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Sulle Case Editrici a Pagamento

In questo periodo mi sto documentando sulle case editrici a pagamento. Non perché voglia pubblicare con tali loschi figuri, ma perché ho intenzione di scrivere una storia che ne parli.

Le case editrici a pagamento sono quelle case editrici che chiedono un contributo all’autore. Chiariamo subito un punto: una casa editrice a pagamento non è un’impresa truffaldina.
Il reato che ipotizzerei è quello di circonvenzione d’incapace, sennonché, forse per una svista del legislatore, la figura dello scrittore esordiente non è elencata tra quelle per cui vale la definizione d’incapace. Grazie a tale scappatoia le case editrici a pagamento la fanno quasi sempre franca.
Perciò no, l’attività delle case editrici a pagamento non costituisce reato, è solo moralmente aberrante.

Denaro
Il denaro, sterco del Demonio?

La più comune strategia delle case editrici a pagamento è chiedere un contributo all’autore. La casa editrice propone di stampare 100 copie di un libro e chiede all’autore 1.000 euro. L’autore paga e il libro viene pubblicato.
Ma non è il solo modo per cavar soldi agli sprovveduti. Un’altra strategia piuttosto comune è l’obbligo all’acquisto delle copie. Funziona così: la casa editrice stampa 100 copie e l’autore è obbligato a comprarle tutte quante.
Il trucco qui è che la casa editrice fa credere all’autore di star facendo un grande affare, perché spesso l’acquisto delle copie avviene a un prezzo molto scontato rispetto al prezzo di copertina. L’editore spiega all’autore che potrà comprare le copie a 10 euro l’una, contro un prezzo di copertina di 20: se l’autore riuscirà a rivendere le copie acquistate scontate, non solo rientrerà nella spesa ma ci guadagnerà!
Si fa appello all’orgoglio e alla dignità dello scrittore: “ma come, hai talmente così poca fiducia nel tuo lavoro da non credere di riuscire a vendere 100 copie? Ma come, non hai amici e parenti e conoscenti che non vedono l’ora di leggerti?!” Ovviamente dovrebbe essere l’editore ad avere fiducia ed essere lui a rischiare.
Così l’autore, stupido quanto orgoglioso, paga e si ritrova sul gozzo le 100 copie. Qui la situazione può diventare imbarazzante, con l’autore medesimo in giro per Internet a cercare di vendere copia a copia la sua opera a perfetti sconosciuti. Quando poi uno di quegli sconosciuti compra l’opera e dice all’autore che la detta opera fa schifo, l’autore se la prende pure, ma questa è un’altra storia.

Un altro trucco è quello dell’obbligo all’acquisto delle copie invendute. Per legge, quando editore e autore concordano sul fatto che un libro non sia più vendibile, l’editore ha l’obbligo di proporre all’autore l’acquisto delle copie in giacenza, prima di mandarle al macero. Ovviamente l’autore può rifiutare. Non però se ha firmato un contratto che invece glielo impone.
Anche qui si fa appello all’orgoglio dell’autore: “figuriamoci se rimarranno copie in giacenza! Non hai fiducia nel tuo stesso lavoro?!” Come prima, per l’editore è facile aver fiducia quando non rischia niente, e all’autore pare brutto essere lui quello che dubita della propria opera. Uno o due anni dopo le 100 copie stampate sono ancora lì, non acquistate da nessuno, e le dovrà tutte comprare l’autore, spesso senza neanche lo sconto.

In generale ci sono mille possibili tranelli. Il punto chiave è uno solo: se in qualunque punto del contratto editoriale è anche solo ipotizzato un passaggio di denaro dall’autore all’editore, c’è qualcosa che non quadra. Occorre sottoporre il contratto all’attenzione di un avvocato.

Il problema però non si esaurisce con gli autori ingenui. Forse la schiera più folta è costituita da quegli autori che sanno che stanno pagando e credono davvero possano ottenerne dei vantaggi. Non è così. Vediamo alcuni casi.

Darsi delle arie

È un paio d’anni circa che bazzico per Internet su forum e siti che si occupano d’editoria. E ho scoperto che forse la ragione principale che spinge gli autori a cercare la pubblicazione è il potersene poi vantare.
Non solo con gli altri, anche con se stessi. “Ho passato la vita a insegnare a una classe di dementi al Liceo”: suona male, ma se si aggiunge “nel frattempo però scrivevo il seguito di Robinson Crusoe!” si dona a un’esistenza triste tutt’altra patina.
Anche nei rapporti sociali, ha il suo fascino: “Che mestiere fai?” “Insegno a una classe di dementi al Liceo Scrittrice!”
Perché non funziona: perché non è così semplice ingannare se stessi. Noi lo sappiamo di aver pagato, e sappiamo che ci hanno pubblicato solo perché abbiamo tirato fuori i soldi. Perciò all’esistenza triste si aggiunge solo una nota patetica.
Nei rapporti con gli altri, si riuscirà a ingannare solo i più gonzi. Quelli dotati di un minimo d’intelletto potrebbero indagare cosa uno ha scritto, peggio potrebbero provare a leggerlo. A quel punto si rimpiangerà di aver rinunciato alla sobria dignità d’insegnare a una classe di dementi al Liceo. Ovviamente sto alludendo a una persona che conosco, ma che per fortuna crede che Internet sia una marca di aspirapolvere.

Copertina di The Further Adventures of Robinson Crusoe
Copertina di The Further Adventures of Robinson Crusoe, seguito del Robinson Crusoe

Ci sono delle alternative gratuite per darsi delle arie. Per ingannare se stessi la via più semplice è convincersi di aver scritto un libro scomodo. Non viene pubblicato da nessuno perché nessuno ne ha il coraggio, in questo mondo corrotto.
Siamo troppo scomodi! Siamo così scomodi che la gente non si siede accanto a noi in metropolitana! Non ci pubblicheranno mai, ma questa sarà solo indicazione di quanto noi siamo veri scrittori! Un vantaggio collaterale di tale modo di pensare è che non è richiesta neanche la spesa per spedire il manoscritto in giro alle varie case editrici: sappiamo bene di essere troppo scomodi, è inutile anche provarci!
Si diventa i più grandi (e scomodi) scrittori contemporanei senza sborsare un euro, un bel passo avanti rispetto all’editoria a pagamento!
Nei rapporti con gli altri, l’alternativa gratuita è mentire: “Che mestiere fai?” “Scrittrice! Ho pubblicato un romanzo fantasy, La Vendetta degli Australopitechi, te ne manderei una copia, ma è esaurito, attendo la quinta ristampa.” I gonzi s’ingannano ugualmente, e quelli più furbi possono entro certi limiti essere raggirati: un romanzo immaginario è sempre meglio di un romanzo vero ma orribile! Costo zero, ma è richiesto talento nel ramo dell’ingegneria sociale.

Farsi conoscere

Se stampo un libro, anche a pagamento, comincerò a farmi un nome in giro. Magari sarò notato da qualche editore “serio”, magari per sbaglio qualche giornalista o critico si accorgerà di me! Questo è un altro ragionamento che sento abbastanza spesso. Il succo di questo ragionamento è che un editore non dia importanza ai manoscritti che riceve in lettura, ma fulminato dalla copertina di un romanzo pubblicato a pagamento, lo legga d’un fiato, per poi correre ad acquistarne i diritti.

Non succede. Per capirne il perché bisogna partire da una considerazione:

Le case editrici a pagamento pubblicano chiunque.

Se dicono il contrario stanno mentendo. Pubblicano chiunque paghi, qualunque cosa abbia scritto. Sempre e comunque. Non c’è mai selezione. MAI. Si paga, si pubblica, fine.
Data tale premessa, l’editore “serio” ha due strade: leggere uno dei tanti manoscritti che prendono polvere sulla sua scrivania o leggere il romanzo pubblicato a pagamento. Il romanzo pubblicato a pagamento è stato scritto da uno scrittore almeno ingenuo e al più stupido. Perciò agli occhi dell’editore apparirà ancora meno interessante del manoscritto numero 918.

Manoscritto
Certi manoscritti attendono di essere letti da un editore ormai da molti anni

Perciò sì, ci si fa conoscere: si avrà la fama di idioti.

Diventare ricchi e famosi

Con un piccolo investimento iniziale si possono spalancare le porte della Gloria, della Fama, della Ricchezza! La Rowling non vive forse in una reggia, tanto da far invidia alla Regina d’Inghilterra?
Sì, può succedere. Se però investite i soldi dell’editore a pagamento in schedine del SuperEnalotto avrete molte più possibilità!

Farsi leggere da un pubblico

L’ultima ragione per la quale un autore prova a pubblicare un libro è per far leggere le proprie storie agli altri. Mi rendo conto che sia una ragione flebile rispetto alla vanità o all’avidità, ma esistono davvero persone che hanno quest’idea folle in testa!

In quest’ambito, i servizi che una casa editrice a pagamento offre sono:

  • editing del manoscritto.
  • stampa del libro.
  • distribuzione del libro.
  • promozione del libro.

Partiamo dal primo punto: editing del manoscritto. È un mito! Le case editrici a pagamento prendono il manoscritto così com’è e così com’è lo stampano, senza neanche passarlo al controllo ortografico di un programma di elaborazione testi. Se si spera di avere l’aiuto di un editor, non lo si avrà. Fra l’altro anche se si viene pubblicati da una casa editrice “normale” è abbastanza difficile trovare un editor competente, specie nella narrativa di genere. Ma questo sarà argomento per un altro articolo.
Se non vi fidate, cercate in rete estratti da libri pubblicati a pagamento e passateli in OpenOffice.org Writer o Word e guardate quanti errori ci sono.
Di editing vero e proprio poi non ne parliamo: la casa editrice a pagamento non cambierà una virgola. Anzi no, forse una virgola la cambierà, e poi chiederà ulteriori 300 euro per spese di editing.

Secondo punto: stampa del libro. Neanche questa è garantita, specie nei contratti che non succhiano soldi mediante l’acquisto obbligato delle copie. Tuttavia su questo punto spesso si ottiene quel che si è pagato: il libro verrà stampato.

Terzo punto: distribuzione del libro. Normalmente consisterà in una vendita via Internet dal sito della casa editrice, più disponibilità presso le librerie online, quali iBS.it o BOL.it. Dall’ordine al ricevimento dei libri attraverso iBS e simili passeranno tempi biblici (dalle 3 settimane in su). Si potrà anche ordinare il libro nelle librerie ma non lo farà nessuno.
Fisicamente il libro sarà disponibile in una manciata di librerie, se va bene in un paio di città. E stiamo parlando dei casi più fortunati.
In altri termini, il libro non avrà distribuzione o quasi. Come se l’editore non avesse interessa a venderlo… e infatti non l’ha, il suo guadagno l’ha già ottenuto spennando l’autore!

Quarto punto: promozione. Totalmente a carico dell’autore. L’editore non spenderà un soldo per promuovere o far pubblicità al libro. Anche in questo caso si può assistere a scene patetiche, quali presentazioni organizzate dalle pro loco con presenti solo l’autore, i genitori e due amici, dei quali uno pagato per esserci. Oppure si può trovare l’autore in giro per Internet a far pubblicità disperata al suo romanzo, spammando per ogni dove, dai forum dedicati all’editoria al circolo degli amanti del lancio del nano.

Per sintetizzare: se lo scopo è far leggere il libro, pubblicandolo a pagamento non lo leggerà nessuno.

Quali sono le alternative, partendo dal presupposto di non pubblicare con un editore “normale”?

Punto primo: editing. Ci si può rivolgere a un’agenzia letteraria o a liberi professionisti che svolgono questo lavoro. Anche qui si paga, e probabilmente non vale la pena, visto che la competenza di tali tizi è tutta da dimostrare. Però almeno ci sarà una possibilità che un lavoro venga svolto, contro le zero per gli editori a pagamento. Il mio consiglio è di lasciar perdere, e di far da soli, il gioco non vale la candela, a meno di poter sfruttare gratis il lavoro di qualche scrittore amico. Scrittore vero però, non un altro fesso pubblicato a pagamento.

Punto secondo: stampa. Stampare in maniera tradizionale, cioè rivolgersi a una tipografia non vale assolutamente la pena. Bisogna rivolgersi da un lato alla distribuzione elettronica gratuita e dall’altro al print-on-demand.
La distribuzione elettronica consiste nel rendere disponibile un file contenente il romanzo. Per esempio un PDF sul proprio sito o blog. Perché distribuzione gratuita? Perché nessuno, sottolineo nessuno, compra l’ebook di un perfetto sconosciuto. Neanche i suoi amici.
In compenso si può provare la formula dello shareware implorante: “se vi piace quello che avete letto potete devolvere un obolo, metà del ricavato sarà usato per piantare alberi nel deserto del Gobi.”
Con il download gratuito qualcuno il PDF lo scaricherà, e forse uno su cento lo leggerà, e forse tra questi uno su mille donerà.
Per i pochissimi che dopo aver letto il PDF vogliono anche la versione cartacea, si ci può appoggiare a un servizio di print-on-demand. Ce ne sono diversi, il più famoso è di sicuro Lulu.com, ma non è l’unico. Un altro abbastanza conosciuto è per esempio iUniverse.com.

Bob Young
Il Signor Lulu, all’anagrafe Bob Young

Lulu.com rispetto a un editore a pagamento ha il vantaggio che… non si paga. Si pagano solo i servizi aggiuntivi, come procurarsi un codice ISBN, se lo si vuole. Ma nel caso più semplice, si “pubblica” e Lulu e l’autore ricevono soldi quando qualcuno ordina una copia.
Bello, vero? Peccato che nessuno o quasi ordinerà mai una copia. Perché dovrebbe? Credo che ci sia la stessa probabilità che qualcuno doni per gli alberi in Gobi, facendo due conti, una vendita ogni 100.000 lettori.
Sul forum di Lulu.com si discute spesso di vendite, e delle particolarità della classifica di vendita del sito, in realtà stilata non in base alle copie vendute ma ai guadagni degli autori. In media comunque pare che il numero di copie vendute per opera oscilli sulle 2. Delle quali 2, entrambe acquistate dall’autore.
Nascono così iniziative pietose, sullo stile: io compro il tuo libro e tu compri il mio. Inizia tu. No tu. Non ho voglia. Il mese prossimo. Appena posso…

Per chi fosse curioso, questa è la classifica attuale nell’ambito dei libri in lingua italiana (aggiornata al 1 Novembre 2007):

Al di là dell’Italia, qualcuno ha mai avuto successo partendo da Lulu? Ho trovato una sola storia di “successo”: questa. L’articolo parla di un libro pubblicato via Lulu e poi divenuto best seller, tanto che gli autori sono apparsi sul New York Times.
Inoltre tale libro ha vinto un premio da parte della Dog Writers’ Association of America, infatti l’argomento del libro è l’allevamento dei cani.
Capisco che forse uno scrittore aspiri a qualcosa di più che non al riconoscimento della Dog Writers’ Association, ma potrebbe essere un inizio.

Punto terzo: distribuzione. Appoggiandosi a un sito di print-on-demand quale appunto Lulu.com, il libro risulterà disponibile anche presso le librerie online, da iBS.it a Amazon.com, però per via dell’ISBN non italiano affibbiato da Lulu, il libro comparirà tra i libri stranieri.
Sarà poi prenotabile presso le librerie, sebbene anche in questo caso non l’ordinerà mai nessuno. Per una distribuzione fisica l’autore deve procurarsi lui le copie e andare a mendicare presso le librerie: nessuna vorrà tenere il libro.
Ma il principale canale distributivo in questo scenario rimane Internet con l’ebook gratuito.

Punto quarto: promozione. Come per l’editore a pagamento, è tutto sulle spalle dell’autore. Però con i soldi risparmiati è possibile investire qualcosa in pubblicità.

Lavorandoci sopra forse si possono raggiungere qualche centinaio di lettori. Magari anche vendere quattro o cinque copie.

Conclusione

Qualunque sia la spinta a scrivere, pagare per pubblicare non vale la pena. MAI. Ripeto:

PAGARE PER PUBBLICARE NON VALE LA PENA.

Se proprio volete buttare i soldi, finanziate la posa di alberi nel deserto del Gobi.

Piccola FAQ

Il mio romanzo è stato rifiutato da tutti gli editori. Perché?
Fa schifo.

Non è vero! Il mio fidanzato mi ha detto che sono più brava della Rowling!
Mente.

Ma, senti qui: ho postato alcuni capitoli su un forum dell’Internet e mi hanno coperta di complimenti!
Per qualche ragione che non ho mai del tutto colto, la gente in tali forum si spertica in complimenti, forse nella speranza segreta che poi verrà ricambiata. Chi non ha niente di positivo da dire, crede che sia più educato rimanere in silenzio. Il bello è che sono tutti degli ipocriti: in privato, specie gli aspiranti scrittori, si scannano.
Così capitano situazioni paradossali: un libro ha decine di fan che non vedono l’ora di comprarlo, o così dicono in pubblico, ma appena il libro è disponibile, via editore a pagamento, nessuno lo compra. E l’autore ci rimane pure male. Non mancano neanche quelli che spergiurano loro di averlo comprato, anche se non è vero.

Ho pubblicato lo stesso con un editore a pagamento, perché so di aver scritto un capolavoro e so di essere troppo scomodo per l’editoria tradizionale, sentiamo un po’ sono ancora un ingenuo? uno stupido? un ignorante?
Sì.

E le poesie? Le poesie non le pubblica davvero nessuno!
Forse c’è una buona ragione…

Non ti sta bene niente! Cosa dovrei fare?!
Imparare a scrivere.

Coniglietto furbo
Questo articolo è stato redatto con la collaborazione del Coniglietto Grumo. La foto ha solo scopo dimostrativo, non è il Coniglietto Grumo


Approfondimenti:

bandiera EN Servizi di print-on-demand: Lulu.com
bandiera EN Servizi di print-on-demand: iUniverse.com

bandiera IT Librerie online: iBS.it
bandiera IT Librerie online: BOL.it
bandiera EN Librerie online: Amazon.com

bandiera EN The Further Adventures of Robinson Crusoe presso il progetto Gutenberg

bandiera EN Il sito della Dog Writers’ Association of America

Scritto da GamberolinkCommenti (47)Lascia un Commento » feed bianco Feed dei commenti a questo articolo Questo articolo in versione stampabile Questo articolo in versione stampabile • Donazioni

Recensioni :: Romanzo :: Chariza. Il Soffio del Vento

Copertina di Chariza. Il Soffio del Vento Titolo originale: Chariza. Il Soffio del Vento
Autore: Francesca Angelinelli

Anno: 2007
Nazione: Italia
Lingua: Italiano
Editore: Runde Taarn

Genere: Fantasy
Pagine: 244

L’Imperatore Yoshio Ryokin governa sullo Si-hai-pai, un regno fantastico che ricorda da vicino il Giappone medievale. Un giorno misteriosi attentatori riescono ad avvelenare l’Imperatore. Yoshio sopravvive, ma si rende conto di non essere più al sicuro neanche nella capitale del regno, Hoh-ma. Decide allora di allontanare da sé la moglie e l’unico figlio ed erede al trono, il piccolo principe Suzume. Per difenderli, li affidata a una guerriera mercenaria, che già una volta gli salvò la vita e di cui forse è innamorato: Chariza.
Per anni Chariza scorazza l’imperatrice e il rampollo reale per il Si-hai-pai, nel tentativo di sfuggire ai sicari, finché un tragico precipitare degli eventi non la convince che sia meglio riportare Suzume dal padre.
Il romanzo è per buona parte la cronaca del viaggio che Chariza, Suzume e un giovane cavaliere fedele all’Imperatore, Yukai, compiono per riuscire a tornare a Hoh-ma.

Si-hai-pai
Il mondo di Chariza. Clicca per ingrandire

La prima cosa che colpisce in Chariza, è l’ambientazione orientaleggiante. È un’ambientazione del tutto originale per il fantasy occidentale, benché sia piuttosto comune in diversi anime e manga. Come estetica generale ricorda gli scenari dei chambara giapponesi (Lone Wolf and Cub, Zatoichi, ecc. e per rimanere nel recente e forse più calzante, Azumi di Kitamura), con però sfumature più legate al wuxia, in vago stile Zhang Yimou (Hero, House of Flying Daggers, Curse of the Golden Flower).
Il Si-hai-pai è ben tratteggiato e penso che possa apparire come un’ambientazione robusta anche per chi non sia appassionato di cultura orientale. Tuttavia, più di una volta il Si-hai-pai è troppo tratteggiato: i particolari naturalistici, paesaggistici e meteorologici vengono a noia molto in fretta. Tutto quel parlare di fiori e alberi e verzura mi ha fatto venir nostalgia del cemento!

Ciliegi in fiore
Ciliegi in fiore, tipica verzura nipponica

Dove la caratterizzazione del Si-hai-pai si allontana di molto dal vero Oriente e assume tratti inverosimili è nei rapporti sociali: l’Imperatore è un incredibile buontempone, che non si fa problemi a offrire il tè a semplici soldati perché, poveretti, hanno portato un peso sotto il sole! L’Imperatore è amico di questo e quest’altro e addirittura Yukai, misero Capitano, gli si rivolge dandogli del tu! Non ci sono più gli Imperatori di una volta!

L’inverosimile (e spesso lo stupido o l’incongruente) riappare molto spesso. Qualche esempio a caso.
Chariza, Yukai e Suzume, in fuga dai misteriosi nemici, usano senza problemi i loro veri nomi. M’immagino la scena:

«Salve, gente! Sono un sicario! Sono mica passati da questo villaggio tre tizi: uomo, donna, bambino? Aria sospetta? Armati?»
«Sì, forse, come hanno detto di chiamarsi? Vediamo… se mi ricordo… credo Chariza, Yukai e Suzume… sì, il bambino si chiamava Suzume!»
«Sono loro!» esclamò un secondo sicario. «Però è strano, qui c’è scritto che dovrebbero essere furbi

Inoltre i nostri tre prodi, pur inseguiti, si fermano per la festa di mezz’estate e pur sapendo quanto sia pericoloso presentarsi in pubblico, non rinunciano neppure alla parata della festa d’inverno! Quando avvistano nemici lungo la strada, invece di nascondersi, vanno loro incontro!
Nondimeno, neanche i nemici brillano per furbizia: avendo la possibilità di uccidere sia Chariza sia Yukai, e pur essendo stato loro ordinato di farlo, i banditi preferiscono soprassedere, perché… credo perché altrimenti il romanzo sarebbe finito a pagina 130 e ci sarebbero state altre 100 pagine vuote! Quando i banditi finalmente riescono a rapire il piccolo principe Suzume, decidono di tenerlo con sé, invece di consegnarlo all’oscuro datore di lavoro, finché… be’ finché Chariza e Yukai non vengono a salvarlo. Banditi dal cuore d’oro!
Altri nemici inseguitori vengono uccisi in maniera misteriosa: Yukai teme si possa trattare di magia, Chariza, che non crede alla magia, sospetta di nuovi avversari dotati di poteri ESP. Non si saprà mai: l’autrice si scorda dell’episodio, i protagonisti pure, e pace.

I combattimenti, anche in ottica fantasy, sono irrealistici, spesso generici e in generale deludenti. Non vengono forniti o quasi dettagli tecnici riguardo armi, armature o tattiche di combattimento. Chariza stessa è armata di una generica “spada”, di nome Kageboshi. Kageboshi è l’unica spada del regno a essere dipinta di bianco. E questo è più o meno tutto. Non si sa neanche se sia una katana o una spada di foggia occidentale o se non sia uscita da qualche Final Fantasy. Per maggiori particolari assurdi riguardo ai combattimenti in Chariza, rimando all’articolo di confronto tra Nihal, Chariza e Ash.

Kageboshi
Che sia l’arma di Chariza?

I personaggi. Solo quattro personaggi ricevono un minimo di attenzione: l’Imperatore, Chariza, Yukai e Suzume.
L’Imperatore, come detto, appare quale un gran amicone un po’ stupidotto (sì, avresti dovuto chiudere il passaggio “segreto” del bordello prima di essere avvelenato, non cinque anni dopo!): purtroppo non credo che le intenzioni dell’autrice fossero di dipingerlo in quest’ottica…
Suzume è un bambino. È descritto come tale e seppure non rimanga impresso (non è un Daigoro) almeno non è fastidioso, come invece troppo spesso accade quando si tirano dentro i bambini nei romanzi d’avventura.
Yukai è un giovane cavaliere dal passato sregolato. Avrebbe dovuto essere espulso dall’esercito ma se l’è cavata perché amico dell’Imperatore. Insomma un raccomandato, ma simpatico! Tutte le ragazze che incontrerà lungo il viaggio s’innamoreranno di lui, ma lui non potrà ricambiarle, perché segretamente innamorato di Chariza! Amore impossibile perché si è convinto che invece lei sia l’amante dell’Imperatore, e come potrebbe lui, soldatino qualunque, competere con l’Imperatore? Oh, poverino! Yukai dovrebbe risultare qualcosa del tipo “simpatica canaglia” e forse un abbozzo c’è, anche se so già che fra una settimana mi sarò scordata di lui.
E veniamo a Chariza, la protagonista. Chariza è (ovviamente) di una bellezza ai limiti dell’indescrivibile. Altera, fredda, imperturbabile, statuaria, marmorea, ecc. ecc. Anche quando viene ferita al volto non ci sarà da preoccuparsi: a quanto pare è refrattaria alle cicatrici! Chariza è inoltre coraggiosa, direi a tratti spavalda, e come si è già visto non furbissima. A sua scusante c’è che è (ovviamente) la miglior spadaccina dello Si-hai-pai. In mezzo a tanti cliché, però Chariza può vantare un briciolo di originalità: infatti convive con una feroce maledizione, la maledizione dell’avidità!
Maledetta per aver rubato quel che non avrebbe dovuto, Chariza è costretta a provare un desiderio incontrollabile per tutto quanto sia bello, ricco, unico, e prezioso. Insomma una specie di Ferengi. Questa maledizione sarebbe potuta essere un toccasana per il romanzo, se davvero la maledizione fosse incontrollabile. In realtà Chariza l’ha sempre sotto controllo, e perciò all’atto pratico è come se non ci fosse (con l’aggravante che però il lettore deve sorbirsi la continua lotta interiore di Chariza, lotta sempre vinta). In certi punti pare che persino l’autrice si scordi che Chariza è maledetta: all’inizio del romanzo, dopo aver ucciso un nemico, ne fruga il corpo in cerca di denaro, più avanti, di fronte a un altro cadavere, non solo non lo perquisisce, ma usa il proprio mantello per dargli improvvisata sepoltura! Ovvero, non solo non è più avida, ma dimostra addirittura generosità!
I “Cattivi” non hanno tra le loro fila nessun personaggio degno di attenzione. Sono tutti indistinta carne da macello.

Lo stile dell’autrice è a tratti buono e scorrevole, ma in altri momenti, specie in certe descrizioni e nei dialoghi, è pesante. I dialoghi sono un punto dolente: già di per sé non sono brillanti, intervallati come sono a ogni battuta da considerazioni e digressioni, diventano ridondanti e pedanti. Per rendere l’idea, affidandomi a un pizzico di parodia:

«Ah, brutti banditi bastardi! Mo’ vi acchiappo e vi meno!» gridò Chariza, dimostrando così ai brutti banditi bastardi la propria malcelata intenzione di acchiapparli e menarli.

La storia è lineare e si lascia seguire, ma la sequela di agguati, combattimenti e feste di paese, si rivela alla fine un po’ monotona.

Per concludere: il romanzo non è bello. Non lo definirei neppure orribile, ma è comunque dal lato sbagliato della mediocrità. L’ambientazione ha un suo fascino, ma se si è appassionati d’Oriente potrebbe rivelarsi un’amara sorpresa, vista la mancanza di sostanza dietro le schiere di ciliegi, fior di loto e risaie invase dal fango.

Mi sento in dovere di spendere qualche parole per la casa editrice, tale Runde Taarn. Nel suo blog, l’autrice ha ammesso di aver pagato i tipi della Runde per pubblicare, per l’esattezza ha speso 1200 euro (anche se non so per quante copie di tiratura).
Le case editrici a pagamento mi ricordando certe offerte di lavoro che capitano a mio fratello: sei mesi senza stipendio, per avere come premio un contratto per altri sei mesi senza stipendio. Geniale! Oppure come se io mi recassi ai mercati generali, comprassi la frutta, la regalassi al mio fruttivendolo, e poi la ricomprassi da lui! («Cosa ci vuoi fare, Chiara, i supermercati e la grande distribuzione ci strangolano, solo se i clienti ci aiutano possiamo sopravvivere!»)
Premesso ciò, ognuno ha il sacrosanto diritto di spendere i soldi come meglio creda.

Vediamo però, oltre alla tiratura di n copie, quel che ha fatto la Runde Taarn con i 1200 euro:

Be’, ha stampato il libro. Il prodotto ha sicuramente una veste professionale. La carta pare di ottima qualità, la rilegatura, seppur in brossura, appare robusta (e io sono una che spesso i libri li “violenta”), all’interno vi sono due illustrazioni a colori e il prezzo è incoraggiante (8 euro).

Ha distribuito il libro. Qui le cose sono meno brillanti: il libro è fisicamente presente solo in poche librerie, i tempi di attesa nelle librerie online sono piuttosto alti (iBS segna 3 settimane), e il sito della casa editrice non offre nessun form per ordinare il libro. Il libro può essere ordinato, ma bisogna mettersi d’accordo “a mano”.
Non sono in grado di giudicare se questo sia un servizio accettabile, certo è già meglio di altri (sto parlando con te, Larcher Editore! Zeferina disponibile su iBS a partire da Luglio 2007, sì col piffero!)

Copertina del romanzo Zeferina
Zeferina, dove sei?!

Tuttavia, stampare e distribuire un libro, nell’era di Internet e del print on demand, sono servizi che si possono ottenere senza passare da un editore, e in media spendendo meno.
Dove l’editore dovrebbe offrire quel qualcosa in più in termini di competenza, dovrebbe essere nell’editing del libro stesso.
E qui è un disastro!
Il romanzo è pieno di refusi. Capita anche con libri pubblicati da case editrici più famose, ma ci sono due aggravanti: la quantità degli errori, davvero eccessiva, e il fatto che ci siano errori scopribili dal controllo ortografico di un qualunque elaboratore testi. Non ci sono scuse per questi di errori!
Inoltre sono state fatte delle scelte stilistiche/tipografiche molto discutibili. I dialoghi e i pensieri dei personaggi, pur racchiusi rispettivamente fra “caporali” e virgolette, sono tutti in corsivo! Per nessuna buona ragione, se non affaticare la vista del lettore. Dopo i punti esclamativi (!) e i punti di domanda (?) non c’è mai la lettera maiuscola. All’inizio ho pensato fossero refusi, ma essendo così per tutto il romanzo, dev’essere stata una scelta: mi piacerebbe capire quale vantaggio ci sia a ignorare le regole della grammatica…
Ma soprattutto l’editing di un romanzo dovrebbe occuparsi della scorrevolezza del testo, eppure si possono leggere frasi di questo genere (una kiniru è simile a una geisha):

Fortunatamente le kiniru che l’avevano conosciuta in precedenza e che sapevano bene che Chariza non era una donna a cui piacesse parlarsi addosso, arrivarono in suo soccorso prima che le ragazze divenissero troppo insistenti e si sedevano accanto a lei raccontandole alcuni fatti gustosi accaduti alla Capitale e che potevano riguardare persone che anche lei conosceva.

Una frase così, troppo lunga e con i tempi verbali sballati, non è un errore di ortografia che possa sfuggire a un editor fermo a penna e calamaio. Qui qualcuno ha letto e se n’è bellamente fregato, oppure davvero ha pensato che fosse presentabile così. In entrambi i casi, tale editor della Runde Taarn dovrebbe trovarsi un altro lavoro (sempre che la Runde abbia un editor).
In altri punti ci sono evidenti contraddizioni a poche righe di distanza. Per esempio, in un punto l’Imperatore è troppo ubriaco per potersi difendere, eppure riesce ugualmente a sconfiggere l’assalitore che cerca di ucciderlo tre righe dopo. Basta togliere due parole e non rendere l’Imperatore così ubriaco, e subito quel pezzo migliora, e di molto. All’autrice può essere sfuggito, altri avrebbero dovuto accorgersene.

Per finire, il Coniglietto Grumo kaos-whiteusagi16.gif si è sentito rizzare tutti i peli sulla schiena, leggendo, sempre dal blog dell’autrice:
“L’ultima volta che l’ho vista la mia editrice mi ha confessato che la prima volta che ha letto Chariza ha pensato che avessi plagiato perché non credeva che una ragazza così giovane quale io sono (beh, non poi così tanto dopo tutto i miei 25 li ho tutti) fosse riuscita a creare personaggi con tanto spessore come sono Chariza, Yukai e gli altri.”
Cara signora o signorina editrice, i casi sono due: o sbrodola lodi per spillare soldi agli scrittori esordienti, che non credo sia pratica illegale, ma certo è pratica disgustosa, oppure davvero crede in quel che ha detto. In entrambi i casi faccia un piacere a se stessa, agli scrittori e ai lettori: CAMBI MESTIERE.

Coniglietto triste
L’animo del Coniglietto Grumo è devastato! Cattiva Runde Taarn, Cattiva!


Approfondimenti:

bandiera IT Chariza World: blog dell’autrice dedicato a Chariza
bandiera IT Il sito della Runde Taarn Edizioni

bandiera EN Chambara su Wikipedia
bandiera EN Wuxia su Wikipedia

bandiera IT Il sito di Zeferina

 

Giudizio:

Ambientazione originale e ben descritta. +1 -1 Anche se a tratti fin troppo descritta.
La maledizione di Chariza era una buona idea. +1 -1 Buona idea sfruttata male.
-1 Scene di combattimento campate per aria.
-1 Troppo spesso i personaggi agiscono stupidamente.
-1 Dialoghi barbosi.
-1 Editing pessimo.

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Scritto da GamberolinkCommenti (15)Lascia un Commento » feed bianco Feed dei commenti a questo articolo Questo articolo in versione stampabile Questo articolo in versione stampabile • Donazioni

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