Articoli con tag 'documentarsi è meglio'

Nascondi elenco articoli ▲

Sandrone Dazieri e lo Show don’t Tell

Sandrone Dazieri è uno scrittore italiano di gialli. Ha pubblicato con Einaudi e Mondadori, per Mondadori ha svolto diversi incarichi, dal dirigere le collane dei libri per edicola a quelle dei libri per ragazzi. È lo scopritore del “talento” di G.L. D’Andrea e di Licia Troisi. È il tizio che sosteneva che i romanzi di Licia fossero originali e che non avessero bisogno di editing.
Mi hanno segnalato una sua intervista durante il programma di Rai4 “Mainstream”, andato in onda il 17 marzo scorso. La puntata completa è disponibile qui.

Dazieri dice stupidaggini da quando apre la bocca a quando finisce l’intervista, ma in particolare è da sottolineare quando Dazieri parla del suo lavoro di sceneggiatore:

Invece il cinema è l’opposto: tu devi usare la superficie per parlare dell’interno, e quindi, tutto quello che non è immagine, non ha spazio. Se tu vuoi rappresentare, non so, la tensione di un personaggio, non puoi dire “Questa persona è tesa”, in un romanzo lo puoi scrivere, “Lui era teso”, basta questo; invece se scrivi una sceneggiatura devi dire: “L’uomo si muove nervosamente”, “Fa una smorfia nervosa”, “Guarda, fa qualche cosa”, “Butta qualche cosa per terra”, devi tradurre in un gesto quella che è l’emozione. Tutto deve diventare superficie, questa è la grossa difficoltà, perché se sei abituato a scrivere per i romanzi questa cosa non ti entra, devi scrivere per immagini.

Certo che è difficile scrivere per immagini se sei abituato a scrivere da cani. La cosa triste, scoraggiante e al tempo stesso ridicola, è che lo “Show don’t Tell” non è una trovata recente, sono quasi trecento anni che è una tecnica narrativa nota. Eppure ecco Dazieri, con un’ingenuità degna della Gelmini quando pensava che ci fosse un tunnel dal Gran Sasso al CERN, scoprire che magari si può scrivere anche per immagini – ma per carità solo nelle sceneggiature, ché se scrivi “per i romanzi”(sic), va benissimo essere astratti e generici.
E non è che Dazieri sia un caso particolare: questo è il livello dei professionisti dell’editoria in Italia. Il livello della più completa ignoranza. Traetene le debite conclusioni.

* * *

Questo articolo fa parte del Marciume. Maggiori informazioni sul Marciume, qui.

Scritto da GamberolinkCommenti (21)Lascia un Commento » feed bianco Feed dei commenti a questo articolo Questo articolo in versione stampabile Questo articolo in versione stampabile • Donazioni

SteamCamp 2013 a Cittadella

Sabato 6 aprile e domenica 7 si svolgerà a Cittadella, provincia di Padova, presso l’Hotel Filanda, la prima edizione dello SteamCamp. Citando dal sito ufficiale, lo SteamCamp è “un incontro tra appassionati, cultori e studiosi del fenomeno steampunk.”

Cittadella
Veduta aerea di Cittadella

Si è parlato più volte di steampunk – o vaporteppa che dir si voglia – sul blog: ho recensito alcuni romanzi appartenenti a questo sottogenere della narrativa fantastica, e ho persino scritto io un romanzo che potrebbe essere classificato come steampunk. Ma per avere un’idea più chiara di cosa si parli quando si parla di steampunk, consiglio di leggere gli articoli introduttivi dell’esimio Duca:

Icona di un gamberetto Introduzione allo Steampunk – parte prima

Icona di un gamberetto Introduzione allo Steampunk – parte seconda

Il Duca è anche uno degli organizzatori dello SteamCamp e questo fatto è una garanzia: non conosco nessuno in Italia che sia più competente in materia di lui.

L’accesso allo SteamCamp è gratuito e si potranno seguire una serie di interessanti conferenze.
In particolare segnalo sabato l’intervento dedicato a Innocenzo Manzetti, inventore di Aosta, personaggio affascinante, precursore dei tempi, e sul quale non è facile reperire informazioni. Sempre sabato ci sarà una conferenza dedicata agli alieni nella narrativa fantascientifica europea che sembra molto interessante, magari per recuperare titoli di romanzi ormai dimenticati ma che hanno fatto la storia del genere. Invece la presentazione di Gino Roncaglia sull’informatica del XIX secolo dovrebbe soddisfare chi – come me – è affascinato dall’estetica della tecnologia ottocentesca: i computer moderni sono imperscrutabili, “freddi”; viceversa, se mai Babbage avesse costruito la sua Macchina Analitica, si sarebbe potuto seguire il movimento di ogni rotella, si sarebbe potuta vedere la Macchina “pensare” attraverso il muoversi degli ingranaggi.

* * *

Nel mondo anglosassone, lo steampunk è sempre più di moda: se fino a qualche anno fa i romanzi steampunk si contavano sulla punta delle dita, adesso ogni mese escono nuovi titoli. Il che significa che, presto o tardi, la moda potrebbe sbarcare in pompa magna anche in Italia. Perciò, se lavorate per una casa editrice, non sarebbe bello fare un salto allo SteamCamp e avere qualche ragguaglio sul fenomeno? Così, quando dovrete acquistare i diritti per un romanzo steampunk, potreste farlo a ragion veduta, facendo valutazioni sensate sulla qualità del testo. Sì, lo so, sembra assurdo, ma vi assicuro che la qualità di un testo può essere un criterio per decidere se pubblicare o no un romanzo. E se invece siete degli scrittori o aspiranti tali, potreste partecipare allo SteamCamp per documentarvi. Anche qui so che suona assurdo, ma vi assicuro che sapere qualcosina sulla storia dell’Ottocento, sulla vita di tutti i giorni in epoca Vittoriana, sulla tecnologia del periodo, può essere utile per scrivere romanzi più interessanti. Certo, non utile quanto una cena con l’editor di qualche casa editrice a scopo amykettismo, ma meglio di niente.

Logo dello SteamCamp
Il logo dello SteamCamp disegnato da Andrea Falaschi

Dunque venite allo SteamCamp! Potrei esserci persino io – forse, purtroppo in quel periodo mi troverò da tutt’altra parte e non mi sarà facile raggiungere Cittadella.


Approfondimenti:

bandiera IT Il sito ufficiale dello SteamCamp
bandiera IT Lo SteamCamp su Facebook
bandiera IT Il Duca presenta lo SteamCamp
bandiera IT Steampunk Italia, la principale associazione italiana di appassionati del genere
bandiera IT Innocenzo Manzetti su Wikipedia

 

Scritto da GamberolinkCommenti (7)Lascia un Commento » feed bianco Feed dei commenti a questo articolo Questo articolo in versione stampabile Questo articolo in versione stampabile • Donazioni

Alice nel Paese della Fuffosità

Copertina di Alice Titolo originale: Alice nel Paese della Vaporità
Autore: Francesco Dimitri

Anno: 2010
Nazione: Italia
Lingua: Italiano
Editore: Salani

Genere: Fantasy, fuffa, vaporteppa
Pagine: 280

È interessante l’assonanza tra la parola italiana “fuffa” e l’inglese “fluff”. Sia in italiano sia in inglese indica la lanugine, la peluria, il pulviscolo che si solleva quando si spolvera.
“Fluff” era la polvere di cotone che saturava l’aria nei filatoi dell’Inghilterra vittoriana. Gli operai che lavoravano ai telai, specie le donne e i bambini, si ammalavano pian piano per colpa del “fluff”. La bissinosi – questo il nome della malattia – li consumava anno dopo anno, tra tosse e difficoltà respiratorie sempre più gravi, fino al collasso.

“Fluff”: un bel termine dal sapore steampunk! vaporteppa! Il termine ideale per descrivere Alice nel Paese della Vaporità Fuffosità. Come la polvere di cotone rovina giorno dopo giorno i polmoni, così leggere libri gonfi di stupidaggini ho paura abbia un effetto poco piacevole sui neuroni. E in Alice le stupidaggini abbondano. Roba a livello Troisi – a onor del vero a livello della miglior Troisi.

Vittime della bissinosi
Le vittime della bissinosi. Attenti a non beccarvi l’equivalente cerebrale!

Il precedente romanzo di Francesco Dimitri, Pan, mi era piaciuto. Con Alice sono rimasta molto molto molto delusa. E in più ho buttato 17 euro. Non va bene per niente!
E qui apro una parentesi riguardo Pan: sono passati tre anni da quella recensione, tre anni per me hanno significato leggere decine di manuali e centinaia di romanzi; scrivere migliaia e migliaia di parole sia di narrativa sia per gli articoli del blog; vivere esperienze bruttissime ed esperienze bellissime. In altre parole non sono più la stessa persona di tre anni fa, sono molto più attenta e molto più consapevole; può darsi che rileggendo Pan oggi il mio giudizio risulterebbe più severo. Tuttavia non ero precisamente un’ingenua neanche tre anni fa. Perciò mi sento in coscienza di ribadire il giudizio che ho dato: non un capolavoro ma un bel romanzo, che non sfigurerebbe a livello internazionale.
Aggiungo che la “filosofia” di Dimitri non mi è mai piaciuta (altrove ho affermato che facevo il tifo per Greyface; lo confermo), e lui mi piace ancora meno, tanto che in una prima stesura di questo articolo iniziavo con un lungo rant nel quale accusavo il signor Dimitri di essere un gran bell’ipocrita. L’ho tolto: ognuno ha il pieno diritto di comportarsi come gli pare e di tenere gli atteggiamenti che preferisce, l’importante è il livello della scrittura. Così come ognuno ha il pieno diritto di esporre nei propri romanzi, meglio di mostrare nei propri romanzi, le idee che più gli aggradano, e il fatto che siano più o meno in sintonia con le idee di chi legge non dovrebbe gravare sul giudizio dell’opera, non se si vuole essere obiettivi.

In parole povere: stringi stringi non me ne frega niente di chi sia Dimitri o di come si comporti, né mi interessa se i suoi romanzi inneggiano all’amore libero, alla persecuzione razziale o alla rivoluzione del proletariato; quello che mi interessa è leggere una bella storia di narrativa fantastica scritta bene. In questo ambito, Alice nel Paese della Vaporità Fuffosità è un EPIC FAIL.

La trama

La storia è ambientata in un mondo simile al nostro in un imprecisato futuro. Non è ben chiaro cosa sia successo, sta di fatto che si è persa la capacità di utilizzare la moderna tecnologia, finché un tale Algernon Wilson non ha recuperato le vecchie macchine e le ha rimesse in funzione. Da allora sono passati altri 2.000 anni.
Però le macchine revisionate da Wilson hanno l’effetto collaterale di produrre Vaporità Fuffosità, un mucchio di Vaporità Fuffosità, una montagna di Vaporità Fuffosità. Londra è ormai circondata da un mare di Vaporità Fuffosità: la Steamland. Ma tanto vale che mi fermi qui e passi la parola all’autore:

(pag. 20) La Vaporità aveva consistenza di ovatta. Era più pesante dell’aria, più leggera dell’acqua. [...] la Steamland era un oceano di Vaporità [...]
La Vaporità era un prodotto di scarico, il più importante tra i tanti che Londra gettava nella Steamland. Per mandare avanti la città servivano Antiche Tecnologie: regolavano il traffico, lo formavano, consentivano di costruire le torri più alte, eccetera. E le Antiche Tecnologie – quelle riassestate dal professor Algernon Wilson – producevano una scoria molto più strana del vapore. Wilson l’aveva battezzata Vaporità, e il nome era rimasto.
Al vapore era simile, ma solo in apparenza. La Vaporità aveva una fluidità ascensionale. A camminarci in mezzo – in orizzontale – non offriva più resistenza del normale vapore. Le cose cambiavano se ti muovevi in verticale, saltando o cadendo giù: la Vaporità agiva come una corrente d’aria calda, solo molto più potente. Con un po’ di allenamento era possibile usare i suoi flussi, ‘cavalcarli’ per salire, scendere e planare. Nella Vaporità i concetti di ‘alto’ e ‘basso’ perdevano molto del loro significato.
[...]
Ma non era la fluidità ascensionale a preoccupare i londinesi: la Vaporità faceva di peggio che far volare i desperados della Zona Vecchia. Tanto per cominciare, era un allucinogeno. Distorceva le percezioni, ristrutturava la realtà personale: chi respirava Vaporità si muoveva in un mondo che cambiava a ogni passo, riformandosi alla velocità del pensiero. Non è che le visioni di per sé fossero sempre sgradevoli, anzi. Ma erano intense. E non erano solo allucinazioni: la Vaporità confondeva i sensi, distruggeva ogni loro distinzione reciproca. Sinestesia, ecco come si chiamava. Faceva annusare i colori, assaporare le voci, faceva vedere il dolore e il piacere della carne, e tutto si mescolava alle illusioni, gli odori fantasma, i suoni senza corpo. Anche soltanto parlare, nella Vaporità, poteva essere sconvolgente, e guardare uno specchio poteva rendere pazzi.
Finito? No. La Vaporità produceva anche mutazioni corporee. I figli di chi ne respirava troppa nascevano sempre più strani, meno umani, di generazione in generazione. Le mutazioni erano imprevedibili: uomini simili ad animali, carni disarticolate, braccia in più o in meno, cervelli senza calotta cranica (e viceversa).
La Steamland era cresciuta nella Vaporità per quasi duemila anni. Duemila anni di allucinazioni, sinestesie e mutazioni: non poteva essere rimasto niente che potesse ancora essere definito umano. Ecco perché nessuno voleva entrare là dentro.

Notevole sbrodolata di inforigurgito, del tutto inutile per l’economia del romanzo, visto che i particolari raccontati qui sono già stati mostrati o verranno mostrati nelle pagine seguenti. In più il Narratore prende per i fondelli – “Finito? No.” – ed è delizioso l’abuso del corsivo; sì, diamo enfasi a “sinestesia”, tutti devono rendersi conto che Dimitri conosce un parolone così difficile!
Ma non tutto il male viene per nuocere, almeno questo inforigurgito ha il merito di non far scrivere a me la tiritera di cui sopra.

* * *

Protagonista del romanzo è Alice, un’antropologa alla soglia dei trent’anni annoiata dalla vita accademica londinese. Non sapendo come trascorrere i fine settimana, Alice decide di buttarsi da un pallone areostatico nella Steamland. Seguono “avventure” senza capo né coda e poi il romanzo – bontà sua – finisce.
E questo sarebbe anche il genere di romanzo che a me piace, sennonché a compensare la mancanza di un intreccio valido non c’è niente. Non ci sono bizzarrie interessanti, non ci sono scenari originali, non ci sono personaggi che ti vien voglia di conoscere – a partire da Alice –, non c’è ironia e, ciliegina sulla torta, il livello della scrittura spesso scende sotto il minimo sindacale.

La recensione

Con tali premesse scrivere una recensione significa srotolare il lungo elenco delle idiozie presenti nel romanzo e commentarle con sarcasmo.
Ho provato a farlo, mi sono impegnata, ve lo garantisco. Ma sono passati i tempi della Troisi e della Strazzu e non mi diverto più. Mi annoio e mi deprimo.
Scrive Dimitri:

(pag. 17) Sapete cosa significa annoiarsi? Annoiarsi davvero? Non è la pigra indolenza delle Estati borghesi, né il trascinarsi delle domeniche in casa, birra in pancia e vuoto in testa. Non è la noia dei bambini a scuola, o degli uomini costretti a girare per vetrine.
Parlo di noia dell’anima. Parlo di un non-aver-nulla-da-fare e un non-aver-voglia-di-fare-nulla, mescolati alla percezione della fine del tempo, della morte che prima o poi arriverà, e di tutti i mali del mondo più uno, il proprio. Sapete che significa?
Avete mai passato sere su sere da soli, tristi fino alle lacrime, pur senza avere alcun motivo per esserlo? Avete mai sentito sulla lingua il sapore della rabbia? Cresce in silenzio, e poi al l’improvviso vuole esplodere in un urlo…
… insomma: avete mai avuto la sensazione di star buttando nel cesso la vostra vita, con qualcuno pronto a tirare lo sciacquone?

Sì, la conosco bene una noia del genere. È la noia di dover scrivere per l’ennesima volta una recensione che ribadisca le solite cose: che occorre documentarsi o non si riesce a mantenere la sospensione dell’incredulità; che è meglio mostrare invece di raccontare; che scrivere frasi stile “Qua e là c’erano oscene parti di corpi” è una pessima idea e dimostra che l’autore non ha capito un’emerita mazza di come funzioni la narrativa.
Sono stufa fino alle lacrime di leggere stupidaggini, dalla Regina cattiva che pensa di poter ricostruire la realtà con poche frasette ai consigli di guerra che paiono riunioni condominiali; non ce la faccio più a sorbirmi i deus ex machina e le spade magggiche perché sì; e quando una città viene assaltata da poche decine di persone non mi fa più ridere, mi fa solo piangere.
E non c’è neanche un minimo di coerenza interna! Con la sinestesia che va e viene e Alice che quando Dimitri si ricorda può levitare nella vaporità fuffosità, altrimenti scarpina beata.

coniglietto annoiato
Il coniglietto è annoiato. No, non è bello che lo sia. E no, non è Grumo

E per inciso, dedicare quasi una pagina a raccontare la noia non è questa gran trovata. È illuminante un confronto con l’originale Alice di Carroll e con un’interpretazione più moderna di Jeff Noon.

Alice’s Adventures in Wonderland di Lewis Carroll:

bandiera EN Alice was beginning to get very tired of sitting by her sister on the bank, and of having nothing to do: [...]

bandiera IT Alice cominciava a sentirsi molto stanca di sedere sul poggetto accanto alla sorella senza niente da fare: [...]

Automated Alice di Jeff Noon:

bandiera EN Alice was beginning to feel very drowsy from having nothing to do. How strange it was that doing absolutely nothing at all could make one feel so tired.

bandiera IT Alice cominciava a sentirsi molto assonnata a furia di non avere niente da fare. Com’è strano che non fare assolutamente niente ti faccia sentire così stanco.

La differenza di fondo è che Carroll e Noon vogliono raccontare una storia, e dunque danno alla noia solo lo spazio strettamente necessario a questo scopo, ovvero un paio di righe; Dimitri invece non aspetta altro che di riversare sul lettore le sue considerazioni personali, considerazioni che mette davanti alle necessità della narrazione. A qualcuno il ruminare di Dimitri potrà pure piacere, ma in generale non è quello che ci si aspetta quando si spendono 17 euro per un romanzo di narrativa fantastica.

* * *

Alice è un romanzo pieno di scemenze e ingenuità; peggio sono scemenze e ingenuità poco interessanti. Non c’è mezza idea originale, è tutto visto e rivisto, dall’idea di fondo del mondo come simulazione/narrazione, alla sindrome di Alice di cui soffre Ben, ai giochetti tipografici. Il brutto è che Dimitri non ne pare consapevole: addirittura ferma più volte la narrazione per pontificare e discutere le idee del romanzo, come fossero chissà quali trovate gegnali; ne nascono dialoghi didascalici, privi di tensione, noiosi. Scoraggiante.
Alice vaga per la Steamland e quando incontra qualcuno raramente il dialogo si può sviluppare sulle salutari basi del conflitto: i vari tizi non vedono l’ora di spiegare la loro visione del mondo, e Alice non vede l’ora di sgranare gli occhioni per la meraviglia.
Per esempio:

(pag. 114-118) «Non capisci? Tutte le teorie sulla realtà-oltre-i-sensi possono andare bene a Londra, forse. Qui devi lasciarle alle spalle. Che senso ha parlare di realtà oggettiva se ogni individuo percepisce il mondo diverso da ogni altro, e la sua stessa percezione cambia di istante in istante?» [disse il monaco]
«Cambia la percezione, ma la realtà resta. Corpi, tecnoimmondizie, strade…» [disse Alice]
«E come puoi dire che non sia la realtà, a cambiare? Il tuo è un atto di fede. Se ogni tuo senso ti dice che la realtà è cambiata, come puoi dire che no, è un’allucinazione, ma in fondo è rimasta uguale?»
«Quando usavo la Zavorra, restava uguale».
«Solo grazie a una droga. E se fosse stata quella, l’allucinazione?»
Alice aprì la bocca per dare una risposta. Non ne trovò.
[...]
Alice mugugnò. Fece un’altra domanda: «Se siamo uniti in modo così stretto, dove vanno a finire il libero arbitrio, l’autocoscienza…»
«Dove sono sempre stati. Fai parte di un organismo, ma sei anche un individuo. Non devi pensare in termini di esclusione, di questo o quello. Devi pensare in termini di questo e anche quello. Ogni cosa è connessa. E non parlo solo di uomini. Animali, alberi, sassi, tecnologia: tutto è cosciente, tutto vive.»
«Sei più contorto di un accademico [...]».

Se Alice fosse stata l’Alice tradizionale, l’Alice bambina, una conversazione del genere avrebbe potuto avere un senso. Ma che un’Alice antropologa trentenne rimanga a bocca a aperta se qualcuno le dice che la realtà potrebbe essere illusoria, e non abbia mai sentito parlare di panpsichismo o di animismo è inverosimile a essere buoni. Come ha preso la laurea Alice? Per corrispondenza all’Università dell’Uganda?

Tra l’altro:
• Ipotesi uno: la percezione della realtà, o addirittura la realtà stessa, cambia di continuo.
• Ipotesi due: sei drogato.
Il rasoio di Occam ci dice che è più probabile sia vera la seconda ipotesi. Poi nel mondo di Dimitri può essere vera la prima, ugualmente è assurdo che una persona con la cultura di Alice non sappia difendere la seconda ipotesi.
E ora un fatto curioso: nel libro The Hidden Sense: Synesthesia in Art and Science l’autore analizza diversi casi di sinestesia. Casi nei quali la sinestesia è indotta con l’uso di sostanze chimiche e casi dove invece il soggetto ha i sensi mischiati di suo da anni.

Copertina di The Hidden Sense
Copertina di The Hidden Sense

L’autore si chiede se questi “sinesteti” naturali esistano sul serio, o non siano invece individui perennemente allucinati. Alla fine propende per la prima ipotesi. Tra le ragioni c’è il constatare che la sinestesia prodotta con droghe produce allucinazioni sempre variabili, mentre la sinestesia naturale è costante nelle forme del suo manifestarsi.
Perciò quando il monaco dice che la realtà cambia di continuo, be’, è un forte indizio che la realtà non cambi per niente e il monaco sia solo strafatto di Vaporità Fuffosità.
Ripeto: poi Dimitri nel suo mondo può manipolare la realtà come vuole, ma dal punto di vista narrativo è molto più stimolante se i personaggi hanno opinioni contrapposte. Tanto più che nel caso specifico non era certo difficile far recitare plausibilmente ad Alice la parte della scettica.
Come se non bastasse, la lezioncina del monaco non ha applicazione nel romanzo. Il romanzo funziona basandosi su una realtà oggettiva e condivisa da tutti i personaggi. L’idea che in effetti la realtà non sarebbe costante non influisce mai sulla narrazione.

Che noia! Che noia! Che noia! Che noia un autore che vuole rifilare in maniera goffa – raccontandola invece di mostrarla – la sua visione del mondo e si scopre che tale visione è semplicistica, ingenua e non ha neanche ruolo nel contesto della narrazione.
Forse è un feticcio di Dimitri, magari si eccita a immaginare Alice con il capo chino, le guance arrossate, mentre fa combaciare gli indici e mormora: «Ma come è intelligente lei… Che pensieri profondi e complicati… Io mica sono tanto sicura di capirli.»
Almeno interventi analoghi in Pan erano addolciti dalla pillola dell’ironia. In Alice l’amara medicina bisogna berla fino in fondo senza neppure un cucchiaino di zucchero.

E basta sennò finisce che scrivo la solita recensione chilometrica piena di citazioni e non ne vale la pena. Così come non vale la pena sottolineare le castronerie che Dimitri ha scritto per colpa della scarsa documentazione. Dai combattimenti all’informatica. E, va bene, facciamo un esempio anche qui:

(pag. 160) [Ben] Aprì l’ultima e-mail [proveniente da 238105@gmail.com] che aveva ricevuto. Poi cliccò su mostra header. Voleva controllare l’IP, l’indirizzo numerico del computer da cui era partita l’e-mail. Gli veniva in mente soltanto un’ipotesi. Sbagliata, sperava.
Spedì un’e-mail a se stesso.
La scaricò, controllò l’IP, lo confrontò con l’altro.
Erano uguali.
[e a questo punto Ben si convince di essersi auto-spedito le mail ricevute negli ultimi giorni]

Se si esamina il vero header di una mail spedita attraverso Gmail, si scopre che non è segnato l’IP del computer che ha inviato l’email, bensì l’IP del computer della rete interna di Google che ha ricevuto l’email e l’ha inoltrata al destinatario finale.
È facile da capire perché l’IP è nel formato 10.x.x.x:

Received: by 10.231.17.11 with SMTP id ecc.;

Wed, 28 Set 2011 09:43:43 -0700 (PDT)

E gli IP nel range 10.0.0.0-10.255.255.255 sono, come si scopre frugando per dieci minuti su Wikipedia, IP privati.
In altre parole, Ben non può dedurre niente da IP del genere. La mail potrebbe originare dal suo computer come da un computer in Australia.
È vero che esistono server di posta elettronica che inoltrano, oltre al testo della mail, anche l’IP del computer che l’ha spedita, ma purtroppo per Dimitri il server di Google non è tra questi.
Trenta secondi per controllare con un account Gmail + dieci minuti di Wikipedia. Poteva farlo anche Dimitri. Ma cosa lo dico a fare? Alla fine aveva proprio ragione Damon Knight.

Una scena da Alice

Nella recensione non ho parlato di stile. È uno stile scadente; nel vecchio articolo natalizio citavo alcuni esempi di cattiva scrittura, adesso analizzerò un’intera scena. Lo faccio nella speranza che le mie osservazioni possano risultare utili per chi desidera imparare a scrivere in modo decente.

Ma prima qualche premessa:
• Il romanzo non è una schifezza per colpa solo dello stile, anzi lo stile, per quanto bruttino, sarebbe addirittura tollerabile se la storia fosse più appassionante e coerente.

• Non sto giudicando lo stile del romanzo da questa scena. Questa scena è solo un esempio. Un esempio significativo però, perché la qualità della scrittura si mantiene più o meno su questo livello dalla prima all’ultima scena.

• Ha senso che l’analisi stilistica di una singola scena occupi più spazio del resto della recensione? Sì. Perché è inutile discutere i contenuti di Alice, inutile da un lato perché sono contenuti stupidi e banali, dall’altro perché a parlare di contenuti spesso si scivola nel gusto e quando si parla di gusti si perde solo tempo. Viceversa lo stile può essere analizzato in maniera più oggettiva.

• Ha senso dedicare così tanto tempo all’analisi stilistica? In effetti no. All’atto pratico, no. I lettori non hanno i mezzi per distinguere certe sottigliezze e andranno avanti a leggere solo in base a quanto i contenuti combacino con i loro gusti; viceversa gli editor delle case editrici non hanno i mezzi per distinguere certe sottigliezze e dunque decideranno di pubblicare o no un romanzo solo in base a quanto i contenuti combacino con i loro gusti – raccomandati a parte.
Perciò perché spendere ore ad affinare il proprio stile? Perché si ha vero rispetto per i propri lettori e si vuole offrire sempre il meglio, anche se pochissimi saranno in grado di apprezzarlo; perché si è orgogliosi e la sciatteria ripugna; perché è divertente imparare a esprimere al meglio le proprie idee; perché si diventa consapevoli, e si può decidere in coscienza quando prendere scorciatoie e quando no; perché si ha una possibilità, per quanto remota, di ricevere complimenti da Gamberetta. chikas_pink21.gif

• Questo tipo di analisi così precisina leva tutto il piacere della lettura! E se non c’è piacere nella lettura, cosa si legge a fare?
Al contrario, saper vivisezionare un testo aumenta il piacere, perché si possono apprezzare molte più sfumature.
Citando Umberto Eco da Sei passeggiate nei boschi narrativi:

[di Sylvie, romanzo di Gérard de Nerval] Ne conosco ormai ogni virgola, ogni meccanismo segreto.
Questa esperienza di rilettura, che mi ha accompagnato per quarant’anni, mi ha provato quanto siano sciocchi coloro che dicono che ad anatomizzare un testo, e a esagerare con il “close reading”, se ne uccide la magia. Ogni volta che riprendo in mano Sylvie, pur conoscendo a fondo la sua anatomia, e forse proprio per questo, me ne innamoro come se lo leggessi per la prima volta.

Il signor Gérard de Nerval
Il signor Gérard de Nerval

• Non so quanto le due “editor-in-gozzoviglia” citate nei ringraziamenti del romanzo, Valentina Paggi & Serena Daniele, abbiano contribuito. Magari è tutta farina del sacco di Dimitri che si è rifiutato di accettare saggi consigli, o forse le due editor non sanno fare il loro mestiere. Non mi interessa, non sono un giudice, non devo stabilire le “colpe”. Analizzo solo il testo e ne metto in luce i difetti, delle persone che ci stanno dietro non mi può fregare di meno.

* * *

La scena che segue è la seconda del romanzo, e la prima ambientata nel mondo della Steamland. Perciò non ha bisogno di presentazione. Leggetela e quindi scorrete le mie note. Non passate subito alle note, perché presumono che conosciate la scena nella sua interezza.

L’uomo alzò gli occhi verso una delle Gabbie – strutture di vetro e acciaio, alte una trentina di piedi e larghe venti. Sature di Vaporità.

In ogni Gabbia si affrontavano due Cavalieri. Usavano armi corte: pugnali, nunchaku, tirapugni. Planavano in ogni angolo, a ogni altezza, sorretti dai flussi di Vaporità: parevano scoiattoli volanti. Si picchiavano, si insultavano, si spostavano in alto e in basso, mentre gli scommettitori urlavano. Una corte di straccioni cui non era rimasto nient’altro che la voce, e un po’ di rabbia.

L’uomo sospirò. Nessuno avrebbe potuto capire che veniva d’altrove, neanche con un esame attento. Camuffarsi faceva parte del suo lavoro. Per fortuna, pensava, stanotte finisce.

Era un uomo versatile, a suo agio con ogni tipo di gente. Era capace di riparare una macchina, disquisire di letteratura, mettere a sistema le mitologie di quindici diversi popoli, e tutto mentre si godeva una bella pipa. Aveva vissuto più di sessant’anni, ma si sentiva (e con buone ragioni) in perfetta forma. Spirito e corpo erano robusti, anche se la Zona Vecchia li aveva messi a dura prova. Nei cinque mesi trascorsi laggiù aveva visto più orrori che nel resto della sua vita: dalle piccole violenze domestiche, quasi banali, agli omicidi in pieno giorno, agli stupri di gruppo. E peggio.

Il suo lavoro era osservare, non giudicare. Di intervenire, poi, non se ne parlava. Non se voleva tornare a casa vivo e tutto d’un pezzo. Non poteva negare però di aver sentito più volte un pizzicore sulle mani, il desiderio di raddrizzare a calci i tanti bulli che scambiavano la prepotenza per forza. Fino a quel momento era riuscito a trattenersi.

Ora aveva toccato il punto più basso, assistendo a uno dei celebri Scontri a Vapore. Assolutamente proibiti, certo, da almeno cinque diversi Pronunciamenti Regi. Il problema era che nessuno aveva interesse ad applicarli, i Pronunciamenti. La filosofia a della Corona si riduceva, più o meno, a lasciare che quegli straccioni si scannassero tra loro. Forse, sperava l’uomo, la sua ricerca avrebbe migliorato le cose.

Se quella sera fosse finita lì, la nostra storia (e molte altre) non esisterebbero neppure. Ma accadde qualcosa. Guidato dal fato, o dal puro caso, Solomon Stoltze volse lo sguardo alla terza Gabbia, in fondo alla sala, proprio nel momento in cui un combattimento stava per i finire.

Uno dei Cavalieri era un energumeno seminudo, con un cranio pelato abbastanza massiccio da sfondare una porta. Il suo nemico era una ragazzina magrissima: Solomon le avrebbe dato otto anni. Era sporca di sangue, aveva un occhio nero e un profondo taglio su un braccio. Stoltze non riusciva a distinguere altro, da quella distanza.

Qualcosa, in lui, urlò. Stoltze si fece largo tra la folla, spingendo, annaspando tra i corpi sudati. Giunse vicino alla Gabbia. La ragazzina, sospesa a sei metri dal suolo, stava menando un fendente alla giugulare dell’avversario. Il suo piccolo pugnale disegnò nella nebbia una striscia color sangue. L’energumeno sputò grumi rossastri, crollò a terra con un tonfo. La ragazzina piroettò, graziosa, lasciandosi trasportare dalla Vaporità. Raggiunse il pavimento. S’inchinò. Uno scorcio di seno guizzò fuori. Il pubblico scoppiò in applausi e fischi.

Il professor Stoltze ne ebbe abbastanza.

La porta era mimetizzata dietro una delle Gabbie. L’accesso era proibito ai non addetti ai lavori, come faceva presente il cartello più diffuso nello show business. Non c’erano guardie. Tutti sapevano che era pericoloso (davvero pericoloso) entrare.

Solo in due casi potevi imboccare quella porta. Primo, se volevi diventare un Cavaliere della Vaporità – nome pomposo per quei disgraziati che si affrontavano nelle arene. Secondo, se volevi morire. Il professore aveva altre intenzioni.

Il combattimento era finito da poco. Lui era riuscito a strisciare dentro. Ora si trovava in un atrio in penombra: l’unica luce proveniva da una lampada a gas che dondolava al centro della stanza. La ragazzina era qui da qualche parte: il suo manager l’aveva abbracciata, le aveva palpato il culo, e se l’era trascinata dietro.

Solomon avanzò fino in fondo all’atrio. C’era un’altra porta, con lo stesso cartello. Aprì anche quella e si trovò in un lungo corridoio buio. S’incamminò con cautela serrando, nervoso, una mano sulla rivoltella carica.

Mentre avanzava sentì delle voci che si andavano facendo più nitide. Erano più versi che voci vere e proprie: gemiti, un uomo e una donna. I gemiti dell’uomo erano duri, quelli della donna disperati. Solomon arrivò a una porta socchiusa.

Con estrema lentezza allungò la testa per guardare oltre. Vide il corpo di una ragazzina, nudo, di spalle: la combattente di poco prima. Era incatenata al muro con pesanti anelli di ferro che le stringevano polsi e gambe.

Un uomo con la faccia da faina – il suo manager – la stava penetrando da dietro. In una mano stringeva un grosso chiodo. Lo usava per graffiare a sangue la schiena della ragazzina, seguendo il movimento di bacino.

In un lampo Solomon gli fu addosso. Gli puntò la pistola alla tempia.

Il manager si fermò. «Chi cazzo sei?»

«Libera la ragazza».

«Quale scuderia ti manda?»

Il professore aumentò la pressione della pistola. «Liberala».

Il manager indicò un mazzo di chiavi a terra, poco lontano dalle catene.

«Prendile» ordinò Solomon. «Molto piano».

E l’uomo con la faccia da faina dovette capire che lo sconosciuto non bluffava, perché fece piano davvero. Si abbassò, la canna della pistola che seguiva ogni suo movimento. Raccolse le chiavi. Aprì le serrature.

La prigioniera, ancora stordita, si massaggiò i polsi. «Grazie…» farfugliò.

Solomon le tese la mano libera. «Vieni con me».

Senza pronunciare parola, la ragazzina gli si avvicinò.

«Siete morti» disse la faina. «Fottutamente, assolutamente, morti».

«Non credo» rispose con calma Solomon. Il suo indice si mosse sul grilletto.

«Se mi fai male, stronzo, la mia famiglia beccherà la tua scuderia, e…»

«Io non ho scuderia».

Il manager sgranò gli occhi.

Il professore sparò.

E poi le cose sono un po’ confuse. C’era abbastanza Vaporità nell’aria da far strippare un tossico… e comunque basta con questa noiosa storia-prima-della-storia, pensò. Tutto ha importanza, ma niente ne ha troppa. Arriviamo a tempi più recenti. All’inizio dell’ultima parte, quella cruciale. Quella che ci porta a ora e tutto il resto.

Cominciamo.

* * *

L’uomo alzò gli occhi verso una delle Gabbie
  • Ricordo per l’ennesima volta la regola generale da tenere sempre presente, il “segreto” o forse il “trucco” per scrivere narrativa in maniera coinvolgente: concreto & preciso sono cool & kawaii; generico & astratto sono brutti & kattivi!!!!
  • Dimitri userà nel corso della scena il punto di vista di Solomon Stoltze o il punto di vista del Narratore. Dunque questo “L’uomo” è sbagliato: perché ovviamente Stoltze non pensa a se stesso come a un generico “uomo” e il Narratore sa benissimo chi sia l’uomo. Usare “uomo” qui indica che il punto di vista è quello di un personaggio che osserva l’uomo in questione. Ma in effetti non è così. Un lettore attento viene inutilmente confuso.
  • “una” è generico, perciò è un (piccolo) errore. Tu non alzi gli occhi verso “una” Gabbia, tu alzi gli occhi verso la Gabbia che ti sta di fronte, o verso la Gabbia nell’angolo, o verso la Gabbia appesa al soffitto, o verso la Gabbia con le decorazioni natalizie. Sempre verso una specifica Gabbia, non una generica Gabbia.
strutture di vetro e acciaio, alte una trentina di piedi e larghe venti. Sature di Vaporità.
In ogni Gabbia si affrontavano due Cavalieri. Usavano armi corte: pugnali, nunchaku, tirapugni. Planavano in ogni angolo, a ogni altezza, sorretti dai flussi di Vaporità: parevano scoiattoli volanti. Si picchiavano, si insultavano, si spostavano in alto e in basso, mentre gli scommettitori urlavano. Una corte di straccioni cui non era rimasto nient’altro che la voce, e un po’ di rabbia.
  • Per quanto detto all’inizio questo passaggio non è granché, in quanto è generico – parla di tutte le Gabbie –, e invece dovrebbe essere specifico, dovrebbe parlare della singola Gabbia che l’uomo sta osservando.
    Non i tirapugni, non ogni angolo; ma il tirapugni che rompe la faccia all’elfo, e l’angolo in basso a destra dove sono rotolati lui e il nano.

  • Come ha scritto Dimitri non è “sbagliato” ma è a livello di prima stesura a essere buoni, è a livello di buttare sul tavolo le idee. Poi occorre dare carne a queste idee, concretizzarle in particolari tangibili.

alte una trentina di piedi e larghe venti.

  • Come spiegato nell’articolo sul Mostrare, le descrizioni numeriche non sono molto efficaci, ancora meno quando l’unità di misura è inusuale. È molto semplice: immaginate un oggetto o una costruzione del mondo reale che abbia queste dimensioni. Per me non ci riuscite facilmente. Dunque il lettore o lascia perdere di sapere quanto sono grandi le Gabbie – e allora tanto vale non scriverlo – oppure deve ragionarci sopra, uscendo dalla narrazione. Questo è un errore da dilettanti.

Usavano armi corte: pugnali, nunchaku, tirapugni.

  • Qui prima è raccontato che i Cavalieri usavano “armi corte”, poi sono elencate. Come spesso succede, il raccontato si può togliere a favore dell’eleganza: “Usavano pugnali, nunchaku, tirapugni.”

  • L’espressione “armi corte” è impropria: è una locuzione che tecnicamente indica le armi da fuoco con la canna corta. A questo punto non è ben chiaro se il punto di vista sia quello dell’uomo che guarda o del Narratore. Però più in là scopriremo che l’uomo che guarda è un uomo di cultura. Dunque in entrambi i casi non è giustificabile questo uso poco preciso del linguaggio. Sia l’uomo che guarda sia il Narratore dovrebbero sapere che le “armi corte” sono armi da fuoco.

parevano scoiattoli volanti

  • Questa similitudine può forse rendere bene il movimento dei Cavalieri nella Vaporità, ma – come emerge nel seguito – la scena vuole essere brutale, uno degli spettacoli più atroci a cui l’uomo che guarda abbia mai assistito: siamo sicuri che gli scoiattoli volanti siano appropriati? Gli scoiattoli volanti, nell’immaginario comune, sono animaletti pucciosi, non c’entrano molto con uno scenario cupo.

Famigliola di scoiattoli volanti
Famigliola di scoiattoli volanti. Fanno spavento vero? Più simbolo di atrocità di così! Direi persino che somigliano un po’ a dei furetti.

Una corte di straccioni cui non era rimasto nient’altro che la voce, e un po’ di rabbia

  • Gli scommettitori. Dovrebbe essere rimasto loro del denaro, oltre a voce e rabbia, altrimenti cosa scommettono?
L’uomo sospirò. Nessuno avrebbe potuto capire che veniva d’altrove, neanche con un esame attento. Camuffarsi faceva parte del suo lavoro. Per fortuna, pensava, stanotte finisce.
Era un uomo versatile, a suo agio con ogni tipo di gente. Era capace di riparare una macchina, disquisire di letteratura, mettere a sistema le mitologie di quindici diversi popoli, e tutto mentre si godeva una bella pipa. Aveva vissuto più di sessant’anni, ma si sentiva (e con buone ragioni) in perfetta forma. Spirito e corpo erano robusti, anche se la Zona Vecchia li aveva messi a dura prova. Nei cinque mesi trascorsi laggiù aveva visto più orrori che nel resto della sua vita: dalle piccole violenze domestiche, quasi banali, agli omicidi in pieno giorno, agli stupri di gruppo. E peggio.
  • La storia non è ancora cominciata – finora l’unica azione è stata l’uomo che alza gli occhi – e già ci fermiamo di nuovo per un’altra sbrodolata di informazioni che:
    • Non hanno importanza per questa scena.
    • Non hanno importanza per il romanzo.
    Si potrebbero tagliare questi paragrafi senza danno.
    In più, di nuovo, la narrazione è troppo generica.
    Prendiamo la parte finale, che dovrebbe riguardare fatti ancora vividi nella mente del personaggio:

Nei cinque mesi trascorsi laggiù aveva visto più orrori che nel resto della sua vita: dalle piccole violenze domestiche, quasi banali, agli omicidi in pieno giorno, agli stupri di gruppo. E peggio.

  • Questo passaggio l’avevo già analizzato nell’articolo dedicato al Mostrare, ma ribadisco: tu non hai visto “piccole violenze domestiche”, “omicidi in pieno giorno” e “stupri di gruppo”. Soprattutto non hai visto “peggio”. Tu hai visto un bambino a cui hanno cavato gli occhi con un apribottiglie, hai visto una ragazza sodomizzata con un attizzatoio, hai visto un uomo bastonato a morte da una banda di castori mannari. O hai visto altro. Ma non vedi mai situazioni generiche, nella tua testa ci sono solo ricordi specifici. A meno che non sia una consuetudine per la banda dei castori mannari massacrare la gente, e allora hai visto più volte scene simili. Ma rimangono eventi circoscritti, non sono generici “omicidi in pieno giorno”(che tra l’altro è una brutta frase fatta). E mai mai mai vedi “peggio”.
    Sì, fa più impressione leggere di un rampino che scende nella gola di un ragazzo per poi cavarne fuori gli intestini che non leggere di generici “omicidi”, d’altra parte se lo scopo è comunicare l’atrocità dello scenario ti serve il rampino, altrimenti scegli uno scenario meno atroce.
Il suo lavoro era osservare, non giudicare. Di intervenire, poi, non se ne parlava. Non se voleva tornare a casa vivo e tutto d’un pezzo. Non poteva negare però di aver sentito più volte un pizzicore sulle mani, il desiderio di raddrizzare a calci i tanti bulli che scambiavano la prepotenza per forza. Fino a quel momento era riuscito a trattenersi.
  • Continua l’inforigurgito evitabile, eliminabile senza colpo ferire.

i tanti bulli che scambiavano la prepotenza per forza

  • Chi ammazza in pieno giorno e partecipa a stupri di gruppo non è un “bullo”. Il bullo è il tizio che ti ruba la merenda, non quello che ti cava gli occhi.

  • “scambiare la prepotenza per forza” è un’altra brutta frase fatta.
Ora aveva toccato il punto più basso, assistendo a uno dei celebri Scontri a Vapore. Assolutamente proibiti, certo, da almeno cinque diversi Pronunciamenti Regi. Il problema era che nessuno aveva interesse ad applicarli, i Pronunciamenti. La filosofia a della Corona si riduceva, più o meno, a lasciare che quegli straccioni si scannassero tra loro. Forse, sperava l’uomo, la sua ricerca avrebbe migliorato le cose.
  • Suona strano che l’uomo assista solo adesso a uno scontro a vapore, contando che sono cinque mesi che si trova nella Zona Vecchia e tali scontri sono “celebri”. Suona strano che assistere a uno scontro sia “il punto più basso”: due che si picchiano in una gabbia non sembra peggio di un omicidio in pieno giorno o di uno stupro di gruppo. Non sembra peggio di “peggio”. Ma chissà, dato che la parte prima era così generica, magari gli scontri sono davvero peggio.
    Questo è un errore di fondo, sempre il solito: il cercare di coinvolgere il lettore (“ecco il peggio del peggio!”), solo raccontando. Basterebbe mostrare, e il lettore saprebbe da solo qual è il punto più basso.

  • “Assolutamente” è un avverbio superfluo e cliché: proibiti da cinque diversi Pronunciamenti è già proibito abbastanza.
Se quella sera fosse finita lì, la nostra storia (e molte altre) non esisterebbero neppure. Ma accadde qualcosa. Guidato dal fato, o dal puro caso, Solomon Stoltze volse lo sguardo alla terza Gabbia, in fondo alla sala, proprio nel momento in cui un combattimento stava per i finire.
  • Paragrafo da tagliare e basta.

  • La prima frase è un capolavoro di spreco d’inchiostro. A ogni singolo paragrafo del romanzo si potrebbe aggiungere in testa: “se il personaggio non avesse fatto come ha fatto la nostra storia ecc.” E allora? Che bisogno c’è di dirlo?
    Il lettore è in un locale della Zona Vecchia di Londra ad assistere a scontri di Cavalieri nella Vaporità. Il Narratore lo acchiappa e gli ricorda: “Oh, guarda che è solo una storia. L’hai sempre in mente? Ecco, bravo. Non farti coinvolgere troppo.”

  • Che senso ha questa manfrina del “fato” e del “puro caso”? C’è bisogno di questa enfasi per far voltare la testa a un personaggio? No. Tra l’altro se non lo sa il Narratore se sia fato o puro caso lo dovrebbe sapere il lettore?
Uno dei Cavalieri era un energumeno seminudo, con un cranio pelato abbastanza massiccio da sfondare una porta. Il suo nemico era una ragazzina magrissima: Solomon le avrebbe dato otto anni. Era sporca di sangue, aveva un occhio nero e un profondo taglio su un braccio. Stoltze non riusciva a distinguere altro, da quella distanza.

Stoltze non riusciva a distinguere altro, da quella distanza.

  • Se si toglie questa frase il lettore piange: “Ma come, Stoltze non distingue altro?” No. Dato che il punto di vista è di Stoltze, assumiamo che quello che leggiamo è quello che vede Stoltze, non c’è bisogno di specificare che non ha visto altro.

  • Senza contare che, non sapendo quanto sia grande il locale e dove sia di preciso Stoltze, “quella distanza” non vuole dire niente.

Uno dei Cavalieri era un energumeno seminudo, con un cranio pelato abbastanza massiccio da sfondare una porta. Il suo nemico era una ragazzina magrissima: Solomon le avrebbe dato otto anni. Era sporca di sangue, aveva un occhio nero e un profondo taglio su un braccio.

  • È una descrizione molto statica, che mal si accoppia all’idea che i Cavalieri sembrino “scoiattoli volanti”. Si ha l’impressione che i due Cavalieri si siano messi in posa per Stoltze, il che è inverosimile. Inoltre per notare l’occhio nero “da quella distanza”, la ragazzina dovrebbe aver tenuto la faccia girata verso l’esterno della Gabbia per un certo tempo. Non sembra comportamento probabile nella furia del combattimento.

seminudo

  • Ovvero? Torso nudo? Gambe nude? Braccia nude? Nudo dalla cintola in su? Oppure è “seminudo” perché i vestiti si sono strappati durante lo scontro?
    Forse è una raffinata citazione del Sommo Vate, dell’Immortale Poeta: Sergio Rocca.

    I suoi neri capelli semi-corti e il glabro viso gli davano un’aria da ‘lupetto spartano’.

Qualcosa, in lui, urlò. Stoltze si fece largo tra la folla, spingendo, annaspando tra i corpi sudati. Giunse vicino alla Gabbia. La ragazzina, sospesa a sei metri dal suolo, stava menando un fendente alla giugulare dell’avversario. Il suo piccolo pugnale disegnò nella nebbia una striscia color sangue. L’energumeno sputò grumi rossastri, crollò a terra con un tonfo. La ragazzina piroettò, graziosa, lasciandosi trasportare dalla Vaporità. Raggiunse il pavimento. S’inchinò. Uno scorcio di seno guizzò fuori. Il pubblico scoppiò in applausi e fischi.

Qualcosa, in lui, urlò.

  • Ennesima frase fatta. “Qualcosa” cosa? Sei Stoltze, lo saprai bene cosa urla dentro di te (assumendo che ‘sta frase non sia lì solo per sbaglio).

La ragazzina, sospesa a sei metri dal suolo, stava menando un fendente alla giugulare dell’avversario. Il suo piccolo pugnale disegnò nella nebbia una striscia color sangue. L’energumeno sputò grumi rossastri, crollò a terra con un tonfo.

  • La ragazzina è magrissima, tanto che Stoltze non le dà più di otto anni. Il pugnale è definito “piccolo”, e per apparire piccolo tra le mani di una bambina magrissima, dev’essere proprio piccolo. L’avversario è un energumeno con una capoccia tale da sfondare una porta. Non è così facile per una bambina rachitica e già ferita tagliargli il collo con un temperino. Non è impossibile, ma è faccenda molto più sporca e laboriosa. Non siamo a livello dei draghi colpiti al volo dalle catapulte, ma lo scontro descritto in maniera così semplicistica fa storcere il naso.

Uno scorcio di seno guizzò fuori.

  • Sarebbe stato opportuno accennare prima ai vestiti della ragazzina, perché io me l’ero immaginata (semi)nuda come l’energumeno (contando che “da quella distanza” Stoltze riesce a giudicarla magrissima e la ragazzina è sporca di sangue; lei non i suoi indumenti).
Il professor Stoltze ne ebbe abbastanza. La porta era mimetizzata dietro una delle Gabbie. L’accesso era proibito ai non addetti ai lavori, come faceva presente il cartello più diffuso nello show business. Non c’erano guardie. Tutti sapevano che era pericoloso (davvero pericoloso) entrare.
Solo in due casi potevi imboccare quella porta. Primo, se volevi diventare un Cavaliere della Vaporità – nome pomposo per quei disgraziati che si affrontavano nelle arene. Secondo, se volevi morire. Il professore aveva altre intenzioni.

Il professor Stoltze ne ebbe abbastanza.

  • Se il professore ne ha abbastanza perché non raggiunge l’uscita più vicina?

La porta era mimetizzata dietro una delle Gabbie. L’accesso era proibito ai non addetti ai lavori, come faceva presente il cartello più diffuso nello show business.

  • Cosa importa se quello è il cartello più diffuso nello “show business”? Soprattutto, non sembrano i pensieri di un professore che ne ha avuto abbastanza. Perché il Narratore deve intervenire solo per fornire questo dettaglio inutile? Non sarebbe più interessante mantenere il punto di vista sul professore che ne ha avuto abbastanza?

Cartello con furetto stilizzato
Area pattugliata da furetto d’assalto: Licia avrebbe messo questo di cartello! E avrebbe fatto meglio di Dimitri

Tutti sapevano che era pericoloso (davvero pericoloso) entrare.

  • Il paragrafo sotto è spiegato cosa succede se entri: o diventi un Cavaliere o muori. Perciò è inutile raccontare prima che varcare la soglia è pericoloso. O il lettore percepisce il pericolo sapendo cosa succede a entrare, oppure ribadire che è “davvero” pericoloso non lo rende più pericoloso.

  • Sarebbe una figata se questo trucco funzionasse: “Il mostro era davvero davvero davvero davvero davvero davvero pauroso.”, ed è vietata la vendita del romanzo perché chi lo legge schiatta dal terrore. Purtroppo i meccanismi della narrativa non sono così semplici.
  • Molti hanno contestato l’uso del Narratore in Pan. Anche a me non è piaciuto in sé, ma l’ho giustificato con il fatto che i suoi interventi erano spiritosi. Il romanzo perde verosimiglianza ma guadagna in divertimento.
    In Alice, come si può vedere da questo breve passaggio, il Narratore è non solo inutile, ma controproducente. Non diverte e prende regolarmente a calci il lettore per tenerlo fuori dalla storia.
    È stata una scelta consapevole di Dimitri? Può darsi, ciò non toglie che è un fastidioso errore. Anche rapinare una banca è una scelta consapevole, ma se ti beccano si dimostra un grosso sbaglio.

Il professore aveva altre intenzioni.

  • Perché, se non lo si specifica, il lettore potrebbe pensare che il professore sessantenne abbia deciso di diventare Cavaliere.
Il combattimento era finito da poco. Lui era riuscito a strisciare dentro. Ora si trovava in un atrio in penombra: l’unica luce proveniva da una lampada a gas che dondolava al centro della stanza. La ragazzina era qui da qualche parte: il suo manager l’aveva abbracciata, le aveva palpato il culo, e se l’era trascinata dietro.

Lui era riuscito a strisciare dentro.

  • I vari “riuscire a” sono quasi sempre pleonastici: se il personaggio fa qualcosa è sottointeso che sia riuscito a farla. Nel caso specifico non si capisce l’enfasi: la porta non è sorvegliata, dunque che difficoltà dovrebbero esserci a sgusciare dentro? Il professore è riuscito a superare il potere intimidatorio di un cartello? Eroe!
Solomon avanzò fino in fondo all’atrio. C’era un’altra porta, con lo stesso cartello. Aprì anche quella e si trovò in un lungo corridoio buio. S’incamminò con cautela serrando, nervoso, una mano sulla rivoltella carica.
  • Sarebbe più elegante rendere il “nervoso” con particolari concreti. Un’altra soluzione è toglierlo: se ti incammini con cautela serrando una mano sull’impugnatura della rivoltella, è chiaro che non sei tranquillo.

  • Lo stesso vale per la “cautela”: sarebbe più elegante descrivere i movimenti attenti del professore.
  • Abbiamo un personaggio punto di vista che procede con cautela ed è nervoso, si presume perciò che stia attento a ogni minimo dettaglio. Invece non c’è traccia di particolari interessanti: c’era una porta, c’era un corridoio, il corridoio era lungo e buio. Eh, bisogna proprio spendere 17 euro, da soli è difficile raggiungere questo grado di immaginazione fantastica.
Mentre avanzava sentì delle voci che si andavano facendo più nitide. Erano più versi che voci vere e proprie: gemiti, un uomo e una donna. I gemiti dell’uomo erano duri, quelli della donna disperati. Solomon arrivò a una porta socchiusa.
Con estrema lentezza allungò la testa per guardare oltre. Vide il corpo di una ragazzina, nudo, di spalle: la combattente di poco prima. Era incatenata al muro con pesanti anelli di ferro che le stringevano polsi e gambe.
Un uomo con la faccia da faina – il suo manager – la stava penetrando da dietro. In una mano stringeva un grosso chiodo. Lo usava per graffiare a sangue la schiena della ragazzina, seguendo il movimento di bacino.

Mentre avanzava sentì delle voci che si andavano facendo più nitide.

  • Il “sentì” è pleonastico: il punto di vista adesso è ben saldo con il professore, se ci sono delle voci è perché lui le sente.

Vide il corpo di una ragazzina, nudo, di spalle: la combattente di poco prima.

  • “Vide”: stesso discorso del sentì poco sopra. Comunque qui voglio sottolineare che il professore vede la ragazzina di spalle.

Un uomo con la faccia da faina – il suo manager – la stava penetrando da dietro. In una mano stringeva un grosso chiodo. Lo usava per graffiare a sangue la schiena della ragazzina, seguendo il movimento di bacino.

  • No. Se il professore vede la ragazzina di spalle, il manager non la sta penetrando da dietro. Altrimenti il corpo del manager coprirebbe la ragazzina (il manager sarà ben più grosso di una magrissima ragazzina di otto anni, contando anche che ha avuto la forza di trascinarla). E ancora, se il professore è alle spalle della coppia ragazzina-manager, non può vedere la faccia da faina del manager. Queste frasi hanno senso solo se il professore vede la coppia di profilo, non di spalle.

  • L’abuso dell’imperfetto dà la sensazione che la situazione sia raccontata, nonostante non manchino i dettagli concreti. Questo perché le azioni sono strascicate nel tempo, non è chiaro quando comincino e quando finiscano. Non siamo qui e ora, siamo in punto distante dallo svolgersi dell’azione, con il filtro del ricordo che appanna la visione. Più interessante sarebbe stato concentrarsi sul singolo gesto: sul singolo graffio, sul singolo schizzo di sangue, sulla singola spinta del manager.
  • Notare infine che non è l’unico punto del romanzo dove Dimitri confonde il davanti con il didietro: a pagina 104-105, Alice vede sia gli inseguitori alle sue spalle, sia il bosco di fronte a sé. Senza voltarsi.

Faina
La faccia del manager. Anche qui noto somiglianze con i furetti

seguendo il movimento di bacino.

  • “seguendo il movimento del bacino” suona meglio.
In un lampo Solomon gli fu addosso. Gli puntò la pistola alla tempia.
  • Da questo particolare – gli puntò la pistola alla tempia, non alla nuca – sembra che appunto il professore sia di profilo rispetto alla coppia. D’altra parte, se fosse di profilo, il manager probabilmente vedrebbe con la coda dell’occhio il professore mentre apre la porta. Condensare le azioni/reazioni di entrambi i personaggi in quel “In un lampo” è scrittura sciatta.
Il manager si fermò. «Chi cazzo sei?»
«Libera la ragazza».
«Quale scuderia ti manda?»
Il professore aumentò la pressione della pistola. «Liberala».
Il manager indicò un mazzo di chiavi a terra, poco lontano dalle catene.
«Prendile» ordinò Solomon. «Molto piano».
E l’uomo con la faccia da faina dovette capire che lo sconosciuto non bluffava, perché fece piano davvero. Si abbassò, la canna della pistola che seguiva ogni suo movimento. Raccolse le chiavi. Aprì le serrature.

E l’uomo con la faccia da faina dovette capire che lo sconosciuto non bluffava, perché fece piano davvero.

  • Altra frase da tagliare senza danno. In più sposta il punto di vista al manager – per lui il professore è uno “sconosciuto” – spostamento fastidioso in cambio di? In cambio di niente.
La prigioniera, ancora stordita, si massaggiò i polsi. «Grazie…» farfugliò.
Solomon le tese la mano libera. «Vieni con me».
Senza pronunciare parola, la ragazzina gli si avvicinò.
«Siete morti» disse la faina. «Fottutamente, assolutamente, morti».
«Non credo» rispose con calma Solomon. Il suo indice si mosse sul grilletto.
«Se mi fai male, stronzo, la mia famiglia beccherà la tua scuderia, e…»
«Io non ho scuderia».
Il manager sgranò gli occhi.
Il professore sparò.
  • Ho barrato direttamente i frammenti inutili.
E poi le cose sono un po’ confuse. C’era abbastanza Vaporità nell’aria da far strippare un tossico… e comunque basta con questa noiosa storia-prima-della-storia, pensò. Tutto ha importanza, ma niente ne ha troppa. Arriviamo a tempi più recenti. All’inizio dell’ultima parte, quella cruciale. Quella che ci porta a ora e tutto il resto.
Cominciamo.
  • Paragrafo da tagliare. Non si può leggere: “e comunque basta con questa noiosa storia-prima-della-storia”. Se una parte è noiosa va riscritta finché non è più noiosa. Il fatto che il Narratore si sia accorto del problema è un’aggravante, non una giustificazione.

    L’idraulico viene a riparare la doccia. Fa il suo lavoro. Chiede 200 euro. Se ne va. Controllate la doccia e scoprite che ancora perde. Vi incazzate.

    L’idraulico viene a riparare la doccia. Fa il suo lavoro. Chiede 200 euro. Sulla soglia di casa dice: “Ah, la doccia ancora perde. Buongiorno.” Se ne va. Credo che vi incazziate molto di più.

    Se una scena è meno che brillante va riscritta. Punto e basta. Non sono tollerabili scene noiose. Non quando i romanzi li si vuole vendere.

  • Ora, questa scena è noiosa? Abbastanza. Per colpa della scarsa pulizia nella scrittura, ma soprattutto per colpa della scelta sbagliata del punto di vista.

    Dimitri ripete spesso: “Io voglio arrivare alla pancia dei lettori, gli altri organi non mi interessano.” O espressioni simili. Il che è corretto: la (buona) narrativa è un’esperienza viscerale, non intellettuale.
    Partendo da questo presupposto, volendo arrivare alla pancia dei lettori, quale punto di vista è il migliore?
    • Il Narratore onnisciente.
    • Il professore che guarda.
    • La ragazzina che prima combatte all’ultimo sangue e poi è violentata.
    La risposta giusta è la numero tre. Certo, scrivere la scena dal punto di vista della ragazzina è molto (ma proprio davvero molto come direbbe Dimitri) più difficile. D’altra parte sulla copertina di Alice non vedo un bollino che recita: “Romanzo con sole scene facili, sconto 20%”.

La fine

Sarei tentata di svelare il finale di Alice, ma non ho voglia. Non ho voglia di spendere centinaia di parole per poi sentirmi dire che va bene così perché è “fantasy”! Basti dire che Dimitri è messo peggio della Troisi quando crede che per tendere un arco non serva forza. E diosantissimo, pure Dimitri deve infilarci l’esercito di morti che non serve a niente per la trama!
Il mio consiglio è di non comprare Alice, nel caso lo trovaste ancora in libreria o pensaste di prendere l’ebook legale, e di non leggerlo neanche.
Dimitri, cercando di spacciare il romanzo di un suo amyketto, conclude che bisogna leggerlo “perché sì”; bene, Alice va buttato nel cassonetto perché sì.
UAU! Mi esprimo proprio come un autore pubblicato!

Questo era l’ultimo impegno che mi ero presa nei confronti di romanzi scritti da italiani. Continuerò a segnalarli qualora comparissero sulle reti P2P, ma non li recensirò più. A meno di trovare qualche testo sul serio affascinante e scritto bene. Non se ne vedono all’orizzonte, ma non si sa mai.

Giudizio:

Niente.  -4 Perché no!!!

Quattro Gamberi Marci: clicca per maggiori informazioni sui voti

Altre alici

alici in scatola
Mamma, mamma guarda: anch’io so fare i giochi di parole!

Ho letto Le avventure di Alice nel Paese delle Meraviglie quando ero bambina e non mi ha fatto né caldo né freddo. Ho gradito alcune trovate fantasiose ma per il resto lo ricordo come una mezza stupidata. Riletto in lingua originale qualche mese fa ho potuto apprezzarlo di più, ma nella sostanza il giudizio non cambia: è una storiella che lascia il tempo che trova e nulla più; è sciocco più che bizzarro e non fa ridere neppure per sbaglio. Attraverso lo specchio e quel che Alice vi trovò è anche peggio.
Per questo consiglio a chi volesse avvicinarsi ad Alice l’edizione commentata da Martin Gardner: The Annotated Alice: The Definitive Edition. Le note di Gardner al testo le ho trovate più interessanti del testo stesso. Tra l’altro si può scoprire perché certi passaggi erano divertenti per il pubblico dell’epoca mentre ora sono solo nonsense. Il libro è disponibile anche in italiano, l’editore è Rizzoli.

Copertina di The Annotated Alice: The Definitive Edition
Copertina di The Annotated Alice: The Definitive Edition

Dimitri non è il primo che trae ispirazione dalla storia di Alice. Tra le tante alici che sguazzano nel mare della letteratura, ne segnalo tre:

Icona di un gamberetto Automated Alice di Jeff Noon. Noon scrive una terza avventura di Alice: dopo il Paese delle Meraviglie e lo Specchio, Alice si trova a viaggiare avanti nel tempo fino a un Manchester del futuro in un universo parallelo molto più bizzarro del nostro. E proprio l’abbondanza di elementi bizzarri è quello che ho maggiormente apprezzato: siamo in pieno territorio della Bizarro Fiction, anche se il romanzo di Noon non è catalogato come tale. La scrittura è decente, e quando l’autore interviene in prima persona – entrando come personaggio nella storia – almeno è ironico.
Il romanzo è stato pubblicato in Italia con il titolo: Alice nel paese dei numeri. Però non consiglio di leggere questa edizione, perché il libro di Noon è infarcito di giochi di parole – in effetti molto più che l’Alice originale – e non credo sia stato possibile mantenerli in una traduzione. Può valere la pena leggerlo in inglese.

Copertina di Automated Alice
Copertina di Automated Alice

Icona di un gamberetto Come solo in inglese è disponibile Adolf in Wonderland di Carlton Mellick III. Qui Alice non è una bambina, ma un giovane Adolf Hitler, che, morso da un ragno nel mezzo del deserto, rimpicciolisce e viaggia in un Paese delle Meraviglie molto più strampalato dell’originale. Non manca una sorta di storia d’amore e anche in questa wonderland compare la sinestesia.
Non è il miglior romanzo di Mellick, è una spanna sotto opere come The Haunted Vagina o War Slut, lo stesso è una lettura piacevole. Mellick scrive in maniera pulita e trasparente, non fa sentire la propria presenza e lascia il lettore libero di baloccarsi con il bizzarro. Dimitri racconta di una realtà sempre mutevole, Mellick la mostra. Però avverto che i riferimenti all’Alice originale non sono molti, e questo potrebbe far storcere il naso a qualcuno.

Copertina di Adolf in Wonderland
Copertina di Adolf in Wonderland

Icona di un gamberetto Night of the Jabberwock di Frederic Brown invece è all’esatto opposto: si tratta di un romanzo infarcito di citazioni e riferimenti all’Alice originale, ma di per sé non è un’opera di narrativa fantastica. È infatti un giallo che racconta una movimentata notte di un giornalista di un piccolo giornale di provincia. Nel giro di poche ore il nostro eroe si troverà per le mani più notizie di quante ne pubblica di solito in un anno. Non svelo di più perché rovinerei la lettura. Non do neppure un giudizio perché non sono esperta di gialli, però posso dire che mi sono divertita a leggere e credo che gli appassionati di Alice apprezzeranno molto i rimandi alla storia di Carroll. In italiano è uscito con il titolo Tutto in una notte nella collana Il Giallo Mondadori.

Copertina di Night of the Jabberwock
Copertina di Night of the Jabberwock

E non sarei io se non chiudessi sputando sull’umile fatica di qualche autore: i romanzi della serie The Looking Glass Wars di Frank Beddor sono scritti in maniera ignobile, a livello del fantasy nostrano più becero; non leggeteli e statene lontani se mai dovessero tradurli.

Copertina di The Looking Glass Wars
Copertina di The Looking Glass Wars


Approfondimenti:

bandiera IT Alice nel Paese della Vaporità su Amazon.it
bandiera IT Alice nel Paese della Vaporità su iBS.it (edizione ebook)
bandiera IT Il sito ufficiale del romanzo
bandiera IT Il blog di Francesco Dimitri

bandiera EN Alice’s Adventures in Wonderland leggibile online presso il Project Gutenberg
bandiera IT Alice nel Paese delle Meraviglie leggibile online presso Wikisource

bandiera EN The Annotated Alice: The Definitive Edition su library.nu
bandiera IT The Annotated Alice: The Definitive Edition su Amazon.it
bandiera EN Automated Alice su library.nu
bandiera IT Automated Alice su Amazon.it
bandiera IT Adolf in Wonderland su Amazon.it
bandiera EN Night of the Jabberwock su library.nu
bandiera IT Night of the Jabberwock su Amazon.it

bandiera EN Scoiattoli volanti su Wikipedia

 

Scritto da GamberolinkCommenti (107)Lascia un Commento » feed bianco Feed dei commenti a questo articolo Questo articolo in versione stampabile Questo articolo in versione stampabile • Donazioni

Videogiochi e Teste Mozzate

Avrei voluto parlare de La Bussola d’Oro, ma questa settimana sono stata tirata in ballo in una discussione accalorata su FantasyMagazine che mi ha messo di cattivo umore. Non mi piace leggere narrativa quando sono di cattivo umore, lascia un retrogusto spiacevole. In compenso ho terminato un paio saggi interessanti, e sebbene nessuno dei due parli in particolare di narrativa fantasy, meritano lo stesso un commento.

Il primo è Samurai: The Code of the Warrior di Thomas Louis e Tommy Ito. È un testo introduttivo alla storia, la filosofia, la vita quotidiana e l’arte della guerra dei Samurai. È un bel libro, corredato da diverse splendide illustrazioni, ma non ha la profondità di testi più specifici dedicati all’argomento, come le monografie di Stephen Turnbull.

Copertina di Samurai: The Code of the Warrior
Copertina di Samurai: The Code of the Warrior

Nondimeno, ho appreso anche da questo libro dei particolari degni di nota.
Ci sono delle caratteristiche dei Samurai che sono conosciute più o meno da tutti – come l’abilità con la spada o il fanatico senso dell’onore – altre sono meno note. Una di queste è che i Samurai erano tagliatori di teste.
Decapitare un nemico in battaglia e poter mostrare questo trofeo al proprio signore (daimyo) era considerato uno dei massimi onori ottenibili in combattimento. I Samurai si portavano addirittura appresso una borsa apposita per teste, detta kubibukuro, perché non c’è niente di più imbarazzante di tagliare una testa e non sapere dove metterla!

Kubibukuro
Kubibukuro (Borsa per teste)

Il particolare macabro ha però implicazioni poco prevedibili. La prima è che spesso i Samurai, ottenuta la testa di qualche nemico importante, disertavano la battaglia, per non correre il rischio di perdere il trofeo nella mischia. Ovvero, la propria fazione poteva andare pure al Diavolo, ma che nessuno osasse toccare le teste tagliate!

La seconda implicazione è legata a un periodo storico durante il quale l’onore (e in certi casi anche lo stipendio) veniva calcolato in base al numero di teste tagliate piuttosto che in base alla qualità delle stesse.
Nelle prime fasi dell’invasione della Corea, iniziata nel 1592, i Samurai incontrarono scarsa resistenza, e fecero strage tra i nemici, civili compresi. Questo significò una gran quantità di teste, per avere un’idea quante, basti pensare che alcuni storici credono che nei sei anni di guerra i Giapponesi uccisero quasi un milione di Coreani. Tutte queste teste dovevano venir catalogate – ché sarebbe stato imperdonabile attribuire una decapitazione al Samurai sbagliato – e rispedite in Giappone, dove, dopo esser state rese presentabili, dovevano essere appunto presentate al comandante supremo dell’epoca. Infine occorreva seppellire le teste.
Tale incredibile traffico di teste teneva occupati una gran quantità di uomini e mezzi, tanto da rappresentare un ostacolo concreto per la generale logistica dell’invasione. Alla fine si dovette ricorrere a un compromesso: in Giappone venivano rispedite non più le teste intere ma solo un orecchio o un naso.

Un'illustrazione da Samurai: The Code of the Warrior
I tagliatori di teste in azione…

La morale della favola, per lo scrittore, è che ogni particolare inventato ha conseguenze, spesso molto difficili da immaginare.
Lo scrittore troisiano ragiona così: ho appena inventato la cattivissima razza degli Orchi di Buzzagrotto, adesso per dimostrare quanto siano malvagi ci metto un bel particolare macabro! Gli Orchi di Buzzagrotto tagliano la testa ai nemici uccisi in battaglia e poi le portano in offerta all’altare del loro Dio, il Crudele Gimpone. Perfetto! Sennonché, quando gli Orchi di Buzzagrotto inizieranno l’invasione del Regno dei Pacifici Elfi™, lo scrittore terrà conto della logistica delle teste mozzate? Essendo troisiano, no, ovviamente, e io sarò costretta a ricordarglielo!

Perciò, come già tante altre volte ricordato, non basta la mera immaginazione, occorre ragionare sul quel che si immagina, e documentarsi, perché certe implicazioni non sono intuitive, richiedono, per essere colte, una notevole base di conoscenze.
Tra l’altro questi sono i dettagli che alimentano la fiducia in un autore, che permettono di leggere un romanzo con sospensione dell’incredulità, perché lo scrittore ha dimostrato di sapere quel che sta facendo, di non star parlando a vanvera.

* * *

Il secondo saggio della settimana è stato The Art of Computer Game Design di Chris Crawford. La discussione riguardo i videogiochi e Cloverfield mi aveva incuriosita e inoltre dovevo io documentarmi rispetto a qualcosa che sto scrivendo.

Copertina di The Art of Computer Game Design
Copertina di The Art of Computer Game Design

Il libro di Crawford è stato pubblicato per la prima volta nel 1984, e nonostante ciò è uno dei pochi testi sull’argomento. Libri sulla programmazione dei videogiochi abbondando, ma sul design, sulla progettazione degli stessi, specie in ottica “artistica”, non ve ne sono molti.

Per certi versi, leggendo il libro di Crawford, ho avuto l’impressione di leggere fantascienza retrofuturistica. In soli vent’anni il settore è stato rivoluzionato, e alcune delle cose descritte da Crawford non solo non le ho mai viste di persona, ma paiono vera e propria archeologia.

Accoppiatore acustico
Quest’affare è un “accoppiatore acustico”, una forma primitiva di modem, vestigia di un’epoca che non conosceva ADSL!

Tuttavia, al di là dei particolari tecnici che ormai non hanno più senso, i concetti fondamentali stabiliti da Crawford mi sembrano più che centrati, in particolare riguardo una di quelle idee che circolano al giorno d’oggi, sentita anche a proposito di Cloverfield, ovvero la contaminazione, se non proprio la convergenza, tra cinema e videogiochi.

Leggendo il saggio di Crawford posso affermare che l’idea in questione è campata per aria. Cinema e videogiochi sono due distinte attività, separate, e con una natura di fondo opposta. Il fatto che entrambi abbiano come principale mezzo di comunicazione verso l’utente uno schermo è insignificante.

Crawford individua nei (video)giochi due caratteristiche che li separano da altre entità all’apparenza simili, quali appunto il cinema o la narrativa. Queste caratteristiche sono la scelta e la dinamicità.

In un film (o in un romanzo) l’utente è costretto a seguire una determinata strada e a seguirla sempre nella stessa direzione. La strada può essere tortuosa finché si vuole, ma in nessun punto ci saranno diramazioni e in nessun punto si potrà invertire il senso di marcia.
Non c’è niente di male in questo, sono millenni che la gente legge narrativa e più di cent’anni che va al cinema con piena soddisfazione, tuttavia tale “limitazione” esiste ed è intrinseca a queste forme d’arte.

In un videogioco invece l’utente si trova davanti una moltitudine di strade tra le quali scegliere. Nei primi videogiochi questa capacità di scelta aveva spesso una diretta rappresentazione grafica: si pensi a Pac-Man, quando l’animaletto giallo è a un bivio, è chiara la scelta se tirare dritto o svoltare a destra o a sinistra.

Uno screenshot di Pac-Man
Uno screenshot di Pac-Man: tre evidenti scelte per il tipo in giallo, tirare dritto, tornare indietro o girare a destra

Più sono le scelte, più un gioco è potenzialmente più divertente. All’aumentare delle scelte aumenta quella qualità indefinibile detta gameplay o giocabilità, qualità che rende un gioco appassionante. Gli scacchi sono più appassionanti del Tic-Tac-Toe anche perché gli scacchi offrono molte più scelte.
Un particolare da tener presente è che spesso, se il gioco è progettato male, ci sono molte false scelte. Ovvero le scelte sono in apparenza molte, ma il giocatore è subito in grado di capire quali non porteranno mai alla vittoria, cosicché spesso si ritrova con pochissime reali alternative.
Tetris è uno dei pochi videogiochi a essere giocato da anni, in questa o quella versione; una delle ragioni è perché non offre alcuna falsa scelta. È stato matematicamente dimostrato (Tetris is Hard, Made Easy, The Theory of Tetris, copie locali, PDF) come non sia possibile estrapolare in tempi pratici alcuna strategia che sempre porti all’eliminazione di tutti i mattoncini che scendono. L’esperienza aiuta, ma ogni scelta rimane valida (o sbagliata), il giocatore ha sempre davanti a sé il massimo delle possibilità offerte dal gioco.

Uno screenshot di Tetris
Una delle prime versioni di Tetris (1985)

Perciò una prima differenza importante: un film non ha scelte, in un videogioco più sono le scelte, più il gioco può diventar bello.

La dinamicità. Per Crawford un (video)gioco è tale quando è dinamico, cioè reagisce alle scelte del giocatore. Crawford infatti distingue tra giochi e puzzle. Nei puzzle ci sono scelte, ma non c’è alcuna dinamicità. Prendiamo il Campo Minato di Windows: posso scegliere dove mettere le bandierine, tuttavia questo non cambia la disposizione delle bombe, il gioco non reagisce alle mie scelte, è già stato tutto preordinato.
Viceversa giocando a scacchi il mio avversario sposterà i suoi pezzi in risposta ai miei, non in una maniera “preconfezionata”.
L’ideale è che per ogni scelta compiuta dal giocare, il gioco risponda in maniera appropriata ma non prevedibile. Rimanendo in ambito scacchistico: ogni volta che il giocatore muove l’avversario deve replicare in maniera tale da metterlo in difficoltà, ma non usando sempre la stessa mossa.
In un film o romanzo non c’è alcuna dinamicità: il regista può inserire un geniale colpo di scena nel finale, ma se lo spettatore rivedrà il film, il colpo di scena sarà ancora lì, nello stesso punto.

Perciò seconda differenza importante: un film non è dinamico, mentre un videogioco lo deve essere il più possibile.

Nota: qui, con Crawford, sto parlando di videogiochi ideali, pensati per essere i più appassionanti possibile. In pratica vengono prodotti un sacco di videogiochi lineari (o “su rotaia” come si dice in gergo) dove le scelte sono pochissime e la dinamicità minima, ma è solo una distorsione del mercato – per il quale conta di più mettere in copertina un personaggio di Walt Disney che non creare un’opera d’arte – piuttosto che un limite dei videogiochi stessi.

Confezione di Cars
Cars: un videogioco orribile che ha venduto milioni di copie solo per il richiamo sulla confezione al film della Disney

Viste queste due differenze basilari tra film e videogiochi, prendiamo la somiglianza: lo schermo. Non è difficile guardando appunto Cloverfield e poi videogiochi come Half-Life o Call of Duty pensare che ci sia una vicinanza. Qui però emerge la terza e decisiva differenza: le immagini in movimento sono intrinseche al cinema, così come le parole lo sono alla narrativa, ma lo schermo non è caratteristica propria dei (video)giochi.
Quello che distingue un gioco da un altro sono le regole. Prendiamo ancora gli scacchi: posso avere davanti una scacchiera fisica, posso avere una scacchiera sul video, posso non avere alcuna scacchiera e immaginarmi solo le mosse. È lo stesso gioco. Così come un gioco di ruolo lo posso giocare a video, o posso giocarlo con carta e penna, o posso travestirmi da elfa, prendere il mio arco di cartapesta e andare a fare la squilibrata cosplayer giocatrice dal vivo in qualche bosco. Quello che definisce il gioco non è il suo aspetto, ma le sue regole.

Crawford infatti nota che è il designer ingenuo e inesperto che comincia a progettare un videogioco dal video. Non che non si debba tenere conto dei limiti o delle possibilità della tecnologia, nessuno nega la bellezza di una grafica 3D che sfrutti tutte le potenzialità dei computer attuali, ma i giochi davvero belli, quelli che possono rimanere per millenni, e non solo per i soliti sei mesi di hype, sono slegati dalla loro rappresentazione.
Viceversa un film è la sua rappresentazione.

Dunque mi sembra chiaro che non ci siano molti punti di possibile contatto tra cinema e videogiochi. Sono due ambiti del tutto diversi, e anzi il vero rischio è che i videogiochi copino il cinema, divenendo sempre più lineari e prevedibili, perdendo quelle caratteristiche di scelta e dinamicità che sono il vero cuore di un (video)gioco.

Uno screenshot di Call of Duty
Call of Duty: un gioco “su rotaia”

* * *

Girando in questi giorni diversi forum dedicati ai videogiochi, ho notato che non mancano anche da quelle parti gli aspiranti professionisti. Per lo più ragazzi che vogliono diventare game designer, magari alle prese con il loro primo giochino. Secondo me rimarrebbero stupiti dal sapere che, stabilito quale sarà scopo e ambientazione del gioco, il primo consiglio di Chris Crawford è quello di… incredibile a dirsi… rullo di tamburi… DOCUMENTARSI!

With a goal and topic firmly in mind, the next step is to immerse yourself in the topic. Read everything you can on the topic. Study all previous efforts related to either your goal or your topic. What aspects of these earlier efforts appeal to you? What aspects disappoint or anger you? Make sure that you understand the mechanics of the environment your game will attempt to represent. Your game must give the authentic feel, the texture of the real world, and this can only be achieved if you firmly understand the environment of the game. While researching EXCALIBUR, I studied the history of Britain during the period AD 400-700.

Per chi non lo conoscesse, Chris Crawford è un famoso game designer, specializzato in giochi di strategia. Alcuni dei giochi da lui creati, Eastern Front – 1941, Balance of Power, Patton vs. Rommel, High Command: Europe 1939-45, sono considerati dei classici, sia dal punto di vista della giocabilità, sia da un punto di vista prettamente tecnico. Ad esempio in Eastern Front – 1941, un gioco del 1981, l’Intelligenza Artificiale che comanda le truppe nemiche è in grado di pensare mentre il giocatore muove, in questo modo più il giocatore si attarda nei suoi di ragionamenti, più si troverà di fronte un avversario ostico. Questa caratteristica a tutt’oggi è sfruttata solo da pochissimi giochi.

Uno screenshot di Eastern Front - 1941
Uno screenshot di Eastern Front – 1941

* * *

In onore alla settimana appena conclusasi vorrei aggiungere qualche altra parola rispetto al documentarsi.
C’è infatti anche chi non la pensa come me, persino tra gli “addetti ai lavori”. Qualche mese fa ebbi questo scambio di battute con Marina Lenti, prode autrice di volumi di pregio, quali L’Incantesimo di Harry Potter e Harry Potter a test.

Gamberetta:

A fronte di un argomento tanto vasto e complicato [sto parlando di guerra] un autore che dovrebbe fare? [...] Come dovrebbe informarsi? Guardando Xena in TV?

Marina Lenti:

sì io dico che basta una cultura media da film, e allora?

E allora, Marina, con “una cultura media da film” (sic!) scrivi boiate! Non ci si può poi stupire se tanti romanzi fantasy italiani fanno schifo, quando chi si occupa a livello professionale dell’argomento considera adeguata “una cultura media da film”.
Ma ognuno giudichi per sé, se sia il caso di read everything you can on the topic o accontentarsi della cultura media da film.

Un'illustrazione da Samurai: The Code of the Warrior
I Samurai meditano sulle parole di Marina: speriamo non prendano decisioni affrettate!


Approfondimenti:

bandiera EN Samurai: The Code of the Warrior su Amazon.com
bandiera EN Il sito di Stephen Turnbull, storico specializzato nelle vicende dei Samurai
bandiera EN L’invasione della Corea del 1592 su Wikipedia

bandiera EN The Art of Computer Game Design su Amazon.com
bandiera EN The Art of Computer Game Design leggibile online, con il benestare dell’autore
bandiera EN Chris Crawford on Game Design: un secondo saggio di Crawford dedicato al game design, lo leggerò!
bandiera EN Una serie d’interessanti articoli di Chris Crawford presso il suo sito personale
bandiera EN StoryTron Interactive Storytelling, l’ultimo progetto di Chris Crawford
bandiera EN Screenshot e recensioni di Excalibur
bandiera EN Eastern Front – 1941 su Wikipedia

bandiera EN Pac-Man su Wikipedia
bandiera EN Tetris su Wikipedia
bandiera EN Call of Duty su Wikipedia
bandiera EN Gamasutra, un sito dedicato al game design

Scritto da GamberolinkCommenti (39)Lascia un Commento » feed bianco Feed dei commenti a questo articolo Questo articolo in versione stampabile Questo articolo in versione stampabile • Donazioni