Warning: Creating default object from empty value in /storage/content/82/1008682/fantasy.gamberi.org/public_html/wp-content/plugins/paginated-comments/paginated-comments.php on line 37 Gamberi Fantasy » fantascienza post-apocalittica

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  1. La fine del mondo storto di Gamberetta
  2. Persa per strada di Gamberetta
  3. Recensione: I Boschi della Luna di Signor Stockfish

La fine del mondo storto

Disponibile su emule il romanzo di Mauro Corona La fine del mondo storto. Occorre cercare:

Icona di un mulo iPBook ITA 0367 Corona Mauro - La fine del mondo storto
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Copertina de La fine del mondo storto
Copertina de La fine del mondo storto

Il romanzo appartiene al genere post apocalittico, e il tipo di disastro è spiegato dallo stesso autore nelle prime righe:

Mettiamo che un giorno il mondo si sveglia e scopre che sono finiti petrolio, carbone ed energia elettrica. Non occorre usare fantasia per immaginarselo, prima o dopo capiterà, e non ci vorrà nemmeno troppo tempo. Ma mentre quel giorno prepara il terreno, facciamo finta che sia già qui. Ha un brutto muso, è un tempo duro, infame, scortica il mondo a coltellate e lo spoglia di tutto. Di quel che serve e di quel che non serve. La gente all’improvviso non sa più che fare per acciuffare il necessario. Prova a inventarsi qualcosa e intanto arranca, senza sapere che una salvezza esiste. Il necessario sta dentro la natura. Ma, per averlo, occorre cavarlo fuori, prenderlo con le mani, e la gente le mani non le sa più usare.
«Sacramento che disgrazia!» dicono. «Non sappiamo usar le mani.»
Ma partiamo dall’inizio.

E una – ingenua! – pensa che poi segua una storia, vi siano dei personaggi, una trama, suspense e tensione. In fondo sulla copertina c’è scritto “Romanzo”. Invece:

Una mattina d’inverno, le disgrazie d’altronde capitano spesso d’inverno, il mondo si sveglia e scopre che non ci sono più petrolio, né gas né carbone né corrente elettrica. A dir la verità, un po’ di corrente esiste ancora. Laddove l’acqua fa girare le turbine c’è forza elettrica, ma è poca cosa. Il problema sono gasolio, benzina, gas, insomma tutto ciò che tiene in vita i motori, e di conseguenza anche la gente, visto che la gente dipende dai motori.
L’umanità, comunque, non scopre quella mattina di essere a secco, quella mattina si dà da fare per non morire, ma la disgrazia è arrivata un po’ alla volta.
Da tempo era possibile accorgersene stando dietro a certi segnali, per esempio andando a fare il pieno di benzina. Il pieno ora non si fa, e neanche il mezzo pieno. Si può fare solo il vuoto, le pompe sono a secco. Quelli che vogliono riempire il serbatoio corrono al paese vicino, ma neanche lì ce n’è. Allora vanno nelle città limitrofe, ma niente. Finita. Così tanti rimangono a piedi. Cercano di tornare a casa in taxi, però anche quelli sono a secco. In qualche modo rientrano, ma è dura! Nel giro di poco tempo sono tutti a piedi. Spaventati ma non vinti, si preparano al peggio.
Il peggio deve ancora venire. La gente lo intuisce e cerca ripari. Impaurita, fa mosse incaute, maldestre, sbagliate. La paura fa correre, correre fa sbagliare. Ma è difficile non correre con la morte alle costole e, sentendola appresso, si corre storti. E si sbaglia. Fame e freddo agitano, confondono. E la gente, rimasta a secco, dopo aver stretto il culo, cerca di salvarlo. Non si chiede perché sono finiti combustibili e carburanti. Fame e freddo non fanno domande. Le domande fioriscono a stomaco pieno, vicino alla stufa o in osteria.
Quell’inverno senza gas, gasolio e carbone, prima occorre scaldarsi, dopo ci si preoccupa di mangiare.

E cosi via per 160 pagine! Tutto raccontato in questa maniera. Allucinante. Roba che preferisci leggere Arsalon. Tra l’altro non è neanche buon raccontato, vista l’abbondanza di termini generici e la sciatteria stilistica; per esempio: “Impaurita, fa mosse incaute, maldestre, sbagliate.” Sfilza di aggettivi vuoti e ridondanti.

Mi dicono che Corona sia un bravo scrittore. Sarà. Io non ho mai letto niente di lui e né comincerò, ma poniamo sia vero: perché un bravo scrittore prende per i fondelli i lettori? Questa boiata, se non la scaricate via P2P, in libreria costa diciotto euro. Centossessanta pagine buttate giù come capita a diciotto euro. Oh, no, orrore, in Italia non si legge! E meno male: vuol dire che in fondo la gente non è così scema.

Adesso prendiamo invece Morte dell’erba di John Christopher, un romanzo del 1956 divenuto un classico della fantascienza post apocalittica. Nello scenario di Christopher un virus uccide ogni forma di erba con conseguenti terribili carestie fino al crollo della civiltà.
Trovate anche questo su emule, cercando:

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oppure potete scaricare la versione inglese da library.nu, qui.

Copertina dell'edizione Urania di Morte dell'erba
Copertina dell’edizione Urania di Morte dell’erba

Bene, leggete Corona e leggete Christopher. Poi voglio vedere chi ha il coraggio di dire che lo “Show don’t Tell” è questione di gusti, che in Italia il fantastico è di “altissima qualità”, e che se uno scrittore è pubblicato da Mondadori o da qualche altro grosso editore allora deve essere per forza bravo. Bah!

Scritto da GamberolinkCommenti (60)Lascia un Commento » feed bianco Feed dei commenti a questo articolo Questo articolo in versione stampabile Questo articolo in versione stampabile • Donazioni

Persa per strada

Copertina di The Road Titolo originale: The Road
Autore: Cormac McCarthy

Anno: 2006
Nazione: U.S.A.
Lingua: Inglese
Editore: Knopf

Genere: Fantascienza post apocalittica
Pagine: 256

Qualche tempo fa una lettrice del blog mi raccomandava di occuparmi del romanzo La Strada di Cormac McCarthy. Io ero un po’ scettica perché McCarthy non è un autore di narrativa fantastica e non ci si improvvisa scrittori di genere dall’oggi al domani. Ma dato che il romanzo si trova gratis e non è molto lungo, l’ho letto. È un discreto romanzo, scritto a tratti molto bene, però lascia il tempo che trova. Non aggiunge niente all’infinita schiera di romanzi post apocalittici che inizia già nel 1826 con The Last Man di Mary Shelley.

Nota: ho letto il romanzo in inglese. Non avevo voglia di rileggerlo in italiano, però, da alcuni brani presi a caso, mi pare che quella di Martina Testa per Einaudi sia una traduzione adeguata. Infatti la userò per gli estratti contenuti in questa recensione.

Per chi volesse leggere il romanzo, può trovarlo in inglese su gigapedia (per maggiori informazioni su gigapedia si veda questo articolo):

Copertina di The Road The Road di Cormac McCarthy (Knopf, 2006).

Oppure in italiano su emule. Occorre cercare:

Icona di un mulo Bluebook.0376.ITA.Cormac.McCarthy.La.Strada.rar (900.610 bytes)

Copertina de La Strada
Copertina dell’edizione italiana

Trama

Nel prossimo futuro, una non meglio specificata catastrofe ha colpito la Terra. Non è mai chiarito cosa sia successo – ci sono indizi che possa essere stata una guerra atomica, ma è un’ipotesi come un’altra –, sta di fatto che le città sono in rovina, il cielo è sempre coperto, la cenere è ovunque, fa un freddo cane, non cresce più niente, gli animali sono tutti morti e i pochi uomini sopravvissuti spesso sono costretti a mangiarsi a vicenda per non crepare di fame.

In questo scenario apocalittico si aggirano l’uomo e suo figlio, un bambino di età imprecisata. Il loro scopo è percorrere la strada del titolo verso Sud. Non sanno cosa li aspetti a Sud, hanno solo una vaga speranza che a Sud il clima sia meno inclemente, o forse che a Sud esista qualche comunità umana che non sia una banda di cannibali. In realtà il trascinarsi verso Sud è una specie di scusa che si danno per non cedere alla disperazione e lasciarsi morire.
L’uomo, per buona parte del romanzo, spinge a fatica un carrello della spesa che contiene le provviste dei due. È una sorta di versione da supermercato di Lone Wolf and Cub.

Fotogramma da The Road
L’uomo e il bambino in un fotogramma del film The Road, tratto dal romanzo. Il film è uscito nei cinema americani il mese scorso

Fotogramma da Lone Wolf and Cub
Ogami Itto e suo figlio Daigoro dal film Lone Wolf and Cub: Baby Cart to Hades

In pratica non compaiono altri personaggi. E qui sta il primo problema: non succede mai niente. Anche i rari incontri con i cannibali si risolvono sempre in poche pagine (per altro molto ben scritte, le fughe precipitose dei protagonisti creano la giusta tensione) e senza conseguenze. Lo scenario è monotono e l’azione è ripetitiva: disperarsi – avere fame – cercare da mangiare – ingozzarsi – disperarsi – avere fame – cercare da mangiare – fuggire dai cannibali – ingozzarsi – disperarsi – e così via.
Data l’ambientazione è uno svolgersi realistico degli eventi, rimane il fatto che sia un pochino noioso. Per fortuna McCarthy non la tira troppo per le lunghe, e fa concludere il romanzo in poco più di 200 pagine.

Non aiuta il coinvolgimento che due dei principali “incidenti” non siano il massimo che si poteva ideare…
Mostra gli incidenti farlocchi ▼

Come non succede niente nel mondo, così poco o niente succede nella testa dei personaggi. Sono una coppia di disgraziati disperati all’inizio, sono una coppia di disgraziati disperati alla fine. Per carità, è realistico: se non ti succede niente, la tua personalità non cambia. Però anche qui si poteva far meglio. In particolare ho trovato stucchevole il dettaglio della “bontà”. I due si ripetono a vicenda di essere i “buoni”, di avere dei principi; per esempio loro non mangeranno mai carne umana. Ok, ma mi sarebbe piaciuto che l’autore mettesse alla prova i loro propositi, e questo non succede.
Mostra la bontà ▼

McCarthy gioca con la pistola, e questo l’ho trovato irritante.
Mostra dettagli sulla pistola ▼

Il finale del romanzo è pessimo. Leggendo varie recensioni qui e là in Rete ho visto che invece a molti è piaciuto: commuovente, struggente, toccante, poetico, bla bla bla. A me non ha fatto né caldo né freddo (i vantaggi di avere un cuore marcio), se non sorridere per l’ingenuità della situazione.
Mostra il finale ▼

Stile

Se la trama non brilla per originalità e azione, lo stile è buono. McCarthy narra in terza persona limitata, tenendo la telecamera sempre sulle spalle o nella testa dell’uomo. Il punto di vista è mantenuto saldamente. Gli unici pensieri, gli unici sogni, gli unici flashback riguardano l’uomo.

L’inforigurgito è tenuto sotto controllo con maestria. Vero, diversi aspetti della vicenda rimangono nell’ombra – a cominciare da quale sia stata la catastrofe –, però è meglio così che non avere spiegazioni da parte del Narratore o pensieri e dialoghi che suonino falsi.

bandiera EN [l'uomo ha raggiunto un ladro che ha rubato il carrello] He looked at them. He looked at the boy. He was an outcast from one of the communes and the fingers of his right hand had been cut away. He tried to hide it behind him. A sort of fleshy spatula. The cart was piled high. He’d taken everything.

bandiera IT [l'uomo ha raggiunto un ladro che ha rubato il carrello]L’altro li guardò. Guardò il bambino. Era stato espulso da una comune e gli avevano tagliato le dita della mano destra. Cercava di nasconderla dietro la schiena. Una specie di spatola carnosa. Il carrello era stracolmo. Si era preso tutto.

L’uomo riconosce dalle dita tagliate del ladro che il ladro è stato espulso da una comune. È un pensiero naturale: se tu vedi qualcuno con le falangi tagliate, è spontaneo pensare “yakuza!”. Sarebbe molto meno spontaneo pensare a cosa sia la yakuza. E infatti McCarthy non aggiunge altro sulla comune o le sue regole. In una marea di fantasy qui ci sarebbero state due pagine con vita, morte e miracoli della comune; oppure sarebbe seguito un dialogo dove il ladro racconta la sua triste vicenda. Niente di tutto ciò ne La Strada. Ed è giusto così.

Dito tagliato
Non provateci a casa!

I dialoghi non sono delimitati da alcun tipo di virgolette, né ci sono dialogue tag, tranne occasionali “disse” iniziali per chiarire quale sia il personaggio che pronuncia la prima battuta. Sono, in generale, dialoghi brevi e laconici; data la situazione del tutto realistici.
Nell’articolo dedicato ai dialoghi, avevo posto il problema di brillantezza contro verosimiglianza. McCarthy si schiera con la verosimiglianza. Probabilmente per questa storia è la scelta giusta, però:

bandiera EN They spent the day there, sitting among the boxes and crates.
You have to talk to me, he said.
I’m talking.
Are you sure?
I’m talking now.
Do you want me to tell you a story?
No.
Why not?
The boy looked at him and looked away.
Why not?
Those stories are not true.
They dont have to be true. They’re stories.
Yes. But in the stories we’re always helping people and we dont help people.
Why dont you tell me a story?
I dont want to.
Okay.
I dont have any stories to tell.
You could tell me a story about yourself.
You already know all the stories about me. You were there.
You have stories inside that I dont know about.
You mean like dreams?
Like dreams. Or just things that you think about.
Yeah, but stories are supposed to be happy.
They dont have to be.
You always tell happy stories.
You dont have any happy ones?
They’re more like real life.
But my stories are not.
Your stories are not. No.
The man watched him. Real life is pretty bad?
What do you think?
Well, I think we’re still here. A lot of bad things have happened but we’re still here.
Yeah.
You dont think that’s so great.
It’s okay.

bandiera IT Passarono la giornata lì, seduti in mezzo agli scatoloni e alle casse.
Mi devi parlare, disse al bambino.
Ti sto parlando.
Sei sicuro?
Sì, adesso sto parlando.
Vuoi che ti racconti una storia?
No.
Perché no?
Il bambino lo guardò e poi distolse lo sguardo.
Perché no?
Quelle storie non sono vere.
Non devono essere per forza vere. Sono storie.
Sì. Ma nelle storie aiutiamo sempre qualcuno, mentre in realtà non aiutiamo nessuno.
Perché non me la racconti tu una storia?
Non mi va.
Ok.
Non ho nessuna storia da raccontare.
Potresti raccontarmi una storia che parla di te.
Le sai già tutte le storie che parlano di me. C’eri anche tu.
Ma dentro di te hai delle storie che io non conosco.
Cioè, come i sogni?
Per esempio. O anche le cose a cui pensi.
Sì, ma le storie dovrebbero essere allegre.
Non per forza.
Tu racconti sempre storie allegre.
E tu non ne hai di storie allegre?
Assomigliano più alla vita reale.
Invece le mie storie no.
Le tue storie no. Infatti.
L’uomo lo fissò. La vita reale è molto brutta?
Secondo te?
Be’, io dico che siamo ancora qui. Sono successe un sacco di cose brutte ma siamo ancora qui.
Già.
A te non sembra una gran cosa.
Boh.

Il “Boh” finale nella traduzione italiana è infelice, ma per il resto il senso è quello. D’accordo, nessuno si aspetta giochi di parole, ironia & brillantezza quando stai crepando di fame, ma forse McCarthy poteva sforzarsi di più. Qui è molto: “Ok, ben scritto, e allora? Boh”.
Un altro passaggio da far piangere per la banalità:

bandiera EN You forget some things, dont you? [disse il bambino]
Yes. You forget what you want to remember and you remember what you want to forget.

bandiera IT Però certe cose uno se le dimentica, no? [disse il bambino]
Sì. Ci dimentichiamo le cose che vorremmo ricordare e ricordiamo quelle che vorremmo dimenticare.

No, McCarthy, le frasette dei Baci Perugina non sono l’ideale fonte di ispirazione.

Dove McCarthy è bravo è nelle descrizioni. Pur avendo a che fare con uno scenario senza colori, dominato dal grigio del cielo, dal grigio della cenere, dal grigio della fuliggine che ricopre strade, case, e alberi carbonizzati, se la cava egregiamente. Meglio di Dan Simmons ne La Scomparsa dell’Erebus (The Terror, 2007) – lì Simmons era alle prese con la monotonia di ghiaccio, neve, brina, iceberg, seracchi, ecc. – e molto meglio di Altieri nella trilogia di Magdeburg – la Germania di Altieri è anche lei dominata dalla cenere, dal cielo grigio, dal fumo degli incendi.

Copertina de La Scomparsa dell’Erebus
Copertina de La Scomparsa dell’Erebus. Ne ho parlato brevemente in questo articolo

Non che McCarthy sia perfetto. Non mancano le cadute di stile, roba di questo genere:

bandiera EN In the evening the murky shape of another coastal city, the cluster of tall buildings vaguely askew. He thought the iron armatures had softened in the heat and then reset again to leave the buildings standing out of true. The melted window glass hung frozen down the walls like icing on a cake.

bandiera IT A sera, i contorni indistinti di un’altra città di mare, un nucleo di alti edifici vagamente sbilenchi. L’uomo pensò che le armature di ferro dovevano essersi ammorbidite per il calore e poi risolidificate lasciando gli edifici fuori asse. Le finestre si erano rapprese lungo i muri come glassa su una torta.

Siamo verso la fine del romanzo. Dopo 200 pagine di grigio, cenere, fuliggine, nebbia, freddo, disperazione mi metti che le finestre erano come la glassa sulla torta? Brutto strafalcione. Per fortuna è l’unico così grave.

bandiera EN He got up and walked out to the road. The black shape of it running from dark to dark. Then a distant low rumble. Not thunder. You could feel it under your feet. A sound without cognate and so without description.

bandiera IT Si alzò e uscì sulla strada. Un nastro nero dal buio verso il buio. Poi un rombo sommesso in lontananza. Non un tuono. Lo si avvertiva sotto i piedi. Un suono senza pari e quindi impossibile da descrivere.

Non importa se tu sei Gamberetta, Omero, Shakespeare o McCarthy: il suono “indescrivibile” è brutto!

bandiera EN He looked at the sky. A single gray flake sifting down. He caught it in his hand and watched it expire there like the last host of Christendom.

bandiera IT Guardò il cielo. Un unico fiocco grigio che planava leggero. Lo prese in mano e lo guardò disfarsi come se fosse l’ultimo esercito della cristianità.

Impegnati, McCarthy! Le similitudini servono per rendere più chiaro il concetto!
EDIT: Anch’io leggendo “host” l’avevo intenso nel suo significato di “moltitudine”. Ma mi è stato giustamente fatto notare che la traduzione più probabile è quella di “ostia”. In questo caso la similitudine ha molto più senso, anche se non rimane lo stesso una granché – perché lo sciogliersi dell’ultima ostia dovrebbe essere diverso dallo sciogliersi di una qualunque altra ostia?
Ci sono poi altri punti con aggettivi di troppo o metafore non proprio centrate – l’incipit ad esempio non è granché, anche se lì c’è la parziale giustificazione che si tratta di un sogno –, ma lo dico io per prima: sto facendo le pulci a McCarthy perché mi piace tenermi in allenamento; sono dettagli minimi che non influenzano il piacere della lettura.

Ora, uno dei miti più frequenti che si sentono è questo: “Per imparare a scrivere basta leggere.” Poniamo sia vero. Poniamo che una persona legga McCarthy e riesca a imitarlo. Ha imparato a scrivere bene? No.

bandiera EN He carried a jar of green beans and one of potatoes to the front door and by the light of a candle standing in a glass he knelt and placed the first jar sideways in the space between the door and the jamb and pulled the door against it. Then he squatted in the foyer floor and hooked his foot over the outside edge of the door and pulled it against the lid and twisted the jar in his hands. The knurled lid turned in the wood grinding the paint. He took a fresh grip on the glass and pulled the door tighter and tried again. The lid slipped in the wood, then it held. He turned the jar slowly in his hands, then took it from the jamb and turned off the ring of the lid and set it in the floor.

bandiera IT Andò alla porta con un barattolo di fagiolini e uno di patate e alla luce di una candela infilata in un bicchiere si inginocchiò, coricò il primo barattolo contro lo stipite e chiuse la porta fino a incastrarlo. Poi si accovacciò sul pavimento dell’ingresso, agganciò il piede allo spigolo della porta, lo tenne premuto contro il coperchio e ruotò il barattolo con le mani. Il coperchio zigrinato raschiò contro il legno grattando via la vernice. L’uomo assicurò meglio la presa, tirò più forte la porta e ci riprovò. Il barattolo scivolò sul legno, ma poi si bloccò. Lui lo ruotò lentamente con le mani, poi lo allontanò dallo stipite, staccò la guarnizione dal coperchio e la appoggiò a terra.

Qui c’è una minuziosa descrizione di come il protagonista apre un barattolo di fagiolini. In questo romanzo è giusta. Perché in questo romanzo aprire un barattolo è questione di vita o di morte, è di importanza capitale per l’uomo. In qualunque altro romanzo, un “aprì il barattolo” è più che sufficiente. Se imitassi pedissequamente McCarthy, inserendo descrizioni minuziose ovunque, senza tenere conto della loro importanza nell’ambito della storia, scriverei da cani.

Barattolo di fagiolini
Il mio regno per un barattolo di fagiolini

bandiera EN He was about to get up again when he realized that he’d been looking at the fasteners in the bulkhead on the far side of the cockpit. There were four of them. Stainless steel. At one time the benches had been covered with cushions and he could see the ties at the corner where they’d ripped away. At the bottom center of the bulkhead just above the seat there was a nylon strap sticking out, the end of it doubled and cross-stitched. He looked at the fasteners again. They were rotary latches with wings for your thumb. He got up and knelt at the bench and turned each one all the way to the left. They were springloaded and when he had them undone he took hold of the strap at the bottom of the board and pulled it and the board slid down and came free. Inside under the deck was a space that held some rolled sails and what looked to be a two man rubber raft rolled and tied with bungee cords. A pair of small plastic oars. A box of flares. And behind that was a composite toolbox, the opening of the lid sealed with black electrical tape. He pulled it free and found the end of the tape and peeled it off all the way around and unlatched the chrome snaps and opened the box. Inside was a yellow plastic flashlight, an electric strobebeacon powered by a drycell, a first-aid kit. A yellow plastic EPIRB. And a black plastic case about the size of a book. He lifted it out and unsnapped the latches and opened it. Inside was fitted an old 37 millimeter bronze flarepistol. He lifted it from the case in both hands and turned it and looked at it. He depressed the lever and broke it open. The chamber was empty but there were eight rounds of flares fitted in a plastic container, short and squat and newlooking. He fitted the pistol back in the case and closed and latched the lid.

bandiera IT Stava per alzarsi di nuovo quando si accorse di avere sotto gli occhi gli elementi di fissaggio della paratia opposta. Ce n’erano quattro. Di acciaio inossidabile. Un tempo le panche erano coperte di cuscini e in un angolo si vedevano ancora i lacci da cui si erano strappati. Al centro della paratia, appena sopra il sedile, sbucava una fascetta di nylon ripiegata e cucita su se stessa. L’uomo guardò di nuovo gli elementi di fissaggio. Erano dei chiavistelli girevoli con delle alette in cui infilare il pollice. Si alzò e si inginocchiò davanti alla panca, e li ruotò tutti e quattro verso sinistra. Erano a molla, e quando li ebbe fatti scattare afferrò la fascetta di nylon attaccata alla tavola e tirò, la tavola scorse giù e venne via. All’interno, sotto il ponte, c’era un vano che conteneva delle vele arrotolate e quello che sembrava un canotto gonfiabile per due persone arrotolato e legato con funi elastiche. Un paio di piccoli remi di plastica. Una scatola di razzi segnalatori. E dietro, una cassetta degli attrezzi in materiale composito con il coperchio sigillato da un pezzo di nastro isolante nero. La tirò fuori, trovò l’estremità del nastro isolante e lo strappò via srotolandolo tutto, poi sbloccò le chiusure cromate e sollevò il coperchio. Dentro c’erano una torcia elettrica di plastica gialla, un lampeggiante stroboscopico alimentato da una pila a secco e un kit di pronto soccorso. Una radioboa d’emergenza di plastica gialla. È una valigetta di plastica nera grande suppergiù quanto un libro. La tirò fuori, fece scattare le serrature e la aprì. All’interno, una vecchia pistola lanciarazzi 37 millimetri color bronzo. La prese con tutte e due le mani, la rigirò e la guardò. Tolse il fermo e la aprì. Il tamburo era vuoto ma in un contenitore di plastica c’erano otto cartucce, corte, tozze, apparentemente nuove. Risistemò la pistola nella scatola, abbassò e chiuse il coperchio.

Qui abbiamo un’estrema precisione di linguaggio, compreso l’uso di locuzioni poco comuni, come “lampeggiante stroboscopico” o “radioboa d’emergenza” (notare che in inglese è lasciato l’acronimo – “EPIRB” – ancora più specifico). Se io uso nelle mie descrizioni questa precisione di linguaggio faccio sempre bene? No! Dipende dal punto di vista che adotti. Se il tuo punto di vista può permettersi di pensare in questi termini va bene, se il tuo punto di vista è una svampita quindicenne fan di Twilight, scrivere così significa scrivere male. Infatti McCarthy lascia intuire fin dal principio che il suo punto di vista è quello di un uomo con un minimo di cultura; si veda per esempio questo stralcio di dialogo, nelle prime pagine:

bandiera EN Because the bullet travels faster than sound. It will be in your brain before you can hear it. To hear it you will need a frontal lobe and things with names like colliculus and temporal gyrus and you wont have them anymore. They’ll just be soup. [disse l'uomo]
Are you a doctor?
I’m not anything.

bandiera IT Perché la pallottola viaggia più veloce del suono. Entrerà nel tuo cervello prima che tu la senta. Per sentirla ti servirebbero il lobo frontale e degli affari chiamati collicolo e giro temporale, che tu non avrai più. Saranno ridotti in poltiglia. [disse l'uomo]
Sei un medico?
Non sono un bel niente.

Prendiamo quest’altra descrizione:

bandiera EN The roadside hedges were gone to rows of black and twisted brambles. No sign of life. He left the boy standing in the road holding the pistol while he climbed an old set of limestone steps and walked down the porch of the farmhouse shading his eyes and peering in the windows. He let himself in through the kitchen. Trash in the floor, old newsprint. China in a breakfront, cups hanging from their hooks. He went down the hallway and stood in the door to the parlor. There was an antique pumporgan in the corner. A television set. Cheap stuffed furniture together with an old handmade cherrywood chifforobe. He climbed the stairs and walked through the bedrooms. Everything covered with ash. A child’s room with a stuffed dog on the windowsill looking out at the garden. He went through the closets. He stripped back the beds and came away with two good woolen blankets and went back down the stairs. In the pantry were three jars of homecanned tomatoes. He blew the dust from the lids and studied them. Someone before him had not trusted them and in the end neither did he and he walked out with the blankets over his shoulder and they set off along the road again.

bandiera IT Le siepi ai bordi della strada avevano ceduto a file di rovi neri e ritorti. Nessun segno di vita. L’uomo lasciò il bambino in mezzo alla strada con la pistola in mano, sali una vecchia gradinata in pietra porosa e fece qualche passo sulla veranda della fattoria, riparandosi gli occhi con la mano e sbirciando dalle finestre. Entrò passando dalla cucina. Rifiuti per terra, vecchi giornali. Stoviglie di porcellana su una credenza, tazze appese ai ganci. Percorse il corridoio e si fermò sulla porta del salottino. In un angolo c’era un antiquato organo a pedali. Un televisore. Poltrone e divani da quattro soldi e un vecchio armadio di ciliegio fatto a mano. Sali al piano di sopra e girò per le stanze da letto. Era tutto coperto di cenere. Una cameretta da bambini con un cane di pezza sul davanzale, affacciato a guardare il giardino. Rovistò negli armadi. Disfece i letti e ne ricavò due belle coperte di lana, poi ridiscese al piano di sotto. Nella dispensa c’erano tre barattoli di pomodori in conserva fatti in casa. Soffiò via la polvere dai coperchi e li esaminò. Qualcuno passato di lì prima di lui non si era fidato, e alla fine non si fidò neanche lui; usci con le coperte in spalla e ripresero la strada.

È una buona descrizione: linguaggio preciso e abbondanza di particolari concreti. Notare però com’è silenziosa. E in questo romanzo va benissimo, perché regna la desolazione e ogni suono è attutito dalla patina di cenere che ricopre il mondo. Però, se io scrivessi un altro romanzo e non inserissi mai alcun rumore, alcun suono, non produrrei descrizioni particolarmente buone.

Perciò: si può imparare leggendo, ma solo se sai già cosa guardare. Se già sai che una descrizione deve essere filtrata dal punto di vista, se già sai che devi descrivere solo quello che ha importanza per la storia, se già sai qual è il legame tra descrizioni e ambientazione. Non sono dettagli secondari. Sono questioni fondamentali che difficilmente si possono imparare se nessuno te le insegna.

Conclusioni

The Road mi ha dato l’impressione di essere un esercizio di stile. Come se McCarthy dicesse: “Adesso vi faccio vedere come si scrive un romanzo decente senza una trama degna di questo nome e senza personaggi affascinanti e senza mezza idea originale e senza un’ambientazione interessante, ma solo con una corretta gestione della narrazione.” Operazione riuscita a metà: il romanzo si lascia leggere e non è brutto, ma di sense of wonder non ce n’è manco una goccia. Giudicato nell’ambito della narrativa fantastica è insignificante. Infatti, pur avendo vinto il Premio Pulitzer del 2007 come miglior opera di narrativa, non è neanche entrato nella lista dei finalisti di nessuno dei principali premi dedicati al fantastico (Hugo, Nebula, World Fantasy, Locus, ecc.)
Nel complesso non vale la pena spendere i 18 euro dell’edizione italiana, tuttavia vale la pena dedicare qualche ora alla lettura dell’edizione elettronica gratuita.

Invece mi sento di consigliare senza remore un altro romanzo post apocalittico, che mi è capitato di leggere un paio di mesi fa: Bartorstown. La città proibita (The Long Tomorrow, 1955) di Leigh Brackett. Lo trovate su emule in italiano cercando:

Icona di un mulo eBook.ITA.877.Leigh.Brackett.La.Città.Proibita.(doc.lit.pdf.rtf).[Hyps].rar (1.724.687 bytes)

Copertina de La Città Proibita
Copertina dell’edizione Urania de La Città Proibita

Dopo la guerra nucleare, la Costituzione degli Stati Uniti è stata cambiata: è illegale costituire centri abitati con più di duemila abitanti o più di duecento edifici. La guerra è stata colpa delle città, del progresso, della tecnologia. I nuovi Stati Uniti sono un paese rurale, con gli abitanti che vivono isolati in fattorie o villaggi sperduti. Scienza e tecnologia sono bandite. Decine di sette religiose – più o meno folli – si sono diffuse ovunque.
In questo clima di forzato ritorno alla campagna, due ragazzi, Esau e Len, scoprono per caso dell’esistenza di Bartorstown, una città dove gli ultimi scienziati tentano di mantenere viva la fiammella della civiltà. I due ragazzi partono alla ricerca dell’elusiva città. Non sanno però quale terrificante segreto si nasconde nelle viscere della Città Proibita!

La Brackett non ha la raffinatezza stilistica di McCarthy ma non scrive male. In più la storia è divertente ed emozionante, specie nella prima parte. L’ultima parte è un po’ sfilacciata, ma non mancano momenti notevoli e qualche scintilla di sense of wonder. Alcune situazioni ricordano da vicino i videogiochi di Fallout: credo che La Città Proibita piacerà in particolare agli appassionati di tali giochi.


Approfondimenti:

bandiera IT La Strada su iBS.it
bandiera EN The Road su Amazon.com
bandiera EN The Road su Wikipedia
bandiera EN Elenco delle recensioni a The Road
bandiera EN The Cormac McCarthy Society

 

Giudizio:

Ottime descrizioni. +1 -1 Romanzo monotono.
Stile in generale buono, senza una parola di troppo. +1 -1 Finale pessimo.
Deliziosa atmosfera di disperazione. +1 -1 Nessuna idea originale.

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Scritto da GamberolinkCommenti (84)Lascia un Commento » feed bianco Feed dei commenti a questo articolo Questo articolo in versione stampabile Questo articolo in versione stampabile • Donazioni

Recensione: I Boschi della Luna

bdl.jpg Titolo originale: I Boschi della Luna
Autore: Giuseppe Festa
Anno: 2006
Nazione: Italia
Lingua: Italiano
Casa Editrice: Larcher Editore
Genere: Non fantasy
Pagine: 256 (brossura)
Prezzo in euro: 10 scontato a 3,90

Oggi mi son svegliato con un diavolo per capello. La gamba di legno mi fa un male cane (tecnicamente, si chiama nevralgia dell’arto fantasma), e quando fa così state sicuri che cambia il tempo e si mette a burrasca. Sento quindi il bisogno impellente di sfogarmi su qualcuno, e il più adatto alla bisogna che ho sottomano al momento è il romanzo I boschi della Luna di Giuseppe Festa. Chi mi conosce lo sa: il vecchio Stockfish, dolori alla gamba permettendo, è uno di buon carattere, se non gli si fa saltar la mosca al naso. Ma quei dieci euro spesi per quel libro della malora ancora non li ho digeriti, sangue di Giuda. Cominciamo, allora.

Giuseppe Festa è il leader di un gruppo musicale, i Lingalad, che trae ispirazione dalle opere di Tolkien. Molti di voi li conosceranno senz’altro, perché li si trova a suonare praticamente in ogni manifestazione a tema Fantasy. I Lingalad sono dei bravi musicisti, se vi piace quel genere che sta fra la musica occitana e il folk irlandese. I testi però, dello stesso Giuseppe Festa che è anche il cantante, sono di una bruttezza imbarazzante. Se i Lingalad un giorno si ammutinassero e lo gettassero ai pesci, mettendosi a fare musica solo strumentale, non esiterei a comprarmi i loro CD.

La scrittura in sé.
Il libro non è scritto male, ma neanche brilla per stile. La prosa è pulita e lineare, e scorre abbastanza bene. Anche se il romanzo non mi è piaciuto per niente, tutto sommato non ho fatto troppa fatica per finirlo. Questo dovrebbe essere il minimo sindacale, mi direte voi, è un po’ come dire che il pregio del tale biscotto è quello di non essere velenoso. Ma, di questi tempi, non bisogna dar nulla per scontato.

La storia.
L’inizio non è per niente male (dialoghi a parte, come dirò in seguito). Ricorda Morte dell’erba (1956) di John Christopher, un capolavoro della fantascienza catastrofica. La storia che dà inizio a I Boschi della Luna è questa: in un futuro molto vicino, il petrolio comincia seriamente a scarseggiare. Le città sono tormentate da improvvisi black out, sempre più frequenti e prolungati, fino a che ne arriva uno che sembra proprio quello definitivo. La civiltà è al tracollo, e le città senza corrente diventano un luogo di morte e disperazione nel giro di pochi giorni. Il giovane Jari, insieme alla madre Dora, fuggono verso le montagne, nel paese dove abita il nonno. Non so se l’autore ha letto o no Morte dell’Erba, ma non ha importanza, tutto sommato. Non c’è nulla di male nel trarre ispirazione da un capolavoro, ed è sempre meglio che voler essere originali a tutti i costi e finire per scrivere delle porcherie.
L’inizio, come dicevo, rende bene il precipitare della situazione, creando la giusta tensione. Questo fino a che i due non fuggono dalla città e raggiungono il paesello tra le montagne, verso pagina 50. Purtroppo però, non si vive di sole disgrazie, e quando la situazione si tranquillizza la storia da lì in poi diventa pura fuffa, per ben 150 pagine su 240 totali. Leggeremo quindi di due giovani allegri e volenterosi, che si danno un sacco da fare per aiutare gli adulti nelle loro vicende quotidiane, risolvendo situazioni di cui non ci importa una dannata lisca grazie alla loro vitalità e arguzia.

Verso pagina 200, finalmente succede di nuovo qualcosa. La storia cerca di recuperare un po’ di tensione, senza peraltro riuscirvi granché. Sul finale poi, si passa dalle stalle alle stelle e ritorno in poche righe. Prima accade una cosa che nessuno di noi avrebbe mai voluto vedere: un adolescente affronta a mani nude un esercito di banditi armati fino ai denti (eh sì, purtroppo). Poi, il colpo di scena, degno del Signore delle Mosche di William Golding. Di nuovo, bravo Giuseppe Festa se ha letto il libro o visto il film, bravissimo se ne ignorava l’esistenza. Viene da chiedersi come uno possa avere dei lampi sporadici di genio e poi ripiombare nell’abisso della banalità mezza pagina dopo. Sì, perché il peggio deve ancora venire. Infatti, dopo il finale della storia, c’è ancora un capitoletto dove è l’autore stesso a parlare senza nemmeno tentare di nasconderlo. Ci racconta così a grandi linee cosa ha fatto il protagonista negli anni a venire, ma soprattutto si lancia in un insopportabile pistolotto di stucchevole buon senso ecologista, annegato in una melassa di buonismo di quelle da avvertenza per i diabetici. Il vecchio Stockfish è sempre stato un convinto ecologista fin dalla più tenera età, ma a leggere certe cose, scritte in quel modo, mi viene voglia di dar fuoco ai boschi e di rovesciare bidoni di liquami radioattivi nei fiumi, sangue di Giuda!

Bidoni radioattivi
Bidoni di rifiuti radioattivi

I personaggi.
Il diciassettenne protagonista, probabilmente il super-io dello scrittore (che diciassettenne non è più da un pezzo), è esattamente il fidanzatino che ciascuna nonna vorrebbe per la propria nipotina. Un ragazzo d’oro, che per giunta non ne sbaglia una. Risolve tutto lui. Questo giovanottello che viene dalla città, tanto per dirne una, procurerà in diverse occasioni il cibo per dei sostanziosi banchetti ad un’intera comunità di contadini-campagnoli-montanari, che notoriamente non se la cavano bene in questa materia, e che senza le consegne a domicilio della Bo-Frost sarebbero altrimenti spacciati. Questa gente poi, mi ricorda più che ogni altra cosa quelle comunità ideali in assoluta grazia di Dio, senza luogo e senza tempo, che venivano rappresentate nei libri di catechismo di quando andavo alle elementari. Quelli che andavano a mietere il grano vestiti di bianco, tenendosi tutti per mano sotto un cielo turchino dove volano le colombe della pace. Ben diversi, insomma, dai contadini delle nostre campagne che si odiano da sei generazioni per un metro di terra rubacchiato, e che alla prima occasione si ammazzano a fucilate facendolo passare per incidente di caccia.

Insomma, da adolescenti tutti abbiamo sognato di far innamorare di noi la più carina della classe gettandoci in mezzo alle fiamme per salvarla mentre la scuola va a fuoco. Poi però si cresce, e queste fantasie erotico-eroiche sarebbe meglio che passassero.

I dialoghi.
Tremendi! La cosa peggiore di tutte. Non c’è dialogo nel romanzo che non suonerebbe falso, artificiale, persino ad uno straniero con una conoscenza approssimativa dell’italiano. Inoltre, sembra che l’autore non sia mai stato adolescente, che non abbia mai sentito due adolescenti parlare. I ragazzi descritti da Giuseppe Festa sono educati e gentili, tra loro e con tutti. Non gli scapperebbe una mezza parolaccia neanche se si dessero per sbaglio una martellata sulle palle. E, ora che ci penso, devono essersene date parecchie procurandosi danni irreversibili, perché la massima pulsione sessuale che dimostrano questi diciassettenni verso una bella ragazza è il mano nella mano e il bacio sulla guancia. Che teneri!

Gli alberi.
Giuseppe Festa ha una grande passione per gli alberi, ed è un vero esperto in materia. Per cui, non scriverà mai che “Tizio si nascose dietro a un albero”, o al limite che “Tizio si nascose dietro a un pino”. Scriverà invece che “Tizio si nascose dietro ad un Pino Nero ad Ombrello della Patagonia Occidentale, dai caratteristici aghi corti e sottili che produce una resina dall’inconfondibile odore pungente”. Un consiglio quindi, complementare a ciò che dice sempre Gamberetta (“scrivete di ciò che sapete”): evitate di cedere alla tentazione di scrivere tutto ciò che sapete su un certo argomento, se non è strettamente funzionale all’azione principale!

Il fantasy.
Giuseppe Festa è un grande fan di Tolkien, e quindi deve per forza infilare un po’ di fantasy in un romanzo che col fantasy non c’entra un tubo, con effetti di cui è meglio non parlare. La storia si svolge in un immediato futuro, diciamo tra 5-10 anni, esattamente nel nostro mondo, in una nazione che si direbbe europea ma che non si capisce quale sia, partendo da una città, Taisla, che secondo Google Maps non esiste. I nomi dei luoghi suonano “tipicamente” fantasy, così come i nomi della maggior parte delle persone. Jari, Kuno, Munal, Aton, Archinpietra, Boschi della Luna, Monte Dente Buco, e così via. Questo “basta” a far sì che il romanzo venga in qualche modo spacciato per fantasy o affine, insieme al fatto per i monti si aggira un misterioso Anziano dei Boschi. Questo è un vecchio locale dal brutto carattere che ama la solitudine, ma anche una specie di druido dotato di superpoteri, con effetti sulla bellezza della storia che vi lascio immaginare alla luce di quanto detto finora.

Le altre recensioni.
Mi son convinto a scrivere questa tremenda recensione dopo averne trovate altre in rete, positive, e addirittura entusiaste. Questo mi ha fatto un po’ riflettere sul fatto che per ogni scrittore con le idee confuse su cosa vuol dire scrivere, ci sono cento recensori con le idee ancora più confuse.

Una, da CelticPedia, inizia così:

Raramente per comprendere appieno un romanzo è opportuno come in questo caso conoscere qualcosa della personalità dell’autore.

e già non ci siamo. Per comprendere appieno un romanzo deve bastarmi quello che c’è scritto nel romanzo stesso, altrimenti c’è qualcosa che non va.

Un’altra, da La Tela Nera, comincia così:

C’è dentro tutto l’amore di Giuseppe Festa per la natura, in questo romazo.

Ce l’ho anch’io l’amore per la natura, trabocco letteralmente di amore per la natura, perché dovrei pagare 10 euro l’amore per la natura di Giuseppe Festa? Se tiro fuori dei soldi per un’opera di narrativa, voglio leggere cose interessanti, scritte bene, capaci di suscitarmi emozioni che non siano di ferocia nei confronti dell’autore. Questi recensori sono incapaci di distinguere i vari piani logici confondendo forma, contenuti, intenzioni dell’autore e quant’altro. E’ come alle scuole medie, dove nel tema di italiano ti valutano le idee più che la forma, e se scrivi che sei favorevole alla pena di morte, ti fanno lo stesso un mazzo così anche se l’hai spiegato in ottimo italiano. In estrema sintesi, il punto è proprio questo: Giuseppe Festa scrive per avere l’approvazione della Prof. di Italiano. Nella buona letteratura la presenza dell’autore dovrebbe essere il più discreta possibile, invisibile. I personaggi dovrebbero vivere di vita propria. I personaggi di Giuseppe Festa, invece, sono dei burattini parlanti, che non fanno altro che ripetere le sue stesse idee sulla natura e su quanto è bella e buona la natura, e il protagonista è il suo stesso super-io adolescenziale che piace alla Prof. e al Preside, e i compagni e le compagne stravedono per lui e lo eleggono capoclasse per acclamazione.

La Prof. di Italiano
La Prof. di Italiano

In conclusione, sbirciando avanti qua sotto, mi rendo conto che i 5 gamberi marci che ho dato a I boschi della Luna non rendono appieno l’idea, sangue di Giuda. Ma è la mia prima recensione dalla Barca dei Gamberi, e non voglio esagerare. Un consiglio: leggetelo, così capirete che non sono io ad essere stronzo a scrivere una recensione così. Ora è anche in offerta, costa solo 3,90 euro, senza spese di spedizione.


Approfondimenti:
bandiera IT  Il sito del gruppo musicale dei Lingalad
bandiera EN The Death of Grass su Wikipedia
bandiera EN Lord of the Flies su Wikipedia

Giudizio:

L’inizio +1 -1 Tutto il resto
L’intento pedagogico +1 -2 Perché ottiene l’effetto contrario
  -1 Il pistolotto finale
  -2 I dialoghi, fastidiosissimi!
  -1 I personaggi da libro di catechismo

Scritto da GamberolinkCommenti (21)Lascia un Commento » feed bianco Feed dei commenti a questo articolo Questo articolo in versione stampabile Questo articolo in versione stampabile • Donazioni