Articoli con tag 'Lord Mondador'

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Sandrone Dazieri e lo Show don’t Tell

Sandrone Dazieri è uno scrittore italiano di gialli. Ha pubblicato con Einaudi e Mondadori, per Mondadori ha svolto diversi incarichi, dal dirigere le collane dei libri per edicola a quelle dei libri per ragazzi. È lo scopritore del “talento” di G.L. D’Andrea e di Licia Troisi. È il tizio che sosteneva che i romanzi di Licia fossero originali e che non avessero bisogno di editing.
Mi hanno segnalato una sua intervista durante il programma di Rai4 “Mainstream”, andato in onda il 17 marzo scorso. La puntata completa è disponibile qui.

Dazieri dice stupidaggini da quando apre la bocca a quando finisce l’intervista, ma in particolare è da sottolineare quando Dazieri parla del suo lavoro di sceneggiatore:

Invece il cinema è l’opposto: tu devi usare la superficie per parlare dell’interno, e quindi, tutto quello che non è immagine, non ha spazio. Se tu vuoi rappresentare, non so, la tensione di un personaggio, non puoi dire “Questa persona è tesa”, in un romanzo lo puoi scrivere, “Lui era teso”, basta questo; invece se scrivi una sceneggiatura devi dire: “L’uomo si muove nervosamente”, “Fa una smorfia nervosa”, “Guarda, fa qualche cosa”, “Butta qualche cosa per terra”, devi tradurre in un gesto quella che è l’emozione. Tutto deve diventare superficie, questa è la grossa difficoltà, perché se sei abituato a scrivere per i romanzi questa cosa non ti entra, devi scrivere per immagini.

Certo che è difficile scrivere per immagini se sei abituato a scrivere da cani. La cosa triste, scoraggiante e al tempo stesso ridicola, è che lo “Show don’t Tell” non è una trovata recente, sono quasi trecento anni che è una tecnica narrativa nota. Eppure ecco Dazieri, con un’ingenuità degna della Gelmini quando pensava che ci fosse un tunnel dal Gran Sasso al CERN, scoprire che magari si può scrivere anche per immagini – ma per carità solo nelle sceneggiature, ché se scrivi “per i romanzi”(sic), va benissimo essere astratti e generici.
E non è che Dazieri sia un caso particolare: questo è il livello dei professionisti dell’editoria in Italia. Il livello della più completa ignoranza. Traetene le debite conclusioni.

* * *

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Chiara Di Domenico vs Giulia Ichino

Premessa: non ho le competenze di politica e di sociologia per discutere riguardo il mercato del lavoro o argomenti analoghi, né mi interessa. Con questo articolo voglio solo parlare di editoria.

Ho letto con perplessità la polemica tra Chiara Di Domenico e Giulia Ichino. In poche parole, Chiara Di Domenico – che lavora con contratto a progetto per una piccola casa editrice – ha accusato Giulia Ichino di essere stata assunta molto giovane a tempo indeterminato da Mondadori perché figlia di, nel caso specifico figlia di Pietro Ichino.
Chiara Di Domenico stava parlando dal palco di un seminario del PD a tema “Le parole dell’Italia giusta”. Le frasi incriminate sono le seguenti:

Io sono stanca di vedere figli di, nipoti di, mariti di, sorelle di, in posti che non gli competono. E faccio i nomi perché non mi interessa perché la verità è scandalosa. Pietro Ichino, che è passato a Monti, ha una figlia, si chiama Giulia Ichino. Giulia Ichino, a ventitré anni, ha avuto un ruolo nella Mondadori come redattore interno, editor di narrativa italiana. Ventitré anni.

Potete ascoltare l’intero intervento qui.

Chiara Di Domenico poi ha corretto un po’ il tiro, affermando che in effetti non sa se Giulia Ichino è competente o no, vedi questa intervista:

Non può esserselo meritato quel posto?
“Infatti ci tengo a precisare che il mio intento non era puntare il dito contro qualcuno ma segnalare un fatto. L’assunzione può anche essersela meritata per le sue capacità certo però mi permetta una domanda”.

Prego
“Quanti come lei sono riusciti a farsi assumere a quell’età?”.

Dopodiché alcuni si sono schierati dalla parte di Chiara Di Domenico, altri da quella di Giulia Ichino, la quale, sulle pagine del Corriere, parla di “fortuna” – stile Licia Troisi che aveva attribuito alla “fortuna” il suo essere pubblicata. Mi viene da pensare che la sede di Mondadori sia avvolta da una gran aura di “fortuna”.

Comunque il punto non è la “fortuna”, il punto è che né i sostenitori della Di Domenico, né quelli della Ichino sono entrati nel merito. Nessuno ha preso un romanzo editato dalla Ichino e ha mostrato la qualità del suo lavoro o viceversa l’incompetenza. Non solo nessuno lo ha fatto, ma a nessuno è neanche venuto in mente di farlo o di proporlo.
Non si tratta di una novità. Quando in Italia si parla di editoria si naviga nella nebbia; non ci sono mai dati oggettivi. Non è importante se una persona è figlia di o se è giovane, è importante che sappia fare il suo lavoro. Non è importante se un’autrice ritira un premio indossando un abito scollato, è importante che sappia scrivere bene.
Perché, se Giulia Ichino sa fare il proprio mestiere, chissenefrega che è figlia di Pietro Ichino. E se, d’altro canto, Giulia Ichino è incompetente, chissenefrega che è figlia di Pietro Ichino.

Non si può fare alcun discorso sensato riguardo l’editoria se non si parte dal presupposto che il lavoro editoriale possa essere giudicato in termini oggettivi. Eppure hanno tutti il terrore di affrontare questo punto.
Quando una casa editrice chiude si sente sempre un coro disperato perché scrittori geniali avranno un canale in meno per diffondere la propria Arte e perché serissimi e professionalissimi redattori sono ora disoccupati. Solidarietà umana per entrambe le categorie, ma spesso gli autori scrivevano da cani e i redattori non sapevano fare il loro mestiere.
E tanto per non essere da meno della Di Domenico, facciamo un nome: Asengard. Quando questa piccola casa editrice ha chiuso, c’è stato un pianto greco come se fosse morto il Papa. In realtà Asengard pubblicava immondizia su immondizia – lo so, li ho letti i romanzi, anche se sul blog ho recensito solo Sanctuary – e se c’era qualcuno a fare l’editing non se ne è mai accorto nessuno.
Asengard ha riaperto, ma a quanto pare non pubblica più autori italiani. Ottima scelta: passare da Uberto Ceretoli – che aveva pubblicato per Asengard i primi due ributtanti romanzi della sua trilogia fantasy e che per la conclusione della saga ha dovuto rivolgersi a Youcanprint.it – a Ekaterina Sedia – di cui la nuova Asengard ha pubblicato il romanzo The Alchemy of Stone – merita un applauso; applauso basato su un dato concreto, la qualità oggettiva delle opere.

Io so che Francesca Mazzantini e Roberta Marasco – le editor di Licia Troisi – dovrebbero cambiare mestiere. E lo so basandomi sulla pagina stampata. Non me ne frega niente se sono figlie di o quanti anni hanno o con che contratto sono state assunte.
Tra l’altro non è per niente vero che la raccomandazione in sé sia negativa. Basta pensare al passaparola tra i lettori: viene considerato unanimemente uno strumento giusto e democratico per far emergere i libri più interessanti; il passaparola non è altro che una serie di raccomandazioni.
Il problema è quando la raccomandazione non si basa sul merito – ho letto un libro interessante/ho conosciuto una persona competente e segnalo a chi di dovere –, ma sull’amicizia o sulla parentela. Tuttavia una cosa non esclude l’altra: capita che il figlio di uno scrittore sia anche un bravo scrittore, e non è strano che una persona che viva per anni a contatto con qualcuno già competente in materia impari meglio e più in fretta. Dunque l’unica soluzione è trovare criteri oggettivi per valutare i meriti. Non c’è altra strada.
Ma so che parlo al vento, il credere che i gusti sono gusti fa troppo comodo a tutti: dal redattore precario all’editor Mondadori, dall’autore autopubblicato alla scrittrice quindicenne che esordisce con una grande casa editrice, dal giornalista al blogger qualunque.

Detto questo, nel caso specifico, ha poca importanza il perché Lord Mondador assuma tizio o caio, quello che dovrebbe avere importanza è la qualità dei romanzi che vengono proposti in libreria a 20 euro l’uno.
Le polemiche dovrebbero essere: “Perché la Mondadori ha appena pubblicato l’ennesimo libro di merda?” oppure: “Perché al tal Premio Letterario ha vinto un romanzo che fa schifo?”. Ma non succede niente di tutto ciò. Né credo succederà mai.

* * *

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Mi piace la spazzatura?

Regolarmente ricevo spam dalle case editrici. Si tratta di comunicati stampa che annunciano l’uscita del tal romanzo, la traduzione del tale autore, l’organizzazione di una presentazione per il lancio dell’opera di mister X o mister Y, roba del genere.
Sono le famose “notizie” che altri siti rivomitano ogni giorno: in realtà parliamo di una forma di pubblicità, e neanche tanto mascherata.
Quello che mi innervosisce, oltre al fatto di non aver mai chiesto di ricevere ‘sta fuffa, è che le case editrici cercano pubblicità gratuita. Tipo quella casa editrice che chiude le mail-comunicato con:

Scarica qui la scheda editoriale completa
Nella DOWNLOAD AREA troverete tutti i materiali necessari al vostro prezioso lavoro di segnalazione!
Vi auguro buon lavoro!

Anime belle, mi spiegate perché dovrei svolgere un prezioso lavoro (parole vostre) a vostro vantaggio senza essere pagata? Pubblicate opere degne e saranno segnalate, altrimenti fate un’offerta monetaria e se ne può parlare – ma probabilmente la risposta sarà no perché a me la pubblicità fa schifo.

Il colmo è arrivato qualche giorno fa. Ricevo una mail sconclusionata da una tizia di Mondadori Libri che magnifica le doti dell’app per iPad de Le Creature del Mondo Emerso di Licia Troisi. Ora, capisco benissimo che questo, essendo spam, è spedito a pioggia senza neanche sapere a chi appartengano gli indirizzi dei destinatari, lo stesso è patetico che un rappresentate di Mondadori venga da me a cercare pubblicità in favore delle porcherie di Licia.
Rispondo alla tizia in questione che non sono interessata e per piacere di non mandarmi più niente. Lei conferma che farà così. Ottimo. Passa una decina di giorni e oggi un’altra tizia, questa volta di Mondadori Social Media, mi manda una mail che ha per oggetto:

Ti piace Licia Troisi?

Ma… WTF?
La “notizia” sarebbe che Mondadori, per diffondere la lieta novella dell’app per iPad di cui sopra, ha preparato dei badge e:

Se sei anche tu fan di Licia Troisi, se ti senti anche tu una creatura del mondo emerso o se sei semplicemente un’appassionata di fantasy, scarica il codice per embeddare il badge o invita i tuoi lettori a farlo.

No, non sono fan di Licia Troisi. Non sono mica scema. Come ti permetti di insinuare una roba del genere?
No, non mi sento una creatura del mondo emerso. Non sono una cerebrolesa. Come ti permetti di insinuare una roba del genere?
No, non mi sogno neanche di proporre ai miei lettori il badge. Io ho rispetto per le persone che mi seguono. Come ti permetti di insinuare il contrario?

Tizie di Mondadori: basta spam e basta prendere per i fondelli. Non si spediscono mail alla cazzo senza neanche spendere cinque minuti per verificare se la destinataria potrebbe essere interessata. Un minimo di civiltà. Grazie.

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I draghi del ferro e del fuoco

È uscito in edicola Urania Millemondi di febbraio. Il volume è intitolato I draghi del ferro e del fuoco e contiene due romanzi di Michael Swanwick: La figlia del drago di ferro e I draghi di Babele.

Copertina de I draghi del ferro e del fuoco
Copertina de I draghi del ferro e del fuoco

La figlia del drago di ferro (The Iron Dragon’s Daughter) è il nuovo titolo di Cuore d’Acciaio, romanzo pubblicato anni fa da Fanucci e ormai introvabile in cartaceo. Oltre al titolo anche la traduzione è nuova, anche se non ho notato sostanziali differenze. L’unico particolare che salta all’occhio è il fatto che i nomi dei personaggi sono stati lasciati in inglese (così “Galletto” dell’edizione Fanucci adesso è “Rooster”, “Scimmia” è “Monkey”, “Cardo” è “Thistle”, ecc.)
La figlia del drago di ferro è uno dei mei romanzi fantasy preferiti. Ne ho parlato un po’ più diffusamente qui.

I draghi di Babele (The Dragons of Babel) è il secondo romanzo ambientato nel mondo di The Iron Dragon’s Daughter. Tuttavia i personaggi sono diversi e la storia ha pochissimi punti di contatto con la precedente. Ho recensito il romanzo quando è uscito in inglese. Questa è la prima edizione italiana.

C’è una seconda buona notizia: per quello che ho potuto verificare, i due romanzi non sono tagliati. Ho controllato inizio, fine e a metà di ogni capitolo di entrambi i testi e non ho rilevato discordanze rispetto alle versioni in lingua originale. Ci dovrebbe essere il testo completo.
Purtroppo non è un’osservazione scontata: di recente si è scoperto che la pratica di tagliare gli Urania è ancora viva e vegeta; si veda per esempio questa discussione.

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I romanzo sono ottimi romanzi, e il prezzo, 7 euro e 50, è onesto. Consiglio l’acquisto, anche se spero che qualche buon’anima digitalizzi il volume. So che molti degli “scannerizzatori” italiani sono appassionati di fantascienza e fantasy: questo libro vale la fatica.

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Concorso Steampunk

EDIT del 28 novembre 2011. Il Duca ha annunciato il racconto vincitore, qui.


EDIT del 6 aprile 2011. Il Duca ha messo online i racconti e li ha commentati. Si veda qui.


EDIT del 18 ottobre 2010. Il giorno 17 è terminato. Gli invii sono chiusi.


Oggi è l’ultimo giorno per inviare i vostri racconti se intendete partecipare al Concorso Steampunk indetto dal Duca di Baionette Librarie. Qui trovate l’ultimo aggiornamento a proposito.

Steampunk!
Steampunk!

Tengo molto a questo concorso, perché l’idea è stata mia, e a me è dedicato. Avrei voluto organizzarlo e gestirlo con il Duca ma purtroppo non ne ho avuta la possibilità. Mi è spiaciuto tantissimo.

È probabile che leggerò i racconti, ma dopo la proclamazione del vincitore. Il Duca tiene molto alla mia opinione e non voglio influenzarlo. Nel bando si parlava di un solo giudice – il Duca medesimo – ed è giusto rispettare i contratti.
Ho acconsentito però a visionare gli incipit dei racconti. Li riporto di seguito insieme ai titoli.

Se non vedete il titolo del vostro racconto, contattate il Duca, può essere che ci sia stato un disguido. Inoltre il Duca ha dato conferma di ricevuto racconto a ogni invio. Se avete spedito il racconto e non avete la mail di conferma, chiedete spiegazioni. Chiedete al Duca, non a me. Io ho ricevuto solo un .doc con gli incipit, non ho i racconti veri e propri; non conosco i nomi degli autori, né le loro email. Anche volendo non potrei aiutarvi.


Appuntamento col destino

Il vento spingeva contro l’uomo verso il sentiero da cui proveniva. Il mercenario si acquattò, proteggendo il fagotto tra le braccia, della grandezza di un neonato o poco più. Varcò l’ingresso della città fantasma, il cartello di legno con inciso Pripjat’ a lettere cubitali lo salutò cigolando e oscillando con violenza.
L’uomo si infilò in uno dei vicoli, poi un altro e un altro ancora. Oltrepassò le rovine della chiesa e si fermò davanti a una porta di legno chiusa e illuminata appena dalla lanterna a olio appesa all’esterno. Vi batté contro con la spalla, ansante, i polmoni congelati nel petto.
Per qualche attimo non ricevette risposta, poi la porta si chiuse. Sulla soglia comparve una vecchia ammantata di pelliccia di lupo, la faccia rugosa rivolta verso di lui.
«Madre…»


Bumblebee

Per la prima volta da quando pilotava il suo aviar, Grip era seriamente preoccupato.
Non era tanto per quello che gli avevano chiesto di consegnare, ma perché non aveva mai volato fuori Londra.
Normalmente si occupava di consegnare merci che venivano richieste dalle ricche famiglie di città: carni, frutta e rimedi curativi provenienti dalle campagne vicine. Invece per fare quella consegna doveva allontanarsi da Londra ben 250 miglia. Non era sicuro che il suo aviar di legno potesse farcela.
Lo guardò. Aveva la forma che ricordava quella di un calabrone. Il corpo era tozzo e le piccole ali battevano veloci. Senza troppa fantasia lo aveva chiamato Bumblebee.
Si tolse il casco e gli occhialoni, c’era un bel sole e cominciava a fare caldo.


BUNNY
Il cacciatore di taglie

Un’opportunità che puzza di trappola

«Era preferibile per te non tentare di prendermi per il culo! Io ho una reputazione da difendere. Dimmi, Bunny, che cosa accadrebbe se ti lasciassi vivere?» Senza lasciare il tempo per una risposta, il Barone accese il suo sigaro d’importazione Nibiana. «Accadrebbe…» fece due decise tirate «che tutti quanti direbbero: “Il Barone si è rammollito!” o “Possiamo fare quel che ci pare, tanto il Barone perdona tutti!”» Con i suoi occhi rotondi e scuri soffocati dalle pesanti palpebre guardò con disappunto il suo contrabbandiere preferito. «O no?» chiese ironico sbuffando del fumo in faccia al suo interlocutore.
Bunny non se ne curò, erano altre le preoccupazioni protagoniste dei suoi pensieri.


Cacciatore e preda

Il risveglio comincia dal filamento del pensiero.
Cosa può avermi spento? E quanto ci vorrà prima di essere di nuovo completamente attivo?
Si rinsalda anche il filamento della memoria: sono a Londra.
Che anno è?
E poi: perché Londra? Non c’è posto peggiore, per una come me.
Ecco, cercavo un alchimista. Gli indizi mi hanno portato fin qui, nel luogo al mondo dove c’è più carboniato a impregnare aria, terra e acqua. Nessuna traccia recente dell’alchimista, in compenso tracce evidenti di cedimenti della mia struttura.
Ho dovuto programmare tre cacce, il minimo per ripartire tranquillo. Volevo finire prima dell’autunno, odio l’autunno in Inghilterra, anche se non quanto l’inverno in Scandinavia.


CONIGLIO CON PATATE

Una grossa lucertola; ecco a cosa somigliava la macchia di muffa sul soffitto della cella. Francois aveva ancora i lividi del gentile colloquio avuto il giorno prima coi suoi carcerieri. Non riusciva a stare sdraiato sopra quel covo di pulci, che quei cani prussiani chiamavano letto, così preferiva starsene sdraiato a terra. “Ah! Come ho fatto a cacciarmi in questo pasticcio!” diceva ad alta voce “Ho un ristorante a Parigi da mandare avanti; mon dies!”
Mano a mano che il mal di testa riaffiorava, anche la sue lamentele aumentavano, tanto che le imprecazioni dei suoi colleghi di cella diventavano più colorite.”Fate tacere quel gallo maledetto!” gli gridavano questo ed altri epiteti a lui sconosciuti perlopiù, ma che intuiva non augurargli niente di buono.


Fil Rabbit

Milano venerdì 16 aprile 1877

Nella zona est della città giace un laboratorio segreto che sembra situato alle soglie dell’inferno. Un uomo opera nell’ossessione più profonda alla ricerca della felicità assoluta.
“Mi senti?” Sussurra una voce roca e baritonale nell’orecchio di Aldo, un uomo di circa mezza età legato e imbavagliato su una grossa tavola di legno. Una potente lampada appesa a un timpano d’ottone dorato riflette un bagliore accecante negli occhi dell’uomo. La sua vista è già molto affaticata per l’alta concentrazione di fumo che padroneggia nel salone. L’uomo ha soltanto una canottiera e un paio di mutande. I suoi vestiti sono ammassati in un grosso secchio di latta poco distante dalla grande asse.


Il Colosso di Colorado Springs

Colorado Springs, 1899

La mente di Nikola Tesla sondava lo spazio. Grazie al Teslascopio l’Io si espandeva nell’etere veloce come il pensiero. Marte, Giove, Saturno. Nikola superò senza fatica il sistema solare e si addentrò nelle profondità galattiche. Mentre avanzava, controllò ogni centimetro cubo con l’occhio della mente.
Il Teslascopio raggiunse il proprio limite. Nikola tornò al punto di partenza e controllò di nuovo.
Controllò tre volte.
Ancora niente. Eppure è per stanotte.
La porta del laboratorio si aprì con un cigolio e il passo ritmato di Cogs riecheggiò per la stanza. Le assi di legno scricchiolarono sotto il peso dell’automa.
«Caffè, signore.»
«Portamelo qui.»
«Sì, signore»
Nikola si riconcentrò sullo spazio.
Controllò ancora. Controllò tre volte.
Niente.


Il Coniglio sulla luna

Il cielo era terso quella tarda sera primaverile. Mancavano delle ore alla mezzanotte, ma la sagoma del Coniglio s’intravedeva già sul disco tenue della luna nascente.

Ashwini entrò nel laboratorio strappandosi dal viso i peli posticci, franò su una sedia e si slacciò gli anfibi, i cui grossi speroni avevano già sbrindellato il fondo dell’ultimo paio di calzoni rimasti.
“Ash” chiamò Dhaval, che ricevette in risposta un sacchetto, preso al volo prima che si schiantasse sul suo naso largo.
“Il meglio che sono riuscita a trovare” gli disse Ashwini alzandosi. Si era praticamente spogliata, rimanendo in sottoveste bianca stretta in vita dal corsetto allentato, e gli anfibi aperti sciaguattavano ad ogni passo.


IL LUNASIL

Al termine della battaglia – molto meno eroica di quanto Tonio Braghin aveva sperato – avevano posato i bastoncini che adoperavano come fucili e tutti e quattro, zozzi e stanchi, si erano radunati sotto il manifesto mormorando parole di sorpresa.
In grandi lettere pallide c’era scritto:

!!! È ARRIVATO !!!
IL CIRCO A VAPORE
di
AMEDEO SPITZ
Attrazione Speciale:
!!! FEROCISSIMI !!!
LUNASIL PREDATORI
direttamente dalla riserva della
base Vittorio Emanuele
ACCORRETE
Due spettacoli giornalieri
Posto unico: £ 1
Ingresso a esaurimento

«Davvero ci sono i Lunasil?» chiese Beatrice. I suoi occhi brillavano d’eccitazione e di speranza. «Io voglio andarli a vedere, Tonio!»
Tonio sbirciò la cifra ed emise un brontolio. «Una lira… neanche morti. Non abbiamo tutti quei soldi.»
«Ma io voglio andarci. Voglio vedere i Lunasil.»


Il varco

Quando ricevetti quella missiva, pensai subito ad uno scherzo. Non vi era il mittente sulla busta, solo il mio nome e l’indirizzo. Lo trovai strano, ma non gli diedi troppa importanza: l’archiviai tra le altre carte e non ci pensai più.
Io non sono un uomo fantasioso e non credo al caso… Preferisco chiamarle coincidenze. Tuttavia, quella sera avvertì qualcosa di strano.
Stavo sfogliando pigramente “La macchina del tempo” di Wells, quando lo sguardo mi cadde sulla lettera; si trovava in cima ad una pila di documenti. La osservai a lungo e infine mi decisi e la aprii. Non riconobbi subito la scrittura, ma dopo aver preso confidenza con quella strana calligrafia riemersero nella mia mente ricordi sepolti ormai da tempo.


JOCELYN

Caldo intenso, poca aria. In sottofondo il costante stantuffare dei macchinari a vapore.
Odio questo posto, mi toglie le forze e il respiro. La cella è un cubicolo per gli attrezzi dalle pareti di lamiera rovente, mi hanno sbattuta sul pavimento di pietra e viscidume. E aspetto.
Ho fame e la gola riarsa. Mi portano acqua due volte al giorno, acqua calda e ferrosa come un avanzo di fonderia.
Il mio pasto è annunciato da un cigolio di giunture, e poi il mio carceriere, il grosso coniglio meccanico, arriva, eretto sulle due zampe, un patchwork di piastre metalliche e bulloni. Avanza lento, a scatti sui suoi cingoli, fino alle sbarre della mia prigione, volta la testa e fissa i suoi occhi circolari e vitrei su di me, mi passa una lattina.


KANINEN

Marvin si riprese quando l’acqua gli era ormai arrivata alla vita. Non aveva un granchè idea di dove si trovasse, ma era sicuramente un posto scomodo, pieno di spigoli. E c’era acqua. Tanta acqua.
Senza ancora aprire gli occhi cominciò a tastarsi intorno. Pietra. Scaloni di pietra viscidi. Scaloni di pietra viscidi di alghe.
Orgoglioso di quello che era riuscito a capire con quel minimo di sforzo, Marvin si concesse qualche minuto di riposo congratulatorio.


L’incontro

In un grigio cielo, avvolto da pesanti e scure nubi, si muoveva un’aeronave rosso sangue. Il pallone era stato riempito con il miraneo e sigillato, così da muoversi più velocemente, senza preoccuparsi di poter perdere quota involontariamente. Il miraneo era stata una scoperta recente, almeno, per quanto riguardava il suo utilizzo. Era stato etichettato erroneamente come un semplice gas leggero, derivato dalla reazione dello xaneo con il vapor acqueo e al suo posto, per i palloni aerostatici, era stato utilizzato l’idrogeno, se non la stessa aria calda.
Era stato uno scienziato originario dell’Imerania, divenuto cittadino della più tecnologicamente evoluta Deuteria, a scoprire le grandi, incredibili potenzialità di questo gas.


L’ultimo caso di O’Mallory

Seduto davanti a lui, in un magnifico completo rosso e bianco, il vecchio Conte di Norfolk aspettava paziente, con un’espressione tranquilla sul viso rugoso. Al contrario, Sean O’Mallory, Mesmerista di Sua Maestà, aveva lo stomaco chiuso, non riusciva ad impedire alle sue mani di giocherellare con il plico di fogli con le domande e una grande arsura gli serrava la gola. Avrebbe dovuto finire quel bicchiere di whisky. Per calmare i nervi.
Al fianco di Sean, il suo superiore Eugene Fielding e l’agente di Scotland Yard addetto alla trascrizione fungevano da testimoni.
“Mesmerista O’Mallory, potete iniziare” annunciò Eugene.
Sean trasse un profondo respiro, concentrandosi.


L1 L0

Non ho ancora carica sufficiente per muovere gli arti, ma ce n’è abbastanza da aprire le paratie dei ricezioscopi. Le spalanco e lascio entrare il mondo esterno. I tre cervelli di scimmia del mio Nucleo Senziente iniziano a smistare le informazioni sensoriali. Immagini, odori, suoni.
- Unità L1L0, sei funzionante?
Inclino il muso verso il basso, giusto per piantare i miei bulbi visivi dritti in faccia al padrone della voce. Corone di ottone smaltato allineano le lenti convesse fino a mettere a fuoco: mi ritrovo a fissare un ometto dalla barba sfatta.
Buffo, come faccio a sapere che quella è una “barba sfatta”?
Suppongo di doverlo chiede al Nucleo.
E come fanno dei cervelli di scimmia a sapere che quella è una “barba sfatta”?
Suppongo di doverlo chiedere all’uomo di fronte a me.


La Maschera di Bali

Abigail Murrey aggiustò la benda sugli occhi e si concentrò sulla stanza oltre la porta chiusa. Al centro percepì la gabbia di contenimento e, dentro a quella, un vecchio e un soldato. Il vecchio era incatenato alle pareti, gambe e braccia divaricate. Teneva la testa inclinata di lato e un filo di bava gli colava dal mento sul petto. Il soldato gli stava accanto, di guardia, armato di sciabola e revolver: era alto, castano, trenta-trentacinque anni al massimo.
Fuori dalla gabbia, Lord Fairfax stava estraendo delle maschere tribali da una scatola piena di paglia, appoggiata sul tappeto persiano. Le riponeva sulla scrivania, accanto al fonografo. Aveva un´espressione seccata.
Diamine, Abby, le senti anche oggi.


LOWRES

Forte odore di muschio bagnato; era come se ci fosse qualcosa di marcio che attraversava i vicoli di Little Tokyo; un vento virale che infettava ogni molecola di aria e che, diretto nelle sue traiettorie da un algoritmo di movimento random, trasportava spore in ogni angolo.
Una lunga strada in cemento levigato era delimitata da due lembi rettangolari di sterrato; alberi ed arbusti sintetici, piantati da poco, estendevano le loro radici tra le crepe dell’asfalto, contorcendosi su se stessi.

Racquel stava attraversando l’estrema periferia di Little Tokyo come faceva tutti i giorni; avrebbe dovuto camminare ancora un paio d’ore per raggiungere Lowres, dove si era trasferita quindici anni prima, abbandonando il caos tecnocratico della città bassa.


Manoscritto trovato su un’aeromobile precipitata

Il vascello è silenzioso e se non fosse per il volume del pallone sopra la mia testa, del quale vedo la curva fuori dall’oblò, potrei pensare di essere nella mia casa. I mobili sono gli stessi che avevo fatto portare a suo tempo quando mi concessero di andarmene a bordo dell’Eudora.
Oggi è un giorno come tanti altri, e seguo la solita routine: mi alzo, mangio, controllo la mia posizione sulle mappe. C’è sempre qualcosa da fare: oliare gli ingranaggi e le corde, pulire i vetri degli oblò, sostituire le guarnizioni… il dirigibile su cui vivo non mi lascia mai senza niente da fare.


MAMMUTH

I - Mammuth

Arkady e Maksimilian spalancarono le bocche, increduli di fronte a tanta potenza. Si trattava di qualcosa che non si sarebbero mai aspettati di vedere nelle loro vite: oltre centodieci tonnellate di massa a vuoto per locomotiva, il tutto moltiplicato per sette escludendo i novanta vagoni trainati da ognuna di esse. Una ferrosa belva rivettata vomitante fuoco e fumo. Si trattava del possente treno corazzato Mstislav, soprannominato dai soldati Mammuth per via delle sue dimensioni che, invero, andavano ben oltre quelle dell’estinto animale.
- In tutta la tua vita hai mai visto qualcosa di più grande? - chiese Maksimilian.
- Il tuo ego.


Mondi in guerra

File incessanti di lavoranti
dentro le file di gallerie
spingono avanti chi sta davanti
le tue teorie sono anche le mie.
Dal cuore pulsante nel centro radiante
giunge allorquando un nuovo comando
ciò ch’e importante è che giunga all’istante
di rango in rango ai confini del mondo;
ma l’ordine fatto per esser perfetto
un attimo solo del buio più nero
il cielo si è rotto, il mondo distrutto
e lo scuro alla luce è rimasto indifeso.

VRUUUUMM, il mostro ripugnante catturato dal braccio meccanico viene trasportato alla velocità della luce verso l’arena del mio Pianeta Madre, pronto per essere gettato in combattimento contro il Campione! Ecco che si aggrappa con tutte le sue braccia per evitare lo scontro, e magari tornare indietro per provare ad attaccarmi, ma un violento scossone lo fa precipitare…


Oggetto d’amore

Milano, 1842.

Quella notte era particolarmente silenziosa e buia lungo Molino delle Armi. Arturo Telli sedeva al tavolo del suo laboratorio e lavorava con la concentrazione e l’abnegazione che sempre impiegava per perfezionare e inventare armi e oggetti meccanici. Arturo Telli perseguiva uno scopo, una vera e propria ossessione.
Era un maestro nella riparazione di armi, come pistole e fucili, e tra le botteghe di quel quartiere, composto per lo più da armaioli, godeva della stima e del rispetto di tutti. Per la verità, parte della sua nomea era dovuta anche alla scontrosità e all’eccentricità che lo contraddistinguevano. Ben pochi suoi colleghi lo salutavano e altrettanto pochi erano i clienti che si rivolgevano a lui.


PHOTOPHANTASTES

La Cugnot 799 filava a gran vapore dal Merton a Christ Church, svoltava bruscamente davanti a Saint Ebbes, di lì sbuffava diritta a Saint Aldates, Saint Martin; caracollava fra i banchi di Corn Market, traversava i peristili della Magdalene. All’allegro starnazzare del clacson, tanto più assordante nella quiete notturna, ausiliari con cuffietta e lanterna si affacciavano a imprecare dalle bifore gotiche, maledivano la macchina che era già sfrecciata via.
Nell’azzurro silenzio del plenilunio quel chiasso risuonava moltiplicato, la fuga sconquassava l’immobilità delle vie e delle piazze semideserte. Ma anche più forte del motore e della tromba echeggiava nella notte la risata di Wayne, un ruggito di basso, cui si aggiungeva il raglio sguaiato del gracile Dodgson con lui nell’abitacolo.


PILOTI E NOBILTÀ

Gli ospiti erano già arrivati e l’aspettavano alla piazzola: cinque formiche in abiti costosi che sostavano sotto quel prodigio dell’ingegneria savoiarda. A un’occhiata sommaria l’eligibile sembrava uno scarafaggio infilzato da un ombrellone, anche se di quella bislacca somiglianza Elsa non aveva mai fatto parola con nessuno. L’aspetto della macchina però era tozzo al limite dell’imbarazzo, c’era poco da fare a riguardo. Si preparò con un sospiro a ciò che l’aspettava e attraversò la pista col caschetto di cuoio sotto braccio. Non c’era un filo di brezza e il cielo era coperto da una cappa continua di nuvole.
L’accolse una raffica di sguardi esterrefatti, in un silenzio mortale. Nobili, pensò stringendo la mascella. E non c’era davvero da aggiungere altro.


RabbiT
(un inedito di Gabriele D’Annunzio)

Un anno innanzi la mia discussa impresa, quel raid di velivoli su Vienna che abbatté gli spiriti degli austriaci ungheresi, accaddero fatti che le cronache non menzionano, e i libri d’istoria tacciono oggidì e taceranno credo al modo istesso domani: perché inauditi e straordinari troppo o perché scandalosi e per alcuni ridicoli, che palesano l’inettitudine dei governi e il valore al contrario e l’ingegno dei singoli. Ma debbo riconoscere che furono quegli eventi a prostrare, avanti i miei biglietti che recitavano quei versi fatali – di come “il destino volgesse a noi con certezza di ferro” – gli animi dei cittadini viennesi; a fiaccare il morale delle loro contraeree e consentirmi di compiere quel gesto di ardimento. Ormai che son trascorsi vent’anni, e viepiù mi sento morte alle calcagna, mi risolvo a riferire quell’episodio.


Risiko

- Merda, merda, merda! Tiralo fuori da lí, maledizione!
Giga teneva ferma la gamba sinistra, mentre un altro inserviente teneva la destra e il terzo cercava di aprire l’enorme placca frontale dell’esoscheletro. Tirava come un dannato, ma non ci riusciva.
- É incastrata, non ce la faccio!
- Non dire cazzate, porca troia! Aprila!
Dopo un ennesimo strattone, la placca saltó via, trascinando con sé l’arpione che l’aveva trapassata da parte a parte. Giga con un balzo raggiunse l’altro e insieme riuscirono a farne uscire il pilota.
- Lo Skeleton é andato, portate Kenichi in infermeria, io vi raggiungo!
Mentre gli altri due correvano verso il tendone rosso, Giga mise un acchiappalampi nell’abitacolo e staccó la spoletta. Aveva due minuti di tempo prima dell’attivazione. Si mise a correre, zuppo di pioggia, con il fango alle ginocchia. I Rossi stavano per arrivare.


Saltellando verso Est

« La signora Figgins allora non mentiva… partite davvero. »
Risposi allo stalliere con un vago « uh-uh. », senza distogliere lo sguardo dal pavimento sporco di polvere, paglia e cose marroni. A provocare quell’immonda quantità di sporco che minacciava di macchiarmi la gonna erano stati gli animali che si crogiolavano nella stalla. Morbidose montagnole alte più di due metri, coccolosi batuffoli di pelo sormontati da rosee orecchie allungate.
Chiamarli “conigli” era riduttivo. Parevano possenti quanto cavalli, capaci di trasportare almeno due persone sul loro morbido dorso.
« Posso chiederle cosa la porta ad andare a Canterbury? Motivi religiosi? »
Non ero molto propensa a rivelare lo scopo del mio viaggio. Le meraviglie meccaniche che intendevo vendere ai pellegrini dovevano restare segrete, o altri avrebbero potuto sfruttare i miei colpi di genio per arricchirsi.


Si vis pacem…

Danzica, Pomerania, Gennaio 1754

Il cargo attraccò al porto dopo molte settimane di viaggio. Nonostante il motore della nave fosse stato arrestato prima di entrare nell’insenatura, la gigantesca ruota da sessanta pale di bronzo al tungsteno impiegò almeno un quarto d’ora prima di fermarsi completamente. Dodici volani accoppiati modello Junkers-Graf l’avevano mantenuta in movimento fino ad allora.
Il Duca di Brandeburgo, Conestabile del Regno, attendeva la nave e quindi il suo carico, già da alcune ore. Era rimasto a scrutare l’imbocco del porto incurante del gelido vento che soffiava impietoso dal Baltico. Aveva rifiutato più volte un’impronunciabile e forse imbevibile acquavite polacca offertagli dal responsabile del molo, un tarchiato e goffo Sottufficiale da sempre vissuto in Pomerania.


Sogni a vapore

Saltando di ramo in ramo, cerco di avvicinarmi all’enorme mezzo corazzato, l’Automatic per eccellenza. Passo sugli alberi per evitare la folla, ma anche così non riesco ad avvicinarmi molto. Alcuni oggetti, simili a grammofoni in lontananza, suonano la marcia militare. Ho sempre odiato come suona da quei “cosi” che hanno montato sui mezzi corazzati. Mi sporgo per guardare meglio, rischiando quasi di cadere di sotto. Un volo di dieci metri è proprio l’ultima cosa che mi serve adesso. Tempo di sistemarmi in equilibrio, e le stupende macchine corazzate sono già lontane dagli alberi; sospirando, mi avvio verso casa, sempre sugli alberi. Una volta allontanatisi dal centro della parata, le strade si fanno molto più tranquille.


Squadra Speciale 0

«Sophie!»
«Dottor Blackjack, vi credevamo morto!»
«Bambina, per uccidermi occorre molto più che semplici fulminate!»
«Non parlate! Sanguinate molto! La ferita è profonda, sembra un’arma da taglio»
«Te l’ho detto, no, che non basta un semplice lampo giallo canarino? Occorre almeno qualche graffio qua e là, eheh …»
«Riuscite a fare battute anche in queste condizioni?! Siete proprio matto»
«Oh beh, ti ringrazio cara. In questo mondo malvagio e crudele, i matti sono quelli che se la spassano più di tutti, sai? Io, per esempio, passo tutto il giorno proprio qui, in laboratorio, e mi diverto un sacco»
«Ora basta, state un po’ zitto. Fate vedere la ferita»
«Lascia perdere tesoro, queste cose non si possono curare. Non con l’armatura che ti ritrovi addosso. Ti piace come regalo?»


TEA MACHINE

Il coniglio sbatté ripetutamente le zampe posteriori e poi si mise a zampettare in avanti dentro il rullo cilindrico a maglia metallica. La carota fresca appesa ad appena pochi centimetri dal suo naso era un invito troppo stimolante.
Il cilindro era imperniato su un trespolo ligneo e imbullonato su un tavolo. La puleggia collegata al suo asse cominciò a muovere, attraverso una cinghia di cuoio, una ruota più piccola. Vi erano svariate pietre focaie innestate attorno al perno della seconda ruota: queste sfregarono sulla superficie ruvida di un acciarino sistemato vicino alla bocchetta di un piccolo fornello. Contemporaneamente, un’altra cinghia coassiale alla prima, provocò l’apertura della bombola del gas sistemata sotto il fornello stesso. Il fuoco si accese sotto una cuccuma d’acciaio piena d’acqua.


The Cog Of War

Peter non si sentiva per nulla a suo agio. Non era riuscito a dormire più di qualche ora, tramortito dal frastuono e dal calore; il suo abito di flanella era ridotto uno straccio, intriso di nerofumo e sudore. Stanco anche della lettura, abbandonò il piccolo libro di cronache sulla panca e si arrischiò a scostare la stuoia di vetiver dal finestrino. Tra le sottili fessure della veneziana d’acciaio iniziava a filtrare la luce; il paesaggio era monotono, più prevedibile di un cronometro Hooke. Nulla più che giungla, con variazioni di giungla e ancora giungla; con una spolverata di giungla e qualche chiazza marrone che poteva essere una capanna. Un raggio di sole entrò nel vagone, mentre i soldati della guardia notturna biascicavano nel dormiveglia; sdraiati sulle panche di legno, muovevano le mandibole e sognavano un vero pasto.


Sarò sincera: sono delusa. Il livello di questi incipit è scarso. Vero, lo stile non è tutto, può darsi che dietro una scrittura traballante ci sia un’ottima storia. Ma è difficile che succeda.

Il sole inondava la pianura. Era un autunno particolarmente clemente: l’erba era ancora d’un verde vivido e ondeggiava contro le mura della città come un mare in bonaccia.
Sul terrazzo in cima alla torre, Nihal si godeva il vento mattutino. Era il posto più elevato di tutta Salazar: da lì si godeva la vista migliore sulla piana, che si srotolava per leghe e leghe a perdita d’occhio.

Era l’incipit di Nihal della Terra del Vento di Licia Troisi. È un buon incipit? No. È un incipit migliore della maggior parte degli incipit di cui sopra? Sì. E mi piange il cuore a dirlo.

Copertina di Nihal della Terra del Vento
E il confronto è con questo romanzo. Una schifezza di romanzo

Non vorrei essermi spiegata male in questi anni. Ho paura che troppi facciano un ragionamento del genere: “Ma hai visto cosa scrive Licia Troisi? Che errori idioti. Quella è una subumana. Io invece sono normale, se mi metto a scrivere, scrivo meglio.”

NO.

Il mio paragonare gli autori fantasy italiani ai mongoloidi, alle scimmie, ai cerebrolesi si chiama sarcasmo. Licia Troisi non scrive male perché è scema – non sarà un’aquila, ma non credo sia più cretina della media. Licia Troisi scrive male perché non si documenta, perché scrive di fretta, perché non conosce la tecnica narrativa, perché non conosce il genere. Così gli altri “fenomeni” recensiti sul blog.
È alla portata di chiunque scrivere meglio di Licia Troisi. Molto meglio. Ma non lo si ottiene per miracolo divino. Lo si ottiene solo facendo quello che tanti autori pubblicati non fanno: studiare, esercitarsi, leggere.

Scimmia scrittore
Se non vi impegnate, non scriverete meglio di lui

Ho scorso i commenti lasciati sul blog del Duca ai vari articoli dedicati al Concorso. Ho cercato in giro dove se ne parlava. Mi sono cascate le braccia.
Gente, il termine “steampunk” è stato coniato da K. W. Jeter nel 1987. Sono passati 23 anni, quasi una generazione. Non è possibile che non l’abbiate mai sentito nominare o non abbiate idea a quali romanzi sia legato.
O meglio è possibile. Se il fantastico non vi interessa o se vi interessa tanto quanto le olimpiadi delle lumache. Se aspirate a scrivere buona narrativa fantastica, dovete conoscere la narrativa fantastica. Che poi dovrebbe essere un piacere!
Preferite altri sottogeneri allo steampunk? Legittimo. Ma lo stesso avete letto qualche opera steampunk – altrimenti come fate a dire che non vi piace? – e in ogni caso sapete bene di cosa si tratta.

Lo stesso vale per la tecnica narrativa. La dovete conoscere. Ammesso e non concesso che siate più intelligenti di Licia, non scriverete meglio se siete altrettanto ignoranti.

Spero che nessuno abbia pensato: “È solo un concorsino da blog, butto giù qualcosa e se mi va bene, bene, altrimenti chissenefrega.” Lo spero per voi: di altri concorsi così favorevoli non ne trovate tanti.
Nessuna tassa di partecipazione. Nessuna formalità. Premi per 269 euro (239 euro di lettore ebook + 30 euro di ciondolo, senza contare le spese di spedizione a carico del Duca). La possibilità di entrare in un’antologia che avrà più lettori di tanta carta.

Ciondolo steampunk
Il ciondolo in palio

COOL-ER
Il lettore di ebook in palio

L’anno scorso Mondadori stava organizzando un’antologia a tema steampunk. Gli autori erano italiani. Noti o tristemente noti: Giovanni De Matteo, Lara Manni, Wu Ming 2, Francesco Dimitri, G.L. D’Andrea & amyketti assortiti. A condurre la mandria come curatore, Kai Zen J.
“Vapore”, questo il titolo del progetto, sarebbe dovuta uscire a inverno 2010 o a primavera 2011. Uso il passato e il condizionale perché l’intenzione era di inserire l’antologia steampunk nella collana Epix. Solo che nel frattempo Epix ha tirato le cuoia. Non ho idea di che fine farà il “Vapore”.
Il compenso stabilito da Mondadori era di 250 euro (lordi) a racconto.

Non è assurdo affermare che il Duca paga meglio di Lord Mondador. E il Duca ha offerto a chiunque la possibilità di partecipare, non ha chiamato gli amici degli amici.
In quanto al pubblico, be’, contando che Epix ha chiuso dopo appena 15 numeri, dubito la gente si accapigliasse per procurarsi i libri. Non credo che se foste finiti nel “Vapore” vi avrebbero letto in tanti.

Ma forse mi pongo obiettivi troppo ambiziosi, a quanto si dice dovrei essere contenta perché almeno nessuno degli incipit è sgrammaticato…

Avete ancora una possibilità di non deludermi. Fino al 14 novembre è ancora possibile inviare racconti al Duca, fuori concorso. Mi piacerebbe leggere qualcosa di decente.

* * *

Se volete commentate pure gli incipit, io mi asterrò dall’esprimere giudizi sul singolo incipit per non influenzare la giuria.

Angolo Utile: Attenzione alle truffe!

Il mondo dell’editoria è pieno di gente disonesta. Anche nel ramo concorsi bisogna stare attenti. Per evitare fregature tenete sempre a mente un principio cardine: mai pagare. Ovvero: evitate i concorsi con tassa di partecipazione.

Icona di un gamberetto Se il premio del concorso è la sola pubblicazione si tratta di editoria a pagamento e nient’altro. Il libro invece di essere finanziato da un singolo autore, è finanziato da tutti i partecipanti al concorso. L’editore intasca i soldi, sceglie come vincitore il primo che capita (o l’amyketto di turno) e poi stamperà in print-on-demand le copie che i gonzi prenoteranno – senza fare selezione, editing o promozione; non ha importanza, il guadagno lo ha già avuto con le varie tasse di partecipazione. Non fatevi ingannare dalle solite scuse su come saranno usati a vostro favore i soldi: sono tutte balle. Sempre.

Icona di un gamberetto Se il premio del concorso è denaro o altro potrebbe essere conveniente. Ma l’occasione fa l’uomo ladro. Io metto in palio 10.000 euro, tassa di partecipazione 15 euro. Scommetto che partecipano in tanti. Dichiaro vincitore il mio amico e ci spartiamo i soldi raccolti. Niente di illegale: in fondo de gustibus! Guarda caso proprio il racconto del mio amico era il più bello.
Non vi fidate.

Le persone serie e le case editrici serie sono loro a pagare voi. Scrivere un racconto richiede minimo una settimana d’impegno (lavorandoci otto ore al giorno), molto di più se per esempio dovete documentarvi su aspetti specifici. È assurdo che voi sgobbate magari un mese e in più pagate.
Siate seri e pretendete serietà.

Scritto da GamberolinkCommenti (74)Lascia un Commento » feed bianco Feed dei commenti a questo articolo Questo articolo in versione stampabile Questo articolo in versione stampabile • Donazioni

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