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I Dannati di Malva & altre ghiottonerie

Come accennavo nell’articolo di qualche tempo fa riguardo il futuro del blog, ho intenzione di segnalare, con una certa regolarità, le varie release pirata che riguardano il fantasy.
Su moralità e legalità della pirateria si potrebbe discutere all’infinito e ci dedicherò uno o più articoli. Per ora posso dire questo: ho la camera foderata di libri e piena di scatole di videogiochi e confezioni di DVD, ma il risultato è stato che al cinema vogliono perquisirmi prima di farmi entrare. Hanno finito di prendermi per scema. I miei soldi non li vedranno mai più. E se così l’industria cinematografica, editoriale e musicale finisce in rovina, tanto meglio!

Comunque è un discorso molto lungo, per adesso, dato che questo blog si occupa di libri, ne segnalo tre che trattano l’argomento da vari punti di vista.

Il primo è già un classico, ossia Free Culture di Lawrence Lessig. Il libro è disponibile gratuitamente presso il sito dedicato. La parte più interessante è sicuramente quella che tratta della storia del copyright, e di come tanti di quelli che adesso fanno gli scandalizzati siano nati loro come pirati (vedi gli industriali del cinema, che iniziarono la loro carriera violando i brevetti di Edison).

Copertina di Free Culture
Copertina di Free Culture: non fissatela troppo a lungo!

Tuttavia quando Lessig parla di pirateria via Internet è impreciso sia dal punto di vista tecnico sia da quello sociale. Per avere un’idea di come funzioni davvero la pirateria e quali siano le motivazioni di fondo, consiglio (su indicazione del Coniglietto Grumo): Electronic Potlatch di Alf Rehn e Software Piracy Exposed di Paul Craig, Mark Burnett & Ron Honick.
Electronic Potlatch è disponibile al sito dell’autore, qui (PDF). È in realtà la tesi di laurea in Industrial Management dell’autore stesso. La parte strettamente economica è tuttavia piuttosto limitata, il cuore del libro è il viaggio che Rehn compie nel mondo della pirateria, partendo da un semplice file di testo. Interessantissimo!
Software Piracy Exposed è più tecnico-informatico (anche troppo, a volte), ma non meno interessante. Anche perché la tesi di Rehn è di qualche anno fa, quando per esempio BitTorrent non esisteva ancora. Un confronto tra Electronic Potlatch e Software Piracy Exposed però dimostra che molto è rimasto invariato, possono cambiare le tecnologie ma è apparenza, motivazioni e struttura della pirateria rimangono uguali.

Copertina di Software Piracy Exposed
Copertina di Software Piracy Exposed

L’altra considerazione preoccupante che si trae dalla lettura di questi libri è che la disinformazione è assoluta. Nessun organo d’informazione tradizionale (stampa, TV, ecc.) anche solo si avvicina a dire qualcosa di vero a proposito di pirateria via Internet. Non credo neanche sia malafede, è proprio un abisso d’ignoranza. Il preoccupante è che se codesti signori giornalisti non sono capaci d’informarsi riguardo FTP e BitTorrent, come faccio a dar loro credito quando parlano di Al Qaeda, dell’Iran o di qualunque altro argomento?
Infatti non mi fido più!

Ciò premesso, premessa sulla quale prometto di tornare in futuro, passiamo alle segnalazioni.

Libri

Le uscite di romanzi, tradotti in italiano o in lingua inglese, anche rimanendo nel solo ambito della narrativa fantastica, si contano a decine ogni settimana. Per questo mi limiterò a segnalare le uscite riguardanti autori italiani.

Si inizia con l’ultimo romanzo della beniamina del blog, Licia Troisi!
Su emule si può infatti trovare I Dannati di Malva:
Icona di un mulo eBook.ITA.3031.Licia.Troisi.I.Dannati.Di.Malva.(doc.lit.pdf.rtf).[Hyps].rar (1.450.424 bytes)

Copertina de I Dannati di Malva
Copertina de I Dannati di Malva

Contravvenendo ai miei sani principi l’ho letto… e devo purtroppo ammettere che non è così orribile come gli altri romanzi della Troisi, anzi è quasi sicuramente quanto di meno peggio la Troisi abbia mai creato (non che però sia un bel romanzo, eh!). Forse la mancanza di dolore deriva dal fatto che è un romanzo cortissimo, tanto che chiamarlo romanzo è un’esagerazione. Sono circa 27.000 parole, 160.000 caratteri, e questo includendo una sorta di postfazione, alcune pagine scritte da tale Antonio Pergolizzi sul problema dell’ecomafia. Forse il dolore è attenuato dal non aver pagato per leggere. O forse dipende dal fatto che la Troisi questa volta non ha voluto continuare a stuprare il fantasy, ma è passata al poliziesco.

Infatti questo I Dannati di Malva ha pochissimo di fantasy. È in realtà una sorta di giallo, con una Guardia cittadina (un poliziotto) impegnata a scoprire l’autore di una serie di omicidi che stanno sconvolgendo la vita della tranquilla città di Malva. Con un po’ di lavoro di documentazione è probabile la stessa storia si sarebbe potuta ambientare in qualche fabbrica o miniera africana.

In ogni caso: Malva è una città di vetro e acciaio, ai margini di una Foresta. La potenza del vapore permette ai cittadini umani di godersi marciapiedi semoventi, ascensori, riscaldamento e ogni sorta di comfort. C’è però un prezzo da pagare per il benessere: il prezzo lo pagano i Drow, costretti a lavorare come negri nel sottosuolo della città, per garantire l’efficienza degli impianti.
In realtà questi Drow dei Drow di Dungeons & Dragons hanno solo il nome e qualche particolare fisico. Se si pensa agli schiavi nelle piantagioni del Sud degli Stati Uniti prima della guerra civile o agli extracomunitari sottopagati nei nostri cantieri si ha un modello più calzante.

Drow
Una Drow

Telkar è un mezzosangue. Madre umana e padre Drow. Uno come lui dovrebbe stare nei Livelli Inferiori, ma a furia di sacrifici e grazie a incrollabile volontà è riuscito a farsi strada nel mondo umano, diventando una Guardia. Quando una serie di omicidi, che per la loro modalità sono attribuiti ai Drow, sconvolge la città, Telkar decide di sfruttare il suo aspetto per infiltrarsi tra i Drow del sottosuolo e scoprire l’assassino…

L’indagine è molto banale e scontata. Telkar non fa altro che aspettare che gli indizi gli capitino per sbaglio in grembo e così accade. Ma almeno non ci sono più quelle enorme incongruenze che avevano piagato i romanzi precedenti della Troisi. Ci sono ancora faccende poco chiare, tipo un Generale che è in pensione a una data pagina ed è in missione di scorta in un’altra, o il numero degli omicidi, tre o quattro secondo l’umore, ma sono particolari.
In più questa volta la Troisi narra in prima persona, e riesce abbastanza bene a mantenere questo punto di vista. Perciò è anche più facile accettare gli errori, visto che il protagonista può confondersi o dimenticare, mentre l’autore no.

Qui devo anche dire che la scelta del prologo è stata davvero infelice. Il prologo è disgustoso (e a differenza del resto del romanzo, la narrazione è in terza persona e non riguarda Telkar), ma per fortuna nel proseguo non ci sono altri bambini di dieci anni che brandiscono spade da sette libbre. Rendiamo grazie agli Dei.

Non credo che recensirò I Dannati di Malva: essendo un libricino così esiguo, non più di due ore di lettura, non c’è molto da aggiungere a quanto già detto. Penso che i fan della Troisi dovrebbero apprezzare, gli altri no, perché è comunque un brutto romanzo, ma se sono curiosi sempre meglio questo corto Malva gratis che le Cronache a 20 euro!
Vorrei però spendere due parole per l’editore, che in questo caso non è Mondadori ma Edizioni Ambiente. Signori Edizioni Ambiente, visto che a quanto pare avete così a cuore i problemi ecologici, perché non offrite voi l’ebook in questione? Perché contribuire all’inquinamento con la produzione di libri di carta? Che vanno stampati, imballati, trasportati e poi smaltiti. Un enorme spreco di energie che certo non migliora il problema dei rifiuti (e non sto facendo ironia).

Parlando di brutti romanzi, si è reso disponibile anche La Lama Nera di Dario De Judicibus:
Icona di un mulo eBook.ITA.3017.Dario.De.Judicibus.La.Lama.Nera.(doc.lit.pdf.rtf).[Hyps].rar (3.911.255 bytes)

Copertina de La Lama Nera
Copertina de La Lama Nera

Ho letto questo romanzo tempo fa (prima dell’apertura del blog), avrei anche voluto recensirlo, ma non me la sono mai sentita di rileggerlo. Non è un granché, ma c’è di peggio.

Terzo fantasy italiano apparso di recente, Ancess volume I: Le Chiavi del Fato di Sergio Rocca:
Icona di un mulo eBook.ITA.3007.Sergio.Rocca.Ancess.Le.Chiavi.Del.Fato.(doc.lit.pdf.rtf).[Hyps].rar (2.617.892 bytes)

Copertina de Le Chiavi del Fato
Copertina de Le Chiavi del Fato

Ho trovato pochissime notizie riguardo a questo fantasy (qui se ne parla brevemente), ma dopo averne lette tre pagine ho capito che le poche notizie erano fin troppe! È scritto in maniera oscena. Ho controllato il sito dell’editore, Editing Edizioni, e non pare editore a pagamento. Come si fa a pubblicare una roba del genere? Mistero. Comunque non è escluso che ci torni in qualche momento di disperazione e ne faccia una recensione.

Videogiochi

Non molto d’interessante negli ultimi tempi. Segnalo solo l’uscita dell’espansione per PC di Silverfall, ovvero Silverfall: Earth Awakening: Silverfall_Earth_Awakening-FLT (~6.43GB)
L’espansione è giocabile anche senza aver installato il gioco originale. Silverfall è un action-RPG; mi ricordo di averlo provato alla sua uscita e di non averne ricavato nessuna particolare impressione, né in positivo, né in negativo. Si distingue però per l’ambientazione, a tratti in stile fantasy più classico, a tratti più in stile steampunk. Consigliato agli amanti di Diablo, Sacred, Titan Quest e simili.

Silverfall: Earth Awakening
Uno screenshot di Silverfall: Earth Awakening

Film

Nota preliminare: non prendo neanche in considerazione i film doppiati. Parlerò solo di uscite nella lingua originale del film. Anche qui il discorso può essere lungo, e mi rendo conto che per chi è abituato al doppiaggio, passare all’originale più sottotitoli (spesso in inglese, visto che di sottotitoli in italiano non è così semplice trovarne) può essere traumatico, ma ne vale la pena. Il doppiaggio massacra i film. All’inizio è difficile rendersene conto, ma dopo qualche mese di visioni intensive in lingua originale non si torna più indietro.
E in ogni caso rimane una necessità per una marea di film che non hanno distribuzione nel nostro Paese neanche in DVD. Perciò tanto vale abituarsi.
Seconda nota preliminare: escono persino più film che libri, tener conto anche solo di tutti i film di fantasy/fantascienza non è facile. Perciò mi concentrerò solo su quei film che possono passare inosservati. Ognuno è in grado di trovare una copia gratuita di Cloverfield o Sweeney Todd anche senza le mie segnalazioni.

Dunque, negli ultimi giorni sono affiorati:

Cheung Gong 7 hou (CJ7, 2008)
CJ7.LIMITED.DVDRip.XviD-ESPiSE (DVDRip, ~700MB)
CJ7.2008.NTSC.DVDR-TDM (DVDR, ~3.70GB)
(cantonese con sottotitoli in inglese, coreano, cinese e tailandese)

Locandina di CJ7
Locandina di CJ7

L’ultimo film del geniale Stephen Chow, già regista, sceneggiatore e interprete di film quali Shaolin Soccer, Kung Fu Hustle e God of Cookery. Forse il più bravo attore comico in vita. Questo CJ7 non è all’altezza delle sue opere migliori, anche perché la presenza di Chow attore è minima, ma rimane comunque un film divertente e persino commuovente. Consigliato a tutti.

Trailer di CJ7

 

Kabe-otoko (The Wall Man, 2006)
The.Wall.Man.2006.DVDRip.XviD-WRD (DVDRip, ~700MB)
(giapponese con sottotitoli in inglese e giapponese)

Locandina di The Wall Man
Locandina di The Wall Man

Film horror/fantasy giapponese. Non l’ho ancora visto, la trama pare però interessante:

The ‘wall man’ ['kabe-otoko'] is a strange wall-dwelling creature that is neither human nor ghost. He observes the ways of mankind from his unique position, and television plays an important role in [his] existence. When Nishina tells his TV reporter girlfriend Kyoko what he has heard about this creature, she introduces the story on her show, setting off a bizarre chain of events…

Trailer di The Wall Man

 

[Rec] (2007)
Rec.2007.READNFO.DVDRiP.XViD-iKA (DVDRip, ~700MB)
(spagnolo con sottotitoli in inglese)

Locandina di [Rec]
Locandina di [Rec]

[Rec] è un film horror spagnolo con zombie. Lo stile di ripresa è lo stesso di Cloverfield, anche se il regista di [Rec] almeno ci prova a raccontare una storia invece di cercare di far venire mal di testa al pubblico. Il finale è decente, ma il resto così così. La protagonista con il suo incessante strillare è di un’antipatia unica.

Trailer di [Rec]

Approfondimenti:

bandiera EN Il blog di Lawrence Lessig
bandiera EN Il sito di Alf Rehn
bandiera EN Software Piracy Exposed su Amazon.com

bandiera IT I Dannati di Malva su iBS.it
bandiera IT I Dannati di Malva presso il sito dell’editore
bandiera EN I Drow di Dungeons & Dragons su Wikipedia
bandiera IT La Lama Nera su iBS.it

bandiera EN Il sito ufficiale di Silverfall
bandiera EN Una recensione di Silverfall: Earth Awakening

bandiera EN Stephen Chow su Wikipedia
bandiera EN Alcune notizie su The Wall Man
bandiera SP Il sito ufficiale di [Rec]

bandiera EN Releaselog, uno dei migliori siti per tenersi aggiornati sulle uscite

Scritto da GamberolinkCommenti (52)Lascia un Commento » feed bianco Feed dei commenti a questo articolo Questo articolo in versione stampabile Questo articolo in versione stampabile • Donazioni

Recensioni :: Film :: Cloverfield

Locandina di Cloverfield Titolo originale: Cloverfield
Regia: Matt Reeves

Anno: 2008
Nazione: USA
Studio: Bad Robot
Genere: Fantascienza, Mostri latitanti
Durata: 1 ora e 25 minuti

Lingua: Inglese

Kaiju è un termine giapponese che indica una creatura strana, mostruosa. Kaiju eiga sono i film di mostri, filone cinematografico al quale appartiene Cloverfield.
È un filone che come pochi altri sta a cuore al Coniglietto Grumo. Per capire perché, bisogna tornare indietro di trent’anni.

Il Coniglietto Grumo attore

1971. Il Coniglietto Grumo è appena tornato dal Vietnam. La sua ultima missione con le forze speciali è stata l’Operazione Lam Son 719, concepita per colpire le basi logistiche dei nemici della democrazia in Laos.
Il reparto di Grumo non è mai esistito, gli Americani non hanno mai ammesso il loro intervento diretto in Laos, ma Grumo c’è stato e ha visto l’Inferno!
Sono gli anni bui di Grumo, segnati da solitudine, alcool e oppio. Nella disperazione, un solo momento di gioia, l’esordio come attore nel film Night of the Lepus.

Locandina di Night of the Lepus
Locandina di Night of the Lepus

In Night of the Lepus, il crudele tentativo di ridurre la popolazione dei coniglietti, sviluppando un siero che uccida solo loro, senza avvelenare le altre specie, si ritorce contro i sadici dottori: i coniglietti infettati crescono a dismisura e divengono assetati di sangue!
Night of the Lepus è un film bizzarro, recitato con quasi assoluta serietà, come se nessuna delle persone coinvolte si rendesse conto dell’intrinseca ridicolaggine della trama. Segna anche la nascita della passione del Coniglietto Grumo per i film di mostri, passione che non l’ha ancora abbandonato, così com’è durata per anni l’amicizia che l’ha legato a DeForest Kelley (il dottor McCoy di Star Trek), conosciuto sul set del film.

I Coniglietti attaccano! Riconoscete Grumo?

Data tale premessa, diviene facile capire perché i film di mostri sono tanto importanti per il Coniglietto Grumo. Sono stati per lui la luce al fondo di un tunnel buio.

Breve storia dei mostri

Volendo tracciare una breve storia dei film di mostri le quattro tappe fondamentali sono:

The Lost World (1925) per la regia di Harry Hoyt, tratto da un famoso romanzo di Arthur Conan Doyle. In tale film per la prima volta compaiono mostri giganti, nel caso specifico dinosauri.

Trailer di The Lost World (1925)

King Kong (1933) regia di Merian C. Cooper e Ernest B. Schoedsack. La vicenda è celeberrima e perciò non starò a riassumerla. L’incredibile successo di King Kong ha suscitato interesse per i film di mostri in ogni angolo del mondo, e per questa ragione spesso King Kong è indicato quale capostipite del genere, sebbene appunto non lo sia in senso cronologico.

Trailer di King Kong (1933)

The Beast from 20,000 Fathoms (1953) regia di Eugène Lourié, tratto da un racconto di Ray Bradbury. The Beast from 20,000 Fathoms è la storia di una gigantesca creatura preistorica, un Redosauro, rimasta intrappolata per milioni di anni sotto il ghiaccio del Polo Nord. Sciagurati esperimenti nucleari risvegliano il mostro che pensa bene di dirigersi in America e attaccare la città di New York!
Non solo il Redosauro ha un pessimo carattere, dimensioni enormi e forza spaventosa, ma è anche portatore di brutte malattie. Questo particolare non è molto comune tra film di mostri, specie se sono mostri giganti; di recente è stato ripreso nel film coreano The Host dove però è usato solo per calunniare il povero mostro.

Trailer di The Beast from 20,000 Fathoms (1953)

The Beast from 20,000 Fathoms è uno dei primi film a poter vantare effetti speciali realizzati da Ray Harryhausen, un maestro nel campo.
È un bel film, divertente e con una trama più complessa di quanto non appaia a prima vista. È un film superiore sotto ogni aspetto a Cloverfield.
The Beast from 20,000 Fathoms ottenne un buon successo, ma l’importanza della pellicola è legata al fatto di essere stata la principale fonte d’ispirazione per Godzilla, uscito in Giappone l’anno successivo.

Gojira (1954) o Godzilla. Il Re dei Mostri! Come nel caso di King Kong la vicenda è così famosa che non ha bisogno di presentazioni, basta lasciar parlare le immagini…

Godzilla è spesso di cattivo umore…

Dopo Godzilla è difficile tener traccia di tutti i film di mostri prodotti nei più disparati Paesi. E se oggi il genere è forse un po’ in declino a livello mondiale, in Giappone rimane saldo con nuovi film di mostri ogni anno.

Mostri curiosi

Accanto alla storia ufficiale ce n’è un’altra parallela, che parla di film bizzarri e misteriosi che pochissimi hanno visto. Si va dalle inquietanti immagini pare tratte dal trailer di The Gorilla (1930), film considerato perduto, a Edo ni Arawareta Kingu Kongu: Henge no Maki (King Kong Appears in Edo) film con King Kong forse prodotto in Giappone tra il 1933 e il 1938 ma che forse non è mai esistito.

Le enigmatiche immagini di The Gorilla (1930)

Oppure si cita l’elusivo Wangmagwi film coreano del 1967, che avrebbe visto la partecipazione di più di 150.000 comparse. Wangmagwi non è mai uscito in videocassetta o DVD e non è mai stato trasmesso in televisione. Dopo essere passato al cinema si è inabissato, per riemergere solo qui e là in concomitanza con qualche festival dedicato all’argomento.

Wangmagwi
Un fotogramma di Wangmagwi

C’è poi la bislacca vicenda di Pulgasari. Realizzato per la prima volta in Sud Corea nel 1962 (e questo è un altro film del quale si sono perse le tracce), se ne cominciò un remake nel 1978, se non che il regista, Sang-ok Shin, venne rapito dai servizi segreti nord coreani: avrebbe dovuto rilanciare l’agonizzante cinematografia nord coreana. Sang-ok Shin finì dunque per lavorare a Pulgasari in Nord Corea. Nel 1985, con il film quasi completato, Sang-ok Shin riuscì però, al termine di una rocambolesca fuga, a raggiungere gli Stati Uniti.

Locandina di Pulgasari (1962)
Locandina di Pulgasari (1962)

Pulgasari fu terminato da un altro regista ma il risultato finale non piacque al presidente Kim Jong-il, che ne vietò la proiezione. Per dieci anni non se ne seppe più niente, finché un critico cinematografico giapponese non se ne procurò una copia. Proiettato in un solo cinema ottenne un discreto successo; qualche tempo dopo ne uscì un’edizione “ufficiale” in videocassetta. Oggi è disponibile in DVD e persino su google video, qui.

Copertina di Pulgasari (1985)
Copertina del DVD della versione 1985 di Pulgasari

Manca ancora un particolare: nel 1996 Shin scrisse la sceneggiatura per Galgameth un remake americano di Pulgasari in versione per bambini.

Pulgasari è un mostro buono. Un gigante mangiatore di ferro che aiuterà i contadini a ribellarsi contro i propri dittatori. Nondimeno l’insaziabile fame di metallo lo condurrà alla rovina.

Cloverfield

Davanti a Pulgasari con la sua storia di registi rapiti, film scomparsi, e remake sempre più oscuri, vien da sorridere pensando a J.J. Abrams, produttore di Cloverfield, e alla sua patetica operazione di “marketing virale”. Il tentativo artefatto di creare un’aura d’interesse e hype intorno a un film che si rivela ben più misero di una produzione nord coreana degli anni ’80.

La trama di Cloverfield è ridotta all’osso: un mostro attacca New York e prende di sorpresa un gruppetto di nullafacenti che stavano festeggiando la partenza di uno di loro per il Giappone. Per un’oretta i tizi girano a vuoto per Manhattan finché il film non termina. Durata totale 85 minuti, dei quali i primi venti sono di pure chiacchiere (la festa di cui sopra).

Trailer di Cloverfield (2008)

Definire Cloverfield un film di mostri è una forzatura. Il mostro compare solo per poche inquadrature alla fine, e i suoi figlioli mostriciattoli si vedono per pochi secondi. Ma soprattutto il mostro non solo non è protagonista, ma non è neanche un personaggio: non ha motivazioni, non ha storia, non ha un perché, è trattato alla stregua di un qualunque accidente naturale. Se il mostro fosse stato sostituito da un terremoto (o magari dal gelo assassino di The Day After Tomorrow) il film non sarebbe cambiato di un millimetro.
Questo a casa mia si chiama: prendere per i fondelli la gente. Spacciare un film per film di mostri quando in realtà non è vero è quanto di più bieco si possa fare. Già film come The Village di Shyamalan tirano la corda, Cloverfield la spezza.

Cloverfield è visto per la sua interezza attraverso un videocamera digitale in mano a uno dei protagonisti, nello stile di The Blair Witch Project. Questo comporta che spesso le immagini non siano a fuoco, siano inquadrati i piedi invece dei volti degli attori e ci siano un sacco di movimenti inutili di camera.
Non mi piace. Non m’immerge nel film, mi suscita mal di mare. E anche se potrà sembrare incredibile, non me ne importa un fico secco della marca di scarpe dei personaggi. Sarò ingenua, ancora ferma al Web 1.0 o che altro, ma io preferisco in un film di mostri vedere il dannato mostro!

Naturalmente le maggiori sfocature sono in concomitanza con gli avvistamenti dei mostro. Quando c’è da inquadrare un bel cartellone pubblicitario della Nokia, la telecamera è bella fissa.

L’attacco di un mostriciattolo
L’attacco di un mostriciattolo

Pubblicità occulta
Pubblicità. (questo è il culmine di un bijou in fatto di pubblicità “occulta”: prima il protagonista riceve una telefonata e s’indugia sul suo parlare al cellulare, poi va a sedersi sotto il cartellone pubblicitario e infine c’è questa inquadratura prolungata sul nome della ditta, in modo che possa essere ben leggibile. Complimenti agli interessanti, mi avete proprio convinta: non comprerò un telefono della Nokia manco morta)

Ma questo in fondo sarebbe il meno. Quello che rende Cloverfield una solenne perdita di tempo è la totale mancanza di fantasia e originalità. La storia è come visto inesistente. Il mostro in sé per quel pochissimo che s’intravvede è un generico rettile-anfibio senza personalità alcuna. E i mostriciattoli sono scopiazzati dagli headcrab presenti in Half-Life e Half-Life 2, i famosi videogiochi sviluppati da Valve Software. Il loro attacco ai protagonisti nei tunnel della metropolitana è modellato a ricalco del videogioco, con i personaggi che si difendono, proprio come nel gioco, a calci e sprangate.

Headcrab
Headcrab (Half-Life 2)

Anche dal punto di vista stilistico Cloverfield è solo una brutta copia. L’idea generale del film di mostri in prima persona col mostro che c’è ma non si vede è presa pari pari da Incident at Loch Ness, film del 2004 di Zak Penn e Werner Herzog. Per rendersi conto basta guardare la scena che segue. ATTENZIONE! Contiene spoiler per Incident, non guardatela se avete intenzione di vedere in futuro tale film (e ne vale la pena!)

Una sequenza da Incident at Loch Ness (2004)

Per altro la telecamera ritrovata con dentro un filmato del mostro che attacca chi la reggeva è un’idea ben più vecchia, e pare sia comparsa per la prima volta nel 1959 in Caltiki – Il Mostro Immortale di Mario Bava. Aggiornamento del 12 febbraio: la sequenza da Caltiki con la telecamera ritrovata e la ripresa in prima persona.

Caltiki: già cinquant’anni fa si riusciva a far venire il mal di mare agli spettatori a furia di movimenti bruschi e immagini sfocate!

Locandina di Caltiki - Il Mostro Immortale
Locandina di Caltiki – Il Mostro Immortale

Intere sequenze di Cloverfield sono fregate ad altri film, per esempio i soldati che sparano verso il mostro mentre la telecamera rimane su di loro invece di seguire il volo dei proiettili è presa dalla Guerra dei Mondi di Spielberg, con i marziani dietro la collina.
Saranno tutte citazioni? Nah! È solo spregevole copia/incolla da parte di chi non ha lui alcun talento o fantasia.

Cloverfield, e qui bisogna ammettere che non è solo, ma questo non lo giustifica, è poi vittima del disgraziato “Mito della fantasia dello spettatore”. Tale mito vuole che sia meglio solo alludere, non indugiare, lasciare che sia la fantasia dello spettatore (o del lettore) a “creare” il mostro. Non c’è niente di più pauroso delle nostre stesse paure! Non è vero, è una stupidata.
Il meccanismo, quando funziona, funziona perché c’è stato qualcuno, almeno una volta, che ha avuto il coraggio e l’abilità di mostrare un mostro davvero terrificante. Il grugnito o il ruggito che viene dal fondo della foresta non è spaventevole in sé, è spaventevole perché qualcuno ha raccontato che ci sono bestie feroci con zanne e artigli pronte a sbranarci!
Il buio non è spaventoso perché buio, è spaventoso perché la vista è il nostro principale senso e senza abbiamo poche possibilità di difenderci dalle creature mostruose che si annidano nell’oscurità. Se nessuno ci avesse raccontato che ci sono in giro mostri che succhiano il sangue o cercano di mangiarci il cervello non ci sarebbe niente da immaginare, niente di cui aver paura.
È proprio compito di registi e scrittori mostrare l’inimmaginabile. Sono pagati per questo, per superare in fantasia il proprio pubblico e rivelare quello che si nasconde nel buio. Sono capaci tutti di lasciare alla fantasia dello spettatore! E lo spettatore non si spaventa, io non mi spavento, penso solo che ho speso 5 euro per non vedere nulla di pauroso.

Un’altra moda disgustosa presente in Cloverfield e in tanti altri film recenti (per esempio la stessa Guerra dei Mondi di Spielberg) è quella di far credere che la vera paura non nascerebbe dal mostro o dai marziani, la vera paura sarebbe in realtà quella di perdere il figlio, o l’amante. Non m’interessa se il mondo va a catafascio, quello che m’importa sono i quattro gatti della mia famiglia!
Bene, ma a me che me ne frega? Quando vado al cinema per vedere un film di mostri, che si spaccia per film di mostri, cerco il sense of wonder, l’apocalittico, e il terrore, che non è quello di perdere la famiglia, ma quello della fine del mondo!
È certo che è molto più facile far appassionare alle vicende più terra terra dei personaggi. È un’esperienza molto più vicina quella di perdere il lavoro, essere bocciati a scuola o lasciati dal fidanzato. È molto più semplice l’identificazione, ma proprio per questo non ho bisogno che ci sia un cantastorie! Il cantastorie va oltre, come già visto con i mostri il cantastorie ti racconta quello che tu non immagineresti. Tu t’immagini da sola che se attraversi col rosso sei stirata da un camion, il cantastorie ti dice che se passi col verde si apre una voragine e un tentacolo ti porta sottoterra.
Il “dramma” famigliare me l’immagino da sola, non ho bisogno di spendere soldi perché me lo riferisca qualcun altro! Voglio i mostri! Voglio le esplosioni! Voglio la lotta all’ultimo sangue! Voglio emozionarmi per qualcosa che non posso vedere se non al cinema! (sperando rimanga così!)

Si capisce quando un film di fantascienza è un’atrocità: quando suscita nostalgia per una serata passata a guardare Independence Day in TV. Cloverfield me l’ha suscitata.

Locandina di Independence Day
Locandina di Independence Day

Tirando le somme: Cloverfield è un’immane vaccata. Storia minima e priva di fantasia, originalità e colpi di scena. Mostro latitante. Scopiazzature spacciate per innovazioni e la solita pubblicità molto poco occulta. Altra spazzatura, come se non ce ne fosse in giro abbastanza.

Oltre Cloverfield

Per concludere voglio essere propositiva e segnalare qualche decente film di mostri degli ultimi anni. Non che riguardare o guardare per la prima volta The Beast from 20,000 Fathoms o Godzilla sia una cattiva idea, anzi! Questi e gli altri film di cui ho già parlato sono quasi tutti ottimi e come minimo migliori di Cloverfield.

Iniziamo con Godzilla. Tutti gli ultimi Godzilla, a partire da Godzilla 2000 del 1999 sono buoni film. Non capolavori ma molto divertenti. Si sta parlando di Godzilla 2000 (1999), Godzilla vs. Megaguirus (2000), Godzilla, Mothra and King Ghidorah: Giant Monsters All-Out Attack (2001), Godzilla against Mechagodzilla (2002), Godzilla: Tokyo S.O.S (2003) e Godzilla: Final Wars (2004).

Dovendone scegliere uno prenderei l’ultimo, il Godzilla del cinquantenario, Godzilla: Final Wars. Final Wars è un film a tratti sconclusionato e ingenuo, però il regista, Ryuhei Kitamura (quello del bellissimo Azumi), non si risparmia con la fantasia e le trovate. Alieni, mutanti, mostri giganti come se piovesse (più di una dozzina), e combattimenti in tutto il mondo! Questo è il genere di film che vorrei vedere al cinema!

Godzilla contro il Godzilla americano (“Zilla”) da Godzilla: Final Wars (2004)

Del 2005 è Ultraman.

Un momento da Ultraman (2005)

Mentre nel 2006 è uscito Gamera the Brave.

Trailer di Gamera the Brave (2006)

Film passabili, niente di speciale, rivolti più che altro a un pubblico di appassionati del genere. Inutile sottolineare però come anche questi siano meglio di Cloverfield.
L’anno scorso è stata la volta del surreale e parodistico Big Man Japan.

Una scena da Big Man Japan (2007)

In campo coreano non si può non menzionare The Host (2006) di Joon-ho Bong. The Host è un ottimo film, ma non è un film alla Godzilla. È una personale e feroce lotta tra una famiglia di squinternati e un mostro disperato; non ci sono soverchie distruzioni, tutti i palazzi della città rimangono in piedi. Dove Joon-ho Bong è bravissimo è nel saper introdurre l’ironia al momento opportuno e viceversa tornare serio nelle scene di tensione, laddove Cloverfield scorre sempre uguale, in preda a una serietà ottusa.

Trailer di The Host (2006)

E infine il già citato Incident at Loch Ness. Incident at Loch Ness è un film sui generis: seguiamo il regista, Zak Penn, mentre cerca di realizzare un documentario su Werner Herzog. In quel periodo Herzog è a sua volta impegnato a realizzare un documentario sul mostro di Loch Ness, almeno finché non scopre che la produzione non ha alcuna intenzione di creare un film serio, bensì punta solo al sensazionalismo, non disdegnando d’inventarsi le prove dell’esistenza del mostro. Ma forse il mostro di Loch Ness non è solo leggenda…

Trailer di Incident at Loch Ness (2004)

Incident at Loch Ness è quasi tutto in prima persona, come appunto Cloverfield. La differenza è che Incident non segue l’”innovazione” in quanto tale, Incident è un film che ha ben chiaro dove vuole andare a parare e ci arriva con classe sopraffina. Per certi versi si avvicina a Shaun of the Dead: riesce al contempo a essere sia un ottimo film di mostri sia un’ottima parodia del genere. In verità non solo precede Cloverfield ma è due passi avanti: la tecnica in prima persona di Cloverfield è già data per scontata è già ne vien fatta ironia.
In ogni caso se non è un capolavoro poco ci manca, e lo consiglio a tutti, anche a chi non ha interesse per i mostri.

Mostro Bonus
Mostro Bonus: provate a scoprire di chi si tratta!


Approfondimenti:

bandiera IT La mia recensione di D-War, un altro brutto film con mostri giganti

bandiera EN Cloverfield su IMDb
bandiera EN Il sito ufficiale di Cloverfield

bandiera EN Night of the Lepus su IMDb
bandiera EN The Lost World su IMDb
bandiera EN The Lost World visibile online via Google Video
bandiera EN The Lost World, il romanzo, disponibile presso il Progetto Gutenberg
bandiera EN King Kong su IMDb
bandiera EN Kong is King.net, un sito dedicato a King Kong
bandiera EN The Beast from 20,000 Fathoms su IMDb
bandiera EN The Fog Horn, il racconto di Bradbury che ha ispirato The Beast
bandiera EN Godzilla su IMDb
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bandiera EN Pulgasari (1985) visibile online su YouTube
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bandiera JP Il sito ufficiale di Godzilla: Final Wars
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bandiera EN Big Man Japan su IMDb
bandiera JP Il sito ufficiale di Big Man Japan
bandiera EN Una recensione di Big Man Japan
bandiera EN The Host su IMDb
bandiera EN Il sito ufficiale americano di The Host
bandiera EN Incident at Loch Ness su IMDb

bandiera EN Kaiju Headquarters, sito dedicato a Godzilla e amici
bandiera EN Giant Monster Movies, sito dedicato ai film con mostri giganti
bandiera EN L’interessante forum di Kaijuphile.com

 

Giudizio:

Niente. -1 Mostro che non si degna di presentarsi.
-1 Mostriciattoli che avrebbero fatto meglio a rimanere in Half-Life.
-1 Storia inesistente.
-1 La telecamera è retta da un ubriaco…
-1 …e l’ubriaco se ne vanta pure!
-1 Pubblicità molto poco occulta.
-1 Neanche mezza idea originale a pagarla oro.
-1 Venti minuti iniziali di chiacchiere idiote.

Otto Gamberi Marci: clicca per maggiori informazioni sui voti3

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Recensioni :: Film :: The Invasion

Locandina di The Invasion Titolo originale: The Invasion
Titolo italiano: Invasion
Regia: Oliver Hirschbiegel

Anno: 2007
Nazione: USA
Studio: Silver Pictures
Genere: Fantascienza
Durata: 1 ora e 39 minuti

Lingua: Inglese

The Invasion è il quarto film tratto dal romanzo di fantascienza The Body Snatchers scritto nel 1954 da Jack Finney (in Italia tale romanzo è conosciuto con i titoli Gli Invasati e L’Invasione degli Ultracorpi). Nel 1956 Don Siegel aveva diretto Invasion of the Body Snatchers (L’Invasione degli Ultracorpi), nel 1978 Philip Kaufman Invasion of the Body Snatchers (stesso titolo inglese, Terrore dallo Spazio Profondo in Italia) e nel 1993 Abel Ferrara Body Snatchers (Ultracorpi: L’Invasione Continua – notare l’”arguzia” dei titolisti italiani, che cercano di far credere si tratti di un seguito e non di un remake).
Ho il DVD della versione ’56 e a parer mio il film di Siegel è un capolavoro, ho un ottimo ricordo anche della versione ’78 benché l’abbia vista in televisione (perciò doppiata e condita dalla pubblicità), non sono ancora riuscita a vedere la versione ’93, mentre questo The Invasion, nonostante le premesse, è una porcheria.
Le premesse erano una storia collaudata, la regia del tedesco Oliver Hirschbiegel, lo stesso di Das Experiment (The Experiment – sempre geniali i titolisti italiani, che hanno tradotto dal tedesco all’inglese…), e Der Untergang (La Caduta), due ottimi film, e gli attori protagonisti: Nicole Kidman e Daniel Craig (l’ultimo 007).

Trailer di The Invasion

La storia degli Ultracorpi, per i pochi che non la conoscessero. Gli alieni invadono la terra, ma a differenza della classica Guerra dei Mondi, non arrivano con astronavi e macchine da guerra, bensì s’infiltrano con metodi subdoli, mirando a sostituire l’umanità una persona alla volta. Infatti durante la notte gli alieni sono in grado di rimpiazzare gli esseri umani con copie identiche sotto l’aspetto fisico e come capacità mentali, ma che non hanno più niente di umano! I rimpiazzati non provano più emozioni e non esistono più come individui: per gli alieni non contano desideri e interessi personali, è importante solo la comunità.
Nel romanzo e nei primi tre film, gli alieni si sviluppano all’interno di enormi baccelli, da nascondersi in prossimità della vittima. Quando la copia aliena è pronta emerge dal baccello, e il corpo dell’umano originale è distrutto. The Invasion ha rinunciato ai baccelli e ha trasformato gli alieni in virus: gli umani infetti nel sonno mutano in alieni. Non è una scelta di poco conto, perché modifica tutta la strategia aliena: un conto è trasportare baccelli in tutto il mondo, un conto è spargere un virus.
Partendo da tale premessa, In The Invasion gli alieni pensano bene che uno dei metodi appropriati per diffondere l’infezione sia vomitare in faccia alle vittime, o in assenza di contatto diretto, sputare nel caffè degli esseri umani.

Diffusione dell’invasione (1956)
Diffusione dell’invasione (2007)

La recensione potrebbe concludersi qui. The Body Snatchers non è (o meglio non dovrebbe essere) Planet Terror: è film “serio”, l’intendo è trasmettere angoscia e paura, non è trash. Una scena come quella qui sopra è sputare non nel caffè, ma in faccia agli appassionati di fantascienza e a tutti quelli coinvolti nei film precedenti.
Ma io sono masochista, ormai l’ho capito, perciò vado avanti.

È interessante confrontare alcuni aspetti di questa invasione del 2007 con quella del ’56. Sono passati cinquant’anni ma pare che non ci sia stato alcun progresso nell’arte cinematografica, anzi, va sempre peggio. Non voglio fare la spocchiosa (stile quelli che ti guardano strano se dici che Ben-Hur è un bel film, finché non specifichi che non ti stai riferendo alla versione del 1959, ma a quella originale muta del 1907) ma davvero il livello attuale di Hollywood è infimo. Davvero l’uso degli effetti speciali è diventato panna montata con la quale coprire il letame.

Oltre ai già citati baccelli divenuti virus, il protagonista non è più un uomo ma una donna (e fin qui ci può anche stare), ma nella versione del ’56 lo scopo dei nostri eroi era avvertire le autorità dell’invasione prima che fosse troppo tardi, era salvare il mondo. Nel 2007 la preoccupazione numero uno di Nicole Kidman è salvare il figlioletto deficiente. Già Spielberg aveva trasformato La Guerra dei Mondi da romanzo apocalittico in telenovela famigliare, qui non siamo allo stesso livello ma quasi.
Tra l’altro la violenza sui bambini è tabù per Hollywood (tranne rare eccezioni, per esempio il divertente Population 436), perciò si sa già prima ancora di cominciare che al bambinetto mongoloide della Kidman non capiterà mai niente di male. E ancora: sapendo che almeno un personaggio (il pargolo idiota) sopravvivrà sempre e comunque, sparisce anche l’angoscia che regnava nei film precedenti. Mai, in nessuna occasione, ci si trova di fronte all’orrore dell’estinzione della specie umana.

Anche dal punto di vista solo tecnico questa versione è ingenua in maniera da far tenerezza: minuto 74, la Kidman spiega al suo bamboccio cerebroleso che se dovesse appisolarsi, lui deve iniettarle nel cuore la medicina, passano cinque minuti e…

detto…
…fatto

Non me lo sarei mai aspettata! Incredibile! Hanno anche lasciato passare addirittura cinque minuti…
Stendo poi un velo pietoso sulla continua pubblicità, che una volta si sarebbe detta occulta, di una nota consolle portatile. Appunto non è neanche più pubblicità occulta, è palese che certe scene siano nel film solo per vendere giocattoli.

Ci sono poi aspetti rimasti uguali in cinquant’anni. Gli aspetti più degeneri dell’industria cinematografica.
Nel 1956 i produttori imposero a Don Siegel di modificare il film e cambiare il finale, per rendere la storia meno dura e più apprezzabile dal grande pubblico. Siegel dovette aggiungere una “cornice”, in modo che tutto il film diventasse un flashback, a garantire fin dalla partenza che il protagonista si sarebbe salvato. Inoltre il finale venne appunto cambiato per lasciar spazio alla speranza. In realtà il romanzo originario di Finney ha lieto fine, ciò non toglie che non sarebbe stata la conclusione naturale per come la storia era stata narrata da Siegel.
Nel 2007 i produttori hanno imposto a Hirschbiegel di aggiungere scene d’azione per “vivacizzare” (sob) il film, altrimenti il grande pubblico si sarebbe annoiato (sigh). Pare però che Hirschbiegel si sia rifiutato e che queste scene siano state girate da un regista crumiro assunto per l’occasione, tale James McTeigue. Non so se sia vero, quel che è vero è che scene come l’inseguimento in auto con gli alieni che si buttano addosso alla macchina della Kidman come fossero zombie non vivacizzano un bel niente. Tali scene non c’entrano un tubo con gli Ultracorpi e fanno solo tristezza.

James McTeigue
Il crumiro James McTeigue

In conclusione l’ennesima vaccata. Almeno in vaccate come Transformers si vede un minimo d’impegno nel reparto effetti speciali, qui neanche quello. Qui i pochi effetti speciali gridano: “sono stato fatto con un PC da 699 euro nel tempo libero!” Bah!

Angolo della Cultura: Bukimi no Tani

Leggendo vari commenti riguardo alle versioni cinematografiche degli Ultracorpi, è emerso un interessante discorso riguardante il perché gli Ultracorpi facciano paura. La tesi più accreditata è che gli alieni non facciano paura di per sé, ma per ciò che rappresentano.
In particolare il romanzo e il film del ’56 sono interpretati da moltissimi in chiave politica. Gli alieni sono comunisti e il terrore dell’invasione è il terrore dell’invasione da parte dell’Armata Rossa. Ci sono però due problemi con questa interpretazione. Il primo è che sia Finney sia Siegel hanno negato di aver voluto creare un’opera con una connotazione politica, il secondo problema è che gli Ultracorpi fanno paura anche ai giorni nostri, con la Guerra Fredda terminata da un pezzo.

Uno dei commentatori suggerisce che la paura nasca dall’aspetto degli invasori. Come detto gli alieni mantengono le caratteristiche fisiche dell’essere umano che rimpiazzano, e tuttavia si capisce che costui non è più uno di noi. Lo sguardo fisso, l’espressione vuota, l’assenza o la dimostrazione palesemente forzata di emozioni: sono tratti evidenti, e ben visibili, benché sia impossibile stabilire con precisione perché un volto all’apparenza umano, non dimostri di esserlo.
Gli alieni sono quasi identici agli esseri umani, ma non sono umani, e sarebbe proprio questa estrema somiglianza a creare disagio.

Quest’idea è dell’esperto di robotica giapponese Masahiro Mori che l’ha illustrata nel 1970. Masahiro Mori ha provato a delineare le ipotetiche reazioni di fronte a creature non umane ma che sempre più assomiglino agli umani.

Uncanny Valley
Uncanny Valley

Come si vede dal grafico, più la somiglianza aumenta, più aumenta l’empatia, ma solo fino a un certo punto. Da lì parte una depressione (“Bukimi no Tani” o “Uncanny Valley”) dove l’empatia è minima, nonostante l’aspetto sia vicinissimo a quello umano. Questa “Uncanny Valley” sarebbe anche una delle ragioni della nostra disistima nei confronti degli zombie.

Le teorie di Masahiro Mori non sono mai state dimostrate con rigore scientifico, e non sono neanche universalmente condivise dagli esperti nel settore, rimangono teorie affascinanti.


Approfondimenti:

bandiera EN The Invasion (2007) su IMDb
bandiera EN Body Snatchers (1993) su IMDb
bandiera EN Invasion of the Body Snatchers (1978) su IMDb
bandiera EN Invasion of the Body Snatchers (1956) su IMDb
bandiera EN The Body Snatchers (romanzo) su wikipedia

bandiera EN Uncanny Valley su Wikipedia
bandiera EN “The Uncanny Valley”: l’articolo originale di Masahiro Mori (tradotto in inglese)

 

Giudizio:

È quasi Natale. +1 -1 Gli alieni sputano nel piatto in cui mangiano.
-1 Il figlio fesso della Kidman.
-1 Totale mancanza di tensione.
-1 Spam pubblicitario.
-1 Le scene d’azione non vivacizzano un tubo.
-1 James McTeigue.

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Recensioni :: Film :: D-War

Locandina di D-War Titolo originale: D-War
Regia: Shim Hyung-rae

Anno: 2007
Nazione: Sud Corea / USA
Studio: Younggu-Art Movies
Genere: Fantasy
Durata: 1 ora e 30 minuti

Lingua: Inglese / Coreano
Sottotitoli: Inglese (per le parti in Coreano)

Confesso che fino a un paio di anni fa non avevo idea che anche in Corea si girassero film: ero del tutto ignorante della cinematografia coreana. Per fortuna mi è capitato quasi per sbaglio di vedere Joint Security Area (Gongdong Gyeongbi Guyeok JSA) di Park Chan-wook: mi sono molto divertita e ho cominciato a cercare altri film coreani.
Negli ultimi tempi i coreani hanno prodotto un bel po’ di ottime pellicole, in ogni genere, dalla commedia romantica all’orrore. Per chi volesse farsi una cultura minima nel campo, consiglio i seguenti film.

    Commedie (romantiche):
  • Attack the Gas Station! (Juyuso Seubgyuksageun) – 1999 di Kim Sang-Jin
  • Il Mare (Siworae) – 2000 di Lee Hyun-seung
  • My Sassy Girl (Yeopgijeogin Geunyeo) – 2001 di Kwak Jae-young
  • …ing (…ing) – 2003 di Lee Eon-hie

Locandina di My Sassy Girl
Locandina di My Sassy Girl

Locandina di A Bittersweet Life
Locandina di A Bittersweet Life

Locandina di The Host
Locandina di The Host

Sono tutti film più che buoni, con alcuni veri e propri capolavori (Sympathy for Mr. Vengeance, A Bittersweet Life e a me è piaciuto da matti Save the Green Planet!, anche se è uno di quei film che richiede per essere apprezzato uno spiccato senso del bizzarro). Per completezza d’informazione dovrei aggiungere le opere di Kim Ki-duk, forse il regista coreano più conosciuto all’estero, Italia compresa, ma i suoi film non mi hanno mai entusiasmata. Non che siano brutti, ma sono ammantati da un’antipaticissima aura di noia e pretenziosità.

Dopo tale premessa aspettavo con ansia l’uscita di D-War. D-War è stato in produzione per più di quattro anni (le prime immagini reperibili in rete risalgono al 2003), ed è il film con il più alto budget nella storia della cinematografia coreana, essendo costato almeno 30 milioni di dollari. Possono non sembrare tanti in confronto a Hollywood, dove si arriva a spendere anche dieci volte tanto, ma per il mercato asiatico è una cifra enorme. Per farsi un’idea, un film come Godzilla: Final Wars, a sua volta la più costosa produzione nipponica di ogni tempo, è costato “appena” 20 milioni di dollari.

Purtroppo posso affermare con sicurezza che i 30 milioni di dollari sono stati buttati. D-War è un film orribile, anche se riesce a raggiungere quel livello di bruttezza che trasforma le scene da stupide e fisicamente dolorose a esilaranti. È insomma il classico film così brutto da essere divertente.

La storia è ispirata alla leggenda coreana degli Imugi, enormi serpenti abitatori di laghi e caverne. Gli Imugi pare siano benevoli e amino farsi i fatti propri. Non di meno, ogni 500 anni, viene data la possibilità a un Imugi buono di trasformarsi in Drago e vegliare sull’umanità. Purtroppo ogni 500 anni c’è anche la possibilità che tale potere finisca nelle spire sbagliate, ovvero tra le grinfie del malvagio Imugi Buraki, che userebbe il potere per conquistare il mondo.

Drago Coreano
Drago Coreano

Il potere è incarnato da una fanciulla, che nasce con il tatuaggio del Drago Rosso su una spalla. Quando la ragazza compie i vent’anni, ha tre scelte davanti a sé: consegnarsi all’Imugi buono, farsi mangiare dall’Imugi cattivo o suicidarsi e rimandare il problema di altri 500 anni. Come si vede l’umanità ha a propria disposizione due risultati utili su tre, e basterebbe soffocare nella culla le fanciulle con il tatuaggio del Drago per rimandare a tempo indeterminato la minaccia di Buraki.
Ma se così succedesse, non ci sarebbe il film e i 30 milioni di dollari sarebbero potuti essere usati per qualcosa di utile!

Los Angeles, 2007. L’ultima fanciulla, nel 1507, ha scelto la strada del suicidio e ora il tatuaggio del Drago è sulle spalle della svampita Sarah. Gli sgherri di Buraki cercano in ogni modo di catturarla, mentre un giornalista e un altro tizio incarnazione di un guerriero del ’507, proveranno a difenderla.

È impossibile razionalizzare quel che succede in D-War. È un assoluto caos: ci sono personaggi che spariscono improvvisamente per riapparire a chilometri di distanza, un attimo è giorno e cinque minuti dopo notte e poi ancora giorno e ci sono combattimenti per ogni dove che non hanno alcun legame con la trama; in generale è come se il film fosse stato montato da un ubriaco.

Uhm…

Non stava meglio lo sceneggiatore, che contribuisce con dialoghi tanto assurdi quanto stupidi. Gli attori ci mettono anche del loro, esibendosi come fossero all’oratorio. È un disastro dall’inizio alla fine… non che non sia divertente, io e mio fratello ci siamo quasi ammazzati dalle risate, anche se non credo fosse questa l’intenzione del regista.

Mah!

Il regista è tale Shim Hyung-rae, che può “vantare” nel suo curriculum un altro film con serpenti giganti, Reptlian (2001 Yonggary) del 1999, e altri capolavori(?) quali “Young-gu e la Principessa Zzu Zzu” e “Young-gu e il Conte Dracula”. Credo non sia azzardato affermare che Uwe Boll ha finalmente trovato un rivale per il titolo di Peggior Regista del Mondo.

Perciò, i 30 milioni di dollari come sono stati spesi? In effetti speciali. Il film può vantare alcune sequenze CG che benché sarebbe esagerato definire impressionanti, sono comunque di sicuro impatto. Il pezzo forte del film, l’attacco dell’armata rettile di Buraki alla città di Los Angeles, è realizzato con una certa abilità, sebbene non sia a livello di quanto già visto in film ormai vecchi di anni (per esempio le scene di battaglia in Independece Day). Siamo forse al livello del Godzilla americano.

Trailer di D-War

D-War, girato quasi interamente in inglese e con attori americani, ha avuto ampia distribuzione nei cinema degli Stati Uniti apparendo in più di duemila sale. Per fortuna gli incassi sono stati minimi, una delle rare volte in cui una porcata che si basa sui soli effetti speciali non ha avuto successo. Ciò nonostante è probabile verrà distribuito anche in Europa e in Italia. Andarlo a vedere saranno soldi buttati, ma in compagnia di amici e ridendoci su può essere piacevole.

Per chi invece avesse reale passione per le lotte tra serpenti giganti, non posso che consigliare un altro film nella categoria “così brutto da essere bello”: Boa vs. Python!

Locandina di Boa vs. Python
Locandina di Boa vs. Python


Approfondimenti:

bandiera EN D-War su IMDb
bandiera EN D-War su Wikipedia

bandiera EN Uwe Boll su IMDb
bandiera EN Park Chan-wook su IMDb
bandiera EN Un sito dedicato al cinema coreano

 

Giudizio:

Così brutto da essere divertente! +1 -2 Recitazione a livello oratorio.
Alcune buone sequenze CG. +1 -2 Sceneggiatura a livello scrittore esordiente italiano.
-2 Regia degna di Uwe Boll.
-2 Storia senza capo né coda.
-2 Mi hanno fatto aspettare quattro anni per una vaccata del genere.
-2 Se gli Imugi esistessero davvero, ora sarebbero stecchiti, morti di crepacuore.

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Recensione :: Film :: Stardust

Copertina di Stardust Titolo: Stardust
Regia: Matthew Vaughn

Anno: 2007
Nazione: USA, Gran Bretagna
Studio: Paramount Pictures
Genere: Fantasy, Avventura
Durata: 2 ore e 8 minuti

Lingua: Italiano
Distributore Italia: Universal Pictures

Finalmente sono andato a vedere Stardust. Avevo letto alcune recensioni del film, di cui una de Il Giornale che trasudava cattiveria gratuita, inutilmente in questo caso dato che il film è risultato molto meno brutto di quanto temessi.

La trama in sintesi.

Nell’Inghilterra dell’Ottocento c’è un villaggio chiamato Wall in onore del Muro “invalicabile” che lo separa dal regno magico di Stormhold. Nel villaggio di Wall vive Tristan, un giovane garzone perdutamente innamorato di Victoria, un’altezzosa borghesuccia interessata solo alla posizione sociale e al denaro. Per conquistare il cuore di Victoria e convincerla a sposarlo, Tristan le promette di portarle una stella cadente.
La stella cadente però non è un comune pezzo di roccia e ghiaccio, ma una ragazza di nome Yvaine, precipitata dal cielo a causa dell’amuleto del defunto Re di Stormhold. Tristan per scortare la “stella” fino all’amata Victoria sarà costretto a proteggerla dalle brame della crudele strega Lamia, che vuole divorarle il cuore, e del principe Primus che ha bisogno della gemma che lei porta addosso per diventare Re… e magari anche divorarle il cuore, perché no?

Il film presenta molte scene divertenti, con dialoghi piacevoli e personaggi particolari, come la capra tramutata in uomo (non molto beee-ne) o Capitan Shakespeare, il pirata gay interpretato da un grande Robert De Niro: la scena in cui si veste da donna e danza coi ventagli vale la visione del film da sola.
Il nome stesso, Shakespeare (Scuotilancia), è un evidente riferimento all’onanismo.

Arr, ho sempre sognato di servire sotto un capitano simile: rigido con il suo equipaggio quando serve e dove serve, ma allo stesso tempo sensibile e gentile. Pure qua sulla Barca dei Gamberi abbiamo un barile col buco dove l’equipaggio (rigorosamente maschile!) fa i turni per sorteggio e, chissà perché!, capita sempre al giovane mozzo dalle chiappe vellutate. Arr!

La nave volante del capitano non è il colmo del realismo, in particolare per quanto riguarda la manovrabilità (è un dirigibile, non può fare quelle cose!), ma poco importa: l’idea dei pescatori di fulmini che li attirano con le reti metalliche della nave è abbastanza folle e fantasiosa da riscattare ampiamente tutta la bizzarra nave volante.
Altro che le navi volanti di Terry Brooks coi cristalli magici di propulsione: questo incrocio tra un veliero e un dirigibile è molto più carismatico!


Yvaine e Tristan


I tre principi superstiti


Capitan Shakespeare insegna la scherma a Tristan


La nave volante vira verso la città

Michelle Pfeiffer è perfetta nel ruolo di Lamia, la strega che diventa sempre più vecchia ogni volta che usa la magia: era un sex-symbol ai tempi di Ladyhawk, vent’anni fa, e ormai deve fare i conti da tempo con l’avvicinarsi dei cinquant’anni! Interpreta la strega frustrata dalla perdita della bellezza con abilità e ironia. La scena in cui usa la magia per sistemarsi le rughe e le cascano le tette è geniale!

Tutti gli attori si comportano in modo più che accettabile, se non ottimo, a differenza di altri film (non solo fantasy) dove anche la recitazione lasciava molto a desiderare. I Principi, sia da vivi che da deceduti, sono personaggi che si guadagnano per bene lo spazio che ricevono: in particolare i fantasmi, fenomenali nel loro ruolo di perdenti sfigati!

I paesaggi meravigliosi sono stati rovinati, per quanto mi riguarda, dall’aver voluto a tutti i costi copiare le vedute aeree in stile Signore degli Anelli. Quelle poche scene panoramiche non c’entravano niente col resto delle inquadrature e non mi sono piaciute.

La storia, per quanto divertente, è un po’ troppo fiabesca e semplicistica. Il tutto si riduce a una specie di grande inseguimento senza troppe complicazioni e con tante coincidenze “fortunate” come i pirati che arrivano proprio quando serve o la strega che sul finale può benissimo uccidere Tristan, ma gli lascia una chance di sopravvivere (SIGH, che tristezza!).

L’idea che il protagonista possa diventare un maestro di scherma in meno di una settimana (in due o tre giorni, credo) è completamente fuori da ogni logica o, come direbbero altri meno gentili di me, è una fastidiosa stronzata. Non serve nemmeno scendere nel dettaglio che si è allenato a combattere con lo stocco contro il capitano e poi si trova in mano successivamente una spada corta e larga che per blanciamento, allungo e modalità d’uso non c’entra niente (SIGH!)… in fondo lui è diventato un campione e sa maneggiare ogni spada! Perlomeno hanno avuto il buon gusto di farlo sconfiggere in corpo a corpo dalla vecchia megera, che mulina mannaie come un’ossessa.

Il film è un’adattamento cinematografico del romanzo omonimo di Neil Gaiman che sfortunatamente non ho ancora letto, ma di cui ho sentito molti elogi. Partendo dal presupposto che i film siano più brutti mediamente dei libri da cui sono tratti e considerando che questo film non era niente male, posso immaginare che Stardust sia davvero un romanzo che può valer la pena leggere.

Nell’insieme un film gradevole i cui pregi superano i pochi fastidiosi difetti: una favola equilibrata che sconfigge su tutti i fronti certe porcherie cinematografiche come Star Wars: La Minaccia Fantasma o Eragon.

Trailer italiano di Stardust

Approfondimenti:

bandiera EN Stardust su IMDB
bandiera EN Stardust (il film) su Wikipedia Inglese
bandiera EN Stardust (il romanzo) su Wikipedia Inglese

Giudizio:

Molte scene divertenti… +1 -1 …ma troppo lungo!
Personaggi ben caratterizzati. +1 -1 Storia un po’ troppo semplice e fiabesca, con l’eroe che diventa un maestro di scherma in tempi da record…
Robert De Niro è un Pirata Gay! +1 -1 Pessimo scontro finale.
Bellissimi paesaggi e ottimi effetti speciali +1
La famiglia reale coi fantasmi dei pretendenti al trono! +1

Scritto da GamberolinkCommenti (19)Lascia un Commento » feed bianco Feed dei commenti a questo articolo Questo articolo in versione stampabile Questo articolo in versione stampabile • Donazioni

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