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La Situazione dei Draghi del Dolore

Tripla recensione che precede altre ferme da tempo perché due dei libri in esame me li hanno prestati, devo restituirli e non vale la pena perder tempo a digitalizzarli.

Sto parlando di Domatori di Draghi e La Gemma del Dolore, i primi due volumi nella nuova collana di Delos Books Storie di Draghi, Maghi e Guerrieri. Parlerò anche di The Situation un racconto lungo di Jeff VanderMeer che sarà utile per illustrare alcuni problemi del fantasy attuale, non solo italiano.

Storie di Draghi, Maghi e Guerrieri

La nuova collana di Delos Books è interessante: l’idea è proporre romanzi fantasy di lunghezza ridotta (intorno alle cento pagine), autoconclusivi, con un prezzo non troppo alto e scritti da autori italiani.
È una buona idea, e personalmente non ho mai compreso la fascinazione di scrittori e pubblico fantasy per le saghe in 20 volumi da 1.000 pagine ciascuno. Cento pagine, se scritte con acume, sono più che sufficienti per ogni genere di storia, e classici del fantastico quali Lo strano caso del Dr. Jekyll e Mr. Hyde o L’ombra su Innsmouth sono intorno a questa lunghezza.

Copertina di Dr. Jekyll e Mr. Hyde
Lo strano caso del Dr. Jekyll e Mr. Hyde

Tuttavia, al di là dello sforzo fisico, scrivere un romanzo di 800 pagine è più facile che scriverne uno di sole 100, perché si ha molto più spazio di manovra. Perciò l’idea è buona ma richiede scrittori dotati di particolare talento, e quando parliamo di fantasy italiano non è che se ne vedano in giro molti.
Forse per questo la Delos ha deciso di pubblicare i romanzi usando lo pseudonimo collettivo di “Kay Pendragon” relegando il reale autore al ruolo di fantomatico traduttore. D’altra parte non ha molta importanza se un romanzo è firmato “Ettore Borlotti” o “Kay Pendragon”, dato che sono entrambi dei perfetti sconosciuti. Per parte mia nelle schede dei romanzi mi atterrò alla messa in scena, come detto è in fondo un particolare insignificante.
Più significativo è il prezzo: 6,90 euro per il primo volume (117 pagine) e 5,90 per il secondo (94 pagine), sono prezzi bassi in valore assoluto (non si trovano molti romanzi fantasy a meno), ma in proporzione al numero di pagine sono un po’ sopra la media.


Copertina di Domatori di Draghi Titolo originale: Darren
Titolo italiano: Domatori di Draghi
Autore: Kay Pendragon

Anno: 2008
Nazione: Italia
Lingua: ???
Traduzione in lingua italiana: Jari Lanzoni
Editore: Delos Books

Genere: Fantasy
Pagine: 117

L’incipit del romanzo:

L’attesa era snervante, una dura prova per i nervi, resa ancora più dolorosa dal vento gelido che spazzava la pietraia.

Sembra scritto dall’autore de Le Chiavi del Fato. Quell’attesa snervante, dura prova per i nervi, è sublime. Il resto del prologo è altrettanto orribile, scritto con uno stile falso epico di pessima fattura e pieno di momenti d’involontaria ironia:

Il suo stesso corpo era un canto alla Dea del dolore. Larghe ferite si aprivano sulle spalle possenti e il torace solido, mentre quanto restava del suo braccio sinistro era un moncherino ciondolante. [...] I più anziani lo afferrarono per le spalle [...]

Poi il tizio muore e…

I fanciulli, ordinatamente, baciarono le mani del re morto [...]

Il che è un po’ dura, visto che il Re ha perso un braccio.

Sono stata a un passo dal buttare il romanzo dopo queste prime pagine, per fortuna, terminato il prologo, la storia procede in maniera molto più spedita e “razionale”.
La trama parla del Clan Darren, un Clan guerriero che da centinaia d’anni ha stretto un patto con i draghi: se il Re del Clan si dimostrerà degno, battendo in duello un drago, i rettili serviranno il Clan. Essendo a quanto pare gli unici al mondo a poter cavalcare i draghi, i signori Darren sono diventati ricchi e potenti, ma… ma niente, infatti i Darren se la godono e l’unico problema riguarda l’ultimo erede, che per colpa dell’infedeltà del Re si trova suo malgrado esiliato dalla propria patria. Vorrà vendicarsi? Neanche più di tanto, in realtà vuole solo essere lui a sfidare a duello rituale il drago, perché… perché sì!!!

Domatori di Draghi mi ha dato l’impressione di essere una scaletta per un romanzo almeno tre volte più lungo. Le scene hanno solo un tenue legame le une con le altre, e i personaggi non hanno caratterizzazione o quasi. In particolare il protagonista non ha motivazioni discernibili: agisce come agisce solo perché così la trama impone. Un po’ meglio i “Cattivi”, madre e figlio, che hanno motivazioni banali (mantenere il potere la madre, poltrire tutto il giorno nell’agiatezza il figlio) ma condivisibili.

Domatore di Draghi
Un domatore di draghi

L’ambientazione è il generico mondo fantasy #282 anche se qui e là qualche tentativo d’introdurre elementi semi originali si nota, ad esempio gli Zelgreg sono mostri decenti. Un po’ meno decente è il fatto che gli Orchi, con catapulte e trabucchi al seguito, riescano ad assediare la Città-Fortezza dei Darren senza che questi ultimi facciano a tempo a muovere un dito. Si direbbe che potendo volare dovrebbero essere in grado di accorgersi di un contingente armato che marcia verso di loro…

L’autore è istruttore di scherma storica, e si nota nella cura con la quale descrive l’arma del protagonista. Le (poche) scene d’azione non sono malvage, ma specie il duello finale scivola un po’ verso uno stile alla Conan, con il protagonista che dimostra una forza e una resistenza inumane.
Per altro, il finale stesso si rivela inconcludente, lasciando spazio a un seguito del quale non potrebbe interessarmi di meno.

Nel complesso un brutto romanzo. Se fosse stato lungo a sufficienza per accogliere con più comodità la storia forse ne sarebbe venuto fuori qualcosa di leggibile, ma nulla più. La vicenda sarebbe rimasta ugualmente banale.

Noticina finale: a dispetto del titolo, nessun drago è domato nel corso del romanzo. I draghi rimangono sempre sullo sfondo e l’unico momento d’interazione è il già citato duello. E basta. Perciò chi cerca qualcosa sullo stile di Eragon o di His Majesty’s Dragon, rimarrà di sicuro deluso, qui il rapporto fra drago e uomo è assente.

 

Giudizio:

Qualche sprazzo di decenza qui e là. +1 -1 Prologo orribile.
-1 Ambientazione banale.
-1 Personaggi insipidi.
-1 Storia sfilacciata.
-1 Finale inconcludente.
-1 A tratti inverosimile.

Cinque Gamberi Marci: clicca per maggiori informazioni sui voti


Copertina de La Gemma del Dolore Titolo originale: Alilara
Titolo italiano: La Gemma del Dolore
Autore: Kay Pendragon

Anno: 2008
Nazione: Italia
Lingua: ???
Traduzione in lingua italiana: Nunzio Donato
Editore: Delos Books

Genere: Fantasy
Pagine: 94

Un brutto giorno il villaggio del giovane Kitlan è assalito da una banda di energumeni, che minaccia di fare una strage se gli abitanti del posto non forniranno loro notizie riguardo a una misteriosa strega. Kitlan, un attaccabrighe, finisce subito per farsi riconoscere e gli energumeni sono a un passo dall’ammazzarlo, quando la strega lo salva! Seguirà il racconto della vita della strega, al termine del quale giungerà una sconvolgente rivelazione (circa).

Partiamo dagli aspetti positivi: lo stile dell’autore è scorrevole e pulito; la vicenda si segue senza ostacoli con l’unica nota stonata le continue domande che i protagonisti pongono a se stessi. Per esempio, tra il primo e il secondo capitolo Kitlan se ne pone non meno di sette in una sola pagina.

Cos’era, adesso, quel suono? E quella luce? [...] Chi gli stava parlando? [...] Possibile che la vedesse solo lui? Era davvero la mano del dio della Vita Jamodhan, quella che sentiva su di lui? Che cosa… ? [...] perché adesso tornava il dolore?

Non so, devo scriverla io la storia o deve farlo l’autore?

Gli aspetti negativi: tutto il resto. Questa Gemma è una roba immonda. La storia è senza mezzi termini cretina (e come al solito vuole essere presa sul serio, non è una parodia) in quanto si basa sul fatto che uno per sbaglio possa pronunciare male il nome di un oggetto magico (Amuleto di Iberralath invece di Amuleto di Iberallath), è incoerente a livello Troisi, tipo il finale:
mostra il finale ▼

e stracolma di cliché presi dai più beceri Giochi di Ruolo; i personaggi agiscono in maniera stupida e la magia è la panacea di ogni male, senza regole, usata a piene mani per portare avanti la trama come si vuole, a dispetto di ogni logica.

Una mappa di Neverwinter Nights
La Gemma del Dolore si trova in un sarcofago nella tomba di Layenne a Coldwood (7). Qui si trovano tra gli altri anche il Tomo del Potere (4) e la Gemma del Dovere (10). Ma attenzione al Golem di Ferro (6) e al Golem di Ossa (11)! No, non parlo del romanzo di Nunzio Donato, ma di Neverwinter Nights…

L’ambientazione è il generico mondo fantasy #283, senza alcun tipo di caratterizzazione. Non c’è davvero neanche mezza idea originale in tutto ciò, neanche uno spunto minimo. Zero.
Quando i non appassionati parlano di fantasy, spesso lo fanno in tono spregiativo, indicando il fantasy come un calderone di sciocchezze senza capo né coda. La Gemma del Dolore combacia a pennello con questa definizione.

La Gemma del Dolore è un serio contendente per il titolo di peggior fantasy che abbia mai letto. Non vince perché è così corto: se fosse andato avanti per altre cento pagine avrebbe battuto Nihal della Terra del Vento!
Nunzio Donato, l’autore, scrive sul forum di WMI: “[...] per quanto riguarda le conoscenze fantasy, ecco, un po’ me la cavo ma…confesso tranquillamente che non ho mai letto la Trilogia dell’Anello di Tolkien! Ecco, l’ho scritto! Ora inveite pure… (e magari è meglio se non scrivo che, invece, ho letto tutta la saga di Shannara…)”
che non è molto lontano dalla Troisi, quando dice: “Sì, io affermo candidamente di leggere poco fantasy.”
Il problema è che si vede, o meglio si legge. L’ignoranza del genere è palese. Ignoranza per me incomprensibile: se una persona scrive fantasy ne deduco sia appassionata di tale genere, dunque perché non leggere ciò che piace? Mistero.

 

Giudizio:

Stile scorrevole… +1 -1 …ma tutt’altro che perfetto.
-1 Storia cretina.
-1 Personaggi cretini.
-1 Trama incoerente.
-1 La magia usata come capita.
-1 L’Amuleto di Iberralath.
-1 L’Amuleto di Iberallath.
-1 Nessuna idea originale.
-1 Ambientazione scontata.
-1 Cliché come se piovesse.

Nove Gamberi Marci: clicca per maggiori informazioni sui voti4


Copertina di The Situation Titolo originale: The Situation
Autore: Jeff VanderMeer

Anno: 2008
Nazione: Stati Uniti
Lingua: Inglese
Editore: PS Publishing

Genere: Fantasy
Pagine: 53

Come dicevo in apertura, The Situation è un racconto lungo di Jeff VanderMeer. È un po’ più corto dei romanzi della collana Delos ma penso il paragone sia lo stesso appropriato.

In Italia (e non solo) si vedono sempre più fantasy incanalati in due grossi filoni:

  • l’epico in stile Tolkien dei poveri (quelli che iniziano con il nano, l’elfo e il barbaro che entrano in una taverna a chiedere la strada per il castello del Signore del Male…)
  • il fantasy per “bambini” (Nicoletta ha 8 anni e vive con i nonni, in giardino un giorno d’estate ha conosciuto le fate di panna montata…)

Ci sono poi vie di mezzo e variazioni, ma superficiali. Io questi fantasy non li reggo più, anche quando sono scritti con competenza, mi lasciano solo una sensazione di perdita di tempo. Sono fantasy nati morti, privi d’immaginazione. Eppure la buona parte della produzione italiana e mondiale s’incasella in uno dei filoni di cui sopra. Peccato.

The Situation non è per bambini e non ci sono elfi. The Situation è la cronaca del progressivo peggioramento delle condizioni di lavoro in una misteriosa azienda che sorge ai margini di una città senza nome, in un mondo che potrebbe essere il nostro futuro o qualche universo parallelo.
Il protagonista narra in prima persona le sue disavventure, tra colleghi che smettono di essere umani e le continue richieste della propria Manager, che umana non lo è mai stata.

My Manager was extremely thin, made of plastic, with paper covering the plastic. They had always hoped, I thought, that one day her heart would start, but her heart remained a dry leaf that drifted in her ribcage, animated to lift and fall only by her breathing.

L’ordine per un pesce educativo:

The latest project required the design of a grouper-like fish five times larger than the average nine-year-old child. By our various and immersive processes, we were to make being swallowed by this fish an educational experience.

farà precipitare gli eventi…

Retro di The Situation
L’illustrazione sul retro del volume di The Situation

Sarei tentatissima di aggiungere altre citazioni ma non vorrei rovinare la lettura. A ogni pagina VanderMeer sfoggia una fantasia eccezionale, sommergendo il lettore con ogni genere di deliziosa bizzarria.
Il mondo ideato da VanderMeer è oscuro, originale, bislacco, curioso, stranissimo, eppure è molto più credibile di centinaia di mondi pseudomedievali. Questo anche perché VanderMeer è bravissimo nel gestire il punto di vista: il protagonista parla di particolari assurdi come fossero eventi quotidiani – per lui lo sono – e dopo un po’ lo diventano anche per il lettore. In nessun punto VanderMeer cede alla tentazione di spiegare, d’illustrare il suo mondo, e proprio tale visione limitata invece di sminuire esalta l’ambientazione.
VanderMeer riesce poi ad azzeccare il tono della storia con maestria: s’intuisce che è in parte una parodia, che alcuni eventi sono eventi reali trasfigurati, e questo strappa un sorriso, ma il divertimento non diventa mai ridicolaggine.

Questo per me è fantasy. Il cuore del fantasy: l’immaginazione. È un piacere raro e bellissimo quello di poter accogliere nella propria testa fantasie nuove e originali, con The Situation è successo. Niente lotta eterna tra Bene e Male, niente elfi, nani e gnomi, nessun bisogno di una cartina che rappresenti un continente, nessun viaggio, nessuna allegra combriccola che deve salvare il mondo, invece:

In addition to the need for including defensive bioweaponry, we had to consider many other important issues. What shape and size should the fish’s jaws be to cushion the child and minimize trauma? Should the fish talk in a reassuring manner to calm the child’s fears of being eaten alive?

The Situation ha dei difetti: a tratti è troppo raccontato, e anche se mi duole ammetterlo, alcune delle bizzarrie sono lì solo per loro stesse e non contribuiscono alla storia, il che fa storcere il naso. Ribadisco perciò che non è un capolavoro, rimane però un ottimo racconto fantasy. Consigliato a tutti, e in particolare a chi pensa che il fantasy siano solo nani che si ubriacano di birra ed elfi a spasso per i boschi.

Di Jeff VanderMeer è probabile riparlerò presto perché in questi giorni sto leggendo il suo primo romanzo: Veniss Underground. Inoltre non si può non avere in simpatia una delle persone dietro il movimento squidpunk!

Squidpunk!

 

Giudizio:

Una bizzarria per ogni pagina… +1 -1 …ma alcune sono bizzarrie fine a se stesse.
Ambientazione surreale e stranissima. +1 -1 Qualche volta troppo raccontato.
Personaggi curiosi e misteriosi. +1
Incredibilmente fantasioso. +1
Trama degna dell’ambientazione. +1

Tre Gamberi Freschi: clicca per maggiori informazioni sui voti


Approfondimenti:

bandiera EN Lo strano caso del Dr. Jekyll e Mr. Hyde su Wikipedia
bandiera EN L’ombra su Innsmouth su Wikipedia

bandiera IT Domatori di Draghi su iBS.it
bandiera IT Le prime pagine di Domatori di Draghi
bandiera IT Il sito di Jari Lanzoni

bandiera IT La Gemma del Dolore su iBS.it
bandiera IT Le prime pagine de La Gemma del Dolore

bandiera EN The Situation su Amazon.com
bandiera EN The Situation disponibile online
bandiera EN Jeff VanderMeer su Wikipedia
bandiera EN Il sito ufficiale di Jeff VanderMeer
bandiera EN Intervista a Jeff VanderMeer
bandiera EN Il sito di Veniss Underground
bandiera EN Squidpunk Manifesto

Scritto da GamberolinkCommenti (101)Lascia un Commento » feed bianco Feed dei commenti a questo articolo Questo articolo in versione stampabile Questo articolo in versione stampabile • Donazioni

Recensione: La Rocca dei Silenzi

lrds.jpg Titolo originale: La Rocca dei Silenzi
Autore: Andrea D’Angelo
Anno: 2005
Nazione: Italia
Lingua: Italiano
Casa Editrice: Nord
Collana: Fantacollana
Genere: Fantasy
Pagine: 448 (brossura)
Prezzo in euro: 16,50 euro

Doverosa premessa.
Questa recensione l’ho scritta parecchio tempo fa, in tempi non sospetti, vale a dire prima dello scambio di cordialità che ho avuto in questi giorni con l’autore Andrea D’Angelo proprio su questo blog. La metto online solo ora essendo stato invitato a farlo proprio da D’Angelo stesso, altrimenti avrei forse lasciato perdere. Prima di pubblicarla ho tolto una parte che poteva sembrare, anche se non lo era, un attacco personale all’autore. Questa parte riguardava una interpretazione allegorica del romanzo che non è la stessa che l’autore propone nelle sue note conclusive. Tanto per dare un’idea, la mia interpretazione identificava nei terribili demoni urlanti descritti da D’Angelo quei lettori che hanno scritto e scriveranno commenti furibondi sulle sue opere.

Veniamo al sodo, dunque, e parliamo prima degli aspetti positivi.

Dal punto di vista strettamente stilistico, come è scritto La Rocca dei Silenzi? Bene, direi. Le descrizioni sono efficaci, la scrittura scorre. Non si perde in dettagli inutili, e la forma usata per i dialoghi risulta naturale. Finché non esagera e va sopra le righe D’Angelo se la cava bene, cosa che di questi tempi non va affatto data per scontata, visto che esempi di deroghe a questo minimo sindacale non mancano. Onestamente, chi dice che D’Angelo non sa scrivere, nel senso più letterale del termine, dice il falso.

Ecco, qui finiscono le impressioni positive, e cominciano i mal di pancia. I fan di Andrea D’Angelo possono anche smettere di leggere.

I personaggi.

D’Angelo è un autore veramente abile nell’approfondire le tensioni emotive dei personaggi che popolano i suoi romanzi – Il Sole 24 ore

Questo è ciò che dice la copertina del romanzo La Rocca dei Silenzi. Voglio sperare che in realtà i signori de Il Sole 24 Ore il libro non l’abbiano neanche visto in fotografia. Altrimenti, se i loro pareri sono fondati e autorevoli in economia come in letteratura, noi della Barca dei Gamberi, che investiamo seguendo i loro consigli tutti i soldi che ci passa la CIA per denigrare ingiustamente gli autori italiani, allora siamo fritti.

Le tensioni emotive dei personaggi di cui parla il più diffuso giornale economico in Italia corrispondono al fatto che, appena uno apre bocca e dice una cosa, qualsiasi cosa, per quanto insignificante, c’è qualcun’altro (di solito il protagonista) che lo prende a pesci in faccia e cerca di farlo sentire un idiota. Praticamente, è come il forum di FantasyMagazine, o se preferite una trasmissione di Maria De Filippi.

In sintesi, i personaggi de La Rocca dei Silenzi sono insopportabili. Non mi era mai capitato prima di leggere un romanzo sperando che i protagonisti crepassero ad ogni pagina.

Esempio di dialogo tipico tra i personaggi della Rocca dei Silenzi:

“Non sarà facile accendere un fuoco, oggi”, disse Mordha, rompendo un ramo e il silenzio.
Vòrak lo fissò. “Risparmiami i tuoi giochetti psicologici, straniero. Dici sempre e solo cose rilevanti… Non sono scemo.”

Mah! Cosa càspita avrà voluto dire?

Eviterò di sottolineare, per non sembrare pignolo, che un Nano può dire psicologici solo se nel suo mondo è esistito Freud o un suo equivalente… ach, ormai l’ho sottolineato.


freud.jpg
Sigmund Freud – non è uno zio materno di Pipino Tuc.

Ogni tanto c’è qualcuno che, completamente fuori contesto, pensa cose del tipo:

“Sono circondato da un branco di idioti e di bastardi, e i pochi meritevoli mi si rivoltano contro!”

Il lettore resta disorientato, e l’unica cosa che gli viene da pensare è che l’autore quella mattina si è svegliato con le palle girate.

Nella buona letteratura, la presenza dell’autore dovrebbe sentirsi il meno possibile. I personaggi dovrebbero vivere di vita propria, reagendo di fronte alle situazioni che gli si prospettano come se davvero fossero dotati di volontà autonoma e vere motivazioni. Ne La Rocca dei Silenzi, invece, la presenza dell’autore raggiunge ben presto livelli ingombranti. Troppo spesso succede di imbattersi in pensieri dell’autore che egli infila nella testa e nelle bocche dei personaggi, che si riducono a pretestuosi pupazzi nelle mani di uno a cui scappa di far della filosofia. Quando, a pag 332, leggo che:

Non esisteva vita senza morte, né morte senza vita; l’una dava valore all’altra e viceversa. Qual era il valore delle cose assolute? Era nullo o incomprensibile.

cosa devo fare? Sacrificare un capretto alle Muse per ringraziarle di avermi condotto a queste originalissime perle di saggezza, o andare a chiedere i soldi indietro al libraio? Non sono andato a cercare l’ago nel pagliaio, il libro è pieno zeppo di menate come questa. Se avessi dovuto riportarle tutte, questa recensione avrebbe superato le 90 pagine.

Consiglio agli aspiranti scrittori: non temete che la vostra ricca e complessa personalità non emerga abbastanza dalle pagine che scrivete, perché succederà il contrario. Per quanto cercherete di nascondervi, le vostre idee su questo o su quello verranno sempre fuori anche se non volete. E’ normale finire a scrivere sempre di se stessi, e per questo bisognerebbe cercare di evitarlo il più possibile, perché può succedere che ciò che voi ritenete un’intuizione fondamentale a qualcun altro sembrerà una banalità gratuita.

Consiglio agli aspiranti scrittori (e due): non cercate di fare gli originali a tutti i costi. I maghi si possono chiamare anche stregoni, incantatori, e via discorrendo. Non fate come D’Angelo che li chiama fruitori di magia, perché quella è terminologia da Ministero delle Imposte. Parimenti, l’ascia con due lame si chiama bipenne. Se la chiamate ascia bilama come fa D’Angelo, chi legge pensa subito alla schiuma da barba.

bipenne.jpg
Ascia bipenne
extra2beauty_women.jpg
Rasoi bilama per signore. Non abusatene, perché altrimenti vi vengono dei peli come un nostromo. Meglio la ceretta, anche se fa male.

La scrittura.
Dicevo all’inizio che onestamente chi sostiene che D’Angelo non sa scrivere dice il falso. Non sa scrivere opere di narrativa, che è una cosa diversa. Ciò che mi disturba di più è che manca qualsiasi tipo di variazione nel tono della narrazione. Leggendo, si finisce ben presto per assuefarsi ad uno standard assolutamente monocorde, sempre greve e drammatico. Non c’è, in tutte le 450 pagine del romanzo, un solo momento dove la tensione nel tono del discorso si sciolga per un attimo prima di ripiombare nell’abisso della disperazione. Manca, cioè, un alternarsi di emozioni capace di tenere viva l’attenzione. Inoltre, adottare un tono drammatico non basta certo a creare il dramma, e questo è uno degli equivoci più grossolani in cui cade D’Angelo. Non è che perché tutti ripetono di continuo “Ah, quale sarà la soluzione del mistero?” allora c’è un mistero. Il mistero lo devi creare, mostrare al lettore, non semplicemente far dire che c’è un mistero a tutti quelli che passano di lì. L’altro aspetto veramente indigesto è appunto la ripetitività. I personaggi di D’Angelo sono in buona misura dei maniaci ossessivi, e l’autore non fa altro che raccontarci quello che hanno nella testa. Essendo dei maniaci ossessivi, pensano sempre le stesse cose, e così anche il romanzo finisce ad ogni pagina per ripetersi fino alla nausea.

L’azione.
Le scene di azione di svolgono per buona metà del libro nei sotterranei della famigerata Rocca dei Silenzi. Ecco, tutta questa parte sembra pari pari il resoconto di un videogioco, un RPG tridimensionale stile Dungeons & Dragons, coi guerrieri sistemati in testa al gruppo a menare e far da scudo e i maghi dietro a tirar magie. Si vaga per tunnel, scale e corridoi, poi si arriva alla sala da cui partono altre tre gallerie, allora che si fa? Destra, sinistra o centro? Quale porterà al livello successivo? Il tutto condito da scontri con gruppi di mostricci vari da affettare. I personaggi stessi, sembra che vadano ad infilarsi in tutta questa carneficina assurda solo perché qualcuno li spinge avanti col joystick. Questa parte del romanzo è, d’altra parte, anche quella che dovrebbe essere caratterizzata da una più alta tensione drammatica. Dato che a renderla drammatica con l’azione D’Angelo proprio non ci riesce, ripiega sul tono. Ma il tono del racconto è sempre stato già fin troppo drammatico, fin dalle prime pagine. Trovandosi nella necessità di dover essere ancora più drammatico, l’autore viene preso dalla smania di far poesia. Vi faccio un esempio. Voi credete di respirare, vero? Ah ah ah, poveri stolti. Voi siete costretti a quel dentro e fuori d’aria (pag. 335).

PAURA, EH? Lo sentite l’orrore cosmico attanagliarvi le viscere, mentre siete costretti a quel dentro e fuori d’aria, cani maledetti? Rhaaaaaaahh!

Paura, eh?
Paura, eh?

La trama.
La trama è esile, prevedibile, priva di intreccio. Gira intorno ad un mistero che è un mistero di Pulcinella, perché si capisce dove si andrà a parare fin dalle prime pagine. Mancano totalmente svolte narrative e colpi di scena. I personaggi fanno cose di cui non si capisce assolutamente il senso, e l’impressione è che senza il famoso joystick di cui parlavo prima tutti sarebbero morti serenamente di vecchiaia nel loro letto. Come ho già detto, l’autore cerca di sopperire alla mancanza di una vera tensione drammatica adottando un tono esageratamente drammatico, sempre sopra le righe. L’effetto è che ci si assuefà già a pag. 50, e ci si annoia per le restanti quattrocento.

In tutta la seconda parte, ho sbadigliato fino a slogarmi la mandibola. Si arriva in fondo pensando: non è possibile che vada così come mi aspetto, vedrai che arriva la sorpresa, il colpo di scena. Si arriva in fondo, e la sorpresa è che non c’è nessuna sorpresa. Piuttosto originale, come soluzione narrativa. Chissà perché non ci aveva ancora pensato nessuno. Chiediamocelo.

La struttura narrativa.
La struttura narrativa l’avrei definita un guazzabuglio, ma poi mi dicono che uso parole difficili, e allora dirò che è un troiaio. Comincia con uno strascico di fatti accaduti anni prima dove si è svolto il vero inciting incident, in un altro romanzo che nessuno ha mai scritto. Poi c’è un inizio, uno svolgimento dove succede ben poco e una fine parziale, dove succede esattamente ciò che si è detto che sarebbe successo fin dall’inizio. Poi c’è un altro inizio, uguale al precedente, uno svolgimento dove succede a ripetizione sempre la stessa cosa, una fine (parziale) di nuovo tutta secondo i piani, e un altro bello strascico. Per la serie Aristotele era un idiota, perché voleva un inizio, uno svolgimento e una fine. Con una struttura come quella de La Rocca dei Silenzi, nessun genio della letteratura avrebbe potuto tirare fuori qualcosa di decente. L’autore avrebbe quindi una parziale giustificazione, se non fosse che anche questa struttura se l’è pensata lui.

Insomma, lasciatemi dire che far compiere ai protagonisti due volte lo stesso lungo viaggio (dove per due volte significa due all’andata e due al ritorno) nel giro di pochi giorni, impiegando capitoli su capitoli, non è una buona soluzione narrativa. Chiunque, chiunque, chiunque (ripeto: chiunque) capisca qualcosa di letteratura al posto mio direbbe che le ripetizioni vanno evitate.
Non è una buona idea nemmeno far fare ai protagonisti dei piani all’inizio della storia, e poi far andare tutto secondo i piani, per quanto insensati. I piani stessi poi sembrano quelli di due ragazzini che discutono la strategia per superare il livello più bastardo del videogioco, ma questo ormai si era capito, credo.

La magia.
Se i maghi devono studiare tanto i libri proibiti per usufruire di poteri magici equivalenti al videofonino e alla torcia elettrica, tanto vale dargli il videofonino e la torcia elettrica.

In conclusione.
In conclusione (sospiro): un peso specifico di una tonnellata per centimetro cubo, un purissimo distillato di noia invecchiato in botti di rovere. Mentre leggevo, non sono mai riuscito ad andare avanti per più di tre pagine alla volta, e io sono uno che i libri li divora.


Approfondimenti:
bandiera IT La Rocca dei Silenzi su Editrice Nord
bandiera IT Sigmund Freud su Wikipedia
bandiera IT Il Sole 24 Ore giornale specializzato in economia

Giudizio:

La scrittura è buona… +1 -1 …finché non vuol strafare.
  -1 I personaggi comandati col joystick, D&D.
  -1 I personaggi che si atteggiano da duri da telefilm con Chuck Norris, ridicoli e insopportabili.
  -1 Ripetitivo fino alla nausea.
  -1 La trama priva di svolte narrative.
  -1 La filosofia da strada.

Scritto da GamberolinkCommenti (59)Lascia un Commento » feed bianco Feed dei commenti a questo articolo Questo articolo in versione stampabile Questo articolo in versione stampabile • Donazioni