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Una gattina in Horror Lovers

Copertina di Horror Lovers Titolo originale: Horror Lovers
Autori: Vari ed eventuali

Anno: 2014
Nazione: Italia
Lingua: Italiano
Editore: Cordero

Genere: Racconti horror di amore & morte
Pagine: 158 (circa 40.000 parole)

Horror Lovers è un’antologia di racconti che mescolano amore & morte, curata da Gianfranco Staltari e pubblicata da Cordero Editore. Ne parlo perché contiene un racconto che mi è piaciuto tantissimo: “Miao!” di Giulia Besa.

Doverosa premessa: ho conosciuto Giulia tramite il blog ormai cinque anni fa e siamo diventate buone amiche. È per questo che, nonostante lo ritenga un ottimo libro, non ho mai neanche segnalato il suo romanzo, Numero sconosciuto, uscito a giugno 2011 per Einaudi.

Da quel che so nel frattempo Giulia si è dedicata ad altri generi lasciando un po’ da parte il fantasy, anche se un tizio losco in pickelhaube mi dice che potrebbe tornare a dedicarvisi scrivendo per Vaporteppa. Speriamo, perché nel ramo Giulia è bravissima, come dimostra la serie di racconti che ha scritto con protagoniste gattine mannare.
I primi due, “Il senso di Kitty per il tonno”, e “Kitty e l’Ordine della Pernice”, sono apparsi sul sito storiebrevi.it e poi pubblicati in due antologie uscite per il Gruppo Editoriale L’Espresso: Cinque storie sull’allegria e Sei racconti fantastici.

Copertine di Cinque storie sull’allegria e Sei racconti fantastici
Copertine di Cinque storie sull’allegria e Sei racconti fantastici

Il terzo, “Miao!” appunto, è incluso in Horror Lovers. Dei tre è il racconto migliore, il più serio e il più pauroso.
Il tema della storia è il classico: fin dove arriveresti per amore? E per amore di una “gattina”? Il protagonista dovrà spingersi molto in là e si troverà di fronte a scelte terribili. Per la gioia del lettore.
Il racconto è scritto con maestria, la suspense è notevole e non manca un pizzico di ironia. Un bijou!

Oltre a “Miao!” nell’antologia sono presenti anche altri otto racconti di autori italiani. Inoltre ogni racconto è preceduto da un’illustrazione in bianco e nero realizzata ognuna da un disegnatore diverso. Perciò nove scrittori e nove disegnatori.
L’idea dei libri illustrati non mi dispiace: per esempio ho apprezzato i disegni di Keith Thompson in Leviathan, e sono molto gelosa della mia copia del Don Chisciotte illustrata da Gustav Doré. Tuttavia perché l’operazione funzioni le illustrazioni dovrebbero essere davvero belle e in tema, e qui non sempre accade.
Comunque ammetto la mia ignoranza nel ramo e non esprimerò giudizi sulle illustrazioni. Dico solo che un paio mi sono piaciute molto e altre invece mi hanno dato l’impressione che avrei potuto far di meglio io, nonostante non sappia neanche tenere in mano una matita.
Per la cronaca, i disegnatori sono: Valerio Nizi, Michele Arcangeli, Paolo Di Orazio (presente anche in veste di scrittore), Marco Zorzan, Emanuele Simoncini, Paolo Antiga, Manolo Morrone, Matteo Anselmo, Marco Mastrazzo.

E ora una breve panoramica sugli altri racconti:

Acqua e sangue di Cristiana Astori

Potevano mancare i vampiri gli gnokki in un’antologia a tema eros & thanatos? No. Purtroppo. Cristiana Astori rispolvera la più cliché delle vicende vampiresche con tanto di ingenua fanciulla vittima che si lascia mordere perché lui:

È così bello da gelare il sangue.

Poi la nostra protagonista si ritrova anche lei non-morta costretta a cibarsi di sangue con relativi sensi di colpa, ecc. ecc.
Una noia completa. Nessuno spunto originale o interessante, scrittura mediocre. A tratti si scade persino nel ridicolo, visto che quando Rodolfo-il-vampiro va a trovare nel corso dei decenni la protagonista, invece di sembrare un principe delle tenebre, sembra uno stalker rompiballe.
Racconto boiatina.

Gnokko
Uno gnokko. Possono mai mancare? Mi ricordano anche un’altra antologia tutta con racconti italiani che ebbi il “piacere” di recensire anni fa

Il divoratore di cadaveri di Paolo Di Orazio

Paolo Di Orazio scrive un racconto che potrebbe essere interessante: un uomo, per ragioni imperscrutabili, si fa volontariamente torturare per sessantaquattro giorni, nell’ambito di un qualche rito oscuro.
Nonostante la scrittura piena di termini vaghi e astratti:

Non è del tutto buio, qui.
Sono perdutamente, miseramente solo.
Sento costantemente di affogare, ma l’unico fluido in cui credo di annaspare altro non è che un implacabile senso di angoscia.
Tuttavia, sono calmo.
Profondamente calmo.

si arriva volentieri fino alla fine per sapere che diavolo aveva in mente il tizio. Ma il finale si rivela un gigantesco “E allora?” che smorza ogni entusiasmo. Peccato.
Racconto che riesce persino a suscitare un briciolo di inquietudine, rovinato da un lato dallo stile, dall’altro dalla conclusione.

Exeat di D.F. Lycas

Divertente! L’idea centrale qui è davvero kawaii e fa perdonare sia una scrittura non eccelsa – specie nelle descrizioni – sia il fatto che siamo ampiamente fuori tema, visto che la storia d’amore tra i due demoni protagonisti potrebbe non esserci e non cambierebbe niente.
Non posso rivelare alcun dettaglio per non rovinare la lettura, dunque citerò solo tra spoiler la filastrocca finale, che ho gradito:
Mostra la filastrocca ▼


Un buon racconto; complimenti all’autore, che si firma con lo pseudonimo D.F. Lycas.

Illustrazione per Lycas
L’illustrazione di Marco Zorzan per il racconto di D.F. Lycas

Amami di Marco Dominici

Il racconto di Marco Dominici si rivela sconclusionato, per la serie: l’ho scritto così come capita, e non mi interessa neppure rileggerlo.
In buona sostanza: il protagonista si è risposato dopo che la prima moglie è sparita o morta; la moglie attuale un bel giorno scende in cantina e afferra per i capelli quella che crede essere una parrucca e in realtà è la prima moglie zombie. A questo punto il protagonista comincia a somministrare di nascosto sonniferi alla moglie per avere le nottate libere e andare lui in cantina a farselo succhiare dalla zombie. La moglie lo scopre e lui decide di rinchiuderla in una cripta sotterranea perché non le piace che la sua sposa dica le parolacce.
Chiaro, no?
Lo stile oscilla dalla quasi decenza all’incomprensibile, specie nelle scene d’azione. D’altra parte anche se lo stile fosse perfetto il racconto continuerebbe a non avere alcun senso.

Very gothic molto Cesenatico old style di Stefano Fantelli

Stefano Fantelli narra in prima persona con un certo piglio, dando al suo protagonista una voce ben distinta. Onestamente non apprezzo molto quando i personaggi in prima persona hanno consapevolezza di star scrivendo, tipo:

Compro delle piadine farcite e poi mi infilo in uno di quei negozi che vendono di tutto, dalle sigarette alle creme solari, dai giocattoli ai vestiti, dai portachiavi alle bibite; e prendo una cosa che mi servirà stanotte contro il vampiro.
Sono molto fiero di aver usato il “punto e virgola” nel passaggio precedente. Ho pubblicato tre libri e più di cento racconti su riviste e non credo di aver mai usato il “;” e per questo mi sono sempre sentito un po’ in colpa.

Tuttavia il tono generale del racconto è sull’ironico/divertente e queste cadute di stile possono essere scusabili.
Ho invece apprezzato che nonostante quanto riportato nel brano di cui sopra, in realtà il mostro non sia un vampiro. Non svelo cosa sia per non rovinare la sorpresa.
C’è da aggiungere che questo racconto c’entra nell’antologia come i cavoli a merenda: fa più ridere che paura, e non c’è alcun tipo di storia d’amore; non c’è nulla di romantico o di erotico. Perciò in pratica manca sia la parte Lovers sia quella Horror.
Nonostante ciò, nel complesso ho gradito.

Le regole del gioco di Gianfranco Staltari

Trovo poco elegante per il curatore di un’antologia inserire un proprio racconto nel libro che deve preparare. È una pratica di cattivo gusto diffusa in Italia, molto meno nel mondo anglosassone. Per esempio quando Jeff VanderMeer ha curato l’antologia The New Weird, non ha proposto suoi racconti, nonostante fosse il principale esponente del New Weird a livello mondiale.
Tra l’altro Gianfranco Staltari, nella brevissima prefazione – un paio di facciate striminzite – scrive:

[...] dopo una lunga e faticosa selezione di scrittori e racconti (alcuni scartati davvero a malincuore) [...]

Deve sul serio avere una grandissima stima di sé e della propria narrativa per scartare i racconti altrui a favore del suo! Orgoglio giustificato? No. Anzi, il racconto di Staltari si rivela essere forse il peggiore dell’antologia.

È una storiella miserrima che vede il protagonista frequentare una ragazza molto carina e molto più giovane di lui. I due escono insieme, fanno passeggiate, cenette romantiche, si scambiano sguardi languidi ma lei non gliela dà. Il protagonista non pare più di tanto infastidito da questa circostanza finché a una festa natalizia vede la sua lei sbaciucchiare un altro.
Scatta il raptus della gelosia e il nostro eroe usando un coltello che:

Devo averlo preso dalla tavola quando sono entrato, senza rendermene nemmeno conto.

ammazza lei, il tizio che lei stava baciando e tutti(!) gli invitati alla festa, i quali, intorpiditi dal panettone:

Piatti sporchi, bicchieri, bottiglie di spumante, vino e birra, panettoni smangiati, mostrano uno spettacolo di disordine e scempio.

non oppongono la minima resistenza…

Panettone e coltello
Il coltello preso senza neanche accorgersene dalla tavola e il panettone smangiato. Ah, l’orrore, l’orrore!

È un racconto che non ha molto senso, scritto in modo approssimativo, pochissimo mostrato e che non elargisce neanche il brivido di un po’ di sangue, dato che l’intera mattanza si riduce a:

A uno a uno li finisco, questi ragazzi che fingono di essere adolescenti.

Racconto inutile, ci metto la mano sul fuoco che si poteva trovare di meglio.

A piedi nudi nel sangue di Marco Vallarino

Il racconto avrebbe al suo nucleo un’idea carina, anche se non proprio originalissima, purtroppo è rovinato da una serie di problemi tecnici di stile e di struttura.
La trama vede la protagonista terrorizzata dalle torri, fin da bambina. Addirittura non può sopportare la casella con la torre nel Gioco dell’Oca. Finché da grande non si ritrova in una torre diroccata in compagnia di un focoso fantasma – il cui nickname da vivo era Devil(…) – che le farà dimenticare la paura a furia di amplessi(…):

Ogni sera, Elena lasciava la torre stremata di orgasmi, senza aver mangiato né bevuto, nutrendosi solo del piacere che le veniva profuso a piene mani.
[...]
A Torino, Elena riprese di malavoglia a studiare. Ogni momento libero, lo passava a masturbarsi selvaggiamente, ripensando agli orgasmi nella torre.

Ma il fantasma in cambio di tutto questo amore vuole che Elena uccida per lui…
Non svelo il resto della vicenda perché il racconto non è del tutto atroce e a qualcuno potrebbe interessare. Certo se ogni tanto fosse anche mostrato sarebbe meglio; e la storia sarebbe stata molto più intrigante se l’autore avesse tenuto un solo punto di vista, in modo che la maledizione della torre si potesse dipanare piano piano davanti al lettore, invece di essere spiattellata.
Infine la vicenda è presa con troppo anticipo e ci sono un sacco di pagine superflue: non a caso questo è il racconto più lungo presente nell’antologia.
Racconto che se riscritto con un certo criterio sarebbe potuto risultare decente.

Verde come la laguna di Claudio Vergnani

Si chiude l’antologia in modo triste con questo raccontino di Claudio Vergnani. In poche parole: un playboy con tendenze al sadismo e che si racconta in prima persona usando termini vaghi per far credere al lettore che potrebbe essere un vampiro o simile, incontra una donna-vespa che forse gli farà fare una brutta fine.
L’idea dovrebbe essere quella del mostro che incontra un mostro più cattivo di lui, ma la realizzazione è svogliata, e la storia non suscita la minima emozione. In più è anche inverosimile: per esempio il protagonista vede che da un occhio della donna che in teoria vorrebbe sedurre

stillava un umore giallastro

e la constatazione non gli fa né caldo né freddo, tutto a posto, ehi, a me cola il naso!
Come nel racconto di Staltari a salvare la situazione non interviene neppure un po’ di sangue; l’unico momento di orrore dell’intera vicenda è il seguente passaggio, che tra l’altro non ho ben capito cosa significhi:

Da una porta socchiusa intravedo una stanza buia, spoglia, priva di mobili e finestre, murata. Qualcosa dentro di me mi dice di non avvicinarmi, di non guardare, di non sapere. Ma mi accosto, preda di una fascinazione paurosa. Intuisco, più ancora che vedere, scaglie svuotate sul pavimento. Ce ne sono a decine, rinsecchite, maleodoranti, annerite. Solo le teste hanno ancora un aspetto umano.

Mah!
Nel complesso racconto bruttissimo.

* * *

Chi segue il blog da tempo magari si ricorderà che qualche anno fa giunse a commentare l’editor di un’antologia all’epoca di imminente pubblicazione: La sete. Era un’antologia horror con racconti di soli autori italiani dedicata ai vampiri. L’editor ne magnificò le doti nel contempo denigrandomi perché non apprezzava lo stile delle mie recensioni. Il tizio mi fece incazzare, ma lo stesso, quando il libro uscì su emule lo scaricai e lo lessi: uno schifo senza appello. Un tale scempio che non mi venne neanche voglia di ridicolizzarlo sul blog.
Se paragoniamo Horror Lovers a La sete un certo progresso c’è stato nell’ambito dell’horror made in Italy, ma la strada è ancora lunga.

Copertina de La Sete
Copertina dell’antologia La Sete uscita per Coniglio Editore. Coniglio Editore ha chiuso i battenti alla fine del 2011

Dato il coinvolgimento di un’amica nel progetto non metto un giudizio in gamberi come in una recensione formale, lo stesso posso risponde alla domanda: vale la pena spendere 15 euro per Horror Lovers? E la risposta è no, anche tenendo conto che si tratta di appena 158 pagine (circa 40.000 parole). Tuttavia se il genere vi interessa, e dovesse uscire in ebook a prezzi ragionevoli (magari sotto i 3-4 euro), potrebbe valere la pena.


Approfondimenti:

bandiera IT Horror Lovers presso Cordero Editore
bandiera IT Horror Lovers su iBS.it
bandiera IT Il sito personale del curatore, Gianfranco Staltari

bandiera IT La fine di Coniglio Editore

Scritto da GamberolinkCommenti (11)Lascia un Commento » feed bianco Feed dei commenti a questo articolo Questo articolo in versione stampabile Questo articolo in versione stampabile • Donazioni

Recensioni :: Romanzo :: Leviathan

Copertina di Leviathan Titolo originale: Leviathan
Autore: Scott Westerfeld
Illustrazioni: Keith Thompson

Anno: 2009
Nazione: U.S.A.
Lingua: Inglese
Editore: Simon Pulse

Genere: Steampunk per fanciulli
Pagine: 448

Giugno 1914. Il governo inglese invia la Leviathan, l’ammiraglia della propria flotta aerea, in missione segreta a Costantinopoli. Lungo la strada salgono a bordo Deryn Sharp, una ragazza scozzese che si è travestita da ragazzo per servire in aeronautica, e il Principe austriaco Aleksandar – Alek per gli amici –, in fuga dalla propria patria dopo l’assassinio del padre a Sarajevo.

Non è però il 1914 che conosciamo: nel mondo di Leviathan la tecnologia ha fatto passi da gigante sia nel campo della robotica, sia in quello della bioingegneria. I Tedeschi e gli Austro-Ungarici (i “Clanker”) si sono specializzati nella costruzione di corazzate terrestri e di enormi robot da guerra (qui chiamati walker, somiglianti ai “robottoni” di certi anime giapponesi o ai mech di giochi stile MechWarrior), mentre Inglesi, Francesi e Russi (i “Darwinisti”) hanno plasmato nuove forme di vita per gli usi più svariati. La stessa Leviathan è una creatura vivente, che mescola il DNA della balena con quello di decine di altre specie.

Booktrailer di Leviathan

Ciò premesso, il booktrailer e certo hype facevano credere che Leviathan fosse un romanzo di guerra. Non è così. Basta confrontare l’hype con i fatti. Per esempio un tizio, dopo aver letto una ARC[1], dichiarava:

bandiera EN Westerfeld has kicked off his new series with bang, averaging more battles and bombings per chapter than a textbook on both World Wars combined.

bandiera IT Westerfeld ha cominciato la sua nuova serie col botto. Ci sono più battaglie e bombardamenti per capitolo che in un libro di testo dedicato a entrambe le Guerre Mondiali.

Questi sono i fatti:

  • Capitoli presenti nel romanzo: 41.
  • Battaglie presenti: zero (ci sono 6 scontri a fuoco, ma esito a chiamarli “battaglie” dato che il numero di mezzi e uomini coinvolti si conta sulle dita delle mani – spesso di una mano sola).
  • Bombardamenti: zero (non viene sganciata alcuna bomba nel corso dell’intero romanzo – neanche una, neppure per sbaglio).
  • Massimo numero di walker o corazzate terrestri contemporaneamente presenti in una scena: 2.
  • Numero di combattimenti tra un walker e un “mostro” darwinista: zero.

In altre parole la Prima Guerra Mondiale rimane sullo sfondo. Chi si aspettava – io! – un’armata di robot tedeschi che attraversa la Manica per combattere contro un esercito di creature abominevoli ingegnerizzate a partire dal DNA del mostro di Loch Ness, rimarrà deluso. Niente di tutto questo è neppure accennato nel romanzo. Invece c’è una sana storia di avventura per bambini piena di buoni sentimenti.

Il mondo di Leviathan

Il 1914 dipinto in Leviathan ha un suo fascino, a tratti notevole, ma la costruzione di Westerfeld è semplicistica.

Mappa del mondo
Mappa allegorica dell’Europa di Leviathan. Clicca per ingrandire

I Clanker sono più o meno verosimili: in pratica non c’è molta differenza rispetto ai libri di storia, solo i carri armati si sono sviluppati qualche decennio prima e hanno gambe invece di cingoli. Westerfeld liquida la questione con una battuta di Alek:

bandiera EN How else would a war machine get around? On treads, like an old-fashioned farm tractor? What a preposterous idea.

bandiera IT Come potrebbe altrimenti spostarsi una macchina da guerra? Su cingoli, come i vecchi trattori agricoli? Che idea stravagante.

Anche se in verità non è mai spiegato perché le gambe dovrebbero essere un sistema di locomozione migliore dei cingoli: i walker non sono particolarmente veloci e hanno grossi problemi di stabilità in caso di terreno accidentato; se cadono non si possono rialzare senza aiuto; inoltre non sono “robottoni” intelligenti, hanno bisogno di equipaggio – nel romanzo non esistono computer a vapore o intelligenze artificiali, tutti i macchinari sono stupida ferraglia.
Tuttavia non ho trovato assurde le scene con i Clanker: vero, niente del genere può essere costruito neanche ai giorni nostri, però non è tecnicamente impossibile, e una certa tendenza tedesca al gigantismo per quanto riguarda i carri armati è storicamente corretta.

K Panzerkampfwagen

Nel 1917 il Ministero della Guerra tedesco ordina di approntare un super carro armato in grado di travolgere le linee nemiche anche nelle situazioni più difficili. Viene così progettato il “K-Wagen” una mostruosità da 120 tonnellate con 27 uomini di equipaggio, 4 cannoni e 7 mitragliatrici.

Modellino del K-Wagen
Un modellino di come sarebbe potuto apparire il K-Wagen

Dieci K-Wagen vengono commissionati, ma al termine della Guerra, nel novembre 1918, solo due esemplari sono in fase avanzata di costruzione, presso l’impianto di Riebe. Gli Alleati ordinano che i due super carri siano smantellati.

Il K-Wagen in costruzione
Il K-Wagen in costruzione

Per saperne di più sulle macchine da guerra tedesche nella Prima Guerra Mondiale, si può consultare il seguente volume, ricco di fotografie:

Copertina di German Panzers 1914-18German Panzers 1914-18 di Steven J. Zaloga (Osprey Publishing, 2006).

 

 

Se dalla Prima Guerra Mondiale si passa alla Seconda, si scoprono progetti ancora più ciclopici, dei quali ho già parlato.

Le azioni di combattimento con i Clanker spesso sono tirate per i capelli – e in un romanzo di Tom Clancy farebbero chiudere il libro – ma qui è fantasy!!! e sopporto. In fondo non c’è niente di scandaloso, nessun drago colpito al volo dalle catapulte di troisiana memoria. Tranne…
Mostra episodio bellico poco plausibile ▼

Il walker di Alek
Il walker di Alek. Può camminare così con le gambe piegate, oppure le gambe possono essere distese per un’andatura più veloce. Può perfino correre

I Darwinisti sono un altro paio di maniche. L’idea è che Charles Darwin non solo abbia scoperto il meccanismo dell’evoluzione, ma abbia anche scoperto come manipolare il DNA. Nell’arco di due generazioni gli scienziati hanno raggiunto un controllo completo sulla bioingegneria. Possono creare qualunque forma di vita, da singoli microbi fino a enormi navi viventi.
Come spiega Deryn, la bioingegneria ha sostituito la meccanica:

bandiera EN She remembered how Da had said London looked in the days before old Darwin had worked his magic. A pall of coal smoke had covered the entire city, along with a fog so thick that streetlamps were lit during the day. During the worst of the steam age so much soot and ash had decorated the nearby countryside that butterflies had evolved black splotches on their wings for camouflage.
But before Deryn had been born, the great coal-fired engines had been overtaken by fabricated beasties, muscles and sinews replacing boilers and gears. These days the only chimney smoke came from ovens, not huge factories, and the storm had cleared even that murk from the air.

bandiera IT Ricordò come papà aveva descritto l’aspetto di Londra prima che il vecchio Darwin compisse i suoi miracoli. Fumo di carbone aveva ricoperto l’intera città, insieme a una nebbia così fitta che i lampioni erano lasciati accesi durante il giorno. Nel momento peggiore dell’età del vapore, fuliggine e cenere avevano invaso la vicina campagna, tanto che le farfalle erano mutate: per mimetizzarsi avevano sviluppato macchie nere sulle ali.
Ma prima che Deryn nascesse, i grandi motori a carbone erano stati sostituiti da animali ingegnerizzati. Muscoli e tendini avevano rimpiazzato caldaie e ingranaggi. Adesso gli unici fumaioli in funzione erano quelli dei forni, non di enormi fabbriche, e la tempesta aveva disperso anche quel velo di sporco.

Immaginate i Flintstones, con l’uccello preistorico che usa il becco al posto della puntina del giradischi: con i Darwinisti siamo da quelle parti.

Giradischi dei Flintstones
I Darwinisti dell’età della pietra

Anche qui non è scientificamente impossibile, ma richiede un balzo tecnologico ben più ampio di quello richiesto per sostituire i cingoli. È inverosimile un tale controllo sul DNA senza lo sviluppo di scienze e tecnologie correlate, dai microscopi all’informatica. Inoltre spesso le creature darwiniste sono inefficienti: non è molto credibile che in guerra non si scelga l’alternativa migliore.
L’intera faccenda è ambigua: da un lato i Darwinisti sono dipinti come “fanatici” che prediligono la bioingegneria sulla meccanica per partito preso, dall’altro i motori della Leviathan sono normali motori meccanici. Non ha senso: o i Darwinisti hanno una fede quasi religiosa nella bioingegneria, e allora ci sta che adottino una soluzione animale anche quando l’equivalente meccanico è più funzionale, oppure scelgono di volta in volta e in questo caso una marea di loro creazioni sarebbe da buttar via.
Una brutta caduta di stile i motori meccanici sulla Leviathan: pura pigrizia da parte dell’autore, che per risolvere un inghippo nella trama se n’è fregato della coerenza.

Comunque, alcune creature Darwiniste, per quanto inefficienti e inverosimili, le ho gradite perché troppo kawaii!
Mostra una creatura kawaii ▼


Altre creature sono poco credibili e decisamente stupide.
Mostra una creatura stupida ▼

Rimangono poi alcuni problemi di fondo. Per esempio, che bisogno c’è di ingegnerizzare balene volanti e lupi-tigre quando puoi ingegnerizzare virus? Sono un’arma molto, molto, molto più efficace di qualunque “mostro”. In un altro romanzo di tecnologia contro biologia, La Guerra contro gli Chtorr di David Gerrold, gli Chtorr, prima di inviare contro la Terra i vermi giganti e gli altri “mostri”, spazzano via buona parte della popolazione con le malattie infettive.
E ancora: con una tale conoscenza della genetica, ci si aspetterebbe che i Darwinisti siano immortali, che possiedano la cura per ogni malattia, che possano farsi crescere le ali o le branchie o siano in grado di migliorare il proprio stesso cervello. Ma:

bandiera EN Though human life chains were off-limits for fabrication, the middies often conjectured that the bosun’s ears were fabricated.

bandiera IT Sebbene non fosse consentito manipolare le catene vitali umane, gli aspiranti guardiamarina spesso sospettavano che le orecchie del nostromo fossero ingegnerizzate.

Tutto qui. Una sola riga su 400 pagine per giustificare un fatto clamoroso. “Manipolare il DNA umano è contro le regole”. Fine. Lo dice l’Autore. Come accennavo: ambientazione costruita in maniera semplicistica. Al limite del cretino.

Oltre il microcosmo della Leviathan, il mondo darwinista rimane indefinito. Com’è la vita a Londra senza meccanica e in compagnia di un esercito di bestie ingegnerizzate? Non si sa. Peccato.

Il muso della Leviathan
Il muso della Leviathan

Personaggi e morale

La storia è narrata in terza persona limitata dal punto di vista di Alek e Deryn. I due punti di vista si alternano con regolarità – si passa da un personaggio all’altro ogni due capitoli. Faccio notare che il punto di vista non è mai cambiato durante una scena. I passaggi da Alek a Deryn e da Deryn ad Alek avvengono solo in corrispondenza della fine di un capitolo/inizio del capitolo successivo.

Il Principe Alek è infantile, noioso, e si comporta almeno due volte da perfetto idiota per mere esigenze di trama. L’equipaggio del walker con cui è fuggito dall’Austria è composto da personaggi insipidi quanto lui. Ho sperato che nel finale almeno il Conte Volger sviluppasse una personalità, invece è rimasto il personaggio informe di inizio storia.
Mostra la mia speranza ▼


Per fortuna Alek è un Clanker: la sua personalità assente è compensata dal rombo dei motori e dal fischiare del vapore sotto pressione. Nelle scene migliori il protagonista è più il Cyklop Stormwalker, il walker di Alek, che non Alek medesimo.

Il Principe Alek
Alek in piedi su un walker abbattuto

Deryn è più simpatica e vivace. Non che sia chissà quale eroina, ma non ti fa addormentare. Ha un carattere più forte e determinato rispetto a quello di Alek e, sebbene non sia un’aquila, non si comporta mai da cretina.
Westerfeld le ha creato un lessico con parole e locuzioni particolari (“ninny”, “diddies”, “bum rag”, “barking spiders”, “blisters”, “clart”, ecc.) che non so quanto possa essere accurato rispetto alla parlata di una scozzese di inizio secolo, però distingue bene il personaggio. Quando Deryn parla o pensa si capisce subito che è lei.
Tutto sommato un personaggio piacevole da seguire. Anche i comprimari dal lato di Deryn sono più interessanti, in particolare la donna scienziato che tiene una tigre della Tasmania come animale domestico.

Deryn e Alek soffrono poi di un grave difetto: sono buoni. Quel tipo di bontà mielosa e piena di retorica che spesso fa capolino nel fantasy.
Per esempio, Deryn dichiara di essersi arruolata per volare, non certo per combattere… ricapitoliamo: Deryn è una ragazza. Si traveste da ragazzo – rischiando la galera per sé e per il fratello, che sa del trucco e l’aiuta – e poi, alla vigilia di una guerra, si arruola volontaria nell’aeronautica militare. Perché vuole solo volare! Sì, certo. E i tizi della CIA che torturano i prigionieri nelle basi americane in Pakistan o in Lituania sono entrati nell’Agenzia solo per vedere il mondo…
E no, non è il personaggio che cerca di convincersi di essere buono quando in realtà è spinto da pulsioni molto meno nobili: Deryn è davvero buona. Ed è buona non perché abbia senso, è buona perché è in un romanzo fantasy rivolto agli Young Adult. Che squallore.
Con Alek siamo sulla stessa barca. Il poverino non riesce mai a uccidere nessuno di suo pugno e l’unica volta che muore qualcuno per causa sua, lui non l’ha fatto apposta. Che anima candida.

Nella parte finale del romanzo, affiora la solita pappa stantia: il vero nemico è l’incomunicabilità! Se conosci il tuo nemico vedi che è come te che i veri cattivi non sono i tedeschi o gli inglesi i clanker o i darwinisti i veri nemici sono i guerrafondai bla bla bla.
Noia. Noia. Noia.
Ammetto però che Westerfeld è abile nel diluire questa morale rancida nelle scene d’azione: la morale emerge dal mostrato, non è mai spiattellata esplicitamente. “La guerra è kattiva!!!” rimane un discorso da scuola elementare.

Deryn Sharp
Deryn pilota un pallone-medusa da osservazione

Stile

Poco da dire: Westerfeld è uno scrittore competente e si vede. Il romanzo è scorrevole e senza punti morti; il ritmo è sempre alto. Però, a mio parere, non sempre sono mostrate le scene che partono con le premesse migliori: per esempio l’autore dedica pagine e pagine all’atterraggio e alla ripartenza della Leviathan dallo Zoo di Londra, e taglia corto sull’inseguimento di una corazzata terrestre al walker di Alek.
C’è poi qualche sbavatura qui e là (il dialogo tra Alek e Volger mentre si allenano è chiaramente a beneficio del lettore e suona forzato) e qualche descrizione non proprio riuscita (Deryn incontra Alek e subito le viene in mente solo “handsome”), ma poca roba.
Lo stile di Westerfeld è molto funzionale, ma non è brillante: se si esclude in parte Deryn, c’è troppa distanza tra il punto di vista, molto ravvicinato ai personaggi, e il linguaggio, troppo neutro. Alek sembra un automa – o un bravo scrittore – non un giovane Principe.

Conclusioni

Romanzo di avventura semplice semplice per un pubblico di ragazzini non troppo svegli. Dubito possa piacere a chi ha più di dodici anni – parlo di età mentale, lo so che ci sono delle trentenni che tengono in camera il poster di Edward Cullen o di Sennar.
È molto più fantasy che non fantascienza: la speculazione scientifica è da asilo e rimane tollerabile solo quando le trovate sono almeno molto fantasiose. Westerfeld, nelle note a fine romanzo, lo definisce steampunk. Sì, ma solo se vogliamo applicare la definizione originaria di K. W. Jeter: “gonzo-historical” può essere una giusta classificazione per Leviathan. La componente steam in senso tecnologico è presente, ma ha un ruolo minore – i Darwinisti hanno più spazio dei Clanker. Di -punk non se ne vede neanche l’ombra.

Nel complesso un’opera mediocre. Non brutta, ma faccio fatica a trovarci qualcosa di veramente bello; di nuovo, originale, brillante. Non credo valga la pena comprare, ma dato che è gratis[2], una sbirciatina la si può dare. L’inglese è semplice, a parte qualche termine tecnico marinaresco e lo slang di Deryn.

In un’intervista dedicata ad altro argomento, un rappresentante di Einaudi ha dichiarato che il romanzo sarà pubblicato in Italia dalla loro casa editrice l’anno prossimo. Non ho idea se sia vero, né se si prenderanno l’impegno di pubblicare anche i volumi successivi: infatti Leviathan è – tanto per cambiare – il primo romanzo in una trilogia; Behemoth e Goliath sono già stati annunciati da Westerfeld, indicativamente per l’autunno 2010 e l’autunno 2011.
Tengo a sottolineare che la storia in Leviathan non è autoconclusiva: si interrompe bruscamente, lasciando la trama in sospeso.

Chi dovrebbe leggere Leviathan sono gli autori italiani o gli aspiranti tali. Tempo fa credevo che Ash di Mary Gentle potesse essere una buona pietra di paragone: ero un’ingenua ottimista! Con Leviathan l’asticella della qualità scende di una tacca, ma sarà l’ultima volta.
In altri termini: se desiderate pubblicare un libro dignitoso, dovete scrivere almeno al livello di questo romanzo di Westerfeld. Dovete dimostrare la stessa dose di fantasia e la stessa padronanza della tecnica narrativa. Non sto chiedendo la Luna, sto chiedendo un livello minimo.
Lo so che le mie parole vi entreranno in un orecchio e usciranno dall’altro. E so che si continueranno a scrivere, pubblicare e comprare romanzi pieni di puttanate con gli elfi o con ragazzine imbecilli che si innamorano del vampiro compagno di banco. Pazienza. Io ci provo.

Letture Consigliate

Se le idee dietro Leviathan (storia alternativa in chiave fantasy, robottoni, tecnologia vs. biologia) vi incuriosiscono, potreste dare un’occhiata anche a questi romanzi:

Icona di un gamberetto Il ciclo dell’Oscurità di Harry Turtledove.

 Nell’Oscurità (Into the Darkness, 1999)
 Scende l’Oscurità (Darkness Descending, 2000)
 Attraverso l’Oscurità (Through the Darkness, 2001)
 I Signori dell’Oscurità (Rulers of the Darkness, 2002)
 Le Fauci dell’Oscurità (Jaws of Darkness, 2003)
 La Fine dell’Oscurità (Out of the Darkness, 2004)

Turtledove ricrea la Seconda Guerra Mondiale, ambientandola però nel mondo fantastico di Derlavai. I carri armati diventano bestie enormi che trasportano cannoni magici, gli aerei sono draghi, i sommergibili mostri marini, e il Progetto Manhattan vede impegnati gli stregoni più potenti del mondo.
Il vero difetto di questo ciclo è proprio l’aderenza alla storia: cambiano i nomi degli stati, cambia la scienza e la tecnologia, ma per il resto gli eventi sono gli stessi, dalla spartizione della Polonia, all’attacco della Russia alla Finlandia, fino all’assedio di Stalingrado. Quando si riesce a individuare che Algarve è in realtà la Germania o che Kuusamo sono gli Stati Uniti, la vicenda diviene prevedibile, perché si sa già come andrà a finire.
Rimane un ciclo piacevole, arricchito da una profusione di punti di vista degna di Martin (ci sono almeno venti personaggi punto di vista) e dall’assenza di “buoni” e “cattivi” tradizionali. Lo stile di Turtledove è in generale decente, tranne quando glissa sulle scene d’azione per riassumerle attraverso dialoghi successivi. Qualche volta questo “trucco” funziona bene, più spesso si rivela un ripiego misero.

Copertina de La Fine dell'Oscurità
Copertina de La Fine dell’Oscurità


Icona di un gamberetto Il ciclo della Guerra contro gli Chtorr di David Gerrold.

 La Guerra contro gli Chtorr (A Matter for Men, 1983)
 Il Ritorno degli Chtorr (A Day for Damnation, 1985)
 Il Giorno della Vendetta (A Rage for Revenge, 1989)
 L’Anno del Massacro (A Season for Slaughter, 1993)
Nota importante: la storia non è finita. Nel progetto originario erano previsti altri tre romanzi, che Gerrold in sedici anni non ha ancora scritto – né è scontato che lo faccia in futuro.

La Terra viene invasa dagli alieni, gli Chtorr. Anzi, viene aggredita da un intero ecosistema alieno. Gli Chtorr sono una moltitudine di specie diverse: animali, piante, microbi. Pian piano le creature extraterrestri rimpiazzano gli equivalenti autoctoni, esseri umani compresi.
Il lavoro di Gerrold con gli Chtorr è molto più accurato e scientificamente approfondito rispetto a quello di Westerfeld con i Darwinisti. Gli Chtorr sono parecchie spanne più verosimili delle bestie ingegnerizzate in Leviathan. E sono molto più bizzarri e letali.
Nei vari romanzi del ciclo le scene d’azione sono ottime – sebbene anche qui manchino delle vere e proprie battaglie – e la sensazione di apocalisse imminente è ben resa. I romanzi funzionano meno quando Gerrold imita le lezioni di filosofia di Heinlein senza averne il carisma e la bravura. Rimane poi il grosso problema che dopo quattro libri è tutto in sospeso e non si sa se vinceranno i Terrestri o gli Chtorr. E forse non si saprà mai.

Copertina de La Guerra contro gli Chtorr
Copertina de La Guerra contro gli Chtorr


Icona di un gamberetto Fanteria dello Spazio (Starship Troopers, 1959) di Robert A. Heinlein.

Un classico della fantascienza, il romanzo che ha introdotto le Armature Potenziate e ha ispirato Yoshiyuki Tomino per Mobile Suit Gundam.
Sono narrate le avventure di un soldato nella Fanteria Spaziale Mobile, mentre la Terra si trova invischiata in una guerra interplanetaria contro gli Aracnidi.
Heinlein costruisce un mondo futuro verosimile e particolarmente curato per quanto riguarda gli aspetti sociali, politici e militari: Fanteria dello Spazio è una delle poche opere di narrativa nelle liste di lettura delle accademie militari americane.

Un fatto poco noto è che Fanteria dello Spazio, nelle intenzioni dell’autore, doveva essere un libro per ragazzi. Il rispetto che Heinlein dimostra nei confronti del pubblico a cui si rivolge è ammirevole: non ci sono semplificazioni, non ci sono pseudo guerre allo zucchero filato, non c’è morale preconfezionata da favola della buona notte; ci sono scenari realistici, c’è una filosofia di vita brutale – ma del tutto coerente con l’ambientazione, e ci sono le Armature Potenziate, una delle trovate più cool della storia della fantascienza.
Pensateci quando sentite il solito scrittorucolo delle nostre parti giustificare ogni porcata perché tanto è per un “pubblico giovane”.

Copertina di Fanteria dello Spazio
Copertina di Fanteria dello Spazio

E i romanzi di Temerarie, quelli del Drago di Sua Maestà di Naomi Novik? In effetti l’idea delle guerre napoleoniche con i draghi non è molto lontana dall’idea di avere una Prima Guerra Mondiale con i mech. Però ho letto il primo romanzo di Temerarie ed era pura fuffa. Dunque non consiglio!

* * *

note:
 [1] ^ Advance Reading Copy. Una copia di un romanzo distribuita a giornali, critici, amyketti, ecc. qualche tempo prima dell’uscita ufficiale, in modo che si possa creare il giusto hype. Qualche volta le ARC non sono ancora la versione definitiva di un libro, mancando un ultimo passaggio di editing, o una corretta impaginazione, o la giusta copertina o altri dettagli simili.

Copertina delle ARC di Leviathan
Copertina delle ARC di Leviathan

 [2] ^ Come da Segnalazione. L’edizione originale di Leviathan comprende una cinquantina di illustrazioni. Sono presenti anche nelle edizioni pirata, ma purtroppo chi ha scannerizzato il libro ha acquisito le immagini a dimensioni ridotte. Qui sotto ne potere vedere una estratta dalla versione HTML, senza ritocchi.

L'illustrazione del capitolo 19
L’illustrazione del capitolo 19

Immagini a risoluzione più alta si possono ammirare al sito del disegnatore, Keith Thompson.


Approfondimenti:

bandiera EN Leviathan su Amazon.com
bandiera EN I primi capitoli di Leviathan leggibili online

bandiera EN Il blog di Scott Westerfeld
bandiera EN Il sito di Keith Thompson

bandiera EN The Flintstones su Wikipedia
bandiera EN Il ciclo dell’Oscurità su Wikipedia
bandiera EN La Guerra contro gli Chtorr su Wikipedia
bandiera EN Starship Troopers su Wikipedia

 

Giudizio:

Ci sono i mech e i mostri! +1 -1 Ma non si picchiano tra loro.
Ci sono bestiole kawaii! +1 -1 Ma altre bestiole sono cretine.
I Clanker sono verosimili. +1 -1 Ma i Darwinisti molto meno.
Deryn è simpatica. +1 -1 Ma Alek è noioso.
Lo stile è buono. +1 -1 Ma non è brillante.

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Scritto da GamberolinkCommenti (49)Lascia un Commento » feed bianco Feed dei commenti a questo articolo Questo articolo in versione stampabile Questo articolo in versione stampabile • Donazioni

Alcune note sullo scrivere Recensioni

Una delle ragioni dietro la nascita della Barca dei Gamberi è stata l’insoddisfazione mia e del resto dell’equipaggio riguardo le recensioni librarie che si possono trovare in Rete e non. In particolare le recensioni che parlano di narrativa fantastica sono un disastro: se ne trovano poche, scritte da cani, inutili, e più spesso che non ipocrite e disoneste. Non sempre, certo, si possono incontrare anche ottime recensioni, ma sono rare.
Penso dipenda dal fatto che ognuno vede le recensioni a modo suo. Un po’ lo stesso problema che affligge la narrativa: ognuno insegue la sua presunta Arte come gli pare e piace, fregandosene se quello che sta scrivendo sia utile, interessante e divertente anche per il prossimo. Il che è un atteggiamento legittimo, ma non aiuta chi sta cercando invece proprio l’utile, l’interessante e il divertente.
Per questo voglio proporre una serie di linee guida rispetto allo scrivere recensioni. Probabilmente non verranno prese in considerazione da nessuno, se non da me stessa e dalla Barca dei Gamberi, ma non si sa mai, tentar non nuoce.

I: Lo scopo di una recensione.

Lo scopo di una recensione libraria dev’essere offrire al lettore un parere chiaro e inequivocabile rispetto al valore del romanzo preso in esame. Questo può essere ottenuto con poche o tante parole, con un esplicito giudizio numerico o lasciando che siano discorsi più articolati a esprimere il parere del recensore, non ha importanza, l’importante è che alla fine il lettore deve sapere se spendere 18 euro per comprare il tal romanzo o no; se vale la pena perdere 10 o 20 ore per leggerlo.
Ci possono essere mille distinguo e precisazioni – del tipo che magari il romanzo può piacere agli appassionati di Elfi ma comunque non vale 20 euro e dunque è un affare solo se scaricato gratis da emule – ma il recensore non può e non deve sfuggire dall’esprimere il suo giudizio. Deve prendersi la responsabilità di dire: vale la pena leggerlo, non vale la pena leggerlo.
Può sembrare un’ovvietà ma non lo è. Ci sono quintali di recensioni che parlano di tutto e di più e poi i commenti dei lettori sono di questo tenore: “…sì, d’accordo, ma non solo non ho capito se il romanzo mi potrebbe piacere, ma non ho neanche capito se è piaciuto al tizio che l’ha recensito!” Ecco, recensioni così sono da buttar via.
Bisogna essere espliciti e prendere posizione. Perché, in generale, non ci sono vie di mezzo, non puoi presentarti alla cassa in libreria e discutere del più e del meno e dei Massimi Sistemi della Natura: o paghi i 18 euro o non li paghi.
Questo non vieta che si possa parlare di romanzi senza esprimere un parere netto, solo non sono recensioni e il lettore ne dovrebbe essere consapevole.

Sex for the eyes
Sex for the eyes. Your art is like sex for the eyes

II: Una recensione deve essere obbiettiva.

Questo significa che il recensore deve rendere noti (al limite nella recensione stessa) i criteri che intende adottare, e a quelli attenersi. Deve attenersi a quei criteri indipendentemente da quale romanzo prenda in considerazione, chi sia l’autore, la casa editrice o qualunque altro fattore esterno. Inoltre i criteri devono essere consistenti da recensione a recensione.
Un esempio: qualche tempo fa, cercando altro, mi sono imbattuta in un sito di recensioni filmiche “cattoliche”. Il criterio di valutazione del sito era basato sul verificare quanto i film presi in esame fossero in accordo con la dottrina della Chiesa Cattolica. È un sito obbiettivo? Sì, perché i criteri adottati sono espressi in maniera esplicita e applicati a ogni film. È un sito dal quale prenderò consigli? No, perché i criteri non mi paiono adeguati.
Uno dei criteri adottati dalla Barca dei Gamberi è per esempio l’accuratezza dell’ambientazione. Un altro è l’originalità. Altri sono illustrati nell’articolo Riassunto delle Puntate Precedenti. Non pretendo che nessun altro adotti i nostri stessi criteri, ma una scelta dev’essere compiuta. Il criterio: come gira la Luna al recensore mentre scrive la recensione, non è un criterio accettabile.
Una scelta a priori dei criteri è anche l’unica possibilità per il lettore di poter verificare l’attendibilità della recensione. Dato il romanzo, o al limite estratti dello stesso, e dati i criteri ognuno può controllare se quello che il recensore scrive sia obbiettivo o no.
Sempre in quest’ottica di obbiettività, io considero più interessanti i criteri basati sul testo piuttosto che quelli basati sull’interpretazione dello stesso. Mi spiego meglio: mettiamo che uno adotti un criterio “politico”, per cui un romanzo è buono se aderisce a certe idee e brutto se fa riferimento a idee diverse. Di per sé può essere un criterio valido, ma poi il nostro recensore prende in mano il classico di Heinlein Fanteria dello Spazio. Dice che è un brutto romanzo perché è un romanzo “fascista”. Solo che, come ovvio, nel testo da nessuna parte c’è scritto che si tratta di un romanzo fascista: quella è un’interpretazione. Sarà vera? Forse sì, forse no, in quanto interpretazione è soggettiva: diventa difficile stabilire se il recensore sia stato sul serio obbiettivo.
Invece stabilire se un romanzo è originale o no non è così complesso (basta guardare i precedenti) e neppure è complicato accertare la verosimiglianza o verificare la coerenza interna.
Rimanendo attinenti al testo si può dire molto su un romanzo, e dire un molto oggettivo, senza entrare nel pantano delle interpretazioni. Rimanendo legati al testo si possono fare affermazioni che sono vere in sé, e secondo me queste affermazioni sono le più interessanti, perché sono vere per tutti. Non sto più offrendo un servizio solo a chi condivide la mia filosofia (come può essere con il sito di recensioni “cattoliche”), ma sto offrendo un servizio a tutti.
Va da sé che i criteri per me perdono ogni validità quando vanno oltre il testo e l’interpretazione. Per me non ha alcun senso dire che un romanzo è bello o brutto perché l’ha scritto un autore piuttosto che un altro. O magari perché ha venduto tanto o poco, o perché ne hanno tratto un film o un videogioco. O perché aiuta l’economia favorendo la vendita di segnalibri. I criteri devono essere legati alle parole del romanzo, non a quello che ci gira intorno.

III: Quando la recensione non è obbiettiva bisogna segnalarlo.

Oltre ai criteri obbiettivi esiste anche un parere personale del recensore. Il recensore deve chiarire quando sta uscendo dai criteri per addentrarsi nelle opinioni. Se un romanzo ha sessanta pagine di fila di inforigurgito, è un oggettivo errore (secondo i criteri adottati), e come tale lo si deve rimarcare. Poi si può aggiungere che le sessanta pagine, pur non muovendo in avanti la storia di un niente, contengono però – secondo il personale parere del recensore – delle informazioni interessanti e dunque il recensore medesimo non si è annoiato.
In altri termini, i “secondo me”, “per me”, i “penso” e “credo” vanno riservati per quando è davvero così. Finché si seguono i propri dichiarati criteri non è opinione, è affermazione.

Hungry?
Hungry?. I would like to have you for dinner

IV: Il recensore deve poter applicare i propri criteri.

Sembra scontato, ma non lo è. Torniamo al sito di recensioni “cattoliche”: chi scrive su quel sito, deve conoscere a menadito tutti i testi sacri, il Catechismo e ogni altro rilevante documento. Non può inventarsi il cattolicesimo come gli pare, altrimenti i criteri adottati in realtà non corrispondono a quelli esposti.
Se io adotto come criterio l’originalità, devo conoscere a sufficienza il genere per poter appunto affermare che il tal testo è originale o no. Se io dico: “nel fantasy è importante l’originalità! finora ho letto di fantasy, uh… Il Signore degli Anelli e tutti i romanzi di Licia!” è ovvio che non potrò davvero applicare quel criterio come i miei lettori si aspettano.
Se penso che la verosimiglianza in un romanzo (pseudo)storico sia importante, e il romanzo parla di un’epoca che non conosco o conosco poco, prima di scrivere la recensione devo documentarmi. E capisco benissimo possa suonare esagerato, in fondo spesso se ne fregano gli stessi autori, ma i criteri li ho scelti io. Se non si può scrivere una recensione applicando i propri stessi criteri… be’, non la si scrive.
In alternativa si può confessare al lettore che il tal particolare non è stato verificato o si è ignoranti di quell’altro fatto. Finché sono questioni marginali può passare, ma se sto recensendo un romanzo dove la guerra ha un ruolo fondamentale e non ne so niente, è inutile confessarlo: non devo proprio scrivere la recensione di quel romanzo.
Tutti pensano di essere più o meno geniali e di avere opinioni originali e interessanti: non è vero. Veri geni esclusi (e se state leggendo queste righe geni non lo siete, altrimenti sareste a gegnalare da qualche altra parte), quando qualcuno scrive di un argomento è tanto più interessante quanto più è documentato e preparato. Perciò è inutile cianciare di ciò che non si conosce: si perde tempo e lo si fa perdere al prossimo.

In case of Fire
In case of Fire. In case of fire, use fire extinguisher!

V: Bisogna essere semplici, precisi e inequivocabili.

Icona di un gamberetto La semplicità di linguaggio è necessaria dato che ci si sta rivolgendo a un pubblico di appassionati ma non necessariamente di “addetti ai lavori”.
Come già ribadito si sta cercando di scrivere recensioni obbiettive, dove le affermazioni sono veritiere in quanto aderenti al testo da una parte e ai criteri scelti dall’altra e non perché espresse da Nicoletta o Luisa. Dunque usare paroloni su paroloni per sembrare più “intelligenti”(sic) non serve a niente, se non a infastidire il lettore.

Icona di un gamberetto La precisione è di vitale importanza. La precisione impone da un lato di usare un lessico appropriato, dall’altro di esprimere concetti il meno generici possibile.
Le due cose sono strettamente legate fra loro; per esempio, a me è capitato di leggere infinite volte nelle recensioni frasi di questo tipo: “questo è un romanzo coraggioso”, oppure “questo è un romanzo profondo” o aggettivi simili. Qual è il problema con affermazioni del genere?

  • Il lessico non appropriato crea ambiguità. Quando Mario entra nel palazzo in fiamme per salvare la vecchia vicina di casa che gli sta pure antipatica, possiamo definirlo “coraggioso”. Ma un romanzo? Quand’è che un romanzo affronta con sprezzo del pericolo una situazione di vita o di morte (perché questo è il coraggio)? O forse ci si riferisce all’autore? Ma in Italia, 2009, quale coraggio ci vuole a pubblicare un romanzo? Al massimo si rischia una denuncia per diffamazione, non si rischia la vita. O forse si fa riferimento allo stile? “Un romanzo coraggioso perché sfida le convenzioni della narrativa!” Ah, che gran coraggio ci vuole a sfidare le convenzioni della narrativa! Lo stesso di Gary Cooper in Mezzogiorno di Fuoco!
    Si possono estrarre mille significati dementi dal quel coraggioso, ed è questo il danno: la recensione non è più inequivocabile, va interpretata, diviene ambigua.
  • Proprio perché coraggioso è ambiguo, può essere affiancato a qualunque romanzo. Nihal della Terra del Vento è un romanzo coraggioso. Il Nome della Rosa è un romanzo coraggioso. Bryan di Boscoquieto è un romanzo coraggioso. Quando in una recensione si esprime un concetto così generico, applicabile a qualunque libro, si sta sprecando inchiostro. Come faccio a scegliere tra Nihal della Terra del Vento e Il Nome della Rosa quando mi viene proposta una caratteristica che possono avere entrambi? Sarebbe come dire: “leggete questo romanzo perché è un romanzo pieno di parole”. Oh bella, ma anche tutti gli altri romanzi sono pieni di parole, perché dovrei leggere proprio questo? Anche tutti gli altri romanzi possono essere coraggiosi, perché dovrebbe in particolare interessarmi questo?

Lo stesso dicasi per “profondo”, “importante”, “scomodo” e così via. Meno grave è quando l’affermazione non è ambigua ma rimane generica: “questo è un romanzo noioso”, o il classico “questo è un romanzo bello/brutto”. Detto così non vuol dir niente, il recensore deve illustrare perché quel “noioso” è applicabile in quel caso particolare.
La Setta degli Assassini è un romanzo noioso”. Questa è un’affermazione che può essere vera o falsa, ma di per sé ha valore minimo, comunica al lettore poco o niente.
“Ne La Setta degli Assassini la protagonista piange ogni poche pagine: che noia!”. Questa invece è un’affermazione specifica e dunque comunica al lettore molto di più. Inoltre questa è un’affermazione verificabile: volendo ognuno può controllare se sia vero o no che la protagonista piange ogni poche pagine.
Lo stesso vale per lo stile di scrittura. Quante volte si leggono espressioni del tipo che il tal autore ha una scrittura “fresca”, o “vivace”, o “in punta di penna”(sic) o simili. Ma che vuol dire? NIENTE. È come con i libri coraggiosi, sono ambigue frasi fatte. È vero che spesso è difficile definire uno stile, e può essere conveniente usare un aggettivo generico, però almeno il recensore deve aver ben chiaro il perché ha usato proprio quell’aggettivo. Se dico che lo stile è “trasparente”, devo poterlo dimostrare testo alla mano, anche se magari nella particolare recensione non è così importante inserire le appropriate citazioni.

Icona di un gamberetto Infine l’essere inequivocabili. In parte è compreso nella precisione, in parte significa che non bisogna contraddirsi (d’oh!). Non si può dire: “il romanzo è avvincente e noioso.” Troppo ovvio? Allora questo, preso da una recensione “vera”: “[...] vengono in mente Agota Kristof e Magda Szabò, ma sono paragoni che non reggono.” Se sono paragoni che non reggono non ha senso farli…
Essere inequivocabili implica anche evitare tutte le espressioni non quantificabili, tutti i “piuttosto”, “quasi”, “si potrebbe dire che”, “in un certo senso”: non bisogna scrivere “quasi rosso”, bisogna scrivere “arancione”, non “piuttosto in carne” ma “grasso”, non “in un certo senso è come fosse un vampiro” ma “è uno gnokko”.

VI: Bisogna entrare in argomento.

Bisogna spiegare di cosa parla il libro; è necessario fornire la trama del romanzo. Spesso i recensori si lasciano trascinare in una sorta di delirio, per cui un romanzo affronta Argomenti Decisivi, pone l’Uomo di fronte ad interrogativi Fondamentali, è una pietra miliare nella storia della Letteratura e quant’altro e si “dimenticano” di dire di cosa diavolo parla il romanzo.
Per un sacco di gente, me compresa, l’argomento è importantissimo. I marziani invadono la Terra? Una ragazza dai capelli blu ammazza gente a destra e a manca con uno spadone? Una compagnia di Elfi debosciati deve salvare una principessa? Io lo voglio sapere!
Il recensore deve perciò raccontare quale sia la trama, con due avvertenze: se si è colti da attacco di pigrizia e si decide di scopiazzare la trama dalla quarta di copertina o da qualche comunicato stampa della casa editrice, è bene accertarsi che la trama sia quella giusta, spesso non è così; se si è in dubbio se svelare o no certi particolari, si possono sempre usare gli “spoiler”, sul web è facile mascherarli come si preferisce.

Entrare in argomento significa anche rimanere attinenti al testo. Dimostrare le proprie affermazioni con citazioni adeguate. Un sacco di romanzi arrivano in libreria senza che il lettore abbia potuto leggerne una sola pagina, perciò (ampi) estratti nella recensione sono i benvenuti (e ricordo a chi si facesse di questi problemi che è legale: è legale citare e riprodurre brani di un’opera finché l’intento è di critica o studio e non si sta facendo concorrenza all’opera originale).
Siamo sempre dalle parti della precisione: la recensione è di quel particolare romanzo, dunque lì bisogna scavare, lì ci sono i punti di riferimento. Bisogna parlare di quel romanzo, non della Letteratura, dell’Uomo, della Natura, e del Diavolo-in-Carrozza.

Toy Trunk
Toy Trunk. Jimmy is finally old enough to get the toys out of the trunk all by himself!

VII: Bisogna usare tante parole quante ne servono.

Se si scrivono recensioni sui giornali o sulle riviste non si è liberi di scrivere finché si vuole: la carta costa e perciò sono quasi sempre imposti limiti ben precisi. Per fortuna sul web non è così: il costo di un testo in termini di banda consumata è infinitesimale, per cui scrivere poche righe o scrivere un trattato dal punto di vista economico è la stessa identica cosa.
Per questa ragione non bisogna porsi alcun problema di spazio. Una recensione può essere approfondita a piacere, finché non corrisponde per filo e per segno a quel che il recensore vuole dire. Così pure non ci si deve porre problemi con le citazioni: se è opportuna una (lunga) citazione dal testo originale, inserirla è tutto di guadagnato.
Questo non significa però sbrodolarsi: non è una licenza per parlare dei problemi privati del recensore o per disquisire di argomenti che nulla hanno a che vedere con il testo; ogni riga della recensione deve avere un suo perché e ogni passaggio dev’essere interessante.

Ma è raro imbattersi in recensioni sbrodolate, è molto più presente l’errore opposto: ovvero recensioni compresse in poche righe.
Qui entrano in gioco diversi fattori: pigrizia del recensore (ma se sei pigro e ti pesano le dita a scrivere forse non è il tuo “mestiere”), il desiderio bruciante di esprimere un’opinione anche se non si ha niente da dire (e in questo caso è molto meglio “linkare” qualcuno che già dice il poco che vorremo dire noi, piuttosto che riscrivere le stesse cose), e l’idea balorda che scrivendo sul web bisogna essere agili, veloci, compatti, brevi.
Perché è un’idea balorda? Perché il linguaggio sul web funziona come sulla carta, l’Italiano è lo stesso e dunque se per esprimere un concetto hai bisogno di 100 parole su una pagina stampata avrai ancora bisogno di 100 parole su una pagina web. È vero che leggere a video è più faticoso e si hanno molte più distrazioni davanti a un PC, ma questo è al di fuori delle possibilità di controllo di un recensore (a parte le ovvie – che per molti ovvie non sono – considerazioni tipografiche: per esempio non scrivere viola fosforescente su sfondo verde brillante). Non si possono tagliare pagine da un trattato di filosofia o matematica solo perché “troppo lungo per il web”: web o non web il significato deve mantenersi integro. Così una recensione: deve contenere quanto necessario che sia sul web o no.
Inoltre c’è un altro livello di balordaggine implicito nell’idea di scrivere apposta poco, di “condensare” i concetti: che scrivere poco sia facile. Non lo è. Può essere meno faticoso, meno impegnativo, portare via meno tempo, ma non è più facile, tutt’altro. Il riuscire a mantenere integro un argomento riducendo via via le parole è incredibilmente difficile. Una buona recensione da 2.000 parole può diventare uno schifo immondo in 500 se l’autore non è più che abile (abile come può essere abile qualcuno che ogni volta che scrive una short story minimo un paio di premi internazionali li vince).
Dunque il recensore non si deve porre problemi di spazio: deve scrivere quello che è necessario. Se la recensione risulterà interessante, verrà letta lo stesso, web o non web.

VIII: Il tono dev’essere funzionale.

Le mie recensioni usano un tono tra l’ironico e il sarcastico. È una scelta voluta: ritengo sia il tono più adatto per “reggere” la lunghezza dei testi e al contempo quello che meglio si adatta a certa narrativa (il fantasy di scarso valore). Altri possono scegliere di usare un tono diverso e potrà andare bene uguale, però è importante che questa scelta abbia motivazioni legate alla recensione medesima, e non “esterne”. Ad esempio usare un tono “serioso” solo per mostrare la presunta posatezza del recensore è una scelta sbagliata se il tono “serioso” rallenta la lettura della recensione. Come già più volte ribadito, si sta cercando di essere obbiettivi, dunque la “serietà” del recensore è implicita nei concetti che esprime, non nel tono che usa.
Così come non ha senso ritenere che determinati argomenti (la Letteratura con la L maiuscola) debbano per forza richiedere un certo tipo di atteggiamento: perché mai? Ho letto testi di astrofisica scritti in maniera divertente e perfino con humor nero (si veda per esempio Death by Black Hole: And Other Cosmic Quandaries di Neil deGrasse Tyson), non si capisce perché la Letteratura, la Narrativa, il Fantasy o quant’altro dovrebbero invece essere speciali.
Il recensore ha lo scopo di tenere appiccicato il suo lettore dall’inizio alla fine della recensione, e per questo deve scegliere il tono più congeniale, altre considerazioni a riguardo non hanno nessuna importanza.

Icecream
Icecream.

Extra: Domande con e senza risposta.

Icona di un gamberetto Quali romanzi scegliere da recensire? Non saprei indicare un metodo. In generale io apprezzo recensioni positive di romanzi poco noti e recensioni sia positive sia negative di romanzi famosi. Recensire in negativo romanzi sconosciuti è di solito inutile: tanto non li compra nessuno comunque. Per i romanzi famosi prima di recensirli è una buona pratica controllare che qualcuno non abbia già espresso le nostre stesse considerazioni, nel qual caso meglio “linkare” l’altro piuttosto che riscrivere le medesime cose.
Però è un’idea generale che lascia il tempo che trova. La verità è che, come diceva Lorna Sage, la gran parte dei romanzi sono mediocri, li leggi e non ti lasciano nessuna particolare emozione né in bene, né in male, dunque non si sa neanche cosa scrivere a volerli recensire.
Perciò forse conviene scegliere romanzi interessanti, che in positivo o in negativo impressionino. Inoltre come già ricordato, è utile che il recensore conosca gli argomenti trattati dal romanzo, non fosse il caso, è meglio lasciar perdere quella recensione.

Icona di un gamberetto Si possono recensire romanzi tradotti? In teoria no. La recensione dev’essere sempre sul testo in lingua originale, però è anche vero che è probabile che poi il lettore compri la traduzione, non l’originale. Credo che un lavoro ben fatto implichi il leggere in lingua originale e poi rileggere la traduzione o almeno controllarla accuratamente. Nella recensione si specificheranno eventuali problemi dovuti al passaggio di lingua. Ammetto però di non seguire io stessa questo metodo, cercherò di adeguarmi.

Icona di un gamberetto Bisogna leggere fino in fondo un romanzo per recensirlo? No. È buona norma farlo, ma se un romanzo è illeggibile è illeggibile. Se bastano le prime 5 o 50 pagine per poter affermare con adeguata dimostrazione che non vale la pena spendere 18 euro, la recensione può essere scritta anche se il recensore lì si è fermato. Tengo però a precisare che tutte le recensioni qui sul blog dei Gamberi, come elencate nell’Indice delle Recensioni, sono a fronte della lettura integrale del testo, e anzi in alcuni casi il romanzo in esame è stato letto più volte.

Icona di un gamberetto Il recensore di narrativa deve essere anche uno scrittore? No. Però se tra i criteri di valutazione include la tecnica narrativa, deve conoscerla. Magari non così bene da scrivere narrativa degna di pubblicazione, ma comunque i meccanismi gli devono essere chiari.

Icona di un gamberetto Perché scrivere recensioni negative? Non è meglio suggerire solo il bello e lasciare il brutto nell’oblio? Può essere una degna scelta, e non ho problemi con chi la adotta. Però personalmente ritengo che in molti casi sia più utile non comprare il brutto, piuttosto che comprare (anche) il bello, e dunque il recensore deve recensire sia i romanzi che gli sono piaciuti sia quelli che gli sono piaciuti meno.

Icona di un gamberetto Si’ pou usare 1 linguagio modrno nll recensioni??? Sì, cm no!!! Anzi + punti esklamativi e k si metono a kaso in 1 recensione + la rece e’ strbellixima!!!1!!!!

Icona di un gamberetto È troppo facile criticare! No, per niente: scrivere una recensione negativa richiede lo stesso tempo di scriverne una positiva. Inoltre la pressione sociale favorisce la recensione positiva: posso “tagliare le curve” in una recensione positiva (per esempio non dimostrando testo alla mano ogni singolo passaggio) senza che nessuno ne sia scandalizzato, mentre una riga maldestra in una recensione negativa significa avere in casella di posta elettronica la mail di qualche squilibrata che minaccia di pikkiarmi.

Icona di un gamberetto Non la stai prendendo troppo sul serio? Vale la pena perdere tutto questo tempo per una recensione? No, è probabile non valga la pena. D’altra parte, vale la pena perder tempo a leggere un romanzo fantasy? Perdere tempo a scriverlo? Perdere tempo a leggere o scrivere narrativa? A leggere o scrivere libri? A leggere o scrivere? Vale la pena fare qualunque cosa?

Piggy Bank
Piggy Bank. Now you try


Approfondimenti:

bandiera EN Everyone’s a Critic: a Qualitative Study to Investigate the Perceptions and Attitudes towards Book Review Websites on the World Wide Web (PDF)
bandiera EN Death by Black Hole: And Other Cosmic Quandaries su Amazon.com
bandiera EN Nocturnal Devil (autore dei disegni in questo articolo) su deviantART

 

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L’Avido Drago di Ghiaccio

Copertina de Il Drago di Ghiaccio Titolo originale: The Ice Dragon
Titolo italiano: Il Drago di Ghiaccio
Autore: George R.R. Martin

Anno: 2007 (edizione italiana)
Nazione: USA
Lingua: Inglese
Traduzione in lingua italiana: Giusi Valent
Illustrazioni: Luca Enoch
Editore: Mondadori

Genere: Fantasy
Pagine: 107

Qualche mese fa avevo adocchiato in libreria questo libro di Martin, ma dopo aver letto il prezzo e constatato com’era esile, l’avevo rimesso a posto. Oggi cercando altro l’ho scoperto su eMule:

Icona di un mulo eBook.ITA.2926.George.R.R.Martin.Il.Drago.Di.Ghiaccio.(doc.lit.pdf.rtf).[Hyps].rar (6,77MB)

l’ho scaricato e sono rimasta indignata.
Infatti mi sono trovata di fronte a un racconto (circa 7.200 parole, 43.000 battute, spazi compresi) e una manciata d’illustrazioni in bianco e nero; il PDF aveva un gran totale di 26 pagine. Tutto ciò la Mondadori voleva venderlo a 13 euro! (nella collana “I Fulmini”, io ci vedo una certa ironia…)

The Ice Dragon non è neanche un racconto nuovo, è un racconto che Martin ha scritto nel 1980 ed era già stato pubblicato prima nell’antologia Dragons of Light (1980) e poi in Portraits of His Children (1987). Nel 2006 il racconto è stato ristampato per una terza volta, in un volume illustrato, ed è quest’ultima versione che Mondadori vende, con l’unica differenza che nella versione italiana le illustrazioni invece di essere di Yvonne Gilbert sono di Luca Enoch.

Copertina de The Ice Dragon
Copertina dell’edizione inglese del 2006 di The Ice Dragon

Qual è il valore di mercato di The Ice Dragon ? eBookMall vende la versione elettronica per 1,07 dollari (0,73 euro), Fictionwise la vende a 0,99 dollari (0,67 euro). Amazon.com vende la versione cartacea e illustrata del 2006 a 11,01 dollari (7,47 euro). Perché un racconto che vale di per sé meno di un euro, e che comunque anche “abbellito” non arriva a 7 euro e 50, da noi viene venduto a 13 euro?
Spesso mi accusano di essere irrispettosa con scrittori, editori e quanti altri. Può essere vero, ma vorrei far notare che non “comincio” io! Vendere a 13 quello che si può vendere a 1 (tra l’altro guadagnandoci, perché eBookMall o Fictionwise non sono opera di beneficienza), è una presa per i fondelli! È una totale mancanza di rispetto, è uno sputare in faccia ai lettori. Il fatto che possa evitare di comprare (ci mancherebbe!) non diminuisce l’offesa. Il solo provare a fregarmi è più che sufficiente: se un ladro cerca di rapinarvi e non ci riesce è tutto a posto e amici come prima? Non credo proprio!

ladro che fugge
Cercare di rapinare qualcuno non è una cosa della quale andar fieri!

Se Mondadori fosse stata rispettosa nei confronti del pubblico, avrebbe lei offerto gratuitamente il PDF di questo libro. Così ognuno sarebbe stato in grado di giudicare se storia e immagini valevano l’altissimo prezzo richiesto. Senza contare quelli che per motivi di tempo ordinano i libri online invece di prenderli in libreria. Come ci si difende da una mezza truffa come questa se non si può neanche sfogliare il volume?
Perciò signor Mondadori e altre persone coinvolte: non vi lamentate se poi sono irrispettosa, se tenete al rispetto, cominciate voi, cercando di non fregare i vostri lettori. Grazie.

Il racconto

Il Drago di Ghiaccio è la storia di Adara, una bambina taciturna è un po’ strana, amante dell’inverno. Adara stringe amicizia con il drago di ghiaccio, e tutto è bello e freddo, finché non giungono dal Nord nemici invasori. Suo malgrado la bambina sarà coinvolta nello scontro.

Un'illustrazione da The Ice Dragon
Una delle illustrazioni dell’edizione inglese del libro

Il Drago di Ghiaccio è un racconto che si legge in meno di mezz’ora, è scorrevole, con un paio di trovate decenti, ma nulla più. Il finale dovrebbe avere un certo peso emotivo ma risulta fiacco. Forse perché Martin si dilunga troppo all’inizio e quando la storia si mette in moto è in pratica già finita.

Giudicato di per sé varrebbe uno o due gamberi marci, in questo caso però non si può evitare d’inserire nel giudizio anche la confezione. A racchiudere il racconto da un euro c’è una copertina di Paolo Barbieri (sono sue anche le copertine dei romanzi della Troisi) e ci sono le illustrazioni di Luca Enoch, per la bellezza di altri 12 euro…

Un'illustrazione da Il Drago di Ghiaccio
Una delle illustrazioni dell’edizione italiana

La morale è sempre la stessa: non date soldi a certa gente! Prendete i libri in biblioteca, scaricateli da eMule, e al limite, se proprio volete compensare qualcuno, comprate la versione elettronica da 67 centesimi di euro, che per un racconto di trent’anni fa è un prezzo giusto.


Approfondimenti:

bandiera IT Il Drago di Ghiaccio su iBS.it
bandiera EN The Ice Dragon su Amazon.com
bandiera EN The Ice Dragon su eBookMall
bandiera EN The Ice Dragon su Fictionwise
bandiera EN Una recensione di The Ice Dragon
bandiera EN Martin apprezza l’edizione italiana de Il Drago di Ghiaccio

 

Giudizio:

Un racconto decente… +1 -1 …ma niente di speciale.
Una bella copertina. +1 -1 Il finale del racconto è fiacco.
Delle belle illustrazioni. +1 -13 Il prezzo è 13 euro!

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