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Cercando il meraviglioso nei posti sbagliati

Copertina di In Search of Wonder Titolo originale: In Search of Wonder: Essays on Modern Science Fiction
Autore: Damon Knight

Anno: 1967 (seconda edizione)
Nazione: U.S.A.
Lingua: Inglese
Editore: Advent Publishers

Genere: Critica letteraria, recensioni sarcastiche
Pagine: 306

Nessuno pretende che un autore pieno di impegni spenda anni in ricerche per scrivere un romanzetto commerciale; ma se per documentarsi occorrono meno di cinque minuti, credo che il lettore abbia diritto almeno a questo.

Chi parla così? La solita Gamberetta acida e invidiosa? No, Damon Knight sessanta anni fa, recensendo il romanzo di fantascienza di Ken Crossen La rivoluzione del 1990 (Year of Consent, 1954).

Un altro estratto dalla recensione:

bandiera EN The writing itself incorporates every beginner’s mistake known to man. The hero-narrator describes himself while looking in the equivalent of a mirror. He asks or answers impossibly stupid questions in order to communicate background material to the reader. His confederates act in a manner only possible to clairvoyants or maniacal hunch-players, and get away with it. And —please notice this battered, inside-out echo of Nineteen Eighty-Four—the hero betrays himself in an apartment which he knows to be wired.
The dialogue between the hero and heroine has to be seen to be believed; I have watched a few TV soap-operas lately, and they haven’t been this bad. After the usual chase, hero gets his choice of being shipped off to Australia with girl just as the revolution is about to start, or sticking around to do sixteen jobs nobody else can handle. He picks Australia, but has a change of heart at the last moment, and makes a speech this long about it … I can’t go on.

bandiera IT La scrittura incorpora ogni possibile errore che un principiante possa commettere. Il protagonista-narratore si descrive mentre si guarda nell’equivalente di uno specchio. Chiede o risponde a domande assurdamente stupide solo per imboccare il lettore con informazioni sull’ambientazione. I suoi complici agiscono in maniera possibile solo a chiaroveggenti o a chi si affidi in maniera maniacale alle intuizioni; e va loro sempre bene. E – per piacere notare il triste eco di 1984 – l’eroe si tradisce in un appartamento che sa essere sotto controllo.
Il dialogo tra l’eroe e l’eroina è roba da non crederci; ho visto alcune soap opera in TV ultimamente, e i dialoghi non erano scritti così male. Dopo il consueto inseguimento, l’eroe ha la possibilità di scegliere tra l’essere spedito in Australia con la sua ragazza, proprio alla vigilia della rivoluzione, oppure rimanere per svolgere sedici missioni diverse che nessun altro può portare a termine. Scegli l’Australia, ma ha una crisi di coscienza all’ultimo momento e fa un monologo così lungo per spiegarlo… e non ce la faccio a proseguire.

Capisco molto bene la frustrazione di Knight. Non so se sarebbe felice di sapere che sessanta anni dopo non è cambiato molto. Ancora si pubblicano romanzi di narrativa fantastica pieni di dialoghi inverosimili, situazioni idiote e con il protagonista che si descrive allo specchio (Elena P. Melodia, fai ciao con la manina!).
Viene da chiedersi se la “critica” serva a qualcosa. Ne parlerò più avanti.

Copertine di La rivoluzione del 1990 / Year of Consent
Copertine di La rivoluzione del 1990 / Year of Consent

Prima un passo indietro. Il libro dal quale ho tratto la recensione di cui sopra è In Search of Wonder: Essays on Modern Science Fiction, un volume del 1956 che raccoglie recensioni e saggi di Knight apparsi sulle riviste di fantascienza dell’epoca.
Di In Search of Wonder sono uscite diverse edizioni, io ho letto la seconda, del 1967.

Per chi non lo conoscesse, Damon Knight (1922 – 2002) è stato uno scrittore di fantascienza americano, noto soprattutto per i suoi racconti. Uno per tutti, il divertente: “To serve man” da cui è stato tratto un episodio de Ai Confini della Realtà dal titolo “Servire l’uomo”.
Knight ha anche scritto un manuale dedicato alla narrativa breve: Creating Short Fiction (1981).

Ma vista la mia passione per il weird, consiglio di dare un’occhiata all’ultimo romanzo di Knight, scritto qualche anno prima di tirare le cuoia: Messaggi per la mente (Humpty Dumpty: An Oval, 1996).

La trama di Messaggi per la mente vede il protagonista, Wellington Stout, che si risveglia in ospedale: gli hanno sparato alla testa e non è stato possibile estrarre il proiettile. Non sembra però che avere un proiettile conficcato nel cervello abbia particolari effetti collaterali. O sì?
Fatti sempre più inquietanti e incomprensibili capitano intorno a Stout. Forse è impazzito o forse la realtà sta andando a catafascio. Non ha importanza, quello che importa è il susseguirsi di situazioni assurde e surreali, tra alieni, strane creature e una società segreta di Dentisti.
Per certi versi Messaggi per la mente può essere considerato un antesignano della Bizarro Fiction. Dettaglio curioso: la prima parte del romanzo è ambientata in Italia, a Milano.

Copertina di Messaggi per la mente / Humpty Dumpty: An Oval
Copertine di Messaggi per la mente / Humpty Dumpty: An Oval

Ho letto In Search of Wonder con un misto di divertimento e tristezza. Divertimento perché Knight recensisce con molta ironia e altrettanta onestà, senza guardare in faccia a nessuno – e quando tira in ballo il critico letterario del Time, colpevole di parlare di fantascienza con superficialità, non si fa scrupolo a dargli dell’idiota.
Pensate che scandalo: Knight ha dato dell’idiota a un collega non da un blog di invidiosoni, ma dalle pagine di un volume rilegato con copertina rigida! Ai mentecatti del “si può esprimere qualunque opinione basta essere educati” verrà un accidente.

La tristezza nasce dal constatare che tanta passione è servita a poco. Gli errori che rileva Knight si ripetono libro dopo libro, le becere strategie commerciali delle case editrici non cambiano di una virgola, la qualità rimane bassissima. Negli anni ’50 come oggi. E alla fine, quando una rivista rifiuta di pubblicare una sua recensione, Knight si stufa e smette di scrivere recensioni.

Parlando di becere strategie commerciali, così Knight conclude la sua recensione alla mediocre antologia di Roger Lee Vernon The Space Frontiers (1955):

bandiera EN Again, this book is not so bad if you only take the space-opera out of it: but Signet [l’editore] appears to think that the space-opera is what makes it worth having: title, cover design and blurbs all support this idea.
What I am afraid of is that Signet might be right. This kind of ignorant nonsense ought to be well adapted to the existing mental set of a reader to whom “space,” “planets,” “galaxies,” are all words without any specific meaning, conveying nothing but a vague feeling of “out there.” If so—if there is a vast untapped audience of unsophisticated (and uneducated) science fiction readers just waiting to be fed—then we may expect to see an immediate mushroom-growth of Vernons… out of whom, in another twenty years, a little coterie of polished science fiction writers will evolve, to sit and wonder why their stuff doesn’t sell.
What a nightmare! Thank heaven I don’t believe it for a moment!

bandiera IT Ribadisco, questo libro non sarebbe così male se si togliesse la space-opera; ma Signet [l’editore] sembra pensare che invece proprio la space-opera renda il volume degno di essere comprato: titolo, copertina e blurb supportano questa convinzione.
Quello che temo è che Signet abbia ragione. Questo genere di idiozia senza senso potrebbe essere ben adatta per il livello mentale di un lettore per il quale “spazio”, “pianeti”, o “galassie” sono parole senza un significato preciso, che semplicemente comunicano un vago senso di “là fuori”. Se è così – se esiste un vasto pubblico di lettori di fantascienza poco sofisticati (e poco educati in materia) pronto a essere imboccato – allora possiamo aspettarci un fiorire di autori come Vernon… in mezzo ai quali, tra un vent’anni, potrebbe emergere una piccola schiera di scrittori di fantascienza decenti, che si domanderanno perché le loro opere non vendono.
Che incubo! Grazie al cielo non ci ho creduto neanche per un momento!

In America, nella prima metà degli anni ’50, c’è un boom della fantascienza. Un po’ come succede adesso con il fantasy. Gli editori come si comportano? Buttando fuori libri mediocri uno dopo l’altro; libri pensati per un pubblico ignorante, libri che si spera di vendere non perché belli, ma perché titolo, copertina e hype sono studiati per affascinare i gonzi.

Copertina di The Space Frontiers
Copertina di The Space Frontiers

Negli anni ’50 si impilavano sacchi e sacchi di spazzatura pieni di astronavi, galassie, e pianeti, il “là fuori”; adesso è la volta di elfi, vampiri e maghetti: il concetto non cambia. Signet non punta a costruire un pubblico, punta a sfruttare la moda. La montagna di letame travolgerà anche le opere buone? Contribuirà ad allevare una generazione di lettori incapace di distinguere un bravo scrittore da un imbrattacarte? Meglio!

Le case editrici non vogliono che la gente legga con regolarità. Non vogliono un pubblico competente. Vogliono una massa di diversamente furbi pronta a seguire la moda e a farsi accalappiare da una copertina sbrilluccicosa, modello selvaggio con le perline.

Come spiega Sandrone Dazieri – editor Mondadori e scopritore del “talento” di Licia Troisi – in una vecchia intervista su Repubblica:

Un romanzo per giovani adulti è quello che pone al centro della storia la figura di un adolescente che affronta l’amore, la morte, il sesso: sia in forma realistica che metaforica. Chi si rispecchia nell’eroe legge le sue avventure anche se non è un frequentatore di librerie: le vendite della letteratura per young adult sono così visibili perché si devono a un pubblico che abitualmente non si muove.

Che è la stessa strategia di Signet: rivolgersi al pubblico che non frequenta le librerie, che abitualmente non si muove. Il pubblico cerebroleso che non distingue un pianeta da una galassia e che compra un romanzo se in copertina vede una mezzelfa in abiti discinti o un vampiro che brilla.
Ci sarebbe da chiedersi se non sarebbe più vantaggioso rivolgersi invece al pubblico che divora cento libri all’anno: certo parliamo di una minoranza, ma ognuno di questi acquista più libri in sei mesi di un non-frequentatore-di-librerie in tutta la sua vita.
Ma rivolgersi a un pubblico appassionato implica offrire un prodotto valido: troppa fatica! E se davvero si introducessero dei criteri qualitativi, l’industria editoriale andrebbe a farsi friggere. Perché raramente (mai?) lo scopo di un editore è pubblicare buoni libri. Lo scopo di un editore è lucrare, fare favori agli amici, promuovere le idee a lui congeniali. Il valore artistico delle opere non interessa.

E il bello è che io posso sbraitare finché voglio ma non inciderò sulle vendite neanche per una manciata di volumi. Infatti, per definizione, gli editori non si stanno rivolgendo a un pubblico informato. Lo mettono già in conto che chi non è sprovveduto eviterà certe schifezze. Non gliene frega niente, ci sarà sempre nuovo pubblico semi analfabeta pronto per essere fregato.
Un’industria che si basa sull’ingenuità dei clienti. Un’industria che scientemente sfrutta, senza scrupoli, l’ignoranza altrui. E poi gli editori vengono a cianciare di “cultura” e a piagnucolare e a chiedere agevolazioni e aiuti statali. Cari editori, dovete morire di fame.[1]

coniglietto-fatina
Per compensare lo schifo dell’editoria ci vorrebbe l’immagine di un coniglietto. O di una fatina. O di un coniglietto-fatina!

Leggendo il libro di Knight, mi sono resa conto che in fondo non c’è molta differenza tra il mercato anglosassone e il nostro. Le logiche sono le stesse.
Dunque come si spiega il fatto che il livello medio anglosassone, per quanto riguarda la narrativa fantastica, sia molto più alto del nostro?
Secondo me è soprattutto questione di numeri e di tradizione. Ci sono molti più scrittori in lingua inglese e c’è una tradizione nello scrivere questo genere di opere. E a scuola non si viene rimbecilliti con I Promessi Sposi.[2]

L’altra differenza che noto tra l’estero e l’Italia – differenza che però, sottolineo, non so quanto incida – è il diverso approccio alla critica. Damon Knight è onesto. Anche quando parla dei suoi amyketti – come James Blish, con il quale collaborerà alla stesura di Var, l’alieno (VOR, 1958) –, mantiene il senso della misura.
Quando c’è da elogiare elogia e quando c’è da bastonare bastona.
A Knight non piace il ciclo della Fondazione di Asimov e lo dice senza mezzi termini; esalta i primi romanzi di Philip K. Dick, ma non ha problemi a dire che i racconti invece sono solo boiate commerciali; massacra il povero A. E. Van Vogt e non ha parole tenere per John Wyndham e il suo I figli dell’invasione (The Midwich Cuckoos, 1957).
Quando discute di Richard Matheson – Richard Matheson, non Licia Troisi – tra l’altro scrive:

bandiera EN Like most of his literary generation, he has no sense of plot; in each story he puts together a situation, carries it around in circles until he gets tired, then introduces some small variation and hopefully carries it around some more, like a man bemused in a revolving door. His stories sometimes reach their goal by this process, but only, as a rule, when there is no other possible direction for the story to take; more often they wind up nowhere, and Matheson has to patch on irrelevant endings to get rid of them.

bandiera IT Come molti della sua generazione letteraria, non ha alcun senso della trama; in ognuno dei racconti costruisce una situazione, la fa girare in tondo finché non si stanca, a quel punto introduce una piccola variazione e fa girare la storia ancora un altro po’, come qualcuno compiaciuto da una porta girevole. I suoi racconti ogni tanto raggiungono il loro scopo in questa maniera, ma capita solo quando non c’erano alternative; più spesso i suoi racconti non vanno da nessuna parte, e Matheson deve cucire finali irrilevanti per liberarsene.

E Knight non è più tenero con i romanzi di Matheson: Io sono leggenda (I Am Legend, 1954) è aspramente criticato per l’ingenuità delle spiegazioni pseudo-scientifiche; Tre millimetri al giorno (The Shrinking Man, 1956), che secondo Knight è stato scritto con poca cura e scarso rispetto per il lettore, è ridicolizzato per i grossolani errori di calcolo. La recensione così si conclude:

bandiera EN The rest of the book, like much of Matheson’s work, is a dismal interior monologue, endlessly reflecting the author’s own stream of consciousness at its most petty and banal.

bandiera IT Il resto del libro, come molte delle opere di Matheson, è un’orribile monologo interiore, che rispecchia di continuo il flusso di coscienza dell’autore stesso ed è per lo più insignificante e banale.

Dopodiché Knight si chiede come mai i diritti cinematografi di un libro così brutto siano stati venduti prima ancora della pubblicazione, e si domanda perché non possano invece avere successo opere più meritevoli.

Copertine di Tre millimetri al giorno / The Shrinking Man
Copertine di Tre millimetri al giorno / The Shrinking Man

Ma forse Knight è il solito maleducato invidioso che non capisce l’Arte. Be’, sentite il giudizio di Thomas M. Disch su Ray Bradbury – ancora, Ray Bradbury, da alcuni considerato il più grande scrittore di fantascienza di tutti i tempi, non Licia Troisi:

bandiera EN His sense of humor doesn’t operate on both sides of the generation gap; his horrors are redolent of Halloween costumery; his sentimentality cloys; his sermons are intrusive and schoolmarmish; he is uninformed and undisciplined. He is an artist only in the sense that he is not a hydraulic engineer.

bandiera IT Il suo senso dell’umorismo non funziona su entrambe le sponde del salto generazionale; i suoi orrori hanno l’aspetto dei costumi di Halloween; il suo sentimentalismo dà la nausea; i suoi sermoni sono intrusivi e degni di una maestrina; è ignorante e indisciplinato. È un artista solo nel senso che non è un ingegnere idraulico.

È un artista solo nel senso che non è un ingegnere idraulico, che non mi sembra tanto lontano dall’augurare a Bradbury di darsi all’ippica. D’altra parte poco prima Disch ha spiegato che i racconti di Bradbury li potrebbe scrivere un ragazzino undicenne non troppo sveglio, dandogli abbastanza tempo.

E come fanno Knight e Disch ad arrivare ai loro giudizi? Prendono i testi di partenza e citano passaggi rilevanti per le loro tesi. Per esempio – esempio, cioè uno dei tanti – nel caso di Disch/Bradbury:

bandiera EN Consider this description (from “The Night” [un racconto dell’antologia The Stories of Ray Bradbury]): “You smell lilacs in blossom; fallen apples lying crushed and odorous in the deep grass.” Ordinarily apples don’t fall when lilacs blossom, but in Bradbury’s stories it’s always Anymonth in Everywhereville. His dry-ice machine covers the bare stage of his story with a fog of breathy approximations. He means to be evocative and incantatory; he achieves vagueness and prolixity.

bandiera IT Considerate questa descrizione (da “The Night” [un racconto dell’antologia The Stories of Ray Bradbury]): “Senti il profumo dei lillà in fiore; le mele cadute giacciono schiacciate e odorose nell’erba alta.” Normalmente le mele non cadano quando i lillà fioriscono, ma nei racconti di Bradbury è sempre un-mese-qualunque nel paese-da-qualche-parte. La sua macchina per il ghiaccio secco ricopre il disadorno palcoscenico dei suoi racconti con una densa nebbia di approssimazioni. Bradbury pensa di essere evocativo e “magico”, ottiene di essere vago e prolisso.

Questo è anche l’unico modo serio per discutere di narrativa: si prende un testo e lo si analizza in base a una serie di criteri. Criteri tecnici, non di amicizia o di convenienza.

Copertina di On SF
Copertina di On SF di Thomas M. Disch, libro dal quale sono tratte le citazione di cui sopra

Forse se anche in Italia si diffondesse una mentalità del genere ne avremmo un guadagno. Ma la vedo dura. Sembra che da noi si debba sempre parlare di politica o di chissà quali sbrodolamenti pseudo filosofici. Sporcarsi le mani con le parole è visto con disgusto. Si passa il tempo a disquisire se Heinlein è fascista, se Dan Simmons è razzista, se Tolkien è di destra o di sinistra, e non si entra mai nello specifico. Lo specifico sono i testi, non la mentalità degli autori.

E questo quando va bene. Normalmente la polemica letteraria non arriva neanche a quel livello misero, meglio discutere pregi e difetti del vestito di un’autrice mentre ritira un premio. E ci fosse qualcuno che dica: “Gente, sveglia! Un’autrice si può vestire come cavolo le pare non è quello il punto! Il punto è: come mai si sta premiando un romanzo scritto con i piedi?”
Per tacere degli spettacoli pietosi che vedono gli autori fare comunella per difendere l’indifendibile, come quel paio di scrittori mentecatti che hanno avuto il coraggio di trovare giustificazioni persino per l’inqualificabile Gli Eroi del Crepuscolo.

Ancora più scoraggiante è il fatto che non cambia mai niente.
Qualche tempo fa, mentre cercavo tutt’altro, mi sono imbattuta in un articolo di Repubblica intitolato: “Ragazzo prodigio, a 18 anni un romanzo da Feltrinelli”.
All’inizio ho pensato che fosse un nuovo autore, sulla scia appunto di Chiara Strazzulla, del Ghirardi, di quell’altro ragazzino che ha pubblicato i romanzi sui pirati per Mondadori e fenomeni da baraccone simili. Ma l’articolo era datato 21 gennaio 2003.

Ho indagato un po’ e ho scoperto che il “prodigio” si chiama Andrea Santojanni; a 17 anni impiega ben due mesi della sua vita per scrivere un romanzo, l’anno dopo viene pubblicato da Feltrinelli. Rilevante perché il romanzo è parzialmente di genere fantastico: da quel che ho capito è una storia d’amore ma con i due protagonisti che si scambiano i corpi, lo spirito di lui entra nel corpo di lei e viceversa.

Il romanzo si intitola Sono solo mostri e l’incipit è il seguente (via google books si può leggere qualche pagina in più):

Sabato ventisette marzo. Claudia saltò giù dal letto. In effetti erano le sei e mezza, e se non si fosse sbrigata avrebbe perso il pullman. E naturalmente avrebbe fatto tardi a scuola.
Ma mica questa è come la pubblicità delle merende del Mulino Bianco, dove alle sei del mattino c’è già un sole da spaccare le pietre, e si è già in forma, con il vestito elegante addosso. No! Qui stiamo parlando di gente comune. Gente mortale. Di una ragazza che si sveglia quotidianamente, [io invece mi alzo un giorno sì e uno no. N.d.G.] con il pigiamino tutto sgualcito, con tanto freddo corporale e con una confusione mentale da scandalo nazionale. E per di più era avvolta nelle tenebre della notte. E fuori dalla finestra non c’erano mica le rondini che volavano felici e spensierate. Assolutamente no! C’erano i corvi che volavano di tetto in tetto in cerca di una carogna. In cerca di un qualcosa qualsiasi.
Si piazzò davanti allo specchio e spalancò gli occhi quando vide quell’essere dai capelli tinti di rosso a maschiaccio, corti e sconvolti. Quel viso paffutello, il grande seno e gli occhi verdi. In principio non ci fece caso. Quindi si catapultò fuori dal bagno, e a passo affrettato si avviò in cucina, dove c’era la madre, che stava bevendo la sua tazza di caffè e latte. Entrambe, andavano a scuola. Col piccolo dettaglio che una stava da una parte e l’altra dalla parte opposta.
– Madre, io credo di non stare bene – disse la Claudia.
– Perché, cos’hai, tesoro? – le domandò.
– Non so, sono confusa.
La madre le sorrise, poi cercò di aiutarla dicendole che tutti erano un po’ confusi in quello stupido mondo. Tranquilla. Non s’incaricò di quel problema, e continuò a guardare la madre. Quasi non la riconosceva. Cosa diavolo voleva significare? Era forse la stessa e vecchia storia? Bisogna sapere che Claudia appena si svegliava vedeva creature soprannaturali intorno a sé. Può darsi che anche in quel momento era confusa come sempre. Quindi non fece caso a niente.

Fa schifo, ma inutile dilungarsi. Non è neanche giusto: una persona senza esperienza che scrive in fretta scrive così, il problema è che forse dovrebbe capire da sola che non è un livello degno. Non puoi scrivere in questa maniera e chiedere soldi in cambio. Tra l’altro come sempre editing zero, neanche correzione di bozze, hanno persino lasciato le virgole tra soggetto e verbo (vedi: “Entrambe, andavano a scuola”).

Copertina di Sono solo mostri
Copertina di Sono solo mostri

Esilaranti le due recensioni archiviate al sito Feltrinelli. Andrea Di Consoli recensisce per L’Unità e chiude con questo sproloquio:

Il sesso è, spesso, una banale manifestazione di forza e di potenza. Perciò, dopo aver letto Sono solo mostri, del sesso se ne ricava un’idea mediocre, quasi fastidiosa. A cosa serve il sesso se c’è una forma di amore che supera se stesso e straripa in un bene che porta alla fusione della testa, allo scambio dei corpi? A niente, verrebbe da dire. Il romanzo sorprendente di Andrea Santojanni ci lascia addosso la sensazione di esserci fermati sulla soglia, di esserci chiusi in un al di qua – ci lascia addosso la fastidiosa sensazione di non aver mai fino in fondo preso (vissuto) il corpo della persona amata. Non si tratta di divorarlo, il corpo, ma di sentirselo dentro, come una magia: di sentirne il piacere, le vibrazioni. Ha ragione Erri De Luca a definire il piccolo Santojanni un mago.

Ma si può sapere chissenefrega delle idee di Di Consoli sul sesso se stiamo parlando di critica letteraria? Come dicevo prima, sbrodolamenti “filosofici” quando abbiamo un testo che specifica che la protagonista si alza “quotidianamente” e che ci tiene a sottolineare che i corvi sono in cerca di “qualcosa qualsiasi”.
E siamo a pagina UNO e non entro neanche nel merito degli altri diecimila errori. È una vergogna. Una vergogna il romanzo e sono vergognose recensioni del genere.

Non dico che all’estero sia il Paradiso. Anche lì è pieno di incompetenti e lecchini, ma almeno non ci sono solo quelli!
Erri De Luca, recensendo per Il Mattino, supera qualunque limite di decenza. Antefatto: racconta lo stesso De Luca di aver conosciuto Santojanni durante un incontro tra studenti e scrittori; Santojanni gli ha rifilato il manoscritto e De Luca ne è rimasto tanto affascinato che…

Chiamo la mia agente e le dico di aver trovato un pezzo unico, un regalo per qualunque editore. A differenza di ogni altro esordiente che va al suo primo contratto allo sbaraglio, bisognava spuntare subito termini di contratto da professionisti affermati. Perché lì dentro c’era materia di contagio per comitive di lettori, perché il ragazzo era un caso letterario di quelli che capitano di tanto in tanto all’estero, ma da noi mai spuntava uno così, a diciassette anni con una storia esplosiva a miccia corta che scoppia in mano all’apertura.
Così per consuetudine ho passato il malloppo per primo a Feltrinelli però con l’ultimatum di rispondere entro una settimana, oppure andava fuori. Non era scaduto il termine-capestro e in pochi giorni l’editore aveva azzannato l’osso e il ragazzo aveva il suo primo contratto editoriale con clausole da scrittore di punta.

Senza parole. Ma come mai De Luca è rimasto così ammaliato? Be’…

La letteratura è ben fornita di magnifici viaggi: Ulisse, Dante, Chisciotte, Gulliver, Crusoe. Ma prima di ’sto ragazzo chi s’era inventato il trasloco dentro carne e ossa del dirimpettaio? Un’idea così nitida, senza sforzo d’ingegno e perciò geniale [...]

Ecco, questo leggendo i siti esteri e la critica letteraria nel mondo anglosassone non l’ho mai visto: la presa per il culo. Tipo quando Dazieri dice che i romanzi di Licia sono originali e in pratica non hanno bisogno di editing. Secondo De Luca l’idea dello scambio di corpi sarebbe un’idea mai vista prima. Diosanto.
Il triste è che se davvero Dazieri e De Luca sono convinti che la Troisi e Santojanni siano originali è ancora una presa in giro; è una presa in giro che persone tanto ignoranti siano nella posizione di decidere una pubblicazione.

Eravamo a gennaio 2003. La Strazzu pubblica a giugno 2008. Cinque anni, non cinquecento. E nessuno che dica: “Però il prodigio dell’altra volta in effetti non è che fosse ‘sto genio…” Niente. Da Einaudi in giù tutti convinti di avere a che fare con un altro prodigio.

Morale della favola? Che non esiste una morale. Non c’è un premio per l’impegno o per il talento, c’è un premio se il tuo amyketto De Luca ti raccomanda.
Lo so, lo so, avevo promesso di non occuparmi più di fantasy italiano. Mi sono lasciata trascinare. Il Lato Oscuro è molto potente, e fanno biscotti buonissimi!

Il Lato Oscuro ha i migliori biscotti
come to the dark side, we have cookies

Un altro aspetto interessante del libro di Knight è che permette di osservare un pezzetto di storia della narrativa fantastica in divenire. È curioso leggere di Ballard o Philip K. Dick nel ruolo delle giovani promesse o sentire Knight lamentarsi che la gente dovrebbe piantarla di parlare solo dei classici, ma prendere in considerazione anche autori nuovi e che già hanno dimostrato notevole bravura, come Robert A. Heinlein.

Rimanendo ai classici. Quando Knight sposta il discorso dalla fantascienza al fantasy, cita Howard e Lovecraft come pilastri del genere, anche se ha delle serie riserve sullo stile di quest’ultimo. Volendo indicare un capolavoro, tira fuori Flecker’s Magic (1926) di Norman Matson, un urban fantasy nel quale uno studente di una scuola d’arte di Parigi riceve da una strega un anello magico in grado di realizzare i desideri. Seguono complicazioni. Ammetto la mia ignoranza: non avevo mai sentito nominare questo romanzo e non ho mai letto niente dell’autore.
Knight non spreca neanche mezza parola per Tolkien, nonostante Il Signore degli Anelli sia già stato pubblicato all’epoca della prima edizione di In Search of Wonder. Giusto così.

* * *

Ci sarebbe molto altro da aggiungere, ma a riassumere Knight si perde tutto il divertimento, sarebbe come leggere gli articoli di Gamberetta senza gli estratti e i commenti sarcastici.

Anche se questa è una recensione non darò un voto in Gamberi: il libro di Knight non è paragonabile alle altre opere recensite, visto che non si tratta di narrativa né di un manuale di scrittura. Lo stesso lo consiglio: è come sfogliare un blog stile Gamberi per 300 pagine!

Per chiudere, le quattro ipotesi che guidano Knight nelle sue recensioni (sostituite “science fiction” con “fantasy” e siete a posto):

bandiera EN 1. That the term “science fiction” is a misnomer, that trying to get two enthusiasts to agree on a definition of it leads only to bloody knuckles; that better labels have been devised (Heinlein’s suggestion, “speculative fiction,” is the best, I think), but that we’re stuck with this one; and that it will do us no particular harm if we remember that, like “The Saturday Evening Post,” it means what we point to when we say it.

2. That a publisher’s jacket blurb and a book review are two different things, and should be composed accordingly.

3. That science fiction is a field of literature worth taking seriously, and that ordinary critical standards can be meaningfully applied to it: e.g., originality, sincerity, style, construction, logic, coherence, sanity, garden-variety grammar.

4. That a bad book hurts science fiction more than ten bad notices.

bandiera IT 1. Che il termine “science fiction” è improprio, e che cercare di mettere d’accordo due appassionati sulla sua definizione porta solo al pestarsi a sangue; che etichette migliori sono state ideate (il suggerimento di Heinlein, “speculative fiction” è il migliore, credo), ma lo stesso siamo impantanati con “science fiction” e non c’è niente di male se ci ricordiamo che, come per “The Saturday Evening Post”, un termine significa quello che stiamo indicando mentre lo pronunciamo.

2. Che il blurb di copertina e una recensione sono due cose diverse e vanno scritte in maniera diversa.

3. Che la fantascienza è un ramo della letteratura degno di essere preso sul serio, e che i normali parametri critici possono essere applicati con successo. Per esempio: originalità, onestà, stile, costruzione, logica, coerenza, sensatezza, grammatica.

4. Che un brutto libro danneggia la fantascienza più di dieci recensioni negative.[3]

* * *

note:
 [1] ^ Naturalmente parlo per l’ambito che conosco, la narrativa fantastica. Può essere che in altri settori dell’editoria (dalla poesia alla saggistica) sia tutto rose e fiori, ne dubito, ma non metto lingua riguardo a situazioni di cui so poco.
Si potrebbe poi sostenere la tesi che, nonostante siano inefficienti e disonesti, gli attuali editori riescono comunque a garantire un livello qualitativo superiore a quello ottenibile con altre forme di selezione. Non lo escludo in principio. Staremo a vedere.

 [2] ^ Il tempo buttato dietro a I Promessi Sposi è un danno in sé, ma non è solo quello il punto. Il punto è che I Promessi Sposi sono il simbolo di un modo di studiare stupido e controproducente. Basta vedere le tracce dei temi per la maturità, fuffa del tipo: “Commento di un passo della Prefazione della Coscienza di Zeno.” o “Innamoramento. Testi di Dante, Alberoni, Gozzano, Catullo, Leopardi e Cardarelli.” O ancora: “Origine e sviluppo della cultura giovanile, con un documento di Hobsbawm.”
Al massimo qui si cerca qualcuno che ripeta a pappagallo quello che i professori gli hanno detto su Svevo o Dante. Un bello spreco di anni.
Si vuole che dal Liceo escano persone che sul serio hanno imparato qualcosa? Allora alla maturità i temi dovrebbero essere: “Scrivere un racconto romantico che faccia sciogliere in lacrime.” Oppure: “Dimostrare che la Luna è fatta di formaggio.”

Luna di formaggio
Astronauta ritorna con la prova che la Luna è fatta di formaggio. Damon Knight ricorda come Lester del Rey si vantasse di essere in grado di sostenere qualunque tesi e l’esatto opposto. Ed è questa abilità che dimostra padronanza della lingua, non sapere in che anno è nato Dante.

Basta con le stronzate stile: “L’influenza sociale della scapigliatura nella Milano dell’800”. Bisogna insegnare alle persone come usare al meglio la propria lingua; come analizzare le idee altrui – a livello formale – e come esprimere le proprie. Non bisogna insegnare le singole idee (cosa ne pensava Gozzano dell’amore; tra l’altro: chissenefrega!), bisogna insegnare a manipolare le idee in generale (come faccio a esprimere un determinato concetto di amore, qualunque sia tale concetto).
Bisognare dare strumenti, non nozioni. Invece al Liceo si ottengono solo nozioni, e spesso sono pure nozioni superficiali se non sbagliate.
EDIT del 22 marzo 2011. Ho aggiunto qualche altro dettaglio, qui. Per piacere commentate quell’articolo e non questo se intendete discutere di Manzoni & Liceo.

 [3] ^ Ipotesi Assiomi in voga in Italia:
1. Il termine fantasy indica quei romanzi per i quali ogni critica è ingiustificata.

2. Quello che dice l’editore riguardo a un romanzo da lui pubblicato ha lo stesso valore di una recensione.

3. Il fantasy non è letteratura, e non deve essere preso sul serio. Soprattutto non si può giudicare un’opera basata sulla fantasia usando criteri letterari.

4. Una recensione negativa danneggia il mercato più di dieci brutti libri.


Approfondimenti:

bandiera EN In Search of Wonder su Amazon.com
bandiera EN In Search of Wonder su gigapedia library.nu
bandiera EN In Search of Wonder su Wikipedia
bandiera EN Humpty Dumpty: An Oval su Amazon.com
bandiera IT Messaggi per la mente su Delos Store
bandiera EN “To Serve Man” su Wikipedia (attenzione agli spoiler!)
bandiera EN Damon Knight su Wikipedia

bandiera IT On SF su Amazon.it
bandiera EN On SF su gigapedia library.nu

bandiera IT Sono solo mostri su Amazon.it
bandiera IT La scheda del romanzo Sono solo mostri presso il sito dell’editore

bandiera EN La Luna è fatta di formaggio?

 

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A volte la magia funziona

Disponibile su emule il saggio di Terry Brooks A volte la magia funziona. Occorre cercare:

Icona di un mulo [XeLu_ebook 0016 - Ita] Terry Brooks - A VOLTE LA MAGIA
FUNZIONA, lezioni da una vita di scrittura (Sometimes the Magic
Works - Lessons from a Writing Life, 2003).doc
(817.152 bytes)

Copertina di A volte la magia funziona
Copertina di A volte la magia funziona

Nel volume sono raccolte una serie di considerazione di Brooks sulla scrittura, il fantasy, la propria carriera, e argomenti simili. È un libro sullo stile di On Writing di Stephen King.
I consigli tecnici riguardo la narrativa non sono molti, ma sono meglio di gnente.

Nota di biasimo per il traduttore, che rende “Show, don’t tell” con “Mostra, non descrivere”. Ma se non descrivi come fai a mostrare? Meglio che mi astenga dal commentare.

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Recensioni :: Saggio :: Booklife

Copertina di Booklife Titolo originale: Booklife
Autore: Jeff VanderMeer

Anno: 2009
Nazione: USA
Lingua: Inglese
Editore: Tachyon Publications

Genere: Manuale di sopravvivenza per scrittori
Pagine: 329

Scrivendo la recensione di Finch (segnalato qui, la recensione qui), mi sono ritrovata a citare un paio di volte un altro libro di VanderMeer, Booklife. Un libro nel complesso deludente ma meritevole di una recensione.

* * *

Il sottotitolo di Booklife è: “Strategies and Survival Tips for the 21st-Century Writer”. Non è un manuale di scrittura – c’è qualcosina riguardo la tecnica narrativa, ma poche pagine –, è un manuale di sopravvivenza. Sopravvivenza nel vero senso del termine: come procurarsi da mangiare vendendo libri.
Il mestiere dello scrittore è affrontato dal punto di vista sociale/commerciale, partendo dal presupposto che già si abbiano pronti uno o più romanzi da far fruttare. Possibilmente dovrebbero essere buoni romanzi, come lo stesso VanderMeer sottolinea.

Ho trovato l’intera faccenda superficiale. In particolare quando VanderMeer e i suoi amici (alcune appendici sono state scritte da editor, bibliotecari, addetti alle pubbliche relazioni e scrittori amyketti del nostro) parlano delle moderne tecnologie informatiche – social network, email, IM, ecc. – fanno la figura degli sprovveduti.
OMG! Esistono i feed!
OMG! Puoi cercare il tuo nome con Google!
D’accordo, per chi non è esperto può essere utile, ma non vale la pena spendere soldi: in Rete si trovano tutorial ben più completi e approfonditi. Tutorial gratuiti.
Più grave quando VanderMeer glissa sui problemi di licenza di FaceBook e siti analoghi. I termini di utilizzo di FB cambiano di continuo e senza il consenso degli utenti. Io ci penserei due volte prima di sfruttare FB a fini commerciali. Finché interagisci con i tuoi amici, ancora ancora; ma non c’è da fidarsi a tenere contatti di lavoro o potenzialmente di lavoro via FB.

Altri consigli riguardo al come porsi nei confronti di critici, colleghi, giornalisti e il pubblico in generale sono più sensati. Dubito però siano utili nella situazione italiana.
Per esempio VanderMeer discute il problema del rapporto con i recensori: è una buona idea mandare in visione il proprio romanzo a chi in passato ha apprezzato il nostro lavoro o in generale si è dimostrato sulla nostra lunghezza d’onda; però c’è il rischio che il rapporto diventi troppo cordiale e dunque il recensore decida di non parlare del libro, non sarebbe etico.

In Italia viene considerato normale e scontato che gli amici si aiutino a vicenda. Hai un rapporto cordiale con me? Ecco pronta la recensione-leccata!
Francesco Falconi scrisse per FantasyMagazine una recensione-sviolinata per un romanzo di Licia Troisi; quando gli feci notare che come minimo avrebbe dovuto avvertire i lettori che lui era amico personale di Licia, venne giù dalle nuvole. Beata ingenuità. Chiamiamola ingenuità…

D’altra parte non avviene solo tra “scrittori”, lo scambio di favori avviene a tutti i livelli, dai commenti reciproci alle fanfiction in su. Non capita praticamente mai di leggere: “Avrei voluto recensire il romanzo di Tizio, ma lui ha appena recensito positivamente un mio romanzo e dunque ho paura che non riuscirei a essere obiettivo. Nel dubbio preferisco evitare.”
Meglio lasciar perdere questo discorso. “Etica” e “scrittori italiani di fantasy” appartengono a due universi distinti.

Lo scrittore professionista

Booklife diventa interessante quando VanderMeer riferisce le sue esperienze personali. Sono i capitoli più curiosi e divertenti.

Jeff VanderMeer ha svolto per anni un lavoro di ufficio, scrivendo nei ritagli di tempo. Finché ha guadagnato abbastanza con la sua narrativa. Ha lasciato il lavoro e si è dedicato solo alla scrittura. Punto di merito, è diventato uno scrittore professionista con opere tutt’altro che commerciali. Niente elfi, vampiri & roba del genere. VanderMeer si mantiene raccontando di funghi assassini e calamari giganti.

Calamaro gigante
Calamaro gigante

E fin qui può sembrare una sorta di favola.
Leggendo Booklife si scopre che essere uno “scrittore professionista” non è questa pacchia che tanti credono. Gli autori che possono permettersi di scrivere, scrivere, scrivere e non pensare a nient’altro sono davvero pochissimi. Gli altri, la maggior parte, oltre a scrivere devono anche sudare le famose sette camice per vendere i libri.
Se non sei un autore di prima fascia, lo Stephen King della situazione, ti devi arrabattare. Anche avendo alle spalle una grossa casa editrice. VanderMeer parla con cognizione di causa: il suo terzo romanzo, Shriek: An Afterword, è stato pubblicato da Tor Books, una delle più importanti case editrici americane per quanto riguarda la narrativa di genere.

Copertina di Shriek: An Afterword
Copertina di Shriek: An Afterword

Come spiega la rappresentante di una casa editrice interpellata da VanderMeer:

bandiera EN The vast majority of new books being published will have a publicity budget of less than $500. Unless the publisher feels the need to send an author out on a media/bookstore tour or spend money on a TV satellite or radio drive-time tour, then there is no real reason for a book to have a publicity budget

bandiera IT La grande maggioranza dei libri che vengono pubblicati ha un budget per la promozione di meno di 500 dollari. A meno che l’editore senta il bisogno di organizzare per l’autore una serie di presentazioni in libreria, o decida di spendere soldi per spazi TV o radio, non c’è alcuna reale ragione perché un libro debba avere un qualunque budget pubblicitario.

Il budget pubblicitario per il romanzo di uno scrittore “qualunque” è la principesca cifra di 500 dollari (al cambio attuale circa 360 euro). Quando va bene.
Un banner pubblicitario su un sito specializzato con grande traffico (Locus Online) costa 400 dollari al mese. La (grande) casa editrice ti paga il bannerino per un paio di mesi ed è finita lì la promozione. E ringrazia che si sono sul serio sprecati.
Ah, la tua foto da mettere sulla quarta di copertina la devi fornire tu. La casa editrice mica ti paga il fotografo, arrangiati, pezzente.

Se vuoi di più – e devi volere di più, perché i libri non si vendono da soli – devi darti da fare in prima persona.
Non è questo gran divertimento.

Icona di un gamberetto Darsi da fare significa per esempio mendicare con tutti i tuoi amici & amyketti che sanno reggere in mano una telecamera per scroccare un booktrailer gratis.

Icona di un gamberetto Darsi da fare significa per esempio mendicare vitto & alloggio ai tuoi fan:

bandiera EN After World Fantasy, I would then spend roughly a month traveling back across the country by car, probably with one or two other writers. We would do a series of bookstores events and reading series at universities, depending on the opportunities. The trip would be run roughly diagonally, from San Jose up to the Northeast. Costs would be minimized by staying with friends and fans. We would team up with local writers for added interest. This would also serve as cross-promotion for Booklife.

bandiera IT Dopo il World Fantasy, spenderei un mese circa nel viaggio di ritorno, attraversando in macchina il paese, probabilmente insieme a uno o due altri scrittori. Faremo una serie di presentazioni in libreria e letture presso le università, a seconda delle occasioni. Il viaggio correrebbe più o meno in diagonale, da San Jose fino al Nordest. I costi sarebbero ridotti alloggiando presso amici e fan. Potremmo unirci a scrittori del posto per generare maggior interesse. Questo viaggio potrebbe anche servire da promozione incrociata per Booklife.

Qui VanderMeer discute con il suo editore riguardo la promozione per Finch. Le presentazioni nelle librerie sono costose in termini di spese e quasi mai ripagano in vendite – anche se possono essere vantaggiose dal punto di vista pubblicitario – e perciò ecco che VanderMeer pensa di risparmiare facendosi ospitare da amici e fan. Magari con due altri scrittori al seguito.
Io lo immagino un fan che scopre il suo idolo sul pianerottolo di casa, chissà come ne sarebbe deliziato! Finché non capisce che l’idolo è lì solo per scroccare e si è portato al traino uno o due altri barboni. Sigh.

Michele barbone
Michele, già conosciuto in altri articoli. Scrittore ridotto sul lastrico dalla pirateria. Adesso segue VanderMeer per i pasti gratis

Icona di un gamberetto Darsi da fare significa per esempio mendicare un blurb a destra e a manca. I blurb sono quei giudizi di colleghi scrittori o Persone Importanti che vengono stampati sulla copertina dei libri o sulle fascette. Un celebre blurb, anche se non riferito a un romanzo è:

Vi dico, e vi autorizzo a ripeterlo, che il vostro cioccolato è veramente squisito!

Il Duce parlando dei dolciumi prodotti dalla Perugina.

Ammetto che qualche anno fa ero ingenua. Credevo che i blurb fossero genuine dimostrazioni di stima. In realtà la strategia di VanderMeer – e presumo pratica standard – è quella di spammare quanta più gente possibile, fino a raccattare qualcosa. Si spara nel mucchio e si spera che fra tanti qualcuno abbocchi.
Per Finch, VanderMeer ha provato a scroccare un blurb a: Ben Templesmith, Mike Mignola, Warren Ellis, Michael Chabon, George R. R. Martin, Tom Piccirilli, Ken Bruen, Elizabeth Bear, Peter Straub, Chuck Palahniuk, Neal Stephenson, Joe Abercombie, Richard K. Morgan, Stephen R. Donaldson, Brandon Sanderson, Joe R. Lansdale, Daniel Abraham e Iain M. Banks.
In un certo senso divertenti i commenti che accompagnano i nomi. VanderMeer ne discute con l’editore e per esempio dice:

bandiera EN Brandon Sanderson – hot because he’s the replacement for Robert Jordan – no idea if he’d like Finch; this is a privileged email addy; only know him from interviewing him for Amazon.

bandiera IT Brandon Sanderson – popolare perché è il rimpiazzo di Robert Jordan – non ho idea se gradirebbe Finch; è un contatto email privilegiato; lo conosco solo perché l’ho intervistato per Amazon.

Ok, Sanderson lo conosci poco o niente, non sai se Finch possa interessarlo, e l’indirizzo di email te lo avrà dato solo per l’intervista. Be’, puoi anche evitare di spammarlo con il tuo romanzo. O sbaglio?

Copertina di The Gathering Storm
Copertina di The Gathering Storm, dodicesimo volume nella serie de La Ruota del Tempo. Il libro è stato lasciato incompiuto da Robert Jordan e terminato da Brandon Sanderson

Icona di un gamberetto Darsi da fare significa per esempio presentarti all’ufficio marketing della tua casa editrice e offrire il tuo database di contatti per vedere se l’addetto riesce a cavarci fuori qualcosa.

bandiera EN This database contains 350 to 400 reviewer/media contacts, 40 to 50 bookstores, 500 emailable VanderFans, 700+ snail mail/email VanderFans, and other miscellaneous contacts.

bandiera IT Questo database contiene dai 350 ai 400 contatti di critici o gente dei media, dalle 40 alle 50 librerie, 500 VanderFan a cui è possibile inviare mail, 700+ VanderFan con indirizzo email e indirizzo fisico, e altri contatti vari.

Questo punto mi ha lasciato l’amaro in bocca. È davvero un comportamento poco carino dire: “Io ho tot fan di cui conoscono email, indirizzo fisico e altri dati, vediamo un po’ se il tutto si può sfruttare a fini pubblicitari.” Eppure VanderMeer non sembra preoccuparsene.
Il bello è che in un altro capitolo VanderMeer spiega che FaceBook può essere utile perché permette di essere contattati da persone che non gradiscono rivelare la propria email. Eggià che non gradiscono, visto che tu poi gli indirizzi email li usi per spammare!

Alle volte, quando VanderMeer parla di “network” di conoscenze, di sinergie, di collaborazioni, di strategie per far conoscere i propri libri suscita un’impressione positiva. Altre volte mi fa venire in mente il tizio che ti telefona alle nove di sera per venderti un impianto di depurazione dell’acqua.

Del tutto pragmatica la posizione di VanderMeer nei riguardi della distribuzione gratuita dei testi. Alla domanda: conviene consentire il download del proprio romanzo? Magari solo qualche capitolo? Realizzare un podcast ?
La risposta è: se queste azioni possono portare pubblicità, si fanno. Altrimenti no. VanderMeer non entra nel merito della questione, se cioè sia una buona idea in sé la libera diffusione dell’arte.

La morale della favola è: aggiornate i vostri sogni. Quando sognate di essere “scrittori professionisti”, sognate di fare i venditori? Io non credo. Perciò sognate il vero sogno: “scrittore professionista ricco sfondato”!

Consigli sulla scrittura

Come accennavo, la parte dedicata alla tecnica narrativa è minima. Si riduce a una bibliografia di manuali – per la cronaca, il migliore secondo VanderMeer è Revising Fiction di David Madden –, e all’Appendice E che si occupa di come scrivere un romanzo in due mesi.

VanderMeer nella sua carriera ha scritto un solo romanzo dichiaratamente commerciale, Predator: South China Sea. È un romanzo scritto su commissione facente parte della franchise di Predator.

Copertina di Predator: South China Sea
Copertina di Predator: South China Sea

VanderMeer ha sei mesi di tempo per finire il romanzo, ma per una ragione o per l’altra non scrive niente nei primi quattro. Così si riduce a dover scrivere un romanzo in appena due mesi. Da questa esperienza ne ha ricavato una serie di insegnamenti che condivide con il pubblico.

Non c’è niente di che, ma è divertente notare anche qui la differenza con la situazione italiana. VanderMeer spiega che è molto utile avere degli amyketti pronti a offrire la propria consulenza. Per esempio un suo amico esperto in fatto di armi gli ha fatto risparmiare dalle venti alle quaranta ore, ore che altrimenti avrebbe dovuto impiegare a documentarsi.
Lasciamo stare il vincolo dei due mesi. Quanti scrittori italiani di fantasy passano dalle venti alle quaranta ore a documentarsi su un qualunque argomento? Più o meno nessuno?

Scrittore fantasy italiano
Scrittore fantasy italiano

I consigli di scrittura vera e propria sono roba nota. Per esempio l’idea di tagliare le scene sul più bello per creare tensione non è altro che il classico: “arriva tardi e vattene in anticipo” consiglio valido in assoluto per la costruzione di scene, non solo per le scene di romanzi da scrivere in due mesi.
Un altro consiglio di VanderMeer è un classico che già moltissimi uomini seguono (senza neppure essere scrittori): fai fare a tua moglie tutte le commissioni e le faccende di casa.

Conclusione

Booklife non vale i 14,95 dollari del prezzo di copertina, ma non sono pentita: ho comprato Booklife solo perché volevo ricompensare un autore che reputo degno, dopo aver letto a sbafo i suoi romanzi. Stupidi rimorsi di coscienza!

In generale sconsiglio l’acquisto. È un libro che si legge volentieri, ma troppo superficiale. Senza contare che diverse pagine di Booklife sono prese da articoli che VanderMeer & amici avevano già messo sui loro blog. Quando Doctorow ha fatto un’operazione simile con Content (ne ho parlato qui e qui), almeno il libro lo ha offerto con licenza Creative Commons.

Da poco sono disponibili anche edizioni ebook di Booklife.
• Amazon.com vende l’ebook allo stesso prezzo del cartaceo![1]
• Powell’s Book lo vende a 11,95 dollari.
Sono prezzi assurdi. Per la serie: Tachyon Publications ha capito tutto.
Difficile prendere sul serio i suggerimenti di VanderMeer, rivolti allo “scrittore del ventunesimo secolo”, quando la casa editrice che lo pubblica sembra non avere la più pallida idea di come funzioni il mercato degli ebook (vedi questo articolo del Duca e quest’altro).

* * *

Cosa succede quando hai bisogno di un booktrailer ma non riesci a scroccare l’aiuto gratuito di un professionista? Succede che coinvolgi tutti i tuoi amici, anche se non sanno recitare e la loro conoscenza della regia è limitata alle pagine di help di Windows Movie Maker. Il risultato è l’imbarazzante trailer di Finch qui sotto. Per fortuna il romanzo è molto meglio.

Booktrailer per Finch. I blame VanderMeer

* * *

note:
 [1] ^ Al momento in cui scrivo ci sono sconti sia per l’edizione cartacea, sia per l’ebook. Con il risultato che il cartaceo nuovo costa 10,17 dollari e l’ebook 13,29. Inutile commentare.


Approfondimenti:

bandiera EN Booklife su Amazon.com
bandiera EN Booklife su Powell’s Books
bandiera EN Booklife presso il sito dell’editore
bandiera EN Il sito ufficiale di Booklife
bandiera EN Jeff VanderMeer su Wikipedia

bandiera EN Calamaro gigante su Wikipedia
bandiera EN Calamaro colossale su Wikipedia

bandiera EN Revising Fiction su gigapedia

 

Giudizio:

Alcuni buoni consigli. +1 -1 Superficiali i capitoli “informatici”.
Divertenti i capitoli con le esperienze personali di VanderMeer. +1 -1 I consigli riguardo la scrittura sono pochi e banali.
Stile fluido e piacevole +1 -1 Quasi niente a proposito di copyright, Creative Commons, ebook & simili.
-1 Troppo caro per quello che offre.

Un Gambero Marcio: clicca per maggiori informazioni sui voti

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Content in italiano

Apogeo ha tradotto in italiano la raccolta di saggi e articoli di Cory Doctorow Content. Avevo già parlato dell’edizione in lingua originale di questo libro ai tempi dell’articolo Sul Copyright.

Potete scaricare Content gratuitamente dal sito di Apogeo, qui.

Copertina di Content
Copertina di Content

Descrizione:

Content è la prima collezione di scritti di Cory Doctorow: dai discorsi più irriverenti tenuti in varie conferenze – a partire da quello alla Microsoft, cui chiede di smettere di trattare i propri clienti come criminali applicando assurdi DRM – ad articoli per Forbes, Locus, InformationWeek e The Guardian sul copyright, sui libri digitali e sul rapporto tra conoscenza e nuove tecnologie.
Un concentrato di idee, spunti e riflessioni su cosa siamo abituati a considerare “contenuto” e sul ruolo della tecnologia e del diritto d’autore riguardo alla diffusione delle informazioni.

Lettura consigliata.

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Il Drago come Realtà

Disponibile su emule il saggio di Silvana De Mari (autrice de L’Ultimo Elfo, L’Ultimo Orco e Gli Ultimi Incantesimi) Il Drago come Realtà. Occorre cercare:

Icona di un mulo Bluebook.0946.ITA.De.Mari.Silvana.Il.Drago.Come.Realtà.rar (809.341 bytes)

Copertina de Il Drago come Realtà
Copertina de Il Drago come Realtà

Il sottotitolo del volume della De Mari è: I significati storici e metaforici della letteratura fantastica. Sembra interessante, e non ne escono molti di saggi sulla narrativa fantastica scritti da italiani. Credo lo leggerò.

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