Warning: Creating default object from empty value in /storage/content/82/1008682/fantasy.gamberi.org/public_html/wp-content/plugins/paginated-comments/paginated-comments.php on line 37 Gamberi Fantasy » Scrittura

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Scacchi e Scrittura

Nell’articolo Riassunto delle Puntate Precedenti, ho parlato di scrittura “trasparente” e ho fatto altre considerazioni riguardo la narrativa. Dai commenti mi sono resa conto che forse non mi sono spiegata abbastanza bene, perciò riprendo l’argomento con un paragone che mi pare significativo.

Scacchi

Penso che il gioco sia noto a tutti, comunque per lo scopo di quest’articolo non è necessario saper giocare (non che sia difficile, si può imparare il regolamento in un quarto d’ora).

Quadro di scacchi
Lajos Ludwig Bruck: The Chess Game

Gli scacchi sono un gioco di strategia a turni, il cui scopo è riuscire a disporre i propri pezzi in una particolare posizione rispetto ai pezzi avversari, tale posizione, detta “scacco matto”, assicura la vittoria al giocatore che la raggiunge per primo.
I giocatori di scacchi nel mondo sono decine di milioni, e le origini del gioco si perdono nella notte dei tempi. Se una delle attività umane più antiche e caratteristiche è la narrativa, gli scacchi non sono da meno. Un confronto tra giocare a scacchi e scrivere (e leggere) narrativa penso possa rivelarsi interessante.

Le origini leggendarie del gioco

Le origini del gioco degli scacchi sono ignote. Alcuni riferimenti in documenti antichissimi fanno ritenere che in India si giocasse una variante degli scacchi fin dal 3.000 a.C. Ci sono prove storiche del gioco a partire almeno dal 600 d.C.

Una celebre leggenda attribuisce l’invenzione degli scacchi a un misterioso personaggio chiamato Sissa (o Sessa).
C’era una volta un Re. Questo Re aveva appena perso l’unico figlio in battaglia, peggio, l’aveva sacrificato pur di vincere la battaglia.
Il Re è disperato, e ogni giorno non fa altro che ripensare alla battaglia. Si chiede se non avrebbe potuto salvare il figlio e lo stesso vincere. È sempre più depresso e abbattuto, finché non si presenta il signor Sissa, promettendo di svelare un metodo con il quale il Re potrà studiare la battaglia e chiarire l’atroce dubbio.
Sissa insegna al Re un gioco di sua invenzione: gli scacchi.
In un’altra versione della leggenda il Re è solo annoiato a morte e Sissa si presenta millantando questo nuovo gioco come il non plus ultra del divertimento.

Il signor Sissa
Il signor Sissa visto dall’artista brasiliano Thiago Cruz

Il Re impara a giocare a scacchi e ricostruita la battaglia si rende conto che in effetti non c’erano altre soluzioni: il figlio doveva proprio sacrificarlo. È ancora depresso, ma almeno ha l’animo in pace.
Nell’altra versione il Re impara a giocare e si diverte come un matto.

Comunque sia, il Re è più che soddisfatto del signor Sissa e pensa di premiarlo. Chiede al Sissa di dirgli cosa vuole, qualunque cosa, e gli sarà data. Donne, gioielli, potere, un viaggio a Disney World, l’opera omnia della Troisi rilegata in pelle umana, l’iPhone, qualunque cosa, il signor Sissa deve solo chiedere.
Il signor Sissa, che pare fosse un matematico, chiede al Re che gli venga consegnato del grano. Per la precisione lui vuole che sia posto un chicco di grano sulla prima casella della scacchiera, due chicchi sulla seconda, quattro chicchi sulla terza, otto sulla quarta e così via, fino all’ultima casella, la sessantaquattresima (come noto gli scacchi si giocano su una scacchiera di 8 x 8 caselle).
Il Re ci pensa un po’ su, chiede ai suoi consiglieri quale sia il prezzo dell’iPhone e alla fine gli si illuminano gli occhi: se la caverà con una manciata di grano!

Si aprono i granai reali e si cominciano a disporre i chicchi. Ben presto appare chiaro che il Re ha clamorosamente sbagliato i conti: Sissa ha chiesto una quantità di grano astronomica. Infatti la cifra totale è 2 elevato alla 64 meno 1, ovvero: 18.446.744.073.709.551.615 chicchi di grano! Se l’intera Terra fosse ricoperta di campi di grano, ci vorrebbero 80 raccolti per mettere assieme quella quantità.

I granai reali si svuotano, e ancora le caselle da riempire sono tantissime, a questo punto…
I finali della leggenda sono molti. Un finale è particolarmente benigno: il Re, impressionato dalla furbizia del signor Sissa, lo nomina erede al trono, al posto del figlio schiattato. Qui Sissa è identificato come il Re persiano Sassa, che regnò dal 632 al 672.
In un’altra versione il Re si accorda con Sissa per il premio di consolazione e gli regala l’iPhone (lo nomina governatore di una provincia in testi più antichi).
Secondo altri autori il Re la prende meno bene: svuotati i granai decide di risolvere il problema alla radice, condannando a morte Sissa.
In un’altra versione ancora il Re si dimostra una vera carogna: obbliga Sissa a contare ogni singolo chicco di grano, perché non sia mai che qualcuno dubiti dell’onestà del Sovrano!

Come per il gioco stesso, è difficile individuare le origini della leggenda. Ne parlano autori arabi del XII e XIII secolo, ma facendo cenno a fonti più antiche. L’idea che la storia nasca con un vero Re persiano intorno al 600 d.C. si scontra con il fatto che la serie numerica in oggetto era già nota da secoli, e dunque appare inverosimile che Re e consiglieri sbaglino in maniera così grossolana i calcoli.
In ogni caso divenne una leggenda molto popolare nel medioevo, in Oriente ma anche in Europa:
«ed eran tante, che ‘l numero loro più che ‘l doppiar delli scacchi s’immilla» scrive Dante nel Paradiso, per indicare il numero di angeli nelle sfere celesti, e il richiamo è appunto la vicenda del signor Sissa.

In superficie

Quattro immagini:

Marostica
Marostica: partita con pezzi “viventi”

Videogioco
Uno screenshot da Chessmaster Grandmaster Edition

Scacchi d'oro
Pezzi in oro e diamanti

Trascrizione
Trascrizione di una partita

Le immagini rappresentano tutte e quattro una partita a scacchi. Abbiamo, dall’alto in basso: i famosi scacchi “viventi” di Marostica, dove ogni anno dal 1954 viene rievocata in questo modo folcloristico una famosa partita svoltasi 400 anni prima; lo screenshot di un videogioco dove i pezzi sono animati e hanno l’aspetto di coniglietti stralunati; pezzi e scacchiera d’oro e diamanti pensati per il piacere dei ricconi e infine la trascrizione di una partita, un giocatore con un minimo di esperienza non ha problemi a seguire le mosse indicate e a immaginarsi lo svolgersi del gioco senza nessuna scacchiera fisica davanti.
Quattro rappresentazioni diverse, sono sempre scacchi. Non cambia molto, in effetti non cambia niente se si usano pezzi d’oro o coniglietti o solo lettere e numeri. Il gioco è lo stesso, l’emozione è la stessa.
Mettiamo ora di conoscere una persona che si dichiara giocatore appassionato. La invitiamo a sedersi al nostro tavolo e le proponiamo una partita. La persona storce il naso e allontana da sé la scacchiera: «No, io non posso giocare con scacchi di plastica, se non ci sono coniglietti animati stralunati per me non c’è piacere negli scacchi!»
Siamo sicuri che continueremmo a considerare quella persona “scacchista appassionato”? O non penseremmo piuttosto che si comporta come un bambino capriccioso e un po’ stupido?
Potremmo concordare che anche noi preferiremmo invece degli scacchi di plastica da pochi euro i coniglietti animati stralunati, ma questo non ci impedisce di goderci il gioco.
Il paragone con i libri mi sembra ovvio: non cambia niente se una storia è stata miniata a mano su pergamena, stampata in digitale, riprodotta su schermo o letta ad alta voce. Ognuno avrà le proprie preferenze, ma è assurdo rifiutare una storia perché la cornice non si adatta ai propri capricci. Tanto assurdo che sorge il sospetto che forse si sta leggendo per tutte le ragioni sbagliate.
Non è che il presunto “piacere della carta” sia dovuto alle sostanze tossiche presenti nelle rilegature? Dietro la passione per la letteratura ci sarebbe solo il desiderio di sniffare colla…

Siamo seri!

Sopra un po’ scherzavo, la questione importate è più profonda:

Posizione faccina
Pezzi degli scacchi disposti a guisa di faccina sorridente :)

L'Immortale
Posizione finale della partita detta “L’Immortale”

Due posizioni sulla scacchiera. La prima è… be’ è una faccina sorridente, la seconda è la posizione finale di una celeberrima partita, giocata il 21 giugno 1851 a Londra fra Anderssen e Kieseritzky, partita detta L’Immortale.
Quale delle due posizioni, delle due “rappresentazioni” è più bella? emozionante? interessante? coinvolgente? Per chi sa giocare a scacchi non vi è dubbio la seconda; L’Immortale non ha questo nome a caso: è una partita piena di genio e brillantezza, un’opera d’arte. Ma per le persone che non sanno giocare? Be’, penso più di uno rivolgerebbe la propria attenzione alla faccina sorridente. In fondo quella è una faccina sorridente, è “carina”, sotto invece ci sono solo pezzi messi a caso.

Tuttavia le due valutazioni non sono sullo stesso piano. La faccina è appunto solo carina, lascia il tempo che trova, non può certo competere con un vero dipinto, non credo susciti alcuna particolare emozione. L’Immortale invece mette i brividi. L’Immortale è una storia, una narrazione, è come assistere allo scontro fra Napoleone e il Duca di Wellington a Waterloo. In altre parole la bellezza della seconda posizione non è nella disposizione dei pezzi in sé, ma in quello che significano.
Lo stesso, né più né meno vale per la scrittura. Il piacere che nasce dalla disposizione delle parole in sé, dal “bello stile”, è vacuo, effimero, non può assolutamente competere con l’emozione che scaturisce dal significato delle parole.
Avrei potuto forse disporre i pezzi della faccina in maniera diversa, migliore, più attenta, e la faccina sarebbe risultata un tantino più carina. Ma ne sarebbe valsa la pena? No. Per quanto possa rendere carina la faccina, rimane sempre e solo una stupida faccina, non riuscirà mai a trascendere oltre, perché non c’è nient’altro oltre, non c’è alcun significato.
Si possono limare e ricamare le parole finché si vuole, e non c’è dubbio che questo possa migliorare la qualità di uno scritto, ma è un miglioramento minimo, superficiale, non è lì l’emozione, non è lì il significato, non è quello lo scopo della narrativa.

Ma non si potrebbe combinare il bello stile con il significato? La faccina non potrebbe essere bella in sé e in più essere la posizione in una partita? E la risposta è NO. Certo, in linea del tutto teorica, una posizione potrebbe essere sia esteticamente bella sia significativa per il gioco, ma la probabilità è microscopica. Soprattutto, tale posizione sarebbe frutto del caso, perché nessun giocatore che muove in base a canoni estetici arriva molto in là nel gioco.
Quando diciamo che un giocatore gioca “bene” non ci riferiamo alla sua abilità nel creare diorami sulla scacchiera, bensì alla sua capacità di vincere le partite; “bene” vuol dire “efficace”. Così è quando parlo di “bene” riferito alla narrativa: è la capacità di riuscire a comunicare in maniera efficace una storia al lettore, indipendentemente dall’uso delle parole in sé.
Accostando gli scacchi alla narrativa credo appaia anche chiaro perché lo stile necessita di essere trasparente. Immaginiamo un giocatore che invece di cercare di vincere le partite a ogni mossa tenti un qualche accostamento “artistico”: mettere tutti i pedoni in diagonale, i cavalli vicini stretti agli alfieri, Re e Regina a braccetto… non sarebbe considerato un giocatore ma un buffone. Lo scrittore che attira sul suo stile l’attenzione, che trasforma il mezzo in un fine, è altrettanto buffone.

Avere uno stile “efficace”, ovvero “trasparente”, non significa non avere stile. Quello è l’obbiettivo. Negli scacchi, data una certa posizione, esiste per uno dei due giocatori almeno una sequenza definita di mosse che porta alla vittoria (o alla patta). Lo stile migliore è quello che sempre riesce a trovare questa sequenza. Ma questo stile ipotetico non è appunto uno stile, non è una scelta alla quale se ne può contrapporre un’altra, è il modo perfetto di giocare, è univoco.
Gli esseri umani non sono in grado di raggiungere tale stile, non hanno la necessaria capacità di calcolo. Perciò negli scacchi esistono molti stili diversi, ma nessuno di questi implica disegnare faccine, lo scopo è sempre approssimare lo stile perfetto.

BESM-6
Un BESM-6, un computer sovietico degli anni ’60. Su un antenato del BESM-6, nel 1958 venne sviluppato il primo programma in grado di giocare a scacchi. È possibile, sebbene appaia improbabile, che in un futuro prossimo i calcolatori riusciranno a raggiungere la perfezione nel gioco degli scacchi

Veniamo alla narrativa. Lo stile perfetto (o non stile) nella narrativa è quello totalmente trasparente. Uno scrittore è stato su Marte (davvero o con la fantasia), e decide di raccontare quest’esperienza al lettore: lo scopo è far sì che il lettore si trovi anche lui su Marte, che l’esperienza di autore e lettore coincida. Le parole devono sparire, e le menti delle due persone coinvolte devono sovrapporsi. Gli occhi dell’autore che ammirano il marziano devono essere gli stessi occhi del lettore.
Come nel caso degli scacchi, almeno finora non si è ancora giunti a capire come realizzare questo modo ideale di narrare. Per questo ci sono stili diversi nella narrativa, ma gli stili che disegnano faccine sono altrettanto assurdi e da buffoni.

Ma io non voglio imparare a giocare a scacchi! Mi accontento di guardare le faccine, mi diverto così… Questo è un atteggiamento legittimo, ma che io trovo molto triste. Come ricordato non ci vuole più di un quarto d’ora per imparare a giocare, e ci vuole ancor meno tempo per la narrativa. In effetti riguardo la lettura non si deve imparare niente, ci si deve solo mettere nella giusta predisposizione d’animo. La giusta predisposizione d’animo prevede il voler calarsi nella storia. Si deve voler andare su Marte!
Eppure tantissime persone, forse addirittura la maggior parte di chi ha l’hobby della lettura, si rifiutano. Posti davanti all’alternativa: andare su Marte o sentire qualcuno che ti racconta che è andato su Marte, scelgono la seconda.
E io chiedo a costoro: se non volete andare su Marte, cosa diavolo leggete narrativa a fare? È da bambini stupidotti pasticciare con i pezzi della scacchiera, l’emozione e il divertimento stanno nell’affrontare il gioco. Certo non sempre sarà divertente e le emozioni coinvolte non sempre saranno piacevoli, per esempio più spesso che non una sconfitta è condita con rabbia e frustrazione, tuttavia non credo ci sia paragone tra il giocare e il disegnare o “ammirare” faccine dal sorriso ebete.
Al lettore di literary fiction spesso piace darsi arie. Lui legge Letteratura con la L maiuscola, Arte con la A maiuscola, si compiace di perder tempo con Opere che mischiano in un unico pastrugno mezzo e fine, parole e loro significato. In realtà è come il tizio che non riesce ad andare oltre una faccina sorridente, non saprà mai quanto è molto più travolgente L’Immortale. Lo scrittore di literary fiction poi non lo prendo neanche in considerazione, è nient’altro che un buffone (so benissimo di aver appena dato del buffone a chissà quanti presunti Geni Riconosciuti della Letteratura, fatti loro!)

Lo specchio della Realtà

Ora vediamo quest’altra posizione:

Posizione nero
Nessuno vuole bene al pedone nero!

Qui non c’è né la carineria della faccina, né il significato di una posizione di gioco. Perciò sarebbe una composizione da buttare senza pensarci sopra due volte… ma se dicessi che questo non è ciò che sembra, bensì è una metafora, un’allegoria? Qui abbiamo, nero su bianco chikas_pink55.gif , un’allegoria del razzismo! Guardatelo lì il povero pedone nero, circondato dagli sprezzanti pezzi bianchi! Questa posizione è una posizione importante, dice qualcosa riguardo i problemi del nostro tempo, comunica un fondamentale messaggio!
Un’altra perversione è appunto questa: quella di considerare la narrativa secondaria alla Realtà, tanto che la narrativa stessa acquisirebbe importanza divenendo specchio, metafora, interpretazione della Realtà.
Ma non è così. La narrativa è ben più potente, la narrativa crea la Realtà!
Così come gli scacchi. Gli scacchi esistono da millenni e sono passati attraverso ogni genere di sconvolgimento sociale, tecnologico, filosofico, religioso e quant’altro. Questo perché una partita di scacchi non è una simulazione di guerra, una partita di scacchi è una “guerra” in sé. Gli scacchi non sono imitazione della Realtà, non sono la versione da salotto di una campagna militare, non hanno bisogno di appoggi, sono una Realtà, o almeno una scheggia di Realtà, per se stessi. Le idee alla base del gioco sono geniali in sé, non in relazione ad altro.
La storia di Ulisse che acceca Polifemo può essere interpretata in mille modi diversi, ma non deve il suo significato all’interpretazione, ma alla vicenda in sé. È eterna perché ha generato una Realtà a se stante, lontanissima da qualunque considerazione sui problemi del nostro tempo (di qualunque tempo).
Al massimo, ogni tanto, la Realtà riesce a tener dietro alla narrativa. Quando Verne ha scritto Dalla Terra alla Luna, in effetti avevamo già raggiunto la Luna, ben prima di Neil Armstrong. Se Verne avesse posseduto lo stile ideale di cui si parla sopra, l’esperienza sarebbe stata perfetta, identica al vero viaggio.

Copertina di Dalla Terra alla Luna
Copertina di Dalla Terra alla Luna

La narrativa non ha bisogno d’imitare la Realtà, può farlo, ma questo non è un merito, è un altro pasticciare da bambini stupidotti, è ancora un rifiuto del gioco per disegnare invece faccine carine. La narrativa deve ampliare la Realtà, generare nuove Realtà, allargare i confini dell’immaginazione della nostra specie.
Nessuno mi vieta di scrivere un saggio sul problema del razzismo nell’Europa del XXI secolo, e ne può venire un ottimo saggio, ma non sarà buona narrativa. La narrativa che si ferma a rielaborare la Realtà, senza andare oltre, senza aggiungere altro, è solo una perdita di tempo.
Ci sono autori che si compiacciono d’immergere le loro opere in un bagno di Angosciosi Problemi del Nostro Tempo; costoro credono che così facendo le loro opere di narrativa acquistino significato, invece succede l’opposto, ne vengono svilite. Questi autori rientrano anche loro nel calderone dei buffoni (e così avrò dato del buffone a qualche altro Genio, be’, peggio per lui!)

Errori da evitare parlando di scacchi

Mio padre è appassionato di scacchi, da giovane ha anche partecipato a varie competizioni, quando avevo otto anni mi ha insegnato a giocare. Me la cavo abbastanza, ho un po’ lasciato perdere quando ho capito che per migliorare ulteriormente avrei dovuto cominciare a studiare sul serio.
Infatti anche negli scacchi nessuno nasce “imparato”. Spesso si parla di bambini prodigio riguardo gli scacchi, e ancora più spesso se ne parla a vanvera. Per esempio è citato spessissimo il da poco scomparso Bobby Fischer, divenuto Campione di Scacchi degli Stati Uniti all’età di 14 anni. Quello che si trascura di raccontare è che Fischer si allenava dall’età di 6 anni, frequentava uno dei circoli scacchistici più prestigiosi del mondo e come istruttori ha avuto due Gran Maestri. E non basta. Se non si passano ore e ore e ore a imparare, per dirne una, le tecniche d’apertura, non c’è genio che tenga.

Bobby Fischer
Bobby Fischer (a destra) diventerà Campione del Mondo nel 1972, battendo il russo Boris Spassky

Dunque non sono una gran giocatrice, tuttavia ne capisco abbastanza da imbizzarrirmi quando scrittori e registi inseriscono scene di scacchi nelle loro opere, senza sapere di quel che stanno parlando.

Alcuni degli errori più comuni:

Icona scacchi Partite che terminano con lo “scacco matto”. Oh, bella! Ma non dovrebbe proprio finire così una partita di scacchi? Sì, in teoria, in pratica non è un finale così diffuso. Più spesso che non i giocatori, specie se esperti (e nei romanzi chi gioca a scacchi è sempre un intelligentone gran campione), abbandonano. Sarebbe solo una perdita di tempo andare avanti fino allo scacco matto. Di più, è estraneo alla moderna etica del gioco il voler combattere fino alla fine. La scelta dignitosa è, quando la situazione appare compromessa, abbandonare.
Decidere di continuare o abbandonare potrebbe perciò essere un’interessante scelta riguardo la caratterizzazione di un personaggio, se lo scrittore conoscesse l’argomento…

Icona scacchi Partite che terminano con lo “scacco matto” e il giocatore che perde è sorpreso. Assurdo. Anche principianti che hanno imparato da mezza giornata riescono a vedere con una o due mosse d’anticipo lo scacco matto. Al massimo saranno delusi o arrabbiati, non certo sorpresi. Questo vale anche quando invece dello scacco matto si parla della cattura di un pezzo importante. Nessuno rimane “sorpreso” di perdere la Regina. Inoltre se è una partita amichevole e uno dei due contendenti commette l’errore marchiano di lasciare la Regina in balia dell’avversario, l’avversario non si butta a pesce (a meno che non abbia 5 anni) bensì segnala lo sbaglio in modo che si possa rifare la mossa e la partita possa mantenersi interessante.

Icona scacchi Gente che grida “scacco!” come se stesse vincendo. Lo “scacco”è quando il Re avversario è minacciato da un nostro pezzo. Di per sé non indica una posizione di vantaggio né che la vittoria sia prossima. Ovviamente può essere un tal tipo di indicatore, ma come può esserlo una qualunque altra mossa. Scalmanarsi per uno “scacco” è un’assurdità.

Icona scacchi La cattura en passant, l’arrocco o la promozione come mosse geniali. Queste mosse sono normalissime, non sono mosse “segrete”(sic) né particolarmente brillanti in sé. Il fatto che magari non vengano insegnate nei primi 10 minuti di studio del gioco, non le rende mirabolanti…

Queste sono le brutture più comuni. Poi, a essere pignole, in un romanzo storico o d’ambientazione storica bisognerebbe tener conto che il regolamento è cambiato nel corso dei secoli; non solo, spesso questi cambiamenti non sono stati recepiti dovunque allo stesso tempo. La cosa è significativa riguardo l’Italia, perché in Italia fino al torneo nazionale di Milano del 1881 si è giocato con alcune regole autoctone ignorate nel resto del mondo.
Per rendersi conto della peculiarità italiana, basti ricordare la strenua lotta del Carrera contro l’arrocco da svolgersi in una sola mossa, da lui definito: «un mostro con due teste» (quest’ultima frase l’ho messa solo per guadagnare uno skill point in Citazioni Dotte Level Up!), oppure ancora la contrapposizione fra scuola italiana e scuola francese sempre riguardo l’arrocco, in particolare le possibili posizioni di Re e Torre.

Gamberetta, skusa se t’interrompo, ma nn vorrei aver kapito male: qui sembra quasi ke tu stia dicendo ke x skrivere 1 paginetta cn 2 ke giokano a skakki, io debba imparare a giokare?!?!!!
Esatto! Hai proprio colto il senso del mio discorso!

Ma è assurdo! Io nn voglio sapere niente d skakki, e armature e frecce, e spade e duelli e tattika e cavalleria e vita medievale, e biologia e botanika e metallurgia, io voglio skrivere fantasi!!!
. . .

Un’ultima curiosità per chi vuole scrivere fantasy, magari in maniera un po’ più seria rispetto alla mia misteriosa interlocutrice: gli scacchi fatati (fairy chess) esistono davvero! Sono quegli scacchi giocati su scacchiere non regolamentari e/o con pezzi eterodossi. Alcuni di questi pezzi sono per esempio l’Amazzone e il Grifone, il Dabbaba e l’Unicorno. Stranamente, non ci sono fate o fatine negli scacchi fatati.

Un quadro d'argomento scacchistico
David McKee: The Chess Match


Approfondimenti:

bandiera IT Gli Scacchi su Wikipedia
bandiera IT La leggenda sull’origine degli scacchi e Dante
bandiera IT Informazioni sulla partita di Marostica
bandiera EN L’Immortale
bandiera IT Dalla Terra alla Luna su Wikipedia
bandiera IT Bobby Fischer su Wikipedia
bandiera IT Pietro Carrera su wikipedia

 

Scritto da GamberolinkCommenti (76)Lascia un Commento » feed bianco Feed dei commenti a questo articolo Questo articolo in versione stampabile Questo articolo in versione stampabile • Donazioni

Incipit e nuove abitudini di lettura

Fra poche ore chiuderò il sondaggio, perché mi sembra che ormai i risultati siano chiari. La Strazzulla ha stravinto, ottenendo quasi più voti degli altri tre romanzi messi assieme. Avevo intuito che avrebbe trionfato la novità, ma sono rimasta sorpresa dalle proporzioni, e non credevo che ci fosse più curiosità su Bryan di Boscoquieto rispetto a La Ragazza Drago.

Copertina di Bryan di Boscoquieto nella Terra dei Mezzidemoni
Copertina di Bryan di Boscoquieto nella Terra dei Mezzidemoni

Avendo promesso di attenermi ai risultati del sondaggio, mi sono già procurata Gli Eroi del Crepuscolo. Ho letto un centinaio di pagine, posso solo dire che se riesco ad arrivare in fondo (ed è un grosso se, perché la mia soglia di sopportazione è al limite), ci sarà da “divertirsi”.

Copertina de Gli Eroi del Crepuscolo
Copertina de Gli Eroi del Crepuscolo

A partire dall’incipit, che riporto di seguito:

Il primo giorno fu un giorno di sole.
Non era in realtà il primo giorno, perché migliaia di giorni erano già scivolati via, silenziosamente registrati da sguardi che si nascondevano nelle ombre in mezzo agli alberi, e da memorie create per durare in eterno e conservare il ricordo di ogni singolo secondo perduto. Ma i Primi non potevano saperlo, e lo chiamarono il primo giorno, dopo che la prima notte ebbe insegnato loro cos’era un giorno, e cos’era una notte. I Primi avevano molto da imparare e lo sapevano.

Bello? Brutto? Basta confrontarlo con qualche altro incipit. Non scelto apposta, solo di romanzi in coda di lettura caricati sul lettore di ebook.

L’incipit di Singularity Sky di Charles Stross:

The day war was declared, a rain of telephones fell clattering to the cobblestones from the skies above Novy Petrograd. Some of them had half melted in the heat of re-entry; others pinged and ticked, cooling rapidly in the postdawn chill. An inquisitive pigeon hopped close, head cocked to one side; it pecked at the shiny case of one such device, then fluttered away in alarm when it beeped. A tinny voice spoke: “Hello? Will you entertain us?”
The Festival had come to Rochard’s World.

Avevo riportato le prime 89 parole del romanzo della Strazzulla, qui ci sono le prime 85 di Stross. Già dalla prima frase una preferirebbe leggere Stross rispetto alla Strazzulla. La Strazzulla si preoccupa di comunicarci che il primo giorno c’era il sole, Stross invece chiarisce che il giorno in cui scoppiò la guerra, una pioggia di telefoni cadde su Novy Petrograd.
La reazione alla Strazzulla è: “C’era il sole, ottimo, e allora? Chi se ne importa!”, la reazione a Stross è: “C’è una guerra e piovono telefoni?! Che diamine sta succedendo?”, ovvero, suscita curiosità.
Nel proseguo, la Strazzulla racconta, è generica, Stross mostra. È difficile immaginare nella propria testa quel che racconta la Strazzulla, perché è vaga, perché riferisce concetti astratti (come faccio a rendere nella mia mente: “I Primi avevano molto da imparare e lo sapevano”? A questo punto non so neanche chi o cosa siano i Primi!)
Stross invece è preciso, concreto: i telefoni sono mezzi sciolti, un piccione si avvicina, sono riportate le esatte parole della voce. Posso senza difficoltà immaginare l’intera scena.

Copertina di Singularity Sky
Copertina di Singularity Sky

L’incipit de Il Tramonto degli Dei di Mary Gentle:

Nella piazza della cattedrale la folla ormai rauca si apprestava ad impiccare un maiale.
Un giovane rallentò il passo per guardare.
Le assi gialle del patibolo, inchiodate frettolosamente, stillavano linfa; un odore resinoso di pino giunse alle sue narici, e ancora più forte, il fetore di sterco animale. Lucas cercò un fazzoletto per tergersi il volto sudato. Non trovandolo, usò, disgustato, un lembo della manica. Si fece strada fra gli spettatori, con la testa che gli rintronava per il rumore.

80 parole per la Gentle. Anche in questo caso, basta la prima frase ad “acchiappare” il lettore, infatti l’impiccagione di un suino non può che suscitare molta curiosità. Il proseguo è, come nel caso di Stross, mostrato.

Copertina de Il Tramonto degli Dei
Copertina de Il Tramonto degli Dei

L’incipit di Wizard of the Pigeons di Megan Lindholm (meglio conosciuta come Robin Hobb):

On the far western shore of a northern continent there was once a harbour city called Seattle. It did not have much of a reputation for sunshine and beaches, but it did have plenty of rain, and the folk who lived there were wont to call it “The Emerald City” for the greenness of its foliage. And the other thing it boasted was a great friendliness that fell upon strangers like its rain, but with more warmth. In that city, there dwelt a wizard.

84 parole per la Hobb. Questo incipit mi piace meno di altri, d’altra parte, come detto, non li ho scelti apposta. Qui la curiosità, benché non così stimolata come nel caso di Stross e della Gentle, è data dal contrasto fra il tono fiabesco “c’era una volta [...] un mago” e l’ambientazione moderna: Seattle.

Copertina di Wizard of the Pigeons
Copertina di Wizard of the Pigeons

E per ultimo l’incipit di un romanzo che non ho nel lettore, ma che ho una gran voglia di rileggere, dopo essermi sorbita tante stupidate, Cuore d’Acciaio di Michael Swanwick

Anche se allora la bimba rapita ai mortali non lo sapeva, la sua decisione di rubare un drago e scappare nacque la notte in cui i bambini si riunirono per complottare la morte del loro supervisore.
Fino da quando era stata in grado di ricordare, era vissuta nella fabbrica dei draghi ad alta energia. Ogni giorno all’alba veniva condotta a passo di marcia, assieme agli altri minori a contratto, dal dormitorio nel Fabbricato 5 alla caffetteria, per una colazione che aveva a malapena il tempo di trangugiare prima del lavoro. A quel tempo solitamente veniva mandata al reparto cilindri per il lavoro di lucidatura, ma altre volte veniva assegnata al Fabbricato 12, dove i neri corpi di ferro venivano collaudati e lubrificati prima di passare al reparto costruzioni per l’assemblaggio finale. I tunnel addominali erano troppo piccoli per un adulto, e il suo compito consisteva nello strisciarci dentro per strofinare e ingrassare quei cunicoli bui. Lavorava fino al tramonto e talvolta anche oltre se sotto contratto c’era un drago particolarmente importante.
Il suo nome era Jane.

176 parole, non ho voluto tagliare a metà il secondo paragrafo. Anche nel caso di Swanwick, basta la prima frase a invogliare alla lettura: abbiamo in due righe una bambina rapita, un progetto di furto di rettile gigante e fuga e infine un complotto teso all’omicidio di un supervisore! Un tantino più significativo rispetto a una giornata di sole…

Copertina di Cuore d’Acciaio (edizione russa)
Copertina di Cuore d’Acciaio (edizione russa)

Un paio di considerazioni. L’incipit è importante e lo diventerà sempre di più. Mi spiego: non ho comprato nessuno dei romanzi sopra citati, a parte Cuore d’Acciaio, che comunque è stata acquistato a suo tempo da mio fratello. Li ho scaricati. E come ho scaricato questi, negli ultimi sei mesi ne ho scaricati qualche altro migliaio. Avendo a disposizione, non più in là di qualche click del mouse, centinaia e centinaia di romanzi di fantasy e fantascienza, con quale criterio dovrei scegliere quali leggere?
Ci sono i consigli altrui, la conoscenza dell’autore, le recensioni, ma comunque coprono una percentuale piccolissima di tutti i romanzi. Non mi rimane altro che provare a leggere qualche pagina o spesso non più di qualche frase, perché anche solo leggere 10 pagine da ogni romanzo richiederebbe anni.
Mi rendo conto che non sia un criterio “giusto”, e così facendo possa perdermi anche dei capolavori, ma questo piccolo esperimento mi pare significativo: guarda caso l’incipit più banale e “vuoto” è quello dell’autore alle prime armi.
Credo che in futuro, in un futuro prossimo, l’incipit sostituirà a tutti gli effetti la copertina. Adesso, con le librerie come principale fonte di approvvigionamento, la copertina è la presentazione di un romanzo. Ma in uno scenario di pirateria capillare, come avviene già con musica, videogiochi e film, la “presentazione” non è altro che un nome di file. Saranno le prime frasi a rendere o no attraente un romanzo (al di là di altre considerazioni riguardo la fama dell’autore o l’argomento trattato).
Non che manchino i tentativi di trasferire nel virtuale la stessa impostazione delle librerie fisiche, si veda il per altro notevole sito zoomii books, ma per me sono tentativi morti in partenza.

L’altra considerazione è che Einaudi avrebbe potuto inaugurare la sua collana fantasy traducendo – magari con particolare cura – qualche romanzo inedito in Italia di Swanwick o della Gentle. Ma pazienza, inutile ripetere sempre gli stessi discorsi, utile però ribadire: NON BISOGNA COMPRARE PIÙ LIBRI. Bisogna scaricarli, o prenderli in prestito in biblioteca.
Se un editore vuole soldi, deve giustificare tale pretesa. Una bella copertina e tanta pubblicità non sono scuse sufficienti.

* * *

A proposito di libri gratuiti, riprendo il discorso riguardo il lettore di ebook. Ho ricevuto alcune mail che mi chiedevano chiarimenti rispetto alla mia precedente recensione. Dopo sei mesi circa d’intenso utilizzo vale quanto già detto, ma posso aggiungere qualche nota in più:

Icona di un gamberetto Il recente (Maggio) aggiornamento del firmware, non solo non ha risolto i problemi riscontrati – al massimo li ha attenuati – ma ne ha introdotti di nuovi, tipo un consumo abnorme della batteria in determinate situazioni. Inutile dire che dal punto di vista del supporto la Bookeen si sta rivelando un’azienda non proprio affidabile.

Icona di un gamberetto Ciò significa che certi PDF e certe immagini jpeg continuano a far “crashare” il lettore, il che rende leggere manga o libri con molte illustrazioni un’impresa frustrante. La soluzione è ridimensionare e ridurre il numero di colori di ogni singola immagine, per adattarla alla caratteristiche dello schermo. Operazione lunga e noiosissima nel caso dei PDF; alla fine si fa prima a leggere a video o stampare.

Icona di un gamberetto Devo inoltre confermare che i PDF in formato A4 sono in pratica illeggibili. Se sono quasi esclusivamente testo si possono convertire in altri formati più digeribili dal lettore senza colpo ferire, altrimenti è meglio lasciar perdere.

Icona di un gamberetto Manuali o altri testi di consultazione, anche se in formato idoneo, sono anche loro inutilizzabili. La lentezza dell’aggiornamento dello schermo rende molto problematico “sfogliarli”, e la mancanza di tastiera impedisce qualunque tipo di ricerca delle informazioni.

Icona di un gamberetto Il calcolo della durata della batteria è complesso. Come ricordato nella recensione, la batteria si consuma solo a ogni refresh dello schermo, perciò una misurazione in termini di tempo non è significativa. Così com’è poco significativo parlare di “pagine girate”, perché a seconda di come si imposta la grandezza dei caratteri per leggere uno stesso testo si possono voltare un numero diverso di pagine.
Con le impostazioni che sto usando, sullo schermo appaiono poco meno della metà dei caratteri di una pagina media di un libro stampato. In pratica un romanzo di 400 pagine mi richiede circa 900 refresh dello schermo (senza contare altri refresh quando apro i menu o navigo la biblioteca). Con tali impostazioni, leggo tre romanzi appunto sulle 400 pagine “reali” prima di dover ricaricare. O meglio leggevo, perché dall’aggiornamento di Maggio la batteria ha cominciato a consumarsi molto più in fretta. Il sospetto è che per qualche bug ora il lettore consumi energia anche quando è fermo. In ogni caso se si sono salvati i file di sistema prima di aggiornare è possibile tornare al firmware precedente, cosa che quasi sicuramente farò.
EDIT: Proprio oggi (25 Giugno) la Bookeen ha rilasciato un nuovo firmware che dovrebbe risolvere il problema del consumo eccessivo della batteria.

Icona di un gamberetto E con queste premesse, sono entusiasta del mio lettore! In questi sei mesi ci ho letto sopra 20-25 romanzi, ed è stata un’esperienza del tutto piacevole. Anzi, è stato meglio che non leggere su carta. Soprattutto quando il libro di carta è un tomo da 500 e più pagine con copertina rigida, si può facilmente capire quanto sia più comodo leggerlo usando un lettore del peso di appena 174 grammi.
Quando si ha in mano un libro con caratteri troppo minuti o troppo grandi si può solo far finta di niente, adesso invece li regolo io come preferisco. Senza contare che posso cambiare il tipo dei caratteri e con un po’ di fatica anche l’interlinea e i margini della pagina.
Certo, ci sono libri non troppo pesanti, con caratteri della grandezza giusta e stampati su carta patinata di lusso: questi sono superiori all’esperienza che offre il lettore, ma in media è il lettore a garantire l’esperienza migliore.
Anche grazie al fatto che per fortuna la durezza iniziale dei tasti è andata via via diminuendo, e già dopo circa un mese potevo voltare pagina tenendo il lettore con una mano sola, senza bisogno dell’appoggio della seconda mano.

Icona di un gamberetto È opportuno rimarcare la qualità dello schermo e-ink: leggendo sul balcone, al sole, lo schermo è perfettamente visibile, non ci sono paragoni con un LCD. Ho anche apprezzato l’opzione di rendere tutto il testo sempre in grassetto. All’inizio sembra strano, ma a lungo andare l’aumento di contrasto dovuto al grassetto rende la lettura meno faticosa.

Cybook all'aperto
Il Cybook all’aria aperta. La mano non è mia ma del signor Iddo Genuth. Qui la sua recensione dell’apparecchio

Icona di un gamberetto Ci sono poi i vantaggi collaterali, primo fra tutti appunto il poter leggere con facilità a sbafo. O poter avere in un paio di memory card 5.000 e passa volumi di narrativa fantastica, con occupazione di spazio inferiore a una scatola di fiammiferi. O non dover aspettare giorni che arrivi un libro ordinato da iBS.it, ma qualche minuto perché si completi il download.

Perciò le conclusioni sono più o meno le stesse della recensione: se si è appassionati di narrativa e non si hanno scrupoli a rifornirsi via P2P, il lettore è tutto di guadagnato, sebbene sia sotto molti aspetti un prodotto ancora “rozzo”. Altrimenti non vale la pena, in particolare riguardo all’acquisto di ebook: in Italia non li vende nessuno o quasi, e anche in lingua inglese è più facile trovare ciò che si vuole via eMule e BitTorrent piuttosto che presso i siti delle librerie online.

Rispetto alla recensione c’è poi da aggiungere che ora allo stesso prezzo la Bookeen vende il Cybook Gen3 New Edition con 512MB di memoria interna rispetto ai 64, e tasti più morbidi (o almeno così pare, non ho avuto modo di provare personalmente).

* * *

Da Gli Eroi del Crepuscolo:

Per strada la gente accolse il Capitano con clamorose ovazioni. Vandriyan era molto alto, e malgrado la stanchezza camminava a testa alta. Era vestito di verde, con un lungo mantello svolazzante; portava polsiere di oro zecchino su cui erano incisi caratteri runici, e al collo un monile d’oro bruno, che si era trovato già addosso all’inizio dei tempi e che da allora non aveva mai tolto. Al lobo sinistro portava un grosso orecchino d’oro su cui era incastonato uno smeraldo. I suoi lineamenti erano belli e fieri; la pelle glabra e liscia, come quella di tutti gli Eterni. Aveva due intensi occhi verdi e una lunga chioma di fluenti capelli dorati, fra i quali, dietro l’orecchio a punta, portava un giglio nero, un po’ provato dal caldo. Il suo figlio maggiore, Hilsir, era invece vestito di blu; aveva un fisico asciutto e muscoloso, lunghi capelli argentei, occhi color ghiaccio. Il secondogenito, Tyhanar, era invece alto e fino, con dei lineamenti aguzzi molto simili a quelli del padre; portava abiti di seta turchese e aveva gli stessi splendidi occhi verdi di Vandriyan. Per strada molte ragazze lo salutarono, e salutarono Lanyan, il terzo. Lanyan era alto e snello, con un fisico asciutto e portamento elegante; era vestito di rosso e aveva le gambe lunghe e scattanti inguainate in un bel paio di stivali di cuoio marroncino.

Perché leggo ‘sta roba e mi viene in mente: brutta fanfic yaoi? Soprattutto perché leggo ‘sta roba? Se ne riparlerà nella recensione, quando e se ci sarà (e stendo un velo pietoso sulla lettera di estorsione firmata “Signore delle Tenebre” e scritta con inchiostro viola…)

Vandriyan e socio
Quello in verde dovrebbe essere Vandriyan, l’altro tipo non so. In ogni caso sono solo dannati elfi, non gnokki come Edward il vampiro!!!


Approfondimenti:

bandiera IT Gli Eroi del Crepuscolo su iBS.it
bandiera IT Il già citato video nel quale la Strazzulla parla dello scrivere

bandiera EN Singularity Sky su Amazon.com
bandiera EN Il blog di Charles Stross

bandiera IT Il Tramonto degli Dei acquistabile usato…
bandiera IT …oppure ci si può affidare a emule

bandiera EN Wizard of the Pigeons su Amazon.com
bandiera EN Una recensione di Wizard of the Pigeons

bandiera EN Cuore d’Acciaio (edizione inglese) su Amazon.com
bandiera EN Il blog di Michael Swanwick

Scritto da GamberolinkCommenti (103)Lascia un Commento » feed bianco Feed dei commenti a questo articolo Questo articolo in versione stampabile Questo articolo in versione stampabile • Donazioni

Riassunto delle Puntate Precedenti

Scrivendo la recensione de La Setta degli Assassini, mi sono resa conto che forse è il caso di ricapitolare alcuni punti chiave riguardo la narrativa di genere fantastico. Tali punti sono già stati illustrati in vari articoli e commenti, ma mai in maniera sistematica.
Premetto che quel che dirò non è Vangelo. Non sono verità scolpite nella pietra, sono per lo più convenzioni. Ciò significa che uno scrittore è liberissimo di ignorare tali convenzioni, ma non di non essere consapevole di quel che sta facendo.

Una prima distinzione

Una prima importante distinzione è separare la narrativa di genere dalla literary fiction. Literary fiction è una locuzione inglese con la quale si designa un tipo di narrativa dove la forma viene considerata importante in sé, oltre che veicolo per il contenuto. Per usare termini più terra terra, la literary fiction è quel tipo di narrativa che suscita nel lettore reazioni del tipo: “Ma com’è bravo questo autore! Che prosa raffinata! Quali sublimi metafore!”. In altre parole, il lettore di literary fiction prova piacere nell’atto di leggere in sé, al di là del significato di quel che sta leggendo.

Invece nella narrativa di genere, la forma è subordinata al contenuto. In generale lo scopo della narrativa di genere è raccontare storie, dunque il come dev’essere elaborato con tale scopo ben in mente. La forma non può andarsene per i fatti suoi, deve sempre tendere allo scopo. Dal che si deduce che “scrivere bene” ha due significati diversi, a seconda se ci stiamo riferendo alla literary fiction o alla narrativa di genere.
“Scrivere bene” in literary fiction significa offrire al lettore una forma che sia piacevole in sé, “scrivere bene” narrativa di genere significa scrivere trasparente. Significa adottare uno stile che non abbia alcuno stile. So che sembra strano, sembra quasi un invito a scrivere “male” apposta. Ma non è così, c’è una ragione ben precisa.
Come dicevo, scrivere narrativa di genere significa raccontare storie. Dato che parliamo di narrativa, tali storie non esistono, le stiamo inventando. Ma per il lettore devono essere verosimili; il lettore dev’essere invogliato a “sospendere l’incredulità” di fronte alla nostra storia, o addirittura, come auspicava Tolkien, il lettore dev’essere così rapito dalla vicenda da non aver neanche bisogno di trucchetti mentali per credere che elfi e draghi esistono sul serio.
Ora, se il lettore si accorge che stiamo scrivendo bene, se esclama davvero “Che prosa raffinata!”, abbiamo fallito il nostro compito, perché appare chiaro che tale lettore non era davvero stato trasportato nella Terra di Mezzo, bensì era rimasto bello inchiodato in poltrona a leggere uno stupido libro.
La narrativa di genere è una forma ante litteram di realtà virtuale. L’autore impiega la sua arte per strappare il lettore dal suo mondo e immergerlo in un altro mondo, mondo che non solo non esiste, ma che spesso non potrebbe neanche esistere. Lo “scrivere bene”, inteso in senso letterale, è in contrasto con tale obbiettivo. Lo “scrivere bene” è come un salvagente, che impedisce al lettore d’immergersi completamente nella storia.

Corollario: lo scopo della narrativa di genere non è suscitare piacere. Quando leggo della Terra invasa dagli alieni, non dev’essere piacevole. Dev’essere pauroso, angosciante, bizzarro o mille altre emozioni, ma non dev’essere piacevole. L’immagine del lettore in poltrona, intento a gustarsi un romanzo – libro in una mano, bicchiere di liquore nell’altra –, è tipica della literary fiction. Se un romanzo di genere può essere affrontato in questa maniera pacata, non è un buon romanzo.

Lettore di literary fiction
A leggere literary fiction ci si riduce così: vecchi, stanchi e con gli occhiali!

Perciò, dato che questo blog si occupa di narrativa di genere, quando parlerò di “scrivere bene”, senza ulteriore specificazione, intenderò scrivere trasparente.

Narrativa fantastica

Nel campo della narrativa di genere, si distinguono appunto svariati generi. I generi esistono non per “ingabbiare” gli autori, ma per far sì che il rapporto fra autori e lettori sia chiaro. Se io presento il mio romanzo come un giallo, il lettore si aspetterà almeno un delitto. Se nessun crimine viene perpetrato, il lettore rimarrà deluso, indipendentemente dalla qualità del testo, perché lui voleva leggere un giallo, e invece ha letto altro.
Un autore può abbattere le barriere che separano i generi, e in realtà può scrivere quel che gli pare, l’importante è che sia onesto con il lettore: se ha scritto una commedia romantica, così deve presentarla, e non spacciarla quale fantasy solo perché a pagina 82 sullo sfondo passa un drago.

In questo blog ci occupiamo di letteratura fantastica e in particolare di fantasy, anche se non disdegniamo la fantascienza e l’horror.
In generale, ho notato una certa confusione nell’uso dei termini sopracitati, in particolare in Italia, dove spesso i termini “fantastico” e “fantasy” sono mischiati in maniera inopportuna.
L’ho già spiegato un paio di volte nei commenti, ma meglio ribadirlo. La Barca dei Gamberi adotta la seguente convenzione:
Con “letteratura fantastica” o “narrativa fantastica” intendo la letteratura di genere che racconta storie che hanno come fulcro uno o più elementi fantastici. Perciò si va da Le Avventure di Alice nel Paese delle Meraviglie, al Signore degli Anelli, fino a La Guerra dei Mondi, Dracula e Neuromante. Ovvero l’intero spettro: fiaba, fantasy, fantascienza, horror (soprannaturale).

Con il termine fantascienza definisco quelle storie di letteratura fantastica dove gli elementi fantastici sono spiegabili in maniera scientifica.

Con il termine fantasy definisco quelle storie di letteratura fantastica dove gli elementi fantastici non possono essere spiegati in maniera scientifica.

Con il termine horror definisco quelle storie di letteratura fantastica dove gli elementi fantastici sono usati allo scopo di spaventare il lettore, indipendentemente da come possano essere spiegati.

Videogioco di Neuromancer
La confezione del videogioco ispirato a Neuromancer di William Gibson. Neuromancer è un romanzo di fantascienza, sottogenere cyberpunk

Un esempio chiarissimo, il mio preferito!
Elemento fantastico: il viaggio del tempo.
In Un Americano alla Corte di Re Artù di Mark Twain, questo elemento è usato per trasportare il protagonista dal 1800 appunto alla Corte di Re Artù. Non è fornita alcuna spiegazione scientifica per questo elemento fantastico e fondamentale alla storia. Dunque Un Americano alla Corte di Re Artù per la mia catalogazione è un romanzo fantasy.
Ne La Macchina del Tempo di H.G. Wells, il viaggiatore nel tempo usa tale Macchina per viaggiare sempre più in là nel futuro. La Macchina del Tempo non funziona per magia, ma in base a principi scientifici. Perciò un elemento fantastico fulcro del romanzo è spiegabile in termini scientifici. La Macchina del Tempo è un romanzo di fantascienza.
In L’Ombra Venuta dal Tempo di H.P. Lovecraft, il viaggio del tempo è lo strumento di un alieno per impossessarsi della mente di un poveraccio. Qui l’elemento fantastico è sfruttato per contribuire a mettere a disagio, spaventare il lettore. L’Ombra Venuta dal Tempo è un racconto d’orrore.

Una storia d’amore ambientata nella Terra di Mezzo, non è di per sé fantasy, a meno che l’elemento fantastico non sia determinante. Un giallo che si svolge su una colonia marziana, rimane un giallo, non è fantascienza. L’elemento fantastico dev’essere determinante, non di semplice contorno. Inoltre l’elemento fantastico è il solo vero discriminante. Se sto raccontando la storia di un drago albino mutante che appare per magia a Bologna, sono nel regno del fantasy, perché ho un elemento fantastico (il drago albino mutante), tale elemento è fondamentale (il drago è il protagonista) e infine l’elemento medesimo non è scientificamente spiegabile (il drago appare per magia). Avrò perciò un fantasy senza:

  • mondo remoto.
  • lotta tra Bene e Male.
  • scontri all’arma bianca.
  • viaggi a vuoto di comitive d’eroi.
  • elfi.

Per la cronaca, un fantasy con gli elementi di cui sopra sarebbe “High Fantasy”, o forse “Heroic Fantasy”.
Non starò qui a far distinzione fra i sottogeneri di fantasy e fantascienza. Però, per chi fosse curioso, l’altro giorno ho preparato uno schema di tutti i sottogeneri di fantasy, fantascienza e horror. I dati sono stati presi da Wikipedia, così come i nomi di opere e autori considerati rappresentativi. Questo schema non vuole essere né preciso, né esaustivo, è solo per bellezza, per dare un’idea di come possa apparire l’”universo fantastico”.

L’Universo della narrativa fantastica
L’Universo della narrativa fantastica. Clicca per ingrandire

Al di là dello schema, la divisione generale che ho esposto fra fantasy, fantascienza e horror, non è in discussione. Se non siete concordi, potete “tradurre” i miei termini in altri che vi stiano più simpatici. Il punto è che i concetti siano chiari, le parole con cui chiamarli possono essere scelte come meglio si creda.

Perciò, quando parlerò di “fantasy”, senza ulteriore specificazione, mi starò riferendo alla definizione di cui sopra.

Convenzioni nello scrivere (fantasy)

Lo scopo della narrativa di genere è raccontare storie. Nel corso del tempo, sono state “distillate” alcune regole guida che aiutano a raggiungere questo scopo. La parola “aiutano” è in grassetto a sottolineare come le regole siano a favore degli autori. Non sono lì per strangolare la creatività, ma per esaltarla.

Queste poche regole le avrò citate mille volte nei miei articoli precedenti, non fa male citarle per la millesima e una volta.
Inoltre vorrei chiarire un concetto che credo a diversi sfugga: un romanzo non è brutto perché viola la tal o la tal altra regola, un romanzo è brutto e basta; un romanzo fa schifo, un romanzo è noioso, un romanzo è stupido. Quando però ci si avventura a cercare di capire perché un romanzo fa schifo, ed è noioso e stupido, molto spesso è facile risalire alle regole.
Un romanzo è brutto. Questo è il dato di fatto. Scavando si può scoprire che tale bruttezza ha origine in questo o quell’altro errore dell’autore. Perciò prima c’è l’orrore, lo schifo, il fantasy italiano, poi le regole. I romanzi sono brutti di per sé, le regole sono solo un modo d’interpretare tale bruttezza.
Funziona anche al contrario: più spesso che non un bel romanzo segue le convenzioni.

Esempio di fantasy nostrano
Esempio di brutto fantasy italiano (tanto per non infierire sempre sui soliti noti…)

Prima di proseguire, ricordo per l’ennesima volta: la narrativa di genere si concentra sul raccontare storie, l’innovazione, l’originalità, l’arte dev’essere nella storia, il come raccontarla è pura tecnica e si deve tendere all’efficienza, nulla più. Poi ci sarà l’autore più o meno dotato dal punto di vista stilistico, ma, come detto, attenzione: se tale dote diventa evidente, è un errore, perché allontana il lettore dalla storia.

Show, don’t Tell

EDIT del 20 novembre 2010. Per un articolo più approfondito sullo “Show don’t tell”, si veda qui.

Mostrare, non raccontare. L’idea è di far vedere al lettore la storia che si sta narrando. Nella testa del lettore, la vicenda deve scorrere esattamente come se il tizio fosse al cinema. Un fotogramma dietro l’altro, scena dopo scena. Lo scrittore deve armarsi di telecamera e cercare di descrivere quel che la telecamera inquadra.
“Laura uccise Mario.” Questo è raccontare: lo scrittore ha filmato la scena e sta appunto raccontando quel che è successo. È sbagliato.
“Laura puntò la pistola contro la faccia di Mario; premette il grilletto. Il colpo si portò via un gran tocco di scatola cranica. Mario si accasciò, lasciando sulla parete una scia di sangue e materia grigia.” Questo è mostrare: lo scrittore sta filmando la scena, e il lettore è insieme con lui dietro la telecamera. Questa è la maniera giusta di scrivere.
Perché è giusto mostrare e non raccontare? Per due ragioni. La prima è già evidenziata sopra: quando lo scrittore racconta, rende palese la sua presenza, e questo allontana il lettore dalla realtà virtuale della storia.
La seconda ragione è che il raccontare non rimane. Il raccontare sono parole al vento, non fanno presa sui ricordi. Alla fine di questo articolo è probabile che già vi sarete dimenticati che Laura ha ucciso Mario, tuttavia è possibile che l’immagine della scia di sangue e cervella rimanga.
Durante il mostrare, le parole si fondono in immagini, il lettore è di fronte agli avvenimenti, come fosse lì. Durante il raccontare, il lettore è stravaccato sul letto a leggere un romanzo, prende atto di quel che l’autore sta dicendo, ma non è trasportato all’interno della storia.

Ragazza con pistola
Show, don’t Tell!

Non di meno, ci sono anche dei momenti dove è corretto raccontare. È un discorso lungo, ma il discriminante essenziale è la noia. Se quello che dobbiamo mostrare è noioso, è meglio raccontarlo.
Un omicidio non è noioso, ma poniamo Laura lavori in un mattatoio, a sventrare maiali da mattino a sera. Il primo sbudellamento potrebbe essere interessante per il lettore. Forse anche il secondo. Dal terzo in poi la faccenda si fa noiosa. Mostrare 220 squartamenti tutti uguali non è una grande idea, e dunque ecco che si può raccontare: “Laura squartò maiali per tutto il giorno.”
Lo stesso se Laura prende un aereo e vola da Roma a New York. Non ha senso mostrare Laura che sonnecchia o guarda fuori dal finestrino per ore e ore, è meglio raccontare: “Laura prese un aereo e volò a New York.”

Non è sempre facile mostrare. Alle volte richiede una notevole disciplina, ma ne vale la pena. È molto più coinvolgente mostrare un personaggio che si mangia le unghie, continua a lanciare sguardi all’orologio, giocherella con il cellulare, sbuffa e si gira i pollici, piuttosto che scrivere: “Laura era ansiosa.” Ma attenzione: come detto il discriminante è la noia, non fate girare i pollici a Laura per 32 pagine, a quel punto è sì meglio scrivere che era ansiosa!

Scrivi di quel che sai

Il problema, specie in ambito fantasy, è che si devono raccontare storie piene di elementi fantastici, dei quali il lettore non può avere previa esperienza. Il lettore non ha mai incontrato un drago in vita sua, e quando leggerà un romanzo sui draghi la prima reazione non sarà: “ma allora i draghi esistono sul serio!”, bensì: “che razza d’idiozia, ho speso 18 euro per leggere cretinate!”.

L’autore ha l’arduo compito di convincere il lettore che non sono cretinate. Anche se solo per qualche ora, il tempo che il lettore impiegherà a leggere il romanzo, i draghi devono sul serio esistere. Per riuscire in quest’impresa, l’autore deve calare i draghi in un mondo verosimile, credibile. Tale mondo dev’essere “concreto”, palpabile, tanto che il lettore lo possa accettare come Realtà, draghi compresi.

È necessario che l’autore sappia di cosa sta parlando. Un’accurata conoscenza degli argomenti dona alla narrazione quella che gli inglesi chiamano texture. Quell’intreccio di particolari che fa credere che lo scrittore non stia raccontando favole, ma sia lì nella Terra di Mezzo o su Marte, a filmare la storia.
Per tale ragione bisogna scrivere di quel che si sa. Questo però non significa che se uno è un tramviere può solo raccontare storie di tram e mezzi pubblici, significa che se decide di raccontare storie di guerra ambientate in Africa, si documenta.
Il lavoro di documentazione dev’essere soprattutto una questione d’orgoglio. Si deve essere fieri di presentare al pubblico un mondo preciso e curato, dove ogni particolare è verosimile.
Space Cadet è un romanzo scritto nel 1948 da Robert A. Heinlein. È un romanzo “per ragazzi”. Eppure Heinlein lavorò per giorni alla soluzione di un’equazione riguardante la traiettoria di un razzo, e tutto ciò per una singola frase del romanzo. Per impostare in maniera corretta una singola frase, Heinlein non si fece scrupolo a lavorare giorni.

Copertina di Space Cadet
Copertina di Space Cadet

Questo è il tipo di dedizione richiesta. Questo è il tipo di rispetto per il lettore che non fa pentire di aver speso 18 euro. Mi rendo conto che ciò richiede tanto tempo e molto impegno, ma d’altra parte nessuno ha mai detto che scrivere a un certo livello sia facile e indolore. Non è un mestiere semplice quello dello scrittore.

Buttare il superfluo

Lo scopo è raccontare una storia, tutto quello che si allontana dallo scopo non è degno di esistere. È in verità molto semplice: prendiamo che uno voglia battere il record di velocità per un veicolo su ruote. Costruirà un affare come quello qui sotto:

ThrustSSC
Il ThrustSSC ha raggiunto i 1.228 chilometri all’ora

Passa un tizio e chiede se può legare al veicolo la Pietà di Michelangelo. La risposta sarà ovviamente no. Avere al traino la Pietà non fa andare più veloci, anche se la Pietà è una scultura meravigliosa. Lo stesso principio si applica alla narrativa di genere.
Singole parole, scene, personaggi, e ogni altro elemento devono essere presenti solo se contribuiscono alla causa. Non importa siano in sé bellissimi, se non aiutano lo svolgersi della storia devono sparire. È questa la ragione di fondo per la quale si raccomanda l’uso parsimonioso di aggettivi e avverbi: il più delle volte sono inutili. “Si sfracellò violentemente.”, “Laura raccolse il sottile fiammifero.”, ecc.

Un fiammifero
La sottigliezza è implicita nel fiammifero

Da tener sempre presente che si sta parlando di narrativa di genere, non di literary fiction. Nella literary fiction ventisette aggettivi di fila possono essere usati, se l’effetto finale è piacevole, nella narrativa di genere no. Proprio perché un effetto piacevole è controproducente, ponendo distacco fra il lettore e la storia.

Scrivere in maniera semplice

Dovete raccontare una storia, il lettore deve capire quel che raccontate! Se il lettore non comprende i termini che usate o non riesce a seguire le acrobazie di una prosa troppo complessa, è finito lo scopo. Perciò occorre essere semplici, chiari e diretti. Tutti devono poter seguire la storia.
Attenzione però: la semplicità fa parte del come, è tassello fondamentale della trasparenza, la storia in sé non ha nessuna necessità di essere semplice.
Da qui nasce la difficoltà: può essere necessario affrontare argomenti complessi, non dev’essere una scusa per rendere complessa la scrittura.

Mark Twain
Mark Twain è famoso per la semplicità della sua scrittura

La prosa “raffinata”, comprensibile solo a chi è laureato in lettere antiche, non ha cittadinanza nell’ambito della narrativa di genere. La narrativa di genere è popolare, democratica e vuole raccontare storie a tutti i cittadini, nessuno escluso. Lo scrittore di genere è felice che le sue storie siano apprezzabili sia dal professore cinquantenne sia dal bambino di dieci anni.
Tra l’altro è molto più facile e “terra terra” scrivere raffinato piuttosto che scrivere semplice.

Struttura semplice

Così come dev’essere semplice la scrittura, si deve mirare alla semplicità anche nella struttura della storia. Ci dev’essere una buonissima giustificazione per interrompere la narrazione e inserire un flashback.
Non siamo lontani dal problema dello “scrivere bene”. Strutture narrative complesse con una marea di sottotrame che s’incastrano possono essere affascinanti, ma quando il fascino è intrinseco in questa complessità artefatta, lì è un errore. Perché il lettore è portato fuori dalla storia per ammirare dall’esterno l’opera letteraria.
Sottotrame, flashback, salti temporali e quant’altro devono esistere solo se è l’unica maniera per narrare la storia. È meglio spostare indietro il punto scelto per l’inizio della storia, piuttosto che violare la linearità con cinquecento flashback.

Massa di cavi
Una storia non deve avere una struttura di questo tipo!

Da ciò si deduce anche che una pratica diffusissima tra gli scrittori fantasy, quella d’inserire a inizio dei romanzi un “prologo” è da evitarsi. Quasi mai il prologo serve.

Evitare l’inforigurgito

Inforigurgito, o infodump, per usare il più diffuso termine inglese. L’inforigurgito è l’impellente necessità dell’autore di fornire informazioni al lettore. L’autore si rende conto che il lettore ha bisogno di determinate informazioni per comprendere gli sviluppi della storia, e perciò gliele vomita addosso. Peggio, spesso l’autore crede che le informazioni siano vitali, quando in realtà non lo sono.

L’inforigurgito si esplica in due modi principali: con l’intervento diretto dell’autore e attraverso dialoghi o pensieri farlocchi.
Il primo modo è il più brutto. La narrazione è interrotta e l’autore sale in cattedra per insegnare al lettore. Non c’è niente di meglio per dare una svegliata al lettore e ricordargli che invece di far qualcosa di utile sta sprecando la vita a leggere romanzi da quattro soldi.
Esempio:
“Laura sollevò la spada, pronta a tagliare la testa al coboldo. I coboldi sono una razza goblinoide che si insediò duemila anni fa nei Boschi Neri. I coboldi hanno sviluppato una rudimentale civiltà, dedita all’allevamento dei polli e alla coltivazione dei pomodori. I coboldi vivono in piccoli villaggi, e amano pescare nei ruscelli, sebbene non consumino i pesci presi. Il DeWitt nel suo Trattato Generale sul Coboldo sottolinea come non si possa… zzz… zzz… Laura si guardò attorno, esterrefatta, il coboldo non c’era più! Mentre l’autore si dedicava all’inforigurgito, il coboldo doveva essere scappato!”
Nell’ambito del fantasy, questo errore è spesso tipico di quegli scrittori che mettono l’ambientazione davanti alla storia. Sono quelli che passano anni a ideare un loro mondo, e si convincono che siccome loro ci hanno perso tutto quel tempo, allora l’ambientazione è bella in sé. Non è così. Quel che conta è la storia, non i coboldi! La reazione del lettore di fronte a questo tipo di inforigurgito è: “chi se ne sbatte dei coboldi!”, e se l’autore insiste, il lettore non si appassionerà alla società dei coboldi, lascerà a metà il libro.
Le informazioni in sé non sono interessanti, è come vengono integrate nella storia che le rende interessanti.

La seconda forma tipica di inforigurgito è il dialogo farlocco.
Esempio:
“Laura e il coboldo erano seduti su un muretto di pietra. Dondolavano i piedi e si godevano il sole primaverile. Laura si rivolse all’amico:
«Come saprai bene, i coboldi sono una razza goblinoide, che si insediò duemila anni fa nei Boschi Neri. I coboldi hanno sviluppato una rudimentale civiltà, dedita all’allevamento dei polli e alla coltivazione dei pomodori. I coboldi vivono in piccoli villaggi, e amano pescare nei ruscelli, sebbene non consumino i pesci presi.»
Laura fece una pausa, per prendere dallo zaino il trattato del DeWitt. Quando rialzò lo sguardo, il coboldo non c’era più…”
Questa forma di inforigurgito è meno grave, perché almeno è tutta racchiusa nella realtà virtuale, non c’è intervento esterno dell’autore. Tuttavia, come si può notare, il dialogo è forzato. È un dialogo inverosimile, che rovina la credibilità della storia. Per non parlare dell’effetto comico: se la storia vuol essere seria, dopo un frammento del genere, non potrà più esserlo.

Un coboldo
«Non tediarmi con l’inforigurgito» dice il coboldo

La soluzione all’inforigurgito è mostrare. Se è davvero vitale per la storia fornire al lettore un’idea di come sia organizzata la società dei coboldi, si prenda un personaggio coboldo e lo si segua. Le attività che svolgerà il coboldo forniranno le informazioni volute, senza colpo ferire.
In alternativa, si può cercare di rendere credibile il dialogo inforigurgitoso. Se il coboldo sul muretto con Laura è stato trovato neonato dagli esseri umani e non ha mai visitato un villaggio del suo popolo, può essere verosimile che gli venga raccontato chi sono e come vivono i coboldi.

I dialoghi

EDIT del 9 ottobre 2010. Per un articolo più approfondito su come scrivere buoni dialoghi, si veda qui.

I dialoghi spesso svolgono un ruolo importante nella storia, e sono sempre fondamentali nella caratterizzazione dei personaggi. Per rendersene conto basta scorrere i commenti di questo blog, o seguire qualunque forum: anche se i partecipanti raramente si conoscono di persona, riescono lo stesso a stabilire che un collega è intelligente, o stupido, arrogante, furbo, maleducato, ecc. Tali giudizi sono espressi solo in base ai dialoghi.
Constatata l’importanza dei dialoghi, una trattazione completa della questione esula dagli scopi di questo articolo, segnalo perciò solo tre errori tipici:

Personaggi che parlano come un libro stampato. Errore che si vede spesso nel fantasy. Capita quando il Re e l’ultimo contadino si esprimono nella stessa maniera, il più delle volte una maniera pomposa e ricercata.
Un’altra fonte di questo errore è la scuola, che convince la gente che il modo di esprimersi quando si scrive debba essere diverso da quello che si usa quando si parla. Il che, a volte, può essere vero, ma non nel caso in cui un personaggio stia appunto parlando!
Un contadino con la quinta elementare non diventa un Premio Nobel solo perché le sue battute sono riportate su carta. Perciò ci saranno personaggi che si esprimono in maniera rozza se non scurrile e altri che saranno raffinati e forbiti. Se uno scrittore ha problemi con lo scurrile o il raffinato, non deve per questo essere inverosimile. Nessuno gli vieta di non mettere tra i personaggi della vicenda il Re o il contadino, o di farli muti, o di giustificare il loro modo di parlare (il contadino parla come un principe perché è un nobile decaduto).

Un barbone
Non sono un barbone, sono un Principe! La letteratura fantasy è il mio hobby

Personaggi che parlano come nella realtà. Il dialogo fra personaggi dev’essere verosimile, non vero. In un vero dialogo ci sono mille gesti, versi, mezze parole, squilla il cellulare a metà frase e una deve ripetere, in sottofondo c’è il blaterare della TV e così via. Trascrivere un dialogo tirando dentro tutto in questa maniera è controproducente, si ottiene solo di annoiare il lettore.
Il dialogo, come tutti gli altri elementi della narrazione, dev’essere funzionale alla storia. Perciò, partendo pure dal vero, bisogna filtrare il superfluo, per lasciare solo la parte vitale per lo svolgersi della vicenda.

Dialogo indiretto. Il dialogo indiretto è parte del raccontare, dunque soggiace agli stessi principi già visti riguardo lo “Show, don’t Tell”. In generale va evitato, con la discriminante della noia. Se Laura lavora in un call center e cerca tutto il giorno di vendere spazzolini da denti, con decine di telefonate tutte uguali, si può soprassedere dal riportare ogni singola battuta. Altrimenti occorre mostrare e dunque riportare le parole pronunciate dai personaggi.

Saper gestire il punto di vista

Il punto di vista è dove piazziamo la telecamera per riprendere la scena. La si può piazzare sulla spalla di un personaggio. Dentro la testa del medesimo. La si può piazzare in un punto fisso, o la si può muovere a seconda delle circostanze. La scelta dev’essere compiuta in base alle reazioni che si vogliono suscitare nel lettore. Non ci sono scelte giuste o sbagliate, però occorre essere consapevoli di che effetto hanno le varie scelte.
Anche in questo caso, per motivi di praticità, evidenzierò solo alcune problematiche tipiche.

È meglio evitare il narratore onnisciente. Se si adotta il punto di vista del narratore onnisciente, si ha la più ampia libertà d’uso della telecamera: si può riprendere qualunque angolo dell’Universo, si può entrare nella testa di tutti i personaggi, si possono riprendere avvenimenti futuri o passati. Il narratore è appunto onnisciente e non si pone problemi a far sfoggio di cotale sapienza.
Più spesso che non, questa libertà di ripresa è accoppiata a un desiderio del narratore d’intervenire nella storia.
Perche è una cattiva idea? Perché rende palese al lettore che non si sta recando in un mondo nuovo, sta solo ascoltando il narratore che gli racconta tale mondo. Il narratore onnisciente è un’ulteriore paratia fra il lettore e l’agognata realtà virtuale.
Inoltre usando un narratore onnisciente è facile spararsi da soli sui piedi. Se il Nano Borzolo dopo aver bevuto la birra Kruug afferma “La birra Kruug è buonissima”, si è comunicato al lettore la bontà della bevanda, e tuttavia nessuno vieta che il Nano Gottolo dopo averla assaggiata la sputi dicendo che fa schifo: Gottolo ha dei gusti diversi da Borzolo. Ma se è il narratore onnisciente ad affermare che la birra Kruug è buonissima, questa diviene una verità assoluta, e Gottolo lamentandosi che fa schifo creerà una contraddizione nella storia, minandone la credibilità.
Anche sapendolo gestir bene, il narratore onnisciente non offre alcun particolare vantaggio. La maggior libertà promessa è piena di rischi, e in quasi tutti i casi può essere ugualmente raggiunta usando in maniera sapiente i personaggi. Si può sempre prendere un personaggio e farlo diventare testimone degli eventi, senza scomodare il narratore. Specie poi nel fantasy, dove anche piante, sassi, animali e quant’altro possono essere descritti come senzienti.

Il Narratore Onnisciente
Il Narratore Onnisciente

La prima persona va usata con cautela. Narrare in prima persona in determinati casi può sembrare naturale, ma è più difficile che usare la terza persona. Innanzi tutto c’è subito un ostacolo: sentendo una narrazione in prima persona, è netta la sensazione che il protagonista stia raccontando.
“Mi sono alzata presto, sono andata a scuola, tornando a casa ho comprato un fumetto in edicola, ecc.” appare chiaro che tra la storia e il lettore ci sono di mezzo io protagonista con la mia parlantina. Non è grave come quando di mezzo ci si mette il narratore onnisciente, ovvero l’autore, ma comunque è lo stesso un tenere il lettore lontano dalla realtà virtuale.
Per questo per narrare in prima persona ci dev’essere una ragione. Non a caso spesso i romanzi in prima persona hanno una cornice: il protagonista ritorna dall’America e racconta ai suoi amici (e al lettore) le sue avventure.
L’altro problema è legato allo stile. Come ribadito più volte, il tentativo è di arrivare a uno stile trasparente, che lasci il lettore in balia della storia. Ma narrando in prima persona, si rischia che oltre allo stile diventi “trasparente” anche il protagonista! Ogni parola, ogni descrizione, ognuna delle scelte che si compiono narrando: se stiamo scrivendo in prima persona sono scelte anche riguardo la caratterizzazione del protagonista.
La scelta dei termini non può più essere “neutra”, piegata solo a necessità di efficienza, deve anche tener conto di come il lettore giudicherà il protagonista, sentendolo esprimersi in tale maniera. Nessuno giudica una telecamera se indugia a inquadrare un cadavere sventrato divorato dagli insetti, se però è il protagonista a soffermarsi di fronte a tale spettacolo, il lettore farà tutta una serie di deduzioni sul suo carattere.
Bilanciare la ricerca di uno stile trasparente e la caratterizzazione del personaggio narrante non è questione semplice. Richiede esperienza e talento. Come si può sapere se si ha sufficiente esperienza e talento? Basta rispondere al piccolo test qui sotto!
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Sei uno scrittore italiano?
Hai scritto o vuoi scrivere fantasy?

Se hai risposto “Sì” a entrambe le domande, non hai abbastanza esperienza e talento! Forse è meglio lasciar perdere la prima persona…

Cambiare punto di vista è traumatico. Non c’è molto altro da aggiungere: cambiare il punto di vista, da un personaggio all’altro, richiede al lettore uno sforzo mentale per adeguarsi. Il film s’interrompe mentre il proiezionista cambia le bobine. Dunque, a meno di ottime ragioni che non mi vengono in mente, non bisogna mai cambiare punto di vista durante una scena.

Da ciò deriva che la scelta più semplice ed efficiente (a parte situazioni particolari) è quella di usare la terza persona limitata. La telecamera è posta sulla spalla del personaggio, e può solo inquadrare quel che il personaggio vede. In compenso non è vietato ruotare un pochino la cinepresa e “riprendere” quel che il personaggio pensa, ma solo lui, solo il personaggio che si porta appresso la camera.
In questo modo si può mostrare il mondo nella maniera più conveniente possibile, e al contempo, se lo si desidera, anche mostrare la reazione interiore del personaggio. Non a caso la buona parte della narrativa di genere è scritta da questo punto di vista.
Non cercate di essere originali per il gusto di essere originali! L’originalità, nella narrativa di genere, è nella storia, non nella maniera con la quale è narrata. Se scrivete in terza persona plurale al futuro, sarete originali, ma è probabile a scapito di quello che davvero conta, la storia, perché il lettore sarà più interessato a comprendere le ragioni di tale bizzarra scelta stilistica piuttosto che appassionarsi alla vicenda.

I personaggi

L’autore deve conoscere i propri personaggi. Deve saperne vita, morte e miracoli. Ma soprattutto deve averne chiare le motivazioni. Perché un personaggio agisce in una certa maniera, quali sentimenti e ideali lo muovono, ciò dev’essere cristallino per l’autore, tanto da poterlo comunicare ai lettori.
Data una certa situazione, i lettori devono poter essere in grado di prevedere le azioni dei personaggi. Questo grazie al fatto che l’autore ha ben caratterizzato i suoi personaggi ed è stato coerente nella caratterizzazione.
A seconda della storia, altri elementi possono essere importanti (spesso lo è l’aspetto fisico), tuttavia in generale è più importante avere ben chiaro il modo di pensare di un personaggio, piuttosto del colore degli occhi o dei capelli.

Un personaggio deve agire. L’apatia è antitetica al ruolo di personaggio (o peggio di protagonista). Un personaggio che passa il tempo a compatirsi e lagnarsi e piangere e non far niente da mattina a sera, a tutti gli effetti non è un personaggio. Un personaggio deve avere un ruolo attivo in una storia. Deve aiutare a “muovere” la storia.
Il principio dell’agire determina anche quali tizi estrarre da un’ambientazione per renderli protagonisti della vicenda. Un buon consiglio è scegliere personaggi che soffrono: sfuggire al dolore è forse una delle motivazioni più forti a spingere le persone ad agire.
Viceversa, vanno evitati i personaggi troppo potenti. Re, Imperatori, Presidenti, Capi di Stato Maggiore, e simili: costoro è raro che agiscano in prima persona (e se li si forza si rischia di non essere credibili), danno ordine ad altri di agire. Devono essere questi altri i personaggi e i protagonisti della storia.

L’Imperatore del Giappone
L’Imperatore del Giappone: si possono scegliere protagonisti migliori!

Esiste la troppa caratterizzazione. Il fulcro deve rimanere sempre la storia. In alcune storie è vitale che un personaggio abbia una personalità complessa e sfaccettata, che sia tormentato, e tirato per le maniche da mille sentimenti contrastanti, ma per altre storie non è così.
In una classica storia in stile I Viaggi di Gulliver, il cuore della vicenda è l’esplorazione del mondo “alieno”, se il protagonista è un personaggio dalla personalità troppo complessa, distrae. Se il lettore si appassiona più a Gulliver che non ai suoi viaggi, è un errore.
Perciò i personaggi bidimensionali o stereotipati non sono sbagliati in sé, in determinate vicende possono essere più adeguati di personaggi “tridimensionali”.

Anche se l’autore può ispirarsi a se stesso o ai suoi amici per i personaggi, questo “giochino” non dev’essere palese. Se il lettore si accorge che il tal personaggio non è un Cavaliere del Regno di Brogoth, ma l’autore sotto mentite spoglie, si chiederà: “com’è che l’autore è arrivato da Palermo a Brogoth?” e l’illusione di realtà virtuale sarà spezzata.

Conclusione

Mi rendo conto di essere stata molto schematica. Inoltre non ho preso in considerazione testi parodistici o comici, dove si cerca apposta di ribaltare le regole; ci sarebbero mille eccezioni da esplorare, ma questo articolo è appunto un riassunto, se si è interessati all’argomento c’è il resto del blog e i manuali di scrittura via via segnalati. Inoltre non era mia intenzione insegnare niente a nessuno. Io sono convinta della bontà dei concetti illustratati, ma quest’anno di blog mi ha dimostrato una volta di più la verità del detto: “non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire”. Dunque liberi di pensare che abbia scritto solo boiate, non farò alcuno sforzo per convincervi del contrario (chi se ne importa? Tanto le schifezze le scrivete voi, non io).
Però tenete presente che quando recensisco i romanzi fantasy sul blog mi attengo alle idee qui esposte. È quello che m’interessa. Invece mi frega poco o niente di:

  • copertine.
  • copie vendute.
  • se hanno acquistato i diritti del romanzo per farci un film.
  • se l’autore è nazicomunistafiloisraelianodisinistranoglobalgaypacifistavegano.
  • l’impegno profuso dall’autore nello scrivere il romanzo.
  • età, titolo di studio e codice fiscale dell’autore.
  • se i personaggi sono nazicomunistifiloisraelianidisinistranoglobalgaypacifistivegani.
  • se i personaggi sono amorali, o compiono atti amorali.
  • se il romanzo induce alla lettura i giovani.
  • se il romanzo offende il Papa.
  • se il romanzo è stato pubblicizzato sul Corriere della Sera o al TG3.
  • se il romanzo è stato tradotto in turco, cinese e coreano.
  • se quell’altro autore che vende un casino in Baviera dice che il romanzo è strabellissimo!!!

e così via.

Internet è piena di siti e blog di recensioni. La gran parte di tali siti adotta criteri diversi da quelli della Barca dei Gamberi, perciò se non siete contenti qui, la scelta è ampia. Sì, lo dico chiaro: se non siete d’accordo andatevene pure. Grazie.

Coniglietto in lacrime
Imparate a scrivere in maniera decente! Non imitate Licia Troisi, che spinge alle lacrime il Coniglietto Grumo! (La foto è da intendersi a solo scopo dimostrativo, il Coniglietto inquadrato non è Grumo)


Approfondimenti:

Icona di un libro Beginnings, Middles & Ends di Nancy Kress (Amazon.com).
Icona di un libro Characters & Viewpoint di Orson Scott Card (Amazon.com).
Icona di un libro How to Tell a Story and Other Essays di Mark Twain (Amazon.com). Edizione italiana: Come raccontare una storia e l’arte di mentire (iBS.it).
Icona di un libro How to Write Science Fiction & Fantasy di Orson Scott Card (Amazon.com).
Icona di un libro On Writing di Stephen King (Amazon.com). Edizione italiana: On writing. Autobiografia di un mestiere (iBS.it).
Icona di un libro Plot di Ansen Dibell (Amazon.com).
Icona di un libro The Complete Idiot’s Guide to Publishing Science Fiction di Cory Doctorow & Karl Schroeder (Amazon.com).
Icona di un libro The Craft of Writing Science Fiction That Sells di Ben Bova (Amazon.com).
Icona di un libro Worlds of Wonder: How to Write Science Fiction & Fantasy di David Gerrold (Amazon.com).
Icona di un libro Writing Popular Fiction di Dean R. Koontz (Amazon.com).
(nota: i saggi sopracitati si trovano tutti anche su emule, almeno nell’edizione inglese).

 

bandiera IT La vera Setta degli Assassini
bandiera EN Una critica alla contemporanea literary fiction
bandiera EN Study Guide for Neuromancer
bandiera IT Ethlinn presso il sito dell’editore
bandiera EN Headshot su Wikipedia
bandiera EN In Space Cadet ci sono già i telefoni cellulari
bandiera EN Il sito ufficiale del ThrustSSC
bandiera IT Mark Twain su Wikipedia
bandiera EN Really Bad Wiring Jobs
bandiera IT Coboldo su Wikipedia
bandiera EN Risorse per i senzatetto americani
bandiera EN Point of view su Wikipedia
bandiera EN Un articolo sull’Imperatore Akihito
bandiera IT Le recensioni della Barca dei Gamberi

 

Scritto da GamberolinkCommenti (86)Lascia un Commento » feed bianco Feed dei commenti a questo articolo Questo articolo in versione stampabile Questo articolo in versione stampabile • Donazioni

Le Chiavi del Cassonetto

Qualche giorno fa ho segnalato la presenza su emule del romanzo di Sergio Rocca, Le Chiavi del Fato.

Copertina de Le Chiavi del Fato
Copertina de Le Chiavi del Fato

Ne ho lette tre pagine e l’ho trovato scritto in maniera indegna, tale da farmi perdere ogni desiderio di continuare. L’autore, con nick mitoancess, è venuto da queste parti a offendere. Non si meriterebbe altro che il silenzio, ma io sono una brava persona. Perciò gli spiegherò perché bastano poche pagine del suo sedicente romanzo per capire che il posto giusto di tale opera non è una libreria ma il cestino della carta straccia.
Spero la mia analisi sia utile anche ad altri.

Potete leggere le prime due pagine del romanzo qui di seguito:

PROLOGO

Tra i sottili lineamenti degli occhi a mandorla brillavano due gemme cerulee come il cielo terso, striate di zaffiro. Il bambino guardava gli erbosi prati che scorrevano oltre il foro della carrozza. Lo stridio del cocchio tirato da robusti e infaticabili frisoni, lo scalpitio dei cavalli al trotto, il ballonzolare delle ruote sul terreno, sassoso e inumidito dallo scroscio della notte precedente, giungevano ovattati alla mente di Odino.

Egli era assorto nei suoi pensieri e il suo sguardo fissava l’incantato e florido ambiente esterno. Non pensava però agli arbusti elfici e allo splendore della terra Jaline, né alle distese erbose, il cui verde si scorgeva attraverso gli sprazzi tra l’albore, ma a colui che gli era stato amico e salvatore, nonché fratello maggiore e padre, pedagogo e maestro o addirittura dio protettore allo stesso tempo. Aveva il viso e il naso arrossati dopo un pianto disperato, straziante, e ora non gli rimanevano più lacrime da versare. Gli rimaneva solo la quiete angosciante della rassegnazione.

Il silenzio smorzava la rigenerazione dello stato d’animo, poiché era il guardiano fedele della sofferenza, e lui era troppo piccolo per farlo invece suo alleato.

Il cuore di Odino era gonfio come gli occhi, colmo di una sofferenza interiore, a lungo andare fatale.

«Kalos…» echeggiava ogni tanto nella sua mente come un richiamo del ricordo dell’amico, del fratello…

Al bambino non interessava se il suo destino fosse quello di diventare il nuovo sovrano dei regni di Aesir, prossimi ad unificarsi in un unico impero, essendo lui la tanto supposta reincarnazione del dio Odino di Asgard. Non gli interessava nemmeno diventare l’anello di congiunzione tra i popoli di tutto il continente occidentale con quello orientale. Nemmeno di dover accettare che il suo destino fosse diventare il più potente dei monaci Rei di Zen-San, voleva semplicemente essere di nuovo accanto al suo Kalos.

Odino prendeva atto che il monaco Kalos (il suo amico, fratello maggiore, maestro…) gli aveva insegnato molte cose sulla vita e sulla realtà, ma la sua morte era la prova dell’inapplicabilità e inveridicità di alcune di esse.

Quella di Kalos era stata, però, una morte degna di un guerriero e un giustiziere. Egli era un eroe come pochi, vinto forse dall’ingannevole filosofia che seguiva e applicava fedelmente, perché in essa aveva fede.

«Non tutto era vero, amico mio…» pronunciò sommessamente con amarezza il bambino, non distogliendo lo sguardo dalle valli lontane. Ma l’ammirazione verso Kalos non era scomparsa con la sua morte, neanche gli Dei assassini potevano vincere la sua grandezza.

«Dei assassini e vigliacchi… vili!» pensò ancora il bambino, questa volta con disprezzo.

«Oh Kalos, perché mi hai coinvolto nelle tue illusioni? Perché mi hai insegnato cose false? Perché non impedisci che il dolore mi uccida lentamente? Ora sento un veleno che fermenta nelle mie carni e mi tortura spietatamente… Con quale autorità mi ordinasti di vivere per inseguire i miei sogni? Quali sogni? Avevo ragione a non averne! Quanto desiderio ho di raggiungerti in Ade…»

Il bambino sospirò e cambiò leggermente posizione sul sedile, sentendo il calore della pelliccia d’orso e del berretto di montone sulla testa. Il silenzio si fece sentire nuovamente nella carrozza come una folata di vento gelido.

«Non troveresti l’Ade così interessante, sai?» disse una voce argentina, improvvisamente.

Il bambino si voltò spaventato, in direzione dell’angolo destro della panca opposta alla sua. D’incanto vi era seduto un fanciullo più grande di lui, i cui occhi smeraldini erano rivolti all’esterno del cocchio, anch’egli fissava il paesaggio che scorreva.

I suoi neri capelli semi-corti e il glabro viso gli davano un’aria da ‘lupetto spartano’. Il suo grande cappotto di ermellino, lungo fino alle caviglie, gli dava invece un’aria da principe di quei nuovi tempi.

«Chi sei stregone?» ruggì il bambino istericamente, pronto a gridare.

Continua… (purtroppo)

Una scimmia alla macchina da scrivere

Non solo queste due pagine bastano e avanzano per definire Le Chiavi del Fato uno schifo, ma arrivo a dire che la prima frase basta e avanza:

Tra i sottili lineamenti degli occhi a mandorla brillavano due gemme cerulee come il cielo terso, striate di zaffiro.

Da questa frase si evince:

  • L’incapacità dell’autore di essere semplice e diretto: per dire che un bambino ha gli occhi azzurri deve usare due metafore e una similitudine.
  • La mancanza di proprietà di linguaggio: “ceruleo” vuol proprio dire del colore del cielo limpido (terso), dunque la similitudine è pleonastica.
  • L’insistenza su particolari inutili, come le striature zaffiro sul ceruleo. Questo pezzettino, tolto il linguaggio artefatto, significa: occhi azzurri come il cielo azzurro, striati d’azzurro.
  • La banalità: l’uso della metafora della gemma per parlare degli occhi è quanto di più scontato esista.

Ma andiamo avanti:

Il bambino guardava gli erbosi prati che scorrevano oltre il foro della carrozza. Lo stridio del cocchio tirato da robusti e infaticabili frisoni, lo scalpitio dei cavalli al trotto, il ballonzolare delle ruote sul terreno, sassoso e inumidito dallo scroscio della notte precedente, giungevano ovattati alla mente di Odino.

Quel “prati erbosi” è un’oscenità. Come l’acqua bagnata.

Prato (erboso)
Un prato, ma non un prato qualunque: è un prato erboso!!!

Abbiamo poi il “foro” della carrozza. Sarebbe? Il bambino sta guardando fuori dal finestrino? No? Quali “fori” ci dovrebbero essere in una carrozza? “prati erbosi” e fori nelle carrozze, altri due per la categoria “mancanza di proprietà di linguaggio”.
“Lo stridio del cocchio”? Perché il cocchio stride? Ammetto di non avere grandi esperienze di carrozze, se non al Luna Park, ma non le ho mai sentite “stridere”: e tre per la mancanza di proprietà di linguaggio.
“I robusti e infaticabili frisoni“: i due aggettivi sono di troppo, e il secondo è esiziale (visto? anch’io posso parlare forbito!) È al contempo inforigurgito, raccontato e non mostrato, e implica un punto di vista onnisciente che allontana dalla narrazione. Cool!
“Il ballonzolare” non è un suono, e dunque mischiarlo con stridio e scalpitio è una quarta dimostrazione di scarsa attenzione nell’uso del linguaggio. Poi ci si potrebbe chiedere perché la carrozza procede in mezzo ai sassi, quando intorno ci sono prati erbosi

Egli era assorto nei suoi pensieri e il suo sguardo fissava l’incantato e florido ambiente esterno.

Essere assorto vuol dire proprio essere immersi nei propri pensieri, perciò ennesima prova che il signor Rocca non conosce il significato dei termini che usa. “l’incantato e florido ambiente esterno” cioè? Finora c’è un prato erboso e dei sassi. Incantato e florido, sarà…

Non pensava però agli arbusti elfici e allo splendore della terra Jaline, né alle distese erbose, il cui verde si scorgeva attraverso gli sprazzi tra l’albore, ma a colui che gli era stato amico e salvatore, nonché fratello maggiore e padre, pedagogo e maestro o addirittura dio protettore allo stesso tempo. Aveva il viso e il naso arrossati dopo un pianto disperato, straziante, e ora non gli rimanevano più lacrime da versare. Gli rimaneva solo la quiete angosciante della rassegnazione.

Gli “arbusti elfici”, ovvero? Gli “sprazzi tra l’albore”, perché la luce dell’alba solo a sprazzi permette di distinguere il verde dei prati? Scrivere un romanzo non significa giocare con le parole, significa mostrare una storia. Il bambino guarda fuori dalla carrozza, e che vede? Un bel niente, ci sono solo parole, non ci sono immagini. Questo è indice di pessimo scrittore.
Il fratello maggiore, amico, ecc. ma sul serio un bambino sta pensando a tutto ciò? Non è che sta pensando alla persona che è tutto questo? Brutto esempio di inforigurgito.

elfo
Elfo fra gli arbusti (elfici)

“disperato, straziante”, almeno uno è di troppo, ed è probabile entrambi, perché, se si esclude il caso particolare del pianto di gioia, l’atto stesso di piangere veicola strazio e disperazione.
Il “non gli rimanevano più lacrime da versare” è un’altra frase che da sola fa meritare all’intero romanzo il cestino. Non si possono scrivere banalità del genere, a meno che non si voglia essere ironici! È come cominciare sul serio un romanzo con: “Era un notte buia e tempestosa”! Cliché di questo tipo sono dolorosi fisicamente per il lettore. Sergio: mi hai fatto male!

Il silenzio smorzava la rigenerazione dello stato d’animo, poiché era il guardiano fedele della sofferenza, e lui era troppo piccolo per farlo invece suo alleato.

Quale silenzio? Non c’è lo stridio, lo scalpitio, e il “ballonzolare”(sic)? È vero, arrivano ovattati, ma non mi pare ci sia silenzio.
Cos’è “la rigenerazione dello stato d’animo”?
«Chiara, come va oggi?»
«Depressa, e tu?»
«Il mio stato d’animo è integro. Ieri invece si stava ancora rigenerando.»
Sergio, non è che tu devi buttar giù parole a caso, non funziona così, le parole devono avere un senso. Per esercizio riscrivi la frase successiva col guardiano, in modo che abbia un significato.

Il cuore di Odino era gonfio come gli occhi, colmo di una sofferenza interiore, a lungo andare fatale.

Non bastavano le lacrime, ci voleva proprio anche il cuore gonfio di sofferenza. Volendo apposta essere più banali, una non ci riuscirebbe. Come non bastasse c’è l’aggettivo inutile in più, bonus: interiore. È un po’ dura che il cuore sia colmo di sofferenza esterna…

«Kalos…» echeggiava ogni tanto nella sua mente come un richiamo del ricordo dell’amico, del fratello…

Perché non metterci ecc. ecc. invece dei tre puntini di sospensione? L’effetto ridicolo è lo stesso.

Al bambino non interessava se il suo destino fosse quello di diventare il nuovo sovrano dei regni di Aesir, prossimi ad unificarsi in un unico impero, essendo lui la tanto supposta reincarnazione del dio Odino di Asgard. Non gli interessava nemmeno diventare l’anello di congiunzione tra i popoli di tutto il continente occidentale con quello orientale. Nemmeno di dover accettare che il suo destino fosse diventare il più potente dei monaci Rei di Zen-San, voleva semplicemente essere di nuovo accanto al suo Kalos.

Il bello è che non frega un tubo neanche al lettore del nuovo sovrano dei regni di Aesir e dell’anello di congiunzione fra occidente e oriente: questo dicesi inforigurgito, sbattuto in faccia al lettore nella maniera meno elegante possibile.
Brutto davvero quel “la tanto supposta reincarnazione”.
«Suppongo che Le Chiavi del Fato sia un romanzo scritto da un autore alle prime armi.»
«Ma supponi tanto o poco?»
«Ehm, non saprei, suppongo moltissimissimo?»

Livingstone
«Il dottor Livingstone, suppongo?» «Tanto o poco?»

Odino prendeva atto che il monaco Kalos (il suo amico, fratello maggiore, maestro…) gli aveva insegnato molte cose sulla vita e sulla realtà, ma la sua morte era la prova dell’inapplicabilità e inveridicità di alcune di esse.

L’abbiamo capito che Kalos è amico, fratello, amante, segretario, e guerriero insostituibile giocando online, ma questo sottolinearlo tre volte in mezza pagina è RIDICOLO. “inveridicità” non è una parola della lingua italiana, oltre al fatto di essere cacofonica e di sembrare uscita dalla neolingua di Orwell.

Quella di Kalos era stata, però, una morte degna di un guerriero e un giustiziere. Egli era un eroe come pochi, vinto forse dall’ingannevole filosofia che seguiva e applicava fedelmente, perché in essa aveva fede.

Pensa che sagoma questo Kalos: applica fedelmente una filosofia, perché in essa ha fede! Incredibile! Il resto è fuffa, non solo è fuffa raccontata e non mostrata, ma rimane fuffa nella nebbia più fitta: insegnamenti riguardo “cose”, “ingannevole filosofia”, “morte degna di [...] un giustiziere”, come prima sono solo parole. Non stanno comunicando niente, non stanno mostrando niente, sono puro spreco d’inchiostro.

«Non tutto era vero, amico mio…» pronunciò sommessamente con amarezza il bambino, non distogliendo lo sguardo dalle valli lontane. Ma l’ammirazione verso Kalos non era scomparsa con la sua morte, neanche gli Dei assassini potevano vincere la sua grandezza.
«Dei assassini e vigliacchi… vili!» pensò ancora il bambino, questa volta con disprezzo.
«Oh Kalos, perché mi hai coinvolto nelle tue illusioni? Perché mi hai insegnato cose false? Perché non impedisci che il dolore mi uccida lentamente? Ora sento un veleno che fermenta nelle mie carni e mi tortura spietatamente… Con quale autorità mi ordinasti di vivere per inseguire i miei sogni? Quali sogni? Avevo ragione a non averne! Quanto desiderio ho di raggiungerti in Ade…»

Lo sbrodolarsi di domande retoriche è di uno squallore che ha pochi paragoni. Tra l’altro dopo la fine delle lacrime e il cuore gonfio abbiamo la terza Banalità con la B maiuscola: “vivere per inseguire i sogni”.
Ma soprattutto questi dovrebbero essere i pensieri di un bambino. Sergio, quanti bambini senti esprimersi così? Nessuno. Questo non è un bambino, sei tu autore che parli a vanvera.
Il pezzetto da “Oh Kalos” in poi, anch’esso è sufficiente per buttare via tutto, perché è la dimostrazione che l’autore non ha idea di come si caratterizzano in maniera corretta i personaggi.

Il bambino sospirò e cambiò leggermente posizione sul sedile, sentendo il calore della pelliccia d’orso e del berretto di montone sulla testa. Il silenzio si fece sentire nuovamente nella carrozza come una folata di vento gelido.

Perché cambiare leggermente posizione permette di sentire il calore della pelliccia e del berretto? Il silenzio si fece nuovamente sentire? Ma se non c’è mai stato? E se invece c’è stato, quand’è sparito?

«Non troveresti l’Ade così interessante, sai?» disse una voce argentina, improvvisamente.
Il bambino si voltò spaventato, in direzione dell’angolo destro della panca opposta alla sua. D’incanto vi era seduto un fanciullo più grande di lui, i cui occhi smeraldini erano rivolti all’esterno del cocchio, anch’egli fissava il paesaggio che scorreva.
I suoi neri capelli semi-corti e il glabro viso gli davano un’aria da ‘lupetto spartano’. Il suo grande cappotto di ermellino, lungo fino alle caviglie, gli dava invece un’aria da principe di quei nuovi tempi.

“buh!” lo dici improvvisamente, non “nontroverestil’adecosi’interessantevirgolasaipuntodidomanda”.
Che è un “lupetto spartano”?

«Chi sei stregone?» ruggì il bambino istericamente, pronto a gridare.

E con un bambino che ruggisce in maniera isterica, chiudo qui. Alla prima lettura ero andata avanti un’altra paginetta, ma adesso non ce la faccio a ripetere l’esperienza.

Per ricapitolare: abbiamo un narratore onnisciente che spesso e volentieri racconta invece di mostrare e che altrettanto spesso rigurgita informazioni inutili addosso al lettore. In più tale narratore ha una conoscenza a livello di asilo della lingua italiana. Infine tutto ciò per parlare di un bambino con il cuore gonfio di sofferenza, che non ha più lacrime da piangere, e che deve inseguire i suoi sogni. Mi assento un attimo per vomitare e poi concludo.

* * *

Un lettore de Le Chiavi del Fato mi ha fatto notare come, soffermandomi solo sulle prime pagine, non avrei colto i profondi significati dell’opera. Prendo atto che sepolta nell’immondizia ci sarebbe una perla, ma mi spiace: non è mio hobby frugare nei sacchi della spazzatura.

spazzatura
Ancess Volume I: Le Chiavi del Fato

Le Chiavi del Fato è un romanzo che puzza. Puzza di pigrizia e pretenziosità. Trasmette un malcelato disprezzo per il lettore, il cui ruolo non è godersi la storia, ma rimanere ammirato da quante parole conosce l’autore o dagli accostamenti finto poetici. È soprattutto un romanzo noioso, ché i difetti evidenziati non sono difetti in sé, sono solo la spiegazione del perché a pagina tre la Noia abbia il sopravvento sul desiderio di leggere.

Mi rendo conto che è molto probabile stia parlando a vuoto per quanto riguarda l’autore e i suoi amichetti, ma ripeto: ho speranza che queste osservazioni possano risultare utili per qualcuno.
Mi rendo anche conto di essere suonata più supponente del solito. È che sono stanca. Stanca di ripetere sempre le stesse cose. Stanca di vedere gente che arriva alla laurea e oltre senza capire che scrivere narrativa non è facile, e richiede studio, esperienza, impegno e inventiva, tutte cose che non è l’Università a fornire. Stanca che la gente scriva senza leggere, che pretenda di scrivere fantasy o fantascienza senza aver dedicato anni a leggere questi generi. Stanca che ci si metta a scrivere romanzi con “obiettivi culturali e pedagogici” invece di raccontare belle storie. Stanca della banalità, dei cliché, della mancanza di fantasia e umorismo, stanchissima degli “arbusti elfici”.
Visto che sono così stanca, anticipo subito che non replicherò alle solite emerite stupidate, tipo: “Se si fa un’analisi così tutte le opere divengono brutte!”, “Se un professore universitario dice che è bello, allora è bello!”, “L’Arte è Arte, non la si può ingabbiare in regole!”, “Non è mancanza di proprietà di linguaggio, è poesia!”, “Sei solo invidiosa perché non hai i soldi per pubblicare a pagamento!”, “Va bene la critica, ma non si può offendere l’autore!”, “Bisogna leggere con grande attenzione fino in fondo un romanzo!”, ecc. ecc.
Se non vi sta bene, girate al largo.


Approfondimenti:

bandiera IT L’unica recensione de Le Chiavi del Fato che sia riuscita a trovare
bandiera IT Pratosubito: per avere subito un prato (erboso)!
bandiera EN La neolingua su Wikipedia
bandiera EN David Livingstone su Wikipedia
bandiera IT I rifiuti: problema o risorsa?

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Come creare un ebook decente

Da quanto ho acquistato un lettore di ebook dedicato (recensione), ho cominciato a frequentare il forum di mobileread.com, e mi sono resa conto della mia ignoranza a proposito di ebook. In particolare riguardo al crearli. Constatato che non sono l’unica a vivere nell’ignoranza, ho pensato di condensare le mie scoperte delle ultime settimane in quest’articolo.

Premessa

Si deve già avere pronto il romanzo o racconto dal quale si vuole creare l’ebook. Il romanzo o racconto può essere stato scritto e impaginato con Microsoft Word, OpenOffice.org Writer o anche strumenti più sofisticati quali LaTeX o QuarkXPress, non ha importanza.

Considerazione generali

L’idea dietro la creazione di un ebook e la sua distribuzione (gratuita) è far sì che lo leggano più persone possibile. Per raggiungere tale scopo, bisogna considerare come la gente legge un ebook. Se l’ebook è di poche pagine – un racconto – quasi tutti lo leggono a video. Se le pagine diventano tante, molti stampano il testo. Una piccola percentuale legge gli ebook su lettori dedicati o altri strumenti portatili (cellulari, palmari, lettori MP3 con schermo, consolle per videogiochi, ecc.)

iPod
Un iPod usato come lettore di ebook. Il romanzo credo s’intitoli: “Il Valore di Pi Greco fino al Decimillesimo Decimale”, un fantasy!

Dunque bisogna far in modo che l’ebook sia il meno faticoso possibile da leggere a video, possa essere stampato con comodo, e sia trasferibile dal PC ad altri apparecchi senza ostacoli. Purtroppo non esiste nessun formato di ebook in grado di soddisfare al meglio tutte e tre queste esigenze. Per esempio, un classico PDF in formato A4 è ottimo per la stampa, buono da leggere a video ma diviene scomodo su un apparecchio portatile (e in generale su qualunque affare che abbia uno schermo sui 10 pollici o più piccolo). Un lettore smaliziato può convertire il PDF in un formato più consono e alcuni apparecchi portatili eseguono questo tipo di conversioni al volo, tuttavia non ci si può fidare d’incontrare qualcuno (o qualcosa) che sappia quel che sta facendo, bisogna dare una possibilità anche a chi non ne capisce niente e si ritrova con un apparecchio spaesato quanto lui.

Valido per tutti

Alcune considerazioni valide per qualunque formato.

Quali caratteri (font) scegliere. I più comuni possibile! Alcuni formati, quali il PDF, permettono d’incorporare i caratteri usati nel file stesso, ma altri formati, come l’HTML, non offrono questa possibilità. A meno che non si vogliano gestire due documenti separati, uno impaginato con caratteri “strani” e l’altro senza, conviene usare caratteri il più diffusi possibile.
Il Times New Roman o l’Arial sono presenti un po’ ovunque e perciò si avrà la ragionevole sicurezza che come vediamo noi l’ebook così lo vedrà il lettore. Se invece si adoperano caratteri poco comuni, per noi l’ebook avrà un aspetto, per il lettore potrebbe averne un altro del tutto diverso. Infatti non esiste alcuno standard per la sostituzione dei caratteri: Sistemi Operativi, software e apparecchi diversi scelgono quale carattere usare al posto di uno che non possiedono secondo criteri non uniformi. Non possedendo il carattere GungsuhChe Windows può decidere di usare un carattere, Linux un altro e un palmare un altro ancora.
Inoltre diversi formati di ebook offrono all’utente la possibilità di sostituire durante la lettura il carattere. Io stessa preferisco un Times New Roman a robe “strane”, all’apparenza magari anche belle, ma che affaticano alla lunga. Perciò è inutile perder tempo a comporre il proprio romanzo con venticinque font diversi pescati da ogni angolo di Internet: non lo vedrà come vorremo nessuno e anche chi ci riuscisse tornerebbe al Times New Roman dopo due pagine!

font strano
Leggereste un intero romanzo tutto scritto così?

Un’altra soluzione che ho visto adottata in un paio di casi è quella di rendere disponibili per il download i font usati nel documento. In assoluto non sarebbe una cattiva idea, mo ho dei forti dubbi che il lettore occasionale abbia la capacità e la voglia d’installarsi i font aggiuntivi (sempre che ne abbia la possibilità: magari sta usando un PC a scuola o in ufficio e non può installare un bel niente anche volendo).
Times New Roman o Arial? Il Times New Roman e l’Arial sono tra i più diffusi rappresentanti di due grosse famiglie di caratteri, rispettivamente serif e sans serif. serif si può tradurre come “grazia”; serif sono quei tocchi, quegli sbaffi in più alla fine di ogni lettera.

sans serif e serif
Differnze fra i caratteri sans serif e serif

È tradizione considerare i caratteri dotati di “grazie” più leggibili, tanto che la buona parte dei libri stampati usa caratteri serif.
Tuttavia la veridicità di questo fatto non è mai stata dimostrata. Ci sono un’infinità di studi sull’argomento e nessuno riesce a raggiungere conclusioni definitive. Ancora più intricata è la faccenda quando dalla carta si passa agli schermi tradizionali o LCD. Una panoramica sulla questione è qui.
Personalmente preferisco i caratteri serif, perché danno più la sensazione di star leggendo un libro “vero”. Ma come detto non è un vantaggio oggettivo, perciò la scelta tra serif e sans serif è lasciata al gusto estetico di ognuno.
La grandezza dei caratteri. Anche qui le ipotesi sono discordi. Se si vuole imitare la stampa tradizionale occorrerebbe usare caratteri di grandezza 10 o 12, ma specie a video caratteri un po’ più grossi risultano molto più leggibili, rimanendo ottimi stampati. Io propendo per una grandezza di 14-16 punti, ma senza pretesa di aver ragione. Quelli che invece vanno evitati sono i caratteri sotto i 10 punti, tranne casi particolari. Va inoltre rilevato che caratteri diversi hanno grandezza diversa a parità di punti. Un Arial 14 punti non è grande come un Times New Roman 14 punti.
Immagini. Il problema delle immagini in un ebook è duplice. Da un lato le immagini aumentano la grandezza del file da scaricare (il testo di un romanzo può stare in un PDF da 300K, una sola immagine a colori, magari la copertina stessa, può essere più “pesante”), dall’altro l’inchiostro, specie quello a colori, costa!

toner giallo
Toner del giallo per una stampante laser a colori HP: 120 euro!

Un libro pieno d’illustrazioni, ancorché splendide, può essere addirittura controproducente: la grandezza del file scoraggerà diversi dal download (quelli ancora senza ADSL), mentre le tante immagini faranno sorgere dei dubbi a chi è abituato a stampare gli ebook: vale la pena sprecare così tanto inchiostro?
Il mio consiglio è di evitare le immagini, se proprio ci devono essere, devono essere di misura ridotta e bianco e nero. Un’altra soluzione è offrire sia un file con le immagini, sia uno senza, più la possibilità di scaricare le immagini a parte.
Prendiamo la classica mappa che così spesso adorna i romanzi fantasy. È meglio evitare di mettere nel file dell’ebook un’immagine a colori 4000×4000 da diversi megabyte, meglio lasciare solo il testo, che in fondo è la parte davvero importante, e offrire la mappa a parte.
Ovviamente sto parlando di narrativa, non di testi scientifici o di fumetti o altri tipi di ebook dove invece le immagini possono essere fondamentali.
Indici. Quasi tutti i formati di ebook supportano la creazione di indici, con link ai vari capitoli o sezioni di un libro. Male non fa, ma non è indispensabile. L’indice è un po’ più utile se non si tratta di link ai capitoli di un romanzo, ma ai racconti in una raccolta di racconti. I link sono invece molto comodi se si decide di mettere delle note a fine libro: molto più facile cliccare e leggere la nota, piuttosto che “sfogliare” fino in fondo il volume! (fermo restando che io preferisco, se ci sono note, che siano a piè pagina).

Nominare il file. Date al file contenente l’ebook un nome significativo! Ho sul disco rigido almeno una decina di “capitolo1.pdf”, scaricati qui e là. Il fatto di non capire al primo sguardo di cosa si tratti non m’invoglia ad aprire un file, ma a lasciarlo perdere!
Un buon sistema può essere “nome autore – titolo opera”. “Maria Rossi – La Spada Magica.pdf”. Se è solo il capitolo primo de La Spada Magica, occorre segnarlo: “Maria Rossi – La Spada Magica – Capitolo 1.pdf”. Se non vedo ulteriori specificazioni io intendo che il romanzo o racconto è completo, da fastidio scoprire poi che era solo il primo capitolo.
Se si intendono mettere online revisione successive, ancora è buona norma indicarlo nel nome del file. Si possono usare le date, o le “versioni”, stile software: “Maria Rossi – La Spada Magica – Capitolo 1(v.1.1).pdf” o “Maria Rossi – La Spada Magica – Capitolo 1(25-02-2008).pdf”. Con le date non elemosinate i caratteri! Scrivere 2528 diviene incomprensibile.
Metadata. Quasi tutti i formati di ebook supportano i metadata. Non è male perdere mezzo minuto a impostarli. Avere dei metadata corretti permette di catalogare facilmente gli ebook, e nel caso di nomi di file ambigui di rinominare tali file in automatico in maniera opportuna. È la stessa cosa dei tag ID3 negli MP3.
Perciò riempite più campi possibile: autore, titolo, genere, trama, ecc. tutto quello che i vari formati offrono.

Metadata in un .doc
Metadata di un file .doc di Microsoft Word

Metadata in un .prc
Metadata di un ebook in formato Mobipocket

Nome, cognome, indirizzo. Oltre a un nome del file significativo e ai metadata, è una buona idea lasciare un qualche tipo di recapito anche all’interno del testo stesso. All’inizio o in fondo. L’ideale è il nome dell’autore e un indirizzo di posta elettronica valido, o un sito web. Eviterei di mettere indirizzi di posta fisica e numeri di telefono: gli interessati possono chiederli via posta elettronica, e tutti quei robot che pattugliano Internet in cerca di dati personali da rivendere possono andare a farsi friggere!
Eviterei anche di mettere tali dati in ogni pagina, specie se il tutto occupa più di una riga.

Licenza. Si possono scegliere per un ebook vari tipi di licenza. Una delle più comuni è la Creative Commons. Qui però non voglio entrare nel merito, è un argomento che merita un articolo a sé stante, l’importante è che, qualunque sia la licenza scelta, venga scritto a chiare lettere se l’ebook è liberamente distribuibile o no.
Se non c’è scritto niente la gente potrebbe avere delle remore a spedirlo all’amico o a pubblicizzarlo, temendo magari di trovarsi di fronte a un libro “piratato”. Se c’è scritto di non ridistribuire, be’, in verità non servirà a niente: se non altro per ripicca, il file sarà subito disponibile su eMule!
Perciò quello che bisogna fare è scrivere a chiare lettere che il file è ridistribuibile senza problemi. Così nessuno si farà scrupoli e si otterrà la massima diffusione. Tale politica deve essere indicata sia al proprio sito, sia all’interno del file stesso.
Se si vuole si può anche riportare l’intero testo della licenza che si è scelta, ma le frasi riguardanti la ridistribuzione devono essere in evidenza. Già che ci sono: non minacciate i lettori! Mi sono capitati diversi ebook con affermazioni del tipo: “questo testo è di proprietà di tal dei tali, è stato depositato presso la SIAE, è mio, mio, mio! e ogni abuso o uso improprio sarà punito senza pietà in accordo con la legge vattelapesca, ecc. ecc.”, ecco, questo è il genere di roba che scoraggia la lettura e rende subito antipatico l’autore!
DRM. DRM è un acronimo che significa Digital Rights Management, Gestione dei Diritti Digitali. Tale acronimo potrebbe averlo inventato Orwell per il suo 1984, infatti in realtà il DRM non si occupa di “gestire i diritti” ma di “imporre limitazioni”. Un file “nudo” è un file sul quale un utente ha tutti i diritti, un file avvelenato da DRM è un file piagato da una o più limitazioni.
Buona parte dei formati di ebook supportano il DRM. Le più comuni limitazioni che si possono imporre sono: vietare la stampa, vietare la copia di parti o della totalità del testo in altre applicazioni, vietare che il testo possa essere letto a voce alta da un programma di sintesi vocale. Si possono anche “gestire diritti” ancora più severi: limitare l’apertura del file a un certo numero di volte, fare “spirare” il file superata una certa data, costringere a un’autenticazione via Internet prima di accedere al file, e così via.
NON INSERITE NELL’EBOOK ALCUN TIPO DI DRM!
Non otterrete alcun vantaggio se non farvi odiare. Tra l’altro il DRM crea problemi di compatibilità: programmi che leggono PDF possono non essere in grado di leggere PDF insudiciati dal DRM.

NO DRM
Eliminiamo il DRM! Per saperne di più: Defective by Design.org

Dove ospitare i file. Essendo gli ebook così piccoli, spesso sotto il MB, non dovrebbe essere difficile trovare spazi che li ospitino. Ci sono decine di siti e organizzazioni che offrono spazio gratis, e per piccole quantità senza neanche il problema della pubblicità.
L’importante è che l’operazione di scarico dei file sia fluida. Il visitatore del sito deve cliccare sul PDF o Mobipocket e poter scaricare il file, senza essere spedito da qualche altra parte, senza dover compilare form o mettere codici di sicurezza, senza doversi sorbire banner o animazioni flash che gli annunciano di aver vinto la lotteria nigeriana.
Comprimere o non comprimere. Non comprimere. Non vale la pena “zippare” o peggio “rarrare” un ebook: si guadagna poco e si mettono in difficoltà i lettori meno esperti.

Quali formati distribuire

Ci sono decine e decine di formati di ebook. Più se ne offrono meglio è, anche se dovrebbe essere sempre indicato con chiarezza quale formato un lettore dovrebbe scegliere rispetto alle sue esigenze. Offrire OpenDocument, Compiled HTML, o Broad Band eBook senza alcuna spiegazione non farà altro che confondere le orde di aspiranti lettori.
Tra i tanti formati ho deciso di sceglierne quattro, che credo coprano la buona parte delle esigenze: PDF, HTML, Mobipocket e TXT.

Portable Document Format (PDF)

I vantaggi del PDF: è possibile creare documenti impaginati come meglio si preferisce e con ogni genere di layout; i caratteri usati possono essere incorporati nel file, in modo che tutti i lettori vedano lo stesso identico PDF così com’è stato pensato; è un formato diffusissimo, e software per leggere PDF si trovano per qualunque piattaforma.
Gli svantaggi: è un formato che non può essere modificato dagli utenti “al volo” ed è difficile da convertire in altri formati.

Logo del PDF
Il formato PDF è stato inventato da Adobe Systems nel 1993

In particolare il grosso problema del PDF è che è un formato basato sul concetto di pagina a dimensione fissa. Quando creiamo un PDF A4, creiamo un documento che è ottimo per la stampa – contando che l’A4 è il formato di carta più diffuso, almeno a livello domestico – ed è decente da leggere a video su un monitor di discrete dimensioni, ma diventa molto meno attraente quando per esempio si prova a leggerlo con un apparecchio con schermo da pochi pollici.
Quasi sempre viene offerta la possibilità di zoomare un PDF, e con tale “trucco” si può riuscire a leggere il file in ogni situazione, ma se la pagina zoomata non sta nello schermo, l’utente è costretto a “scrollare” in verticale (e spesso anche in orizzontale) il che rende faticosa l’esperienza.
L’utente non può cambiare il tipo di carattere di un PDF se non gli piace, non può cambiare neanche la dimensione dei caratteri, non può cambiare l’allineamento dei paragrafi o l’interlinea. Un utente non ha alcuna possibilità di manipolare un PDF, se non appunto zoomare. È un po’ poco, e questo irrita la gente!
Inoltre, sebbene estrarre il testo da un PDF sia operazione che compiono senza difficoltà diversi software, è molto più complicato mantenerne l’impaginazione. Se il PDF ha una struttura non elementare, cercare di tramutarlo in HTML o in qualche altro formato che più interessa all’utente risulterà impresa difficile se non impossibile.

Ciò detto, rimane una buona idea distribuire un ebook anche in formato PDF. Quelli che preferiscono la stampa ne saranno felici e coloro che preferiscono la lettura davanti al PC con un buon monitor non avranno particolari problemi.

Nel distribuire il PDF si deve appunto scegliere la grandezza della pagina. Le due scelte più sensate sono A4 e A5. L’A4 è l’ideale per la stampa e rende bene a video. L’A5 essendo più piccolo (metà dell’A4) rende meglio a video e rimane comunque stampabile senza eccessivi sprechi. A5 è anche più o meno la grandezza della pagina di un libro “tradizionale”, dunque gli utenti si troveranno subito a loro agio.
Da evitare l’uso di due (o più di due) colonne: se non cambia molto una volta stampato, leggere a video un PDF con due colonne è particolarmente faticoso. Bisogna spesso scrollare fino in fondo a una pagina, poi tornar sopra e ripetere, in netto contrasto con il più fluido e continuo scrolling verticale pagina dopo pagina che si ha con una sola colonna.

lettura con due o una colonna
Leggere a video un PDF con due colonne è molto più faticoso e innaturale rispetto a leggere un PDF con una sola colonna

Si possono poi offrire PDF più specializzati, ad esempio lo splendido sito FeedBooks.com offre PDF impaginati per gli schermi di due lettori di ebook: iRex iLiad e Sony Reader.
Allo stato attuale non credo valga la pena imitare FeedBooks.com, data la scarsa diffusione di questi lettori. Tuttavia, a parte l’iLiad, tutti i lettori e-ink in circolazione hanno uno schermo di circa 6 pollici: un pensierino a creare un PDF con pagina di tale grandezza lo si può anche fare.

Una nota importante, nel caso si decidesse di distribuire solo il PDF: usate un’impaginazione più semplice possibile e con meno fronzoli possibili, in modo che la conversione da PDF ad altro formato sia indolore o quasi. È anche importante togliere la sillabazione: è vero che può rendere il PDF meno “professionale”, ma è davvero un disastro riuscire a convertire un PDF pieno di parole tagliate a metà dai trattini!

Per creare un PDF ci sono migliaia di programmi. Una soluzione semplice in ambiente Windows è usare una stampante virtuale. Una stampante virtuale è un tipo di programma che s’installa come fosse una stampante ma invece di stampare crea un file PDF. In questa maniera si possono creare PDF da qualunque applicazione consenta di stampare, che sia Word o il Blocco Note o qualunque altra.
Di queste stampanti virtuali PDF ne esistono in tutte le salse. L’Adobe ne offre una nella versione commerciale di Adobe Acrobat. Microsoft ne offre un’altra, gratuita, anche se per essere usata richiede la presenza di Office. Ne esistono anche di gratuite senza limitazioni e persino open-source, quale PDFCreator. Tra le shareware, forse la migliore è quella di FinePrint Software, pdfFactory.
Il Coniglietto Grumo mi assicura che si possa fare lo stesso anche sotto Linux, usando per esempio CUPS.
Ci sono poi programmi che consentono di creare direttamente i PDF, primo fra tutti l’OpenOffice.org Writer.

Logo di CUPS
Il logo del programma Common Unix Printing System (CUPS)

HyperText Markup Language (HTML)

Il principale vantaggio di offrire il proprio ebook in HTML è che il potenziale lettore non deve far nulla per cominciare a leggere, se non cliccare sul link del libro.
Lo svantaggio è che l’HTML non è così flessibile come un PDF riguardo l’impaginazione, anche perché non esiste il concetto di pagina con l’HTML!
Il testo risulterà continuo e per certi versi lontano da quello che intendiamo quando parliamo di libro. È bene che la cosa rimanga così! Il primo errore da evitare con l’HTML è spezzarlo in più parti (per esempio una pagina per ogni capitolo, o una pagina ogni tot caratteri). Questa divisione si vede spesso, ma è fatta solo perché così i siti ottengono magari quattro hit invece di uno e propinano quattro banner piuttosto che uno al visitatore.
L’HTML deve essere con i caratteri neri su fondo bianco. Non importa se il resto del sito ha come tema il verde fosforescente su viola allucinazione: nessuno leggerà un romanzo con tali colori, e tanto meno lo stamperà.
L’HTML deve essere presentato senza alcuna inutile cornice. Non ha senso costringere chi vuol stampare il testo a doversi anche stampare per esempio due colonne di gamberi a destra e a sinistra.
L’HTML deve essere “autocontenuto”. Spesso i programmi che generano HTML generano due file, l’HTML stesso e un altro file, chiamato “foglio di stile” (CSS). Non va bene, perché se l’utente si salva solo l’HTML (e così farà, non sarà in grado o non avrà voglia di cercare anche il CSS), si ritroverà un HTML con impaginazione approssimativa, al limite illeggibile.
Stesso discorso vale per le immagini: se possibile evitatele, perché la gente non starà lì a scaricarle a parte e tanto meno correggerà i link nell’HTML, salvo però poi lamentarsi che il romanzo da loro salvato è senza copertina!

Due HTML
HTML decente – HTML “artistico”

Per creare un HTML la maniera più semplice è usare le apposite funzioni di esportazione presenti in tutti i programmi di elaborazione testi. Nel caso fossero necessarie delle correzioni, si può aprire l’HTML con il Blocco Note o qualunque altro editor.

Mobipocket

Mobipocket è un formato molto diffuso nell’ambito degli apparecchi portatili (cellulari, palmari, lettori e-ink). Io stessa quando possibile cerco di procurarmi un ebook in formato Mobipocket, per leggerlo sul mio lettore.
Il Mobipocket è basato sull’HTML, ed è un formato che offre ampia possibilità di scelta all’utente. È possibile cambiare i caratteri e la grandezza degli stessi, modificare margini e interlinea, e tanto altro, a seconda di quale software per la lettura dei Mobipocket si stia usando.
Offrire il Mobipocket non aumenterà di molto i propri potenziali lettori, dato che non sono molti quelli che leggono ebook su apparecchi portatili. Però questa percentuale è destinata ad aumentare in modo drastico in futuro, perciò non è una cattiva idea essere preparati.
Non ci vogliono più di un paio di minuti per creare un Mobipocket, usando il gratuito Mobipocket Creator. Rimando alla recensione del lettore ebook per un esempio passo a passo di creazione di un Mobipocket, con tanto di copertina e metadata.

Mobipocket su palmare
Un ebook in formato Mobipocket sullo schermo di un palmare BlackBerry

TeXT (TXT)

Il formato più semplice e in assoluto più compatibile. Anche computer di trent’anni fa potrebbero leggere un TXT. Però il TXT non supporta quasi alcun tipo d’impaginazione o formattazione dei caratteri. L’idea è di offrirlo come “ultima spiaggia”: se proprio l’utente non è riuscito ad aprire nessuno degli altri file, può provare con il TXT, sicuro di riuscire finalmente a leggere qualcosa.
Praticamente ogni programma di elaborazione testi offre la possibilità di esportare i documenti in formato TXT.

IBM System360
Un computer IBM System/360 del 1964: anche lui riuscirebbe a leggere un file di testo!

Ricapitolando

Una buona strategia può essere questa: PDF A4 per chi vuole stampare il libro o leggerlo a video su un bel monitor, HTML per chi vuole leggere subito, senza dover scaricare niente, Mobipocket per gli amanti degli apparecchi portatili e TXT in caso d’emergenza.
Un PDF A5 senza fronzoli, o l’HTML possono essere un buon compromesso se si vuole offrire un solo formato. Nell’ambito del solo formato può essere anche preso in considerazione il Rich Text Format (RTF). L’RTF può essere letto con facilità (per esempio sotto Windows con l’accessorio WordPad), e con altrettanta facilità essere convertito in altri formati. Non offre però alcuno dei vantaggi di altri formati più specializzati.
Se si decide di distribuire l’RTF bisogna prestare particolare attenzione alle immagini: sono archiviate nel file in maniera tale che anche immagini piccine occupano moltissimo spazio. È facile superare il MB e più senza neanche accorgersene!

Un’idea carina è offrire ospitalità o link a chi traducesse il libro in altri formati. Un utente magari lo reimpagina per leggerlo su un Sony Reader o un altro lo salva come OpenDocument: si può indicare come fare a rispedire tali file, in modo che possano diventare disponibili a tutti.

Per parte mia, d’ora in poi cercherò di seguire i miei stessi buoni consigli per tutta la narrativa da me prodotta e che offrirò nel blog.
Rimane da chiedersi se valga la pena di metterci tutto questo impegno: tanto gli ebook li scaricano in pochi e a quei pochi quel che scrivi non piace comunque (sigh!). Non lo so, forse non ne vale la pena. In ogni caso anche imparare a creare un ebook è tutta Cultura che cola. Forse.

* * *

Come in tante altre occasioni, mi sono avvalsa nello scrivere l’articolo dell’assoluta competenza del Coniglietto Grumo e di qualche svogliato consiglio di Capitan Gambero, li ringrazio entrambi, però il Capitano potrebbe impegnarsi di più!

Coniglietto Gigante
Il più grande Coniglietto al mondo: anche questa è Cultura!


Approfondimenti:

bandiera EN iPod eBook Creator: per creare ebook per l’iPod
bandiera EN dslibris: un programma per leggere ebook sul Nintendo DS
bandiera RU BookDesigner: il programma più completo per creare ebook
bandiera EN BookDesigner su MobileRead Wiki
bandiera EN MobileRead Wiki (pagina principale)

bandiera EN DRM su Wikipedia
bandiera EN Dizionario della neolingua di 1984
bandiera EN La storia del PDF
bandiera EN Un sito dedicato ai vecchi computer
bandiera EN La vicenda del Coniglietto gigante

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