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Una gattina in Horror Lovers

Copertina di Horror Lovers Titolo originale: Horror Lovers
Autori: Vari ed eventuali

Anno: 2014
Nazione: Italia
Lingua: Italiano
Editore: Cordero

Genere: Racconti horror di amore & morte
Pagine: 158 (circa 40.000 parole)

Horror Lovers è un’antologia di racconti che mescolano amore & morte, curata da Gianfranco Staltari e pubblicata da Cordero Editore. Ne parlo perché contiene un racconto che mi è piaciuto tantissimo: “Miao!” di Giulia Besa.

Doverosa premessa: ho conosciuto Giulia tramite il blog ormai cinque anni fa e siamo diventate buone amiche. È per questo che, nonostante lo ritenga un ottimo libro, non ho mai neanche segnalato il suo romanzo, Numero sconosciuto, uscito a giugno 2011 per Einaudi.

Da quel che so nel frattempo Giulia si è dedicata ad altri generi lasciando un po’ da parte il fantasy, anche se un tizio losco in pickelhaube mi dice che potrebbe tornare a dedicarvisi scrivendo per Vaporteppa. Speriamo, perché nel ramo Giulia è bravissima, come dimostra la serie di racconti che ha scritto con protagoniste gattine mannare.
I primi due, “Il senso di Kitty per il tonno”, e “Kitty e l’Ordine della Pernice”, sono apparsi sul sito storiebrevi.it e poi pubblicati in due antologie uscite per il Gruppo Editoriale L’Espresso: Cinque storie sull’allegria e Sei racconti fantastici.

Copertine di Cinque storie sull’allegria e Sei racconti fantastici
Copertine di Cinque storie sull’allegria e Sei racconti fantastici

Il terzo, “Miao!” appunto, è incluso in Horror Lovers. Dei tre è il racconto migliore, il più serio e il più pauroso.
Il tema della storia è il classico: fin dove arriveresti per amore? E per amore di una “gattina”? Il protagonista dovrà spingersi molto in là e si troverà di fronte a scelte terribili. Per la gioia del lettore.
Il racconto è scritto con maestria, la suspense è notevole e non manca un pizzico di ironia. Un bijou!

Oltre a “Miao!” nell’antologia sono presenti anche altri otto racconti di autori italiani. Inoltre ogni racconto è preceduto da un’illustrazione in bianco e nero realizzata ognuna da un disegnatore diverso. Perciò nove scrittori e nove disegnatori.
L’idea dei libri illustrati non mi dispiace: per esempio ho apprezzato i disegni di Keith Thompson in Leviathan, e sono molto gelosa della mia copia del Don Chisciotte illustrata da Gustav Doré. Tuttavia perché l’operazione funzioni le illustrazioni dovrebbero essere davvero belle e in tema, e qui non sempre accade.
Comunque ammetto la mia ignoranza nel ramo e non esprimerò giudizi sulle illustrazioni. Dico solo che un paio mi sono piaciute molto e altre invece mi hanno dato l’impressione che avrei potuto far di meglio io, nonostante non sappia neanche tenere in mano una matita.
Per la cronaca, i disegnatori sono: Valerio Nizi, Michele Arcangeli, Paolo Di Orazio (presente anche in veste di scrittore), Marco Zorzan, Emanuele Simoncini, Paolo Antiga, Manolo Morrone, Matteo Anselmo, Marco Mastrazzo.

E ora una breve panoramica sugli altri racconti:

Acqua e sangue di Cristiana Astori

Potevano mancare i vampiri gli gnokki in un’antologia a tema eros & thanatos? No. Purtroppo. Cristiana Astori rispolvera la più cliché delle vicende vampiresche con tanto di ingenua fanciulla vittima che si lascia mordere perché lui:

È così bello da gelare il sangue.

Poi la nostra protagonista si ritrova anche lei non-morta costretta a cibarsi di sangue con relativi sensi di colpa, ecc. ecc.
Una noia completa. Nessuno spunto originale o interessante, scrittura mediocre. A tratti si scade persino nel ridicolo, visto che quando Rodolfo-il-vampiro va a trovare nel corso dei decenni la protagonista, invece di sembrare un principe delle tenebre, sembra uno stalker rompiballe.
Racconto boiatina.

Gnokko
Uno gnokko. Possono mai mancare? Mi ricordano anche un’altra antologia tutta con racconti italiani che ebbi il “piacere” di recensire anni fa

Il divoratore di cadaveri di Paolo Di Orazio

Paolo Di Orazio scrive un racconto che potrebbe essere interessante: un uomo, per ragioni imperscrutabili, si fa volontariamente torturare per sessantaquattro giorni, nell’ambito di un qualche rito oscuro.
Nonostante la scrittura piena di termini vaghi e astratti:

Non è del tutto buio, qui.
Sono perdutamente, miseramente solo.
Sento costantemente di affogare, ma l’unico fluido in cui credo di annaspare altro non è che un implacabile senso di angoscia.
Tuttavia, sono calmo.
Profondamente calmo.

si arriva volentieri fino alla fine per sapere che diavolo aveva in mente il tizio. Ma il finale si rivela un gigantesco “E allora?” che smorza ogni entusiasmo. Peccato.
Racconto che riesce persino a suscitare un briciolo di inquietudine, rovinato da un lato dallo stile, dall’altro dalla conclusione.

Exeat di D.F. Lycas

Divertente! L’idea centrale qui è davvero kawaii e fa perdonare sia una scrittura non eccelsa – specie nelle descrizioni – sia il fatto che siamo ampiamente fuori tema, visto che la storia d’amore tra i due demoni protagonisti potrebbe non esserci e non cambierebbe niente.
Non posso rivelare alcun dettaglio per non rovinare la lettura, dunque citerò solo tra spoiler la filastrocca finale, che ho gradito:
Mostra la filastrocca ▼


Un buon racconto; complimenti all’autore, che si firma con lo pseudonimo D.F. Lycas.

Illustrazione per Lycas
L’illustrazione di Marco Zorzan per il racconto di D.F. Lycas

Amami di Marco Dominici

Il racconto di Marco Dominici si rivela sconclusionato, per la serie: l’ho scritto così come capita, e non mi interessa neppure rileggerlo.
In buona sostanza: il protagonista si è risposato dopo che la prima moglie è sparita o morta; la moglie attuale un bel giorno scende in cantina e afferra per i capelli quella che crede essere una parrucca e in realtà è la prima moglie zombie. A questo punto il protagonista comincia a somministrare di nascosto sonniferi alla moglie per avere le nottate libere e andare lui in cantina a farselo succhiare dalla zombie. La moglie lo scopre e lui decide di rinchiuderla in una cripta sotterranea perché non le piace che la sua sposa dica le parolacce.
Chiaro, no?
Lo stile oscilla dalla quasi decenza all’incomprensibile, specie nelle scene d’azione. D’altra parte anche se lo stile fosse perfetto il racconto continuerebbe a non avere alcun senso.

Very gothic molto Cesenatico old style di Stefano Fantelli

Stefano Fantelli narra in prima persona con un certo piglio, dando al suo protagonista una voce ben distinta. Onestamente non apprezzo molto quando i personaggi in prima persona hanno consapevolezza di star scrivendo, tipo:

Compro delle piadine farcite e poi mi infilo in uno di quei negozi che vendono di tutto, dalle sigarette alle creme solari, dai giocattoli ai vestiti, dai portachiavi alle bibite; e prendo una cosa che mi servirà stanotte contro il vampiro.
Sono molto fiero di aver usato il “punto e virgola” nel passaggio precedente. Ho pubblicato tre libri e più di cento racconti su riviste e non credo di aver mai usato il “;” e per questo mi sono sempre sentito un po’ in colpa.

Tuttavia il tono generale del racconto è sull’ironico/divertente e queste cadute di stile possono essere scusabili.
Ho invece apprezzato che nonostante quanto riportato nel brano di cui sopra, in realtà il mostro non sia un vampiro. Non svelo cosa sia per non rovinare la sorpresa.
C’è da aggiungere che questo racconto c’entra nell’antologia come i cavoli a merenda: fa più ridere che paura, e non c’è alcun tipo di storia d’amore; non c’è nulla di romantico o di erotico. Perciò in pratica manca sia la parte Lovers sia quella Horror.
Nonostante ciò, nel complesso ho gradito.

Le regole del gioco di Gianfranco Staltari

Trovo poco elegante per il curatore di un’antologia inserire un proprio racconto nel libro che deve preparare. È una pratica di cattivo gusto diffusa in Italia, molto meno nel mondo anglosassone. Per esempio quando Jeff VanderMeer ha curato l’antologia The New Weird, non ha proposto suoi racconti, nonostante fosse il principale esponente del New Weird a livello mondiale.
Tra l’altro Gianfranco Staltari, nella brevissima prefazione – un paio di facciate striminzite – scrive:

[...] dopo una lunga e faticosa selezione di scrittori e racconti (alcuni scartati davvero a malincuore) [...]

Deve sul serio avere una grandissima stima di sé e della propria narrativa per scartare i racconti altrui a favore del suo! Orgoglio giustificato? No. Anzi, il racconto di Staltari si rivela essere forse il peggiore dell’antologia.

È una storiella miserrima che vede il protagonista frequentare una ragazza molto carina e molto più giovane di lui. I due escono insieme, fanno passeggiate, cenette romantiche, si scambiano sguardi languidi ma lei non gliela dà. Il protagonista non pare più di tanto infastidito da questa circostanza finché a una festa natalizia vede la sua lei sbaciucchiare un altro.
Scatta il raptus della gelosia e il nostro eroe usando un coltello che:

Devo averlo preso dalla tavola quando sono entrato, senza rendermene nemmeno conto.

ammazza lei, il tizio che lei stava baciando e tutti(!) gli invitati alla festa, i quali, intorpiditi dal panettone:

Piatti sporchi, bicchieri, bottiglie di spumante, vino e birra, panettoni smangiati, mostrano uno spettacolo di disordine e scempio.

non oppongono la minima resistenza…

Panettone e coltello
Il coltello preso senza neanche accorgersene dalla tavola e il panettone smangiato. Ah, l’orrore, l’orrore!

È un racconto che non ha molto senso, scritto in modo approssimativo, pochissimo mostrato e che non elargisce neanche il brivido di un po’ di sangue, dato che l’intera mattanza si riduce a:

A uno a uno li finisco, questi ragazzi che fingono di essere adolescenti.

Racconto inutile, ci metto la mano sul fuoco che si poteva trovare di meglio.

A piedi nudi nel sangue di Marco Vallarino

Il racconto avrebbe al suo nucleo un’idea carina, anche se non proprio originalissima, purtroppo è rovinato da una serie di problemi tecnici di stile e di struttura.
La trama vede la protagonista terrorizzata dalle torri, fin da bambina. Addirittura non può sopportare la casella con la torre nel Gioco dell’Oca. Finché da grande non si ritrova in una torre diroccata in compagnia di un focoso fantasma – il cui nickname da vivo era Devil(…) – che le farà dimenticare la paura a furia di amplessi(…):

Ogni sera, Elena lasciava la torre stremata di orgasmi, senza aver mangiato né bevuto, nutrendosi solo del piacere che le veniva profuso a piene mani.
[...]
A Torino, Elena riprese di malavoglia a studiare. Ogni momento libero, lo passava a masturbarsi selvaggiamente, ripensando agli orgasmi nella torre.

Ma il fantasma in cambio di tutto questo amore vuole che Elena uccida per lui…
Non svelo il resto della vicenda perché il racconto non è del tutto atroce e a qualcuno potrebbe interessare. Certo se ogni tanto fosse anche mostrato sarebbe meglio; e la storia sarebbe stata molto più intrigante se l’autore avesse tenuto un solo punto di vista, in modo che la maledizione della torre si potesse dipanare piano piano davanti al lettore, invece di essere spiattellata.
Infine la vicenda è presa con troppo anticipo e ci sono un sacco di pagine superflue: non a caso questo è il racconto più lungo presente nell’antologia.
Racconto che se riscritto con un certo criterio sarebbe potuto risultare decente.

Verde come la laguna di Claudio Vergnani

Si chiude l’antologia in modo triste con questo raccontino di Claudio Vergnani. In poche parole: un playboy con tendenze al sadismo e che si racconta in prima persona usando termini vaghi per far credere al lettore che potrebbe essere un vampiro o simile, incontra una donna-vespa che forse gli farà fare una brutta fine.
L’idea dovrebbe essere quella del mostro che incontra un mostro più cattivo di lui, ma la realizzazione è svogliata, e la storia non suscita la minima emozione. In più è anche inverosimile: per esempio il protagonista vede che da un occhio della donna che in teoria vorrebbe sedurre

stillava un umore giallastro

e la constatazione non gli fa né caldo né freddo, tutto a posto, ehi, a me cola il naso!
Come nel racconto di Staltari a salvare la situazione non interviene neppure un po’ di sangue; l’unico momento di orrore dell’intera vicenda è il seguente passaggio, che tra l’altro non ho ben capito cosa significhi:

Da una porta socchiusa intravedo una stanza buia, spoglia, priva di mobili e finestre, murata. Qualcosa dentro di me mi dice di non avvicinarmi, di non guardare, di non sapere. Ma mi accosto, preda di una fascinazione paurosa. Intuisco, più ancora che vedere, scaglie svuotate sul pavimento. Ce ne sono a decine, rinsecchite, maleodoranti, annerite. Solo le teste hanno ancora un aspetto umano.

Mah!
Nel complesso racconto bruttissimo.

* * *

Chi segue il blog da tempo magari si ricorderà che qualche anno fa giunse a commentare l’editor di un’antologia all’epoca di imminente pubblicazione: La sete. Era un’antologia horror con racconti di soli autori italiani dedicata ai vampiri. L’editor ne magnificò le doti nel contempo denigrandomi perché non apprezzava lo stile delle mie recensioni. Il tizio mi fece incazzare, ma lo stesso, quando il libro uscì su emule lo scaricai e lo lessi: uno schifo senza appello. Un tale scempio che non mi venne neanche voglia di ridicolizzarlo sul blog.
Se paragoniamo Horror Lovers a La sete un certo progresso c’è stato nell’ambito dell’horror made in Italy, ma la strada è ancora lunga.

Copertina de La Sete
Copertina dell’antologia La Sete uscita per Coniglio Editore. Coniglio Editore ha chiuso i battenti alla fine del 2011

Dato il coinvolgimento di un’amica nel progetto non metto un giudizio in gamberi come in una recensione formale, lo stesso posso risponde alla domanda: vale la pena spendere 15 euro per Horror Lovers? E la risposta è no, anche tenendo conto che si tratta di appena 158 pagine (circa 40.000 parole). Tuttavia se il genere vi interessa, e dovesse uscire in ebook a prezzi ragionevoli (magari sotto i 3-4 euro), potrebbe valere la pena.


Approfondimenti:

bandiera IT Horror Lovers presso Cordero Editore
bandiera IT Horror Lovers su iBS.it
bandiera IT Il sito personale del curatore, Gianfranco Staltari

bandiera IT La fine di Coniglio Editore

Scritto da GamberolinkCommenti (11)Lascia un Commento » feed bianco Feed dei commenti a questo articolo Questo articolo in versione stampabile Questo articolo in versione stampabile • Donazioni

Persa per strada

Copertina di The Road Titolo originale: The Road
Autore: Cormac McCarthy

Anno: 2006
Nazione: U.S.A.
Lingua: Inglese
Editore: Knopf

Genere: Fantascienza post apocalittica
Pagine: 256

Qualche tempo fa una lettrice del blog mi raccomandava di occuparmi del romanzo La Strada di Cormac McCarthy. Io ero un po’ scettica perché McCarthy non è un autore di narrativa fantastica e non ci si improvvisa scrittori di genere dall’oggi al domani. Ma dato che il romanzo si trova gratis e non è molto lungo, l’ho letto. È un discreto romanzo, scritto a tratti molto bene, però lascia il tempo che trova. Non aggiunge niente all’infinita schiera di romanzi post apocalittici che inizia già nel 1826 con The Last Man di Mary Shelley.

Nota: ho letto il romanzo in inglese. Non avevo voglia di rileggerlo in italiano, però, da alcuni brani presi a caso, mi pare che quella di Martina Testa per Einaudi sia una traduzione adeguata. Infatti la userò per gli estratti contenuti in questa recensione.

Per chi volesse leggere il romanzo, può trovarlo in inglese su gigapedia (per maggiori informazioni su gigapedia si veda questo articolo):

Copertina di The Road The Road di Cormac McCarthy (Knopf, 2006).

Oppure in italiano su emule. Occorre cercare:

Icona di un mulo Bluebook.0376.ITA.Cormac.McCarthy.La.Strada.rar (900.610 bytes)

Copertina de La Strada
Copertina dell’edizione italiana

Trama

Nel prossimo futuro, una non meglio specificata catastrofe ha colpito la Terra. Non è mai chiarito cosa sia successo – ci sono indizi che possa essere stata una guerra atomica, ma è un’ipotesi come un’altra –, sta di fatto che le città sono in rovina, il cielo è sempre coperto, la cenere è ovunque, fa un freddo cane, non cresce più niente, gli animali sono tutti morti e i pochi uomini sopravvissuti spesso sono costretti a mangiarsi a vicenda per non crepare di fame.

In questo scenario apocalittico si aggirano l’uomo e suo figlio, un bambino di età imprecisata. Il loro scopo è percorrere la strada del titolo verso Sud. Non sanno cosa li aspetti a Sud, hanno solo una vaga speranza che a Sud il clima sia meno inclemente, o forse che a Sud esista qualche comunità umana che non sia una banda di cannibali. In realtà il trascinarsi verso Sud è una specie di scusa che si danno per non cedere alla disperazione e lasciarsi morire.
L’uomo, per buona parte del romanzo, spinge a fatica un carrello della spesa che contiene le provviste dei due. È una sorta di versione da supermercato di Lone Wolf and Cub.

Fotogramma da The Road
L’uomo e il bambino in un fotogramma del film The Road, tratto dal romanzo. Il film è uscito nei cinema americani il mese scorso

Fotogramma da Lone Wolf and Cub
Ogami Itto e suo figlio Daigoro dal film Lone Wolf and Cub: Baby Cart to Hades

In pratica non compaiono altri personaggi. E qui sta il primo problema: non succede mai niente. Anche i rari incontri con i cannibali si risolvono sempre in poche pagine (per altro molto ben scritte, le fughe precipitose dei protagonisti creano la giusta tensione) e senza conseguenze. Lo scenario è monotono e l’azione è ripetitiva: disperarsi – avere fame – cercare da mangiare – ingozzarsi – disperarsi – avere fame – cercare da mangiare – fuggire dai cannibali – ingozzarsi – disperarsi – e così via.
Data l’ambientazione è uno svolgersi realistico degli eventi, rimane il fatto che sia un pochino noioso. Per fortuna McCarthy non la tira troppo per le lunghe, e fa concludere il romanzo in poco più di 200 pagine.

Non aiuta il coinvolgimento che due dei principali “incidenti” non siano il massimo che si poteva ideare…
Mostra gli incidenti farlocchi ▼

Come non succede niente nel mondo, così poco o niente succede nella testa dei personaggi. Sono una coppia di disgraziati disperati all’inizio, sono una coppia di disgraziati disperati alla fine. Per carità, è realistico: se non ti succede niente, la tua personalità non cambia. Però anche qui si poteva far meglio. In particolare ho trovato stucchevole il dettaglio della “bontà”. I due si ripetono a vicenda di essere i “buoni”, di avere dei principi; per esempio loro non mangeranno mai carne umana. Ok, ma mi sarebbe piaciuto che l’autore mettesse alla prova i loro propositi, e questo non succede.
Mostra la bontà ▼

McCarthy gioca con la pistola, e questo l’ho trovato irritante.
Mostra dettagli sulla pistola ▼

Il finale del romanzo è pessimo. Leggendo varie recensioni qui e là in Rete ho visto che invece a molti è piaciuto: commuovente, struggente, toccante, poetico, bla bla bla. A me non ha fatto né caldo né freddo (i vantaggi di avere un cuore marcio), se non sorridere per l’ingenuità della situazione.
Mostra il finale ▼

Stile

Se la trama non brilla per originalità e azione, lo stile è buono. McCarthy narra in terza persona limitata, tenendo la telecamera sempre sulle spalle o nella testa dell’uomo. Il punto di vista è mantenuto saldamente. Gli unici pensieri, gli unici sogni, gli unici flashback riguardano l’uomo.

L’inforigurgito è tenuto sotto controllo con maestria. Vero, diversi aspetti della vicenda rimangono nell’ombra – a cominciare da quale sia stata la catastrofe –, però è meglio così che non avere spiegazioni da parte del Narratore o pensieri e dialoghi che suonino falsi.

bandiera EN [l'uomo ha raggiunto un ladro che ha rubato il carrello] He looked at them. He looked at the boy. He was an outcast from one of the communes and the fingers of his right hand had been cut away. He tried to hide it behind him. A sort of fleshy spatula. The cart was piled high. He’d taken everything.

bandiera IT [l'uomo ha raggiunto un ladro che ha rubato il carrello]L’altro li guardò. Guardò il bambino. Era stato espulso da una comune e gli avevano tagliato le dita della mano destra. Cercava di nasconderla dietro la schiena. Una specie di spatola carnosa. Il carrello era stracolmo. Si era preso tutto.

L’uomo riconosce dalle dita tagliate del ladro che il ladro è stato espulso da una comune. È un pensiero naturale: se tu vedi qualcuno con le falangi tagliate, è spontaneo pensare “yakuza!”. Sarebbe molto meno spontaneo pensare a cosa sia la yakuza. E infatti McCarthy non aggiunge altro sulla comune o le sue regole. In una marea di fantasy qui ci sarebbero state due pagine con vita, morte e miracoli della comune; oppure sarebbe seguito un dialogo dove il ladro racconta la sua triste vicenda. Niente di tutto ciò ne La Strada. Ed è giusto così.

Dito tagliato
Non provateci a casa!

I dialoghi non sono delimitati da alcun tipo di virgolette, né ci sono dialogue tag, tranne occasionali “disse” iniziali per chiarire quale sia il personaggio che pronuncia la prima battuta. Sono, in generale, dialoghi brevi e laconici; data la situazione del tutto realistici.
Nell’articolo dedicato ai dialoghi, avevo posto il problema di brillantezza contro verosimiglianza. McCarthy si schiera con la verosimiglianza. Probabilmente per questa storia è la scelta giusta, però:

bandiera EN They spent the day there, sitting among the boxes and crates.
You have to talk to me, he said.
I’m talking.
Are you sure?
I’m talking now.
Do you want me to tell you a story?
No.
Why not?
The boy looked at him and looked away.
Why not?
Those stories are not true.
They dont have to be true. They’re stories.
Yes. But in the stories we’re always helping people and we dont help people.
Why dont you tell me a story?
I dont want to.
Okay.
I dont have any stories to tell.
You could tell me a story about yourself.
You already know all the stories about me. You were there.
You have stories inside that I dont know about.
You mean like dreams?
Like dreams. Or just things that you think about.
Yeah, but stories are supposed to be happy.
They dont have to be.
You always tell happy stories.
You dont have any happy ones?
They’re more like real life.
But my stories are not.
Your stories are not. No.
The man watched him. Real life is pretty bad?
What do you think?
Well, I think we’re still here. A lot of bad things have happened but we’re still here.
Yeah.
You dont think that’s so great.
It’s okay.

bandiera IT Passarono la giornata lì, seduti in mezzo agli scatoloni e alle casse.
Mi devi parlare, disse al bambino.
Ti sto parlando.
Sei sicuro?
Sì, adesso sto parlando.
Vuoi che ti racconti una storia?
No.
Perché no?
Il bambino lo guardò e poi distolse lo sguardo.
Perché no?
Quelle storie non sono vere.
Non devono essere per forza vere. Sono storie.
Sì. Ma nelle storie aiutiamo sempre qualcuno, mentre in realtà non aiutiamo nessuno.
Perché non me la racconti tu una storia?
Non mi va.
Ok.
Non ho nessuna storia da raccontare.
Potresti raccontarmi una storia che parla di te.
Le sai già tutte le storie che parlano di me. C’eri anche tu.
Ma dentro di te hai delle storie che io non conosco.
Cioè, come i sogni?
Per esempio. O anche le cose a cui pensi.
Sì, ma le storie dovrebbero essere allegre.
Non per forza.
Tu racconti sempre storie allegre.
E tu non ne hai di storie allegre?
Assomigliano più alla vita reale.
Invece le mie storie no.
Le tue storie no. Infatti.
L’uomo lo fissò. La vita reale è molto brutta?
Secondo te?
Be’, io dico che siamo ancora qui. Sono successe un sacco di cose brutte ma siamo ancora qui.
Già.
A te non sembra una gran cosa.
Boh.

Il “Boh” finale nella traduzione italiana è infelice, ma per il resto il senso è quello. D’accordo, nessuno si aspetta giochi di parole, ironia & brillantezza quando stai crepando di fame, ma forse McCarthy poteva sforzarsi di più. Qui è molto: “Ok, ben scritto, e allora? Boh”.
Un altro passaggio da far piangere per la banalità:

bandiera EN You forget some things, dont you? [disse il bambino]
Yes. You forget what you want to remember and you remember what you want to forget.

bandiera IT Però certe cose uno se le dimentica, no? [disse il bambino]
Sì. Ci dimentichiamo le cose che vorremmo ricordare e ricordiamo quelle che vorremmo dimenticare.

No, McCarthy, le frasette dei Baci Perugina non sono l’ideale fonte di ispirazione.

Dove McCarthy è bravo è nelle descrizioni. Pur avendo a che fare con uno scenario senza colori, dominato dal grigio del cielo, dal grigio della cenere, dal grigio della fuliggine che ricopre strade, case, e alberi carbonizzati, se la cava egregiamente. Meglio di Dan Simmons ne La Scomparsa dell’Erebus (The Terror, 2007) – lì Simmons era alle prese con la monotonia di ghiaccio, neve, brina, iceberg, seracchi, ecc. – e molto meglio di Altieri nella trilogia di Magdeburg – la Germania di Altieri è anche lei dominata dalla cenere, dal cielo grigio, dal fumo degli incendi.

Copertina de La Scomparsa dell’Erebus
Copertina de La Scomparsa dell’Erebus. Ne ho parlato brevemente in questo articolo

Non che McCarthy sia perfetto. Non mancano le cadute di stile, roba di questo genere:

bandiera EN In the evening the murky shape of another coastal city, the cluster of tall buildings vaguely askew. He thought the iron armatures had softened in the heat and then reset again to leave the buildings standing out of true. The melted window glass hung frozen down the walls like icing on a cake.

bandiera IT A sera, i contorni indistinti di un’altra città di mare, un nucleo di alti edifici vagamente sbilenchi. L’uomo pensò che le armature di ferro dovevano essersi ammorbidite per il calore e poi risolidificate lasciando gli edifici fuori asse. Le finestre si erano rapprese lungo i muri come glassa su una torta.

Siamo verso la fine del romanzo. Dopo 200 pagine di grigio, cenere, fuliggine, nebbia, freddo, disperazione mi metti che le finestre erano come la glassa sulla torta? Brutto strafalcione. Per fortuna è l’unico così grave.

bandiera EN He got up and walked out to the road. The black shape of it running from dark to dark. Then a distant low rumble. Not thunder. You could feel it under your feet. A sound without cognate and so without description.

bandiera IT Si alzò e uscì sulla strada. Un nastro nero dal buio verso il buio. Poi un rombo sommesso in lontananza. Non un tuono. Lo si avvertiva sotto i piedi. Un suono senza pari e quindi impossibile da descrivere.

Non importa se tu sei Gamberetta, Omero, Shakespeare o McCarthy: il suono “indescrivibile” è brutto!

bandiera EN He looked at the sky. A single gray flake sifting down. He caught it in his hand and watched it expire there like the last host of Christendom.

bandiera IT Guardò il cielo. Un unico fiocco grigio che planava leggero. Lo prese in mano e lo guardò disfarsi come se fosse l’ultimo esercito della cristianità.

Impegnati, McCarthy! Le similitudini servono per rendere più chiaro il concetto!
EDIT: Anch’io leggendo “host” l’avevo intenso nel suo significato di “moltitudine”. Ma mi è stato giustamente fatto notare che la traduzione più probabile è quella di “ostia”. In questo caso la similitudine ha molto più senso, anche se non rimane lo stesso una granché – perché lo sciogliersi dell’ultima ostia dovrebbe essere diverso dallo sciogliersi di una qualunque altra ostia?
Ci sono poi altri punti con aggettivi di troppo o metafore non proprio centrate – l’incipit ad esempio non è granché, anche se lì c’è la parziale giustificazione che si tratta di un sogno –, ma lo dico io per prima: sto facendo le pulci a McCarthy perché mi piace tenermi in allenamento; sono dettagli minimi che non influenzano il piacere della lettura.

Ora, uno dei miti più frequenti che si sentono è questo: “Per imparare a scrivere basta leggere.” Poniamo sia vero. Poniamo che una persona legga McCarthy e riesca a imitarlo. Ha imparato a scrivere bene? No.

bandiera EN He carried a jar of green beans and one of potatoes to the front door and by the light of a candle standing in a glass he knelt and placed the first jar sideways in the space between the door and the jamb and pulled the door against it. Then he squatted in the foyer floor and hooked his foot over the outside edge of the door and pulled it against the lid and twisted the jar in his hands. The knurled lid turned in the wood grinding the paint. He took a fresh grip on the glass and pulled the door tighter and tried again. The lid slipped in the wood, then it held. He turned the jar slowly in his hands, then took it from the jamb and turned off the ring of the lid and set it in the floor.

bandiera IT Andò alla porta con un barattolo di fagiolini e uno di patate e alla luce di una candela infilata in un bicchiere si inginocchiò, coricò il primo barattolo contro lo stipite e chiuse la porta fino a incastrarlo. Poi si accovacciò sul pavimento dell’ingresso, agganciò il piede allo spigolo della porta, lo tenne premuto contro il coperchio e ruotò il barattolo con le mani. Il coperchio zigrinato raschiò contro il legno grattando via la vernice. L’uomo assicurò meglio la presa, tirò più forte la porta e ci riprovò. Il barattolo scivolò sul legno, ma poi si bloccò. Lui lo ruotò lentamente con le mani, poi lo allontanò dallo stipite, staccò la guarnizione dal coperchio e la appoggiò a terra.

Qui c’è una minuziosa descrizione di come il protagonista apre un barattolo di fagiolini. In questo romanzo è giusta. Perché in questo romanzo aprire un barattolo è questione di vita o di morte, è di importanza capitale per l’uomo. In qualunque altro romanzo, un “aprì il barattolo” è più che sufficiente. Se imitassi pedissequamente McCarthy, inserendo descrizioni minuziose ovunque, senza tenere conto della loro importanza nell’ambito della storia, scriverei da cani.

Barattolo di fagiolini
Il mio regno per un barattolo di fagiolini

bandiera EN He was about to get up again when he realized that he’d been looking at the fasteners in the bulkhead on the far side of the cockpit. There were four of them. Stainless steel. At one time the benches had been covered with cushions and he could see the ties at the corner where they’d ripped away. At the bottom center of the bulkhead just above the seat there was a nylon strap sticking out, the end of it doubled and cross-stitched. He looked at the fasteners again. They were rotary latches with wings for your thumb. He got up and knelt at the bench and turned each one all the way to the left. They were springloaded and when he had them undone he took hold of the strap at the bottom of the board and pulled it and the board slid down and came free. Inside under the deck was a space that held some rolled sails and what looked to be a two man rubber raft rolled and tied with bungee cords. A pair of small plastic oars. A box of flares. And behind that was a composite toolbox, the opening of the lid sealed with black electrical tape. He pulled it free and found the end of the tape and peeled it off all the way around and unlatched the chrome snaps and opened the box. Inside was a yellow plastic flashlight, an electric strobebeacon powered by a drycell, a first-aid kit. A yellow plastic EPIRB. And a black plastic case about the size of a book. He lifted it out and unsnapped the latches and opened it. Inside was fitted an old 37 millimeter bronze flarepistol. He lifted it from the case in both hands and turned it and looked at it. He depressed the lever and broke it open. The chamber was empty but there were eight rounds of flares fitted in a plastic container, short and squat and newlooking. He fitted the pistol back in the case and closed and latched the lid.

bandiera IT Stava per alzarsi di nuovo quando si accorse di avere sotto gli occhi gli elementi di fissaggio della paratia opposta. Ce n’erano quattro. Di acciaio inossidabile. Un tempo le panche erano coperte di cuscini e in un angolo si vedevano ancora i lacci da cui si erano strappati. Al centro della paratia, appena sopra il sedile, sbucava una fascetta di nylon ripiegata e cucita su se stessa. L’uomo guardò di nuovo gli elementi di fissaggio. Erano dei chiavistelli girevoli con delle alette in cui infilare il pollice. Si alzò e si inginocchiò davanti alla panca, e li ruotò tutti e quattro verso sinistra. Erano a molla, e quando li ebbe fatti scattare afferrò la fascetta di nylon attaccata alla tavola e tirò, la tavola scorse giù e venne via. All’interno, sotto il ponte, c’era un vano che conteneva delle vele arrotolate e quello che sembrava un canotto gonfiabile per due persone arrotolato e legato con funi elastiche. Un paio di piccoli remi di plastica. Una scatola di razzi segnalatori. E dietro, una cassetta degli attrezzi in materiale composito con il coperchio sigillato da un pezzo di nastro isolante nero. La tirò fuori, trovò l’estremità del nastro isolante e lo strappò via srotolandolo tutto, poi sbloccò le chiusure cromate e sollevò il coperchio. Dentro c’erano una torcia elettrica di plastica gialla, un lampeggiante stroboscopico alimentato da una pila a secco e un kit di pronto soccorso. Una radioboa d’emergenza di plastica gialla. È una valigetta di plastica nera grande suppergiù quanto un libro. La tirò fuori, fece scattare le serrature e la aprì. All’interno, una vecchia pistola lanciarazzi 37 millimetri color bronzo. La prese con tutte e due le mani, la rigirò e la guardò. Tolse il fermo e la aprì. Il tamburo era vuoto ma in un contenitore di plastica c’erano otto cartucce, corte, tozze, apparentemente nuove. Risistemò la pistola nella scatola, abbassò e chiuse il coperchio.

Qui abbiamo un’estrema precisione di linguaggio, compreso l’uso di locuzioni poco comuni, come “lampeggiante stroboscopico” o “radioboa d’emergenza” (notare che in inglese è lasciato l’acronimo – “EPIRB” – ancora più specifico). Se io uso nelle mie descrizioni questa precisione di linguaggio faccio sempre bene? No! Dipende dal punto di vista che adotti. Se il tuo punto di vista può permettersi di pensare in questi termini va bene, se il tuo punto di vista è una svampita quindicenne fan di Twilight, scrivere così significa scrivere male. Infatti McCarthy lascia intuire fin dal principio che il suo punto di vista è quello di un uomo con un minimo di cultura; si veda per esempio questo stralcio di dialogo, nelle prime pagine:

bandiera EN Because the bullet travels faster than sound. It will be in your brain before you can hear it. To hear it you will need a frontal lobe and things with names like colliculus and temporal gyrus and you wont have them anymore. They’ll just be soup. [disse l'uomo]
Are you a doctor?
I’m not anything.

bandiera IT Perché la pallottola viaggia più veloce del suono. Entrerà nel tuo cervello prima che tu la senta. Per sentirla ti servirebbero il lobo frontale e degli affari chiamati collicolo e giro temporale, che tu non avrai più. Saranno ridotti in poltiglia. [disse l'uomo]
Sei un medico?
Non sono un bel niente.

Prendiamo quest’altra descrizione:

bandiera EN The roadside hedges were gone to rows of black and twisted brambles. No sign of life. He left the boy standing in the road holding the pistol while he climbed an old set of limestone steps and walked down the porch of the farmhouse shading his eyes and peering in the windows. He let himself in through the kitchen. Trash in the floor, old newsprint. China in a breakfront, cups hanging from their hooks. He went down the hallway and stood in the door to the parlor. There was an antique pumporgan in the corner. A television set. Cheap stuffed furniture together with an old handmade cherrywood chifforobe. He climbed the stairs and walked through the bedrooms. Everything covered with ash. A child’s room with a stuffed dog on the windowsill looking out at the garden. He went through the closets. He stripped back the beds and came away with two good woolen blankets and went back down the stairs. In the pantry were three jars of homecanned tomatoes. He blew the dust from the lids and studied them. Someone before him had not trusted them and in the end neither did he and he walked out with the blankets over his shoulder and they set off along the road again.

bandiera IT Le siepi ai bordi della strada avevano ceduto a file di rovi neri e ritorti. Nessun segno di vita. L’uomo lasciò il bambino in mezzo alla strada con la pistola in mano, sali una vecchia gradinata in pietra porosa e fece qualche passo sulla veranda della fattoria, riparandosi gli occhi con la mano e sbirciando dalle finestre. Entrò passando dalla cucina. Rifiuti per terra, vecchi giornali. Stoviglie di porcellana su una credenza, tazze appese ai ganci. Percorse il corridoio e si fermò sulla porta del salottino. In un angolo c’era un antiquato organo a pedali. Un televisore. Poltrone e divani da quattro soldi e un vecchio armadio di ciliegio fatto a mano. Sali al piano di sopra e girò per le stanze da letto. Era tutto coperto di cenere. Una cameretta da bambini con un cane di pezza sul davanzale, affacciato a guardare il giardino. Rovistò negli armadi. Disfece i letti e ne ricavò due belle coperte di lana, poi ridiscese al piano di sotto. Nella dispensa c’erano tre barattoli di pomodori in conserva fatti in casa. Soffiò via la polvere dai coperchi e li esaminò. Qualcuno passato di lì prima di lui non si era fidato, e alla fine non si fidò neanche lui; usci con le coperte in spalla e ripresero la strada.

È una buona descrizione: linguaggio preciso e abbondanza di particolari concreti. Notare però com’è silenziosa. E in questo romanzo va benissimo, perché regna la desolazione e ogni suono è attutito dalla patina di cenere che ricopre il mondo. Però, se io scrivessi un altro romanzo e non inserissi mai alcun rumore, alcun suono, non produrrei descrizioni particolarmente buone.

Perciò: si può imparare leggendo, ma solo se sai già cosa guardare. Se già sai che una descrizione deve essere filtrata dal punto di vista, se già sai che devi descrivere solo quello che ha importanza per la storia, se già sai qual è il legame tra descrizioni e ambientazione. Non sono dettagli secondari. Sono questioni fondamentali che difficilmente si possono imparare se nessuno te le insegna.

Conclusioni

The Road mi ha dato l’impressione di essere un esercizio di stile. Come se McCarthy dicesse: “Adesso vi faccio vedere come si scrive un romanzo decente senza una trama degna di questo nome e senza personaggi affascinanti e senza mezza idea originale e senza un’ambientazione interessante, ma solo con una corretta gestione della narrazione.” Operazione riuscita a metà: il romanzo si lascia leggere e non è brutto, ma di sense of wonder non ce n’è manco una goccia. Giudicato nell’ambito della narrativa fantastica è insignificante. Infatti, pur avendo vinto il Premio Pulitzer del 2007 come miglior opera di narrativa, non è neanche entrato nella lista dei finalisti di nessuno dei principali premi dedicati al fantastico (Hugo, Nebula, World Fantasy, Locus, ecc.)
Nel complesso non vale la pena spendere i 18 euro dell’edizione italiana, tuttavia vale la pena dedicare qualche ora alla lettura dell’edizione elettronica gratuita.

Invece mi sento di consigliare senza remore un altro romanzo post apocalittico, che mi è capitato di leggere un paio di mesi fa: Bartorstown. La città proibita (The Long Tomorrow, 1955) di Leigh Brackett. Lo trovate su emule in italiano cercando:

Icona di un mulo eBook.ITA.877.Leigh.Brackett.La.Città.Proibita.(doc.lit.pdf.rtf).[Hyps].rar (1.724.687 bytes)

Copertina de La Città Proibita
Copertina dell’edizione Urania de La Città Proibita

Dopo la guerra nucleare, la Costituzione degli Stati Uniti è stata cambiata: è illegale costituire centri abitati con più di duemila abitanti o più di duecento edifici. La guerra è stata colpa delle città, del progresso, della tecnologia. I nuovi Stati Uniti sono un paese rurale, con gli abitanti che vivono isolati in fattorie o villaggi sperduti. Scienza e tecnologia sono bandite. Decine di sette religiose – più o meno folli – si sono diffuse ovunque.
In questo clima di forzato ritorno alla campagna, due ragazzi, Esau e Len, scoprono per caso dell’esistenza di Bartorstown, una città dove gli ultimi scienziati tentano di mantenere viva la fiammella della civiltà. I due ragazzi partono alla ricerca dell’elusiva città. Non sanno però quale terrificante segreto si nasconde nelle viscere della Città Proibita!

La Brackett non ha la raffinatezza stilistica di McCarthy ma non scrive male. In più la storia è divertente ed emozionante, specie nella prima parte. L’ultima parte è un po’ sfilacciata, ma non mancano momenti notevoli e qualche scintilla di sense of wonder. Alcune situazioni ricordano da vicino i videogiochi di Fallout: credo che La Città Proibita piacerà in particolare agli appassionati di tali giochi.


Approfondimenti:

bandiera IT La Strada su iBS.it
bandiera EN The Road su Amazon.com
bandiera EN The Road su Wikipedia
bandiera EN Elenco delle recensioni a The Road
bandiera EN The Cormac McCarthy Society

 

Giudizio:

Ottime descrizioni. +1 -1 Romanzo monotono.
Stile in generale buono, senza una parola di troppo. +1 -1 Finale pessimo.
Deliziosa atmosfera di disperazione. +1 -1 Nessuna idea originale.

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Scritto da GamberolinkCommenti (84)Lascia un Commento » feed bianco Feed dei commenti a questo articolo Questo articolo in versione stampabile Questo articolo in versione stampabile • Donazioni

Recensioni :: Romanzo :: Leviathan

Copertina di Leviathan Titolo originale: Leviathan
Autore: Scott Westerfeld
Illustrazioni: Keith Thompson

Anno: 2009
Nazione: U.S.A.
Lingua: Inglese
Editore: Simon Pulse

Genere: Steampunk per fanciulli
Pagine: 448

Giugno 1914. Il governo inglese invia la Leviathan, l’ammiraglia della propria flotta aerea, in missione segreta a Costantinopoli. Lungo la strada salgono a bordo Deryn Sharp, una ragazza scozzese che si è travestita da ragazzo per servire in aeronautica, e il Principe austriaco Aleksandar – Alek per gli amici –, in fuga dalla propria patria dopo l’assassinio del padre a Sarajevo.

Non è però il 1914 che conosciamo: nel mondo di Leviathan la tecnologia ha fatto passi da gigante sia nel campo della robotica, sia in quello della bioingegneria. I Tedeschi e gli Austro-Ungarici (i “Clanker”) si sono specializzati nella costruzione di corazzate terrestri e di enormi robot da guerra (qui chiamati walker, somiglianti ai “robottoni” di certi anime giapponesi o ai mech di giochi stile MechWarrior), mentre Inglesi, Francesi e Russi (i “Darwinisti”) hanno plasmato nuove forme di vita per gli usi più svariati. La stessa Leviathan è una creatura vivente, che mescola il DNA della balena con quello di decine di altre specie.
Booktrailer di Leviathan

Ciò premesso, il booktrailer e certo hype facevano credere che Leviathan fosse un romanzo di guerra. Non è così. Basta confrontare l’hype con i fatti. Per esempio un tizio, dopo aver letto una ARC[1], dichiarava:

bandiera EN Westerfeld has kicked off his new series with bang, averaging more battles and bombings per chapter than a textbook on both World Wars combined.

bandiera IT Westerfeld ha cominciato la sua nuova serie col botto. Ci sono più battaglie e bombardamenti per capitolo che in un libro di testo dedicato a entrambe le Guerre Mondiali.

Questi sono i fatti:

  • Capitoli presenti nel romanzo: 41.
  • Battaglie presenti: zero (ci sono 6 scontri a fuoco, ma esito a chiamarli “battaglie” dato che il numero di mezzi e uomini coinvolti si conta sulle dita delle mani – spesso di una mano sola).
  • Bombardamenti: zero (non viene sganciata alcuna bomba nel corso dell’intero romanzo – neanche una, neppure per sbaglio).
  • Massimo numero di walker o corazzate terrestri contemporaneamente presenti in una scena: 2.
  • Numero di combattimenti tra un walker e un “mostro” darwinista: zero.

In altre parole la Prima Guerra Mondiale rimane sullo sfondo. Chi si aspettava – io! – un’armata di robot tedeschi che attraversa la Manica per combattere contro un esercito di creature abominevoli ingegnerizzate a partire dal DNA del mostro di Loch Ness, rimarrà deluso. Niente di tutto questo è neppure accennato nel romanzo. Invece c’è una sana storia di avventura per bambini piena di buoni sentimenti.

Il mondo di Leviathan

Il 1914 dipinto in Leviathan ha un suo fascino, a tratti notevole, ma la costruzione di Westerfeld è semplicistica.

Mappa del mondo
Mappa allegorica dell’Europa di Leviathan. Clicca per ingrandire

I Clanker sono più o meno verosimili: in pratica non c’è molta differenza rispetto ai libri di storia, solo i carri armati si sono sviluppati qualche decennio prima e hanno gambe invece di cingoli. Westerfeld liquida la questione con una battuta di Alek:

bandiera EN How else would a war machine get around? On treads, like an old-fashioned farm tractor? What a preposterous idea.

bandiera IT Come potrebbe altrimenti spostarsi una macchina da guerra? Su cingoli, come i vecchi trattori agricoli? Che idea stravagante.

Anche se in verità non è mai spiegato perché le gambe dovrebbero essere un sistema di locomozione migliore dei cingoli: i walker non sono particolarmente veloci e hanno grossi problemi di stabilità in caso di terreno accidentato; se cadono non si possono rialzare senza aiuto; inoltre non sono “robottoni” intelligenti, hanno bisogno di equipaggio – nel romanzo non esistono computer a vapore o intelligenze artificiali, tutti i macchinari sono stupida ferraglia.
Tuttavia non ho trovato assurde le scene con i Clanker: vero, niente del genere può essere costruito neanche ai giorni nostri, però non è tecnicamente impossibile, e una certa tendenza tedesca al gigantismo per quanto riguarda i carri armati è storicamente corretta.

K Panzerkampfwagen

Nel 1917 il Ministero della Guerra tedesco ordina di approntare un super carro armato in grado di travolgere le linee nemiche anche nelle situazioni più difficili. Viene così progettato il “K-Wagen” una mostruosità da 120 tonnellate con 27 uomini di equipaggio, 4 cannoni e 7 mitragliatrici.

Modellino del K-Wagen
Un modellino di come sarebbe potuto apparire il K-Wagen

Dieci K-Wagen vengono commissionati, ma al termine della Guerra, nel novembre 1918, solo due esemplari sono in fase avanzata di costruzione, presso l’impianto di Riebe. Gli Alleati ordinano che i due super carri siano smantellati.

Il K-Wagen in costruzione
Il K-Wagen in costruzione

Per saperne di più sulle macchine da guerra tedesche nella Prima Guerra Mondiale, si può consultare il seguente volume, ricco di fotografie:

Copertina di German Panzers 1914-18German Panzers 1914-18 di Steven J. Zaloga (Osprey Publishing, 2006).

 

 

Se dalla Prima Guerra Mondiale si passa alla Seconda, si scoprono progetti ancora più ciclopici, dei quali ho già parlato.

Le azioni di combattimento con i Clanker spesso sono tirate per i capelli – e in un romanzo di Tom Clancy farebbero chiudere il libro – ma qui è fantasy!!! e sopporto. In fondo non c’è niente di scandaloso, nessun drago colpito al volo dalle catapulte di troisiana memoria. Tranne…
Mostra episodio bellico poco plausibile ▼

Il walker di Alek
Il walker di Alek. Può camminare così con le gambe piegate, oppure le gambe possono essere distese per un’andatura più veloce. Può perfino correre

I Darwinisti sono un altro paio di maniche. L’idea è che Charles Darwin non solo abbia scoperto il meccanismo dell’evoluzione, ma abbia anche scoperto come manipolare il DNA. Nell’arco di due generazioni gli scienziati hanno raggiunto un controllo completo sulla bioingegneria. Possono creare qualunque forma di vita, da singoli microbi fino a enormi navi viventi.
Come spiega Deryn, la bioingegneria ha sostituito la meccanica:

bandiera EN She remembered how Da had said London looked in the days before old Darwin had worked his magic. A pall of coal smoke had covered the entire city, along with a fog so thick that streetlamps were lit during the day. During the worst of the steam age so much soot and ash had decorated the nearby countryside that butterflies had evolved black splotches on their wings for camouflage.
But before Deryn had been born, the great coal-fired engines had been overtaken by fabricated beasties, muscles and sinews replacing boilers and gears. These days the only chimney smoke came from ovens, not huge factories, and the storm had cleared even that murk from the air.

bandiera IT Ricordò come papà aveva descritto l’aspetto di Londra prima che il vecchio Darwin compisse i suoi miracoli. Fumo di carbone aveva ricoperto l’intera città, insieme a una nebbia così fitta che i lampioni erano lasciati accesi durante il giorno. Nel momento peggiore dell’età del vapore, fuliggine e cenere avevano invaso la vicina campagna, tanto che le farfalle erano mutate: per mimetizzarsi avevano sviluppato macchie nere sulle ali.
Ma prima che Deryn nascesse, i grandi motori a carbone erano stati sostituiti da animali ingegnerizzati. Muscoli e tendini avevano rimpiazzato caldaie e ingranaggi. Adesso gli unici fumaioli in funzione erano quelli dei forni, non di enormi fabbriche, e la tempesta aveva disperso anche quel velo di sporco.

Immaginate i Flintstones, con l’uccello preistorico che usa il becco al posto della puntina del giradischi: con i Darwinisti siamo da quelle parti.

Giradischi dei Flintstones
I Darwinisti dell’età della pietra

Anche qui non è scientificamente impossibile, ma richiede un balzo tecnologico ben più ampio di quello richiesto per sostituire i cingoli. È inverosimile un tale controllo sul DNA senza lo sviluppo di scienze e tecnologie correlate, dai microscopi all’informatica. Inoltre spesso le creature darwiniste sono inefficienti: non è molto credibile che in guerra non si scelga l’alternativa migliore.
L’intera faccenda è ambigua: da un lato i Darwinisti sono dipinti come “fanatici” che prediligono la bioingegneria sulla meccanica per partito preso, dall’altro i motori della Leviathan sono normali motori meccanici. Non ha senso: o i Darwinisti hanno una fede quasi religiosa nella bioingegneria, e allora ci sta che adottino una soluzione animale anche quando l’equivalente meccanico è più funzionale, oppure scelgono di volta in volta e in questo caso una marea di loro creazioni sarebbe da buttar via.
Una brutta caduta di stile i motori meccanici sulla Leviathan: pura pigrizia da parte dell’autore, che per risolvere un inghippo nella trama se n’è fregato della coerenza.

Comunque, alcune creature Darwiniste, per quanto inefficienti e inverosimili, le ho gradite perché troppo kawaii!
Mostra una creatura kawaii ▼


Altre creature sono poco credibili e decisamente stupide.
Mostra una creatura stupida ▼

Rimangono poi alcuni problemi di fondo. Per esempio, che bisogno c’è di ingegnerizzare balene volanti e lupi-tigre quando puoi ingegnerizzare virus? Sono un’arma molto, molto, molto più efficace di qualunque “mostro”. In un altro romanzo di tecnologia contro biologia, La Guerra contro gli Chtorr di David Gerrold, gli Chtorr, prima di inviare contro la Terra i vermi giganti e gli altri “mostri”, spazzano via buona parte della popolazione con le malattie infettive.
E ancora: con una tale conoscenza della genetica, ci si aspetterebbe che i Darwinisti siano immortali, che possiedano la cura per ogni malattia, che possano farsi crescere le ali o le branchie o siano in grado di migliorare il proprio stesso cervello. Ma:

bandiera EN Though human life chains were off-limits for fabrication, the middies often conjectured that the bosun’s ears were fabricated.

bandiera IT Sebbene non fosse consentito manipolare le catene vitali umane, gli aspiranti guardiamarina spesso sospettavano che le orecchie del nostromo fossero ingegnerizzate.

Tutto qui. Una sola riga su 400 pagine per giustificare un fatto clamoroso. “Manipolare il DNA umano è contro le regole”. Fine. Lo dice l’Autore. Come accennavo: ambientazione costruita in maniera semplicistica. Al limite del cretino.

Oltre il microcosmo della Leviathan, il mondo darwinista rimane indefinito. Com’è la vita a Londra senza meccanica e in compagnia di un esercito di bestie ingegnerizzate? Non si sa. Peccato.

Il muso della Leviathan
Il muso della Leviathan

Personaggi e morale

La storia è narrata in terza persona limitata dal punto di vista di Alek e Deryn. I due punti di vista si alternano con regolarità – si passa da un personaggio all’altro ogni due capitoli. Faccio notare che il punto di vista non è mai cambiato durante una scena. I passaggi da Alek a Deryn e da Deryn ad Alek avvengono solo in corrispondenza della fine di un capitolo/inizio del capitolo successivo.

Il Principe Alek è infantile, noioso, e si comporta almeno due volte da perfetto idiota per mere esigenze di trama. L’equipaggio del walker con cui è fuggito dall’Austria è composto da personaggi insipidi quanto lui. Ho sperato che nel finale almeno il Conte Volger sviluppasse una personalità, invece è rimasto il personaggio informe di inizio storia.
Mostra la mia speranza ▼


Per fortuna Alek è un Clanker: la sua personalità assente è compensata dal rombo dei motori e dal fischiare del vapore sotto pressione. Nelle scene migliori il protagonista è più il Cyklop Stormwalker, il walker di Alek, che non Alek medesimo.

Il Principe Alek
Alek in piedi su un walker abbattuto

Deryn è più simpatica e vivace. Non che sia chissà quale eroina, ma non ti fa addormentare. Ha un carattere più forte e determinato rispetto a quello di Alek e, sebbene non sia un’aquila, non si comporta mai da cretina.
Westerfeld le ha creato un lessico con parole e locuzioni particolari (“ninny”, “diddies”, “bum rag”, “barking spiders”, “blisters”, “clart”, ecc.) che non so quanto possa essere accurato rispetto alla parlata di una scozzese di inizio secolo, però distingue bene il personaggio. Quando Deryn parla o pensa si capisce subito che è lei.
Tutto sommato un personaggio piacevole da seguire. Anche i comprimari dal lato di Deryn sono più interessanti, in particolare la donna scienziato che tiene una tigre della Tasmania come animale domestico.

Deryn e Alek soffrono poi di un grave difetto: sono buoni. Quel tipo di bontà mielosa e piena di retorica che spesso fa capolino nel fantasy.
Per esempio, Deryn dichiara di essersi arruolata per volare, non certo per combattere… ricapitoliamo: Deryn è una ragazza. Si traveste da ragazzo – rischiando la galera per sé e per il fratello, che sa del trucco e l’aiuta – e poi, alla vigilia di una guerra, si arruola volontaria nell’aeronautica militare. Perché vuole solo volare! Sì, certo. E i tizi della CIA che torturano i prigionieri nelle basi americane in Pakistan o in Lituania sono entrati nell’Agenzia solo per vedere il mondo…
E no, non è il personaggio che cerca di convincersi di essere buono quando in realtà è spinto da pulsioni molto meno nobili: Deryn è davvero buona. Ed è buona non perché abbia senso, è buona perché è in un romanzo fantasy rivolto agli Young Adult. Che squallore.
Con Alek siamo sulla stessa barca. Il poverino non riesce mai a uccidere nessuno di suo pugno e l’unica volta che muore qualcuno per causa sua, lui non l’ha fatto apposta. Che anima candida.

Nella parte finale del romanzo, affiora la solita pappa stantia: il vero nemico è l’incomunicabilità! Se conosci il tuo nemico vedi che è come te che i veri cattivi non sono i tedeschi o gli inglesi i clanker o i darwinisti i veri nemici sono i guerrafondai bla bla bla.
Noia. Noia. Noia.
Ammetto però che Westerfeld è abile nel diluire questa morale rancida nelle scene d’azione: la morale emerge dal mostrato, non è mai spiattellata esplicitamente. “La guerra è kattiva!!!” rimane un discorso da scuola elementare.

Deryn Sharp
Deryn pilota un pallone-medusa da osservazione

Stile

Poco da dire: Westerfeld è uno scrittore competente e si vede. Il romanzo è scorrevole e senza punti morti; il ritmo è sempre alto. Però, a mio parere, non sempre sono mostrate le scene che partono con le premesse migliori: per esempio l’autore dedica pagine e pagine all’atterraggio e alla ripartenza della Leviathan dallo Zoo di Londra, e taglia corto sull’inseguimento di una corazzata terrestre al walker di Alek.
C’è poi qualche sbavatura qui e là (il dialogo tra Alek e Volger mentre si allenano è chiaramente a beneficio del lettore e suona forzato) e qualche descrizione non proprio riuscita (Deryn incontra Alek e subito le viene in mente solo “handsome”), ma poca roba.
Lo stile di Westerfeld è molto funzionale, ma non è brillante: se si esclude in parte Deryn, c’è troppa distanza tra il punto di vista, molto ravvicinato ai personaggi, e il linguaggio, troppo neutro. Alek sembra un automa – o un bravo scrittore – non un giovane Principe.

Conclusioni

Romanzo di avventura semplice semplice per un pubblico di ragazzini non troppo svegli. Dubito possa piacere a chi ha più di dodici anni – parlo di età mentale, lo so che ci sono delle trentenni che tengono in camera il poster di Edward Cullen o di Sennar.
È molto più fantasy che non fantascienza: la speculazione scientifica è da asilo e rimane tollerabile solo quando le trovate sono almeno molto fantasiose. Westerfeld, nelle note a fine romanzo, lo definisce steampunk. Sì, ma solo se vogliamo applicare la definizione originaria di K. W. Jeter: “gonzo-historical” può essere una giusta classificazione per Leviathan. La componente steam in senso tecnologico è presente, ma ha un ruolo minore – i Darwinisti hanno più spazio dei Clanker. Di -punk non se ne vede neanche l’ombra.

Nel complesso un’opera mediocre. Non brutta, ma faccio fatica a trovarci qualcosa di veramente bello; di nuovo, originale, brillante. Non credo valga la pena comprare, ma dato che è gratis[2], una sbirciatina la si può dare. L’inglese è semplice, a parte qualche termine tecnico marinaresco e lo slang di Deryn.

In un’intervista dedicata ad altro argomento, un rappresentante di Einaudi ha dichiarato che il romanzo sarà pubblicato in Italia dalla loro casa editrice l’anno prossimo. Non ho idea se sia vero, né se si prenderanno l’impegno di pubblicare anche i volumi successivi: infatti Leviathan è – tanto per cambiare – il primo romanzo in una trilogia; Behemoth e Goliath sono già stati annunciati da Westerfeld, indicativamente per l’autunno 2010 e l’autunno 2011.
Tengo a sottolineare che la storia in Leviathan non è autoconclusiva: si interrompe bruscamente, lasciando la trama in sospeso.

Chi dovrebbe leggere Leviathan sono gli autori italiani o gli aspiranti tali. Tempo fa credevo che Ash di Mary Gentle potesse essere una buona pietra di paragone: ero un’ingenua ottimista! Con Leviathan l’asticella della qualità scende di una tacca, ma sarà l’ultima volta.
In altri termini: se desiderate pubblicare un libro dignitoso, dovete scrivere almeno al livello di questo romanzo di Westerfeld. Dovete dimostrare la stessa dose di fantasia e la stessa padronanza della tecnica narrativa. Non sto chiedendo la Luna, sto chiedendo un livello minimo.
Lo so che le mie parole vi entreranno in un orecchio e usciranno dall’altro. E so che si continueranno a scrivere, pubblicare e comprare romanzi pieni di puttanate con gli elfi o con ragazzine imbecilli che si innamorano del vampiro compagno di banco. Pazienza. Io ci provo.

Letture Consigliate

Se le idee dietro Leviathan (storia alternativa in chiave fantasy, robottoni, tecnologia vs. biologia) vi incuriosiscono, potreste dare un’occhiata anche a questi romanzi:

Icona di un gamberetto Il ciclo dell’Oscurità di Harry Turtledove.

 Nell’Oscurità (Into the Darkness, 1999)
 Scende l’Oscurità (Darkness Descending, 2000)
 Attraverso l’Oscurità (Through the Darkness, 2001)
 I Signori dell’Oscurità (Rulers of the Darkness, 2002)
 Le Fauci dell’Oscurità (Jaws of Darkness, 2003)
 La Fine dell’Oscurità (Out of the Darkness, 2004)

Turtledove ricrea la Seconda Guerra Mondiale, ambientandola però nel mondo fantastico di Derlavai. I carri armati diventano bestie enormi che trasportano cannoni magici, gli aerei sono draghi, i sommergibili mostri marini, e il Progetto Manhattan vede impegnati gli stregoni più potenti del mondo.
Il vero difetto di questo ciclo è proprio l’aderenza alla storia: cambiano i nomi degli stati, cambia la scienza e la tecnologia, ma per il resto gli eventi sono gli stessi, dalla spartizione della Polonia, all’attacco della Russia alla Finlandia, fino all’assedio di Stalingrado. Quando si riesce a individuare che Algarve è in realtà la Germania o che Kuusamo sono gli Stati Uniti, la vicenda diviene prevedibile, perché si sa già come andrà a finire.
Rimane un ciclo piacevole, arricchito da una profusione di punti di vista degna di Martin (ci sono almeno venti personaggi punto di vista) e dall’assenza di “buoni” e “cattivi” tradizionali. Lo stile di Turtledove è in generale decente, tranne quando glissa sulle scene d’azione per riassumerle attraverso dialoghi successivi. Qualche volta questo “trucco” funziona bene, più spesso si rivela un ripiego misero.

Copertina de La Fine dell'Oscurità
Copertina de La Fine dell’Oscurità


Icona di un gamberetto Il ciclo della Guerra contro gli Chtorr di David Gerrold.

 La Guerra contro gli Chtorr (A Matter for Men, 1983)
 Il Ritorno degli Chtorr (A Day for Damnation, 1985)
 Il Giorno della Vendetta (A Rage for Revenge, 1989)
 L’Anno del Massacro (A Season for Slaughter, 1993)
Nota importante: la storia non è finita. Nel progetto originario erano previsti altri tre romanzi, che Gerrold in sedici anni non ha ancora scritto – né è scontato che lo faccia in futuro.

La Terra viene invasa dagli alieni, gli Chtorr. Anzi, viene aggredita da un intero ecosistema alieno. Gli Chtorr sono una moltitudine di specie diverse: animali, piante, microbi. Pian piano le creature extraterrestri rimpiazzano gli equivalenti autoctoni, esseri umani compresi.
Il lavoro di Gerrold con gli Chtorr è molto più accurato e scientificamente approfondito rispetto a quello di Westerfeld con i Darwinisti. Gli Chtorr sono parecchie spanne più verosimili delle bestie ingegnerizzate in Leviathan. E sono molto più bizzarri e letali.
Nei vari romanzi del ciclo le scene d’azione sono ottime – sebbene anche qui manchino delle vere e proprie battaglie – e la sensazione di apocalisse imminente è ben resa. I romanzi funzionano meno quando Gerrold imita le lezioni di filosofia di Heinlein senza averne il carisma e la bravura. Rimane poi il grosso problema che dopo quattro libri è tutto in sospeso e non si sa se vinceranno i Terrestri o gli Chtorr. E forse non si saprà mai.

Copertina de La Guerra contro gli Chtorr
Copertina de La Guerra contro gli Chtorr


Icona di un gamberetto Fanteria dello Spazio (Starship Troopers, 1959) di Robert A. Heinlein.

Un classico della fantascienza, il romanzo che ha introdotto le Armature Potenziate e ha ispirato Yoshiyuki Tomino per Mobile Suit Gundam.
Sono narrate le avventure di un soldato nella Fanteria Spaziale Mobile, mentre la Terra si trova invischiata in una guerra interplanetaria contro gli Aracnidi.
Heinlein costruisce un mondo futuro verosimile e particolarmente curato per quanto riguarda gli aspetti sociali, politici e militari: Fanteria dello Spazio è una delle poche opere di narrativa nelle liste di lettura delle accademie militari americane.

Un fatto poco noto è che Fanteria dello Spazio, nelle intenzioni dell’autore, doveva essere un libro per ragazzi. Il rispetto che Heinlein dimostra nei confronti del pubblico a cui si rivolge è ammirevole: non ci sono semplificazioni, non ci sono pseudo guerre allo zucchero filato, non c’è morale preconfezionata da favola della buona notte; ci sono scenari realistici, c’è una filosofia di vita brutale – ma del tutto coerente con l’ambientazione, e ci sono le Armature Potenziate, una delle trovate più cool della storia della fantascienza.
Pensateci quando sentite il solito scrittorucolo delle nostre parti giustificare ogni porcata perché tanto è per un “pubblico giovane”.

Copertina di Fanteria dello Spazio
Copertina di Fanteria dello Spazio

E i romanzi di Temerarie, quelli del Drago di Sua Maestà di Naomi Novik? In effetti l’idea delle guerre napoleoniche con i draghi non è molto lontana dall’idea di avere una Prima Guerra Mondiale con i mech. Però ho letto il primo romanzo di Temerarie ed era pura fuffa. Dunque non consiglio!

* * *

note:
 [1] ^ Advance Reading Copy. Una copia di un romanzo distribuita a giornali, critici, amyketti, ecc. qualche tempo prima dell’uscita ufficiale, in modo che si possa creare il giusto hype. Qualche volta le ARC non sono ancora la versione definitiva di un libro, mancando un ultimo passaggio di editing, o una corretta impaginazione, o la giusta copertina o altri dettagli simili.

Copertina delle ARC di Leviathan
Copertina delle ARC di Leviathan

 [2] ^ Come da Segnalazione. L’edizione originale di Leviathan comprende una cinquantina di illustrazioni. Sono presenti anche nelle edizioni pirata, ma purtroppo chi ha scannerizzato il libro ha acquisito le immagini a dimensioni ridotte. Qui sotto ne potere vedere una estratta dalla versione HTML, senza ritocchi.

L'illustrazione del capitolo 19
L’illustrazione del capitolo 19

Immagini a risoluzione più alta si possono ammirare al sito del disegnatore, Keith Thompson.


Approfondimenti:

bandiera EN Leviathan su Amazon.com
bandiera EN I primi capitoli di Leviathan leggibili online

bandiera EN Il blog di Scott Westerfeld
bandiera EN Il sito di Keith Thompson

bandiera EN The Flintstones su Wikipedia
bandiera EN Il ciclo dell’Oscurità su Wikipedia
bandiera EN La Guerra contro gli Chtorr su Wikipedia
bandiera EN Starship Troopers su Wikipedia

 

Giudizio:

Ci sono i mech e i mostri! +1 -1 Ma non si picchiano tra loro.
Ci sono bestiole kawaii! +1 -1 Ma altre bestiole sono cretine.
I Clanker sono verosimili. +1 -1 Ma i Darwinisti molto meno.
Deryn è simpatica. +1 -1 Ma Alek è noioso.
Lo stile è buono. +1 -1 Ma non è brillante.

Stivale: clicca per maggiori informazioni sui voti

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Haruhi Suzumiya in Libreria

È da poco iniziata in Giappone la seconda stagione delle avventure di Haruhi Suzumiya; in realtà vengono ritrasmesse in ordine cronologico le puntate della prima stagione intercalate con puntate inedite. Purtroppo i nuovi episodi si stanno rivelando pessimi: l’idea dietro Endless Eight è tanto idiota quanto noiosa. Se continua per altre settimane non mi stupirebbe leggere di qualche otaku che si è cavato gli occhi per la disperazione.
Non so se i signori di Kyoto Animation si siano bevuti il cervello o pensino sul serio di aumentare le vendite dei DVD con trovate del genere, ma non importa: per fortuna è possibile seguire gli sviluppi nella turbolenta vita di Haruhi anche senza guardare l’anime. Infatti le puntate televisive sono basate su una serie di light novel (finora sono stati pubblicati nove volumi e un decimo è previsto a breve), e dunque se non piace la trasposizione ci si può rivolgere direttamente ai romanzi.

Si trovano traduzioni amatoriali in inglese di tutti i nove i volumi, e dei primi cinque anche in italiano. Inoltre Little, Brown & Company ha acquisito i diritti per la pubblicazione in inglese dei primi quattro volumi. Il primo volume è uscito a maggio, il secondo è previsto per ottobre, gli altri due nel 2010. Perciò i feticisti della carta che non conoscono il giapponese possono lo stesso buttare i loro soldi! Sugoi!
La sigla d’apertura per i nuovi episodi di Haruhi

Prima di parlare dei romanzi, per chi non ha paura degli spoiler e dell’imbecillità, due parole su Endless Eight

Endless Eight

Endless Eight è il titolo di un racconto lungo (circa 15.000 parole) presente nel quinto volume delle light novel. La storia è un classico del fantastico: Haruhi e amici si trovano a rivivere all’infinito gli ultimi giorni di agosto; il tempo si è ripiegato su se stesso e ha formato una figura chiusa. Non esiste più niente prima dell’inizio del loop o dopo il 31 di agosto.
È lo stesso concetto del film Groundhog Day (Ricomincio da capo), anche se in Endless Eight i personaggi hanno solo intuizione di essere intrappolati nel loop e non ricordano le esperienze delle iterazioni precedenti. Sotto questo aspetto ricorda un po’ The Cookie Monster (I Simulacri) di Vernor Vinge.
Nell’ambito delle light novel, Endless Eight è un episodio secondario e non particolarmente interessante. Non è molto bizzarro per gli standard di Haruhi, non è divertente come Groundhog Day e non è rigoroso nell’esplorare l’ipotesi fantascientifica come il romanzo breve di Vinge. Senza contare il finale: il “colpo di genio” che permette ai nostri eroi di rompere il loop è un’emerita cretinata.
A fronte di ciò, Kyoto Animation ha deciso di dedicare a Endless Eight sette episodi.[1] Tutti uguali! Cambiano le inquadrature, è diversa qualche battuta, i personaggi a ogni iterazione del loop sono vestiti in modo differente, c’è qualche scena in più o in meno, ma in sostanza sono quasi due mesi che i fan di Haruhi si sorbiscono la stessa vicenda. Ogni settimana. Identica.
D’accordo, Kyoto Animation è riuscita a trasmettere alla perfezione la noia che pervade i personaggi. Poteva evitare.

Endless Eight
Kyon disegna un otto. O è il simbolo dell’infinito?

Nota preliminare

Ho letto le traduzioni amatoriali in inglese. Non conosco abbastanza il giapponese per dare un giudizio sulla fedeltà rispetto ai testi originali. In assoluto ho trovato la scrittura molto scorrevole. In qualche punto ci sarebbe bisogno di un po’ di editing ma niente d’importante. Non posso dare un giudizio sulle versioni italiane, non avendole neanche “sfogliate”.

Haruhi & Kyon

Haruhi Suzumiya è una ragazza quindicenne, all’inizio delle sue avventure al primo anno di Liceo. Haruhi ha un carattere molto particolare, che combina in egual misura genio, stupidità e testardaggine. Quando si mette in mente di fare qualcosa, non importa quanto improbabile e assurda, riesce sempre nel proprio intento. Haruhi è spesso egoista e cinica; non ha la minima considerazione per gli altri, per la società, leggi e regolamenti. È perennemente annoiata da quello che la circonda, tanto che ignora tutto quanto non sia assolutamente fuori dall’ordinario. Quello che le interessa sono alieni, viaggiatori del tempo, persone dotate di poteri paranormali e simili.
Uno dei suoi più grandi desideri è di essere al centro dell’Universo; vorrebbe che la Terra girasse intorno a lei.[2]

Quello che Haruhi non sa è che si trova effettivamente al centro dell’Universo.
Mostra la vera natura di Haruhi ▼

Come con Sherlock Holmes, dove il protagonista è Holmes, ma il narratore è Watson, così a raccontare le vicende di Haruhi è un compagno di classe, tale Kyon (un soprannome – il vero nome non è mai rivelato).[3]
La narrazione è in prima persona sempre con il punto di vista di Kyon. Kyon racconta con tono distaccato; a volte è ironico, a volte suona rassegnato. Gli avvenimenti più strampalati gli scorrono addosso senza lasciare traccia. La sua capacità di sopportazione fisica e mentale lo rende subito simpatico.
I dialoghi sono peculiari: spesso Kyon pensa solo le battute, senza pronunciarle, ugualmente chi gli sta parlando risponde in maniera sensata. Così ci si immagina Kyon in silenzio, con le parole che gli si leggono in faccia.
Occorre qualche pagina per abituarsi alla “voce” di Kyon, anche perché non somiglia molto alla “voce” di un adolescente. Tuttavia la perdita di verosimiglianza è compensata da un ottimo narratore. Nei romanzi molti avvenimenti si riveleranno divertenti solo perché filtrati dal punto di vista di Kyon.

Copertina di The Melancholy of Suzumiya Haruhi Titolo originale: Suzumiya Haruhi no Yuutsu
Titolo inglese: The Melancholy of Suzumiya Haruhi
Autore: Nagaru Tanigawa

Anno: 2003
Nazione: Giappone
Lingua: Giapponese
Traduzione in lingua inglese: Baka-Tsuki
Editore: Kadokawa Shoten

Genere: Fantascienza, Commedia
Pagine: 307

Nel primo volume Kyon si trasferisce alla North High School e incontra Haruhi. Malgrado lei lo tratti con freddezza e maleducazione, Kyon rimane affascina to da quella strana ragazza. Un giorno, vendendola depressa e annoiata, perché nessun club scolastico è abbastanza stimolante, le propone di fondarne uno lei.
Haruhi prende la palla al balzo e crea la Brigata S.O.S. (Save the world by Overloading it with fun Suzumiya Haruhi’s Brigade). Kyon è reclutato a forza e dato che per essere riconosciuto un club scolastico ha bisogno di almeno cinque membri, Haruhi si mette in caccia degli altri tre.
Così sono arruolati Yuki Nagato, Mikuru Asahina e Itsuki Koizumi. I tre però non sono lì per caso…
Mostra chi sono i tre ▼

Kyon scoprirà che essere coinvolto nei progetti di Haruhi & soci è letteralmente la fine del mondo.

È difficile catalogare il genere a cui appartiene questo primo volume. È un curioso miscuglio tra fantascienza e commedia. In una scena Haruhi costringe Mikuru a vestirsi da coniglietta e a distribuire volantini fuori dalla scuola, nella successiva si discute sul principio antropico o sull’esistenza di creature di pura informazione. In una scena Haruhi costringe Mikuru a posare vestita da cameriera per il sito web della Brigata S.O.S., in un’altra scena il problema sono i viaggi nel tempo.
Quello che rende piacevole la lettura è lo sguardo di Kyon: è lo stesso sguardo sia a fronte delle questioni più insignificanti sia a fronte di questioni di portata cosmica. Serio e faceto si mescolano creando un’atmosfera originale; un marchio di fabbrica per l’universo di Haruhi.

Il finale, tra fiaba e apocalisse, è particolarmente riuscito, sebbene lasci qualche dubbio.
Mostra un mio dubbio riguardo il finale ▼

The Melancholy of Suzumiya Haruhi non è il romanzo di fantascienza più intelligente che abbia mai letto, o il più divertente. Rimane però una buona lettura. La storia è affascinante, l’ambientazione scolastica non è scontata come ci si immaginerebbe e Kyon vale i soldi del biglietto.
Può anche valere la pena comprarlo, tenendo però presente che in questo caso la trasposizione televisiva è stata fedele e dunque non si troverà niente di nuovo rispetto all’anime.

Una illustrazione dal Capitolo 1
Una illustrazione dal Capitolo 1: Haruhi Suzumiya

Giudizio: Due Gamberi Freschi: clicca per maggiori informazioni sui voti


Copertina di The Sighs of Suzumiya Haruhi Titolo originale: Suzumiya Haruhi no Tameiki
Titolo inglese: The Sighs of Suzumiya Haruhi
Autore: Nagaru Tanigawa

Anno: 2003
Nazione: Giappone
Lingua: Giapponese
Traduzione in lingua inglese: Baka-Tsuki
Editore: Kadokawa Shoten

Genere: Fantascienza, Commedia
Pagine: 278

Nel secondo volume, Haruhi si mette in testa di girare un film per il festival scolastico. Il fatto di non sapere niente di regia, di non disporre delle attrezzature adeguate e di non avere una sceneggiatura non è per lei un ostacolo. Coinvolti Kyon, Asahina, Nagato e Koizumi, le riprese iniziano.

Chi ha seguito l’anime ha visto il risultato finale, ovvero la puntata numero zero: The Adventures of Mikuru Asahina Episode 00. Questa seconda light novel è in pratica il dietro le quinte di quell’episodio. La commedia prevale sul fantastico che ha spazio solo nella parte finale.
Purtroppo è difficile mantenere alta la tensione quando solo pochi mesi prima si è sfiorata la fine del mondo. In confronto, i “pericoli” insiti in The Sighs of Suzumiya Haruhi sono baggianate. Rimane qualche scena esilarante – il gatto che disserta di filosofia -, ma poco altro. La risoluzione finale è così banale da far piangere.

Finora The Sighs of Suzumiya Haruhi non è stato adattato per la TV e non è chiaro se lo sarà mai. Per questo i fan di Haruhi potrebbero essere interessati. Ma leggetelo gratis, non è il caso di spendere soldi.

Una illustrazione del Capitolo 5
Una illustrazione del Capitolo 5: Yuki Nagato e il gatto Shamisen

Giudizio: 0 - Stivale: clicca per maggiori informazioni sui voti


Copertina di The Boredom of Haruhi Suzumiya Titolo originale: Suzumiya Haruhi no Taikutsu
Titolo inglese: The Boredom of Haruhi Suzumiya
Autore: Nagaru Tanigawa

Anno: 2003
Nazione: Giappone
Lingua: Giapponese
Traduzione in lingua inglese: Baka-Tsuki
Editore: Kadokawa Shoten

Genere: Fantascienza, Commedia
Pagine: 308

La terza light novel è una collezione di quattro racconti che si collocano tra gli avvenimenti dei primi due volumi.

Icona di un gamberetto The Boredom of Suzumiya Haruhi. Il racconto che da il titolo all’antologia. Haruhi si annoia e decide di iscrivere la Brigata a un torneo di baseball. Peccato che a me del baseball non potrebbe fregare di meno.
Ho trovato l’intero racconto noioso. La parte fantastica con la mazza “magica” è cliché. Il finale è assurdo – Kyon che fa cambiare idea ad Haruhi con un paio di battute? Non ha senso! Brutto racconto.
Nelle note in appendice al volume, l’autore dichiara di non sapere bene neanche lui se Boredom sia o no un buon racconto, non avendo ricevuto commenti in proposito, né negativi, né positivi. Evidentemente anche in Giappone ogni tanto si stende un velo pietoso.

Icona di un gamberetto Bamboo Leaf Rhapsody. Kyon viaggia indietro nel tempo per aiutare Haruhi bambina. Questo racconto è in pratica il vero prologo per la quarta light novel, The Disappearance of Suzumiya Haruhi. Preso di per sé non è niente di speciale, e l’importanza di certi elementi (per esempio il nome “John Smith”) non la si può intuire. Lascia il tempo che trova.

Icona di un gamberetto Mystérique Sign. Il presidente del club del Computer – un club scolastico che già ha subito soprusi da parte di Haruhi – scompare. La sua ragazza decide di chiedere aiuto proprio ad Haruhi.
È un racconto di fantascienza non proprio sensato. Gli avvenimenti lasciano perplessi e non in maniera positiva.
Mostra un fatto che lascia perplessi ▼

Icona di un gamberetto Lone Island Syndrome. La Brigata decide di trascorre tre giorni di vacanza su un’isola nel mezzo dell’oceano, ospiti di un ricco parente di Koizumi. La situazione si mette male quando una persona è assassinata e un’altra sparisce in circostanze sospette.
Neanche una goccia di fantastico in questo racconto che è un giallo. Un buon giallo, finché non si giunge alle ultime pagine, quando il mistero è svelato in un dialogo sbrigativo. Si rimane con l’amaro in bocca, come se l’autore avesse dovuto troncare la storia contro la sua volontà.
E infatti nelle note Nagaru Tanigawa conferma: con Lone Island Syndrome aveva sforato rispetto al numero di pagine previsto. Peccato.

Un racconto brutto, due così così, e l’ultimo che sarebbe potuto essere notevole, ma avrebbe avuto bisogno di più spazio. Contando che i quattro racconti sono stati tutti e quattro adattati abbastanza fedelmente, se si è già visto l’anime non vale la pena leggere questa light novel. Tanto meno comprarla, quando uscirà.

Una illustrazione da Mystérique Sign
Una illustrazione da Mystérique Sign: Yuki Nagato

Giudizio: 0 - Stivale: clicca per maggiori informazioni sui voti


Copertina di The Disappearance of Suzumiya Haruhi Titolo originale: Suzumiya Haruhi no Shoshitsu
Titolo inglese: The Disappearance of Suzumiya Haruhi
Autore: Nagaru Tanigawa

Anno: 2004
Nazione: Giappone
Lingua: Giapponese
Traduzione in lingua inglese: Baka-Tsuki
Editore: Kadokawa Shoten

Genere: Fantascienza, Commedia
Pagine: 254

Il tono della quarta light novel si distacca da quello dei volumi precedenti. La storia ha un’impronta seria che lascia poco spazio alla commedia. Inoltre è il primo romanzo dove Kyon oltre a essere narratore è anche protagonista.
Dopo un prologo nel quale Haruhi espone alla Brigata i suoi piani per le imminenti festività natalizie, niente lascia intuire che il mondo stia per cambiare. E invece la mattina dopo Kyon scopre che Haruhi è scomparsa, e non solo: nessuno la conosce, la Brigata S.O.S. non è mai esistita e personaggi che dovrebbero essere morti sono tornati in vita. Unico indizio: una misteriosa nota lasciata forse da Nagato.

La prima parte è brillante. Il disorientamento di Kyon e la sua paura di aver perso per sempre Haruhi sono resi con maestria. Poi qualcosa si inceppa. La logica della storia si incrina. Diverse situazioni si sviluppano solo perché sì!!!perché è fantasy!!!. Il finale è un classico deus ex machina.
Anche dal punto di vista della caratterizzazione dei personaggi non tutto fila liscio: la scelta decisiva che compie Kyon è per molti versi immotivata.
Mostra un dettaglio della scelta ▼

Alcune scene sono d’impatto ed emozionanti – Kyon disposto a disfare il mondo pur di aiutare Nagato –, ma insomma, per chi non è fan sfegatato c’è poca carne in cui affondare i denti.

Voci di corridoio insistono che The Disappearance of Suzumiya Haruhi dovrebbe rientrare tra le nuove puntate dell’anomala seconda stagione TV. Per ora non si è visto niente. Dunque: leggere solo se si è fan, non comprare quando uscirà l’edizione cartacea.

Una illustrazione dal Capitolo 3
Una illustrazione dal Capitolo 3: Haruhi Suzumiya

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Conclusione. Per ora

Lo scopo di una recensione è consigliare l’acquisto o meno del prodotto recensito. Quattro volumi delle light novel sono stati annunciati e quei quattro ho recensito. Sto comunque leggendo anche gli altri romanzi (sono al sette) e ne riparlerò.
In generale si tratta di letture gradevoli, il livello medio delle storie è buono. Le trame ogni tanto hanno i loro buchi, ma non c’è mai la sensazione che l’autore stia prendendo per i fondelli chi legge – sensazione invece familiare con gli autori del fantastico nostrani.

Però una certa stanchezza è evidente. Lo stesso Nagaru Tanigawa ammette che non si aspettava di avere così successo, né aveva previsto di scrivere una serie di romanzi così lunga. La mancanza di progettazione si nota: nella prima light novel gli avvenimenti hanno una loro coerenza e verosimiglianza che non si riscontra nei volumi successivi. L’uso continuo di certi espedienti triti – come i viaggi nel tempo – per mettere una pezza a situazioni insostenibili diventa presto fastidioso.

I romanzi di Haruhi dovrebbero essere per ragazzi o young adult, tuttavia sono i classici romanzi adatti a grandi e piccini. Almeno il primo lo consiglio a tutti.

Piccola precisazione finale: trovo fastidioso come venga usato impropriamente il termine young adult. Quelli che leggono e apprezzano i romanzi della Troisi, della Meyer, della Strazzu o di G.L. non sono young adult, è gente o del tutto a digiuno del genere o cerebrolesa. Tutt’altre categorie.

* * *

note:
 [1] ^ Al momento in cui scrivo Endless Eight sarà composto da almeno sette episodi. Le ipotesi più probabili sono che si concluda all’ottavo episodio o al tredicesimo – facendo coincidere la fine di agosto nell’anime con la fine di agosto nel mondo reale.

 [2] ^ Nel racconto Bamboo Leaf Rhapsody, contenuto nella terza light novel, Haruhi esprime i seguenti desideri:

  • di essere lei al centro del mondo.
  • che la Terra cominci a ruotare al contrario.

Per confronto, in The Man Who Could Work Miracles (L’Uomo dei Miracoli) di H.G. Wells, uno degli ultimi desideri del protagonista è fermare la rotazione terrestre.

 [3] ^ Nella puntata dell’anime Remote Island Syndrome II, la stessa Haruhi paragona Kyon al dottor Watson.


Approfondimenti:

bandiera IT Le light novel di Haruhi Suzumiya leggibili online in Italiano
bandiera EN Le light novel di Haruhi Suzumiya leggibili online in Inglese
bandiera EN Il primo volume acquistabile su Amazon.com
bandiera JP Il sito ufficiale delle light novel
bandiera IT Haruhi Suzumiya su Wikipedia
bandiera EN Haruhi Wiki

bandiera IT Ricomincio da capo su Wikipedia
bandiera IT I Simulacri su Wikipedia
bandiera IT Ed Egli Maledisse lo Scandalo su Wikipedia
bandiera IT Il Pianeta Proibito su Wikipedia
bandiera EN The Man Who Could Work Miracles leggibile online

 

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L’Acchiapparatti di Tilos

EDIT del 9 ottobre 2010. Nel marzo 2010 è uscita una seconda edizione del romanzo con titolo L’Acchiapparatti per i tipi di Baldini Castoldi Dalai.
La trama non è cambiata, ma tra le due versioni ci sono diverse differenze, illustrate qui dall’autore.
Se la storia dell’acchiapparatti vi ispira, il consiglio è di procurarvi l’edizione B.C.D.


Copertina de L'Acchiapparatti di Tilos Titolo originale: L’Acchiapparatti di Tilos
Autore: Francesco Barbi

Anno: 2007
Nazione: Italia
Lingua: Italiano
Editore: Campanila

Genere: Low fantasy
Pagine: 432

Trama, ambientazione, personaggi

L’orgoglio della cittadina di Giloc è una creatura mostruosa, una bestia demoniaca armata di alabarda. Il Mietitore – tale è il soprannome del mostro – è tenuto prigioniero e utilizzato come boia, per la gioia del pubblico che assiste alle sempre più frequenti esecuzioni.
Un brutto giorno però il Mietitore riesce a fuggire e comincia a far strage anche tra chi non si è meritato alcuna condanna. Fra i molti che si mettono in cerca del mostro evaso vi sono due personaggi particolari: Ghescik, un becchino gobbo, furbo e cinico, con la passione per gli antichi testi di negromanzia e Zaccaria, un mentecatto che si è inventato il mestiere di acchiapparatti.

Un acchiapparatti
Un acchiapparatti. Forse è un collega di Zaccaria

Questa è più o meno la trama del romanzo. È un resoconto approssimativo, dovuto alla struttura de L’Acchiapparatti di Tilos, struttura non particolarmente rigorosa. La vicenda del Mietitore è sì al centro del romanzo, ma è circondata da diverse sottotrame che alle volte sembrano lì più per loro stesse che non per contribuire al quadro generale. Come i personaggi spesso si muovono a vuoto, tornano sui loro passi, cambiano idea sull’itinerario da seguire o vengono depistati contro la propria volontà, così, specie nella parte centrale del libro, si ha la netta sensazione che neanche l’autore sappia dove voglia andare a parare. Tuttavia il finale riesce a riallacciare i fili lasciati in sospeso e dare una complessiva coerenza all’insieme: non sempre il viaggio è filato liscio, ma, giunti al termine, si ha la piacevole sensazione di essere arrivati da qualche parte. Merito anche del fatto che il romanzo è autoconclusivo.

L’Acchiapparatti di Tilos è ambientato nelle Terre di Confine, in verità un piccolo angolo di tali Terre, un fazzoletto che comprende pochi villaggi distanti fra loro appena qualche giorno di marcia. Questo potrà far storcere il naso agli amanti del fantasy epico, quello dove la compagnia di disgraziati attraversa interi continenti da un capo all’altro, ma a me non è spiaciuto che l’azione si svolgesse in un ambito così ristretto. Meglio pochi villaggi ben delineati che non migliaia di chilometri quadrati pieni di elfi.
Le Terre di Confine sono immerse in una tipica – e per alcuni versi cliché – atmosfera medievale. Tuttavia qualche ottimo particolare (come l’elenco non banale di oggetti in vendita nell’asta a Fortevia) riesce a evitare il fastidioso effetto di generico fantasy #672. Certo non stiamo parlando di Ambergris o New Crobuzon; le Terre di Confine non vinceranno mai un premio per l’originalità, né susciteranno sense of wonder in alcun lettore, però svolgono il loro lavoro di sfondo alla storia con coerenza.

Mappa delle Terre di Confine
Mappa delle Terre di Confine. Clicca per ingrandire

Se l’ambientazione non brilla per originalità, altrettanto non si può dire per i personaggi, quasi tutti contraddistinti da una deliziosa stravaganza. Non ci sono solo i due protagonisti, Zaccaria e Ghescik, ma anche Orgo, un gigante tonto che si esprime biascicando proverbi (idea molto simpatica), Gamara un cacciatore di taglie sfregiato che si porta appresso un arco smontabile nella ventiquattrore, e lo stesso mostro, che non è una semplice bestia e ha alle spalle una vicenda personale affascinante.
Non sempre la caratterizzazione è esente da sbavature (ad esempio Ghescik: a tratti sembra sul serio furbo, in altre occasioni sembra stupido e in altre situazioni ancora pare che dovrebbe essere furbo ma l’autore non è riuscito a infondergli adeguata astuzia; oppure la prostituta Teclisotta: appare, è ben tratteggiata, ma poi esce dalla vicenda per futili motivi, lasciando un po’ di amaro in bocca), ma nel complesso la resa dei personaggi è ottima.
Non è semplice suscitare empatia quando hai per protagonisti lo scemo del villaggio e un becchino gobbo, Barbi ci riesce, dunque doppio merito: aver evitato i cliché (mago, ladro, elfo, vampiro) ed essere riuscito ad appassionare.

Stile

Lo stile non è uno dei punti di forza del romanzo. In diversi capitoli Barbi dimostra di saper scrivere bene (per esempio le scene con il mostro: c’è il giusto miscuglio di tensione, paura e azione; meglio di scene analoghe in The Terror di Dan Simmons!) ma in altri il racconto non scivola come dovrebbe.
L’Acchiapparatti di Tilos ha avuto una lunga gestazione ed è evidente che l’autore ha imparato a scrivere via via. I primi capitoli, il Prologo in particolare, sono di qualità scadente, nettamente inferiore al resto. È un peccato, un incipit così balbettante non aiuta a calarsi nella vicenda.

Il linguaggio è in generale semplice, sebbene ogni tanto l’autore si lasci andare a usare termini non proprio comuni (roba come “addugliare” o “avviticchiare”) di cui non si sentiva la mancanza. Non mi ha convinta neppure l’uso di egli/ella al posto di lui/lei. Capisco l’intento, ma distrae e attira l’attenzione sulle parole in se stesse. Uguale problema con i saltuari cambi di tempo (dal passato remoto al presente) in certe scene: è un’applicabile scelta stilistica, ma i vantaggi non compensano il fatto che l’attenzione viene distolta dagli eventi per concentrarsi sul linguaggio.

I dialoghi sono buoni. Almeno i protagonisti hanno una “voce” ben distinta e gli scambi di battute fra Zaccaria e il gobbo e fra Zaccaria e Orgo sono quasi sempre spiritosi e ben riusciti. Qui però l’editor avrebbe dovuto togliere i punti esclamativi. Sono troppi, ce ne sono una marea, tanto che sembra che tutti i personaggi stiano sempre strillando. E non è così.

A proposito dell’editor: siamo alle solite. Non importa se la casa editrice sia piccola o grande, il risultato è che sempre l’autore è lasciato a se stesso. Signori editor, capisco che siate stati assunti per un disguido e in realtà vi proponevate per il posto di spalatore di neve avventizio, ma ormai ci siete, nessuno indagherà mai quello che fate, non abbiate paura! Si presume che voi sappiate quello che state facendo, e dunque quando intervenite non distruggete la Visione Artistica dell’Autore, semplicemente rendete l’esperienza più piacevole per il lettore. Obbrobri come “[...] aveva sferrato un violento pugno al contadino.” non si possono leggere in un libro pubblicato. Grazie per l’attenzione.

Spalatore
La vera vocazione di certi editor…

Infine non mancano stralci di inforigurgito che si sarebbero potuti evitare. L’inizio di ognuno dei primi capitoli si apre con alcune pagine di “cultura generale” sulle Terre di Confine. Niente di più inutile, tenendo conto che l’ambientazione è tutt’altro che esotica, e dunque persino il lettore più sprovveduto non ha necessità di essere imboccato dall’autore. Comunque per fortuna queste pagine sono poche e non incidono più di tanto.
Più molesto il capitolo 23, un estenuante dialogo nel quale un personaggio spiega agli altri (e al lettore) vita, morte e miracoli del mostro. Peccato che buona parte di tali informazioni siano superflue e molte altre siano già state esposte in un dialogo simile diversi capitoli prima.
Non si tratta solo del cosa ma anche del come. Assumendo che a giudizio dell’autore le informazioni da comunicare siano sul serio vitali o almeno interessanti, il mostrarle rimane la scelta giusta. Una singola scena con il mostro a caccia illustra molto di più della sua natura che pagine e pagine di discorsi. Così si sarebbero potuti introdurre opportuni flashback, piuttosto che affidare la biografia della bestia a una montagna di chiacchiere.

Conclusioni

L’Acchiapparatti di Tilos non è un brutto romanzo. Ha la sua dose di difetti, ma non è marcio.
Dal mio punto di vista – sottolineo personale – rimane troppo low fantasy per soddisfarmi, e in generale penso che possa piacere più a chi predilige i romanzi d’avventura a sfondo storico che non il fantasy vero e proprio. Nondimeno, lo consiglio a quelli che sono invece rimasti legati al fantasy con i Buoni, i Cattivi e gli elfi: L’Acchiapparatti è molto meglio di robaccia del genere.
Vale 19 euro? Non lo so. Purtroppo oltre al prezzo non bassissimo c’è il problema che si tratta quasi sempre di acquisto a scatola chiusa: Campanila è una piccola casa editrice, è improbabile trovare il romanzo in libreria, occorre ordinarlo.
Sarebbe bello fosse disponibile per il download gratuito. Così ognuno avrebbe la possibilità di rendersi conto se vale il prezzo richiesto. A tal proposito ricordo per l’ennesima volta che dai dati empirici finora raccolti si desume che la disponibilità gratuita di un prodotto non diminuisce le vendite, nel caso peggiore non le aumenta.
Comunque, almeno un assaggio del romanzo è disponibile presso il sito dell’autore: il capitolo sesto. EDIT: il capitolo non è più disponibile.
Un’altra strada che le case editrici dovrebbero percorrere è la vendita della versione elettronica. Il testo l’hanno già. La banda necessaria è minima. Se una casa editrice vende già dal suo sito i volumi cartacei (e ormai quasi tutte lo fanno), l’infrastruttura commerciale e informatica c’è già. Dunque perché non vendere il PDF a 2-3 euro?
Domanda retorica. La risposta la so: perché poi, omioddio, il PDF verrebbe copiato, tutti avrebbero il libro gratis e non lo comprerebbe più nessuno! Come se davvero una casa editrice, specie una piccola casa editrice, avesse di questi problemi. Il problema commerciale per L’Acchiapparatti di Tilos non è (sarebbe) la pirateria, il problema è che buona parte dei potenziali lettori non sa neanche che il romanzo esiste. La distribuzione gratuita può, in parte, ovviare a questa situazione.

Pirati di libri
Pericolosissimi pirati di libri colti in flagrante mentre razziano un deposito

Si ricomincia male: prima recensione dopo l’articolo sulle buone norme dello scrivere recensioni e non sono in grado di dare un giudizio netto rispetto all’acquisto del romanzo. Mi spiace.


Approfondimenti:

bandiera IT L’Acchiapparatti di Tilos su iBS.it
bandiera IT L’Acchiapparatti di Tilos presso il sito dell’editore
bandiera IT Il sito di Francesco Barbi
bandiera IT Un’intervista a Francesco Barbi

 

Giudizio:

Numerose scene sono scritte in maniera brillante. +1 -1 Non sempre però lo stile è a quel livello.
Il finale chiude degnamente un romanzo autoconclusivo. +1 -1 Nello svolgersi della vicenda non mancano passaggi a vuoto e situazioni forzate.
Protagonisti interessanti e fuori dal comune, mostro compreso. +1 -1 Il mostro è purtroppo l’unico elemento fantastico di un romanzo troppo low fantasy per i miei gusti.

Stivale: clicca per maggiori informazioni sui voti

Anche tu Editor!

Una nuova rubrica-gioco! Anche tu Editor!

Sono ormai un paio d’anni che mi occupo di narrativa. Uno dei miti che hanno accompagnato questi mesi è stato il seguente:

“Gli editor delle case editrici sono persone competenti; loro prendono in mano il testo di un povero disgraziato, lo rivoltano come un guanto e ne tirano fuori un capolavoro.”

Sarà. Sta di fatto che di romanzi fantasy italiani che abbiano tracce del passaggio di un editor (competente) stento a trovarne.

Certo, non posso sapere in che forma erano i manoscritti all’origine, può essere che i vari editor abbiano lavorato molto. Se questo è il caso: be’, non hanno lavorato abbastanza.

Perciò gli scrittori devono arrangiarsi da soli. Non è facile, non è per niente facile analizzare con il giusto distacco un proprio testo. Per questa ragione se sempre più semplici lettori riescono ad affinare la propria attenzione possono diventare una risorsa preziosa. Un ulteriore passo avanti verso un mondo senza editori, case discografiche, studi di produzione cinematografica, e librai e distributori e pubblicitari e tutta quell’infinita schiera di gente che mangia alle spalle della creatività altrui e danneggia la collettività.

Ben inteso, non ho niente contro il professionismo. Il problema della catena editore – distributore – libraio è che troppo spesso non offre alcun servizio in più rispetto alla catena molto meno esosa POD – Internet. Così non mi scandalizza che un editor venga pagato per svolgere il suo mestiere. Mi scandalizzo quando i risultati non sono accettabili.
Ma in fondo, chissenefrega! Che cuociano nel loro brodo!
Non stiamo parlando di neurochirurgia o meccanica quantistica, tutti possono imparare e superare come minimo lo scarsissimo livello degli attuali editor professionisti.

Editor al lavoro
Avere occhi grandi come piattini da caffè aiuta molto nello scovare errori in un manoscritto

* * *

Come addestramento vi propongo una gara: seguirà una pagina presa dal Prologo de L’Acchiapparatti, provate a scovare tutti i possibili difetti, errori e sbavature. Io ne ho trovati 35, vediamo se qualcuno mi supera!

Nota: in realtà qui forse sarebbe il caso di riscrivere da zero il Prologo e i primi due capitoli, ma dato che questo è un gioco-esercizio non importa. Tengo inoltre a sottolineare che il giudizio complessivo sul romanzo rimane quello espresso nelle Conclusioni. Non è un brutto romanzo nell’insieme, l’inizio è scadente.

* * *

Classica taverna. A un tavolo sono seduti tre mercenari attaccabrighe. A un tavolo vicino una donna in compagnia di due contadini. A un tavolo d’angolo un misterioso personaggio il cui volto è nascosto da un cappuccio. Benjam è l’oste.

«Che c’è, lurido mezzadro!? Che hai da guardare?» [disse uno dei mercenari, rivolto a uno dei contadini]

L’oste sentì un groppo in gola. Il fiato sospeso, la bocca dello stomaco ostruita. Fortunatamente, il giovane contadino rimase muto. Con un tempismo perfetto, Benjam approfittò della situazione di stallo e sopraggiunse col vino. Una volta al tavolo, dopo aver poggiato la caraffa, si fermò aspettando di essere pagato.

Doveva calmare gli animi prima che fosse troppo tardi.

«Che fai ancora qui?» grugnì la testa pelata.

«Sono cinque monete di rame, signori.»

«Non ti preoccupare, vecchio. Ti pagheremo dopo.» Il guerriero si esibì in una grassa risata, subito imitato dai compagni.

Malauguratamente, questa volta il contadino più giovane non seppe tener la bocca chiusa: «Non pagheranno mai questi farabutti» mormorò.

«Che? Cos’hai detto?» Il mercenario si alzò minaccioso.

«Io…»

Non concluse la frase. Un fortissimo colpo si abbatté sulla sua tempia facendolo piombare a terra. Testa pelata era balzato in piedi e aveva sferrato un violento pugno al contadino.

«Taci straccione! Come osi!?»

La donna si alzò in soccorso del ragazzo, ma una mano aperta la raggiunse in pieno volto girandole la testa e scaraventandola contro il tavolo. Il marito scattò in avanti e si scagliò sul mercenario tentando di farlo cadere, ma l’esperto guerriero non si fece sorprendere e gli sferrò subito una poderosa ginocchiata al torace. Poi, con due pugni lo colpì al volto, e il contadino, catapultato all’indietro, rovinò proprio sul tavolo nell’angolo della locanda…

Il bicchiere di acquavite si rovesciò e cadde, frantumandosi sul pavimento.

Fu solo in quel momento che lo straniero, fino ad allora immobile, si mosse. Con estrema lentezza, si aggiustò il cappuccio sopra la testa e si alzò in piedi; quindi si girò, piantando due occhi scuri e gelidi in quelli del grosso guerriero. Il silenzio regnò per qualche istante. L’uomo in nero avanzò fino a portarsi a un paio di spanne dal mercenario.

Erano più o meno uguali in altezza, ma era chiaro a tutti i presenti che tra la sicurezza dell’uno e la baldanza dell’altro c’era una sostanziale differenza. E di questo si rese subito conto anche Testa pelata. In quello stesso momento, con uno scatto fulmineo, lo straniero lo afferrò alla nuca con entrambe le mani e gli sferrò un’agghiacciante testata sul naso. Prima ancora che il corpo del guerriero cadesse a terra, una lama saettò nell’aria e si piantò nell’occhio di uno dei compagni. Il forestiero aveva scagliato un lungo coltello comparso all’improvviso nella sua mano. Il secondo mercenario cadde sul pavimento con un tonfo, morto stecchito.

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Scritto da GamberolinkCommenti (84)Lascia un Commento » feed bianco Feed dei commenti a questo articolo Questo articolo in versione stampabile Questo articolo in versione stampabile • Donazioni

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