Warning: Creating default object from empty value in /storage/content/82/1008682/fantasy.gamberi.org/public_html/wp-content/plugins/paginated-comments/paginated-comments.php on line 37 Gamberi Fantasy » Cory Doctorow

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È apparsa su emule l’edizione italiana del romanzo Little Brother di Cory Doctorow. Per imperscrutabili ragioni, l’edizione nostrana è diventata X. Occorre cercare:

Icona di un mulo FsBook.136.Doctorow.Cory.X.rar (3.537.141 bytes)

Copertina di X
Copertina di X

Trama:

Nella severissima Chavez High School, a San Francisco, il preside ha Installato un sistema ultramoderno per monitorare le attività degli studenti minuto per minuto. Ma uscire dalla scuola senza permesso non è mai stato un problema per Marcus, noto sul web come “w1n5tOn”: lui conosce tutti i segreti della rete ed è in grado di neutralizzare qualsiasi dispositivo di sorveglianza. E mentre i compagni rimangono a scuola, Marcus e i suoi amici Darryl, Vanessa e Jolu si divertono per le strade della città, All’improvviso una terribile esplosione: il più efferato attacco terroristico della storia distrugge il centro dì San Francisco, e i quattro, al posto sbagliato nel momento sbagliato, vengono arrestati perché ritenuti coinvolti nella strage. Chiusi in carcere senza alcun processo e torturati perché confessino, i ragazzi sperimentano sulla loro pelle la violenza e la crudeltà della polizia.

Ho recensito l’edizione inglese quando è uscita, qui. Rimando a quell’articolo per un giudizio approfondito, ma in sintesi: pur essendo un romanzo per young adult è un buon romanzo, apprezzabile da chiunque. Il difetto peggiore è forse una certa tendenza all’inforigurgito didattico, ma non si rivela un difetto capitale. Senza contare che se devo sorbirmi una pagina di inforigurgito è meglio una pagina dedicata alla crittografia a chiave pubblica che alle leggende elfiche. E questo non perché la crittografia a chiave pubblica sia “vera” o “utile” (per altro è così) ma perché è in sé più affasciante di tanto fantasy privo di fantasia.

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Content in italiano

Apogeo ha tradotto in italiano la raccolta di saggi e articoli di Cory Doctorow Content. Avevo già parlato dell’edizione in lingua originale di questo libro ai tempi dell’articolo Sul Copyright.

Potete scaricare Content gratuitamente dal sito di Apogeo, qui.

Copertina di Content
Copertina di Content

Descrizione:

Content è la prima collezione di scritti di Cory Doctorow: dai discorsi più irriverenti tenuti in varie conferenze – a partire da quello alla Microsoft, cui chiede di smettere di trattare i propri clienti come criminali applicando assurdi DRM – ad articoli per Forbes, Locus, InformationWeek e The Guardian sul copyright, sui libri digitali e sul rapporto tra conoscenza e nuove tecnologie.
Un concentrato di idee, spunti e riflessioni su cosa siamo abituati a considerare “contenuto” e sul ruolo della tecnologia e del diritto d’autore riguardo alla diffusione delle informazioni.

Lettura consigliata.

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Sul Copyright

Qualche giorno fa Cory Doctorow ha pubblicato un nuovo libro, Content: Selected Essays on Technology, Creativity, Copyright, and the Future of the Future. Come chiarisce il titolo non è un romanzo, è un raccolta di articoli e brevi saggi scritti da Doctorow negli ultimi anni e già apparsi su riviste online e cartacee. Fosse un altro parlerei di mezza truffa, visto che si cerca di vendere roba vecchia e in molti casi ancora reperibile in Rete, ma Doctorow, fedele alle sue idee, ha deciso anche questa volta di rendere disponibile per il download il testo completo del libro. Perciò chi vuole può pagare i 15 dollari del prezzo di copertina, e chi non vuole può lo stesso leggerlo.

Copertina di Content
Copertina di Content

Gli articoli trattano i temi più svariati, dalle fanfiction, ai MMORPG, alla Singolarità e tanti altri argomenti. La parte del leone è però appannaggio del discorso sul diritto d’autore e il futuro della scrittura nell’epoca di Internet. Doctorow ha una posizione radicale in merito, non a caso durante tutta la sua carriera di scrittore ha sempre distribuito i suoi romanzi e racconti con licenza Creative Commons. E bisogna subito notare un particolare importante: Doctorow ha una carriera. Non è facile inventarsi una carriera come scrittore, specie scrittore di fantascienza, Doctorow ci è riuscito e secondo lui uno dei fattori è stato proprio il distribuire liberamente i suoi romanzi.
Io non ho (ancora) una carriera come scrittrice di fantascienza, ma sono d’accordo con Doctorow.
Ho già affrontato la questione in diversi articoli, ma mai in maniera sistematica. Come nel caso della scrittura, con il Riassunto delle Puntate Precedenti, è giunto il momento di chiarire in maniera inequivocabile quale sia la posizione della Barca dei Gamberi rispetto al diritto d’autore e problemi affini. E per non suscitare inutili polemiche, puntualizzo subito un fatto incontrovertibile, una verità auto evidente: io ho ragione, chi non è d’accordo sbaglia!

Sul Copyright

Partiamo dal principio. Il principio è che le opere d’arte sono utili per la società nel suo complesso. Qui per “opere d’arte” intendo quelle opere che così sono comunemente definite, da Beethoven a Moccia, ovvero non entrerò nella polemica: “Mozart è arte, Britney Spears è spazzatura!” Può essere che ascoltare Mozart sia benefico e ascoltare Britney Spears no, può essere che leggere la Troisi sia addirittura dannoso, ma nel complesso, assumerò che leggere, ascoltare musica, andare al cinema o a teatro, e attività simili suscitano emozioni e trasmettono conoscenze che arricchiscono l’individuo e di conseguenza l’intera società.
Il ruolo positivo dell’arte lo darò per scontato; non tutti la pensano così, ma discutere questo punto esula dagli scopi del presente articolo. Questo articolo parte dal presupposto che più gli individui fruiscono delle opere d’arte, meglio è per tutti.

Dunque è necessario produrre e distribuire più arte possibile. Purtroppo la tecnologia attuale non permette di creare arte in maniera industriale. Se la società ha bisogno di sedie, pomodori pelati in scatola o carri armati, non è un problema, materie prime permettendo, produrre tali beni in quantità. Con l’arte non funziona così. Creare un’opera d’arte richiede l’intervento specialistico di un essere umano (credo, certi romanzi fantasy me ne fanno dubitare). Ci sono programmi per computer che in automatico scrivono brevi racconti o poesie, ma almeno per ora i risultati non sono all’altezza. Non è detto che sarà sempre così: a molti piace pensare che solo il sublime intelletto umano possa partorire le Cronache del Mondo Emerso o Vacanze di Natale, tuttavia non ci sono prove scientifiche a sostegno di questa tesi; è possibile che il segreto di un buon romanzo sia più semplice di quanto non si creda e che perciò non sia lontano il giorno nel quale sarà un software a scrivere in automatico i romanzi di Licia Troisi. Con la differenza che saranno belli! Sfortunatamente quel giorno, purché forse vicino, è ancora di là da venire.

Licia Troisi & cosplayer
Licia Troisi (a sinistra) e fan. Guardando queste immagini (altre qui) non è difficile credere che presto le Intelligenze Artificiali saranno in grado di scrivere romanzi…

Non potendo industrializzare l’arte, una società deve spronare chi è in grado di produrla a darsi da fare. E qui nasce il diritto d’autore: la società conferisce dei diritti particolari agli artisti quale incentivo a produrre più arte possibile. Questo è un punto fondamentale. Il copyright non ha basi morali, non sancisce diritti divini, è una sorta di contratto: io società ti sventolo davanti al naso la carota di vivere e diventar ricco scrivendo invece di lavorare in miniera, e tu artista in cambio produci più arte possibile. Ed è anche la ragione per la quale il copyright ha durata limitata: se io, i miei figli, i miei nipoti, i miei amici, il mio editore e tutti i suoi dipendenti potessimo vivere di rendita in eterno sulla base dei diritti delle opere già create, non avrei più nessun incentivo a crearne altre. L’idea è che quando i diritti su Topolino stanno per scadere, il signor Disney esclami: “Ostrega! Adesso devo inventarmi un altro personaggio!”, invece il signor Disney paga più o meno sottobanco i membri del Congresso americano per far allungare la durata del copyright. Ma questa è un’altra storia.
C’è da notare che la società potrebbe cambiare i termini dell’accordo con gli artisti andando in altre direzioni: se ogni individuo adulto non produce la sua quota di arte, pubblica fustigazione e galera! Da quanto ne so nessuno ci ha mai provato, nondimeno potrebbe funzionare.
Le leggi sul copyright possono essere paragonate a un condono edilizio: si offre un incentivo perché delle persone compiano azioni ritenute utili allo società (mettersi in regola / evitare di continuare a costruire senza permesso), tuttavia nulla vieta che l’anno dopo invece del condono ci siano ruspe e manette. Siamo su questo piano, parliamo di un incentivo, con lo scopo ultimo di accrescere la quantità di opere d’arte fruibili dalla società nel suo complesso, tutto qui, da nessuna parte il copyright sancisce un fantomatico diritto al guadagno degli artisti, al massimo offre una possibilità di guadagno.

Come accennato, oltre a produrla, l’arte occorre distribuirla. Prima dell’invenzione della stampa, distribuire un libro significava innanzi tutto ricopiarlo a mano, lavoro che poteva richiedere anni. È facile intuire come i benefici dell’arte sulla società siano minimi quando l’accesso è così limitato.
Con il passare dei secoli la tecnologia è via via progredita, rendendo sempre più facile usufruire delle opere d’arte. Quindi sono arrivati i computer e Internet. Internet è quell’incredibile Rete con decine di milioni di nodi il cui unico scopo è trasmette informazioni. Grazie a Internet il costo di diffusione dell’arte si è avvicinato a zero, almeno nei paesi occidentali. Con un normale abbonamento ADSL da 15 euro al mese posso spedire un film su DVD dall’Italia all’Australia spendendo pochi centesimi. Una frazione infinitesimale rispetto ai costi del mondo pre Internet. Meraviglioso! Il problema è che questo risultato è ottenibile solo violando il diritto d’autore. Il punto di forza di Internet è la possibilità per ognuno dei nodi di ricopiare e (ri)trasmettere le informazioni. Ma come recitano le parole scritte in piccolino in ogni libro, DVD, e quant’altro, la riproduzione dell’opera in oggetto senza autorizzazione è vietata.
Perciò da un lato abbiamo un sistema che permette di abbattere in maniera stratosferica i costi di distribuzione, ma dall’altro, per raggiungere tale risultato, deve necessariamente violare il copyright[1]. Qual è la soluzione? Storicamente è stato adattare il copyright alle nuove tecnologie.
Doctorow illustra vari casi, per altro piuttosto famosi: per esempio la minaccia delle pianole sulla salute degli Americani.
Ai primi del ’900, se si voleva ascoltare della musica, era necessario andare a un concerto o pagare qualcuno perché venisse a suonare a casa nostra. Poi iniziarono a diffondersi le pianole e i pianoforti automatici. Questi apparecchi musicali non avevano bisogno che qualcuno li suonasse, le note venivano lette da rulli di carta perforata. Com’è facile immaginare, superato l’investimento iniziale della pianola, era molto più semplice ed economico acquistare i rulli con i vari brani, piuttosto che ogni volta affittare un pianista. Inoltre i produttori di rulli non pagavano un centesimo di diritti a nessuno: prendevano gli spartiti, li convertivano in rulli e i compositori potevano pure morire di fame!

Piano roll
Un “rullo” (piano roll) sbobinato

Compositori e musicisti andarono a piangere presso il Congresso americano, lamentando che se non fossero state proibite le pianole era la morte dell’arte musicale. Peggio, i giovani, soverchiati dall’incessante gracchiare delle infernali macchinette, avrebbero perso ogni entusiasmo per il canto, finché le loro corde vocali non fossero avvizzite, lasciando in dote all’America una generazione di muti.
Il Congresso decise che i produttori di rulli dovessero pagare una licenza per usufruire degli spartiti, e dall’altra parte fosse obbligatorio concedere tale licenza, secondo termini stabiliti per legge. Alla faccia del Libero Mercato! Però, alla fine, ci guadagnarono tutti.
La stessa storia si ripeté con la radio, le musicassette, i videoregistratori e la televisione via cavo. Ogni volta nasceva un sistema più economico ed efficiente di distribuire le opere d’arte e ogni volta qualcuno si abbandonava a previsioni catastrofiche piangendo miseria. Ogni volta si è deciso che non era nell’interesse della società rinunciare a un progresso tecnologico in nome di privilegi presunti inviolabili, e dunque si sono adattate le leggi per tener conto dei diritti di tutte le parti in causa.
Poi è arrivato Napster, il sistema per scambiare musica via Internet. L’antesignano di eMule, Gnutella, BitTorrent e soci. Napster in poco più di un anno ha raccolto 50 milioni di utenti: mai nessuna tecnologia nella storia era stata adottata tanto in fretta. Le società discografiche, come sempre, si sono messe a piangere – e qui cominciano i guai – il Congresso ha dato loro ragione.
Da leggi utilitaristiche, le leggi sul copyright sono diventate Vangelo, per cui tutto può cambiare ma il diritto d’autore diviene intoccabile. Napster è stato chiuso, le pene per la violazione di copyright sono state inasprite, e gli USA hanno cominciato a richiedere come base per eventuali accordi commerciali che le leggi dei vari Paesi venissero modificate fino a copiare quelle americane.
Da non dimenticare poi la nascita di campagne pubblicitarie terroristiche, come quelle basate sul concetto che la violazione del diritto d’autore sia equivalente a rubare beni fisici. Questa è una stronzata, ma purtroppo più di qualcuno ci ha creduto e ci crede tutt’ora.
Il demenziale spot antipirateria che equipara il rubare allo scaricare da Internet. No, non ruberei mai una macchina, però spaccherei volentieri il cranio di chi ha inventato questa idiozia

Ricordo perciò che perché ci sia furto io devo impossessarmi di qualcosa di un altro. Entro in un museo e mi frego un quadro: questo è rubare. Se entro in un museo e fotografo il quadro, non lo sto rubando! Quando si copia un film o un libro non si sta portando via niente a nessuno, il legittimo proprietario è ancora legittimo proprietario.
“Ma, ma, cioè tu è come se rubassi!!! Perché ecco se non avessi la copia compreresti il libro e dunque hai rubato il guadagno all’autore!!!” Vicino a casa mia c’è una fermata dell’autobus e a meno di venti metri un concessionario. Ogni volta che prendo l’autobus invece di pagare 5.000 euro per un’auto, sto derubando il concessionario!!! Perché, se non ci fosse l’autobus, sarei costretta a prendere la macchina. Stronzate. Se non ci fosse l’autobus, andrei a piedi. Se il tal romanzo non è disponibile su Internet, non spendo 20 euro per comprarlo, ne leggo un altro o non leggo niente del tutto e mi metto a giocare a Puzzle Quest (piratato).
Trailer di Puzzle Quest. Un gioco semplice ma divertentissimo!

E qui torniamo al discorso di partenza: più gli individui usufruiscono dell’arte, meglio è. Perciò è più utile per la società che io legga il romanzo gratis piuttosto che non lo legga a 20 euro.

Ciò non significa che non spenderò mai 20 euro – in fondo anche se ci sono gli autobus quasi tutti un’auto la comprano – significa che la società deve approfittare del fatto che la tecnologia permette di distribuire gratis l’arte, perché è questo lo scopo, non creare un regime da borsa nera, dove artificialmente si riduce l’offerta per tenere alti i prezzi.
Non sto parlando in teoria, basta guardare il pastrocchio delle regioni sui DVD. I produttori cinematografici si sono accordati per dividere il mondo in 7 regioni, e si sono garantiti per legge che i lettori di DVD venduti in una regione possano riprodurre solo i DVD pensati per quella regione. E questo perché i signori produttori sanno benissimo che in Europa o in America possono vendere un DVD a 30 euro, ma nessuno lo comprerà a quel prezzo in Cina o in Russia. Dunque era necessario un meccanismo perché le regioni più ricche non potessero importare i DVD venduti a prezzi bassi nelle regioni più povere. In Russia non è raro trovare DVD a 5 euro e anche meno. Non piratati, DVD ufficiali, di film appena usciti. E con i DVD a 5 euro le case cinematografiche ci guadagnano. Però che brutto guadagnare 5 quando puoi guadagnare 30, facendo approvare quelle due o tre leggi che danneggiano la collettività ma ti favoriscono…

Con la chiusura di Napster si è persa l’occasione di legalizzare l’utilizzo di Internet come sistema per la diffusione dell’arte. Da un lato i “detentori dei diritti” hanno cominciato la loro opera tendente a censurare Internet, dall’altro le persone hanno continuato a scambiarsi opere d’arte a costi vicini allo zero.
“Censurare” non è un termine scelto a caso: secondo i signori discografici & amici, il copyright è così sacro che non solo è inammissibile distribuire opere protette da diritti senza permesso, ma è inammissibile discutere di come si possano distribuire tali opere, è inammissibile discutere delle opere stesse e addirittura citarle. La MLB, la lega americana dei giocatori di baseball professionisti, ha denunciato gente sulla base che secondo lei, le statistiche dei giocatori erano coperte da copyright![2] Sarebbe come dire che io non posso utilizzare o comunicare il fatto che Maradona ha segnato 115 gol col Napoli senza il permesso della Lega Calcio! In questi giorni quei mentecatti di Scientology hanno spedito 4.000 diffide a YouTube perché togliesse altrettanti video, sostenendo che citare Scientology senza permesso è violazione di copyright. Ascoltare la radio ad alto volume con le finestre aperte non è disturbo della quiete pubblica, ma un reato ben più grave: violazione di copyright! Anche in questo caso ci sono state denuncie.
Come ovvio il solo denunciare non basta. È importante che ci siano pene esemplari, che la gente vada in galera per essersi scambiata informazioni.
Ci sono poi i lecchini che fanno a gara a essere “più realisti del Re”. Quel citrullo di Sarkozy ha per esempio introdotto in Francia la così detta “dottrina Sarkozy”: i provider devono staccare la connessione a Internet quando un utente raggiunge le tre violazioni del copyright. Chi decide delle violazioni? I detentori dei diritti. Se io casa cinematografica decido che tu stai violando il mio copyright, faccio in modo di staccarti la connessione (e questo non esclude una successiva denuncia).

Sarkozy
Secondo Sarkozy, a causa della pirateria via Internet, “corriamo il rischio di essere testimoni della distruzione della cultura.” Come si fa a discutere con gente così? Mazzate, questo è l’unico atteggiamento civile da tenere

Qualcuno – ingenuo! – potrebbe pensare che forse sarebbe il caso indagasse qualcuno esterno alle parti, tipo un giudice, ma purtroppo il reato di violazione di copyright è troppo grave perché ci si possa affidare alla giustizia, tanto più che i tribunali funzionano in questa maniera assurda: prima di condannare qualcuno ci devono essere delle prove. Chi ha bisogno di prove, quando basta il sospetto? Passare per vie legali va bene per lo stupro o l’omicidio o le rapine a mano armata, ma per fatti davvero gravi, che minano le basi stesse della società, come lo scambio senza fini di lucro di musica, bisogna intervenire in maniera drastica e senza tentennamenti. Naturalmente i detentori dei diritti svolgono loro le opportune indagini, affidandosi a sofisticati metodi per scoprire i violatori dei diritti, non a caso in questi anni grazie a tali sopraffini metodi hanno scoperto che infrangevano il copyright vecchietti morti da tempo, così come gente che non lo sa neppure usare un computer, e appurato ciò, è toccato ai figli essere torchiati. D’altra parte una commissione del Senato USA ha stabilito che le reti P2P con il loro scambio libero di opere protette da diritti finanziano il terrorismo. Osama & soci scaricano i film via eMule, masterizzano migliaia di copie, le rivendono e con il ricavato si comprano il tritolo! È palese come l’unica soluzione sia chiudere i sistemi P2P, così i terroristi non potrebbero più procurarsi i film. Proprio.

Ma lasciamo perdere questi pazzi. Quello che sostengono molti è che in un regime di sistematica violazione del copyright, venga a mancare l’incentivo che il copyright offriva. In poche parole l’artista pensa: “Brutti bastardi piratoni! Ogni volta che scrivo qualcosa me la copiate e la gente legge a sbafo senza pagarmi, non diventerò mai ricco! Basta! Non scrivo più neanche una riga!”
Assumiamo sia vero; è, in altri termini, la morte del professionismo in campo artistico. L’arte può essere al massimo solo un hobby, dato che i piratoni impediscono qualunque guadagno. È così grave? Kafka è stato un impiegato per tutta la vita, Tolkien era professore, Tom Clancy mentre scriveva il suo primo e miglior romanzo lavorava come assicuratore. Se questi tre signori fossero stati professionisti della scrittura, se avessero potuto dedicare 24 ore su 24 all’arte dello scrivere, avrebbero creato opere più belle? Forse sì, forse no. Clancy da quando si è dedicato esclusivamente alla scrittura ha prodotto materiale più scadente. In ogni caso mi sembra ovvio che anche se sparisse il professionismo, non necessariamente sparirebbe la (buona) arte. Kafka forse avrebbe potuto fare più di quel che ha fatto, ma già così ad averli tutti questi Kafka!

Casco
Questo è un casco antinfortunistico, del tipo che gli operai dovrebbero sempre tenere in testa mentre lavorano nei cantieri, per evitare incidenti. Ebbene, è stato inventato da nient’altri che Franz Kafka!

Inoltre non si tiene conto di un altro fatto: già ora la gran parte delle opere artistiche sono prodotte da dilettanti. In Italia si stampano decine di migliaia di libri l’anno, ma come noto, i personaggi che possono sopravvivere grazie alla sola scrittura sono pochissimi. Perciò il 99% della produzione è frutto di hobbysti che non ci guadagnano niente o quasi. Siamo sicuri che tutto questo esercito che non guadagna niente, smetterebbe di scrivere solo perché ha il sospetto che non guadagnerà mai niente? Davvero questi migliaia di libri nascono unicamente dalla prospettiva per gli autori d’intascare tanti soldi quanti la Rowling? Io non credo, perché se sul serio l’obbiettivo di una persona fosse la ricchezza, non ci proverebbe neanche con la scrittura.

Ricapitolando:

  • La qualità artistica non è legata al professionismo; intuitivamente se una persona ha la possibilità di dedicare tutto il suo tempo a un’attività è probabile che la svolga al meglio, tuttavia non è una condizione indispensabile, anche part time si può diventare scrittori sopraffini.
  • La prospettiva del guadagno non può essere la sola motivazione a spingere così tanta gente a scrivere. Perciò, se dovesse sparire tale prospettiva, rimarrebbero lo stesso un buon numero di scrittori.

E questo partendo dal presupposto: assumiamo sia vero. Ma non è vero. Già da diversi anni ogni singolo album musicale, videogioco o film è disponibile gratis in Rete. Con i romanzi non siamo ancora a questa copertura capillare ma non manca molto. Ebbene, se fosse vero che i piratoni mangiano tutti i guadagni, la cosidetta “Industria dell’intrattenimento” sarebbe dovuta crollare da tempo. Ma se si sommano i guadagni di discografici, editori, produttori cinematografici e di videogiochi, nel complesso sono stabili o in crescita. In particolare i videogiochi hanno avuto un boom in questi ultimi anni, raggiungendo in America gli introiti di musica e cinema. Eppure ogni singolo gioco lo posso scaricare, senza difficoltà.
Perciò il piagnisteo dell’artista dovrebbe essere questo: “Ecco, 10 anni fa c’erano 1.000 artisti professionisti, e io avrei potuto essere uno di questi, ma ho preferito giocare a ping-pong, adesso ci sono 2.000 artisti professionisti, e dunque le possibilità sono aumentate, però se non ci fossero i piratoni bastardi, forse ci sarebbero 3.000 artisti professionisti! Ecco, i piratoni mi hanno rubato 1.000 possibilità di successo! Ho deciso: non scriverò mai più una riga!” Dobbiamo davvero rispondere a questo frignone? Non credo.
Anche qui partendo dall’ipotesi più negativa, cioè che la libera diffusione delle opere abbia intaccato i possibili guadagni globali riducendo la crescita. È vero? Non ci possono essere riposte certe, ma con ogni probabilità no.

Signora che gioca a ping-pong
Avrebbe potuto essere una scrittrice fantasy di successo, invece ha scelto di dedicare la vita al ping-pong

Studi empirici hanno dimostrato che la disponibilità gratuita di un’opera artistica non incide sulle vendite, e quando questo avviene è un’incidenza positiva. Per rimanere in campo editoriale, come avevo già ricordato in un articolo di qualche mese fa, può far testo l’esperimento svolto dal signor O’Reilly, che ha provato a misurare l’andamento delle vendite di un libro da lui pubblicato in presenza della contemporanea distribuzione gratuita del testo. In breve, le vendite sono state in linea con le previsioni, la libera disponibilità del libro non ha avuto alcuna influenza negativa. Però 180.000 persone hanno potuto leggere tale libro, la società nel suo complesso è stata arricchita.
Lo stesso Doctorow racconta come all’inizio Tor Books (il suo editore – uno dei più grandi editori di fantasy e fantascienza del mondo) fosse un po’ scettico riguardo quest’idea balzana di offrire online gratis i libri, ma dopo i primi tentativi, adesso è l’editore stesso a spingere perché gli scrittori adottino questa tattica. E per una semplice ragione: perché così si vendono più libri!
Si vendono più libri perché la disponibilità libera del testo genera pubblicità, rende conosciuto il nome dell’autore. Infatti in un celebre articolo ancora il signor O’Reilly spiega che per un artista il problema numero uno non è certo la pirateria, bensì l’anonimato. La gente non compra il romanzo del tal scrittore perché può leggerlo a sbafo o perché non piace il genere o per le critiche negative, non compra perché non sa neanche che lo scrittore e il suo libro esistono! La distribuzione gratuita online può far molto per ovviare al problema.

Qui i miscredenti fanno notare che il “trucco” funzionerà finché saranno pochi gli autori ad adottare questa tattica, quando tutti o quasi distribuiranno liberamente, sparirà la novità e la gran parte degli artisti torneranno nell’anonimato. Forse, ma nel frattempo i rapporti di forze potrebbero cambiare. Un mondo di opere libere significa che se io scrivo una recensione negativa di un romanzo della signora Troisi, ognuno può verificare, e se viceversa la Mondadori intasa di pubblicità la Rete, ognuno può controllare se le affermazioni entusiastiche corrispondono alla realtà. Credo che la possibilità di accedere alle fonti senza pagare possa cambiare il rapporto con la pubblicità tradizionale. Se prende piede l’abitudine di prima leggere e poi pagare, può essere che si crei un nuovo ambiente, dove la selezione naturale favorisca i più bravi e non i più ricchi.
Sourceforge.net è uno dei più frequentati siti di Internet. Raccoglie progetti software open source e gratuiti. Allo stato attuale ci sono 133.256 progetti, eppure se si controlla la pagina con i progetti più scaricati, si può notare come molti di questi siano di qualità eccelsa. I migliori sono stati premiati. eMule è il notissimo programma di filesharing, programma che uso regolarmente, Azureus è un client BitTorrent (non il migliore, il migliore è uTorrent, anch’esso gratuito – ma comunque Azureus è buon secondo), VirtualDub è un programma di editing video che, in un centesimo dell’occupazione di memoria di mastodonti come Adobe Premiere, svolge una marea di funzioni (è il programma che uso per tagliare, montare, e correggere i colori dei video che metto qui sul blog), guliverkli racchiude vari sottoprogetti tra i quali il Media Player Classic, il miglior player multimediale per Windows.
In TV o sui giornali non si è mai visto uno spot per Azureus o VirtualDub, e nonostante questo i download si contano a decine di milioni.
Non vedo perché con la letteratura non possano attivarsi gli stessi meccanismi, facendo emergere le opere più meritevoli.

VirtualDub
Uno screenshot di VirtualDub. Maggiori informazioni al sito ufficiale

Riassumendo, i vantaggi di un’abolizione delle attuali norme sul copyright – o anche solo un ritorno alla punibilità per il solo lucro, il che renderebbe legale la distribuzione gratuita via Internet da parte di chiunque:

  • Costo zero per chi vuole usufruire dell’arte, con aumento della diffusione, a beneficio di tutta la società.
  • Maggiori vendite per gli artisti coinvolti, perché la distribuzione in Rete garantisce pubblicità.
  • Ulteriore incentivo per i nuovi artisti, dato che le possibilità di guadagno sono aumentate.

E gli svantaggi? Nessuno.
Qui ci sono analogie con il Proibizionismo e la “Guerra alla Droga”. Liberalizzare le droghe significa privare la Mafia e le altre organizzazioni criminali di enormi guadagni, significa far sparire tutti i reati connessi ai prezzi artificialmente alti delle sostanze, significa poter fornire prodotti più controllati e meno dannosi per la salute. Non lo si fa perché sarebbe immorale.
Con il copyright è uguale: stringi stringi la motivazione di chi vuole mantenere o inasprire il presente stato di cose è che è immorale usufruire di un servizio senza pagare.
Nei due campi c’è chi parla così sapendo di mentire (la già citata Mafia nel caso della droga, e la MAFIAA nel caso del copyright): costoro si mascherano da difensori della moralità solo per coprire ben più concreti interessi economici. Per gli altri, quelli sul serio convinti che sia un problema morale, non ho risposte, perché questi sono in pratica quelli che citavo a inizio articolo, quelli che non pensano che la diffusione dell’arte sia in assoluto un beneficio per la società.
Ben inteso, il fatto che non possieda i mezzi retorici o di coercizione fisica per convincere i “moralisti” non implica che la mia posizione e la loro siano sullo stesso piano. Ripeto: io ho ragione. Punto.

Concludo raccomandando di leggere Doctorow, perché gli argomenti sono interessanti, la prosa brillante e nel primo articolo scrive persino come Capitan Gambero, facendo il pirata! Arrrrr! (sic)

Edit del 12 Gennaio 2009: Content è disponibile anche in lingua italiana. Vedi relativa segnalazione.

* * *

note:
 [1] ^ Prendiamo YouTube, il famoso sito di condivisione di video. YouTube spende da 1 a 6 milioni di dollari al mese per acquistare la banda necessaria a fornire il servizio. E i video su YouTube hanno qualità infima. Se un’azienda volesse vendere film in formato HD (tipo Blu-Ray) usando Internet come mezzo di distribuzione avrebbe spese enormi in termini di banda da acquistare. Tali costi sarebbero ugualmente inferiori a quelli di un trasporto del disco fisico fino ai negozi, ma non sarebbero certo prossimi a zero. Lo zero si raggiunge solo quando si ha l’attiva collaborazione di migliaia e più nodi, come avviene nei sistemi peer-to-peer (P2P). Ognuno dei nodi deve sostenere una spesa infinitesimale e nel complesso il sistema sposta quantità enormi di dati. Ma questo significa che molteplici copie devono esistere in diversi nodi, violando così il copyright.
L’unica eccezione può essere l’editoria: i libri sono piccolissimi e a differenza dei film o dei videogiochi non è prevedibile che crescano in grandezza con il passare del tempo (riguardo ai film si parla già di Ultra HD). In altre parole un editore, pur mantenendo un solo punto di distribuzione, può lo stesso diffondere i suoi libri via Internet a un costo prossimo allo zero.
EDIT: YouTube ha cominciato a “trasmettere” anche in HD, ma ha aggiunto la pubblicità…

 [2] ^ Per fortuna dopo un paio d’anni di tira e molla le richieste della MLB sono state respinte: non è possibile pretendere di avere il copyright sui fatti. Ma non dubito ci riproveranno e magari la prossima volta troveranno giudici e politici più “malleabili”…


Approfondimenti:

bandiera EN Content su Amazon.com
bandiera EN Il sito di Content da cui è possibile scaricare il testo completo

bandiera EN Il sito della Electronic Frontier Foundation in prima linea nella difesa delle libertà digitali
bandiera EN TorrentFreak, uno dei siti più aggiornati per le notizie riguardanti il P2P
bandiera EN Freedom to Tinker, noto blog che si occupa degli argomenti trattati nell’articolo

bandiera EN Il sito ufficiale di Puzzle Quest

 

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Recensioni :: Romanzo :: Little Brother

Copertina di Little Brother Titolo originale: Little Brother
Autore: Cory Doctorow

Anno: 2008
Nazione: USA
Lingua: Inglese
Editore: Tor Teen

Genere: Thriller, Fantascienza
Pagine: 384

Più volte mi è stato chiesto di recensire romanzi che mi siano piaciuti, ci siamo quasi! Infatti Little Brother è un buon romanzo, non mi ha entusiasmata, però non è male. Diversi difetti, ma molti pregi. In più è un romanzo appassionante. L’ho letto in due giorni, il secondo giorno rimanendo sveglia fino a tarda notte, e non mi capitava da parecchio che un romanzo riuscisse a suscitarmi tanto interesse.

Young Adult

Little Brother è l’ultimo romanzo dello scrittore di fantascienza Cory Doctorow. È il suo primo romanzo etichettato per “ragazzi” (young adult), è stato pubblicato da Tor Teen ed è nella categoria “Junior High School and Up” (in termini di età più o meno dai 12 anni in su).
La faccenda, appena l’ho saputa, non mi ha fatto piacere. Doctorow non aveva mai scritto romanzi per ragazzi e subito ho sospettato una bieca operazione commerciale. E forse lo è! Ma come nel caso di Barker con Abarat, anche se di operazione commerciale si è trattato, non si nota.

Little Brother dovrebbero leggerlo tutti i nostrani aspiranti scrittori per ragazzi, e in generale tutti coloro i quali pensano che “per ragazzi” indichi argomenti semplicisti, abolizione di sesso & violenza, storie prive di originalità e ambientazioni scontate.
Doctorow affronta una vicenda tutt’altro che facile da trattare e lo fa senza (quasi) mai essere semplicistico. Così come, pur glissando qualche volta sui particolari più brutali, non rinuncia alla verosimiglianza: per esempio, quando a inizio romanzo il protagonista è arrestato, viene pestato, legato, bendato, lasciato senza cibo, costretto a pisciarsi addosso, minacciato di morte, ecc. mostra piccolo spoiler ▼

Così pure, il futuro vicino immaginato da Doctorow, incentrato sui progressi informatici, è descritto senza timore di scendere in particolari tecnici (in realtà il problema è che scende troppo in particolari tecnici): tunneling protocol, crittografia a chiave pubblica, RFID e matematica bayesiana sono alcuni degli argomenti trattati.

Tag RFID sottocutaneo
RFID è l’acronimo di Radio-Frequency IDentification. Un tag RFID, un circuito integrato in grado di ricevere e inviare dati, è spesso incorporato nei prodotti, per tenerne traccia prima e dopo l’acquisto. Ovviamente può essere anche impiantato sottopelle per sorvegliare un essere umano. L’immagine è della mano sinistra di Amal Graafstra: nel suo caso è stata una scelta consapevole

Nel complesso è netta la sensazione che Doctorow stia trattando il lettore con rispetto. Il fatto che tale lettore possa avere solo 12 anni non spinge Doctorow verso facili scorciatoie. C’è un abisso tra un romanzo così e il fantasy per ragazzi delle nostre parti, dalla Troisi in giù. Se proprio si vuole scrivere per forza un romanzo per ragazzi, si prenda a modello Doctorow, evitando scimunite mezze elfe e mezze sceme o le avventure di Drago Pallino.

Creative Commons

Il romanzo di Doctorow, oltre a essere venduto in libreria, è disponibile per il download gratuito, con licenza Creative Commons. E non solo: oltre a poter essere distribuito senza limitazioni, la licenza CC adottata da Doctorow concede anche di creare opere derivate. Il che vuol dire che ho il diritto per esempio di tradurre Little Brother o di cambiargli il finale e potrei ridistribuire questo mio lavoro senza problemi legali.
È un atteggiamento contro corrente rispetto alla visione attuale di molti autori, i quali ragionano solo in termini di mio! mio! è tutto mio! Ultimo, squallido caso, la denuncia di J.K. Rowling a un piccolo editore colpevole di voler pubblicare una sorta di enciclopedia del mondo di Harry Potter. Qui qualche informazione sulle vicenda, e qui l’opinione di Orson Scott Card.

Invece Doctorow non solo non denuncia il prossimo, ma è felice che le proprie opere siano distribuite a quanti più lettori possibile.

Voglio citare due passaggi dello stesso Doctorow, in prefazione al romanzo:

If I could loan out my physical books without giving up possession of them, I would. The fact that I can do so with digital files is not a bug, it’s a feature, and a damned fine one. It’s embarrassing to see all these writers and musicians and artists bemoaning the fact that art just got this wicked new feature: the ability to be shared without losing access to it in the first place. It’s like watching restaurant owners crying down their shirts about the new free lunch machine that’s feeding the world’s starving people because it’ll force them to reconsider their business-models. Yes, that’s gonna be tricky, but let’s not lose sight of the main attraction: free lunches!

Free lunch alla giapponese
Free lunch alla giapponese, con buona pace di Heinlein

Direi che c’è poco da aggiungere: è vero, può essere che artisti ed editori si debbano inventare un nuovo modello di business, se vogliono sopravvivere, ma questo è insignificante! Il fatto cruciale e bellissimo è che per la prima volta nella storia l’arte può essere riprodotta a un costo vicino allo zero e dunque essere davvero alla portata di tutti!

Now, onto the artistic case. It’s the twenty-first century. Copying stuff is never, ever going to get any harder than it is today (or if it does, it’ll be because civilization has collapsed, at which point we’ll have other problems). Hard drives aren’t going to get bulkier, more expensive, or less capacious. Networks won’t get slower or harder to access. If you’re not making art with the intention of having it copied, you’re not really making art for the twenty-first century. There’s something charming about making work you don’t want to be copied, in the same way that it’s nice to go to a Pioneer Village and see the olde-timey blacksmith shoeing a horse at his traditional forge. But it’s hardly, you know, contemporary. I’m a science fiction writer. It’s my job to write about the future (on a good day) or at least the present. Art that’s not supposed to be copied is from the past.

Su questo punto si può dissentire, ma se non sono gli scrittori di fantascienza i primi ad abbracciare il progresso e il cambiamento, a disegnare nuove prospettive, chi dovrebbe farlo?

Infine, tutti gli scrittori che hanno offerto gratuitamente le loro opere in formato digitale, hanno visto un aumento delle vendite del cartaceo. Perciò, almeno stante la congiuntura attuale, distribuire liberamente è anche un’azzeccata mossa commerciale.

For me — for pretty much every writer — the big problem isn’t piracy, it’s obscurity (thanks to Tim O’Reilly for this great aphorism).

Little Brother

Il diciassettenne Marcus Yallow, un passato da giocatore di ruolo dal vivo, ha passione per la tecnologia e per Harajuku Fun Madness, un ARG (Alternate Reality Game). Un brutto giorno, mentre sta giocando per le vie di San Francisco ad Harajuku con i suoi tre migliori amici, si ritrova a pochi passi dal luogo di un terribile attacco terroristico: misteriosi attentatori hanno fatto saltare il Bay Bridge, causando migliaia di morti. Come non bastasse, nella confusione che segue Marcus & compagnia sono arrestati, in pratica solo per essersi trovati nel posto sbagliato al momento sbagliato.

Bay Bridge
Bay Bridge

Presi in custodia dal famigerato DHS (Department of Homeland Security), l’agenzia governativa stile Gestapo organizzata da Bush dopo l’11 Settembre, sono tenuti prigionieri per giorni, e anche quando sono rilasciati, è intimato loro di tacere, o non saranno più trattati così “bene”, ma spediti in qualche prigione segreta in Medio Oriente. In più sono avvertiti di essere stati inseriti in una lista nera di sospetti: saranno per sempre sotto controllo, e alla prima mossa falsa di nuovo incarcerati. Ciliegina sulla torta, uno degli amici di Marcus non viene liberato, e forse è già stato trasferito fuori dai confini degli Stati Uniti…

Fantascienza? Non proprio, come potrebbe testimoniare Domenico Salerno, incarcerato per 10 giorni su ordine del DHS. La sua colpa? Essersi recato in America per trovare la fidanzata. Questo è l’articolo originale del New York Times che parla della vicenda. Qui una versione italiana, al sito de Il Messaggero.

Marcus, appena libero, giura di vendicarsi del DHS e di salvare l’amico ancora in mano ai cattivi. Non sarà facile, perché sulla scia della paura suscitata dall’attentato, il DHS ha preso il controllo dell’intera città, trasformandola in uno stato di polizia.

* * *

Mettiamo che foste voi al posto di Marcus, cosa fareste? Siete stati arrestati ingiustamente, minacciati e umiliati, il vostro amico è stato “vaporizzato”, e l’intera nazione pare essersi trasformata nell’Unione Sovietica al culmine della Guerra Fredda. Una parola inopportuna, cambiare troppi treni della metropolitana o fotografare luoghi pubblici: ognuna di queste azioni potrebbe portare al carcere o peggio. In segreto e senza processo.
Ci sono solo tre opzioni:

  • Chinare la testa e fare come se nulla fosse.
  • Tentare di espatriare.
  • Combattere.

È triste, ma sospetto che la prima opzione sia la più realistica. Non di meno, non funziona granché bene per un romanzo: se Luke Skywalker invece di seguire Obi-Wan Kenobi a Mos Eisley decide che ne ha già avuto abbastanza, non c’è più film.
La seconda opzione può portare a un bel romanzo, ma nel mondo immaginato da Doctorow sarebbe solo un palliativo: gli Stati Uniti sono all’avanguardia, ma metodi autoritari e illiberali si stanno diffondendo ovunque.
Rimane solo una possibilità: combattere il sistema. Infatti il DHS non è isolato: ha l’appoggio del Presidente e degli organi politici da un lato, e quello delle altre forze militari e di polizia dall’altro. In più la gran parte della popolazione, pur storcendo il naso di fronte alla riduzione delle libertà, è pronta a sottomettersi in nome di un’effimera “sicurezza” (“Those who would give up Essential Liberty to purchase a little Temporary Safety, deserve neither Liberty nor Safety.” – attribuita a Benjamin Franklin).

Benjamin Franklin
Benjamin Franklin, inventore del parafulmine

Marcus dunque combatte. Purtroppo, come Doctorow fa combattere Marcus non mi è piaciuto per niente, e questo è il difetto più grande del romanzo (difetto che, a differenza di altre occasioni, è soggettivo, legato ai miei gusti, più che oggettivo).
mostra il finale del romanzo ▼

Oltre a tale difetto soggettivo, ci sono altri problemi, più oggettivi. Il primo è l’inforigurgito. Troppo spesso Marcus sfuma in secondo piano e la sua voce è sostituita da quella di Doctorow, intento a spiegare le meraviglie dell’informatica. Lo fa con entusiasmo e competenza, e il più delle volte scegliendo i momenti opportuni, tuttavia ci sono degli scivoloni davvero brutti. Mettersi a chiarire il perché e il percome del DNS (Domain Name System) nel bel mezzo di una delle scene più di tensione del romanzo è un errore da dilettante.

Un altro punto debole sono i personaggi. Il protagonista è caratterizzato in maniera incostante. Per un certo verso interpreta il ruolo stereotipato dell’hacker mezzo genio, però Doctorow deve aver pensato che un personaggio del genere sarebbe alla lunga risultato fastidioso e dunque il nostro eroe ha periodici cali del Quoziente Intellettivo. Può anche aver influito il desiderio di Doctorow di mostrare che le attività di Marcus non sono esclusive dei cervelloni, ma volendo sono alla portata di tutti. C’è una pagina apposita, questa, dedicata a illustrare in dettaglio alcune delle tecniche del romanzo (“w1n5t0n” – winston – chiaro riferimento a 1984, è il nick di Marcus).

Rotolo di carta igienica
Un rotolo di carta igienica può essere usato per scoprire telecamere nascoste

Nel complesso Marcus non risulta tanto simpatico, però affascina abbastanza da voler scoprire quanto prima come si concluderà la sua storia.

Altri personaggi ben delineati non ve ne sono. Il maggior numero di pagine è dedicato ad Angela (Ange), l’amore italo-americano di Marcus. Ange è la classica figura femminile dei film d’azione hollywoodiani: ha solo uno scopo decorativo.

I “cattivi”, anche quando vengono chiamati per nome, rimangono nel generico. Il che però è accettabile, dato che il vero nemico non è il singolo agente di polizia o insegnante o collaboratore del Presidente, ma il “sistema” e la mentalità che incarna.

Lo stile di Doctorow è molto semplice, alle volte piatto (contando che la storia è narrata in prima persona e perciò dovrebbe essere sempre “filtrata” dagli occhi di Marcus), però non è mai noioso e le scene movimentate sono rese al meglio. A parte i termini tecnici (per altro spiegati fin troppo), è un inglese senza fronzoli, quasi elementare. Da quando ho cominciato a leggere in lingua originale è forse questo il romanzo di più facile lettura che ho incontrato. Lo consiglierei a chi voglia cominciare con la narrativa di genere in inglese.

Finora ho elencato solo difetti, più o meno gravi. È il caso di ribadire i pregi: appassionante, si legge tutto d’un fiato; verosimile (a parte quanto detto nello spoiler sul combattimento), scenario futuristico, sue implicazioni, e l’agire dei personaggi è credibile; interessante, Doctorow è bravo a suscitare curiosità riguardo a temi che a prima vista appaiono noiosi; infine è una storia intelligente.
Non è un capolavoro come 1984 e neanche un 1984 per ragazzi, ma almeno è qualcosa di più sofisticato rispetto a Marta che deve rubare il ciondolo magico dell’Orco Filiberto per salvare il Reame di Zuppolandia.

Strategia del Colpo di Stato

Dicevamo, siete un diciassettenne che ha deciso di rovesciare le istituzioni dello Stato, come procedere? Il primo passo è documentarsi (esatto, sia per organizzare rivoluzioni, sia per scrivere romanzi fantasy, per prima cosa è bene documentarsi). Una rapida ricerca su Internet permette di scoprire che sono appena un paio i testi fondamentali in questo ambito:
Technique du coup d’état (1931) di Curzio Malaparte e Coup d’État: A Practical Handbook (1968) di Edward Luttwak.

Copertina di Tecnica del colpo di Stato
Copertina di Tecnica del colpo di Stato

Copertina di Coup d'État
Copertina di Coup d’État: A Practical Handbook

Il saggio di Malaparte è stato tradotto in italiano nel 1948 con il titolo Tecnica del colpo di stato. È stato di recente (2002) ripubblicato da Mondadori. Il libro di Luttwak è stato tradotto nel 1983 ed è uscito per Rizzoli con il titolo: Strategia del colpo di Stato. Manuale Pratico. Questa edizione italiana si basa però non sul testo del 1968 ma su quello riveduto e corretto del 1979.
Se per caso strano chikas_pink03.gif non si dovessero già possedere tali classici, emule e biblioteche possono facilmente sopperire alla mancanza.

* * *

Innanzi tutto, perché il colpo di Stato? Lascio la parola alla prefazione della prima edizione inglese di Coup d’État:

As the events in France of May 1968 have shown yet again, insurrection, the classic vehicle of revolution, is obsolete. The security apparatus of the modern state, with its professional personnel, with its diversified means of transport and communications, and with its extensive sources of information, cannot be defeated by civilian agitation, however intense and prolonged. Any attempt on the part of civilians to use direct violence with improvised means will always be neutralized by the efficiency of modern automatic weapons; a general strike, on the other hand, can temporarily swamp the system, but cannot permanently damage it, since in a modern economic setting, the civilians will run out of food and fuel well before the military, the police, and allied organizations.
The modern state is therefore practically invulnerable to a direct assault. Two alternatives remain: guerrilla warfare and the coup d’état.

Questo è un punto fondamentale, che già faceva notare anche Malaparte. Se davvero si hanno tendenze estremiste, tali che l’unica soluzione ai problemi della Nazione appare una svolta radicale (non importa di che colore politico), scendere in piazza a sfasciare vetrine non serve a niente. Rimangono solo due alternative: la guerriglia e il colpo di Stato. La guerriglia è faccenda molto lunga e sanguinosa, e richiede perciò risorse che difficilmente avremo. Invece il colpo di Stato è alla portata di tutti!
Infatti il colpo di Stato sfrutta le infrastrutture e le forze di sicurezza dello Stato stesso per la sua attuazione (infrastrutture e forze di sicurezza che potremo in seguito smantellare o modellare a nostro piacimento, una volta preso il potere). Il colpo di Stato prevede il reclutamento di un numero molto limitato d’individui (di solito un certo numero di ufficiali dell’esercito) e si basa sulla sorpresa, la rapidità e la decisione d’intervento.
Per molti versi è una sorta di bluff: con la nostra azione repentina daremo l’impressione di avere sotto controllo la situazione, faremo credere che lo Stato è stato sovvertito e che siamo i nuovi, legittimi padroni. Se riusciremo in questo intento, la buona parte delle istituzioni passerà da sola dalla nostra parte, piuttosto che cercare di combatterci (e avere facile vittoria, ma non lo sanno!)
Si sono realizzati colpi di Stato in ogni angolo del globo con forze esigue e senza colpo ferire! Infatti se la nostra dimostrazione di forza sarà abbastanza “spettacolare”, potremo prendere il potere senza alcun spargimento di sangue. Questo anche perché le moderne forze armate sono efficaci ma fragili: un cacciabombardiere ha una terribile potenza di fuoco, ma richiede tutta una serie d’infrastrutture perché tale potenza possa essere usata. Il che vuol dire che può bastare un solo nostro complice presso la torre di controllo di una base dell’aeronautica militare, per bloccare il decollo di tutti gli aerei lì stazionati. E non importa che tale opera di sabotaggio abbia solo effetti temporanei: noi abbiamo bisogno di appena poche ore, al termine delle quali saremo i nuovi (apparenti) padroni dello Stato. La gente ci pensa due volte prima di bombardare il Presidente!

Realizzare un colpo di Stato è semplice. Luttwak spiega in maniera chiara i passi necessari. Le varie fasi sono le seguenti:

Identificare gli obbiettivi. Elencare tutti i servizi e i punti vitali dello Stato che occorre occupare o neutralizzare. Aeroporti, stazioni, centrali elettriche, sedi di televisioni, radio, giornali, gli uffici centrali della polizia o di altri enti di sicurezza e ovviamente i centri del governo (con l’avvertenza che occorre concentrarsi sui reali centri di potere: il palazzo presidenziale può esserlo, ma forse è invece solo una struttura simbolica, che potremo conquistare in un secondo tempo).

Palazzo del Quirinale
Obbiettivo simbolico: Palazzo del Quirinale

Identificare chi potrebbe ostacolarci. Di sicuro le formazioni dell’esercito che stazionano presso gli obbiettivi, ma potrebbe entrare in gioco anche la polizia, se particolarmente addestrata e ben armata, o i sindacati o altre organizzazioni sociali o politiche. I nostri nemici, coloro che si oppongono a una nuova Nazione più Giusta e Gloriosa, possono essere tanti e diversi. Bisogna elencarli e ordinarli per pericolo immediato (questo è importantissimo: come si diceva il colpo di Stato è questione di ore, perciò i nemici più insidiosi non saranno tanto quelli meglio armati o numerosi, ma quelli che hanno più possibilità d’intervento rapido), quindi stabilire come possano essere neutralizzati. Come accennato, un singolo tecnico può mettere in crisi un’intera unità militare, un esponente politico particolarmente abile e in grado di coagulare intorno a sé una resistenza si può pensare di rapirlo, altre organizzazioni possono essere paralizzate dalla semplice interruzione delle telecomunicazioni.

Reclutare il personale necessario. Ora che sappiamo quel che dobbiamo fare, sappiamo anche di chi abbiamo bisogno. Quanti reparti dell’esercito devono schierarsi dalla nostra parte, quanti tecnici e personale specializzato sono richiesti, ecc. A seconda delle situazioni, questo può essere il secondo passo invece del terzo: possiamo in un primo momento pensare al reclutamento e poi regolarci in base ai risultati. Se la buona parte delle forze armate si rivelano felici di aiutarci, potremo cambiare i nostri piani di conseguenza. Però, altra regola vitale, è meglio rimanere in pochi, o meglio lo stretto necessario. Più i cospiratori aumentano, più è difficile mantenere la segretezza (la sorpresa è la nostra arma numero uno, non possiamo rinunciarvi in nessun caso), e più sorge il rischio di un colpo di Stato nel colpo di Stato: ufficiali ambiziosi potrebbero approfittare del caos creato dal nostro tentativo d’insurrezione per portare a termine il loro.

Preparare piani dettagliati. Uno dei vantaggi del colpo di Stato è che non richiede né comunicazione, né centro di comando. L’azione è così rapida che non è possibile cambiare tattica: o il piano riesce o non riesce. In nessun momento avremo bisogno di dare ordini o comunicare con le varie squadre assegnate agli obbiettivi: le squadre devono seguire i piani, se i piani si rivelano inadeguati falliremo, ma non c’è alternativa. Non c’è tempo per elaborare nuovi piani. Perciò il lavoro dev’essere accurato e minuzioso. Dev’essere posta particolare enfasi sulla coordinazione: una squadra che agisse con anticipo o con ritardo potrebbe mandare a monte l’intero progetto.

Agire! In una notte fatale i nostri uomini strapperanno lo Stato dalle mani di governanti imbelli e corrotti e avvieranno la Nazione verso una nuova era di splendore! La prima mossa, giunti al potere, è ovviamente imporre il coprifuoco, chiudere giornali e stazioni televisive non sotto il nostro diretto controllo, bloccare le comunicazioni mobili e l’accesso a Internet, occupare le sedi dei partiti, dei sindacati e altre organizzazioni analoghe. Seguirà comunicato nel quale chiariremo che siamo stati costretti all’azione, costretti dall’amore che proviamo per il nostro Paese e il suo popolo. Spiegheremo che la debole resistenza delle forze illiberali e reazionarie appoggiate da nemici esteri è già stata vinta e spergiureremo che al più presto indiremo nuove elezioni (o abbasseremo le tasse o qualcosa del genere. Ogni promessa o minaccia che ci faccia guadagnar tempo è buona).

Questo in linea generale, per istruzioni più dettagliate rimando all’ottimo libro di Luttwak.
Da sottolineare che il colpo di Stato è affare prettamente tecnico-militare. Considerazioni ideologiche o filosofiche sono superflue. Si può essere di estrema sinistra, estrema destra o qualunque via di mezzo e le operazioni da svolgersi sono le medesime. Anzi, può diventare un ostacolo l’ideologia se per esempio ci fa credere che la collaborazione o anche solo l’appoggio delle masse popolari sia richiesto o desiderabile. Non è così. Dal punto di vista operativo la folla è inutile e anzi dannosa, perché una sollevazione popolare viola quei principi di segretezza e rapidità d’azione che sono alla base del nostro piano.
Non è un concetto di Luttwak, né nuovo. Nel primo capitolo del suo bellissimo libro, Malaparte riporta un dialogo fittizio (ma basato su precisi documenti) fra Lenin e Trotsky alla vigilia della Rivoluzione d’Ottobre. Lenin ha una visione strategica dell’azione di là da venire, e ipotizza piani grandiosi con scioperi, scontri, insurrezioni, e cataclismi vari. Trotsky è scettico: per sovvertire lo Stato non c’è bisogno di niente di ciò, basta un migliaio di uomini ben addestrati e che abbiano chiari i loro obbiettivi. Trotsky sceglie e organizza tale contingente e i suoi piani sono attuati con pieno successo.

Trotsky
Trotsky arringa la neonata Armata Rossa

Non solo, per Trotsky in qualunque paese dell’Europa Occidentale si potrebbe portare a termine un colpo di Stato seguendo le sue tattiche, indipendentemente dall’appoggio della popolazione.
Lo stesso vale per Mussolini: secondo Malaparte la presa del potere da parte del Duce non è tanto legata alla situazione sociale e politica italiana, quanto all’applicazione di una serie di principi e tattiche ben precisi, principi e tattiche che possono essere riutilizzati senza problemi anche in altri e diversi contesti.
In sostanza, Malaparte e Luttwak concordano: sovvertire lo Stato (o difendere lo Stato) è un problema meramente tecnico, senza nessuna particolare colorazione politica o ideologica.

Torniamo adesso al romanzo di Doctorow. Alla luce dei saggi di Malaparte e Luttwak è credibile un colpo di Stato in America? Per me sì. Anzi, la dipendenza delle forze di sicurezza americane dagli apparati informatici rende tali forze un bersaglio particolarmente facile. Marcus ha solo bisogno di reclutare pochi uomini, il resto può neutralizzarlo a distanza via rete. Peccato non l’abbia fatto! Sarà per un prossimo romanzo…


Approfondimenti:

bandiera EN Little Brother su Amazon.com
bandiera EN Little Brother disponibile online
bandiera EN Little Brother al sito dell’editore
bandiera EN Il blog di Cory Doctorow
bandiera EN Cory Doctorow su Wikipedia
bandiera EN L’opinione di Neil Gaiman

bandiera IT Tecnica del colpo di Stato su iBS.it
bandiera IT Curzio Malaparte su Wikipedia
bandiera EN Coup d’État: A Practical Handbook su Amazon.com
bandiera EN Edward Luttwak su Wikipedia

bandiera EN 1984 su Wikipedia
bandiera EN Il Bay Bridge su Wikipedia
bandiera EN Benjamin Franklin su Wikipedia
bandiera EN La Rivoluzione d’Ottobre su Wikipedia

 

Giudizio:

Appassionante. +1 -1 Inforigurgitoso.
Verosimile. +1 -1 Personaggi mediocri.
Interessante. +1 -1 Finale detestabile.
Intelligente. +1

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Scritto da GamberolinkCommenti (41)Lascia un Commento » feed bianco Feed dei commenti a questo articolo Questo articolo in versione stampabile Questo articolo in versione stampabile • Donazioni

Recensioni :: Racconti :: Overclocked: Stories of the Future Present

Copertina di Overclocked Titolo originale: Overclocked: Stories of the Future Present
Autore: Cory Doctorow

Anno: 2007
Nazione: Canada
Lingua: Inglese
Editore: Thunder’s Mouth Press

Genere: Fantascienza
Pagine: 304

Overclocked: Stories of the Future Present è una raccolta di sei racconti di fantascienza. Nella miglior tradizione della fantascienza, Cory Doctorow parte da tecnologie attuali e cerca di estrapolarne i possibili sviluppi e la loro influenza sull’umanità. Particolare attenzione è dedicata all’Informatica, alle tematiche dell’Intelligenza Artificiale e della capillare e inarrestabile diffusione della Conoscenza. Tuttavia i racconti di Overclocked non sono racconti cyberpunk: sono sicuramente cyber, ma non punk, anzi all’opposto; Doctorow ha una visione completamente positiva della scienza e della tecnologia e per lui il progresso tecnologico coincide con il Progresso. Nelle varie storie, i “Cattivi” sono sempre quelli che ostacolano il progresso scientifico/tecnologico e la libera circolazione delle idee. Che ci sia un margine di rischio nello sviluppo scientifico non viene preso in considerazione.

Inquadrata la filosofia di Doctorow, le sei storie sono le seguenti:

Printcrime. Un microracconto su un futuro nel quale è possibile usare stampanti tridimensionali per riprodurre qualunque oggetto (stile replicatori di Star Trek). Purtroppo i Signori del Copyright non apprezzano. Pochissime pagine, che è più semplice leggere che riassumere. Storiella che lascia il tempo che trova. chikas_pink20.gif

When Sysadmins Ruled the Earth. Un gruppo di amministratori di sistema asserragliati in un centro elaborazione dati assiste impotente a quella che pare essere la fine del mondo. L’idea di questo racconto è quella di mettere al centro di una storia apocalittica, al posto dei soliti soldati, scienziati, o anche solo uomini qualunque, un branco di geek. Il racconto funziona ed è divertente fin quando dura lo scherzo, ovvero finché si sorride davanti alla scala di valori morali e pratici dei protagonisti, scala così diversa e surreale rispetto a quella delle persone “normali”. Però ogni scherzo è bello quando dura poco, e qui Doctorow tira un po’ troppo per le lunghe, tra l’altro scantonando dal dilemma etico fulcro della storia (Internet può avere un valore in sé, anche se usata per scopi “malvagi”, o è solo mero strumento?)
Nel complesso un discreto racconto, che avrebbe meritato un miglior finale. Non semplice da seguire la terminologia informatica, usata senza pietà per il lettore chikas_pink60.gif (ma in fondo è giusto così: i protagonisti sono tutti sysadmin e sanno di quel che parlano, incombe l’Apocalisse, non c’è davvero tempo per le spiegazioni).

Anda’s Game. Anda è una ragazzina dodicenne appassionata di giochi online. Quando però comincia a giocare per soldi, soldi veri, la situazione le sfugge di mano. Questo racconto, che per certi versi mi è sembrato una versione per ragazzini ( kaos-whiteusagi01.gif Perciò è il racconto giusto per te! kaos-whiteusagi06.gif ) di Dogfight di Gibson & Swanwick, è anche l’unico a non essere di fantascienza: purché per certi versi incredibile, si basa su fatti reali (come lo stesso Doctorow spiega nell’introduzione).
Non mi è piaciuto. Si legge volentieri, ma troppo spesso più che un racconto di (fanta)scienza pare una predica. I bravi bambini fanno sport, non passano tutto il tempo davanti al PC, non giocano per soldi e aiutano i bambini poveri delle nazioni più sfortunate. Sarà, ma tutto ‘sto zucchero mi ha già cariato almeno un dente. chikas_pink55.gif

Anda's Game Copertina
Copertina del fumetto ispirato al racconto Anda’s Game

I, Robot. Sullo sfondo di una guerra mondiale, un detective deve indagare sulla sparizione della figlia adolescente. Il nostro detective vive in una futura America che ha regolamentato ogni aspetto della vita sociale e dell’etica, in maniera simile a 1984 di Orwell. Tutti sono spiati da un’agenzia governativa chiamata Social Harmony e i robot sono tutti costruiti per obbedire pedissequamente alle asimoviane tre leggi della robotica. I nemici dell’America invece hanno abbandonato qualunque remora: i loro robot, non vincolati dalle tre leggi, hanno sviluppato un’intelligenza superiore persino a quella degli esseri umani e sono diventati il motore di un progresso inarrestabile, che ha già permesso l’immortalità e presto consentirà viaggi interstellari. chikas_pink11.gif
È un racconto per certi versi curioso. Qui la fiducia di Doctorow per la tecnologia raggiunge il suo apice: il progresso scientifico è sempre positivo! Persino le tre leggi della robotica, che pure per molti versi paiono sensate, nel racconto assumono un aspetto negativo, in quanto anche solo possibile ostacolo al progresso. Nessuna remora, nessuna etica, nessuna morale, se possono ostacolare lo sviluppo della scienza: per Doctorow il risultato finale sarà il Paradiso sulla Terra. Onestamente, Doctorow mi pare un pochino troppo ottimista, chikas_pink43.gif e il racconto non giustifica in pieno questo ottimismo. Ma rimane un’interessante lettura.

I, Row-Boat. Il più fantascientifico e bizzarro dei racconti nell’antologia. Protagonisti: una barca a remi senziente e la barriera corallina, anche lei dotata di autocoscienza. chikas_pink03.gif In un futuro dove gli essere umani hanno abbandonato la Terra e i loro corpi fisici, per sopravvivere sotto forma di pura informazione in una rete che si estende per tutto il Sistema Solare, la Barca-a-Remi del titolo trasporta robot umanoidi nei punti migliori per delle immersioni. Quando però la Barriera Corallina lungo la quale scendono i sommozzatori acquista anche lei coscienza, cominciano i guai.
È difficile giudicare un racconto che parte da premesse tanto bislacche, ma mi è piaciuto. Le considerazioni filosofiche – religiose della Barca-a-Remi sono a tratti interessanti e si inseriscono bene tra le scene più movimentate. La Barriera Corallina è di sicuro uno dei “Cattivi” più singolari che si possano immaginare.

After the Siege. Il racconto più lungo e probabilmente il migliore. Ispirato all’assedio di Leningrado durante la Seconda Guerra Mondiale, racconta le vicende della tredicenne Valentina, impegnata a cercare di sopravvivere con ogni mezzo all’assedio della sua Città.
La storia è ambientata nel futuro, probabilmente lo stesso futuro di Printcrime, nel quale è possibile “stampare” e riprodurre ogni sorta di manufatto, così come ai giorni nostri è possibile copiare senza alcun problema ogni genere d’informazione. Questo dovrebbe portare benessere a tutta l’umanità, ma non è così: quando la Città comincia a usare le stampanti tridimensionali infischiandosene di royalties e diritti, viene attaccata.
Ne segue una guerra spietata, durante la quale più d’uno cercherà di lucrare sulla catastrofe in corso. Valentina invece cercherà solo di uscirne viva insieme ai genitori e al fratellino.
Il racconto è una discesa nella Tragedia, chikas_pink01.gif via via che le condizioni in Città si fanno sempre più drammatiche. Con maestria Doctorow accompagna Valentina e il lettore nella Disperazione, finché… non svelo il finale, ma lascia perlomeno perplessi. Nonostante ciò, è una gran bella storia! chikas_pink23.gif

Cory Doctorow scrive in uno stile diretto e senza fronzoli. Il suo inglese si legge volentieri e senza difficoltà, se si esclude la terminologia tecnica (ma con l’aiuto del Coniglietto Grumo kaos-whiteusagi03.gif e di Wikipedia si possono superare anche gli ostacoli più duri!) Le idee alla base delle storie sono interessanti e spesso anche affascinanti, un po’ meno le storie vere e proprie, “malate” di un ottimismo alle volte davvero fuori luogo. I personaggi sono in troppe occasioni creati a uso e consumo della trama, anche se Valentina o la Barca-a-Remi rimangono impressi.

Tutto sommato, consiglierei Overclocked a chi sia appassionato di Informatica o abbia interesse per le problematiche riguardanti la libera circolazione delle idee, il ruolo della censura e il conflitto fra proprietà intellettuale e interesse della comunità.
Ovviamente è un’ottima lettura anche per chi è “solo” appassionato di buona fantascienza! chikas_pink42.gif


Approfondimenti:

bandiera EN Overclocked su Amazon.com
bandiera IT Overclocked su Ibs.it
bandiera EN Overclocked gratuito sul sito di Doctorow

bandiera IT Le tre leggi della robotica
bandiera IT Punto Informatico anticipa Doctorow!

 

Giudizio:

Licenza Creative Commons. +1 -1 Printcrime.
After the Siege. +1 -1 Anda’s Game.
I, Row-Boat. +1 -1 Eccessivo ottimismo, spesso non giustificato dalle premesse del racconto.
I, Robot & When Sysadmins Ruled the Earth, assieme si guadagnano un punto. +1
Lettura quasi sempre scorrevole e interessante. +1

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Scritto da GamberolinkCommenti (2)Lascia un Commento » feed bianco Feed dei commenti a questo articolo Questo articolo in versione stampabile Questo articolo in versione stampabile • Donazioni

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