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Recensione: La Rocca dei Silenzi

lrds.jpg Titolo originale: La Rocca dei Silenzi
Autore: Andrea D’Angelo
Anno: 2005
Nazione: Italia
Lingua: Italiano
Casa Editrice: Nord
Collana: Fantacollana
Genere: Fantasy
Pagine: 448 (brossura)
Prezzo in euro: 16,50 euro

Doverosa premessa.
Questa recensione l’ho scritta parecchio tempo fa, in tempi non sospetti, vale a dire prima dello scambio di cordialità che ho avuto in questi giorni con l’autore Andrea D’Angelo proprio su questo blog. La metto online solo ora essendo stato invitato a farlo proprio da D’Angelo stesso, altrimenti avrei forse lasciato perdere. Prima di pubblicarla ho tolto una parte che poteva sembrare, anche se non lo era, un attacco personale all’autore. Questa parte riguardava una interpretazione allegorica del romanzo che non è la stessa che l’autore propone nelle sue note conclusive. Tanto per dare un’idea, la mia interpretazione identificava nei terribili demoni urlanti descritti da D’Angelo quei lettori che hanno scritto e scriveranno commenti furibondi sulle sue opere.

Veniamo al sodo, dunque, e parliamo prima degli aspetti positivi.

Dal punto di vista strettamente stilistico, come è scritto La Rocca dei Silenzi? Bene, direi. Le descrizioni sono efficaci, la scrittura scorre. Non si perde in dettagli inutili, e la forma usata per i dialoghi risulta naturale. Finché non esagera e va sopra le righe D’Angelo se la cava bene, cosa che di questi tempi non va affatto data per scontata, visto che esempi di deroghe a questo minimo sindacale non mancano. Onestamente, chi dice che D’Angelo non sa scrivere, nel senso più letterale del termine, dice il falso.

Ecco, qui finiscono le impressioni positive, e cominciano i mal di pancia. I fan di Andrea D’Angelo possono anche smettere di leggere.

I personaggi.

D’Angelo è un autore veramente abile nell’approfondire le tensioni emotive dei personaggi che popolano i suoi romanzi – Il Sole 24 ore

Questo è ciò che dice la copertina del romanzo La Rocca dei Silenzi. Voglio sperare che in realtà i signori de Il Sole 24 Ore il libro non l’abbiano neanche visto in fotografia. Altrimenti, se i loro pareri sono fondati e autorevoli in economia come in letteratura, noi della Barca dei Gamberi, che investiamo seguendo i loro consigli tutti i soldi che ci passa la CIA per denigrare ingiustamente gli autori italiani, allora siamo fritti.

Le tensioni emotive dei personaggi di cui parla il più diffuso giornale economico in Italia corrispondono al fatto che, appena uno apre bocca e dice una cosa, qualsiasi cosa, per quanto insignificante, c’è qualcun’altro (di solito il protagonista) che lo prende a pesci in faccia e cerca di farlo sentire un idiota. Praticamente, è come il forum di FantasyMagazine, o se preferite una trasmissione di Maria De Filippi.

In sintesi, i personaggi de La Rocca dei Silenzi sono insopportabili. Non mi era mai capitato prima di leggere un romanzo sperando che i protagonisti crepassero ad ogni pagina.

Esempio di dialogo tipico tra i personaggi della Rocca dei Silenzi:

“Non sarà facile accendere un fuoco, oggi”, disse Mordha, rompendo un ramo e il silenzio.
Vòrak lo fissò. “Risparmiami i tuoi giochetti psicologici, straniero. Dici sempre e solo cose rilevanti… Non sono scemo.”

Mah! Cosa càspita avrà voluto dire?

Eviterò di sottolineare, per non sembrare pignolo, che un Nano può dire psicologici solo se nel suo mondo è esistito Freud o un suo equivalente… ach, ormai l’ho sottolineato.


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Sigmund Freud – non è uno zio materno di Pipino Tuc.

Ogni tanto c’è qualcuno che, completamente fuori contesto, pensa cose del tipo:

“Sono circondato da un branco di idioti e di bastardi, e i pochi meritevoli mi si rivoltano contro!”

Il lettore resta disorientato, e l’unica cosa che gli viene da pensare è che l’autore quella mattina si è svegliato con le palle girate.

Nella buona letteratura, la presenza dell’autore dovrebbe sentirsi il meno possibile. I personaggi dovrebbero vivere di vita propria, reagendo di fronte alle situazioni che gli si prospettano come se davvero fossero dotati di volontà autonoma e vere motivazioni. Ne La Rocca dei Silenzi, invece, la presenza dell’autore raggiunge ben presto livelli ingombranti. Troppo spesso succede di imbattersi in pensieri dell’autore che egli infila nella testa e nelle bocche dei personaggi, che si riducono a pretestuosi pupazzi nelle mani di uno a cui scappa di far della filosofia. Quando, a pag 332, leggo che:

Non esisteva vita senza morte, né morte senza vita; l’una dava valore all’altra e viceversa. Qual era il valore delle cose assolute? Era nullo o incomprensibile.

cosa devo fare? Sacrificare un capretto alle Muse per ringraziarle di avermi condotto a queste originalissime perle di saggezza, o andare a chiedere i soldi indietro al libraio? Non sono andato a cercare l’ago nel pagliaio, il libro è pieno zeppo di menate come questa. Se avessi dovuto riportarle tutte, questa recensione avrebbe superato le 90 pagine.

Consiglio agli aspiranti scrittori: non temete che la vostra ricca e complessa personalità non emerga abbastanza dalle pagine che scrivete, perché succederà il contrario. Per quanto cercherete di nascondervi, le vostre idee su questo o su quello verranno sempre fuori anche se non volete. E’ normale finire a scrivere sempre di se stessi, e per questo bisognerebbe cercare di evitarlo il più possibile, perché può succedere che ciò che voi ritenete un’intuizione fondamentale a qualcun altro sembrerà una banalità gratuita.

Consiglio agli aspiranti scrittori (e due): non cercate di fare gli originali a tutti i costi. I maghi si possono chiamare anche stregoni, incantatori, e via discorrendo. Non fate come D’Angelo che li chiama fruitori di magia, perché quella è terminologia da Ministero delle Imposte. Parimenti, l’ascia con due lame si chiama bipenne. Se la chiamate ascia bilama come fa D’Angelo, chi legge pensa subito alla schiuma da barba.

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Ascia bipenne
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Rasoi bilama per signore. Non abusatene, perché altrimenti vi vengono dei peli come un nostromo. Meglio la ceretta, anche se fa male.

La scrittura.
Dicevo all’inizio che onestamente chi sostiene che D’Angelo non sa scrivere dice il falso. Non sa scrivere opere di narrativa, che è una cosa diversa. Ciò che mi disturba di più è che manca qualsiasi tipo di variazione nel tono della narrazione. Leggendo, si finisce ben presto per assuefarsi ad uno standard assolutamente monocorde, sempre greve e drammatico. Non c’è, in tutte le 450 pagine del romanzo, un solo momento dove la tensione nel tono del discorso si sciolga per un attimo prima di ripiombare nell’abisso della disperazione. Manca, cioè, un alternarsi di emozioni capace di tenere viva l’attenzione. Inoltre, adottare un tono drammatico non basta certo a creare il dramma, e questo è uno degli equivoci più grossolani in cui cade D’Angelo. Non è che perché tutti ripetono di continuo “Ah, quale sarà la soluzione del mistero?” allora c’è un mistero. Il mistero lo devi creare, mostrare al lettore, non semplicemente far dire che c’è un mistero a tutti quelli che passano di lì. L’altro aspetto veramente indigesto è appunto la ripetitività. I personaggi di D’Angelo sono in buona misura dei maniaci ossessivi, e l’autore non fa altro che raccontarci quello che hanno nella testa. Essendo dei maniaci ossessivi, pensano sempre le stesse cose, e così anche il romanzo finisce ad ogni pagina per ripetersi fino alla nausea.

L’azione.
Le scene di azione di svolgono per buona metà del libro nei sotterranei della famigerata Rocca dei Silenzi. Ecco, tutta questa parte sembra pari pari il resoconto di un videogioco, un RPG tridimensionale stile Dungeons & Dragons, coi guerrieri sistemati in testa al gruppo a menare e far da scudo e i maghi dietro a tirar magie. Si vaga per tunnel, scale e corridoi, poi si arriva alla sala da cui partono altre tre gallerie, allora che si fa? Destra, sinistra o centro? Quale porterà al livello successivo? Il tutto condito da scontri con gruppi di mostricci vari da affettare. I personaggi stessi, sembra che vadano ad infilarsi in tutta questa carneficina assurda solo perché qualcuno li spinge avanti col joystick. Questa parte del romanzo è, d’altra parte, anche quella che dovrebbe essere caratterizzata da una più alta tensione drammatica. Dato che a renderla drammatica con l’azione D’Angelo proprio non ci riesce, ripiega sul tono. Ma il tono del racconto è sempre stato già fin troppo drammatico, fin dalle prime pagine. Trovandosi nella necessità di dover essere ancora più drammatico, l’autore viene preso dalla smania di far poesia. Vi faccio un esempio. Voi credete di respirare, vero? Ah ah ah, poveri stolti. Voi siete costretti a quel dentro e fuori d’aria (pag. 335).

PAURA, EH? Lo sentite l’orrore cosmico attanagliarvi le viscere, mentre siete costretti a quel dentro e fuori d’aria, cani maledetti? Rhaaaaaaahh!

Paura, eh?
Paura, eh?

La trama.
La trama è esile, prevedibile, priva di intreccio. Gira intorno ad un mistero che è un mistero di Pulcinella, perché si capisce dove si andrà a parare fin dalle prime pagine. Mancano totalmente svolte narrative e colpi di scena. I personaggi fanno cose di cui non si capisce assolutamente il senso, e l’impressione è che senza il famoso joystick di cui parlavo prima tutti sarebbero morti serenamente di vecchiaia nel loro letto. Come ho già detto, l’autore cerca di sopperire alla mancanza di una vera tensione drammatica adottando un tono esageratamente drammatico, sempre sopra le righe. L’effetto è che ci si assuefà già a pag. 50, e ci si annoia per le restanti quattrocento.

In tutta la seconda parte, ho sbadigliato fino a slogarmi la mandibola. Si arriva in fondo pensando: non è possibile che vada così come mi aspetto, vedrai che arriva la sorpresa, il colpo di scena. Si arriva in fondo, e la sorpresa è che non c’è nessuna sorpresa. Piuttosto originale, come soluzione narrativa. Chissà perché non ci aveva ancora pensato nessuno. Chiediamocelo.

La struttura narrativa.
La struttura narrativa l’avrei definita un guazzabuglio, ma poi mi dicono che uso parole difficili, e allora dirò che è un troiaio. Comincia con uno strascico di fatti accaduti anni prima dove si è svolto il vero inciting incident, in un altro romanzo che nessuno ha mai scritto. Poi c’è un inizio, uno svolgimento dove succede ben poco e una fine parziale, dove succede esattamente ciò che si è detto che sarebbe successo fin dall’inizio. Poi c’è un altro inizio, uguale al precedente, uno svolgimento dove succede a ripetizione sempre la stessa cosa, una fine (parziale) di nuovo tutta secondo i piani, e un altro bello strascico. Per la serie Aristotele era un idiota, perché voleva un inizio, uno svolgimento e una fine. Con una struttura come quella de La Rocca dei Silenzi, nessun genio della letteratura avrebbe potuto tirare fuori qualcosa di decente. L’autore avrebbe quindi una parziale giustificazione, se non fosse che anche questa struttura se l’è pensata lui.

Insomma, lasciatemi dire che far compiere ai protagonisti due volte lo stesso lungo viaggio (dove per due volte significa due all’andata e due al ritorno) nel giro di pochi giorni, impiegando capitoli su capitoli, non è una buona soluzione narrativa. Chiunque, chiunque, chiunque (ripeto: chiunque) capisca qualcosa di letteratura al posto mio direbbe che le ripetizioni vanno evitate.
Non è una buona idea nemmeno far fare ai protagonisti dei piani all’inizio della storia, e poi far andare tutto secondo i piani, per quanto insensati. I piani stessi poi sembrano quelli di due ragazzini che discutono la strategia per superare il livello più bastardo del videogioco, ma questo ormai si era capito, credo.

La magia.
Se i maghi devono studiare tanto i libri proibiti per usufruire di poteri magici equivalenti al videofonino e alla torcia elettrica, tanto vale dargli il videofonino e la torcia elettrica.

In conclusione.
In conclusione (sospiro): un peso specifico di una tonnellata per centimetro cubo, un purissimo distillato di noia invecchiato in botti di rovere. Mentre leggevo, non sono mai riuscito ad andare avanti per più di tre pagine alla volta, e io sono uno che i libri li divora.


Approfondimenti:
bandiera IT La Rocca dei Silenzi su Editrice Nord
bandiera IT Sigmund Freud su Wikipedia
bandiera IT Il Sole 24 Ore giornale specializzato in economia

Giudizio:

La scrittura è buona… +1 -1 …finché non vuol strafare.
  -1 I personaggi comandati col joystick, D&D.
  -1 I personaggi che si atteggiano da duri da telefilm con Chuck Norris, ridicoli e insopportabili.
  -1 Ripetitivo fino alla nausea.
  -1 La trama priva di svolte narrative.
  -1 La filosofia da strada.

Scritto da GamberolinkCommenti (59)Lascia un Commento » feed bianco Feed dei commenti a questo articolo Questo articolo in versione stampabile Questo articolo in versione stampabile • Donazioni