Appunti di editing

In questi ultimi mesi di editing e valutazioni – a proposito, per chi fosse interessato sono ancora disponibile almeno fino a questa estate; maggiori informazioni qui – ho notato una serie di problemi comuni. Di alcuni ho già parlato nei Manuali (1 – Descrizioni, 2 – Dialoghi, 3 – Mostrare) o nelle FAQ, ma repetita iuvant.

* * *

Partendo dalle questioni più semplici:

Icona di un gamberetto Curate la grammatica. Io non sono una grammar nazi: non mi scandalizzo se una persona confonde gli accenti e scrive perchè invece di perché; non mi sembra che la lingua italiana sia stuprata da una virgola messa in maniera dubbia o da un refuso. Ma tenete conto che il tipico editor non ha conoscenze di narrativa e dunque per lui la grammatica diventa un serio criterio di valutazione. Se ci tenete a pubblicare, non sottovalutate questo aspetto.
Se usate Word gli errori più comuni sono rilevati dal correttore e non avrete problemi a correggere; se vi sorgono dei dubbi consultate una grammatica o cercate tra i migliaia di siti che si occupano dell’argomento.
Però attenzione: una gestione accurata del punto di vista ha sempre la priorità. Se scrivete con il punto di vista di un analfabeta/ritardato (come nelle prime pagine di Baudolino di Umberto Eco o di Fiori per Algernon di Daniel Keyes) dovete essere sgrammaticati; se il punto di vista è quello di un adolescente cerebroleso (come nei romanzi di Moccia) dovete sbagliare i congiuntivi.
A meno che non stiate scrivendo literary fiction, la verosimiglianza è una delle vostre priorità, se non la principale, perciò fregatevene di quello che diceva la maestra e fate pensare e parlare i vostri personaggi come farebbero se fossero vivi. E sì, ogni tanto diranno persino le parolacce! Ommioddio!

Copertina di Baudolino
Copertina di Baudolino

Icona di un gamberetto Tenete sottomano un vocabolario, ce ne sono anche molti gratuiti online – io al momento uso quello Treccani. Se avete dubbi su una parola, controllate. Non ci fate una bella figura quando in fondo a una mappa scrivete che c’è una “leggenda” invece di una “legenda”.
Così come non ci fate una bella figura se non conoscete bene il significato delle parole e scrivete frasi stile:

Mi abbagliano gli occhi le luci chiassose dei negozi [...]

Sì, sta roba la scrive un autore pubblicato, anche se il brano da cui cito è inedito. Consultando un vocabolario, il signore di cui sopra scoprirebbe che è inutile specificare che l’abbaglio è agli occhi, così come è inutile sottolineare che l’acqua è bagnata.

Icona di un gamberetto Attualmente si tende a eliminare le cosiddette “d” eufoniche. Ovvero quando si trovano vicine due vocali si tralascia la “d”: “e i fiori” e non “ed i fiori”; “o ancora” e non “od ancora”; “a Umberto” e non “ad Umberto”; “a ogni” e non “ad ogni”; e così via. Se la vocale è uguale si mantiene la “d”: “ad avercene”, “ed erbacce”, ecc. Un’eccezione è “ad esempio” che appunto si scrive in questa maniera – ma potete sempre usare la locuzione equivalente “per esempio”.

Icona di un gamberetto Non scrivete paragrafi troppo lunghi. Se vedete che cominciano a occupare mezza pagina, spezzateli. Trovarsi di fronte a un “muro di testo” invoglia pochissimo a leggere. Inoltre un “muro di testo” comunica al lettore che forse non avete le idee chiare; dà l’impressione che l’intera storia sia un unico paciugo di parole, senza una chiara concatenazione di eventi.
In particolare attenzione alla lunghezza delle battute nei dialoghi: quando scrivete che un personaggio parla, il lettore se lo immagina; se il personaggio va avanti e avanti e avanti e avanti a cianciare senza pause diviene una situazione inverosimile, nessuno ha tutto quel fiato!

Fatto curioso

Una delle battute più lunghe di tutti i tempi si trova nel romanzo di fantascienza di Ayn Rand Atlas Shrugged (il romanzo è del 1957, giusto 50 anni dopo, nel 2007, ne è apparsa una traduzione italiana in tre volumi con il titolo La rivolta di Atlante EDIT: ne era già uscita un’edizione nel 1958 per i tipi di Garzanti): nella parte III, capitolo VII, John Galt inizia a parlare e va avanti per un’ottantina di pagine (circa 33.000 parole nell’edizione inglese). Sì, proprio così: aperte virgolette e via con una sola battuta di dialogo da ottanta pagine, senza pause. Potere dell’oggettivismo!

Copertina di Atlas Shrugged
Copertina di Atlas Shrugged

Non imitate la signora Rand e inserite delle pause. Ma per piacere, non fatelo in modo artefatto. Scrivere:

«bla bla bla bla.» Michele fece una pausa. «bla bla bla bla.»

È bruttissimo. Osservate le persone mentre parlano: non fanno pause “a vuoto”. Bevono un bicchiere d’acqua, si siedono o si alzano, si aggiustano la sciarpa, si sistemano gli occhiali, tossiscono, sorridono, gesticolano, sollevano gli occhi al cielo, si grattano la punta del naso, arricciano la fronte, sbadigliano, si stiracchiano, ecc. Non si bloccano di colpo senza espressione stile stoccafisso per “fare una pausa”. È innaturale e al limite del ridicolo.

Pesce perplesso
La classica espressione da pesce lesso che assumono i personaggi facendo pause a destra e a manca

Icona di un gamberetto Mettete i soggetti alle frasi, se il soggetto implicito non è chiaro. In generale, quando si incontra un soggetto implicito, il lettore assume che sia lo stesso soggetto della frase precedente; se non è così, dovete inserire esplicitamente il soggetto.

Michele si avvicinò al giardino della casa. Rognone, il cane di Anna, gli corse incontro. Gli saltellò davanti, abbaiò, andò a recuperare la pallina da tennis.
Scavalcò il cancello.

È stato Michele o è stato il cane a scavalcare il cancello? Se lascio così il lettore penserà che sia il cane, perché lui è il soggetto della frase precedente; se a scavalcare è invece Michele, devo scriverlo.

Michele si avvicinò al giardino della casa. Rognone, il cane di Anna, gli corse incontro. Gli saltellò davanti, abbaiò, andò a recuperare la pallina da tennis.
Michele scavalcò il cancello.

Altro esempio:

Anna abbracciò Silvia e lanciò un’occhiata a Maria. Non era alta quanto lei, ma superava di tutta la testa la rivale. Si scostò dalla ragazza bionda e la chiamò.

Nota: ho parafrasato un vero passaggio che mi è capitato di leggere. Riuscite a venirne a capo? Sembra un puzzle. Per capire chi era chi ho dovuto rileggere la pagina tre volte. Sarebbe dovuto essere:

Anna abbracciò Silvia e lanciò un’occhiata a Maria. Silvia non era alta quanto Anna, ma superava di tutta la testa Maria. Anna si scostò da Silvia e chiamò Maria.

Non fate venire il mal di testa ai lettori: mettete i soggetti! Non importa se dovete ripetere i nomi dei personaggi, i nomi dei personaggi sono trasparenti, ovvero il lettore li registra in modo inconscio, non distraggono dalla lettura.
Ricordatevi anche di mettere i soggetti quando cambiate punto di vista, per esempio se lo cambiate da un capitolo all’altro: se il capitolo 1 è con il punto di vista di Anna e il capitolo 2 è con quello di Michele, non potete cominciare il capitolo 2 usando un soggetto implicito.

Si alzò e andò in bagno.

Ma chi? Anna o Michele? Il lettore penserà Anna, se a lei era dedicato il capitolo precedente. Lo stesso vale per gli incipit: mettete il soggetto, non ha senso nascondere l’identità di chi compie le azioni.

Icona di un gamberetto A proposito di ripetizioni: non sono il male. Qual è il problema delle ripetizioni? È che quando si ripete la stessa parola (o parole dal suono simile) troppe volte in poco spazio si attira l’attenzione su quella parola, ovvero il lettore è distratto dalla storia perché infastidito da una imperfezione nello stile. Ma non succede così spesso: tante volte le ripetizioni sono naturali e non creano problemi, viceversa usare sinonimi a tutti i costi può infastidire di più. Classico esempio:

Michele timbrò il biglietto del tram, Anna timbrò il suo.

Non credo che nessuno abbia “fastidio” con una frase del genere. Ma se scrivo:

Michele timbrò il biglietto del tram, Anna obliterò il suo.

Il bruttissimo sinonimo è un pugno nell’occhio. Così come se scrivo:

Michele timbrò il biglietto del tram, Anna compì lo stesso gesto.

costringo il lettore a un lavoro in più per sostituire lui, nella sua mente, “compì lo stesso gesto” con “timbrò”.
Se potete eliminare le ripetizioni non volute senza danno fatelo pure, ma attenzione che la cura non sia peggiore del male – tante volte lo è.

Biglietto del tram
Un biglietto del tram non proprio recentissimo

C’è poi un partito anti ripetizioni che agisce in base a ragioni filosofiche: secondo costoro, un autore dovrebbe eliminare le ripetizioni per dimostrare di possedere un ampio e ricco bagaglio di termini.
I rappresentanti di questo partito andrebbero catturati e spogliati; andrebbe praticato loro un taglio nell’addome per estrarne l’intestino. Legato l’intestino a un palo e pungolati da una lancia, costoro dovrebbero essere costretti a correre in tondo, fino a sbudellarsi da soli.
Se un lettore si compiace del vocabolario dell’autore vuole dire che è fuori dalla storia e dunque quello scrittore è un pessimo scrittore. No, non ho voglia di discuterne, è una verità auto evidente.
Questo non vuol dire che un bravo scrittore conosce solo cento parole cento, vuole dire che usa le parole più appropriate per raccontare la sua storia indipendentemente se questo potrebbe o no dimostrare che ha un ampio vocabolario. Occorre scegliere le parole in base alla loro efficacia nell’ambito di quello che si sta scrivendo, non per dimostrare di essere fighi. Sigh.

Icona di un gamberetto Le espressioni che indicano una volontà del personaggio di compiere un’azione sono sempre pleonastiche.

Michele salì le scale.

È uguale a:

Michele decise di salire le scale.

Con il vantaggio che è più elegante: si esprime lo stesso identico concetto con meno parole; la lettura risulta più fluida e piacevole.
Se un personaggio compie un’azione è ovvio che ha deciso di compierla. Se si vuole sottolineare il processo di decisione occorre mostrarlo.

Michele si trovò nell’atrio. A destra salivano le scale, a sinistra si apriva la porta dell’ascensore. Michele imboccò le scale.

Se io voglio che la decisione non sia così “netta” non devo scrivere:

Michele si trovò nell’atrio. A destra salivano le scale, a sinistra si apriva la porta dell’ascensore. Michele decise di imboccare le scale.

Perché ho scritto un capoverso identico per significato al precedente, solo sprecando due parole. Invece dovrei scrivere:

Michele si trovò nell’atrio. A destra salivano le scale, a sinistra si apriva la porta dell’ascensore. Michele si grattò il pizzetto. Se prendo le scale rischio di far rumore e svegliare Anna. Ma l’ascensore mi dà la claustrofobia. Alzò la testa: l’orologio appeso alla parete segnava mezzogiorno. Be’, Anna sarà già in piedi. Michele imboccò le scale.

No, non ci sono vie di mezzo: se Michele è in dubbio dovete scrivere come qui sopra (o simile), se non è in dubbio imbocca le scale e basta. Scrivere che “decise”, o anche scrivere:

Michele si trovò nell’atrio. A destra salivano le scale, a sinistra si apriva la porta dell’ascensore. Michele ragionò attentamente su quello che avrebbe dovuto o potuto fare e infine decise prontamente che gli sarebbe convenuto sicuramente imboccare le scale.

è uguale a scrivere che “imboccò le scale”, solo avrete sprecato un sacco di parole per dirlo. E no, non è un peccato veniale: la vita è una sola e far buttare tempo a chi vi legge solo perché non sapete scrivere è da persone incivili.

Scale dentro un ascensore
Qualche volta l’ascensore si apre su una rampa di scale

Icona di un gamberetto Sono anche pleonastiche le espressioni “riuscire a”, “tentare di”, “provare a” e così via. Un personaggio o fa qualcosa o non la fa.

Michele riuscì a parare il colpo.

È uguale a:

Michele parò il colpo.

È lo stesso discorso fatto per il decidere: o si taglia o si “spacchetta” mostrando. Se la parata è affare complicato, occorre mostrare i movimenti; mettere un “riuscì” non serve a nulla se non a sprecare inchiostro.
Lo stesso per il “provare”:

Michele provò a girare la chiave. La porta si aprì.

È uguale a:

Michele girò la chiave. La porta si aprì.

Se si crede che “provare a girare” e “girare” siano azioni diverse, be’, occorre mostrare tale differenza.

Icona di un gamberetto Sono spesso pleonastici anche i verbi legati alle percezioni. È inutile scrivere che il personaggio punto di vista vede, guarda, ascolta, annusa, ecc. Basta riferire le sensazioni. Qualche rara volta si possono usare verbi di questo tipo, ma deve essere una scelta consapevole per cui volontariamente si vuole allontanare la telecamera dal personaggio punto di vista.

Michele andò alla finestra e vide il cane che correva in giardino. Osservò gli uccellini saltare da un ramo all’altro. Scrutò il gatto che dormiva tra l’erba.

Posso tagliare i verbi di percezione e scrivere:

Michele andò alla finestra. Il cane correva in giardino, gli uccellini saltavano da un ramo all’altro, il gatto dormiva tra l’erba.

Come si fa a comunicare al lettore che un personaggio guarda, oppure osserva o addirittura osserva attentamente? Non certo dicendolo, bensì aggiungendo o togliendo particolari:

Michele andò alla finestra. Il cane correva in giardino, gli uccellini saltavano da un ramo all’altro. Il gatto era disteso tra le pianticelle di trifoglio; teneva gli occhi chiusi e le zampette posate accanto al muso. Il pelo bianco striato di arancione sulla pancia si alzava e si abbassava a ogni lento respiro.

Michele vede il cane e gli uccellini ma osserva il gatto. Non ho bisogno di dirlo, è implicito nel modo in cui descrivo.
Tuttavia posso volontariamente scrivere che Michele “osserva” per creare una distanza tra la telecamera e il personaggio; può venire utile in qualche raro caso. E sottolineo il raro. Nella gran parte dei casi si può togliere il vedere, osservare, scrutare, studiare, guardare e simili.
Lo stesso vale per l’udito, l’olfatto, il gusto, il tatto. E il sesto senso: non c’è bisogno di scrivere che un personaggio “sente” o “percepisce” determinate sensazioni, basta metterle.

Michele entrò nel manicomio abbandonato. Sentì che qualcosa non andava.

Diventa:

Michele entrò nel manicomio abbandonato. Qualcosa non andava.

E notare che usare espressioni stile “qualcosa non andava” è di una tristezza infinita. Qualcosa che cosa? Ditelo! Non siate mai generici, nebulosi, approssimativi; invece…

Icona di un gamberetto Siate netti. E non perché lo dico io, ma perché il cervello degli esseri umani funziona in una determinata maniera. Se io scrivo:

Il tavolo sembrava di una tonalità che quasi si avvicinava al rosso.

È uguale a scrivere:

Il tavolo era rosso.

Non è colpa di nessuno, semplicemente gli esseri umani non hanno l’hardware mentale per elaborare “sembrava di una tonalità che quasi si avvicinava”, dunque sono parole sprecate.
Perciò via i “quasi”, i “sembra”, i “piuttosto”, i “circa” e simili. Non dite quello che sembra, dite quello che è.

Tavolo rosso
Un tavolo rosso. E sotto c’è un orso rosso. È pur sempre il primo maggio

Icona di un gamberetto E ritorniamo a parlare di verbi pleonastici con una categoria a metà tra quelli di decisione e quelli di percezione, ovvero i verbi legati ai pensieri: pensare, riflettere, ragionare, rendersi conto, ma anche ricordare, rievocare, ecc.

Michele lesse le istruzioni appese alla parete e si rese conto che doveva subito lasciare la cripta.

Diventa:

Michele lesse le istruzioni appese alla parete. Doveva subito lasciare la cripta!

Oppure si può far pensare direttamente Michele, se il “rendersi conto” voleva implicare un sofisticato processo mentale:

Michele lesse le istruzioni appese alla parete. Per la miseriaccia, sono proprio una testa di pigna! Se non lascio subito la cripta sarò divorato dagli zombie.

Altro esempio:

Michele alzò il viso al sole splendente. Pensò che fosse proprio una bella giornata.

Diventa:

Michele alzò il viso al sole splendente. Era proprio una bella giornata.

O anche:

Michele alzò il viso al sole splendente. Acciderbolina, che bella giornata!

Un esempio con i ricordi:

Michele sedeva solo al tavolino del bar. Sorseggiava la cioccolata calda e piangeva. Gli tornò in mente quando l’aveva bevuta con Anna, solo una settimana prima.

Diventa:

Michele sedeva solo al tavolino del bar. Sorseggiava la cioccolata calda e piangeva. L’aveva bevuta con Anna solo una settimana prima.

Icona di un gamberetto A proposito degli aggettivi/avverbi/termini astratti o generici che andrebbero eliminati. Ne ho parlato ampiamente nell’articolo dedicato al Mostrare, l’argomento è vasto e dunque non è il caso di ripetermi. Però, per chi fosse ancora in dubbio, vi propongo questo esperimento: uscite di casa. Sì, lo so, è tremendo, ma fatelo.
Camminate per una via affollata, magari sedetevi su una panchina e osservate i passanti (che “sembrano passare”, come ci insegna Dimitri). Noterete che ci sono delle persone pensierose, altre felici, alcune arrabbiate, altre ancora nervose o allegre e così via. Ma nessuna gira con un cartello al collo con indicato il proprio stato d’animo, dunque come fate a capire se qualcuno, per esempio, è arrabbiato?
Magari lo capite perché ha appena tirato un calcio al muro, o ha appena gridato alla sua ragazza che è una stronza, o ha sbattuto per terra il cono gelato che stava mangiando. E il tizio nervoso? Forse si mangia le unghie e guarda sempre l’orologio. Quello felice sorride, tiene una bambina in braccio, gioca a lanciare il legnetto al cane e si lascia leccare la mano quando l’animale torna indietro.
Nessun Narratore Onnisciente è calato dal cielo a indicare le persone e a dirci che quello è “arrabbiato” e quell’altro è “allegro”, eppure lo abbiamo capito. Così come lo capiscono i lettori di un romanzo se, invece di usare etichette, mostriamo azioni che denotano i sentimenti che vogliamo trasmettere.
Si può fare anche un esperimento mentale contrario: immaginate i passanti immobili e appiccicato a un ognuno un cartello. “Sono arrabbiato”, “Sono felice”, “Sono nervoso”. Vi sembrerebbero davvero persone arrabbiate, felici o nervose? No. Sembrerebbero manichini con un cartello.
La prossima volta che scrivete:

Anna era arrabbiata.

Pensate a una tizia imbambolata con un cartello al collo: è questo che trasmettete al lettore, non gli state mostrando una persona arrabbiata.

Anna diede uno schiaffo a Michele. «Brutto deficiente, erano i soldi per l’affitto quelli!» Prese la bottiglia di whiskey e la frantumò contro il muro. «La devi finire di bere o ti mollo! Coglione!»

Ora ci siamo.
Una noticina finale sugli aggettivi: metteteli dopo i nomi. “La casa rossa”, “Il piano inclinato”, “Il gatto curioso” – no, questo no! Mostrate! chikas_pink32.gif , ecc. Qualche volta suona meglio metterli prima, ma di solito il risultato è scrivere come un poeta dei poveri: “Sul verde tavolo saltò il curioso gatto”.

Icona di un gamberetto Ho notato spesso che le descrizioni non sono coerenti con il punto di vista. In particolare vedo difficoltà nel descrivere quando il personaggio punto di vista conosce bene l’ambiente. Mettiamo che il punto di vista sia della principessina Anna. Se io scrivo:

Anna entrò nella sua stanza. Alle pareti erano appesi i poster di Sir Goffredo, cacciatore di draghi, e della strega Ermenegilda. Il letto a baldacchino occupava la parete opposta alla porta. Sul lenzuolo rosa erano poggiati una mezza dozzina di cuscini. Il comodino era di mogano con intarsi d’oro; sul ripiano di cristallo erano impilati libri di cucina e romanzi di avventura. Tendine a fiorellini erano tirate davanti alla finestra.

sbaglio? Be’, la descrizione è un po’ statica e a tratti generica, ma non è quello l’errore, l’errore è che Anna conosce la propria stanza a menadito e non si soffermerebbe mai a rilevare questi particolari. Li vede tutti i giorni magari da anni, non li nota più. Scrivendo in questo modo si esce dalla testa di Anna e se il lettore era comodo nel cranio della principessina proverà fastidio.

Cranio abitabile
Magari il cranio della principessina Anna era comodo come questo

Come si può fare per mantenere la descrizione (perché magari ha importanza più avanti nella storia)? Le soluzioni sono due. O si cambia punto di vista – per esempio prendendo quello di Michele, amico di Anna che però non è mai stato nella camera di lei – oppure bisogna essere un attimo furbi. Una soluzione è far interagire il personaggio con l’ambiente, così si descrive senza che sembri innaturale:

Anna entrò nella sua stanza. Srotolò il poster di Sir Goffredo che teneva sottobraccio e lo appese alla parete con lo scotch, accanto a quello della strega Ermenegilda. Arretrò di un passo per controllare che fosse dritto. Il vento spalancò la finestra, gonfiò le tendine a fiorellini e strappò via il poster. Anna si lanciò per afferrarlo e finì sui cuscini ammucchiati sul letto. Il poster cadde sul ripiano di cristallo del comodino, tra la pila dei libri di cucina e quella dei romanzi di avventura.

Sono la prima ad ammettere che non sia un granché, perché ho voluto inserire quanti più particolari possibile e la situazione risulta artefatta, tuttavia il principio è quello. Anna che entra nella sua stanza per la milionesima volta e nota i poster è inverosimile; Anna che appende un nuovo poster accanto a uno vecchio e cita entrambi è credibile.

Icona di un gamberetto A proposito di descrizioni e world building: la qualità batte sempre la quantità. È meglio una città ben descritta che venticinque generiche. Meglio una fortezza interessante che cinquanta castelli tutti uguali.
I due approcci principali al world building sono: dal generale al particolare e dal particolare al generale. Io consiglio caldamente il secondo approccio.
Ovvero, quando progettate il vostro mondo fantasy, non partite da un pianeta, o da un continente, partite da una stanza. O da una piazza. O da un angolo di bosco. E, partendo dai dettagli che vedete intorno a voi, costruite l’ambientazione.
Perché è meglio? Perché, a meno che non stiate progettando una guerra interplanetaria, i personaggi non vedranno mai come le grandi montagne dell’Ovest si incuneano nelle pianure meridionali accanto al lago eterno; viceversa vedranno una grotta innevata che si apre sul fianco della montagna, vedranno una mandria di bufalogatti pascolare per la pianura, vedranno i canneti crescere sulla sponda del lago.
Raramente vi serve avere sottomano un intero pianeta, invece è vitale conoscere ogni dettaglio dei luoghi dove si svolgerà l’azione. Sento già l’appassionato di high fantasy frignare che lui ha bisogno di almeno un paio di continenti perché ci deve ambientare una guerra epica. Be’, la guerra epica può funzionare anche se i continenti sono appena abbozzati, l’importante è che si abbia una conoscenza dettagliata di dove si svolgono le battaglie.
Se mostrate a un marine in partenza per il Medio Oriente una cartina muta e gli chiedete di indicare l’Iraq, non avrà idea di dove posare il dito. Questo non gli impedirà di combattere, uccidere, farsi ammazzare e compiere gesta più o meno epiche.

Se il world building vi diverte, niente vi vieta di pianificare nei minimi dettagli ogni angolo di mondo, ma tenete a mente che, se lo scopo è scrivere un romanzo, non è così importante. Non ve ne frega niente di qual è il clima tra le colline della Repubblica Benedetta se l’azione si svolge a 1.000 chilometri di distanza. Questo perché il punto di vista sarà quello di qualcuno coinvolto in prima persona negli avvenimenti; non di un personaggio che osserva pacifico dall’orbita.
Ribadisco: se vi diverte disegnate pure mappe su mappe, ma se volete scrivere buoni romanzi prima di pensare a dove mettere fiumi e laghi e foreste e città, pensate a com’è messo il palazzo assediato dai goblin dove il protagonista sta rischiando la pelle.
Lo stesso principio si applica alla storia, nel senso di avvenimenti storici. Se vi eccita ricostruire cinquemila anni di guerre, invasioni, battaglie e quant’altro accomodatevi, ma quanto serve in un romanzo è solo la porzione di storia che ha effetti visibili sulla vicenda.
Scrivere che gli Dei da diecimila anni combattono sul continente di Vattelapesca con armi magiche dagli effetti devastanti non ha niente di epico. Invece è epico mostrare l’infinita distesa di macerie dove è caduto un fulmine divino. Ma a quel punto il fulmine è caduto la settimana scorsa, perché se fosse caduto diecimila anni fa la città sarebbe stata ricostruita e non ci sarebbero macerie da far vedere.
È il qui e ora che emoziona. È il momento in cui gli spartani alle Termopili si preparano a sostenere l’attacco dei persiani. Il fatto che siano in guerra da ieri o da cento anni ha un’importanza molto molto relativa. Il fatto che si stia avverando la profezia di Cicciobello annunciata nel continente di Quelchesia all’alba dei tempi ha un’importanza molto molto relativa. Del fatto che a migliaia di chilometri di distanza dal luogo della battaglia viva il bufalogatto e il clima sia insolitamente mite d’estate non frega niente a nessuno.
Il discorso è lungo e prima o poi ci tornerò con un articolo dedicato, per adesso ribadisco il punto chiave: sono i dettagli a rendere interessante un romanzo. Non la generica perturbazione che fa nevicare sul continente di Puccipucci, ma il singolo chicco di grandine che prende in testa il protagonista e gli fa perdere la memoria prima che possa riferire al Re che gli Orchi stanno sbarcando.

Chicco di grandine enorme
Il più grosso chicco di grandine mai caduto negli Stati Uniti. Pesa 880 grammi

Icona di un gamberetto Parlando di battaglie, ovvero di violente scene d’azione: le descrizioni generiche non funzionano. Punto. Scrivere:

Michele e Anna si affrontarono in un furibondo dimenarsi di spade, in un balletto di affondi e parate.

È come scrivere niente.
Se mettete il DVD del vostro film di cappa & spada preferito, potrete notare che non c’è mai un dimenarsi furibondo generico, bensì c’è una precisa coreografia: il protagonista dà una spadata al primo soldato, balza sul bancone della taverna e tira un calcio in faccia al secondo, si aggrappa con la mano al lampadario e si lancia su un tavolo, salta giù e infilza il terzo avversario, libera la spada piantando la suola contro la pancia del nemico e si volta a fronteggiare un nuovo soldato e così via.
Voi dovete fare lo stesso: immaginatevi le singole mosse e descrivetele. Non viene bene? Progettate una coreografia migliore. Se vi rifugiate nel generico “scambio mortale di colpi fulminei” e simile, state dicendo al lettore: “Senti, io mi sono stufato di pensare, inventati tu come si svolge il duello. Sì, mi devi lo stesso 20 euro per il romanzo, che domande!”

In fondo non dovete neanche essere realistici: nessuno vi vieta di fornire a tutti i partecipanti spade magiche che tagliano il metallo delle armature come se non esistesse e che generano torrenti di scintille quando le lame si sfiorano.
Però dovete sempre rimanere coerenti, rispetto a come funzionano le spade e rispetto all’ambientazione in generale. Se la spada magica fa a fettine un’armatura a pagina 32, deve farla a fettine anche a pagina 187; inoltre ci deve essere un buon motivo perché i personaggi girano in armatura se non serve a niente. Infine se il resto del romanzo si svolge in un’ambientazione pseudomedievale ricercata e credibile, le spade magiche sembreranno solo la trovata balorda di un autore che non si è voluto documentare su un aspetto dell’ambientazione che evidentemente gli interessava poco.
D’altra parte rendetevi conto che in un duello vero la gente non si appende ai lampadari e spesso neanche ci arriva al combattimento: cerca di sgozzare il proprio avversario la notte prima mentre dorme. Fatevene una ragione e decidete quanto volete essere realistici e quanto volete documentarvi. Ma in ogni caso dovete essere coerenti e dovete descrivere quello che succede. Non rifugiatevi nel caos indistinto.

Duello in stile anime
Duello in stile anime

Scrivendo una violenta scena d’azione concentratevi sull’azione: un combattimento si svolge in fretta, e non c’è spazio per fare altro oltre agire. Se Michele tira una bastonata in testa ad Anna, o Anna reagisce subito, oppure Michele, nel giro di pochi decimi di secondo, le darà un’altra bastonata e un’altra ancora e così via finché Anna non sarà per terra con il cranio sfondato.
Passaggi come questo:

Michele tirò una bastonata ad Anna. Anna valutò che la tecnica del bastone di Michele era davvero raffinata: aveva imparato bene dalla scuola della Sacra Rissa. Per batterlo avrebbe dovuto fare affidamento a tutta la propria forza e fare conto su tutto il proprio addestramento.

sono assurdi. Se Michele tira una bastonata ad Anna, Anna gli dà un calcio nelle palle, o si protegge la testa con le braccia, o si scosta, insomma agisce. Non c’è tempo per pensare.
Nondimeno, se Anna non è una guerriera ed è colta di sorpresa può essere che rimanga paralizzata dalla paura e che si fermi a frignare tra sé e sé su quanto sia ingiusta la vita. Ma a quel punto non c’è combattimento: Anna finirà ammazzata e buonanotte.

Icona di un gamberetto A molti piace il bullet time. A me non tanto: quando nei film i combattimenti vanno al rallentatore mi annoio. Non ho i riflessi di un bradipo: seguo ogni singolo dettaglio di uno scontro anche se si svolge in tempo reale. Apprezzo ogni singola goccia di sangue che schizza e ogni osso che si spezza anche se il film scorre a velocità naturale.
Ciò premesso, il fenomeno della tachipsichia esiste sul serio: alcune persone, in particolari situazioni di stress, sperimentano un’accresciuta acutezza dei sensi, tanto da notare tutta una serie di particolari in un tempo brevissimo. Il bullet time può avere posto in un romanzo senza che sia inverosimile.

Quando il vostro personaggio punto di vista sperimenta la tachipsichia non dovete scrivere che “il tempo rallentò” o “il tempo sembrò fermarsi” o frasi simili. Dovete mostrare che il personaggio percepisce l’ambiente circostante con insolita precisione considerate le circostanze.

Anna preme il grilletto. Ghirigori di fumo si espandono davanti alla pistola. Il proiettile scintilla alla luce della lampada mentre fende l’aria. Si schiaccia contro la fronte di Michele. Un fiore di sangue sboccia tra le rughe della pelle; goccioline rosse si sollevano, rimangono sospese, ricadono sulle piastrelle sbrecciate della parete, scorrono nelle fratture, imbrattano il cuoricino sopra la i della scritta Gattina ti amo. Michele picchia la nuca contro il muro, spalanca la bocca, alza la mano. La schiena scivola giù, il maglione verde si arriccia sfregando la parete; l’anello dai riflessi dorati che Michele porta all’anulare sinistro graffia lo sporco che ricopre le piastrelle e lascia una scia bianca. Altro sangue cola sugli occhi e sul naso di Michele, riga le guance, gli bagna le labbra, gocciola sulla stoffa bordò dei pantaloni.
Il boato dello sparo si spegne.

A velocità normale:

Anna preme il grilletto. Il proiettile colpisce Michele alla fronte. Schizzi di sangue sporcano la parete. Lui si accascia.

Notate che anche con la tachipsichia un personaggio umano non schiva i proiettili, se volete che compia gesta del genere dovete dargli poteri sovrannaturali.

Bullet time
Bullet time in Matrix

Icona di un gamberetto Fate soffrire i personaggi! Inserite conflitti dove potete! O meglio, fatelo se volete essere letti da un pubblico più ampio possibile. Nessuno vi vieta di scrivere 400 pagine nelle quali la liceale fa le coccole al suo innamorato vampiro: il pubblico di ragazzine rincretinite che leccano il monitor del computer quando appaiono immagini di Robert Pattinson nella parte di Edward vi apprezzerà. Ma se puntate a un’audience più ampia dovete movimentare la storia. Dovete mettere i personaggi tra l’incudine e il martello, metterli di fronte a scelte difficili.
Faccio un esempio da un romanzo che ho letto sotto Natale: una mattina, il protagonista si trova a dover aiutare la fidanzata, ma così facendo salterebbe un giorno di scuola. L’autore ci tiene a precisare che il nostro eroe è un bravo ragazzo con ottimi voti e che dunque quell’assenza non inciderebbe sul suo rendimento scolastico. In altre parole l’autore ha attenuato il conflitto e ridotto l’interesse. Proviamo a inasprire: il protagonista deve aiutare la fidanzata, ma se salta la scuola ancora una volta verrà di sicuro bocciato. Adesso la decisione non è più ovvia e il lettore seguirà con maggiore partecipazione: cosa sceglierà il nostro eroe, l’Amore o il Dovere?

In ogni occasione cercate spunti per aumentare la tensione. Il bardo, il druido e il mago affrontano gli orchi. Un orco ferisce il mago con la sua ascia avvelenata. Per fortuna il mago è un mezzelfo immune al veleno… NO! Scrivendo così la storia risulta moscia. Invece il mago è avvelenato e gli rimangono poche ore da vivere se non si trova l’antidoto, ma se la compagnia non arriva prima di notte ad avvertire il Duca di far saltare i ponti nessuno fermerà l’invasione degli orchi.
Mi deve ancora capitare di leggere un romanzo in cui ci sia troppo conflitto o troppa sofferenza. Andateci giù pesante, non vi fate scrupoli. Tra l’altro è anche più divertente scrivere quando i personaggi sono nei guai e bisogna ingegnarsi per salvarli – fino al prossimo guaio ancora più brutto.

Icona di un gamberetto Infine le idee. Io sono tra quelle che passano sopra a uno stile atroce se il romanzo contiene idee interessanti, ma rendetevi conto che non è così semplice avere buone idee. Se dovessi giudicare i romanzi fantasy italiani che ho letto (e recensito sul blog) in base all’originalità e alla coerenza delle idee, i voti sarebbero ancora più bassi.
Nella gran parte dei casi non ci sono idee buone o cattive, ci sono solo idee. La qualità del romanzo dipenderà da come queste idee sono esposte, ovvero da quanto è curato lo stile. È facile fare ironia sui vampiri sbrilluccicosi della Meyer, ma ci metto la mano (di Licia Troisi) sul fuoco che se Twilight lo avesse scritto Mellick ne sarebbe venuto fuori un romanzo bellissimo. Così come se 1984 lo avesse scritto la Strazzu ho qualche dubbio che persino le idee più interessanti sarebbero sopravvissute.
Non pensate alle idee, ogni giorno uno scrittore ha idee (più o meno buone) per cento romanzi prima dell’ora di pranzo, pensate a come metterle insieme e a come scriverle in modo adeguato.

Copertina di The Faggiest Vampire
In effetti Carlton Mellick III ha scritto un romanzo con i vampiri: The Faggiest Vampire. Lo leggerò

Tenete poi conto che tutte le idee hanno uguale dignità. Scrivere un romanzo con banane senzienti che si affrontano in gare di snowboard ha la stessa dignità di scrivere un romanzo con gli elfi scuri come metafora del razzismo imperante nel mondo moderno. Se il vostro romanzo usa il fantasy come specchio deformante della realtà e stronzate simili, non è di per sé migliore di un romanzo che usa il fantasy per comunicare situazioni fantasiose.
Purtroppo, specie in Italia, la critica è quasi sempre una critica ai contenuti, spesso addirittura all’ideologia che si può desumere dai contenuti – per tacere di quelli che giudicano i romanzi in base alla loro presunta moralità, per questi ultimi non c’è tortura sufficiente. Questo tipo di critica, in ambito letterario, non vale niente. Se ci tenete a occuparvi in modo serio di narrativa dovete partire dal presupposto che i contenuti sono neutri ed è solo il come sono esposti che è interessante e degno di attenzione.
Non è che siano concetti nuovi e radicali. Henry James, nel famoso articolo del 1884 sull’Arte della Narrativa, spiega che il romanziere deve essere libero di esprimersi come gli pare e che la qualità di un’opera è solo legata all’esecuzione della stessa. Per riassumere il suo discorso in una breve citazione:

bandiera EN We are discussing the Art of Fiction; questions of art are questions (in the widest sense) of execution; questions of morality are quite another affair [...]

bandiera IT Stiamo discutendo dell’Arte della Narrativa; le questioni artistiche sono (nel senso più ampio) questioni di esecuzione; le questioni legate alla morale sono un’altra faccenda [...]

Ciò non toglie che potete atteggiarvi a intellettuale e disquisire su come l’autore tal dei tali influenzi la società con l’uso delle allegorie attraverso molteplici piani di lettura e puttanate del genere. Se ci guadagnate fate pure. Ma quando siete nella vostra cameretta, e studiate i romanzi altrui per imparare, non ve ne deve fregare niente di stupidate di questo tipo.

* * *

Finita l’escursione nel meraviglioso mondo dove si impara a scrivere e si ottengono soddisfazioni scrivendo con criterio. Nel mondo reale gli editori pubblicano chi capita, i lettori non distinguono Shakespeare dalla Strazzulla, e i critici neanche li aprono i romanzi che recensiscono. Perciò scrivete come viene e non fatevi problemi.

* * *

Nota tecnica: nei prossimi giorni avrò difficoltà a collegarmi a Internet, perciò mi scuso in anticipo se non risponderò ai commenti.


Approfondimenti:

bandiera IT Baudolino su Amazon.it
bandiera IT Fiori per Algernon su Amazon.it
bandiera IT Atlas Shrugged su Amazon.it
bandiera IT The Faggiest Vampire su Amazon.it

bandiera IT Sito dell’Accademia della Crusca
bandiera EN Il primo maggio presso il Marxists Internet Archive
bandiera EN Sensory Deprivation Skull di Atelier van Lieshout
bandiera EN The Matrix su IMDb
bandiera EN “The Art of Fiction” leggibile online

 

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182 Commenti a “Appunti di editing”

Pagine: « 2 [1] Mostra tutto

  1. 82 Dano

    Signorina gambera, mi leggo con passione il tuo blog, da ottimi consigli e fa spisciare dalle risate. Le tue recensioni sputtanano apertamente molti scrittori e scrittrici che io stesso schifo. Però mi sorge una domanda “filosofica” se vuoi.
    Al di là di questa o di quella trama che è scritta male, o di frasi contorte, io penso che dobbiamo fare fronte ad un fatto piuttosto inquietante, IMHO.
    Ovvero: è l’italiano che ci disgusta.
    il 90% dei libri che leggiamo sono scritti originariamente in inglese, è un dato di fatto. I manuali di scrittura che leggiamo sono in inglese. Certo, molto materiale ci arriva in traduzione, ma è un dato di fatto che le traduzioni ricalcano oltre al contenuto anche la forma, la sintassi, lo spirito dell’originale. Te lo dico da traduttore e linguista.
    E gli autori italiani ci fanno schifo. Ti dico, al di là del singolo caso della Troisi o della Starnazza o chi vuoi tu.
    Mi viene pensato allora che è proprio l’italiano a farci schifo, il nostro modo di ragionare ed organizzare il pensiero. E non se ne esce, perché i manuali ed i romanzi inglesi continuano a dimostraci il LORO modo di fare, non il nostro. Per esempio, gli americani sono fissati con la sintesi. Usare il minimo di parole, eliminare i personaggi superflui, ecc. però è un modo tutto inglese di pensare, dato anche dal loro tipo di vocabolario che è semanticamente specifico e non agglutinante.
    Mi spiego con un esempio. Una frase inglese tipicissima è “he stormed in”. Sono tre parole. TRE. In italiano, per tradurlo, dovremmo dire “lui entrò velocemente e furiosamente come una tempesta”. Che sono un migliaio di parole. Quindi o perdiamo significato (“entrò”) o perdiamo la forma (con una frase lunga e pesante).
    La lingua inglese e l’italiana fanno parte di due gruppi diversi, ed è praticamente impossibile piegare la nostra per ricalcare la loro. Secondo me dovremmo imparare a scrivere da italiani e basta, seguendo ovviamente tutti i migliori consigli per quanto riguarda la trama il mostrare ecc., ma non per quando riguarda l’uso della lingua.
    L’inglese è trasparente per natura. L’italiano è torbido.
    Cosa ne pensi?

  2. 81 peyton

    @ Gamberetta: ho provato a usare la prima persona al presente oggi e riesco a scrivere più fluidamente, perciò forse è la scelta più naturale (rispetto alla terza persona e alla prima al passato). Non so ancora come farò a trattare certe situazioni, l’ideale sarebbe usare il punto di vista di due personaggi, ma significherebbe cambiarne anche la voce, modificare il registro ogni volta senza che risulti straniante. E non è facile. Quindi o trovo il modo o gestisco tutto solo tramite un personaggio. Grazie per i suggerimenti. ;)

    @ Ettore @ Gamberetta: per quanto riguarda Eco fa spesso una cosa che io odio ( non ne “Il nome della rosa”, ma in romanzi più recenti come “La misteriosa fiamma della Regina Loana”): usa la narrativa come presupposto per sbrodolare nozioni di semiotica e/o filosofia, traveste saggi da romanzi e per carità, sarà anche caruccio e legittimo per i filosofi che si trastullano in cose del genere, non fosse che ne esce fuori una roba spocchiosa, forzata e pomposa che è quasi sempre illegibile. Almeno per me. E ci ho provato a leggerla…

  3. 80 Gamberetta

    @peyton. Non c’è punto di vista preferibile (rimanendo tra i quattro più usati: terza al passato, terza al presente, prima al passato, prima al presente), anche se nella narrativa di genere e nel fantasy in particolare il punto di vista più diffuso è la terza persona al passato.
    Se devi scrivere una storia con molti punti di vista (sullo stile di Martin o di Turtledove), la terza persona è sicuramente più semplice da gestire: non devi inventarti venti voci diverse e i cambi di punto di vista sono meno traumatici per il lettore. Se però la storia ha un solo punto di vista principale (o al massimo un paio) anche la prima va benissimo e per le storie incentrare sulle vicende di un singolo personaggio la prima può garantire maggiore immersione – in realtà una terza a regola d’arte è identica a una prima, il vantaggio della terza è che puoi allontanare la telecamera dalla testa del personaggio senza innervosire il lettore.
    E detto questo, scrivi nella persona che ti viene più naturale, non ci sono ragioni per cui ti debba sforzare di scrivere specificatamente in prima o in terza, qualunque tipo di storia può essere narrata in entrambi i modi.

    @Ettore. La literary fiction è una forma di narrativa nella quale lo stile ha la stessa importanza, se non importanza maggiore, rispetto alla storia. Un lettore di literary fiction è sì interessato alla vicenda, ma ancora di più a come è narrata; si compiace e gode con la prosa particolarmente ben scritta e se ne frega se queste considerazioni sulla scrittura gli impediscono di immergersi del tutto nella storia – chissenefrega della storia, guarda che meraviglioso brano poetico in prosa!
    I romanzi di Umberto Eco possono avere dei passaggi di literary fiction, ma in generale non lo sono, sono narrativa “normale”.

  4. 79 Lupus In Fabula

    @ ettore

    io ho letto “il pendolo” (del nome della rosa ho solo visto il film) comunque per me è stato un libro che ti portava avanti grazie alla trama, e non alla bellezza del linguaggio fine a sé stesso. insomma, almeno nel pendolo il linguaggio è al servizio della storia, e non viceversa.

  5. 78 Ettore

    @Lupus In Fabula, @thyangel83
    Il Pendolo di Focault e Il nome della rosa sono entrambi romanzi che adoro. Evidentemente non ho ancora capito la differenza tra narrativa e literary, ero convinto che Eco appartenesse alla seconda categoria… -_-’

  6. 77 peyton

    Il mio tallone d’Achille resta il punto di vista del narratore. Sono tre volte che riscrivo lo stesso incipit perchè non riesco a decidere se usare la prima persona o la terza persona. La seconda soluzione sarebbe la più semplice e concede ampi margini di azione,. D’altro canto la prima persona potrebbe essere più appropriata, ma resta limitata e dannatamente difficile.
    Sto cercando di studiare autori che raccontano storie dello stesso filone di quella che mi ronza in testa, ma non sembra esserci una regola a riguardo. Ho riletto i tuoi pezzi sulla scrittura per trarne un’idea a riguardo. Ma faccio prima a chiedertelo direttamente: pensi che esista un punto di vista che sia preferibile a seconda del genere letterario, o è solo il tipo di storia da narrare a definirlo?

  7. 76 Gamberetta

    @Auletride. Credo sarebbe il caso di mandare il racconto che si pensa abbia più problemi a livello stilistico e di coerenza della trama. Non necessariamente però questo racconto è il più brutto, per esempio potrebbe contenere ottime idee che lo rendono più interessante di un racconto scritto meglio – ma facendo l’editing del racconto scritto meglio impari meno.

  8. 75 Auletride

    Un dubbio: da un punto di vista didattico (quindi per migliorare e non solo per perfezionare quel lavoro in particolare) è più utile mandare a editare un racconto che si considera già buono o uno che non ci convince ma non sappiamo come migliorare?

  9. 74 Zave

    non capisco perché lo chiedi visto che nell’articolo Gamberetta ha già esplicitato che qualora non fosse chiaro chi è il soggetto è meglio esplicitarlo piuttosto che lasciarlo sottointeso e non far capire cosa succede al lettore.

  10. 73 Mattia

    Nell’esempio che ho fatto sì, ma intendevo più in generale (non tutti i casi cadono così a pennello) e mi piacerebbe sapere se a riguardo esista una regola.

  11. 72 Zave

    nell’esempio che hai fatto non ci sono dubbi su chi vada a sedersi sul letto.

  12. 71 Mattia

    Ho un piccolo dubbio riguardo al punto di vista. Questo è un esempio che fai per mostrare al lettore che il personaggio guarda:

    Michele andò alla finestra. Il cane correva in giardino, gli uccellini saltavano da un ramo all’altro. Il gatto era disteso tra le pianticelle di trifoglio; teneva gli occhi chiusi e le zampette posate accanto al muso. Il pelo bianco striato di arancione sulla pancia si alzava e si abbassava a ogni lento respiro.

    Ecco, ma dopo che il personaggio ha finito di guardare si ricomincia a narrare citando prima il personaggio punto di vista, quindi scrivendo per esempio che Michele tornò seduto sul letto, o dato che il punto di vista è ben ancorato a Michele si da per scontato che la telecamera sia ancora ben fissa su di lui? In questo caso però il lettore non potrebbe esserne così certo come lo scrittore, secondo me, e non si creerebbero errori sintattici?

  13. 70 Lupus In Fabula

    o “il pendolo di focault”

  14. 69 thyangel83

    @ Ettore

    Suppongo di sì: vedi “Il Nome della Rosa”.

  15. 68 Ettore

    Ma Umberto Eco è considerato narrativa?

  16. 67 lilyj

    E per ‘esagerare’ intendo ‘andare avanti per pagine’. Oggi sembro non essere in grado di lasciare un commento completo… sigh.

  17. 66 lilyj

    @CapitanoNemo: io non direi. Ovvio, se si esagera la cosa stona comunque, ma per avere l’effetto copione ci si deve impegnare taaaaaaanto. E non saper scrivere. E non aver mai letto nulla di vagamente decente. Insomma, non è un effetto facilmente realizzabile se hai frequentato almeno le elementari.

  18. 65 CapitanoNemo

    Un altro dubbio…
    Sempre parlando della lunghezza dei dialoghi, con una scambio di frase secche, botta e risposta, per quanto possa essere più realistico, non si rischia di far sembrare il tutto un copione o una sceneggiatura?
    E’ una domanda che mi faccio spesso!

  19. 64 lilyj

    Dimenticavo: e le discussioni per mettersi d’accordo anche solo sulla preparazione del progetto possono essere infinite… tanto che poi la cosa finisce in nulla.

  20. 63 lilyj

    @ solvente: i pregi dello scrivere a quattro mani, bene o male li hai azzeccati tutti tranne uno: ti assicuro che non è assolutamente più veloce. Si deve decidere cosa scrivere, chi scrive cosa, l’impostazione generale dei toni, dello stile, “io rivedo quello che scrivi tu e viceversa”… e entrambi mettono mano su tutto, altrimenti si ‘sente’ il cambio di autore fra un pezzo e l’altro. Quindi no, i tempi non si accorciano affatto.

  21. 62 Solvente

    Posto qui una domanda (per Gamberetta e per chiunque voglia parlarne) su un argomento che ha una qualche (minima) attinenza con l’editing: lo scrivere “a quattro mani”.
    Quali sono i vantaggi e quali gli svantaggi?
    Come benefici mi viene in mente la possibilità di motivarsi a vicenda; implementare le idee per la trama e i personaggi; farsi un minimo di editing a vicenda; forse accorciare i tempi di scrittura; anche la possibilità di scrivere un romanzo, potendo anche leggere qualcosa che non venga da te.
    Problemi possono venire dalla disomogeneità di stile; idee differenti riguardo la struttura e i singoli passaggi; diversa tempistica di scrittura.
    Insomma, si parla di quanto la scrittura sia un’attività personale, e quanto invece sia condivisibile.
    Probabilmente, il risultato dipende dall’affiatamento tra i due scrittori e dalla struttura del testo (per esempio, mi sembra molto più fattibile nel caso di romanzo con più personaggi/punto di vista rispetto ad uno in cui agisce un unico protagonista).

  22. 61 thyangel83

    @ Gamberetta
    Sì, hai ragione. E’ un problema, come tipo di argomento. Ciò non toglie che una dissertazione in merito sarebbe cruciale…il ritmo è davvero un tasto dolente in molti romanzi.
    Bisognerebbe studiare una tattica per alleggerire il carico di lavoro nel trattare un tema del genere, senza per questo rinunciare alla comprensibilità dell’articolo…
    Mi sforzerò di rifletterci sopra e se mi verrà in mente qualcosa di utile lo segnalerò qui…

  23. 60 Gamberetta

    @thyangel83.

    Sarebbe interessante un articolo che tratti il tema del ritmo nella narrazione. Spesso ho letto romanzi lenti e solo lenti, insomma lenti da morire; oppure altri che sono un susseguirsi di scene rapide, col solo risultato che si perde lo spessore della narrazione.

    Sì, sarebbe interessante, ma al momento non rientra nei programmi. Il grosso casino a trattare argomenti del genere è che non si possono fare esempi corti, si devono citare racconti o romanzi, se però chi legge non li conosce non capisce ed è finito lo scopo.

    @Giorgio. Ho spostato gli altri commenti in Fogna non per cattiveria o per spirito di censura ma semplicemente perché fuori argomento: in un articolo che parla di editing chiedere una recensione de Il Signore degli Anelli c’entra come i cavoli a merenda. Potevi mettere la richiesta alla pagina delle FAQ, o alla pagina dove c’è l’indice delle recensioni, o all’articolo in cui parlavo di On Fairy Stories di Tolkien o direttamente in Fogna. Detto questo tale recensione non è in programma.

  24. 59 Federico Russo "Taotor"

    @Angra, ok, sulle dinamiche della comicità (che per quanto ne so, si tratta di un campo complesso quanto e più quello del dramma) ci siamo.
    Ma in pratica non esiste un racconto/romanzo umoristico (non per forza totalmente umoristico, ovviamente, ma una contaminazione generale di sottogeneri) che rispetti le direttive specifiche per “l’ottimale rappresentazione cognitiva della narrazione”? [credo che una definizione in termini di Psicologia Cognitiva sia, imho, la più chiara e concisa].
    Io ho trovato divertente addirittura l’inizio della Morte di Ivan Il’Ic, di Tolstoj, e a meno che non fosse un’interpretazione personale, a me la scena del funerale, con l’imbarazzo dell’amico per il non sapere come comportarsi, ha fatto ridere. La scena in questione era breve ma piuttosto mostrata.
    Forse che la comicità abbia bisogno di un numero di strumenti (distacco emotivo dai personaggi, pov esterno, narratore intrusivo infodumposo ecc.) per funzionare? E di conseguenza, tentare di risultare comici con strumenti narrativi che non rientrano nell’insieme sopracitato, o che ne rientrano ma in numero esiguo, sarebbe pressoché impossibile?
    Non so voi, ma a me la cosa interessa molto. Sarebbe una bella sfida di tecnica.

  25. 58 Giorgio

    Al di là dello stile becero di cancellare post che non si condividono (al pari delle censure degli attuali governi), mi piacerebbe vedere, su questo sito, una recensione de Il Signore degli Anelli.

    Sì, è già stato detto che è noioso, ma quello che sarebbe interessante vedere, è come esso si interseca con le regole qui esposte; Tolkien spesso racconta invece di mostrare, gestisce male i personaggi in quanto da ad essi poteri che poi essi stessi non usano per continuità di storia, i combattimenti sono assolutamente irrealistici, e Sauron viola pressoché tutte le 100 regole del Signore del Male.

    Sarebbe una bella sfida mostrare (non raccontare) al mondo, quanto Tolkien abbia preso per il culo i lettori che per giunta hanno pagato fior di soldi per leggere i suoi romanzi.

  26. 57 Sandavi

    @Gamberetta

    Ormai sono un tuo fan sfegatato, se non fossi già impegnato ti farei la corte! ;) Dovresti scrivere di questo, un manuale di scrittura di questo genere non so se avrebbe successo, però io di sicuro lo comprerei.
    Vai avanti ti preeeegoooo
    XD

  27. 56 thyangel83

    Sarebbe interessante un articolo che tratti il tema del ritmo nella narrazione. Spesso ho letto romanzi lenti e solo lenti, insomma lenti da morire; oppure altri che sono un susseguirsi di scene rapide, col solo risultato che si perde lo spessore della narrazione.
    Lo so Gamberetta, che hai già tangenzialmente trattato il tema in altri due articoli, ma se ti andasse una disamina un po’ più approfondita credo che in molti ne trarremmo giovamento. Grazie

  28. 55 Lidia Perfinta

    @Angra e Simone.
    Anch’io adoro Il piccolo popolo… perché per me è una presa per il culo di qualunque cosa! Gente, consumismo, religioni, e chi più ne ha più ne metta. Hm, il secondo libro, “Il piccolo popolo all’aperto” ha meno mordente, però la storia è sempre bella. E il terzo, cavoli, non riesco a trovarlo! Ma io voglio leggerlo! Voi lo avete fatto?

  29. 54 Angra

    @Simone: anche a me è piaciuto molto, e ci ho visto una colossale presa per il culo delle religioni :)

  30. 53 Simone

    @Angra
    “Il piccolo popolo” è stupendo :)
    Libro catalogato per bambini ma per me di grande spessore (ok, io ci ho letto pure una critica stile zombie di Romero al consumismo fine a sè stesso).

  31. 52 ezra

    Oppure è sopravvalutato Dostoevskij.

    Bene, detto questo, “Gamberi Fantasy” può anche chiudere :-P

    A parte le battute (non farlo!), forse la prudenza che ti ha indotto a non rispondere alla domanda di Federico Russo dovrebbe applicarsi anche in questo caso… non stiamo parlando di un Manzoni russo, ma del più grande costruttore di universi “esistenziali” di tutti i tempi.

  32. 51 Angra

    @Federico:

    Prendi Fantozzi: se ci fosse immedesimazione con il personaggio si piangerebbe dall’inizio alla fine. Persino la voce fuori campo, sebbene sia quella di Fantozzi stesso, ne parla in terza persona con tono distaccato. Nel genere comico può succedere, e spesso è così, che l’immedesimazione del lettore nel personaggio sia proprio da evitare. Prendi “Il piccolo popolo dei grandi magazzini”: l’effetto comico è ottenuto mediante gli equivoci e l’interpretazione distorta della realtà in cui incappano i protagonisti immersi in un mondo che non è il loro. Peccato che quel mondo sia proprio il nostro, per cui è facile per noi ridere dei protagonisti guardandoli dall’esterno, mentre cercare di metterci nei loro panni è un’operazione senza speranza visto che dovremmo far finta di non sapere cosa è un grande magazzino. Non è che la scelta del punto di vista del narratore sia cattiva di per sé, lo è solo quando il fine è l’identificazione del lettore con il personaggio. Quando invece il fine è ridere del personaggio, può essere benissimo che il POV del narratore sia la scelta migliore, e non c’è quindi motivo per evitarla.

  33. 50 Gamberetta

    @WilliePete. Leggi i commenti all’articolo dei Manuali su gigapedia, ci sono vari consigli su quali manuali leggere e dove cominciare. Il problema è che adesso con la chiusura di gigapedia/library.nu sarà difficile scaricarli.

    @Marcantonio B. Mi spiace, ma in questo periodo non ho proprio tempo.

    @Federico Russo “Taotor”. In tutta sincerità non lo so. Non mi sono mai particolarmente interessata a come funzionino i meccanismi della comicità, dunque evito di dare un parere che sarebbe campato per aria.

    @Stefano. Gli errori segnalati sono molto comuni, per quello che li ho indicati. Non stavo in particolare pensando ai tuoi racconti.
    Per quanto riguarda le idee: a me l’high fantasy piace poco e certe storie riciclate mille volte mi annoiano da morire, ma se uno scrittore consapevolmente vuole scrivere l’ennesimo romanzo che segue alla lettera i cliché del fantasy, alla fin fine sono affari suoi. Magari agli appassionati piace.
    Niven e Pournelle parlando del loro romanzo Il giorno dell’invasione fanno ironia sul fatto che il concetto di partenza non sia proprio originalissimo (gli alieni che invadono la Terra), lo stesso il romanzo è divertente e se una persona (come me) trova il tema affascinante, leggerà volentieri, anche se questa storia l’ha già letta/vista mille volte.

    (poi è chiaro, almeno a me, che quando arriva uno e ti dice che Dostoevskij scrive male allora tutti i limiti del metodo vengono fuori. Se fosse vero vorrebbe dire che saper scrivere ‘bene’ è sopravvalutato…)

    Oppure è sopravvalutato Dostoevskij.

  34. 49 Gamberetta è tornata… | ilcantooscuro

    [...] Considerazioni sagge e di buonsenso che qualsiasi scrittore, anche non di fantasy, dovrebbe sempre t……. [...]

  35. 48 Stefano

    Grazie per non aver usato il mio lavoro per gli esempi negativi…

    Un solo dettaglio: quando dici che di idee in fondo è facile averne tante e che il difficile è metterle giù in maniera efficace (o anche solo metterle giù tout court) non potrei essere più d’accordo. E’ anche, in effetti, la mia esperienza di aspirante scrittore.
    Però, quando ci siamo sentiti, mi hai detto anche che, in gran parte dei lavori che ti arrivano, quel che manca sono proprio le idee e che troppo spesso pare di leggere sempre lo stesso romanzo…
    Secondo me dovresti dire a quanti ti seguono e rispettano che possono scrivere anche dell’altro, oltre alla fantasy, perchè, a parte alcuni dettagli, le regole sono quelle e vanno bene per tutto. Magari parlando di libri che ti sono piaciuti senza essere ne’ fantasy ne’ fantascienza ne’ roba del genere.

    (poi è chiaro, almeno a me, che quando arriva uno e ti dice che Dostoevskij scrive male allora tutti i limiti del metodo vengono fuori. Se fosse vero vorrebbe dire che saper scrivere ‘bene’ è sopravvalutato…)

  36. 47 Iku

    Per prima cosa ti faccio i complimenti per il blog. I Manuali sono davvero utili, mi hanno aiutata tanto (anche per quanto riguarda il mio poco sviluppato senso critico), poi le recensioni, che danno degli esempi chiari su quel che non si deve fare, e infine questi “appunti” per i quali ti faccio gli ennesimi ringraziamenti. Senza il tuo intervento io sarei ancora a leggere la Troisi senza una precisa idea di quanto valgano i suoi libri.

  37. 46 Silvia

    Ciao Gamberetta,

    Stavo cercando delle recensioni fantasy online quando ho trovato il tuo blog.

    Ti voglio fare i miei complimenti! :)
    I tuoi articoli sono divertenti e arguti e i consigli che dai sono validi e chiari (anche se a quanto pare non tutti quelli che commentano li hanno capiti o.o ).

    Personalmente non mi sono mai soffermata sulla mia scrittura,
    ero ben coscente di scrivere in maniera mediocre ma d’altra parte, poiché non era mio desidero diventare scrittrice, non mi sono mai impegnata a migliorare :/

    Beh, Il tuo articolo mi ha fatto ricredere! I tuoi esempi illustrano bene l’importanza di una prosa elegante e sintetica.

    Le frasi rindondanti che hai esposto disturbano effettivamente la lettura,
    e se me ne sono accorta io…
    (temo persino di essermi riconosciuta in qualche esempio)

    Ora che sto per iniziare l’università presterò di sicuro maggior attenzione a come esprimo i concetti (a maggior ragione dato che dovrò scrivere in un altra lingua) e cercherò anche i manuali di scrittura che hai elencato nei tuoi articoli.

    Grazie ancora!

  38. 45 Simone

    @Taotor
    Io ho letto la Saga dei Nani di Heintz visto che mi è stata regalata ed effettivamente ci sono un bel po’ di buchi ma alcune trovate (e soprattutto il finale) li ho trovati più interessanti della media.

    Sicuramente si può fare comicità senza Infodump.
    Lo stesso Pratchett la usa nei suoi libri.
    Esempio (riporto a spanne) ne “A me le Guardie” (il primo libro della triologia della Guardia cittadina) quando cercano di seccare il drago e iniziano a bendare il Sergente, a farlo girare su se stesso etc etc prima di tirare la freccia perchè tutti sanno che se c’è una probabilità su un milione, allora si riesce a farcela.
    E in più Nobby e Carota si fermano e si chiedono se così come sono effettivamente la probabilità è una su un milione.

  39. 44 Federico Russo "Taotor"

    @Simone, proprio per questo sono curioso di conoscere l’opinione di Gamberetta! :)
    La differenza tra sir Pratchett e – la butto lì perché ho letto qualche pagina e sarà mio oggetto di scherno sul mio blog – un Markus Heitz qualsiasi, è che sebbene siano entrambi molto fantasy, il primo risulta credibile proprio in virtù della comicità, il secondo risulta ridicolo in virtù della sua serietà. Ovviamente questo è un giudizio approssimativo. La verità è che, per esempio, l’infodump di Pratchett “calza” mentre quello di Heitz è stupido, pesante, inutile, sembra un pessimo background scritto per una partita di D&D (mi riferisco alle Cinque Stirpi, come fonte per il mio giudizio).
    Per questo mi chiedevo se fosse possibile invertire, cioè se si può ottenere comicità senza usare infodump o narratore intrusivo.

  40. 43 Simone

    @Taotor
    Se Gamberetta mi smonta il sempre sia lodato Sir Pratchett potrei seguire l’esempio di Mishima :)

    C’è da dire che in Pratchett (imho) interviene come narratore nei punti comici per spezzare volutamente una certa suspance e ricordarci che alla fine “sono solo canzonette”, sia che si tratti di draghi, di Morte o di pagliacci.
    Personalmente mi piace lo stile, scorre veloce, le battute (soprattutto nella versione EN) sono acide e graffianti, le situazioni così paradossali che hanno fatto il giro attorno alla verosomiglianza tanto da sembrare reali (Vedi draghi di palude che diventanto jet a forza di peti).

    (sì, sono un carampano di Terry)

  41. 42 Federico Russo "Taotor"

    Gamberetta, so che non tratti questo genere di narrativa, ma a tuo avviso, è possibile scrivere della fiction umoristica (stile Terry Pratchett o Douglas Adams, per citare due famosi scrittori fantastici, umoristici e filosofici) rispettando le regole della buona narrativa? Quindi evitando intrusioni del narratore, infodump, cambi di pov… Se si leggono i due autori sopracitati si nota che il punto forte della loro comicità sta proprio nella forte presenza del narratore.

  42. 41 CapitanoNemo

    soggettivo volevo dire, soggettivo

  43. 40 CapitanoNemo

    @Tapiroulant
    Definire Conrad e Dostoevskij “stilisticamente incapaci” è un commento molto pesante e altrettanto azzardato. Da che mondo e mondo sono universalmente considerati due maestri e pietre miliari della narrativa moderna. Personalmente non ho avuto difficoltà a leggere Lord Jim, che ha sì una struttura complessa, ma affatto difficile o sconclusionata, è un parere oggettivo ovviamente.

  44. 39 Laurantoine

    Grazie mille per l’articolo, Gamberetta :)
    M’interessa moltissimo quello sul worldbuilding che hai accennato.
    E devo assolutamente approfittare del servizio di valutazione. Mi serve una batosta potente :)

  45. 38 Tapiroulant

    @Capitano Nemo:
    Uhm… complimenti. Hai beccato due autori che persino la critica ha sempre considerato degli incapaci dal punto di vista strettamente stilistico xD
    Dostoevskij e Conrad sono stati considerati “potenti” per i personaggi e le situazioni che sono riusciti a creare, ma scrivevano male, tutti e due. In particolare, Lord Jim ha una prosa e una costruzione della trama che (tra flasback e flashforward) fa venire il mal di mare. Che senso ha, per esempio, far raccontare i primi 3/4 del romanzo a Marlowe, e poi l’ultimo quarto nel taccuino di appunti che viene consegnato al passivo ascoltatore-protagonista? (con, in mezzo, pagine e pagine di inutile digressione-cornice).
    Anch’io trovo ridicolo che Marlowe parli ininterrottamente per 400 pagine. Se proprio ci teneva alla cornice, non poteva organizzarla in più giornate? Almeno non avrebbe minato la suspension of disbelief.
    Onestamente, nonostante una bella idea di fondo (il senso di colpa di Jim alla “torni a bordo cazzo!”), Lord Jim è un romanzo davvero sconclusionato.

  46. 37 CapitanoNemo

    Uhm… sono dubbioso sulla parte riguardante i dialoghi lunghi e senza pause. Se prendiamo un grande autore come Dostoevskij ci si imbatte spesso (I Fratelli Karamazov e Delitto e Castigo in primis) in frasi dalla durata impressionante e questo non inificia la scorrevolezza o la qualità del romanzo.
    C’è poi il caso di Lord Jim di Conrad, nel quale passati i primi capitoli la narrazione passa dal narratore esterno a quella in prima persona del capitano Marlowe che racconta una storia di centinaia di pagine senza mai fermarsi. Lo stesso Conrad racconta, commentando il proprio operato, che la critica del tempo cercò di attaccarsi a questo per stroncare il romanzo, sostenendo che fosse impossibile per un uomo parlare tanto a lungo.

  47. 36 Saggistica: Storia economica dell’Europa preindustriale | Tapirullanza

    [...] Gamberetta esprime opinioni in alcuni punti analoghe nel suo ultimo post: A proposito di descrizioni e world building: la qualità batte sempre la quantità. È meglio una [...]

  48. 35 Francesca

    Lettura piacevole e molti consigli utilissimi per problemi che non sapevo come risolvere nel mio modo di scrivere: grazie ^-^

  49. 34 E.G.P.

    Sto cercando di imparare a scrivere ma ho difficoltà a trovare manuali. Non posso comprare da internet e in libreria si trova poco o niente sull’argomento. Perciò grazie, sei un ottimo manuale, per di più gratuito!
    Però, da come scrivi in alcuni punti, pare quasi che la cosa più importante per te sia risparmiare parole. Capisco che è giusto non sprecare carta e tempo eccetera eccetera, ma scrivere sbrodolandosi un po’ secondo me non vuol dire per forza scrivere male. Se un libro mi piace, mi piace anche che duri tanto. Se è breve non mi dà soddisfazione! Qualche ora ed è gia finito.
    Magari a volte usare più parole non vuol dire per forza usarle male. E’ anche questione di gusti. Ovviamente esistono libri scritti oggetivamente male, ma alcuni possono essere semplicemente scritti in un modo che a Tizio piace e a Caio no.
    Poi in altri punti invece ti lanci in descrizioni risorosamente mostrate, che però a me sono parse un pochino esagerate. Alcune parti sembravano lunghissime liste particolareggiate che dopo un po’ stancavano. Anche questa però è questione di gusti, credo.
    Come ho detto e come si sarà capito da come scrivo, sto ancora imparando, perciò non so se ho scritto cose ragionevoli …
    Ah, ma non si scrive “Bordeaux”? O si usa anche la forma “bordò”?

    Donna Levin “Scriver un Romanzo” – Dino Audino editore.
    Gotham Writer’s Workshop “Lezioni di scrittura creativa” – Dino Audino editore.
    Jessica Page Morrell “Master di scrittura creativa” – Dino Audino editore.
    Queste sono alcune delle guide che ho studiato e che hanno suscitato in me un certo interesse.

    Ovviamente sto solo esprimendo un giudizio personale.

    Cordiali Saluti

    P.s.: ho solo espresso un parere

  50. 33 Makko

    Hummm… forse ho esagerato e chiedo venia e perdono, ma quello che hai scritto, scusa, è davvero illeggibile.
    Se devi fare un esempio meglio sforzarsi di scrivere qualcosa di decente o lasciar perdere. Si rischia di ottenere l’effetto contrario.

    Ti perdono giusto perchè “sei qui per imparare” … :P

  51. 32 Gluttony

    Io non penso di saper scrivere, quel testo è brutto e si sa, ma era solo un esempio che ho fatto a Giorgio, che mi sembrava semplicemente uno un po’ (inutilmente) polemico. :(
    Che poi non ho fatto altro che ripetere altra roba detta da Gamberetta. Se cominci a schernire anche un ragazzino come me, che vuole imparare, significa che di ciò che dice di Gamberetta non hai capito un cazzo. Magari quello stralcio non è il migliore del mondo, ma nessuno è mai nato imparato, giusto? Se lo fossi non sarei qui.

    Il tuo commento non mi sembra molto diverso da quelli che fanno di continuo a Gamberetta. Contando che poi si nota chiaramente come fosse mosso dal solo fatto “io ho 15 anni”. Ok, dovrò nominarla di nuovo, ma non è Gamberetta che dice (giustamente) che una persona non si giudica dalla propria età?

  52. 31 Makko

    Ciao Gamberetta. Ottimo articolo, come sempre diretto, preciso, essenziale ed ironico al punto giusto.

    Peccato poi, nei commenti, si trovi roba simile:

    “Marco teneva la spada con entrambe le mani, e camminava in circolo attorno al suo assalitore, studiandolo per sapere cosa fare come prossima mossa. Ma quello, all’improvviso, alzò la sua lama, e la calò. Marco, allora, mosse le braccia e portò la spada in alto, con la lama perpendicolare a quella del suo avversario. Ma quello, allora, all’ultimo momento riuscì a deviare il corso dell’arma , che fendette solamente l’aria alla sinistra di Marco . Marco, sorpreso, mosse la testa e rimise gli occhi sulla spada nemica, che, mossa dall’assalitore, lo colpì al fianco destro, da cui sgorgava sangue”

    Ecco un altro 15enne (che vedremo probabilmente pubblicato presto da MMoNNddaDDori) che pensa non solo di saper scrivere ma di poterlo pure insegnare ad altri… ma per piacere.

    E si, molto meglio “Marco non riuscì a parare e fu ucciso” che quello.

  53. 30 Lupus In Fabula

    grazie della risposta

  54. 29 Daniele

    Grazie Gamberetta per la risposta!
    Di per sé quella teoria ha il suo fascino, ma comprendo che avrebbe le sue ripercussioni sullo stile.

    Non vedo l’ora di leggere altri appunti di editing!

    Daniele

  55. 28 Marcantonio B.

    Ciao Gamberetta e grazie ancora per quest’articolo… Una specie di manuale 4. Davvero utilissimo, pieno di consigli pratici dei quali c’è un immenso bisogno!

    Da bastardo vigliacco quale sono potrei dire: “già che hai ripreso a commentare, che ne dici di dare un’occhiata almeno alla prima riga del mio compito a casa sui dialoghi che trovi qui ?”
    Ma ovviamente non lo farei mai… :) Mi preparo al tuffo in fogna? :)

  56. 27 WilliePete

    @gamberetta
    Grazie mille per le informazioni. Scusa se ci ritorno… ma riguardo ai manuali? Ce n’è qualcuno che consigli in particolare?

  57. 26 Gamberetta

    @WilliePete.
    1) Nell’esempio che fai il problema non è tanto il verbo essere, quanto il fatto che “spazioso” è generico: quanto è grande “spazioso”? Purtroppo anche la similitudine non ti è venuta bene perché è da un lato troppo complessa, dall’altro difficilmente il lettore saprà quanti amici ha il protagonista. Magari era meglio scrivere: “Nella stanza avrebbe potuto entrarci un elefante”.
    Chiusa comunque la parentesi della stanza: sì, il verbo essere tende a rendere le descrizioni statiche, e tante volte non è quello che si vorrebbe. Però è davvero una sfumatura: spessissimo mettere il verbo essere suona naturale e non dà al alcun fastidio. Perciò se ti viene in mente al volo come sostituirlo (es: “Il diamante era splendente” diviene “Il diamante splendeva”), fallo pure, altrimenti, specie se devi trovare soluzioni troppo arzigogolate, lascia pure il verbo essere.
    2) Ehm, be’, lì sono io che preferisco tante volte la virgola alla “e”, e non mi piace il “ma” per ragioni personali. ^_^” In sé le congiunzioni non hanno niente di sbagliato. Finché le frasi risultano chiare e ben leggibili ne puoi mettere quante ne vuoi. Ma quando ti accorgi che al termine della frase senti il bisogno di rileggere l’inizio perché qualcosa ti sfugge, allora forse era una frase troppo lunga/complessa e andrebbe spezzata (togliendo dunque le congiunzioni che introducevano coordinate e subordinate).

    I paragrafi non devi farli tutti lunghi uguali e brevi. Puoi variare come vuoi (nei limiti di non scrivere paragrafi lunghi pagine, mentre paragrafi di una riga, o addirittura di una sola parola possono andare bene), a seconda di quello che stai facendo. Per esempio quasi tutti nel dialogo diretto mettono ogni battuta e relativo dialogue tag in un paragrafo separato, anche se viene molto corto; mentre i paragrafi nella narrazione sono in media più lunghi.
    Per una descrizione dipende: se sta tutta in un paragrafo di lunghezza ragionevole posso fare un solo paragrafo lungo. Se viene troppo lungo posso dedicare un paragrafo a descrivere l’albero e un altro paragrafo a descrivere il gatto che ci dorme accanto. Se voglio attirare l’attenzione su un dettaglio posso mettere un lungo paragrafo che descrive qualcosa, e poi un paragrafo brevissimo per mostrare il dettaglio a cui voglio dare enfasi.
    Puoi giostrare come vuoi, con l’unico limite di non creare “muri di testo”.

    @Lupus In Fabula.

    perché a me nella prima persona sembra il contrario: è molto più sensato dire “quella cosa mi fece incazzare di brutto” piuttosto che “quella cosa mi fece serrare i pugni e digrignae i denti”.

    Intanto devi distinguere come stai scrivendo in prima persona, se con una “cornice” o no. Cioè, se all’inizio del romanzo il narratore invita i suoi amici al bar e poi inizia a narrare, hai più libertà di raccontare, perché in effetti il mostrato è il personaggio che parla, quello che dice è un altro problema. Ma, nonostante la sua diffusione, la “cornice” nel 99% dei casi è inutile, perciò assumiamo che non ci sia e il personaggio in prima persona viva in tempo reale gli avvenimenti, come se ci fosse una telecamera nel suo cervello.
    In questo caso non è vero che quando la tua fidanzata ti dice che ti ha tradito tu pensi “mi sto incazzando di brutto”, tu pensi che adesso le spacchi la faccia e a lui gli tagli le palle o direttamente le dai uno schiaffo/un pugno. Il “quella cosa mi fece incazzare di brutto” lo dici ore dopo quando ne discuti con un tuo amico. Ma quando sei incazzato di brutto fai/pensi/dici qualcosa di congruente all’incazzatura, non consideri astrattamente di essere “incazzato di brutto”.

    @Daniele. L’esempio che fa il tizio non ha molto senso perché si tratta di una barzelletta, lì lo scopo è far ridere, non mostrare immagini vivide al lettore. Se scrivi così, basandoti su allusioni, viene fuori uno stile molto ironico che però sarà adatto solo a certo tipo di opere.
    Invece direi che la cosa importante nelle descrizioni non è tanto tralasciare i dettagli, ma scegliere i dettagli giusti. Di dettagli se ne scartano sempre, è naturale, è impossibile mettersi lì a elencare ogni mattone e ogni filo d’erba; bisogna essere bravi a tenere i dettagli migliori. E i dettagli migliori dipendono da quello che vuoi comunicare: guardo fuori dalla finestra e vedo il palazzo di fronte, se voglio comunicare che sono in una zona di guerra dirò che il muro è pieno di fori di proiettili e un signore è al balcone con il fucile in mano; può darsi che il muro sia anche bianco e al balcone a fianco una signora fumi una sigaretta, ma questi altri due dettagli non servono al mio scopo, dunque scelgo di non includerli nella descrizione.

  58. 25 Daniele

    @Gamberetta:
    per quanto riguarda quell’autore, non credo l’abbia scritto in un libro. Io l’ho scoperto in un articolo sulla scrittura, posto qui sotto un estratto del paragrafo incriminato:

    Filling in the Blanks: Slot Machine Memory
    The purest way to convey emotion in a story is to elicit that emotion from your reader. Writing down a string of invective to convey anger pales in comparison to crafting a character whose treatment of—or treatment by—another character arouses genuine anger in the reader. What’s the worst criticism you can level at a horror film? It wasn’t scary. For a film to be a horror film, it needs to elicit the feeling of fear from a viewer. Comedy is very similar; a comedian isn’t funny unless he makes the audience laugh.

    Speaking of comedians, one of my favorite Mitch Hedberg lines goes something like, “I found this stuff that turns your toilet water blue. They’re called blue popsicles… but you gotta eat a whole lot of ‘em.” At the punch line, “but you gotta eat a whole lot of ‘em,” our brains shift gears to the idea of him pissing blue into his toilet. No, it’s not as funny when it’s explained, which is why it’s so frustrating when someone doesn’t get a joke. The explanation sucks the wind out of it. A punch line is only funny when our brains fill in the blanks.

    I refer to this reflexive filling in the blanks as slot machine memory, a metaphor for the way we fill in the spaces with our own images, fears, biases and whatnot from our imaginations. Slot machines themselves are wired to mete out wins at such intervals that the player’s losses fall behind a mnemonic blind spot, so as to keep the player playing. Casinos make money by celebrating small wins that gloss over huge losses.
    Memory lies. Our recollections are colored by distance, emotion, hindsight, nostalgia and a host of other things. Details of a water cooler story change according to their significance to the teller, not according to what actually happened. Slot machine memory makes our account of the cab driver more reckless, the ex more psychotic, the sex more spectacular and, of course, our Vegas wins bigger. In the absence of detail and the presence of passion, memory cedes to imagination. Good descriptions, like good jokes, make use of the reader’s slot machine memory. With only a few select details, they conjure the rest from the reader’s imagination to fill in the blanks. The first task in crafting good descriptions is knowing which details to choose.

    Il sito da cui ho presto questo paragrafo è LitReactor.com, ma l’avevo trovato anche in un secondo sito di cui ora non dispongo l’indirizzo…
    In attesa di delucidazioni, grazie ancora per l’articolo!

    Daniele

  59. 24 Lupus In Fabula

    una domanda:
    nel parlare delle emozioni dei personaggi giustamente dici che vanno mostrate e non dette, quindi se X è incazzato bisogna farlo comportare in modo che risulti incazzato. ma in caso di narrazione in prima persona vale lo stesso? perché a me nella prima persona sembra il contrario: è molto più sensato dire “quella cosa mi fece incazzare di brutto” piuttosto che “quella cosa mi fece serrare i pugni e digrignae i denti”.

  60. 23 WilliePete

    Grande Gamberetta!
    Grazie mille per lo splendido articolo.

    Oltre allo Strunk, che è un pò datato, quali titoli mi consigli per approfondire lo studio dello stile a livello di grammatica e sintassi?
    So che ce n’é centinaia, proprio per questo mi perdo… chiedo solo se ci sono dei titoli molto più validi, o se uno vale l’altro.

    Detto ciò, sollevo qualche mia perplessità:

    1) L’uso del verbo essere. Il predicato nominale è statico e spinge al raccontato, quindi evitarlo dovrebbe rendere tutto più dinamico, però a me sembra che il verbo essere sia talmente comune da non causare poi questo divario.

    La stanza era spaziosa.

    Avrei potuto portare tutti i miei amici a dormirci e non avremmo riempito metà di quella stanza.

    La prima espressione è un po’ raccontata e statica, ma è anche sintetica e diretta. Che fare? Ha senso scrivere senza il verbo essere?

    Da qualche parte mi sembra che avessi detto che non ti sembrava granché. Ma non sono sicuro.

    2) Congiunzioni. Mi sembra che la tendenza sia quella di usare solo “e”, “ma”, “anche”, e di evitare il più possibile anche queste.

    Non si rischia di fare un elenco della spesa? Mi trovo di fronte a una serie di coordinate e sottintendo i rapporti fra loro, lasciando solo una serie di azioni. Non rischio di frammentare la prosa?

    Stesso dubbio con paragrafi uniformi e brevi. Non rischio di dare un ritmo troppo monotono? Se ogni tre righe salto il paragrafo sembra più un saggio che un racconto. Una descrizione ha senso spezzarla in più paragrafi? Non perdo la continuità narrativa?

  61. 22 Federica

    Orca (anzi Accipigna!) perché non si possono cancellare i commenti? D: Sarebbe stato meglio per me…

  62. 21 Federica

    Sto cercando di imparare a scrivere ma ho difficoltà a trovare manuali. Non posso comprare da internet e in libreria si trova poco o niente sull’argomento. Perciò grazie, sei un ottimo manuale, per di più gratuito!
    Però, da come scrivi in alcuni punti, pare quasi che la cosa più importante per te sia risparmiare parole. Capisco che è giusto non sprecare carta e tempo eccetera eccetera, ma scrivere sbrodolandosi un po’ secondo me non vuol dire per forza scrivere male. Se un libro mi piace, mi piace anche che duri tanto. Se è breve non mi dà soddisfazione! Qualche ora ed è gia finito.
    Magari a volte usare più parole non vuol dire per forza usarle male. E’ anche questione di gusti. Ovviamente esistono libri scritti oggetivamente male, ma alcuni possono essere semplicemente scritti in un modo che a Tizio piace e a Caio no.
    Poi in altri punti invece ti lanci in descrizioni risorosamente mostrate, che però a me sono parse un pochino esagerate. Alcune parti sembravano lunghissime liste particolareggiate che dopo un po’ stancavano. Anche questa però è questione di gusti, credo.
    Come ho detto e come si sarà capito da come scrivo, sto ancora imparando, perciò non so se ho scritto cose ragionevoli …
    Ah, ma non si scrive “Bordeaux”? O si usa anche la forma “bordò”?

  63. 20 Gamberetta

    @Tapiroulant.

    Domanda: ci saranno altri articoli in programma in tempi medio-brevi?

    Non lo so. È inutile che faccia promesse che poi non potrei mantenere.

    @Davide27.

    TI segnalo quello che forse è un errore o forse è un’espressione che non conosco: un bravo scrittore conosce solo cento parole CENTO.

    È un modo di dire per dare enfasi.
    Per la chiave è come dice Gluttony: se vuoi sottolineare il “provare” devi mostrarlo.

    @Giorgio.

    L’utilizzo di riuscì, come altre parole, è necessario in alcuni casi. “Marco non riuscì a parare il colpo” è assai diverso da “Marco non parò il colpo”. Nel secondo caso c’è confusione in merito alle intenzioni di Marco. Marcò non parò il colpo perché non ci riuscì, o perché non volle?

    Il problema è che se non ci riesce perché non vuole o perché non è capace o perché lascia perdere a metà o perché viene distratto da un canguro volante devi mostrarlo. Con il “riuscì” il lettore ne sa tanto quanto senza il “riuscì”. Perciò scrivi:

    Il gigante Piripotto alzò la clava sopra la testa. Michele gettò lo scudo e alzò il capo. «Uccidimi!» Piripotto abbatté la clava sul cranio di Michele.

    E qui non è riuscito a parare perché non ha voluto. Oppure scrivi:

    Il gigante Piripotto alzò la clava sopra la testa. Michele sollevò lo scudo. Piripotto abbatté la clava, il colpo frantumò lo scudo e fracassò il cranio di Michele.

    E questa volta Michele non è riuscito a parare non per volontà sua. Il “non riuscire” non ha ragione di esistere.

    Provate voi stessi. Piegate la bocca a mezza luna e poi pronunciate detta frase. La stessa cosa è applicabile a “piangendo”, e a molti altri gerundi.

    Ma l’hai mai vista una persona che ride o piange? Nessuno che sta piangendo pronuncia: “Non crederete veramente che io possa alzarmi alle sette del mattino”, invece dice:

    «Non crederete», Michele tirò sul col naso, «veramente che…», singhiozzò, si asciugò le lacrime con la nocca dell’indice, «io, scusatemi ecco», si soffiò il naso, «possa alzarmi alla sette.» Le lacrime gli rigavano le guance, aveva gli occhiali appannati, i baffi impiastricciati di muco. «Del mattino.»

    E questo se vuoi comunicare al lettore che il personaggio sta piangendo mentre dice quelle parole. Se invece non è così importante perché farlo piangere? Le “didascalie” non hanno posto nella narrativa.

    Ne vale la pena? Se mostrerete tutto, ucciderete il lettore dopo poche pagine. Bilanciate.

    La narrativa deve emozionare, se il cervello del lettore si assopisce non sta emozionando, dunque è inutile leggerla ed è inutile scriverla. È normale che leggendo un bel romanzo ci si trovi alla fine affaticati.

    Ora, c’è chi ha scritto romanzi mostrando ogni cosa. Se volete farlo anche voi, perlomeno non usate il presente, per Dio! Oppure fatevi assumere alle Poste Italiane come telegrafi viventi.

    Aggiungo un consiglio: non girate sui blog altrui a scrivere stronzate come quella qui sopra.

    @Daniele.

    Domanda: ho letto che da qualche parte che Craig Clevenger suggerisce di elidere alcune parti nelle descrizioni per permettere al lettore di “colmare il vuoto”. Ne sai qualcosa? E’ un consiglio valido? Potresti fare degli esempi?

    Non conosco il signor Clevenger, dunque non saprei. Detta così pare un’idiozia ma magari leggendo il contesto in cui la inserisce ha più senso. Se mi dici da quale libro viene magari riesco a procurarmelo e controllo.

  64. 19 Fudou

    Due artcoli nell’arco di così poco tempo, dev’essere un sogno.
    Grande Gamberetta.
    Riguardo all’approccio “migliore” al World building credo che piuttosto si dovrebbe parlare di approccio più rapido in quanto partendo dal Generale al Particolare o viceversa in teoria modifica unicamente la mole di lavoro e quindi il tempo necessari per arrivare a delineare in modo chiaro le parti di ambientazione nelle quali effettivamente si svolge l’azione.
    Io ho avuto questo tipo di problema preparando ambientazioni per GdR dove necessariamente sono dovuto partire dal Generale in modo da poter preparare poi il Particolare durante gli anni prima delle sessioni di gioco.
    Al contrario se devi scrivere solo una storia è ovvio che, per quanto sia necessario mantenere una certa coerenza, conviene di gran lunga partire dal villaggio del protagonista attaccato dai conigli assassini che dal decidere il grado di pressione fiscale al quale sono sottoposti i contadini di quel villaggio in funzione dell’estensione dell’intero regno.
    Razionalizziamo gli sforzi.

  65. 18 Manrico Corazzi

    Grazie Gamberetta.

  66. 17 E.G.P.

    Credo Gamberetta che tu debba scrivere una guida di scrittura narrativa, magari anche solo in versione ebook.

    Personalmente l’acquisterei senza nessuna esitazione.

    Cordiali Saluti

    E.G.P.

  67. 16 Daniele

    Complimenti per l’articolo, Gamberetta!

    Domanda: ho letto che da qualche parte che Craig Clevenger suggerisce di elidere alcune parti nelle descrizioni per permettere al lettore di “colmare il vuoto”. Ne sai qualcosa? E’ un consiglio valido? Potresti fare degli esempi?

    Grazie ancora per l’articolo!

    Daniele.

  68. 15 Gluttony

    Ok, Giorgio, ecco la mia risposta.

    L’utilizzo di riuscì, come altre parole, è necessario in alcuni casi. “Marco non riuscì a parare il colpo” è assai diverso da “Marco non parò il colpo”. Nel secondo caso c’è confusione in merito alle intenzioni di Marco. Marcò non parò il colpo perché non ci riuscì, o perché non volle?

    Il problema è che “Marco non parò il colpo” è raccontato. Il Raccontato, come saprai se hai letto qualche manuale di narrativa (io ho letto solo quello di gamberetta, mea maxima culpa) è per natura poco preciso. Quindi, se proprio voglio far vedere a Chiara che Marco sta per essere ucciso, non scrivo “Marco non parò” (che peraltro non esprime alcuna emozione) ma
    “Marco teneva la spada con entrambe le mani, e camminava in circolo attorno al suo assalitore, studiandolo per sapere cosa fare come prossima mossa. Ma quello, all’improvviso, alzò la sua lama, e la calò. Marco, allora, mosse le braccia e portò la spada in alto, con la lama perpendicolare a quella del suo avversario. Ma quello, allora, all’ultimo momento riuscì a deviare il corso dell’arma , che fendette solamente l’aria alla sinistra di Marco . Marco, sorpreso, mosse la testa e rimise gli occhi sulla spada nemica, che, mossa dall’assalitore, lo colpì al fianco destro, da cui sgorgava sangue”
    Vedi? Questa cosa si ricollega al discorso di Gamberetta. Il nemico non “attacca” e l’eroe non “para”. Il raccontato non dà emozione: per quanto brutto (non ho idea di come funzioni il combattimento ad armi bianche, quindi sono andato piuttosto ad intuito.) è molto più emozionante. La morte di Marco ti è piaciuta più come l’ho raccontata io o la preferiresti con un generico “Marco non riuscì a parare e fu ucciso”?

    “Non crederete veramente che io possa alzarmi alle sette del mattino,” disse il conte, ridendo. <– Ridendo è un gerundio didascalico, perfettamente valido e assolutamente corretto. In questo caso, infatti, ridendo delinea l'atteggiamento del personaggio che parla. Provate voi stessi. Piegate la bocca a mezza luna e poi pronunciate detta frase. La stessa cosa è applicabile a "piangendo", e a molti altri gerundi.

    Il fatto è che ridere è un’azione che usa tutta la bocca, non-stop. Se ridi non riesci a parlare. Al massimo, quello che intendi tu, è sorridere. Piangere mentre si parla è invece possibile, perché al massimo ti fa fare qualche singhiozzo, ti fa parlare strascicato, ma ti permette di parlare in ogni caso. (i singhiozzi sarebbe meglio mostrarli, se la scena è importante, comunque)

    Relativamente a Mostrare e non Raccontare, e a come funziona il cervello umano, ricordatevi che durante “la messa in mostra”, il vostro lettore utilizza assai più risorse di questo meraviglioso cervello. Trapanargli il cranio è un gesto di poco rispetto! Dovete decidere cosa sia il caso di raccontare e cosa sia il caso di mostrare. Se mi mostrate dettagliatamente un vecchio incazzato, invece di scrivere semplicemente (oh dio quanti avverbi!) “era un vecchio incazzato”, spostate un sacco delle risorse del mio limitato cervello su quel vecchio. Ne vale la pena? Se mostrerete tutto, ucciderete il lettore dopo poche pagine. Bilanciate.

    Il buonsenso pensavo fosse più comune ; hai una così bassa visione di me e degli altri utenti? :( E’ ovvio (lo scrive la stessa gamberetta) che bisogna bilanciare.

    Ora, c’è chi ha scritto romanzi mostrando ogni cosa. Se volete farlo anche voi, perlomeno non usate il presente, per Dio! Oppure fatevi assumere alle Poste Italiane come telegrafi viventi.

    Pensa te, io mi farei assumere adesso se non avessi 15 anni. La crisi è crisi.


    Questo perché qualcuno qui dentro c’ha la verità!

    Ma infatti è vero. Gamberetta ha studiato molto per arrivare a conoscere queste regole, perché non dovrebbe condividere la sua esperienza con noi? Il miglioramento è studio, lo studio è un flusso di informazioni che passa da una all’altra persona. Più o meno come “La lezione è la pratica in cui gli appunti di un Professore diventano gli appunti di uno studente, senza passare per la mente di nessuno dei due” solo con meno puttanate.

  69. 14 Michele

    Oh, ma perché vi fate tante seghe mentali su “provare” e “sentire”? Alla fine Gamberetta dice che possiamo anche scrivere come cavolo ci pare! Libertà per tutti!

    Credo che Gamberetta lo intenda da un punto di vista esclusivamente giuridico

  70. 13 Zave

    ottimo articolo, l’ho trovato molto interessante.

  71. 12 Gianluigi La Trippa

    @Giorgio:
    In questo caso non è necessaria una cosa del genere. per comunicare al lettore la volontà di Marco di non prendersi il colpo puoi scrivere “Marco non parò il colpo.” dopo aver mostrato al lettore quanto Marco tenesse a vincere quell’incontro. Magari perchè sta affrontando il cavaliere che ha ammazzato il padre due anni prima durante una rissa in una taverna. Oppure puoi anche fornire al lettore questo quadro della situazione, scrivi sempre “Marco non parò il colpo.” e poi fai capire che in realtà Marco non ha voluto parare il colpo perchè non voleva uccidere il cavaliere poichè si era innamorato della figlia e preferiva sacrificarsi invece di farsi odiare da lei. In questo modo sorprendi il lettore, crei conflitti, anche interiori che si risolvono sorprendendo(quindi emozionando) il gonzo che ha pagato per questo.
    Stai scrivendo un romanzo, non una cronaca che deve riportare il più possibile. Facendo come tu stai giustificando ti togli opportunità per caratterizzare i personaggi: nell’esempio del Conte, che tipo di risata era? era un ghigno per sfottere l’interlocutore? una risata bonaria per sottolineare l’ingenuità del suddetto? Questo è piuttosto importante per far capire l’atteggiamento ed il rapporto che hanno i personaggi tra loro. Ovviamente il tuo è comunque italiano corretto, ma molto meno utile allo scopo narrativo.

  72. 11 Giorgio

    L’utilizzo di riuscì, come altre parole, è necessario in alcuni casi. “Marco non riuscì a parare il colpo” è assai diverso da “Marco non parò il colpo”. Nel secondo caso c’è confusione in merito alle intenzioni di Marco. Marcò non parò il colpo perché non ci riuscì, o perché non volle?

    “Non crederete veramente che io possa alzarmi alle sette del mattino,” disse il conte, ridendo. <– Ridendo è un gerundio didascalico, perfettamente valido e assolutamente corretto. In questo caso, infatti, ridendo delinea l'atteggiamento del personaggio che parla. Provate voi stessi. Piegate la bocca a mezza luna e poi pronunciate detta frase. La stessa cosa è applicabile a "piangendo", e a molti altri gerundi.

    Relativamente a Mostrare e non Raccontare, e a come funziona il cervello umano, ricordatevi che durante "la messa in mostra", il vostro lettore utilizza assai più risorse di questo meraviglioso cervello. Trapanargli il cranio è un gesto di poco rispetto! Dovete decidere cosa sia il caso di raccontare e cosa sia il caso di mostrare. Se mi mostrate dettagliatamente un vecchio incazzato, invece di scrivere semplicemente (oh dio quanti avverbi!) "era un vecchio incazzato", spostate un sacco delle risorse del mio limitato cervello su quel vecchio. Ne vale la pena? Se mostrerete tutto, ucciderete il lettore dopo poche pagine. Bilanciate.

    Ora, c'è chi ha scritto romanzi mostrando ogni cosa. Se volete farlo anche voi, perlomeno non usate il presente, per Dio! Oppure fatevi assumere alle Poste Italiane come telegrafi viventi.

    Questo perché qualcuno qui dentro c’ha la verità!

  73. 10 Gargaros

    Oh, ma perché vi fate tante seghe mentali su “provare” e “sentire”? Alla fine Gamberetta dice che possiamo anche scrivere come cavolo ci pare! Libertà per tutti!

  74. 9 Cecilia

    Un altro articolo da infilare nei consigli di scrittura insieme ai Manuali, ottimo.
    Molto utile, anche se ce ne vorrà di tempo prima che mi venga naturale eliminare i verbi superflui ^^.
    Grazie, nient’altro da dire per ora.

    Anzi, sì:

    Fate soffrire i personaggi! Inserite conflitti dove potete!

    Questa dev’essere la personale regola di vita di quel simpaticone di Gen Urobochi ^^. O non avrebbe scritto Fate/Zero (Madoka scompare al confronto).

  75. 8 Eosforo

    Articolo interessante e ben fatto! :D Mi sarà molto utile soprattutto la parte sul bullet time…

  76. 7 Davide27

    @Gluttony

    Non avevo letto il tuo commento, penso che hai ragione.

  77. 6 Davide27

    @Sangi

    sono d’accordo con te sulla questione del pov e dell’insicurezza ma penso che anche se il soggetto tenta di compiere un’azione pur non essendo a conoscenza della fallibilità della stessa ma non ci riesce, l’atto che non è compiuto deve comunque essere espresso e qui dovrebbe entrare in gioco il provò o il tentò. Poi nemmeno io sono infallibile, sto solo “provando “a far valere un’ipotesi.

  78. 5 Gluttony

    Ovviamente poi si può ancora migliorare, infatti ho usato il verbo “sentì che qualcosa faceva resistenza”, ma come detto in questo stesso articolo “sentì” è pleonastico. Meglio dire “qualcosa faceva resistenza”.

  79. 4 Gluttony

    @Gamberetta: siii, finalmente sei tornata *w*

    @Davide27: Gamberetta si pone questa domanda nell’articolo sul mostrare, e riespongo brevemente cosa dice: secondo Gamberetta, se il tuo personaggio non riesce ad aprire la porta, dei mostrarlo. Non dire “Michele provò a girare la chiave ma la serratura era inceppata” ma “Michele inserì la chiave nella toppa, e poi la fece ruotare. Quella girò per un attimo, poi rimase ferma. Michele sentiva qualcosa fare resistenza -Questa dannata porta si sarà inceppata!-”

  80. 3 Sangi

    @davide
    Ti do la mia opinione :)
    Alla fine l’atto di provare a girare la chiave e quello di girare la chiave stessa non ha alcuna differenza, a livello visivo. Penso che l’unico modo “corretto” di usare il “provare” sia quando il POV è insicuro rispetto alla cosa. Ad esempio se la serratura è vecchia ed il protagonista non è sicuro che la porta si aprirà allora prova. Ma è solo una mia interpretazione, magari mi smerdano :D

    Comunque, sono sempre felice di leggere un nuovo articolo di Gamberetta, anche se dovessero passare anni.

  81. 2 Davide27

    Ritorno in grande stile.
    TI segnalo quello che forse è un errore o forse è un’espressione che non conosco: un bravo scrittore conosce solo cento parole CENTO.

    Comunque se scrivo “Michele provò a girare la chiave ma la serratura era inceppata”. l’uso del provò è legittimato? Ad ogni modo mi trovo d’accordo con tutto, sei sempre utilissima.

  82. 1 Tapiroulant

    Bello ^-^
    La parte sul worldbuilding mi sarà molto utile. Non ho mai amato molto la formula del viaggiatore che esplora nuovi mondi (preferisco personaggi già integrati, almeno parzialmente, nell’ambientazione), quindi è sempre stato un problema per me descrivere gli ambienti senza suonare artificioso e infodumposo.
    Spero che riuscirai a trovare il tempo per un articolo apposta!

    Domanda: ci saranno altri articoli in programma in tempi medio-brevi?

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