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Recensioni :: Romanzo :: The Year of Our War

Copertina di The Year of Our War Titolo originale: The Year of Our War
Autore: Steph Swainston

Anno: 2004
Nazione: Inghilterra
Lingua: Inglese
Editore: Gollancz

Genere: Fantasy non troppo weird
Pagine: 304

Le Fourlands, mirabilmente create da Dio perché avessero una topografia adatta a una pagina formato A5, vivono in pace e armonia, salvo qualche occasionale scaramuccia tra i vari regni che le compongono. Finché, un brutto giorno, non compaiono gli Insetti. Gli Insetti sono grandi come dei pony, assomigliano a un incrocio tra una formica e uno scarafaggio, e possiedono la ferocia di un furetto piranha. Ondate dopo ondate di Insetti invadono le Fourlands, non lasciando niente di vivo sulla loro strada.
Ad aggravare la situazione giunge la decisione di Dio di andarsene in vacanza, non prima però di aver nominato un Imperatore immortale che dovrà unire le genti delle Fourlands e guidarle contro gli Insetti. Per facilitarlo nel compito, Dio concede all’Imperatore la facoltà di rendere a sua volta immortale chi sia meritevole.
Così nasce un Circolo degli Immortali e con il suo aiuto l’orda degli Insetti è arginata.

Duemila anni dopo la guerra è ancora in corso. A prezzo di continue e sanguinose battaglie gli Insetti sono tenuti a bada, confinati nell’estremo settentrionale delle Fourlands. Però qualcosa si sta incrinando. Il Circolo degli Immortali non è più la guida che era un tempo: gli Immortali più vecchi cominciano a sentire il peso dei secoli e le nuove reclute non paiono all’altezza di sostituirli.
Protagonista del romanzo e voce narrante è Jant Shira, con i suoi 200 anni uno degli Immortali più “giovani”. Jant Shira è vigliacco, egoista, traditore e bugiardo. Ha un passato di assassino e spacciatore, e da decenni è dipendente dalla stessa droga che vendeva, un potente allucinogeno chiamato cat. Jant Shira, nel corso della vicenda, si rivelerà tra i personaggi più positivi.

Ambientazione

L’ambientazione è medievaleggiante, ma qui e là irrompono lampi di moderno. Così tra Re, castelli e arcieri si scopre che quando non sono in armatura gli Immortali non disdegnano jeans e maglietta; masticano chewing-gum e prendono il tram, tengono conferenze stampa e per distrarsi leggono un tascabile. È probabile che alcuni di questi particolari siano stati inseriti per puro gusto del bizzarro, tuttavia l’ambientazione rimane coerente. Non ho notato nessun dettaglio stonato, tranne forse uno che illustrerò in seguito.
Nelle Fourlands non ci sono elfi e nani o draghi, abbiamo solo razze umanoidi: umani veri e propri; Awian, umani dotati di ali, ma non in grado di volare; e infine i ritrosi Rhydanne, con corpo umanoide e agilità felina. Jant Shira è di padre Awian e madre Rhydanne: la rara combinazione gli ha donato due ali funzionanti e la possibilità, lui solo, di volare. Per questo è stato reso Immortale, nonostante il brutto carattere.
Infatti l’idea dietro gli Immortali è quella di tener sempre in vita quelle persone che nelle scienze o nell’arte della guerra si dimostrino particolarmente capaci. Così un Napoleone o un Galileo verrebbero resi immortali per sfruttarne in eterno il genio.
Il Circolo degli Immortali è qualcosa in bilico fra gli antichi dei greci, un gruppo di supereroi (non a caso la gente ha affibbiato ai vari Immortali dei nomignoli da fumetto: Jant Shira è “Comet”) e il consiglio dei Cavalieri Jedi. Sennonché, come già accennato, ormai è rimasto ben poco di eroico nel loro agire.

Mappa delle Fourlands
Mappa delle Fourlands

Già così sarebbe una buona ambientazione, per originalità e livello di dettaglio superiore alla media, ma le Fourlands sono solo la metà del mondo. Esiste infatti un’altra dimensione, chiamata Shift, che Jant Shira riesce a raggiungere quando si imbottisce di cat. Lo Shift è dove la Swainston si scatena, dimostrando una fantasia degna di Swanwick e Miéville. Lo Shift è abitato da ogni sorta di mostro e strana creatura, è una galleria di visioni orribili, fantasmagoriche e surreali. E, come si scoprirà presto, non è la semplice allucinazione di un tossico.
Qui ho trovato l’unico particolare stonato che dicevo: Jant Shira incontra delle creature armate di moschetto e riconosce le armi, tuttavia non cerca mai di riportare nelle Fourlands la formula della polvere da sparo. Cannoni e fucili aiuterebbero parecchio nella guerra contro gli Insetti.

Purtroppo le pagine dedicate allo Shift non sono moltissime, ed è un vero peccato. È probabilmente una scelta voluta, almeno a sentire questa intervista della Swainston:

That’s why it is important not to be too weird in fiction. If you subvert archetypes too much, or give archetypes a cameo role rather than making them the root, the reader will feel disappointed even though he may not know why.

Sigh! Non sono d’accordo! Non si può mai essere troppo weird!

Ogni volta che l’effetto del cat si attenua e Jant è strappato via dallo Shift, be’, anch’io ho provato un pizzico di malinconia e dolore. Se la Swainston ha fatto apposta proprio per suscitare questo tipo di reazione, devo ammettere che è stata bravissima. Rimane però il rimpianto che la parte più immaginifica dell’ambientazione non venga esplorata in profondità.

Dove il romanzo forse poteva essere più fantasioso è con gli Insetti. Così come sono presentati sono gli stessi Insetti già visti in una marea di romanzi, film e videogiochi. Da Il Gioco di Ender fino al film di Fanteria dello Spazio. Però anche qui c’è una goccia di originalità: gli Insetti sono molto “fantascientifici”, con un comportamento alieno ma razionale, non seguono i tipici cliché dei mostri fantasy, cattivi perché sì, incarnazione del Male, fuoriusciti dagli Inferi, ecc.

Il nostro eroe

Il romanzo è narrato in prima persona da Jant. Non ci saranno altri punti di vista, e Jant è l’unico personaggio approfondito. Gli altri rimangono sullo sfondo e il comportamento di alcuni (come quello di Swallow) sembra più dettato da doveri di trama che non da motivazioni del personaggio.
D’altra parte Jant è un egoista che mette al primo posto il mantenimento dei propri privilegi. Si interessa al prossimo solo finché non è faticoso o pericoloso, dunque sarebbe stato inverosimile se avesse indagato più di tanto la personalità di chi gli sta intorno.
Io ho una predilezione per i personaggi amorali e ho subito provato simpatia per Jant, nonostante, a volerlo valutare in maniera oggettiva, sia una persona spregevole. Con Jant funziona al contrario di come si è abituati: se Superman commette un omicidio, all’istante sono dimenticati i suoi meriti e subito sembra “cattivo”; con Jant si diviene così assuefatti al concetto che sia falso, menefreghista e pusillanime che quando invece compie un’azione coraggiosa o giusta i suoi peccati passati paiono sbiadire.

Jant Shira
Jant Shira disegnato da Steph Swainston

L’autrice è abile nel trasmettere le ansie e le paure del nostro “eroe”. Spesso i guai che gli capitano se li è andati a cercare, ma è difficile non provare empatia per lui. I saltuari sprazzi ironici poi sono deliziosi.
Con i dovuti distinguo, Jant Shira assomiglia un pochino al protagonista de Il Lercio di Irvine Welsh.

L’intreccio

Sullo sfondo della guerra, la Swainston inserisce quattro vicende che si vanno a incastrare tra loro: il tentativo della più talentuosa musicista del mondo di farsi ammettere tra gli Immortali; l’assedio degli Insetti a una fortezza baluardo degli uomini; la pazzia del Re di Rachiswater; e infine una lite tra due Immortali che da baruffa in famiglia diventa affare di stato. La faccenda funziona così così: si ha troppo l’impressione che le varie sottotrame siano scollate e non giova che due di queste si concludano con Shira lontano e dunque senza mostrare al lettore quello che è effettivamente successo. Nondimeno di per sé le sottotrame non sono male, con un ottimo miscuglio di violenza, sotterfugio, intrigo, avventura e anche un po’ di romanticismo (sebbene il romanticismo per Shira sia: “It’s never been ‘love them and leave them’ so much as ‘fuck them and flee’.”)
La guerra è condotta bene: l’avanzare inesorabile degli Insetti è ben intrecciato con lo sfaldarsi del Circolo degli Immortali; la rivelazione sull’origine degli invasori è preparata con il giusto anticipo e non suona artefatta.
Purtroppo il romanzo si interrompe sul più bello, con le sorti del conflitto in bilico. Infatti la Swainston ha scritto un seguito. Poi un terzo volume. Poi un quarto (già consegnato all’editore, dovrebbe uscire quest’inverno). E adesso sta scrivendo il quinto volume della serie. Devo essere sincera: ho paura che vada avanti solo perché ci ha guadagnato con i romanzi precedenti. 100-200 pagine al massimo in più avrebbero potuto chiudere degnamente la storia, non ho idea come la si possa stiracchiare per (almeno) altri quattro romanzi.
Comunque il secondo romanzo penso prima o poi di leggerlo, perciò ritornerò in futuro su questo punto.

Copertina di No Present Like Time
Copertina di No Present Like Time, seguito di The Year of Our War

Stile

Nella già citata intervista la Swainston dichiara che:

I love quality the most; beautiful writing excites me more than anything else. [...] To me, literature is the highest art form and I’ve been shocked to find how few genre writers agree.

Per fortuna è uno dei rari casi di persona che predica male ma razzola bene. O forse ha avuto un bravo editor. Sta di fatto che in questo romanzo lo stile, pur non eccelso, è ugualmente funzionale. Di derive verso la literary fiction non ce ne sono (a parte forse un’eccessiva aggettivazione e la scelta di qualche termine troppo ricercato) e viceversa sono rispettate quasi alla lettera tre delle regole fondamentali: sempre mostrare le scene, non raccontarle; niente inforigurgito; mantenere saldo il punto di vista.
Alcune pagine, quelle in cui si sente di più che il mondo è filtrato dagli occhi di Jant, sono riuscitissime. In altre occasioni invece pare che Jant descriva con troppo distacco. Di questo soffrono le scene di battaglia: è difficile emozionarsi, perché si sa in partenza che se la faccenda dovesse mettersi al peggio Jant scapperà via volando. Come tecnica narrativa e particolari militari sono scene ben scritte, peccato che il punto di vista non possa essere dei migliori.

La narrazione è lineare, con tre soli flashback a illuminare tre momenti salienti della giovinezza di Jant. I tre flashback li ho trovati superflui. Il primo capita in momento di stanca del romanzo e non aiuta a riprendere il filo, il terzo mi è parso inutilmente pruriginoso.
Il ritmo è veloce. Gli eventi si susseguono rapidi e Jant ha sempre qualcosa da fare, che sia salvare il mondo o procurarsi la prossima dose di cat.

Nel complesso lo stile della Swainston è decente. Penso possa migliorare ma già così dimostra di aver ben chiaro come si tiene avvinto un lettore.

Conclusioni

Il romanzo mi è piaciuto. Molto. Avevo scelto di leggerlo perché è spesso classificato come new weird (anche la pagina di Wikipedia lo designa in tale sottogenere) e da questo punto di vista sono rimasta un pochino delusa: l’elemento weird è sì presente ma non è al centro dell’attenzione; in compenso ho trovato una bella storia di guerra e avventura in un’ambientazione notevole narrata da un personaggio inconsueto e carismatico.
Per questo lo consiglio a tutti: credo possa piacere a qualunque appassionato di fantasy. C’è l’elemento epico, con la guerra per salvare il mondo; c’è una costruzione del mondo piena di fantasia e una dose “umana” di bizzarro; c’è un personaggio in cui forse è difficile immedesimarsi ma che non si dimentica facilmente.
Non c’è, tanto per cambiare, una traduzione in Italiano. In Inglese si può scaricare il romanzo da emule, oppure si può acquistare il cartaceo nei vari negozi online (amazon.com e amazon.co.uk lo vendono nuovo intorno ai 7 euro). Il lessico non è contorto come in Swanwick ma non è neanche elementare, dunque è richiesta una conoscenza decente dell’Inglese.
Il consiglio è il solito: leggete o almeno assaggiate il romanzo dopo averlo scaricato gratis via P2P, e poi, solo poi, se ritenete valga la pena, pagate.

Devo aggiungere una nota di mestizia: è vero che anche per il mercato anglosassone The Year of Our War è un prodotto sopra la media; è vero che lo stile della Swainston non è il massimo (è, dopotutto, il suo primo romanzo), e ci sono autori italiani tecnicamente più abili, rimane la constatazione che nessun romanzo pubblicato da noi avvicina questo livello di costruzione fantastica. Lo so che suono sempre disfattista, ma è la verità: dal punto di vista dell’immaginazione, dell’imbrigliare in una struttura coerente la fantasia, romanzi come questo della Swainston sono tre spanne sopra la produzione italiana (facendo riferimento ai più bravi, rispetto alla media c’è un abisso).

Grumo cosplayer
The Year of Our War è piaciuto molto anche al Coniglietto Grumo. Qui in versione cosplayer, addobbato da Jant Shira (nota: la foto ha solo valore indicativo e in effetti non rappresenta il Coniglietto Grumo)


Approfondimenti:

bandiera EN The Year of Our War su Amazon.com
bandiera EN The Year of Our War su Amazon.co.uk
bandiera EN Il sito di Steph Swainston

 

Giudizio:

Bella storia… +1 -1 …peccato non finisca.
Ottimo ritmo, il punto di vista è gestito molto bene. +1 -1 Lessico inutilmente ricercato, flashback inopportuni.
Lo Shift. +1
Jant Shira. +1

Due Gamberi Freschi: clicca per maggiori informazioni sui voti

Scritto da GamberolinkCommenti (31)Lascia un Commento » feed bianco Feed dei commenti a questo articolo Questo articolo in versione stampabile Questo articolo in versione stampabile • Donazioni

L’Acchiapparatti di Tilos

EDIT del 9 ottobre 2010. Nel marzo 2010 è uscita una seconda edizione del romanzo con titolo L’Acchiapparatti per i tipi di Baldini Castoldi Dalai.
La trama non è cambiata, ma tra le due versioni ci sono diverse differenze, illustrate qui dall’autore.
Se la storia dell’acchiapparatti vi ispira, il consiglio è di procurarvi l’edizione B.C.D.


Copertina de L'Acchiapparatti di Tilos Titolo originale: L’Acchiapparatti di Tilos
Autore: Francesco Barbi

Anno: 2007
Nazione: Italia
Lingua: Italiano
Editore: Campanila

Genere: Low fantasy
Pagine: 432

Trama, ambientazione, personaggi

L’orgoglio della cittadina di Giloc è una creatura mostruosa, una bestia demoniaca armata di alabarda. Il Mietitore – tale è il soprannome del mostro – è tenuto prigioniero e utilizzato come boia, per la gioia del pubblico che assiste alle sempre più frequenti esecuzioni.
Un brutto giorno però il Mietitore riesce a fuggire e comincia a far strage anche tra chi non si è meritato alcuna condanna. Fra i molti che si mettono in cerca del mostro evaso vi sono due personaggi particolari: Ghescik, un becchino gobbo, furbo e cinico, con la passione per gli antichi testi di negromanzia e Zaccaria, un mentecatto che si è inventato il mestiere di acchiapparatti.

Un acchiapparatti
Un acchiapparatti. Forse è un collega di Zaccaria

Questa è più o meno la trama del romanzo. È un resoconto approssimativo, dovuto alla struttura de L’Acchiapparatti di Tilos, struttura non particolarmente rigorosa. La vicenda del Mietitore è sì al centro del romanzo, ma è circondata da diverse sottotrame che alle volte sembrano lì più per loro stesse che non per contribuire al quadro generale. Come i personaggi spesso si muovono a vuoto, tornano sui loro passi, cambiano idea sull’itinerario da seguire o vengono depistati contro la propria volontà, così, specie nella parte centrale del libro, si ha la netta sensazione che neanche l’autore sappia dove voglia andare a parare. Tuttavia il finale riesce a riallacciare i fili lasciati in sospeso e dare una complessiva coerenza all’insieme: non sempre il viaggio è filato liscio, ma, giunti al termine, si ha la piacevole sensazione di essere arrivati da qualche parte. Merito anche del fatto che il romanzo è autoconclusivo.

L’Acchiapparatti di Tilos è ambientato nelle Terre di Confine, in verità un piccolo angolo di tali Terre, un fazzoletto che comprende pochi villaggi distanti fra loro appena qualche giorno di marcia. Questo potrà far storcere il naso agli amanti del fantasy epico, quello dove la compagnia di disgraziati attraversa interi continenti da un capo all’altro, ma a me non è spiaciuto che l’azione si svolgesse in un ambito così ristretto. Meglio pochi villaggi ben delineati che non migliaia di chilometri quadrati pieni di elfi.
Le Terre di Confine sono immerse in una tipica – e per alcuni versi cliché – atmosfera medievale. Tuttavia qualche ottimo particolare (come l’elenco non banale di oggetti in vendita nell’asta a Fortevia) riesce a evitare il fastidioso effetto di generico fantasy #672. Certo non stiamo parlando di Ambergris o New Crobuzon; le Terre di Confine non vinceranno mai un premio per l’originalità, né susciteranno sense of wonder in alcun lettore, però svolgono il loro lavoro di sfondo alla storia con coerenza.

Mappa delle Terre di Confine
Mappa delle Terre di Confine. Clicca per ingrandire

Se l’ambientazione non brilla per originalità, altrettanto non si può dire per i personaggi, quasi tutti contraddistinti da una deliziosa stravaganza. Non ci sono solo i due protagonisti, Zaccaria e Ghescik, ma anche Orgo, un gigante tonto che si esprime biascicando proverbi (idea molto simpatica), Gamara un cacciatore di taglie sfregiato che si porta appresso un arco smontabile nella ventiquattrore, e lo stesso mostro, che non è una semplice bestia e ha alle spalle una vicenda personale affascinante.
Non sempre la caratterizzazione è esente da sbavature (ad esempio Ghescik: a tratti sembra sul serio furbo, in altre occasioni sembra stupido e in altre situazioni ancora pare che dovrebbe essere furbo ma l’autore non è riuscito a infondergli adeguata astuzia; oppure la prostituta Teclisotta: appare, è ben tratteggiata, ma poi esce dalla vicenda per futili motivi, lasciando un po’ di amaro in bocca), ma nel complesso la resa dei personaggi è ottima.
Non è semplice suscitare empatia quando hai per protagonisti lo scemo del villaggio e un becchino gobbo, Barbi ci riesce, dunque doppio merito: aver evitato i cliché (mago, ladro, elfo, vampiro) ed essere riuscito ad appassionare.

Stile

Lo stile non è uno dei punti di forza del romanzo. In diversi capitoli Barbi dimostra di saper scrivere bene (per esempio le scene con il mostro: c’è il giusto miscuglio di tensione, paura e azione; meglio di scene analoghe in The Terror di Dan Simmons!) ma in altri il racconto non scivola come dovrebbe.
L’Acchiapparatti di Tilos ha avuto una lunga gestazione ed è evidente che l’autore ha imparato a scrivere via via. I primi capitoli, il Prologo in particolare, sono di qualità scadente, nettamente inferiore al resto. È un peccato, un incipit così balbettante non aiuta a calarsi nella vicenda.

Il linguaggio è in generale semplice, sebbene ogni tanto l’autore si lasci andare a usare termini non proprio comuni (roba come “addugliare” o “avviticchiare”) di cui non si sentiva la mancanza. Non mi ha convinta neppure l’uso di egli/ella al posto di lui/lei. Capisco l’intento, ma distrae e attira l’attenzione sulle parole in se stesse. Uguale problema con i saltuari cambi di tempo (dal passato remoto al presente) in certe scene: è un’applicabile scelta stilistica, ma i vantaggi non compensano il fatto che l’attenzione viene distolta dagli eventi per concentrarsi sul linguaggio.

I dialoghi sono buoni. Almeno i protagonisti hanno una “voce” ben distinta e gli scambi di battute fra Zaccaria e il gobbo e fra Zaccaria e Orgo sono quasi sempre spiritosi e ben riusciti. Qui però l’editor avrebbe dovuto togliere i punti esclamativi. Sono troppi, ce ne sono una marea, tanto che sembra che tutti i personaggi stiano sempre strillando. E non è così.

A proposito dell’editor: siamo alle solite. Non importa se la casa editrice sia piccola o grande, il risultato è che sempre l’autore è lasciato a se stesso. Signori editor, capisco che siate stati assunti per un disguido e in realtà vi proponevate per il posto di spalatore di neve avventizio, ma ormai ci siete, nessuno indagherà mai quello che fate, non abbiate paura! Si presume che voi sappiate quello che state facendo, e dunque quando intervenite non distruggete la Visione Artistica dell’Autore, semplicemente rendete l’esperienza più piacevole per il lettore. Obbrobri come “[...] aveva sferrato un violento pugno al contadino.” non si possono leggere in un libro pubblicato. Grazie per l’attenzione.

Spalatore
La vera vocazione di certi editor…

Infine non mancano stralci di inforigurgito che si sarebbero potuti evitare. L’inizio di ognuno dei primi capitoli si apre con alcune pagine di “cultura generale” sulle Terre di Confine. Niente di più inutile, tenendo conto che l’ambientazione è tutt’altro che esotica, e dunque persino il lettore più sprovveduto non ha necessità di essere imboccato dall’autore. Comunque per fortuna queste pagine sono poche e non incidono più di tanto.
Più molesto il capitolo 23, un estenuante dialogo nel quale un personaggio spiega agli altri (e al lettore) vita, morte e miracoli del mostro. Peccato che buona parte di tali informazioni siano superflue e molte altre siano già state esposte in un dialogo simile diversi capitoli prima.
Non si tratta solo del cosa ma anche del come. Assumendo che a giudizio dell’autore le informazioni da comunicare siano sul serio vitali o almeno interessanti, il mostrarle rimane la scelta giusta. Una singola scena con il mostro a caccia illustra molto di più della sua natura che pagine e pagine di discorsi. Così si sarebbero potuti introdurre opportuni flashback, piuttosto che affidare la biografia della bestia a una montagna di chiacchiere.

Conclusioni

L’Acchiapparatti di Tilos non è un brutto romanzo. Ha la sua dose di difetti, ma non è marcio.
Dal mio punto di vista – sottolineo personale – rimane troppo low fantasy per soddisfarmi, e in generale penso che possa piacere più a chi predilige i romanzi d’avventura a sfondo storico che non il fantasy vero e proprio. Nondimeno, lo consiglio a quelli che sono invece rimasti legati al fantasy con i Buoni, i Cattivi e gli elfi: L’Acchiapparatti è molto meglio di robaccia del genere.
Vale 19 euro? Non lo so. Purtroppo oltre al prezzo non bassissimo c’è il problema che si tratta quasi sempre di acquisto a scatola chiusa: Campanila è una piccola casa editrice, è improbabile trovare il romanzo in libreria, occorre ordinarlo.
Sarebbe bello fosse disponibile per il download gratuito. Così ognuno avrebbe la possibilità di rendersi conto se vale il prezzo richiesto. A tal proposito ricordo per l’ennesima volta che dai dati empirici finora raccolti si desume che la disponibilità gratuita di un prodotto non diminuisce le vendite, nel caso peggiore non le aumenta.
Comunque, almeno un assaggio del romanzo è disponibile presso il sito dell’autore: il capitolo sesto. EDIT: il capitolo non è più disponibile.
Un’altra strada che le case editrici dovrebbero percorrere è la vendita della versione elettronica. Il testo l’hanno già. La banda necessaria è minima. Se una casa editrice vende già dal suo sito i volumi cartacei (e ormai quasi tutte lo fanno), l’infrastruttura commerciale e informatica c’è già. Dunque perché non vendere il PDF a 2-3 euro?
Domanda retorica. La risposta la so: perché poi, omioddio, il PDF verrebbe copiato, tutti avrebbero il libro gratis e non lo comprerebbe più nessuno! Come se davvero una casa editrice, specie una piccola casa editrice, avesse di questi problemi. Il problema commerciale per L’Acchiapparatti di Tilos non è (sarebbe) la pirateria, il problema è che buona parte dei potenziali lettori non sa neanche che il romanzo esiste. La distribuzione gratuita può, in parte, ovviare a questa situazione.

Pirati di libri
Pericolosissimi pirati di libri colti in flagrante mentre razziano un deposito

Si ricomincia male: prima recensione dopo l’articolo sulle buone norme dello scrivere recensioni e non sono in grado di dare un giudizio netto rispetto all’acquisto del romanzo. Mi spiace.


Approfondimenti:

bandiera IT L’Acchiapparatti di Tilos su iBS.it
bandiera IT L’Acchiapparatti di Tilos presso il sito dell’editore
bandiera IT Il sito di Francesco Barbi
bandiera IT Un’intervista a Francesco Barbi

 

Giudizio:

Numerose scene sono scritte in maniera brillante. +1 -1 Non sempre però lo stile è a quel livello.
Il finale chiude degnamente un romanzo autoconclusivo. +1 -1 Nello svolgersi della vicenda non mancano passaggi a vuoto e situazioni forzate.
Protagonisti interessanti e fuori dal comune, mostro compreso. +1 -1 Il mostro è purtroppo l’unico elemento fantastico di un romanzo troppo low fantasy per i miei gusti.

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Anche tu Editor!

Una nuova rubrica-gioco! Anche tu Editor!

Sono ormai un paio d’anni che mi occupo di narrativa. Uno dei miti che hanno accompagnato questi mesi è stato il seguente:

“Gli editor delle case editrici sono persone competenti; loro prendono in mano il testo di un povero disgraziato, lo rivoltano come un guanto e ne tirano fuori un capolavoro.”

Sarà. Sta di fatto che di romanzi fantasy italiani che abbiano tracce del passaggio di un editor (competente) stento a trovarne.

Certo, non posso sapere in che forma erano i manoscritti all’origine, può essere che i vari editor abbiano lavorato molto. Se questo è il caso: be’, non hanno lavorato abbastanza.

Perciò gli scrittori devono arrangiarsi da soli. Non è facile, non è per niente facile analizzare con il giusto distacco un proprio testo. Per questa ragione se sempre più semplici lettori riescono ad affinare la propria attenzione possono diventare una risorsa preziosa. Un ulteriore passo avanti verso un mondo senza editori, case discografiche, studi di produzione cinematografica, e librai e distributori e pubblicitari e tutta quell’infinita schiera di gente che mangia alle spalle della creatività altrui e danneggia la collettività.

Ben inteso, non ho niente contro il professionismo. Il problema della catena editore – distributore – libraio è che troppo spesso non offre alcun servizio in più rispetto alla catena molto meno esosa POD – Internet. Così non mi scandalizza che un editor venga pagato per svolgere il suo mestiere. Mi scandalizzo quando i risultati non sono accettabili.
Ma in fondo, chissenefrega! Che cuociano nel loro brodo!
Non stiamo parlando di neurochirurgia o meccanica quantistica, tutti possono imparare e superare come minimo lo scarsissimo livello degli attuali editor professionisti.

Editor al lavoro
Avere occhi grandi come piattini da caffè aiuta molto nello scovare errori in un manoscritto

* * *

Come addestramento vi propongo una gara: seguirà una pagina presa dal Prologo de L’Acchiapparatti, provate a scovare tutti i possibili difetti, errori e sbavature. Io ne ho trovati 35, vediamo se qualcuno mi supera!

Nota: in realtà qui forse sarebbe il caso di riscrivere da zero il Prologo e i primi due capitoli, ma dato che questo è un gioco-esercizio non importa. Tengo inoltre a sottolineare che il giudizio complessivo sul romanzo rimane quello espresso nelle Conclusioni. Non è un brutto romanzo nell’insieme, l’inizio è scadente.

* * *

Classica taverna. A un tavolo sono seduti tre mercenari attaccabrighe. A un tavolo vicino una donna in compagnia di due contadini. A un tavolo d’angolo un misterioso personaggio il cui volto è nascosto da un cappuccio. Benjam è l’oste.

«Che c’è, lurido mezzadro!? Che hai da guardare?» [disse uno dei mercenari, rivolto a uno dei contadini]

L’oste sentì un groppo in gola. Il fiato sospeso, la bocca dello stomaco ostruita. Fortunatamente, il giovane contadino rimase muto. Con un tempismo perfetto, Benjam approfittò della situazione di stallo e sopraggiunse col vino. Una volta al tavolo, dopo aver poggiato la caraffa, si fermò aspettando di essere pagato.

Doveva calmare gli animi prima che fosse troppo tardi.

«Che fai ancora qui?» grugnì la testa pelata.

«Sono cinque monete di rame, signori.»

«Non ti preoccupare, vecchio. Ti pagheremo dopo.» Il guerriero si esibì in una grassa risata, subito imitato dai compagni.

Malauguratamente, questa volta il contadino più giovane non seppe tener la bocca chiusa: «Non pagheranno mai questi farabutti» mormorò.

«Che? Cos’hai detto?» Il mercenario si alzò minaccioso.

«Io…»

Non concluse la frase. Un fortissimo colpo si abbatté sulla sua tempia facendolo piombare a terra. Testa pelata era balzato in piedi e aveva sferrato un violento pugno al contadino.

«Taci straccione! Come osi!?»

La donna si alzò in soccorso del ragazzo, ma una mano aperta la raggiunse in pieno volto girandole la testa e scaraventandola contro il tavolo. Il marito scattò in avanti e si scagliò sul mercenario tentando di farlo cadere, ma l’esperto guerriero non si fece sorprendere e gli sferrò subito una poderosa ginocchiata al torace. Poi, con due pugni lo colpì al volto, e il contadino, catapultato all’indietro, rovinò proprio sul tavolo nell’angolo della locanda…

Il bicchiere di acquavite si rovesciò e cadde, frantumandosi sul pavimento.

Fu solo in quel momento che lo straniero, fino ad allora immobile, si mosse. Con estrema lentezza, si aggiustò il cappuccio sopra la testa e si alzò in piedi; quindi si girò, piantando due occhi scuri e gelidi in quelli del grosso guerriero. Il silenzio regnò per qualche istante. L’uomo in nero avanzò fino a portarsi a un paio di spanne dal mercenario.

Erano più o meno uguali in altezza, ma era chiaro a tutti i presenti che tra la sicurezza dell’uno e la baldanza dell’altro c’era una sostanziale differenza. E di questo si rese subito conto anche Testa pelata. In quello stesso momento, con uno scatto fulmineo, lo straniero lo afferrò alla nuca con entrambe le mani e gli sferrò un’agghiacciante testata sul naso. Prima ancora che il corpo del guerriero cadesse a terra, una lama saettò nell’aria e si piantò nell’occhio di uno dei compagni. Il forestiero aveva scagliato un lungo coltello comparso all’improvviso nella sua mano. Il secondo mercenario cadde sul pavimento con un tonfo, morto stecchito.

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Scritto da GamberolinkCommenti (84)Lascia un Commento » feed bianco Feed dei commenti a questo articolo Questo articolo in versione stampabile Questo articolo in versione stampabile • Donazioni

Non c’è gnocca per noi a Boscoquieto

Copertina di Bryan di Boscoquieto Titolo originale: Bryan di Boscoquieto nella Terra dei Mezzidemoni
Autore: Federico Ghirardi

Anno: 2008
Nazione: Italia
Lingua: Italiano
Editore: Newton Compton

Genere: Urban fantasy, fyccina erotica
Pagine: 407

Il titolo di questo articolo è una citazione dal romanzo: Giò, amico di Bryan, esprime la sua preoccupazione per la scarsezza di belle ragazze a Boscoquieto. Preoccupazione condivisa un po’ da tutti, buoni e cattivi. Per fortuna basta spostarsi di qualche chilometro, fino a Laietto, per trovarla la gnocca. Meno male!

* * *

Com’era facile prevedere, Bryan di Boscoquieto nella Terra dei Mezzidemoni è un brutto romanzo. Più che un fantasy è una sorta di fyccina erotica, la trama è sconclusionata, le idee balorde, lo stile zoppicante. Non è però un romanzo del tutto orribile, l’assenza di determinati cliché (elfi, viaggio della compagnia, Bene & Male chiaramente definiti) lo rende almeno superiore a robe nate morte come Gli Eroi del Crepuscolo. E la scrittura, benché piena di errori, a tratti scorre con piacere e una certa passione.
Nel complesso peggio della “miglior” Troisi (Nihal della Terra del Vento), ma appunto non al livello infimo della Strazzu.

Prima di procedere con la consueta recensione educativa e sarcastica, vorrei provare a esporre un concetto “serio”. Chi non è interessato, può saltare avanti.


Un concetto serio

Bryan di Boscoquieto danneggia tutti quanti perché occupa spazio.
Una delle tante critiche che rivolgono a me, a volerla esprimere in termini non ingiuriosi, è del tipo: vivi e lascia vivere! Cosa t’importa dei brutti libri o dei libri che tu pensi siano brutti? Questa roba qui di Boscoquieto sarà una schifezza, ma se il Ghirardi è contento, la sua casa editrice è soddisfatta e gli eventuali fan sono felici, qual è il problema?
Il problema è che i libri occupano spazio fisico, e lo spazio è poco. Se si consultano i dati ISTAT 2006 sulla lettura e la sintesi del Rapporto sullo Stato dell’Editoria in Italia per il 2008 dell’AIE, si può scoprire che l’unica possibilità per un romanzo di essere letto è di essere comprato “al dettaglio”. Ovvero un romanzo deve approdare in libreria, edicola, supermercato, centro commerciale. Le vendite via Internet (attraverso siti quali iBS.it o Bol.it o simili), benché in crescita, rappresentano ancora una percentuale minima delle vendite complessive; allo stato attuale, non c’è alcuna possibilità per un romanzo di raggiungere un pubblico significativo (qualche migliaio di persone) senza il passaggio in libreria.
Infatti secondo i dati AIE il fatturato dei rivenditori via Internet di libri (in generale, non solo romanzi) ha rappresentato nel 2007 solo circa il 5,0% del totale (era il 3,8% nel 2006 e il 3,0% del 2005). Una crescita c’è stata, anche notevole, ma queste percentuali sono ancora ben lontane da quelle di librerie (75%) e supermercati/ipermercati (18%). Invece l’inchiesta ISTAT aveva domandato a un campione di persone che leggono libri nel tempo libero (perciò è più probabile qui trattarsi di romanzi) come si sono procurati il loro ultimo libro letto: solo lo 0,5% degli intervistati ha risposto di averlo comprato online (2006). Nel 2000 la percentuale era dello 0,1. Sconfortante.

Le piccole case editrici, quelle senza distribuzione o quasi e che si affidano solo agli ordini online, fanno i salti di gioia se vendono 2-300 copie di un romanzo. Ma 300 copie di un romanzo non sono niente. Nel palazzo dove abito ci sono 300 persone: se prendo un mio scritto, lo fotocopio, e vado a bussare porta per porta in pratica ottengo lo stesso livello di “pubblicazione” che otterrei pubblicando con una casa editrice senza distribuzione. E questo non è pubblicare, non è rendere pubblico, non è al contempo esporre le proprie idee e divertire il prossimo, è solo perdere tempo.
Per pubblicare, nel senso proprio del termine – rendere pubblico – in Italia, nel 2009, è vitale essere presenti in libreria. Ben inteso, questo non garantisce di vendere, una marea di titoli nelle librerie non vende le 300 copie di cui sopra, la presenza in libreria non è condizione sufficiente, è però condizione necessaria.
Problema: nelle librerie lo spazio è poco, specie se paragonato alla quantità di volumi prodotti ogni anno (61.440 nuovi titoli pubblicati nel 2006).
Perciò quando la Newton Compton stampa 10.000 copie di Bryan di Boscoquieto non è una questione solo tra loro e gli eventuali acquirenti, ma è una questione che riguarda tutti. 10.000 copie di una schifezza sono una opportunità in meno per 10.000 altri titoli. Ognuno è libero di fregarsene di Boscoquieto, il danno c’è comunque.

“Ma, ma Gamberetta, non capisci: la Newton Compton e le altre case editrici sono lì solo per denaro, cioè se le 10.000 copie le vendono per loro va tutto bene!” E allora? Qui è come se il condannato per omicidio si alzasse e spiegasse al giudice di non aver ucciso la sorella per sbaglio, no, l’ha proprio fatto apposta per prendersi l’eredità; e allora, d’accordo è assolto! Non me ne può fregare di meno se la Newton Compton insegue i suoi interessi. Gli interessi di milioni di lettori e il loro diritto a leggere opere degne è più importante del desiderio di quattro gatti alla Newton Compton di fare i soldi. O almeno dovrebbe esserlo in una società democratica.

“Ma, ma Gamberetta, non capisci: decide il mercato!” Balle. Io penso che il “mercato” possa decidere, ma solo se tutti partono uguali. Bryan di Boscoquieto forse venderà uno sproposito, forse neanche una copia, ma una possibilità l’ha avuta, decine di migliaia di altri titoli no. Se Canale 5 trasmette in tutta Italia e Teleabruzzo21 nel raggio di pochi chilometri, non decide il “mercato”, decide tutta Italia contro pochi chilometri.

“Ma, ma Gamberetta, non capisci: Bryan di Boscoquieto è stato stampato in così alto numero di copie proprio perché è strabello!!! Non solo per vendere, ma proprio perché è bellissimo!!!” E qui giunge l’utilità della recensione, perché quando si riempie un romanzo con le madornali stupidate che seguiranno, è davvero difficile parlare di “qualità”, qualunque parametro si voglia adottare.

Ricapitolando: per pubblicare bisogna portare il proprio romanzo in libreria, in libreria lo spazio è poco, perciò ogni copia di un brutto romanzo in libreria danneggia tutti, perché sottrae spazio prezioso ad altre opere potenzialmente migliori.
Come si risolve il problema: con un cambio di mentalità, per cui una casa editrice ha come principale scopo produrre romanzi il più perfetti possibile sotto tutti i punti di vista, e solo come idea secondaria il guadagno. E questo non vale solo per le grandi casi editrici: una grossa fetta di quei 61.000 titoli che intasano il poco spazio viene per esempio dalle casa editrici a pagamento, le quali dovrebbero sparire e basta. In altri termini si chiede a una casa editrice di prendersi la responsabilità che deriva dal fatto di competere per una risorsa al contempo così scarsa e così agognata da tanti, come lo spazio nelle librerie.

Casetta di libri
Ecco un buon utilizzo per i libri di troppo: farne casette per gli gnomi!!!

Non hanno responsabilità solo le case editrici. Ma io non sono d’accordo, come molti fanno, a dare responsabilità ai lettori. È vero che la gente potrebbe adottare dei criteri di scelta più sofisticati di: “guarda, c’è un’elfa mezza nuda in copertina! Compro!”, ma in generale il ragionamento “se è stato pubblicato da Mondadori allora dev’essere bello”, dovrebbe poter essere giusto. Non è possibile diventare esperti di tutto. Una persona deve avere diritto a un servizio valido quando ne ha la necessità o il desiderio. Se vado al ristorante nessuno mi deve sputare nel piatto anche se non ho il palato fino per accorgermene, se vado dal dottore mi deve dare le medicine e non le pastiglie di zucchero, anche se non riuscirei a capire la differenza, se mi rivolgo a Mondadori devono essermi offerti romanzi validi, anche se il mio gusto non è particolarmente sviluppato. Se una persona ha il capriccio di provare a leggere un fantasy, deve trovarsi di fronte ottimi romanzi fra i quali scegliere, anche se, essendo magari la prima volta che esplora quel genere, non potrebbe capire che la Troisi scrive solo boiate.
È più ragionevole dare invece delle responsabilità anche agli autori. Se sono alle prime armi non possono avere l’esperienza di una casa editrice e d’altro canto è difficile valutare obbiettivamente se stessi, però molti uno sforzo in più potrebbero farlo. Troppo spesso si sentono presunti scrittori che fanno questo ragionamento: il mio romanzo dev’essere pubblicato perché è il mio sogno. Ecco, forse dovrebbero chiedersi se la pubblicazione realizza anche i sogni dei lettori.

Ovviamente il problema non si risolverà mai sperando in un ravvedimento delle case editrici, lo so benissimo. La soluzione arriverà forse in futuro, con il superamento del libro fisico e la fine dei problemi di spazio. Nel frattempo però non fa male far notare la questione, e agire di conseguenza: non comprare se non libri che si è già letto con altri mezzi e sono piaciuti, e anche in quel caso favorire i canali con meno intermediari (in ordine di preferenza: pagare direttamente l’autore, acquistare al sito della casa editrice, acquistare via libreria online).

La storia di Marta

La trama “ufficiale” di Bryan di Boscoquieto è a grandi linee questa: Bryan, un ragazzino che ha appena compiuto quattordici anni, va a trascorrere l’estate dai nonni, nel paesino di Boscoquieto. Qui, a fronte del risvegliarsi di uno Spirito maligno di sei secoli prima, scopre di non essere una persona comune, bensì di essere… una persona comune che può sparare raggi laser dalle mani chikas_pink03.gif e creare invisibili barriere di energia. Grazie a questi poteri e all’aiuto di Morpheus, un mezzodemone che ha deciso di allenarlo, Bryan riuscirà a sconfiggere lo Spirito e riportare la quiete a Boscoquieto.
Morpheus, ben impressionato, offrirà a Bryan la possibilità di entrare a far parte della “Baia”, un’organizzazione segreta impegnata a combattere i malvagi del mondo, incarnati dalla “Comunità” e dal suo misterioso leader, un tizio vestito di verde che si fa chiamare l’Insorta.
Bryan accetterà entusiasta con questo brillante ragionamento (testuali parole):
“Se diventerò un discepolo potrò aiutare gli altri e proteggere la gente comune dai demoni e da tutti i mostri del cazzo”.
Ma Bryan potrebbe scoprire che i Buoni e i Cattivi non sono quelli che lui crede… (e non lo so neanch’io perché il romanzo non è autoconclusivo ma il primo di enne nella saga di Bryan di Boscoquieto…)

Ryu
Ryu di Street Fighter è come Bryan di Boscoquieto! O sarà il contrario?

In realtà una sconcertante parte del testo è dedicata non a queste faccende più o meno fantastiche ma alla gnocca. In particolare alla vicenda di Marta, una specie di sogno proibito di Bryan. Marta, poveraccia, ne subirà di tutti i colori, con la complicità dell’autore.

Chi è Marta? Il personaggio è delineato in maniera magistrale: 18 anni (ma ne dimostra forse uno-due di meno), capelli biondi color oro, occhi blu, seno prosperoso e bella in forma, come dichiara un personaggio dopo averle palpato il culo.
Altri tratti della personalità di Marta non ricordo siano illustrati, sarebbero in ogni caso superflui. Marta ha inoltre una sorta di potere magico: riesce sempre a finire nuda (anzi, tutta nuda, come giustamente specifica l’autore) o in mutande, qualunque sia la situazione. Sembra quasi sia allergica ai vestiti. Senza contare poi che è “una giovane piuttosto scollata”, e posso assicurare sia un dramma essere piuttosto scollate: se non stai attenta ti cadono le dita delle mani, o ti perdi il naso per strada senza neanche accorgertene. Se non hai in borsa l’attaccatutto è un disastro.

Bryan è cotto di Marta, e lei non perde occasione per strusciarglisi contro, purtroppo però non lo considera un amante degno, abituata com’è a bulli di periferia e demoni violentatori, lo considera solo come un amico ragazzino, ma per questo la pagherà cara…
Per avere idea di come il tema “amoroso” sia intrecciato con il romanzo (e per molti versi lo soffochi), si può prendere la lunghissima scena nella quale Bryan e Marta stanno scendendo nei meandri della tana dello Spirito. Ho ampiamente tagliato, ma i miei lettori infoiati (ciao Duca!) non si preoccupino: le parti più succose le ho lasciate. Sigh.

[Bryan e Marta stanno percorrendo un corridoio nella base sotterranea dello Spirito. Mano nella mano e torce accese perché c'è completa oscurità]
La mano [di Marta] abbandonò la sua, sfilandosi velocemente dalle sue dita.
«Marta?», Bryan si volse, ma vide solo un’ombra sparire dietro la curva del cunicolo. La torcia della ragazza era a terra, spenta.
[Bryan parte all'inseguimento]
Gabriele [il "secondo in comando" dello Spirito] aveva preso Marta, l’aveva sollevata di peso ed era fuggito via.
La ragazza scalciava e si dimenava, ma la forza dell’altro era nettamente superiore alla sua. Tornarono alla stanza nella quale si era svolto il rito e Gabriele imboccò il cunicolo a destra. Era tutto buio, ma lui non aveva bisogno di vedere con gli occhi.
[Gabriele ha avuto l'improvviso impulso di violentare Marta: a lei capita spesso]
«Non farlo», lo supplicò la ragazza, mentre le lacrime le bagnavano le guance. «Sei ancora in tempo per…».
L’altro la bloccò con uno sguardo di ghiaccio. «Per che cosa? [...]»
«Non farmi questo».
«Non prenderla come una cosa personale. Se devo essere sincero, non sono interessato a te, ma per adesso sei l’unica donna disponibile sulla piazza e quindi ci si deve accontentare. Capisci no?».
Marta avrebbe voluto scoppiare a piangere, ma si contenne perché sapeva che non avrebbe fatto altro che partecipare al suo gioco.
[Bryan intanto combatte contro mostri sacrificabili che gli hanno bloccato la strada]
«Be’, per il momento torniamo a noi. Sei silenziosa», osservò, continuando a trattenere il collo della ragazza. «Hai paura?».
Marta non gli diede la soddisfazione di una risposta. Gabriele le sfilò i pantaloni dai piedi e li gettò via; rimase qualche secondo a rimirare le gambe della ragazza.
[Gabriele rimane in estasi ancora per po'...]
«Ehi», esordì [Marta] con tono dolce. «Non preferiresti che io facessi questa cosa di mia spontanea volontà?»
«Be’… sì», borbottò Gabriele, allentando la presa al collo della ragazza.
Marta gli rivolse un sorriso tirato. «Allora liberami».
Gabriele la lasciò andare e si sedette. Marta si tirò su e s’inginocchiò.
[Marta esita, finché...]
Marta gettò la vestaglia, che si andò ad accartocciare vicino ai jeans, e rimase tutta nuda a parte il pube. Sorrise debolmente a Gabriele e gli si avvicinò di qualche centimetro.
[Marta esita di nuovo e Gabriele sta per spazientirsi, allora lei...]
Marta levò in aria la mano che aveva tenuto dietro la schiena, nella quale reggeva un sasso grosso quanto un pugno. Vibrò un colpo alla nuca dell’ignaro Gabriele, che spalancò la bocca e cacciò un terribile grido.
La ragazza si alzò e volse le spalle alla creatura che si lamentava e le lanciava mille imprecazioni. [...] Iniziò a correre per allontanarsi il più possibile da Gabriele, perché se fosse riuscito a prenderla una seconda volta…
[Bryan intanto combatte]
Marta correva nel buio del tunnel di pietra. I passi di Gabriele riecheggiavano dietro di lei, preceduti dalle sue bestemmie.
“Ti prego”, supplicò la ragazza, “fai che non mi prenda”. Si concesse un breve sguardo indietro e vide l’ombra dell’inseguitore, proiettata dalle fiaccole poste a intervalli regolari lungo le pareti. Se non ci fossero stati nemmeno quei lumi, non avrebbe avuto alcuna speranza di scappare.
[Ma Gabriele l'acchiappa]
Raggiunsero lo spiazzo e Gabriele la condusse dove si erano appostati prima, vicino ai vestiti della ragazza.
«Sdraiati», comandò. Marta distese la schiena nuda sulla roccia e venne percorsa dai fremiti del gelo. «Bene, bene così», annuì Gabriele, abbassandosi per la seconda volta i pantaloni.
[Elucubrazioni varie]
«Non farmi male», lo implorò, pur sapendo che ogni supplica era ormai vana.
Gabriele si portò una mano alla nuca e mostrò alla ragazza le dita sporche di sangue che si ripulì sul suo ventre contratto. Marta osservò inorridita la propria pancia sporca di sangue e poi tornò a rivolgere lo sguardo a Gabriele, che la guardava con occhi glaciali e con un ghigno diabolico.
«Mi hai fatto male e non avresti dovuto. Io ero il solo che ti separava da Elias [lo Spirito] e dal diventare sua schiava».
Gabriele la girò sottosopra con un unico brusco movimento. Marta gemette per il pietrisco che le pungeva pancia e seni. Strillò quando una mano si abbatté con cattiveria sul suo posteriore e ricominciò a piangere, per l’umiliazione più che per il dolore. Poi una seconda sculacciata, una terza e una quarta.
«Ti stai arrossando», osservò compiaciuto Gabriele, abbassando per la quinta volta la mano. Questa volta colpì così forte che lo schiocco che seguì rimbombò in tutto il locale di roccia. «Spero che ti basti la lezione».
«S-sì», bofonchiò la ragazza, asciugandosi le lacrime con il dorso di una mano.
«Non ti agitare», la ammonì. Le passò dietro e le cinse il ventre con le braccia. La sollevò con brutalità e le ordinò di rimanere sulle ginocchia. «Sei pronta?», gracchiò.
Marta artigliò la terra con le dita, chiuse gli occhi e strinse le labbra per costringersi a non urlarle.

C’è un po’ di tutto: Gabriele che riesce letteralmente a strappare di mano Marta a Bryan senza che questi se ne accorga, l’incoerenza in grassetto sul pianto, il fatto che la base sotterranea è immersa nell’oscurità tranne che per il corridoio che Marta deve fare di corsa tutta nuda (se corre al buio chi la guarda?), e una tristissima sequenza finale.
Gabriele, che non sarà il Cattivo con la C maiuscola, ma, per citare una sua precedente “impresa”, aveva appena accoltellato un gruppo di vecchietti nel sonno, guarda Marta “con occhi glaciali e con un ghigno diabolico” e poi… la sculaccia. Gegnale. Sì, è umiliante per Marta, ma lo è uguale per il lettore e anche per il povero Gabriele che non si merita dopo 600 anni di nequizie di diventare pupazzo delle fantasie adolescenziali del Ghirardi.

E non è finita qui. Perché a questo punto interviene Bryan, nel frattempo anche lui denudatosi, chikas_pink32.gif e con un raggio laser stende Gabriele, salvando Marta. Marta gli si butta al collo, ma dura un attimo, poi lei è di nuovo solo affari, perché c’è ancora lo Spirito da sconfiggere e:

Marta gli porse i pantaloni.
Bryan scosse il capo. «Sono i tuoi».
Marta inarcò un sopracciglio e gli rivolse un’occhiata complice. «Ti serviranno per contenere la tua virilità. Non vorrei farti cascare dalle nuvole, ma lo Spirito è ancora qua in circolazione»

Francamente non vedevo il problema per Bryan di combattere con un’erezione in bella vista, non sarebbe stato episodio più scemo del resto.

Com’è che anche Bryan è senza vestiti? Perché a questo punto si scopre che lui è Lui: il Prescelto, il Numero Uno, Gesù Bambino, il Duce, Er Mejo, l’Erede, e in quanto tale ha un super potere extra, ovvero è in grado di diventare immateriale quando qualcuno lo sta per ammazzare. I mostri lo stavano per uccidere, ma Bryan, in maniera inconscia, ha usato questo suo potere della fantasmificazione ed è riuscito a scappare. Peccato che i vestiti siano rimasti indietro.

Dopo la battaglia Bryan e Marta vivono un periodo di felicità assieme, ma come detto, lei lo considera solo un amico, tanto che un giorno gli comunica che si è trovata un fidanzato, tale David. La reazione di Bryan è nihalesca:

Si ritrovò nel letto, con la testa affondata nel cuscino impregnato di lacrime. Un braccio era disteso, come pietrificato, lungo il corpo. Provò a muoverlo ma non ci riuscì, allora lo lasciò lì com’era. Tutto era vago e indefinito, come se si fosse appena risvegliato da un incubo. Si rialzò, barcollante, sollevò il braccio sano e mollò un pugno al muro, spellandosi le nocche. Poi, tenendosi il braccio dolorante che al minimo spostamento gli inviava fitte tremende, si avviò verso il bagno, con la vista annebbiata dal pianto. Completò il percorso in quattro tappe e vomitò nella tazza del water. Rimase inginocchiato sul pavimento freddo, con la fronte appoggiata all’asse fino a quando non lo raggiunse sua madre.
«Bryan! Che diavolo ti succede? Che hai fatto?».
Bryan mugugnò e si lasciò cadere indietro, sbattendo contro il mobiletto sottostante la lavabo.

Sarà che anche i veri uomini piangono, ma personalmente cominciano un po’ a stufarmi tutti questi protagonisti dalla lacrima facile. Ma forse Bryan è così sconvolto perché preoccupato per Marta, in fondo l’aveva avvertita che solo lui avrebbe potuto proteggerla.
Poco tempo dopo è visitato da questo bel sogno a occhi aperti:

Gionata si fermò appena raggiunte le ombre che sembravano immobili e cristallizzate. Marta aveva gli occhi velati dal terrore e invocava Bryan. Giò le strappò di dosso la gonna e la gettò a terra, dove affondò in un basso strato di nebbia.
«Non farlo!», gridò Bryan, continuando a sforzarsi di raggiungerli. Ormai la sua parte razionale si era accorta che non avrebbe potuto arrivare, ma lui la zittiva e non smetteva di tentare.
Gionata le strappò anche la camicia, facendo saltare via tutti i bottoni, e la buttò sul pavimento.
«Non ti azzardare!».
Gionata lo guardò divertito e fece scivolare le mani dietro le coppe del reggiseno, sugli abbondanti globi carnosi.[sic] Marta strillò.
«Lasciala andare, figlio di puttana!».
L’ombra del suo amico fece scendere la mano sinistra sotto il tanga rosso della ragazza. Il ragazzo vedeva le sue dita che si agitavano sotto la stoffa e notò lo sguardo acquoso di Marta, che subito dopo cominciò a gemere. Gionata inclinò la testa e le lasciò il segno arrossato di un succhiotto sul collo. La fece voltare con forza verso di lui e le insinuò in bocca la sua lingua demoniaca.
«Te lo impedirò! Te lo impedirò!». Ma per quanto Bryan si affaticasse e per quanto avanzasse, la distanza non diminuiva mai.
Gionata era sempre più divertito dai suoi vani sforzi. Estrasse la mano dalle mutande e la sfregò sul ventre di Marta, che rabbrividì e chiamò ancora Bryan.
«Non puoi farlo. So che da qualche parte ci sei ancora tu, Giò, e ti supplico di non farlo».
Gionata gli rise in faccia e costrinse Marta ad abbassare la schiena. Bryan si accorse che Giò non era nemmeno vestito.
«Ti prego, Bryan!», strillò Marta.
«Questo è per te, Bryan», disse Gionata, penetrando senza alcun indugio la ragazza curva, per metà avvolta nella nebbia. Marta strillò e spalancò gli occhi e la bocca.
Bryan gridò, gridò e gridò ancora fino a consumare tutto l’ossigeno dei polmoni; intanto continuava a cercare di raggiungerli, ma non riusciva nemmeno a capire se fossero i suoi piedi a essere ancorati, oppure il suolo gli scorreva via. Marta singhiozzava e ansimava, mentre Gionata si muoveva dietro di lei, mantenendo un’espressione di dura e impassibile follia.

Più avanti si scoprirà che Marta è stata violentata sul serio, e anzi ha passato diversi mesi in qualità di schiava sessuale di un Cattivo. Così la stronza impara a non mettersi con l’unico che poteva proteggerla!

Prima, dopo e durante, Marta è ancora il motore del romanzo, sebbene non più protagonista di scene così “pregevoli”. Solo normali molestie e pesanti allusioni.
Dove finisce Marta, non termina il porno. Per esempio la scena che conclude il romanzo vede questo tizio, l’Insorta, fare sesso con un personaggio mai visto prima, tanto per, senza che abbia alcuna importanza per la storia. In altri punti il sesso ha invece importanza, in una maniera che definire ridicola è poco.
In questa scena Bryan deve battersi contro le quattro cinture nere della locale palestra di Kung Fu e contro quattro donne ninja. Gli otto tizi sono però sotto l’effetto di un incantesimo e sono in pratica invulnerabili. Come risolve la faccenda Bryan? Così:

Gli altri otto lottatori erano tutti in piedi e pronti ad attaccarlo. Bryan corse incontro all’uomo che gli era più vicino, gli artigliò i pantaloni dalle tasche e lì tirò giù. L’uomo rimase interdetto e non seppe come reagire quando il ragazzo gli abbassò anche le mutande. Bryan, chinato, si accorse che gli altri lo avevano circondato. Si rialzò e rapidissimo denudò le parti basse degli altri uomini, sfruttando la loro perplessità.
[...]
Bryan imprecò, poi afferrò il braccio magro e forte di una delle donne, e lo torse. Allontanò gli altri con dei calci piazzati all’inguine e alle ginocchia e mantenne la presa sulla donna, incurvata davanti a lui.
«Avete bisogno di un ulteriore stimolo», sussurrò. Sempre tenendola bloccata per un braccio, le afferrò il bordo dei pantaloni e lo strattonò verso il basso, mettendo alla luce le gambe longilinee e sudate. Solo un perizoma rosso le copriva la parte intima. Bryan fece passare due dita dietro all’elastico e anche l’ultima copertura calò. Qualcuno lo colpì al capo, costringendolo a spingere via la giovane, che si scontrò con uno degli uomini. Nel frattempo Bryan venne colpito alle costole, avvertì uno scoppio di dolore e ruzzolò sulla strada.
[...]
L’ultima cosa che Bryan vide prima di chiudere gli occhi fu una scarpa che gli pioveva sulla faccia. Si preparò all’impatto, immaginando la propria testa ridotta in pezzi. Ma il colpo non arrivò. Il ragazzo riaprì cautamente gli occhi e si accorse che gli aggressori guardavano altrove e non lo degnavano più d’alcuna attenzione. Ne approfittò per sgusciare via, si alzò e capì cosa li aveva interessati.
La donna era appoggiata a terra sulle ginocchia e l’uomo si muoveva ritmicamente dietro di lei, tenendo le mani premute contro le sue natiche. I loro versi, da ringhi divennero bestiali gemiti di piacere. I loro compagni distolsero quel che rimaneva dell’attenzione dal ragazzo e si dedicarono alle donne.
In breve la banda di aggressori divenne un groviglio di membra e una fornace di lamenti.

Il problema qui è che se fosse stata una qualche parodia, tipo Il Signore dei Tranelli o Aerosol, il fratello furbo di Eragon non avrei avuto niente da dire, ma Bryan di Boscoquieto non è una parodia. Il romanzo ha, nonostante gli estratti, un tono per la buona parte serio, e l’(auto)ironia è minima.

Copertina di Aerosol
Copertina di Aerosol, il fratello furbo di Eragon

I momenti volutamente “umoristici” poi sono di rara eleganza. Il mio preferito è questo:

[Bryan] Riprese a camminare. Il gruppo di Prigionieri [i Prigionieri del Bosco – esseri umani trasformati in mostri] era un’ombra che stava gradualmente svanendo fra gli arbusti.
«Perché sono uscito? Perché ho voluto seguir… Merda!», esclamò in un sussurro e subito sollevò il piede inzaccherato dalle feci. “Chi ha portato il cane a cagare…?” Esaminò gli escrementi con maggior attenzione e si accorse che erano umani. “Ecco perché si sono fermati! Ma porca…”.

Tutto questo miscuglio perverso-demente-goliardico-adolescenziale è divertente? In un modo cretino, a tratti sì. Vale 10 euro? Manco per sbaglio. Ha qualcosa ha che fare con il fantasy? Neanche per idea.

Per chiudere in bellezza questa sezione, vi lascio a Sarah Michelle Gellar (Buffy) che nei panni di Krysta Now canta Teen Horniness is not a Crime dalla colonna sonora del film Southland Tales (guardatelo! Nuove bizzarrie e “misticismo quantistico” da Richard Kelly, già regista di Donnie Darko).

Sarah Michelle Gellar

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La licenza elementare

Come ripeto sempre, prima di scrivere un fantasy bisogna documentarsi, perché solo ambientazioni e situazioni ben ricercate possono suonare verosimili. Devo aggiungere una postilla: è probabile sia necessario aver completato con successo almeno le scuole elementari. In confronto a Bryan di Boscoquieto i problemi che assillavano la Troisi paiono astrofisica. Il Ghirardi ha difficoltà a contare fino a dieci…

«Una serratura a combinazione», mormorò, puntando la torcia sulla parte superiore della valigia. «Cinque posti e dieci numeri. Morpheus deve averci lasciato un qualche indizio. Non è possibile andare a caso…», continuò, parlando fra sé e sé. «Cinque alla decima». A conti fatti, si trattava di 9.765.625 differenti possibilità. Era stato suo padre a insegnargli il modo di calcolare le probabilità, elevando il numero delle cifre possibili (cinque) a quello dei numeri utilizzabili (dieci).

Ora, se tu hai un posto e dieci cifre (0 – 9) quante combinazioni ci saranno? Nessuno? 10, esatto! Brava Nihal! Se hai due posti e dieci cifre, quante combinazioni ci saranno? Da 0 a 99, 10×10, 100! Con tre posti da 0 a 999, 1000. Con quattro posti 10.000. Con cinque posti 100.000. Secondo il Ghirardi invece sono 9.765.625! Ma LOL, questa è roba appunto da elementari!
Il bello è che c’è anche mezzo paragrafo d’inforigurgito in cui l’autore spiega compiaciuto come calcolare in modo sbagliato le probabilità (che tali non sono perché sono combinazioni). E qui mi rivolgo anche alla Newton Compton nella figura dell’editor o di altro responsabile: capisco che non vi freghi niente della qualità di quello che pubblicate purché venda, ma rendetevi conto che non sapere neanche contare fino a 10 non è un bel biglietto da visita.

Self-Teaching Math Machines
Con queste Self-Teaching Math Machines persino Ghirardi e il suo editor potrebbero imparare l’aritmetica!

E non c’è solo questo, la serie degli strafalcioni comprendere il considerare la Grande Guerra la Seconda Guerra Mondiale invece della Prima, lo sbagliare di almeno un secolo la data d’introduzione in Europa della polvere da sparo, il mostrare un personaggio che pensa di poter far esplodere il C4 con un accendino e altre assurdità simili.

Mi torna in mente quell’articolo del Corriere di qualche mese fa, quello sui nipotini di Tolkien(sic); iniziava in questo modo: “Fantasy di casa nostra. Sono arrivati i nipotini di Tolkien, ragazzi giovanissimi (sorpresa: anche italiani), dalle solide basi culturali, capaci di parlare ai loro coetanei [...]” Sì, basi culturali solidissime, di marzapane! Complimentoni anche al giornalista del Corriere.
E poi ci sono quelli che vanno in giro a dire scempiaggini del tipo: “sì, ma leggere un libro anche se brutto è pur sempre leggere. Leggere è sempre meglio”. Sempre meglio di cosa? Prendere a testate un’incudine? Ci sono ben poche attività che siano più inutili e diseducative di leggere Bryan di Boscoquieto.

Lo stile

Come avete potuto constatare dagli estratti lo stile è decente. Non manca però di una lunga serie di difetti a vari livelli. Uno dei più ricorrenti è il punto di vista traballante. Si va da errori macroscopici (tipo quando un personaggio morente sta ricordando la sua cattura e riesce a ricordare anche scene a cui non ha preso parte) ad altri meno rilevanti ma che alla lunga danno fastidio, esempio:

[1] Elias si alzò e guardò stancamente davanti a sé. La casa gli sembrava meno distante ora. Ogni passo gli era costato un enorme sforzo, però riuscì a trascinarsi fino a raggiungere la porta, bussò e vi accasciò contro.
[2] «Chi è?», la voce irritata di un uomo preoccupato rispose ai colpi di Elias.
[3] Nessuno rispose.
[4] L’uomo tolse l’asse di legno che aveva messo sulla porta per sbarrare l’uscio. Elias crollò e venne sostenuto dalle sue forti braccia [...]

Nella frase [1] il punto di vista è di Elias. Alla [2] comincia a vacillare (perché è strano che Elias ridotto com’è riesca a cogliere la sfumatura di irritazione dovuta a preoccupazione in una voce – sembra che da Elias si scivoli verso il Narratore). Alla [3] c’è il problema: il lettore è ancora più o meno con Elias, e dunque si aspetta un: “Elias non rispose”, “lui non rispose”, o anche solo “non rispose”, quel “Nessuno” sposta il punto di vista, tra l’altro a un personaggio che non abbiamo ancora incontrato, il che crea disagio. Alla [4] il punto di vista è dell’uomo dietro la porta.
Questi piccoli “fastidi”, che costringono magari a rileggere più volte una frase o un paragrafo, non sono difetti mortali, ma accumulandosi pian piano rendono la lettura faticosa e portano alla noia. Inutile dire che non ci sarebbe voluto molto per eliminarli in fase di editing.

Così come l’editor avrebbe dovuto tagliare decine di pagine piene di particolari inutili. Roba di questo tipo:

[Bryan] Entrò in casa sbadigliando e borbottando sottovoce. Salì al piano superiore e si lavò le mani. Lasciò il libro in bagno, sul ripiano dei cosmetici, e andò a mangiare. Un piatto di maccheroni fumanti era già pronto in tavola e la grattugia era accanto, ad attendere soltanto lui per una sventagliata di formaggio. Squillò il telefono quando arrivarono al secondo, ovvero carne di maiale grigliata e spinaci. Bryan si alzò e andò a rispondere al cordless appoggiato sulla scrivania in salotto. Attese un paio di secondi con il telefono in mano prima di premere il tasto che avrebbe attivato la comunicazione. Il suo pensiero era rivolto a Gionata.
«Pronto?»
«Ehi, Bryan».
«Ciao, Giò», lo salutò Bryan sogghignando. «Ho indovinato», diceva la sua espressione tronfia.

Questo livello di dettaglio non è di per sé sbagliato. Se Bryan stesse descrivendo un pranzo al Palazzo della Regina dei Dogorroni potremmo essere interessati a scoprire quali portate ci sono e da quali contorni è accompagno lo gnomo allo spiedo. Ma purtroppo non è così, questo è un frammento di vita quotidiana che ognuno può immaginarsi senza leggerlo e che non ha alcuna rilevanza per la storia. Come detto ci sono decine di pagine di “vita quotidiana” scritte così: una noia abissale.

L’uso del linguaggio è spesso approssimativo. Si va da obbrobri del tipo: “I paesani sono ancora riuniti per assistere allo spettacolo offerto dalla sua morte in diretta, minuto per minuto.” con punto di vista un personaggio del XV secolo – mi chiedo se i paesani siano in regola col canone –, all’aggettivazione eccessiva, specie per quanto riguarda i possessivi “La legna sotto i suoi piedi prende fuoco e le dita dei suoi piedi cominciarono ad ardere.”, fino alle frasi di gusto Troisi: “Bryan non poteva permettere che entrassero. Avrebbero ucciso tutti, trasformando i superstiti in altri servitori dello Spirito.” Uhm… “cazzarola!” come dice la madre di Bryan. E infine ci sono i nomi stessi; senza una buona ragione, in Italia nel XV e XX secolo, abbiamo mischiati: Bryan, Bob, David, John e Josh con Massimo, Viviana, Marta, Walter e Giuseppe. Sarà.

Ci sono poi le solite quisquiglie, che ormai devo dare per scontate parlando di fantasy italiano, cioè le incoerenze: un mercante non denuncia un tizio all’Inquisizione perché vuole dirigere la tortura di persona, ma quando il torturatore sta per cominciare, il mercante se ne va a pranzo. Un personaggio è stecchito a pagina tale e grida incitamenti poche pagine dopo. Si entra dal piano terra di un palazzo, si scende con un ascensore e si ci ritrova all’ottavo piano, con il rischio di sfracellarsi cadendo dalla finestra. Quattro donne ninja diventano cinque per sbaglio e poi tornano quattro. E così via.

Nonostante questo, lo stile del Ghirardi non è così atroce come quello di altri. Anzi, diverse pagine scorrono con la dovuta scioltezza, sebbene sia difficile emozionarsi. Anche quando il punto di vista si mantiene ravvicinato e focalizzato su Bryan l’empatia non scatta, il personaggio è troppo piatto e monocorde.

Lasciando Boscoquieto

Dieci euro buttati, ma si sapeva. Purtroppo per il Ghirardi anche nel campo dell’involontariamente demente la Troisi di Nihal rimane inarrivabile, anche se sotto questo aspetto lui si avvicina. È frenato dalle lunghe parentesi di vita quotidiana di Bryan, che rallentano troppo il ritmo e rendono la lettura farraginosa. Gli elementi fantastici sono da una parte banali, dall’altra inverosimili. Non ci sono elfi, e questo è un pregio, ma siamo lontani da situazioni originali. L’ossessione per la gnocca di buona parte dei personaggi non è divertente in un romanzo che vuole essere preso sul serio.
Gli unici due aspetti passabili sono l’ambiguità morale e uno stile che pur con i suoi limiti non è da buttar via.

Non si può neanche invocare la difesa d’ufficio del romanzo “per ragazzi”. Qui abbiamo sesso esplicito (neanche consensuale), violenza (comprese scene che scivolano nel gore, tipo quando un personaggio si cava un occhio con un cucchiaio), e lezioni di matematica sbagliate: non credo che con queste qualità possa rientrare nel “per ragazzi”. O sì? Probabilmente il “per ragazzi” è come “fantasy”: una categoria-calderone in cui mettere tutta la spazzatura che però lì buttata non può più essere sottoposta a critica, perché i “ragazzi” sono scemi.

Come al solito la casa editrice ha aiutato l’autore poco esperto con un bell’editing così-come-capita. È probabile non sia neanche un caso d’incapacità (per quanto disprezzi gli editor italiani, quanti editor non sanno contare fino a dieci?), ma proprio di completo menefreghismo. Tanto chi controlla?
E non posso dar torto alla Newton Compton: un editing adeguato, la coerenza, la scrittura scorrevole senza intoppi, e quant’altro sono particolari inutili. Non è questo che interessa al pubblico del fantasy. E il pubblico ha sempre ragione. O qualcosa del genere.

L’appuntamento con altri fantasy italiani che partono con queste premesse è per il prossimo Natale, uno all’anno è sufficiente.

Coniglietto in gabbia
Il Coniglietto Grumo si era un po’ ripreso negli ultimi mesi, poi ha letto Bryan di Boscoquieto: è ripiombato nella depressione. È molto triste, e dice che gli sembra di stare tutto il tempo chiuso in gabbia


Approfondimenti:

bandiera IT Bryan di Boscoquieto su iBS.it
bandiera IT Bryan di Boscoquieto presso il sito dell’editore
bandiera IT Il video di una presentazione
bandiera IT Il sito di Federico Ghirardi
bandiera IT Un’intervista a Federico Ghirardi

bandiera IT Il sito dell’Associazione Italiana Editori
bandiera IT Il Signore dei Tranelli su iBS.it
bandiera IT Aerosol su iBS.it
bandiera IT Richard Kelly su Wikipedia

 

Giudizio:

Certe situazioni sono così sceme da sfiorare il divertimento. +1 -1 Certe altre invece sono così sceme da dar fastidio.
Lo stile non è sempre da buttar via… +1 -1 …ma da buttar via in un sacco di occasioni.
Ambiguità morale. +1 -1 Più che un fantasy è una fyccina degenere.
-1 Personaggi piatti, animati solo dalla prospettiva della gnocca.
-1 Elementi fantastici banali e inverosimili.
-1 Strafalcioni in ogni ambito.
-1 Trama sconclusionata.
-1 Noioso per lunghi tratti.
-1 Ironia assente o quasi, e quando c’è non fa ridere.
-1 Dieci euro buttati e non è neppure un romanzo autoconclusivo.
-1 10.000 copie di ‘sta roba intasano le librerie.

Otto Gamberi Marci: clicca per maggiori informazioni sui voti3

Scritto da GamberolinkCommenti (210)Lascia un Commento » feed bianco Feed dei commenti a questo articolo Questo articolo in versione stampabile Questo articolo in versione stampabile • Donazioni

Lo Specchio di Atlante

Segnalazione e breve recensione per questo fantasy italiano uscito ormai diversi anni fa (1991). Devo ringraziare Ettore per averlo scovato: mi era passato sotto il naso senza che me ne accorgessi.

Lo Specchio di Atlante è un fantasy curioso, che neanch’io saprei bene come classificare. Ci sono alcuni elementi tipici del fantasy tradizionale, quali magia e libri incantati, ma anche una (breve) presenza tecnologica e situazioni molto bizzarre.

La trama è la seguente:

In un mondo lontano, forse collocato in un Universo parallelo rispetto al nostro, la coerenza delle leggi fisiche e della Realtà stessa è affidata a una ciclopica statua. La statua è un artefatto alchemico che consente al mondo di non sprofondare nel caos. Purtroppo la statua si è ammalata: la ghiandola pineale non funziona più come dovrebbe e questo sta incrinando la Realtà. E non basta: per costruire la ghiandola è stato usato un minerale particolare, la drimite; tutta la drimite del mondo è stata utilizzata e dunque non ne avanza più per una nuova ghiandola.
Il Mago Zephiro decide di inviare uno dei suoi Apprendisti, Heron, a cercare la drimite in sogno. Infatti Heron ha la capacità di interagire fisicamente con i propri sogni, anche se né lui né Zephiro sanno se quei mondi onirici sono creati dalla volontà di Heron oppure se l’Apprendista, quando si addormenta, naviga in Universi paralleli.
Il piano pare andare a buon fine finché i nostri eroi non scoprono che oltre agli Universi nei sogni esistono anche altri Universi, nascosti dietro gli specchi. E benché questi Universi siano spesso molto diversi, tutti contengono un equivalente di Zephiro, Heron & soci impegnati a cercare la drimite.

Atlante
Nella mitologia greca Atlante era un Titano costretto da Zeus a reggere la volta celeste

Presto questo moltiplicarsi di mondi (i mondi in sogno, i mondi dietro gli specchi, i mondi dietro gli specchi in sogno) rende il romanzo un bel casino. Lo dico in senso positivo: è piacevole farsi trasportare in questa Realtà labirintica. Onestamente non posso mettere la mano sul fuoco riguardo la coerenza della storia, per farlo avrei dovuto tracciare una sorta di “mappa” di tutti i personaggi e i loro mondi, e non mi sembrava il caso. La sensazione è che l’autore abbia ben salde le redini della vicenda e sappia quello che sta succedendo, di evidenti contraddizioni non ne ho trovate.

Lo stile è buono, c’è qualche imprecisione qui e là ma nel complesso si legge volentieri. Ho apprezzato molto che sia raccontato solo l’essenziale: il romanzo sono 200 pagine circa, senza un paragrafo di troppo o quasi. Questo forse va a scapito di una caratterizzazione dei personaggi non eccezionale (paradossalmente sono meglio delineati i due omuncoli che collaborano con gli Apprendisti di Zephiro che non gli Apprendisti stessi, che dovrebbero essere i protagonisti), ma non mi lamento.
Il finale conclude degnamente la narrazione, anche se rimane il classico dubbio se sia trattato soltanto di un sogno. D’altra parte, considerate le premesse, i sogni potrebbero essere altrettanto concreti del mondo che percepiamo da svegli.

Per quanto riguarda le bizzarrie sono ben distribuite, tra le altre segnalo un animale fatato metà rettile e metà furetto, un misterioso Giudice che non si capisce che razza di creatura sia e un vampiro in miniatura.

In sintesi, un buon libro. Sicuramente più originale e scritto meglio della media del fantasy italiano che circola in questo periodo. È un peccato che l’autore, Bernardo Cicchetti, a quanto mi risulta non abbia pubblicato altri romanzi.

Come procurarsi il romanzo

Il romanzo è disponibile su emule:

Icona di un mulo eBook.ITA.2342.Bernardo.Cicchetti.Lo.Specchio.Di.Atlante.(doc.lit.pdf.rtf).[Hyps].rar (1.741.967 bytes)

Copertina de Lo Specchio di Atlante
Copertina de Lo Specchio di Atlante

Sul Delos Store (ma a 25 euro per un libro usato da 200 pagine), e come al solito si può tenere d’occhio eBay.

Giudizio: 1 Gambero Fresco.
Un Gambero Fresco: clicca per maggiori informazioni sui voti

Scritto da GamberolinkCommenti (21)Lascia un Commento » feed bianco Feed dei commenti a questo articolo Questo articolo in versione stampabile Questo articolo in versione stampabile • Donazioni

Vampire Kisses!!!

Copertina di Vampire Kisses Titolo originale: Vampire Kisses
Autore: Ellen Schreiber

Anno: 2003
Nazione: USA
Lingua: Inglese
Editore: HarperTeen

Genere: Rosa con gnokki
Pagine: 253

Ho letto le prime pagine di Vampire Kisses pensando: “chissà che incredibile stupidaggine, magari se è abbastanza demente posso cavarne un articolo per il blog. E in più potrei dileggiare l’autrice. E offendere le fan.” Del resto parto sempre con questo atteggiamento, essendo stata infettata da piccola con il morbo della kattiveria.
Invece Vampire Kisses pur non essendo un capolavoro, e in verità neanche un bel romanzo, si è però rilevata una lettura interessante.

La storia è la seguente: Raven ha da poco compiuto sedici anni e non è felice. Abita in una piccola cittadina, da lei ribattezzata “Dullsville”, e oltre che macerarsi nella noia deve sopportare il fatto che nessuno le voglia bene. Perché Raven è una goth girl e nessuno la capisce. Nessuno capisce perché lei debba vestirsi sempre di nero, essere ossessionata dai film dell’orrore e dai romanzi di Anne Rice, adorare le tenebre e le vecchie case diroccate. Nessuno poi vuole darle retta quando spiega che da grande lei sogna di diventare un vampiro.
Un bel giorno una nuova famiglia si trasferisce nelle magione di Benson Hill, una villa abbandonata da anni. I nuovi arrivati sono una ricca famiglia europea; hanno abitudini particolari e non si fanno mai vedere alla luce del Sole. Raven scopre che fa parte della famiglia anche un ragazzo diciassettenne, tale Alexander. Di Alexander basti dire che “His eyes were dark, deep, lovely, lonely, adoringly intelligent, dreamy. A gateway into his dark soul.” Come ovvio Raven s’innamora subito di Alexander, e lui di lei, ma c’è un grosso problema: lui è uno gnokko o in terminologia pre-Meyer un vampiro.

Alexander
Lo gnokko Alexander. Non so se sia più gnokko dello gnokko Edward, ma almeno non sta ripetendo per la quindicesima volta il Liceo: è già qualcosa

Come si vede la trama è in pratica quella di Twilight: ragazzina sola nella piccola cittadina ostile e vampiro adolescente. Peccato che Ellen Schreiber abbia scritto Vampire Kisses due anni prima di Twilight. Perciò ai “meriti” della signora Meyer si può aggiungere anche quello di aver scopiazzato senza ritegno (anche se poi è chiaro che sia la Schreiber sia la Meyer hanno attinto a una serie di idee che già circolavano da tempo, da Buffy a The Vampire Diaries).
A essere sincera, mentre leggevo Vampire Kisses ho varie volte sghignazzato perché credevo che la Schreiber stesse prendendo varie scene da Twilight e le stesse riscrivendo in chiave ironica, invece era il contrario! È la Meyer che ha rubato le scene e le ha riproposte senza neppure un briciolo dell’umorismo di partenza.
Lo stesso vale per lo stile. La Schreiber è molto brava: se si escludono un paio di passaggi a vuoto il testo scorre in maniera impeccabile. È uno stile solo in apparenza elementare, in realtà scrivere così è difficile: non sono rimasta sorpresa nello scoprire che questo Vampire Kisses è il quarto romanzo che l’autrice pubblica.
La mia affermazione può suonare strana se si è appena letta la descrizione degli occhi di Alexander, infatti l’uso indiscriminato di aggettivi e avverbi è una delle stigmate dello scrittore dilettante. Ma qui è l’ironia: in una scrittura sempre molto trasparente e controllata la Schreiber si sbrodola solo quando descrive il suo gnokko, e questo ne comunica un’immagine così sopra le righe da suscitare un sorriso. Dove la Meyer descrivendo Edward come bello quanto un Dio greco vuol essere seria, la Schreiber sta giocando con il cliché del vampiro bello e tenebroso.
Uguale per la protagonista, Raven. La Schreiber ne fa una caricatura della goth girl, insistendo apposta ad associarle l’aggettivo black appena possibile:

Somehow I made it through the day. Cutting and gluing black paper on black paper, finger painting Barbie’s lips black, and telling the assistant teacher ghost stories
[...]
I dragged myself out of bed and put on a black, cotton sleeveless dress and black hiking boots, and outlined my full lips with black lipstick.
[...]
They all looked at me—at my black lipstick, black nail polish, blackened hair, black spandex dress, and clunky black plastic bracelets.
[...]
I was wearing matte black lipstick instead of gloss, black turtleneck, black jeans, and a tiny black backpack with a flashlight and disposable camera.
[...]
I was wearing my Saturday-night best: a black spandex sleeveless mini-dress with a black lacy undertop that peeked through, black tights, unscuffed combat boots, black lipstick, and silver-and-onyx earrings.

…e così via. La faccenda funziona perché tutta questa oscurità è in contrasto con il carattere di Raven. Raven è spigliata, a tratti coraggiosa, intelligente, qualche volta un po’ carogna ma anche generosa, spiritosa, spesso persino allegra (niente a che spartire con quella larva di Bella). È lo stesso meccanismo per cui Shrek che è un orco ma si comporta da brava persona suscita simpatia. Raven ha l’aspetto di una goth girl ma si potrebbe dire che ha un carattere solare.
Raven non è certo il mio personaggio femminile preferito, ma mi ha fatto piacere che la Schreiber, pur mirando a quel pubblico che io chiamo di ragazzine cerebrolese, non abbia rinunciato a proporre una protagonista con un quoziente d’intelligenza superiore alla singola cifra.

Cosplayer
Una cosplayer addobbata da Raven. Qui un suo filmato

La Schreiber è anche più verosimile della Meyer: i suoi gnokki si fanno vedere poco (e mai di giorno), viaggiano spesso e Alexander non frequenta il locale Liceo. È home-schooled, ovvero sono gli insegnanti a venire a casa sua. In America è una pratica più diffusa che non in Europa, e una soluzione molto più credibile che non frequentare una scuola per cent’anni di fila. Inoltre la Schreiber non dice quanti anni abbia lo gnokko, potrebbe sul serio averne diciassette ed essere appena entrato nella gnokkaggine. Tra l’altro, in pratica fino all’ultima pagina, non si può neanche affermare con sicurezza che si è trattato di gnokki: se Alexander e genitori fossero solo dei ricconi eccentrici la storia funzionerebbe lo stesso senza il minimo intoppo.
Per questo Vampire Kisses non lo posso far rientrare nel fantasy, neppure nel sottogenere romantico di Twilight. E d’altra parte non è neanche un vero romanzo rosa perché…
mostra il finale ▼

Da sottolineare infine due aspetti marginali ma che mi sono piaciuti: alcuni dialoghi deliziosamente dementi fra Raven e la sua amica del cuore, e il titolo stesso del romanzo: Vampire Kisses. Senza giri di parole, dritto al punto: gnokki e baci!

Vampire Kisses pur non ottenendo lo stesso successo di Twilight ha avuto comunque un notevole successo. La Schreiber ha pubblicato già cinque romanzi nella serie (dei quali non voglio sapere niente: mi spiacerebbe veder rovinato l’inappuntabile finale del primo volume), e altri tre sono previsti per il 2009-2010. In più dai romanzi è stato tratto un manga, Vampire Kisses: Blood Relatives, e secondo il sito dell’autrice la sceneggiatura per il film è in corso d’opera.
In Italia è da poco disponibile sia il primo volume della serie di romanzi sia il primo volume del manga. Per entrambi l’editore è Renoir Comics. Onestamente non so se valga i 12 euro richiesti, io ho letto l’edizione inglese presa da emule, e prima di spendere soldi consiglio di fare altrettanto (può essere un buon modo per cominciare a leggere in inglese, dato che qui stile e lessico sono molto semplici).

Copertina del manga
Copertina del primo volume del manga

Questa recensione è senza gamberi. Come detto Vampire Kisses non è un romanzo fantasy, è al 99% un romanzo rosa. Io ho letto la mia quota di romanzi romantici, ma non conosco abbastanza il genere per esprimere un giudizio sensato. Penso possa piacere a chi cerca una storia d’amore leggera e divertente. Però bisogna aver ben presente che i temi trattati sono del tipo: cosa mi metto al ballo della scuola? oddio, se papà scopre che gli ho rubato la racchetta fortunata mi metterà in punizione! Alexander mi ama, ma quanto mi ama? Perché non mi ha ancora baciata??? e così via… per quanto possa apprezzare l’abilità tecnica della Schreiber, questo non è esattamente il genere di storia che mi entusiasma.
Ovviamente il romanzo è consigliatissimo per le fan della Meyer: stessa storia, scritta meglio, cosa volete di più? Attente però: per apprezzare certi passaggi è richiesta una ghiandola dell’ironia funzionante…

Vampire Kisses reinterpretato dai fan (a cura della Pima County Public Library)

Approfondimenti:

bandiera IT Vampire Kisses su iBS.it
bandiera EN Vampire Kisses su Amazon.com
bandiera IT Vampire Kisses al sito dell’editore italiano (è possibile leggere un capitolo del romanzo e sfogliare alcune pagine del manga)
bandiera EN Il sito del manga
bandiera EN Ellen Schreiber su Wikipedia
bandiera EN Il sito ufficiale di Ellen Schreiber

bandiera IT La mia recensione di Twilight

 

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