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Sull’editoria fantasy in Italia

Negli ultimi mesi prima della chiusura temporanea del blog, mi ero trovata sempre più in difficoltà a giudicare i manoscritti che mi venivano proposti. Non ho problemi a stabilire se un romanzo edito vale il prezzo di copertina e il tempo da dedicare alla lettura, però gli inediti mi mettono in crisi.
Il problema è che – tranne eccezioni – le persone scrivono con lo scopo di pubblicare, nel senso tradizionale del termine, ovvero il romanzo in libreria. Se si vuole pubblicare, ascoltare le mie critiche o peggio seguire i miei consigli è dannoso. Non lo dico né con amarezza, né per falsa modestia, lo dico perché è la realtà dei fatti.

Se si analizzano i romanzi fantasy italiani pubblicati dal 2000 in poi, appare chiaro come la qualità (qualunque definizione se ne possa dare in termini letterari) non conti niente.[1] Dunque quali sono i criteri?
Li elencherò di seguito, tenendo conto che parlo di fantasy, l’ambito che conosco. In altri contesti la situazione potrebbe essere diversa.

Quattro criteri

Icona di un gamberetto Raccomandazione.
Più è importante la persona che raccomanda, meglio è. Al limite potete scrivere qualunque cosa, non importa quanto oscena, e sarà pubblicata lo stesso. Ma anche senza arrivare a tanto, serve una raccomandazione semplicemente per avere la garanzia di essere letti. Una casa editrice medio-grande riceve migliaia di manoscritti all’anno, manca il tempo materiale per trebbiarli tutti, se qualcuno non mette il vostro manoscritto in cima alla pila sparirà tra la polvere.
Dunque fatevi amico qualcuno che lavora in una casa editrice. Visto che spesso le persone che lavorano in questo ambito sono vanitose, leccare è una buona strategia.

Rendetevi conto che un editor può comportarsi come un postino. Il postino che butta via le lettere da consegnare per andare in vacanza con mezza giornata di anticipo. E nessuno se ne può accorgere.
Cosa c’è di più gratificante di buttare nella spazzatura un testo magari bello, ma di una persona che ci sta antipatica, e invece premiare chi ci lecca il culo, che sia bravo o no? Il piacere del potere è nell’essere ingiusti. E un sacco di gente vive per queste meschinerie. Dubbiosi? Leggete un po’ l’importanza di essere simpatici. I rappresentati delle case editrici si comportano in quella maniera.

Leccate. Leccate sempre, leccate chiunque vi capiti a tiro. Sui dettagli non vi posso aiutare perché non ho esperienza, ma in generale non sembra un compito difficile – le persone più idiote ci riescono a meraviglia -, basta mettersi d’impegno.

Raccomandata
Quella lì è una raccomandata

Icona di un gamberetto Moda.
Al di là della raccomandazione, il criterio numero uno per scegliere quali testi pubblicare è la moda. Non è un criterio solo italiano e non è un criterio solo delle case editrici.
Facciamo un esempio pratico: una casa editrice riceve due manoscritti; il primo è una storia con i maiali mannari volanti verdi – è una storia originale, scritta in maniera impeccabile, divertente e commovente; il secondo manoscritto parla di vampiri innamorati al Liceo – è una storia banale, stupida, scritta in linguaggio sms da una dodicenne che si firma vampirina98.
Quale dei due manoscritti sarà pubblicato? Il secondo. Senza pensarci due volte. Perché? Perché il secondo garantisce le vendite. Le cerebrolese che hanno comprato gli altri romanzi con i vampiri innamorati quasi sicuramente compreranno anche questo. Il primo manoscritto potrebbe anche vendere di più – è oggettivamente bellissimo! – ma non è una certezza, c’è un margine di rischio. Tra rischio e certezza, si sceglie sempre la certezza.

Perciò, specie se non avete una raccomandazione “importante”, scrivete di argomenti alla moda. Guardate la classifica dei romanzi fantasy più venduti e copiate spudoratamente. Più avvicinate il modello originale senza finire nel plagio meglio è. Ogni elemento che si discosta dal modello è rischioso e il rischio non paga.
Non fatevi problemi, scrivete pure l’ennesimo romanzo con una ragazzina che si innamora del compagno di banco che in verità è un vampiro. È la strada migliore per arrivare alla pubblicazione.

Le mode possono essere anche estranee al testo. Per esempio è una moda quella di pubblicare autori fantasy minorenni o thriller scandinavi. Se potete, sfruttate la moda! Se avete sedici anni correte a presentare il vostro manoscritto fantasy, se volete pubblicare. È molto molto molto più vantaggioso avere sedici anni adesso e scrivere da cani che averne ventisei e scrivere benissimo. Se poi oltre a essere molto giovani siete pure storpi, il contratto è assicurato, come si evince da questo articolo.

Non credete ai soliti invidiosoni che dicono che così vi “bruciate”. Sono balle. Prendiamo la Strazzu: ha già pubblicato due (inqualificabili) romanzi con Einaudi. Mettiamo che le mode cambino e non riesca più a pubblicarne un altro. Passano cinque o dieci anni. Scrive un nuovo romanzo. Con alle spalle due pubblicazioni con una grossa casa editrice, come minimo sarà letta quando presenterà il suo manoscritto, voi no. Non c’è niente da “bruciare”, c’è solo da approfittare senza scrupoli della situazione – se ne avete la possibilità.

Raccomandata
Il cast di Katawa Shoujo (da sinistra a destra): Lilly Satou (cieca dalla nascita), Hanako Ikezawa (sfigurata), Rin Tezuka (entrambe le braccia amputate), Shizune Hakamichi (sordomuta) e Emi Ibarazaki (gambe amputate sotto il ginocchio). L’editoria fantasy italiana le aspetta!

Icona di un gamberetto Banalità.
Un editor decide di leggere il vostro manoscritto – perché siete raccomandati o perché la sinossi parla di vampiri innamorati al Liceo -, quale stile lo convince che siete degni di essere pubblicati?
Per capirlo occorre inquadrare la figura dell’editor: laureato in lettere, ignorante come una vacca in fatto di narrativa, non conosce il fantasy – al massimo ha letto Il Signore degli Anelli e ha visto i film di Harry Potter.
Dovete metterlo a suo agio. Così come la trama è scopiazzata, altrettanto devono esserlo le singole scene. Inanellare cliché dopo cliché è il modo giusto di procedere.

Se leggete di un vecchio mago con la barba bianca che consegna un anello magico a un tappetto con i piedi pelosi, pensate: “Che noia, ‘sta storia l’ho già letta!”; l’editor pensa: “È come il Signore degli Anelli. Ottimo! Io di ‘ste robe fantasy non ci capisco un cazzo, ma il Tolkien dicono che sia bravo, e qui è uguale, sarà bravo anche questo autore.”
La parola chiave è sempre la stessa: copiare. Copiare la trama e copiare l’impostazione delle scene. I cliché sono tranquillizzanti; e in più l’editor non si sente in imbarazzo a giudicare un manoscritto che non sa come “prendere”, non avendo la competenza necessaria.

Ma attenzione! Copiate da pochi, pochissimi modelli. Infatti la banalità pervasiva si ottiene solo non leggendo. Fantasy in particolare, se volete pubblicare in questo genere. Più accumulate letture più rischiate inconsciamente di combinare elementi diversi e di scivolare nell’originale. Se rimanete vergini di fantasy adotterete tutte le soluzioni più ovvie, quelle che (anche se non lo sapete) già centinaia di autori hanno adottato prima di voi. Questo è il segreto della banalità che arriva sugli scaffali delle librerie.
Non ci credete?
Prendete Alessia Fiorentino, che ha pubblicato qualche mese fa con Flaccovio il romanzo fantasy Sitael. Lei orgogliosa dichiara: “Non avevo mai letto niente di fantasy, non conoscevo neanche questo genere [...]“. La stessa Licia Troisi ha ammesso che al tempo della stesura de Le Cronache del Mondo Emerso aveva letto di fantasy solo Tolkien e poco altro.

Non avevo mai letto niente di fantasy…

Icona di un gamberetto Lo stile non ha importanza.
Non perdete tempo ad affinare lo stile. Se avete copiato la trama da un romanzo di successo e avete infarcito le scene di un cliché dopo l’altro avete le vostre buone chance per pubblicare. Il tempo che vi avanza investitelo nel leccare in cerca di raccomandazione o nello scrivere un altro romanzo (magari un bel romanzo con gli elfi, dopo quello con i vampiri innamorati). Il tipico editor, come dicevo prima, non ne capisce una mazza di narrativa, non è in grado di riconoscere o apprezzare uno stile decente. Anzi… Beccatevi questo celebre incipit:

Quel ramo del lago di Como, che volge a mezzogiorno, tra due catene non interrotte di monti, tutto a seni e a golfi, a seconda dello sporgere e del rientrare di quelli, vien, quasi a un tratto, a ristringersi, e a prender corso e figura di fiume, tra un promontorio a destra, e un’ampia costiera dall’altra parte; e il ponte, che ivi congiunge le due rive, par che renda ancor più sensibile all’occhio questa trasformazione, e segni il punto in cui il lago cessa, e l’Adda rincomincia, per ripigliar poi nome di lago dove le rive, allontanandosi di nuovo, lascian l’acqua distendersi e rallentarsi in nuovi golfi e in nuovi seni. La costiera, formata dal deposito di tre grossi torrenti, scende appoggiata a due monti contigui, l’uno detto di san Martino, l’altro, con voce lombarda, il Resegone, dai molti suoi cocuzzoli in fila, che in vero lo fanno somigliare a una sega: talché non è chi, al primo vederlo, purché sia di fronte, come per esempio di su le mura di Milano che guardano a settentrione, non lo discerna tosto, a un tal contrassegno, in quella lunga e vasta giogaia, dagli altri monti di nome più oscuro e di forma più comune. Per un buon pezzo, la costa sale con un pendìo lento e continuo; poi si rompe in poggi e in valloncelli, in erte e in ispianate, secondo l’ossatura de’ due monti, e il lavoro dell’acque. Il lembo estremo, tagliato dalle foci de’ torrenti, è quasi tutto ghiaia e ciottoloni; il resto, campi e vigne, sparse di terre, di ville, di casali; in qualche parte boschi, che si prolungano su per la montagna. Lecco, la principale di quelle terre, e che dà nome al territorio, giace poco discosto dal ponte, alla riva del lago, anzi viene in parte a trovarsi nel lago stesso, quando questo ingrossa: un gran borgo al giorno d’oggi, e che s’incammina a diventar città. Ai tempi in cui accaddero i fatti che prendiamo a raccontare, quel borgo, già considerabile, era anche un castello, e aveva perciò l’onore d’alloggiare un comandante, e il vantaggio di possedere una stabile guarnigione di soldati spagnoli, che insegnavan la modestia alle fanciulle e alle donne del paese, accarezzavan di tempo in tempo le spalle a qualche marito, a qualche padre; e, sul finir dell’estate, non mancavan mai di spandersi nelle vigne, per diradar l’uve, e alleggerire a’ contadini le fatiche della vendemmia. Dall’una all’altra di quelle terre, dall’alture alla riva, da un poggio all’altro, correvano, e corrono tuttavia, strade e stradette, più o men ripide, o piane; ogni tanto affondate, sepolte tra due muri, donde, alzando lo sguardo, non iscoprite che un pezzo di cielo e qualche vetta di monte; ogni tanto elevate su terrapieni aperti: e da qui la vista spazia per prospetti più o meno estesi, ma ricchi sempre e sempre qualcosa nuovi, secondo che i diversi punti piglian più o meno della vasta scena circostante, e secondo che questa o quella parte campeggia o si scorcia, spunta o sparisce a vicenda. Dove un pezzo, dove un altro, dove una lunga distesa di quel vasto e variato specchio dell’acqua; di qua lago, chiuso all’estremità o piùttosto smarrito in un gruppo, in un andirivieni di montagne, e di mano in mano più allargato tra altri monti che si spiegano, a uno a uno, allo sguardo, e che l’acqua riflette capovolti, co’ paesetti posti sulle rive; di là braccio di fiume, poi lago, poi fiume ancora, che va a perdersi in lucido serpeggiamento pur tra’ monti che l’accompagnano, degradando via via, e perdendosi quasi anch’essi nell’orizzonte. Il luogo stesso da dove contemplate que’ vari spettacoli, vi fa spettacolo da ogni parte: il monte di cui passeggiate le falde, vi svolge, al di sopra, d’intorno, le sue cime e le balze, distinte, rilevate, mutabili quasi a ogni passo, aprendosi e contornandosi in gioghi ciò che v’era sembrato prima un sol giogo, e comparendo in vetta ciò che poco innanzi vi si rappresentava sulla costa: e l’ameno, il domestico di quelle falde tempera gradevolmente il selvaggio, e orna vie più il magnifico dell’altre vedute.

Può essere che nel 1840 questa roba fosse passabile, adesso è cacca.[2] Però il nostro editor laureato in lettere pensa ancora che spazzatura del genere sia Letteratura con la L maiuscola, e così ci ritroviamo nel 2010 un fantasy con un incipit del genere, roba da far vomitare i coniglietti:

Era ormai scesa la notte.
Le ultime pennellate rosse del tramonto stavano cedendo il passo alle tenebre, mentre le stelle già punteggiavano l’immensità della volta celeste. La luna illuminava con luce argentea i contrafforti della Catena Divisoria, la più vasta, smisurata e imponente fra le catene montuose.
Il silenzio della sera avvolgeva la vastità di quei monti maestosi, che ben pochi eguali avevano al mondo. Era una lunghissima cordigliera che tagliava Valdar da nord a sud, partendo dal golfo del Balthis, ghiacciato otto mesi all’anno, per arrivare al Sud estremo, ai confini con le terre del Warantu e delle sue sconfinate giungle pluviali.
La Catena Divisoria separava il continente in due tronconi: l’Ovest e l’Est. Una divisione che andava ben oltre quella geografica. Erano due mondi diversi in tutto e per tutto. Diversi per abitanti, cultura, credenze. Diversi e spesso opposti, lacerati da un’ostilità infinita che aveva scosso Valdar per tutta la sua travagliata storia.

Significa che conviene imitare il Manzoni? No. Solo se lo fate perché è l’unico romanzo che avete letto in vita vostra (lo so, lo so, non volevate leggere nemmeno quello, vi hanno costretto), be’, nessun problema. Così come non è un problema se adottate uno stile da temino di scuola. O scrivete come vi capita. Non solo non pregiudicate le possibilità di pubblicare, ma anzi, rifiutandovi di imparare a scrivere narrativa in maniera decente, aumentate le chance di impressionare un editor gonzo! Come direbbero i giapponesi: sugoi!

Copertina de Il Re Nero
… e alla fine in libreria arriva ciarpame del genere

Il mito della casa editrice “piccola ma seria”

Così funziona la faccenda se volete pubblicare con un editore medio-grande. E se invece puntate a una casa editrice più piccola, di quelle che oltre al guadagno tengono ancora alla qualità?[3]
Prima dovete trovarle, queste fantomatiche case editrici che tengono alla qualità.
Se una casa editrice pubblica in un anno 100 romanzi, c’è la possibilità che possa rischiarne uno. 99 romanzi con gli elfi yaoi o i vampiri innamorati e uno con i maiali volanti. Se il pubblico non apprezza i maiali, la perdita è ammortizzata dagli altri 99 libri.
Ma se una casa editrice pubblica in un anno tre romanzi? Ha molti meno margini di rischio, dunque il romanzo dei maiali non lo pubblica. A meno che non sia una di quelle case editrici che di fatto sono print-on-demand: tiratura iniziale bassissima, e poi nuove copie vengono stampate solo quando qualcuno le chiede.
Bellissimo! Ma questo non è pubblicare, non nel senso che dicevamo all’inizio: il romanzo in libreria. Che senso ha “pubblicare” quando dei libri fisici in libreria non si vede neanche l’ombra? Al massimo queste piccole case editrici spacciano qualche centinaio di copie (quando va bene[4]), tanto vale fare un centinaio di fotocopie della vostra opera e distribuirle agli inquilini del palazzo dove vivete. Stesso grado di “pubblicazione”.

Può essere che con gli ebook la situazione cambi. Che lo scenario tra cinque, dieci o vent’anni sarà del tutto diverso. Ora come ora se volete che qualcuno vi legga dovete avere le pile di romanzi in libreria. Romanzi che magari rimarranno invenduti… ma la vostra occasione l’avete avuta.

Pile di libri
La via della gloria

L’entusiasta aspirante scrittore dice: “Non mi importa se vendo pochissimo e non guadagnerò niente o quasi, pubblicando con la piccola ma seria casa editrice, lavorando con un editor professionista, imparo!”
Cosa impari? A buttare il tempo?
Per capire perché questo è un mito, bisogna chiarire cosa si intende per editing.

L’editing è un processo di revisione del testo che ha lo scopo di migliorarlo. Non sempre questo miglioramento è in senso assoluto, perché una casa editrice vuole vendere, non produrre “arte”. Così l’editing può cambiare un finale realistico ma triste con un lieto fine, se la casa editrice pensa che questo aumenterà le vendite. E ancora: se la casa editrice decide di rifilare il romanzo ai giovani adulti magari farà togliere sesso & violenza, non importa se fondamentali per la storia.
Ma lasciamo stare questi dettagli e assumiamo che l’editing serva a rendere più “bello” un manoscritto.
Cosa fa l’editor?

  • L’editor verifica che ad “alto livello” la storia funzioni. In caso contrario cancella/sposta/impone-all’autore-di-aggiungere altri capitoli. Taglia o suggerisce di inserire personaggi e situazioni.
  • L’editor si assicura che la storia sia coerente. Sia per quanto riguarda la coerenza interna sia per quanto riguarda i riferimenti esterni. Se un personaggio ha gli occhi azzurri a pagina 20 e verdi a pagina 71, l’editor lo segnala all’autore perché intervenga. Se l’autore descrive un inseguimento d’auto per le vie di Mosca, l’editor si collega a google maps e controlla che le strade combacino, se non è così dice all’autore di modificare.
  • L’editor controlla che scena per scena la storia proceda senza intoppi. Nel caso suggerisce le opportune modifiche. Magari la tal scena deve cominciare prima, o si trascina troppo a lungo. È troppo raccontata e andrebbe mostrata. Oppure è mostrato anche quello che forse si può scartare.
  • L’editor aggiusta lo stile, cercando di non stravolgere il modo di scrivere dell’autore. Si cambia l’ordine delle parole nella frase e delle frasi nel paragrafo, si tolgono gli aggettivi e gli avverbi inutili, si verifica che la punteggiatura abbia senso, ecc.
  • Infine c’è la correzione delle bozze per eliminare i refusi accumulati dopo tutto questo lavoro.

Quanto tempo richiede l’editing? È difficile quantificare il primo passaggio, quello dell’editing ad “alto livello”, perché può essere che la struttura della storia sia già solida e non richieda interventi drastici, come può essere richiesta una riscrittura da zero. Per i passaggi successivi, il The Chicago Manual of Style, quindicesima edizione, stima che un editor esperto debba lavorare dalle 85 alle 120 ore per un manoscritto di 100.000 parole (circa 350-400 pagine).

Copertina del The Chicago Manual of Style
Copertina del The Chicago Manual of Style, quindicesima edizione

Non è il tempo totale, a questo va aggiunto il tempo che l’autore impiega per scrivere le eventuali modifiche (se l’editor spiega all’autore che nel 1870 gli aerei a reazione non erano ancora stati inventati, è poi l’autore che deve cambiare la scena da viaggio in jet a viaggio in nave, tale scena non può inventarsela l’editor).
Contiamo che il nostro editor lavori otto ore al giorno, cinque giorni alla settimana. Sono dalle due alle tre settimane + il tempo richiesto per l’editing ad “alto livello”. Assumiamo che il romanzo di partenza non abbia bisogno di grande lavoro e che anche per l’editing ad “alto livello” ci vogliano un paio di settimane. Totale un mese di lavoro – nel senso più gretto del termine: ti alzi la mattina presto e stai lì sul manoscritto dalle 8 alle 5 con un’ora di pausa pranzo. Il giorno dopo ancora. E il successivo anche. Fino a sabato. Il lunedì successivo ricominci. E parliamo di un romanzo già ben impostato e di un editor esperto.
Visto che è un impegno a tempo pieno, il nostro editor o è ricco di famiglia o deve poter sopravvivere facendo l’editor. Un 1.000 euro al mese di stipendio vogliamo darglieli? È pochissimo contando quanto il lavoro sia difficile e specialistico – ovvio che qui parliamo di un editor che conosce il mestiere, non del gonzo laureato in lettere di cui sopra.

Editor al lavoro
Editor al lavoro fin dal primo mattino

Bene, 1.000 euro – minimo minimo – per l’editing. Una piccola casa editrice non li ha. E anche se li ha ci pensa dieci volte prima di spenderli così.
Una grossa casa editrice, se lo ritiene opportuno – l’editing non è obbligatorio, viene fatto solo perché si pensa che un romanzo pieno di errori possa vendere meno – ha i mezzi per affiancare a un autore un editor competente, una piccola no, anche volendo.

Perciò esistono case editrici “piccole ma serie”? Non voglio negarlo in maniera assoluta, certo se sei piccola non hai i mezzi materiali per offrire due dei servizi più importanti nell’editoria: editing e distribuzione. E non dico niente riguardo la promozione: nessuno si aspetta che la casa editrice “piccola ma seria” faccia pubblicità in televisione.

Le case editrici a pagamento

Sono quelle case editrici che richiedono un contributo all’autore. Direttamente in denaro o costringendolo all’acquisto di copie del suo stesso libro o facendo pagare cifre astronomiche per servizi che le normali case editrici offrono gratis (per esempio l’assegnazione dell’ISBN).
Le case editrici a pagamento non svolgono attività illegali, ma sono sullo stesso piano degli astrologi, dei guaritori, dei sensitivi e di altri ciarlatani simili. Chiedono soldi e in cambio non danno niente. Le case editrici a pagamento non fanno editing, non distribuiscono, non fanno promozione – se dichiarano il contrario mentono. Il loro business consiste solo nello spennare gli aspiranti scrittori.

Non esistono case editrici a pagamento serie. Per definizione. Così come il cartomante serio non esiste (dato che sono tutte balle), allo stesso modo un editore che chiede soldi ai suoi autori invece di darglieli non può essere definito serio. Non ci sono né se, né ma. Se chiedi soldi ai tuoi autori non sei un editore serio.

Aggiungo: se paghi per pubblicare sei scemo. Ed è questa la ragione per la quale io non leggo più romanzi pubblicati a pagamento. Se l’autore è scemo, che possibilità ci sono che abbia scritto un buon libro? Nessuna.
Perché è scemo? Perché gli stessi servizi che offre la casa editrice a pagamento si possono ottenere a prezzi molto più bassi o gratuitamente sfruttando Internet e il print-on-demand.
Se butti via 500, 1.000, 3.000 euro (e ci sono case editrici a pagamento che chiedono anche di più) per un servizio che altrove è gratuito sei scemo – o hai i soldi che ti escono dalle orecchie, perché non li doni in beneficienza?
In ogni caso le case editrici a pagamento non pubblicano nel senso che abbiamo considerato all’inizio (i romanzi in libreria), perciò è inutile insistere. Se volete pubblicare cercate altre vie.

Banconote
Le case editrici con contributo sono sempre interessate al vostro talento

Agenti e agenzie letterarie

Un agente è un tizio che piazza il vostro romanzo presso le case editrici e cerca di spuntare il contratto più vantaggioso per voi. Può essere utile avere un agente – le case editrici tendono a privilegiare i manoscritti proposti da un agente – ma attenzione ai truffatori.

Gli agenti seri non chiedono tasse di lettura. Voi presentate il manoscritto e l’agente decide se rappresentarlo o no. Se sceglie di rappresentarlo e riesce a venderlo a una casa editrice intascherà una percentuale (10-15%) sui vostri futuri guadagni. Una percentuale sui futuri guadagni. In altre parole se voi non guadagnate niente, neanche l’agente vede un euro.
Qual è il problema della tassa di lettura? Lo stesso delle case editrici a pagamento. Se l’agente guadagna già con gli autori, che interesse ha a darsi da fare per piazzare i manoscritti presso le case editrici? Peggio, che interesse ha a leggere i manoscritti? Può intascare le tasse di lettura e girarsi i pollici. O fare un secondo lavoro.
Perdere tempo dietro a montagne di manoscritti-spazzatura è il “rischio d’impresa” dell’agente. Se voi pagate in anticipo, l’agente non ha più alcun stimolo a lavorare.
Al massimo un agente può richiedere il rimborso delle spese (documentate), se per esempio ha dovuto fare un fantastilione di fotocopie per inviare il romanzo a cento case editrici. Ma questo rimborso spese sarà sempre dedotto dai vostri futuri guadagni. Se nessuna casa editrice pubblica il romanzo, l’agente si tiene le spese.

Agenti e agenzie letterarie oltre alla rappresentanza spesso offrono vari servizi, i due più comuni sono:

Icona di un gamberetto Editing. A prezzi altissimi – d’altra parte, come visto prima, meno di 1.000 euro è irrealistico – e più spesso che no il lavoro è tutt’altro che professionale.
Per esempio una volta ho trovato un link alla pagina di un tizio che si dichiara “editor professionista”, avendo lavorato per diverse case editrici. Per un “editing professionale” vuole 8 euro a cartella (2.000 caratteri spazi inclusi) + IVA. In altre parole l’editing del romanzo da 100.000 parole (500-600.000 caratteri) vi costerebbe 2.000-2.400 euro + IVA.
Il sedicente editor propone la seguente perla, per dimostrare la propria competenza.
Prima:

Peppino entrò in casa di corsa in preda a un raccapricciante terrore aprendo la porta, poi la chiuse con violenza dando tutte le mandate a tutte le serrature. Si tolse frettolosamente il cappotto firmato e la sciarpa di seta e li appese all’appendiabiti, si sfilò velocemente i guanti di cachemire e li poggiò sul tavolo di legno bruno. Poi si diresse a larghi passi verso il grande divano e vi si sedette; il pericolo incombente sembrava essersi dileguato e finalmente si concesse un po’ di respiro.

Dopo il suo brillante intervento:

Peppino corse in casa e si serrò dietro la porta. In pochi attimi si era liberato dei suoi lussuosi abiti per abbandonarsi sul divano. Solo allora, sentendosi al sicuro, iniziò a calmarsi.

Il “prima” è brutto, ma il “dopo” è peggio. Il nostro editor deve aver sentito da qualche parte che bisogna eliminare i particolari inutili e imperterrito procede. Non ha capito però che questo non vuol dire passare dal mostrare al raccontare. Non si deve “riassumere”. La storia dovrà sempre essere basata su particolari, su dettagli concreti, solo occorrerà sceglierli con oculatezza.

Pensateci sopra cento volte prima di pagare per l’editing. Perché, sempre che otteniate un servizio buono, sarà solo soddisfazione personale. Il piacere vostro di avere un manoscritto migliore. Ribadisco: dal punto di vista delle possibilità di pubblicazione lo stile è ininfluente. Se spendete 2.000 euro sperando così di avere più chance di pubblicare, be’, scordatevelo, non funziona in questa maniera.
Infine tenete presente che un editing serio richiede la vostra collaborazione. Oltre a spendere i 2.000 euro dovete anche investire un certo numero di ore per revisionare il testo secondo le indicazioni dell’editor.

Icona di un gamberetto Valutazioni. Pagate e loro “valutano” il vostro romanzo. Sono soldi buttati. Perché? Perché per pubblicare bisogna attenersi ai quattro criteri di cui sopra, e siete capaci da soli di capire se il vostro romanzo parla di vampiri innamorati o no; sapete benissimo da soli se siete raccomandati o no. Nessun giudizio sulle capacità letterarie ha importanza. Vi dicono che il romanzo è brutto? E allora? Vi dicono che è bello? E con ciò?
Stiamo parlando di pubblicazione, in ambito fantasy, in Italia: chissenefrega se il romanzo è bello o brutto?

Tra l’altro, anche nell’ambito valutazioni, è difficile trovare persone competenti. Quella che segue è la “valutazione” di un’agenzia letteraria. Ho cambiato il nome del romanzo in oggetto su richiesta dell’autore.

L’impiccato

Contenuto e trama

Un romanzo contemporaneo che narra una storia ai limiti della realtà, che attraverso un percorso di morale dubbia giunge a una soluzione inaspettata.
Tra queste pagine si ha la rappresentazione di una gioventù che ormai trova difficoltà nello stupirsi, e che mostra un cinismo caratteristico sempre più prepotente della nostra epoca.
La forza de L’impiccato, è proprio nella caratterizzazione dei personaggi, soggetti provenienti dalle più differenti estrazioni sociali, intesa come nuova distinzione fatta in base alle passioni che si coltivano, che condividono un’esistenza che per essere considerata accettabile deve passare attraverso determinati passaggi psicologici.
La costruzione del romanzo, dei dialoghi, degli attori e della stessa trama ricorda molto lo stile di Ammanniti, in particolare nella raccolta Fango.

Stile e padronanza della lingua

L’autore ha sufficiente padronanza del linguaggio, che è appropriato alla materia del romanzo. Anche la sintassi e la grammatica sono curate e non presentano errori.
Il problema principale del romanzo è la non sempre cura riservata al lessico, il sintomo è da ritrovarsi nelle molte ripetizioni che si incontrano, che hanno anche lo svantaggio di appesantire la lettura e distrarre il lettore dal significato che si intende esprimere.
Alcuni esempi:

[Estratto di 4 righe entro pagina 6 (su 170) del romanzo]

[Estratto di 6 righe entro pagina 6 (su 170) del romanzo]

[Estratto di 5 righe entro pagina 6 (su 170) del romanzo]

In ultimo andrebbero rivisti i segni grafici e uniformarli, per evitare soprattutto la confusione nell’utilizzo dei corsivi, che non sempre sono utilizzati secondo le principali norme redazionali vigenti.

Rapporto con il mercato editoriale

L’impiccato è un romanzo contemporaneo che ha buone possibilità di diventare un prodotto editoriale apprezzato da un pubblico di lettori appartenenti a una fascia di età compresa dai quindici ai trent’anni.
La sua forza dell’opera è nell’analisi di alcune manie moderne, ormai così permeate nella nostra cultura da passare inosservate.

Conclusioni

In conclusione, si tratta di un lavoro abbastanza valido e ben concepito che, con le dovute revisioni alla struttura e allo stile del testo, in riferimento soprattutto alla problematica legata alle ripetizioni, potrebbe avere discrete possibilità di essere accolto all’interno del mercato editoriale.

Voi pagate è il risultato sono poche parole a vanvera, con l’unico suggerimento concreto di evitare le ripetizioni – tra l’altro suggerimento da prendere sempre con le pinze, perché spesso una ripetizione è meglio di un brutto sinonimo.

Ultimi consigli

Questa è la situazione. Se volete pubblicare, se volete avere la soddisfazione di vedere il vostro romanzo sugli scaffali delle librerie, seguite le indicazioni dei quattro criteri. È la via più semplice, se non proprio l’unica via.

Se invece la pubblicazione non è la vostra priorità, i criteri per scrivere opere decenti sono arcinoti, ma li riassumo per l’ennesima volta:

Icona di un gamberetto Studiate la tecnica narrativa. Prendete un manuale, studiatevelo, spulciate la bibliografia, procuratevi i titoli citati, ricominciate. Incapperete in testi che parlano di narrativa in maniera quasi scientifica, altri che sono più reminiscenze o esperienze personali dell’autore, testi che sconfinano nella linguistica o nella semiologia. Tutto fa brodo. Ed è anche divertente. Sarà una perversione mia, ma a me piace leggere testi che parlano di narrativa; imparare trucchi nuovi e scoprire tecniche che non conoscevo.
Siate umili. Se siete alle prime armi – e non è assurdo considerarsi tali fino al decimo romanzo – anche Scrivere Narrativa per Gonzi sarà d’aiuto. Dirò di più: se gli autori di fantasy italiani si studiassero il manuale più terra terra e ne seguissero alla lettera i consigli, scriverebbero dieci volte meglio di come scrivono adesso.

Icona di un gamberetto Leggete tanto. Dovete conoscere molto bene il vostro genere preferito e magari non guastano i generi limitrofi. Almeno. Leggere tanto significa cinquanta, cento o anche più romanzi all’anno. Senza contare i libri di scuola o i libri che leggerete per documentarvi. È probabile che prima o poi sarete costretti a imparare l’inglese, perché altrimenti vi tagliate fuori da troppo materiale interessante, sia come narrativa sia come saggistica.
Approfittate dei lettori di ebook e della pirateria. Lo scopo adesso è scrivere bene, non rinunciate a quel classico o a quell’altro manuale solo perché sono fuori catalogo e non si trovano in biblioteca.

Divorate tanti libri, come il coniglietto! (nota bene: il filmato ha solo valore dimostrativo, non ritrae il Coniglietto Grumo)

Icona di un gamberetto Fate esercizio. Cercate di scrivere narrativa tutti i giorni. Conta solo la narrativa. Gli articoli per il blog, i compiti per l’università, la lista della spesa non servono a niente – parlo per esperienza personale. Per imparare a scrivere narrativa, dovete scrivere narrativa.

Icona di un gamberetto Non frignate. Spesso gli scrittori (aspiranti e pubblicati) nostrani frignano. Frignano che nessuno li pubblica, frignano che se sono pubblicati non vendono, frignano che la critica li massacra e così via.
Uno dei pianti più frequenti riguarda il fatto che gli italiani leggono poco. Ah, se fossimo in America! Con il pubblico che divora un libro dopo l’altro! Ci sarebbero molte più possibilità per tutti!
Jim C. Hines, autore fantasy americano, ha condotto un’inchiesta tra i suoi colleghi riguardo la prima pubblicazione. Ha interpellato 247 autori, la buona parte dei quali autori di fantasy o fantascienza.
Cosa si evince? Per esempio che la prima pubblicazione avviene in media all’età di 36,2 anni (mediana 36), e questo dopo 11,6 anni di pratica (mediana 10).
Lasciamo un attimo da parte l’età che può essere influenzata da tanti fattori (una persona voleva studiare, o era impegnata con il lavoro e ha cominciato a scrivere solo in pensione o altro), l’altro dato mi pare significativo: 11 anni di pratica. Non sei mesi, non: “Ho scritto un romanzo l’estate scorsa e adesso me lo devono pubblicare!!!”
La verità è che praticamente tutti gli autori fantasy nostrani e la gran parte degli aspiranti devono ringraziare i Santi del Paradiso di essere nati in Italia. Perché forse solo in Italia hanno una possibilità di pubblicare e vendere senza la minima preparazione e senza il minimo impegno.

* * *

note:
 [1] ^ Questa affermazione non è basata sul sentito dire. Non è basata sul fare di tutta un’erba un fascio. È basata sulla lettura di decine di romanzi. Pubblicati dalle grosse case editrici, dalle medie, dalle piccole.
Quando mi riferisco al fantasy italiano in termini di spazzatura, non è una generalizzazione: ho rivoltato il cassonetto e ho esaminato i rifiuti. Uno per uno. Anche quelli sudici di vomito di gatto.

 [2] ^ Prima che i troll vengano a rompere le scatole: non sto giudicando “cacca” I Promessi Sposi nel suo complesso, sto giudicando “cacca” lo stile dell’incipit, questo nauseante wall of text infarcito di stucchevoli e inutili descrizioni geografiche.

 [3] ^ Supporre che le piccole case editrici privilegino la qualità è un discorso teorico. Si basa sull’assunto che essendoci in gioco meno soldi e meno prestigio ci sia anche meno corruzione.
Però, passando in rassegna i cataloghi di molte piccole case editrici, emergono scelte discutibili. Non sembra proprio che la qualità sia stata messa al primo posto.

 [4] ^ Esempio: le Edizioni Della Vigna, una piccola casa editrice non a pagamento che spesso pubblica autori italiani di narrativa fantastica. Nel documento guida per l’invio dei manoscritti di luglio 2010 si può leggere (enfasi mia):

Va bene, ma quante copie ne venderete? È un dato molto variabile; di solito per la versione stampata dalle 50 alle 300 copie, con eccezioni sia verso alto sia verso il basso. Per la versione elettronica, il mercato è ancora troppo giovane per poter fornire delle statistiche; comunque, attualmente meno delle cartacee.


Approfondimenti:

bandiera IT Intervista con uno “scrittore”. “Hai avuto difficoltà a trovare un editore?” “Per questo devo ringraziare Pierdomenico.”
bandiera IT Sitael presso il sito dell’editore. Godetevi l’estratto
bandiera IT Il testo integrale de I Promessi Sposi
bandiera EN The Chicago Manual of Style, quindicesima edizione su gigapedia
bandiera EN I coniglietti disapprovano

Scritto da GamberolinkCommenti (168)Lascia un Commento » feed bianco Feed dei commenti a questo articolo Questo articolo in versione stampabile Questo articolo in versione stampabile • Donazioni

Concorso Steampunk

EDIT del 28 novembre 2011. Il Duca ha annunciato il racconto vincitore, qui.


EDIT del 6 aprile 2011. Il Duca ha messo online i racconti e li ha commentati. Si veda qui.


EDIT del 18 ottobre 2010. Il giorno 17 è terminato. Gli invii sono chiusi.


Oggi è l’ultimo giorno per inviare i vostri racconti se intendete partecipare al Concorso Steampunk indetto dal Duca di Baionette Librarie. Qui trovate l’ultimo aggiornamento a proposito.

Steampunk!
Steampunk!

Tengo molto a questo concorso, perché l’idea è stata mia, e a me è dedicato. Avrei voluto organizzarlo e gestirlo con il Duca ma purtroppo non ne ho avuta la possibilità. Mi è spiaciuto tantissimo.

È probabile che leggerò i racconti, ma dopo la proclamazione del vincitore. Il Duca tiene molto alla mia opinione e non voglio influenzarlo. Nel bando si parlava di un solo giudice – il Duca medesimo – ed è giusto rispettare i contratti.
Ho acconsentito però a visionare gli incipit dei racconti. Li riporto di seguito insieme ai titoli.

Se non vedete il titolo del vostro racconto, contattate il Duca, può essere che ci sia stato un disguido. Inoltre il Duca ha dato conferma di ricevuto racconto a ogni invio. Se avete spedito il racconto e non avete la mail di conferma, chiedete spiegazioni. Chiedete al Duca, non a me. Io ho ricevuto solo un .doc con gli incipit, non ho i racconti veri e propri; non conosco i nomi degli autori, né le loro email. Anche volendo non potrei aiutarvi.


Appuntamento col destino

Il vento spingeva contro l’uomo verso il sentiero da cui proveniva. Il mercenario si acquattò, proteggendo il fagotto tra le braccia, della grandezza di un neonato o poco più. Varcò l’ingresso della città fantasma, il cartello di legno con inciso Pripjat’ a lettere cubitali lo salutò cigolando e oscillando con violenza.
L’uomo si infilò in uno dei vicoli, poi un altro e un altro ancora. Oltrepassò le rovine della chiesa e si fermò davanti a una porta di legno chiusa e illuminata appena dalla lanterna a olio appesa all’esterno. Vi batté contro con la spalla, ansante, i polmoni congelati nel petto.
Per qualche attimo non ricevette risposta, poi la porta si chiuse. Sulla soglia comparve una vecchia ammantata di pelliccia di lupo, la faccia rugosa rivolta verso di lui.
«Madre…»


Bumblebee

Per la prima volta da quando pilotava il suo aviar, Grip era seriamente preoccupato.
Non era tanto per quello che gli avevano chiesto di consegnare, ma perché non aveva mai volato fuori Londra.
Normalmente si occupava di consegnare merci che venivano richieste dalle ricche famiglie di città: carni, frutta e rimedi curativi provenienti dalle campagne vicine. Invece per fare quella consegna doveva allontanarsi da Londra ben 250 miglia. Non era sicuro che il suo aviar di legno potesse farcela.
Lo guardò. Aveva la forma che ricordava quella di un calabrone. Il corpo era tozzo e le piccole ali battevano veloci. Senza troppa fantasia lo aveva chiamato Bumblebee.
Si tolse il casco e gli occhialoni, c’era un bel sole e cominciava a fare caldo.


BUNNY
Il cacciatore di taglie

Un’opportunità che puzza di trappola

«Era preferibile per te non tentare di prendermi per il culo! Io ho una reputazione da difendere. Dimmi, Bunny, che cosa accadrebbe se ti lasciassi vivere?» Senza lasciare il tempo per una risposta, il Barone accese il suo sigaro d’importazione Nibiana. «Accadrebbe…» fece due decise tirate «che tutti quanti direbbero: “Il Barone si è rammollito!” o “Possiamo fare quel che ci pare, tanto il Barone perdona tutti!”» Con i suoi occhi rotondi e scuri soffocati dalle pesanti palpebre guardò con disappunto il suo contrabbandiere preferito. «O no?» chiese ironico sbuffando del fumo in faccia al suo interlocutore.
Bunny non se ne curò, erano altre le preoccupazioni protagoniste dei suoi pensieri.


Cacciatore e preda

Il risveglio comincia dal filamento del pensiero.
Cosa può avermi spento? E quanto ci vorrà prima di essere di nuovo completamente attivo?
Si rinsalda anche il filamento della memoria: sono a Londra.
Che anno è?
E poi: perché Londra? Non c’è posto peggiore, per una come me.
Ecco, cercavo un alchimista. Gli indizi mi hanno portato fin qui, nel luogo al mondo dove c’è più carboniato a impregnare aria, terra e acqua. Nessuna traccia recente dell’alchimista, in compenso tracce evidenti di cedimenti della mia struttura.
Ho dovuto programmare tre cacce, il minimo per ripartire tranquillo. Volevo finire prima dell’autunno, odio l’autunno in Inghilterra, anche se non quanto l’inverno in Scandinavia.


CONIGLIO CON PATATE

Una grossa lucertola; ecco a cosa somigliava la macchia di muffa sul soffitto della cella. Francois aveva ancora i lividi del gentile colloquio avuto il giorno prima coi suoi carcerieri. Non riusciva a stare sdraiato sopra quel covo di pulci, che quei cani prussiani chiamavano letto, così preferiva starsene sdraiato a terra. “Ah! Come ho fatto a cacciarmi in questo pasticcio!” diceva ad alta voce “Ho un ristorante a Parigi da mandare avanti; mon dies!”
Mano a mano che il mal di testa riaffiorava, anche la sue lamentele aumentavano, tanto che le imprecazioni dei suoi colleghi di cella diventavano più colorite.”Fate tacere quel gallo maledetto!” gli gridavano questo ed altri epiteti a lui sconosciuti perlopiù, ma che intuiva non augurargli niente di buono.


Fil Rabbit

Milano venerdì 16 aprile 1877

Nella zona est della città giace un laboratorio segreto che sembra situato alle soglie dell’inferno. Un uomo opera nell’ossessione più profonda alla ricerca della felicità assoluta.
“Mi senti?” Sussurra una voce roca e baritonale nell’orecchio di Aldo, un uomo di circa mezza età legato e imbavagliato su una grossa tavola di legno. Una potente lampada appesa a un timpano d’ottone dorato riflette un bagliore accecante negli occhi dell’uomo. La sua vista è già molto affaticata per l’alta concentrazione di fumo che padroneggia nel salone. L’uomo ha soltanto una canottiera e un paio di mutande. I suoi vestiti sono ammassati in un grosso secchio di latta poco distante dalla grande asse.


Il Colosso di Colorado Springs

Colorado Springs, 1899

La mente di Nikola Tesla sondava lo spazio. Grazie al Teslascopio l’Io si espandeva nell’etere veloce come il pensiero. Marte, Giove, Saturno. Nikola superò senza fatica il sistema solare e si addentrò nelle profondità galattiche. Mentre avanzava, controllò ogni centimetro cubo con l’occhio della mente.
Il Teslascopio raggiunse il proprio limite. Nikola tornò al punto di partenza e controllò di nuovo.
Controllò tre volte.
Ancora niente. Eppure è per stanotte.
La porta del laboratorio si aprì con un cigolio e il passo ritmato di Cogs riecheggiò per la stanza. Le assi di legno scricchiolarono sotto il peso dell’automa.
«Caffè, signore.»
«Portamelo qui.»
«Sì, signore»
Nikola si riconcentrò sullo spazio.
Controllò ancora. Controllò tre volte.
Niente.


Il Coniglio sulla luna

Il cielo era terso quella tarda sera primaverile. Mancavano delle ore alla mezzanotte, ma la sagoma del Coniglio s’intravedeva già sul disco tenue della luna nascente.

Ashwini entrò nel laboratorio strappandosi dal viso i peli posticci, franò su una sedia e si slacciò gli anfibi, i cui grossi speroni avevano già sbrindellato il fondo dell’ultimo paio di calzoni rimasti.
“Ash” chiamò Dhaval, che ricevette in risposta un sacchetto, preso al volo prima che si schiantasse sul suo naso largo.
“Il meglio che sono riuscita a trovare” gli disse Ashwini alzandosi. Si era praticamente spogliata, rimanendo in sottoveste bianca stretta in vita dal corsetto allentato, e gli anfibi aperti sciaguattavano ad ogni passo.


IL LUNASIL

Al termine della battaglia – molto meno eroica di quanto Tonio Braghin aveva sperato – avevano posato i bastoncini che adoperavano come fucili e tutti e quattro, zozzi e stanchi, si erano radunati sotto il manifesto mormorando parole di sorpresa.
In grandi lettere pallide c’era scritto:

!!! È ARRIVATO !!!
IL CIRCO A VAPORE
di
AMEDEO SPITZ
Attrazione Speciale:
!!! FEROCISSIMI !!!
LUNASIL PREDATORI
direttamente dalla riserva della
base Vittorio Emanuele
ACCORRETE
Due spettacoli giornalieri
Posto unico: £ 1
Ingresso a esaurimento

«Davvero ci sono i Lunasil?» chiese Beatrice. I suoi occhi brillavano d’eccitazione e di speranza. «Io voglio andarli a vedere, Tonio!»
Tonio sbirciò la cifra ed emise un brontolio. «Una lira… neanche morti. Non abbiamo tutti quei soldi.»
«Ma io voglio andarci. Voglio vedere i Lunasil.»


Il varco

Quando ricevetti quella missiva, pensai subito ad uno scherzo. Non vi era il mittente sulla busta, solo il mio nome e l’indirizzo. Lo trovai strano, ma non gli diedi troppa importanza: l’archiviai tra le altre carte e non ci pensai più.
Io non sono un uomo fantasioso e non credo al caso… Preferisco chiamarle coincidenze. Tuttavia, quella sera avvertì qualcosa di strano.
Stavo sfogliando pigramente “La macchina del tempo” di Wells, quando lo sguardo mi cadde sulla lettera; si trovava in cima ad una pila di documenti. La osservai a lungo e infine mi decisi e la aprii. Non riconobbi subito la scrittura, ma dopo aver preso confidenza con quella strana calligrafia riemersero nella mia mente ricordi sepolti ormai da tempo.


JOCELYN

Caldo intenso, poca aria. In sottofondo il costante stantuffare dei macchinari a vapore.
Odio questo posto, mi toglie le forze e il respiro. La cella è un cubicolo per gli attrezzi dalle pareti di lamiera rovente, mi hanno sbattuta sul pavimento di pietra e viscidume. E aspetto.
Ho fame e la gola riarsa. Mi portano acqua due volte al giorno, acqua calda e ferrosa come un avanzo di fonderia.
Il mio pasto è annunciato da un cigolio di giunture, e poi il mio carceriere, il grosso coniglio meccanico, arriva, eretto sulle due zampe, un patchwork di piastre metalliche e bulloni. Avanza lento, a scatti sui suoi cingoli, fino alle sbarre della mia prigione, volta la testa e fissa i suoi occhi circolari e vitrei su di me, mi passa una lattina.


KANINEN

Marvin si riprese quando l’acqua gli era ormai arrivata alla vita. Non aveva un granchè idea di dove si trovasse, ma era sicuramente un posto scomodo, pieno di spigoli. E c’era acqua. Tanta acqua.
Senza ancora aprire gli occhi cominciò a tastarsi intorno. Pietra. Scaloni di pietra viscidi. Scaloni di pietra viscidi di alghe.
Orgoglioso di quello che era riuscito a capire con quel minimo di sforzo, Marvin si concesse qualche minuto di riposo congratulatorio.


L’incontro

In un grigio cielo, avvolto da pesanti e scure nubi, si muoveva un’aeronave rosso sangue. Il pallone era stato riempito con il miraneo e sigillato, così da muoversi più velocemente, senza preoccuparsi di poter perdere quota involontariamente. Il miraneo era stata una scoperta recente, almeno, per quanto riguardava il suo utilizzo. Era stato etichettato erroneamente come un semplice gas leggero, derivato dalla reazione dello xaneo con il vapor acqueo e al suo posto, per i palloni aerostatici, era stato utilizzato l’idrogeno, se non la stessa aria calda.
Era stato uno scienziato originario dell’Imerania, divenuto cittadino della più tecnologicamente evoluta Deuteria, a scoprire le grandi, incredibili potenzialità di questo gas.


L’ultimo caso di O’Mallory

Seduto davanti a lui, in un magnifico completo rosso e bianco, il vecchio Conte di Norfolk aspettava paziente, con un’espressione tranquilla sul viso rugoso. Al contrario, Sean O’Mallory, Mesmerista di Sua Maestà, aveva lo stomaco chiuso, non riusciva ad impedire alle sue mani di giocherellare con il plico di fogli con le domande e una grande arsura gli serrava la gola. Avrebbe dovuto finire quel bicchiere di whisky. Per calmare i nervi.
Al fianco di Sean, il suo superiore Eugene Fielding e l’agente di Scotland Yard addetto alla trascrizione fungevano da testimoni.
“Mesmerista O’Mallory, potete iniziare” annunciò Eugene.
Sean trasse un profondo respiro, concentrandosi.


L1 L0

Non ho ancora carica sufficiente per muovere gli arti, ma ce n’è abbastanza da aprire le paratie dei ricezioscopi. Le spalanco e lascio entrare il mondo esterno. I tre cervelli di scimmia del mio Nucleo Senziente iniziano a smistare le informazioni sensoriali. Immagini, odori, suoni.
- Unità L1L0, sei funzionante?
Inclino il muso verso il basso, giusto per piantare i miei bulbi visivi dritti in faccia al padrone della voce. Corone di ottone smaltato allineano le lenti convesse fino a mettere a fuoco: mi ritrovo a fissare un ometto dalla barba sfatta.
Buffo, come faccio a sapere che quella è una “barba sfatta”?
Suppongo di doverlo chiede al Nucleo.
E come fanno dei cervelli di scimmia a sapere che quella è una “barba sfatta”?
Suppongo di doverlo chiedere all’uomo di fronte a me.


La Maschera di Bali

Abigail Murrey aggiustò la benda sugli occhi e si concentrò sulla stanza oltre la porta chiusa. Al centro percepì la gabbia di contenimento e, dentro a quella, un vecchio e un soldato. Il vecchio era incatenato alle pareti, gambe e braccia divaricate. Teneva la testa inclinata di lato e un filo di bava gli colava dal mento sul petto. Il soldato gli stava accanto, di guardia, armato di sciabola e revolver: era alto, castano, trenta-trentacinque anni al massimo.
Fuori dalla gabbia, Lord Fairfax stava estraendo delle maschere tribali da una scatola piena di paglia, appoggiata sul tappeto persiano. Le riponeva sulla scrivania, accanto al fonografo. Aveva un´espressione seccata.
Diamine, Abby, le senti anche oggi.


LOWRES

Forte odore di muschio bagnato; era come se ci fosse qualcosa di marcio che attraversava i vicoli di Little Tokyo; un vento virale che infettava ogni molecola di aria e che, diretto nelle sue traiettorie da un algoritmo di movimento random, trasportava spore in ogni angolo.
Una lunga strada in cemento levigato era delimitata da due lembi rettangolari di sterrato; alberi ed arbusti sintetici, piantati da poco, estendevano le loro radici tra le crepe dell’asfalto, contorcendosi su se stessi.

Racquel stava attraversando l’estrema periferia di Little Tokyo come faceva tutti i giorni; avrebbe dovuto camminare ancora un paio d’ore per raggiungere Lowres, dove si era trasferita quindici anni prima, abbandonando il caos tecnocratico della città bassa.


Manoscritto trovato su un’aeromobile precipitata

Il vascello è silenzioso e se non fosse per il volume del pallone sopra la mia testa, del quale vedo la curva fuori dall’oblò, potrei pensare di essere nella mia casa. I mobili sono gli stessi che avevo fatto portare a suo tempo quando mi concessero di andarmene a bordo dell’Eudora.
Oggi è un giorno come tanti altri, e seguo la solita routine: mi alzo, mangio, controllo la mia posizione sulle mappe. C’è sempre qualcosa da fare: oliare gli ingranaggi e le corde, pulire i vetri degli oblò, sostituire le guarnizioni… il dirigibile su cui vivo non mi lascia mai senza niente da fare.


MAMMUTH

I - Mammuth

Arkady e Maksimilian spalancarono le bocche, increduli di fronte a tanta potenza. Si trattava di qualcosa che non si sarebbero mai aspettati di vedere nelle loro vite: oltre centodieci tonnellate di massa a vuoto per locomotiva, il tutto moltiplicato per sette escludendo i novanta vagoni trainati da ognuna di esse. Una ferrosa belva rivettata vomitante fuoco e fumo. Si trattava del possente treno corazzato Mstislav, soprannominato dai soldati Mammuth per via delle sue dimensioni che, invero, andavano ben oltre quelle dell’estinto animale.
- In tutta la tua vita hai mai visto qualcosa di più grande? - chiese Maksimilian.
- Il tuo ego.


Mondi in guerra

File incessanti di lavoranti
dentro le file di gallerie
spingono avanti chi sta davanti
le tue teorie sono anche le mie.
Dal cuore pulsante nel centro radiante
giunge allorquando un nuovo comando
ciò ch’e importante è che giunga all’istante
di rango in rango ai confini del mondo;
ma l’ordine fatto per esser perfetto
un attimo solo del buio più nero
il cielo si è rotto, il mondo distrutto
e lo scuro alla luce è rimasto indifeso.

VRUUUUMM, il mostro ripugnante catturato dal braccio meccanico viene trasportato alla velocità della luce verso l’arena del mio Pianeta Madre, pronto per essere gettato in combattimento contro il Campione! Ecco che si aggrappa con tutte le sue braccia per evitare lo scontro, e magari tornare indietro per provare ad attaccarmi, ma un violento scossone lo fa precipitare…


Oggetto d’amore

Milano, 1842.

Quella notte era particolarmente silenziosa e buia lungo Molino delle Armi. Arturo Telli sedeva al tavolo del suo laboratorio e lavorava con la concentrazione e l’abnegazione che sempre impiegava per perfezionare e inventare armi e oggetti meccanici. Arturo Telli perseguiva uno scopo, una vera e propria ossessione.
Era un maestro nella riparazione di armi, come pistole e fucili, e tra le botteghe di quel quartiere, composto per lo più da armaioli, godeva della stima e del rispetto di tutti. Per la verità, parte della sua nomea era dovuta anche alla scontrosità e all’eccentricità che lo contraddistinguevano. Ben pochi suoi colleghi lo salutavano e altrettanto pochi erano i clienti che si rivolgevano a lui.


PHOTOPHANTASTES

La Cugnot 799 filava a gran vapore dal Merton a Christ Church, svoltava bruscamente davanti a Saint Ebbes, di lì sbuffava diritta a Saint Aldates, Saint Martin; caracollava fra i banchi di Corn Market, traversava i peristili della Magdalene. All’allegro starnazzare del clacson, tanto più assordante nella quiete notturna, ausiliari con cuffietta e lanterna si affacciavano a imprecare dalle bifore gotiche, maledivano la macchina che era già sfrecciata via.
Nell’azzurro silenzio del plenilunio quel chiasso risuonava moltiplicato, la fuga sconquassava l’immobilità delle vie e delle piazze semideserte. Ma anche più forte del motore e della tromba echeggiava nella notte la risata di Wayne, un ruggito di basso, cui si aggiungeva il raglio sguaiato del gracile Dodgson con lui nell’abitacolo.


PILOTI E NOBILTÀ

Gli ospiti erano già arrivati e l’aspettavano alla piazzola: cinque formiche in abiti costosi che sostavano sotto quel prodigio dell’ingegneria savoiarda. A un’occhiata sommaria l’eligibile sembrava uno scarafaggio infilzato da un ombrellone, anche se di quella bislacca somiglianza Elsa non aveva mai fatto parola con nessuno. L’aspetto della macchina però era tozzo al limite dell’imbarazzo, c’era poco da fare a riguardo. Si preparò con un sospiro a ciò che l’aspettava e attraversò la pista col caschetto di cuoio sotto braccio. Non c’era un filo di brezza e il cielo era coperto da una cappa continua di nuvole.
L’accolse una raffica di sguardi esterrefatti, in un silenzio mortale. Nobili, pensò stringendo la mascella. E non c’era davvero da aggiungere altro.


RabbiT
(un inedito di Gabriele D’Annunzio)

Un anno innanzi la mia discussa impresa, quel raid di velivoli su Vienna che abbatté gli spiriti degli austriaci ungheresi, accaddero fatti che le cronache non menzionano, e i libri d’istoria tacciono oggidì e taceranno credo al modo istesso domani: perché inauditi e straordinari troppo o perché scandalosi e per alcuni ridicoli, che palesano l’inettitudine dei governi e il valore al contrario e l’ingegno dei singoli. Ma debbo riconoscere che furono quegli eventi a prostrare, avanti i miei biglietti che recitavano quei versi fatali – di come “il destino volgesse a noi con certezza di ferro” – gli animi dei cittadini viennesi; a fiaccare il morale delle loro contraeree e consentirmi di compiere quel gesto di ardimento. Ormai che son trascorsi vent’anni, e viepiù mi sento morte alle calcagna, mi risolvo a riferire quell’episodio.


Risiko

- Merda, merda, merda! Tiralo fuori da lí, maledizione!
Giga teneva ferma la gamba sinistra, mentre un altro inserviente teneva la destra e il terzo cercava di aprire l’enorme placca frontale dell’esoscheletro. Tirava come un dannato, ma non ci riusciva.
- É incastrata, non ce la faccio!
- Non dire cazzate, porca troia! Aprila!
Dopo un ennesimo strattone, la placca saltó via, trascinando con sé l’arpione che l’aveva trapassata da parte a parte. Giga con un balzo raggiunse l’altro e insieme riuscirono a farne uscire il pilota.
- Lo Skeleton é andato, portate Kenichi in infermeria, io vi raggiungo!
Mentre gli altri due correvano verso il tendone rosso, Giga mise un acchiappalampi nell’abitacolo e staccó la spoletta. Aveva due minuti di tempo prima dell’attivazione. Si mise a correre, zuppo di pioggia, con il fango alle ginocchia. I Rossi stavano per arrivare.


Saltellando verso Est

« La signora Figgins allora non mentiva… partite davvero. »
Risposi allo stalliere con un vago « uh-uh. », senza distogliere lo sguardo dal pavimento sporco di polvere, paglia e cose marroni. A provocare quell’immonda quantità di sporco che minacciava di macchiarmi la gonna erano stati gli animali che si crogiolavano nella stalla. Morbidose montagnole alte più di due metri, coccolosi batuffoli di pelo sormontati da rosee orecchie allungate.
Chiamarli “conigli” era riduttivo. Parevano possenti quanto cavalli, capaci di trasportare almeno due persone sul loro morbido dorso.
« Posso chiederle cosa la porta ad andare a Canterbury? Motivi religiosi? »
Non ero molto propensa a rivelare lo scopo del mio viaggio. Le meraviglie meccaniche che intendevo vendere ai pellegrini dovevano restare segrete, o altri avrebbero potuto sfruttare i miei colpi di genio per arricchirsi.


Si vis pacem…

Danzica, Pomerania, Gennaio 1754

Il cargo attraccò al porto dopo molte settimane di viaggio. Nonostante il motore della nave fosse stato arrestato prima di entrare nell’insenatura, la gigantesca ruota da sessanta pale di bronzo al tungsteno impiegò almeno un quarto d’ora prima di fermarsi completamente. Dodici volani accoppiati modello Junkers-Graf l’avevano mantenuta in movimento fino ad allora.
Il Duca di Brandeburgo, Conestabile del Regno, attendeva la nave e quindi il suo carico, già da alcune ore. Era rimasto a scrutare l’imbocco del porto incurante del gelido vento che soffiava impietoso dal Baltico. Aveva rifiutato più volte un’impronunciabile e forse imbevibile acquavite polacca offertagli dal responsabile del molo, un tarchiato e goffo Sottufficiale da sempre vissuto in Pomerania.


Sogni a vapore

Saltando di ramo in ramo, cerco di avvicinarmi all’enorme mezzo corazzato, l’Automatic per eccellenza. Passo sugli alberi per evitare la folla, ma anche così non riesco ad avvicinarmi molto. Alcuni oggetti, simili a grammofoni in lontananza, suonano la marcia militare. Ho sempre odiato come suona da quei “cosi” che hanno montato sui mezzi corazzati. Mi sporgo per guardare meglio, rischiando quasi di cadere di sotto. Un volo di dieci metri è proprio l’ultima cosa che mi serve adesso. Tempo di sistemarmi in equilibrio, e le stupende macchine corazzate sono già lontane dagli alberi; sospirando, mi avvio verso casa, sempre sugli alberi. Una volta allontanatisi dal centro della parata, le strade si fanno molto più tranquille.


Squadra Speciale 0

«Sophie!»
«Dottor Blackjack, vi credevamo morto!»
«Bambina, per uccidermi occorre molto più che semplici fulminate!»
«Non parlate! Sanguinate molto! La ferita è profonda, sembra un’arma da taglio»
«Te l’ho detto, no, che non basta un semplice lampo giallo canarino? Occorre almeno qualche graffio qua e là, eheh …»
«Riuscite a fare battute anche in queste condizioni?! Siete proprio matto»
«Oh beh, ti ringrazio cara. In questo mondo malvagio e crudele, i matti sono quelli che se la spassano più di tutti, sai? Io, per esempio, passo tutto il giorno proprio qui, in laboratorio, e mi diverto un sacco»
«Ora basta, state un po’ zitto. Fate vedere la ferita»
«Lascia perdere tesoro, queste cose non si possono curare. Non con l’armatura che ti ritrovi addosso. Ti piace come regalo?»


TEA MACHINE

Il coniglio sbatté ripetutamente le zampe posteriori e poi si mise a zampettare in avanti dentro il rullo cilindrico a maglia metallica. La carota fresca appesa ad appena pochi centimetri dal suo naso era un invito troppo stimolante.
Il cilindro era imperniato su un trespolo ligneo e imbullonato su un tavolo. La puleggia collegata al suo asse cominciò a muovere, attraverso una cinghia di cuoio, una ruota più piccola. Vi erano svariate pietre focaie innestate attorno al perno della seconda ruota: queste sfregarono sulla superficie ruvida di un acciarino sistemato vicino alla bocchetta di un piccolo fornello. Contemporaneamente, un’altra cinghia coassiale alla prima, provocò l’apertura della bombola del gas sistemata sotto il fornello stesso. Il fuoco si accese sotto una cuccuma d’acciaio piena d’acqua.


The Cog Of War

Peter non si sentiva per nulla a suo agio. Non era riuscito a dormire più di qualche ora, tramortito dal frastuono e dal calore; il suo abito di flanella era ridotto uno straccio, intriso di nerofumo e sudore. Stanco anche della lettura, abbandonò il piccolo libro di cronache sulla panca e si arrischiò a scostare la stuoia di vetiver dal finestrino. Tra le sottili fessure della veneziana d’acciaio iniziava a filtrare la luce; il paesaggio era monotono, più prevedibile di un cronometro Hooke. Nulla più che giungla, con variazioni di giungla e ancora giungla; con una spolverata di giungla e qualche chiazza marrone che poteva essere una capanna. Un raggio di sole entrò nel vagone, mentre i soldati della guardia notturna biascicavano nel dormiveglia; sdraiati sulle panche di legno, muovevano le mandibole e sognavano un vero pasto.


Sarò sincera: sono delusa. Il livello di questi incipit è scarso. Vero, lo stile non è tutto, può darsi che dietro una scrittura traballante ci sia un’ottima storia. Ma è difficile che succeda.

Il sole inondava la pianura. Era un autunno particolarmente clemente: l’erba era ancora d’un verde vivido e ondeggiava contro le mura della città come un mare in bonaccia.
Sul terrazzo in cima alla torre, Nihal si godeva il vento mattutino. Era il posto più elevato di tutta Salazar: da lì si godeva la vista migliore sulla piana, che si srotolava per leghe e leghe a perdita d’occhio.

Era l’incipit di Nihal della Terra del Vento di Licia Troisi. È un buon incipit? No. È un incipit migliore della maggior parte degli incipit di cui sopra? Sì. E mi piange il cuore a dirlo.

Copertina di Nihal della Terra del Vento
E il confronto è con questo romanzo. Una schifezza di romanzo

Non vorrei essermi spiegata male in questi anni. Ho paura che troppi facciano un ragionamento del genere: “Ma hai visto cosa scrive Licia Troisi? Che errori idioti. Quella è una subumana. Io invece sono normale, se mi metto a scrivere, scrivo meglio.”

NO.

Il mio paragonare gli autori fantasy italiani ai mongoloidi, alle scimmie, ai cerebrolesi si chiama sarcasmo. Licia Troisi non scrive male perché è scema – non sarà un’aquila, ma non credo sia più cretina della media. Licia Troisi scrive male perché non si documenta, perché scrive di fretta, perché non conosce la tecnica narrativa, perché non conosce il genere. Così gli altri “fenomeni” recensiti sul blog.
È alla portata di chiunque scrivere meglio di Licia Troisi. Molto meglio. Ma non lo si ottiene per miracolo divino. Lo si ottiene solo facendo quello che tanti autori pubblicati non fanno: studiare, esercitarsi, leggere.

Scimmia scrittore
Se non vi impegnate, non scriverete meglio di lui

Ho scorso i commenti lasciati sul blog del Duca ai vari articoli dedicati al Concorso. Ho cercato in giro dove se ne parlava. Mi sono cascate le braccia.
Gente, il termine “steampunk” è stato coniato da K. W. Jeter nel 1987. Sono passati 23 anni, quasi una generazione. Non è possibile che non l’abbiate mai sentito nominare o non abbiate idea a quali romanzi sia legato.
O meglio è possibile. Se il fantastico non vi interessa o se vi interessa tanto quanto le olimpiadi delle lumache. Se aspirate a scrivere buona narrativa fantastica, dovete conoscere la narrativa fantastica. Che poi dovrebbe essere un piacere!
Preferite altri sottogeneri allo steampunk? Legittimo. Ma lo stesso avete letto qualche opera steampunk – altrimenti come fate a dire che non vi piace? – e in ogni caso sapete bene di cosa si tratta.

Lo stesso vale per la tecnica narrativa. La dovete conoscere. Ammesso e non concesso che siate più intelligenti di Licia, non scriverete meglio se siete altrettanto ignoranti.

Spero che nessuno abbia pensato: “È solo un concorsino da blog, butto giù qualcosa e se mi va bene, bene, altrimenti chissenefrega.” Lo spero per voi: di altri concorsi così favorevoli non ne trovate tanti.
Nessuna tassa di partecipazione. Nessuna formalità. Premi per 269 euro (239 euro di lettore ebook + 30 euro di ciondolo, senza contare le spese di spedizione a carico del Duca). La possibilità di entrare in un’antologia che avrà più lettori di tanta carta.

Ciondolo steampunk
Il ciondolo in palio

COOL-ER
Il lettore di ebook in palio

L’anno scorso Mondadori stava organizzando un’antologia a tema steampunk. Gli autori erano italiani. Noti o tristemente noti: Giovanni De Matteo, Lara Manni, Wu Ming 2, Francesco Dimitri, G.L. D’Andrea & amyketti assortiti. A condurre la mandria come curatore, Kai Zen J.
“Vapore”, questo il titolo del progetto, sarebbe dovuta uscire a inverno 2010 o a primavera 2011. Uso il passato e il condizionale perché l’intenzione era di inserire l’antologia steampunk nella collana Epix. Solo che nel frattempo Epix ha tirato le cuoia. Non ho idea di che fine farà il “Vapore”.
Il compenso stabilito da Mondadori era di 250 euro (lordi) a racconto.

Non è assurdo affermare che il Duca paga meglio di Lord Mondador. E il Duca ha offerto a chiunque la possibilità di partecipare, non ha chiamato gli amici degli amici.
In quanto al pubblico, be’, contando che Epix ha chiuso dopo appena 15 numeri, dubito la gente si accapigliasse per procurarsi i libri. Non credo che se foste finiti nel “Vapore” vi avrebbero letto in tanti.

Ma forse mi pongo obiettivi troppo ambiziosi, a quanto si dice dovrei essere contenta perché almeno nessuno degli incipit è sgrammaticato…

Avete ancora una possibilità di non deludermi. Fino al 14 novembre è ancora possibile inviare racconti al Duca, fuori concorso. Mi piacerebbe leggere qualcosa di decente.

* * *

Se volete commentate pure gli incipit, io mi asterrò dall’esprimere giudizi sul singolo incipit per non influenzare la giuria.

Angolo Utile: Attenzione alle truffe!

Il mondo dell’editoria è pieno di gente disonesta. Anche nel ramo concorsi bisogna stare attenti. Per evitare fregature tenete sempre a mente un principio cardine: mai pagare. Ovvero: evitate i concorsi con tassa di partecipazione.

Icona di un gamberetto Se il premio del concorso è la sola pubblicazione si tratta di editoria a pagamento e nient’altro. Il libro invece di essere finanziato da un singolo autore, è finanziato da tutti i partecipanti al concorso. L’editore intasca i soldi, sceglie come vincitore il primo che capita (o l’amyketto di turno) e poi stamperà in print-on-demand le copie che i gonzi prenoteranno – senza fare selezione, editing o promozione; non ha importanza, il guadagno lo ha già avuto con le varie tasse di partecipazione. Non fatevi ingannare dalle solite scuse su come saranno usati a vostro favore i soldi: sono tutte balle. Sempre.

Icona di un gamberetto Se il premio del concorso è denaro o altro potrebbe essere conveniente. Ma l’occasione fa l’uomo ladro. Io metto in palio 10.000 euro, tassa di partecipazione 15 euro. Scommetto che partecipano in tanti. Dichiaro vincitore il mio amico e ci spartiamo i soldi raccolti. Niente di illegale: in fondo de gustibus! Guarda caso proprio il racconto del mio amico era il più bello.
Non vi fidate.

Le persone serie e le case editrici serie sono loro a pagare voi. Scrivere un racconto richiede minimo una settimana d’impegno (lavorandoci otto ore al giorno), molto di più se per esempio dovete documentarvi su aspetti specifici. È assurdo che voi sgobbate magari un mese e in più pagate.
Siate seri e pretendete serietà.

Scritto da GamberolinkCommenti (74)Lascia un Commento » feed bianco Feed dei commenti a questo articolo Questo articolo in versione stampabile Questo articolo in versione stampabile • Donazioni

Hai diritto a baciarmi i piedi

… dopo aver speso venti euro per comprare il mio romanzo. Questo è quello che pensano gli scrittori di fantasy nostrani. La loro idea è che il pubblico sia una massa di idioti che oltre a pagare deve anche complimentarsi, ogni altro commento è disdicevole.
Non è un atteggiamento nuovo. Supponenza e disprezzo sono anni che fanno parte del codice genetico di certi scribacchini. Però ogni volta c’è qualcuno che riesce a far peggio, che riesce a sembrare ancora più arrogante degli altri.
Per esempio un’Autrice che non nomino (non voglio più farle pubblicità) ci spiega come si dovrebbero comportare i lettori nell’esprimere il loro parere sui libri. Beninteso, regole di comportamento che hanno come scopo l’utile:

Chiedo troppo? Forse sì. Ma, ripeto, non sarebbe più utile per tutti noi?

Vediamo se sarebbe più utile “per tutti noi”…

Punto 1

- non attaccare la persona dell’autore (non solo accusandolo di avere problemi di prostata, come nel caso di Moresco, ma dandogli del pazzo, dell’ignorante, del visionario, della zoccola e via dicendo). Succede troppo spesso, e succede su aNobii.

Questa è la vecchia storia de “il rispetto della persona innanzi tutto”. Su un piano teorico potrei essere d’accordo, ma guardiamo come funzionano le cose in pratica: in pratica un sacco di autori non hanno alcun rispetto per i lettori, dunque perché i lettori dovrebbero avere rispetto per gli autori?
Siete al ristorante e la zuppa ha un sapore strano. Vi alzate per andare a protestare con il cuoco. Arrivate sulla soglia della cucina e vedete il cuoco che si cala i pantaloni e piscia nella pentola. Come reagite?
“Oh, ma non bisogna mai attaccare la persona. Spiegherò al buon cuoco che la zuppa non è di mio gradimento.”
Sul serio?
Per me finisce a botte.
E di scrittori fantasy italiani che pisciano nella zuppa sono piene le librerie. Perché dovrei rispettare una persona che mi chiede venti euro per un prodotto fatto col culo? Da me avrà solo disprezzo, ed è giusto così.
Ma guardiamo al lato utilità. Un giudizio del tipo: “L’autore Tal Dei Tali è un idiota ignorante” è utile? Certo! Perché mi dice implicitamente di stare lontana da tutti i libri scritti da Tal Dei Tali. Se il giudizio è motivato e/o mi fido di chi lo esprime si tratta di un giudizio utilissimo. In Italia vengono pubblicati 60.000 libri all’anno, ogni giudizio che fa selezione è un giudizio utile.

Punto 2

- non attaccare il testo a partire da presunte supposizioni (l’editore l’ha pubblicato perchè è un furbo, perchè ci prende per cretini, perchè è lo zio dell’autore).

Questo punto è confuso, a partire dal fatto che non è chiaro quali supposizioni non siano presunte. Comunque non vedo il problema di far notare che un autore è lo zio dell’editore, o di far notare che l’editore dimostra di prendere per cretini i lettori, o di far notare “furbizie” dell’autore o dell’editore. Sono fatti che possono essere utili per farsi un’idea se valga la pena o no leggere il romanzo in questione.

Punto 3

- non dire mai “io avrei fatto così”: svilisce immediatamente il giudizio, e anche il giudicante. A meno che il giudicante non sia davvero in grado di riformulare una frase o una trama con strumenti più che validi. Ma è molto raro, e in genere chi possiede quegli strumenti non ricorre a questo tipo di critica.

Questo è il mio punto preferito! È un concentrato di stupidaggini che a farlo apposta non riesci a ficcarne così tante in così poche righe.
Siamo in cucina. Il nostro cuoco sta pisciando nella zuppa. Gli dite (con il massimo della gentilezza, vedi il punto uno, non si attacca mai la persona): “Scusatemi se vi interrompo, signor cuoco. Vorreste avere la gentilezza di ascoltare questo mio umile consiglio: forse, ma per carità è parere personale, non dovreste pisciare nella zuppa. Io, se mai mi trovassi nella vostra posizione – non che questo sia possibile, dato che non ho né il vostro talento, né la vostra preparazione – non piscerei nella zuppa.”
Bene, indovinate? Questa reazione vi sta svilendo… Come diavolo vi permettere di dire al cuoco quello che dovrebbe fare in cucina? Vergogna!

Per tornare al fantasy. Presente Chiara Strazzulla in arte Strazzu? L’autrice de Gli Eroi del Crepuscolo, quella che scrive a forza di starnuti. Ora, se le dico: “Io scene con gli elfi gay che fanno i bagni nella schiuma non le avrei messe” mi sto svilendo.
Dovete sempre tenere bene a mente: qualunque autore pubblicato è meglio di voi. Dovete pagare venti euro per il moccio della Strazzu ed esserne felici.
Ci sarebbe una via di fuga: “A meno che il giudicante non sia davvero in grado di riformulare una frase o una trama con strumenti più che validi.”
Ma…
“Ma è molto raro, e in genere chi possiede quegli strumenti non ricorre a questo tipo di critica.”
Colpo di genio! Così se dico che io non piscerei nella zuppa in automatico non so di ciò che parlo perché “chi possiede gli strumenti” non ricorre a questo tipo di critica.
Sarà vero?
Qualche esempio: in Plot Ansen Dibell contesta la trama di Moby Dick, lui avrebbe fatto diverso. In Self-Editing for Fiction Writers gli autori contestano alcune caratteristiche dello stile di Dostoevskij, loro avrebbero fatto in altro modo.
Però sono quasi convinta che l’Autrice pensi che chi scrive manuali di scrittura non se ne intenda di narrativa. Cosa dire allora di Henry James che contesta il romanzo di H.G. Wells The New Machiavelli? Il romanzo è scritto in prima persona, ma Henry James pensa che sia uno sbaglio, andava scritto in terza. Lui avrebbe fatto così. Per tacere delle celeberrime critiche di Mark Twain a Fenimore Cooper.

A un livello più profondo “io avrei fatto così” è uno dei motori dell’arte. Si prendono opere già esistenti, idee sviluppate da altri e le si cambia e le si mescola. “Io avrei fatto così” e nasce una nuova opera.
Dunque l’atteggiamento del “io avrei fatto così” è quanto di più utile possa esistere nel campo della narrativa.
Senza contare che la situazione del fantasy italiano è tanto disgraziata che gli autori hanno da imparare da chiunque, e dovrebbero prestare attenzione ai consigli di chiunque si prenda la briga di darglieli. Magari potrebbero anche ringraziare.

Punto 4

- motivare, anche con una riga. Mi piace perchè ho sentito vicino quel personaggio. Non mi piace perchè la trama è poco avvincente. Ma motivare.

Motivare, ma non troppo, eh. Giusto una riga, ché se si motiva troppo ci si avvicina pericolosamente al supponente “io avrei fatto così”.
Concordo con l’Autrice e propongo il mio esempio: “Il romanzo fa schifo perché lo ha scritto un imbecille”.

Punto 5

- se ci sono scelte stilistiche non tradizionali e non gradite, possibilmente dire che sono lontane dai propri gusti, ma non dare dell’analfabeta all’autore. E’ capitato a un’autrice che mi è cara, che non usa le virgolette per scelta, di ritrovarsi brani del libro su aNobii rivirgolettati dalla lettrice, che diceva “ecco, si fa così”.

Oddio è “capitato a un’autrice che mi è cara”! Allora è un problema serio!
Siamo sempre dalle parti del “io avrei fatto così”. Gli autori pubblicati non sbagliano mai, e al massimo compiono scelte che un lettore può trovare “lontane dai propri gusti”. Stronzate. Se un autore scrive boiate e il lettore lo corregge, l’autore dovrebbe solo ringraziare e promettere di non ripetere più l’errore.

Per quanto riguarda l’utilità, dire: “Usare le virgolette in questo modo è sbagliato, invece questo è il modo giusto” è utile, utile all’autore e a chiunque sia interessato all’argomento. Dire: “Usare le virgolette in questo modo è lontano dai miei gusti” non è utile a nessuno, non trasmette informazioni.

Infine mi sfugge per quale assioma un autore non potrebbe essere un analfabeta. È pieno il mondo di scrittori analfabeti.

* * *

Comodo far credere che il “secondo me” sia utile, vero? Perché se dico: “Secondo me questa scena è da rifare” il mio giudizio può essere liquidato con: “È solo il tuo gusto, e poi tu chi sei per dire una cosa del genere”. Ma se dico: “Questa scena è da rifare”, non è più il mio gusto. Sto dicendo che la scena è oggettivamente da rifare, e la questione si sposta sul piano della tecnica narrativa.
Perché agli autori di fantasy nostrani piace tanto parlare di gusti e mai di tecnica narrativa? Perché sono ignoranti come delle capre. Odiano il “io avrei fatto così” perché mette in luce quanto siano scarsi e impreparati.
Dunque se volete divertirvi entrate in argomento. Parlate di tecnica e non di gusti. Vi godrete come si imbizzarriscono per nascondere la loro cialtronaggine. E alla fine si rifugeranno nel:

Non sono abituata a partecipare a conversazioni condotte con toni di questo tipo e francamente non le amo, quindi sono costretta a sottrarmi [...]

come disse una editor che invece di fare quel mestiere dovrebbe zappare la terra.

* * *

Questo articolo fa parte del Marciume. Maggiori informazioni sul Marciume, qui.

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