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Cercando il meraviglioso nei posti sbagliati

Copertina di In Search of Wonder Titolo originale: In Search of Wonder: Essays on Modern Science Fiction
Autore: Damon Knight

Anno: 1967 (seconda edizione)
Nazione: U.S.A.
Lingua: Inglese
Editore: Advent Publishers

Genere: Critica letteraria, recensioni sarcastiche
Pagine: 306

Nessuno pretende che un autore pieno di impegni spenda anni in ricerche per scrivere un romanzetto commerciale; ma se per documentarsi occorrono meno di cinque minuti, credo che il lettore abbia diritto almeno a questo.

Chi parla così? La solita Gamberetta acida e invidiosa? No, Damon Knight sessanta anni fa, recensendo il romanzo di fantascienza di Ken Crossen La rivoluzione del 1990 (Year of Consent, 1954).

Un altro estratto dalla recensione:

bandiera EN The writing itself incorporates every beginner’s mistake known to man. The hero-narrator describes himself while looking in the equivalent of a mirror. He asks or answers impossibly stupid questions in order to communicate background material to the reader. His confederates act in a manner only possible to clairvoyants or maniacal hunch-players, and get away with it. And —please notice this battered, inside-out echo of Nineteen Eighty-Four—the hero betrays himself in an apartment which he knows to be wired.
The dialogue between the hero and heroine has to be seen to be believed; I have watched a few TV soap-operas lately, and they haven’t been this bad. After the usual chase, hero gets his choice of being shipped off to Australia with girl just as the revolution is about to start, or sticking around to do sixteen jobs nobody else can handle. He picks Australia, but has a change of heart at the last moment, and makes a speech this long about it … I can’t go on.

bandiera IT La scrittura incorpora ogni possibile errore che un principiante possa commettere. Il protagonista-narratore si descrive mentre si guarda nell’equivalente di uno specchio. Chiede o risponde a domande assurdamente stupide solo per imboccare il lettore con informazioni sull’ambientazione. I suoi complici agiscono in maniera possibile solo a chiaroveggenti o a chi si affidi in maniera maniacale alle intuizioni; e va loro sempre bene. E – per piacere notare il triste eco di 1984 – l’eroe si tradisce in un appartamento che sa essere sotto controllo.
Il dialogo tra l’eroe e l’eroina è roba da non crederci; ho visto alcune soap opera in TV ultimamente, e i dialoghi non erano scritti così male. Dopo il consueto inseguimento, l’eroe ha la possibilità di scegliere tra l’essere spedito in Australia con la sua ragazza, proprio alla vigilia della rivoluzione, oppure rimanere per svolgere sedici missioni diverse che nessun altro può portare a termine. Scegli l’Australia, ma ha una crisi di coscienza all’ultimo momento e fa un monologo così lungo per spiegarlo… e non ce la faccio a proseguire.

Capisco molto bene la frustrazione di Knight. Non so se sarebbe felice di sapere che sessanta anni dopo non è cambiato molto. Ancora si pubblicano romanzi di narrativa fantastica pieni di dialoghi inverosimili, situazioni idiote e con il protagonista che si descrive allo specchio (Elena P. Melodia, fai ciao con la manina!).
Viene da chiedersi se la “critica” serva a qualcosa. Ne parlerò più avanti.

Copertine di La rivoluzione del 1990 / Year of Consent
Copertine di La rivoluzione del 1990 / Year of Consent

Prima un passo indietro. Il libro dal quale ho tratto la recensione di cui sopra è In Search of Wonder: Essays on Modern Science Fiction, un volume del 1956 che raccoglie recensioni e saggi di Knight apparsi sulle riviste di fantascienza dell’epoca.
Di In Search of Wonder sono uscite diverse edizioni, io ho letto la seconda, del 1967.

Per chi non lo conoscesse, Damon Knight (1922 – 2002) è stato uno scrittore di fantascienza americano, noto soprattutto per i suoi racconti. Uno per tutti, il divertente: “To serve man” da cui è stato tratto un episodio de Ai Confini della Realtà dal titolo “Servire l’uomo”.
Knight ha anche scritto un manuale dedicato alla narrativa breve: Creating Short Fiction (1981).

Ma vista la mia passione per il weird, consiglio di dare un’occhiata all’ultimo romanzo di Knight, scritto qualche anno prima di tirare le cuoia: Messaggi per la mente (Humpty Dumpty: An Oval, 1996).

La trama di Messaggi per la mente vede il protagonista, Wellington Stout, che si risveglia in ospedale: gli hanno sparato alla testa e non è stato possibile estrarre il proiettile. Non sembra però che avere un proiettile conficcato nel cervello abbia particolari effetti collaterali. O sì?
Fatti sempre più inquietanti e incomprensibili capitano intorno a Stout. Forse è impazzito o forse la realtà sta andando a catafascio. Non ha importanza, quello che importa è il susseguirsi di situazioni assurde e surreali, tra alieni, strane creature e una società segreta di Dentisti.
Per certi versi Messaggi per la mente può essere considerato un antesignano della Bizarro Fiction. Dettaglio curioso: la prima parte del romanzo è ambientata in Italia, a Milano.

Copertina di Messaggi per la mente / Humpty Dumpty: An Oval
Copertine di Messaggi per la mente / Humpty Dumpty: An Oval

Ho letto In Search of Wonder con un misto di divertimento e tristezza. Divertimento perché Knight recensisce con molta ironia e altrettanta onestà, senza guardare in faccia a nessuno – e quando tira in ballo il critico letterario del Time, colpevole di parlare di fantascienza con superficialità, non si fa scrupolo a dargli dell’idiota.
Pensate che scandalo: Knight ha dato dell’idiota a un collega non da un blog di invidiosoni, ma dalle pagine di un volume rilegato con copertina rigida! Ai mentecatti del “si può esprimere qualunque opinione basta essere educati” verrà un accidente.

La tristezza nasce dal constatare che tanta passione è servita a poco. Gli errori che rileva Knight si ripetono libro dopo libro, le becere strategie commerciali delle case editrici non cambiano di una virgola, la qualità rimane bassissima. Negli anni ’50 come oggi. E alla fine, quando una rivista rifiuta di pubblicare una sua recensione, Knight si stufa e smette di scrivere recensioni.

Parlando di becere strategie commerciali, così Knight conclude la sua recensione alla mediocre antologia di Roger Lee Vernon The Space Frontiers (1955):

bandiera EN Again, this book is not so bad if you only take the space-opera out of it: but Signet [l’editore] appears to think that the space-opera is what makes it worth having: title, cover design and blurbs all support this idea.
What I am afraid of is that Signet might be right. This kind of ignorant nonsense ought to be well adapted to the existing mental set of a reader to whom “space,” “planets,” “galaxies,” are all words without any specific meaning, conveying nothing but a vague feeling of “out there.” If so—if there is a vast untapped audience of unsophisticated (and uneducated) science fiction readers just waiting to be fed—then we may expect to see an immediate mushroom-growth of Vernons… out of whom, in another twenty years, a little coterie of polished science fiction writers will evolve, to sit and wonder why their stuff doesn’t sell.
What a nightmare! Thank heaven I don’t believe it for a moment!

bandiera IT Ribadisco, questo libro non sarebbe così male se si togliesse la space-opera; ma Signet [l’editore] sembra pensare che invece proprio la space-opera renda il volume degno di essere comprato: titolo, copertina e blurb supportano questa convinzione.
Quello che temo è che Signet abbia ragione. Questo genere di idiozia senza senso potrebbe essere ben adatta per il livello mentale di un lettore per il quale “spazio”, “pianeti”, o “galassie” sono parole senza un significato preciso, che semplicemente comunicano un vago senso di “là fuori”. Se è così – se esiste un vasto pubblico di lettori di fantascienza poco sofisticati (e poco educati in materia) pronto a essere imboccato – allora possiamo aspettarci un fiorire di autori come Vernon… in mezzo ai quali, tra un vent’anni, potrebbe emergere una piccola schiera di scrittori di fantascienza decenti, che si domanderanno perché le loro opere non vendono.
Che incubo! Grazie al cielo non ci ho creduto neanche per un momento!

In America, nella prima metà degli anni ’50, c’è un boom della fantascienza. Un po’ come succede adesso con il fantasy. Gli editori come si comportano? Buttando fuori libri mediocri uno dopo l’altro; libri pensati per un pubblico ignorante, libri che si spera di vendere non perché belli, ma perché titolo, copertina e hype sono studiati per affascinare i gonzi.

Copertina di The Space Frontiers
Copertina di The Space Frontiers

Negli anni ’50 si impilavano sacchi e sacchi di spazzatura pieni di astronavi, galassie, e pianeti, il “là fuori”; adesso è la volta di elfi, vampiri e maghetti: il concetto non cambia. Signet non punta a costruire un pubblico, punta a sfruttare la moda. La montagna di letame travolgerà anche le opere buone? Contribuirà ad allevare una generazione di lettori incapace di distinguere un bravo scrittore da un imbrattacarte? Meglio!

Le case editrici non vogliono che la gente legga con regolarità. Non vogliono un pubblico competente. Vogliono una massa di diversamente furbi pronta a seguire la moda e a farsi accalappiare da una copertina sbrilluccicosa, modello selvaggio con le perline.

Come spiega Sandrone Dazieri – editor Mondadori e scopritore del “talento” di Licia Troisi – in una vecchia intervista su Repubblica:

Un romanzo per giovani adulti è quello che pone al centro della storia la figura di un adolescente che affronta l’amore, la morte, il sesso: sia in forma realistica che metaforica. Chi si rispecchia nell’eroe legge le sue avventure anche se non è un frequentatore di librerie: le vendite della letteratura per young adult sono così visibili perché si devono a un pubblico che abitualmente non si muove.

Che è la stessa strategia di Signet: rivolgersi al pubblico che non frequenta le librerie, che abitualmente non si muove. Il pubblico cerebroleso che non distingue un pianeta da una galassia e che compra un romanzo se in copertina vede una mezzelfa in abiti discinti o un vampiro che brilla.
Ci sarebbe da chiedersi se non sarebbe più vantaggioso rivolgersi invece al pubblico che divora cento libri all’anno: certo parliamo di una minoranza, ma ognuno di questi acquista più libri in sei mesi di un non-frequentatore-di-librerie in tutta la sua vita.
Ma rivolgersi a un pubblico appassionato implica offrire un prodotto valido: troppa fatica! E se davvero si introducessero dei criteri qualitativi, l’industria editoriale andrebbe a farsi friggere. Perché raramente (mai?) lo scopo di un editore è pubblicare buoni libri. Lo scopo di un editore è lucrare, fare favori agli amici, promuovere le idee a lui congeniali. Il valore artistico delle opere non interessa.

E il bello è che io posso sbraitare finché voglio ma non inciderò sulle vendite neanche per una manciata di volumi. Infatti, per definizione, gli editori non si stanno rivolgendo a un pubblico informato. Lo mettono già in conto che chi non è sprovveduto eviterà certe schifezze. Non gliene frega niente, ci sarà sempre nuovo pubblico semi analfabeta pronto per essere fregato.
Un’industria che si basa sull’ingenuità dei clienti. Un’industria che scientemente sfrutta, senza scrupoli, l’ignoranza altrui. E poi gli editori vengono a cianciare di “cultura” e a piagnucolare e a chiedere agevolazioni e aiuti statali. Cari editori, dovete morire di fame.[1]

coniglietto-fatina
Per compensare lo schifo dell’editoria ci vorrebbe l’immagine di un coniglietto. O di una fatina. O di un coniglietto-fatina!

Leggendo il libro di Knight, mi sono resa conto che in fondo non c’è molta differenza tra il mercato anglosassone e il nostro. Le logiche sono le stesse.
Dunque come si spiega il fatto che il livello medio anglosassone, per quanto riguarda la narrativa fantastica, sia molto più alto del nostro?
Secondo me è soprattutto questione di numeri e di tradizione. Ci sono molti più scrittori in lingua inglese e c’è una tradizione nello scrivere questo genere di opere. E a scuola non si viene rimbecilliti con I Promessi Sposi.[2]

L’altra differenza che noto tra l’estero e l’Italia – differenza che però, sottolineo, non so quanto incida – è il diverso approccio alla critica. Damon Knight è onesto. Anche quando parla dei suoi amyketti – come James Blish, con il quale collaborerà alla stesura di Var, l’alieno (VOR, 1958) –, mantiene il senso della misura.
Quando c’è da elogiare elogia e quando c’è da bastonare bastona.
A Knight non piace il ciclo della Fondazione di Asimov e lo dice senza mezzi termini; esalta i primi romanzi di Philip K. Dick, ma non ha problemi a dire che i racconti invece sono solo boiate commerciali; massacra il povero A. E. Van Vogt e non ha parole tenere per John Wyndham e il suo I figli dell’invasione (The Midwich Cuckoos, 1957).
Quando discute di Richard Matheson – Richard Matheson, non Licia Troisi – tra l’altro scrive:

bandiera EN Like most of his literary generation, he has no sense of plot; in each story he puts together a situation, carries it around in circles until he gets tired, then introduces some small variation and hopefully carries it around some more, like a man bemused in a revolving door. His stories sometimes reach their goal by this process, but only, as a rule, when there is no other possible direction for the story to take; more often they wind up nowhere, and Matheson has to patch on irrelevant endings to get rid of them.

bandiera IT Come molti della sua generazione letteraria, non ha alcun senso della trama; in ognuno dei racconti costruisce una situazione, la fa girare in tondo finché non si stanca, a quel punto introduce una piccola variazione e fa girare la storia ancora un altro po’, come qualcuno compiaciuto da una porta girevole. I suoi racconti ogni tanto raggiungono il loro scopo in questa maniera, ma capita solo quando non c’erano alternative; più spesso i suoi racconti non vanno da nessuna parte, e Matheson deve cucire finali irrilevanti per liberarsene.

E Knight non è più tenero con i romanzi di Matheson: Io sono leggenda (I Am Legend, 1954) è aspramente criticato per l’ingenuità delle spiegazioni pseudo-scientifiche; Tre millimetri al giorno (The Shrinking Man, 1956), che secondo Knight è stato scritto con poca cura e scarso rispetto per il lettore, è ridicolizzato per i grossolani errori di calcolo. La recensione così si conclude:

bandiera EN The rest of the book, like much of Matheson’s work, is a dismal interior monologue, endlessly reflecting the author’s own stream of consciousness at its most petty and banal.

bandiera IT Il resto del libro, come molte delle opere di Matheson, è un’orribile monologo interiore, che rispecchia di continuo il flusso di coscienza dell’autore stesso ed è per lo più insignificante e banale.

Dopodiché Knight si chiede come mai i diritti cinematografi di un libro così brutto siano stati venduti prima ancora della pubblicazione, e si domanda perché non possano invece avere successo opere più meritevoli.

Copertine di Tre millimetri al giorno / The Shrinking Man
Copertine di Tre millimetri al giorno / The Shrinking Man

Ma forse Knight è il solito maleducato invidioso che non capisce l’Arte. Be’, sentite il giudizio di Thomas M. Disch su Ray Bradbury – ancora, Ray Bradbury, da alcuni considerato il più grande scrittore di fantascienza di tutti i tempi, non Licia Troisi:

bandiera EN His sense of humor doesn’t operate on both sides of the generation gap; his horrors are redolent of Halloween costumery; his sentimentality cloys; his sermons are intrusive and schoolmarmish; he is uninformed and undisciplined. He is an artist only in the sense that he is not a hydraulic engineer.

bandiera IT Il suo senso dell’umorismo non funziona su entrambe le sponde del salto generazionale; i suoi orrori hanno l’aspetto dei costumi di Halloween; il suo sentimentalismo dà la nausea; i suoi sermoni sono intrusivi e degni di una maestrina; è ignorante e indisciplinato. È un artista solo nel senso che non è un ingegnere idraulico.

È un artista solo nel senso che non è un ingegnere idraulico, che non mi sembra tanto lontano dall’augurare a Bradbury di darsi all’ippica. D’altra parte poco prima Disch ha spiegato che i racconti di Bradbury li potrebbe scrivere un ragazzino undicenne non troppo sveglio, dandogli abbastanza tempo.

E come fanno Knight e Disch ad arrivare ai loro giudizi? Prendono i testi di partenza e citano passaggi rilevanti per le loro tesi. Per esempio – esempio, cioè uno dei tanti – nel caso di Disch/Bradbury:

bandiera EN Consider this description (from “The Night” [un racconto dell’antologia The Stories of Ray Bradbury]): “You smell lilacs in blossom; fallen apples lying crushed and odorous in the deep grass.” Ordinarily apples don’t fall when lilacs blossom, but in Bradbury’s stories it’s always Anymonth in Everywhereville. His dry-ice machine covers the bare stage of his story with a fog of breathy approximations. He means to be evocative and incantatory; he achieves vagueness and prolixity.

bandiera IT Considerate questa descrizione (da “The Night” [un racconto dell’antologia The Stories of Ray Bradbury]): “Senti il profumo dei lillà in fiore; le mele cadute giacciono schiacciate e odorose nell’erba alta.” Normalmente le mele non cadano quando i lillà fioriscono, ma nei racconti di Bradbury è sempre un-mese-qualunque nel paese-da-qualche-parte. La sua macchina per il ghiaccio secco ricopre il disadorno palcoscenico dei suoi racconti con una densa nebbia di approssimazioni. Bradbury pensa di essere evocativo e “magico”, ottiene di essere vago e prolisso.

Questo è anche l’unico modo serio per discutere di narrativa: si prende un testo e lo si analizza in base a una serie di criteri. Criteri tecnici, non di amicizia o di convenienza.

Copertina di On SF
Copertina di On SF di Thomas M. Disch, libro dal quale sono tratte le citazione di cui sopra

Forse se anche in Italia si diffondesse una mentalità del genere ne avremmo un guadagno. Ma la vedo dura. Sembra che da noi si debba sempre parlare di politica o di chissà quali sbrodolamenti pseudo filosofici. Sporcarsi le mani con le parole è visto con disgusto. Si passa il tempo a disquisire se Heinlein è fascista, se Dan Simmons è razzista, se Tolkien è di destra o di sinistra, e non si entra mai nello specifico. Lo specifico sono i testi, non la mentalità degli autori.

E questo quando va bene. Normalmente la polemica letteraria non arriva neanche a quel livello misero, meglio discutere pregi e difetti del vestito di un’autrice mentre ritira un premio. E ci fosse qualcuno che dica: “Gente, sveglia! Un’autrice si può vestire come cavolo le pare non è quello il punto! Il punto è: come mai si sta premiando un romanzo scritto con i piedi?”
Per tacere degli spettacoli pietosi che vedono gli autori fare comunella per difendere l’indifendibile, come quel paio di scrittori mentecatti che hanno avuto il coraggio di trovare giustificazioni persino per l’inqualificabile Gli Eroi del Crepuscolo.

Ancora più scoraggiante è il fatto che non cambia mai niente.
Qualche tempo fa, mentre cercavo tutt’altro, mi sono imbattuta in un articolo di Repubblica intitolato: “Ragazzo prodigio, a 18 anni un romanzo da Feltrinelli”.
All’inizio ho pensato che fosse un nuovo autore, sulla scia appunto di Chiara Strazzulla, del Ghirardi, di quell’altro ragazzino che ha pubblicato i romanzi sui pirati per Mondadori e fenomeni da baraccone simili. Ma l’articolo era datato 21 gennaio 2003.

Ho indagato un po’ e ho scoperto che il “prodigio” si chiama Andrea Santojanni; a 17 anni impiega ben due mesi della sua vita per scrivere un romanzo, l’anno dopo viene pubblicato da Feltrinelli. Rilevante perché il romanzo è parzialmente di genere fantastico: da quel che ho capito è una storia d’amore ma con i due protagonisti che si scambiano i corpi, lo spirito di lui entra nel corpo di lei e viceversa.

Il romanzo si intitola Sono solo mostri e l’incipit è il seguente (via google books si può leggere qualche pagina in più):

Sabato ventisette marzo. Claudia saltò giù dal letto. In effetti erano le sei e mezza, e se non si fosse sbrigata avrebbe perso il pullman. E naturalmente avrebbe fatto tardi a scuola.
Ma mica questa è come la pubblicità delle merende del Mulino Bianco, dove alle sei del mattino c’è già un sole da spaccare le pietre, e si è già in forma, con il vestito elegante addosso. No! Qui stiamo parlando di gente comune. Gente mortale. Di una ragazza che si sveglia quotidianamente, [io invece mi alzo un giorno sì e uno no. N.d.G.] con il pigiamino tutto sgualcito, con tanto freddo corporale e con una confusione mentale da scandalo nazionale. E per di più era avvolta nelle tenebre della notte. E fuori dalla finestra non c’erano mica le rondini che volavano felici e spensierate. Assolutamente no! C’erano i corvi che volavano di tetto in tetto in cerca di una carogna. In cerca di un qualcosa qualsiasi.
Si piazzò davanti allo specchio e spalancò gli occhi quando vide quell’essere dai capelli tinti di rosso a maschiaccio, corti e sconvolti. Quel viso paffutello, il grande seno e gli occhi verdi. In principio non ci fece caso. Quindi si catapultò fuori dal bagno, e a passo affrettato si avviò in cucina, dove c’era la madre, che stava bevendo la sua tazza di caffè e latte. Entrambe, andavano a scuola. Col piccolo dettaglio che una stava da una parte e l’altra dalla parte opposta.
– Madre, io credo di non stare bene – disse la Claudia.
– Perché, cos’hai, tesoro? – le domandò.
– Non so, sono confusa.
La madre le sorrise, poi cercò di aiutarla dicendole che tutti erano un po’ confusi in quello stupido mondo. Tranquilla. Non s’incaricò di quel problema, e continuò a guardare la madre. Quasi non la riconosceva. Cosa diavolo voleva significare? Era forse la stessa e vecchia storia? Bisogna sapere che Claudia appena si svegliava vedeva creature soprannaturali intorno a sé. Può darsi che anche in quel momento era confusa come sempre. Quindi non fece caso a niente.

Fa schifo, ma inutile dilungarsi. Non è neanche giusto: una persona senza esperienza che scrive in fretta scrive così, il problema è che forse dovrebbe capire da sola che non è un livello degno. Non puoi scrivere in questa maniera e chiedere soldi in cambio. Tra l’altro come sempre editing zero, neanche correzione di bozze, hanno persino lasciato le virgole tra soggetto e verbo (vedi: “Entrambe, andavano a scuola”).

Copertina di Sono solo mostri
Copertina di Sono solo mostri

Esilaranti le due recensioni archiviate al sito Feltrinelli. Andrea Di Consoli recensisce per L’Unità e chiude con questo sproloquio:

Il sesso è, spesso, una banale manifestazione di forza e di potenza. Perciò, dopo aver letto Sono solo mostri, del sesso se ne ricava un’idea mediocre, quasi fastidiosa. A cosa serve il sesso se c’è una forma di amore che supera se stesso e straripa in un bene che porta alla fusione della testa, allo scambio dei corpi? A niente, verrebbe da dire. Il romanzo sorprendente di Andrea Santojanni ci lascia addosso la sensazione di esserci fermati sulla soglia, di esserci chiusi in un al di qua – ci lascia addosso la fastidiosa sensazione di non aver mai fino in fondo preso (vissuto) il corpo della persona amata. Non si tratta di divorarlo, il corpo, ma di sentirselo dentro, come una magia: di sentirne il piacere, le vibrazioni. Ha ragione Erri De Luca a definire il piccolo Santojanni un mago.

Ma si può sapere chissenefrega delle idee di Di Consoli sul sesso se stiamo parlando di critica letteraria? Come dicevo prima, sbrodolamenti “filosofici” quando abbiamo un testo che specifica che la protagonista si alza “quotidianamente” e che ci tiene a sottolineare che i corvi sono in cerca di “qualcosa qualsiasi”.
E siamo a pagina UNO e non entro neanche nel merito degli altri diecimila errori. È una vergogna. Una vergogna il romanzo e sono vergognose recensioni del genere.

Non dico che all’estero sia il Paradiso. Anche lì è pieno di incompetenti e lecchini, ma almeno non ci sono solo quelli!
Erri De Luca, recensendo per Il Mattino, supera qualunque limite di decenza. Antefatto: racconta lo stesso De Luca di aver conosciuto Santojanni durante un incontro tra studenti e scrittori; Santojanni gli ha rifilato il manoscritto e De Luca ne è rimasto tanto affascinato che…

Chiamo la mia agente e le dico di aver trovato un pezzo unico, un regalo per qualunque editore. A differenza di ogni altro esordiente che va al suo primo contratto allo sbaraglio, bisognava spuntare subito termini di contratto da professionisti affermati. Perché lì dentro c’era materia di contagio per comitive di lettori, perché il ragazzo era un caso letterario di quelli che capitano di tanto in tanto all’estero, ma da noi mai spuntava uno così, a diciassette anni con una storia esplosiva a miccia corta che scoppia in mano all’apertura.
Così per consuetudine ho passato il malloppo per primo a Feltrinelli però con l’ultimatum di rispondere entro una settimana, oppure andava fuori. Non era scaduto il termine-capestro e in pochi giorni l’editore aveva azzannato l’osso e il ragazzo aveva il suo primo contratto editoriale con clausole da scrittore di punta.

Senza parole. Ma come mai De Luca è rimasto così ammaliato? Be’…

La letteratura è ben fornita di magnifici viaggi: Ulisse, Dante, Chisciotte, Gulliver, Crusoe. Ma prima di ’sto ragazzo chi s’era inventato il trasloco dentro carne e ossa del dirimpettaio? Un’idea così nitida, senza sforzo d’ingegno e perciò geniale [...]

Ecco, questo leggendo i siti esteri e la critica letteraria nel mondo anglosassone non l’ho mai visto: la presa per il culo. Tipo quando Dazieri dice che i romanzi di Licia sono originali e in pratica non hanno bisogno di editing. Secondo De Luca l’idea dello scambio di corpi sarebbe un’idea mai vista prima. Diosanto.
Il triste è che se davvero Dazieri e De Luca sono convinti che la Troisi e Santojanni siano originali è ancora una presa in giro; è una presa in giro che persone tanto ignoranti siano nella posizione di decidere una pubblicazione.

Eravamo a gennaio 2003. La Strazzu pubblica a giugno 2008. Cinque anni, non cinquecento. E nessuno che dica: “Però il prodigio dell’altra volta in effetti non è che fosse ‘sto genio…” Niente. Da Einaudi in giù tutti convinti di avere a che fare con un altro prodigio.

Morale della favola? Che non esiste una morale. Non c’è un premio per l’impegno o per il talento, c’è un premio se il tuo amyketto De Luca ti raccomanda.
Lo so, lo so, avevo promesso di non occuparmi più di fantasy italiano. Mi sono lasciata trascinare. Il Lato Oscuro è molto potente, e fanno biscotti buonissimi!

Il Lato Oscuro ha i migliori biscotti
come to the dark side, we have cookies

Un altro aspetto interessante del libro di Knight è che permette di osservare un pezzetto di storia della narrativa fantastica in divenire. È curioso leggere di Ballard o Philip K. Dick nel ruolo delle giovani promesse o sentire Knight lamentarsi che la gente dovrebbe piantarla di parlare solo dei classici, ma prendere in considerazione anche autori nuovi e che già hanno dimostrato notevole bravura, come Robert A. Heinlein.

Rimanendo ai classici. Quando Knight sposta il discorso dalla fantascienza al fantasy, cita Howard e Lovecraft come pilastri del genere, anche se ha delle serie riserve sullo stile di quest’ultimo. Volendo indicare un capolavoro, tira fuori Flecker’s Magic (1926) di Norman Matson, un urban fantasy nel quale uno studente di una scuola d’arte di Parigi riceve da una strega un anello magico in grado di realizzare i desideri. Seguono complicazioni. Ammetto la mia ignoranza: non avevo mai sentito nominare questo romanzo e non ho mai letto niente dell’autore.
Knight non spreca neanche mezza parola per Tolkien, nonostante Il Signore degli Anelli sia già stato pubblicato all’epoca della prima edizione di In Search of Wonder. Giusto così.

* * *

Ci sarebbe molto altro da aggiungere, ma a riassumere Knight si perde tutto il divertimento, sarebbe come leggere gli articoli di Gamberetta senza gli estratti e i commenti sarcastici.

Anche se questa è una recensione non darò un voto in Gamberi: il libro di Knight non è paragonabile alle altre opere recensite, visto che non si tratta di narrativa né di un manuale di scrittura. Lo stesso lo consiglio: è come sfogliare un blog stile Gamberi per 300 pagine!

Per chiudere, le quattro ipotesi che guidano Knight nelle sue recensioni (sostituite “science fiction” con “fantasy” e siete a posto):

bandiera EN 1. That the term “science fiction” is a misnomer, that trying to get two enthusiasts to agree on a definition of it leads only to bloody knuckles; that better labels have been devised (Heinlein’s suggestion, “speculative fiction,” is the best, I think), but that we’re stuck with this one; and that it will do us no particular harm if we remember that, like “The Saturday Evening Post,” it means what we point to when we say it.

2. That a publisher’s jacket blurb and a book review are two different things, and should be composed accordingly.

3. That science fiction is a field of literature worth taking seriously, and that ordinary critical standards can be meaningfully applied to it: e.g., originality, sincerity, style, construction, logic, coherence, sanity, garden-variety grammar.

4. That a bad book hurts science fiction more than ten bad notices.

bandiera IT 1. Che il termine “science fiction” è improprio, e che cercare di mettere d’accordo due appassionati sulla sua definizione porta solo al pestarsi a sangue; che etichette migliori sono state ideate (il suggerimento di Heinlein, “speculative fiction” è il migliore, credo), ma lo stesso siamo impantanati con “science fiction” e non c’è niente di male se ci ricordiamo che, come per “The Saturday Evening Post”, un termine significa quello che stiamo indicando mentre lo pronunciamo.

2. Che il blurb di copertina e una recensione sono due cose diverse e vanno scritte in maniera diversa.

3. Che la fantascienza è un ramo della letteratura degno di essere preso sul serio, e che i normali parametri critici possono essere applicati con successo. Per esempio: originalità, onestà, stile, costruzione, logica, coerenza, sensatezza, grammatica.

4. Che un brutto libro danneggia la fantascienza più di dieci recensioni negative.[3]

* * *

note:
 [1] ^ Naturalmente parlo per l’ambito che conosco, la narrativa fantastica. Può essere che in altri settori dell’editoria (dalla poesia alla saggistica) sia tutto rose e fiori, ne dubito, ma non metto lingua riguardo a situazioni di cui so poco.
Si potrebbe poi sostenere la tesi che, nonostante siano inefficienti e disonesti, gli attuali editori riescono comunque a garantire un livello qualitativo superiore a quello ottenibile con altre forme di selezione. Non lo escludo in principio. Staremo a vedere.

 [2] ^ Il tempo buttato dietro a I Promessi Sposi è un danno in sé, ma non è solo quello il punto. Il punto è che I Promessi Sposi sono il simbolo di un modo di studiare stupido e controproducente. Basta vedere le tracce dei temi per la maturità, fuffa del tipo: “Commento di un passo della Prefazione della Coscienza di Zeno.” o “Innamoramento. Testi di Dante, Alberoni, Gozzano, Catullo, Leopardi e Cardarelli.” O ancora: “Origine e sviluppo della cultura giovanile, con un documento di Hobsbawm.”
Al massimo qui si cerca qualcuno che ripeta a pappagallo quello che i professori gli hanno detto su Svevo o Dante. Un bello spreco di anni.
Si vuole che dal Liceo escano persone che sul serio hanno imparato qualcosa? Allora alla maturità i temi dovrebbero essere: “Scrivere un racconto romantico che faccia sciogliere in lacrime.” Oppure: “Dimostrare che la Luna è fatta di formaggio.”

Luna di formaggio
Astronauta ritorna con la prova che la Luna è fatta di formaggio. Damon Knight ricorda come Lester del Rey si vantasse di essere in grado di sostenere qualunque tesi e l’esatto opposto. Ed è questa abilità che dimostra padronanza della lingua, non sapere in che anno è nato Dante.

Basta con le stronzate stile: “L’influenza sociale della scapigliatura nella Milano dell’800”. Bisogna insegnare alle persone come usare al meglio la propria lingua; come analizzare le idee altrui – a livello formale – e come esprimere le proprie. Non bisogna insegnare le singole idee (cosa ne pensava Gozzano dell’amore; tra l’altro: chissenefrega!), bisogna insegnare a manipolare le idee in generale (come faccio a esprimere un determinato concetto di amore, qualunque sia tale concetto).
Bisognare dare strumenti, non nozioni. Invece al Liceo si ottengono solo nozioni, e spesso sono pure nozioni superficiali se non sbagliate.
EDIT del 22 marzo 2011. Ho aggiunto qualche altro dettaglio, qui. Per piacere commentate quell’articolo e non questo se intendete discutere di Manzoni & Liceo.

 [3] ^ Ipotesi Assiomi in voga in Italia:
1. Il termine fantasy indica quei romanzi per i quali ogni critica è ingiustificata.

2. Quello che dice l’editore riguardo a un romanzo da lui pubblicato ha lo stesso valore di una recensione.

3. Il fantasy non è letteratura, e non deve essere preso sul serio. Soprattutto non si può giudicare un’opera basata sulla fantasia usando criteri letterari.

4. Una recensione negativa danneggia il mercato più di dieci brutti libri.


Approfondimenti:

bandiera EN In Search of Wonder su Amazon.com
bandiera EN In Search of Wonder su gigapedia library.nu
bandiera EN In Search of Wonder su Wikipedia
bandiera EN Humpty Dumpty: An Oval su Amazon.com
bandiera IT Messaggi per la mente su Delos Store
bandiera EN “To Serve Man” su Wikipedia (attenzione agli spoiler!)
bandiera EN Damon Knight su Wikipedia

bandiera IT On SF su Amazon.it
bandiera EN On SF su gigapedia library.nu

bandiera IT Sono solo mostri su Amazon.it
bandiera IT La scheda del romanzo Sono solo mostri presso il sito dell’editore

bandiera EN La Luna è fatta di formaggio?

 

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Alcune note sullo scrivere Recensioni

Una delle ragioni dietro la nascita della Barca dei Gamberi è stata l’insoddisfazione mia e del resto dell’equipaggio riguardo le recensioni librarie che si possono trovare in Rete e non. In particolare le recensioni che parlano di narrativa fantastica sono un disastro: se ne trovano poche, scritte da cani, inutili, e più spesso che non ipocrite e disoneste. Non sempre, certo, si possono incontrare anche ottime recensioni, ma sono rare.
Penso dipenda dal fatto che ognuno vede le recensioni a modo suo. Un po’ lo stesso problema che affligge la narrativa: ognuno insegue la sua presunta Arte come gli pare e piace, fregandosene se quello che sta scrivendo sia utile, interessante e divertente anche per il prossimo. Il che è un atteggiamento legittimo, ma non aiuta chi sta cercando invece proprio l’utile, l’interessante e il divertente.
Per questo voglio proporre una serie di linee guida rispetto allo scrivere recensioni. Probabilmente non verranno prese in considerazione da nessuno, se non da me stessa e dalla Barca dei Gamberi, ma non si sa mai, tentar non nuoce.

I: Lo scopo di una recensione.

Lo scopo di una recensione libraria dev’essere offrire al lettore un parere chiaro e inequivocabile rispetto al valore del romanzo preso in esame. Questo può essere ottenuto con poche o tante parole, con un esplicito giudizio numerico o lasciando che siano discorsi più articolati a esprimere il parere del recensore, non ha importanza, l’importante è che alla fine il lettore deve sapere se spendere 18 euro per comprare il tal romanzo o no; se vale la pena perdere 10 o 20 ore per leggerlo.
Ci possono essere mille distinguo e precisazioni – del tipo che magari il romanzo può piacere agli appassionati di Elfi ma comunque non vale 20 euro e dunque è un affare solo se scaricato gratis da emule – ma il recensore non può e non deve sfuggire dall’esprimere il suo giudizio. Deve prendersi la responsabilità di dire: vale la pena leggerlo, non vale la pena leggerlo.
Può sembrare un’ovvietà ma non lo è. Ci sono quintali di recensioni che parlano di tutto e di più e poi i commenti dei lettori sono di questo tenore: “…sì, d’accordo, ma non solo non ho capito se il romanzo mi potrebbe piacere, ma non ho neanche capito se è piaciuto al tizio che l’ha recensito!” Ecco, recensioni così sono da buttar via.
Bisogna essere espliciti e prendere posizione. Perché, in generale, non ci sono vie di mezzo, non puoi presentarti alla cassa in libreria e discutere del più e del meno e dei Massimi Sistemi della Natura: o paghi i 18 euro o non li paghi.
Questo non vieta che si possa parlare di romanzi senza esprimere un parere netto, solo non sono recensioni e il lettore ne dovrebbe essere consapevole.

Sex for the eyes
Sex for the eyes. Your art is like sex for the eyes

II: Una recensione deve essere obbiettiva.

Questo significa che il recensore deve rendere noti (al limite nella recensione stessa) i criteri che intende adottare, e a quelli attenersi. Deve attenersi a quei criteri indipendentemente da quale romanzo prenda in considerazione, chi sia l’autore, la casa editrice o qualunque altro fattore esterno. Inoltre i criteri devono essere consistenti da recensione a recensione.
Un esempio: qualche tempo fa, cercando altro, mi sono imbattuta in un sito di recensioni filmiche “cattoliche”. Il criterio di valutazione del sito era basato sul verificare quanto i film presi in esame fossero in accordo con la dottrina della Chiesa Cattolica. È un sito obbiettivo? Sì, perché i criteri adottati sono espressi in maniera esplicita e applicati a ogni film. È un sito dal quale prenderò consigli? No, perché i criteri non mi paiono adeguati.
Uno dei criteri adottati dalla Barca dei Gamberi è per esempio l’accuratezza dell’ambientazione. Un altro è l’originalità. Altri sono illustrati nell’articolo Riassunto delle Puntate Precedenti. Non pretendo che nessun altro adotti i nostri stessi criteri, ma una scelta dev’essere compiuta. Il criterio: come gira la Luna al recensore mentre scrive la recensione, non è un criterio accettabile.
Una scelta a priori dei criteri è anche l’unica possibilità per il lettore di poter verificare l’attendibilità della recensione. Dato il romanzo, o al limite estratti dello stesso, e dati i criteri ognuno può controllare se quello che il recensore scrive sia obbiettivo o no.
Sempre in quest’ottica di obbiettività, io considero più interessanti i criteri basati sul testo piuttosto che quelli basati sull’interpretazione dello stesso. Mi spiego meglio: mettiamo che uno adotti un criterio “politico”, per cui un romanzo è buono se aderisce a certe idee e brutto se fa riferimento a idee diverse. Di per sé può essere un criterio valido, ma poi il nostro recensore prende in mano il classico di Heinlein Fanteria dello Spazio. Dice che è un brutto romanzo perché è un romanzo “fascista”. Solo che, come ovvio, nel testo da nessuna parte c’è scritto che si tratta di un romanzo fascista: quella è un’interpretazione. Sarà vera? Forse sì, forse no, in quanto interpretazione è soggettiva: diventa difficile stabilire se il recensore sia stato sul serio obbiettivo.
Invece stabilire se un romanzo è originale o no non è così complesso (basta guardare i precedenti) e neppure è complicato accertare la verosimiglianza o verificare la coerenza interna.
Rimanendo attinenti al testo si può dire molto su un romanzo, e dire un molto oggettivo, senza entrare nel pantano delle interpretazioni. Rimanendo legati al testo si possono fare affermazioni che sono vere in sé, e secondo me queste affermazioni sono le più interessanti, perché sono vere per tutti. Non sto più offrendo un servizio solo a chi condivide la mia filosofia (come può essere con il sito di recensioni “cattoliche”), ma sto offrendo un servizio a tutti.
Va da sé che i criteri per me perdono ogni validità quando vanno oltre il testo e l’interpretazione. Per me non ha alcun senso dire che un romanzo è bello o brutto perché l’ha scritto un autore piuttosto che un altro. O magari perché ha venduto tanto o poco, o perché ne hanno tratto un film o un videogioco. O perché aiuta l’economia favorendo la vendita di segnalibri. I criteri devono essere legati alle parole del romanzo, non a quello che ci gira intorno.

III: Quando la recensione non è obbiettiva bisogna segnalarlo.

Oltre ai criteri obbiettivi esiste anche un parere personale del recensore. Il recensore deve chiarire quando sta uscendo dai criteri per addentrarsi nelle opinioni. Se un romanzo ha sessanta pagine di fila di inforigurgito, è un oggettivo errore (secondo i criteri adottati), e come tale lo si deve rimarcare. Poi si può aggiungere che le sessanta pagine, pur non muovendo in avanti la storia di un niente, contengono però – secondo il personale parere del recensore – delle informazioni interessanti e dunque il recensore medesimo non si è annoiato.
In altri termini, i “secondo me”, “per me”, i “penso” e “credo” vanno riservati per quando è davvero così. Finché si seguono i propri dichiarati criteri non è opinione, è affermazione.

Hungry?
Hungry?. I would like to have you for dinner

IV: Il recensore deve poter applicare i propri criteri.

Sembra scontato, ma non lo è. Torniamo al sito di recensioni “cattoliche”: chi scrive su quel sito, deve conoscere a menadito tutti i testi sacri, il Catechismo e ogni altro rilevante documento. Non può inventarsi il cattolicesimo come gli pare, altrimenti i criteri adottati in realtà non corrispondono a quelli esposti.
Se io adotto come criterio l’originalità, devo conoscere a sufficienza il genere per poter appunto affermare che il tal testo è originale o no. Se io dico: “nel fantasy è importante l’originalità! finora ho letto di fantasy, uh… Il Signore degli Anelli e tutti i romanzi di Licia!” è ovvio che non potrò davvero applicare quel criterio come i miei lettori si aspettano.
Se penso che la verosimiglianza in un romanzo (pseudo)storico sia importante, e il romanzo parla di un’epoca che non conosco o conosco poco, prima di scrivere la recensione devo documentarmi. E capisco benissimo possa suonare esagerato, in fondo spesso se ne fregano gli stessi autori, ma i criteri li ho scelti io. Se non si può scrivere una recensione applicando i propri stessi criteri… be’, non la si scrive.
In alternativa si può confessare al lettore che il tal particolare non è stato verificato o si è ignoranti di quell’altro fatto. Finché sono questioni marginali può passare, ma se sto recensendo un romanzo dove la guerra ha un ruolo fondamentale e non ne so niente, è inutile confessarlo: non devo proprio scrivere la recensione di quel romanzo.
Tutti pensano di essere più o meno geniali e di avere opinioni originali e interessanti: non è vero. Veri geni esclusi (e se state leggendo queste righe geni non lo siete, altrimenti sareste a gegnalare da qualche altra parte), quando qualcuno scrive di un argomento è tanto più interessante quanto più è documentato e preparato. Perciò è inutile cianciare di ciò che non si conosce: si perde tempo e lo si fa perdere al prossimo.

In case of Fire
In case of Fire. In case of fire, use fire extinguisher!

V: Bisogna essere semplici, precisi e inequivocabili.

Icona di un gamberetto La semplicità di linguaggio è necessaria dato che ci si sta rivolgendo a un pubblico di appassionati ma non necessariamente di “addetti ai lavori”.
Come già ribadito si sta cercando di scrivere recensioni obbiettive, dove le affermazioni sono veritiere in quanto aderenti al testo da una parte e ai criteri scelti dall’altra e non perché espresse da Nicoletta o Luisa. Dunque usare paroloni su paroloni per sembrare più “intelligenti”(sic) non serve a niente, se non a infastidire il lettore.

Icona di un gamberetto La precisione è di vitale importanza. La precisione impone da un lato di usare un lessico appropriato, dall’altro di esprimere concetti il meno generici possibile.
Le due cose sono strettamente legate fra loro; per esempio, a me è capitato di leggere infinite volte nelle recensioni frasi di questo tipo: “questo è un romanzo coraggioso”, oppure “questo è un romanzo profondo” o aggettivi simili. Qual è il problema con affermazioni del genere?

  • Il lessico non appropriato crea ambiguità. Quando Mario entra nel palazzo in fiamme per salvare la vecchia vicina di casa che gli sta pure antipatica, possiamo definirlo “coraggioso”. Ma un romanzo? Quand’è che un romanzo affronta con sprezzo del pericolo una situazione di vita o di morte (perché questo è il coraggio)? O forse ci si riferisce all’autore? Ma in Italia, 2009, quale coraggio ci vuole a pubblicare un romanzo? Al massimo si rischia una denuncia per diffamazione, non si rischia la vita. O forse si fa riferimento allo stile? “Un romanzo coraggioso perché sfida le convenzioni della narrativa!” Ah, che gran coraggio ci vuole a sfidare le convenzioni della narrativa! Lo stesso di Gary Cooper in Mezzogiorno di Fuoco!
    Si possono estrarre mille significati dementi dal quel coraggioso, ed è questo il danno: la recensione non è più inequivocabile, va interpretata, diviene ambigua.
  • Proprio perché coraggioso è ambiguo, può essere affiancato a qualunque romanzo. Nihal della Terra del Vento è un romanzo coraggioso. Il Nome della Rosa è un romanzo coraggioso. Bryan di Boscoquieto è un romanzo coraggioso. Quando in una recensione si esprime un concetto così generico, applicabile a qualunque libro, si sta sprecando inchiostro. Come faccio a scegliere tra Nihal della Terra del Vento e Il Nome della Rosa quando mi viene proposta una caratteristica che possono avere entrambi? Sarebbe come dire: “leggete questo romanzo perché è un romanzo pieno di parole”. Oh bella, ma anche tutti gli altri romanzi sono pieni di parole, perché dovrei leggere proprio questo? Anche tutti gli altri romanzi possono essere coraggiosi, perché dovrebbe in particolare interessarmi questo?

Lo stesso dicasi per “profondo”, “importante”, “scomodo” e così via. Meno grave è quando l’affermazione non è ambigua ma rimane generica: “questo è un romanzo noioso”, o il classico “questo è un romanzo bello/brutto”. Detto così non vuol dir niente, il recensore deve illustrare perché quel “noioso” è applicabile in quel caso particolare.
La Setta degli Assassini è un romanzo noioso”. Questa è un’affermazione che può essere vera o falsa, ma di per sé ha valore minimo, comunica al lettore poco o niente.
“Ne La Setta degli Assassini la protagonista piange ogni poche pagine: che noia!”. Questa invece è un’affermazione specifica e dunque comunica al lettore molto di più. Inoltre questa è un’affermazione verificabile: volendo ognuno può controllare se sia vero o no che la protagonista piange ogni poche pagine.
Lo stesso vale per lo stile di scrittura. Quante volte si leggono espressioni del tipo che il tal autore ha una scrittura “fresca”, o “vivace”, o “in punta di penna”(sic) o simili. Ma che vuol dire? NIENTE. È come con i libri coraggiosi, sono ambigue frasi fatte. È vero che spesso è difficile definire uno stile, e può essere conveniente usare un aggettivo generico, però almeno il recensore deve aver ben chiaro il perché ha usato proprio quell’aggettivo. Se dico che lo stile è “trasparente”, devo poterlo dimostrare testo alla mano, anche se magari nella particolare recensione non è così importante inserire le appropriate citazioni.

Icona di un gamberetto Infine l’essere inequivocabili. In parte è compreso nella precisione, in parte significa che non bisogna contraddirsi (d’oh!). Non si può dire: “il romanzo è avvincente e noioso.” Troppo ovvio? Allora questo, preso da una recensione “vera”: “[...] vengono in mente Agota Kristof e Magda Szabò, ma sono paragoni che non reggono.” Se sono paragoni che non reggono non ha senso farli…
Essere inequivocabili implica anche evitare tutte le espressioni non quantificabili, tutti i “piuttosto”, “quasi”, “si potrebbe dire che”, “in un certo senso”: non bisogna scrivere “quasi rosso”, bisogna scrivere “arancione”, non “piuttosto in carne” ma “grasso”, non “in un certo senso è come fosse un vampiro” ma “è uno gnokko”.

VI: Bisogna entrare in argomento.

Bisogna spiegare di cosa parla il libro; è necessario fornire la trama del romanzo. Spesso i recensori si lasciano trascinare in una sorta di delirio, per cui un romanzo affronta Argomenti Decisivi, pone l’Uomo di fronte ad interrogativi Fondamentali, è una pietra miliare nella storia della Letteratura e quant’altro e si “dimenticano” di dire di cosa diavolo parla il romanzo.
Per un sacco di gente, me compresa, l’argomento è importantissimo. I marziani invadono la Terra? Una ragazza dai capelli blu ammazza gente a destra e a manca con uno spadone? Una compagnia di Elfi debosciati deve salvare una principessa? Io lo voglio sapere!
Il recensore deve perciò raccontare quale sia la trama, con due avvertenze: se si è colti da attacco di pigrizia e si decide di scopiazzare la trama dalla quarta di copertina o da qualche comunicato stampa della casa editrice, è bene accertarsi che la trama sia quella giusta, spesso non è così; se si è in dubbio se svelare o no certi particolari, si possono sempre usare gli “spoiler”, sul web è facile mascherarli come si preferisce.

Entrare in argomento significa anche rimanere attinenti al testo. Dimostrare le proprie affermazioni con citazioni adeguate. Un sacco di romanzi arrivano in libreria senza che il lettore abbia potuto leggerne una sola pagina, perciò (ampi) estratti nella recensione sono i benvenuti (e ricordo a chi si facesse di questi problemi che è legale: è legale citare e riprodurre brani di un’opera finché l’intento è di critica o studio e non si sta facendo concorrenza all’opera originale).
Siamo sempre dalle parti della precisione: la recensione è di quel particolare romanzo, dunque lì bisogna scavare, lì ci sono i punti di riferimento. Bisogna parlare di quel romanzo, non della Letteratura, dell’Uomo, della Natura, e del Diavolo-in-Carrozza.

Toy Trunk
Toy Trunk. Jimmy is finally old enough to get the toys out of the trunk all by himself!

VII: Bisogna usare tante parole quante ne servono.

Se si scrivono recensioni sui giornali o sulle riviste non si è liberi di scrivere finché si vuole: la carta costa e perciò sono quasi sempre imposti limiti ben precisi. Per fortuna sul web non è così: il costo di un testo in termini di banda consumata è infinitesimale, per cui scrivere poche righe o scrivere un trattato dal punto di vista economico è la stessa identica cosa.
Per questa ragione non bisogna porsi alcun problema di spazio. Una recensione può essere approfondita a piacere, finché non corrisponde per filo e per segno a quel che il recensore vuole dire. Così pure non ci si deve porre problemi con le citazioni: se è opportuna una (lunga) citazione dal testo originale, inserirla è tutto di guadagnato.
Questo non significa però sbrodolarsi: non è una licenza per parlare dei problemi privati del recensore o per disquisire di argomenti che nulla hanno a che vedere con il testo; ogni riga della recensione deve avere un suo perché e ogni passaggio dev’essere interessante.

Ma è raro imbattersi in recensioni sbrodolate, è molto più presente l’errore opposto: ovvero recensioni compresse in poche righe.
Qui entrano in gioco diversi fattori: pigrizia del recensore (ma se sei pigro e ti pesano le dita a scrivere forse non è il tuo “mestiere”), il desiderio bruciante di esprimere un’opinione anche se non si ha niente da dire (e in questo caso è molto meglio “linkare” qualcuno che già dice il poco che vorremo dire noi, piuttosto che riscrivere le stesse cose), e l’idea balorda che scrivendo sul web bisogna essere agili, veloci, compatti, brevi.
Perché è un’idea balorda? Perché il linguaggio sul web funziona come sulla carta, l’Italiano è lo stesso e dunque se per esprimere un concetto hai bisogno di 100 parole su una pagina stampata avrai ancora bisogno di 100 parole su una pagina web. È vero che leggere a video è più faticoso e si hanno molte più distrazioni davanti a un PC, ma questo è al di fuori delle possibilità di controllo di un recensore (a parte le ovvie – che per molti ovvie non sono – considerazioni tipografiche: per esempio non scrivere viola fosforescente su sfondo verde brillante). Non si possono tagliare pagine da un trattato di filosofia o matematica solo perché “troppo lungo per il web”: web o non web il significato deve mantenersi integro. Così una recensione: deve contenere quanto necessario che sia sul web o no.
Inoltre c’è un altro livello di balordaggine implicito nell’idea di scrivere apposta poco, di “condensare” i concetti: che scrivere poco sia facile. Non lo è. Può essere meno faticoso, meno impegnativo, portare via meno tempo, ma non è più facile, tutt’altro. Il riuscire a mantenere integro un argomento riducendo via via le parole è incredibilmente difficile. Una buona recensione da 2.000 parole può diventare uno schifo immondo in 500 se l’autore non è più che abile (abile come può essere abile qualcuno che ogni volta che scrive una short story minimo un paio di premi internazionali li vince).
Dunque il recensore non si deve porre problemi di spazio: deve scrivere quello che è necessario. Se la recensione risulterà interessante, verrà letta lo stesso, web o non web.

VIII: Il tono dev’essere funzionale.

Le mie recensioni usano un tono tra l’ironico e il sarcastico. È una scelta voluta: ritengo sia il tono più adatto per “reggere” la lunghezza dei testi e al contempo quello che meglio si adatta a certa narrativa (il fantasy di scarso valore). Altri possono scegliere di usare un tono diverso e potrà andare bene uguale, però è importante che questa scelta abbia motivazioni legate alla recensione medesima, e non “esterne”. Ad esempio usare un tono “serioso” solo per mostrare la presunta posatezza del recensore è una scelta sbagliata se il tono “serioso” rallenta la lettura della recensione. Come già più volte ribadito, si sta cercando di essere obbiettivi, dunque la “serietà” del recensore è implicita nei concetti che esprime, non nel tono che usa.
Così come non ha senso ritenere che determinati argomenti (la Letteratura con la L maiuscola) debbano per forza richiedere un certo tipo di atteggiamento: perché mai? Ho letto testi di astrofisica scritti in maniera divertente e perfino con humor nero (si veda per esempio Death by Black Hole: And Other Cosmic Quandaries di Neil deGrasse Tyson), non si capisce perché la Letteratura, la Narrativa, il Fantasy o quant’altro dovrebbero invece essere speciali.
Il recensore ha lo scopo di tenere appiccicato il suo lettore dall’inizio alla fine della recensione, e per questo deve scegliere il tono più congeniale, altre considerazioni a riguardo non hanno nessuna importanza.

Icecream
Icecream.

Extra: Domande con e senza risposta.

Icona di un gamberetto Quali romanzi scegliere da recensire? Non saprei indicare un metodo. In generale io apprezzo recensioni positive di romanzi poco noti e recensioni sia positive sia negative di romanzi famosi. Recensire in negativo romanzi sconosciuti è di solito inutile: tanto non li compra nessuno comunque. Per i romanzi famosi prima di recensirli è una buona pratica controllare che qualcuno non abbia già espresso le nostre stesse considerazioni, nel qual caso meglio “linkare” l’altro piuttosto che riscrivere le medesime cose.
Però è un’idea generale che lascia il tempo che trova. La verità è che, come diceva Lorna Sage, la gran parte dei romanzi sono mediocri, li leggi e non ti lasciano nessuna particolare emozione né in bene, né in male, dunque non si sa neanche cosa scrivere a volerli recensire.
Perciò forse conviene scegliere romanzi interessanti, che in positivo o in negativo impressionino. Inoltre come già ricordato, è utile che il recensore conosca gli argomenti trattati dal romanzo, non fosse il caso, è meglio lasciar perdere quella recensione.

Icona di un gamberetto Si possono recensire romanzi tradotti? In teoria no. La recensione dev’essere sempre sul testo in lingua originale, però è anche vero che è probabile che poi il lettore compri la traduzione, non l’originale. Credo che un lavoro ben fatto implichi il leggere in lingua originale e poi rileggere la traduzione o almeno controllarla accuratamente. Nella recensione si specificheranno eventuali problemi dovuti al passaggio di lingua. Ammetto però di non seguire io stessa questo metodo, cercherò di adeguarmi.

Icona di un gamberetto Bisogna leggere fino in fondo un romanzo per recensirlo? No. È buona norma farlo, ma se un romanzo è illeggibile è illeggibile. Se bastano le prime 5 o 50 pagine per poter affermare con adeguata dimostrazione che non vale la pena spendere 18 euro, la recensione può essere scritta anche se il recensore lì si è fermato. Tengo però a precisare che tutte le recensioni qui sul blog dei Gamberi, come elencate nell’Indice delle Recensioni, sono a fronte della lettura integrale del testo, e anzi in alcuni casi il romanzo in esame è stato letto più volte.

Icona di un gamberetto Il recensore di narrativa deve essere anche uno scrittore? No. Però se tra i criteri di valutazione include la tecnica narrativa, deve conoscerla. Magari non così bene da scrivere narrativa degna di pubblicazione, ma comunque i meccanismi gli devono essere chiari.

Icona di un gamberetto Perché scrivere recensioni negative? Non è meglio suggerire solo il bello e lasciare il brutto nell’oblio? Può essere una degna scelta, e non ho problemi con chi la adotta. Però personalmente ritengo che in molti casi sia più utile non comprare il brutto, piuttosto che comprare (anche) il bello, e dunque il recensore deve recensire sia i romanzi che gli sono piaciuti sia quelli che gli sono piaciuti meno.

Icona di un gamberetto Si’ pou usare 1 linguagio modrno nll recensioni??? Sì, cm no!!! Anzi + punti esklamativi e k si metono a kaso in 1 recensione + la rece e’ strbellixima!!!1!!!!

Icona di un gamberetto È troppo facile criticare! No, per niente: scrivere una recensione negativa richiede lo stesso tempo di scriverne una positiva. Inoltre la pressione sociale favorisce la recensione positiva: posso “tagliare le curve” in una recensione positiva (per esempio non dimostrando testo alla mano ogni singolo passaggio) senza che nessuno ne sia scandalizzato, mentre una riga maldestra in una recensione negativa significa avere in casella di posta elettronica la mail di qualche squilibrata che minaccia di pikkiarmi.

Icona di un gamberetto Non la stai prendendo troppo sul serio? Vale la pena perdere tutto questo tempo per una recensione? No, è probabile non valga la pena. D’altra parte, vale la pena perder tempo a leggere un romanzo fantasy? Perdere tempo a scriverlo? Perdere tempo a leggere o scrivere narrativa? A leggere o scrivere libri? A leggere o scrivere? Vale la pena fare qualunque cosa?

Piggy Bank
Piggy Bank. Now you try


Approfondimenti:

bandiera EN Everyone’s a Critic: a Qualitative Study to Investigate the Perceptions and Attitudes towards Book Review Websites on the World Wide Web (PDF)
bandiera EN Death by Black Hole: And Other Cosmic Quandaries su Amazon.com
bandiera EN Nocturnal Devil (autore dei disegni in questo articolo) su deviantART

 

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