Archivio per febbraio 2013

Chiara Di Domenico vs Giulia Ichino

Premessa: non ho le competenze di politica e di sociologia per discutere riguardo il mercato del lavoro o argomenti analoghi, né mi interessa. Con questo articolo voglio solo parlare di editoria.

Ho letto con perplessità la polemica tra Chiara Di Domenico e Giulia Ichino. In poche parole, Chiara Di Domenico – che lavora con contratto a progetto per una piccola casa editrice – ha accusato Giulia Ichino di essere stata assunta molto giovane a tempo indeterminato da Mondadori perché figlia di, nel caso specifico figlia di Pietro Ichino.
Chiara Di Domenico stava parlando dal palco di un seminario del PD a tema “Le parole dell’Italia giusta”. Le frasi incriminate sono le seguenti:

Io sono stanca di vedere figli di, nipoti di, mariti di, sorelle di, in posti che non gli competono. E faccio i nomi perché non mi interessa perché la verità è scandalosa. Pietro Ichino, che è passato a Monti, ha una figlia, si chiama Giulia Ichino. Giulia Ichino, a ventitré anni, ha avuto un ruolo nella Mondadori come redattore interno, editor di narrativa italiana. Ventitré anni.

Potete ascoltare l’intero intervento qui.

Chiara Di Domenico poi ha corretto un po’ il tiro, affermando che in effetti non sa se Giulia Ichino è competente o no, vedi questa intervista:

Non può esserselo meritato quel posto?
“Infatti ci tengo a precisare che il mio intento non era puntare il dito contro qualcuno ma segnalare un fatto. L’assunzione può anche essersela meritata per le sue capacità certo però mi permetta una domanda”.

Prego
“Quanti come lei sono riusciti a farsi assumere a quell’età?”.

Dopodiché alcuni si sono schierati dalla parte di Chiara Di Domenico, altri da quella di Giulia Ichino, la quale, sulle pagine del Corriere, parla di “fortuna” – stile Licia Troisi che aveva attribuito alla “fortuna” il suo essere pubblicata. Mi viene da pensare che la sede di Mondadori sia avvolta da una gran aura di “fortuna”.

Comunque il punto non è la “fortuna”, il punto è che né i sostenitori della Di Domenico, né quelli della Ichino sono entrati nel merito. Nessuno ha preso un romanzo editato dalla Ichino e ha mostrato la qualità del suo lavoro o viceversa l’incompetenza. Non solo nessuno lo ha fatto, ma a nessuno è neanche venuto in mente di farlo o di proporlo.
Non si tratta di una novità. Quando in Italia si parla di editoria si naviga nella nebbia; non ci sono mai dati oggettivi. Non è importante se una persona è figlia di o se è giovane, è importante che sappia fare il suo lavoro. Non è importante se un’autrice ritira un premio indossando un abito scollato, è importante che sappia scrivere bene.
Perché, se Giulia Ichino sa fare il proprio mestiere, chissenefrega che è figlia di Pietro Ichino. E se, d’altro canto, Giulia Ichino è incompetente, chissenefrega che è figlia di Pietro Ichino.

Non si può fare alcun discorso sensato riguardo l’editoria se non si parte dal presupposto che il lavoro editoriale possa essere giudicato in termini oggettivi. Eppure hanno tutti il terrore di affrontare questo punto.
Quando una casa editrice chiude si sente sempre un coro disperato perché scrittori geniali avranno un canale in meno per diffondere la propria Arte e perché serissimi e professionalissimi redattori sono ora disoccupati. Solidarietà umana per entrambe le categorie, ma spesso gli autori scrivevano da cani e i redattori non sapevano fare il loro mestiere.
E tanto per non essere da meno della Di Domenico, facciamo un nome: Asengard. Quando questa piccola casa editrice ha chiuso, c’è stato un pianto greco come se fosse morto il Papa. In realtà Asengard pubblicava immondizia su immondizia – lo so, li ho letti i romanzi, anche se sul blog ho recensito solo Sanctuary – e se c’era qualcuno a fare l’editing non se ne è mai accorto nessuno.
Asengard ha riaperto, ma a quanto pare non pubblica più autori italiani. Ottima scelta: passare da Uberto Ceretoli – che aveva pubblicato per Asengard i primi due ributtanti romanzi della sua trilogia fantasy e che per la conclusione della saga ha dovuto rivolgersi a Youcanprint.it – a Ekaterina Sedia – di cui la nuova Asengard ha pubblicato il romanzo The Alchemy of Stone – merita un applauso; applauso basato su un dato concreto, la qualità oggettiva delle opere.

Io so che Francesca Mazzantini e Roberta Marasco – le editor di Licia Troisi – dovrebbero cambiare mestiere. E lo so basandomi sulla pagina stampata. Non me ne frega niente se sono figlie di o quanti anni hanno o con che contratto sono state assunte.
Tra l’altro non è per niente vero che la raccomandazione in sé sia negativa. Basta pensare al passaparola tra i lettori: viene considerato unanimemente uno strumento giusto e democratico per far emergere i libri più interessanti; il passaparola non è altro che una serie di raccomandazioni.
Il problema è quando la raccomandazione non si basa sul merito – ho letto un libro interessante/ho conosciuto una persona competente e segnalo a chi di dovere –, ma sull’amicizia o sulla parentela. Tuttavia una cosa non esclude l’altra: capita che il figlio di uno scrittore sia anche un bravo scrittore, e non è strano che una persona che viva per anni a contatto con qualcuno già competente in materia impari meglio e più in fretta. Dunque l’unica soluzione è trovare criteri oggettivi per valutare i meriti. Non c’è altra strada.
Ma so che parlo al vento, il credere che i gusti sono gusti fa troppo comodo a tutti: dal redattore precario all’editor Mondadori, dall’autore autopubblicato alla scrittrice quindicenne che esordisce con una grande casa editrice, dal giornalista al blogger qualunque.

Detto questo, nel caso specifico, ha poca importanza il perché Lord Mondador assuma tizio o caio, quello che dovrebbe avere importanza è la qualità dei romanzi che vengono proposti in libreria a 20 euro l’uno.
Le polemiche dovrebbero essere: “Perché la Mondadori ha appena pubblicato l’ennesimo libro di merda?” oppure: “Perché al tal Premio Letterario ha vinto un romanzo che fa schifo?”. Ma non succede niente di tutto ciò. Né credo succederà mai.

* * *

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[...] sono vent’anni che pubblico opere narrative, quindici che lavoro nell’editoria, e non mi è mai capitato di incontrare un editor che non avesse conoscenze di narrativa. In genere ne avevano molte più di me. Possibile che in vent’anni non mi sia mai capitato un editor “tipico”? Sempre quellei strani? :-)

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Approfondimenti:

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