò sul davanzale il contenuto,che precipitò anche sul pavimento : tomi,libercoli e pergamene;alambicchi,provette e mortai;bacchette di frassino,di betulla e di olmo;astrolabi,sestanti e carte astrologiche;spade,ascie ed alabarde elfiche…
    Si diede una manata sulla fronte.
    ‘Porca mignotta!Ho lasciato la polvere d’unicorno nel Regno Fatato!’
    ‘Nel…cosa?’
    I suoi occhi fiammeggiarono.
    ‘Senti,bimbo,non ho voglia di discuterne,d’accordo?!’
    Vide il tizio alzare le mani.
    ‘Ah!Fà pure!Figùrati che voglia ho io di parlare con un’allucinaz…’
    Reductio!’
    Un mucchietto di panni finì a terra,e sotto di esso una forma non più grande d’un topolino si dibatteva.
    ‘Ordunque,si potrebbe sapere da Vostra Grazia il Suo nome e cognome,stronzate a parte?’
    Cinguettò.
    ‘Steiner,Lamberto Steiner!’
    Squittì la voce da sotto gl’abiti.
    ‘Lametta,tanto piacere…Restauratio!’
    Sghignazzò,quando vide Steiner di nuovo nei suoi abiti,ma colle mutande come corona ed i calzini come manopole.
    Si sdraiò sopra il cuscino del letto.
    ‘Cazzo,finalmente un letto vero!Altro che i ponti di Borgo Elfo!’
    Steiner lasciò a mezzo la rivestizione dei calzini,alzò la testa ed aggrottò le sopracciglia.
    ‘Borgo….Elfo?Perché,esistono anche loro?’
    Alzò le spalle.
    ‘Se esistiamo noi,bimbo…’
    ‘Uau!E sono come quelli dei videogiochi?’
    Rise.
    ‘Cioé,dei biondoni alti due metri?No,hanno la mia altezza…però rimangono comunque dei fottuti nazisti!Non fanno altro che combattere fra di loro o contro le altre creature del Regno Fatato!’
    ‘Guerre?Come quelle dei film?’
    I suoi occhi si velarono,mentre gl’indicava la cicatrice che correva lungo l’ala sinistra e la spezzava a metà.
    ‘No,lì si muore sul serio,stronzetto…’
    Ruggì.
    Lui sbiancò ed alzò le mani.
    ‘Ok,ok,non sclerare…ma perché,scusa,sei finita nel loro esercito di fottuti nazisti?’
    ‘Pagavano,pagavano bene,come i Nani per lavorare nelle loro miniere…’
    E gli mostrò le mani.
    Steiner le prese fra indice e pollice,e sentì come un pezzo d’osso sotto le dita,per quanto erano callose e scabrose.
    Lo vide scuotere la testa.
    ‘Ma,scusa,tu sai usare la magia,no?E allora perché,anziché ridurti a questo, non fai apparire i soldi,il cibo.i vestiti…?!?’
    Sospirò.
    ‘Diciamo che quando mi sono presa una luuunga vacanza dal Palazzo delle Fate ero un po’ indietro con le lezioni di magia,ok…?’
    ‘Ah,e quindi?’
    Ghignò.
    ‘E quindi?Quindi mi trasferisco armi e bagagli qui da te,almeno per un po’!
    Sarai sempre meglio,Lambe,di quei mocciosi da cui quella vecchia bagascia della Regina voleva spedirmi…’
    Steiner s’illuminò in volto ;ridacchiò e s’inchinò.
    ‘Posso esprimere il primo dei miei tre desideri?’
    Lametta sorrise e s’inchinò a sua volta.
    ‘Vai,bimbo,sono al tuo servizio…’
    §
    Arrecht,15 Aprile-Lo stimato professore Arturo Willenstein,insegnante di Latino presso il Regio Ginnasio della nostra città,ha dato ieri uno spettacolo di sé quantomeno curioso in Via dei Tigli,mostrandosi completamente nudo alla cità lì riunita per lo struscio serale…
    Steiner buttò sul letto la ‘Gazzetta di Arrecht’:che Willenstein fosse stato arrestato,portato in ospedale e messo a riposo anzitempo lo sapeva già grazie alla Radio Scarpa della sua e di altre classi.
    Oltre che per altri motivi…
    Si rivolse verso la casa delle bambole di sua sorella.
    ‘Grazie,Lametta!’
    Trillò una voce da dentro.
    ‘Prego,Lamberto!’

  57. 252 Mauro

    Ho scritto una versione cercando d’incorporare tutti i tuoi suggerimenti; se preferisci non correggere/commentare di nuovo com’è scritto non è un problema, comunque lo scopo dell’esercizio è raggiunto. Lo mando piú che altro in caso t’interessasse vedere il risultato.

    ‘Stella’. Scintilla infilò l’appunto in tasca. ‘Questa volta ce la farò’. Volò verso la ragazza in lacrime seduta sul marciapiede e si posò accanto a lei. ‘Prima cosa: visualizzare il sogno’. Strinse tra la mani il topazio che aveva al collo e chiuse gli occhi.
    Stella rideva sottobraccio a un ragazzo. L’acqua del mare le bagnava le gambe. Si stringeva a lui, mentre il Sole si abbassava sull’orizzonte.
    Scintilla riaprì gli occhi. ‘Questa volta lo farò bene’. Si tolse il topazio e lo alzò. ‘Lei. Lui. Mare. Insieme’.
    Uno squillo. La ragazza stava guardando il cellulare, il pollice sospeso sopra il tasto di risposta. Un’auto passò lungo la strada.
    «Pronto?» Stella tirò su col naso. «No…» Si asciugò le lacrime. «Sì! Voglio dire…» si alzò «quando?» Si attorcigliò una ciocca di capelli attorno a un dito. «Certo! Ci vediamo Sabato!» Stava sorridendo. ‘Bene’, pensò Scintilla con un sorriso.
    Stella chiuse il cellulare e si allontanò correndo.
    ‘È stato facile! La Madre non potrà dire nulla!’

    La Madre era ferma al centro della stanza illuminata da un camino, di fianco a una cornice di lucido legno scuro.
    «Hai capito cos’hai fatto stamattina?». Scintilla tremò.
    «Ho solo aiutato una ragazza. Ho realizzato il suo sogno!» ‘Anche se mi avevi detto che non ero in grado!’
    La Madre la guardò impassibile. Scintilla si strinse nelle braccia e abbassò gli occhi; il fuoco crepitava nel camino. La fatina rialzò lo sguardo, e fissò l’altra. ‘Non ho fatto nulla di male’.
    La Madre fece scorrere una mano sul bordo della cornice, e la girò. Nello specchio, una ragazza incosciente su un letto d’ospedale; una donna, seduta al suo fianco a capo chino, le teneva una mano.
    «Lei è Silvia. È – era, fino al tuo intervento – la fidanzata di Luca, il ragazzo del sogno. Ha inghiottito una confenzione di sonniferi, quando è stata lasciata».
    Scintilla cadde sulle ginocchia. Aprì la bocca, la richiuse. Scosse le ali. «Io…»
    «Sei brava a realizzare i loro sogni, ma non capisci ancora le conseguenze di ciò che fai. Devi ancora aspettare».
    «Quanto? Sono qui da cinquant’anni! Quando potrò aiutarli anch’io?»
    «Non hai neanche duecento anni; sei giovane, Scintilla, avrai tempo per aiutarli. Ma prima devi capire come farlo». La Madre allungò una mano. «Ora…»
    Scintilla portò una mano al topazio e fece un passo indietro. «No. Ti prego, no».
    «Te lo ridarò, quando sarai pronta; ma ora non hai il diritto di tenerlo».
    «Risolverò tutto! Starò più attenta! La mia pietra…» La parete le premette contro la schiena.
    «Starai più attenta e mi darai il topazio. Poi aspetterai nella tua stanza, mentre risolviamo quello che hai fatto».
    Scintilla abbassò lo sguardo. Con le lacrime agli occhi si sfilò la pietra e la porse di fronte a sé. La catenella lasciò le dita.
    Scintilla si girò e corse nella sua stanza.

    ‘Quella…’ s’infilò sotto il letto ‘quella…’ estrasse la borsa ‘quella strega! Ma cosa vuole da me?’ Gettò la borsa sul materasso e ci frugò dentro.
    ‘Come se lei non avesse mai sbagliato!’
    L’anello. Il libro. ‘Ma dov’è? Dov’è?’ Una mela.
    ‘E posso ancora risolvere tutto’.
    Gettò la borsa contro il muro. «Ma dove diavolo è finito!» Si avvicinò alla parete e rovesciò la borsa. «Era qui, sono certa che è qui…» borbottò.
    Si alzò, il freddo del rubino sul palmo. Se lo mise al collo e sorrise.
    ‘E ora, Madre, vediamo chi ha ragione’.

    Scintilla guardò la Luna e fece un respiro profondo. Si diresse verso la finestra. Silvia giaceva immobile sul letto.
    Scintilla appoggiò una mano al vetro e sospirò. «Scusami. Non volevo farti questo». Strinse il rubino e chiuse gli occhi.
    Silvia era stesa sull’erba. Luca rideva al suo fianco. Il Sole illuminava il prato coperto di fiori. Dall’altra parte del parco, Stella sedeva sola.
    ‘Lei. Salva. Loro…’ Scintilla deglutì ‘Separati’.
    Aprì gli occhi. Una luce rossa le filtrò dalle mani e illuminò il viso della ragazza. «Sarà come se non fossi mai intervenuta. Vorrei che potessi perdonarmi».
    La guardò. Un gufo le passò accanto. Scintilla si allontanò volando.

    Scintilla stava guardando il cielo seduta sul bordo del tetto dell’Accademia, al suo fianco un giornale con degli annunci cerchiati. La fatina cercava nelle stelle i profili dei ragazzi che aveva visto quel giorno.
    «Hai deciso cosa fare?»
    Scintilla cadde e si afferrò al bordo.
    «Madre…»
    La Madre le porse una mano. «Vieni su».
    Scintilla distolse lo sguardo e accettò l’aiuto; si sedette di fianco all’altra e alzò gli occhi al cielo.
    «Volevo solo aiutarla».
    «Lo so. E così anche stanotte».
    Scintilla si girò di scatto. «Io…»
    «Ma non sei riuscita a visualizzare tutto. La sorella ricordava ancora cos’era successo. La tua pietra è il topazio, non il rubino. Rubino che ora deve tornare nella Sala delle Gemme, in attesa di chi potrà usarlo». La Madre tese una mano.
    Scintilla abbassò lo sguardo. ‘Due volte in un giorno…’ Diede la catenina all’altra, la pietra ancora in mano. Delle nuvole coprirono la Luna. Scintilla sospirò, e lasciò il rubino.
    «Non ti preoccupare per loro, ho rimesso le cose a posto».
    Scintilla si abbracciò le ginocchia. «Forse…» guardò il giornale «dovrei smetterla. Ci sono tante altre cose che potrei fare, senza rischiare di fare del male a qualcuno».
    La Madre la guardò. «Tu sei brava a realizzare i sogni, devi solo avere la pazienza d’imparare a capire come farlo». Le mise una mano sulla spalla, si alzò e se ne andò.
    Scintilla rimase a guardare le stelle; quando il Sole illuminò la cima dei monti all’orizzonte, raccolse il giornale e tornò nella sua stanza.

  58. 251 Mauro

    Gamberetta:

    In terza persona puoi sempre sostenere che ci sia un intervento del narratore. Però “Lametta ha letto su Internet che gli gnomi adorano i paesaggi innevati” mi sembra abbastanza vicino perché possa essere sentimento della fatina senza intermediari

    Andrebbe parimenti bene dire “Lametta si chiede chi abita nella palla”? Nel secondo caso il verbo – presente – può essere reso direttamente facendoglielo chiedere (Chissà chi ci abita), mentre nel primo – passato – no (salvo mettere una scena prima in cui si fa vedere che lo legge), ma non so se questo basta ad allontanare la telecamera.

  59. 250 sara

    Effettivamente non ho messo nessun dialogo, però la sfuriata nel mio racconto non è avvenuta in quel momento ma in un passato recente, e Scintilla vuole evitare una seconda sfuriata. Bene, comunque grazie, devo dire che è molto più difficile di quel che pensavo! Grazie mille dei consigli, era la prima volta e mi saranno molto utili ^_^

  60. 249 Gamberetta

    @sara. Non ci siamo. Hai ancora raccontato quello che io avevo già raccontato, solo usando più parole, l’hai mostrato pochissimo. Come spiegato nell’articolo, devi riuscire a dare concretezza ai concetti astratti.
    Non puoi scrivere:

    La sfuriata di Meg le era bastata e non voleva essere più umiliata di fronte a tutto il villaggio.

    Devi scrivere:

    Meg afferrò Scintilla per il collo. La sbatté contro il tronco dell’albero. «E allora, mi sono spiegata?» Alle spalle di Meg si erano radunate le altre fatine del villaggio. Dietro il velo delle lacrime, Scintilla intravide Lucy, e Lizzie, e l’insegnante della scuola e lo gnomo pasticcere e…
    Le dita di Meg strinsero più forte. «Mi sono spiegata sì o no?»
    «Sì, sì» balbettò Scintilla.
    Meg la lasciò andare. «Bene. Allora puoi metterti in ginocchio e chiedermi scusa.»

    Così come non puoi scrivere:

    Di famiglia povera, non poteva permettersi gran lussi. Non sapeva in che modo erano apparse, subito si spaventò dell’evento inconsueto, ma, presa dall’emozione, ormai non le importava più.

    Devi mostrare Christine che si avvicina titubante alle scarpette, si asciuga il moccio che le cola dal naso con le dita, le pulisce sui vestiti sporchi e strappati. Si china a raccogliere le scarpette, ma subito si ritrae, si guarda intorno, il rumore di un gatto che fruga tra la spazzatura la fa trasalire, ecc. ecc.
    La “povertà” o lo “spavento” devono diventare visibili. È tutto lì il succo. E lo so che non è facile. ^_^

    @Mauro. Sì e no. In terza persona puoi sempre sostenere che ci sia un intervento del narratore. Però “Lametta ha letto su Internet che gli gnomi adorano i paesaggi innevati” mi sembra abbastanza vicino perché possa essere sentimento della fatina senza intermediari.

    @UnoCheLeggeIlFantasy. Per evitare che in prima persona sembri che la fatina parli con qualcuno bisognerebbe cambiare un po’, invece di: “Ho letto su Internet, ecc.”, forse è meglio: “Gli gnomi adorano i paesaggi innevati. Lo dice anche il sito ufficiale del Piccolo Popolo”, dove siccome sono pensieri miei è sottointeso che tale sito l’ho letto.

    @Doc.Herbert West M.D. Di solito non mi formalizzo su certi dettagli, ma devi cominciare a usare gli spazi dopo la punteggiatura, oppure diventa faticoso leggerti.
    Salvo eccezioni, la regola è: [parola][punteggiatura][spazio][parola]
    Dopo la virgola, il punto e virgola, il punto, il punto esclamativo, i due punti, ecc. devi mettere uno spazio. Le parole tutte attaccate sono difficili da seguire.

    Un’altra considerazione generale: hai la tendenza a non specificare chi parla. È vero che non mettere i dialogue tag (vedi articolo 2 dei Manuali) è più elegante, ma se poi il lettore ha difficoltà a capire chi dice cosa non è una buona idea, meglio aggiungere i “disse Michele” e i “rispose Anna”.

    Entrando nel merito: è mostrato che Scintilla sia felice di aiutare il prossimo. Meno le altre caratteristiche: che non le sembra il lavoro adatto a lei e che è testarda.

    Un paio di sbavature riguardo lo “Show don’t tell”:

    [...] trenta ragazzi erano chini su fogli riempiti di quelli che le parsero scarabocchi senza senso.

    Come già detto altre volte, i “sembrare” e “parere” vanno usati con parsimonia. In questo caso basta scrivere:

    [...] trenta ragazzi erano chini su fogli riempiti di scarabocchi.

    Gli scarabocchi per loro natura sono senza senso.

    Il suo odore di qualcosa com’erba pipa colpì Scintilla,come anche il suo tormentare fra le mani un’asticella di frassino.
    Non le piacque.

    Due considerazioni: il “qualcosa” si può togliere, come spiegato poco sopra. “Il suo odore di erba pipa”, tanto il lettore non può distinguere il “qualcosa come erba pipa” dall’erba pipa.
    Seconda considerazioni: il “Non le piacque”. Ora, come fai a rendere che alla fatina non piace l’asticella di frassino? Magari così:

    Scintilla nascose le manine nelle tasche del vestito. Anche la sua insegnante alla Scuola dei Buoni Propositi usava un’asticella di frassino. Con quella picchiava le nocche delle fatine che sbagliavano gli esercizi di matematica. Finché le fatine non piangevano.

  61. 248 Mauro

    Io l’avrei inserito nel pensiero (Chissà chi abita nella sfera di vetro? Magari gnomi, ho letto/so che adorano i paesaggi innevati), però la parte dopo “Magari gnomi” mi sa di intervento del narratore tramite il personaggio, perché Lametta sa come mai le viene quell’ipotesi anche senza stare a pensarlo.

  62. 247 UnoCheLeggeIlFantasy

    @Mauro
    Non so se sbaglio ma ciò che tu hai sottolineato, mettendo il verbo alla 1° persona singolare, ossia “ho”, e modificando il brano facendo rientrare nel discorso diretto tutto quel “ho letto su….” si modifica quel che basta per eliminare la presenza del narratore, certo poi sembra che la fatina stia parlando con qualcuno, ma può anche benissimo parlare da sola.
    Gamberetta correggimi se erro ^^

  63. 246 Mauro

    Un dubbio:

    Gamberetta:

    In molti punti si ha l’impressione della presenza del narratore, quando basterebbe poco per far sparire la sua presenza.
    Per esempio:

    Non può non desiderar sapere chi ci abita, chi è stato chiuso in quella bolla trasparente, costretto a vivere in un piccolo mondo innevato.

    Io avrei inserito direttamente i pensieri della fatina:

    Chissà chi abita nella sfera di vetro? Gnomi. Ha letto su Internet che gli gnomi adorano i paesaggi innevati. La fatina picchia le nocche sul vetro, la porticina della casetta rimane chiusa. Forse è il nido di una famiglia di folletti?

    La parte sottolineata è comunque un intervento del narratore, giusto?

  64. 245 Doc.Herbert West M.D.

    Prima parte:Scintilla.
    ‘Rallenta,Scintilla,rallenta…non ho più i miei trecent’anni!’
    ‘Oh,vogliate perdonarmi,Nutrice…forse vado troppo forte!’
    Per quanto glielo permise l’assetto di volo,Scintilla incassò la testa sulle spalle,mentre le sue ali presero il battito d’un gabbiano.
    Nutrice ne sorrise
    ‘Non importa,cara,è già tanto che tu m’abbia scelta come madrina per la tua prima missione da apprendista’,mentre le altre non l’avrebbero scelta né per la seconda né per tutte le missioni a venire,avrebbe voluto soggiungere.
    ‘Oh,fin quando dovevo scambiare dentini da latte per soldi,potevo fare anche da sola,ma perla mia prima missione è stato un onore scegliere voi,così ricca d’esperienza…’
    Nutrice sospirò.
    ‘Sarebbero anni,più che esperienza,ad onor del vero…tietti pronta,comunque,siamo sulla verticale dell’obiettivo!’
    Scintilla accennò di sì,e chiuse le ali a bozzolo intorno al suo corpicino come le avevano insegnato.
    Cadde a piombo.
    §
    ‘Quota cento piedi!Apri,apri o ti schianterai!’
    La voce di Nutrice le giunse attraverso il vento liquido dell’accelerazione.
    Aprì le ali,ed il muro d’aria,compattata dalla pressione,la travolse.Il respiro le si mozzò,e le orecchie esplosero.
    ‘Terribile,vero,cara?Le prime volte son così…’
    ‘E d-dopo?’
    ‘Anche peggio…!’
    Non se la sentì di sorridere alla battuta di Nutrice,mentre fra le lacrime distinse qualcosa del suo obiettivo : un arcigno edificio in mattoni dal tetto in ardesia.
    ‘Regio Collegio di Arrecht,quanti ricordi…Via,è il momento dell’incantesimo!Fumus!’
    ‘Fumus!’
    Ora entrambe nuvolette,fluttuavano,piano per piano,davanti alle finestre.
    ‘Qui nulla…qui fanno lezione..qui hanno un’ora di buco…qui nemmeno…Uh,ve’,qui fanno un compito!Qual miglior occasione di questa per aiutare i nostri protetti?Vieni,entriamo!’
    Di quei discorsi legati al mondo degli umani Scintilla non aveva capito una parola,ma obbedì.
    S’infiltrarono in una fessura,e si trovarono in uno stanzone,dove trenta ragazzi erano chini su fogli riempiti di quelli che le parsero scarabocchi senza senso.
    ‘Latino!E costui parrebbe bisognoso del nostro aiuto!’
    Scarabocchi senza senso,però,mai quanto quelli del ragazzo indicato da Nutrice,lerciati da cancellature,sgorbi e macchie d’inchiostro.
    ‘Problemi,Steiner?’
    Un altro umano ora si rivolgeva al ragazzo chiamato Steiner.
    Il suo odore di qualcosa com’erba pipa colpì Scintilla,come anche il suo tormentare fra le mani un’asticella di frassino.
    Non le piacque.
    ‘Sì,signor professore!La vostra versione è…’
    ‘È,Steiner?Difficile,forse?’
    La bacchetta schioccò sul banco come una fucilata.
    ‘Se i Commentarii di Cesare in versione semplificata ti sembrano troppo difficili,farai bene a ripetere l’anno,Steiner!’
    Il professore gli diede le spalle.
    Un tonfo,e la testa del ragazzo crollò sopra il foglio,stretta fra i pugni.
    ‘Al diavolo!Ora intervengo!Rev…’
    ‘Ferma,Scintilla!Non è il caso…’
    ‘Ah,no!?Se non ora,quando?!Revelatio!’
    E prima che Nutrice potesse fare alcunché,Scintilla gli si manifestò.
    §
    ‘Ciao,Steiner!Vengo per…’
    ‘aiutarti’ le morì sulle labbra,mentre il calamaio di lui volava dal banco addosso a lei.
    Una lama di dolore le attraversò le ali;perse l’assetto;precipitò.
    Nutrice la raggiunse che singhiozzava,raccolta su di sé.
    ‘Ma perché,perché?!Gli altri non reagivano così,se mi scoprivano!!!’
    ‘Perché erano bambini,ecco perché!Poi,cara,tu ti presenti così,vestita di tela di ragno,tutta scosciata in minigonna-una vecchiona come me,in cuffia e gonnellone,gli avrebbe fatto ben altro effetto!Ora,sù,àlzati…’
    Scintilla s’aggrappò al braccio portole da Nutrice.
    ‘Steiner!!!Cos’è questo macello?!?’
    ‘No,signor professore,è che ho tentato di prendere una falena…’
    ‘Le tue osservazioni entimologiche tienitele per te!Dopo il compito aiuterai i bidelli a pulire!Ed ora,al lavoro!’
    Nutrice sghignazzò allo scambio di battute fra il professore e Steiner.
    ‘Falena!A quest’età,le uniche fatine a cui può credere sono quelle dell’assenzio!’
    Scintilla abbassò gli occhi.
    ‘Su,cara,non mortificarti!Fà il tuo incantesimo,quello per cui t’ha accolto così bene,e ricorda:mai farsi vedere dagli umani al di sopra dei dieci anni!’
    Obbedì.
    ‘Infusio sapientiae!’
    Videro i suoi occhi illuminarsi,e lui stracciare il foglio lordo di errori e prenderne uno nuovo dalla cartella,su cui la mano di lui corse da una riga all’altra senza esitare.
    Aveva funzionato.
    ‘Bene,possiamo andare…ce la fai a volare?’
    Scintilla assentì,ma come sbattè le aluccie strambò a destra.
    Una smorfia di dolore si disegnò sul suo volto.
    ‘Probabile che te rimarrano i segni a lungo,cara…Fumus!’
    ‘Fumus!’
    Di nuovo nuvolette,uscirono per la fessura di prima.
    Si ritrasformarono,e Nutrice le cinse col braccio sinistro la vita.
    Spiccarono il volo abbracciate.
    ‘Ma chi me lo fa fare?!?’
    Già sorvolavano i tetti e le guglie di Arrecht,quando sbottò così.
    Nutrice ne rise.
    ‘La tua natura,cara,la tua natura…’
    S’innalzarono nel cielo azzurro di mezzogiorno,sinché non divennero che due puntini.

  65. 244 sara

    Ci ho provato, mah!

    Scintilla, da dietro la finestra, si voltò e vide Christine illuminarsi in viso, gridava e saltellava per quello che le era apparso dinanzi, proprio ciò che desiderava: delle scarpette rosse che avrebbe voluto indossare per recarsi alla festa di Michael, alla quale era stata invitata per il suo compleanno. Di famiglia povera, non poteva permettersi gran lussi. Non sapeva in che modo erano apparse, subito si spaventò dell’evento inconsueto, ma, presa dall’emozione, ormai non le importava più. Erano li, nuove di zecca e pronte per essere indossate. Si sarebbe risparmiata l’umiliazione di fronte agli altri invitati se si fosse presentata con le sue scarpette, malconce e dal colorito ormai sbiadito. Questa volta sarebbe stata la più bella.
    Con una risatina soddisfatta, Scintilla prese il volo e rimuginò su ciò che era appena accaduto. Era felice e la giornata era cominciata per il verso giusto, come sempre quando si proponeva di aggiustare qualche piccola “faccenda” tra gli umani, soprattutto i più piccoli rappresentanti, così dolci e fragili ai suoi occhi. Aveva i capelli neri e lunghi che le ricadevano sulle spalle, gli occhi color nocciola e l’incarnato di un bianco perlato; portava un vestitino color porpora, che ben si accordava con il colore delle sue ali, di un rosa tenue.
    Leggera come una piuma, giunse al suo villaggio. Persa nei propri pensieri, venne interrotta da gridolini concitati, e dai toni familiari intuì subito che si trattasse delle altre fatine del villaggio, che lei conosceva bene. Percorrendo la strada in direzione delle grida, riuscì a scorgere da dietro un albero Meg, Lucy e Lizzie, tre fatine più alte di lei e con le ali più ampie. Meg era bionda, coi capelli raccolti in una coda e gli occhi azzurri come il mare, un altrettanto azzurro vestito e le ali color del cielo. Una vera bellezza e un’aria altezzosa data dalla consapevolezza del suo piacevole aspetto. Più piccola di Meg , sia fisicamente che anagraficamente, Lucy era una fatina che covava del rancore nei confronti di madre natura: ciò che era stato elargito a Meg, a lei era stato tolto in gran misura. Capelli neri e corti, folti sopracciglia e occhi neri come la pece, in un viso squadrato e puntiglioso. Di nero vestita e dalle ali di un bianco lucente, unico elemento del suo aspetto di cui andava fiera. La terza, quella che più si avvicinava all’età di Scintilla, aveva dei capelli rosa e gli occhi viola, le sue ali erano di una rosa mai visto, che al sole pareva risplendere. Destinata a essere una bellezza altrettanto sconvolgente quanto Meg, non aveva un’aria di superiorità, ma era molto dolce e ingenua.
    Scintilla rimase ad ascoltare in silenzio, per riuscire a cogliere quale fosse l’argomento di cui stavano parlando. Senti ben poco, le tre fatine parlavano in tono sommesso e Scintilla capì soltanto alcune parole qua e là, ma abbastanza per capirne il senso generale. Stavano provando alcuni incantesimi e discutevano su quale fosse il modo migliore per eseguirli, tra uno starnazzo e l’altro.
    Seccata , Scintilla si allontanò di soppiatto: non doveva svelare la sua presenza.
    Allontanatasi abbastanza, tirò un sospiro di sollievo. Non voleva essere colta a spiare, come era già successo.
    La sfuriata di Meg le era bastata e non voleva essere più umiliata di fronte a tutto il villaggio.
    Si voltò a guardarsi indietro, per un attimo pensò di ripercorrere il sentiero e chiedere alle fatine di essere accolta tra loro, magari le avrebbero insegnato tutto quel che sapevano, magari avrebbero accettato! Ci penso un attimo, ma rifiutò subito quell’idea: avrebbe fatto da sola e sarebbe diventata molto più brava di loro. Non aveva bisogno del loro aiuto.

  66. 243 Gamberetta

    @Sky Eventide. La fascinazione di Lametta per le cianfrusaglie è ben mostrata – magari si poteva inserire un altro sguardo della fatina alla palla di vetro, mentre è occupata a legare i capelli. Le altre cose (cattivo carattere, scappata da casa, difficoltà con il lavoro) sono un po’ tirate via, concentrate nelle ultimi righe.
    Il brano è in buona parte mostrato, ma ha bisogno di un editing generale. In molti punti si ha l’impressione della presenza del narratore, quando basterebbe poco per far sparire la sua presenza.
    Per esempio:

    Non può non desiderar sapere chi ci abita, chi è stato chiuso in quella bolla trasparente, costretto a vivere in un piccolo mondo innevato.

    Io avrei inserito direttamente i pensieri della fatina:

    Chissà chi abita nella sfera di vetro? Gnomi. Ha letto su Internet che gli gnomi adorano i paesaggi innevati. La fatina picchia le nocche sul vetro, la porticina della casetta rimane chiusa. Forse è il nido di una famiglia di folletti?

    #

    Si desta come da una fantasticheria e stacca la faccia dal vetro, che seppur contenga della neve, non è affatto freddo.

    Anche qui, si può rendere meglio se entri nella testa della fatina:

    La fatina stacca la faccia dal vetro. Sulla casetta nevica, ma il vetro non è freddo, è piacevole appoggiare la guancia sulla superficie della palla. Basta, basta fantasticare! Devo pensare la lavoro. Accarezza la sfera, le dita scivolano sul vetro, la neve brilla, si posa sui davanzali delle piccole finestre. Perché devo lavorare? Stupido lavoro!

    #

    Le coperte del letto sono gonfiate in un bozzolo dove un’enorme umana dorme rannicchiata. Lametta stringe gli occhi e si lancia nel vuoto, le ali da libellula ronzano sostenendola. Scende a scatti verso il letto stretto e lungo; [...]

    Ho cancellato tre aggettivi generici che non aggiungono niente e anzi sono parzialmente in contraddizione: se l’umana è enorme, il letto non può essere stretto.

    [...] il piumino imita un prato con fiori sorridenti e dotati di occhi dalle ciglia lunghe che per qualche motivo brillano al buio.

    Quel “per qualche motivo” che ho cancellato sembra innocente, ma comunica l’insicurezza dell’autore: “Ehi, brillano al buio, non lo so neanch’io perché, è così! Per qualche motivo!” Non ti giustificare! ^_^ Brillano al buio e basta.

    Vola fino al comodino e si avvicina con passi silenziosi verso il letto, le dita già arcuate come se dovesse artigliare e graffiare [...]

    Se sei nel punto di vista di Lametta, lo sai perché hai le dita arcuate, dunque non sarà “come se dovesse”, sarà: “le dita già arcuate, pronte ad artigliare e graffiare” (ma il graffiare lo toglierei, perché Lametta non ha intenzione di graffiare – credo).

    La adora, anche se pare veramente piccola per lei.

    Inutile raccontare quando il paragrafo dopo mostri che la gonna non è della misura giusta.

    Tira giù la gonnellina e la calcia via, pur a malincuore per quanto la stesse trovando adorabile e tanto simile ad una pietra preziosa.

    Come si può mostrare l’astratto “malincuore”? Magari:

    Tira giù la gonnellina e le dà un calcio. La raccoglie, la rigira tra le mani. Stupida gonna, perché non sei della mia misura? Il bottoncino brilla come una gemma. Lametta lo strappa e lo infila in tasca. Meglio di niente. Getta lo gonna giù dal comodino.

    E così via. Spesso si ha l’impressione che tu osservi la fatina e poi riporti – ovvero racconti – quello che le succede. Cerca di tenere la telecamera più vicino/dentro di lei. Come detto non sono “errori” capitali, ma più ci si abitua a scrivere mostrando, meglio è.

    Infine una nota extra: attualmente la convenzione vuole di togliere le “d” eufoniche, se la vocale è diversa. Perciò: non “ed avere”, ma “e avere”; non “ad usare” ma “a usare”; naturalmente se la vocale è uguale, la “d” rimane: “ed esco”. Dunque:

    [...] scalcia la matassa di capelli ed il nodo ormai disciolto [...]

  67. 242 Sky Eventide

    * c’è un errore di battitura. “Liliana le vola di fronte” non ” le volta di fronte”. XD

  68. 241 Sky Eventide

    Okay, mi sono cimentata coi compiti a casa. XD Ecco qui l’eccitante storia di Lametta.

    La casina dentro il vetro ha il tetto rivestito di neve, una piccola lanterna di fronte alla porta e un manto bianco che ricopre il prato. Qualche grosso chicco candido ricopre anche gli abeti al fianco dell’abitazione.
    Lametta tiene il viso sbiaccicato contro il vetro nel tentativo di vedere bene nella penombra della camera. La casina ha delle tendine di pizzo alle finestre, piccoli cespugli disposti simmetricamente attorno al vialetto ed un albero addobbato a festa è piantato al suo fianco. Non può non desiderar sapere chi ci abita, chi è stato chiuso in quella bolla trasparente, costretto a vivere in un piccolo mondo innevato.
    E’ talmente graziosa, talmente piccina che le sta facendo dimenticare il suo lavoro.
    Si desta come da una fantasticheria e stacca la faccia dal vetro, che seppur contenga della neve, non è affatto freddo. Ruota su se stessa e scruta dall’alta mensola la camera buia, simile ad una voragine, le mani piantate sui fianchi.
    Le coperte del letto sono gonfiate in un bozzolo dove un’enorme umana dorme rannicchiata. Lametta stringe gli occhi e si lancia nel vuoto, le ali da libellula ronzano sostenendola. Scende a scatti verso il letto stretto e lungo; il piumino imita un prato con fiori sorridenti e dotati di occhi dalle ciglia lunghe che per qualche motivo brillano al buio. Assurdo, non esistono fiori così.
    Lametta sorride solo quando la chioma scomposta fa capolino da sotto la coperta.
    Vola fino al comodino e si avvicina con passi silenziosi verso il letto, le dita già arcuate come se dovesse artigliare e graffiare, ma l’apparizione di un’altra fatina proprio sul comodino la fa trasalire. La sua compagna è sdraiata in una posizione rigida sul legno del comò e Lametta emette un’esclamazione acuta. E’ morta!
    Annaspa fino al corpo sdraiato e ne solleva la testa. « Oh, Oberon! Titania! Stai be… »
    Il suoi occhi dilatati ne incontrano un paio spento e piatto. Dipinto sulla plastica.
    Conosce la plastica, l’ha già vista in altre case. Le case umane sono piene di plastica. E quella fatina a cui sta sollevando la testa è tutta di plastica, dalla testa ai piedi, a parte vestiti di stoffa e capelli.
    Lametta si solleva con uno scatto, le braccia si irrigidiscono attorno ai suoi fianchi e le mani sono strette a pugno. La maledetta umana la pagherà per averla ingannata: farà il suo lavoro meglio del solito.
    Ma non prima di aver privato la fatina di plastica di quella sua meravigliosa gonnellina azzurra…
    Si getta sulla finta fatina e stacca con uno strappo la gonna; è brillante ed il bottoncino somiglia ad un diamante. La adora, anche se pare veramente piccola per lei.
    Corruga le sopracciglia e arriccia la bocca mentre si piega in avanti per infilare i piedi nell’indumento e quindi far passare la gonnella sopra le zue calzette a righe. Sbuffa nel tirarla oltre le ginocchia. Quando arriva alle cosce ed inizia a sentirsi un salame strizzato inizia dare strattoni ostinati. Deve passare. Non è vero che deve dimagrire, è la fatina finta che è anoressica. Deve passare!
    Grugnisce ma un rumore più profondo la fa bloccare. L’umana ha emesso un suono basso e roboante.
    Lametta si ricorda del limite di tempo, il fottuto limite di tempo.
    Tira giù la gonnellina e la calcia via, pur a malincuore per quanto la stesse trovando adorabile e tanto simile ad una pietra preziosa.
    Frulla le ali e arriva sin sul cuscino, dove gli stivaletti affondano. In precario equilibrio si avvicina alla enorme testa dell’umana e con un ghigno affonda le mani nelle ciocche scure dei suoi capelli.
    Ne prende due e le annoda, si diletta nel fare un fiocco, altre due le confonde assieme finché i capelli somigliano ad una matassa in cui rischia di restare impigliata lei stessa. Si tira indietro e risale il cuscino gattoni, senza risparmiarsi sbuffi e imprecazioni; quando è sulla sommità ed ha la testa con la sua chioma alla sua mercè torna a dedicarsi al suo lavoro. Si impegna nel riportare alla mente i nodi complicati sul libro di istruzioni e comincia a sconvolgere nuove ciocche: le lega, le arruffa, le cotona, alcune volte fa piccoli fiocchi. Si cimenta in un complicato nodo con quattro ciocche di capelli, di cui ripete i passaggi nella memoria, cerca di farne passare una in un anello formato dalle altre due e legato dall’ultima, che poi deve nuovamente legaere alla prima e quindi tirare…
    Uno ronzio alla finestra la distrae. Subito ha di fronte Liliana. Il suo capo la fissa con gli occhi stretti e le braccia incrociate, ronzando sopra la testa dell’umana. Batte due dita sull’orologio da polso.
    « Lametta, il tempo! Vuoi stare tutta la notte in una sola camera?»
    Lametta sbuffa e rotea gli occhi. « Cazzo. »
    « Prego? »
    « Questo coso » calcia la matassa di capelli ed il nodo ormai disciolto « ha tantissimi capelli! Se ci metto tanto non è colpa mia! »
    Liliana le volta di fronte e le punta un dito in faccia. « Non direi proprio che il numero di capelli c’entri, ti ho monitorata, hai perso del tempo con una bambola delle Winx e con una palla di neve! »
    Lametta, ancor prima di ribattere, gira gli occhi sgranati verso la casetta nel vetro. « La casina, ci vive qualcuno? » domanda, protendendosi estasiata dalla parte della mensola.
    « Razza di incapace, non hai mai visto una palla di neve? Ma a scuola cos’hai imparato? »
    Lametta si riprende e aggrotta le sopracciglia. E’ un fottuto problema se a scuola non c’è andata ed è scappata da casa?
    Odia il suo capo. Odia il part-time. Chi ha voglia di passare le nottate ad annodare capelli? Chi ha voglia di prendere ordini da quella dannata vecchia con la cellulite?
    « Basta! » strilla. L’umana mugugna e fruscia sotto la coperta. Liliana trasale e si ritrova Lametta librare di fronte a sé. « Basta! Odio i capelli degli umani! Hanno dei colori orrendi! Banali! Mai nessuno con un bel blu oltremare, verde pisello, rosa fucsia! E tu… » si sporge paonazza verso Liliana «tu ti vesti da schifo! Mi licenzio! »
    Lametta scatta verso la finestra, felice della faccia sconvolta di Liliana, ultima immagine che ne avrà, e fugge fuori nel buio, libera. E disoccupata.

  69. 240 Mario Falco

    @Gamberetta
    Grazie mille per l’analisi dettagliata.
    Questo esercizio è molto utile, secondo me.

  70. 239 Gamberetta

    @Mario Falco. In generale è abbastanza mostrato (a parte qualche sbavatura, vedi più avanti), però non sono sicura che mostri quello che io ho raccontato. In particolare se mostri che il lavoro di Lametta è così duro (per l’altro l’idea di lavare le coscienze è carina), è normale che voglia licenziarsi. Non traspare per niente il suo brutto carattere. Non si ha l’impressione che la fatina non trovi un lavoro per colpa sua, si ha l’impressione che voglia solo evitare di essere sfruttata.
    Per esempio, nello scambio:

    -Me ne vado. Mi dia i miei soldi.
    -Va… va bene. Dammi l’indirizzo e te li spe…

    Il datore di lavoro sembra timido in maniera inverosimile, mentre Lametta è solo decisa, non dimostra un brutto carattere.
    Confronta con:

    – Me ne vado da questa fogna! – Lametta si strappò un brandello viscido di coscienza che le era rimasto appiccicato alla manina. Lo sbatté sulla scrivania del signor Molanchenus. Schizzi di acqua sporca bagnarono il viso paffuto dell’uomo. – E adesso dammi i soldi che mi devi, grassone!

    Il marciare verso l’ufficio e l’entrare senza bussare mi sembrano troppo poco, specie dopo che hai mostrato la fatina con le ossa a pezzi.

    Altri dettagli:

    Non poteva di certo dirgli che non ci sarebbe tornata, a casa, non voleva correre il rischio che quel vecchio impiccione contattasse i suoi genitori.

    Io avrei messo un più mostrato pensiero della fatina, qualcosa come: “Ci manca solo che questo vecchio impiccione chiami i miei genitori!”

    Molanchenus la guardò ancora per qualche istante, poi:

    Niente di scandaloso, ma dato il tipo di esercizio, forse potevi riempire questa pausa (guardare + poi) con un gesto concreto. Magari il togliersi gli occhiali e pulirseli?

    Il suo sguardo fu attirato da un bagliore rosso sul bordo del sentiero.

    Basta che dici: “Qualcosa brillava di rosso tra l’erba sul bordo del sentiero.” O anche solo: “Bagliori rossi tra l’erba, sul bordo del sentiero”. Visto che poco prima eravamo nella mente della fatina, il riferirsi allo sguardo diventa pleonastico, basta mettere direttamente quello chela fatina vede.

    [...] come lanciata da… da… da una fatina dispettosa! [...] (che aveva sin da quando era bambina) [...] (grande come una sveglia, nelle sue manine)

    Questi suonano più come interventi del narratore che non pensieri di Lametta. Io eviterei.

    Presto il bordo della strada fu coperto di oggetti da cui Lametta sapeva di non potersi separare.

    Raccontato, in particolare la seconda parte. Mostra, non so, che un bottone mezzo arrugginito rotola verso il tombino e Lametta si butta per acchiapparlo quasi finendo nella fogna. E poi lo coccola come fosse l’Unico Anello. E mentre fa questo per poco non perde una piuma spelacchiata, con suo grande terrore. A questo punto sappiamo che non si può separare dalle cianfrusaglie.

  71. 238 Mario Falco

    Al sesto rintocco Lametta sollevò le mani dall’acqua lurida e le osservò.
    I polpastrelli erano grinzosi e arrossati, il dorso screpolato.
    Le facevano un po’ male, come se le ossa si fossero stancate di stare attaccate l’una all’altra.
    Si tolse il grembiule, lo conficcò nello stipetto che le avevano assegnato, prese il borsello di cuoio, lo mise a tracolla stropicciandosi un’ala e sbattè lo sportello.
    Marciò verso l’ufficio del signor Molanchenus. Entrò senza bussare.
    L’ometto, pochi capelli bianchi e occhiali spessi, alzò lo sguardo dal registro che stava compilando.
    -Me ne vado. Mi dia i miei soldi.
    -Va… va bene. Dammi l’indirizzo e te li spe…
    -No, li voglio ora!
    Non poteva di certo dirgli che non ci sarebbe tornata, a casa, non voleva correre il rischio che quel vecchio impiccione contattasse i suoi genitori.
    -D’accordo. Dammi solo un secondo per fare i conti. Nel frattempo siedi pure.
    Lametta sentì tutta la stanchezza della giornata che la schiacciava.
    Rimase in piedi.
    Molanchenus la guardò ancora per qualche istante, poi:
    -Va bene, come preferisci. Vediamo. Sei stata con noi quattro pomeriggi. Hai lavato cinque coscienze sporche il primo giorno, dieci il secondo – tra cui quella di un marito infedele, complimenti – nove il terzo… e oggi?
    -Oggi – esitò Lametta – dieci.
    “Stupida! Perché non hai detto venti? Non avrebbe mai controllato!” pensò.
    Molanchenus contò dieci piccole perle, le mise in un sacchetto, lo chiuse stringendo il laccio e lo consegnò a Lametta.
    C’erano due perle in più del pattuito.
    Lamettà balbettò un -G…grazie. – si voltò per nascondere le sue guance rosse e uscì infilando il sacchetto nel borsello.
    Appena fuori fece una corsetta, un saltello e si librò in volo.
    Nell’aria fresca la stanchezza e il peso sul cuore sembrarono più leggeri.
    “Non è tardi, potrei passare a prendere un libro dalla biblioteca. L’ultimo che ho letto è stato ‘Il cielo d’Irlanda’ due settimane fa. Ah, è anche a teatro in questi giorni. Chi sa se si trovano ancora i biglietti per nullatenenti? Dovrei conservare i soldi per il concerto dei Legnosa. Forse dovrei andare a nuotare allo stagno, rafforzarmi: il lavoro fisico mi distrugge! No, niente biblioteca, teatro, concerti o attività fisica, devo cercarmi alla svelta un altro lavo-”
    Il suo sguardo fu attirato da un bagliore rosso sul bordo del sentiero.
    Fece un’ampia manovra e atterrò.
    Pescò dall’erba un rubino. Poteva essersi staccato dall’anellino di una bimba. Riempiva tutto il palmo di Lametta. I suoi occhi ora brillavano come la piccola pietra.
    La infilò nel borsello. Che la risputò fuori.
    Lametta raccolse il rubino e lo cacciò nel borsello serrando le labbra e aggrottando le sopracciglia.
    Di nuovo la pietra saltò fuori, come lanciata da… da… da una fatina dispettosa!
    Lametta inarcò un sopracciglio e tirò fuori dal borsello una bambolina di stoffa (che aveva sin da quando era bambina), un bottone di madreperla (grande come una sveglia, nelle sue manine), una biglia, una vite degli occhiali, un seme di mela dipinto, un pettine di legno, uno specchietto…
    Presto il bordo della strada fu coperto di oggetti da cui Lametta sapeva di non potersi separare.
    Rimise tutto ordinatamente dentro il borsello, il rubino per ultimo. Niente da fare.
    Tirò di nuovo fuori tutto, rimise tutto di nuovo dentro in un ordine diverso. Il rubino rimase fuori.
    Diede un calcio al borsello: -Sei uno stupido borsello magico o cosa? Millus Coranovic ci metteva dentro i gatti che ammazzava quando andava a caccia, nel suo borsello magico, e tu non riesci a contenere due oggettini? Sei stupido, stupido, stupido e inutile!
    Sedette sul bordo della strada, i gomiti poggiati sulle ginocchia, il broncio poggiato sui pugni.
    Si rese conto che ormai era tardi per andare a cercare un lavoro.
    Una lacrima le scese lungo la guancia.

  72. 237 Airon

    Consigli di lettura: Wells? Twain? Verne?
    Poi non saprei. I miei genitori mi hanno sempre lasciata libera di leggere quello che mi pareva, non mi hanno mai comprato libri che io non avessi chiesto. Perciò non sono mai entrata nell’ottica delle fasce di età. Comunque Leviathan penso potrebbe andare bene. C’è molta azione ma di gente che muore pochissima, non c’è cinismo ed è grossomodo divertente.

    Sì, ma se mia cuginetta mi chiede Deltora o robe così, non vorrei presentarmi con Twain. Volevo prendere uno dei romanzetti tristi che mi chiede e un romanzetto decente ma della stessa linea. Per proporle autori un po’ più interessanti avrò tempo e modo.

    ok per Leviathan

  73. 236 Gamberetta

    @Sky Eventide.

    Ah, mi sa che la casa editrice è a pagamento, perchè mi è parso di capire dalla pagina su facebook del libro (sì, esiste) che chi lo vuole leggere deve ordinarlo alla libreria. Tecnicamente non succederebbe se la casa editrice fosse “normale”, no?

    Succede anche per le case editrici “normali” se sono piccole. Non sono molte le case editrici che hanno distribuzione fisica in libreria. I librai non tengono i libri di tutti, accettano solo quei libri che hanno una realistica possibilità di vendere. Se la casa editrice è piccola e l’autore uno sconosciuto esordiente, i librai si rifiutano di prendersi in carico il romanzo.
    Ho guardato il sito della casa editrice: non si può dire se sia a pagamento o no. Non ha molti libri in catalogo (e questo è positivo: le case editrici a pagamento hanno cataloghi enormi, perché più pubblicano meglio è per loro), d’altra parte è anche una casa editrice in circolazione da poco.

    @Ylunio. Nel caso particolare può essere che ci sia una nicchia di lettori appassionati di yaoi che non vedono l’ora di comprare un romanzo yaoi in italiano. Può essere una valida operazione commerciale, al di là della (scarsissima) qualità. Un piccolo editore dubito che abbia i soldi per comprare i diritti e tradurre un romanzo yaoi giapponese.

    @Airon. Consigli di lettura: Wells? Twain? Verne?
    Poi non saprei. I miei genitori mi hanno sempre lasciata libera di leggere quello che mi pareva, non mi hanno mai comprato libri che io non avessi chiesto. Perciò non sono mai entrata nell’ottica delle fasce di età. Comunque Leviathan penso potrebbe andare bene. C’è molta azione ma di gente che muore pochissima, non c’è cinismo ed è grossomodo divertente.

  74. 235 Ylunio

    Personalmente di quel yaoi fantasy non sono riuscita a leggere neanche tutto il primo capitolo. Fisicamente e mentalmente non ci sono riuscita: troppo, troppo brutto.
    Quoto chi dice che esistono fanfic scritte meglio.
    In ogni modo non credo che si tratti di una casa editrice a pagamento. Su facebook l’autrice va dicendo un po’ ovunque quanto questa casa editrice creda in lei e nella sua saga (sono quattro libri se non sbaglio ç_ç), quindi non penso si faccia pagare. Poi magari sono ingenua io ed è solo un modo per l’autrice di farsi pubblicità..

    C’è anche chi dice di aver letto il libro sei volte e di aspettare con ansia il seguito.
    Quindi mi chiedo.. se il pubblico italiano è fatto così e vuole leggere queste cose (questi libri vendono), una casa editrice che vuole vendere non si trova nelle condizioni di dover pubblicare roba del genere per avere delle entrate?
    La casa editrice, in quanto azienda e non associazione culturale, ha il dovere di educare il lettore alla buona letteratura, o semplicemente quello di guadagnare più soldi possibili a fine mese?
    Ieri, parlando di questo, ho fatto un paragone con i caseifici che usano il latte andato a male per risparmiare ed essere più competitivi sul mercato. Solo che nel caso dei libri, non solo la letteratura che vendono queste case editrici è *marcia*, ma sembra che al pubblico questo marcio piaccia! Più del latte fresco!

  75. 234 Airon

    Sarà pure nella media per la produzione nostrana

    il punto di Angra e Gamberetta è proprio che la media nostrana fa cagare.

    Peraltro, a giudicare dall’estratto, Amon mi sembra meglio di questa fyccyna – meglio nel senso “un’unghia rotta è meglio di un calcio nelle palle”.

    * * *

    Gamberetta non so dove metterti questa domanda, non voglio fartela via mail perchè magari possono rispondere anche altri, sposta nella Fogna se vuoi: conosci fantasy per ragazzini (10/11 anni) di qualità decente? Per ragazzini intendo “senza morti cruente nè cinismo a palate – scrittura semplice e grossomodo divertente”.

    Ai tempi lessi il primo Artemis Fowl – che è carino – e soprattutto Le 13 vite e mezzo del Capitano Orso Blu, che ritengo geniale (e apprezzabile anche dai più grandi). Altre segnalazioni con le caratteristiche richieste?

  76. 233 Sky Eventide

    E’ proprio quello che è stato linkato.
    Sarà pure nella media per la produzione nostrana, ma a me fa cagare. XD Vabbè che non leggo fantasy nostrano da tanto tempo (anzi, non leggo fantasy da tanto e basta, l’ultima cosa è stato un fantasy umoristico di Terry Pratchett), am quel coso è veramente terribile. ò_ò Se mi metto a cercare fanfiction di qualche buona autrice di yaoi su EFP, trovo cose decisamente migliori. Quello è una fyccyna con gnokki.
    Ah, mi sa che la casa editrice è a pagamento, perchè mi è parso di capire dalla pagina su facebook del libro (sì, esiste) che chi lo vuole leggere deve ordinarlo alla libreria. Tecnicamente non succederebbe se la casa editrice fosse “normale”, no? Non ho controllato nel sito, comunque, quindi sono io che suppongo.

  77. 232 Gamberetta

    @Airon. Se parliamo in termini assoluti, il capitolo è brutto, il libro non avrebbe dovuto essere pubblicato, ecc. Se parliamo in confronto alla produzione degli ultimi tempi in ambito italiano è nella media. Forse addirittura un filo sopra la media.
    Per esempio è scritto meglio de L’Evocatore che su FantasyMagazine ha preso 4 stelle su 5. Qui un estratto.

  78. 231 Angra

    @Airon:

    Così a una prima occhiata mi sembra allo stesso livello di Garmir l’Eclissiomante o La Profezia di Arsalon. Ok, non proprio nella media, ma non al disotto del livello minimo di ciò che viene pubblicato da editori importanti.

  79. 230 Airon

    Be’, più o meno mi sembra nella media. Su FantasyMagazine prenderebbe 4 stelle.

    insomma… non seguo fantasymagazine, ma questo mi sembra ampiamente sotto la produzione fantatrash media: Il Re Nigga, che già è scarso, è scritto meglio (il captitolo online, almeno).

    Questo pare una fanfiction di fascia medio-bassa (e sappiamo bene come yaoi e fanfiction vadano mano nella mano).

  80. 229 Angra

    Be’, più o meno mi sembra nella media. Su FantasyMagazine prenderebbe 4 stelle.

  81. 228 Ylunio

    Ho cercato “romanzo yaoi fantasy” su google ed ecco qua http://axaly.wordpress.com/capitolo-1/

  82. 227 Gamberetta

    @Sky Eventide.

    E’ una cosa assurda che pare che la questione del “show, don’t tell” se la sia ficcata nel deretano e lì sia rimasta per fare bellezza. Mi sono letta il primo capitolo on-line su internet e sembra una barzelletta.

    Va bene, dai, soffriamo, qual è il link?

    XD Privo di logica, con inforigurgito (ho usato la parola nella mia recensione e t’ho citata, spero non disturbi)

    No, anzi, mi fa piacere. Se “inforigurgito” si diffonde sono contenta, penso sia una buona traduzione di “infodump”.

  83. 226 Sky Eventide

    E’ uscito un romanzo (presentato persino a Lucca Comics) definito la prima saga yaoi fantasy in Italia. Meno male che non leggi più fantasy italiano, perchè ti sarebbero venuti i crampi. Dico sul serio.
    E’ una cosa assurda che pare che la questione del “show, don’t tell” se la sia ficcata nel deretano e lì sia rimasta per fare bellezza. Mi sono letta il primo capitolo on-line su internet e sembra una barzelletta. XD Privo di logica, con inforigurgito (ho usato la parola nella mia recensione e t’ho citata, spero non disturbi), raccontato da cima a fondo, anatomia ignorata, medicina ignorata, uso di termini ad minchiam senza saperne il significato, caratterizzazione piegata ai voleri dell’autrice per poter fare le cosiddette scene erotiche. Ed una di queste scene è l’unica che possa definirsi quantomeno decente. Con condimento di ragazzino allupato perchè è “yaoi”.
    Tanto per farti sapere che hai ragione nel dire che gli scrittori di fantasy in Italia fanno cagare e che certuni sono stupidi perchè commentano certe boiate come “meravigliose”. Come se tu non lo sapessi già, temo.
    Comunque, grazie infinite del manuale, mi è utilissimo.

  84. 225 Gamberetta

    @Mauro.

    Nessuna censura: semplicemente, me la immaginavo talmente arrabbiata da non riuscire a trovare il termine; narrativamente è brutto?

    Il problema è che il lettore deve fare lui lo sforzo di riempire quei puntini di sospensione. Se lo fai tu gli risparmi la fatica.

  85. 224 Mauro

    Gamberetta:

    Silvia potrebbe essere la “fidanzata” di Luca invece della sua “ragazza”, così riduci ulteriormente le ragazze

    Ho volutamente evitato “fidanzata”; senza un motivo particolare, semplicemente non m’ispira. Ora vedo se riesco a rimuovere l’equivoco in un altro modo (magari inserendo il nome di Stella all’inizio, come suggerivi); in caso serva sostituirò anche quello.

    Un’altra cosa è che non sembra Scintilla abbia fatto chissà quale danno: prima piangeva Stella, poi piange Silvia. Se non interveniva c’era comunque una ragazza disperata. Secondo me Silvia dovrebbe tagliarsi i polsi o una roba del genere, altrimenti l’errore della fatina è molto opinabile

    La cosa bella è che nella prima versione (non inviata qui) Scintilla si auto-giustificava esattamente in quel modo: ‘E non ho sbagliato. Ho realizzato un sogno. E dopo non c’erano piú persone tristi di prima’ (poi l’ho sostituito con ‘E posso ancora tornare indietro/risolvere tutto’ perché la prima versione la faceva apparire – almeno a me – piú stronza di quanto non volessi).
    Comunque sí, il punto che sollevi è sicuramente giusto; però nel caso di Stella la situazione era pregressa a Scintilla, nel caso di Silvia è dovuta direttamente a lei; inoltre, l’errore di Scintilla non è (solo) in quello che ha causato a Silvia, ma nel non aver nemmeno pensato che potesse esserci qualcuno già legato a Luca. Se avesse fatto la stessa cosa sapendolo sarebbe stata una scelta (giusta o sbagliata, ma almeno scelta); senza saperlo, è una mancanza (almeno, dal mio punto di vista).
    Ci ragiono, ma in questo caso potrei lasciarlo cosí.

    ‘Quella…’ s’infilò sotto il letto ‘quella…’

    Metti quello che è (stronza?). Ché se siamo nella mente del personaggio non c’è censura

    Nessuna censura: semplicemente, me la immaginavo talmente arrabbiata da non riuscire a trovare il termine; narrativamente è brutto?

    quando dici che la ragazza è seduta sul marciapiede suona strano se per quella strada sfrecciano le macchine; oppure quando la Madre “era ferma al centro della stanza” e poi manipola lo specchio: suona strano perché di solito gli specchi sono appesi alle pareti

    Sí, mi ero immaginato uno specchio stile questo.
    Per le macchine… mi è capitato di sedermi diverse volte su un marciapiede (separato dalla carreggiata da un parcheggio lato strada, da una pista ciclabile, ecc.), non credevo suonasse strano.

    Faccio passare un po’ di tempo, cosí da lasciar sedimentare la cosa, poi torno a lavorarci su.

  86. 223 Gamberetta

    @Mauro. Meglio. Ma anche con la storia dei capelli è faticoso distinguere le due ragazze. Io proporrei che all’inizio Scintilla, mentre vola verso la ragazza, controlla un appunto che si era presa: “Stella – problemi di cuore” o qualcosa del genere. Così la puoi chiamare Stella invece che ragazza. Perché ancora, qui:

    La ragazza dormiva, un sorriso sul volto.

    Il lettore deve star lì a ragionare per capire quale ragazza sia. Se c’è il nome è meglio. Inoltre Silvia potrebbe essere la “fidanzata” di Luca invece della sua “ragazza”, così riduci ulteriormente le ragazze.

    Un’altra cosa è che non sembra Scintilla abbia fatto chissà quale danno: prima piangeva Stella, poi piange Silvia. Se non interveniva c’era comunque una ragazza disperata. Secondo me Silvia dovrebbe tagliarsi i polsi o una roba del genere, altrimenti l’errore della fatina è molto opinabile.

    A parte questo, dal punto di vista dello “Show don’t tell”, non c’è molto da dire. Puoi tagliare diversi punti di sospensione senza danno, tipo:

    Scintilla portò una mano al topazio e fece un passo indietro. «No…»

    Basta che dici No. Punto. Se vuoi che non suoni così netto metti qualche altra battuta: “No. Ti prego.”
    Qui:

    ‘Quella…’ s’infilò sotto il letto ‘quella…’

    Metti quello che è (stronza?). Ché se siamo nella mente del personaggio non c’è censura.

    Parlando in generale ti consiglieri di aggiungere qualche altro dettaglio alle descrizioni. Per esempio quando dici che la ragazza è seduta sul marciapiede suona strano se per quella strada sfrecciano le macchine; oppure quando la Madre “era ferma al centro della stanza” e poi manipola lo specchio: suona strano perché di solito gli specchi sono appesi alle pareti.

  87. 222 Mauro

    Seconda versione; ho risolto il dubbio sul sogno: a prescindere che si capisca o no ho deciso di specificare che Scintilla vede e realizza il sogno della ragazza, perché altrimenti il testo è troppo legato alla traccia dell’esercizio (se il lettore non sa che Scintilla realizza i sogni, non è detto – anzi – che capisca cos’è la parte in corsivo). Mentre lo scopo dell’esercizio, per come lo vedo io, è mostrare a prescindere dalla conoscenza della traccia.
    Per il resto, a parte alcuni rimaneggiamenti e l’inserimento di un paio di dettagli per dire dove si svolgono le scene, visto che gli equivoci derivano dalla confusione tra Stella e Silvia mi sono concentrato sull’evitarla; per farlo ho fatto due cose:

    • Ho spostato “stamattina” da dopo lo specchio (“il ragazzo di stamattina”) a prima; visto che l’appuntamento è: “Ci vediamo Sabato”, quindi plausibilmente almeno due giorni dopo (altrimenti sarebbe “oggi” o “domani”), e che sono ancora nello stesso giorno, non si sono ancora visti. Quindi l’appuntamento non può essere andato male.
    • Ho inserito: “Si attorcigliò una ciocca di capelli biondi attorno a un dito” e “una ragazza bruna“.

    Non ero certo che il primo punto sarebbe bastato, quindi ho inserito anche il secondo.

    ‘Questa volta ce la farò’. Scintilla volò verso la ragazza in lacrime seduta sul marciapiede e si posò accanto a lei. ‘Prima cosa: visualizzare il sogno’. Strinse tra la mani il topazio che aveva al collo e chiuse gli occhi.
    La ragazza rideva sottobraccio a un ragazzo. L’acqua del mare le bagnava le gambe. Si stringeva a lui, mentre il Sole si abbassava sull’orizzonte.
    Scintilla riaprì gli occhi. ‘Questa volta lo realizzerò bene’. Si tolse il topazio e lo alzò. ‘Lei. Lui. Mare. Insieme’.
    Uno squillo. La ragazza stava guardando il cellulare, il pollice sospeso sopra il tasto di risposta. Un’auto sfrecciò lungo la strada. Una nuvola di polvere investì Scintilla.
    «Pronto?» La ragazza tirò su col naso. «No…» Si asciugò le lacrime. «Sì! Voglio dire…» si alzò «quando?» Si attorcigliò una ciocca di capelli biondi attorno a un dito. «Certo! Ci vediamo Sabato!» Stava sorridendo. ‘Bene’, pensò Scintilla con un sorriso.
    La ragazza chiuse il cellulare e si allontanò correndo.
    ‘È stato facile! La Madre non potrà dire nulla!’

    La Madre era ferma al centro della stanza. «Hai capito cos’hai fatto stamattina?». Scintilla tremò.
    «Ho solo aiutato una ragazza. Ho realizzato il suo sogno!» ‘Anche se mi avevi detto che non ero in grado!’
    La Madre la guardò impassibile. Scintilla si strinse nelle braccia e abbassò gli occhi; il fuoco crepitava nel camino. La fatina rialzò lo sguardo, e fissò l’altra. ‘Non ho fatto nulla di male’.
    La Madre fece scorrere una mano sul bordo di una cornice di lucido legno scuro, e la girò. Nello specchio, una ragazza bruna seduta su un letto stava piangendo, il viso appoggiato alle ginocchia; una donna le teneva una mano sulla spalla. Ogni tanto apriva la bocca, poi la chiudeva senza dire nulla e scuoteva la testa.
    «Lei è Silvia. È – era, fino al tuo intervento – la ragazza di Luca, il ragazzo del sogno».
    Scintilla cadde sulle ginocchia. Aprì la bocca, la richiuse. Scosse le ali. ‘Non di nuovo…’
    «Io…»
    «Sei brava a realizzare i loro sogni, ma non capisci ancora le conseguenze di ciò che fai». Il pianto della ragazza echeggiava nella stanza. «Devi ancora aspettare».
    «Quanto? Sono qui da cinquant’anni! Quando potrò aiutarli anch’io?»
    «Non hai neanche duecento anni; sei giovane, Scintilla, avrai tempo per aiutarli. Ma prima devi capire come farlo». La Madre allungò una mano. «Ora…»
    Scintilla portò una mano al topazio e fece un passo indietro. «No…»
    «Te lo ridarò, quando sarai pronta; ma ora non hai il diritto di tenerlo».
    «Risolverò tutto! Starò più attenta! La mia pietra…» La parete le premette contro la schiena.
    «Starai più attenta e mi darai il topazio. Poi aspetterai nella tua stanza, mentre risolviamo quello che hai fatto».
    Scintilla abbassò lo sguardo. Con le lacrime agli occhi si sfilò la pietra e la porse di fronte a sé. La catenella lasciò le dita.
    Scintilla si girò e corse nella sua stanza.

    ‘Quella…’ s’infilò sotto il letto ‘quella…’ estrasse la borsa ‘ma cosa vuole da me?’ Gettò la borsa sul materasso e ci frugò dentro.
    ‘Come se lei non avesse mai sbagliato’.
    L’anello. Il libro. ‘Ma dov’è? Dov’è?’ Una mela.
    ‘E posso ancora risolvere tutto’.
    Gettò la borsa contro il muro. «Ma dove diavolo è finito!» Si avvicinò alla parete e rovesciò la borsa. «Era qui, sono certa che è qui…» borbottò.
    Si alzò, il freddo del rubino sul palmo. Se lo mise al collo e sorrise.
    ‘E ora, Madre, vediamo, chi ha ragione’.

    Scintilla guardò la Luna e fece un respiro profondo. Si diresse verso la finestra. La ragazza dormiva, un sorriso sul volto.
    Scintilla appoggiò una mano al vetro e sospirò. «Scusami. Per stamattina, e per ora». Strinse il rubino e chiuse gli occhi.
    La ragazza era sola, appoggiata contro un muro. Dall’altra parte del parco Silvia e Luca stavano ridendo, seduti sull’erba.
    ‘Lei. Loro. Separati. Insieme’.
    Aprì gli occhi. Una luce rossa le filtrò dalle mani e illuminò il viso della ragazza. «È meglio che dimentichi. Dimenticherete tutti, così sarà come se non fossi mai intervenuta».
    La guardò. Un gufo le passò accanto. Scintilla si allontanò volando.

    Scintilla stava guardando il cielo seduta sul bordo del tetto dell’Accademia, sulle ginocchia un giornale con degli annunci cerchiati. La fatina cercava nelle stelle i profili dei ragazzi che aveva visto quel giorno.
    «Sai come si chiama?»
    Scintilla cadde e si afferrò al bordo.
    «Madre…»
    La Madre le porse una mano. «Vieni su».
    Scintilla distolse lo sguardo e accettò l’aiuto; si sedette di fianco all’altra.
    «Stella».
    «Cosa…» La guardò.
    «Stella. La ragazza che hai provato ad aiutare. Si chiama Stella».
    Scintilla alzò lo sguardo al cielo.
    «Volevo solo renderla felice».
    «Lo so. E così anche stanotte».
    Scintilla si girò di scatto. «Io…»
    «Ma sei andata troppo indietro, non ricordava nemmeno averlo conosciuto. La tua pietra è il topazio, non il rubino. Rubino che ora deve tornare nella Sala delle Gemme, in attesa di chi potrà usarlo». La Madre tese una mano.
    Scintilla abbassò lo sguardo. ‘Due volte in un giorno…’ Diede la catenina all’altra, la pietra ancora in mano. Delle nuvole coprirono la Luna. Scintilla sospirò, e lasciò il rubino.
    «Non ti preoccupare per lei, ho rimesso le cose a posto».
    Scintilla si abbracciò le ginocchia. «Forse…» guardò il giornale «dovrei smetterla. Ci sono tante altre cose che potrei fare, anche meglio di come faccio ora».
    La Madre la guardò. «Tu sei brava a realizzare i sogni, devi solo avere la pazienza d’imparare a capire come farlo». Le mise una mano sulla spalla, si alzò e se ne andò.
    Scintilla rimase a guardare le stelle; quando il Sole illuminò la cima dei monti all’orizzonte, raccolse il giornale e tornò nella sua stanza.

  88. 221 Mauro

    Vero, hai ragione; non ci avevo pensato. Ci sto lavorando, vedo di togliere quell’equivoco.
    C’è una questione su cui sto ragionando: per com’è scritto ora, si capisce che la parte in corsivo è il sogno di Stella e che Scintilla lo realizza? O è meglio che lo specifichi in qualche modo?

  89. 220 Gamberetta

    @Mauro. Il problema di fondo è che nella prima scena chiami il personaggio “ragazza”. Nella seconda scena dici: “Nello specchio, una ragazza seduta su un letto stava piangendo” e a questo punto per il lettore è lo stesso personaggio di prima. Da qui tutti gli equivoci.

    Aggiunta perché ho letto adesso il tuo secondo commento: la ragazza piange con il viso appoggiato alle ginocchia, io ho pensato che Scintilla non la riconoscesse subito come la ragazza di prima, non fin quando la Madre conferma accennando al ragazzo.

  90. 219 Mauro

    Un’aggiunta: che la ragazza nello specchio fosse un’altra voleva essere indicato anche dal fatto che viene descritta come “una ragazza”; se fosse stata quella della mattina, essendo (almeno nelle mie intenzioni) Scintilla il punto di vista avrebbe pensato a lei come a “la ragazza” (eventualmente “la ragazza di stamattina”).

  91. 218 Mauro

    Sono stato decisamente meno chiaro di quanto pensassi…

    Gamberetta:

    non usare le virgolette alte per i dialoghi e gli apici per i pensieri, ci si confonde facilmente

    Prima erano virgolette e corsivo, ma poi ho spostato il corsivo sugli altri pezzi per chiarire che erano i sognicome visti da Scintilla; ora vedo come modificare la cosa (magari uncinate e apici).

    posso intuire che qualcosa sia andato storto, ma cosa? È troppo vago (e infatti io avevo immaginato che lui era annegato, non avevo capito che era un tradimento – se c’è un tradimento, perché appunto non è palese, lo deduco solo dall’apparire di punto in bianco di un’altra ragazza)

    Nessun tradimento; l’idea che avevo – e che evidentemente ho fallito completamente nel comunicare – era questa: ci sono due ragazze – Silvia e Stella – e Luca.

    Inizio storia: Scintilla vede Stella piangere (nella mia idea in strada, ma hai ragione: non ho dato nessun elemento per comunicarlo), si concentra e tramite il topazio vede il suo sogno: lei in riva al mare con un ragazzo (ma, me ne rendo conto ora, avrei dovuto mettere qualcosa di piú chiaro a indicare che stava piangendo per qualcosa legato a lui; la telefonata per me era chiara, ma probabilmente solo perché imaginandola sapevo anche l’altra metà). Lo realizza e lei viene chiamata da lui, che le dà un appuntamento.

    Seconda scena: la Madre fa notare a Scintilla che Luca aveva già una ragazza, Silvia, che è stata mollata perché per la magia il ragazzo ha deciso di mettersi con Stella. Il senso della frase della Madre – “Lei è Silvia. È – era, fino al tuo intervento – la ragazza di Luca, il ragazzo di stamattina” – è quello.

    Terza scena: questa almeno direi che è ovvia.

    Quarta scena: la ragazza che sorride è Stella; mi sono chiesto se fosse chiaro, poi ho lasciato cosí sperando che l’assenza del nome fosse sufficiente: non si sa come si chiama, mentre si sa che l’altra si chiama “Silvia”, quindi se avessi voluto riferirmi a lei avrei scritto: “Silvia dormiva, un sorriso sul volto”. Temevo che qui non sarebbe stato chiaro, ma la cosa è peggiorata dalla poca chiarezza dei pezzi precedenti.

    Quinta scena: “Stella” non indica il fallimento della magia, non ha un significato particolare (è il primo nome che mi è venuto in mente); l’idea era che la prima magia avesse fatto mettere insieme Luca e Stella, ma Scintilla, nel farla, non si era chiesta se lui stesse già con qualcun altro; la seconda serviva a far dimenticare quanto accaduto, in modo da riportare la situazione a com’era prima che Scintilla intervenisse, ma lei ha esagerato e la ragazza ha dimenticato troppo (“sei andata troppo indietro, non ricordava nemmeno averlo conosciuto”).

    Buono che a livello di stile e di non raccontare va bene; ora cerco di riscriverlo in modo che sia piú chiaro (ma tanto piú chiaro).

  92. 217 Gamberetta

    @Mauro. Nota tipografica: non usare le virgolette alte per i dialoghi e gli apici per i pensieri, ci si confonde facilmente.

    Detto questo mostrato è mostrato, però è troppo poco mostrato. Nel senso che non è che ci sia del raccontato da trasformare in mostrato, mancano proprio dei dettagli.

    Mancano sia a livello “terra terra” sia a livello di storia. A livello più basso avresti dovuto spendere qualche parola per definire le situazioni. Per esempio all’inizio quando passa la macchina si rimane un attimo perplessi, perché non era chiaro che la ragazza fosse all’aperto. Sarebbe bastato aggiungere qualcosa tipo: “[...] verso la ragazza in attesa alla fermata del tram” perché la scena fosse molto più chiara.

    A livello di storia è dura capire quello che succede. Ok, non spiegare, ma solo se il mostrato è auto evidente. Quando scrivi:

    Nello specchio, una ragazza seduta su un letto stava piangendo, il viso appoggiato alle ginocchia; una donna le teneva una mano sulla spalla. Ogni tanto apriva la bocca, poi la chiudeva senza dire nulla e scuoteva la testa.

    Io posso intuire che qualcosa sia andato storto, ma cosa? È troppo vago (e infatti io avevo immaginato che lui era annegato, non avevo capito che era un tradimento – se c’è un tradimento, perché appunto non è palese, lo deduco solo dall’apparire di punto in bianco di un’altra ragazza).
    Così pure:

    Si diresse verso la finestra. La ragazza dormiva, un sorriso sul volto.

    Io penso: WTF? Ma se prima stava piangendo come una fontana? Ah, no, è una ragazza diversa! Ma da dove sbuca?
    Infine:

    Scintilla distolse lo sguardo e accettò l’aiuto; si sedette di fianco all’altra.
    “Stella”.
    “Cosa…” La guardò.
    “Stella. La ragazza che hai provato ad aiutare. Si chiama Stella”.
    Scintilla alzò lo sguardo al cielo.
    “Volevo solo renderla felice”.
    “Lo so. E così anche stanotte”.

    Semplicemente non ho capito. Perché il fatto che la seconda ragazza si chiami “Stella” indica che Scintilla abbia sbagliato la magia?

    Non è scritto male a livello di stile ma devi mettere molti più dettagli.

  93. 216 Mauro

    Scintilla, scelgo te! Ecco il mio esercizio; anticipo che ho una domanda (nulla di particolarmente rilevante), ma aspetto di leggere il giudizio.

    ‘Questa volta ce la farò’. Scintilla volò verso la ragazza in lacrime e si posò accanto a lei; strinse tra la mani il topazio che aveva al collo e chiuse gli occhi.
    La ragazza rideva sottobraccio a un ragazzo. L’acqua del mare le bagnava le gambe. Si stringeva a lui, mentre il Sole si abbassava sull’orizzonte.
    Scintilla riaprì gli occhi. ‘Questa volta è facile’. Si tolse il topazio e lo alzò. ‘Lei. Lui. Mare. Insieme’.
    Uno squillo. La ragazza stava guardando il cellulare, il pollice sospeso sopra il tasto di risposta. Un’auto sfrecciò lungo la strada. Una nuvola di polvere investì Scintilla.
    “Pronto?” La ragazza tirò su col naso. “No…” Si asciugò le lacrime. “Sì!” Stava sorridendo. ‘Bene’, pensò Scintilla con un sorriso. “Voglio dire…” la ragazza si alzò “quando?” Si attorcigliò una ciocca di capelli attorno a un dito. “Certo! Allora ci vediamo Sabato!”
    La ragazza chiuse il cellulare e si allontanò correndo.
    ‘È stato facile! La Madre non potrà dire nulla!’

    “Hai capito cos’hai fatto?” chiese la Madre. Scintilla tremò.
    “Ho solo… aiutato una ragazza. Ho realizzato il suo sogno!” ‘Anche se mi avevi detto che non ero in grado!’
    La Madre la guardò impassibile. Scintilla si strinse nelle braccia e abbassò gli occhi; il fuoco crepitava nel camino. Scintilla rialzò la testa, e fissò l’altra. ‘Non ho fatto nulla di male’.
    La Madre fece scorrere una mano sul bordo di una cornice di lucido legno scuro, e la girò. Nello specchio, una ragazza seduta su un letto stava piangendo, il viso appoggiato alle ginocchia; una donna le teneva una mano sulla spalla. Ogni tanto apriva la bocca, poi la chiudeva senza dire nulla e scuoteva la testa.
    “Lei è Silvia. È – era, fino al tuo intervento – la ragazza di Luca, il ragazzo di stamattina”.
    Scintilla cadde sulle ginocchia. Aprì la bocca, la richiuse. Scosse le ali. ‘Non di nuovo…’
    “Io…”
    “Sei brava a realizzare i loro sogni, ma non capisci ancora le conseguenze di ciò che fai”. Il pianto della ragazza echeggiava nella stanza. “Devi ancora aspettare”.
    “Quanto? Sono qui da cinquant’anni! Quando potrò aiutarli anch’io?”
    “Non hai neanche duecento anni; sei giovane, Scintilla, avrai tempo per aiutarli. Ma prima devi capire come farlo”. La Madre allungò una mano. “Ora…”
    Scintilla portò una mano al topazio e fece un passo indietro. “No…”
    “Te lo ridarò, quando sarai pronta; ma ora non hai il diritto di tenerlo”.
    “Risolverò tutto! Starò più attenta! La mia pietra…” La parete le premette contro la schiena.
    “Starai più attenta e mi darai il topazio. Poi aspetterai nella tua stanza, mentre risolviamo quello che hai fatto”.
    Scintilla abbassò lo sguardo. Con le lacrime agli occhi si sfilò la pietra e la porse di fronte a sé. La catenella lasciò le dita.
    Scintilla si girò e corse nella sua stanza.

    ‘Quella… quella… ma cosa vuole da me?’
    Si infilò sotto il letto, estrasse la borsa, la gettò sul materasso e ci frugò dentro.
    ‘Come se lei non avesse mai sbagliato.’
    L’anello. Il libro. ‘Ma dov’è? Dov’è?’ Una mela.
    ‘E posso ancora tornare indietro.’
    Gettò la borsa contro il muro. “Ma dove diavolo è finito!” Si avvicinò alla parete e rovesciò la borsa. “Era qui, sono certa che è qui…” borbottò.
    Si alzò. Sentiva il freddo del rubino sul palmo. Se lo mise al collo e sorrise.
    ‘E ora, Madre, vediamo, chi ha ragione.’

    Scintilla guardò la Luna e fece un respiro profondo. Si diresse verso la finestra. La ragazza dormiva, un sorriso sul volto.
    Scintilla appoggio una mano al vetro e sospirò. ‘Scusami. Per prima, e per ora’. Strinse il rubino e chiuse gli occhi.
    La ragazza era sola, appoggiata contro un muro. Dall’altra parte del parco Silvia e Luca stavano ridendo, seduti sull’erba.
    ‘Lei. Loro. Separati. Insieme’.
    Aprì gli occhi. Una luce rossa le filtrò dalle mani e illuminò il viso della ragazza. ‘È meglio che dimentichi. Dimenticherete tutti, così sarà come se non fossi mai intervenuta’.
    La guardò. Un gufo le passò accanto. Scintilla si allontanò volando.

    Scintilla stava guardando il cielo seduta sul bordo del tetto dell’Accademia, sulle ginocchia un giornale con degli annunci cerchiati. La fatina cercava nelle stelle i profili dei ragazzi che aveva visto quel giorno.
    “Sai come si chiama?”
    Scintilla cadde e si afferrò al bordo.
    “Madre…”
    La Madre le porse una mano. “Vieni su”.
    Scintilla distolse lo sguardo e accettò l’aiuto; si sedette di fianco all’altra.
    “Stella”.
    “Cosa…” La guardò.
    “Stella. La ragazza che hai provato ad aiutare. Si chiama Stella”.
    Scintilla alzò lo sguardo al cielo.
    “Volevo solo renderla felice”.
    “Lo so. E così anche stanotte”.
    Scintilla si girò di scatto. “Io…”
    “Ma sei andata troppo indietro, non ricordava nemmeno averlo conosciuto. La tua pietra è il topazio, non il rubino. Rubino che ora deve tornare in magazzino, in attesa di chi potrà usarlo”. La Madre tese una mano.
    Scintilla abbassò lo sguardo. ‘Due volte in un giorno…’ Diede la catenina all’altra, la pietra ancora in mano. Delle nuvole coprirono la Luna. Scintilla sospirò, e lasciò il rubino.
    “Non ti preoccupare per lei, ho rimesso le cose a posto”.
    Scintilla si abbracciò le ginocchia. “Forse…” guardò il giornale “dovrei smetterla. Ci sono tante altre cose che potrei fare, anche meglio di come faccio ora”.
    La Madre la guardò. “Tu sei brava a realizzare i sogni, devi solo avere la pazienza d’imparare a capire come farlo”. Le mise una mano sulla spalla, si alzò e se ne andò.
    Scintilla rimase a guardare le stelle; quando il Sole illuminò la cima dei monti all’orizzonte, raccolse il giornale e tornò nella sua stanza.

  94. 215 tasso barbasso

    @Gamberetta.

    Grazie per la risposta. Se avrò tempo farò una ricerca sull’argomento.

  95. 214 Gamberetta

    @tasso barbasso. Mi sono dimenticata di rispondere, ma comunque la risposta è no. Non conosco nessun saggio specifico che parli del problema nei termini che tu indichi.

  96. 213 tasso barbasso

    Ehm… la risposta è implicita o ti è solo sfuggito il messaggio?

  97. 212 tasso barbasso

    @Gamberetta.

    Il solito: le espressioni astratte non rendono molto (…). Ma nel fluire dei pensieri in prima persona ci può stare la prima, la seconda o entrambe le espressioni. Con la consapevolezza che più stai vicino alla seconda (particolari concreti) più è una buona idea.

    Ok, ora mi sembra chiaro. Devo dire che questo modo di intendere la narrazione – parlo della sua forma “radicale” e di alcune applicazioni più “avanzate”, visto che i principi generali mi sembra siano in circolazione fin dalle origini della letteratura (per non parlare dell’uso e dello studio che se ne fa in altri campi, come in psicoterapia per esempio) – lo trovo interessante soprattutto per le sue implicazioni (e applicazioni) nel campo di una teoria generale della comunicazione. Mi sembra estremamente interessante già il fatto stesso che si possa pensare di costruire una teoria della tecnica narrativa che sia così rigorosamente ancorata (ossia “quanto più, tanto meglio”) a questo principio.

    Intendo dire che mi piacerebbe indagare il principio narrativo (visto nella sua forma più “estrema”) dal punto di vista delle implicazioni genericamente antropologiche (soprattutto in termini di origini e conseguenze) e delle relative connessioni con il campo della espressività artistica. Un po’ più nel concreto: la tendenza letteraria a rappresentare personaggi e situazioni con una tecnica che escluda (quanto più possibile) un linguaggio astratto, impreciso o addirittura non oggettivo, è un fatto di enorme interesse al di là dei risultati artistici; ossia è interessante osservare le motivazioni e le conseguenze della diffusione di un visione che alla fin fine, di fatto, porta a rappresentare sempre meno la soggettività, l’astrattezza e l’imprecisione dei punti di vista di personaggi e narratore.

    Che tu sappia, sono stati scritti dei saggi (magari nella forma dell’analisi multidisciplinare di una specifica opera) che affrontano l’intera faccenda in questi termini?

  98. 211 Gamberetta

    @tasso barbasso.

    Questo vuol dire che invece le riflessioni o le opinioni dei personaggi (ad esempio: “quel locale mi rende sempre triste” oppure “quel locale lo considero un posto triste, ma non saprei spiegare il motivo”), non sono inclusi in questo tipo di narrazione?

    Il solito: le espressioni astratte non rendono molto. Possono andare, ma se scrivi: “questo locale mi ricorda la mia cella quando ero in galera”, riesci meglio a comunicare la tristezza/disagio.

    È corretto dire che la frase “Noto un po’ di apprensione sul faccione del Rossi”, tu la consideri un errore e la trasformeresti in una cosa tipo “Il faccione del Rossi si contrae, i suoi occhi si stringono”?

    Anche qui già spiegato che la prima non è scorretta, però è un po’ fiacca. Perché il lettore si chiede: “Ovvero qual era l’espressione sul faccione del Rossi?”
    Perciò la seconda è migliore. Ma nel fluire dei pensieri in prima persona ci può stare la prima, la seconda o entrambe le espressioni. Con la consapevolezza che più stai vicino alla seconda (particolari concreti) più è una buona idea.

  99. 210 drJack

    @ Gamberetta:
    Sì, il mio dubbio era solo per il dettaglio concreto, che in pratica richiama un’emozione.
    Mentre capisco che l’aggiunta della spiegazione sia astratta.
    Tremolio delle gambe (dettaglio concreto va bene) per la paura (spiegazione di troppo).
    Grazie per la precisazione.

  100. 209 tasso barbasso

    @Gamberetta.

    Nessuno ti vieta di descrivere dove si trovi il personaggio e l’ambiente che lo circonda (…). In fondo anche “guardare”, “esaminare”, “studiare”, “fissare”, “rilevare”, “ascoltare”, “annusare”, ecc. sono azioni.

    Questo vuol dire che invece le riflessioni o le opinioni dei personaggi (ad esempio: “quel locale mi rende sempre triste” oppure “quel locale lo considero un posto triste, ma non saprei spiegare il motivo”), non sono inclusi in questo tipo di narrazione?

    È corretto dire che la frase “Noto un po’ di apprensione sul faccione del Rossi”, tu la consideri un errore e la trasformeresti in una cosa tipo “Il faccione del Rossi si contrae, i suoi occhi si stringono”?

    p.s. Se faccio troppe domande dimmelo tranquillamente!

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