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Appunti di editing

In questi ultimi mesi di editing e valutazioni – a proposito, per chi fosse interessato sono ancora disponibile almeno fino a questa estate; maggiori informazioni qui – ho notato una serie di problemi comuni. Di alcuni ho già parlato nei Manuali (1 – Descrizioni, 2 – Dialoghi, 3 – Mostrare) o nelle FAQ, ma repetita iuvant.

* * *

Partendo dalle questioni più semplici:

Icona di un gamberetto Curate la grammatica. Io non sono una grammar nazi: non mi scandalizzo se una persona confonde gli accenti e scrive perchè invece di perché; non mi sembra che la lingua italiana sia stuprata da una virgola messa in maniera dubbia o da un refuso. Ma tenete conto che il tipico editor non ha conoscenze di narrativa e dunque per lui la grammatica diventa un serio criterio di valutazione. Se ci tenete a pubblicare, non sottovalutate questo aspetto.
Se usate Word gli errori più comuni sono rilevati dal correttore e non avrete problemi a correggere; se vi sorgono dei dubbi consultate una grammatica o cercate tra i migliaia di siti che si occupano dell’argomento.
Però attenzione: una gestione accurata del punto di vista ha sempre la priorità. Se scrivete con il punto di vista di un analfabeta/ritardato (come nelle prime pagine di Baudolino di Umberto Eco o di Fiori per Algernon di Daniel Keyes) dovete essere sgrammaticati; se il punto di vista è quello di un adolescente cerebroleso (come nei romanzi di Moccia) dovete sbagliare i congiuntivi.
A meno che non stiate scrivendo literary fiction, la verosimiglianza è una delle vostre priorità, se non la principale, perciò fregatevene di quello che diceva la maestra e fate pensare e parlare i vostri personaggi come farebbero se fossero vivi. E sì, ogni tanto diranno persino le parolacce! Ommioddio!

Copertina di Baudolino
Copertina di Baudolino

Icona di un gamberetto Tenete sottomano un vocabolario, ce ne sono anche molti gratuiti online – io al momento uso quello Treccani. Se avete dubbi su una parola, controllate. Non ci fate una bella figura quando in fondo a una mappa scrivete che c’è una “leggenda” invece di una “legenda”.
Così come non ci fate una bella figura se non conoscete bene il significato delle parole e scrivete frasi stile:

Mi abbagliano gli occhi le luci chiassose dei negozi [...]

Sì, sta roba la scrive un autore pubblicato, anche se il brano da cui cito è inedito. Consultando un vocabolario, il signore di cui sopra scoprirebbe che è inutile specificare che l’abbaglio è agli occhi, così come è inutile sottolineare che l’acqua è bagnata.

Icona di un gamberetto Attualmente si tende a eliminare le cosiddette “d” eufoniche. Ovvero quando si trovano vicine due vocali si tralascia la “d”: “e i fiori” e non “ed i fiori”; “o ancora” e non “od ancora”; “a Umberto” e non “ad Umberto”; “a ogni” e non “ad ogni”; e così via. Se la vocale è uguale si mantiene la “d”: “ad avercene”, “ed erbacce”, ecc. Un’eccezione è “ad esempio” che appunto si scrive in questa maniera – ma potete sempre usare la locuzione equivalente “per esempio”.

Icona di un gamberetto Non scrivete paragrafi troppo lunghi. Se vedete che cominciano a occupare mezza pagina, spezzateli. Trovarsi di fronte a un “muro di testo” invoglia pochissimo a leggere. Inoltre un “muro di testo” comunica al lettore che forse non avete le idee chiare; dà l’impressione che l’intera storia sia un unico paciugo di parole, senza una chiara concatenazione di eventi.
In particolare attenzione alla lunghezza delle battute nei dialoghi: quando scrivete che un personaggio parla, il lettore se lo immagina; se il personaggio va avanti e avanti e avanti e avanti a cianciare senza pause diviene una situazione inverosimile, nessuno ha tutto quel fiato!

Fatto curioso

Una delle battute più lunghe di tutti i tempi si trova nel romanzo di fantascienza di Ayn Rand Atlas Shrugged (il romanzo è del 1957, giusto 50 anni dopo, nel 2007, ne è apparsa una traduzione italiana in tre volumi con il titolo La rivolta di Atlante EDIT: ne era già uscita un’edizione nel 1958 per i tipi di Garzanti): nella parte III, capitolo VII, John Galt inizia a parlare e va avanti per un’ottantina di pagine (circa 33.000 parole nell’edizione inglese). Sì, proprio così: aperte virgolette e via con una sola battuta di dialogo da ottanta pagine, senza pause. Potere dell’oggettivismo!

Copertina di Atlas Shrugged
Copertina di Atlas Shrugged

Non imitate la signora Rand e inserite delle pause. Ma per piacere, non fatelo in modo artefatto. Scrivere:

«bla bla bla bla.» Michele fece una pausa. «bla bla bla bla.»

È bruttissimo. Osservate le persone mentre parlano: non fanno pause “a vuoto”. Bevono un bicchiere d’acqua, si siedono o si alzano, si aggiustano la sciarpa, si sistemano gli occhiali, tossiscono, sorridono, gesticolano, sollevano gli occhi al cielo, si grattano la punta del naso, arricciano la fronte, sbadigliano, si stiracchiano, ecc. Non si bloccano di colpo senza espressione stile stoccafisso per “fare una pausa”. È innaturale e al limite del ridicolo.

Pesce perplesso
La classica espressione da pesce lesso che assumono i personaggi facendo pause a destra e a manca

Icona di un gamberetto Mettete i soggetti alle frasi, se il soggetto implicito non è chiaro. In generale, quando si incontra un soggetto implicito, il lettore assume che sia lo stesso soggetto della frase precedente; se non è così, dovete inserire esplicitamente il soggetto.

Michele si avvicinò al giardino della casa. Rognone, il cane di Anna, gli corse incontro. Gli saltellò davanti, abbaiò, andò a recuperare la pallina da tennis.
Scavalcò il cancello.

È stato Michele o è stato il cane a scavalcare il cancello? Se lascio così il lettore penserà che sia il cane, perché lui è il soggetto della frase precedente; se a scavalcare è invece Michele, devo scriverlo.

Michele si avvicinò al giardino della casa. Rognone, il cane di Anna, gli corse incontro. Gli saltellò davanti, abbaiò, andò a recuperare la pallina da tennis.
Michele scavalcò il cancello.

Altro esempio:

Anna abbracciò Silvia e lanciò un’occhiata a Maria. Non era alta quanto lei, ma superava di tutta la testa la rivale. Si scostò dalla ragazza bionda e la chiamò.

Nota: ho parafrasato un vero passaggio che mi è capitato di leggere. Riuscite a venirne a capo? Sembra un puzzle. Per capire chi era chi ho dovuto rileggere la pagina tre volte. Sarebbe dovuto essere:

Anna abbracciò Silvia e lanciò un’occhiata a Maria. Silvia non era alta quanto Anna, ma superava di tutta la testa Maria. Anna si scostò da Silvia e chiamò Maria.

Non fate venire il mal di testa ai lettori: mettete i soggetti! Non importa se dovete ripetere i nomi dei personaggi, i nomi dei personaggi sono trasparenti, ovvero il lettore li registra in modo inconscio, non distraggono dalla lettura.
Ricordatevi anche di mettere i soggetti quando cambiate punto di vista, per esempio se lo cambiate da un capitolo all’altro: se il capitolo 1 è con il punto di vista di Anna e il capitolo 2 è con quello di Michele, non potete cominciare il capitolo 2 usando un soggetto implicito.

Si alzò e andò in bagno.

Ma chi? Anna o Michele? Il lettore penserà Anna, se a lei era dedicato il capitolo precedente. Lo stesso vale per gli incipit: mettete il soggetto, non ha senso nascondere l’identità di chi compie le azioni.

Icona di un gamberetto A proposito di ripetizioni: non sono il male. Qual è il problema delle ripetizioni? È che quando si ripete la stessa parola (o parole dal suono simile) troppe volte in poco spazio si attira l’attenzione su quella parola, ovvero il lettore è distratto dalla storia perché infastidito da una imperfezione nello stile. Ma non succede così spesso: tante volte le ripetizioni sono naturali e non creano problemi, viceversa usare sinonimi a tutti i costi può infastidire di più. Classico esempio:

Michele timbrò il biglietto del tram, Anna timbrò il suo.

Non credo che nessuno abbia “fastidio” con una frase del genere. Ma se scrivo:

Michele timbrò il biglietto del tram, Anna obliterò il suo.

Il bruttissimo sinonimo è un pugno nell’occhio. Così come se scrivo:

Michele timbrò il biglietto del tram, Anna compì lo stesso gesto.

costringo il lettore a un lavoro in più per sostituire lui, nella sua mente, “compì lo stesso gesto” con “timbrò”.
Se potete eliminare le ripetizioni non volute senza danno fatelo pure, ma attenzione che la cura non sia peggiore del male – tante volte lo è.

Biglietto del tram
Un biglietto del tram non proprio recentissimo

C’è poi un partito anti ripetizioni che agisce in base a ragioni filosofiche: secondo costoro, un autore dovrebbe eliminare le ripetizioni per dimostrare di possedere un ampio e ricco bagaglio di termini.
I rappresentanti di questo partito andrebbero catturati e spogliati; andrebbe praticato loro un taglio nell’addome per estrarne l’intestino. Legato l’intestino a un palo e pungolati da una lancia, costoro dovrebbero essere costretti a correre in tondo, fino a sbudellarsi da soli.
Se un lettore si compiace del vocabolario dell’autore vuole dire che è fuori dalla storia e dunque quello scrittore è un pessimo scrittore. No, non ho voglia di discuterne, è una verità auto evidente.
Questo non vuol dire che un bravo scrittore conosce solo cento parole cento, vuole dire che usa le parole più appropriate per raccontare la sua storia indipendentemente se questo potrebbe o no dimostrare che ha un ampio vocabolario. Occorre scegliere le parole in base alla loro efficacia nell’ambito di quello che si sta scrivendo, non per dimostrare di essere fighi. Sigh.

Icona di un gamberetto Le espressioni che indicano una volontà del personaggio di compiere un’azione sono sempre pleonastiche.

Michele salì le scale.

È uguale a:

Michele decise di salire le scale.

Con il vantaggio che è più elegante: si esprime lo stesso identico concetto con meno parole; la lettura risulta più fluida e piacevole.
Se un personaggio compie un’azione è ovvio che ha deciso di compierla. Se si vuole sottolineare il processo di decisione occorre mostrarlo.

Michele si trovò nell’atrio. A destra salivano le scale, a sinistra si apriva la porta dell’ascensore. Michele imboccò le scale.

Se io voglio che la decisione non sia così “netta” non devo scrivere:

Michele si trovò nell’atrio. A destra salivano le scale, a sinistra si apriva la porta dell’ascensore. Michele decise di imboccare le scale.

Perché ho scritto un capoverso identico per significato al precedente, solo sprecando due parole. Invece dovrei scrivere:

Michele si trovò nell’atrio. A destra salivano le scale, a sinistra si apriva la porta dell’ascensore. Michele si grattò il pizzetto. Se prendo le scale rischio di far rumore e svegliare Anna. Ma l’ascensore mi dà la claustrofobia. Alzò la testa: l’orologio appeso alla parete segnava mezzogiorno. Be’, Anna sarà già in piedi. Michele imboccò le scale.

No, non ci sono vie di mezzo: se Michele è in dubbio dovete scrivere come qui sopra (o simile), se non è in dubbio imbocca le scale e basta. Scrivere che “decise”, o anche scrivere:

Michele si trovò nell’atrio. A destra salivano le scale, a sinistra si apriva la porta dell’ascensore. Michele ragionò attentamente su quello che avrebbe dovuto o potuto fare e infine decise prontamente che gli sarebbe convenuto sicuramente imboccare le scale.

è uguale a scrivere che “imboccò le scale”, solo avrete sprecato un sacco di parole per dirlo. E no, non è un peccato veniale: la vita è una sola e far buttare tempo a chi vi legge solo perché non sapete scrivere è da persone incivili.

Scale dentro un ascensore
Qualche volta l’ascensore si apre su una rampa di scale

Icona di un gamberetto Sono anche pleonastiche le espressioni “riuscire a”, “tentare di”, “provare a” e così via. Un personaggio o fa qualcosa o non la fa.

Michele riuscì a parare il colpo.

È uguale a:

Michele parò il colpo.

È lo stesso discorso fatto per il decidere: o si taglia o si “spacchetta” mostrando. Se la parata è affare complicato, occorre mostrare i movimenti; mettere un “riuscì” non serve a nulla se non a sprecare inchiostro.
Lo stesso per il “provare”:

Michele provò a girare la chiave. La porta si aprì.

È uguale a:

Michele girò la chiave. La porta si aprì.

Se si crede che “provare a girare” e “girare” siano azioni diverse, be’, occorre mostrare tale differenza.

Icona di un gamberetto Sono spesso pleonastici anche i verbi legati alle percezioni. È inutile scrivere che il personaggio punto di vista vede, guarda, ascolta, annusa, ecc. Basta riferire le sensazioni. Qualche rara volta si possono usare verbi di questo tipo, ma deve essere una scelta consapevole per cui volontariamente si vuole allontanare la telecamera dal personaggio punto di vista.

Michele andò alla finestra e vide il cane che correva in giardino. Osservò gli uccellini saltare da un ramo all’altro. Scrutò il gatto che dormiva tra l’erba.

Posso tagliare i verbi di percezione e scrivere:

Michele andò alla finestra. Il cane correva in giardino, gli uccellini saltavano da un ramo all’altro, il gatto dormiva tra l’erba.

Come si fa a comunicare al lettore che un personaggio guarda, oppure osserva o addirittura osserva attentamente? Non certo dicendolo, bensì aggiungendo o togliendo particolari:

Michele andò alla finestra. Il cane correva in giardino, gli uccellini saltavano da un ramo all’altro. Il gatto era disteso tra le pianticelle di trifoglio; teneva gli occhi chiusi e le zampette posate accanto al muso. Il pelo bianco striato di arancione sulla pancia si alzava e si abbassava a ogni lento respiro.

Michele vede il cane e gli uccellini ma osserva il gatto. Non ho bisogno di dirlo, è implicito nel modo in cui descrivo.
Tuttavia posso volontariamente scrivere che Michele “osserva” per creare una distanza tra la telecamera e il personaggio; può venire utile in qualche raro caso. E sottolineo il raro. Nella gran parte dei casi si può togliere il vedere, osservare, scrutare, studiare, guardare e simili.
Lo stesso vale per l’udito, l’olfatto, il gusto, il tatto. E il sesto senso: non c’è bisogno di scrivere che un personaggio “sente” o “percepisce” determinate sensazioni, basta metterle.

Michele entrò nel manicomio abbandonato. Sentì che qualcosa non andava.

Diventa:

Michele entrò nel manicomio abbandonato. Qualcosa non andava.

E notare che usare espressioni stile “qualcosa non andava” è di una tristezza infinita. Qualcosa che cosa? Ditelo! Non siate mai generici, nebulosi, approssimativi; invece…

Icona di un gamberetto Siate netti. E non perché lo dico io, ma perché il cervello degli esseri umani funziona in una determinata maniera. Se io scrivo:

Il tavolo sembrava di una tonalità che quasi si avvicinava al rosso.

È uguale a scrivere:

Il tavolo era rosso.

Non è colpa di nessuno, semplicemente gli esseri umani non hanno l’hardware mentale per elaborare “sembrava di una tonalità che quasi si avvicinava”, dunque sono parole sprecate.
Perciò via i “quasi”, i “sembra”, i “piuttosto”, i “circa” e simili. Non dite quello che sembra, dite quello che è.

Tavolo rosso
Un tavolo rosso. E sotto c’è un orso rosso. È pur sempre il primo maggio

Icona di un gamberetto E ritorniamo a parlare di verbi pleonastici con una categoria a metà tra quelli di decisione e quelli di percezione, ovvero i verbi legati ai pensieri: pensare, riflettere, ragionare, rendersi conto, ma anche ricordare, rievocare, ecc.

Michele lesse le istruzioni appese alla parete e si rese conto che doveva subito lasciare la cripta.

Diventa:

Michele lesse le istruzioni appese alla parete. Doveva subito lasciare la cripta!

Oppure si può far pensare direttamente Michele, se il “rendersi conto” voleva implicare un sofisticato processo mentale:

Michele lesse le istruzioni appese alla parete. Per la miseriaccia, sono proprio una testa di pigna! Se non lascio subito la cripta sarò divorato dagli zombie.

Altro esempio:

Michele alzò il viso al sole splendente. Pensò che fosse proprio una bella giornata.

Diventa:

Michele alzò il viso al sole splendente. Era proprio una bella giornata.

O anche:

Michele alzò il viso al sole splendente. Acciderbolina, che bella giornata!

Un esempio con i ricordi:

Michele sedeva solo al tavolino del bar. Sorseggiava la cioccolata calda e piangeva. Gli tornò in mente quando l’aveva bevuta con Anna, solo una settimana prima.

Diventa:

Michele sedeva solo al tavolino del bar. Sorseggiava la cioccolata calda e piangeva. L’aveva bevuta con Anna solo una settimana prima.

Icona di un gamberetto A proposito degli aggettivi/avverbi/termini astratti o generici che andrebbero eliminati. Ne ho parlato ampiamente nell’articolo dedicato al Mostrare, l’argomento è vasto e dunque non è il caso di ripetermi. Però, per chi fosse ancora in dubbio, vi propongo questo esperimento: uscite di casa. Sì, lo so, è tremendo, ma fatelo.
Camminate per una via affollata, magari sedetevi su una panchina e osservate i passanti (che “sembrano passare”, come ci insegna Dimitri). Noterete che ci sono delle persone pensierose, altre felici, alcune arrabbiate, altre ancora nervose o allegre e così via. Ma nessuna gira con un cartello al collo con indicato il proprio stato d’animo, dunque come fate a capire se qualcuno, per esempio, è arrabbiato?
Magari lo capite perché ha appena tirato un calcio al muro, o ha appena gridato alla sua ragazza che è una stronza, o ha sbattuto per terra il cono gelato che stava mangiando. E il tizio nervoso? Forse si mangia le unghie e guarda sempre l’orologio. Quello felice sorride, tiene una bambina in braccio, gioca a lanciare il legnetto al cane e si lascia leccare la mano quando l’animale torna indietro.
Nessun Narratore Onnisciente è calato dal cielo a indicare le persone e a dirci che quello è “arrabbiato” e quell’altro è “allegro”, eppure lo abbiamo capito. Così come lo capiscono i lettori di un romanzo se, invece di usare etichette, mostriamo azioni che denotano i sentimenti che vogliamo trasmettere.
Si può fare anche un esperimento mentale contrario: immaginate i passanti immobili e appiccicato a un ognuno un cartello. “Sono arrabbiato”, “Sono felice”, “Sono nervoso”. Vi sembrerebbero davvero persone arrabbiate, felici o nervose? No. Sembrerebbero manichini con un cartello.
La prossima volta che scrivete:

Anna era arrabbiata.

Pensate a una tizia imbambolata con un cartello al collo: è questo che trasmettete al lettore, non gli state mostrando una persona arrabbiata.

Anna diede uno schiaffo a Michele. «Brutto deficiente, erano i soldi per l’affitto quelli!» Prese la bottiglia di whiskey e la frantumò contro il muro. «La devi finire di bere o ti mollo! Coglione!»

Ora ci siamo.
Una noticina finale sugli aggettivi: metteteli dopo i nomi. “La casa rossa”, “Il piano inclinato”, “Il gatto curioso” – no, questo no! Mostrate! chikas_pink32.gif , ecc. Qualche volta suona meglio metterli prima, ma di solito il risultato è scrivere come un poeta dei poveri: “Sul verde tavolo saltò il curioso gatto”.

Icona di un gamberetto Ho notato spesso che le descrizioni non sono coerenti con il punto di vista. In particolare vedo difficoltà nel descrivere quando il personaggio punto di vista conosce bene l’ambiente. Mettiamo che il punto di vista sia della principessina Anna. Se io scrivo:

Anna entrò nella sua stanza. Alle pareti erano appesi i poster di Sir Goffredo, cacciatore di draghi, e della strega Ermenegilda. Il letto a baldacchino occupava la parete opposta alla porta. Sul lenzuolo rosa erano poggiati una mezza dozzina di cuscini. Il comodino era di mogano con intarsi d’oro; sul ripiano di cristallo erano impilati libri di cucina e romanzi di avventura. Tendine a fiorellini erano tirate davanti alla finestra.

sbaglio? Be’, la descrizione è un po’ statica e a tratti generica, ma non è quello l’errore, l’errore è che Anna conosce la propria stanza a menadito e non si soffermerebbe mai a rilevare questi particolari. Li vede tutti i giorni magari da anni, non li nota più. Scrivendo in questo modo si esce dalla testa di Anna e se il lettore era comodo nel cranio della principessina proverà fastidio.

Cranio abitabile
Magari il cranio della principessina Anna era comodo come questo

Come si può fare per mantenere la descrizione (perché magari ha importanza più avanti nella storia)? Le soluzioni sono due. O si cambia punto di vista – per esempio prendendo quello di Michele, amico di Anna che però non è mai stato nella camera di lei – oppure bisogna essere un attimo furbi. Una soluzione è far interagire il personaggio con l’ambiente, così si descrive senza che sembri innaturale:

Anna entrò nella sua stanza. Srotolò il poster di Sir Goffredo che teneva sottobraccio e lo appese alla parete con lo scotch, accanto a quello della strega Ermenegilda. Arretrò di un passo per controllare che fosse dritto. Il vento spalancò la finestra, gonfiò le tendine a fiorellini e strappò via il poster. Anna si lanciò per afferrarlo e finì sui cuscini ammucchiati sul letto. Il poster cadde sul ripiano di cristallo del comodino, tra la pila dei libri di cucina e quella dei romanzi di avventura.

Sono la prima ad ammettere che non sia un granché, perché ho voluto inserire quanti più particolari possibile e la situazione risulta artefatta, tuttavia il principio è quello. Anna che entra nella sua stanza per la milionesima volta e nota i poster è inverosimile; Anna che appende un nuovo poster accanto a uno vecchio e cita entrambi è credibile.

Icona di un gamberetto A proposito di descrizioni e world building: la qualità batte sempre la quantità. È meglio una città ben descritta che venticinque generiche. Meglio una fortezza interessante che cinquanta castelli tutti uguali.
I due approcci principali al world building sono: dal generale al particolare e dal particolare al generale. Io consiglio caldamente il secondo approccio.
Ovvero, quando progettate il vostro mondo fantasy, non partite da un pianeta, o da un continente, partite da una stanza. O da una piazza. O da un angolo di bosco. E, partendo dai dettagli che vedete intorno a voi, costruite l’ambientazione.
Perché è meglio? Perché, a meno che non stiate progettando una guerra interplanetaria, i personaggi non vedranno mai come le grandi montagne dell’Ovest si incuneano nelle pianure meridionali accanto al lago eterno; viceversa vedranno una grotta innevata che si apre sul fianco della montagna, vedranno una mandria di bufalogatti pascolare per la pianura, vedranno i canneti crescere sulla sponda del lago.
Raramente vi serve avere sottomano un intero pianeta, invece è vitale conoscere ogni dettaglio dei luoghi dove si svolgerà l’azione. Sento già l’appassionato di high fantasy frignare che lui ha bisogno di almeno un paio di continenti perché ci deve ambientare una guerra epica. Be’, la guerra epica può funzionare anche se i continenti sono appena abbozzati, l’importante è che si abbia una conoscenza dettagliata di dove si svolgono le battaglie.
Se mostrate a un marine in partenza per il Medio Oriente una cartina muta e gli chiedete di indicare l’Iraq, non avrà idea di dove posare il dito. Questo non gli impedirà di combattere, uccidere, farsi ammazzare e compiere gesta più o meno epiche.

Se il world building vi diverte, niente vi vieta di pianificare nei minimi dettagli ogni angolo di mondo, ma tenete a mente che, se lo scopo è scrivere un romanzo, non è così importante. Non ve ne frega niente di qual è il clima tra le colline della Repubblica Benedetta se l’azione si svolge a 1.000 chilometri di distanza. Questo perché il punto di vista sarà quello di qualcuno coinvolto in prima persona negli avvenimenti; non di un personaggio che osserva pacifico dall’orbita.
Ribadisco: se vi diverte disegnate pure mappe su mappe, ma se volete scrivere buoni romanzi prima di pensare a dove mettere fiumi e laghi e foreste e città, pensate a com’è messo il palazzo assediato dai goblin dove il protagonista sta rischiando la pelle.
Lo stesso principio si applica alla storia, nel senso di avvenimenti storici. Se vi eccita ricostruire cinquemila anni di guerre, invasioni, battaglie e quant’altro accomodatevi, ma quanto serve in un romanzo è solo la porzione di storia che ha effetti visibili sulla vicenda.
Scrivere che gli Dei da diecimila anni combattono sul continente di Vattelapesca con armi magiche dagli effetti devastanti non ha niente di epico. Invece è epico mostrare l’infinita distesa di macerie dove è caduto un fulmine divino. Ma a quel punto il fulmine è caduto la settimana scorsa, perché se fosse caduto diecimila anni fa la città sarebbe stata ricostruita e non ci sarebbero macerie da far vedere.
È il qui e ora che emoziona. È il momento in cui gli spartani alle Termopili si preparano a sostenere l’attacco dei persiani. Il fatto che siano in guerra da ieri o da cento anni ha un’importanza molto molto relativa. Il fatto che si stia avverando la profezia di Cicciobello annunciata nel continente di Quelchesia all’alba dei tempi ha un’importanza molto molto relativa. Del fatto che a migliaia di chilometri di distanza dal luogo della battaglia viva il bufalogatto e il clima sia insolitamente mite d’estate non frega niente a nessuno.
Il discorso è lungo e prima o poi ci tornerò con un articolo dedicato, per adesso ribadisco il punto chiave: sono i dettagli a rendere interessante un romanzo. Non la generica perturbazione che fa nevicare sul continente di Puccipucci, ma il singolo chicco di grandine che prende in testa il protagonista e gli fa perdere la memoria prima che possa riferire al Re che gli Orchi stanno sbarcando.

Chicco di grandine enorme
Il più grosso chicco di grandine mai caduto negli Stati Uniti. Pesa 880 grammi

Icona di un gamberetto Parlando di battaglie, ovvero di violente scene d’azione: le descrizioni generiche non funzionano. Punto. Scrivere:

Michele e Anna si affrontarono in un furibondo dimenarsi di spade, in un balletto di affondi e parate.

È come scrivere niente.
Se mettete il DVD del vostro film di cappa & spada preferito, potrete notare che non c’è mai un dimenarsi furibondo generico, bensì c’è una precisa coreografia: il protagonista dà una spadata al primo soldato, balza sul bancone della taverna e tira un calcio in faccia al secondo, si aggrappa con la mano al lampadario e si lancia su un tavolo, salta giù e infilza il terzo avversario, libera la spada piantando la suola contro la pancia del nemico e si volta a fronteggiare un nuovo soldato e così via.
Voi dovete fare lo stesso: immaginatevi le singole mosse e descrivetele. Non viene bene? Progettate una coreografia migliore. Se vi rifugiate nel generico “scambio mortale di colpi fulminei” e simile, state dicendo al lettore: “Senti, io mi sono stufato di pensare, inventati tu come si svolge il duello. Sì, mi devi lo stesso 20 euro per il romanzo, che domande!”

In fondo non dovete neanche essere realistici: nessuno vi vieta di fornire a tutti i partecipanti spade magiche che tagliano il metallo delle armature come se non esistesse e che generano torrenti di scintille quando le lame si sfiorano.
Però dovete sempre rimanere coerenti, rispetto a come funzionano le spade e rispetto all’ambientazione in generale. Se la spada magica fa a fettine un’armatura a pagina 32, deve farla a fettine anche a pagina 187; inoltre ci deve essere un buon motivo perché i personaggi girano in armatura se non serve a niente. Infine se il resto del romanzo si svolge in un’ambientazione pseudomedievale ricercata e credibile, le spade magiche sembreranno solo la trovata balorda di un autore che non si è voluto documentare su un aspetto dell’ambientazione che evidentemente gli interessava poco.
D’altra parte rendetevi conto che in un duello vero la gente non si appende ai lampadari e spesso neanche ci arriva al combattimento: cerca di sgozzare il proprio avversario la notte prima mentre dorme. Fatevene una ragione e decidete quanto volete essere realistici e quanto volete documentarvi. Ma in ogni caso dovete essere coerenti e dovete descrivere quello che succede. Non rifugiatevi nel caos indistinto.

Duello in stile anime
Duello in stile anime

Scrivendo una violenta scena d’azione concentratevi sull’azione: un combattimento si svolge in fretta, e non c’è spazio per fare altro oltre agire. Se Michele tira una bastonata in testa ad Anna, o Anna reagisce subito, oppure Michele, nel giro di pochi decimi di secondo, le darà un’altra bastonata e un’altra ancora e così via finché Anna non sarà per terra con il cranio sfondato.
Passaggi come questo:

Michele tirò una bastonata ad Anna. Anna valutò che la tecnica del bastone di Michele era davvero raffinata: aveva imparato bene dalla scuola della Sacra Rissa. Per batterlo avrebbe dovuto fare affidamento a tutta la propria forza e fare conto su tutto il proprio addestramento.

sono assurdi. Se Michele tira una bastonata ad Anna, Anna gli dà un calcio nelle palle, o si protegge la testa con le braccia, o si scosta, insomma agisce. Non c’è tempo per pensare.
Nondimeno, se Anna non è una guerriera ed è colta di sorpresa può essere che rimanga paralizzata dalla paura e che si fermi a frignare tra sé e sé su quanto sia ingiusta la vita. Ma a quel punto non c’è combattimento: Anna finirà ammazzata e buonanotte.

Icona di un gamberetto A molti piace il bullet time. A me non tanto: quando nei film i combattimenti vanno al rallentatore mi annoio. Non ho i riflessi di un bradipo: seguo ogni singolo dettaglio di uno scontro anche se si svolge in tempo reale. Apprezzo ogni singola goccia di sangue che schizza e ogni osso che si spezza anche se il film scorre a velocità naturale.
Ciò premesso, il fenomeno della tachipsichia esiste sul serio: alcune persone, in particolari situazioni di stress, sperimentano un’accresciuta acutezza dei sensi, tanto da notare tutta una serie di particolari in un tempo brevissimo. Il bullet time può avere posto in un romanzo senza che sia inverosimile.

Quando il vostro personaggio punto di vista sperimenta la tachipsichia non dovete scrivere che “il tempo rallentò” o “il tempo sembrò fermarsi” o frasi simili. Dovete mostrare che il personaggio percepisce l’ambiente circostante con insolita precisione considerate le circostanze.

Anna preme il grilletto. Ghirigori di fumo si espandono davanti alla pistola. Il proiettile scintilla alla luce della lampada mentre fende l’aria. Si schiaccia contro la fronte di Michele. Un fiore di sangue sboccia tra le rughe della pelle; goccioline rosse si sollevano, rimangono sospese, ricadono sulle piastrelle sbrecciate della parete, scorrono nelle fratture, imbrattano il cuoricino sopra la i della scritta Gattina ti amo. Michele picchia la nuca contro il muro, spalanca la bocca, alza la mano. La schiena scivola giù, il maglione verde si arriccia sfregando la parete; l’anello dai riflessi dorati che Michele porta all’anulare sinistro graffia lo sporco che ricopre le piastrelle e lascia una scia bianca. Altro sangue cola sugli occhi e sul naso di Michele, riga le guance, gli bagna le labbra, gocciola sulla stoffa bordò dei pantaloni.
Il boato dello sparo si spegne.

A velocità normale:

Anna preme il grilletto. Il proiettile colpisce Michele alla fronte. Schizzi di sangue sporcano la parete. Lui si accascia.

Notate che anche con la tachipsichia un personaggio umano non schiva i proiettili, se volete che compia gesta del genere dovete dargli poteri sovrannaturali.

Bullet time
Bullet time in Matrix

Icona di un gamberetto Fate soffrire i personaggi! Inserite conflitti dove potete! O meglio, fatelo se volete essere letti da un pubblico più ampio possibile. Nessuno vi vieta di scrivere 400 pagine nelle quali la liceale fa le coccole al suo innamorato vampiro: il pubblico di ragazzine rincretinite che leccano il monitor del computer quando appaiono immagini di Robert Pattinson nella parte di Edward vi apprezzerà. Ma se puntate a un’audience più ampia dovete movimentare la storia. Dovete mettere i personaggi tra l’incudine e il martello, metterli di fronte a scelte difficili.
Faccio un esempio da un romanzo che ho letto sotto Natale: una mattina, il protagonista si trova a dover aiutare la fidanzata, ma così facendo salterebbe un giorno di scuola. L’autore ci tiene a precisare che il nostro eroe è un bravo ragazzo con ottimi voti e che dunque quell’assenza non inciderebbe sul suo rendimento scolastico. In altre parole l’autore ha attenuato il conflitto e ridotto l’interesse. Proviamo a inasprire: il protagonista deve aiutare la fidanzata, ma se salta la scuola ancora una volta verrà di sicuro bocciato. Adesso la decisione non è più ovvia e il lettore seguirà con maggiore partecipazione: cosa sceglierà il nostro eroe, l’Amore o il Dovere?

In ogni occasione cercate spunti per aumentare la tensione. Il bardo, il druido e il mago affrontano gli orchi. Un orco ferisce il mago con la sua ascia avvelenata. Per fortuna il mago è un mezzelfo immune al veleno… NO! Scrivendo così la storia risulta moscia. Invece il mago è avvelenato e gli rimangono poche ore da vivere se non si trova l’antidoto, ma se la compagnia non arriva prima di notte ad avvertire il Duca di far saltare i ponti nessuno fermerà l’invasione degli orchi.
Mi deve ancora capitare di leggere un romanzo in cui ci sia troppo conflitto o troppa sofferenza. Andateci giù pesante, non vi fate scrupoli. Tra l’altro è anche più divertente scrivere quando i personaggi sono nei guai e bisogna ingegnarsi per salvarli – fino al prossimo guaio ancora più brutto.

Icona di un gamberetto Infine le idee. Io sono tra quelle che passano sopra a uno stile atroce se il romanzo contiene idee interessanti, ma rendetevi conto che non è così semplice avere buone idee. Se dovessi giudicare i romanzi fantasy italiani che ho letto (e recensito sul blog) in base all’originalità e alla coerenza delle idee, i voti sarebbero ancora più bassi.
Nella gran parte dei casi non ci sono idee buone o cattive, ci sono solo idee. La qualità del romanzo dipenderà da come queste idee sono esposte, ovvero da quanto è curato lo stile. È facile fare ironia sui vampiri sbrilluccicosi della Meyer, ma ci metto la mano (di Licia Troisi) sul fuoco che se Twilight lo avesse scritto Mellick ne sarebbe venuto fuori un romanzo bellissimo. Così come se 1984 lo avesse scritto la Strazzu ho qualche dubbio che persino le idee più interessanti sarebbero sopravvissute.
Non pensate alle idee, ogni giorno uno scrittore ha idee (più o meno buone) per cento romanzi prima dell’ora di pranzo, pensate a come metterle insieme e a come scriverle in modo adeguato.

Copertina di The Faggiest Vampire
In effetti Carlton Mellick III ha scritto un romanzo con i vampiri: The Faggiest Vampire. Lo leggerò

Tenete poi conto che tutte le idee hanno uguale dignità. Scrivere un romanzo con banane senzienti che si affrontano in gare di snowboard ha la stessa dignità di scrivere un romanzo con gli elfi scuri come metafora del razzismo imperante nel mondo moderno. Se il vostro romanzo usa il fantasy come specchio deformante della realtà e stronzate simili, non è di per sé migliore di un romanzo che usa il fantasy per comunicare situazioni fantasiose.
Purtroppo, specie in Italia, la critica è quasi sempre una critica ai contenuti, spesso addirittura all’ideologia che si può desumere dai contenuti – per tacere di quelli che giudicano i romanzi in base alla loro presunta moralità, per questi ultimi non c’è tortura sufficiente. Questo tipo di critica, in ambito letterario, non vale niente. Se ci tenete a occuparvi in modo serio di narrativa dovete partire dal presupposto che i contenuti sono neutri ed è solo il come sono esposti che è interessante e degno di attenzione.
Non è che siano concetti nuovi e radicali. Henry James, nel famoso articolo del 1884 sull’Arte della Narrativa, spiega che il romanziere deve essere libero di esprimersi come gli pare e che la qualità di un’opera è solo legata all’esecuzione della stessa. Per riassumere il suo discorso in una breve citazione:

bandiera EN We are discussing the Art of Fiction; questions of art are questions (in the widest sense) of execution; questions of morality are quite another affair [...]

bandiera IT Stiamo discutendo dell’Arte della Narrativa; le questioni artistiche sono (nel senso più ampio) questioni di esecuzione; le questioni legate alla morale sono un’altra faccenda [...]

Ciò non toglie che potete atteggiarvi a intellettuale e disquisire su come l’autore tal dei tali influenzi la società con l’uso delle allegorie attraverso molteplici piani di lettura e puttanate del genere. Se ci guadagnate fate pure. Ma quando siete nella vostra cameretta, e studiate i romanzi altrui per imparare, non ve ne deve fregare niente di stupidate di questo tipo.

* * *

Finita l’escursione nel meraviglioso mondo dove si impara a scrivere e si ottengono soddisfazioni scrivendo con criterio. Nel mondo reale gli editori pubblicano chi capita, i lettori non distinguono Shakespeare dalla Strazzulla, e i critici neanche li aprono i romanzi che recensiscono. Perciò scrivete come viene e non fatevi problemi.

* * *

Nota tecnica: nei prossimi giorni avrò difficoltà a collegarmi a Internet, perciò mi scuso in anticipo se non risponderò ai commenti.


Approfondimenti:

bandiera IT Baudolino su Amazon.it
bandiera IT Fiori per Algernon su Amazon.it
bandiera IT Atlas Shrugged su Amazon.it
bandiera IT The Faggiest Vampire su Amazon.it

bandiera IT Sito dell’Accademia della Crusca
bandiera EN Il primo maggio presso il Marxists Internet Archive
bandiera EN Sensory Deprivation Skull di Atelier van Lieshout
bandiera EN The Matrix su IMDb
bandiera EN “The Art of Fiction” leggibile online

 

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Alcune note sullo scrivere Recensioni

Una delle ragioni dietro la nascita della Barca dei Gamberi è stata l’insoddisfazione mia e del resto dell’equipaggio riguardo le recensioni librarie che si possono trovare in Rete e non. In particolare le recensioni che parlano di narrativa fantastica sono un disastro: se ne trovano poche, scritte da cani, inutili, e più spesso che non ipocrite e disoneste. Non sempre, certo, si possono incontrare anche ottime recensioni, ma sono rare.
Penso dipenda dal fatto che ognuno vede le recensioni a modo suo. Un po’ lo stesso problema che affligge la narrativa: ognuno insegue la sua presunta Arte come gli pare e piace, fregandosene se quello che sta scrivendo sia utile, interessante e divertente anche per il prossimo. Il che è un atteggiamento legittimo, ma non aiuta chi sta cercando invece proprio l’utile, l’interessante e il divertente.
Per questo voglio proporre una serie di linee guida rispetto allo scrivere recensioni. Probabilmente non verranno prese in considerazione da nessuno, se non da me stessa e dalla Barca dei Gamberi, ma non si sa mai, tentar non nuoce.

I: Lo scopo di una recensione.

Lo scopo di una recensione libraria dev’essere offrire al lettore un parere chiaro e inequivocabile rispetto al valore del romanzo preso in esame. Questo può essere ottenuto con poche o tante parole, con un esplicito giudizio numerico o lasciando che siano discorsi più articolati a esprimere il parere del recensore, non ha importanza, l’importante è che alla fine il lettore deve sapere se spendere 18 euro per comprare il tal romanzo o no; se vale la pena perdere 10 o 20 ore per leggerlo.
Ci possono essere mille distinguo e precisazioni – del tipo che magari il romanzo può piacere agli appassionati di Elfi ma comunque non vale 20 euro e dunque è un affare solo se scaricato gratis da emule – ma il recensore non può e non deve sfuggire dall’esprimere il suo giudizio. Deve prendersi la responsabilità di dire: vale la pena leggerlo, non vale la pena leggerlo.
Può sembrare un’ovvietà ma non lo è. Ci sono quintali di recensioni che parlano di tutto e di più e poi i commenti dei lettori sono di questo tenore: “…sì, d’accordo, ma non solo non ho capito se il romanzo mi potrebbe piacere, ma non ho neanche capito se è piaciuto al tizio che l’ha recensito!” Ecco, recensioni così sono da buttar via.
Bisogna essere espliciti e prendere posizione. Perché, in generale, non ci sono vie di mezzo, non puoi presentarti alla cassa in libreria e discutere del più e del meno e dei Massimi Sistemi della Natura: o paghi i 18 euro o non li paghi.
Questo non vieta che si possa parlare di romanzi senza esprimere un parere netto, solo non sono recensioni e il lettore ne dovrebbe essere consapevole.

Sex for the eyes
Sex for the eyes. Your art is like sex for the eyes

II: Una recensione deve essere obbiettiva.

Questo significa che il recensore deve rendere noti (al limite nella recensione stessa) i criteri che intende adottare, e a quelli attenersi. Deve attenersi a quei criteri indipendentemente da quale romanzo prenda in considerazione, chi sia l’autore, la casa editrice o qualunque altro fattore esterno. Inoltre i criteri devono essere consistenti da recensione a recensione.
Un esempio: qualche tempo fa, cercando altro, mi sono imbattuta in un sito di recensioni filmiche “cattoliche”. Il criterio di valutazione del sito era basato sul verificare quanto i film presi in esame fossero in accordo con la dottrina della Chiesa Cattolica. È un sito obbiettivo? Sì, perché i criteri adottati sono espressi in maniera esplicita e applicati a ogni film. È un sito dal quale prenderò consigli? No, perché i criteri non mi paiono adeguati.
Uno dei criteri adottati dalla Barca dei Gamberi è per esempio l’accuratezza dell’ambientazione. Un altro è l’originalità. Altri sono illustrati nell’articolo Riassunto delle Puntate Precedenti. Non pretendo che nessun altro adotti i nostri stessi criteri, ma una scelta dev’essere compiuta. Il criterio: come gira la Luna al recensore mentre scrive la recensione, non è un criterio accettabile.
Una scelta a priori dei criteri è anche l’unica possibilità per il lettore di poter verificare l’attendibilità della recensione. Dato il romanzo, o al limite estratti dello stesso, e dati i criteri ognuno può controllare se quello che il recensore scrive sia obbiettivo o no.
Sempre in quest’ottica di obbiettività, io considero più interessanti i criteri basati sul testo piuttosto che quelli basati sull’interpretazione dello stesso. Mi spiego meglio: mettiamo che uno adotti un criterio “politico”, per cui un romanzo è buono se aderisce a certe idee e brutto se fa riferimento a idee diverse. Di per sé può essere un criterio valido, ma poi il nostro recensore prende in mano il classico di Heinlein Fanteria dello Spazio. Dice che è un brutto romanzo perché è un romanzo “fascista”. Solo che, come ovvio, nel testo da nessuna parte c’è scritto che si tratta di un romanzo fascista: quella è un’interpretazione. Sarà vera? Forse sì, forse no, in quanto interpretazione è soggettiva: diventa difficile stabilire se il recensore sia stato sul serio obbiettivo.
Invece stabilire se un romanzo è originale o no non è così complesso (basta guardare i precedenti) e neppure è complicato accertare la verosimiglianza o verificare la coerenza interna.
Rimanendo attinenti al testo si può dire molto su un romanzo, e dire un molto oggettivo, senza entrare nel pantano delle interpretazioni. Rimanendo legati al testo si possono fare affermazioni che sono vere in sé, e secondo me queste affermazioni sono le più interessanti, perché sono vere per tutti. Non sto più offrendo un servizio solo a chi condivide la mia filosofia (come può essere con il sito di recensioni “cattoliche”), ma sto offrendo un servizio a tutti.
Va da sé che i criteri per me perdono ogni validità quando vanno oltre il testo e l’interpretazione. Per me non ha alcun senso dire che un romanzo è bello o brutto perché l’ha scritto un autore piuttosto che un altro. O magari perché ha venduto tanto o poco, o perché ne hanno tratto un film o un videogioco. O perché aiuta l’economia favorendo la vendita di segnalibri. I criteri devono essere legati alle parole del romanzo, non a quello che ci gira intorno.

III: Quando la recensione non è obbiettiva bisogna segnalarlo.

Oltre ai criteri obbiettivi esiste anche un parere personale del recensore. Il recensore deve chiarire quando sta uscendo dai criteri per addentrarsi nelle opinioni. Se un romanzo ha sessanta pagine di fila di inforigurgito, è un oggettivo errore (secondo i criteri adottati), e come tale lo si deve rimarcare. Poi si può aggiungere che le sessanta pagine, pur non muovendo in avanti la storia di un niente, contengono però – secondo il personale parere del recensore – delle informazioni interessanti e dunque il recensore medesimo non si è annoiato.
In altri termini, i “secondo me”, “per me”, i “penso” e “credo” vanno riservati per quando è davvero così. Finché si seguono i propri dichiarati criteri non è opinione, è affermazione.

Hungry?
Hungry?. I would like to have you for dinner

IV: Il recensore deve poter applicare i propri criteri.

Sembra scontato, ma non lo è. Torniamo al sito di recensioni “cattoliche”: chi scrive su quel sito, deve conoscere a menadito tutti i testi sacri, il Catechismo e ogni altro rilevante documento. Non può inventarsi il cattolicesimo come gli pare, altrimenti i criteri adottati in realtà non corrispondono a quelli esposti.
Se io adotto come criterio l’originalità, devo conoscere a sufficienza il genere per poter appunto affermare che il tal testo è originale o no. Se io dico: “nel fantasy è importante l’originalità! finora ho letto di fantasy, uh… Il Signore degli Anelli e tutti i romanzi di Licia!” è ovvio che non potrò davvero applicare quel criterio come i miei lettori si aspettano.
Se penso che la verosimiglianza in un romanzo (pseudo)storico sia importante, e il romanzo parla di un’epoca che non conosco o conosco poco, prima di scrivere la recensione devo documentarmi. E capisco benissimo possa suonare esagerato, in fondo spesso se ne fregano gli stessi autori, ma i criteri li ho scelti io. Se non si può scrivere una recensione applicando i propri stessi criteri… be’, non la si scrive.
In alternativa si può confessare al lettore che il tal particolare non è stato verificato o si è ignoranti di quell’altro fatto. Finché sono questioni marginali può passare, ma se sto recensendo un romanzo dove la guerra ha un ruolo fondamentale e non ne so niente, è inutile confessarlo: non devo proprio scrivere la recensione di quel romanzo.
Tutti pensano di essere più o meno geniali e di avere opinioni originali e interessanti: non è vero. Veri geni esclusi (e se state leggendo queste righe geni non lo siete, altrimenti sareste a gegnalare da qualche altra parte), quando qualcuno scrive di un argomento è tanto più interessante quanto più è documentato e preparato. Perciò è inutile cianciare di ciò che non si conosce: si perde tempo e lo si fa perdere al prossimo.

In case of Fire
In case of Fire. In case of fire, use fire extinguisher!

V: Bisogna essere semplici, precisi e inequivocabili.

Icona di un gamberetto La semplicità di linguaggio è necessaria dato che ci si sta rivolgendo a un pubblico di appassionati ma non necessariamente di “addetti ai lavori”.
Come già ribadito si sta cercando di scrivere recensioni obbiettive, dove le affermazioni sono veritiere in quanto aderenti al testo da una parte e ai criteri scelti dall’altra e non perché espresse da Nicoletta o Luisa. Dunque usare paroloni su paroloni per sembrare più “intelligenti”(sic) non serve a niente, se non a infastidire il lettore.

Icona di un gamberetto La precisione è di vitale importanza. La precisione impone da un lato di usare un lessico appropriato, dall’altro di esprimere concetti il meno generici possibile.
Le due cose sono strettamente legate fra loro; per esempio, a me è capitato di leggere infinite volte nelle recensioni frasi di questo tipo: “questo è un romanzo coraggioso”, oppure “questo è un romanzo profondo” o aggettivi simili. Qual è il problema con affermazioni del genere?

  • Il lessico non appropriato crea ambiguità. Quando Mario entra nel palazzo in fiamme per salvare la vecchia vicina di casa che gli sta pure antipatica, possiamo definirlo “coraggioso”. Ma un romanzo? Quand’è che un romanzo affronta con sprezzo del pericolo una situazione di vita o di morte (perché questo è il coraggio)? O forse ci si riferisce all’autore? Ma in Italia, 2009, quale coraggio ci vuole a pubblicare un romanzo? Al massimo si rischia una denuncia per diffamazione, non si rischia la vita. O forse si fa riferimento allo stile? “Un romanzo coraggioso perché sfida le convenzioni della narrativa!” Ah, che gran coraggio ci vuole a sfidare le convenzioni della narrativa! Lo stesso di Gary Cooper in Mezzogiorno di Fuoco!
    Si possono estrarre mille significati dementi dal quel coraggioso, ed è questo il danno: la recensione non è più inequivocabile, va interpretata, diviene ambigua.
  • Proprio perché coraggioso è ambiguo, può essere affiancato a qualunque romanzo. Nihal della Terra del Vento è un romanzo coraggioso. Il Nome della Rosa è un romanzo coraggioso. Bryan di Boscoquieto è un romanzo coraggioso. Quando in una recensione si esprime un concetto così generico, applicabile a qualunque libro, si sta sprecando inchiostro. Come faccio a scegliere tra Nihal della Terra del Vento e Il Nome della Rosa quando mi viene proposta una caratteristica che possono avere entrambi? Sarebbe come dire: “leggete questo romanzo perché è un romanzo pieno di parole”. Oh bella, ma anche tutti gli altri romanzi sono pieni di parole, perché dovrei leggere proprio questo? Anche tutti gli altri romanzi possono essere coraggiosi, perché dovrebbe in particolare interessarmi questo?

Lo stesso dicasi per “profondo”, “importante”, “scomodo” e così via. Meno grave è quando l’affermazione non è ambigua ma rimane generica: “questo è un romanzo noioso”, o il classico “questo è un romanzo bello/brutto”. Detto così non vuol dir niente, il recensore deve illustrare perché quel “noioso” è applicabile in quel caso particolare.
La Setta degli Assassini è un romanzo noioso”. Questa è un’affermazione che può essere vera o falsa, ma di per sé ha valore minimo, comunica al lettore poco o niente.
“Ne La Setta degli Assassini la protagonista piange ogni poche pagine: che noia!”. Questa invece è un’affermazione specifica e dunque comunica al lettore molto di più. Inoltre questa è un’affermazione verificabile: volendo ognuno può controllare se sia vero o no che la protagonista piange ogni poche pagine.
Lo stesso vale per lo stile di scrittura. Quante volte si leggono espressioni del tipo che il tal autore ha una scrittura “fresca”, o “vivace”, o “in punta di penna”(sic) o simili. Ma che vuol dire? NIENTE. È come con i libri coraggiosi, sono ambigue frasi fatte. È vero che spesso è difficile definire uno stile, e può essere conveniente usare un aggettivo generico, però almeno il recensore deve aver ben chiaro il perché ha usato proprio quell’aggettivo. Se dico che lo stile è “trasparente”, devo poterlo dimostrare testo alla mano, anche se magari nella particolare recensione non è così importante inserire le appropriate citazioni.

Icona di un gamberetto Infine l’essere inequivocabili. In parte è compreso nella precisione, in parte significa che non bisogna contraddirsi (d’oh!). Non si può dire: “il romanzo è avvincente e noioso.” Troppo ovvio? Allora questo, preso da una recensione “vera”: “[...] vengono in mente Agota Kristof e Magda Szabò, ma sono paragoni che non reggono.” Se sono paragoni che non reggono non ha senso farli…
Essere inequivocabili implica anche evitare tutte le espressioni non quantificabili, tutti i “piuttosto”, “quasi”, “si potrebbe dire che”, “in un certo senso”: non bisogna scrivere “quasi rosso”, bisogna scrivere “arancione”, non “piuttosto in carne” ma “grasso”, non “in un certo senso è come fosse un vampiro” ma “è uno gnokko”.

VI: Bisogna entrare in argomento.

Bisogna spiegare di cosa parla il libro; è necessario fornire la trama del romanzo. Spesso i recensori si lasciano trascinare in una sorta di delirio, per cui un romanzo affronta Argomenti Decisivi, pone l’Uomo di fronte ad interrogativi Fondamentali, è una pietra miliare nella storia della Letteratura e quant’altro e si “dimenticano” di dire di cosa diavolo parla il romanzo.
Per un sacco di gente, me compresa, l’argomento è importantissimo. I marziani invadono la Terra? Una ragazza dai capelli blu ammazza gente a destra e a manca con uno spadone? Una compagnia di Elfi debosciati deve salvare una principessa? Io lo voglio sapere!
Il recensore deve perciò raccontare quale sia la trama, con due avvertenze: se si è colti da attacco di pigrizia e si decide di scopiazzare la trama dalla quarta di copertina o da qualche comunicato stampa della casa editrice, è bene accertarsi che la trama sia quella giusta, spesso non è così; se si è in dubbio se svelare o no certi particolari, si possono sempre usare gli “spoiler”, sul web è facile mascherarli come si preferisce.

Entrare in argomento significa anche rimanere attinenti al testo. Dimostrare le proprie affermazioni con citazioni adeguate. Un sacco di romanzi arrivano in libreria senza che il lettore abbia potuto leggerne una sola pagina, perciò (ampi) estratti nella recensione sono i benvenuti (e ricordo a chi si facesse di questi problemi che è legale: è legale citare e riprodurre brani di un’opera finché l’intento è di critica o studio e non si sta facendo concorrenza all’opera originale).
Siamo sempre dalle parti della precisione: la recensione è di quel particolare romanzo, dunque lì bisogna scavare, lì ci sono i punti di riferimento. Bisogna parlare di quel romanzo, non della Letteratura, dell’Uomo, della Natura, e del Diavolo-in-Carrozza.

Toy Trunk
Toy Trunk. Jimmy is finally old enough to get the toys out of the trunk all by himself!

VII: Bisogna usare tante parole quante ne servono.

Se si scrivono recensioni sui giornali o sulle riviste non si è liberi di scrivere finché si vuole: la carta costa e perciò sono quasi sempre imposti limiti ben precisi. Per fortuna sul web non è così: il costo di un testo in termini di banda consumata è infinitesimale, per cui scrivere poche righe o scrivere un trattato dal punto di vista economico è la stessa identica cosa.
Per questa ragione non bisogna porsi alcun problema di spazio. Una recensione può essere approfondita a piacere, finché non corrisponde per filo e per segno a quel che il recensore vuole dire. Così pure non ci si deve porre problemi con le citazioni: se è opportuna una (lunga) citazione dal testo originale, inserirla è tutto di guadagnato.
Questo non significa però sbrodolarsi: non è una licenza per parlare dei problemi privati del recensore o per disquisire di argomenti che nulla hanno a che vedere con il testo; ogni riga della recensione deve avere un suo perché e ogni passaggio dev’essere interessante.

Ma è raro imbattersi in recensioni sbrodolate, è molto più presente l’errore opposto: ovvero recensioni compresse in poche righe.
Qui entrano in gioco diversi fattori: pigrizia del recensore (ma se sei pigro e ti pesano le dita a scrivere forse non è il tuo “mestiere”), il desiderio bruciante di esprimere un’opinione anche se non si ha niente da dire (e in questo caso è molto meglio “linkare” qualcuno che già dice il poco che vorremo dire noi, piuttosto che riscrivere le stesse cose), e l’idea balorda che scrivendo sul web bisogna essere agili, veloci, compatti, brevi.
Perché è un’idea balorda? Perché il linguaggio sul web funziona come sulla carta, l’Italiano è lo stesso e dunque se per esprimere un concetto hai bisogno di 100 parole su una pagina stampata avrai ancora bisogno di 100 parole su una pagina web. È vero che leggere a video è più faticoso e si hanno molte più distrazioni davanti a un PC, ma questo è al di fuori delle possibilità di controllo di un recensore (a parte le ovvie – che per molti ovvie non sono – considerazioni tipografiche: per esempio non scrivere viola fosforescente su sfondo verde brillante). Non si possono tagliare pagine da un trattato di filosofia o matematica solo perché “troppo lungo per il web”: web o non web il significato deve mantenersi integro. Così una recensione: deve contenere quanto necessario che sia sul web o no.
Inoltre c’è un altro livello di balordaggine implicito nell’idea di scrivere apposta poco, di “condensare” i concetti: che scrivere poco sia facile. Non lo è. Può essere meno faticoso, meno impegnativo, portare via meno tempo, ma non è più facile, tutt’altro. Il riuscire a mantenere integro un argomento riducendo via via le parole è incredibilmente difficile. Una buona recensione da 2.000 parole può diventare uno schifo immondo in 500 se l’autore non è più che abile (abile come può essere abile qualcuno che ogni volta che scrive una short story minimo un paio di premi internazionali li vince).
Dunque il recensore non si deve porre problemi di spazio: deve scrivere quello che è necessario. Se la recensione risulterà interessante, verrà letta lo stesso, web o non web.

VIII: Il tono dev’essere funzionale.

Le mie recensioni usano un tono tra l’ironico e il sarcastico. È una scelta voluta: ritengo sia il tono più adatto per “reggere” la lunghezza dei testi e al contempo quello che meglio si adatta a certa narrativa (il fantasy di scarso valore). Altri possono scegliere di usare un tono diverso e potrà andare bene uguale, però è importante che questa scelta abbia motivazioni legate alla recensione medesima, e non “esterne”. Ad esempio usare un tono “serioso” solo per mostrare la presunta posatezza del recensore è una scelta sbagliata se il tono “serioso” rallenta la lettura della recensione. Come già più volte ribadito, si sta cercando di essere obbiettivi, dunque la “serietà” del recensore è implicita nei concetti che esprime, non nel tono che usa.
Così come non ha senso ritenere che determinati argomenti (la Letteratura con la L maiuscola) debbano per forza richiedere un certo tipo di atteggiamento: perché mai? Ho letto testi di astrofisica scritti in maniera divertente e perfino con humor nero (si veda per esempio Death by Black Hole: And Other Cosmic Quandaries di Neil deGrasse Tyson), non si capisce perché la Letteratura, la Narrativa, il Fantasy o quant’altro dovrebbero invece essere speciali.
Il recensore ha lo scopo di tenere appiccicato il suo lettore dall’inizio alla fine della recensione, e per questo deve scegliere il tono più congeniale, altre considerazioni a riguardo non hanno nessuna importanza.

Icecream
Icecream.

Extra: Domande con e senza risposta.

Icona di un gamberetto Quali romanzi scegliere da recensire? Non saprei indicare un metodo. In generale io apprezzo recensioni positive di romanzi poco noti e recensioni sia positive sia negative di romanzi famosi. Recensire in negativo romanzi sconosciuti è di solito inutile: tanto non li compra nessuno comunque. Per i romanzi famosi prima di recensirli è una buona pratica controllare che qualcuno non abbia già espresso le nostre stesse considerazioni, nel qual caso meglio “linkare” l’altro piuttosto che riscrivere le medesime cose.
Però è un’idea generale che lascia il tempo che trova. La verità è che, come diceva Lorna Sage, la gran parte dei romanzi sono mediocri, li leggi e non ti lasciano nessuna particolare emozione né in bene, né in male, dunque non si sa neanche cosa scrivere a volerli recensire.
Perciò forse conviene scegliere romanzi interessanti, che in positivo o in negativo impressionino. Inoltre come già ricordato, è utile che il recensore conosca gli argomenti trattati dal romanzo, non fosse il caso, è meglio lasciar perdere quella recensione.

Icona di un gamberetto Si possono recensire romanzi tradotti? In teoria no. La recensione dev’essere sempre sul testo in lingua originale, però è anche vero che è probabile che poi il lettore compri la traduzione, non l’originale. Credo che un lavoro ben fatto implichi il leggere in lingua originale e poi rileggere la traduzione o almeno controllarla accuratamente. Nella recensione si specificheranno eventuali problemi dovuti al passaggio di lingua. Ammetto però di non seguire io stessa questo metodo, cercherò di adeguarmi.

Icona di un gamberetto Bisogna leggere fino in fondo un romanzo per recensirlo? No. È buona norma farlo, ma se un romanzo è illeggibile è illeggibile. Se bastano le prime 5 o 50 pagine per poter affermare con adeguata dimostrazione che non vale la pena spendere 18 euro, la recensione può essere scritta anche se il recensore lì si è fermato. Tengo però a precisare che tutte le recensioni qui sul blog dei Gamberi, come elencate nell’Indice delle Recensioni, sono a fronte della lettura integrale del testo, e anzi in alcuni casi il romanzo in esame è stato letto più volte.

Icona di un gamberetto Il recensore di narrativa deve essere anche uno scrittore? No. Però se tra i criteri di valutazione include la tecnica narrativa, deve conoscerla. Magari non così bene da scrivere narrativa degna di pubblicazione, ma comunque i meccanismi gli devono essere chiari.

Icona di un gamberetto Perché scrivere recensioni negative? Non è meglio suggerire solo il bello e lasciare il brutto nell’oblio? Può essere una degna scelta, e non ho problemi con chi la adotta. Però personalmente ritengo che in molti casi sia più utile non comprare il brutto, piuttosto che comprare (anche) il bello, e dunque il recensore deve recensire sia i romanzi che gli sono piaciuti sia quelli che gli sono piaciuti meno.

Icona di un gamberetto Si’ pou usare 1 linguagio modrno nll recensioni??? Sì, cm no!!! Anzi + punti esklamativi e k si metono a kaso in 1 recensione + la rece e’ strbellixima!!!1!!!!

Icona di un gamberetto È troppo facile criticare! No, per niente: scrivere una recensione negativa richiede lo stesso tempo di scriverne una positiva. Inoltre la pressione sociale favorisce la recensione positiva: posso “tagliare le curve” in una recensione positiva (per esempio non dimostrando testo alla mano ogni singolo passaggio) senza che nessuno ne sia scandalizzato, mentre una riga maldestra in una recensione negativa significa avere in casella di posta elettronica la mail di qualche squilibrata che minaccia di pikkiarmi.

Icona di un gamberetto Non la stai prendendo troppo sul serio? Vale la pena perdere tutto questo tempo per una recensione? No, è probabile non valga la pena. D’altra parte, vale la pena perder tempo a leggere un romanzo fantasy? Perdere tempo a scriverlo? Perdere tempo a leggere o scrivere narrativa? A leggere o scrivere libri? A leggere o scrivere? Vale la pena fare qualunque cosa?

Piggy Bank
Piggy Bank. Now you try


Approfondimenti:

bandiera EN Everyone’s a Critic: a Qualitative Study to Investigate the Perceptions and Attitudes towards Book Review Websites on the World Wide Web (PDF)
bandiera EN Death by Black Hole: And Other Cosmic Quandaries su Amazon.com
bandiera EN Nocturnal Devil (autore dei disegni in questo articolo) su deviantART

 

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