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Marstenheim

Segnalazione per un romanzo che non è disponibile su emule, ma che potete lo stesso scaricare gratis. Infatti l’autore – che qui commenta con il nick “Angra” – lo offre in formato elettronico sotto licenza Creative Commons.

Illustrazione per Marstenheim
Illustrazione per Marstenheim

Marstenheim è un romanzo science-fantasy ambientato in un indefinito futuro su una colonia terrestre abbandonata da secoli dalla madre patria. La storia segue una schiera di personaggi più o meno loschi che si aggira per una delle ultime città non ancora decadute; uomini, alieni, mostri: ognuno ha i propri scopi e non sono sempre nobili.
La componente fantascientifica predomina su quella fantasy: creature tradizionalmente fantastiche come vampiri, zombie o uomini-ratto hanno una spiegazione scientifica. In questo Marstenheim somiglia un po’ a World Enough, and Time (Tempo di mostri, fiume di dolore) di James Kahn o After the Siege di Doctorow. Rimane però anche uno spazio per la magia e per situazioni che non possono essere spiegate razionalmente.

* * *

Ho seguito la realizzazione di questo romanzo fin dalla prima stesura quasi tre anni fa, dunque non sono la persona più indicata per darne un giudizio obiettivo. Tuttavia, ci sono degli ottimi motivi oggettivi per leggero:

Icona di un gamberetto È scritto bene. Non scritto bene per me. È scritto bene in assoluto. Si poteva scrivere meglio? Sì, forse. Per esempio in alcune scene la “telecamera” sarebbe potuta essere più vicina ai personaggi. Ma sono sfumature, per il resto lo stile è scorrevole e il romanzo si legge molto volentieri.

Icona di un gamberetto È divertente. Gli uomini-ratto in particolare sono fenomenali e la loro gerarchia basata sulla burocrazia umana è al contempo verosimile ed esilarante. Infatti mi spiace moltissimo che i ratti non abbiano più pagine.

Icona di un gamberetto Non ci sono i soliti “buoni” e “cattivi”. O meglio, forse il “cattivo” può essere facile identificarlo, ma i “buoni” molto meno. I vari personaggi agiscono in base ai propri desideri, non per seguire una morale imposta dall’alto dall’autore. Nella buona narrativa così dev’essere.

Icona di un gamberetto Non ci sono stupidaggini sociopolitiche che riflettono come uno specchio deformante l’attualità, o idiozie del genere. È un vero romanzo fantasy, non una scusa dell’autore per lamentarsi del governo, dell’ingegneria genetica, dell’inquinamento, del riscaldamento globale, del bla bla bla. Non è un romanzo dedicato a una pecora.

Perciò scaricatelo, non vi costa niente, e leggetelo: ne vale la pena. Potete scaricarlo qui sotto o dal sito dell’autore.


 Marstenheim in formato PDF A4 (leggibile a video e ideale per la stampa).
 Marstenheim in formato Mobipocket (per i lettori di ebook e altri dispositivi portatili).
 Marstenheim in formato RTF (formato leggibile da Microsoft Word e da praticamente tutti i programmi di elaborazione testi).
 Marstenheim in formato OpenDocument (il formato di OpenOffice, la suite per ufficio gratuita e open source. Per chi trova insopportabile Word e ogni formato proprietario).
 Marstenheim in formato EPUB (il nuovo standard “aperto” per gli e-book, supportato dai nuovi lettori. Si ringrazia Luigi Marciani per la conversione).
 Un archivio .zip contenente tutti i file di cui sopra.


Scritto da GamberolinkCommenti (168)Lascia un Commento » feed bianco Feed dei commenti a questo articolo Questo articolo in versione stampabile Questo articolo in versione stampabile • Donazioni

Crudeltà Editoriale: Due Esempi

Concludevo l’articolo di ieri con un “Imparare a scrivere.”

Come si impara a scrivere? Sto parlando d’imparare a scrivere narrativa, in particolare narrativa fantastica. La risposta è semplice: leggendo uno o più manuali che insegnino a farlo!
Sento già nelle orecchie i lamenti degli Artisti, per i quali manuali e regole sono la morte della Letteratura. Be’, se la pensate così, non so che altro dirvi. Vorrei solo rifletteste su qualche esempio:
Videogiochi. Chi non ci ha giocato? Io ci gioco sempre! C’è qualcuno che pensa davvero che si possa imparare a programmare un videogioco grazie all’Arte e al Puro Talento? Mio fratello mi ha fatto vedere: all’atto pratico è del tutto analogo allo scrivere un romanzo, solo invece che scrivere in italiano occorre usare un linguaggio artificiale. Un videogioco non è altro che una sterminata sequenza d’istruzioni, messe una dietro l’altra, come sto io adesso mettendo una dietro l’altra le parole di questo articolo. Perciò, signori Talentuosi, cominciate!
In realtà ci voglio anni per imparare a programmare, e altri ancora per programmare nello specifico videogiochi. E questi anni sono disseminati di manuali spessi un palmo e pieni di matematica.
Prendiamo la musica. Se fosse solo questione di Arte, perché mai la gente dovrebbe frequentare un conservatorio? O prendere lezioni di piano? In fondo tutti sanno battere le dita sui tasti di un pianoforte, perché il Talento con la T maiuscola non dovrebbe essere sufficiente?

Da dove nasca l’idea che scrivere narrativa e in particolare narrativa fantasy non richieda nessuno studio non lo capirò mai. Negli ultimi mesi ho letto i manuali e i suggerimenti di Mark Twain, Orson Scott Card, Stephen King, Ben Bova e altri. È stato molto utile, in primo luogo per me stessa. Anche quando scrivo senza nessuna intenzione, non dico di pubblicare, ma solo di far leggere a qualcuno, mi diverto molto di più. È la differenza che passa dal battere a caso sul pianoforte e stupirsi degli strani suoni che ne escono e saperlo suonare e godere della musica che ne nasce.

Un pianoforte
Il Coniglietto Grumo sa anche suonare il pianoforte!

Perché ho letto solo manuali di scrittori stranieri? Perché a me piace la narrativa fantastica (fantasy e fantascienza) e in Italia quasi nessuno conosce l’argomento. Quei pochi non mi pare abbiano mai pubblicato nessun tipo di manuale.

Leggendo i manuali ho scoperto che ci sono ormai regole acquisite, da cento e passa anni. Per esempio scrivere sempre in maniera semplice e chiara. Un’altra regola condivisa da tutti è quella di scartare il superfluo. In ogni caso, senza eccezioni. Seguono poi regole meno categoriche, come quella per altro importantissima del mostrare invece di raccontare, o quelle che regolano la scelta del miglior punto di vista.

Seguire tali regole non limita la libertà di scrittura e anzi offre un vantaggio gigantesco: permette di valutare da soli se quanto si è scritto è decente. Se io ho appena scritto “doglio” e il vocabolario me lo segna come termine letterario di basso uso, so che ho appena violato la regola che impone semplicità e chiarezza, metto al posto del doglio un barile e ho fatto un oggettivo passo avanti. Se io comincio una storia con “Laura mi stava spiegando come programmare un videogioco”, constato che è un raccontare, non è un mostrare, dunque sto sbagliando e posso correggermi. E così via.

Infine le regole sono seguite dagli editori. Almeno dagli editori anglosassoni. I criteri adottati dagli editori italiani sono molto più nebulosi. Ma d’altro canto gli scrittori anglosassoni vendono milioni di copie, anche da noi, gli scrittori italiani non vendono neanche ai loro compatrioti. Perciò riuscire a raggiungere il livello medio di uno scrittore anglosassone è già un bel passo avanti, e in campo narrativa fantastica vorrebbe dire essere il miglior scrittore italiano in tale genere, o quasi.

Quello che seguirà sarà perciò basato su due fatti:
Primo fatto. Nella narrativa di genere fantastico esistono delle regole obbiettive, forgiate da esperienza secolare.
Secondo fatto. Gli editori che conosco il loro mestiere, per scegliere chi pubblicare, si attengono a quelle stesse regole. Almeno in teoria.

So benissimo che sul secondo fatto si può discutere all’infinito. Mi limito a dire che il ragionamento: “se hanno pubblicato la Troisi allora devono pubblicare anche me”, è deleterio. La Troisi pubblicata da Mondadori è stata una disgrazia, se non se ne aggiungono altre è meglio per tutti.
E in ogni caso, prima delle lagnanze, si deve raggiungere quel livello da scrittore anglosassone medio che dicevo. Medio, che non è un livello altissimo, è il livello dello scribacchino competente ma non troppo talentuoso.

Ultima nota: ovviamente non bastano i manuali, bisogna leggere, in particolare nel genere nel quale poi si vuole scrivere, bisogna documentarsi sugli argomenti che si vorrà trattare e bisogna esercitarsi a scrivere.
Una buona dose di fantasia aiuta. Quello che non serve: amore, anima, cuore e stupidate del genere. Il mito in assoluto più deleterio è quello secondo il quale, se si scrive riversando nelle pagine tutto l’amore del mondo, tale amore trasparirà fino al lettore, colmandolo di delizia. Invece succede questo: «Ma porco diavolo! Ho speso 20 euro per uno schifo di romanzo e adesso ho pure le mani tutte unte d’amore!»

Questo concludeva la premessa. Ora le conseguenze attraverso due esempi.

Mozart di Atlantide

Romanzo di fantascienza scritto da Simone Maria Navarra, il cui divertentissimo blog è qui. Attualmente non credo il romanzo sia disponibile perché partecipa al Premio Urania, ma lo si può trovare via P2P o chiedendolo direttamente all’autore.

Copertina di Mozart di Atlantide
Copertina di Mozart di Atlantide

Io ho provato a leggerlo un paio di mesi fa, quand’era ancora disponibile per il download. Ho detto provato perché non sono mai riuscita a finirlo. È anche la ragione per la quale non l’ho mai recensito.
Lasciando un messaggio al blog dell’autore, ho dichiarato che un’eventuale recensione sarebbe stata negativa, e di essermi convinta di questo fatto dopo aver letto appena due paragrafi. Non so se sono stata presa sul serio, io ero serissima (come credo, anzi spero, siano gli editori nel valutare i manoscritti).
I due paragrafi sono questi:

Gettando uno sguardo allo schermo del portatile, Mozart si rese conto di essere in ritardo e allungò il passo.
Era diretto verso il centro di collocamento del quartiere, dove lo attendevano alcuni amici. Avrebbe potuto tranquillamente cercare un lavoro tramite il terminale che aveva in casa, ma visto che anche gli altri avevano bisogno di trovarsi un nuovo impiego tanto valeva sfruttare l’occasione per incontrarsi.

“Gettando uno sguardo allo schermo del portatile, Mozart si rese conto di essere in ritardo e allungò il passo.”
Tre problemi in questa frase:
Primo problema. “Mozart si rese conto di essere in ritardo”, è raccontato. Io lettore come devo immaginarmi la scena? Tra l’altro tenendo conto che è un romanzo di fantascienza? Mozart getta uno sguardo allo schermo e ne deduce di essere in ritardo. Ma come? Manca il passaggio fondamentale: cosa ha visto sullo schermo!
So benissimo che Mozart probabilmente ha letto solo l’ora, ma il punto è che già alla prima frase sono stata costretta a dedurre. Già subito ho dovuto interrompere l’immersione per fermarmi a pensare su cosa l’autore intendesse per “rendersi conto di essere in ritardo”.
Secondo problema. Il portatile. I portatili attuali, e direi degli ultimi cinque anni almeno, sono portatili fino a un certo punto, io li definirei “trasportabili”. Sono molto grossi, e nessuno li usa mentre passeggia. Perciò con nessun’altra informazione di contorno, si storce subito il naso di fronte a un personaggio che guarda un portatile mentre cammina. E dato che è probabile sullo schermo ci sia un qualcosa legato all’ora, perché non ha guardato un orologio? un cellulare? un palmare?
Terzo problema. Il nome del protagonista. Mozart non è un nome qualunque. Porta con sé un determinato bagaglio emotivo, e soprattutto porta con sé la domanda: “Perché Mozart si chiama Mozart? È quel Mozart o un altro Mozart?” Almeno fin dove sono arrivata io a leggere queste domande non hanno risposta, sebbene appaia chiaro che Mozart non è il Mozart musicista.
Spero che la ragione per la quale tutti i personaggi di Atlantide hanno nomi famosi venga rivelata e sia una ragione valida, perché la faccenda è fastidiosa.
In quest’incipit l’attrattiva per il lettore dovrebbe essere quella di scoprire le ragioni e le possibili conseguenze del ritardo del protagonista, però il tutto è oscurato dal fatto che si chiami Mozart. Sì, va bene, ha un portatile, ma perché si chiama Mozart? Ho capito, è in ritardo, ma perché si chiama Mozart? Cammina alla svelta, non discuto, ma perché si chiama Mozart?

“Era diretto verso il centro di collocamento del quartiere, dove lo attendevano alcuni amici. Avrebbe potuto tranquillamente cercare un lavoro tramite il terminale che aveva in casa, ma visto che anche gli altri avevano bisogno di trovarsi un nuovo impiego tanto valeva sfruttare l’occasione per incontrarsi.”
Chissà per cosa sarà in ritardo Mozart? Per l’appuntamento con gli omini verdi? Per sposarsi con la Principessa di Venere? Per partire con una nave spaziale?
L’autore risponde subito.
Errore uno: risponde l’autore, è inevitabile, perché Mozart sa benissimo dove sta andando e non avrebbe ragione di rivelarlo al lettore. Ciò non toglie che ogni ingerenza diretta dell’autore è una pessima pratica.
Errore due: la risposta è degna di una parodia!
Mozart si sta per incontrare con gli amici per cercare lavoro?! È davvero “fantascienza”!
«Ciao, Chiara, vieni domani al cinema?»
«No.»
«Ciao, Chiara, vieni in discoteca?»
«No.»
«Ciao, Chiara, stiamo andando a cercare lavoro, ci vieni?»
«Corro!»
Non è in sé un errore, è un errore se il romanzo vuole essere un romanzo di fantascienza da prendere sul serio, come parrebbe.
Il “tranquillamente” è da togliere: come dice Stephen King, “la via dell’Inferno è lastricata di avverbi.”
In realtà da “Avrebbe” in poi è da togliere: è solo un altro noioso intervento dell’autore, atto a riferire fatti che Mozart già conosce e che al lettore non interessano. Aggravante: Mozart è a passo svelto, questo paragrafo è come l’impallinasse sul posto, bloccando subito l’azione.

Mi fermo qui.

Il succo della dimostrazione era illustrare come a un editore volendo bastino davvero poche pagine, addirittura meno di una, per dare un giudizio su un’opera. Poi forse non butta il manoscritto dopo due paragrafi, ma io dubito arrivi oltre pagina 10 o giù di lì.
Io sono arrivata a pagina 50 circa, e Mozart di Atlantide non è pubblicabile. D’altro canto non ci aveva mai sperato nessuno, o sbaglio? chikas_pink28.gif

Aggiungo che l’autore avrà modo di vendicarsi in maniera indiretta, quando sarà diventato scrittore di fama mondiale: a me verrà negata ogni possibile pubblicazione, perché nessun editore avrà il coraggio di dare alle stampe qualcosa scritto dalla tizia che in gioventù aveva osato criticare il più grande autore del terzo millennio.
(ogni tanto sul blog dell’autore compaiono baloccamenti simili, ho cercato di imitarne lo stile).

Secondo esempio.

La Voce dei Meil’ar

L’autrice del suddetto romanzo ha lasciato un commento al mio articolo di ieri, invitandomi a leggere la sua opera. Potrei anche farlo, ma prima mi metto nei panni dell’editore che riceve una sinossi del romanzo e qualche capitolo d’esempio.

Copertina di La Voce dei Meil’ar
Copertina di La Voce dei Meil’ar

Al sito del romanzo, sono disponibili diversi estratti da vari capitoli. Ho scelto quello sui duelli: questo. EDIT: Il sito del romanzo non esiste più.
La scelta è caduta su tal brano perché qui sulla Barca dei Gamberi ci piace leggere di duelli e spargimenti di sangue!

Al sito non è disponibile una sinossi completa del romanzo, ma c’è la trama, l’elenco dei personaggi e una cartina del mondo, direi elementi sufficienti per potersi orientare.

Invece di due soli paragrafi, ho preso in considerazione le prime tre pagine dell’estratto. È un’analisi piuttosto lunga, se si vuole saltare direttamente alle conclusioni, si può cliccare qui.

Berrie si toccò la spalla lacerata fino a qualche istante prima da un profondo taglio: della ferita rimaneva ormai solo un ampio strappo nella manica, e una chiazza di sangue scuro sulla casacca.

Manca almeno una virgola tra spalla e lacerata. “da un profondo taglio” è pleonastico: se la spalla è lacerata è vittima di lacerazione che è appunto un profondo taglio. “ormai”, “ampio” e “scuro” potrebbero essere tolti senza danno.

Il guaritore l’aveva fatta semplicemente scomparire come se non fosse mai esistita, dopo averle preso la mano ed essere rimasto immobile a occhi chiusi come in ascolto di un suono che ella non era riuscita a udire, fiancheggiato da un tengal dallo sguardo imperscrutabile.

“fatta scomparire”, cosa? La casacca? La chiazza di sangue? La manica? La ferita è già molto indietro, non è immediato per il lettore capire quale sia il riferimento. “semplicemente”, come il 99% degli avverbi è inutile, nel caso specifico la semplicità è implicita in “come non fosse mai esistita”. Dopo il “come non fosse mai esista” ci va un punto. La narrazione successiva rende la frase troppo lunga, e la narrazione stessa lascia il tempo che trova. Se l’operare del guaritore ha importanza, la scena avrebbe dovuto aprirsi con lui all’opera.

Roteò il braccio da una parte e dall’altra: come nuovo.

“da una parte e dall’altra”? Come si fa a roteare da una parte? Forse lo roteò in un senso e nell’opposto. O forse, ancora più semplice, lo roteò e basta.

Svolse la piccola pergamena che le avevano consegnato dopo il terzo duello e ne lesse il contenuto: Campo di Gelkha.
Calzò di nuovo la sua maschera da insetto e rinfilò i suoi due pugnali nelle asole della cintura.

La pergamena contiene solo tre parole, è inutile specificare sia “piccola”. Perché “Calzò”? È forzato, meglio indossò la maschera. “sua”, come la buona parte dei possessivi, può e deve essere tolto. Se non altrimenti specificato il lettore capisce da solo che la maschera è di chi l’indossa.

Il vento della notte precedente aveva spazzato via le nubi cariche di neve svelando un cielo di un acceso color indaco, ma nonostante il sole brillasse alto l’aria era gelida e frizzante e la brina scricchiolava sotto i suoi passi.

Non è ben chiaro perché si passi a parlare del tempo. Spero il freddo abbia qualche conseguenza futura.

Nelle sue orecchie risuonavano ancora le grida e gli incitamenti del pubblico che aveva presenziato allo scontro; anche Fenèlya aveva assistito seduta su una larga trave di legno senza un grido, né una voce di incoraggiamento.
Eppure Berrie aveva avuto l’impressione che fosse tesa e nervosa mentre passava le sue dita tra i capelli candidi.

Il primo possessivo “sue orecchie”, va tolto, il secondo è ambiguo: sono le dita di Berrie o di Fenèlya? E i capelli? L’”Eppure” non si capisce: Fenèlya assiste senza dire una parola né incoraggiare, sembra appunto tesa e nervosa, dunque perché “Eppure”?

“Sono stata fortunata. Le mie avversarie erano piuttosto impreparate” si disse tirando un sospiro. Si toccò di nuovo inconsapevolmente la spalla: impreparata o no l’ultima contendente le aveva sferrato un colpo vigoroso con la mazza. Se avesse preso meglio la mira probabilmente l’avrebbe colpita in piena testa.

“inconsapevolmente”, togliere. Forse avendo letto il duello in questione si capisce, ma in generale, senza ulteriori specificazioni, una mazza non è il tipo d’arma che provochi profondi tagli. “probabilmente” togliere.

Ripensò con orgoglio all’agilità con cui era riuscita ad aggirare la massiccia giovinetta con la maschera da cinghiale dalle movenze pesanti e robuste e a “colpire” il mago posto dietro di lei.

“Ripensò con orgoglio”: raccontato. È probabile Berrie stia pensando alle singole mosse. Sicura che “giovinetta” sia il termine corretto? Una giovinetta è una bambina, al massimo un’adolescente, già associarla a “massiccia” suona strano. Inoltre “massiccia giovinetta” è già fin troppo: “con la maschera da cinghiale dalle movenze pesanti e robuste” è un’inutile specificazione.

Estrasse dalla tasca la mappa di sughero e fece vagare lo sguardo sulla minuscola riproduzione della spianata.

È dura che lo sguardo possa vagare su un che di “minuscolo”. Se la riproduzione è minuscola la si abbraccia tutta quanta con una sola occhiata.

Fortunatamente il campo di Gelka non era distante da dove si trovava adesso.

“Fortunatamente” togliere; “adesso” uguale, è chiaro che il fatto di non essere distante è legato alla posizione corrente della protagonista.

Oltrepassò un gruppetto di giovinette che, su un lato del sentiero, si erano sfilate la maschera: due stavano piangendo e tutte le scoccarono un’occhiata invidiosa e malevola.

“su un lato del sentiero” inciso inutile. “tutte le scoccarono un’occhiata”? Anche le due che stanno piangendo?

I duelli stavano mietendo le prime vittime.

Mi sembra esagerato affibbiare il termine “vittime” a delle ragazzine che frignano. Hanno almeno perso un occhio? Qualche dito?

Berrie ringraziò ancora una volta il cielo per averle permesso di arrivare fino a quel punto.

Ringraziare il cielo implica tutta una serie di considerazioni sulla religione e sul sovrannaturale che, a quanto sembra, avvicinano molto il mondo di Glorinant al nostro. Spero sia voluto.

Si chiese quanti scontri ancora avrebbe dovuto affrontare per assicurarsi il suo ruolo di tengal: se anche avesse dovuto incontrare cento, mille avversarie, non avrebbe certo ceduto.

Come mai Berrie, che sta per affrontare il quarto duello, non sa quanti ancora ne dovrà sostenere? Funziona così? Suona strano che la gente si batta senza sapere neanche quando potrà smettere. “suo ruolo”, togliere il possessivo. Inoltre è ancora un discorso indiretto raccontato:
“Ancora dieci, cento, mille duelli!” pensò Berrie. “Non importa quanti saranno, non mi tirerò mai indietro!” Così, in generale, è meglio.

Il suo pensiero volò leggero ai suoi cari: da tempo, ormai, li immaginava mano nella mano nella placida tranquillità del Giardino degli Avi.

Questo mi fa tornare in mente Fascisti su Marte, anche se capisco non sia colpa tua.

Frammento da Fascisti su Marte

I possessivi vanno ancora una volta tolti, la tranquillità è implicito sia placida.

«Caro papà, zia, vi prometto che quando avrò trovato quella donna tornerò al nostro Poggio ridente a prendermi cura del tuo orto, papà, e ricostruirò la nostra bella casa».

Perché i pensieri prima erano racchiusi tra virgolette e questo è tra caporali? Prima Berrie si rivolge a padre e zia, poi solo al padre, ma ancora mentre si sta rivolgendo a entrambi, c’è il tuo orto e la nostra casa che si mischiano. Nessuno ripensa a qualche luogo definendolo “ridente”.

Il fluire dei suoi pensieri venne interrotto da rumori in lontananza: si schermò gli occhi contro la luce del sole e proprio di fronte a lei distinse chiaramente una piccola folla di persone che, per ingannare l’attesa, si esibiva in canti e cori dal testo scurrile.

Da togliere come al solito i possessivi di troppo, da questo punto in poi non lo ricorderò più, ma tale errore è presente in quasi tutte le frasi. Berrie sente rumori “in lontananza” ma una “piccola folla di persone” è “proprio di fronte a lei”. Perciò o i rumori non vengono dalla folla, o la folla non è davvero di fronte a lei, o i rumori non sono in lontananza.
Poi, una folla è di persone per antonomasia, ed è strano accostare la folla a piccola, è come se avessi scritto: “un piccolo grande gruppo di persone”. Se metti un punto dopo canti e cori può andare. Se specifichi che il testo è scurrile, devi togliere “testo scurrile” e riportare il testo medesimo. Berrie non ha sentito un “testo scurrile” ha sentito bestemmie o riferimenti ad accoppiamenti tra donne di facili costumi e cefalopodi, o non so cosa sia ritenuto scurrile nel suo mondo.
Ah, chiaramente, il “chiaramente” va tolto, come per i possessivi, gli avverbi vanno quasi sempre tolti, anche in questo caso non lo dirò più.

Gettò un occhio sulla cartina, e valutò che quello dovesse essere proprio il campo a cui era diretta. «Il grillo è arrivato! Alla buonora! Dormito bene?» un’ondata di applausi e grida spazientite la investì non appena varcò la staccionata di legno. Evidentemente la sua guarigione aveva richiesto più tempo di quanto le era sembrato.

Più tempo di quanto le fosse sembrato. Anche questo passaggio suona un po’ strano, ovvero che non ci siano orari ben precisi per l’inizio dei duelli.

La sua avversaria era già lì e da un bel pezzo a giudicare dal nervosismo con cui percorreva il piccolo appezzamento: una rapida occhiata le fece presto capire che era meglio non aspettarsi un’impresa troppo semplice.

“bel”, “piccolo”, “rapida”, “presto”, “troppo”: non aggiungono niente al senso del discorso, e possono essere tolti. Come per gli avverbi e i possessivi, anche per gli aggettivi non lo sottolineerò più, ma è un errore frequente. Per capire se un aggettivo serve basta toglierlo e vedere se la frase cambia di significato: se è un’occhiata non rapida cambia qualcosa? No, perciò il “rapida” può sparire, e così via.
I due punti sono ingannevoli messi lì, perché è ovvio che è la “rapida occhiata” che fa intuire a Berrie che non sarà un duello facile e non il fatto che l’avversaria appaia nervosa.

Al contrario delle precedenti sfidanti la giovane non sembrava né goffa tantomeno impreparata. Più bassa di lei e di un bel po’, si muoveva con eleganza e consapevolezza, stringendo tra le mani due cilindretti di metallo ognuno dotato di quattro catene con appese lame simili a punte di freccia.

“la giovane”, è giusto? Ovvero è voluto il fatto di sottolineare che questa volta è una giovane invece di una giovinetta? Manca un “né” dopo “goffa”. Ho dei grossi problemi a capire che arma abbia in mano la giovane. Se tale arma è stata descritta con più dettaglio in precedenza qui basterebbe il nome, altrimenti questa descrizione mi lascia perplessa.
I “cilindretti” mi fanno venire in mente le pile formato AA. E lame a forma di punta di freccia non hanno alcun tipo di efficacia se montate al termine di catene.
Vagamente potrebbe essere un mazzafrusto, un affare di questo genere, che però come vedi non corrisponde moltissimo alla tua descrizione.

Mazzafrusto
Mazzafrusto

Inoltre maneggiarne due alla volta di mazzafrusto mi pare alquanto scomodo.

Di tanto in tanto ne faceva roteare un gruppo fendendo l’aria con un secco sibilo. Berrie deglutì pesantemente.

Mah! Il funzionamento dell’arma continua a essere poco chiaro.

La contendente si avvide della sua presenza e si avvicinò al centro del campo dove tre tengal attendevano per dare inizio alla sfida: indossava una piccola maschera da gatto.

Qui è confuso: la contendente chi è? Berrie o l’altra? Ne deduco che sia l’altra perché Berrie non indossa una maschera da gatto, però devo fare uno sforzo di deduzione per capirlo. Inoltre questo significa che “sua presenza” è Berrie, ovvero il punto di vista è passato da Berrie all’avversaria da un paragrafo all’altro, questo è grosso errore.

D’istinto Alberya provò un moto di preoccupazione. Si appropinquò comunque al gruppetto fissando l’altra nelle orbite vuote della sua maschera, estrasse con lentezza i pugnali dalla cintura, sfregandoli l’uno contro l’altro.

Chi è Alberya?! Poi capisco sia sempre Berrie, ma anche questo è un brutto errore. Io ho l’impressione che tu voglia evitare a tutti i costi le ripetizioni, ma è molto meglio una ripetizione che non costringere il lettore a scervellarsi per capire chi stia facendo cosa. “Berrie” dopo due volte che lo usi diventa trasparente: il lettore non si accorge neanche più che sia scritto. Se invece scrivi Berrie, poi scrivi Alberya, poi scrivi giovane e poi non so che altro, il lettore, prima di capire la frase, dovrà a mente star lì a sostituire Alberya & c. con Berrie. Tanto vale mettere subito Berrie.
Credo sia anche il problema con “appropinquò”: meglio ripetere “avvicinò” che scrivere appropinquò, sul serio.
Ho idea che tutti i moti per loro natura siano istintivi e non è chiaro che significato abbia lo sfregamento dei pugnali: si rovinano!

Sentiva il suo respiro affannoso contro il cuoio dell’azahie’l e gocce di sudore percorrerle la spina dorsale nonostante il freddo.
A un cenno del tengal due giladh fecero il loro ingresso in campo, posizionandosi dietro ognuna delle due fanciulle: all’esterno, appoggiati alle transenne, una fila di maghi sembrò cadere improvvisamente in un profondo stato di trance.

I maghi in trance sono un particolare interessante, però anche slegato rispetto a quanto si è visto finora.

Berrie gettò uno sguardo dietro le sue spalle: l’uomo la guardava con occhi colmi di timorosa speranza, a disagio nel ruolo di bersaglio.

Ritorna il problema già visto prima: se l’uomo è un giladh, chiamalo giladh!

«Una di fronte all’altra. Niente magia o siete fuori. Impugnate le armi. A voi!» gridò la tarchiata lottatrice sollevando entrambe le braccia verso il cielo e facendosi da parte.

E ancora, chi è la “tarchiata lottatrice”?!

Un timido raggio di sole le illuminò per un istante il volto facendo sfavillare brevemente la minuscola fila di avilunye che le adornavano il volto.

Ecco, qui invece avresti dovuto evitare la ripetizione, perche questo “il volto… il volto” è fastidioso. Per esempio: “le adornavano le guance” (o qualunque sia la parte del volto che le adornavano).

Berrie sentì improvvisamente il suo cuore perdere un colpo e lo stomaco salirle pericolosamente in gola: un minuto gufo argenteo baluginò per un istante nella chiara luce del mattino perdendosi immediatamente tra gli altri disegni.

Molto confuso: all’inizio ho pensato che il gufo fosse un vero gufo, dopo tre riletture ho capito che il gufo era un avilunye. Se qualcuno ha letto anche i capitoli precedenti è probabile che capisca più in fretta, ma io non m’illuderei: avilunye è una parola nuova, dubito il lettore riesca ad associarla a disegni o altri concetti al primo colpo.

Rimase lì, incapace di muovere anche solo un passo o di staccare lo sguardo dalla tempia della donna.

Ancora confuso. La donna chi è? La lottatrice tarchiata, ho capito, ma anche qui dovendo rileggere. Il fatto di non aver specificato dov’erano le avilunye sul volto rende il riferimento alla tempia non chiaro. E poi “incapace di… staccare lo sguardo”, però in nessun punto precedente è esplicitato che Berrie comincia a osservare la lottatrice.

Non poteva essersi sbagliata, non da così vicino: eppure non si trattava della donna incontrata otto mesi prima. «Ehi… che fai?» sentì bisbigliare in tono concitato alle proprie spalle.

“Ehi… che fai?” i tre puntini indicano una pausa, perciò non può essere un tono concitato.

Il giovane mago paffutello la fissava con sgomento, incitandola con le mani a farsi avanti e soprattutto a proteggerlo.

Chi è il “giovane mago paffutello”? E poi non era un uomo qualche paragrafo più sopra? E un giladh ancora prima? Quali gesti indicano contemporaneamente “fatti avanti” e “proteggimi”?

Con la testa che ronzava Alberya si volse verso la sua nemica che le girava intorno roteando le catene vorticosamente: il giladh alle sue spalle ne seguiva i movimenti cercando di tenere il passo con i suoi agili spostamenti.

Uhm, ma se l’avversaria di Berrie riesce a girarle attorno con così grande facilità, perché non colpisce il giladh di Berrie? Berrie sta girando su se stessa? Non sono molto chiari gli spostamenti.

E con questo si conclude la terza pagina del capitolo, direi possa bastare. Ogni frase aveva qualche problemuccio, piccolo o grande.
Ci sono errori di stile (avverbi e aggettivi, in particolare i possessivi), la narrazione è alle volte confusa perché non sempre è chiaro chi sia il soggetto (errore forse imputabile al voler evitare le ripetizioni, ma un editore non sta lì a interrogarsi, pensa solo che quel che ha letto è confuso), ci sono problemi più gravi riguardo il punto di vista, e parlando dei contenuti gli aspetti tecnici del duello paiono molto carenti (a partire dal fatto che una delle due contendenti impugna armi inutili).

Non posso giudicare la storia o la caratterizzazione dei personaggi da queste poche pagine, ma dubito un editore leggerebbe oltre: a questo punto ha già cestinato il manoscritto. A mio parere giustamente, non è un livello degno di pubblicazione.

Ciò non vuol dire che faccia schifo: per esempio, a parte un paio di scivoloni, sono tre pagine di mostrato e non di raccontato, il che è sicuramente positivo. E anche le descrizioni, benché appesantite da aggettivi e avverbi, scorrono con una certa fluidità; ho letto di peggio.

Può essere che il mercato editoriale italiano sia tanto corrotto che il talento e l’abilità tecnica non servano a niente per essere pubblicati. Ed è vero che sono stati pubblicati autori italiani immeritevoli sotto qualunque punto di vista.
Ma ciò detto, io di scrittori davvero bravissimi e non pubblicati in pratica non ne ho ancora visti.

Singola FAQ: Se si passasse come fai tu alla lente d’ingrandimento qualunque romanzo, anche il più bello, si troverebbero degli errori! Ecco, non è proprio una domanda, ma volevo dirlo!
È vero. Ma non bisogna trarne le conseguenze sbagliate: se prendiamo un qualunque romanzo, è molto probabile ci troveremmo almeno un refuso, questo significa che un romanzo del tutto sgrammaticato è uguale a un romanzo con un refuso?
Anche gli scrittori più bravi sbagliano o in certi casi consapevolmente violano le regole, per ricercare un effetto particolare, o per motivi extra letterari (per esempio togliere o aggiungere pagine per ragioni commerciali), rimane il fatto che sono eccezioni. C’è differenza tra un avverbio di troppo ogni dieci pagine e dieci avverbi di troppo in una pagina. Partire dal presupposto che la perfezione non sia raggiungibile non deve implicare che non si debba neanche provare ad avvicinarla!

Non dovrei aggiungere altro, ma viste spiacevoli esperienze passate, ribadisco che:

  • Tutto quanto scritto è strettamente personale.
  • Io non ho nessuna documentabile autorità in materia di letteratura.
  • Sono senza ombra di dubbio pignola e pedante.
  • E ne sono consapevole: il sarcasmo porterà il mondo alla rovina.

Come sempre, ringrazio il Coniglietto Grumo kaos-whiteusagi16.gif per la collaborazione nella stesura dell’articolo.


Approfondimenti:

bandiera EN Mozart di Atlantide su Lulu.com
bandiera IT Il Blog dell’autore di Mozart di Atlantide

bandiera IT La voce dei Meil’ar su iBS.it
bandiera IT Il Blog dell’autrice di La voce dei Meil’ar

bandiera IT Mazzafrusto su Wikipedia
bandiera EN Fascisti su Marte su IMDb

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Sulle Case Editrici a Pagamento

In questo periodo mi sto documentando sulle case editrici a pagamento. Non perché voglia pubblicare con tali loschi figuri, ma perché ho intenzione di scrivere una storia che ne parli.

Le case editrici a pagamento sono quelle case editrici che chiedono un contributo all’autore. Chiariamo subito un punto: una casa editrice a pagamento non è un’impresa truffaldina.
Il reato che ipotizzerei è quello di circonvenzione d’incapace, sennonché, forse per una svista del legislatore, la figura dello scrittore esordiente non è elencata tra quelle per cui vale la definizione d’incapace. Grazie a tale scappatoia le case editrici a pagamento la fanno quasi sempre franca.
Perciò no, l’attività delle case editrici a pagamento non costituisce reato, è solo moralmente aberrante.

Denaro
Il denaro, sterco del Demonio?

La più comune strategia delle case editrici a pagamento è chiedere un contributo all’autore. La casa editrice propone di stampare 100 copie di un libro e chiede all’autore 1.000 euro. L’autore paga e il libro viene pubblicato.
Ma non è il solo modo per cavar soldi agli sprovveduti. Un’altra strategia piuttosto comune è l’obbligo all’acquisto delle copie. Funziona così: la casa editrice stampa 100 copie e l’autore è obbligato a comprarle tutte quante.
Il trucco qui è che la casa editrice fa credere all’autore di star facendo un grande affare, perché spesso l’acquisto delle copie avviene a un prezzo molto scontato rispetto al prezzo di copertina. L’editore spiega all’autore che potrà comprare le copie a 10 euro l’una, contro un prezzo di copertina di 20: se l’autore riuscirà a rivendere le copie acquistate scontate, non solo rientrerà nella spesa ma ci guadagnerà!
Si fa appello all’orgoglio e alla dignità dello scrittore: “ma come, hai talmente così poca fiducia nel tuo lavoro da non credere di riuscire a vendere 100 copie? Ma come, non hai amici e parenti e conoscenti che non vedono l’ora di leggerti?!” Ovviamente dovrebbe essere l’editore ad avere fiducia ed essere lui a rischiare.
Così l’autore, stupido quanto orgoglioso, paga e si ritrova sul gozzo le 100 copie. Qui la situazione può diventare imbarazzante, con l’autore medesimo in giro per Internet a cercare di vendere copia a copia la sua opera a perfetti sconosciuti. Quando poi uno di quegli sconosciuti compra l’opera e dice all’autore che la detta opera fa schifo, l’autore se la prende pure, ma questa è un’altra storia.

Un altro trucco è quello dell’obbligo all’acquisto delle copie invendute. Per legge, quando editore e autore concordano sul fatto che un libro non sia più vendibile, l’editore ha l’obbligo di proporre all’autore l’acquisto delle copie in giacenza, prima di mandarle al macero. Ovviamente l’autore può rifiutare. Non però se ha firmato un contratto che invece glielo impone.
Anche qui si fa appello all’orgoglio dell’autore: “figuriamoci se rimarranno copie in giacenza! Non hai fiducia nel tuo stesso lavoro?!” Come prima, per l’editore è facile aver fiducia quando non rischia niente, e all’autore pare brutto essere lui quello che dubita della propria opera. Uno o due anni dopo le 100 copie stampate sono ancora lì, non acquistate da nessuno, e le dovrà tutte comprare l’autore, spesso senza neanche lo sconto.

In generale ci sono mille possibili tranelli. Il punto chiave è uno solo: se in qualunque punto del contratto editoriale è anche solo ipotizzato un passaggio di denaro dall’autore all’editore, c’è qualcosa che non quadra. Occorre sottoporre il contratto all’attenzione di un avvocato.

Il problema però non si esaurisce con gli autori ingenui. Forse la schiera più folta è costituita da quegli autori che sanno che stanno pagando e credono davvero possano ottenerne dei vantaggi. Non è così. Vediamo alcuni casi.

Darsi delle arie

È un paio d’anni circa che bazzico per Internet su forum e siti che si occupano d’editoria. E ho scoperto che forse la ragione principale che spinge gli autori a cercare la pubblicazione è il potersene poi vantare.
Non solo con gli altri, anche con se stessi. “Ho passato la vita a insegnare a una classe di dementi al Liceo”: suona male, ma se si aggiunge “nel frattempo però scrivevo il seguito di Robinson Crusoe!” si dona a un’esistenza triste tutt’altra patina.
Anche nei rapporti sociali, ha il suo fascino: “Che mestiere fai?” “Insegno a una classe di dementi al Liceo Scrittrice!”
Perché non funziona: perché non è così semplice ingannare se stessi. Noi lo sappiamo di aver pagato, e sappiamo che ci hanno pubblicato solo perché abbiamo tirato fuori i soldi. Perciò all’esistenza triste si aggiunge solo una nota patetica.
Nei rapporti con gli altri, si riuscirà a ingannare solo i più gonzi. Quelli dotati di un minimo d’intelletto potrebbero indagare cosa uno ha scritto, peggio potrebbero provare a leggerlo. A quel punto si rimpiangerà di aver rinunciato alla sobria dignità d’insegnare a una classe di dementi al Liceo. Ovviamente sto alludendo a una persona che conosco, ma che per fortuna crede che Internet sia una marca di aspirapolvere.

Copertina di The Further Adventures of Robinson Crusoe
Copertina di The Further Adventures of Robinson Crusoe, seguito del Robinson Crusoe

Ci sono delle alternative gratuite per darsi delle arie. Per ingannare se stessi la via più semplice è convincersi di aver scritto un libro scomodo. Non viene pubblicato da nessuno perché nessuno ne ha il coraggio, in questo mondo corrotto.
Siamo troppo scomodi! Siamo così scomodi che la gente non si siede accanto a noi in metropolitana! Non ci pubblicheranno mai, ma questa sarà solo indicazione di quanto noi siamo veri scrittori! Un vantaggio collaterale di tale modo di pensare è che non è richiesta neanche la spesa per spedire il manoscritto in giro alle varie case editrici: sappiamo bene di essere troppo scomodi, è inutile anche provarci!
Si diventa i più grandi (e scomodi) scrittori contemporanei senza sborsare un euro, un bel passo avanti rispetto all’editoria a pagamento!
Nei rapporti con gli altri, l’alternativa gratuita è mentire: “Che mestiere fai?” “Scrittrice! Ho pubblicato un romanzo fantasy, La Vendetta degli Australopitechi, te ne manderei una copia, ma è esaurito, attendo la quinta ristampa.” I gonzi s’ingannano ugualmente, e quelli più furbi possono entro certi limiti essere raggirati: un romanzo immaginario è sempre meglio di un romanzo vero ma orribile! Costo zero, ma è richiesto talento nel ramo dell’ingegneria sociale.

Farsi conoscere

Se stampo un libro, anche a pagamento, comincerò a farmi un nome in giro. Magari sarò notato da qualche editore “serio”, magari per sbaglio qualche giornalista o critico si accorgerà di me! Questo è un altro ragionamento che sento abbastanza spesso. Il succo di questo ragionamento è che un editore non dia importanza ai manoscritti che riceve in lettura, ma fulminato dalla copertina di un romanzo pubblicato a pagamento, lo legga d’un fiato, per poi correre ad acquistarne i diritti.

Non succede. Per capirne il perché bisogna partire da una considerazione:

Le case editrici a pagamento pubblicano chiunque.

Se dicono il contrario stanno mentendo. Pubblicano chiunque paghi, qualunque cosa abbia scritto. Sempre e comunque. Non c’è mai selezione. MAI. Si paga, si pubblica, fine.
Data tale premessa, l’editore “serio” ha due strade: leggere uno dei tanti manoscritti che prendono polvere sulla sua scrivania o leggere il romanzo pubblicato a pagamento. Il romanzo pubblicato a pagamento è stato scritto da uno scrittore almeno ingenuo e al più stupido. Perciò agli occhi dell’editore apparirà ancora meno interessante del manoscritto numero 918.

Manoscritto
Certi manoscritti attendono di essere letti da un editore ormai da molti anni

Perciò sì, ci si fa conoscere: si avrà la fama di idioti.

Diventare ricchi e famosi

Con un piccolo investimento iniziale si possono spalancare le porte della Gloria, della Fama, della Ricchezza! La Rowling non vive forse in una reggia, tanto da far invidia alla Regina d’Inghilterra?
Sì, può succedere. Se però investite i soldi dell’editore a pagamento in schedine del SuperEnalotto avrete molte più possibilità!

Farsi leggere da un pubblico

L’ultima ragione per la quale un autore prova a pubblicare un libro è per far leggere le proprie storie agli altri. Mi rendo conto che sia una ragione flebile rispetto alla vanità o all’avidità, ma esistono davvero persone che hanno quest’idea folle in testa!

In quest’ambito, i servizi che una casa editrice a pagamento offre sono:

  • editing del manoscritto.
  • stampa del libro.
  • distribuzione del libro.
  • promozione del libro.

Partiamo dal primo punto: editing del manoscritto. È un mito! Le case editrici a pagamento prendono il manoscritto così com’è e così com’è lo stampano, senza neanche passarlo al controllo ortografico di un programma di elaborazione testi. Se si spera di avere l’aiuto di un editor, non lo si avrà. Fra l’altro anche se si viene pubblicati da una casa editrice “normale” è abbastanza difficile trovare un editor competente, specie nella narrativa di genere. Ma questo sarà argomento per un altro articolo.
Se non vi fidate, cercate in rete estratti da libri pubblicati a pagamento e passateli in OpenOffice.org Writer o Word e guardate quanti errori ci sono.
Di editing vero e proprio poi non ne parliamo: la casa editrice a pagamento non cambierà una virgola. Anzi no, forse una virgola la cambierà, e poi chiederà ulteriori 300 euro per spese di editing.

Secondo punto: stampa del libro. Neanche questa è garantita, specie nei contratti che non succhiano soldi mediante l’acquisto obbligato delle copie. Tuttavia su questo punto spesso si ottiene quel che si è pagato: il libro verrà stampato.

Terzo punto: distribuzione del libro. Normalmente consisterà in una vendita via Internet dal sito della casa editrice, più disponibilità presso le librerie online, quali iBS.it o BOL.it. Dall’ordine al ricevimento dei libri attraverso iBS e simili passeranno tempi biblici (dalle 3 settimane in su). Si potrà anche ordinare il libro nelle librerie ma non lo farà nessuno.
Fisicamente il libro sarà disponibile in una manciata di librerie, se va bene in un paio di città. E stiamo parlando dei casi più fortunati.
In altri termini, il libro non avrà distribuzione o quasi. Come se l’editore non avesse interessa a venderlo… e infatti non l’ha, il suo guadagno l’ha già ottenuto spennando l’autore!

Quarto punto: promozione. Totalmente a carico dell’autore. L’editore non spenderà un soldo per promuovere o far pubblicità al libro. Anche in questo caso si può assistere a scene patetiche, quali presentazioni organizzate dalle pro loco con presenti solo l’autore, i genitori e due amici, dei quali uno pagato per esserci. Oppure si può trovare l’autore in giro per Internet a far pubblicità disperata al suo romanzo, spammando per ogni dove, dai forum dedicati all’editoria al circolo degli amanti del lancio del nano.

Per sintetizzare: se lo scopo è far leggere il libro, pubblicandolo a pagamento non lo leggerà nessuno.

Quali sono le alternative, partendo dal presupposto di non pubblicare con un editore “normale”?

Punto primo: editing. Ci si può rivolgere a un’agenzia letteraria o a liberi professionisti che svolgono questo lavoro. Anche qui si paga, e probabilmente non vale la pena, visto che la competenza di tali tizi è tutta da dimostrare. Però almeno ci sarà una possibilità che un lavoro venga svolto, contro le zero per gli editori a pagamento. Il mio consiglio è di lasciar perdere, e di far da soli, il gioco non vale la candela, a meno di poter sfruttare gratis il lavoro di qualche scrittore amico. Scrittore vero però, non un altro fesso pubblicato a pagamento.

Punto secondo: stampa. Stampare in maniera tradizionale, cioè rivolgersi a una tipografia non vale assolutamente la pena. Bisogna rivolgersi da un lato alla distribuzione elettronica gratuita e dall’altro al print-on-demand.
La distribuzione elettronica consiste nel rendere disponibile un file contenente il romanzo. Per esempio un PDF sul proprio sito o blog. Perché distribuzione gratuita? Perché nessuno, sottolineo nessuno, compra l’ebook di un perfetto sconosciuto. Neanche i suoi amici.
In compenso si può provare la formula dello shareware implorante: “se vi piace quello che avete letto potete devolvere un obolo, metà del ricavato sarà usato per piantare alberi nel deserto del Gobi.”
Con il download gratuito qualcuno il PDF lo scaricherà, e forse uno su cento lo leggerà, e forse tra questi uno su mille donerà.
Per i pochissimi che dopo aver letto il PDF vogliono anche la versione cartacea, si ci può appoggiare a un servizio di print-on-demand. Ce ne sono diversi, il più famoso è di sicuro Lulu.com, ma non è l’unico. Un altro abbastanza conosciuto è per esempio iUniverse.com.

Bob Young
Il Signor Lulu, all’anagrafe Bob Young

Lulu.com rispetto a un editore a pagamento ha il vantaggio che… non si paga. Si pagano solo i servizi aggiuntivi, come procurarsi un codice ISBN, se lo si vuole. Ma nel caso più semplice, si “pubblica” e Lulu e l’autore ricevono soldi quando qualcuno ordina una copia.
Bello, vero? Peccato che nessuno o quasi ordinerà mai una copia. Perché dovrebbe? Credo che ci sia la stessa probabilità che qualcuno doni per gli alberi in Gobi, facendo due conti, una vendita ogni 100.000 lettori.
Sul forum di Lulu.com si discute spesso di vendite, e delle particolarità della classifica di vendita del sito, in realtà stilata non in base alle copie vendute ma ai guadagni degli autori. In media comunque pare che il numero di copie vendute per opera oscilli sulle 2. Delle quali 2, entrambe acquistate dall’autore.
Nascono così iniziative pietose, sullo stile: io compro il tuo libro e tu compri il mio. Inizia tu. No tu. Non ho voglia. Il mese prossimo. Appena posso…

Per chi fosse curioso, questa è la classifica attuale nell’ambito dei libri in lingua italiana (aggiornata al 1 Novembre 2007):

Al di là dell’Italia, qualcuno ha mai avuto successo partendo da Lulu? Ho trovato una sola storia di “successo”: questa. L’articolo parla di un libro pubblicato via Lulu e poi divenuto best seller, tanto che gli autori sono apparsi sul New York Times.
Inoltre tale libro ha vinto un premio da parte della Dog Writers’ Association of America, infatti l’argomento del libro è l’allevamento dei cani.
Capisco che forse uno scrittore aspiri a qualcosa di più che non al riconoscimento della Dog Writers’ Association, ma potrebbe essere un inizio.

Punto terzo: distribuzione. Appoggiandosi a un sito di print-on-demand quale appunto Lulu.com, il libro risulterà disponibile anche presso le librerie online, da iBS.it a Amazon.com, però per via dell’ISBN non italiano affibbiato da Lulu, il libro comparirà tra i libri stranieri.
Sarà poi prenotabile presso le librerie, sebbene anche in questo caso non l’ordinerà mai nessuno. Per una distribuzione fisica l’autore deve procurarsi lui le copie e andare a mendicare presso le librerie: nessuna vorrà tenere il libro.
Ma il principale canale distributivo in questo scenario rimane Internet con l’ebook gratuito.

Punto quarto: promozione. Come per l’editore a pagamento, è tutto sulle spalle dell’autore. Però con i soldi risparmiati è possibile investire qualcosa in pubblicità.

Lavorandoci sopra forse si possono raggiungere qualche centinaio di lettori. Magari anche vendere quattro o cinque copie.

Conclusione

Qualunque sia la spinta a scrivere, pagare per pubblicare non vale la pena. MAI. Ripeto:

PAGARE PER PUBBLICARE NON VALE LA PENA.

Se proprio volete buttare i soldi, finanziate la posa di alberi nel deserto del Gobi.

Piccola FAQ

Il mio romanzo è stato rifiutato da tutti gli editori. Perché?
Fa schifo.

Non è vero! Il mio fidanzato mi ha detto che sono più brava della Rowling!
Mente.

Ma, senti qui: ho postato alcuni capitoli su un forum dell’Internet e mi hanno coperta di complimenti!
Per qualche ragione che non ho mai del tutto colto, la gente in tali forum si spertica in complimenti, forse nella speranza segreta che poi verrà ricambiata. Chi non ha niente di positivo da dire, crede che sia più educato rimanere in silenzio. Il bello è che sono tutti degli ipocriti: in privato, specie gli aspiranti scrittori, si scannano.
Così capitano situazioni paradossali: un libro ha decine di fan che non vedono l’ora di comprarlo, o così dicono in pubblico, ma appena il libro è disponibile, via editore a pagamento, nessuno lo compra. E l’autore ci rimane pure male. Non mancano neanche quelli che spergiurano loro di averlo comprato, anche se non è vero.

Ho pubblicato lo stesso con un editore a pagamento, perché so di aver scritto un capolavoro e so di essere troppo scomodo per l’editoria tradizionale, sentiamo un po’ sono ancora un ingenuo? uno stupido? un ignorante?
Sì.

E le poesie? Le poesie non le pubblica davvero nessuno!
Forse c’è una buona ragione…

Non ti sta bene niente! Cosa dovrei fare?!
Imparare a scrivere.

Coniglietto furbo
Questo articolo è stato redatto con la collaborazione del Coniglietto Grumo. La foto ha solo scopo dimostrativo, non è il Coniglietto Grumo


Approfondimenti:

bandiera EN Servizi di print-on-demand: Lulu.com
bandiera EN Servizi di print-on-demand: iUniverse.com

bandiera IT Librerie online: iBS.it
bandiera IT Librerie online: BOL.it
bandiera EN Librerie online: Amazon.com

bandiera EN The Further Adventures of Robinson Crusoe presso il progetto Gutenberg

bandiera EN Il sito della Dog Writers’ Association of America

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Fantasy demenziale: La Magica Terra di Slupp e Blart

Avevo da pochi giorni finito di leggere Blart, quando mi sono accorta che era stato pubblicato anche La Magica Terra di Slupp, di un’autrice italiana, perciò, data anche una certa vicinanza di temi, doppia recensione!

Blart
La Magica Terra di Slupp


Blart

Copertina di Blart Titolo originale: Blart: The Boy Who Didn’t Want to Save the World
Titolo italiano: Blart
Autore: Dominic Barker

Anno: 2006
Nazione: Inghilterra
Lingua: Inglese
Traduzione in lingua italiana: Elisa Puricelli Guerra
Editore: Fabbri

Genere: Fantasy
Pagine: 362

Blart è un ragazzo ignorante, vigliacco, egoista e un po’ stupido. Vive in una fattoria insieme al nonno e si occupa di accudire i maiali, le uniche creature sulla faccia della Terra che gli interessino (a parte sé stesso). Un bel giorno si presenta il mago Capablanca per comunicare a Blart che il destino del mondo è nelle sue sudice mani: gli adoratori di Zoltab stanno per liberare il Signore del Male dalla sua prigione e a quel punto solo Blart potrà sconfiggerlo. Blart ascolta disinteressato e non ha alcuna intenzione di lasciare i suoi adorati maiali per salvare il mondo, così Capablanca è costretto a rapirlo…
Nel corso della storia Blart e Capablanca saranno affiancati da altri improbabili “eroi”: Beowulf, guerriero cacciato dalla scuola di cavalleria e che campa come riscossore di crediti, la principessa Lois, cinica e maleducata, e il nano Tungsteno, la cui unica preoccupazione è la posizione sociale del proprio clan rispetto agli altri nani. A scorazzarli per il mondo ci penserà un cavallo alato, di nome “Maiale”…

Il principale pregio di Blart sono proprio i personaggi. Data per scontata la “malvagità” dei sacerdoti e sgherri di Zoltab, è divertente scoprire come i “buoni” siano spesso anche peggio! Uno dei cliché più usati nel fantasy è quello della compagnia di eroi, che spesso paiono litigiosi e scontrosi, ma alla fine si dimostrano pronti a sacrificarsi per aiutarsi l’un l’altro; in Blart invece gli “eroi” della compagnia non ci penserebbero due volte a sacrificare tutti gli altri per salvarsi loro!

Apprezzabile anche un certo humor nero che traspare via via che la storia procede. La nonchalance con la quale Blart & compagni mentono, ingannano, e anche uccidono, con la scusa di salvare il mondo, ma più spesso solo per i propri interessi o per semplice sbadataggine, riesce più di una volta a strappare un sorriso.

Dove invece Blart non brilla è nella storia in sé. La vicenda è una parodia del classico fantasy, ugualmente una certa originalità non sarebbe stata sgradita (ad esempio, uno Shrek o un Terry Pratchett sono molto più brillanti). In particolare gli ultimi capitoli procedono in maniera abbastanza forzata e in certi momenti non si capisce se l’autore abbia voluto cercare una svolta “seria”, oppure semplicemente gli scherzi non facciano ridere.
Un’altra nota negativa, che però mi sentirei più di attribuire alla traduzione, è l’italiano usato: pessimo. D’accordo che il congiuntivo sta passando di moda, ma non sono abituata a leggere che Tizio pensò che era giusto, infatti Tizio pensò che fosse giusto. Ce ne sono centinaia di questi errori.

Nel complesso un romanzo leggibile ma nulla più. Sono indecisa se prendere il seguito, Blart II. Il ragazzo che era ricercato vivo o morto o tutte e due le cose, che dovrebbe uscire entro pochi giorni.

Copertina di Blart 2
Copertina di Blart II, edizione inglese

Nota curiosa. I nomi di molti personaggi, in particolare i maghi, sono presi da Gran Maestri di scacchi: oltre a Capablanca (leggendario giocatore cubano, campione del mondo dal 1921 al 1927), sono citati Nimzowitsch (inventore fra le altre cose dell’omonima Difesa), Reti, Tal e altri.

Posizione finale di Capablanca contro Nimzowitsch
Posizione finale di Capablanca contro Nimzowitsch, New York, 1927. Patta in 23 mosse.

Giudizio:

Ottimi personaggi. +1 -1 Storia poco originale.
Humor nero. +1 -1 Non sempre l’umorismo è azzeccato.
-1 Pessimo italiano.

Un Gambero Marcio: clicca per maggiori informazioni sui voti


La Magica Terra di Slupp

Copertina de La Magica Terra di Slupp Titolo originale: La Magica Terra di Slupp
Autore: Antonia Romagnoli

Anno: 2007
Nazione: Italia
Lingua: Italiano
Editore: Lulu.com

Genere: Fantasy
Pagine: 164

Mentre Blart era una parodia, ma con una propria struttura, La Magica Terra di Slupp è invece un’opera più nonsense, nello stile di un Excel Saga. Non sono particolarmente appassionata di questo tipo di narrazione. Se è vero che offre all’autore le più ampie possibilità per divertire, non ponendo nessuna “regola”, è altresì vero che questa mancanza di regole annulla ogni possibile tensione o suspance. Usando le parole di H.G. Wells: «Se tutto è possibile, niente è interessante.»

Copertina del primo DVD di Excel Saga
Copertina del primo DVD di Excel Saga

La Magica Terra di Slupp narra le avventure di un gruppo di apprendisti maghi, impegnati a salvare il mondo. Il loro scopo è impadronirsi o distruggere la spada magica Albin Taran Bilah Comah Geran Katalbabes prima che possa cadere nelle mani del Signore delle tenebre l’oscuro Signore. La storia si dipana attraverso una serie di scene e “sketch” che più o meno spingono la trama verso la propria conclusione.

Non c’è alcuna particolare logica o coerenza nelle azioni dei nostri eroi, e il tutto è giocato più per far (sor)ridere che per altro. Purtroppo non mi è capitato di sorridere neanche una volta. Le battute sono spesso delle freddure e le buone idee sono mal sfruttate (per esempio, l’idea che la missione dei nostri eroi venga sponsorizzata da una ditta che produce dolcetti al cioccolato è una buona idea, ma di per sé, senza elaborazione e senza effetto sulla narrazione, di per sé non fa ridere). Davvero infantili certe “trovate” come il protagonista che negli ultimi capitoli deve far pipì ogni cinque minuti o il Guttalax rifilato alla creatura simil draconica, il cavalgarione.

Guttalax
Guttalax (…)

Un’altra nota dolente sono i personaggi. L’autrice, per sua stessa ammissione, ha voluto tirar dentro tutti i suoi amici conosciuti via Internet, ovvero un sacco di gente, per una storia tanto esile. Non a caso nei primi capitoli viene ripetuto un paio di volte l’elenco completo dei personaggi, ben sapendo che il lettore perderà traccia di molti di loro. Queste ripetizioni sarebbero potute diventare un tormentone magari divertente, ma non si “ripetono”: persino l’autrice si dev’essere stufata… A Ghidia, Edluc, Morlok, e forse Kya sono concesse pagine a sufficienza per rimanere impressi, quasi tutti gli altri personaggi sfumano in una massa informe.
Ci sono poi una serie di situazioni che credo abbiano “senso” solo conoscendo gli alterego dei personaggi. Per esempio, le pagine dedicate all’incapacità di Morlok a scrivere scene d’amore: sono sicura che se conoscessi il vero “Morlok” mi sganascerei dalle risate, ma non lo conosco e tutta la vicenda mi ha fatto solo pensare, “E allora?” Forse sarebbe stato più efficace parodiare autori un pochino più famosi. Scherzare sul fatto che un Tom Clancy non sappia scrivere scene d’amore può essere divertente e capibile da chiunque, lo stesso scherzo applicato a mio cugino che conoscono in quattro gatti, farà ridere solo i quattro gatti. Lo stesso dicasi per le scene con il marito di Ghidia, la sfortuna sentimentale di Edluc e altre. Il pubblico non conosce ‘sta gente, io neppure, e le situazioni in sé non fanno ridere.

In positivo c’è lo stile di scrittura: molto scorrevole, piacevole da seguire, non s’incaglia quasi mai in descrizioni inutili, anche se talvolta è troppo sbrigativo. I dialoghi sono buoni e suonano abbastanza naturali (nell’ottica di Slupp), benché abbia trovato fastidiosi i tizi che parlano in finto spagnolo e francese.

Come si sarà capito, La Magica Terra di Slupp non mi è piaciuto. Un po’ credo che il romanzo sia brutto in sé, un po’ non è il tipo di narrativa che preferisco. Non lo consiglierei, a meno che invece non si abbia una passione per questo genere di opere (tipo si considerano FLCL o Excel Saga i migliori anime di tutti i tempi).

Una nota sul prodotto “fisico”: ho acquistato il PDF di Slupp direttamente da Lulu.com. L’operazione si è svolta senza alcun problema e il prezzo di 3,73 dollari (circa 3 euro) è sicuramente onesto. Il PDF medesimo è ben impaginato e ben leggibile. L’unico particolare che mi ha lasciata perplessa è la mancanza della copertina: all’inizio ci sono solo due pagine completamente bianche.
All’acquisto ho poi ricevuto una mail, credo spedita in maniera automatica, da parte dell’autrice. Tale mail mi ha fatto storcere il naso, e si è meritata di divenire il punto di partenza di un articolo che per altro meditavo da tempo.

Giudizio:

Stile di scrittura scorrevole e piacevole… +1 -1 …ma alle volte frettoloso.
-1 Storia impalpabile, troppo esile anche per un fantasy demenziale.
-1 Non riesce a far ridere neppure per sbaglio.
-1 Troppi personaggi inutili.

Tre Gamberi Marci: clicca per maggiori informazioni sui voti


Approfondimenti:

bandiera IT Blart su Ibs.it
bandiera EN Blart II su Amazon.co.uk

bandiera IT Capablanca su Wikipedia

bandiera IT La Magica Terra di Slupp su Lulu.com
bandiera IT Il Blog dell’Autrice di Slupp

bandiera EN Excel Saga su AniDB

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Recensioni :: Romanzo :: Geshwa Olers e il Viaggio nel Masso Verde

EDIT del 6 dicembre 2008. Questa recensione si riferisce alla versione di Geshwa Olers che era disponibile gratuitamente al sito dell’autore e presso Lulu.com. Adesso il romanzo è stato pubblicato dalla casa editrice L’Età dell’Acquario e lo si può trovare solo in libreria.
Non ho idea quale editing sia stato svolto o quali altri cambiamenti abbia subito il romanzo; in altre parole questa recensione è da prendere con le molle, perché non potrebbe più rispecchiare il contenuto del romanzo medesimo (in meglio o in peggio, di sicuro il fatto che il libro non sia più disponibile per il download è un punto in negativo).


Copertina di Geshwa Olers Volume I Titolo originale: Geshwa Olers e il Viaggio nel Masso Verde – Storia di Geshwa Olers Volume I
Autore: Fabrizio Valenza

Anno: 2007
Nazione: Italia
Lingua: Italiano

Genere: Fantasy
Pagine: 191

Geshwa, d’ora in poi Ges, è un sedicenne nullafacente. Non frequenta una scuola, non lavora e non riceve alcun tipo d’addestramento. Passa le giornate a bighellonare, in attesa che venga la notte. Di notte riprendere a bighellonare, tra una bettola e l’altra, chikas_pink51.gif in compagnia del degno compare Nargolìan (d’ora in poi Nar).
Un giorno però misteriose luci si accendono presso la palude di Sobis, a poca distanza dalla cittadina teatro delle oziose attività dei due amici, Senfe. La strana luminescenza è considerata un tale funesto presagio da convincere il padre di Ges, Sitòr, a imbarcarsi con il figlio in un viaggio attraverso il Masso Verde, per recarsi alla fattoria della sorella Alsi, alla quale chiederà ospitalità per la famiglia sua e di Nar.
Il romanzo è la cronaca di questo viaggio e dei fatti immediatamente successivi.

Carta del Masso Verde
Carta del Masso Verde

Purtroppo, non posso dire che questo romanzo mi sia piaciuto. Il principale difetto è che si muove molto piano, sfociando spesso nella noia. chikas_pink20.gif L’autore indugia troppo in descrizioni naturalistiche per lo più superflue e nello scavare nell’animo di Ges, per altro sempre in preda agli stessi sentimenti (per esempio, Ges ha una gran paura fin quasi dall’inizio del viaggio e continuerà ad averne per il tutto il proseguo, tuttavia l’autore non mancherà mai di sottolinearlo ogni volta).
Ciò premesso e malgrado il ritmo lento, una certa aspettativa viene creata, si genera un minimo di voglia di sapere come andrà a finire la storia. Peccato che non ci voglia molto a capire che Ges alla fine non schiatterà!
Infatti il secondo problema di Geshwa Olers, è Ges medesimo, il protagonista. Ragazzino odioso, chikas_pink06.gif ignorante, pusillanime e non troppo furbo, vive e sopravvive solo perché… solo perché ! Ges appartiene a quella schiera di “eroi” che non si debbono neanche sforzare: eviteranno i pericoli e vinceranno i nemici solo in virtù che così è scritto e così dev’essere.

Parlando dei personaggi, solo Ges è delineato. Il padre Sitòr pare avere una propria anche interessante personalità, ma le sue motivazioni rimangono nell’ombra; l’amico di Ges, Nar, invece pare una versione al maschile della Damigella in Pericolo, messo lì solo per far sembrare Ges eroico, saggio e moralmente superiore.
Personaggi femminili di un certo calibro non ne compaiono. La mamma, la nonna e la zia di Ges sono macchiette: donne brave, buone, belle, e piene d’affetto per il nostro eroe; lì comincia e termina il significato della loro esistenza. È inquietante come né Ges, né Nar, benché adolescenti e con un sacco di tempo libero, non abbiano mai il minimo pensiero riguardo alle ragazze. Forse se l’intendono tra loro due, anche se una tale relazione non viene neanche accennata. Vengono ritratti come persone asessuate, quasi fossero bambini di sei anni invece che giovani uomini di sedici. Non che io sia una di quelle che vuole per forza una storia d’amore in ogni romanzo, ma questo mondo così privo di tensione sessuale e romanticismo è deprimente. chikas_pink01.gif

Dato che Geshwa Olers si presenta come un fantasy, uno dei metri di giudizio dovrebbe riguardare gli elementi fantastici presenti. E devo dire che benché non siano poi molti, almeno hanno il pregio di non essere del tutto scontanti. L’orco è un buon orco, l’anguana fa la sua figura e gli Uomini di Fango sono un curioso miscuglio fra i tradizionali golem e i terroristi suicidi. chikas_pink03.gif Di altre creature “tradizionali”, quali Elfi e Gnomi, se ne accenna solamente. La Magia rimane faccenda misteriosa, con regole oscure e poteri che variano con le necessità della trama.

Deludente il finale, inverosimile a voler essere buoni e che lascia aperto più di un dubbio sugli eventi accaduti. Gli stessi personaggi (e perciò l’autore) ammettono che alcuni dei fatti non pare abbiano senso, ma questa consapevolezza semmai aggrava la situazione: non sono solo io lettrice a non aver capito, proprio non c’è un senso, l’ammettono persino gli interessati! chikas_pink27.gif
D’altra parte questo è un Volume I; in futuro ogni tassello andrà al giusto posto? Forse, però se subito, domani, dovesse uscire un Volume II, dubito lo leggerei.

Il Trailer per Geshwa Olers Volume I

Tirando le somme: l’autore non scrive male, e prova ne sia che in fondo il romanzo l’ho letto tutto; è inoltre dotato di una buona fantasia. Purtroppo, almeno in questo Geshwa Olers, tali abilità non si traducono in una storia avvincente.
Il livello globale è forse inferiore alla media dei romanzi fantasy pubblicati “regolarmente” (su carta, da casa editrice degna di questo nome), ma mi è capitato di leggere di peggio, sia sul web, sia in libreria.


Approfondimenti:

bandiera IT Blog di Geshwa Olers, da cui è possibile scaricare il romanzo completo
bandiera IT Realtà di Stedon, sito dedicato al mondo di Geshwa Olers
bandiera IT Il blog di Fabrizio Valenza

bandiera IT La licenza Creative Commons

 

Giudizio:

Download gratuito, con licenza Creative Commons. Il Coniglietto Grumo apprezza. +1 -1 Spesso noioso.
In fondo, l’ho letto fino alla fine. +1 -1 Ges è odioso.
Qualche interessante elemento fantastico. +1 -1 E Ges è l’unico personaggio ben delineato.
-1 Brutto finale.

Un Gambero Marcio: clicca per maggiori informazioni sui voti

Scritto da GamberolinkCommenti (9)Lascia un Commento » feed bianco Feed dei commenti a questo articolo Questo articolo in versione stampabile Questo articolo in versione stampabile • Donazioni