Archivio per la Categoria 'Insalata di Mare'

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  1. Dai un volto a Gamberetta e fai leggere i tuoi racconti al Duca di Gamberetta
  2. Appunti di editing di Gamberetta
  3. La Bizzarra Starfish Girl di Gamberetta
  4. Manuali 3 – Mostrare di Gamberetta
  5. Inaugurazione dell'Osservatorio di Gamberetta
  6. Sull'editoria fantasy in Italia di Gamberetta
  7. Finch Incipit di Gamberetta
  8. Il senso del meraviglioso di Gamberetta
  9. Vittima natalizia + Bambolina omaggio di Gamberetta
  10. Manuali 2 – Dialoghi di Gamberetta
  11. Il Terzo Occhio di Gamberetta
  12. Manuali 1 - Descrizioni di Gamberetta
  13. Il Punto sul Fantasy Italiano di Gamberetta
  14. Alcune note sullo scrivere Recensioni di Gamberetta
  15. La Prossima Vittima di Gamberetta
  16. Sul Copyright di Gamberetta
  17. Problemi tecnici e... John Woo! di Gamberetta
  18. Scacchi e Scrittura di Gamberetta
  19. Incipit e nuove abitudini di lettura di Gamberetta
  20. Una Ragazza Drago non la si nega a nessuno! di Gamberetta
  21. Riassunto delle Puntate Precedenti di Gamberetta
  22. Ratti, Gargoyle & dolciumi vari di Gamberetta
  23. Le Chiavi del Cassonetto di Gamberetta
  24. I Dannati di Malva & altre ghiottonerie di Gamberetta
  25. On Fairy Stories di Gamberetta
  26. Laura e gli Anime di Gamberetta
  27. Come creare un ebook decente di Gamberetta
  28. Videogiochi e Teste Mozzate di Gamberetta
  29. Dalle Cronache alle Guerre del Mondo Emerso di Gamberetta
  30. Ebook e Distribuzione Gratuita di Gamberetta
  31. «Uno a zero» urlò il re di Gamberetta
  32. Laura & I Demoni dell’Editoria di Gamberetta
  33. Le Verità di Andrea Vincenzi di Gamberetta
  34. Arte Noiosa di Gamberetta
  35. Andrea Vincenzi di Gamberetta
  36. Fare una torta di mele di Signor Stockfish
  37. Educazione e Timidezza di Gamberetta
  38. Scrivere: Aristotele, Mosche e Grafici di Signor Stockfish
  39. Crudeltà Editoriale: Due Esempi di Gamberetta
  40. Sulle Case Editrici a Pagamento di Gamberetta
  41. Bullshit! (e la dea nascosta) di Gamberetta
  42. Zero no Tsukaima: Futatsuki no Kishi Episodi 10, 11, 12 e Recensione di Gamberetta
  43. Gli Scrittori e il troppo Amore di Gamberetta
  44. Fenimore Cooper's Literary Offenses di Gamberetta
  45. Nihal & Chariza contro Ash! di Gamberetta
  46. Zero no Tsukaima: Futatsuki no Kishi Episodi 8 & 9 di Gamberetta
  47. Masters of Science Fiction Episodio 4: The Discarded di Gamberetta
  48. Writer’s Café di Gamberetta
  49. Zero no Tsukaima: Futatsuki no Kishi Episodi 6 & 7 di Gamberetta
  50. Masters of Science Fiction Episodio 3: Jerry Was a Man di Gamberetta
  51. Il Coniglietto Grumo & l’Arte della Guerra: Edizione Tedesca di Gamberetta
  52. Masters of Science Fiction Episodio 2: The Awakening di Gamberetta
  53. Zero no Tsukaima: Futatsuki no Kishi Episodio 5 e un aggiornamento su Sky Girls di Gamberetta
  54. Masters of Science Fiction Episodio 1: A Clean Escape di Gamberetta
  55. Zero no Tsukaima: Futatsuki no Kishi Episodio 4... Baci! Baci! e ancora Baci! di Gamberetta
  56. Come (non) scrivere fantasy di Gamberetta
  57. Gli Scrittori, il Coniglietto Grumo & il Rasoio di Occam di Gamberetta
  58. Zero no Tsukaima: Futatsuki no Kishi Episodio 3: Giulio Cesare! di Gamberetta
  59. I Baci Più Tragici: Misato & Shinji di Gamberetta
  60. Il Segreto di Krune, il Coniglietto Grumo & l’Arte della Guerra di Gamberetta
  61. Come finisce “Harry Potter and the Deathly Hallows” di Gamberetta
  62. Zero no Tsukaima: Futatsuki no Kishi Episodio 2 (e Volume 1)! di Gamberetta
  63. Zero no Tsukaima: Futatsuki no Kishi Episodio 1 e Sky Girls! di Gamberetta
  64. Un Grazie al Coniglietto Grumo! di Gamberetta

Riassunto delle Puntate Precedenti

Scrivendo la recensione de La Setta degli Assassini, mi sono resa conto che forse è il caso di ricapitolare alcuni punti chiave riguardo la narrativa di genere fantastico. Tali punti sono già stati illustrati in vari articoli e commenti, ma mai in maniera sistematica.
Premetto che quel che dirò non è Vangelo. Non sono verità scolpite nella pietra, sono per lo più convenzioni. Ciò significa che uno scrittore è liberissimo di ignorare tali convenzioni, ma non di non essere consapevole di quel che sta facendo.

Una prima distinzione

Una prima importante distinzione è separare la narrativa di genere dalla literary fiction. Literary fiction è una locuzione inglese con la quale si designa un tipo di narrativa dove la forma viene considerata importante in sé, oltre che veicolo per il contenuto. Per usare termini più terra terra, la literary fiction è quel tipo di narrativa che suscita nel lettore reazioni del tipo: “Ma com’è bravo questo autore! Che prosa raffinata! Quali sublimi metafore!”. In altre parole, il lettore di literary fiction prova piacere nell’atto di leggere in sé, al di là del significato di quel che sta leggendo.

Invece nella narrativa di genere, la forma è subordinata al contenuto. In generale lo scopo della narrativa di genere è raccontare storie, dunque il come dev’essere elaborato con tale scopo ben in mente. La forma non può andarsene per i fatti suoi, deve sempre tendere allo scopo. Dal che si deduce che “scrivere bene” ha due significati diversi, a seconda se ci stiamo riferendo alla literary fiction o alla narrativa di genere.
“Scrivere bene” in literary fiction significa offrire al lettore una forma che sia piacevole in sé, “scrivere bene” narrativa di genere significa scrivere trasparente. Significa adottare uno stile che non abbia alcuno stile. So che sembra strano, sembra quasi un invito a scrivere “male” apposta. Ma non è così, c’è una ragione ben precisa.
Come dicevo, scrivere narrativa di genere significa raccontare storie. Dato che parliamo di narrativa, tali storie non esistono, le stiamo inventando. Ma per il lettore devono essere verosimili; il lettore dev’essere invogliato a “sospendere l’incredulità” di fronte alla nostra storia, o addirittura, come auspicava Tolkien, il lettore dev’essere così rapito dalla vicenda da non aver neanche bisogno di trucchetti mentali per credere che elfi e draghi esistono sul serio.
Ora, se il lettore si accorge che stiamo scrivendo bene, se esclama davvero “Che prosa raffinata!”, abbiamo fallito il nostro compito, perché appare chiaro che tale lettore non era davvero stato trasportato nella Terra di Mezzo, bensì era rimasto bello inchiodato in poltrona a leggere uno stupido libro.
La narrativa di genere è una forma ante litteram di realtà virtuale. L’autore impiega la sua arte per strappare il lettore dal suo mondo e immergerlo in un altro mondo, mondo che non solo non esiste, ma che spesso non potrebbe neanche esistere. Lo “scrivere bene”, inteso in senso letterale, è in contrasto con tale obbiettivo. Lo “scrivere bene” è come un salvagente, che impedisce al lettore d’immergersi completamente nella storia.

Corollario: lo scopo della narrativa di genere non è suscitare piacere. Quando leggo della Terra invasa dagli alieni, non dev’essere piacevole. Dev’essere pauroso, angosciante, bizzarro o mille altre emozioni, ma non dev’essere piacevole. L’immagine del lettore in poltrona, intento a gustarsi un romanzo – libro in una mano, bicchiere di liquore nell’altra –, è tipica della literary fiction. Se un romanzo di genere può essere affrontato in questa maniera pacata, non è un buon romanzo.

Lettore di literary fiction
A leggere literary fiction ci si riduce così: vecchi, stanchi e con gli occhiali!

Perciò, dato che questo blog si occupa di narrativa di genere, quando parlerò di “scrivere bene”, senza ulteriore specificazione, intenderò scrivere trasparente.

Narrativa fantastica

Nel campo della narrativa di genere, si distinguono appunto svariati generi. I generi esistono non per “ingabbiare” gli autori, ma per far sì che il rapporto fra autori e lettori sia chiaro. Se io presento il mio romanzo come un giallo, il lettore si aspetterà almeno un delitto. Se nessun crimine viene perpetrato, il lettore rimarrà deluso, indipendentemente dalla qualità del testo, perché lui voleva leggere un giallo, e invece ha letto altro.
Un autore può abbattere le barriere che separano i generi, e in realtà può scrivere quel che gli pare, l’importante è che sia onesto con il lettore: se ha scritto una commedia romantica, così deve presentarla, e non spacciarla quale fantasy solo perché a pagina 82 sullo sfondo passa un drago.

In questo blog ci occupiamo di letteratura fantastica e in particolare di fantasy, anche se non disdegniamo la fantascienza e l’horror.
In generale, ho notato una certa confusione nell’uso dei termini sopracitati, in particolare in Italia, dove spesso i termini “fantastico” e “fantasy” sono mischiati in maniera inopportuna.
L’ho già spiegato un paio di volte nei commenti, ma meglio ribadirlo. La Barca dei Gamberi adotta la seguente convenzione:
Con “letteratura fantastica” o “narrativa fantastica” intendo la letteratura di genere che racconta storie che hanno come fulcro uno o più elementi fantastici. Perciò si va da Le Avventure di Alice nel Paese delle Meraviglie, al Signore degli Anelli, fino a La Guerra dei Mondi, Dracula e Neuromante. Ovvero l’intero spettro: fiaba, fantasy, fantascienza, horror (soprannaturale).

Con il termine fantascienza definisco quelle storie di letteratura fantastica dove gli elementi fantastici sono spiegabili in maniera scientifica.

Con il termine fantasy definisco quelle storie di letteratura fantastica dove gli elementi fantastici non possono essere spiegati in maniera scientifica.

Con il termine horror definisco quelle storie di letteratura fantastica dove gli elementi fantastici sono usati allo scopo di spaventare il lettore, indipendentemente da come possano essere spiegati.

Videogioco di Neuromancer
La confezione del videogioco ispirato a Neuromancer di William Gibson. Neuromancer è un romanzo di fantascienza, sottogenere cyberpunk

Un esempio chiarissimo, il mio preferito!
Elemento fantastico: il viaggio del tempo.
In Un Americano alla Corte di Re Artù di Mark Twain, questo elemento è usato per trasportare il protagonista dal 1800 appunto alla Corte di Re Artù. Non è fornita alcuna spiegazione scientifica per questo elemento fantastico e fondamentale alla storia. Dunque Un Americano alla Corte di Re Artù per la mia catalogazione è un romanzo fantasy.
Ne La Macchina del Tempo di H.G. Wells, il viaggiatore nel tempo usa tale Macchina per viaggiare sempre più in là nel futuro. La Macchina del Tempo non funziona per magia, ma in base a principi scientifici. Perciò un elemento fantastico fulcro del romanzo è spiegabile in termini scientifici. La Macchina del Tempo è un romanzo di fantascienza.
In L’Ombra Venuta dal Tempo di H.P. Lovecraft, il viaggio del tempo è lo strumento di un alieno per impossessarsi della mente di un poveraccio. Qui l’elemento fantastico è sfruttato per contribuire a mettere a disagio, spaventare il lettore. L’Ombra Venuta dal Tempo è un racconto d’orrore.

Una storia d’amore ambientata nella Terra di Mezzo, non è di per sé fantasy, a meno che l’elemento fantastico non sia determinante. Un giallo che si svolge su una colonia marziana, rimane un giallo, non è fantascienza. L’elemento fantastico dev’essere determinante, non di semplice contorno. Inoltre l’elemento fantastico è il solo vero discriminante. Se sto raccontando la storia di un drago albino mutante che appare per magia a Bologna, sono nel regno del fantasy, perché ho un elemento fantastico (il drago albino mutante), tale elemento è fondamentale (il drago è il protagonista) e infine l’elemento medesimo non è scientificamente spiegabile (il drago appare per magia). Avrò perciò un fantasy senza:

  • mondo remoto.
  • lotta tra Bene e Male.
  • scontri all’arma bianca.
  • viaggi a vuoto di comitive d’eroi.
  • elfi.

Per la cronaca, un fantasy con gli elementi di cui sopra sarebbe “High Fantasy”, o forse “Heroic Fantasy”.
Non starò qui a far distinzione fra i sottogeneri di fantasy e fantascienza. Però, per chi fosse curioso, l’altro giorno ho preparato uno schema di tutti i sottogeneri di fantasy, fantascienza e horror. I dati sono stati presi da Wikipedia, così come i nomi di opere e autori considerati rappresentativi. Questo schema non vuole essere né preciso, né esaustivo, è solo per bellezza, per dare un’idea di come possa apparire l’”universo fantastico”.

L’Universo della narrativa fantastica
L’Universo della narrativa fantastica. Clicca per ingrandire

Al di là dello schema, la divisione generale che ho esposto fra fantasy, fantascienza e horror, non è in discussione. Se non siete concordi, potete “tradurre” i miei termini in altri che vi stiano più simpatici. Il punto è che i concetti siano chiari, le parole con cui chiamarli possono essere scelte come meglio si creda.

Perciò, quando parlerò di “fantasy”, senza ulteriore specificazione, mi starò riferendo alla definizione di cui sopra.

Convenzioni nello scrivere (fantasy)

Lo scopo della narrativa di genere è raccontare storie. Nel corso del tempo, sono state “distillate” alcune regole guida che aiutano a raggiungere questo scopo. La parola “aiutano” è in grassetto a sottolineare come le regole siano a favore degli autori. Non sono lì per strangolare la creatività, ma per esaltarla.

Queste poche regole le avrò citate mille volte nei miei articoli precedenti, non fa male citarle per la millesima e una volta.
Inoltre vorrei chiarire un concetto che credo a diversi sfugga: un romanzo non è brutto perché viola la tal o la tal altra regola, un romanzo è brutto e basta; un romanzo fa schifo, un romanzo è noioso, un romanzo è stupido. Quando però ci si avventura a cercare di capire perché un romanzo fa schifo, ed è noioso e stupido, molto spesso è facile risalire alle regole.
Un romanzo è brutto. Questo è il dato di fatto. Scavando si può scoprire che tale bruttezza ha origine in questo o quell’altro errore dell’autore. Perciò prima c’è l’orrore, lo schifo, il fantasy italiano, poi le regole. I romanzi sono brutti di per sé, le regole sono solo un modo d’interpretare tale bruttezza.
Funziona anche al contrario: più spesso che non un bel romanzo segue le convenzioni.

Esempio di fantasy nostrano
Esempio di brutto fantasy italiano (tanto per non infierire sempre sui soliti noti…)

Prima di proseguire, ricordo per l’ennesima volta: la narrativa di genere si concentra sul raccontare storie, l’innovazione, l’originalità, l’arte dev’essere nella storia, il come raccontarla è pura tecnica e si deve tendere all’efficienza, nulla più. Poi ci sarà l’autore più o meno dotato dal punto di vista stilistico, ma, come detto, attenzione: se tale dote diventa evidente, è un errore, perché allontana il lettore dalla storia.

Show, don’t Tell

EDIT del 20 novembre 2010. Per un articolo più approfondito sullo “Show don’t tell”, si veda qui.

Mostrare, non raccontare. L’idea è di far vedere al lettore la storia che si sta narrando. Nella testa del lettore, la vicenda deve scorrere esattamente come se il tizio fosse al cinema. Un fotogramma dietro l’altro, scena dopo scena. Lo scrittore deve armarsi di telecamera e cercare di descrivere quel che la telecamera inquadra.
“Laura uccise Mario.” Questo è raccontare: lo scrittore ha filmato la scena e sta appunto raccontando quel che è successo. È sbagliato.
“Laura puntò la pistola contro la faccia di Mario; premette il grilletto. Il colpo si portò via un gran tocco di scatola cranica. Mario si accasciò, lasciando sulla parete una scia di sangue e materia grigia.” Questo è mostrare: lo scrittore sta filmando la scena, e il lettore è insieme con lui dietro la telecamera. Questa è la maniera giusta di scrivere.
Perché è giusto mostrare e non raccontare? Per due ragioni. La prima è già evidenziata sopra: quando lo scrittore racconta, rende palese la sua presenza, e questo allontana il lettore dalla realtà virtuale della storia.
La seconda ragione è che il raccontare non rimane. Il raccontare sono parole al vento, non fanno presa sui ricordi. Alla fine di questo articolo è probabile che già vi sarete dimenticati che Laura ha ucciso Mario, tuttavia è possibile che l’immagine della scia di sangue e cervella rimanga.
Durante il mostrare, le parole si fondono in immagini, il lettore è di fronte agli avvenimenti, come fosse lì. Durante il raccontare, il lettore è stravaccato sul letto a leggere un romanzo, prende atto di quel che l’autore sta dicendo, ma non è trasportato all’interno della storia.

Ragazza con pistola
Show, don’t Tell!

Non di meno, ci sono anche dei momenti dove è corretto raccontare. È un discorso lungo, ma il discriminante essenziale è la noia. Se quello che dobbiamo mostrare è noioso, è meglio raccontarlo.
Un omicidio non è noioso, ma poniamo Laura lavori in un mattatoio, a sventrare maiali da mattino a sera. Il primo sbudellamento potrebbe essere interessante per il lettore. Forse anche il secondo. Dal terzo in poi la faccenda si fa noiosa. Mostrare 220 squartamenti tutti uguali non è una grande idea, e dunque ecco che si può raccontare: “Laura squartò maiali per tutto il giorno.”
Lo stesso se Laura prende un aereo e vola da Roma a New York. Non ha senso mostrare Laura che sonnecchia o guarda fuori dal finestrino per ore e ore, è meglio raccontare: “Laura prese un aereo e volò a New York.”

Non è sempre facile mostrare. Alle volte richiede una notevole disciplina, ma ne vale la pena. È molto più coinvolgente mostrare un personaggio che si mangia le unghie, continua a lanciare sguardi all’orologio, giocherella con il cellulare, sbuffa e si gira i pollici, piuttosto che scrivere: “Laura era ansiosa.” Ma attenzione: come detto il discriminante è la noia, non fate girare i pollici a Laura per 32 pagine, a quel punto è sì meglio scrivere che era ansiosa!

Scrivi di quel che sai

Il problema, specie in ambito fantasy, è che si devono raccontare storie piene di elementi fantastici, dei quali il lettore non può avere previa esperienza. Il lettore non ha mai incontrato un drago in vita sua, e quando leggerà un romanzo sui draghi la prima reazione non sarà: “ma allora i draghi esistono sul serio!”, bensì: “che razza d’idiozia, ho speso 18 euro per leggere cretinate!”.

L’autore ha l’arduo compito di convincere il lettore che non sono cretinate. Anche se solo per qualche ora, il tempo che il lettore impiegherà a leggere il romanzo, i draghi devono sul serio esistere. Per riuscire in quest’impresa, l’autore deve calare i draghi in un mondo verosimile, credibile. Tale mondo dev’essere “concreto”, palpabile, tanto che il lettore lo possa accettare come Realtà, draghi compresi.

È necessario che l’autore sappia di cosa sta parlando. Un’accurata conoscenza degli argomenti dona alla narrazione quella che gli inglesi chiamano texture. Quell’intreccio di particolari che fa credere che lo scrittore non stia raccontando favole, ma sia lì nella Terra di Mezzo o su Marte, a filmare la storia.
Per tale ragione bisogna scrivere di quel che si sa. Questo però non significa che se uno è un tramviere può solo raccontare storie di tram e mezzi pubblici, significa che se decide di raccontare storie di guerra ambientate in Africa, si documenta.
Il lavoro di documentazione dev’essere soprattutto una questione d’orgoglio. Si deve essere fieri di presentare al pubblico un mondo preciso e curato, dove ogni particolare è verosimile.
Space Cadet è un romanzo scritto nel 1948 da Robert A. Heinlein. È un romanzo “per ragazzi”. Eppure Heinlein lavorò per giorni alla soluzione di un’equazione riguardante la traiettoria di un razzo, e tutto ciò per una singola frase del romanzo. Per impostare in maniera corretta una singola frase, Heinlein non si fece scrupolo a lavorare giorni.

Copertina di Space Cadet
Copertina di Space Cadet

Questo è il tipo di dedizione richiesta. Questo è il tipo di rispetto per il lettore che non fa pentire di aver speso 18 euro. Mi rendo conto che ciò richiede tanto tempo e molto impegno, ma d’altra parte nessuno ha mai detto che scrivere a un certo livello sia facile e indolore. Non è un mestiere semplice quello dello scrittore.

Buttare il superfluo

Lo scopo è raccontare una storia, tutto quello che si allontana dallo scopo non è degno di esistere. È in verità molto semplice: prendiamo che uno voglia battere il record di velocità per un veicolo su ruote. Costruirà un affare come quello qui sotto:

ThrustSSC
Il ThrustSSC ha raggiunto i 1.228 chilometri all’ora

Passa un tizio e chiede se può legare al veicolo la Pietà di Michelangelo. La risposta sarà ovviamente no. Avere al traino la Pietà non fa andare più veloci, anche se la Pietà è una scultura meravigliosa. Lo stesso principio si applica alla narrativa di genere.
Singole parole, scene, personaggi, e ogni altro elemento devono essere presenti solo se contribuiscono alla causa. Non importa siano in sé bellissimi, se non aiutano lo svolgersi della storia devono sparire. È questa la ragione di fondo per la quale si raccomanda l’uso parsimonioso di aggettivi e avverbi: il più delle volte sono inutili. “Si sfracellò violentemente.”, “Laura raccolse il sottile fiammifero.”, ecc.

Un fiammifero
La sottigliezza è implicita nel fiammifero

Da tener sempre presente che si sta parlando di narrativa di genere, non di literary fiction. Nella literary fiction ventisette aggettivi di fila possono essere usati, se l’effetto finale è piacevole, nella narrativa di genere no. Proprio perché un effetto piacevole è controproducente, ponendo distacco fra il lettore e la storia.

Scrivere in maniera semplice

Dovete raccontare una storia, il lettore deve capire quel che raccontate! Se il lettore non comprende i termini che usate o non riesce a seguire le acrobazie di una prosa troppo complessa, è finito lo scopo. Perciò occorre essere semplici, chiari e diretti. Tutti devono poter seguire la storia.
Attenzione però: la semplicità fa parte del come, è tassello fondamentale della trasparenza, la storia in sé non ha nessuna necessità di essere semplice.
Da qui nasce la difficoltà: può essere necessario affrontare argomenti complessi, non dev’essere una scusa per rendere complessa la scrittura.

Mark Twain
Mark Twain è famoso per la semplicità della sua scrittura

La prosa “raffinata”, comprensibile solo a chi è laureato in lettere antiche, non ha cittadinanza nell’ambito della narrativa di genere. La narrativa di genere è popolare, democratica e vuole raccontare storie a tutti i cittadini, nessuno escluso. Lo scrittore di genere è felice che le sue storie siano apprezzabili sia dal professore cinquantenne sia dal bambino di dieci anni.
Tra l’altro è molto più facile e “terra terra” scrivere raffinato piuttosto che scrivere semplice.

Struttura semplice

Così come dev’essere semplice la scrittura, si deve mirare alla semplicità anche nella struttura della storia. Ci dev’essere una buonissima giustificazione per interrompere la narrazione e inserire un flashback.
Non siamo lontani dal problema dello “scrivere bene”. Strutture narrative complesse con una marea di sottotrame che s’incastrano possono essere affascinanti, ma quando il fascino è intrinseco in questa complessità artefatta, lì è un errore. Perché il lettore è portato fuori dalla storia per ammirare dall’esterno l’opera letteraria.
Sottotrame, flashback, salti temporali e quant’altro devono esistere solo se è l’unica maniera per narrare la storia. È meglio spostare indietro il punto scelto per l’inizio della storia, piuttosto che violare la linearità con cinquecento flashback.

Massa di cavi
Una storia non deve avere una struttura di questo tipo!

Da ciò si deduce anche che una pratica diffusissima tra gli scrittori fantasy, quella d’inserire a inizio dei romanzi un “prologo” è da evitarsi. Quasi mai il prologo serve.

Evitare l’inforigurgito

Inforigurgito, o infodump, per usare il più diffuso termine inglese. L’inforigurgito è l’impellente necessità dell’autore di fornire informazioni al lettore. L’autore si rende conto che il lettore ha bisogno di determinate informazioni per comprendere gli sviluppi della storia, e perciò gliele vomita addosso. Peggio, spesso l’autore crede che le informazioni siano vitali, quando in realtà non lo sono.

L’inforigurgito si esplica in due modi principali: con l’intervento diretto dell’autore e attraverso dialoghi o pensieri farlocchi.
Il primo modo è il più brutto. La narrazione è interrotta e l’autore sale in cattedra per insegnare al lettore. Non c’è niente di meglio per dare una svegliata al lettore e ricordargli che invece di far qualcosa di utile sta sprecando la vita a leggere romanzi da quattro soldi.
Esempio:
“Laura sollevò la spada, pronta a tagliare la testa al coboldo. I coboldi sono una razza goblinoide che si insediò duemila anni fa nei Boschi Neri. I coboldi hanno sviluppato una rudimentale civiltà, dedita all’allevamento dei polli e alla coltivazione dei pomodori. I coboldi vivono in piccoli villaggi, e amano pescare nei ruscelli, sebbene non consumino i pesci presi. Il DeWitt nel suo Trattato Generale sul Coboldo sottolinea come non si possa… zzz… zzz… Laura si guardò attorno, esterrefatta, il coboldo non c’era più! Mentre l’autore si dedicava all’inforigurgito, il coboldo doveva essere scappato!”
Nell’ambito del fantasy, questo errore è spesso tipico di quegli scrittori che mettono l’ambientazione davanti alla storia. Sono quelli che passano anni a ideare un loro mondo, e si convincono che siccome loro ci hanno perso tutto quel tempo, allora l’ambientazione è bella in sé. Non è così. Quel che conta è la storia, non i coboldi! La reazione del lettore di fronte a questo tipo di inforigurgito è: “chi se ne sbatte dei coboldi!”, e se l’autore insiste, il lettore non si appassionerà alla società dei coboldi, lascerà a metà il libro.
Le informazioni in sé non sono interessanti, è come vengono integrate nella storia che le rende interessanti.

La seconda forma tipica di inforigurgito è il dialogo farlocco.
Esempio:
“Laura e il coboldo erano seduti su un muretto di pietra. Dondolavano i piedi e si godevano il sole primaverile. Laura si rivolse all’amico:
«Come saprai bene, i coboldi sono una razza goblinoide, che si insediò duemila anni fa nei Boschi Neri. I coboldi hanno sviluppato una rudimentale civiltà, dedita all’allevamento dei polli e alla coltivazione dei pomodori. I coboldi vivono in piccoli villaggi, e amano pescare nei ruscelli, sebbene non consumino i pesci presi.»
Laura fece una pausa, per prendere dallo zaino il trattato del DeWitt. Quando rialzò lo sguardo, il coboldo non c’era più…”
Questa forma di inforigurgito è meno grave, perché almeno è tutta racchiusa nella realtà virtuale, non c’è intervento esterno dell’autore. Tuttavia, come si può notare, il dialogo è forzato. È un dialogo inverosimile, che rovina la credibilità della storia. Per non parlare dell’effetto comico: se la storia vuol essere seria, dopo un frammento del genere, non potrà più esserlo.

Un coboldo
«Non tediarmi con l’inforigurgito» dice il coboldo

La soluzione all’inforigurgito è mostrare. Se è davvero vitale per la storia fornire al lettore un’idea di come sia organizzata la società dei coboldi, si prenda un personaggio coboldo e lo si segua. Le attività che svolgerà il coboldo forniranno le informazioni volute, senza colpo ferire.
In alternativa, si può cercare di rendere credibile il dialogo inforigurgitoso. Se il coboldo sul muretto con Laura è stato trovato neonato dagli esseri umani e non ha mai visitato un villaggio del suo popolo, può essere verosimile che gli venga raccontato chi sono e come vivono i coboldi.

I dialoghi

EDIT del 9 ottobre 2010. Per un articolo più approfondito su come scrivere buoni dialoghi, si veda qui.

I dialoghi spesso svolgono un ruolo importante nella storia, e sono sempre fondamentali nella caratterizzazione dei personaggi. Per rendersene conto basta scorrere i commenti di questo blog, o seguire qualunque forum: anche se i partecipanti raramente si conoscono di persona, riescono lo stesso a stabilire che un collega è intelligente, o stupido, arrogante, furbo, maleducato, ecc. Tali giudizi sono espressi solo in base ai dialoghi.
Constatata l’importanza dei dialoghi, una trattazione completa della questione esula dagli scopi di questo articolo, segnalo perciò solo tre errori tipici:

Personaggi che parlano come un libro stampato. Errore che si vede spesso nel fantasy. Capita quando il Re e l’ultimo contadino si esprimono nella stessa maniera, il più delle volte una maniera pomposa e ricercata.
Un’altra fonte di questo errore è la scuola, che convince la gente che il modo di esprimersi quando si scrive debba essere diverso da quello che si usa quando si parla. Il che, a volte, può essere vero, ma non nel caso in cui un personaggio stia appunto parlando!
Un contadino con la quinta elementare non diventa un Premio Nobel solo perché le sue battute sono riportate su carta. Perciò ci saranno personaggi che si esprimono in maniera rozza se non scurrile e altri che saranno raffinati e forbiti. Se uno scrittore ha problemi con lo scurrile o il raffinato, non deve per questo essere inverosimile. Nessuno gli vieta di non mettere tra i personaggi della vicenda il Re o il contadino, o di farli muti, o di giustificare il loro modo di parlare (il contadino parla come un principe perché è un nobile decaduto).

Un barbone
Non sono un barbone, sono un Principe! La letteratura fantasy è il mio hobby

Personaggi che parlano come nella realtà. Il dialogo fra personaggi dev’essere verosimile, non vero. In un vero dialogo ci sono mille gesti, versi, mezze parole, squilla il cellulare a metà frase e una deve ripetere, in sottofondo c’è il blaterare della TV e così via. Trascrivere un dialogo tirando dentro tutto in questa maniera è controproducente, si ottiene solo di annoiare il lettore.
Il dialogo, come tutti gli altri elementi della narrazione, dev’essere funzionale alla storia. Perciò, partendo pure dal vero, bisogna filtrare il superfluo, per lasciare solo la parte vitale per lo svolgersi della vicenda.

Dialogo indiretto. Il dialogo indiretto è parte del raccontare, dunque soggiace agli stessi principi già visti riguardo lo “Show, don’t Tell”. In generale va evitato, con la discriminante della noia. Se Laura lavora in un call center e cerca tutto il giorno di vendere spazzolini da denti, con decine di telefonate tutte uguali, si può soprassedere dal riportare ogni singola battuta. Altrimenti occorre mostrare e dunque riportare le parole pronunciate dai personaggi.

Saper gestire il punto di vista

Il punto di vista è dove piazziamo la telecamera per riprendere la scena. La si può piazzare sulla spalla di un personaggio. Dentro la testa del medesimo. La si può piazzare in un punto fisso, o la si può muovere a seconda delle circostanze. La scelta dev’essere compiuta in base alle reazioni che si vogliono suscitare nel lettore. Non ci sono scelte giuste o sbagliate, però occorre essere consapevoli di che effetto hanno le varie scelte.
Anche in questo caso, per motivi di praticità, evidenzierò solo alcune problematiche tipiche.

È meglio evitare il narratore onnisciente. Se si adotta il punto di vista del narratore onnisciente, si ha la più ampia libertà d’uso della telecamera: si può riprendere qualunque angolo dell’Universo, si può entrare nella testa di tutti i personaggi, si possono riprendere avvenimenti futuri o passati. Il narratore è appunto onnisciente e non si pone problemi a far sfoggio di cotale sapienza.
Più spesso che non, questa libertà di ripresa è accoppiata a un desiderio del narratore d’intervenire nella storia.
Perche è una cattiva idea? Perché rende palese al lettore che non si sta recando in un mondo nuovo, sta solo ascoltando il narratore che gli racconta tale mondo. Il narratore onnisciente è un’ulteriore paratia fra il lettore e l’agognata realtà virtuale.
Inoltre usando un narratore onnisciente è facile spararsi da soli sui piedi. Se il Nano Borzolo dopo aver bevuto la birra Kruug afferma “La birra Kruug è buonissima”, si è comunicato al lettore la bontà della bevanda, e tuttavia nessuno vieta che il Nano Gottolo dopo averla assaggiata la sputi dicendo che fa schifo: Gottolo ha dei gusti diversi da Borzolo. Ma se è il narratore onnisciente ad affermare che la birra Kruug è buonissima, questa diviene una verità assoluta, e Gottolo lamentandosi che fa schifo creerà una contraddizione nella storia, minandone la credibilità.
Anche sapendolo gestir bene, il narratore onnisciente non offre alcun particolare vantaggio. La maggior libertà promessa è piena di rischi, e in quasi tutti i casi può essere ugualmente raggiunta usando in maniera sapiente i personaggi. Si può sempre prendere un personaggio e farlo diventare testimone degli eventi, senza scomodare il narratore. Specie poi nel fantasy, dove anche piante, sassi, animali e quant’altro possono essere descritti come senzienti.

Il Narratore Onnisciente
Il Narratore Onnisciente

La prima persona va usata con cautela. Narrare in prima persona in determinati casi può sembrare naturale, ma è più difficile che usare la terza persona. Innanzi tutto c’è subito un ostacolo: sentendo una narrazione in prima persona, è netta la sensazione che il protagonista stia raccontando.
“Mi sono alzata presto, sono andata a scuola, tornando a casa ho comprato un fumetto in edicola, ecc.” appare chiaro che tra la storia e il lettore ci sono di mezzo io protagonista con la mia parlantina. Non è grave come quando di mezzo ci si mette il narratore onnisciente, ovvero l’autore, ma comunque è lo stesso un tenere il lettore lontano dalla realtà virtuale.
Per questo per narrare in prima persona ci dev’essere una ragione. Non a caso spesso i romanzi in prima persona hanno una cornice: il protagonista ritorna dall’America e racconta ai suoi amici (e al lettore) le sue avventure.
L’altro problema è legato allo stile. Come ribadito più volte, il tentativo è di arrivare a uno stile trasparente, che lasci il lettore in balia della storia. Ma narrando in prima persona, si rischia che oltre allo stile diventi “trasparente” anche il protagonista! Ogni parola, ogni descrizione, ognuna delle scelte che si compiono narrando: se stiamo scrivendo in prima persona sono scelte anche riguardo la caratterizzazione del protagonista.
La scelta dei termini non può più essere “neutra”, piegata solo a necessità di efficienza, deve anche tener conto di come il lettore giudicherà il protagonista, sentendolo esprimersi in tale maniera. Nessuno giudica una telecamera se indugia a inquadrare un cadavere sventrato divorato dagli insetti, se però è il protagonista a soffermarsi di fronte a tale spettacolo, il lettore farà tutta una serie di deduzioni sul suo carattere.
Bilanciare la ricerca di uno stile trasparente e la caratterizzazione del personaggio narrante non è questione semplice. Richiede esperienza e talento. Come si può sapere se si ha sufficiente esperienza e talento? Basta rispondere al piccolo test qui sotto!
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Sei uno scrittore italiano?
Hai scritto o vuoi scrivere fantasy?

Se hai risposto “Sì” a entrambe le domande, non hai abbastanza esperienza e talento! Forse è meglio lasciar perdere la prima persona…

Cambiare punto di vista è traumatico. Non c’è molto altro da aggiungere: cambiare il punto di vista, da un personaggio all’altro, richiede al lettore uno sforzo mentale per adeguarsi. Il film s’interrompe mentre il proiezionista cambia le bobine. Dunque, a meno di ottime ragioni che non mi vengono in mente, non bisogna mai cambiare punto di vista durante una scena.

Da ciò deriva che la scelta più semplice ed efficiente (a parte situazioni particolari) è quella di usare la terza persona limitata. La telecamera è posta sulla spalla del personaggio, e può solo inquadrare quel che il personaggio vede. In compenso non è vietato ruotare un pochino la cinepresa e “riprendere” quel che il personaggio pensa, ma solo lui, solo il personaggio che si porta appresso la camera.
In questo modo si può mostrare il mondo nella maniera più conveniente possibile, e al contempo, se lo si desidera, anche mostrare la reazione interiore del personaggio. Non a caso la buona parte della narrativa di genere è scritta da questo punto di vista.
Non cercate di essere originali per il gusto di essere originali! L’originalità, nella narrativa di genere, è nella storia, non nella maniera con la quale è narrata. Se scrivete in terza persona plurale al futuro, sarete originali, ma è probabile a scapito di quello che davvero conta, la storia, perché il lettore sarà più interessato a comprendere le ragioni di tale bizzarra scelta stilistica piuttosto che appassionarsi alla vicenda.

I personaggi

L’autore deve conoscere i propri personaggi. Deve saperne vita, morte e miracoli. Ma soprattutto deve averne chiare le motivazioni. Perché un personaggio agisce in una certa maniera, quali sentimenti e ideali lo muovono, ciò dev’essere cristallino per l’autore, tanto da poterlo comunicare ai lettori.
Data una certa situazione, i lettori devono poter essere in grado di prevedere le azioni dei personaggi. Questo grazie al fatto che l’autore ha ben caratterizzato i suoi personaggi ed è stato coerente nella caratterizzazione.
A seconda della storia, altri elementi possono essere importanti (spesso lo è l’aspetto fisico), tuttavia in generale è più importante avere ben chiaro il modo di pensare di un personaggio, piuttosto del colore degli occhi o dei capelli.

Un personaggio deve agire. L’apatia è antitetica al ruolo di personaggio (o peggio di protagonista). Un personaggio che passa il tempo a compatirsi e lagnarsi e piangere e non far niente da mattina a sera, a tutti gli effetti non è un personaggio. Un personaggio deve avere un ruolo attivo in una storia. Deve aiutare a “muovere” la storia.
Il principio dell’agire determina anche quali tizi estrarre da un’ambientazione per renderli protagonisti della vicenda. Un buon consiglio è scegliere personaggi che soffrono: sfuggire al dolore è forse una delle motivazioni più forti a spingere le persone ad agire.
Viceversa, vanno evitati i personaggi troppo potenti. Re, Imperatori, Presidenti, Capi di Stato Maggiore, e simili: costoro è raro che agiscano in prima persona (e se li si forza si rischia di non essere credibili), danno ordine ad altri di agire. Devono essere questi altri i personaggi e i protagonisti della storia.

L’Imperatore del Giappone
L’Imperatore del Giappone: si possono scegliere protagonisti migliori!

Esiste la troppa caratterizzazione. Il fulcro deve rimanere sempre la storia. In alcune storie è vitale che un personaggio abbia una personalità complessa e sfaccettata, che sia tormentato, e tirato per le maniche da mille sentimenti contrastanti, ma per altre storie non è così.
In una classica storia in stile I Viaggi di Gulliver, il cuore della vicenda è l’esplorazione del mondo “alieno”, se il protagonista è un personaggio dalla personalità troppo complessa, distrae. Se il lettore si appassiona più a Gulliver che non ai suoi viaggi, è un errore.
Perciò i personaggi bidimensionali o stereotipati non sono sbagliati in sé, in determinate vicende possono essere più adeguati di personaggi “tridimensionali”.

Anche se l’autore può ispirarsi a se stesso o ai suoi amici per i personaggi, questo “giochino” non dev’essere palese. Se il lettore si accorge che il tal personaggio non è un Cavaliere del Regno di Brogoth, ma l’autore sotto mentite spoglie, si chiederà: “com’è che l’autore è arrivato da Palermo a Brogoth?” e l’illusione di realtà virtuale sarà spezzata.

Conclusione

Mi rendo conto di essere stata molto schematica. Inoltre non ho preso in considerazione testi parodistici o comici, dove si cerca apposta di ribaltare le regole; ci sarebbero mille eccezioni da esplorare, ma questo articolo è appunto un riassunto, se si è interessati all’argomento c’è il resto del blog e i manuali di scrittura via via segnalati. Inoltre non era mia intenzione insegnare niente a nessuno. Io sono convinta della bontà dei concetti illustratati, ma quest’anno di blog mi ha dimostrato una volta di più la verità del detto: “non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire”. Dunque liberi di pensare che abbia scritto solo boiate, non farò alcuno sforzo per convincervi del contrario (chi se ne importa? Tanto le schifezze le scrivete voi, non io).
Però tenete presente che quando recensisco i romanzi fantasy sul blog mi attengo alle idee qui esposte. È quello che m’interessa. Invece mi frega poco o niente di:

  • copertine.
  • copie vendute.
  • se hanno acquistato i diritti del romanzo per farci un film.
  • se l’autore è nazicomunistafiloisraelianodisinistranoglobalgaypacifistavegano.
  • l’impegno profuso dall’autore nello scrivere il romanzo.
  • età, titolo di studio e codice fiscale dell’autore.
  • se i personaggi sono nazicomunistifiloisraelianidisinistranoglobalgaypacifistivegani.
  • se i personaggi sono amorali, o compiono atti amorali.
  • se il romanzo induce alla lettura i giovani.
  • se il romanzo offende il Papa.
  • se il romanzo è stato pubblicizzato sul Corriere della Sera o al TG3.
  • se il romanzo è stato tradotto in turco, cinese e coreano.
  • se quell’altro autore che vende un casino in Baviera dice che il romanzo è strabellissimo!!!

e così via.

Internet è piena di siti e blog di recensioni. La gran parte di tali siti adotta criteri diversi da quelli della Barca dei Gamberi, perciò se non siete contenti qui, la scelta è ampia. Sì, lo dico chiaro: se non siete d’accordo andatevene pure. Grazie.

Coniglietto in lacrime
Imparate a scrivere in maniera decente! Non imitate Licia Troisi, che spinge alle lacrime il Coniglietto Grumo! (La foto è da intendersi a solo scopo dimostrativo, il Coniglietto inquadrato non è Grumo)


Approfondimenti:

Icona di un libro Beginnings, Middles & Ends di Nancy Kress (Amazon.com).
Icona di un libro Characters & Viewpoint di Orson Scott Card (Amazon.com).
Icona di un libro How to Tell a Story and Other Essays di Mark Twain (Amazon.com). Edizione italiana: Come raccontare una storia e l’arte di mentire (iBS.it).
Icona di un libro How to Write Science Fiction & Fantasy di Orson Scott Card (Amazon.com).
Icona di un libro On Writing di Stephen King (Amazon.com). Edizione italiana: On writing. Autobiografia di un mestiere (iBS.it).
Icona di un libro Plot di Ansen Dibell (Amazon.com).
Icona di un libro The Complete Idiot’s Guide to Publishing Science Fiction di Cory Doctorow & Karl Schroeder (Amazon.com).
Icona di un libro The Craft of Writing Science Fiction That Sells di Ben Bova (Amazon.com).
Icona di un libro Worlds of Wonder: How to Write Science Fiction & Fantasy di David Gerrold (Amazon.com).
Icona di un libro Writing Popular Fiction di Dean R. Koontz (Amazon.com).
(nota: i saggi sopracitati si trovano tutti anche su emule, almeno nell’edizione inglese).

 

bandiera IT La vera Setta degli Assassini
bandiera EN Una critica alla contemporanea literary fiction
bandiera EN Study Guide for Neuromancer
bandiera IT Ethlinn presso il sito dell’editore
bandiera EN Headshot su Wikipedia
bandiera EN In Space Cadet ci sono già i telefoni cellulari
bandiera EN Il sito ufficiale del ThrustSSC
bandiera IT Mark Twain su Wikipedia
bandiera EN Really Bad Wiring Jobs
bandiera IT Coboldo su Wikipedia
bandiera EN Risorse per i senzatetto americani
bandiera EN Point of view su Wikipedia
bandiera EN Un articolo sull’Imperatore Akihito
bandiera IT Le recensioni della Barca dei Gamberi

 

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Ratti, Gargoyle & dolciumi vari

Cos’è uscito in rete nell’ultimo mese, sempre partendo dal principio di segnalare le release più curiose, che possono essere sfuggite.

Libri

Non molto in ambito fantasy italiano, solo La Rocca dei Silenzi di Andrea D’Angelo:
Icona di un mulo eBook.ITA.3050.Andrea.D’Angelo.La.Rocca.Dei.Silenzi.(doc.lit.pdf.rtf).[Hyps].rar (3.233.458 bytes)

Copertina de La Rocca dei Silenzi
Copertina de La Rocca dei Silenzi

Trovate la recensione del Signor Stockfish qui. Come spesso capita il clima nei commenti è diventato subito sgradevole, anche perché io e il signor D’Angelo avevamo da poco litigato per colpa di un’altra discussione. Non ci tengo a riaprire vecchie polemiche, perciò non interverrò più sull’argomento, ognuno può leggere il libro e decidere per conto suo.

Visto che è uscito un solo fantasy italiano, ne segnalo uno straniero, ovvero: Il Tramonto degli Dei (Rats and Gargoyles) di Mary Gentle:
Icona di un mulo eBook.ITA.3091.Mary.Gentle.Il.Tramonto.Degli.Dei.(doc.lit.pdf.rtf).[Hyps].rar (3.520.195 bytes)

Copertina del romanzo Rats and Gargoyles
Copertina di Rats and Gargoyles

È il primo volume nel ciclo del Corvo Bianco. Non l’ho letto, ma lo segnalo lo stesso per due motivi: la Gentle mi piace come scrittrice, e dunque è probabile che questo sia un bel romanzo, e l’edizione italiana è del 1993, quindici anni fa, è probabile non sia facile riuscire a recuperarla.

La trama è la seguente

In un mondo fantastico tra il passato e il futuro esiste una città senza nome in cui la magia e le spade convivono con le locomotive a vapore e i dirigibili: qui dominano i Ratti, signori e padroni di un’umanità ridotta in schiavitù. Ma anche questi enormi e spregevoli topi giganti e intelligenti devono rispondere delle loro azioni a qualcuno più in alto di loro: le trentasei divinità incarnate nella pietra, che vivono in una misteriosa fortezza nel cuore della città. Su questo sfondo barocco e affascinante si muovono alcuni personaggi che vorrebbero cambiare questa situazione di oppressione per gli umani. Il potente ordine della Croce Bianca vorrebbe organizzare una rivolta contro il sistema, ma anche i Ratti avrebbero piacere di sbarazzarsi dei misteriosi e imprevedibili dèi. Il principe Lucas di Candover, giunto nella città per studiare all’Università del Crimine, si ritrova coinvolto nella rivolta assieme a Zari, la giovane donna Kateyan destinata a diventare la memoria vivente degli avvenimenti seguenti. Altri si agitano per partecipare con loro alla disperata battaglia finale, combattuta a base di poteri alchemici, magie, necromanzie, e anche con un pizzico di tecnologia.

 

Film

Die Fälscher (The Counterfeiters, 2007)
The.Counterfeiters.2007.PROPER.DVDRip.XviD-NOsegmenT (DVDRip, ~700MB)
The.Counterfeiters.2007.PAL.DVDR-VoMiT (DVDR, ~4,08GB)
(tedesco con sottotitoli in inglese)

Locandina de Il Falsario
Locandina di Die Fälscher

Uscito nei cinema in Italia con il titolo: Il Falsario – Operazione Bernhard. La storia vera di Salomon Sorowitsch, abilissimo falsario costretto dai nazisti a partecipare alla più grande operazione di contraffazione di denaro mai avvenuta: stampare 130 milioni di sterline false. Non fantasy, ma Premio Oscar 2008 quale miglior film straniero.

Trailer di Die Fälscher

 

Shôwa Kayô Daizenshû (Karaoke Terror, 2003)
Showa.Kayo.Daizenshu.2003.DVDRip.XviD-WiRA (DVDRip, ~1,37GB)
(giapponese con sottotitoli in inglese)

Locandina di Karaoke Terror
Locandina di Karaoke Terror

Due gang rivali di amanti del karaoke si scannano a vicenda, fino all’uso di armi nucleari(!). Da un romanzo di Ryû Murakami (da un altro romanzo di tale autore Miike ha tratto il divertente e impressionante Audition ).

Un numero musicale da Karaoke Terror

 

Diary of the Dead (2007)
Diary.of.the.Dead.2007.LiMiTED.DVDRiP.XviD-SUNSPOT (DVDRip, ~700MB)
Diary.of.the.Dead.2007.READNFO.PAL.DVDR-GRiM (DVDR, ~3,85GB)
(inglese)

Locandina di Diary of the Dead
Locandina di Diary of the Dead

L’ultimo film di George A. Romero, regista del famoso Night of the Living Dead. Ancora zombie: un gruppo di studenti sta girando un film horror, quando incappano in veri morti viventi! Ostrega! Personalmente Romero mi ha stufata da un pezzo, ma per chi apprezza gli zombie potrebbe essere interessante.

Trailer di Diary of the Dead

 

Evangelion: 1.0 You Are (Not) Alone (2007)
Rebuild.of.Evangelion.1.0.2007.DVDRip.XviD-CiMG (DVDRip, ~700MB)
(giapponese)

Locandina di Evangelion: 1.0 You Are (Not) Alone
Locandina di Evangelion: 1.0 You Are (Not) Alone

Una nota riguardo ai sottotitoli: il DVD originale non conteneva sottotitoli, perciò anche la rip ne è priva. Il film è però stato “fansubbato”, e i relativi sottotitoli in inglese sono disponibili per esempio presso opensubtitles.org. Circolano in rete anche diverse release con già i sottotitoli inseriti nel video, ma quando possibile io preferisco avere video “pulito” e sottotitoli separati.

Neon Genesis Evangelion è probabilmente uno degli anime di fantascienza più belli degli ultimi anni di sempre. Almeno fino all’ultima puntata. L’ultima puntata è incomprensibile e ha lasciato non solo me con l’amaro in bocca. Per “rimediare” sono usciti due film: Death and Rebirth e The End of Evangelion. I due film lasciano intendere che l’ultima puntata sia stata una sorta di sogno e proseguono con la storia, sennonché il finale di The End of Evangelion è ancora più incomprensibile del finale della serie TV!
Adesso è la volta di Rebuild of Evangelion: una serie di quattro film; i primi tre dovrebbero ripercorrere le puntate della serie televisiva, mentre l’ultimo film dovrebbe essere un altro finale ancora per l’intera storia.

Trailer 1: Beautiful World

Questo primo film copre le puntate da 1 a 5 della serie TV. Nonostante conoscessi già la trama l’ho visto volentieri, il ritmo è buono e alcune delle nuove animazioni inserite sono spettacolose (in particolare durante la battaglia contro il sesto Angelo). Una scena inedita alla fine fa presagire… non so, ma qualcosa di strano di sicuro!

Trailer 2: Fly Me to the Moon

Approfondimenti:

bandiera IT Una recensione de La Rocca dei Silenzi
bandiera EN Una recensione di Rats and Gargoyles

bandiera EN Una recensione di The Counterfeiters
bandiera EN Una recensione di Karaoke Terror
bandiera IT Una recensione di Diary of the Dead
bandiera EN Una recensione di Evangelion: 1.0 You Are (Not) Alone

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Le Chiavi del Cassonetto

Qualche giorno fa ho segnalato la presenza su emule del romanzo di Sergio Rocca, Le Chiavi del Fato.

Copertina de Le Chiavi del Fato
Copertina de Le Chiavi del Fato

Ne ho lette tre pagine e l’ho trovato scritto in maniera indegna, tale da farmi perdere ogni desiderio di continuare. L’autore, con nick mitoancess, è venuto da queste parti a offendere. Non si meriterebbe altro che il silenzio, ma io sono una brava persona. Perciò gli spiegherò perché bastano poche pagine del suo sedicente romanzo per capire che il posto giusto di tale opera non è una libreria ma il cestino della carta straccia.
Spero la mia analisi sia utile anche ad altri.

Potete leggere le prime due pagine del romanzo qui di seguito:

PROLOGO

Tra i sottili lineamenti degli occhi a mandorla brillavano due gemme cerulee come il cielo terso, striate di zaffiro. Il bambino guardava gli erbosi prati che scorrevano oltre il foro della carrozza. Lo stridio del cocchio tirato da robusti e infaticabili frisoni, lo scalpitio dei cavalli al trotto, il ballonzolare delle ruote sul terreno, sassoso e inumidito dallo scroscio della notte precedente, giungevano ovattati alla mente di Odino.

Egli era assorto nei suoi pensieri e il suo sguardo fissava l’incantato e florido ambiente esterno. Non pensava però agli arbusti elfici e allo splendore della terra Jaline, né alle distese erbose, il cui verde si scorgeva attraverso gli sprazzi tra l’albore, ma a colui che gli era stato amico e salvatore, nonché fratello maggiore e padre, pedagogo e maestro o addirittura dio protettore allo stesso tempo. Aveva il viso e il naso arrossati dopo un pianto disperato, straziante, e ora non gli rimanevano più lacrime da versare. Gli rimaneva solo la quiete angosciante della rassegnazione.

Il silenzio smorzava la rigenerazione dello stato d’animo, poiché era il guardiano fedele della sofferenza, e lui era troppo piccolo per farlo invece suo alleato.

Il cuore di Odino era gonfio come gli occhi, colmo di una sofferenza interiore, a lungo andare fatale.

«Kalos…» echeggiava ogni tanto nella sua mente come un richiamo del ricordo dell’amico, del fratello…

Al bambino non interessava se il suo destino fosse quello di diventare il nuovo sovrano dei regni di Aesir, prossimi ad unificarsi in un unico impero, essendo lui la tanto supposta reincarnazione del dio Odino di Asgard. Non gli interessava nemmeno diventare l’anello di congiunzione tra i popoli di tutto il continente occidentale con quello orientale. Nemmeno di dover accettare che il suo destino fosse diventare il più potente dei monaci Rei di Zen-San, voleva semplicemente essere di nuovo accanto al suo Kalos.

Odino prendeva atto che il monaco Kalos (il suo amico, fratello maggiore, maestro…) gli aveva insegnato molte cose sulla vita e sulla realtà, ma la sua morte era la prova dell’inapplicabilità e inveridicità di alcune di esse.

Quella di Kalos era stata, però, una morte degna di un guerriero e un giustiziere. Egli era un eroe come pochi, vinto forse dall’ingannevole filosofia che seguiva e applicava fedelmente, perché in essa aveva fede.

«Non tutto era vero, amico mio…» pronunciò sommessamente con amarezza il bambino, non distogliendo lo sguardo dalle valli lontane. Ma l’ammirazione verso Kalos non era scomparsa con la sua morte, neanche gli Dei assassini potevano vincere la sua grandezza.

«Dei assassini e vigliacchi… vili!» pensò ancora il bambino, questa volta con disprezzo.

«Oh Kalos, perché mi hai coinvolto nelle tue illusioni? Perché mi hai insegnato cose false? Perché non impedisci che il dolore mi uccida lentamente? Ora sento un veleno che fermenta nelle mie carni e mi tortura spietatamente… Con quale autorità mi ordinasti di vivere per inseguire i miei sogni? Quali sogni? Avevo ragione a non averne! Quanto desiderio ho di raggiungerti in Ade…»

Il bambino sospirò e cambiò leggermente posizione sul sedile, sentendo il calore della pelliccia d’orso e del berretto di montone sulla testa. Il silenzio si fece sentire nuovamente nella carrozza come una folata di vento gelido.

«Non troveresti l’Ade così interessante, sai?» disse una voce argentina, improvvisamente.

Il bambino si voltò spaventato, in direzione dell’angolo destro della panca opposta alla sua. D’incanto vi era seduto un fanciullo più grande di lui, i cui occhi smeraldini erano rivolti all’esterno del cocchio, anch’egli fissava il paesaggio che scorreva.

I suoi neri capelli semi-corti e il glabro viso gli davano un’aria da ‘lupetto spartano’. Il suo grande cappotto di ermellino, lungo fino alle caviglie, gli dava invece un’aria da principe di quei nuovi tempi.

«Chi sei stregone?» ruggì il bambino istericamente, pronto a gridare.

Continua… (purtroppo)

Una scimmia alla macchina da scrivere

Non solo queste due pagine bastano e avanzano per definire Le Chiavi del Fato uno schifo, ma arrivo a dire che la prima frase basta e avanza:

Tra i sottili lineamenti degli occhi a mandorla brillavano due gemme cerulee come il cielo terso, striate di zaffiro.

Da questa frase si evince:

  • L’incapacità dell’autore di essere semplice e diretto: per dire che un bambino ha gli occhi azzurri deve usare due metafore e una similitudine.
  • La mancanza di proprietà di linguaggio: “ceruleo” vuol proprio dire del colore del cielo limpido (terso), dunque la similitudine è pleonastica.
  • L’insistenza su particolari inutili, come le striature zaffiro sul ceruleo. Questo pezzettino, tolto il linguaggio artefatto, significa: occhi azzurri come il cielo azzurro, striati d’azzurro.
  • La banalità: l’uso della metafora della gemma per parlare degli occhi è quanto di più scontato esista.

Ma andiamo avanti:

Il bambino guardava gli erbosi prati che scorrevano oltre il foro della carrozza. Lo stridio del cocchio tirato da robusti e infaticabili frisoni, lo scalpitio dei cavalli al trotto, il ballonzolare delle ruote sul terreno, sassoso e inumidito dallo scroscio della notte precedente, giungevano ovattati alla mente di Odino.

Quel “prati erbosi” è un’oscenità. Come l’acqua bagnata.

Prato (erboso)
Un prato, ma non un prato qualunque: è un prato erboso!!!

Abbiamo poi il “foro” della carrozza. Sarebbe? Il bambino sta guardando fuori dal finestrino? No? Quali “fori” ci dovrebbero essere in una carrozza? “prati erbosi” e fori nelle carrozze, altri due per la categoria “mancanza di proprietà di linguaggio”.
“Lo stridio del cocchio”? Perché il cocchio stride? Ammetto di non avere grandi esperienze di carrozze, se non al Luna Park, ma non le ho mai sentite “stridere”: e tre per la mancanza di proprietà di linguaggio.
“I robusti e infaticabili frisoni“: i due aggettivi sono di troppo, e il secondo è esiziale (visto? anch’io posso parlare forbito!) È al contempo inforigurgito, raccontato e non mostrato, e implica un punto di vista onnisciente che allontana dalla narrazione. Cool!
“Il ballonzolare” non è un suono, e dunque mischiarlo con stridio e scalpitio è una quarta dimostrazione di scarsa attenzione nell’uso del linguaggio. Poi ci si potrebbe chiedere perché la carrozza procede in mezzo ai sassi, quando intorno ci sono prati erbosi

Egli era assorto nei suoi pensieri e il suo sguardo fissava l’incantato e florido ambiente esterno.

Essere assorto vuol dire proprio essere immersi nei propri pensieri, perciò ennesima prova che il signor Rocca non conosce il significato dei termini che usa. “l’incantato e florido ambiente esterno” cioè? Finora c’è un prato erboso e dei sassi. Incantato e florido, sarà…

Non pensava però agli arbusti elfici e allo splendore della terra Jaline, né alle distese erbose, il cui verde si scorgeva attraverso gli sprazzi tra l’albore, ma a colui che gli era stato amico e salvatore, nonché fratello maggiore e padre, pedagogo e maestro o addirittura dio protettore allo stesso tempo. Aveva il viso e il naso arrossati dopo un pianto disperato, straziante, e ora non gli rimanevano più lacrime da versare. Gli rimaneva solo la quiete angosciante della rassegnazione.

Gli “arbusti elfici”, ovvero? Gli “sprazzi tra l’albore”, perché la luce dell’alba solo a sprazzi permette di distinguere il verde dei prati? Scrivere un romanzo non significa giocare con le parole, significa mostrare una storia. Il bambino guarda fuori dalla carrozza, e che vede? Un bel niente, ci sono solo parole, non ci sono immagini. Questo è indice di pessimo scrittore.
Il fratello maggiore, amico, ecc. ma sul serio un bambino sta pensando a tutto ciò? Non è che sta pensando alla persona che è tutto questo? Brutto esempio di inforigurgito.

elfo
Elfo fra gli arbusti (elfici)

“disperato, straziante”, almeno uno è di troppo, ed è probabile entrambi, perché, se si esclude il caso particolare del pianto di gioia, l’atto stesso di piangere veicola strazio e disperazione.
Il “non gli rimanevano più lacrime da versare” è un’altra frase che da sola fa meritare all’intero romanzo il cestino. Non si possono scrivere banalità del genere, a meno che non si voglia essere ironici! È come cominciare sul serio un romanzo con: “Era un notte buia e tempestosa”! Cliché di questo tipo sono dolorosi fisicamente per il lettore. Sergio: mi hai fatto male!

Il silenzio smorzava la rigenerazione dello stato d’animo, poiché era il guardiano fedele della sofferenza, e lui era troppo piccolo per farlo invece suo alleato.

Quale silenzio? Non c’è lo stridio, lo scalpitio, e il “ballonzolare”(sic)? È vero, arrivano ovattati, ma non mi pare ci sia silenzio.
Cos’è “la rigenerazione dello stato d’animo”?
«Chiara, come va oggi?»
«Depressa, e tu?»
«Il mio stato d’animo è integro. Ieri invece si stava ancora rigenerando.»
Sergio, non è che tu devi buttar giù parole a caso, non funziona così, le parole devono avere un senso. Per esercizio riscrivi la frase successiva col guardiano, in modo che abbia un significato.

Il cuore di Odino era gonfio come gli occhi, colmo di una sofferenza interiore, a lungo andare fatale.

Non bastavano le lacrime, ci voleva proprio anche il cuore gonfio di sofferenza. Volendo apposta essere più banali, una non ci riuscirebbe. Come non bastasse c’è l’aggettivo inutile in più, bonus: interiore. È un po’ dura che il cuore sia colmo di sofferenza esterna…

«Kalos…» echeggiava ogni tanto nella sua mente come un richiamo del ricordo dell’amico, del fratello…

Perché non metterci ecc. ecc. invece dei tre puntini di sospensione? L’effetto ridicolo è lo stesso.

Al bambino non interessava se il suo destino fosse quello di diventare il nuovo sovrano dei regni di Aesir, prossimi ad unificarsi in un unico impero, essendo lui la tanto supposta reincarnazione del dio Odino di Asgard. Non gli interessava nemmeno diventare l’anello di congiunzione tra i popoli di tutto il continente occidentale con quello orientale. Nemmeno di dover accettare che il suo destino fosse diventare il più potente dei monaci Rei di Zen-San, voleva semplicemente essere di nuovo accanto al suo Kalos.

Il bello è che non frega un tubo neanche al lettore del nuovo sovrano dei regni di Aesir e dell’anello di congiunzione fra occidente e oriente: questo dicesi inforigurgito, sbattuto in faccia al lettore nella maniera meno elegante possibile.
Brutto davvero quel “la tanto supposta reincarnazione”.
«Suppongo che Le Chiavi del Fato sia un romanzo scritto da un autore alle prime armi.»
«Ma supponi tanto o poco?»
«Ehm, non saprei, suppongo moltissimissimo?»

Livingstone
«Il dottor Livingstone, suppongo?» «Tanto o poco?»

Odino prendeva atto che il monaco Kalos (il suo amico, fratello maggiore, maestro…) gli aveva insegnato molte cose sulla vita e sulla realtà, ma la sua morte era la prova dell’inapplicabilità e inveridicità di alcune di esse.

L’abbiamo capito che Kalos è amico, fratello, amante, segretario, e guerriero insostituibile giocando online, ma questo sottolinearlo tre volte in mezza pagina è RIDICOLO. “inveridicità” non è una parola della lingua italiana, oltre al fatto di essere cacofonica e di sembrare uscita dalla neolingua di Orwell.

Quella di Kalos era stata, però, una morte degna di un guerriero e un giustiziere. Egli era un eroe come pochi, vinto forse dall’ingannevole filosofia che seguiva e applicava fedelmente, perché in essa aveva fede.

Pensa che sagoma questo Kalos: applica fedelmente una filosofia, perché in essa ha fede! Incredibile! Il resto è fuffa, non solo è fuffa raccontata e non mostrata, ma rimane fuffa nella nebbia più fitta: insegnamenti riguardo “cose”, “ingannevole filosofia”, “morte degna di [...] un giustiziere”, come prima sono solo parole. Non stanno comunicando niente, non stanno mostrando niente, sono puro spreco d’inchiostro.

«Non tutto era vero, amico mio…» pronunciò sommessamente con amarezza il bambino, non distogliendo lo sguardo dalle valli lontane. Ma l’ammirazione verso Kalos non era scomparsa con la sua morte, neanche gli Dei assassini potevano vincere la sua grandezza.
«Dei assassini e vigliacchi… vili!» pensò ancora il bambino, questa volta con disprezzo.
«Oh Kalos, perché mi hai coinvolto nelle tue illusioni? Perché mi hai insegnato cose false? Perché non impedisci che il dolore mi uccida lentamente? Ora sento un veleno che fermenta nelle mie carni e mi tortura spietatamente… Con quale autorità mi ordinasti di vivere per inseguire i miei sogni? Quali sogni? Avevo ragione a non averne! Quanto desiderio ho di raggiungerti in Ade…»

Lo sbrodolarsi di domande retoriche è di uno squallore che ha pochi paragoni. Tra l’altro dopo la fine delle lacrime e il cuore gonfio abbiamo la terza Banalità con la B maiuscola: “vivere per inseguire i sogni”.
Ma soprattutto questi dovrebbero essere i pensieri di un bambino. Sergio, quanti bambini senti esprimersi così? Nessuno. Questo non è un bambino, sei tu autore che parli a vanvera.
Il pezzetto da “Oh Kalos” in poi, anch’esso è sufficiente per buttare via tutto, perché è la dimostrazione che l’autore non ha idea di come si caratterizzano in maniera corretta i personaggi.

Il bambino sospirò e cambiò leggermente posizione sul sedile, sentendo il calore della pelliccia d’orso e del berretto di montone sulla testa. Il silenzio si fece sentire nuovamente nella carrozza come una folata di vento gelido.

Perché cambiare leggermente posizione permette di sentire il calore della pelliccia e del berretto? Il silenzio si fece nuovamente sentire? Ma se non c’è mai stato? E se invece c’è stato, quand’è sparito?

«Non troveresti l’Ade così interessante, sai?» disse una voce argentina, improvvisamente.
Il bambino si voltò spaventato, in direzione dell’angolo destro della panca opposta alla sua. D’incanto vi era seduto un fanciullo più grande di lui, i cui occhi smeraldini erano rivolti all’esterno del cocchio, anch’egli fissava il paesaggio che scorreva.
I suoi neri capelli semi-corti e il glabro viso gli davano un’aria da ‘lupetto spartano’. Il suo grande cappotto di ermellino, lungo fino alle caviglie, gli dava invece un’aria da principe di quei nuovi tempi.

“buh!” lo dici improvvisamente, non “nontroverestil’adecosi’interessantevirgolasaipuntodidomanda”.
Che è un “lupetto spartano”?

«Chi sei stregone?» ruggì il bambino istericamente, pronto a gridare.

E con un bambino che ruggisce in maniera isterica, chiudo qui. Alla prima lettura ero andata avanti un’altra paginetta, ma adesso non ce la faccio a ripetere l’esperienza.

Per ricapitolare: abbiamo un narratore onnisciente che spesso e volentieri racconta invece di mostrare e che altrettanto spesso rigurgita informazioni inutili addosso al lettore. In più tale narratore ha una conoscenza a livello di asilo della lingua italiana. Infine tutto ciò per parlare di un bambino con il cuore gonfio di sofferenza, che non ha più lacrime da piangere, e che deve inseguire i suoi sogni. Mi assento un attimo per vomitare e poi concludo.

* * *

Un lettore de Le Chiavi del Fato mi ha fatto notare come, soffermandomi solo sulle prime pagine, non avrei colto i profondi significati dell’opera. Prendo atto che sepolta nell’immondizia ci sarebbe una perla, ma mi spiace: non è mio hobby frugare nei sacchi della spazzatura.

spazzatura
Ancess Volume I: Le Chiavi del Fato

Le Chiavi del Fato è un romanzo che puzza. Puzza di pigrizia e pretenziosità. Trasmette un malcelato disprezzo per il lettore, il cui ruolo non è godersi la storia, ma rimanere ammirato da quante parole conosce l’autore o dagli accostamenti finto poetici. È soprattutto un romanzo noioso, ché i difetti evidenziati non sono difetti in sé, sono solo la spiegazione del perché a pagina tre la Noia abbia il sopravvento sul desiderio di leggere.

Mi rendo conto che è molto probabile stia parlando a vuoto per quanto riguarda l’autore e i suoi amichetti, ma ripeto: ho speranza che queste osservazioni possano risultare utili per qualcuno.
Mi rendo anche conto di essere suonata più supponente del solito. È che sono stanca. Stanca di ripetere sempre le stesse cose. Stanca di vedere gente che arriva alla laurea e oltre senza capire che scrivere narrativa non è facile, e richiede studio, esperienza, impegno e inventiva, tutte cose che non è l’Università a fornire. Stanca che la gente scriva senza leggere, che pretenda di scrivere fantasy o fantascienza senza aver dedicato anni a leggere questi generi. Stanca che ci si metta a scrivere romanzi con “obiettivi culturali e pedagogici” invece di raccontare belle storie. Stanca della banalità, dei cliché, della mancanza di fantasia e umorismo, stanchissima degli “arbusti elfici”.
Visto che sono così stanca, anticipo subito che non replicherò alle solite emerite stupidate, tipo: “Se si fa un’analisi così tutte le opere divengono brutte!”, “Se un professore universitario dice che è bello, allora è bello!”, “L’Arte è Arte, non la si può ingabbiare in regole!”, “Non è mancanza di proprietà di linguaggio, è poesia!”, “Sei solo invidiosa perché non hai i soldi per pubblicare a pagamento!”, “Va bene la critica, ma non si può offendere l’autore!”, “Bisogna leggere con grande attenzione fino in fondo un romanzo!”, ecc. ecc.
Se non vi sta bene, girate al largo.


Approfondimenti:

bandiera IT L’unica recensione de Le Chiavi del Fato che sia riuscita a trovare
bandiera IT Pratosubito: per avere subito un prato (erboso)!
bandiera EN La neolingua su Wikipedia
bandiera EN David Livingstone su Wikipedia
bandiera IT I rifiuti: problema o risorsa?

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I Dannati di Malva & altre ghiottonerie

Come accennavo nell’articolo di qualche tempo fa riguardo il futuro del blog, ho intenzione di segnalare, con una certa regolarità, le varie release pirata che riguardano il fantasy.
Su moralità e legalità della pirateria si potrebbe discutere all’infinito e ci dedicherò uno o più articoli. Per ora posso dire questo: ho la camera foderata di libri e piena di scatole di videogiochi e confezioni di DVD, ma il risultato è stato che al cinema vogliono perquisirmi prima di farmi entrare. Hanno finito di prendermi per scema. I miei soldi non li vedranno mai più. E se così l’industria cinematografica, editoriale e musicale finisce in rovina, tanto meglio!

Comunque è un discorso molto lungo, per adesso, dato che questo blog si occupa di libri, ne segnalo tre che trattano l’argomento da vari punti di vista.

Il primo è già un classico, ossia Free Culture di Lawrence Lessig. Il libro è disponibile gratuitamente presso il sito dedicato. La parte più interessante è sicuramente quella che tratta della storia del copyright, e di come tanti di quelli che adesso fanno gli scandalizzati siano nati loro come pirati (vedi gli industriali del cinema, che iniziarono la loro carriera violando i brevetti di Edison).

Copertina di Free Culture
Copertina di Free Culture: non fissatela troppo a lungo!

Tuttavia quando Lessig parla di pirateria via Internet è impreciso sia dal punto di vista tecnico sia da quello sociale. Per avere un’idea di come funzioni davvero la pirateria e quali siano le motivazioni di fondo, consiglio (su indicazione del Coniglietto Grumo): Electronic Potlatch di Alf Rehn e Software Piracy Exposed di Paul Craig, Mark Burnett & Ron Honick.
Electronic Potlatch è disponibile al sito dell’autore, qui (PDF). È in realtà la tesi di laurea in Industrial Management dell’autore stesso. La parte strettamente economica è tuttavia piuttosto limitata, il cuore del libro è il viaggio che Rehn compie nel mondo della pirateria, partendo da un semplice file di testo. Interessantissimo!
Software Piracy Exposed è più tecnico-informatico (anche troppo, a volte), ma non meno interessante. Anche perché la tesi di Rehn è di qualche anno fa, quando per esempio BitTorrent non esisteva ancora. Un confronto tra Electronic Potlatch e Software Piracy Exposed però dimostra che molto è rimasto invariato, possono cambiare le tecnologie ma è apparenza, motivazioni e struttura della pirateria rimangono uguali.

Copertina di Software Piracy Exposed
Copertina di Software Piracy Exposed

L’altra considerazione preoccupante che si trae dalla lettura di questi libri è che la disinformazione è assoluta. Nessun organo d’informazione tradizionale (stampa, TV, ecc.) anche solo si avvicina a dire qualcosa di vero a proposito di pirateria via Internet. Non credo neanche sia malafede, è proprio un abisso d’ignoranza. Il preoccupante è che se codesti signori giornalisti non sono capaci d’informarsi riguardo FTP e BitTorrent, come faccio a dar loro credito quando parlano di Al Qaeda, dell’Iran o di qualunque altro argomento?
Infatti non mi fido più!

Ciò premesso, premessa sulla quale prometto di tornare in futuro, passiamo alle segnalazioni.

Libri

Le uscite di romanzi, tradotti in italiano o in lingua inglese, anche rimanendo nel solo ambito della narrativa fantastica, si contano a decine ogni settimana. Per questo mi limiterò a segnalare le uscite riguardanti autori italiani.

Si inizia con l’ultimo romanzo della beniamina del blog, Licia Troisi!
Su emule si può infatti trovare I Dannati di Malva:
Icona di un mulo eBook.ITA.3031.Licia.Troisi.I.Dannati.Di.Malva.(doc.lit.pdf.rtf).[Hyps].rar (1.450.424 bytes)

Copertina de I Dannati di Malva
Copertina de I Dannati di Malva

Contravvenendo ai miei sani principi l’ho letto… e devo purtroppo ammettere che non è così orribile come gli altri romanzi della Troisi, anzi è quasi sicuramente quanto di meno peggio la Troisi abbia mai creato (non che però sia un bel romanzo, eh!). Forse la mancanza di dolore deriva dal fatto che è un romanzo cortissimo, tanto che chiamarlo romanzo è un’esagerazione. Sono circa 27.000 parole, 160.000 caratteri, e questo includendo una sorta di postfazione, alcune pagine scritte da tale Antonio Pergolizzi sul problema dell’ecomafia. Forse il dolore è attenuato dal non aver pagato per leggere. O forse dipende dal fatto che la Troisi questa volta non ha voluto continuare a stuprare il fantasy, ma è passata al poliziesco.

Infatti questo I Dannati di Malva ha pochissimo di fantasy. È in realtà una sorta di giallo, con una Guardia cittadina (un poliziotto) impegnata a scoprire l’autore di una serie di omicidi che stanno sconvolgendo la vita della tranquilla città di Malva. Con un po’ di lavoro di documentazione è probabile la stessa storia si sarebbe potuta ambientare in qualche fabbrica o miniera africana.

In ogni caso: Malva è una città di vetro e acciaio, ai margini di una Foresta. La potenza del vapore permette ai cittadini umani di godersi marciapiedi semoventi, ascensori, riscaldamento e ogni sorta di comfort. C’è però un prezzo da pagare per il benessere: il prezzo lo pagano i Drow, costretti a lavorare come negri nel sottosuolo della città, per garantire l’efficienza degli impianti.
In realtà questi Drow dei Drow di Dungeons & Dragons hanno solo il nome e qualche particolare fisico. Se si pensa agli schiavi nelle piantagioni del Sud degli Stati Uniti prima della guerra civile o agli extracomunitari sottopagati nei nostri cantieri si ha un modello più calzante.

Drow
Una Drow

Telkar è un mezzosangue. Madre umana e padre Drow. Uno come lui dovrebbe stare nei Livelli Inferiori, ma a furia di sacrifici e grazie a incrollabile volontà è riuscito a farsi strada nel mondo umano, diventando una Guardia. Quando una serie di omicidi, che per la loro modalità sono attribuiti ai Drow, sconvolge la città, Telkar decide di sfruttare il suo aspetto per infiltrarsi tra i Drow del sottosuolo e scoprire l’assassino…

L’indagine è molto banale e scontata. Telkar non fa altro che aspettare che gli indizi gli capitino per sbaglio in grembo e così accade. Ma almeno non ci sono più quelle enorme incongruenze che avevano piagato i romanzi precedenti della Troisi. Ci sono ancora faccende poco chiare, tipo un Generale che è in pensione a una data pagina ed è in missione di scorta in un’altra, o il numero degli omicidi, tre o quattro secondo l’umore, ma sono particolari.
In più questa volta la Troisi narra in prima persona, e riesce abbastanza bene a mantenere questo punto di vista. Perciò è anche più facile accettare gli errori, visto che il protagonista può confondersi o dimenticare, mentre l’autore no.

Qui devo anche dire che la scelta del prologo è stata davvero infelice. Il prologo è disgustoso (e a differenza del resto del romanzo, la narrazione è in terza persona e non riguarda Telkar), ma per fortuna nel proseguo non ci sono altri bambini di dieci anni che brandiscono spade da sette libbre. Rendiamo grazie agli Dei.

Non credo che recensirò I Dannati di Malva: essendo un libricino così esiguo, non più di due ore di lettura, non c’è molto da aggiungere a quanto già detto. Penso che i fan della Troisi dovrebbero apprezzare, gli altri no, perché è comunque un brutto romanzo, ma se sono curiosi sempre meglio questo corto Malva gratis che le Cronache a 20 euro!
Vorrei però spendere due parole per l’editore, che in questo caso non è Mondadori ma Edizioni Ambiente. Signori Edizioni Ambiente, visto che a quanto pare avete così a cuore i problemi ecologici, perché non offrite voi l’ebook in questione? Perché contribuire all’inquinamento con la produzione di libri di carta? Che vanno stampati, imballati, trasportati e poi smaltiti. Un enorme spreco di energie che certo non migliora il problema dei rifiuti (e non sto facendo ironia).

Parlando di brutti romanzi, si è reso disponibile anche La Lama Nera di Dario De Judicibus:
Icona di un mulo eBook.ITA.3017.Dario.De.Judicibus.La.Lama.Nera.(doc.lit.pdf.rtf).[Hyps].rar (3.911.255 bytes)

Copertina de La Lama Nera
Copertina de La Lama Nera

Ho letto questo romanzo tempo fa (prima dell’apertura del blog), avrei anche voluto recensirlo, ma non me la sono mai sentita di rileggerlo. Non è un granché, ma c’è di peggio.

Terzo fantasy italiano apparso di recente, Ancess volume I: Le Chiavi del Fato di Sergio Rocca:
Icona di un mulo eBook.ITA.3007.Sergio.Rocca.Ancess.Le.Chiavi.Del.Fato.(doc.lit.pdf.rtf).[Hyps].rar (2.617.892 bytes)

Copertina de Le Chiavi del Fato
Copertina de Le Chiavi del Fato

Ho trovato pochissime notizie riguardo a questo fantasy (qui se ne parla brevemente), ma dopo averne lette tre pagine ho capito che le poche notizie erano fin troppe! È scritto in maniera oscena. Ho controllato il sito dell’editore, Editing Edizioni, e non pare editore a pagamento. Come si fa a pubblicare una roba del genere? Mistero. Comunque non è escluso che ci torni in qualche momento di disperazione e ne faccia una recensione.

Videogiochi

Non molto d’interessante negli ultimi tempi. Segnalo solo l’uscita dell’espansione per PC di Silverfall, ovvero Silverfall: Earth Awakening: Silverfall_Earth_Awakening-FLT (~6.43GB)
L’espansione è giocabile anche senza aver installato il gioco originale. Silverfall è un action-RPG; mi ricordo di averlo provato alla sua uscita e di non averne ricavato nessuna particolare impressione, né in positivo, né in negativo. Si distingue però per l’ambientazione, a tratti in stile fantasy più classico, a tratti più in stile steampunk. Consigliato agli amanti di Diablo, Sacred, Titan Quest e simili.

Silverfall: Earth Awakening
Uno screenshot di Silverfall: Earth Awakening

Film

Nota preliminare: non prendo neanche in considerazione i film doppiati. Parlerò solo di uscite nella lingua originale del film. Anche qui il discorso può essere lungo, e mi rendo conto che per chi è abituato al doppiaggio, passare all’originale più sottotitoli (spesso in inglese, visto che di sottotitoli in italiano non è così semplice trovarne) può essere traumatico, ma ne vale la pena. Il doppiaggio massacra i film. All’inizio è difficile rendersene conto, ma dopo qualche mese di visioni intensive in lingua originale non si torna più indietro.
E in ogni caso rimane una necessità per una marea di film che non hanno distribuzione nel nostro Paese neanche in DVD. Perciò tanto vale abituarsi.
Seconda nota preliminare: escono persino più film che libri, tener conto anche solo di tutti i film di fantasy/fantascienza non è facile. Perciò mi concentrerò solo su quei film che possono passare inosservati. Ognuno è in grado di trovare una copia gratuita di Cloverfield o Sweeney Todd anche senza le mie segnalazioni.

Dunque, negli ultimi giorni sono affiorati:

Cheung Gong 7 hou (CJ7, 2008)
CJ7.LIMITED.DVDRip.XviD-ESPiSE (DVDRip, ~700MB)
CJ7.2008.NTSC.DVDR-TDM (DVDR, ~3.70GB)
(cantonese con sottotitoli in inglese, coreano, cinese e tailandese)

Locandina di CJ7
Locandina di CJ7

L’ultimo film del geniale Stephen Chow, già regista, sceneggiatore e interprete di film quali Shaolin Soccer, Kung Fu Hustle e God of Cookery. Forse il più bravo attore comico in vita. Questo CJ7 non è all’altezza delle sue opere migliori, anche perché la presenza di Chow attore è minima, ma rimane comunque un film divertente e persino commuovente. Consigliato a tutti.

Trailer di CJ7

 

Kabe-otoko (The Wall Man, 2006)
The.Wall.Man.2006.DVDRip.XviD-WRD (DVDRip, ~700MB)
(giapponese con sottotitoli in inglese e giapponese)

Locandina di The Wall Man
Locandina di The Wall Man

Film horror/fantasy giapponese. Non l’ho ancora visto, la trama pare però interessante:

The ‘wall man’ ['kabe-otoko'] is a strange wall-dwelling creature that is neither human nor ghost. He observes the ways of mankind from his unique position, and television plays an important role in [his] existence. When Nishina tells his TV reporter girlfriend Kyoko what he has heard about this creature, she introduces the story on her show, setting off a bizarre chain of events…

Trailer di The Wall Man

 

[Rec] (2007)
Rec.2007.READNFO.DVDRiP.XViD-iKA (DVDRip, ~700MB)
(spagnolo con sottotitoli in inglese)

Locandina di [Rec]
Locandina di [Rec]

[Rec] è un film horror spagnolo con zombie. Lo stile di ripresa è lo stesso di Cloverfield, anche se il regista di [Rec] almeno ci prova a raccontare una storia invece di cercare di far venire mal di testa al pubblico. Il finale è decente, ma il resto così così. La protagonista con il suo incessante strillare è di un’antipatia unica.

Trailer di [Rec]

Approfondimenti:

bandiera EN Il blog di Lawrence Lessig
bandiera EN Il sito di Alf Rehn
bandiera EN Software Piracy Exposed su Amazon.com

bandiera IT I Dannati di Malva su iBS.it
bandiera IT I Dannati di Malva presso il sito dell’editore
bandiera EN I Drow di Dungeons & Dragons su Wikipedia
bandiera IT La Lama Nera su iBS.it

bandiera EN Il sito ufficiale di Silverfall
bandiera EN Una recensione di Silverfall: Earth Awakening

bandiera EN Stephen Chow su Wikipedia
bandiera EN Alcune notizie su The Wall Man
bandiera SP Il sito ufficiale di [Rec]

bandiera EN Releaselog, uno dei migliori siti per tenersi aggiornati sulle uscite

Scritto da GamberolinkCommenti (52)Lascia un Commento » feed bianco Feed dei commenti a questo articolo Questo articolo in versione stampabile Questo articolo in versione stampabile • Donazioni

On Fairy Stories

Non ho una gran stima per Il Signore degli Anelli, l’ho trovato un romanzo noioso e con una storia banale. Però è forse il singolo romanzo fantasy che ha avuto più influenza sul genere. Perciò ho voluto approfondire da quali idee sia partito Tolkien per scrivere la sua opera.
Lo stesso Tolkien illustra alcune di queste idee nel saggio On Fairy Stories. Pubblicato per la prima volta nel 1947 insieme ad altri saggi nel volume Essays presented to Charles Williams, è stato poi ristampato nel 1966 insieme al racconto Leaf by Niggle nel volume Tree and Leaf (titolo italiano: Albero e Foglia).

Copertina di Albero e Foglia
Copertina di Albero e Foglia

Il saggio di Tolkien si può dividere in tre parti. È spiegato cosa Tolkien intenda per “fairy stories”, è tracciata una breve storia delle stesse, e infine Tolkien spiega quelle che per lui sono le caratteristiche fondamentali delle fairy stories.
Cosa si intende per fairy stories (o fairy tales)? Il significato letterale sarebbe di storie, racconti che parlino di fate. Già al tempo della stesura del saggio, il significato di ‘fata’ era simile a quello che gli viene attribuito comunemente oggigiorno: creaturina dotata di poteri magici, poteri che possono essere usati per scopi malvagi o benigni. Tuttavia Tolkien contesta questa definizione, per Tolkien una fairy story è tale non tanto per la presenza o meno di fate, ma piuttosto per l’ambientazione della storia stessa.

[...] for fairy-stories are not in normal English usage stories about fairies or elves, but stories about Fairy, that is Faerie, the realm or state in which fairies have their being. Faerie contains many things besides elves and fays, and besides dwarfs, witches, trolls, giants, or dragons: it holds the seas, the sun, the moon, the sky; and the earth, and all things that are in it: tree and bird, water and stone, wine and bread, and ourselves, mortal men, when we are enchanted.

Perciò una fairy story è un racconto, una narrazione, che si svolge nel “regno fatato”, Faerie; tale regno può avere tra i suoi abitanti anche quelle che noi intendiamo come fate, ma non è la presenza o l’assenza di fate a designare una fairy story.

Piccola digressione. Non molti anni prima di Tolkien, un altro celeberrimo scrittore, probabilmente anche più famoso dello stesso Tolkien, si era occupato di fairy stories. Sto parlando di Sir Arthur Conan Doyle, l’autore delle storie di Sherlock Holmes e del professor Challenger. Solo che Doyle si era convinto che le fairy stories non fossero fiabe, bensì resoconti basati su fatti realmente accaduti.
Dopo aver preso visione di alcune foto scattate nel 1917 presso il villaggio di Cottingley, Doyle si era convinto che fate e gnomi esistessero davvero. Nel 1922 scrisse anche un saggio sull’argomento The Coming of the Fairies, nel quale appunto è sostenuta la tesi della reale esistenza del Piccolo Popolo.

Fate danzanti
Cottingley, 1917: fate danzanti

Uno gnomo
Cottingley, 1917: uno gnomo

Le foto sono da considerarsi fotomontaggi e la critica è concorde nel ritenere che la deriva di Doyle verso spiritualismo e teosofia sia in buona parte dovuta alla depressione seguita alla morte, nel giro di pochi anni, di moglie, figlio, fratello, due cognati e due nipoti(!). Ciò nonostante fa uno strano effetto pensare che il “papà” di Sherlock Holmes possa farsi ingannare da foto tanto palesemente false. O forse Doyle sapeva qualcosa che noi non sappiamo…

Copertina di The Coming of the Fairies
Copertina di The Coming of the Fairies (edizione inglese)

The Coming of the Fairies rimane una lettura consigliata per tutti gli amanti del fantasy, se non altro per il gran numero di fatti, particolari e aneddoti strani che contiene.

Non tutti i regni che sembrano fatati però lo sono: Tolkien in particolare sottolinea due elementi che rendono Faerie tale.
Prima elemento. Faerie non può essere fisicamente raggiungibile. È un regno del tutto al di fuori dalla percezione umana, esiste in una dimensione esterna al mondo che conosciamo e ci si può arrivare solo mediante l’immaginazione, guidata dal racconto. Un romanzo di viaggi può portare i protagonisti agli angoli più remoti e inesplorati del mondo, a contatto con creature e bizzarrie che possono ricordare Faerie, ma finché il viaggio è presentato come possibile, “concreto”, la destinazione non può mai essere Faerie.

I viaggi di Gulliver
I viaggi di Gulliver: niente Faerie, circolare!

Secondo elemento. Faerie, benché irraggiungibile, dev’essere non di meno assolutamente reale. Tolkien chiarisce che per esempio i mondi raggiunti in sogno, pur potendo apparire esternamente come Faerie, non lo sono, proprio perché non reali. Il Paese delle Meraviglie di Alice nel Paese delle Meraviglie, non èFaerie.

Alice nel Paese delle Meraviglie
Alice nel Paese delle Meraviglie: niente Faerie, neanche qui!

È da notare però che il secondo elemento nasce dal fatto che Tolkien attribuisce un ben preciso scopo alle fairy stories. Per questo, perché devono servire a uno scopo devono apparire al lettore come “vere”, se il lettore le potesse considerare solo mera illusione o appunto sogno, potrebbe anche considerare tale il messaggio, il significato che vogliono esprimere. Implicitamente qui Tolkien nega anche che uno scenario “onirico” o un’ambientazione particolarmente strana possa essere resa verosimile.

Perciò, il primo passo per un autore che voglia scrivere fairy stories (o per usare il termine moderno, “fantasy”) è creare Faerie, creare il regno fatato che sarà l’ambientazione. Non esiste fantasy senza Faerie per Tolkien e questo (disgraziato) concetto è rimasto in fin troppi autori. In particolare è rimasto molto il primo elemento, l’idea che il fantasy possa essere solo ambientato in un qualche luogo lontano del tutto esterno e separato dal nostro mondo.
Invece la “parte buona” del secondo elemento è spesso trascurata dagli stessi emuli di Tolkien. La “parte buona” è appunto la verosimiglianza. La creazione di Faerie (o Sub-creazione di un Mondo Secondario, nei termini di Tolkien) deve obbedire alla logica e alla ragione. Ogni “meraviglia” presente in Faerie, deve essere puntellata da abbastanza elementi “reali” da rendere il complesso verosimile. Tolkien arriva a dire che se il lettore deve ricorrere alla “sospensione volontaria dell’incredulità”, il narratore ha sbagliato. Il lettore dev’essere così immerso nel Mondo Secondario, dev’essere così verosimile tale Mondo, da poter essere ritenuto credibile senza alcun atto volontario di sospensione.

Anyone inheriting the fantastic device of human language can say the green sun. Many can then imagine or picture it. But that is not enough—though it may already be a more potent thing than many a “thumbnail sketch” or “transcript of life” that receives literary praise.
To make a Secondary World inside which the green sun will be credible, commanding Secondary Belief, will probably require labour and thought, and will certainly demand a special skill, a kind of elvish craft. Few attempt such difficult tasks. But when they are attempted and in any degree accomplished then we have a rare achievement of Art: indeed narrative art, story-making in its primary and most potent mode.

Tutti sono capaci di parlare del sole verde, ma renderlo verosimile è lavoro lungo e difficilissimo. O in termini più “terra terra”: tutti sono capaci di scrivere ogni qualunque sciocchezza che passi per la capoccia, ma renderla credibile, degna di una fairy story, di un fantasy, è compito arduo (e che richiede talento non comune).
Tra l’altro Lovecraft, pur partendo da premesse diversissime, arriva a conclusioni simili nelle Notes on Writing Weird Fiction. Scrivere fantasy sembra facile, perché una certa dose di fantasia o di capacità di giocare con le parole è comune a tutti, ma quello è solo l’inizio, lo scopo è rendere tali fantasie credibili, verosimili. Talmente credibili che appunto non ci sia neanche bisogno della sospensione volontaria dell’incredulità. Altro che alzate di spalle davanti a incongruenze ed errori, con la scusa che “tanto è fantasy”!

Shoggoth
Non dite più: “tanto è fantasy!!!” o lo Shoggoth s’imbizzarisce!

Un punto che mi ha lascito perplessa, constata questa ricerca di Tolkien della verosimiglianza, è la sua insistenza con il primo elemento, ovvero l’estraneità spazio-temporale di Faerie. Tolkien appare così convinto di questa proprietà di Faerie da non rendersi conto che non è così per altri autori o critici. Per esempio viene in un paio di punti citato il romanzo di H.G. Wells La Macchina del Tempo. Secondo Tolkien la Terra dell’anno 802.701 con i suoi Eloi e Morlock è così lontana (“far away in an abyss of time so deep”) da poter volendo essere considerata Faerie, ma:

This enchantment of distance, especially of distant time, is weakened only by the preposterous and incredible Time Machine itself.

Tolkien non pare cogliere che il Mondo Secondario di Wells non è la Terra nel 1895, nel 802.701 o 30 milioni di anni nel futuro (alla fine del romanzo), ma un Mondo nel quale il Tempo è considerato come dimensione razionalmente gestibile, quali lo sono le tre spaziali. E questo Mondo Secondario, con la sua “incredibile” Macchina del Tempo, è tanto verosimile da essere vero!

Copertina de La Macchina del Tempo
Copertina di un’edizione de La Macchina del Tempo

Allo stesso modo, Lovecraft consiglia di far filtrare pian piano il “fantastico” nel nostro di mondo, proprio per cercare di rendere il complesso il più verosimile possibile. Eppure Tolkien non pare tollerare questa “mescolanza” di mondi: il Mondo Secondario dev’essere reale, ma separato.

E qui credo finisca la parte interessante (e anche utile) del saggio. Quando Tolkien comincia a cianciare degli scopi del fantasy l’influenza delle sue credenze religiose e dei suoi pregiudizi ottenebrano qualunque idea sensata.
Tolkien non solo era un fervente cattolico, ma uno strenuo oppositore dell’industrializzazione, al punto, per esempio, da spostarsi sempre e solo in bicicletta e disdegnare le automobili. E da qui forse nasce l’esigenza di Faerie di essere così lontana: non c’è niente di buono nel mondo moderno, e nelle sue creazioni.

The electric street-lamp may indeed be ignored, simply because it is so insignificant and transient. Fairy-stories, at any rate, have many more permanent and fundamental things to talk about. Lightning, for example.

È questa è stata una tragedia per il fantasy! Perché nella mente offuscata di Tolkien può essere che nei lampi ci sia qualcosa di permanente e fondamentale, che le “meraviglie” della Natura siano davvero meraviglie, ma non lo sono! È un ripiegarsi della fantasia su se stessa, il rifiutare l’immaginazione, non è creazione. Tolkien parla tanto di creare, ma il suo è un desiderio di distruggere, se lo augura persino, per quanto lui stesso creda sia improbabile: “[il lettore] he might rouse men to pull down the street-lamps.”(!)

Persone intente a distruggere un telaio
E dopo aver abbattuto i lampioni, si prenderanno a martellate i telai!

Infatti Faerie non può essere Trantor, ma Faerie può non avere niente di “fatato” ed essere il trionfo dell’arcaismo(sic).

I do not think that the reader or the maker of fairy-stories need even be ashamed of the “escape” of archaism: of preferring not dragons but horses, castles, sailing-ships, bows and arrows; not only elves, but knights and kings and priests. For it is after all possible for a rational man, after reflection (quite unconnected with fairy-story or romance), to arrive at the condemnation, implicit at least in the mere silence of “escapist” literature, of progressive things like factories, or the machine-guns and bombs that appear to be their most natural and inevitable, dare we say “inexorable,” products. [...] The maddest castle that ever came out of a giant’s bag in a wild Gaelic story is not only much less ugly than a robot-factory, it is also (to use a very modern phrase) “in a very real sense” a great deal more real. Why should we not escape from or condemn the “grim Assyrian” absurdity of top-hats, or the Morlockian horror of factories?

Anche il sentimento che traspare al termine della citazione è rimasto in molto del fantasy attuale, nei lettori e negli scrittori: l’orrore di qualunque particolare tecnologico o industriale nell’ambientazione (anche a dispetto del fatto che più spesso che no tali particolari potrebbero giovare alla verosimiglianza).

* * *

These prophets [gli scrittori di fantascienza] often foretell (and many seem to yearn for) a world like one big glass-roofed railway-station. But from them it is as a rule very hard to gather what men in such a world-town will do.

Cosa faranno mai gli uomini del futuro in una città protetta da una cupola di acciaio e vetro? Be’, magari passeranno il tempo libero a scrivere un articolo su Tolkien, articolo che potrà essere a disposizione di decine di milioni di persone grazie alle meraviglie della tecnologia…

It was in fairy-stories that I first divined the potency of the words, and the wonder of the things, such as stone, and wood, and iron; tree and grass; house and fire; bread and wine.

Le meraviglie (wonder) delle pietre, del legno, del ferro, degli alberi e dell’erba… per piacere, no! Non sono meraviglie, sul serio, sono meraviglie solo per un luddista che gira in bicicletta! Appello agli scrittori o aspiranti tali: non scrivete di pietre, erba e alberi, è la strada maestra per la Noia! Grazie.

Un sasso
Un sasso… che meraviglia!

Perciò abbiamo già il primo scopo del fantasy per Tolkien: consentire un tuffo in un passato più o meno “fatato” che è “meraviglioso” per l’assenza di qualunque progresso tecnologico.
Il secondo scopo è la “consolazione”. Nel nostro mondo non sempre le storie hanno un lieto fine, non sempre, anzi molto spesso, non è la giustizia a trionfare. Ma in Faerie ?
Faerie è senza il rumore delle fabbriche, è senza automobili e senza bombe e senza mitragliatrici (e senza antibiotici, telefoni, stampa, ecc.); potrebbe essere anch’esso un mondo ingiusto? No! Deve risultare chiaro dal contrasto quanto il nostro mondo è corrotto. Per questa ragione uno scrittore deve mettere il lieto fine alle sue storie fantasy!

Far more important is the Consolation of the Happy Ending. Almost I would venture to assert that all complete fairy-stories must have it. At least I would say that Tragedy is the true form of Drama, its highest function; but the opposite is true of Fairy-story. Since we do not appear to possess a word that expresses this opposite—I will call it Eucatastrophe. The eucatastrophic tale is the true form of fairy-tale, and its highest function.
The consolation of fairy-stories, the joy of the happy ending: or more correctly of the good catastrophe, the sudden joyous “turn” (for there is no true end to any fairy-tale): this joy, which is one of the things which fairy-stories can produce supremely well, is not essentially “escapist,” nor “fugitive.” In its fairy-tale—or otherworld—setting, it is a sudden and miraculous grace: never to be counted on to recur. It does not deny the existence of dyscatastrophe, of sorrow and failure: the possibility of these is necessary to the joy of deliverance; it denies (in the face of much evidence, if you will) universal final defeat and in so far is evangelium, giving a fleeting glimpse of Joy, Joy beyond the walls of the world, poignant as grief.

Purtroppo c’è un enorme problema: se tutti i fantasy devono avere Happy Ending, ci saranno o fantasy con finale forzato, o fantasy banali. La Gioia (e non indago sulla maiuscola) non compensa per una storia forzata o banale!

Il “bello” è che questo ideale di fantasy quale rifugio in un passato felice era già oggetto di ridicolo ben prima di Tolkien. Un Americano alla Corte di Re Artù di Mark Twain, del 1889, già si prende gioco dell’idea tolkeniana della Cavalleria e del mondo pre-industriale visto come glorioso, nobile e giusto. Per non parlare del Don Chisciotte !
Credo che un passaggio dal Don Chisciotte illustri in maniera chiara i rischi di troppa letteratura fantasy in stile Tolkien, grondante illusori ideali cavallereschi:

Insomma, tanto s’impigliò nella cara sua lettura che gli passavano le notti dalle ultime alle prime luci e i giorni dall’albeggiare alla sera, a leggere. Cosicché per il poco dormire e per il molto leggere gli si prosciugò il cervello, in modo che venne a perdere il giudizio.

Don Chisciotte, rincitrullito dai libri di cavalleria, deciderà di farsi cavaliere errante, a Tolkien piacerebbe che i lettori di fantasy scendessero nelle strade a sradicare i lampioni: non vi riducete così, Don Chisciotte era pazzo!

Don Chisciotte
Don Chisciotte nell’atto di prosciugarsi il cervello (illustrazione di Gustave Doré)

Al termine del saggio vi è un Epilogo nel quale Tolkien mette esplicitamente in relazione il fantasy e la religione cristiana. Forse tale relazione avrà senso per un credente, ma per me che non ho tale fede sono solo farneticazioni.

In conclusione, penso che le idee di Tolkien siano pessime idee. Se si esclude la ricerca della verosimiglianza, tutto il resto per me non ha alcun valore. Il fatto che un Mondo Secondario sia per forza discontinuo al nostro non m’interessa ed è solo un artificioso limitare la fantasia dello scrittore, così come l’esclusione dell’onirico, del surreale, dell’immaginario nell’immaginario; evitare come la peste industrializzazione e tecnologia è ancora un’altra limitazione forzata che non porta ad alcun vantaggio; far credere che il “meraviglioso” esista anche (o peggio soprattutto) nei sassi o nei fili d’erba è al limite del disonesto; imporre il lieto fine è folle.

Una piccola nota finale che mi ha divertita: Tolkien si dà un gran daffare a dimostrare la superiorità dello strumento letterario nella creazione di fairy stories, superiorità rispetto all’inadeguatezza dei mezzi tecnici del teatro… non gli viene neanche in mente che hanno inventato il cinema!


Approfondimenti:

bandiera EN J.R.R. Tolkien su Wikipedia
bandiera EN Il sito della The Tolkien Society
bandiera EN Una recensione di On Fairy Stories presso tolkien-online.com
bandiera IT Albero e foglia su iBS.it

bandiera EN Arthur Conan Doyle su Wikipedia
bandiera EN Un resoconto sulla vicenda delle Fate di Cottingley
bandiera EN The Coming of the Fairies disponibile online
bandiera EN Il sito della Società Teosofica Americana

bandiera EN Alice’s Adventures in Wonderland disponibile online presso FeedBooks
bandiera EN Gulliver’s Travels disponibile online presso FeedBooks
bandiera EN The Time Machine disponibile online presso FeedBooks

bandiera EN Notes on Writing Weird Fiction disponibile online
bandiera EN Le illustrazioni di Gustave Doré

Scritto da GamberolinkCommenti (73)Lascia un Commento » feed bianco Feed dei commenti a questo articolo Questo articolo in versione stampabile Questo articolo in versione stampabile • Donazioni

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