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Una gattina in Horror Lovers

Copertina di Horror Lovers Titolo originale: Horror Lovers
Autori: Vari ed eventuali

Anno: 2014
Nazione: Italia
Lingua: Italiano
Editore: Cordero

Genere: Racconti horror di amore & morte
Pagine: 158 (circa 40.000 parole)

Horror Lovers è un’antologia di racconti che mescolano amore & morte, curata da Gianfranco Staltari e pubblicata da Cordero Editore. Ne parlo perché contiene un racconto che mi è piaciuto tantissimo: “Miao!” di Giulia Besa.

Doverosa premessa: ho conosciuto Giulia tramite il blog ormai cinque anni fa e siamo diventate buone amiche. È per questo che, nonostante lo ritenga un ottimo libro, non ho mai neanche segnalato il suo romanzo, Numero sconosciuto, uscito a giugno 2011 per Einaudi.

Da quel che so nel frattempo Giulia si è dedicata ad altri generi lasciando un po’ da parte il fantasy, anche se un tizio losco in pickelhaube mi dice che potrebbe tornare a dedicarvisi scrivendo per Vaporteppa. Speriamo, perché nel ramo Giulia è bravissima, come dimostra la serie di racconti che ha scritto con protagoniste gattine mannare.
I primi due, “Il senso di Kitty per il tonno”, e “Kitty e l’Ordine della Pernice”, sono apparsi sul sito storiebrevi.it e poi pubblicati in due antologie uscite per il Gruppo Editoriale L’Espresso: Cinque storie sull’allegria e Sei racconti fantastici.

Copertine di Cinque storie sull’allegria e Sei racconti fantastici
Copertine di Cinque storie sull’allegria e Sei racconti fantastici

Il terzo, “Miao!” appunto, è incluso in Horror Lovers. Dei tre è il racconto migliore, il più serio e il più pauroso.
Il tema della storia è il classico: fin dove arriveresti per amore? E per amore di una “gattina”? Il protagonista dovrà spingersi molto in là e si troverà di fronte a scelte terribili. Per la gioia del lettore.
Il racconto è scritto con maestria, la suspense è notevole e non manca un pizzico di ironia. Un bijou!

Oltre a “Miao!” nell’antologia sono presenti anche altri otto racconti di autori italiani. Inoltre ogni racconto è preceduto da un’illustrazione in bianco e nero realizzata ognuna da un disegnatore diverso. Perciò nove scrittori e nove disegnatori.
L’idea dei libri illustrati non mi dispiace: per esempio ho apprezzato i disegni di Keith Thompson in Leviathan, e sono molto gelosa della mia copia del Don Chisciotte illustrata da Gustav Doré. Tuttavia perché l’operazione funzioni le illustrazioni dovrebbero essere davvero belle e in tema, e qui non sempre accade.
Comunque ammetto la mia ignoranza nel ramo e non esprimerò giudizi sulle illustrazioni. Dico solo che un paio mi sono piaciute molto e altre invece mi hanno dato l’impressione che avrei potuto far di meglio io, nonostante non sappia neanche tenere in mano una matita.
Per la cronaca, i disegnatori sono: Valerio Nizi, Michele Arcangeli, Paolo Di Orazio (presente anche in veste di scrittore), Marco Zorzan, Emanuele Simoncini, Paolo Antiga, Manolo Morrone, Matteo Anselmo, Marco Mastrazzo.

E ora una breve panoramica sugli altri racconti:

Acqua e sangue di Cristiana Astori

Potevano mancare i vampiri gli gnokki in un’antologia a tema eros & thanatos? No. Purtroppo. Cristiana Astori rispolvera la più cliché delle vicende vampiresche con tanto di ingenua fanciulla vittima che si lascia mordere perché lui:

È così bello da gelare il sangue.

Poi la nostra protagonista si ritrova anche lei non-morta costretta a cibarsi di sangue con relativi sensi di colpa, ecc. ecc.
Una noia completa. Nessuno spunto originale o interessante, scrittura mediocre. A tratti si scade persino nel ridicolo, visto che quando Rodolfo-il-vampiro va a trovare nel corso dei decenni la protagonista, invece di sembrare un principe delle tenebre, sembra uno stalker rompiballe.
Racconto boiatina.

Gnokko
Uno gnokko. Possono mai mancare? Mi ricordano anche un’altra antologia tutta con racconti italiani che ebbi il “piacere” di recensire anni fa

Il divoratore di cadaveri di Paolo Di Orazio

Paolo Di Orazio scrive un racconto che potrebbe essere interessante: un uomo, per ragioni imperscrutabili, si fa volontariamente torturare per sessantaquattro giorni, nell’ambito di un qualche rito oscuro.
Nonostante la scrittura piena di termini vaghi e astratti:

Non è del tutto buio, qui.
Sono perdutamente, miseramente solo.
Sento costantemente di affogare, ma l’unico fluido in cui credo di annaspare altro non è che un implacabile senso di angoscia.
Tuttavia, sono calmo.
Profondamente calmo.

si arriva volentieri fino alla fine per sapere che diavolo aveva in mente il tizio. Ma il finale si rivela un gigantesco “E allora?” che smorza ogni entusiasmo. Peccato.
Racconto che riesce persino a suscitare un briciolo di inquietudine, rovinato da un lato dallo stile, dall’altro dalla conclusione.

Exeat di D.F. Lycas

Divertente! L’idea centrale qui è davvero kawaii e fa perdonare sia una scrittura non eccelsa – specie nelle descrizioni – sia il fatto che siamo ampiamente fuori tema, visto che la storia d’amore tra i due demoni protagonisti potrebbe non esserci e non cambierebbe niente.
Non posso rivelare alcun dettaglio per non rovinare la lettura, dunque citerò solo tra spoiler la filastrocca finale, che ho gradito:
Mostra la filastrocca ▼


Un buon racconto; complimenti all’autore, che si firma con lo pseudonimo D.F. Lycas.

Illustrazione per Lycas
L’illustrazione di Marco Zorzan per il racconto di D.F. Lycas

Amami di Marco Dominici

Il racconto di Marco Dominici si rivela sconclusionato, per la serie: l’ho scritto così come capita, e non mi interessa neppure rileggerlo.
In buona sostanza: il protagonista si è risposato dopo che la prima moglie è sparita o morta; la moglie attuale un bel giorno scende in cantina e afferra per i capelli quella che crede essere una parrucca e in realtà è la prima moglie zombie. A questo punto il protagonista comincia a somministrare di nascosto sonniferi alla moglie per avere le nottate libere e andare lui in cantina a farselo succhiare dalla zombie. La moglie lo scopre e lui decide di rinchiuderla in una cripta sotterranea perché non le piace che la sua sposa dica le parolacce.
Chiaro, no?
Lo stile oscilla dalla quasi decenza all’incomprensibile, specie nelle scene d’azione. D’altra parte anche se lo stile fosse perfetto il racconto continuerebbe a non avere alcun senso.

Very gothic molto Cesenatico old style di Stefano Fantelli

Stefano Fantelli narra in prima persona con un certo piglio, dando al suo protagonista una voce ben distinta. Onestamente non apprezzo molto quando i personaggi in prima persona hanno consapevolezza di star scrivendo, tipo:

Compro delle piadine farcite e poi mi infilo in uno di quei negozi che vendono di tutto, dalle sigarette alle creme solari, dai giocattoli ai vestiti, dai portachiavi alle bibite; e prendo una cosa che mi servirà stanotte contro il vampiro.
Sono molto fiero di aver usato il “punto e virgola” nel passaggio precedente. Ho pubblicato tre libri e più di cento racconti su riviste e non credo di aver mai usato il “;” e per questo mi sono sempre sentito un po’ in colpa.

Tuttavia il tono generale del racconto è sull’ironico/divertente e queste cadute di stile possono essere scusabili.
Ho invece apprezzato che nonostante quanto riportato nel brano di cui sopra, in realtà il mostro non sia un vampiro. Non svelo cosa sia per non rovinare la sorpresa.
C’è da aggiungere che questo racconto c’entra nell’antologia come i cavoli a merenda: fa più ridere che paura, e non c’è alcun tipo di storia d’amore; non c’è nulla di romantico o di erotico. Perciò in pratica manca sia la parte Lovers sia quella Horror.
Nonostante ciò, nel complesso ho gradito.

Le regole del gioco di Gianfranco Staltari

Trovo poco elegante per il curatore di un’antologia inserire un proprio racconto nel libro che deve preparare. È una pratica di cattivo gusto diffusa in Italia, molto meno nel mondo anglosassone. Per esempio quando Jeff VanderMeer ha curato l’antologia The New Weird, non ha proposto suoi racconti, nonostante fosse il principale esponente del New Weird a livello mondiale.
Tra l’altro Gianfranco Staltari, nella brevissima prefazione – un paio di facciate striminzite – scrive:

[...] dopo una lunga e faticosa selezione di scrittori e racconti (alcuni scartati davvero a malincuore) [...]

Deve sul serio avere una grandissima stima di sé e della propria narrativa per scartare i racconti altrui a favore del suo! Orgoglio giustificato? No. Anzi, il racconto di Staltari si rivela essere forse il peggiore dell’antologia.

È una storiella miserrima che vede il protagonista frequentare una ragazza molto carina e molto più giovane di lui. I due escono insieme, fanno passeggiate, cenette romantiche, si scambiano sguardi languidi ma lei non gliela dà. Il protagonista non pare più di tanto infastidito da questa circostanza finché a una festa natalizia vede la sua lei sbaciucchiare un altro.
Scatta il raptus della gelosia e il nostro eroe usando un coltello che:

Devo averlo preso dalla tavola quando sono entrato, senza rendermene nemmeno conto.

ammazza lei, il tizio che lei stava baciando e tutti(!) gli invitati alla festa, i quali, intorpiditi dal panettone:

Piatti sporchi, bicchieri, bottiglie di spumante, vino e birra, panettoni smangiati, mostrano uno spettacolo di disordine e scempio.

non oppongono la minima resistenza…

Panettone e coltello
Il coltello preso senza neanche accorgersene dalla tavola e il panettone smangiato. Ah, l’orrore, l’orrore!

È un racconto che non ha molto senso, scritto in modo approssimativo, pochissimo mostrato e che non elargisce neanche il brivido di un po’ di sangue, dato che l’intera mattanza si riduce a:

A uno a uno li finisco, questi ragazzi che fingono di essere adolescenti.

Racconto inutile, ci metto la mano sul fuoco che si poteva trovare di meglio.

A piedi nudi nel sangue di Marco Vallarino

Il racconto avrebbe al suo nucleo un’idea carina, anche se non proprio originalissima, purtroppo è rovinato da una serie di problemi tecnici di stile e di struttura.
La trama vede la protagonista terrorizzata dalle torri, fin da bambina. Addirittura non può sopportare la casella con la torre nel Gioco dell’Oca. Finché da grande non si ritrova in una torre diroccata in compagnia di un focoso fantasma – il cui nickname da vivo era Devil(…) – che le farà dimenticare la paura a furia di amplessi(…):

Ogni sera, Elena lasciava la torre stremata di orgasmi, senza aver mangiato né bevuto, nutrendosi solo del piacere che le veniva profuso a piene mani.
[...]
A Torino, Elena riprese di malavoglia a studiare. Ogni momento libero, lo passava a masturbarsi selvaggiamente, ripensando agli orgasmi nella torre.

Ma il fantasma in cambio di tutto questo amore vuole che Elena uccida per lui…
Non svelo il resto della vicenda perché il racconto non è del tutto atroce e a qualcuno potrebbe interessare. Certo se ogni tanto fosse anche mostrato sarebbe meglio; e la storia sarebbe stata molto più intrigante se l’autore avesse tenuto un solo punto di vista, in modo che la maledizione della torre si potesse dipanare piano piano davanti al lettore, invece di essere spiattellata.
Infine la vicenda è presa con troppo anticipo e ci sono un sacco di pagine superflue: non a caso questo è il racconto più lungo presente nell’antologia.
Racconto che se riscritto con un certo criterio sarebbe potuto risultare decente.

Verde come la laguna di Claudio Vergnani

Si chiude l’antologia in modo triste con questo raccontino di Claudio Vergnani. In poche parole: un playboy con tendenze al sadismo e che si racconta in prima persona usando termini vaghi per far credere al lettore che potrebbe essere un vampiro o simile, incontra una donna-vespa che forse gli farà fare una brutta fine.
L’idea dovrebbe essere quella del mostro che incontra un mostro più cattivo di lui, ma la realizzazione è svogliata, e la storia non suscita la minima emozione. In più è anche inverosimile: per esempio il protagonista vede che da un occhio della donna che in teoria vorrebbe sedurre

stillava un umore giallastro

e la constatazione non gli fa né caldo né freddo, tutto a posto, ehi, a me cola il naso!
Come nel racconto di Staltari a salvare la situazione non interviene neppure un po’ di sangue; l’unico momento di orrore dell’intera vicenda è il seguente passaggio, che tra l’altro non ho ben capito cosa significhi:

Da una porta socchiusa intravedo una stanza buia, spoglia, priva di mobili e finestre, murata. Qualcosa dentro di me mi dice di non avvicinarmi, di non guardare, di non sapere. Ma mi accosto, preda di una fascinazione paurosa. Intuisco, più ancora che vedere, scaglie svuotate sul pavimento. Ce ne sono a decine, rinsecchite, maleodoranti, annerite. Solo le teste hanno ancora un aspetto umano.

Mah!
Nel complesso racconto bruttissimo.

* * *

Chi segue il blog da tempo magari si ricorderà che qualche anno fa giunse a commentare l’editor di un’antologia all’epoca di imminente pubblicazione: La sete. Era un’antologia horror con racconti di soli autori italiani dedicata ai vampiri. L’editor ne magnificò le doti nel contempo denigrandomi perché non apprezzava lo stile delle mie recensioni. Il tizio mi fece incazzare, ma lo stesso, quando il libro uscì su emule lo scaricai e lo lessi: uno schifo senza appello. Un tale scempio che non mi venne neanche voglia di ridicolizzarlo sul blog.
Se paragoniamo Horror Lovers a La sete un certo progresso c’è stato nell’ambito dell’horror made in Italy, ma la strada è ancora lunga.

Copertina de La Sete
Copertina dell’antologia La Sete uscita per Coniglio Editore. Coniglio Editore ha chiuso i battenti alla fine del 2011

Dato il coinvolgimento di un’amica nel progetto non metto un giudizio in gamberi come in una recensione formale, lo stesso posso risponde alla domanda: vale la pena spendere 15 euro per Horror Lovers? E la risposta è no, anche tenendo conto che si tratta di appena 158 pagine (circa 40.000 parole). Tuttavia se il genere vi interessa, e dovesse uscire in ebook a prezzi ragionevoli (magari sotto i 3-4 euro), potrebbe valere la pena.


Approfondimenti:

bandiera IT Horror Lovers presso Cordero Editore
bandiera IT Horror Lovers su iBS.it
bandiera IT Il sito personale del curatore, Gianfranco Staltari

bandiera IT La fine di Coniglio Editore

Scritto da GamberolinkCommenti (11)Lascia un Commento » feed bianco Feed dei commenti a questo articolo Questo articolo in versione stampabile Questo articolo in versione stampabile • Donazioni

Il bacio dell’ingenuo Jude

Copertina de Il bacio di Jude Titolo originale: Il bacio di Jude
Autore: Davide Roma

Anno: 2013
Nazione: Italia
Lingua: Italiano
Editore: Sperling & Kupfer

Genere: Dawson’s Creek + Dracula
Pagine: 289 (~65.000 parole)

Già da un paio d’anni si potevano cogliere segnali che il boom del fantasy in Italia si stava esaurendo. Adesso appare evidente: basta fare un giro per le librerie per rendersi conto che il reparto fantasy è sempre più striminzito. Resiste Martin grazie al successo internazionale, la Troisi è sempre presente – ma con meno enfasi rispetto ai tempi d’oro –, c’è un rigurgito di Tolkien in corrispondenza dell’uscita del film dell’hobbit e poco altro. Persino il paranormal romance perde colpi e rischia di essere riassorbito nella più ampia categoria del rosa.
Si pubblicano meno titoli, e meno titoli scritti da italiani. Il che, visto l’andazzo, è un bene. Sono passati quasi dieci anni dall’uscita dei primi romanzi di Licia Troisi e da quel momento c’è stata una corsa affannosa, a opera di editori grandi e piccoli, per pubblicare schifezze sempre più abominevoli. Ogni volta che sembrava si fosse raggiunto il fondo del barile – si trattasse della Strazzulla, o di G.L., o del Ghirardi, o dell’ennesima porcata della stessa Troisi – il romanzo successivo dimostrava che non c’è limite al peggio. Si è toccato il fondo e si è cominciato a scavare con entusiasmo. Così si è passati da Lenth ad Amon, da Arsalon a Unika, in un crescendo di spazzatura sempre più ributtante.

Un bel branco di anime ingenue (o stupide) ha applaudito al successo della Troisi: tale successo, secondo costoro, pur poggiando su romanzi scritti da cani, avrebbe fatto da apripista per opere di maggior pregio. Non è accaduto. È successo invece che gli editori si sono resi conto di poter rifilare al pubblico qualunque merda e cinicamente lo hanno fatto.
Questo atteggiamento ha anche influito negativamente sugli aspiranti autori fantasy. Una delle frasi che ho sentito – che sento – più spesso è: “Se pubblicano la Troisi, perché io no?” Senza rendersi conto che un romanzo scritto al livello di quelli di Licia, o anche peggio, come più volte mi è capitato di leggere, meriterebbe di essere bruciato, non di essere pubblicato.

Nihal della Terra del Vento
L’alba dell’orrore

Poteva succedere altrimenti? Non credo.
Il problema di fondo dell’editoria in Italia, almeno per quanto riguarda la narrativa (fantastica), è l’assunzione a principio universale e inviolabile che non ci sono criteri oggettivi per giudicare un romanzo. Se sei davvero convinto che i gusti sono gusti e non esiste alcun altro parametro di valutazione, non trovi problemi a pubblicare il romanzo del tuo amico o del tuo parente. In fondo a te piace, giusto? Così come non ti sembra di trattare a pesci in faccia il tuo pubblico se inauguri una collana fantasy con la Strazzu invece che con Swanwick: i gusti sono gusti, io preferisco la Strazzu a Swanwick, che male c’è?
E a furia di applicare questo principio, l’editoria si è ridotta a diventare una famiglia di subnormali, di quelle dove da generazioni ci si accoppia tra parenti. Girano sempre gli stessi nomi e le stesse idee. Tanto i gusti sono gusti, perciò l’ennesimo paranormal romance di mia cugina undicenne o l’high fantasy tolkeniano del mio amico falegname hanno lo stesso identico preciso valore dell’ultimo romanzo di VanderMeer o di Mellick o di Felix Gilman.
Ogni discorso riguardante la narrativa in Italia naufraga nel mare indistinto delle opinioni. Nessuno è mai responsabile delle proprie scelte perché tanto non c’è mai niente di oggettivo. Gli scrittori più scarsi sono considerati geni, gli editor più ignoranti seri professionisti, le case editrici che pubblicano vaccate sono pinnacolo di cultura. E non c’è possibilità di replica, perché qualunque argomentazione si scontra contro il muro de i gusti sono gusti e analisi oggettive sono ridotte a mere opinioni personali.
E quando una casa editrice va in fallimento, una collana chiude o un autore vende pochissimo, sorgono dei dubbi sull’operato delle persone coinvolte? Non sia mai! È solo colpa del pubblico che dovrebbe ingurgitare schifezze senza sosta ed esserne sempre felice.

Ci sono soluzioni? Sono scettica. Perché una persona intelligente di fronte a tale endemica idiozia o si adatta sfruttando a suo vantaggio il sistema – e dunque alimentandolo – oppure si dedica ad altro. La famiglia dei subnormali attira solo nuovi ritardati o persone che non lo sono ma si comportano come tali.

* * *

Ho sentito parlare per la prima volta di Davide Roma un paio di anni fa. Alcuni lettori del blog mi segnalarono l’esistenza di questo tizio perché era stato citato in un articolo sul Corriere della Sera. Mi ricordo che poi lessi alcune interviste dalle quali scoprii che: il signor Roma era amyketto di Tiziano Scarpa e aveva frequentato la scuola di scrittura di Raul Montanari; il signor Roma non aveva le idee chiare sui sottogeneri del fantasy e aveva appena firmato un contratto con Einaudi.

Davide Roma
Davide Roma. La foto si intitola Touch of Evil. Sigh

Dopodiché Davide Roma sparì dal mio radar.
Due anni dopo Roma non ha più pubblicato con Einaudi – che a quanto pare ha chiuso con il fantasy, o almeno così sembra constatando che è da tempo che non annuncia più nuove uscite nel genere – ma con Sperling & Kupfer. Il suo romanzo d’esordio, Il bacio di Jude, è uscito a fine gennaio.

Per una serie di circostante disgraziate, mi sono ritrovata a fare un lunghissimo viaggio in treno con l’unica distrazione del romanzo di Roma, e così l’ho letto. Al termine dell’agonia mi sono detta che forse valeva la pena recensirlo: mi sarei divertita(?) a scrivere una recensione come ai vecchi tempi e avrei verificato se funziona bene la moderazione con un articolo che è probabile attiri molti commenti.
In più il dettaglio della scuola di scrittura mi è parso interessante: vale la pena frequentare le scuole di scrittura italiane? Raul Montanari, il “maestro” di Davide Roma, si è sperticato in lodi per il suo allievo. Lo ha definito “talento sicuro”, “eccezionale”, “Uno dei talenti più puri che siano mai passati fra le mie mani”. Inoltre in un’intervista ha dichiarato:

Un corso di scrittura davvero ben fatto, che insegni qualcosa e non frigga l’aria come fanno quasi tutti, deve poter presentare delle credenziali, fra cui il numero di autori usciti dal corso con una pubblicazione significativa. Non è l’unico parametro per giudicare l’efficacia del corso, ma di sicuro qualcosa vuol dire.

A me sembra che non sia un gran criterio, direi che è un criterio più significativo vedere come scrivono gli allievi usciti da queste scuole. Che siano stati pubblicati o no. Come scrive Davide Roma dopo aver frequentato la scuola di scrittura di Raul Montanari? E teniamo a mente che Roma non è un allievo qualunque, è un allievo eccezionale con un talento puro & sicuro.
Per usare un’espressione che mi fa tacciare di essere maleducata e kattiva, ma che ispira le giuste immagini, Davide Roma scrive come un ritardato fuggito dalle fogne. E questo se ci limitiamo allo stile. Se prendiamo in considerazione le “idee” – le virgolette sono d’obbligo – del suo romanzo siamo a livello Strazzu. Il primo romanzo di Boscoquieto del Ghirardi per certi versi racconta una storia simile a quella di Roma e lo fa meglio. No, non sto scherzando. La corsa affannosa a pubblicare spazzatura è arrivata a un punto per cui ci si riduce a rimpiangere il Ghirardi. Signor Sperling? Signor Kupfer? Complimenti! Posso stringervi la mano?

Magari sono davvero troppo kattiva. Be’, giudicate voi, con una similitudine emblematica. Dice molto sulla qualità dello stile:

A Times Square [Jude] attraversa la folla, come un petalo bianco su un ramo nero. Controcorrente.

Il personaggio attraversa la folla come un petalo bianco su un ramo nero, ovvero controcorrente. Ma cosa diavolo vuole dire? Da quando i petali (bianchi) sui rami (neri) si muovono? Come immaginarmi un petalo (bianco) fermo su un ramo (nero) mi aiuta a visualizzare un personaggio che attraversa controcorrente la folla?

Folla & foglia
Una foglia (bianca) su un ramo (nero) descrive in maniera sopraffina una folla in movimento

Conosco un sacco di persone che senza aver mai frequentato la scuola di Raul Montanari non scrivono metafore tanto stupide. E a proposito di tale scuola, Raul Montanari, nella già segnalata intervista, ci tiene a precisare che il romanzo di Roma ha avuto l’editing dell’agenzia editoriale Punto&Zeta, fondata da due sue allieve: Chiara Beretta Mazzotta e Pepa G. Cerutti. Complimentoni anche a loro!

Naturalmente una metafora disgraziata può capitare a tutti – in verità no, specie quando hai avuto due anni per revisionare il tuo romanzo prima della pubblicazione, e specie quando hai già avuto l’editing di un’agenzia editoriale e poi ancora l’editing di una casa editrice –, ma facciamo finta di niente. Quando le metafore disgraziate diventano due o tre o più magari significa che non sai usarle. E alla scuola di scrittura di Raul Montanari non ti hanno insegnato.

Tre buoni a nulla capaci di tutto. Durante l’intervallo, dragavano i pavimenti di linoleum verde dei corridoi, tumultuosi di voci, come una falange arcigna e compatta.

Perché notoriamente una falange compatta – e arcigna, non lo scordiamo – quando cammina sul linoleum non può far altro che scavare… Da notare l’uso balordo delle virgole intorno a “tumultuosi di voci” che può indurre a pensare che a essere “tumultuosi di voci” siano i pavimenti.

[...] e davanti al muro un enorme orologio a pendolo dalla forma bizzarra, simile a un sarcofago: sembrava più largo del normale, come se avesse le anche di un contrabbasso.

Da quando la forma di un sarcofago sarebbe “bizzarra”? “Sembrava più largo del normale”: interessante, qual è il “normale” per un orologio a pendolo dalla forma “bizzarra” simile a un sarcofago? “Come se avesse le anche di un contrabbasso”: ok, sarò pignola, ma questa espressione riguarda la forma non le dimensioni; non necessariamente avere una determinata forma implica avere una determinata larghezza. Va bene, volendo si capisce quello che Roma intendeva, ma devo fare uno sforzo interpretativo che mi allontana dalla storia. Da un talento puro & sicuro mi aspetto un uso del linguaggio molto più preciso.

Con un misto di eccitazione e terrore, come se si trattasse di un passaggio temporale, di un buco nero, Jude infilò le braccia nel sipario e lo aprì.

Immaginatevi il set dove girano il film tratto dal romanzo. Un assistente si avvicina all’attore che interpreta Jude e gli dice: “Adesso devi aprire il sipario, mi raccomando con eccitazione e terrore. Come se infilassi le braccia in un buco nero, chiaro, no?”
Tra l’altro come sempre c’è l’adagiarsi pigro sulla mediocrità: termini astratti e via con Dio. Se, per esempio, al posto di quella “eccitazione” ci fosse scritto che Jude ha un’erezione che tende il cavallo dei pantaloni, sono sicura che il passaggio rimarrebbe ben più impresso.

[...] la sua dimensione umana rifiutava il Male, rifiutava la consapevolezza di ospitare Shaitan, come un arto metallico che viene rigettato.

Ah, allora si capisce! Il rifiuto della consapevolezza è come il rigetto di un arto metallico, esperienza comune a tutti. Proprio il genere di metafora che rende più chiara una storia.

Non sono neanche metafore belle. Non sono frasi poetiche che rimangono in mente, sono frasi buttate là che non aiutano la comprensione e non sono piacevoli da leggere. Non sono neppure metafore divertenti o particolari, che in teoria possono mostrare il modo di ragionare di un personaggio – a parte che Roma usa un obbrobrioso narratore onnisciente perciò al massimo si aprirebbe una finestra sul suo modo di pensare, e onestamente non credo che ai lettori freghi niente.

Kill the Dead di Richard Kadrey inizia così:

bandiera EN Imagine shoving a cattle prod up a rhino’s ass, shouting “April fool!”, and hoping the rhino thinks it’s funny. That’s about how much fun it is hunting a vampire.

bandiera IT Immagina di ficcare un pungolo per bestiame su per il culo di un rinoceronte, gridando “Pesce d’aprile!”, e sperando che il rinoceronte lo trovi divertente. Dare la caccia a un vampiro è più o meno divertente uguale.

Copertina di Kill the Dead
Copertina di Kill the Dead

Paragonare il “divertimento” di una caccia al vampiro al “divertimento” di infilare un pungolo su per il culo di un rinoceronte non è una similitudine che chiarisce di molto la situazione, dato che una percentuale esigua di lettori avrà esperienza con il sedere dei rinoceronti, tuttavia mostra bene la voce del personaggio. Senza raccontare che il protagonista è sarcastico e volgare, lo vediamo.
Ma, come detto, le metafore di Roma non hanno senso in sé e non aiutano a capire la psicologia di alcun personaggio. Sono solo ridicole.
Non mi sento di dare la colpa alla scuola di scrittura di Raul Montanari, magari Roma era assente alla lezione sulle figure retoriche.

* * *

Mi sono lasciata prendere la mano, torniamo a monte, con la trama dell’opera. Il sito ufficiale presenta il romanzo in questo modo:

A diciassette anni tutti credono di essere potenti. Invincibili. Immortali. Jude Westwick lo è davvero.
La vita in un paese piccolo come Twindale, Massachusetts, può essere noiosa. Molto noiosa. Ma Jude Westwick, diciassette anni e un animo ribelle, ha trovato un modo tutto suo per evitare la monotonia della provincia: infrangere ogni regola. Ecco perché si diverte a fumare nel cortile della scuola proprio sotto il cartello VIETATO FUMARE, e a fare a pugni nei corridoi solo per attirare l’attenzione di Emily, la biondina per cui si è preso una cotta colossale. Ed ecco perché il preside ha deciso di punirlo. Costringendo lui, e il suo migliore amico Big Head, a passare il sabato pomeriggio in biblioteca.
Jude è furioso. Eppure, quel pomeriggio, in biblioteca la sua vita cambierà per sempre. Infatti, sfogliando i vecchi giornali dell’archivio, s’imbatte nella notizia di un efferato fatto di sangue, consumato quarant’anni prima, proprio nel sotterraneo della casa in cui abita con i genitori. Incuriosito, decide di cercare il passaggio per il sotterraneo e scopre così un segreto terrificante: una stanza chiusa a chiave da sempre, piena di misteriosi volumi vergati a mano. Volumi che parlano di lui.
In quella stanza è sepolto l’intero destino di Jude. Un destino spaventoso, oscuro, crudele. Ma il destino è davvero ineluttabile? O c’è un modo per cambiare ciò che è già scritto? Grazie all’amore di Emily, e all’aiuto di Amber, una tormentata ragazza dai capelli rossi come il fuoco, Jude dovrà imparare a conoscere la sua vera natura e a dominarla. Compiendo così la scelta più difficile di tutte: quella tra il Bene e il Male.

Un ribelle di diciassette anni potente, invincibile, immortale che fa? Fuma in cortile sotto il cartello VIETATO FUMARE… Ho la pelle d’oca dalla paura! Sono davvero le avvisaglie che il destino di Jude sarà spaventoso, oscuro, crudele. E per non far torto a G.L., aggiungerei malsano, osceno & blasfemo.
Ma qual è il segreto terrificante che Jude ha scoperto nel sotterraneo di casa sua? Jude ha scoperto di non essere un normale ragazzo: in lui vive il potentissimo (e spaventosissimo, oscurissimo, crudelissimo, malsanissimo, oscenissimo, blasfemissimo) demone Shaitan. Jude è destinato ad assecondare il potere di Shaitan e ad aiutare la setta segreta – così segreta da essere su Facebook – della Golden Dome a conquistare il mondo. Ma Jude non vuole cedere al Male (come in ogni fantasy che si rispetti, quando si parla di Male è sempre con la M maiuscola) rappresentato da Shaitan… avrà la forza di affrontare la sorte avversa e di liberarsi del demone? O cederà al Lato Oscuro, che offre ottimi biscotti? Probabilmente non lo saprò mai, dato che non leggerò i seguiti: Il bacio di Jude è, tanto per cambiare, il primo volume di una trilogia.

L’altra preoccupazione di Jude, oltre a Shaitan, è l’amore: chi è la sua anima gemella? Emily, biondina dolce, tenera e carina appena trasferitasi da un’altra scuola; oppure Amber, che ha la passione per l’occultismo e con la quale Jude percepisce di avere un legame speciale?
Per fortuna gli aspetti romance passano spesso in secondo piano. È una fortuna perché Roma alle prese con le scene romantiche scrive ancora peggio che non quando si dedica agli orologi dalla forma bizzarra. Un esempio:

«L’avevo notato», [Emily] si chinò su di lui [Jude]. Fu come gettare un fiammifero acceso in un silos di benzina. Si annusarono come cani. Il corpo di Emily era sottile come una fionda in tensione, ma formoso nei punti giusti. Emanava un profumo che Jude avrebbe per sempre associato alla pura beatitudine.

Cosa c’è di più romantico e sensuale di annusarsi come cani? E anche le immagini del “silos di benzina” e della “fionda in tensione” sono proprio il genere di immagini che ben si sposano con una scena romantica. Chissà se alla scuola di scrittura di Raul Montanari ci sono state lezioni su come scrivere scene di questo tipo…

Cane + Fionda + Silos
Trionfo del romanticismo

Davide Roma, in una recente intervista, ha dichiarato che Il bacio di Jude nasce:

[...] dal rifiuto di dare al lettore qualcosa di banale. [...] Ho cercato di non essere un autore direi stitico, uno di quelli che si limitano a sviluppare un’idea semplice semplice e l’allungano come si allunga il brodo.

E in effetti, all’apparenza, il brodo non l’ha allungato: Il bacio di Jude non è un romanzo lungo, sono circa 65.000 parole – per fare un paragone Twilight sono circa 111.000 parole, e Gli eroi del crepuscolo della Strazzu 220.000 parole. Peccato che Il bacio di Jude sia da un lato noiosissimo, tanto da sembrare dieci volte più lungo di quello che è, e dall’altro sia pieno di scene e di incisi inutili.
Il Ghirardi ci teneva a raccontare quali condimenti fossero sulla pastasciutta che mangiava Bryan e non potevamo fare a meno di sapere delle partite a calcetto; Roma invece ha la passione per Facebook: Facebook viene citato più di venti volte, e ci sono passaggi di questo tenore:

Poi via, a controllare la posta e i messaggi accumulati nell’Inbox di Facebook.
Come dice sempre Big Head: lo studio e i compiti mi distraggono da Facebook, pensò [Jude] ad alta voce.
Aveva seicento amici. La cifra giusta, più o meno. Lo aveva letto in un articolo su Rolling Stone, dove si sosteneva che se ne hai pochi sei un perdente, e se ne hai troppi, migliaia, non sei abbastanza elitario per essere ambito. A Jude era sembrata una scemenza. Comunque, i suoi amici erano in gran parte ragazze. Ci teneva a mantenerle in netta maggioranza. Un grazioso, seducente portfolio di volti femminili. Controllò la foto in posa da ribelle. Dieci persone avevano cliccato su LIKE. Tutte ragazze. Buon segno. Come status del giorno postò una frase di Nietzsche scritta su un poster appeso davanti a lui, un regalo di Connor: «Il deserto cresce: guai a colui che nasconde in sé dei deserti»

oppure:

[Jude] Accese il MacBook. Inserì username e password (Anne Hathaway). Quando si aprì la schermata, attivò la connessione wireless. Il solito: controllo nuove mail e Facebook. Una sbirciatina al riassunto delle ultime ore. Rifiutò, come sempre, gli inviti a iscriversi a gruppi per evitare di ricevere tonnellate di spam. Poi sul suo wall. Cinque persone avevano cliccato LIKE sotto l’ultimo post.
Si mise a sbirciare le foto e le info di alcune compagne di scuola. A volte Facebook gli ricordava la bacheca dei trofei della Twindale High: è il trionfo del narcisismo e dimostra che per ogni voyeur ci sono cento esibizionisti pronti a soddisfarlo. Poi decise di fare delle modifiche al suo profilo. Alla voce interests, dopo musica, cinema e night life aggiunse: esoterismo. Ci stava provando, perlomeno. Poi gli venne un’idea. Sul motore di ricerca di Facebook digitò: Golden Dome.

o ancora:

[Jude] Tornò su Facebook e diede una sbirciatina al profilo di Amber. Da un po’ di tempo, quella ragazza continuava a tornargli in mente, chissà perché.
Interests: Wicca, demonologia, magia.
Jude si palpeggiò il pomo d’Adamo, pensieroso. L’aveva sottovalutata. Era ora di approfondire la conoscenza.
In quel momento Facebook gli comunicò che Emily l’aveva confermato come amico. Una miniera d’oro di informazioni su di lei si spalancò sotto i suoi occhi. Lo sguardo corse subito al relationship status… single. Tirò un sospiro di sollievo. Nata il 28 Maggio 1995. Ottimi gusti musicali. Si descriveva romantica e sognatrice. I suoi interessi: leggere, ballare, tennis, barca a vela, film, collezionare sandali, pattinaggio artistico. In ordine sparso.

Nel finale si raggiunge il ridicolo: Jude deve fuggire in Alaska(sic) lasciandosi dietro l’innamorata, in più è probabile che sarà inseguito da tizi con cattive intenzioni e:

Tornato a casa, Jude si collegò a Facebook, rispose ai messaggi inevasi nell’Inbox, diede un’ultima malinconica occhiata alle foto, agli amici, ai post, ai commenti, poi cliccò su SETTINGS, mosse il cursore su ACCOUNT SETTINGS, poi su DEACTIVATE ACCOUNT.
Decise di mettere un po’ d’ordine: raccolse le custodie vuote di cd sparse a terra e le infilò nel raccoglitore a colonna. Inserì nel MacBook il suo album preferito dei Radiohead: Ok Computer. Poi aprì iTunes e creò una nuova playlist, mixando Radiohead, 30 Seconds to Mars, una spruzzatina di glam rock di David Bowie e un paio di notturni di Chopin. Quindi agganciò il cavetto dell’iPod al Mac per trasportare la playlist. L’avrebbe ascoltata durante il lungo viaggio, fino all’Alaska. Se fossi sordo sarebbe come morire, pensò.

Il mondo mi sta crollando addosso, ma connetto il cavetto del mio iPod al mio MacBook e mi carico la playlist fatta con iTunes. Speriamo che almeno la Apple abbia pagato Roma per la pubblicità.

iPad mini
Il nuovo iPad mini: fino a 64GB di memoria, Wi-Fi, Bluetooth, display Multi-Touch retroilluminato LED da 7,9 pollici con tecnologia IPS e risoluzione 1024×768, processore A5 dual-core, fotocamera iSight da 5MP. Tutti i personaggi cool del romanzo usando prodotti Apple, mentre il preside della scuola usa nella biblioteca un computer Acer con Windows. Che sfigato! Nota per i signori Apple che mi leggono: la pagina delle donazioni è qui

La cosa “bella” è che Jude non scopre niente di significativo su Facebook o usando i prodotti della Apple, né Facebook o l’iPhone/iPod/iMac (sì c’è anche l’iMac oltre al MacBook) hanno alcun ruolo nella trama, né questo insistere su Facebook e la Apple aiuta a definire il carattere di Jude.
Sono passaggi messi così come capita, perché uno scrittore dal talento puro & sicuro non ci arriva a capire quali scene servono nell’architettura complessiva e quali si possono, si devono tagliare. Non arriva neanche a capire quali scene sono almeno interessanti. Nulla. Scrive come gli viene: Jude torna a casa da scuola e guarda Facebook, perché sì, cosi come Bryan si concentrava sulla pasta al sugo. Scrivo tutto quello che mi passa per la mente e bene così.

Ci sono poi le solite spruzzate di inforigurgito che sono sempre ottime per accumulare parole inutili. Per esempio:

Lo chiamavano John Doe. Il nome utilizzato nel gergo giuridico statunitense per indicare una persona dall’identità sconosciuta, come, per esempio, nel caso di ritrovamento di un cadavere non identificato. Come dire: Mr. Nessuno.

Un bel chissenefrega? Rifacendo l’esempio del cinema già fatto a suo tempo nell’articolo sul mostrare: immaginate di guardare un film, appare un nuovo personaggio ed ecco spuntare il regista con un cartello dove è scritto il nome del personaggio e perché si chiami così. Sarebbe ridicolo. Lo è anche in narrativa.

Piccolo Quiz

Piccolo quiz: in effetti, in un film horror stupido ma divertente di alcuni anni fa, ogni volta che entrava in scena un nuovo personaggio compariva una scheda con dati personali e commenti ironici. Sapete il titolo?

mostra la risposta ▼

Escluse le scene inutili, il resto del romanzo è un collage di scene cliché già viste in un’infinità di film e di telefilm. C’è la scena dove il nostro eroe usa i suoi poteri maggici per picchiare il bullo della scuola, la scena dove il nostro eroe usa ancora i suoi poteri maggici per umiliare il bullo della scuola a biliardo, la scena dove il nostro eroe è punito ingiustamente dal preside per aver picchiato il bullo di cui sopra in quanto il padre del bullo è il più ricco della città, ecc., ecc. Sono scene ricalcate su modelli già visti senza neanche un pizzico di originalità e senza neppure la pezza dell’autoironia.
Forse è meglio cosi: quando Roma cerca di essere originale i risultati sono atroci. Per esempio, poteva mancare un interrogatorio con il poliziotto buono e il poliziotto cattivo? No. Solo che Roma decide di far convivere entrambi i poliziotti nello stesso personaggio, il John Doe di cui ho già accennato, quello che, mi preme ribadirlo, ha un nome che viene usato nel gergo giuridico statunitense per indicare una persona dall’identità sconosciuta, come, per esempio nel caso di ritrovamento di un cadavere non identificato, insomma un Mr. Nessuno – sì, questo inciso è fastidioso, incisi così sono fastidiosi anche quando appaiono nei romanzi, magari gli scrittori all’ascolto una buona volta lo capiranno. In ogni caso, il poliziotto buono/cattivo di Roma è questo:

«È acqua passata», tagliò corto John Doe. «Io sono qui per un’altra ragione. Tu conosci un ragazzo di nome Jude Westwick?»
Eric impallidì di colpo, come se l’avesse schiaffeggiato. «Sì, lo conosco. Perché le interessa?»
«Non sono affari tuoi», John Doe, all’improvviso, aveva cambiato tono di voce. Amava il giochetto dello sbirro buono e quello cattivo: con una scissione schizofrenica interpretava entrambi i ruoli. «Raccontami cosa sai di Jude Westwick.»
[...]
John Doe si umettò un dito, e lustrò il cristallo dell’orologio. «Ora devo andare. Mi sei stato molto utile», disse lo sbirro buono. «Ma mi raccomando: non una sola parola con i tuoi amici sul nostro incontro. Mi sono spiegato?» aggiunse lo sbirro cattivo.
«Certo», balbettò Eric. Grande, grosso e fifone.
«Mi sono spiegato?!»
Eric annuì tre volte.
Lo sbirro buono gli diede un buffetto sulla nuca. «Bene. In fondo, sei un bravo ragazzo.»

Notare la “schizofrenia”: il poliziotto cattivo aggiunge “?!” al termine delle battute oppure addirittura chiarisce, con improvviso cambio di tono di voce, che certe cose non sono affari dell’interrogato. Da brividi!

Questo John Doe, oltre a essere un agente dell’FBI specializzato negli interrogatori – “In realtà, non era solo bravo: era il migliore.” –, lavora anche per i Penitenti Bianchi, una setta segreta che si oppone alla Golden Dome.
John Doe:
1) È convinto che Shaitan porterà alla fine del mondo o giù di lì.
2) È stato indottrinato fin da piccolo a credere al punto 1).
3) I suoi genitori sono stati uccisi da Shaitan quando Jude era ancora neonato.
John Doe riesce a catturare Jude incarnazione di Shaitan…

L’uomo gli piegò un braccio dietro la schiena, con una mossa da poliziotto, e gli infilò una manetta. Quando Jude si voltò per vedere chi era, quello gli spruzzò in faccia uno spray urticante al peperoncino. Il bruciore lo privò della lucidità per alcuni secondi, sufficienti a essere spinto sull’altra sedia, ed essere ammanettato.

(parentesi di apprezzamento per il Davide Roma alle prese con le scene d’azione: sono così coinvolgenti ed emozionanti! Qui per esempio lo senti proprio il dolore del braccio piegato dietro la schiena e ti sembra proprio che anche a te brucino gli occhi per colpa dello spray. Santiddio.)

… ed è a un passo da ucciderlo. Cosa fa?
Come nelle scene di questo tipo più cliché che si possano immaginare, John Doe si mette a chiacchierare, a spiegare a Jude come ha fatto a catturarlo, vuole sottolineare che lui è un Buono e non farà male ai genitori di Jude, ecc. Finché, puntuale, non giunge il Deus Ex Machina a salvare Jude: senza ragione arrivano di corsa Amber e Liana(sic) che mettono fuori combattimento John Doe.

«Amber ha fatto un sogno. Una premonizione. Non ne era sicura. Quando mi ha chiamato per chiedermi un consiglio, ho capito tutto, e ci siamo precipitate qui», spiegò Liana.
«Come facevi a essere sicura che non fosse un semplice sogno?» [disse Jude]
«Gemini
«Cosa?»
«Tu e Amber siete legati in qualche modo, come anime gemelle. Può capitare, nel mondo della stregoneria. Viene chiamato ‘vincolo Gemini’.»

Se almeno ci fosse dell’ironia in tutto ciò, se l’autore strizzasse l’occhio al lettore ammettendo la banalità di quanto avviene, forse un mezzo sorriso ci starebbe. Ma qui è tutto serio. Stupidamente serio.

Fotogramma da Shaitan
Un fotogramma da Shaitan, film indiano di un paio di anni fa. Come Jude, i signori qui sopra devono combattere i loro demoni interiori

Tra una scena inutile e una scena cliché, una scena idiota e una solo scema, si possono gustare alcuni dei dialoghi più insulsi che mi sia mai capitato di leggere. Dialoghi che sono domande e riposte a raffica, molto poco naturali, e che suscitano un interesse pari a zero. Per esempio, questo è il primo dialogo tra Emily e Jude:

Jude uscì. Due ragazzi si lanciavano un frisbee. Emily era là, seduta su una panchina, con le poesie di Sylvia Plath in mano. Quando le fu davanti, la sua ombra le impedì per un istante di leggere.
Lo riconobbe. «Tu…»
«Ti stavo cercando.»
«Perché?»
«Sei sparita. Mi chiedevo dove fossi.»
Emily chiuse il libro. Lo guardò severa. «Non mi piace la violenza.»
«Neanche a me.»
«Cosa?» Sembrava sgomenta. «Mi prendi in giro?»
«No.»
«Mi piacevi molto. Almeno finché non hai fatto a pugni. Ero convinta che fossi diverso.»
«Da chi?»
«Da Eric, da tutti gli altri.»
«Lo sono.»
«Sì, tu sei più forte.»
«Stava picchiando il mio migliore amico. Cosa avrei dovuto fare? Tutte le storie sulla non violenza vanno bene, se ti piace essere preso a calci nel sedere. Poi c’è un’altra ragione.»
«E cioè?»
«Tu.»
Emily si puntò un dito contro. «Io?»
«Mi stavi guardando. Non volevo, ecco…» si grattò la testa, imbarazzato. «Non volevo fare la figura del perdente.»
Lei fece una risatina che si levò nell’aria come un trillo. «Una prova di forza per fare colpo?»
«Be’, sai, a volte i ragazzi sono un po’ stupidi. Ragionano come cavernicoli.»
Un sorriso lampeggiò sciogliendo l’espressione di rimprovero sul volto di Emily.
«Ehi?»
«…»
Ora si lanciavano occhiate mordi-e-fuggi, come se fossero incapaci di fissarsi a lungo negli occhi.
«Cosa pensi?»
«Hai fatto bene a dargli una lezione. Se la meritava proprio.»
«Hai cambiato idea?»
«No, volevo vedere come reagivi alle critiche. L’autoironia è importante. Chi l’avrebbe mai detto, stai guadagnando punti…»
«Quanti?»
Tamburellò, pensierosa, sulla copertina del libro. «Non si sa.»
«Sei una che non si sbilancia. Cosa stavi leggendo?»
«Poesie. In realtà, stavo scrivendo. Ho il vizio di scrivere sui margini dei libri.»
«Un diario?»
Schioccò le labbra. «Haiku.»
Jude non disse niente.
«È un genere letterario giapponese. Poesie di tre versi e diciassette sillabe.»
«Solo tre versi… e ti bastano?»
«Di solito.»
«Posso leggere?»
«Se ti va.»

In realtà continua, ma ho tagliato qui, tanto l’andazzo è sempre quello. Il mio scambio di battute preferito direi che è:

«Ehi?»
«…»

Solo un talento puro & sicuro saprebbe catturare così bene il feeling che si crea tra due persone che stanno per innamorarsi. Circa.

Jude e Amber:

«Ho ricevuto il tuo messaggio.» [disse Jude]
Amber abbassò l’altra gamba, si voltò e guardò in basso. «Lo so.»
«Di cosa volevi parlarmi?»
«Prima aiutami a scendere.»
Jude si avvicinò. Amber si puntellò sulle sue spalle e gli finì in braccio, civettuola. Gli sfiorò quasi le labbra, e per un attimo a Jude venne voglia di baciarla. Ma Amber si ritrasse e appoggiò i piedi a terra. C’era una strana intimità con lei, come se di colpo solo con Amber Jude sentisse di poter essere davvero se stesso.
Jude si schiarì la voce. «Allora?»
«Quello che è successo stamattina.»
Lui si spazientì. «Ancora con questa storia. Sembri mia madre.»
«Ah, che carino! Per me è una grande soddisfazione ricordarti la mamma! Eric sta raccontando in giro che l’hai colpito con un tirapugni che, in qualche modo, doveva essere arroventato da una parte.»
«Eh?»
«Questa è la spiegazione che è riuscito a darsi. Aveva una specie di bruciatura sul petto. Ma noi due sappiamo che non è andata così. Tu non l’hai nemmeno toccato, vero?»
«Non so di cosa stai parlando.»
«Parlo del Sentiero della Mano Sinistra.»
Jude rimase di sasso. «Dove vuoi arrivare?»
«Stai studiando la magia della Golden Dome, vero?»
«Come hai fatto a capirlo?»
«È il mio campo», sorrise maliziosa. «Ti ricordi quando le Glam si sono ammalate di morbillo, il giorno prima del ballo di primavera dello scorso anno?»
Jude annuì.
«Una fattura. Perché non le sopporto. Come tu non sopporti Eric. Sono stata più buona di te!»
«Cosa sai della Golden Dome?»
«È il più potente ordine magico del mondo.»
«E tu come fai a conoscere queste cose?»
«Frequento una libreria esoterica che sembra uscita da un altro mondo. Se vuoi, ci possiamo andare.»

Su 21 battute, 10 sono domande. Come spiegavo nell’articolo dedicato ai dialoghi, questo modo di far parlare i personaggi alla lunga annoia, perché ogni risposta diretta diminuisce la tensione. Ma ammetto che è un concetto non elementare, forse Raul Montanari non lo insegna.

Una bizzarria dei dialoghi di Roma è che quando ci sono più di tre personaggi in una scena, le battute vengono messe in bocca a persone generiche. Per esempio, Emily partecipa a un pigiama party delle Glam, “quattro fanatiche di moda che si credevano il meglio della scuola”, quattro non centonovantasette, e:

Emily era l’oggetto della curiosità. Le Glam erano sedute in cerchio, e la scrutavano.
[...]
«Com’è, com’è, com’è?» le chiese una Glam.
[...]
«Che carino», sospirarono all’unisono le Glam.
[...]
«Sì sì sì!» chiocciarono in coro le Glam.
[...]
«Ma quanto sei cotta!» commentò una Glammy.
[...]
«E chi sarà mai, Harry Potter?» commentò una Glammy, e tutte scoppiarono a ridere, compresa Emily.
[...]
Poi una Glammy ridiventò seria e chiese di nuovo: «Dài, racconta. Cos’è in grado di fare?»

Tu vai a una festa in casa di quattro persone e non sai neanche come si chiamano? In un’altra occasione, Connor, il padre di Jude, è a una riunione di congiurati, gente di cui si fida, e che dunque deve per forza conoscere, e anche qui parlano delle persone generiche, quasi che a fare certe battute fosse una voce dal cielo.

Questo tipo di problemi nasce dal fatto che Roma non sa gestire il punto di vista. All’inizio dicevo che usa un narratore onnisciente, ma non è una scelta consapevole: alcuni capitoli sono scritti dal punto di vista di un personaggio e si rimane sempre con lui; altri sono scritti con il punto di vista di un personaggio ma di punto in bianco si entra nella testa di altri; in diverse occasioni ci sono intromissioni del narratore; ecc. Insomma è scritto come capita. Ed è per questo che le Glam o i congiurati non hanno nome: Roma non ha ragionato su quello che il suo punto di vista nelle due occasioni (Emily e Connor) saprebbe, comportandosi di conseguenza, ha solo buttato giù la scena come gli passava per la testa, senza nessuna attenzione. Giustificabile per un autore al primo romanzo. Un po’ meno quando sei un talento puro & sicuro, hai frequentato la scuola di scrittura di Raul Montanari, hai avuto l’editing di un’agenzia editoriale e di una casa editrice.

La gestione alla cazzo di cane del punto di vista influisce negativamente anche sulla trama. In Bryan di Boscoquieto una delle cose buone, forse l’unica, era l’incertezza su chi fossero i veri cattivi: magari Bryan, pur in buona fede, era al servizio del Male. Ne Il bacio di Jude ci sarebbero le stesse premesse, con Jude incerto su quale fazione tra i Penitenti Bianchi, la Golden Dome e i suoi genitori sia effettivamente dalla sua parte, e quale fazione invece cerchi di fregarlo. Ma dato che finiamo per entrare nella testa di tutti i personaggi, si sa chi è Buono e chi è Cattivo, e perciò la suspense si riduce a niente. Se fossimo rimasti sempre nella testa di Jude – non sarebbe stato difficile organizzare il romanzo in questo modo – la vicenda sarebbe risultata molto più interessante, magari un pochino avrebbe incuriosito riguardo ai suoi sviluppi. Invece così com’è siamo in pieno: “E allora?”. Era dai tempi della Strazzu che non leggevo un romanzo dove mi importasse così poco dei personaggi e di quello che succede loro.

* * *

Tirando le somme, Il bacio di Jude è uno dei romanzi più brutti che mi siano capitati in questi anni. Se dal punto di vista stilistico la scrittura, pur rimanendo di livello scarsissimo, non è così repellente come in altri casi – vedi Il silenzio di Lenth –, dal punto di vista delle idee il romanzo è un disastro completo. Non c’è proprio neanche mezzo spunto interessante. Proprio niente niente.

È un romanzo di un’ingenuità sconfortante. Come se l’autore avesse fatto copia/incolla di una serie di scene che pensava “fighe” prese da questo o da quel film e le avesse cucite assieme con spezzoni di vita quotidiana all’insegna della noia. Persino se Roma fosse adolescente – e non lo è, ha trent’anni – certi passaggi suonerebbero infantili. D’altra parte, come più volte constatato, l’età anagrafica non conta molto, quello che importa sono gli anni di studio e di esercizio.
Lo studio include il leggere nell’ambito nel quale si vuole scrivere. O almeno farsi un giro nelle librerie a vedere cosa vendono nel reparto fantasy. Fa specie sentire Roma, nella già citata intervista, parlare del massimo della banalità riferito al:

[...] millesimo commissario cliché che indaga sul millesimo caso di omicidio.

e poi aggiungere che lui invece ha come specialità mixare(sic) i generi:

Ad esempio un telefilm per adolescenti come Dawson’s Creek con un romanzo gotico come Dracula.

Ovvero stiamo parlando di paranormal romance adolescenzialvampiresco, uno dei (sotto)generi più inflazionati degli ultimi anni. Come si fa a essere contro la banalità e poi adagiarsi a sfruttare il filone più banale che esiste?

Devo però ammettere che Jude non è un vampiro: da alcuni riferimenti nel finale del romanzo, pare che Shaitan sia un demone alieno. Non che all’atto pratico cambi molto, e tra l’altro il tema “il Diavolo è un extraterrestre” non è precisamente nuovo, ha una sua bella storia da Le guide del tramonto di A.C. Clarke fino a Origin di Konrath.

E per concludere:

Jude vide se stesso alzarsi dalla poltrona, voltare le spalle al sindaco, raggiungere il terrazzo e gettarsi giù. Sembrava la sequenza, mozzafiato, di un film.

Sarebbe davvero bello se si potessero scrivere scene che sembrano sequenze mozzafiato di un film semplicemente dicendo che lo sono. Beata ingenuità.

* * *

Per cui vale la pena frequentare le scuole di scrittura? Dato il livello raggiunto dal suo allievo più brillante, no di sicuro quella di Raul Montanari. Per le altre mi riserbo nuove recensioni.
Questo nell’ottica dell’imparare a scrivere. Se poi lo scopo è farsi amyketti utili per una pubblicazione, allora può valere la pena.


Approfondimenti:

bandiera IT Il bacio di Jude su Amazon.it
bandiera IT Il bacio di Jude su anobii
bandiera IT La pagina Facebook dedicata al romanzo
bandiera IT Bookteaser del romanzo su YouTube
bandiera IT La prime pagine del romanzo leggibili online
bandiera IT Il sito di Davide Roma

bandiera EN Shaitan su Wikipedia
bandiera EN Kill the Dead su Amazon.com
bandiera IT La recensione de Le guide del tramonto del Tapiro

 

Giudizio:

Niente. -1 Un sacco di scene inutili.
-1 Un sacco di scene cliché.
-1 Le scene romantiche fanno piangere.
-1 Le scene d’azione fanno ridere.
-1 Romanzo noioso come pochi.
-1 Neanche mezza idea originale.
-1 Uso balordo delle figure retoriche.
-1 Dialoghi pessimi.
-1 Punto di vista gestito come capita.

Nove Gamberi Marci: clicca per maggiori informazioni sui voti4

Scritto da GamberolinkCommenti (76)Lascia un Commento » feed bianco Feed dei commenti a questo articolo Questo articolo in versione stampabile Questo articolo in versione stampabile • Donazioni

Alice nel Paese della Fuffosità

Copertina di Alice Titolo originale: Alice nel Paese della Vaporità
Autore: Francesco Dimitri

Anno: 2010
Nazione: Italia
Lingua: Italiano
Editore: Salani

Genere: Fantasy, fuffa, vaporteppa
Pagine: 280

È interessante l’assonanza tra la parola italiana “fuffa” e l’inglese “fluff”. Sia in italiano sia in inglese indica la lanugine, la peluria, il pulviscolo che si solleva quando si spolvera.
“Fluff” era la polvere di cotone che saturava l’aria nei filatoi dell’Inghilterra vittoriana. Gli operai che lavoravano ai telai, specie le donne e i bambini, si ammalavano pian piano per colpa del “fluff”. La bissinosi – questo il nome della malattia – li consumava anno dopo anno, tra tosse e difficoltà respiratorie sempre più gravi, fino al collasso.

“Fluff”: un bel termine dal sapore steampunk! vaporteppa! Il termine ideale per descrivere Alice nel Paese della Vaporità Fuffosità. Come la polvere di cotone rovina giorno dopo giorno i polmoni, così leggere libri gonfi di stupidaggini ho paura abbia un effetto poco piacevole sui neuroni. E in Alice le stupidaggini abbondano. Roba a livello Troisi – a onor del vero a livello della miglior Troisi.

Vittime della bissinosi
Le vittime della bissinosi. Attenti a non beccarvi l’equivalente cerebrale!

Il precedente romanzo di Francesco Dimitri, Pan, mi era piaciuto. Con Alice sono rimasta molto molto molto delusa. E in più ho buttato 17 euro. Non va bene per niente!
E qui apro una parentesi riguardo Pan: sono passati tre anni da quella recensione, tre anni per me hanno significato leggere decine di manuali e centinaia di romanzi; scrivere migliaia e migliaia di parole sia di narrativa sia per gli articoli del blog; vivere esperienze bruttissime ed esperienze bellissime. In altre parole non sono più la stessa persona di tre anni fa, sono molto più attenta e molto più consapevole; può darsi che rileggendo Pan oggi il mio giudizio risulterebbe più severo. Tuttavia non ero precisamente un’ingenua neanche tre anni fa. Perciò mi sento in coscienza di ribadire il giudizio che ho dato: non un capolavoro ma un bel romanzo, che non sfigurerebbe a livello internazionale.
Aggiungo che la “filosofia” di Dimitri non mi è mai piaciuta (altrove ho affermato che facevo il tifo per Greyface; lo confermo), e lui mi piace ancora meno, tanto che in una prima stesura di questo articolo iniziavo con un lungo rant nel quale accusavo il signor Dimitri di essere un gran bell’ipocrita. L’ho tolto: ognuno ha il pieno diritto di comportarsi come gli pare e di tenere gli atteggiamenti che preferisce, l’importante è il livello della scrittura. Così come ognuno ha il pieno diritto di esporre nei propri romanzi, meglio di mostrare nei propri romanzi, le idee che più gli aggradano, e il fatto che siano più o meno in sintonia con le idee di chi legge non dovrebbe gravare sul giudizio dell’opera, non se si vuole essere obiettivi.

In parole povere: stringi stringi non me ne frega niente di chi sia Dimitri o di come si comporti, né mi interessa se i suoi romanzi inneggiano all’amore libero, alla persecuzione razziale o alla rivoluzione del proletariato; quello che mi interessa è leggere una bella storia di narrativa fantastica scritta bene. In questo ambito, Alice nel Paese della Vaporità Fuffosità è un EPIC FAIL.

La trama

La storia è ambientata in un mondo simile al nostro in un imprecisato futuro. Non è ben chiaro cosa sia successo, sta di fatto che si è persa la capacità di utilizzare la moderna tecnologia, finché un tale Algernon Wilson non ha recuperato le vecchie macchine e le ha rimesse in funzione. Da allora sono passati altri 2.000 anni.
Però le macchine revisionate da Wilson hanno l’effetto collaterale di produrre Vaporità Fuffosità, un mucchio di Vaporità Fuffosità, una montagna di Vaporità Fuffosità. Londra è ormai circondata da un mare di Vaporità Fuffosità: la Steamland. Ma tanto vale che mi fermi qui e passi la parola all’autore:

(pag. 20) La Vaporità aveva consistenza di ovatta. Era più pesante dell’aria, più leggera dell’acqua. [...] la Steamland era un oceano di Vaporità [...]
La Vaporità era un prodotto di scarico, il più importante tra i tanti che Londra gettava nella Steamland. Per mandare avanti la città servivano Antiche Tecnologie: regolavano il traffico, lo formavano, consentivano di costruire le torri più alte, eccetera. E le Antiche Tecnologie – quelle riassestate dal professor Algernon Wilson – producevano una scoria molto più strana del vapore. Wilson l’aveva battezzata Vaporità, e il nome era rimasto.
Al vapore era simile, ma solo in apparenza. La Vaporità aveva una fluidità ascensionale. A camminarci in mezzo – in orizzontale – non offriva più resistenza del normale vapore. Le cose cambiavano se ti muovevi in verticale, saltando o cadendo giù: la Vaporità agiva come una corrente d’aria calda, solo molto più potente. Con un po’ di allenamento era possibile usare i suoi flussi, ‘cavalcarli’ per salire, scendere e planare. Nella Vaporità i concetti di ‘alto’ e ‘basso’ perdevano molto del loro significato.
[...]
Ma non era la fluidità ascensionale a preoccupare i londinesi: la Vaporità faceva di peggio che far volare i desperados della Zona Vecchia. Tanto per cominciare, era un allucinogeno. Distorceva le percezioni, ristrutturava la realtà personale: chi respirava Vaporità si muoveva in un mondo che cambiava a ogni passo, riformandosi alla velocità del pensiero. Non è che le visioni di per sé fossero sempre sgradevoli, anzi. Ma erano intense. E non erano solo allucinazioni: la Vaporità confondeva i sensi, distruggeva ogni loro distinzione reciproca. Sinestesia, ecco come si chiamava. Faceva annusare i colori, assaporare le voci, faceva vedere il dolore e il piacere della carne, e tutto si mescolava alle illusioni, gli odori fantasma, i suoni senza corpo. Anche soltanto parlare, nella Vaporità, poteva essere sconvolgente, e guardare uno specchio poteva rendere pazzi.
Finito? No. La Vaporità produceva anche mutazioni corporee. I figli di chi ne respirava troppa nascevano sempre più strani, meno umani, di generazione in generazione. Le mutazioni erano imprevedibili: uomini simili ad animali, carni disarticolate, braccia in più o in meno, cervelli senza calotta cranica (e viceversa).
La Steamland era cresciuta nella Vaporità per quasi duemila anni. Duemila anni di allucinazioni, sinestesie e mutazioni: non poteva essere rimasto niente che potesse ancora essere definito umano. Ecco perché nessuno voleva entrare là dentro.

Notevole sbrodolata di inforigurgito, del tutto inutile per l’economia del romanzo, visto che i particolari raccontati qui sono già stati mostrati o verranno mostrati nelle pagine seguenti. In più il Narratore prende per i fondelli – “Finito? No.” – ed è delizioso l’abuso del corsivo; sì, diamo enfasi a “sinestesia”, tutti devono rendersi conto che Dimitri conosce un parolone così difficile!
Ma non tutto il male viene per nuocere, almeno questo inforigurgito ha il merito di non far scrivere a me la tiritera di cui sopra.

* * *

Protagonista del romanzo è Alice, un’antropologa alla soglia dei trent’anni annoiata dalla vita accademica londinese. Non sapendo come trascorrere i fine settimana, Alice decide di buttarsi da un pallone areostatico nella Steamland. Seguono “avventure” senza capo né coda e poi il romanzo – bontà sua – finisce.
E questo sarebbe anche il genere di romanzo che a me piace, sennonché a compensare la mancanza di un intreccio valido non c’è niente. Non ci sono bizzarrie interessanti, non ci sono scenari originali, non ci sono personaggi che ti vien voglia di conoscere – a partire da Alice –, non c’è ironia e, ciliegina sulla torta, il livello della scrittura spesso scende sotto il minimo sindacale.

La recensione

Con tali premesse scrivere una recensione significa srotolare il lungo elenco delle idiozie presenti nel romanzo e commentarle con sarcasmo.
Ho provato a farlo, mi sono impegnata, ve lo garantisco. Ma sono passati i tempi della Troisi e della Strazzu e non mi diverto più. Mi annoio e mi deprimo.
Scrive Dimitri:

(pag. 17) Sapete cosa significa annoiarsi? Annoiarsi davvero? Non è la pigra indolenza delle Estati borghesi, né il trascinarsi delle domeniche in casa, birra in pancia e vuoto in testa. Non è la noia dei bambini a scuola, o degli uomini costretti a girare per vetrine.
Parlo di noia dell’anima. Parlo di un non-aver-nulla-da-fare e un non-aver-voglia-di-fare-nulla, mescolati alla percezione della fine del tempo, della morte che prima o poi arriverà, e di tutti i mali del mondo più uno, il proprio. Sapete che significa?
Avete mai passato sere su sere da soli, tristi fino alle lacrime, pur senza avere alcun motivo per esserlo? Avete mai sentito sulla lingua il sapore della rabbia? Cresce in silenzio, e poi al l’improvviso vuole esplodere in un urlo…
… insomma: avete mai avuto la sensazione di star buttando nel cesso la vostra vita, con qualcuno pronto a tirare lo sciacquone?

Sì, la conosco bene una noia del genere. È la noia di dover scrivere per l’ennesima volta una recensione che ribadisca le solite cose: che occorre documentarsi o non si riesce a mantenere la sospensione dell’incredulità; che è meglio mostrare invece di raccontare; che scrivere frasi stile “Qua e là c’erano oscene parti di corpi” è una pessima idea e dimostra che l’autore non ha capito un’emerita mazza di come funzioni la narrativa.
Sono stufa fino alle lacrime di leggere stupidaggini, dalla Regina cattiva che pensa di poter ricostruire la realtà con poche frasette ai consigli di guerra che paiono riunioni condominiali; non ce la faccio più a sorbirmi i deus ex machina e le spade magggiche perché sì; e quando una città viene assaltata da poche decine di persone non mi fa più ridere, mi fa solo piangere.
E non c’è neanche un minimo di coerenza interna! Con la sinestesia che va e viene e Alice che quando Dimitri si ricorda può levitare nella vaporità fuffosità, altrimenti scarpina beata.

coniglietto annoiato
Il coniglietto è annoiato. No, non è bello che lo sia. E no, non è Grumo

E per inciso, dedicare quasi una pagina a raccontare la noia non è questa gran trovata. È illuminante un confronto con l’originale Alice di Carroll e con un’interpretazione più moderna di Jeff Noon.

Alice’s Adventures in Wonderland di Lewis Carroll:

bandiera EN Alice was beginning to get very tired of sitting by her sister on the bank, and of having nothing to do: [...]

bandiera IT Alice cominciava a sentirsi molto stanca di sedere sul poggetto accanto alla sorella senza niente da fare: [...]

Automated Alice di Jeff Noon:

bandiera EN Alice was beginning to feel very drowsy from having nothing to do. How strange it was that doing absolutely nothing at all could make one feel so tired.

bandiera IT Alice cominciava a sentirsi molto assonnata a furia di non avere niente da fare. Com’è strano che non fare assolutamente niente ti faccia sentire così stanco.

La differenza di fondo è che Carroll e Noon vogliono raccontare una storia, e dunque danno alla noia solo lo spazio strettamente necessario a questo scopo, ovvero un paio di righe; Dimitri invece non aspetta altro che di riversare sul lettore le sue considerazioni personali, considerazioni che mette davanti alle necessità della narrazione. A qualcuno il ruminare di Dimitri potrà pure piacere, ma in generale non è quello che ci si aspetta quando si spendono 17 euro per un romanzo di narrativa fantastica.

* * *

Alice è un romanzo pieno di scemenze e ingenuità; peggio sono scemenze e ingenuità poco interessanti. Non c’è mezza idea originale, è tutto visto e rivisto, dall’idea di fondo del mondo come simulazione/narrazione, alla sindrome di Alice di cui soffre Ben, ai giochetti tipografici. Il brutto è che Dimitri non ne pare consapevole: addirittura ferma più volte la narrazione per pontificare e discutere le idee del romanzo, come fossero chissà quali trovate gegnali; ne nascono dialoghi didascalici, privi di tensione, noiosi. Scoraggiante.
Alice vaga per la Steamland e quando incontra qualcuno raramente il dialogo si può sviluppare sulle salutari basi del conflitto: i vari tizi non vedono l’ora di spiegare la loro visione del mondo, e Alice non vede l’ora di sgranare gli occhioni per la meraviglia.
Per esempio:

(pag. 114-118) «Non capisci? Tutte le teorie sulla realtà-oltre-i-sensi possono andare bene a Londra, forse. Qui devi lasciarle alle spalle. Che senso ha parlare di realtà oggettiva se ogni individuo percepisce il mondo diverso da ogni altro, e la sua stessa percezione cambia di istante in istante?» [disse il monaco]
«Cambia la percezione, ma la realtà resta. Corpi, tecnoimmondizie, strade…» [disse Alice]
«E come puoi dire che non sia la realtà, a cambiare? Il tuo è un atto di fede. Se ogni tuo senso ti dice che la realtà è cambiata, come puoi dire che no, è un’allucinazione, ma in fondo è rimasta uguale?»
«Quando usavo la Zavorra, restava uguale».
«Solo grazie a una droga. E se fosse stata quella, l’allucinazione?»
Alice aprì la bocca per dare una risposta. Non ne trovò.
[...]
Alice mugugnò. Fece un’altra domanda: «Se siamo uniti in modo così stretto, dove vanno a finire il libero arbitrio, l’autocoscienza…»
«Dove sono sempre stati. Fai parte di un organismo, ma sei anche un individuo. Non devi pensare in termini di esclusione, di questo o quello. Devi pensare in termini di questo e anche quello. Ogni cosa è connessa. E non parlo solo di uomini. Animali, alberi, sassi, tecnologia: tutto è cosciente, tutto vive.»
«Sei più contorto di un accademico [...]».

Se Alice fosse stata l’Alice tradizionale, l’Alice bambina, una conversazione del genere avrebbe potuto avere un senso. Ma che un’Alice antropologa trentenne rimanga a bocca a aperta se qualcuno le dice che la realtà potrebbe essere illusoria, e non abbia mai sentito parlare di panpsichismo o di animismo è inverosimile a essere buoni. Come ha preso la laurea Alice? Per corrispondenza all’Università dell’Uganda?

Tra l’altro:
• Ipotesi uno: la percezione della realtà, o addirittura la realtà stessa, cambia di continuo.
• Ipotesi due: sei drogato.
Il rasoio di Occam ci dice che è più probabile sia vera la seconda ipotesi. Poi nel mondo di Dimitri può essere vera la prima, ugualmente è assurdo che una persona con la cultura di Alice non sappia difendere la seconda ipotesi.
E ora un fatto curioso: nel libro The Hidden Sense: Synesthesia in Art and Science l’autore analizza diversi casi di sinestesia. Casi nei quali la sinestesia è indotta con l’uso di sostanze chimiche e casi dove invece il soggetto ha i sensi mischiati di suo da anni.

Copertina di The Hidden Sense
Copertina di The Hidden Sense

L’autore si chiede se questi “sinesteti” naturali esistano sul serio, o non siano invece individui perennemente allucinati. Alla fine propende per la prima ipotesi. Tra le ragioni c’è il constatare che la sinestesia prodotta con droghe produce allucinazioni sempre variabili, mentre la sinestesia naturale è costante nelle forme del suo manifestarsi.
Perciò quando il monaco dice che la realtà cambia di continuo, be’, è un forte indizio che la realtà non cambi per niente e il monaco sia solo strafatto di Vaporità Fuffosità.
Ripeto: poi Dimitri nel suo mondo può manipolare la realtà come vuole, ma dal punto di vista narrativo è molto più stimolante se i personaggi hanno opinioni contrapposte. Tanto più che nel caso specifico non era certo difficile far recitare plausibilmente ad Alice la parte della scettica.
Come se non bastasse, la lezioncina del monaco non ha applicazione nel romanzo. Il romanzo funziona basandosi su una realtà oggettiva e condivisa da tutti i personaggi. L’idea che in effetti la realtà non sarebbe costante non influisce mai sulla narrazione.

Che noia! Che noia! Che noia! Che noia un autore che vuole rifilare in maniera goffa – raccontandola invece di mostrarla – la sua visione del mondo e si scopre che tale visione è semplicistica, ingenua e non ha neanche ruolo nel contesto della narrazione.
Forse è un feticcio di Dimitri, magari si eccita a immaginare Alice con il capo chino, le guance arrossate, mentre fa combaciare gli indici e mormora: «Ma come è intelligente lei… Che pensieri profondi e complicati… Io mica sono tanto sicura di capirli.»
Almeno interventi analoghi in Pan erano addolciti dalla pillola dell’ironia. In Alice l’amara medicina bisogna berla fino in fondo senza neppure un cucchiaino di zucchero.

E basta sennò finisce che scrivo la solita recensione chilometrica piena di citazioni e non ne vale la pena. Così come non vale la pena sottolineare le castronerie che Dimitri ha scritto per colpa della scarsa documentazione. Dai combattimenti all’informatica. E, va bene, facciamo un esempio anche qui:

(pag. 160) [Ben] Aprì l’ultima e-mail [proveniente da 238105@gmail.com] che aveva ricevuto. Poi cliccò su mostra header. Voleva controllare l’IP, l’indirizzo numerico del computer da cui era partita l’e-mail. Gli veniva in mente soltanto un’ipotesi. Sbagliata, sperava.
Spedì un’e-mail a se stesso.
La scaricò, controllò l’IP, lo confrontò con l’altro.
Erano uguali.
[e a questo punto Ben si convince di essersi auto-spedito le mail ricevute negli ultimi giorni]

Se si esamina il vero header di una mail spedita attraverso Gmail, si scopre che non è segnato l’IP del computer che ha inviato l’email, bensì l’IP del computer della rete interna di Google che ha ricevuto l’email e l’ha inoltrata al destinatario finale.
È facile da capire perché l’IP è nel formato 10.x.x.x:

Received: by 10.231.17.11 with SMTP id ecc.;

Wed, 28 Set 2011 09:43:43 -0700 (PDT)

E gli IP nel range 10.0.0.0-10.255.255.255 sono, come si scopre frugando per dieci minuti su Wikipedia, IP privati.
In altre parole, Ben non può dedurre niente da IP del genere. La mail potrebbe originare dal suo computer come da un computer in Australia.
È vero che esistono server di posta elettronica che inoltrano, oltre al testo della mail, anche l’IP del computer che l’ha spedita, ma purtroppo per Dimitri il server di Google non è tra questi.
Trenta secondi per controllare con un account Gmail + dieci minuti di Wikipedia. Poteva farlo anche Dimitri. Ma cosa lo dico a fare? Alla fine aveva proprio ragione Damon Knight.

Una scena da Alice

Nella recensione non ho parlato di stile. È uno stile scadente; nel vecchio articolo natalizio citavo alcuni esempi di cattiva scrittura, adesso analizzerò un’intera scena. Lo faccio nella speranza che le mie osservazioni possano risultare utili per chi desidera imparare a scrivere in modo decente.

Ma prima qualche premessa:
• Il romanzo non è una schifezza per colpa solo dello stile, anzi lo stile, per quanto bruttino, sarebbe addirittura tollerabile se la storia fosse più appassionante e coerente.

• Non sto giudicando lo stile del romanzo da questa scena. Questa scena è solo un esempio. Un esempio significativo però, perché la qualità della scrittura si mantiene più o meno su questo livello dalla prima all’ultima scena.

• Ha senso che l’analisi stilistica di una singola scena occupi più spazio del resto della recensione? Sì. Perché è inutile discutere i contenuti di Alice, inutile da un lato perché sono contenuti stupidi e banali, dall’altro perché a parlare di contenuti spesso si scivola nel gusto e quando si parla di gusti si perde solo tempo. Viceversa lo stile può essere analizzato in maniera più oggettiva.

• Ha senso dedicare così tanto tempo all’analisi stilistica? In effetti no. All’atto pratico, no. I lettori non hanno i mezzi per distinguere certe sottigliezze e andranno avanti a leggere solo in base a quanto i contenuti combacino con i loro gusti; viceversa gli editor delle case editrici non hanno i mezzi per distinguere certe sottigliezze e dunque decideranno di pubblicare o no un romanzo solo in base a quanto i contenuti combacino con i loro gusti – raccomandati a parte.
Perciò perché spendere ore ad affinare il proprio stile? Perché si ha vero rispetto per i propri lettori e si vuole offrire sempre il meglio, anche se pochissimi saranno in grado di apprezzarlo; perché si è orgogliosi e la sciatteria ripugna; perché è divertente imparare a esprimere al meglio le proprie idee; perché si diventa consapevoli, e si può decidere in coscienza quando prendere scorciatoie e quando no; perché si ha una possibilità, per quanto remota, di ricevere complimenti da Gamberetta. chikas_pink21.gif

• Questo tipo di analisi così precisina leva tutto il piacere della lettura! E se non c’è piacere nella lettura, cosa si legge a fare?
Al contrario, saper vivisezionare un testo aumenta il piacere, perché si possono apprezzare molte più sfumature.
Citando Umberto Eco da Sei passeggiate nei boschi narrativi:

[di Sylvie, romanzo di Gérard de Nerval] Ne conosco ormai ogni virgola, ogni meccanismo segreto.
Questa esperienza di rilettura, che mi ha accompagnato per quarant’anni, mi ha provato quanto siano sciocchi coloro che dicono che ad anatomizzare un testo, e a esagerare con il “close reading”, se ne uccide la magia. Ogni volta che riprendo in mano Sylvie, pur conoscendo a fondo la sua anatomia, e forse proprio per questo, me ne innamoro come se lo leggessi per la prima volta.

Il signor Gérard de Nerval
Il signor Gérard de Nerval

• Non so quanto le due “editor-in-gozzoviglia” citate nei ringraziamenti del romanzo, Valentina Paggi & Serena Daniele, abbiano contribuito. Magari è tutta farina del sacco di Dimitri che si è rifiutato di accettare saggi consigli, o forse le due editor non sanno fare il loro mestiere. Non mi interessa, non sono un giudice, non devo stabilire le “colpe”. Analizzo solo il testo e ne metto in luce i difetti, delle persone che ci stanno dietro non mi può fregare di meno.

* * *

La scena che segue è la seconda del romanzo, e la prima ambientata nel mondo della Steamland. Perciò non ha bisogno di presentazione. Leggetela e quindi scorrete le mie note. Non passate subito alle note, perché presumono che conosciate la scena nella sua interezza.

L’uomo alzò gli occhi verso una delle Gabbie – strutture di vetro e acciaio, alte una trentina di piedi e larghe venti. Sature di Vaporità.

In ogni Gabbia si affrontavano due Cavalieri. Usavano armi corte: pugnali, nunchaku, tirapugni. Planavano in ogni angolo, a ogni altezza, sorretti dai flussi di Vaporità: parevano scoiattoli volanti. Si picchiavano, si insultavano, si spostavano in alto e in basso, mentre gli scommettitori urlavano. Una corte di straccioni cui non era rimasto nient’altro che la voce, e un po’ di rabbia.

L’uomo sospirò. Nessuno avrebbe potuto capire che veniva d’altrove, neanche con un esame attento. Camuffarsi faceva parte del suo lavoro. Per fortuna, pensava, stanotte finisce.

Era un uomo versatile, a suo agio con ogni tipo di gente. Era capace di riparare una macchina, disquisire di letteratura, mettere a sistema le mitologie di quindici diversi popoli, e tutto mentre si godeva una bella pipa. Aveva vissuto più di sessant’anni, ma si sentiva (e con buone ragioni) in perfetta forma. Spirito e corpo erano robusti, anche se la Zona Vecchia li aveva messi a dura prova. Nei cinque mesi trascorsi laggiù aveva visto più orrori che nel resto della sua vita: dalle piccole violenze domestiche, quasi banali, agli omicidi in pieno giorno, agli stupri di gruppo. E peggio.

Il suo lavoro era osservare, non giudicare. Di intervenire, poi, non se ne parlava. Non se voleva tornare a casa vivo e tutto d’un pezzo. Non poteva negare però di aver sentito più volte un pizzicore sulle mani, il desiderio di raddrizzare a calci i tanti bulli che scambiavano la prepotenza per forza. Fino a quel momento era riuscito a trattenersi.

Ora aveva toccato il punto più basso, assistendo a uno dei celebri Scontri a Vapore. Assolutamente proibiti, certo, da almeno cinque diversi Pronunciamenti Regi. Il problema era che nessuno aveva interesse ad applicarli, i Pronunciamenti. La filosofia a della Corona si riduceva, più o meno, a lasciare che quegli straccioni si scannassero tra loro. Forse, sperava l’uomo, la sua ricerca avrebbe migliorato le cose.

Se quella sera fosse finita lì, la nostra storia (e molte altre) non esisterebbero neppure. Ma accadde qualcosa. Guidato dal fato, o dal puro caso, Solomon Stoltze volse lo sguardo alla terza Gabbia, in fondo alla sala, proprio nel momento in cui un combattimento stava per i finire.

Uno dei Cavalieri era un energumeno seminudo, con un cranio pelato abbastanza massiccio da sfondare una porta. Il suo nemico era una ragazzina magrissima: Solomon le avrebbe dato otto anni. Era sporca di sangue, aveva un occhio nero e un profondo taglio su un braccio. Stoltze non riusciva a distinguere altro, da quella distanza.

Qualcosa, in lui, urlò. Stoltze si fece largo tra la folla, spingendo, annaspando tra i corpi sudati. Giunse vicino alla Gabbia. La ragazzina, sospesa a sei metri dal suolo, stava menando un fendente alla giugulare dell’avversario. Il suo piccolo pugnale disegnò nella nebbia una striscia color sangue. L’energumeno sputò grumi rossastri, crollò a terra con un tonfo. La ragazzina piroettò, graziosa, lasciandosi trasportare dalla Vaporità. Raggiunse il pavimento. S’inchinò. Uno scorcio di seno guizzò fuori. Il pubblico scoppiò in applausi e fischi.

Il professor Stoltze ne ebbe abbastanza.

La porta era mimetizzata dietro una delle Gabbie. L’accesso era proibito ai non addetti ai lavori, come faceva presente il cartello più diffuso nello show business. Non c’erano guardie. Tutti sapevano che era pericoloso (davvero pericoloso) entrare.

Solo in due casi potevi imboccare quella porta. Primo, se volevi diventare un Cavaliere della Vaporità – nome pomposo per quei disgraziati che si affrontavano nelle arene. Secondo, se volevi morire. Il professore aveva altre intenzioni.

Il combattimento era finito da poco. Lui era riuscito a strisciare dentro. Ora si trovava in un atrio in penombra: l’unica luce proveniva da una lampada a gas che dondolava al centro della stanza. La ragazzina era qui da qualche parte: il suo manager l’aveva abbracciata, le aveva palpato il culo, e se l’era trascinata dietro.

Solomon avanzò fino in fondo all’atrio. C’era un’altra porta, con lo stesso cartello. Aprì anche quella e si trovò in un lungo corridoio buio. S’incamminò con cautela serrando, nervoso, una mano sulla rivoltella carica.

Mentre avanzava sentì delle voci che si andavano facendo più nitide. Erano più versi che voci vere e proprie: gemiti, un uomo e una donna. I gemiti dell’uomo erano duri, quelli della donna disperati. Solomon arrivò a una porta socchiusa.

Con estrema lentezza allungò la testa per guardare oltre. Vide il corpo di una ragazzina, nudo, di spalle: la combattente di poco prima. Era incatenata al muro con pesanti anelli di ferro che le stringevano polsi e gambe.

Un uomo con la faccia da faina – il suo manager – la stava penetrando da dietro. In una mano stringeva un grosso chiodo. Lo usava per graffiare a sangue la schiena della ragazzina, seguendo il movimento di bacino.

In un lampo Solomon gli fu addosso. Gli puntò la pistola alla tempia.

Il manager si fermò. «Chi cazzo sei?»

«Libera la ragazza».

«Quale scuderia ti manda?»

Il professore aumentò la pressione della pistola. «Liberala».

Il manager indicò un mazzo di chiavi a terra, poco lontano dalle catene.

«Prendile» ordinò Solomon. «Molto piano».

E l’uomo con la faccia da faina dovette capire che lo sconosciuto non bluffava, perché fece piano davvero. Si abbassò, la canna della pistola che seguiva ogni suo movimento. Raccolse le chiavi. Aprì le serrature.

La prigioniera, ancora stordita, si massaggiò i polsi. «Grazie…» farfugliò.

Solomon le tese la mano libera. «Vieni con me».

Senza pronunciare parola, la ragazzina gli si avvicinò.

«Siete morti» disse la faina. «Fottutamente, assolutamente, morti».

«Non credo» rispose con calma Solomon. Il suo indice si mosse sul grilletto.

«Se mi fai male, stronzo, la mia famiglia beccherà la tua scuderia, e…»

«Io non ho scuderia».

Il manager sgranò gli occhi.

Il professore sparò.

E poi le cose sono un po’ confuse. C’era abbastanza Vaporità nell’aria da far strippare un tossico… e comunque basta con questa noiosa storia-prima-della-storia, pensò. Tutto ha importanza, ma niente ne ha troppa. Arriviamo a tempi più recenti. All’inizio dell’ultima parte, quella cruciale. Quella che ci porta a ora e tutto il resto.

Cominciamo.

* * *

L’uomo alzò gli occhi verso una delle Gabbie
  • Ricordo per l’ennesima volta la regola generale da tenere sempre presente, il “segreto” o forse il “trucco” per scrivere narrativa in maniera coinvolgente: concreto & preciso sono cool & kawaii; generico & astratto sono brutti & kattivi!!!!
  • Dimitri userà nel corso della scena il punto di vista di Solomon Stoltze o il punto di vista del Narratore. Dunque questo “L’uomo” è sbagliato: perché ovviamente Stoltze non pensa a se stesso come a un generico “uomo” e il Narratore sa benissimo chi sia l’uomo. Usare “uomo” qui indica che il punto di vista è quello di un personaggio che osserva l’uomo in questione. Ma in effetti non è così. Un lettore attento viene inutilmente confuso.
  • “una” è generico, perciò è un (piccolo) errore. Tu non alzi gli occhi verso “una” Gabbia, tu alzi gli occhi verso la Gabbia che ti sta di fronte, o verso la Gabbia nell’angolo, o verso la Gabbia appesa al soffitto, o verso la Gabbia con le decorazioni natalizie. Sempre verso una specifica Gabbia, non una generica Gabbia.
strutture di vetro e acciaio, alte una trentina di piedi e larghe venti. Sature di Vaporità.
In ogni Gabbia si affrontavano due Cavalieri. Usavano armi corte: pugnali, nunchaku, tirapugni. Planavano in ogni angolo, a ogni altezza, sorretti dai flussi di Vaporità: parevano scoiattoli volanti. Si picchiavano, si insultavano, si spostavano in alto e in basso, mentre gli scommettitori urlavano. Una corte di straccioni cui non era rimasto nient’altro che la voce, e un po’ di rabbia.
  • Per quanto detto all’inizio questo passaggio non è granché, in quanto è generico – parla di tutte le Gabbie –, e invece dovrebbe essere specifico, dovrebbe parlare della singola Gabbia che l’uomo sta osservando.
    Non i tirapugni, non ogni angolo; ma il tirapugni che rompe la faccia all’elfo, e l’angolo in basso a destra dove sono rotolati lui e il nano.

  • Come ha scritto Dimitri non è “sbagliato” ma è a livello di prima stesura a essere buoni, è a livello di buttare sul tavolo le idee. Poi occorre dare carne a queste idee, concretizzarle in particolari tangibili.

alte una trentina di piedi e larghe venti.

  • Come spiegato nell’articolo sul Mostrare, le descrizioni numeriche non sono molto efficaci, ancora meno quando l’unità di misura è inusuale. È molto semplice: immaginate un oggetto o una costruzione del mondo reale che abbia queste dimensioni. Per me non ci riuscite facilmente. Dunque il lettore o lascia perdere di sapere quanto sono grandi le Gabbie – e allora tanto vale non scriverlo – oppure deve ragionarci sopra, uscendo dalla narrazione. Questo è un errore da dilettanti.

Usavano armi corte: pugnali, nunchaku, tirapugni.

  • Qui prima è raccontato che i Cavalieri usavano “armi corte”, poi sono elencate. Come spesso succede, il raccontato si può togliere a favore dell’eleganza: “Usavano pugnali, nunchaku, tirapugni.”

  • L’espressione “armi corte” è impropria: è una locuzione che tecnicamente indica le armi da fuoco con la canna corta. A questo punto non è ben chiaro se il punto di vista sia quello dell’uomo che guarda o del Narratore. Però più in là scopriremo che l’uomo che guarda è un uomo di cultura. Dunque in entrambi i casi non è giustificabile questo uso poco preciso del linguaggio. Sia l’uomo che guarda sia il Narratore dovrebbero sapere che le “armi corte” sono armi da fuoco.

parevano scoiattoli volanti

  • Questa similitudine può forse rendere bene il movimento dei Cavalieri nella Vaporità, ma – come emerge nel seguito – la scena vuole essere brutale, uno degli spettacoli più atroci a cui l’uomo che guarda abbia mai assistito: siamo sicuri che gli scoiattoli volanti siano appropriati? Gli scoiattoli volanti, nell’immaginario comune, sono animaletti pucciosi, non c’entrano molto con uno scenario cupo.

Famigliola di scoiattoli volanti
Famigliola di scoiattoli volanti. Fanno spavento vero? Più simbolo di atrocità di così! Direi persino che somigliano un po’ a dei furetti.

Una corte di straccioni cui non era rimasto nient’altro che la voce, e un po’ di rabbia

  • Gli scommettitori. Dovrebbe essere rimasto loro del denaro, oltre a voce e rabbia, altrimenti cosa scommettono?
L’uomo sospirò. Nessuno avrebbe potuto capire che veniva d’altrove, neanche con un esame attento. Camuffarsi faceva parte del suo lavoro. Per fortuna, pensava, stanotte finisce.
Era un uomo versatile, a suo agio con ogni tipo di gente. Era capace di riparare una macchina, disquisire di letteratura, mettere a sistema le mitologie di quindici diversi popoli, e tutto mentre si godeva una bella pipa. Aveva vissuto più di sessant’anni, ma si sentiva (e con buone ragioni) in perfetta forma. Spirito e corpo erano robusti, anche se la Zona Vecchia li aveva messi a dura prova. Nei cinque mesi trascorsi laggiù aveva visto più orrori che nel resto della sua vita: dalle piccole violenze domestiche, quasi banali, agli omicidi in pieno giorno, agli stupri di gruppo. E peggio.
  • La storia non è ancora cominciata – finora l’unica azione è stata l’uomo che alza gli occhi – e già ci fermiamo di nuovo per un’altra sbrodolata di informazioni che:
    • Non hanno importanza per questa scena.
    • Non hanno importanza per il romanzo.
    Si potrebbero tagliare questi paragrafi senza danno.
    In più, di nuovo, la narrazione è troppo generica.
    Prendiamo la parte finale, che dovrebbe riguardare fatti ancora vividi nella mente del personaggio:

Nei cinque mesi trascorsi laggiù aveva visto più orrori che nel resto della sua vita: dalle piccole violenze domestiche, quasi banali, agli omicidi in pieno giorno, agli stupri di gruppo. E peggio.

  • Questo passaggio l’avevo già analizzato nell’articolo dedicato al Mostrare, ma ribadisco: tu non hai visto “piccole violenze domestiche”, “omicidi in pieno giorno” e “stupri di gruppo”. Soprattutto non hai visto “peggio”. Tu hai visto un bambino a cui hanno cavato gli occhi con un apribottiglie, hai visto una ragazza sodomizzata con un attizzatoio, hai visto un uomo bastonato a morte da una banda di castori mannari. O hai visto altro. Ma non vedi mai situazioni generiche, nella tua testa ci sono solo ricordi specifici. A meno che non sia una consuetudine per la banda dei castori mannari massacrare la gente, e allora hai visto più volte scene simili. Ma rimangono eventi circoscritti, non sono generici “omicidi in pieno giorno”(che tra l’altro è una brutta frase fatta). E mai mai mai vedi “peggio”.
    Sì, fa più impressione leggere di un rampino che scende nella gola di un ragazzo per poi cavarne fuori gli intestini che non leggere di generici “omicidi”, d’altra parte se lo scopo è comunicare l’atrocità dello scenario ti serve il rampino, altrimenti scegli uno scenario meno atroce.
Il suo lavoro era osservare, non giudicare. Di intervenire, poi, non se ne parlava. Non se voleva tornare a casa vivo e tutto d’un pezzo. Non poteva negare però di aver sentito più volte un pizzicore sulle mani, il desiderio di raddrizzare a calci i tanti bulli che scambiavano la prepotenza per forza. Fino a quel momento era riuscito a trattenersi.
  • Continua l’inforigurgito evitabile, eliminabile senza colpo ferire.

i tanti bulli che scambiavano la prepotenza per forza

  • Chi ammazza in pieno giorno e partecipa a stupri di gruppo non è un “bullo”. Il bullo è il tizio che ti ruba la merenda, non quello che ti cava gli occhi.

  • “scambiare la prepotenza per forza” è un’altra brutta frase fatta.
Ora aveva toccato il punto più basso, assistendo a uno dei celebri Scontri a Vapore. Assolutamente proibiti, certo, da almeno cinque diversi Pronunciamenti Regi. Il problema era che nessuno aveva interesse ad applicarli, i Pronunciamenti. La filosofia a della Corona si riduceva, più o meno, a lasciare che quegli straccioni si scannassero tra loro. Forse, sperava l’uomo, la sua ricerca avrebbe migliorato le cose.
  • Suona strano che l’uomo assista solo adesso a uno scontro a vapore, contando che sono cinque mesi che si trova nella Zona Vecchia e tali scontri sono “celebri”. Suona strano che assistere a uno scontro sia “il punto più basso”: due che si picchiano in una gabbia non sembra peggio di un omicidio in pieno giorno o di uno stupro di gruppo. Non sembra peggio di “peggio”. Ma chissà, dato che la parte prima era così generica, magari gli scontri sono davvero peggio.
    Questo è un errore di fondo, sempre il solito: il cercare di coinvolgere il lettore (“ecco il peggio del peggio!”), solo raccontando. Basterebbe mostrare, e il lettore saprebbe da solo qual è il punto più basso.

  • “Assolutamente” è un avverbio superfluo e cliché: proibiti da cinque diversi Pronunciamenti è già proibito abbastanza.
Se quella sera fosse finita lì, la nostra storia (e molte altre) non esisterebbero neppure. Ma accadde qualcosa. Guidato dal fato, o dal puro caso, Solomon Stoltze volse lo sguardo alla terza Gabbia, in fondo alla sala, proprio nel momento in cui un combattimento stava per i finire.
  • Paragrafo da tagliare e basta.

  • La prima frase è un capolavoro di spreco d’inchiostro. A ogni singolo paragrafo del romanzo si potrebbe aggiungere in testa: “se il personaggio non avesse fatto come ha fatto la nostra storia ecc.” E allora? Che bisogno c’è di dirlo?
    Il lettore è in un locale della Zona Vecchia di Londra ad assistere a scontri di Cavalieri nella Vaporità. Il Narratore lo acchiappa e gli ricorda: “Oh, guarda che è solo una storia. L’hai sempre in mente? Ecco, bravo. Non farti coinvolgere troppo.”

  • Che senso ha questa manfrina del “fato” e del “puro caso”? C’è bisogno di questa enfasi per far voltare la testa a un personaggio? No. Tra l’altro se non lo sa il Narratore se sia fato o puro caso lo dovrebbe sapere il lettore?
Uno dei Cavalieri era un energumeno seminudo, con un cranio pelato abbastanza massiccio da sfondare una porta. Il suo nemico era una ragazzina magrissima: Solomon le avrebbe dato otto anni. Era sporca di sangue, aveva un occhio nero e un profondo taglio su un braccio. Stoltze non riusciva a distinguere altro, da quella distanza.

Stoltze non riusciva a distinguere altro, da quella distanza.

  • Se si toglie questa frase il lettore piange: “Ma come, Stoltze non distingue altro?” No. Dato che il punto di vista è di Stoltze, assumiamo che quello che leggiamo è quello che vede Stoltze, non c’è bisogno di specificare che non ha visto altro.

  • Senza contare che, non sapendo quanto sia grande il locale e dove sia di preciso Stoltze, “quella distanza” non vuole dire niente.

Uno dei Cavalieri era un energumeno seminudo, con un cranio pelato abbastanza massiccio da sfondare una porta. Il suo nemico era una ragazzina magrissima: Solomon le avrebbe dato otto anni. Era sporca di sangue, aveva un occhio nero e un profondo taglio su un braccio.

  • È una descrizione molto statica, che mal si accoppia all’idea che i Cavalieri sembrino “scoiattoli volanti”. Si ha l’impressione che i due Cavalieri si siano messi in posa per Stoltze, il che è inverosimile. Inoltre per notare l’occhio nero “da quella distanza”, la ragazzina dovrebbe aver tenuto la faccia girata verso l’esterno della Gabbia per un certo tempo. Non sembra comportamento probabile nella furia del combattimento.

seminudo

  • Ovvero? Torso nudo? Gambe nude? Braccia nude? Nudo dalla cintola in su? Oppure è “seminudo” perché i vestiti si sono strappati durante lo scontro?
    Forse è una raffinata citazione del Sommo Vate, dell’Immortale Poeta: Sergio Rocca.

    I suoi neri capelli semi-corti e il glabro viso gli davano un’aria da ‘lupetto spartano’.

Qualcosa, in lui, urlò. Stoltze si fece largo tra la folla, spingendo, annaspando tra i corpi sudati. Giunse vicino alla Gabbia. La ragazzina, sospesa a sei metri dal suolo, stava menando un fendente alla giugulare dell’avversario. Il suo piccolo pugnale disegnò nella nebbia una striscia color sangue. L’energumeno sputò grumi rossastri, crollò a terra con un tonfo. La ragazzina piroettò, graziosa, lasciandosi trasportare dalla Vaporità. Raggiunse il pavimento. S’inchinò. Uno scorcio di seno guizzò fuori. Il pubblico scoppiò in applausi e fischi.

Qualcosa, in lui, urlò.

  • Ennesima frase fatta. “Qualcosa” cosa? Sei Stoltze, lo saprai bene cosa urla dentro di te (assumendo che ‘sta frase non sia lì solo per sbaglio).

La ragazzina, sospesa a sei metri dal suolo, stava menando un fendente alla giugulare dell’avversario. Il suo piccolo pugnale disegnò nella nebbia una striscia color sangue. L’energumeno sputò grumi rossastri, crollò a terra con un tonfo.

  • La ragazzina è magrissima, tanto che Stoltze non le dà più di otto anni. Il pugnale è definito “piccolo”, e per apparire piccolo tra le mani di una bambina magrissima, dev’essere proprio piccolo. L’avversario è un energumeno con una capoccia tale da sfondare una porta. Non è così facile per una bambina rachitica e già ferita tagliargli il collo con un temperino. Non è impossibile, ma è faccenda molto più sporca e laboriosa. Non siamo a livello dei draghi colpiti al volo dalle catapulte, ma lo scontro descritto in maniera così semplicistica fa storcere il naso.

Uno scorcio di seno guizzò fuori.

  • Sarebbe stato opportuno accennare prima ai vestiti della ragazzina, perché io me l’ero immaginata (semi)nuda come l’energumeno (contando che “da quella distanza” Stoltze riesce a giudicarla magrissima e la ragazzina è sporca di sangue; lei non i suoi indumenti).
Il professor Stoltze ne ebbe abbastanza. La porta era mimetizzata dietro una delle Gabbie. L’accesso era proibito ai non addetti ai lavori, come faceva presente il cartello più diffuso nello show business. Non c’erano guardie. Tutti sapevano che era pericoloso (davvero pericoloso) entrare.
Solo in due casi potevi imboccare quella porta. Primo, se volevi diventare un Cavaliere della Vaporità – nome pomposo per quei disgraziati che si affrontavano nelle arene. Secondo, se volevi morire. Il professore aveva altre intenzioni.

Il professor Stoltze ne ebbe abbastanza.

  • Se il professore ne ha abbastanza perché non raggiunge l’uscita più vicina?

La porta era mimetizzata dietro una delle Gabbie. L’accesso era proibito ai non addetti ai lavori, come faceva presente il cartello più diffuso nello show business.

  • Cosa importa se quello è il cartello più diffuso nello “show business”? Soprattutto, non sembrano i pensieri di un professore che ne ha avuto abbastanza. Perché il Narratore deve intervenire solo per fornire questo dettaglio inutile? Non sarebbe più interessante mantenere il punto di vista sul professore che ne ha avuto abbastanza?

Cartello con furetto stilizzato
Area pattugliata da furetto d’assalto: Licia avrebbe messo questo di cartello! E avrebbe fatto meglio di Dimitri

Tutti sapevano che era pericoloso (davvero pericoloso) entrare.

  • Il paragrafo sotto è spiegato cosa succede se entri: o diventi un Cavaliere o muori. Perciò è inutile raccontare prima che varcare la soglia è pericoloso. O il lettore percepisce il pericolo sapendo cosa succede a entrare, oppure ribadire che è “davvero” pericoloso non lo rende più pericoloso.

  • Sarebbe una figata se questo trucco funzionasse: “Il mostro era davvero davvero davvero davvero davvero davvero pauroso.”, ed è vietata la vendita del romanzo perché chi lo legge schiatta dal terrore. Purtroppo i meccanismi della narrativa non sono così semplici.
  • Molti hanno contestato l’uso del Narratore in Pan. Anche a me non è piaciuto in sé, ma l’ho giustificato con il fatto che i suoi interventi erano spiritosi. Il romanzo perde verosimiglianza ma guadagna in divertimento.
    In Alice, come si può vedere da questo breve passaggio, il Narratore è non solo inutile, ma controproducente. Non diverte e prende regolarmente a calci il lettore per tenerlo fuori dalla storia.
    È stata una scelta consapevole di Dimitri? Può darsi, ciò non toglie che è un fastidioso errore. Anche rapinare una banca è una scelta consapevole, ma se ti beccano si dimostra un grosso sbaglio.

Il professore aveva altre intenzioni.

  • Perché, se non lo si specifica, il lettore potrebbe pensare che il professore sessantenne abbia deciso di diventare Cavaliere.
Il combattimento era finito da poco. Lui era riuscito a strisciare dentro. Ora si trovava in un atrio in penombra: l’unica luce proveniva da una lampada a gas che dondolava al centro della stanza. La ragazzina era qui da qualche parte: il suo manager l’aveva abbracciata, le aveva palpato il culo, e se l’era trascinata dietro.

Lui era riuscito a strisciare dentro.

  • I vari “riuscire a” sono quasi sempre pleonastici: se il personaggio fa qualcosa è sottointeso che sia riuscito a farla. Nel caso specifico non si capisce l’enfasi: la porta non è sorvegliata, dunque che difficoltà dovrebbero esserci a sgusciare dentro? Il professore è riuscito a superare il potere intimidatorio di un cartello? Eroe!
Solomon avanzò fino in fondo all’atrio. C’era un’altra porta, con lo stesso cartello. Aprì anche quella e si trovò in un lungo corridoio buio. S’incamminò con cautela serrando, nervoso, una mano sulla rivoltella carica.
  • Sarebbe più elegante rendere il “nervoso” con particolari concreti. Un’altra soluzione è toglierlo: se ti incammini con cautela serrando una mano sull’impugnatura della rivoltella, è chiaro che non sei tranquillo.

  • Lo stesso vale per la “cautela”: sarebbe più elegante descrivere i movimenti attenti del professore.
  • Abbiamo un personaggio punto di vista che procede con cautela ed è nervoso, si presume perciò che stia attento a ogni minimo dettaglio. Invece non c’è traccia di particolari interessanti: c’era una porta, c’era un corridoio, il corridoio era lungo e buio. Eh, bisogna proprio spendere 17 euro, da soli è difficile raggiungere questo grado di immaginazione fantastica.
Mentre avanzava sentì delle voci che si andavano facendo più nitide. Erano più versi che voci vere e proprie: gemiti, un uomo e una donna. I gemiti dell’uomo erano duri, quelli della donna disperati. Solomon arrivò a una porta socchiusa.
Con estrema lentezza allungò la testa per guardare oltre. Vide il corpo di una ragazzina, nudo, di spalle: la combattente di poco prima. Era incatenata al muro con pesanti anelli di ferro che le stringevano polsi e gambe.
Un uomo con la faccia da faina – il suo manager – la stava penetrando da dietro. In una mano stringeva un grosso chiodo. Lo usava per graffiare a sangue la schiena della ragazzina, seguendo il movimento di bacino.

Mentre avanzava sentì delle voci che si andavano facendo più nitide.

  • Il “sentì” è pleonastico: il punto di vista adesso è ben saldo con il professore, se ci sono delle voci è perché lui le sente.

Vide il corpo di una ragazzina, nudo, di spalle: la combattente di poco prima.

  • “Vide”: stesso discorso del sentì poco sopra. Comunque qui voglio sottolineare che il professore vede la ragazzina di spalle.

Un uomo con la faccia da faina – il suo manager – la stava penetrando da dietro. In una mano stringeva un grosso chiodo. Lo usava per graffiare a sangue la schiena della ragazzina, seguendo il movimento di bacino.

  • No. Se il professore vede la ragazzina di spalle, il manager non la sta penetrando da dietro. Altrimenti il corpo del manager coprirebbe la ragazzina (il manager sarà ben più grosso di una magrissima ragazzina di otto anni, contando anche che ha avuto la forza di trascinarla). E ancora, se il professore è alle spalle della coppia ragazzina-manager, non può vedere la faccia da faina del manager. Queste frasi hanno senso solo se il professore vede la coppia di profilo, non di spalle.

  • L’abuso dell’imperfetto dà la sensazione che la situazione sia raccontata, nonostante non manchino i dettagli concreti. Questo perché le azioni sono strascicate nel tempo, non è chiaro quando comincino e quando finiscano. Non siamo qui e ora, siamo in punto distante dallo svolgersi dell’azione, con il filtro del ricordo che appanna la visione. Più interessante sarebbe stato concentrarsi sul singolo gesto: sul singolo graffio, sul singolo schizzo di sangue, sulla singola spinta del manager.
  • Notare infine che non è l’unico punto del romanzo dove Dimitri confonde il davanti con il didietro: a pagina 104-105, Alice vede sia gli inseguitori alle sue spalle, sia il bosco di fronte a sé. Senza voltarsi.

Faina
La faccia del manager. Anche qui noto somiglianze con i furetti

seguendo il movimento di bacino.

  • “seguendo il movimento del bacino” suona meglio.
In un lampo Solomon gli fu addosso. Gli puntò la pistola alla tempia.
  • Da questo particolare – gli puntò la pistola alla tempia, non alla nuca – sembra che appunto il professore sia di profilo rispetto alla coppia. D’altra parte, se fosse di profilo, il manager probabilmente vedrebbe con la coda dell’occhio il professore mentre apre la porta. Condensare le azioni/reazioni di entrambi i personaggi in quel “In un lampo” è scrittura sciatta.
Il manager si fermò. «Chi cazzo sei?»
«Libera la ragazza».
«Quale scuderia ti manda?»
Il professore aumentò la pressione della pistola. «Liberala».
Il manager indicò un mazzo di chiavi a terra, poco lontano dalle catene.
«Prendile» ordinò Solomon. «Molto piano».
E l’uomo con la faccia da faina dovette capire che lo sconosciuto non bluffava, perché fece piano davvero. Si abbassò, la canna della pistola che seguiva ogni suo movimento. Raccolse le chiavi. Aprì le serrature.

E l’uomo con la faccia da faina dovette capire che lo sconosciuto non bluffava, perché fece piano davvero.

  • Altra frase da tagliare senza danno. In più sposta il punto di vista al manager – per lui il professore è uno “sconosciuto” – spostamento fastidioso in cambio di? In cambio di niente.
La prigioniera, ancora stordita, si massaggiò i polsi. «Grazie…» farfugliò.
Solomon le tese la mano libera. «Vieni con me».
Senza pronunciare parola, la ragazzina gli si avvicinò.
«Siete morti» disse la faina. «Fottutamente, assolutamente, morti».
«Non credo» rispose con calma Solomon. Il suo indice si mosse sul grilletto.
«Se mi fai male, stronzo, la mia famiglia beccherà la tua scuderia, e…»
«Io non ho scuderia».
Il manager sgranò gli occhi.
Il professore sparò.
  • Ho barrato direttamente i frammenti inutili.
E poi le cose sono un po’ confuse. C’era abbastanza Vaporità nell’aria da far strippare un tossico… e comunque basta con questa noiosa storia-prima-della-storia, pensò. Tutto ha importanza, ma niente ne ha troppa. Arriviamo a tempi più recenti. All’inizio dell’ultima parte, quella cruciale. Quella che ci porta a ora e tutto il resto.
Cominciamo.
  • Paragrafo da tagliare. Non si può leggere: “e comunque basta con questa noiosa storia-prima-della-storia”. Se una parte è noiosa va riscritta finché non è più noiosa. Il fatto che il Narratore si sia accorto del problema è un’aggravante, non una giustificazione.

    L’idraulico viene a riparare la doccia. Fa il suo lavoro. Chiede 200 euro. Se ne va. Controllate la doccia e scoprite che ancora perde. Vi incazzate.

    L’idraulico viene a riparare la doccia. Fa il suo lavoro. Chiede 200 euro. Sulla soglia di casa dice: “Ah, la doccia ancora perde. Buongiorno.” Se ne va. Credo che vi incazziate molto di più.

    Se una scena è meno che brillante va riscritta. Punto e basta. Non sono tollerabili scene noiose. Non quando i romanzi li si vuole vendere.

  • Ora, questa scena è noiosa? Abbastanza. Per colpa della scarsa pulizia nella scrittura, ma soprattutto per colpa della scelta sbagliata del punto di vista.

    Dimitri ripete spesso: “Io voglio arrivare alla pancia dei lettori, gli altri organi non mi interessano.” O espressioni simili. Il che è corretto: la (buona) narrativa è un’esperienza viscerale, non intellettuale.
    Partendo da questo presupposto, volendo arrivare alla pancia dei lettori, quale punto di vista è il migliore?
    • Il Narratore onnisciente.
    • Il professore che guarda.
    • La ragazzina che prima combatte all’ultimo sangue e poi è violentata.
    La risposta giusta è la numero tre. Certo, scrivere la scena dal punto di vista della ragazzina è molto (ma proprio davvero molto come direbbe Dimitri) più difficile. D’altra parte sulla copertina di Alice non vedo un bollino che recita: “Romanzo con sole scene facili, sconto 20%”.

La fine

Sarei tentata di svelare il finale di Alice, ma non ho voglia. Non ho voglia di spendere centinaia di parole per poi sentirmi dire che va bene così perché è “fantasy”! Basti dire che Dimitri è messo peggio della Troisi quando crede che per tendere un arco non serva forza. E diosantissimo, pure Dimitri deve infilarci l’esercito di morti che non serve a niente per la trama!
Il mio consiglio è di non comprare Alice, nel caso lo trovaste ancora in libreria o pensaste di prendere l’ebook legale, e di non leggerlo neanche.
Dimitri, cercando di spacciare il romanzo di un suo amyketto, conclude che bisogna leggerlo “perché sì”; bene, Alice va buttato nel cassonetto perché sì.
UAU! Mi esprimo proprio come un autore pubblicato!

Questo era l’ultimo impegno che mi ero presa nei confronti di romanzi scritti da italiani. Continuerò a segnalarli qualora comparissero sulle reti P2P, ma non li recensirò più. A meno di trovare qualche testo sul serio affascinante e scritto bene. Non se ne vedono all’orizzonte, ma non si sa mai.

Giudizio:

Niente.  -4 Perché no!!!

Quattro Gamberi Marci: clicca per maggiori informazioni sui voti

Altre alici

alici in scatola
Mamma, mamma guarda: anch’io so fare i giochi di parole!

Ho letto Le avventure di Alice nel Paese delle Meraviglie quando ero bambina e non mi ha fatto né caldo né freddo. Ho gradito alcune trovate fantasiose ma per il resto lo ricordo come una mezza stupidata. Riletto in lingua originale qualche mese fa ho potuto apprezzarlo di più, ma nella sostanza il giudizio non cambia: è una storiella che lascia il tempo che trova e nulla più; è sciocco più che bizzarro e non fa ridere neppure per sbaglio. Attraverso lo specchio e quel che Alice vi trovò è anche peggio.
Per questo consiglio a chi volesse avvicinarsi ad Alice l’edizione commentata da Martin Gardner: The Annotated Alice: The Definitive Edition. Le note di Gardner al testo le ho trovate più interessanti del testo stesso. Tra l’altro si può scoprire perché certi passaggi erano divertenti per il pubblico dell’epoca mentre ora sono solo nonsense. Il libro è disponibile anche in italiano, l’editore è Rizzoli.

Copertina di The Annotated Alice: The Definitive Edition
Copertina di The Annotated Alice: The Definitive Edition

Dimitri non è il primo che trae ispirazione dalla storia di Alice. Tra le tante alici che sguazzano nel mare della letteratura, ne segnalo tre:

Icona di un gamberetto Automated Alice di Jeff Noon. Noon scrive una terza avventura di Alice: dopo il Paese delle Meraviglie e lo Specchio, Alice si trova a viaggiare avanti nel tempo fino a un Manchester del futuro in un universo parallelo molto più bizzarro del nostro. E proprio l’abbondanza di elementi bizzarri è quello che ho maggiormente apprezzato: siamo in pieno territorio della Bizarro Fiction, anche se il romanzo di Noon non è catalogato come tale. La scrittura è decente, e quando l’autore interviene in prima persona – entrando come personaggio nella storia – almeno è ironico.
Il romanzo è stato pubblicato in Italia con il titolo: Alice nel paese dei numeri. Però non consiglio di leggere questa edizione, perché il libro di Noon è infarcito di giochi di parole – in effetti molto più che l’Alice originale – e non credo sia stato possibile mantenerli in una traduzione. Può valere la pena leggerlo in inglese.

Copertina di Automated Alice
Copertina di Automated Alice

Icona di un gamberetto Come solo in inglese è disponibile Adolf in Wonderland di Carlton Mellick III. Qui Alice non è una bambina, ma un giovane Adolf Hitler, che, morso da un ragno nel mezzo del deserto, rimpicciolisce e viaggia in un Paese delle Meraviglie molto più strampalato dell’originale. Non manca una sorta di storia d’amore e anche in questa wonderland compare la sinestesia.
Non è il miglior romanzo di Mellick, è una spanna sotto opere come The Haunted Vagina o War Slut, lo stesso è una lettura piacevole. Mellick scrive in maniera pulita e trasparente, non fa sentire la propria presenza e lascia il lettore libero di baloccarsi con il bizzarro. Dimitri racconta di una realtà sempre mutevole, Mellick la mostra. Però avverto che i riferimenti all’Alice originale non sono molti, e questo potrebbe far storcere il naso a qualcuno.

Copertina di Adolf in Wonderland
Copertina di Adolf in Wonderland

Icona di un gamberetto Night of the Jabberwock di Frederic Brown invece è all’esatto opposto: si tratta di un romanzo infarcito di citazioni e riferimenti all’Alice originale, ma di per sé non è un’opera di narrativa fantastica. È infatti un giallo che racconta una movimentata notte di un giornalista di un piccolo giornale di provincia. Nel giro di poche ore il nostro eroe si troverà per le mani più notizie di quante ne pubblica di solito in un anno. Non svelo di più perché rovinerei la lettura. Non do neppure un giudizio perché non sono esperta di gialli, però posso dire che mi sono divertita a leggere e credo che gli appassionati di Alice apprezzeranno molto i rimandi alla storia di Carroll. In italiano è uscito con il titolo Tutto in una notte nella collana Il Giallo Mondadori.

Copertina di Night of the Jabberwock
Copertina di Night of the Jabberwock

E non sarei io se non chiudessi sputando sull’umile fatica di qualche autore: i romanzi della serie The Looking Glass Wars di Frank Beddor sono scritti in maniera ignobile, a livello del fantasy nostrano più becero; non leggeteli e statene lontani se mai dovessero tradurli.

Copertina di The Looking Glass Wars
Copertina di The Looking Glass Wars


Approfondimenti:

bandiera IT Alice nel Paese della Vaporità su Amazon.it
bandiera IT Alice nel Paese della Vaporità su iBS.it (edizione ebook)
bandiera IT Il sito ufficiale del romanzo
bandiera IT Il blog di Francesco Dimitri

bandiera EN Alice’s Adventures in Wonderland leggibile online presso il Project Gutenberg
bandiera IT Alice nel Paese delle Meraviglie leggibile online presso Wikisource

bandiera EN The Annotated Alice: The Definitive Edition su library.nu
bandiera IT The Annotated Alice: The Definitive Edition su Amazon.it
bandiera EN Automated Alice su library.nu
bandiera IT Automated Alice su Amazon.it
bandiera IT Adolf in Wonderland su Amazon.it
bandiera EN Night of the Jabberwock su library.nu
bandiera IT Night of the Jabberwock su Amazon.it

bandiera EN Scoiattoli volanti su Wikipedia

 

Scritto da GamberolinkCommenti (107)Lascia un Commento » feed bianco Feed dei commenti a questo articolo Questo articolo in versione stampabile Questo articolo in versione stampabile • Donazioni

La Bizzarra Starfish Girl

Copertina di Starfish Girl Titolo originale: Starfish Girl
Autore: Athena Villaverde

Anno: 2010
Nazione: Canada
Lingua: Inglese
Editore: Eraserhead Press

Genere: Bizarro Fiction, Fantasy Ittico
Pagine: 160

Starfish Girl, romanzo di esordio della giovane autrice canadese Athena Villaverde (non so se sia uno pseudonimo), rientra in quel sottogenere della narrativa fantastica che è la Bizarro Fiction. Per chi fosse a digiuno di questo sottogenere, segue una breve introduzione, gli altri possono saltare oltre.

1. Breve introduzione alla narrativa bizzarra.
2. Recensione di Starfish Girl.

Breve introduzione alla narrativa bizzarra

La Bizarro Fiction esiste da circa dieci anni, con la pubblicazione da parte della Eraserhead Press – casa editrice fondata nel 1999 da Carlton Mellick III – della prima serie di antologie e romanzi “bizzarri”: Some Things are Better Left Unplugged di Vincent W. Sakowski, SZMONHFU di Hertzan Chimera, The Kafka Effect di D. Harlan Wilson, Satan Burger di Carlton Mellick III, Shall We Gather at the Garden? di Kevin L. Donihe, e Skimming the Gumbo Nuclear by M. F. Korn.

Copertina di Satan Burger
Satan Burger di Carlton Mellick III, uno dei romanzi di Bizarro Fiction di maggior successo

Tuttavia la scelta del termine “Bizarro” per definire questo tipo di opere risale solo al 2005. Quell’anno le tre principali case editrici specializzate nel genere (Eraserhead Press, Raw Dog Screaming Press e Afterbirth Books) decisero che “Bizarro” era appunto un buon termine per indicare il genere di libri che pubblicavano.

Il sito di riferimento per la Bizarro Fiction, ovvero Bizarro Central, così definisce il Bizarro:

bandiera EN 1. Bizarro, simply put, is the genre of the weird.
2. Bizarro is literature’s equivalent to the cult section at the video store.
3. Like cult movies, Bizarro is sometimes surreal, sometimes avant-garde, sometimes goofy, sometimes bloody, sometimes borderline pornographic, and almost always completely out there.
4. Bizarro strives not only to be strange, but fascinating, thought-provoking, and, above all, fun to read.
5. Bizarro often contains a certain cartoon logic that, when applied to the real world, creates an unstable universe where the bizarre becomes the norm and absurdities are made flesh.
6. Bizarro was created by a group of small press publishers in response to the increasing demand for (good) weird fiction and the increasing number of authors who specialize in it.
7. Bizarro is like:

  • Franz Kafka meets John Waters
  • Dr. Suess of the post-apocalypse
  • Takashi Miike meets William S. Burroughs
  • Alice in Wonderland for adults
  • Japanese animation directed by David Lynch

bandiera IT 1. Il Bizarro, detto semplicemente, è il genere dell’assurdo.
2. Il Bizarro è l’equivalente letterario della sezione film cult del videonoleggio.
3. Come per i film cult, il Bizarro è qualche volta surreale, qualche volta avant-garde, qualche volta sciocco, qualche volta sanguinario, qualche volta al limite della pornografia e sempre fuori di testa.
4. Il Bizarro non punta a essere solo il genere dello “strano”, ma punta anche a essere un genere affascinante, intellettualmente stimolante e, soprattutto, divertente da leggere.
5. Il Bizarro spesso si basa su una certa logica da cartone animato che, quando applicata al mondo reale, crea un universo instabile dove il bizzarro diventa la norma e le assurdità acquistano concretezza.
6. Il Bizarro è stato creato da un gruppo di piccoli editori in risposta all’aumentare della domanda per la (buona) narrativa weird e al crescere degli scrittori specializzati in questo ambito.
7. Il Bizarro è come:

  • Franz Kafka incontra John Waters
  • Un Dr. Suess post-apocalittico
  • Takashi Miike incontra William S. Burroughs
  • Alice nel Paese delle Meraviglie per adulti
  • Animazione giapponese diretta da David Lynch.

* * *

Un’intervista alla direttrice della Eraserhead Press, Rose O’Keefe, chiarisce meglio i concetti. Riporto le domande e risposte più interessanti:

bandiera EN Q: Can you give me some short examples of typical Bizarro stories and what makes them Bizarro?
A: “Washer Mouth” by Kevin L. Donihe is about a washing machine who becomes human in order to follow his dream of becoming a soap opera star. “Sex and Death in Television Town” by Carlton Mellick III – a weird western where a band of hermaphrodite gunslingers have their last stand in a town where its citizens have televisions for heads. “Shatnerquake” by Jeff Burk is about every character that William Shatner has ever played enter our reality with one mission: hunt down and destroy the real William Shatner. Mykle Hansen’s “Help! A Bear is Eating Me!” is about a man trapped under his SUV in the middle of the wilderness, while he is slowly being eaten by a bear. “The Emerald Burrito of Oz” by John Skipp and Marc Levinthal. Not only is the world of Oz a real place, but it’s also a hot new tourist attraction! “The Haunted Vagina” by Carlton Mellick III is about the relationship problems that occur once a man discovers that his girlfriend’s vagina is a gateway to the world of the dead. “Ass Goblins of Auschwitz” by Cameron Pierce… On second thought, you probably don’t want to know what this one is about… But the true weirdness of these books is in all the odd little details.

bandiera IT D: Potresti indicare alcuni brevi esempi di una tipica storia di Bizarro Fiction e perché sarebbero Bizarro?
R: “Washer Mouth” di Kevin L. Donihe parla di una lavatrice che diventa umana per seguire il suo sogno di diventare una star delle soap opera. “Sex and Death in Television Town” di Carlton Mellick III – un weird western nel quale una banda di pistoleri ermafroditi affronta un ultimo combattimento in una città i cui abitanti hanno televisori al posto della testa. “Shatnerquake” di Jeff Burk parla di come ognuno dei personaggi interpretati da William Shatner penetri nella nostra realtà con una missione: cercare e distruggere il vero William Shatner. “Help! A Bear is Eating Me!” di Mykle Hansen parla di un uomo intrappolato sotto il suo SUV in mezzo a un bosco mentre è lentamente mangiato da un orso. “The Emerald Burrito of Oz” di John Skipp e Marc Levinthal. Non solo il mondo di Oz è un posto reale, ma è anche una nuova ed eccitante attrazione turistica! “The Haunted Vagina” di Carlton Mellick III parla dei problemi di coppia che nascono quando un uomo scopre che la vagina della sua ragazza è un portale per il regno dei morti. “Ass Goblins of Auschwitz” di Cameron Pierce… Ripensadoci, probabilmente non hai voglia di sapere di cosa parla… Ma la vera stranezza di questi libri è tutta nei piccoli dettagli.

Rose O’Keefe e Carlton Mellick III
Rose O’Keefe e Carlton Mellick III

Sulla differenza tra il Bizarro e la tradizionale narrativa fantastica:

bandiera EN Q: Pick your favorite non-Bizarro fantasy or science fiction story and give me an example of how it might have been different if written as a Bizarro story.
A: Many people say that science-fiction is weird fiction. But the thing is, most science-fiction has only a single weird element to the story. With bizarro, there are three or more. So to make a science-fiction story bizarro, two or more weird elements should be added.
Since my favorite science-fiction and fantasy stories already lean toward the bizarro side, I’ll just choose one that everyone’s familiar with:
Jurassic Park – the weird element for this that makes it science-fiction is that it is about a zoo for dinosaurs. So to add another weird element, I’d change the characters from a nice family of scientists to a group of pornographers who have broken into the park in order to film bestiality fetish porn with the dinosaurs. For a third weird element, I’d make it so that the act of having sex with these dinosaurs somehow gave the porn actors super powers. Right there, the story would be weird enough to be labeled bizarro. I’m not sure if it would be any good, but it would be bizarro.

bandiera IT D: Scegli la tua storia preferita fantasy o fantascienza non-Bizarro e fai un esempio di come sarebbe differente se scritta nell’ottica del Bizarro.
R: Molta gente pensa che la fantascienza sia narrativa weird. Ma il punto è che la gran parta delle storie di fantascienza hanno un solo elemento weird. Con il Bizarro, ce ne sono tre o di più. Perciò per rendere una storia di fantascienza Bizarro, bisogna aggiungere due o più elementi.
Dato che le storie di fantascienza e fantasy che preferisco tendono già molto al Bizarro, semplicemente sceglierò una storia che è familiare a tutti:
Jurassic Park – l’elemento weird, che rende la storia fantascienza, riguarda uno zoo per i dinosauri. Aggiungiamo un altro elemento di weird, cambierò i personaggi da un’allegra famigliola di scienziati a un gruppo di pornografi che hanno fatto irruzione nel parco per filmare video porno di zoofilia con i dinosauri. Per il terzo elemento weird, farò in modo che l’avere rapporti sessuali con i dinosauri in qualche maniera doni superpoteri agli attori porno. Ecco qui, la storia sarebbe weird a sufficienza per essere catalogata Bizarro. Non sono sicura sarebbe una buona storia, ma sarebbe Bizarro.

Naturalmente il fatto che le tradizionali storie di fantasy o fantascienza abbiano spesso un solo elemento “weird” (o semplicemente fantastico) è voluto: l’intera storia è costruita attorno a quell’elemento, e il realismo degli elementi di contorno serve per donare credibilità a quell’unico elemento fuori dal comune. Un meccanismo che già spiegava Lovecraft nelle Notes on Writing Weird Fiction.
Tuttavia non mancano tra i classici del fantastico opere con più di un elemento weird al fulcro della vicenda. Per esempio ne Il Giorno dei Triffidi (The Day of the Triffids, 1951) di John Wyndham gli elementi weird/fantastici cruciali sono due: lo strano fenomeno che rende l’intera popolazione cieca & la riottosità delle piante senzienti.

Copertina dell’edizione originale de Il Giorno dei Triffidi
Copertina dell’edizione originale de Il Giorno dei Triffidi

È interessante anche notare che nei romanzi meglio riusciti di Carlton Mellick III – di gran lunga il più bravo autore di Bizarro Fiction e in assoluto uno scrittore geniale – nonostante la sovrabbondanza di elementi weird non solo venga mantenuta la coerenza interna, ma le storie abbiano una loro verosimiglianza che rivaleggia con quella della narrativa fantastica più “tranquilla”.

Sul rapporto tra New Weird e Bizarro Fiction:

bandiera EN Q: Jeff and Ann VanderMeer are compiling an anthology of “The Weird,” and I’ve heard terms like The New Weird used to describe “weird” fiction for a while. How is Bizarro Fiction different from Weird Fiction, or is it?
A: New Weird and Bizarro might seem like similar genres, but they are actually quite different. A big thing that separates them is the audience. Not many readers of New Weird like bizarro and not many readers of Bizarro like New Weird. There is a little crossover, but not much. Bizarro is a genre of weirdness. People who buy bizarro are buying it for the sole reason that they want to read something weird. The kind of fiction that is too weird to be categorized anywhere else. These aren’t the same people who are buying New Weird. People buy New Weird because they want cutting edge speculative fiction with a literary slant. It’s kind of like slipstream with a side of weirdness. But bizarro readers want weirdness with a side of more weirdness.
Another thing that separates Bizarro and New Weird is that Bizarro leans toward the humorous low brow side. New Weird leans toward the literary high brow side. There is Bizarro that is smart and there is New Weird that is fun, but for the most part they are separated because bizarro is mostly for entertainment and New Weird shoots to be high art. At least higher art than bizarro.

bandiera IT D: Jeff e Ann VanderMeer stanno preparando un’antologia dedicata al “The Weird”, e da un po’ di tempo sento usare locuzioni come The New Weird per descrivere la narrativa “weird”. In che misura la Bizarro Fiction è differente dal New Weird, se c’è differenza?
R: New Weird e Bizarro possono sembrare generi simili, ma sono in effetti abbastanza differenti. Una grossa differenza sta nel pubblico. A non molti lettori di New Weird piace il Bizarro e a non molti lettori di Bizarro piace il New Weird. C’è una certa sovrapposizione, ma è limitata. Il Bizarro è il genere dell’assurdo. Le persone che comprano Bizarro lo comprano per la sola ragione che vogliono leggere qualcosa di assurdo. Un tipo di narrativa troppo weird per essere catalogata altrove. Non sono le stesse persone che comprano New Weird. Le persone comprano New Weird perché vogliono narrativa fantastica allo stato dell’arte con influssi letterari. Una sorta di slipstream con contorno di stranezza. Ma i lettori di Bizarro vogliono stranezza con un contorno di ancor più stranezza.
Un’altra cosa che separa Bizarro e New Weird è che il Bizarro tende verso il divertimento. Il New Weird tende verso l’alta letteratura. Esiste Bizarro colto e New Weird divertente, ma per la maggior parte i generi sono separati perché lo scopo del Bizarro è perlopiù l’intrattenimento, mentre il New Weird punta all’arte. O almeno a un’arte più elevata del Bizarro.

Non sono del tutto d’accordo. È vero che sotto la spinta di VanderMeer con le sue aspirazioni da scrittore “serio” di literary fiction il New Weird ha assunto un tono di pretenziosità, ma spesso è solo facciata.
Per accorgersene basta confrontare opere New Weird con opere di Bizarro Fiction. Per esempio se si accosta The Baby Jesus Butt Plug di Carlton Mellick III con The Situation di Jeff VanderMeer ci si può accorgere che l’atmosfera è simile e spesso persino i dettagli sono vicini.

Copertine della vecchia e della nuova edizione di The Baby Jesus Butt Plug
Copertine della vecchia e della nuova edizione di The Baby Jesus Butt Plug

Il protagonista di Mellick al lavoro:

bandiera EN After lunch, I find my cubicle has been overrun with thousands of green lemon bugs, crawling over each other and biting each other’s limbs off. I try sitting down and wiping them away, but there are too many of them. I stand up and tell them to go away, but green lemon bugs are the most disobedient of pests.
My manager pats me on the back, admiring the insects devouring my work station.
“Excellent, Joe,” he tells me. “Excellent, excellent work.”

bandiera IT Dopo pranzo, trovo il mio cubicolo invaso da migliaia di insetti verde limone, zampettano uno sopra l’altro e si staccano gli arti a morsi. Provo a sedermi e a spazzarli via, ma ce ne sono troppi. Mi alzo e dico loro di andarsene, ma gli insetti verde limone sono il genere più disobbediente di insetti.
Il mio manager mi dà una pacca sulla schiena, mentre ammira gli insetti che divorano la mia postazione di lavoro.
“Eccellente, Joe,” mi dice. “Lavoro eccellente, eccellente.”

Il protagonista di VanderMeer al lavoro:

bandiera EN I remember coming into one meeting with the Manager, holding the beetle I had just created in my office. It was emerald, long as hand, but narrow, flexible. It had slender antennae that curled into azure blue sensors on the ends, its shining carapace subdivided in twelve exact places. The beetle would fit perfectly in a school child’s ear and clicked and hummed its knowledge into them.

bandiera IT Mi ricordo di essere arrivato a una riunione con il mio Manager reggendo lo scarabeo che avevo appena costruito nel mio ufficio. Era smeraldo, lungo come una mano, ma affusolato, flessibile. Aveva antenne sottili che si incurvavano alle estremità in sensori azzurri, il carapace scintillante era diviso in dodici sezioni uguali. Lo scarabeo si sarebbe infilato perfettamente nell’orecchio di uno scolaro, e schioccando e ronzando gli avrebbe trasmesso la conoscenza.

E allo stesso modo un romanzo come War Slut, sempre di Mellick, potrebbe rientrare nel New Weird senza difficoltà. È vero che agli estremi del Bizarro ci sono opere così surreali e assurde da non somigliare a nessun romanzo considerato New Weird, ed è vero che tali opere non accontenterebbero la definizione di New Weird proposta da Jeff VanderMeer[1], tuttavia sono appunto gli estremi, non la maggioranza. La sovrapposizione tra New Weird e Bizarro è molto più ampia di quanto non sembri. E, parlando personalmente, mi piace leggere sia New Weird sia Bizarro; passo dall’uno all’altro e viceversa senza difficoltà.

Copertina provvisoria di The Weird
Copertina provvisoria per l’antologia The Weird curata dai coniugi VanderMeer. Di prossima pubblicazione

Un ultimo punto importante nell’intervista alla O’Keefe è il rapporto tra Bizarro e letteratura sperimentale:

bandiera EN Experimental fiction is weirdness of style. Bizarro fiction is weirdness of plot. Bizarro is not typically described as “high art,” whereas experimental fiction usually is or at least tries to be.

bandiera IT La letteratura sperimentale è stranezza nello stile. La Bizarro Fiction è stranezza negli avvenimenti. Il Bizarro non è tipicamente descritto come “arte alta”, mentre la letteratura sperimentale spesso lo è, o almeno prova a esserlo.

Che è la stessa posizione illustrata da Carlton Mellick III in questo articolo. Inoltre Mellick aggiunge (enfasi mia):

bandiera EN It is possible to write experimental fiction that is also bizarro fiction. That is when a book has a weird style as well as a weird plot. Some bizarro writers who can pull this off are Jeremy C. Shipp, Eckhard Gerdes, Steve Beard, and pretty much all of the bizarros published through Raw Dog Screaming Press. Some of these authors still have one foot (or a big toe) in the experimental scene, even though they are labeled bizarro. A couple of my books are on the experimental side as well (like Razor Wire Pubic Hair). However, in my opinion, bizarro works best when the unusual writing style doesn’t overwhelm the plot. Weird plots are why people read bizarro, so plot can’t take a backseat to the style.

bandiera IT È possibile scrivere narrativa sperimentale che sia anche Bizarro Fiction. Succede quando un libro ha uno stile strano oltre che una trama strana. Alcuni autori di Bizarro che ci riescono sono Jeremy C. Shipp, Eckhard Gerdes, Steve Beard, e più o meno tutti quelli pubblicati attraverso la Raw Dog Screaming Press. Alcuni di questi autori hanno un piede (o un alluce) nella scena della narrativa sperimentale, sebbene siano considerati autori di Bizarro. Anche un paio di miei libri tendono allo sperimentale (per esempio Razor Wire Pubic Hair). Tuttavia, secondo me, le opere di Bizarro funzionano meglio quando uno stile di scrittura inusuale non predomina sulla trama. Le persone leggono Bizarro per gli avvenimenti assurdi, la trama non deve passare in secondo piano rispetto allo stile.

Infatti lo stile di Mellick è molto “trasparente”, diretto e senza fronzoli. È importante sottolinearlo perché, specie in Italia, gli scrittori si nascondono dietro il paravento dello “sperimentale” per mascherare la loro ignoranza delle tecniche narrative. Sì, parlo con te, razza di pseudo scrittore che non sapevi neppure di aver scritto racconti di Bizarro Fiction finché io non te l’ho spiegato.

A proposito di Bizarro in Italia: a parte l’autore di cui sopra, che però scrive così male che è inutile perderci tempo, non c’è molto. L’unica opera tradotta è Help! A Bear is Eating Me! di Mykle Hansen. L’edizione italiana si intitola Missione in Alaska ed è stata pubblicata quest’anno da Meridiano Zero.
D’altra parte in Italia non si sente certo la mancanza di opere fantasiose e originali. Come spiega Luigi Briasco (ex editor per Fanucci e ora in Einaudi) in un’intervista a Il Giornale di qualche mese fa:

Ma il fantasy italiano, al di là del fatto che segua i modelli di una letteratura a formula, è di altissima qualità, richiede talento notevole ed è, senz’altro, meno seriale rispetto a quello anglosassone. Chi scrive, in Italia, è lettore di fantasy, ma poi sviluppa un suo percorso rispetto ai modelli internazionali.

Capito? Siamo noi gli originali. Proprio. La solita modesta proposta: se si cominciasse ad assumere gente che conosce il proprio mestiere? Sarebbe così brutto?

Copertina di Missione in Alaska
Copertina di Missione in Alaska

La trama di Help! A Bear is Eating Me! ruota intorno a un dirigente d’azienda intrappolato sotto il suo SUV in mezzo ai boschi dell’Alaska. Mentre un orso gli divora i piedi, il nostro eroe ricorda episodi della sua vita, ricostruisce i fatti che lo hanno condotto a quella triste situazione, si lancia in sconclusionati monologhi sui plantigradi.
Il romanzo è in prima persona e la voce narrante è quella di un personaggio che fa di tutto per suonare antipatico: è una persona che tiene solo al denaro e ai beni materiali; uno scansafatiche che rifila tutto il lavoro ai sottoposti e trova sempre qualche scusa per redarguirli; ha sposato una donna ricca e malata di cuore solo nella speranza che crepasse in fretta, in più la tradisce; è assuefatto a ogni genere di psicofarmaco. Lo stesso, via via che passano i giorni e diminuiscono le scorte di antidolorifici, si cominciano a prendere a cuore le sorti di questo tizio. In più la sua crescente ossessione per gli orsi dona alla narrazione una vena ironica che spesso sfocia nell’aperta risata. È ottimo humor nero.
Purtroppo, o per fortuna, a seconda dei gusti, Help! A Bear is Eating Me! è anche un romanzo molto poco Bizarro – per gli standard del Bizarro. Se si escludono gli ultimi capitoli, che vedono il protagonista ormai in preda alle allucinazioni, parliamo più di una commedia surreale che di Bizarro Fiction. Rimane una lettura divertente, non particolarmente rappresentativa del genere.

Se non si hanno difficoltà a leggere in inglese, consiglio i libri di Mellick: sono sempre opere di buon livello, anche quelle meno riuscite – c’è da aggiungere che Mellick scrive a un ritmo furibondo, ha pubblicato circa trenta volumi in dieci anni, e non sempre l’ispirazione è al massimo.
Per un approccio dolce al Bizarro propongo di Mellick il già citato War Slut e The Haunted Vagina. Opere di Bizarro ma non eccessivamente tali. Il primo in particolare potrebbe piacere a chi si avvicina al Bizarro partendo dalla fantascienza.

Copertine delle nuove edizioni di War Slut e The Haunted Vagina
Copertine delle nuove edizioni di War Slut e The Haunted Vagina

Un’altra buona scelta potrebbe essere quella del romanzo di cui parlerò adesso.

Recensione di Starfish Girl

In un futuro imprecisato, l’inquinamento ha reso la superficie terrestre inabitabile, costringendo gli ultimi sopravvissuti a rifugiarsi sotto una gigantesca cupola sottomarina. Solo che gli ultimi sopravvissuti non sono uomini, ma uomini-pesce: la storia è popolata da uomini-granchio, uomini-sogliola, uomini-piranha, donne-barracuda, e ogni altro genere di incroci. La protagonista, Ohime, è una ragazza quindicenne metà umana e metà stella marina. La sua compagna di avventure, la spietata assassina Timbre, è una donna-anemone.
Come se non bastasse, quasi tutti gli uomini-pesce sono dotati di impianti biomeccanici, perché sostituire parti del proprio corpo con corrispettivi meccanici è l’unica soluzione per arginare l’infezione da alga gialla, una misteriosa malattia che rende pazzi. Così l’uomo-squalo è anche dotato di sega circolare al posto della pinna dorsale, e l’uomo-granchio ha chele robotiche.
L’autrice dipinge uno scenario molto colorato, in stile anime. Pensate a Finding Nemo o ancora meglio al recente Ponyo di Miyazaki, anche se l’atmosfera è più oscura e adulta. È uno scenario molto diverso da quello tradizionalmente associato agli uomini-pesce: non ci sono quasi tracce di Lovecraft e del suo classico racconto “La maschera di Innsmouth” (“The shadow over Innsmouth”, 1936).

La cupola sottomarina dell’acquario di Seattle
La cupola sottomarina dell’acquario di Seattle

La storia inizia con Ohime che vestita nel suo abitino in stile gothic lolita, pieno di fiocchi e nastrini, si avvia saltellando a cercare “brave persone” (“nice people”) come le hanno raccomandato i genitori prima di morire. Purtroppo di brave persone non ne incontrerà tante, farà invece la conoscenza con ogni genere di feccia. Ma Ohime, armata di inguaribile ottimismo, non si darà per vinta e proseguirà nella sua missione.
Prima di trovare abbastanza brave persone, e prima che si sappia perché deve trovarle, Ohime dovrà anche affrontare il malvagio Dr. Ichii che ha elaborato un piano diabolico per divenire il padrone dell’intera cupola. Meno male che ad aiutare Ohime giungerà Timbre, assassina di professione ma con il classico cuore d’oro – o quasi.
In effetti i protagonisti sono stereotipati (anche se Ohime rivelerà delle sorprese), ma non l’ho trovato un grosso difetto, contando che la storia è una classica storia di viaggio e avventura, e il divertimento nasce più dalle scene d’azione e di pericolo che non dall’interazione tra i personaggi.
Più fastidioso è che la vicenda si dipani in maniera un tantino troppo lineare e prevedibile. La storia si segue piacevolmente, ma un colpo di scena o due non avrebbero guastato. Inoltre ci sono almeno due buchi nella narrazione che si potevano evitare con poco sforzo.
Mostra i buchi nella trama ▼

La narrazione si svolge in terza persona alternando i punti di vista di Ohime e di Timbre. Purtroppo non sempre l’autrice gestisce il punto di vista in maniera salda, e qualche volta si scivola nella testa di altri personaggi senza preavviso, con il risultato di rendere difficoltosa la lettura. Altre volte fa capolino un altrettanto fastidioso narratore onnisciente. Per esempio, verso la fine:

bandiera EN Just before he can shove the sword through Timbre’s back, one of the giant snail tentacles reaches down from the ceiling and grabs him. It coils him up, suctioning his body, and then pulls him out the building. His screams fade away into the distance. Timbre doesn’t even realize he is there.

bandiera IT Appena prima che lui [uomo-pescespada] possa trapassare la schiena di Timbre con la spada, uno dei tentacoli della lumaca gigante scende dal soffitto e lo afferra. Il tentacolo si attorciglia intorno a lui, aderisce al suo corpo, e lo strappa fuori dall’edificio. L’urlo dell’uomo sfuma in lontananza. Timbre non si accorge neanche che era lì.

Ma se Timbre, punto di vista, non si accorge di niente, è ovvio che questo passaggio è inutile, e allontana il lettore dall’immedesimazione con il personaggio nel pieno di una sequenza d’azione.
Per fortuna di errori così evidenti non ce ne sono molti, e in generale lo stile è tra il decente e il buono. La storia è quasi sempre mostrata e abbondano i dettagli concreti, spesso deliziosamente ittico-bizzarri.
Un’ulteriore revisione sarebbe stata gradita ma già così il livello della scrittura è sufficiente. La Villaverde non brilla per stile, ma si lascia leggere senza difficoltà.

Data la lunghezza e la chiara ispirazione “animosa” si potrebbe accostare Starfish Girl alle light novel giapponesi; ma, nonostante le somiglianze, secondo me il romanzo della Villaverde rimane un’opera fondamentalmente occidentale. Utilizza diversi elementi degli anime, ma in una struttura occidentale. Un po’ quello che succede con il romanzo (in verità più racconto lungo) di Mellick The Morbidly Obese Ninja: ci sono tutti gli elementi di un anime con i ninja, lo stesso si capisce subito che non è stato scritto da un giapponese. In ogni caso consiglio la lettura anche del ninja morbosamente obeso; non è una delle opere migliori di Mellick, ma lo stesso ha un suo perché.

Copertina di The Morbidly Obese Ninja
Copertina di The Morbidly Obese Ninja

Naturalmente se si fa parte di quella frangia per cui ogni cosa che puzza di manga, anime o Giappone fa schifo a prescindere, sia Starfish Girl sia The Morbidly Obese Ninja risulteranno rivoltanti. Se la pensate così c’è sempre il Sincero Consiglio, la soluzione a ogni vostro problema.

Starfish Girl è un buon romanzo; non credo valga i 10 dollari circa del cartaceo, ma può valere la pena leggerlo, specie se l’ambientazione incuriosisce o se si vuole iniziare a esplorare la Bizarro Fiction. Se fosse venduto in eBook a 1-2 dollari sarebbe stato il prezzo ideale. Non è così, ma c’è sempre il PDF pirata, e se poi vi piace tanto da pagare il prezzo pieno, buon per la Villaverde.
L’inglese è semplice, tranne i nomi di alcuni pesci esotici. C’è una buona dose di violenza, ma a differenza di altre opere di Bizarro non si scade mai nel gore o nel grottesco. Tuttavia un paio di scene di sesso & cannibalismo potrebbero turbare i più sensibili – la prima delle due ha anche l’aggravante di essere una scena gratuita e senza rilevanza per la trama.

Segnalo infine che l’autrice ha scritto anche un racconto intitolato “Clockwork Girl” e lo di può trovare nell’antologia The Bizarro Starter Kit (purple).

Copertina del The Bizarro Starter Kit (purple)
Copertina del The Bizarro Starter Kit (purple)

* * *

note:
 [1] ^ La definizione di New Weird proposta da Jeff VanderMeer nel saggio The New Weird: “It’s Alive?” che apre l’antologia The New Weird è la seguente:

bandiera EN New Weird is a type of urban, secondary-world fiction that subverts the romanticized ideas about place found in traditional fantasy, largely by choosing realistic, complex real-world models as the jumping off point for creation of settings that may combine elements of both science fiction and fantasy. New Weird has a visceral, in-the-moment quality that often uses elements of surreal or transgressive horror for its tone, style, and effects — in combination with the stimulus of influence from New Wave writers or their proxies (including also such forebears as Mervyn Peake and the French/English Decadents). New Weird fictions are acutely aware of the modern world, even if in disguise, but not always overtly political. As part of this awareness of the modern world, New Weird relies for its visionary power on a “surrender to the weird” that isn’t, for example, hermetically sealed in a haunted house on the moors or in a cave in Antarctica. The “surrender” (or “belief”) of the writer can take many forms, some of them even involving the use of postmodern techniques that do not undermine the surface reality of the text.

Non sto a tradurla e ad analizzarla perché ne riparlerò in futuro, magari in un articolo dedicato.


Approfondimenti:

bandiera EN Bizarro Central
bandiera EN Bizarro Fiction su Wikipedia
bandiera EN Il sito della Eraserhead Press
bandiera EN Il sito di Carlton Mellick III

bandiera EN Starfish Girl su library.nu
bandiera IT Starfish Girl su Amazon.it
bandiera EN Satan Burger su library.nu
bandiera IT Satan Burger su Amazon.it
bandiera EN The Bizarro Starter Kit (Orange) su library.nu (include The Baby Jesus Butt Plug)
bandiera IT The Baby Jesus Butt Plug su Amazon.it
bandiera EN Help! A Bear is Eating Me! su library.nu
bandiera IT Missione in Alaska su Amazon.it
bandiera EN War Slut su library.nu
bandiera IT War Slut su Amazon.it
bandiera EN The Haunted Vagina su library.nu
bandiera IT The Haunted Vagina su Amazon.it
bandiera EN The Morbidly Obese Ninja su library.nu
bandiera EN The Morbidly Obese Ninja su Amazon.com
bandiera EN The Bizarro Starter Kit (purple) su library.nu (include “Clockwork Girl”)
bandiera IT The Bizarro Starter Kit (purple) su Amazon.it (include “Clockwork Girl”)

 

Giudizio:

Stile decente e scorrevole. +1 -1 Ma non privo di alcuni fastidiosi errori.
Trama e personaggi sono adeguati per il tipo di storia. +1 -1 Ma si poteva fare meglio.
Ottima ambientazione bizzarro-ittica. +1 -1 Un paio di buchi logici nella narrazione.
Ho apprezzato l’aspetto “animoso” della vicenda. +1

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Scritto da GamberolinkCommenti (79)Lascia un Commento » feed bianco Feed dei commenti a questo articolo Questo articolo in versione stampabile Questo articolo in versione stampabile • Donazioni

Cercando il meraviglioso nei posti sbagliati

Copertina di In Search of Wonder Titolo originale: In Search of Wonder: Essays on Modern Science Fiction
Autore: Damon Knight

Anno: 1967 (seconda edizione)
Nazione: U.S.A.
Lingua: Inglese
Editore: Advent Publishers

Genere: Critica letteraria, recensioni sarcastiche
Pagine: 306

Nessuno pretende che un autore pieno di impegni spenda anni in ricerche per scrivere un romanzetto commerciale; ma se per documentarsi occorrono meno di cinque minuti, credo che il lettore abbia diritto almeno a questo.

Chi parla così? La solita Gamberetta acida e invidiosa? No, Damon Knight sessanta anni fa, recensendo il romanzo di fantascienza di Ken Crossen La rivoluzione del 1990 (Year of Consent, 1954).

Un altro estratto dalla recensione:

bandiera EN The writing itself incorporates every beginner’s mistake known to man. The hero-narrator describes himself while looking in the equivalent of a mirror. He asks or answers impossibly stupid questions in order to communicate background material to the reader. His confederates act in a manner only possible to clairvoyants or maniacal hunch-players, and get away with it. And —please notice this battered, inside-out echo of Nineteen Eighty-Four—the hero betrays himself in an apartment which he knows to be wired.
The dialogue between the hero and heroine has to be seen to be believed; I have watched a few TV soap-operas lately, and they haven’t been this bad. After the usual chase, hero gets his choice of being shipped off to Australia with girl just as the revolution is about to start, or sticking around to do sixteen jobs nobody else can handle. He picks Australia, but has a change of heart at the last moment, and makes a speech this long about it … I can’t go on.

bandiera IT La scrittura incorpora ogni possibile errore che un principiante possa commettere. Il protagonista-narratore si descrive mentre si guarda nell’equivalente di uno specchio. Chiede o risponde a domande assurdamente stupide solo per imboccare il lettore con informazioni sull’ambientazione. I suoi complici agiscono in maniera possibile solo a chiaroveggenti o a chi si affidi in maniera maniacale alle intuizioni; e va loro sempre bene. E – per piacere notare il triste eco di 1984 – l’eroe si tradisce in un appartamento che sa essere sotto controllo.
Il dialogo tra l’eroe e l’eroina è roba da non crederci; ho visto alcune soap opera in TV ultimamente, e i dialoghi non erano scritti così male. Dopo il consueto inseguimento, l’eroe ha la possibilità di scegliere tra l’essere spedito in Australia con la sua ragazza, proprio alla vigilia della rivoluzione, oppure rimanere per svolgere sedici missioni diverse che nessun altro può portare a termine. Scegli l’Australia, ma ha una crisi di coscienza all’ultimo momento e fa un monologo così lungo per spiegarlo… e non ce la faccio a proseguire.

Capisco molto bene la frustrazione di Knight. Non so se sarebbe felice di sapere che sessanta anni dopo non è cambiato molto. Ancora si pubblicano romanzi di narrativa fantastica pieni di dialoghi inverosimili, situazioni idiote e con il protagonista che si descrive allo specchio (Elena P. Melodia, fai ciao con la manina!).
Viene da chiedersi se la “critica” serva a qualcosa. Ne parlerò più avanti.

Copertine di La rivoluzione del 1990 / Year of Consent
Copertine di La rivoluzione del 1990 / Year of Consent

Prima un passo indietro. Il libro dal quale ho tratto la recensione di cui sopra è In Search of Wonder: Essays on Modern Science Fiction, un volume del 1956 che raccoglie recensioni e saggi di Knight apparsi sulle riviste di fantascienza dell’epoca.
Di In Search of Wonder sono uscite diverse edizioni, io ho letto la seconda, del 1967.

Per chi non lo conoscesse, Damon Knight (1922 – 2002) è stato uno scrittore di fantascienza americano, noto soprattutto per i suoi racconti. Uno per tutti, il divertente: “To serve man” da cui è stato tratto un episodio de Ai Confini della Realtà dal titolo “Servire l’uomo”.
Knight ha anche scritto un manuale dedicato alla narrativa breve: Creating Short Fiction (1981).

Ma vista la mia passione per il weird, consiglio di dare un’occhiata all’ultimo romanzo di Knight, scritto qualche anno prima di tirare le cuoia: Messaggi per la mente (Humpty Dumpty: An Oval, 1996).

La trama di Messaggi per la mente vede il protagonista, Wellington Stout, che si risveglia in ospedale: gli hanno sparato alla testa e non è stato possibile estrarre il proiettile. Non sembra però che avere un proiettile conficcato nel cervello abbia particolari effetti collaterali. O sì?
Fatti sempre più inquietanti e incomprensibili capitano intorno a Stout. Forse è impazzito o forse la realtà sta andando a catafascio. Non ha importanza, quello che importa è il susseguirsi di situazioni assurde e surreali, tra alieni, strane creature e una società segreta di Dentisti.
Per certi versi Messaggi per la mente può essere considerato un antesignano della Bizarro Fiction. Dettaglio curioso: la prima parte del romanzo è ambientata in Italia, a Milano.

Copertina di Messaggi per la mente / Humpty Dumpty: An Oval
Copertine di Messaggi per la mente / Humpty Dumpty: An Oval

Ho letto In Search of Wonder con un misto di divertimento e tristezza. Divertimento perché Knight recensisce con molta ironia e altrettanta onestà, senza guardare in faccia a nessuno – e quando tira in ballo il critico letterario del Time, colpevole di parlare di fantascienza con superficialità, non si fa scrupolo a dargli dell’idiota.
Pensate che scandalo: Knight ha dato dell’idiota a un collega non da un blog di invidiosoni, ma dalle pagine di un volume rilegato con copertina rigida! Ai mentecatti del “si può esprimere qualunque opinione basta essere educati” verrà un accidente.

La tristezza nasce dal constatare che tanta passione è servita a poco. Gli errori che rileva Knight si ripetono libro dopo libro, le becere strategie commerciali delle case editrici non cambiano di una virgola, la qualità rimane bassissima. Negli anni ’50 come oggi. E alla fine, quando una rivista rifiuta di pubblicare una sua recensione, Knight si stufa e smette di scrivere recensioni.

Parlando di becere strategie commerciali, così Knight conclude la sua recensione alla mediocre antologia di Roger Lee Vernon The Space Frontiers (1955):

bandiera EN Again, this book is not so bad if you only take the space-opera out of it: but Signet [l’editore] appears to think that the space-opera is what makes it worth having: title, cover design and blurbs all support this idea.
What I am afraid of is that Signet might be right. This kind of ignorant nonsense ought to be well adapted to the existing mental set of a reader to whom “space,” “planets,” “galaxies,” are all words without any specific meaning, conveying nothing but a vague feeling of “out there.” If so—if there is a vast untapped audience of unsophisticated (and uneducated) science fiction readers just waiting to be fed—then we may expect to see an immediate mushroom-growth of Vernons… out of whom, in another twenty years, a little coterie of polished science fiction writers will evolve, to sit and wonder why their stuff doesn’t sell.
What a nightmare! Thank heaven I don’t believe it for a moment!

bandiera IT Ribadisco, questo libro non sarebbe così male se si togliesse la space-opera; ma Signet [l’editore] sembra pensare che invece proprio la space-opera renda il volume degno di essere comprato: titolo, copertina e blurb supportano questa convinzione.
Quello che temo è che Signet abbia ragione. Questo genere di idiozia senza senso potrebbe essere ben adatta per il livello mentale di un lettore per il quale “spazio”, “pianeti”, o “galassie” sono parole senza un significato preciso, che semplicemente comunicano un vago senso di “là fuori”. Se è così – se esiste un vasto pubblico di lettori di fantascienza poco sofisticati (e poco educati in materia) pronto a essere imboccato – allora possiamo aspettarci un fiorire di autori come Vernon… in mezzo ai quali, tra un vent’anni, potrebbe emergere una piccola schiera di scrittori di fantascienza decenti, che si domanderanno perché le loro opere non vendono.
Che incubo! Grazie al cielo non ci ho creduto neanche per un momento!

In America, nella prima metà degli anni ’50, c’è un boom della fantascienza. Un po’ come succede adesso con il fantasy. Gli editori come si comportano? Buttando fuori libri mediocri uno dopo l’altro; libri pensati per un pubblico ignorante, libri che si spera di vendere non perché belli, ma perché titolo, copertina e hype sono studiati per affascinare i gonzi.

Copertina di The Space Frontiers
Copertina di The Space Frontiers

Negli anni ’50 si impilavano sacchi e sacchi di spazzatura pieni di astronavi, galassie, e pianeti, il “là fuori”; adesso è la volta di elfi, vampiri e maghetti: il concetto non cambia. Signet non punta a costruire un pubblico, punta a sfruttare la moda. La montagna di letame travolgerà anche le opere buone? Contribuirà ad allevare una generazione di lettori incapace di distinguere un bravo scrittore da un imbrattacarte? Meglio!

Le case editrici non vogliono che la gente legga con regolarità. Non vogliono un pubblico competente. Vogliono una massa di diversamente furbi pronta a seguire la moda e a farsi accalappiare da una copertina sbrilluccicosa, modello selvaggio con le perline.

Come spiega Sandrone Dazieri – editor Mondadori e scopritore del “talento” di Licia Troisi – in una vecchia intervista su Repubblica:

Un romanzo per giovani adulti è quello che pone al centro della storia la figura di un adolescente che affronta l’amore, la morte, il sesso: sia in forma realistica che metaforica. Chi si rispecchia nell’eroe legge le sue avventure anche se non è un frequentatore di librerie: le vendite della letteratura per young adult sono così visibili perché si devono a un pubblico che abitualmente non si muove.

Che è la stessa strategia di Signet: rivolgersi al pubblico che non frequenta le librerie, che abitualmente non si muove. Il pubblico cerebroleso che non distingue un pianeta da una galassia e che compra un romanzo se in copertina vede una mezzelfa in abiti discinti o un vampiro che brilla.
Ci sarebbe da chiedersi se non sarebbe più vantaggioso rivolgersi invece al pubblico che divora cento libri all’anno: certo parliamo di una minoranza, ma ognuno di questi acquista più libri in sei mesi di un non-frequentatore-di-librerie in tutta la sua vita.
Ma rivolgersi a un pubblico appassionato implica offrire un prodotto valido: troppa fatica! E se davvero si introducessero dei criteri qualitativi, l’industria editoriale andrebbe a farsi friggere. Perché raramente (mai?) lo scopo di un editore è pubblicare buoni libri. Lo scopo di un editore è lucrare, fare favori agli amici, promuovere le idee a lui congeniali. Il valore artistico delle opere non interessa.

E il bello è che io posso sbraitare finché voglio ma non inciderò sulle vendite neanche per una manciata di volumi. Infatti, per definizione, gli editori non si stanno rivolgendo a un pubblico informato. Lo mettono già in conto che chi non è sprovveduto eviterà certe schifezze. Non gliene frega niente, ci sarà sempre nuovo pubblico semi analfabeta pronto per essere fregato.
Un’industria che si basa sull’ingenuità dei clienti. Un’industria che scientemente sfrutta, senza scrupoli, l’ignoranza altrui. E poi gli editori vengono a cianciare di “cultura” e a piagnucolare e a chiedere agevolazioni e aiuti statali. Cari editori, dovete morire di fame.[1]

coniglietto-fatina
Per compensare lo schifo dell’editoria ci vorrebbe l’immagine di un coniglietto. O di una fatina. O di un coniglietto-fatina!

Leggendo il libro di Knight, mi sono resa conto che in fondo non c’è molta differenza tra il mercato anglosassone e il nostro. Le logiche sono le stesse.
Dunque come si spiega il fatto che il livello medio anglosassone, per quanto riguarda la narrativa fantastica, sia molto più alto del nostro?
Secondo me è soprattutto questione di numeri e di tradizione. Ci sono molti più scrittori in lingua inglese e c’è una tradizione nello scrivere questo genere di opere. E a scuola non si viene rimbecilliti con I Promessi Sposi.[2]

L’altra differenza che noto tra l’estero e l’Italia – differenza che però, sottolineo, non so quanto incida – è il diverso approccio alla critica. Damon Knight è onesto. Anche quando parla dei suoi amyketti – come James Blish, con il quale collaborerà alla stesura di Var, l’alieno (VOR, 1958) –, mantiene il senso della misura.
Quando c’è da elogiare elogia e quando c’è da bastonare bastona.
A Knight non piace il ciclo della Fondazione di Asimov e lo dice senza mezzi termini; esalta i primi romanzi di Philip K. Dick, ma non ha problemi a dire che i racconti invece sono solo boiate commerciali; massacra il povero A. E. Van Vogt e non ha parole tenere per John Wyndham e il suo I figli dell’invasione (The Midwich Cuckoos, 1957).
Quando discute di Richard Matheson – Richard Matheson, non Licia Troisi – tra l’altro scrive:

bandiera EN Like most of his literary generation, he has no sense of plot; in each story he puts together a situation, carries it around in circles until he gets tired, then introduces some small variation and hopefully carries it around some more, like a man bemused in a revolving door. His stories sometimes reach their goal by this process, but only, as a rule, when there is no other possible direction for the story to take; more often they wind up nowhere, and Matheson has to patch on irrelevant endings to get rid of them.

bandiera IT Come molti della sua generazione letteraria, non ha alcun senso della trama; in ognuno dei racconti costruisce una situazione, la fa girare in tondo finché non si stanca, a quel punto introduce una piccola variazione e fa girare la storia ancora un altro po’, come qualcuno compiaciuto da una porta girevole. I suoi racconti ogni tanto raggiungono il loro scopo in questa maniera, ma capita solo quando non c’erano alternative; più spesso i suoi racconti non vanno da nessuna parte, e Matheson deve cucire finali irrilevanti per liberarsene.

E Knight non è più tenero con i romanzi di Matheson: Io sono leggenda (I Am Legend, 1954) è aspramente criticato per l’ingenuità delle spiegazioni pseudo-scientifiche; Tre millimetri al giorno (The Shrinking Man, 1956), che secondo Knight è stato scritto con poca cura e scarso rispetto per il lettore, è ridicolizzato per i grossolani errori di calcolo. La recensione così si conclude:

bandiera EN The rest of the book, like much of Matheson’s work, is a dismal interior monologue, endlessly reflecting the author’s own stream of consciousness at its most petty and banal.

bandiera IT Il resto del libro, come molte delle opere di Matheson, è un’orribile monologo interiore, che rispecchia di continuo il flusso di coscienza dell’autore stesso ed è per lo più insignificante e banale.

Dopodiché Knight si chiede come mai i diritti cinematografi di un libro così brutto siano stati venduti prima ancora della pubblicazione, e si domanda perché non possano invece avere successo opere più meritevoli.

Copertine di Tre millimetri al giorno / The Shrinking Man
Copertine di Tre millimetri al giorno / The Shrinking Man

Ma forse Knight è il solito maleducato invidioso che non capisce l’Arte. Be’, sentite il giudizio di Thomas M. Disch su Ray Bradbury – ancora, Ray Bradbury, da alcuni considerato il più grande scrittore di fantascienza di tutti i tempi, non Licia Troisi:

bandiera EN His sense of humor doesn’t operate on both sides of the generation gap; his horrors are redolent of Halloween costumery; his sentimentality cloys; his sermons are intrusive and schoolmarmish; he is uninformed and undisciplined. He is an artist only in the sense that he is not a hydraulic engineer.

bandiera IT Il suo senso dell’umorismo non funziona su entrambe le sponde del salto generazionale; i suoi orrori hanno l’aspetto dei costumi di Halloween; il suo sentimentalismo dà la nausea; i suoi sermoni sono intrusivi e degni di una maestrina; è ignorante e indisciplinato. È un artista solo nel senso che non è un ingegnere idraulico.

È un artista solo nel senso che non è un ingegnere idraulico, che non mi sembra tanto lontano dall’augurare a Bradbury di darsi all’ippica. D’altra parte poco prima Disch ha spiegato che i racconti di Bradbury li potrebbe scrivere un ragazzino undicenne non troppo sveglio, dandogli abbastanza tempo.

E come fanno Knight e Disch ad arrivare ai loro giudizi? Prendono i testi di partenza e citano passaggi rilevanti per le loro tesi. Per esempio – esempio, cioè uno dei tanti – nel caso di Disch/Bradbury:

bandiera EN Consider this description (from “The Night” [un racconto dell’antologia The Stories of Ray Bradbury]): “You smell lilacs in blossom; fallen apples lying crushed and odorous in the deep grass.” Ordinarily apples don’t fall when lilacs blossom, but in Bradbury’s stories it’s always Anymonth in Everywhereville. His dry-ice machine covers the bare stage of his story with a fog of breathy approximations. He means to be evocative and incantatory; he achieves vagueness and prolixity.

bandiera IT Considerate questa descrizione (da “The Night” [un racconto dell’antologia The Stories of Ray Bradbury]): “Senti il profumo dei lillà in fiore; le mele cadute giacciono schiacciate e odorose nell’erba alta.” Normalmente le mele non cadano quando i lillà fioriscono, ma nei racconti di Bradbury è sempre un-mese-qualunque nel paese-da-qualche-parte. La sua macchina per il ghiaccio secco ricopre il disadorno palcoscenico dei suoi racconti con una densa nebbia di approssimazioni. Bradbury pensa di essere evocativo e “magico”, ottiene di essere vago e prolisso.

Questo è anche l’unico modo serio per discutere di narrativa: si prende un testo e lo si analizza in base a una serie di criteri. Criteri tecnici, non di amicizia o di convenienza.

Copertina di On SF
Copertina di On SF di Thomas M. Disch, libro dal quale sono tratte le citazione di cui sopra

Forse se anche in Italia si diffondesse una mentalità del genere ne avremmo un guadagno. Ma la vedo dura. Sembra che da noi si debba sempre parlare di politica o di chissà quali sbrodolamenti pseudo filosofici. Sporcarsi le mani con le parole è visto con disgusto. Si passa il tempo a disquisire se Heinlein è fascista, se Dan Simmons è razzista, se Tolkien è di destra o di sinistra, e non si entra mai nello specifico. Lo specifico sono i testi, non la mentalità degli autori.

E questo quando va bene. Normalmente la polemica letteraria non arriva neanche a quel livello misero, meglio discutere pregi e difetti del vestito di un’autrice mentre ritira un premio. E ci fosse qualcuno che dica: “Gente, sveglia! Un’autrice si può vestire come cavolo le pare non è quello il punto! Il punto è: come mai si sta premiando un romanzo scritto con i piedi?”
Per tacere degli spettacoli pietosi che vedono gli autori fare comunella per difendere l’indifendibile, come quel paio di scrittori mentecatti che hanno avuto il coraggio di trovare giustificazioni persino per l’inqualificabile Gli Eroi del Crepuscolo.

Ancora più scoraggiante è il fatto che non cambia mai niente.
Qualche tempo fa, mentre cercavo tutt’altro, mi sono imbattuta in un articolo di Repubblica intitolato: “Ragazzo prodigio, a 18 anni un romanzo da Feltrinelli”.
All’inizio ho pensato che fosse un nuovo autore, sulla scia appunto di Chiara Strazzulla, del Ghirardi, di quell’altro ragazzino che ha pubblicato i romanzi sui pirati per Mondadori e fenomeni da baraccone simili. Ma l’articolo era datato 21 gennaio 2003.

Ho indagato un po’ e ho scoperto che il “prodigio” si chiama Andrea Santojanni; a 17 anni impiega ben due mesi della sua vita per scrivere un romanzo, l’anno dopo viene pubblicato da Feltrinelli. Rilevante perché il romanzo è parzialmente di genere fantastico: da quel che ho capito è una storia d’amore ma con i due protagonisti che si scambiano i corpi, lo spirito di lui entra nel corpo di lei e viceversa.

Il romanzo si intitola Sono solo mostri e l’incipit è il seguente (via google books si può leggere qualche pagina in più):

Sabato ventisette marzo. Claudia saltò giù dal letto. In effetti erano le sei e mezza, e se non si fosse sbrigata avrebbe perso il pullman. E naturalmente avrebbe fatto tardi a scuola.
Ma mica questa è come la pubblicità delle merende del Mulino Bianco, dove alle sei del mattino c’è già un sole da spaccare le pietre, e si è già in forma, con il vestito elegante addosso. No! Qui stiamo parlando di gente comune. Gente mortale. Di una ragazza che si sveglia quotidianamente, [io invece mi alzo un giorno sì e uno no. N.d.G.] con il pigiamino tutto sgualcito, con tanto freddo corporale e con una confusione mentale da scandalo nazionale. E per di più era avvolta nelle tenebre della notte. E fuori dalla finestra non c’erano mica le rondini che volavano felici e spensierate. Assolutamente no! C’erano i corvi che volavano di tetto in tetto in cerca di una carogna. In cerca di un qualcosa qualsiasi.
Si piazzò davanti allo specchio e spalancò gli occhi quando vide quell’essere dai capelli tinti di rosso a maschiaccio, corti e sconvolti. Quel viso paffutello, il grande seno e gli occhi verdi. In principio non ci fece caso. Quindi si catapultò fuori dal bagno, e a passo affrettato si avviò in cucina, dove c’era la madre, che stava bevendo la sua tazza di caffè e latte. Entrambe, andavano a scuola. Col piccolo dettaglio che una stava da una parte e l’altra dalla parte opposta.
– Madre, io credo di non stare bene – disse la Claudia.
– Perché, cos’hai, tesoro? – le domandò.
– Non so, sono confusa.
La madre le sorrise, poi cercò di aiutarla dicendole che tutti erano un po’ confusi in quello stupido mondo. Tranquilla. Non s’incaricò di quel problema, e continuò a guardare la madre. Quasi non la riconosceva. Cosa diavolo voleva significare? Era forse la stessa e vecchia storia? Bisogna sapere che Claudia appena si svegliava vedeva creature soprannaturali intorno a sé. Può darsi che anche in quel momento era confusa come sempre. Quindi non fece caso a niente.

Fa schifo, ma inutile dilungarsi. Non è neanche giusto: una persona senza esperienza che scrive in fretta scrive così, il problema è che forse dovrebbe capire da sola che non è un livello degno. Non puoi scrivere in questa maniera e chiedere soldi in cambio. Tra l’altro come sempre editing zero, neanche correzione di bozze, hanno persino lasciato le virgole tra soggetto e verbo (vedi: “Entrambe, andavano a scuola”).

Copertina di Sono solo mostri
Copertina di Sono solo mostri

Esilaranti le due recensioni archiviate al sito Feltrinelli. Andrea Di Consoli recensisce per L’Unità e chiude con questo sproloquio:

Il sesso è, spesso, una banale manifestazione di forza e di potenza. Perciò, dopo aver letto Sono solo mostri, del sesso se ne ricava un’idea mediocre, quasi fastidiosa. A cosa serve il sesso se c’è una forma di amore che supera se stesso e straripa in un bene che porta alla fusione della testa, allo scambio dei corpi? A niente, verrebbe da dire. Il romanzo sorprendente di Andrea Santojanni ci lascia addosso la sensazione di esserci fermati sulla soglia, di esserci chiusi in un al di qua – ci lascia addosso la fastidiosa sensazione di non aver mai fino in fondo preso (vissuto) il corpo della persona amata. Non si tratta di divorarlo, il corpo, ma di sentirselo dentro, come una magia: di sentirne il piacere, le vibrazioni. Ha ragione Erri De Luca a definire il piccolo Santojanni un mago.

Ma si può sapere chissenefrega delle idee di Di Consoli sul sesso se stiamo parlando di critica letteraria? Come dicevo prima, sbrodolamenti “filosofici” quando abbiamo un testo che specifica che la protagonista si alza “quotidianamente” e che ci tiene a sottolineare che i corvi sono in cerca di “qualcosa qualsiasi”.
E siamo a pagina UNO e non entro neanche nel merito degli altri diecimila errori. È una vergogna. Una vergogna il romanzo e sono vergognose recensioni del genere.

Non dico che all’estero sia il Paradiso. Anche lì è pieno di incompetenti e lecchini, ma almeno non ci sono solo quelli!
Erri De Luca, recensendo per Il Mattino, supera qualunque limite di decenza. Antefatto: racconta lo stesso De Luca di aver conosciuto Santojanni durante un incontro tra studenti e scrittori; Santojanni gli ha rifilato il manoscritto e De Luca ne è rimasto tanto affascinato che…

Chiamo la mia agente e le dico di aver trovato un pezzo unico, un regalo per qualunque editore. A differenza di ogni altro esordiente che va al suo primo contratto allo sbaraglio, bisognava spuntare subito termini di contratto da professionisti affermati. Perché lì dentro c’era materia di contagio per comitive di lettori, perché il ragazzo era un caso letterario di quelli che capitano di tanto in tanto all’estero, ma da noi mai spuntava uno così, a diciassette anni con una storia esplosiva a miccia corta che scoppia in mano all’apertura.
Così per consuetudine ho passato il malloppo per primo a Feltrinelli però con l’ultimatum di rispondere entro una settimana, oppure andava fuori. Non era scaduto il termine-capestro e in pochi giorni l’editore aveva azzannato l’osso e il ragazzo aveva il suo primo contratto editoriale con clausole da scrittore di punta.

Senza parole. Ma come mai De Luca è rimasto così ammaliato? Be’…

La letteratura è ben fornita di magnifici viaggi: Ulisse, Dante, Chisciotte, Gulliver, Crusoe. Ma prima di ’sto ragazzo chi s’era inventato il trasloco dentro carne e ossa del dirimpettaio? Un’idea così nitida, senza sforzo d’ingegno e perciò geniale [...]

Ecco, questo leggendo i siti esteri e la critica letteraria nel mondo anglosassone non l’ho mai visto: la presa per il culo. Tipo quando Dazieri dice che i romanzi di Licia sono originali e in pratica non hanno bisogno di editing. Secondo De Luca l’idea dello scambio di corpi sarebbe un’idea mai vista prima. Diosanto.
Il triste è che se davvero Dazieri e De Luca sono convinti che la Troisi e Santojanni siano originali è ancora una presa in giro; è una presa in giro che persone tanto ignoranti siano nella posizione di decidere una pubblicazione.

Eravamo a gennaio 2003. La Strazzu pubblica a giugno 2008. Cinque anni, non cinquecento. E nessuno che dica: “Però il prodigio dell’altra volta in effetti non è che fosse ‘sto genio…” Niente. Da Einaudi in giù tutti convinti di avere a che fare con un altro prodigio.

Morale della favola? Che non esiste una morale. Non c’è un premio per l’impegno o per il talento, c’è un premio se il tuo amyketto De Luca ti raccomanda.
Lo so, lo so, avevo promesso di non occuparmi più di fantasy italiano. Mi sono lasciata trascinare. Il Lato Oscuro è molto potente, e fanno biscotti buonissimi!

Il Lato Oscuro ha i migliori biscotti
come to the dark side, we have cookies

Un altro aspetto interessante del libro di Knight è che permette di osservare un pezzetto di storia della narrativa fantastica in divenire. È curioso leggere di Ballard o Philip K. Dick nel ruolo delle giovani promesse o sentire Knight lamentarsi che la gente dovrebbe piantarla di parlare solo dei classici, ma prendere in considerazione anche autori nuovi e che già hanno dimostrato notevole bravura, come Robert A. Heinlein.

Rimanendo ai classici. Quando Knight sposta il discorso dalla fantascienza al fantasy, cita Howard e Lovecraft come pilastri del genere, anche se ha delle serie riserve sullo stile di quest’ultimo. Volendo indicare un capolavoro, tira fuori Flecker’s Magic (1926) di Norman Matson, un urban fantasy nel quale uno studente di una scuola d’arte di Parigi riceve da una strega un anello magico in grado di realizzare i desideri. Seguono complicazioni. Ammetto la mia ignoranza: non avevo mai sentito nominare questo romanzo e non ho mai letto niente dell’autore.
Knight non spreca neanche mezza parola per Tolkien, nonostante Il Signore degli Anelli sia già stato pubblicato all’epoca della prima edizione di In Search of Wonder. Giusto così.

* * *

Ci sarebbe molto altro da aggiungere, ma a riassumere Knight si perde tutto il divertimento, sarebbe come leggere gli articoli di Gamberetta senza gli estratti e i commenti sarcastici.

Anche se questa è una recensione non darò un voto in Gamberi: il libro di Knight non è paragonabile alle altre opere recensite, visto che non si tratta di narrativa né di un manuale di scrittura. Lo stesso lo consiglio: è come sfogliare un blog stile Gamberi per 300 pagine!

Per chiudere, le quattro ipotesi che guidano Knight nelle sue recensioni (sostituite “science fiction” con “fantasy” e siete a posto):

bandiera EN 1. That the term “science fiction” is a misnomer, that trying to get two enthusiasts to agree on a definition of it leads only to bloody knuckles; that better labels have been devised (Heinlein’s suggestion, “speculative fiction,” is the best, I think), but that we’re stuck with this one; and that it will do us no particular harm if we remember that, like “The Saturday Evening Post,” it means what we point to when we say it.

2. That a publisher’s jacket blurb and a book review are two different things, and should be composed accordingly.

3. That science fiction is a field of literature worth taking seriously, and that ordinary critical standards can be meaningfully applied to it: e.g., originality, sincerity, style, construction, logic, coherence, sanity, garden-variety grammar.

4. That a bad book hurts science fiction more than ten bad notices.

bandiera IT 1. Che il termine “science fiction” è improprio, e che cercare di mettere d’accordo due appassionati sulla sua definizione porta solo al pestarsi a sangue; che etichette migliori sono state ideate (il suggerimento di Heinlein, “speculative fiction” è il migliore, credo), ma lo stesso siamo impantanati con “science fiction” e non c’è niente di male se ci ricordiamo che, come per “The Saturday Evening Post”, un termine significa quello che stiamo indicando mentre lo pronunciamo.

2. Che il blurb di copertina e una recensione sono due cose diverse e vanno scritte in maniera diversa.

3. Che la fantascienza è un ramo della letteratura degno di essere preso sul serio, e che i normali parametri critici possono essere applicati con successo. Per esempio: originalità, onestà, stile, costruzione, logica, coerenza, sensatezza, grammatica.

4. Che un brutto libro danneggia la fantascienza più di dieci recensioni negative.[3]

* * *

note:
 [1] ^ Naturalmente parlo per l’ambito che conosco, la narrativa fantastica. Può essere che in altri settori dell’editoria (dalla poesia alla saggistica) sia tutto rose e fiori, ne dubito, ma non metto lingua riguardo a situazioni di cui so poco.
Si potrebbe poi sostenere la tesi che, nonostante siano inefficienti e disonesti, gli attuali editori riescono comunque a garantire un livello qualitativo superiore a quello ottenibile con altre forme di selezione. Non lo escludo in principio. Staremo a vedere.

 [2] ^ Il tempo buttato dietro a I Promessi Sposi è un danno in sé, ma non è solo quello il punto. Il punto è che I Promessi Sposi sono il simbolo di un modo di studiare stupido e controproducente. Basta vedere le tracce dei temi per la maturità, fuffa del tipo: “Commento di un passo della Prefazione della Coscienza di Zeno.” o “Innamoramento. Testi di Dante, Alberoni, Gozzano, Catullo, Leopardi e Cardarelli.” O ancora: “Origine e sviluppo della cultura giovanile, con un documento di Hobsbawm.”
Al massimo qui si cerca qualcuno che ripeta a pappagallo quello che i professori gli hanno detto su Svevo o Dante. Un bello spreco di anni.
Si vuole che dal Liceo escano persone che sul serio hanno imparato qualcosa? Allora alla maturità i temi dovrebbero essere: “Scrivere un racconto romantico che faccia sciogliere in lacrime.” Oppure: “Dimostrare che la Luna è fatta di formaggio.”

Luna di formaggio
Astronauta ritorna con la prova che la Luna è fatta di formaggio. Damon Knight ricorda come Lester del Rey si vantasse di essere in grado di sostenere qualunque tesi e l’esatto opposto. Ed è questa abilità che dimostra padronanza della lingua, non sapere in che anno è nato Dante.

Basta con le stronzate stile: “L’influenza sociale della scapigliatura nella Milano dell’800”. Bisogna insegnare alle persone come usare al meglio la propria lingua; come analizzare le idee altrui – a livello formale – e come esprimere le proprie. Non bisogna insegnare le singole idee (cosa ne pensava Gozzano dell’amore; tra l’altro: chissenefrega!), bisogna insegnare a manipolare le idee in generale (come faccio a esprimere un determinato concetto di amore, qualunque sia tale concetto).
Bisognare dare strumenti, non nozioni. Invece al Liceo si ottengono solo nozioni, e spesso sono pure nozioni superficiali se non sbagliate.
EDIT del 22 marzo 2011. Ho aggiunto qualche altro dettaglio, qui. Per piacere commentate quell’articolo e non questo se intendete discutere di Manzoni & Liceo.

 [3] ^ Ipotesi Assiomi in voga in Italia:
1. Il termine fantasy indica quei romanzi per i quali ogni critica è ingiustificata.

2. Quello che dice l’editore riguardo a un romanzo da lui pubblicato ha lo stesso valore di una recensione.

3. Il fantasy non è letteratura, e non deve essere preso sul serio. Soprattutto non si può giudicare un’opera basata sulla fantasia usando criteri letterari.

4. Una recensione negativa danneggia il mercato più di dieci brutti libri.


Approfondimenti:

bandiera EN In Search of Wonder su Amazon.com
bandiera EN In Search of Wonder su gigapedia library.nu
bandiera EN In Search of Wonder su Wikipedia
bandiera EN Humpty Dumpty: An Oval su Amazon.com
bandiera IT Messaggi per la mente su Delos Store
bandiera EN “To Serve Man” su Wikipedia (attenzione agli spoiler!)
bandiera EN Damon Knight su Wikipedia

bandiera IT On SF su Amazon.it
bandiera EN On SF su gigapedia library.nu

bandiera IT Sono solo mostri su Amazon.it
bandiera IT La scheda del romanzo Sono solo mostri presso il sito dell’editore

bandiera EN La Luna è fatta di formaggio?

 

Scritto da GamberolinkCommenti (202)Lascia un Commento » feed bianco Feed dei commenti a questo articolo Questo articolo in versione stampabile Questo articolo in versione stampabile • Donazioni

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