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Esbat (di nuovo)

Disponibile su emule il romanzo Esbat di Lara Manni. Occorre cercare:

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Copertina di Esbat
Copertina di Esbat

Trama:

Ha cinquant’anni, disegna manga, è conosciuta con il nome di Sensei – maestra – e ha fan sparsi ovunque nel mondo. Inventa storie piene di buoni sentimenti ambientate in mondi fantastici, e da anni disegna La leggenda di Moeru, un manga di successo planetario di cui ora si sta accingendo a finire le ultime tavole. La Sensei è una donna superba che gestisce il proprio successo con orgoglio e sapienza: poche apparizioni pubbliche la avvolgono in un’aura di mistero e le permettono di non entrare in contatto coi propri lettori che disprezza profondamente. Una notte di luna piena, proprio mentre sta per mettere la parola fine al suo manga più celebre, riceve la visita di un ospite inatteso: è Hyoutsuki-sama, principe demoniaco antagonista di Moeru. La Sensei crede di essere impazzita, ma ben presto si convince che Hyoutsuki-sama è un’entità reale, che ha abitato per anni il mondo che ha creato e che ora ha attraversato per reclamare un finale diverso. La Sensei se ne innamorala l’amore con lui e gli propone un patto: un finale diverso in cambio di altri sei mesi in cui il demone verrà richiamato e sarà a sua disposizione per una notte al mese. Per far ciò è necessario eseguire un rito – Esbat – che richiede alla Sensei di sacrificare parti del proprio corpo. Dopo essersi tranciata alcune dita di una mano e di un piede, la Sensei decide di “sacrificare” i propri fan, che attira a casa con la promessa di un disegno autografo.

Avevo già segnalato Esbat, quando era uscito in libreria. Per le ragioni spiegate in quell’articolo non è il caso che mi dilunghi. Rimane il consiglio di leggere questo romanzo, specie adesso che non costa niente.

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Pan

È disponibile su emule il romanzo di Francesco Dimitri Pan. Occorre cercare:

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Copertina di Pan
Copertina di Pan

Trama:

Nelle notti romane ci sono bambini che sognano, e che nel sogno, ogni volta, ripetono il viaggio verso una grande isola che non c’è. Nelle notti romane ci sono ville borghesi illuminate dalla luna piena, e dai loro giardini spesso s’innalzano, non visti, mastodontici galeoni pirata. Nelle notti più fredde di una Roma moderna, pulsante, segreta, qualcuno ormai comincia ad avvertirlo: uno spirito folle sta bussando alla porta, uno spirito anarchico e sensuale, passionale e libertino, pronto a tornare per rapirci. Qualcuno lo vuol chiamare Peter; un tempo era noto come Pan. A cento anni di distanza dalla sua prima comparsa, il Peter Pan di Barrie rivela oggi più che mai la propria carica eversiva, la propria primordialità vitale, erotica, libera, il proprio rifiuto verso ogni forma di dogmatismo. Nei cieli di Roma lo scontro si sta preparando: bambini e pirati, vecchie e nuove divinità, in un’inquietante favola nera che finirà per insegnarci come, talvolta, per vedere il mondo del sogno dal mondo reale, non serva altro che alzare la testa.

Ho recensito Pan diversi mesi fa, qui. A me è piaciuto molto, ad altri meno. In ogni caso posso garantire che il tempo dedicato alla lettura non sarà tempo perso. Leggetelo, divertitevi e, se vi è piaciuto, compratelo.

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Esbat

Una segnalazione un po’ particolare, perché riguarda un romanzo che non è uscito su emule – almeno per ora (EDIT: uscito). Il romanzo in questione è Esbat, pubblicato a inizio mese da Feltrinelli. L’autrice è Lara Manni.

Copertina di Esbat
Copertina di Esbat

È un romanzo che meriterebbe una recensione, ma purtroppo non sono nella posizione di farla. Infatti ho conosciuto via Internet l’autrice ormai più di un anno fa, ho discusso con lei la storia e le ho anche suggerito qualche idea per la trama. Sono orgogliosa che alcune di queste idee siano arrivate alla stesura finale.
Non potrei recensire in maniera imparziale un romanzo al quale ho contribuito, seppure in piccolissima parte.
Posso però dire di aver apprezzato. Secondo me è un bel romanzo. Ha la sua dose di difetti, ma i pregi sono in maggior numero. Più gamberi freschi che gamberi marci.

* * *

La protagonista di Esbat è una disegnatrice di manga cinquantenne. È ricca e famosa, e ha appena terminato di disegnare l’ultimo volume della sua serie più celebre. O meglio, crede di aver terminato, perché proprio quando sta per mettere la parola “fine” alla storia, si presenta da lei il demone Hyoutsuki, uno dei personaggi del manga.
Il demone è scontento di come finisce la serie e pretende che l’ultimo capitolo venga riscritto. Seguono complicazioni.

L’idea dei personaggi che escono dalle pagine e interagiscono con i loro creatori non è delle più originali, però in Esbat la vicenda prende svolte inattese e non scivola quasi mai nel banale.
Il romanzo è ambientato tra il Giappone e l’Italia. La parte giapponese dell’ambientazione è inconsueta e ben resa: penso possa incuriosire anche chi crede che gli otaku siano dolcetti alle mandorle.
Lo stile è scorrevole. C’è qualche problemino qui e là, ma anche scene descritte con maestria. Nel complesso il livello è ampiamente sopra la media.

È un romanzo urban fantasy che consiglio in particolar modo a chi è appassionato di manga e Giappone, fermo restando che credo possa piacere a chiunque.

* * *

Due noticine finali:

  • Su diversi siti ho visto Esbat catalogato come “horror”. Direi che non è vero. Ci sono alcune scene violente – logica conseguenza degli sviluppi della trama –, ma in nessun punto mi è parso che lo scopo dell’autrice fosse orripilare o terrorizzare il lettore. Anzi, l’autrice evita sempre il gore, la macelleria, anche quando tratteggia scene che si presterebbero (ovviamente qui ognuno giudichi secondo i suoi gusti se si tratti di pregio o difetto). Perciò, a meno che non siate come Bella di Twilight, che sviene alla vista di una goccia di sangue, non troverete chissà quali orrori in Esbat. Fantasia però sì.
  • È vero che Esbat è il primo volume di una trilogia. Ma la storia si conclude. È un romanzo autoconclusivo, niente di importante è lasciato in sospeso.

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Gli Indiscussi Maestri di Sanctuary

Copertina di Sanctuary Titolo originale: Sanctuary
Autori: Indiscussi Maestri

Anno: 2009
Nazione: Italia
Lingua: Italiano
Editore: Asengard

Genere: Racconti Urban Fantasy
Pagine: 320

Nota: questo articolo sarà infarcito di termini stranieri – oh, yeah! – per adeguarsi allo stile proposto da Alan D. Altieri nell’introduzione del volume[1]. Se lui scrive così, dev’essere giusto!

* * *

Sanctuary è una raccolta di racconti urban fantasy, ambientati nell’immaginaria città di Sanctuary. Gli autori dei racconti sono nomi più o meno noti del fantasy italiano. Il curatore dell’antologia, Luca Azzolini, li definisce “indiscussi maestri della parola scritta”. L’introduzione, come già accennato, è di Alan D. Altieri.
Dovrei aggiungere che in teoria i racconti sono ambientati a Sanctuary. In pratica buona parte potrebbero essere ambientanti ovunque, a Sanctuary come a Cefalù. Se si cerca una consistenza nell’ambientazione passando da racconto a racconto si rimarrà delusi; qui ognuno ha scritto come gli è parso, infischiandosene di quello che avevano scritto gli altri. Il che non è necessariamente un male, basta saperlo.

Il “Santuario” delle sfide di Alan D. Altieri

L’introduzione di Altieri è una sorta di lungo flamebait. Dopo che la storia del fantasy è riassunta, da Gilgamesh a George R.R. Martin, in poco più di una paginetta, Altieri si lancia in ogni sorta di iperbole per esaltare l’antologia e i vari autori. Così si possono leggere passaggi di questo tenore:

I non-parametri della ibridizzazione e dello scavalcamento ragionato dei confini dell’immaginario sono anche le colonne portanti di “Sanctuary”, proposta antologica del tutto ground-breaking, sia nel senso dell’apertura a scenari assolutamente sorprendenti che per le aggregazioni completamente innovative.

A parte un generico “eh?”, mi domando che senso abbia questo genere di sbrodolate. Se tu mi parli di “scavalcamento ragionato dei confini dell’immaginario” o di “scenari assolutamente sorprendenti”, io pongo come pietre di paragone per Sanctuary antologie quali The New Weird o The Bizarro Starter Kit, e Sanctuary appare ancora più misera e triste di quanto in effetti non sia.

Copertina de The Bizarro Starter Kit
I due volumi (arancione e blu) del Bizarro Starter Kit. Ne parlerò prossimamente

Prosegue Altieri:

In “Sanctuary”, tredici autori che più diversi non potrebbero essere, attraverso tredici storie che più temerarie non potrebbero risultare, arrivano a formare una squadra di eccezionale coesione multi-tematica in un unico contenitore narrativo.

“tredici storie che più temerarie non potrebbero risultare”… peccato che abbia smesso a nove anni di credere a Babbo Natale.
E ancora:

Siamo in bilico tra Shangri-La e Settimo Cerchio, megalopoli e necropoli, tempio e simulacro, meta-industria e sub-mondo. “Sanctuary” è simultaneamente tutti i luoghi e nessun luogo, se non il paesaggio evocato nei recessi più estremi della mente.
[...]
Di fronte a un’opera come “Sanctuary”, sociale e magica, politica e gotica, temeraria e inaspettata, sono due le direttive primarie: allacciate le cinture. E non perdetela.

In mezzo a questa parata di complimenti, Altieri pone dodici domande (retoriche), una per ogni racconto, le riporterò via via.

Considerazione generale: se una persona sta leggendo l’introduzione di solito ha già acquistato il volume. Specie in questo caso, dato che Asengard è una piccola casa editrice e dunque è difficile trovare i suoi libri nelle librerie. È raro poterli sfogliare prima di comprarli. Dunque se il fesso lettore fantasy di turno ha già cacciato i soldi c’è bisogno di continuare a blandirlo? Non si potrebbero usare le pagine dell’introduzione per scrivere qualcosa d’interessante? No, eh? Peccato.

L’inizio di ogni fine / La fine di ogni inizio di Luca Azzolini

Azzolini apre e chiude l’antologia fornendo una “cornice” per gli altri racconti. Non mi sembra che l’accoppiata prologo più epilogo di Azzolini possa essere considerata un racconto, dunque non esprimerò alcun giudizio. Comunque l’idea di fondo – originalissima, più che ground-breaking, mind-blowing awesome –, è che ognuno dei racconti che seguirà sia una carta dei tarocchi. UAU.

Il Matto
Tarocchi: Il Matto…


La casa dei millepiedi di Pierdomenico Baccalario

Icona di Altieri domanda La Domanda di Altieri: Che cosa nasconde l’antro iper-meccanizzato chiamato “La Casa dei Millepiedi”, creazione del celebrato autore per ragazzi e young adults Pierdomenico Baccalario?
Icona di Gamberetta risponde La Risposta di Gamberetta: La Casa dei Millepiedi contiene millepiedi. Da non crederci.

Nel racconto di Baccalario si viene trasportati in un mondo a metà fra quello di 1984 e quello del Grande Fratello televisivo. Tutti sono spiati, sempre spiati, il sesso è peccato, la vita è grama, same old same old. Nonostante la banalità dell’ambientazione il racconto scorre bene, e suscita un certo interesse. Il finale, con l’introduzione a forza di una Dea che passava per caso di lì, è tanto repentino quanto stupido. L’occasione sprecata riguarda proprio la Casa dei Millepiedi, ovvero una teca contenente millepiedi che il protagonista tiene in casa. È l’unico elemento inusuale e curioso, sarebbe stato bello se avesse avuto un ruolo nella vicenda, a parte quello di fare da arredamento.
Baccalario scrive con sufficiente competenza, e nel complesso non posso dire che il racconto sia brutto. Orwell bilancia Taricone, i Gamberi freschi sono tanti quanti i Gamberi marci.

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La fabbrica delle leghe perfette di Solomon Troy Cassini

Icona di Altieri domanda La Domanda di Altieri: Quale metallo polimorfo sta venendo forgiato ne “La Fabbrica delle Leghe Perfette”, progettazione termomeccanica di Solomon Troy Cassini, sorprendente autore SF & Fantasy?
Icona di Gamberetta risponde La Risposta di Gamberetta: Si sta forgiando fuffa pura al 100%.

Questo è un disastro, probabilmente il racconto peggiore dell’antologia. Si comincia con quasi quattro pagine di infodump noioso e inutile, scritto in uno stile retorico e pesante. Per dare l’idea, questo è l’incipit:

Ogni luce, per fioca che sia, genera da qualche parte un’ombra, magari a stento visibile. Allo stesso modo una vetta non può troneggiare priva di un pianoro che la circondi, così come una vittoria gloriosa non avrebbe valore alcuno senza i suoi dolenti sconfitti. A dispetto di tutto, perfino del buon senso, ogni paradiso deve avere nei paraggi il suo bravo inferno, e tenerselo anche ben stretto se vuole continuare a illudersi d’essere più virtuoso.

Si continua poi con una lunga “cornice”; il racconto vero e proprio si sviluppa solo nelle ultime tre pagine. Una storiella esile esile e del tutto scontata.
L’ambientazione – un gigantesco complesso metallurgico – è abbastanza curata, ma i particolari sono spesso cliché: i nani operai, i draghi che fondono i metalli con il fiato di fuoco, ecc.

Nano si riposa
Un nano si riposa dopo una giornata in fabbrica

Scritto male, vicenda impalpabile, nessun elemento fantastico degno di nota: Brutto con la B maiuscola.

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Le colpe dei padri di Franco Clun

Icona di Altieri domanda La Domanda di Altieri: In quale baratro tutt’altro che dimenticato ci proietteranno “Le Colpe dei Padri”, mappatura di una delle grandi vergogne del genere umano tracciata dall’ottimo Franco Clun, ex-colonna vertebrale di Delos Books e vate del Fantasy italiano?
Icona di Gamberetta risponde La Risposta di Gamberetta: Qui si finisce del baratro della pessima narrativa. E concordo che la pessima narrativa sia una delle grandi vergogne del genere umano.

Il racconto di Clun è una fan fiction ispirata a Se questo è un uomo di Primo Levi. L’unica operazione che compie Clun è sostituire ebrei e criminali con angeli e nani. Infatti le creature magiche sono “diverse” e vanno sterminate, perché non inquinino il pool genetico della specie umana.
Il lager è Nazi-style, la numerazione dei prigionieri è simile, gli episodi narrati hanno più di un punto in comune con analoghi episodi raccontati da Levi. La differenza è che Primo Levi sapeva scrivere, e il suo libro è pieno di particolari concreti e impressionanti, Clun è molto meno bravo e per descrivere l’orrore troppo spesso si rifugia nel dire che è orribile. L’angelo con le ali nere di nome Lucifero fa alzare gli occhi al cielo per la tristezza.
In un paio di punti credo manchino i caporali di inizio e fine dialogo, e quei passaggi sono difficili da seguire.
Scrittura incerta, trama banalissima, fantastico assente o quasi: un altro Brutto racconto, con la B maiuscola.

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Le storie che nascono in questa città di Francesco Dimitri

Icona di Altieri domanda La Domanda di Altieri: Per quale motivo si è pronti a uccidere per il possesso dell’idolo al centro de “Le Storie che Nascono in Questa Città”, ideato dal multiforme Francesco Dimitri, una tra le voci più significative dell’ultima generazione della saggistica e del fantastico?
Icona di Gamberetta risponde La Risposta di Gamberetta: Si uccide perché così ordina il copione.

Dimitri mette in scena una classica storia di “maledizione”. Il racconto scivola benissimo, il passaggio da un personaggio all’altro è gestito con maestria, dal punto di vista stilistico è forse il testo migliore. Purtroppo non si può dire lo stesso della storia. È cliché, priva o quasi di elementi fantastici, priva dell’ironia che una vicenda così scontata meriterebbe. Il finale “distrugge” anche quel poco di fantastico sopravvissuto fin lì. L’ambientazione è del tutto generica. Nonostante con fin troppa insistenza i personaggi parlino di Sanctuary, la storia potrebbe essere ambientata tanto a Sanctuary quanto a Canicattì.
Valutazione difficile: è il racconto che si legge più volentieri ma lascia un retrogusto amaro. In fondo buono, però si poteva far di meglio.

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Il racconto di Dimitri in poco più di un minuto, grazie agli Happy Tree Friends

Anobium di Francesco Falconi

Icona di Altieri domanda La Domanda di Altieri: È forse una sensuale, letale banscea, erinni erotica della mitologia celtica, la dark lady che si aggira in cerca di preda nello underworld di “Anobium”, sortilegio evocato da Francesco Falconi, autore che ha tramutato l’ingegneria in Fantasy ?
Icona di Gamberetta risponde La Risposta di Gamberetta: Ma cosa va a pensare, signor Altieri? La dark lady sarà certamente una suora!

Falconi scrive un racconto sorprendentemente trash. Non so fino a che punto sia una scelta consapevole, meglio non indagare. Rimane il fatto che la diavolessa protagonista è forse il personaggio che più rimane impresso dell’intera antologia. Non che sia proprio una buona notizia.
La storia è a tratti volgare, a tratti stupida, non molto coerente, il finale è buttato lì come capita – esponendo fatti che il lettore non avrebbe in alcuna maniera potuto prevedere. È un po’ come l’omicidio nella stanza chiusa: se a uccidere il disperato nella stanza chiusa è stato un rospo con poteri telepatici, bisognare illustrare l’esistenza di tale batrace prima della rivelazione, altrimenti il lettore si sentirà gabbato.
Comunque la narrazione condotta in prima persona con buona abilità e la squinternata simpatia che suscita la protagonista rendono il racconto decente.

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Mirror Blues di Fabrizio Furchì

Icona di Altieri domanda La Domanda di Altieri: Quali magiche sonorità saprà invece regalarci il “Mirror Blues” di Fabrizio Furchì, qui al suo esordio?
Icona di Gamberetta risponde La Risposta di Gamberetta: Il suono del silenzio.

Una misteriosa droga dona momentanei poteri magici e, troppo spesso, la morte a chi la consuma. Un chitarrista che ha stretto un patto col Diavolo, indaga…
La trama non brilla per originalità (non riesco a contare quante indagini su nuove droghe mirabolanti ho già seguito), ma l’ambientazione è buona. Questo è forse l’unico racconto che non potrebbe essere ambientato ovunque. Gli elementi fantastici sono diversi e ben integrati nella storia. Non sempre sono elementi interessanti, ma ci sono: è già molto visto l’andazzo.
La scrittura è il punto debole del racconto. Ci sono piccoli errori – qualche aggettivo di troppo, qualche similitudine balorda, infodump evitabile –, ma soprattutto manca il coinvolgimento con il protagonista. La telecamera segue il nostro eroe con sguardo neutro e l’azione non è tale da sola da appassionare. È troppo il distacco del lettore dal chitarrista.
Nel complesso rimane un racconto passabile.

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Il ditirambo di Samarat di Michele Giannone

Icona di Altieri domanda La Domanda di Altieri: Qual è il segreto nel nome del quale ogni crimine, perfino il più efferato, viene commesso così da garantire l’esistenza della società iper-meccanizzata di “Il Ditirambo di Samarat”, struttura del bravo Michele Giannone, voce Fantasy in ascesa?
Icona di Gamberetta risponde La Risposta di Gamberetta: Domanda trabocchetto? Il segreto è il segreto di Pulcinella!!! Ah, signor Altieri, guardi che la roba iper-meccanizzata era la cosa con i millepiedi. Riciclare gli aggettivi non è cool.

Giannone scrive un racconto con stile decente, peccato che la storia sia un miscuglio di scene già viste mille volte (l’hacker più 1337 che ci sia che recupera i dati crittati dalla chiavetta USB…) e si basi su una solenne idiozia di fondo.

Acid Burn e Zero Cool
Angelina Jolie “Acid Burn” e Johnny Lee Miller “Zero Cool”(sic) protagonisti del film Hackers. “1337” in leetspeak significa “elite”

In poche parole: un culto di svitati sta per evocare sulla Terra un Dio (alieno?) che potrebbe portare alla scomparsa del genere umano; il più potente industriale di Sanctuary lo sa e… decide di inviare a fermare gli svitati un solo sicario armato di coltello. Che si può dire? Che almeno la buona volontà ce l’ha messa?
Un racconto che lo stile salva dall’essere illeggibile, ma che rimane very very sad.

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Angeli e uomini di Cecilia Randall

Icona di Altieri domanda La Domanda di Altieri: Sono angeli, demoni o entrambi quelli che si battono all’ultimo sangue per ottenere l’ammissione alla Loggia, famigerata quanto infame società segreta al centro di “Angeli e Uomini”, rivisitazione criminal-religiosa a firma della multiforme Cecilia Randall?
Icona di Gamberetta risponde La Risposta di Gamberetta: Sono a) angeli, b) demoni, c) entrambi, d) quattro. E la risposta è: quattro. Ah, signor Altieri, guardi che multiforme era Dimitri. Riciclare gli aggettivi non è kawaii.

Malgrado dopo poche pagine si possa intuire chi sono in realtà i due protagonisti (indovinate un po’ chi è uno che si chiama Rafael ed è tanto buono da sembrare un angelo…), la Randall conduce bene la storia fino alle sue logiche conseguenze. In mezzo a tanta confusione è piacevole leggere un testo che abbia un inizio e una fine collegati in una maniera non del tutto cretina.
Lo stile è buono, forse l’unico difetto sono le pagine dedicate a Rafael: troppe per il ruolo che in effetti svolge nella vicenda. L’ambientazione è – tanto per cambiare – generica. La storia si sarebbe potuta svolgere ovunque e in qualunque epoca. Anzi, probabilmente la narrazione sarebbe stata più coerente se non fosse stata ambientata ai giorni nostri. Infatti è difficile credere che nel finale non ci siano telecamere di sicurezza o altri strumenti di sorveglianza in grado di testimoniare cosa sia davvero accaduto.
Però rimane un racconto godibile. Lettura gradevole.

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I passi della sera di Fabiana Redivo

Icona di Altieri domanda La Domanda di Altieri: Cosa spinge bande di elfi, vampiri e streghe a sterminarsi a vicenda pur di seguire “I Passi della Sera”, sentiero indicato da Fabiana Redivo, eccellente autrice Nord e non solo?
Icona di Gamberetta risponde La Risposta di Gamberetta: Ho letto il racconto due volte e non l’ho capito.

Racconto sconclusionato. La Redivo schiera ben sette, forse otto, o sono nove? – credo di aver perso il conto – personaggi in una ventina di pagine. Ne esce fuori un guazzabuglio senza capo né coda. Il mood varia dal mortalmente serio al ridicolo che non fa ridere nessuno. E giuro che non sono riuscita a capire che senso avesse la vicenda, pur avendo appunto letto due volte il racconto.
Mi sono persa tra vampiri, goblin, goblin-vampiri, elfi scuri, troll, aracnidi, licantropi, grizzly chikas_pink03.gif , demoni, gente in moto, e un sacco di altre parole a casaccio. Magari è colpa mia, com’è noto io ho l’attention-span of a door-knob.

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Foresta perduta di Egle Rizzo

Icona di Altieri domanda La Domanda di Altieri: Quali presenze al di là del tempo e delle dimensioni vengono percepite nella “Foresta Perduta”, psicoanalisi al di là della psicoanalisi condotta dalla sorprendente Egle Rizzo?
Icona di Gamberetta risponde La Risposta di Gamberetta: Gnokki.

La protagonista del racconto di Egle Rizzo ha la visione di una misteriosa Foresta. In alcuni momenti il mondo intorno a lei sbiadisce e si sente trasportata in questo luogo magico. Per risolvere il problema si rivolge a uno psichiatra, ma non sa che lui nasconde un segreto.
Qui il fantasy c’entra poco o niente: è una classica vicenda in stile Harmony con la paziente che si innamora del bel dottore. E quando lei pensa a lui le si imporporano le gote. Soooo cute!
Il racconto si distingue per la scena più WTF (scusate, non sta bene) WTH dell’intera antologia, che qui riporto:

[Leda, la protagonista] Rimase senza fiato quando vide i due guerrieri. Avevano lunghi mantelli e divise dall’aria militare; uno vestiva di verde, l’altro di un sobrio grigio antracite. Le spade si incontravano in un fulgore furente, i volti erano arrossati, uno dei giovani rise, non una risata malvagia, ma di puro divertimento.
Sono impazzita, pensò Leda. [...] Poi vide l’orologio al polso del guerriero in grigio.
Leda scoppiò a ridere, e sbucò fuori, per osservare più da vicino la scena. Le armi erano di vero metallo, ma non molto affilate, e quelli non erano spadaccini usciti da una leggenda, o dalla sua mente. Rimase lì, al margine della spianata dove i due combattevano, sorridendo come una sciocca. [...]
«Guarda un po’ chi abbiamo lì.»
Uno dei due ragazzi, quello vestito di verde, aveva abbassato la spada.
«Stiamo giocando, non vedi che rovini l’atmosfera?» esclamò l’altro, accorgendosi solo ora della presenza di Leda.
«Scusate, io… disegnavo…»
«Bah, credi di aver trovato un posto senza intrusi e invece…»
«Smettila, Ted» disse il giovane vestito di verde poggiando una mano sul braccio dell’amico. «Il gioco di ruolo può anche aspettare, ci sono anche cose più interessanti, in fondo.»
«Vuoi chiamare gli altri?» domandò Ted, confuso.
«No, non direi…»
Lo spadaccino verde stava osservando Leda con un’aria che la rese inquieta.
«Esistono diversi modi di giocare, sai? E dal modo in cui ci guardavi mentre combattevamo, io penso che anche a te potrebbe piacere giocare in un certo modo.»
[...]
L’avevano accerchiata, e Leda si lasciò sfuggire un gridolino, quando Verde la attirò a sé per la vita.
«Non fare la schizzinosa, avanti: se fai la brava ti divertirai…»
«Lasciami…» protestò la giovane, strappando all’altro solo una risata beffarda.

E chi interverrà a salvare la nostra povera eroina? Ma il suo gnokko, of course. How romantic!

Gnokko
Tecnicamente nel racconto della Rizzo non ci sono vampiri. Ho usato il termine gnokko nel suo significato più ampio di creatura sovrannaturale maschile il cui unico scopo nella storia è far innamorare la svampita di turno

Devo dire che quest’idea che due tizi che giocano di ruolo dal vivo di botto decidono di violentare la prima che incontrano sembra una trovata degna del Ghirardi. No, Egle, non è un complimento.

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Redenzione (Serra Madre) di Antonia Romagnoli

Icona di Altieri domanda La Domanda di Altieri: Cosa può giustificare lo sterminio dei diversi nel nome della inconoscibile, oscura “Redenzione” suggerita dalla brava Antonia Romagnoli, narratrice di fanta-thriller senza compromessi?
Icona di Gamberetta risponde La Risposta di Gamberetta: Be’, una buona giustificazione allo sterminio sarebbe se codesti diversi scrivessero tutti come G.L. D’Andrea.

Il racconto scritto peggio. Per buona parte solo raccontato, sembra quasi una scaletta per un futuro racconto, invece di un’opera già completa. Anche l’editing è scadente, rimanendo frasi di questo genere:

Teamu era in seconda linea, pronto a proteggere le spalle ai compagni nel caso in cui qualche bestia si fosse avventata per coglierli di sorpresa, ma era evidente che l’effetto sorpresa aveva funzionato: a parte un paio di coraggiosi, nessun altro ingaggiò con loro battaglia.

Dove la ripetizione sorpresa – sorpresa oltre che brutta in sé, crea confusione, dato che non è subito chiaro trattarsi di due sorprese diverse.
La trama è una serie di non sequitur, il protagonista è amorfo, la Noia regna. È difficile arrivare fino in fondo.
Porcata.

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Saint Vicious di Luca Tarenzi

Icona di Altieri domanda La Domanda di Altieri: Quale battaglia decisiva aspetta l’ultimo dei cavalieri Templari nel momento in cui varca la soglia del night-club sbagliato, nel quale la superstar è tale “Saint Vicious”, punk-rocker from Hell creato dal geniale Luca Tarenzi, l’autore italiano che ha portato in primo piano la variazione di genere nel genere chiamata urban fantasy ?
Icona di Gamberetta risponde La Risposta di Gamberetta: Ehm, signor Altieri, non vorrei dire, ma “Saint Vicious” è il buono, così sembra che lei non abbia letto i racconti che introduce…

Tarenzi si affida alla saggezza popolare: “La musica unisce, non divide!”, “In Italia A Sanctuary finisce sempre tutto a tarallucci e vino.” e ne esce forse il miglior racconto dell’antologia. Magari la sensazione è acuita dal fatto che è anche l’ultimo racconto: fine della pena.
La storia si incentra su un tizio il cui Angelo Custode, invece di aiutare nella lotta contro il Male, decide di dedicarsi alla musica punk, divenendo cantante in un gruppo.
Il racconto è breve, scritto con buon stile e la giusta dose di ironia. Lo sviluppo è cliché, ma Tarenzi sembra averlo presente e non si prende troppo sul serio. Il protagonista e il suo Angelo suscitano immediata simpatia.

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Conclusione

Io inviterei i vari autori presenti nell’antologia a leggere Magic, Inc. di Heinlein, pubblicato la prima volta nel 1940. In pratica ci sono già tutte le idee presenti in questi racconti di Sanctuary, più qualche altra anche più divertente. In altre parole, se Sanctuary fosse stato pubblicato non dieci anni fa, ma settanta anni fa, ancora non sarebbe stato ground-breaking. Aggiungo che per fortuna non è neppure cutting-edge altrimenti mi sarei riempita le dita di tagli!

Copertina di Anonima Stregoni
La disgraziata copertina della prima edizione italiana di Anonima Stregoni (Magic, Inc.)

Quella assente in questi racconti è proprio la componente vitale del fantasy: la fantasia, l’immaginifico, il fantasmagorico. In nessun racconto c’è un minimo di sense of wonder, il feeling è di trovarsi di fronte a un film per la TV: scenari di cartapesta, personaggi che recitano a spanne, sceneggiature scartate persino dai produttori hollywoodiani più beceri.
Manca la vertigine. Si sale sul grattacielo più alto di Sanctuary, si abbassa lo sguardo verso l’immensa metropoli e… guarda che schifo! Ho una macchia di unto sulla gonna. Adesso non verrà più pulita.
Emblematico da questo punto di vista il finale del racconto di Giannone, non tanto perché sia peggio di altri, ma perché dimostra l’incapacità diffusa di affrontare l’elemento fantastico.
Abbiamo l’arrivo di un Dio che potrebbe innescare la Fine del Mondo. Questo è il Dio:

[...] figura possente. Umanoide all’apparenza, alta più di un paio di metri, dalle lunghe braccia terminanti con aculei affilati, pareva ricoperto da una patina argentea che ne rendeva vividi i dettagli del corpo.
La testa era lunga e affilata, sovrastata da corna ricurve; gli occhi, due sfere grigie, sormontavano narici strette e una bocca incurvata verso il basso.

L’inizio della Fine:

La figura sollevò le braccia, distendendole verso l’esterno. Volute di fumo azzurro si staccarono dall’essere e si librarono verso le tre donne vestite di pelli animali.
Quando le circondarono, quelle rovesciarono la testa all’indietro e iniziarono a essere scosse da un tremito.
[...] in quel modo l’essere si stava accoppiando con loro, impiantando in ciascuna delle tre il proprio seme.
[...]
Dal ventre di quelle donne, sarebbe sorta una nuova stirpe. Diversa da quella umana, simile talora ad essa nell’aspetto o dalle fattezze mostruose, avrebbe reclamato ciò che le era stato rubato e provato a riprenderselo grazie ai poteri di cui sarebbe stata dotata.

Le descrizioni, l’azione, il narrato conclusivo: è tutto molto cheap, film per la TV appunto. Non c’è esaltazione, non si chiude il libro mormorando un “UAU” di sincera meraviglia.
Sotto questo aspetto anche il racconto di Dimitri lascia molto a desiderare: è vero, spremere sense of wonder fuori dall’abusata vicenda dell’idolo maledetto non è impresa semplice, ma negare la maledizione è solo un trucco, e neppure un trucco originale. Cheap trick.
E così via. La mancanza di fantasia in Sanctuary è disheartening.

Si può anche vedere il bicchiere mezzo pieno: alcuni degli autori dimostrano di possedere un minimo di bagaglio tecnico, il che, nell’ambito del Fantasy Italian-style, non è per nulla scontato. Perciò, in teoria, in un futuro indeterminato, qualcuno degli autori presenti potrebbe scrivere sul serio un romanzo fantasy ground-breaking. Forse. In fondo abbiamo solo settant’anni da recuperare.

Non vale la pena spendere 15 euro per Sanctuary. Per chi, come la sottoscritta, ha già pagato, c’è almeno la soddisfazione di sapere che i ricavi andranno in beneficienza.

* * *

note:
 [1] ^ Altieri, in meno di cinque pagine, riesce a infilare: fiction, Fast-forward, Welcome to the brave, new, contaminated world!, ground-breaking, Italian-style, mission impossible, underdog, young adults, dark lady, underworld, punk-rocker from Hell, epic più ovviamente (urban) fantasy e tralasciando parole inglesi considerate ormai di uso comune quali mystery o night-club.


Approfondimenti:

bandiera IT Sanctuary su iBS.it
bandiera IT Sanctuary presso il sito dell’editore
bandiera IT Sanctuary su Wikipedia

bandiera EN Sanctuary, quello originale
bandiera EN Magic, Inc. su Wikipedia

 

Giudizio:

Dimitri, Randall, Tarenzi. +4 -9 Cassini, Clun, Giannone, Redivo, Rizzo, Romagnoli.

Cinque Gamberi Marci: clicca per maggiori informazioni sui voti

Scritto da GamberolinkCommenti (74)Lascia un Commento » feed bianco Feed dei commenti a questo articolo Questo articolo in versione stampabile Questo articolo in versione stampabile • Donazioni

Recensioni :: Romanzo :: Wunderkind

Copertina di Wunderkind Titolo originale: Wunderkind. Una Lucida Moneta d’Argento
Autore: G.L. D’Andrea

Anno: 2009
Nazione: Italia
Lingua: Italiano
Editore: Mondadori

Genere: Urban Fantasy, Orrore
Pagine: 390

Prima di cominciare una premessa. Spesso mi sono lamentata di una brutta abitudine: lo scambio di recensioni. Persone amiche tra loro si fanno reciprocamente i complimenti senza spiegare a chi legge che i pareri si basano più sui rapporti personali che non sull’analisi del testo.
Dunque mi pare giusto chiarire che nel caso specifico non sono neutrale: l’autore del romanzo, G.L. D’Andrea (d’ora in poi G.L.), mi sta antipatico. E questa antipatia, a differenza di quanto accaduto con la signora Troisi, non nasce dalla lettura della sua opera. G.L. mi stava sullo stomaco prima che aprissi Wunderkind.

Il signor G.L. mi ha offesa negli scorsi mesi senza alcuna ragione e la faccenda non mi ha fatto piacere.

Perciò, perché leggere e recensire Wunderkind ?
Per una serie di ragioni:

  • Mi era stato chiesto di farlo più volte, fin dall’uscita in libreria.
  • Le recensioni in giro per la Rete sono così entusiastiche che nasce naturale la voglia di verificare quanto siano corrispondenti al vero.
  • Il genere del romanzo, urban fantasy/orrore, rientra tra i miei gusti.
  • G.L. è arrogante. Il che vuol dire che magari scrive in maniera decente. Mi spiego meglio: si presenta una persona e si vanta di essere Gran Maestro di scacchi. Penso che stia raccontando frottole, ma forse non ha inventato di sana pianta, forse ha solo esagerato, può essere che almeno i pezzi li sappia muovere. Così magari G.L. sa scrivere, almeno un pochino.
  • È disponibile gratis!

Ognuno, letta la recensione, potrà stabilire se il mio astio per l’autore ha influenzato o no il giudizio sul romanzo.

H.G. Wells e i libri potenti

Nell’articolo dedicato allo scrivere recensioni, ho ricordato come l’uso indiscriminato di certi aggettivi sia una moda deleteria. Di quanto sia stupido parlare di romanzi “coraggiosi” o “scomodi” o “profondi” o simili. Nel caso di Wunderkind l’aggettivo più usato dalla “critica” – e dall’autore stesso – è stato “potente”.
Wunderkind sarebbe un romanzo potente. Potentissimo. Così potente che se ti cade in testa ti apre il cranio a metà.

Non so cosa voglia dire che un libro è “potente”. A me suona solo come un complimento sgangherato sempre buono e che tra l’altro può essere appiccicato a qualunque romanzo senza neppure leggerlo. Ma proverò a dare una definizione. I fan dell’aggettivo inutile mi interrompano se sbaglio.
Probabilmente un libro “potente” è un libro che crea particolare impressione nel lettore. Un libro tale da far vacillare per il tempo della lettura le pareti della realtà. Un libro che ti cattura in maniera profonda, che non consente una lettura distaccata, che non concede di credere di star solo leggendo un romanzo. O qualcosa del genere. Circa.
Esistono libri di questo tipo? Forse. Ognuno potrà indicare questo o quel titolo, dubito ci si troverà d’accordo. Tranne che in un caso. C’è stato almeno un caso di un romanzo che ha dimostrato in maniera inequivocabile la propria “potenza”: La Guerra dei Mondi di H.G. Wells.

Copertina de La Guerra dei Mondi
Copertina di un’edizione del 1913 de La Guerra dei Mondi. Per una galleria di copertine si può consultare questo sito

La sera del 30 Ottobre 1938, Orson Welles trasmise un programma radiofonico adattamento del romanzo del suo quasi omonimo. In America si scatenò il panico: un numero incalcolabile di persone[1] pensò che i Marziani stessero sul serio invadendo la Terra.
Vero, non fu merito solo di H.G. Wells, una serie di circostanze favorì l’isteria: era alta la tensione alla vigilia della Seconda Guerra Mondiale; molti ascoltatori, per via di un concomitante e più seguito programma musicale, si persero l’inizio del radiodramma e l’annuncio che si trattava solo di un adattamento.
Vero, i giornali dell’epoca ingigantirono la notizia, ed è probabile che la reazione popolare non fu così disperata come certe cronache riportano.
Ma resta il fatto che un romanzo di narrativa fantastica, che racconta una storia improbabile (se non considerata impossibile dai più), è riuscito a farsi realtà per un enorme numero di persone. Come detto non so cosa voglia dire che un romanzo è “potente”, ma, qualunque accezione si scelga, a me questa sembra una scintillante dimostrazione di “potenza”.

A una persona che punta a scrivere romanzi “potenti” penso potrebbe interessare sapere perché La Guerra dei Mondi è tanto “potente”. Come sia riuscito H.G. Wells a creare una minaccia così spaventosa da spingere la gente a fuggire sul serio dalle proprie case.
Mr. Wells c’è riuscito perché è stato verosimile, concreto e specifico:

We feel that in spite of the wildness of Mr. Wells’s story it is in no sort of sense a ‘fake.’ He has not written haphazard, but has imagined, and then followed his imagination with the utmost niceness and sincerity. To this niceness and sincerity Mr. Wells adds an ingenuity and inventiveness in the matter of detail which is beyond praise. Any man can be original if he may be also vague and inexpressive. Mr. Wells when he is most giving wings to his imagination is careful to be concrete and specific. Some sleights of chiaroscuro, some tricks of perspective, some hiding of difficult pieces of drawing with convenient shadows, —these there must be in every picture, but Mr. Wells relies as little as possible on such effects. He is not perpetually telling us that such-and-such things could not be described by mortal pen.

Tratto dalla recensione a La Guerra dei Mondi apparsa sulla rivista inglese The Spectator del 29 Gennaio 1898.

Il primo dato interessante è che parliamo appunto del 1898. Più di cent’anni fa. Il recensore non è una ragazza cresciuta con il cinema e gli anime e dunque ignorante della vera letteratura – quale secondo alcuni sarei io –, eppure, guarda caso, dice le stesse cose che dico io, e che dicono i test con la risonanza magnetica (vedi l’articolo sul fantasy italiano).
Sono il concreto e lo specifico che alterano nella mente del lettore la realtà. È il mostrato che emoziona, non il “non detto”. È nei dettagli che si vede l’inventiva.

Le macchine da guerra dei Marziani sono terribili e mai viste prima. Avanzano veloci come un treno seminando distruzione. I raggi di calore lasciano scie di cadaveri carbonizzati e case in fiamme. Il fumo nero che i mostri diffondono si posa ovunque, soffocando e uccidendo.
Durante l’isteria a seguito della trasmissione radiofonica, più di un ascoltatore si sentì soffocare per colpa dell’inesistente veleno marziano. Questo è il livello di paura, emozione e coinvolgimento quando si riescono a mettere assieme dettagli abbastanza concreti; quando l’autore è tanto abile da costringere il cervello di chi sta leggendo a vivere la storia.

Wells non dice che i marziani sono orribili, o meglio lo dice anche, ma quello che li rende davvero orribili è il mostrarli. Come sottolinea il recensore, è facile essere originali rimanendo nel vago. È facile dire che un qualcosa è orribile, osceno, spaventoso. Ben più “potente” è mostrare che quel qualcosa è davvero orribile, osceno, spaventoso.

Wells indica la strada per scrivere libri “potenti”. La critica approva. La ricerca scientifica conferma. E G.L.? G.L. scrive (l’enfasi è mia):

Paulus si mosse a disagio, osservando un affresco il cui soggetto non era solo volgare, ma addirittura sinistro. La vernice con cui era stato disegnato, di un appariscente rosso scarlatto, doveva essere stata di qualità scadente, perché una miriade di gocce e sbavature si dipanavano dalla figura centrale dando allo spettatore un’idea di malsano sadismo.
E quel capolavoro non era certo l’unico, in rue Félix. Tutte le mura erano ricoperte di graffiti simili. Sembrava quasi che gli ignoti artisti avessero avuto intenzione di usare quella via come luogo oscuro in cui sfogare le pulsioni più buie, quelle che si avrebbe pudore a raccontare persino a uno psicanalista. C’era un che di spettrale in quelle oscenità.
Qualcosa che colpiva nel profondo.
Paulus, da amante dei rebus, non poté fare a meno di notare come quella masnada di follie sembrasse voler celare, e allo stesso tempo ostentare, qualcosa di proibito e segreto. Una sorta di grammatica maligna che sussurrava direttamente all’inconscio. Aveva la pelle d’oca.
[...]
Non notò invece, al contrario di suo fratello, come i graffiti attorno all’entrata si facessero particolarmente fitti e ancora più repellenti.

Questo è il tipico modo di narrare di G.L. Abbiamo un qualcosa di volgare, sinistro, malsanamente sadico, spettrale, osceno, ecc. Sì, ma cosa?
Presente Wells? Lui scriveva romanzi “potenti”, romanzi che sono venduti in ogni angolo del mondo da un secolo, romanzi che spingono le persone a scappare in strada terrorizzate… e lui l’orribile e l’osceno lo mostrava. Non credo che nell’intero romanzo de La Guerra dei Mondi ci siano tutti questi aggettivi “orribili”.
Quello di G.L. è un modo di scrivere fiacco, la brutta copia di una brutta copia di Lovecraft. La potenza, l’emozione, il coinvolgimento sono assenti. Al massimo si sorride pensando all’inettitudine dell’autore.
Inoltre qui c’è un problema di punto di vista: sembra il punto di vista di Paulus, ma non può essere lui perché Paulus è un mezzo deficiente e non potrebbe mai esprimersi in questi termini. Ma su questo tornerò dopo.

Punto di Domanda
Volgare, sinistro, malsano, sadico, spettrale, osceno, proibito, segreto, maligno, repellente…

Una nota riguardo la paura dell’ignoto. Non discuto possa essere “potente”, ma non ho mai sentito di nessuno che sia soffocato d’ignoto. Non ho mai sentito di nessuno che affacciatosi a una finestra abbia visto lampi d’ignoto incendiare il paesaggio. Eppure, anche in questo caso, più d’uno giurò di aver visto con i propri occhi le armi dei Marziani all’opera.
È vero che la paura dell’ignoto è più “potente” della paura del noto quando il noto si rivela essere un mostro di cartapesta, o un attore in un costume di gomma. E infatti qui sta l’abilità dello scrittore: non accontentarsi del vago, ma dissipare le tenebre e mostrare l’orrore. Vero orrore, che non possa essere scambiato per un trucco da baraccone.

* * *

Forse sto esagerando, forse non è giusto confrontare G.L. con Wells, è come chiedere a un ragazzino che ha appena imparato a giocare a scacchi di affrontare Kasparov. Magari è più corretto prendere come termine di paragone qualcuno meno noto ma altrettanto geniale. Per esempio, la nostra amata Licia!!!

Scrive Licia Troisi nelle Cronache:

[Nihal] Non aveva coscienza che di sé. Avanzava sul campo passo dopo passo, abbatteva nemico dopo nemico. Era una mischia infernale. Uomini si gettavano su altri uomini, fammin saltavano al collo dei soldati. Quelle bestie non si limitavano a colpire con le spade e le asce: dilaniavano con i denti, laceravano con gli artigli, infierivano persino su chi era già stato abbattuto. A terra centinaia di corpi: uomini, fammin, gnomi. L’erba era rossa e viscida. Fiotti vermigli cadevano sul campo come pioggia. Ma Nihal pensava solo a combattere, a uccidere, a guadagnare la pianura metro dopo metro insieme agli altri soldati, calpestando i caduti e sporcandosi del loro sangue.

Scrive G.L.:

[Caius] Dello scontro colse brandelli disgregati, immagini di breve durata. L’inizio, ma non la fine. La sua mente, d’un tratto, cessò di collaborare con lui. La sua lucidità arrivò al punto di rottura, non resse e si spezzò.
La battaglia fu un caleidoscopio di ossa spezzate e sangue che sgorgava da corpi già morti. Un paio di volte Caius sentì artigli sibilare a pochi centimetri dal proprio corpo, ma Gus e Buliwyf furono di parola e lo protessero.
Fu un turbine di creature disgustose che lanciavano urla belluine e venivano falciate dal piombo della pistola di Gus. Schianti. Urla. Sangue. Rosso, ma anche nero, tumorale. Non fu questo a farlo svenire.
Era stato Buliwyf il primo a uscire dal mausoleo, stringendo due pugnali dalla lama smisurata. Caius lo aveva sentito ringhiare come una belva feroce e poi lo aveva visto gettarsi nella mischia quasi con voluttà.
Aveva staccato arti e squarciato ventri senza mostrare alcuna pietà. Completamente ricoperto dal sangue dei suoi nemici, Buliwyf aveva seminato il panico fra le schiere delle creature. Le creature con gli artigli, quelle che Gus aveva chiamato “Caghoulard”. Ne aveva falciati a decine con quelle sue lame argentate finché quelli, rendendosi conto della propria palese inferiorità, erano arretrati, terrorizzati.

Giuro che mi viene da piangere. Perché devo commentare per l’ennesima volta porcherie di questo genere?

NON SI SCRIVE IN QUESTA MANIERA! PER LA MISERIA!

Sono nervosa
Sì, leggere Wunderkind mi ha un pochino innervosita

Solo i dilettanti più scarsi, solo gli sprovveduti, solo Licia Troisi può pensare che questo sia un buon modo di raccontare una storia. Il bravo scrittore, anzi, non il bravo scrittore, lo scrittore, se così vuole farsi chiamare, non si rifugia dietro l’indistinto. Non butta là urla, sangue, ossa spezzate come semplici parole. Lo scrittore ti fa vedere la furia dello scontro, non te la racconta.

Domanda retorica di rito. So già che non avrò risposta ma correttezza vuole che la faccia: signor G.L., signori Andrea Cotti e signora Silvia Torrealta (i due editor del romanzo), perché leggendo il passaggio di cui sopra ritenete che sia narrativa degna della pubblicazione? Sono sicura che l’argomento non interessa solo la sottoscritta.

Purtroppo non sono i soli esempi: ci sono interi capitoli raccontati e mancanti i dettagli necessari a una narrazione vivida. Compresi passaggi da brividi, del tipo:

[Gus] Non aveva avuto sentore della trappola se non all’ultimo, quando i chili di carta avevano preso a levare fiamme tanto alte che per lui tutto sembrava giunto al termine. Come avesse fatto a uscire dal bunker senza restare ustionato a morte, non sapeva spiegarlo. Ricordava il calore, però.

Che meraviglia quando si racconta di un personaggio che si salva per miracolo e nessuno sa come! Neppure il Narratore. Gegnale!

È un peccato, perché quando G.L. riesce a mostrare, descrivere, dare nitidezza ai particolari, raggiunge almeno un livello di decenza. Certo, è difficile mantenere sempre la necessaria nitidezza, d’altra parte nessuno ha mai sostenuto che scrivere buona narrativa sia facile.

L’imitazione continua

Lo stile di G.L. assomiglia a quello della Troisi anche sotto un altro aspetto: la gestione del punto di vista. Entrambi adottano il punto di vista alla “come capita”. In G.L. buona parte del libro ha il punto di vista del Narratore Onnisciente. Ogni tanto la telecamera indugia sulla spalla o entra nella testa di un personaggio salvo cambiare punto di vista la scena dopo, o addirittura all’interno della scena stessa. È un guazzabuglio che rende la lettura noiosa. Non si riesce mai a condividere appieno le avventure dei personaggi, perché la narrazione è troppo staccata dagli avvenimenti.

Licia Troisi & G.L. D'Andrea
Licia Troisi e G.L. D’Andrea a una presentazione di Wunderkind: separati alla nascita? L’affinità letteraria è sorprendente

E questo è il grosso problema di usare il punto di vista del Narratore: il lettore ha l’impressione di vedere un tizio che sta raccontando una storia, invece di vedere direttamente la storia stessa.
Perciò ci dev’essere una buona ragione per scegliere di usare il Narratore invece del punto di vista di uno dei personaggi. E le buone ragioni sono solo due:

  • Poter raccontare avvenimenti dei quali non è stato testimone nessun personaggio.
  • Poter commentare gli avvenimenti durante il loro sviluppo.

La prima ragione non regge in un fantasy. In un fantasy è accettato senza problemi un punto di vista poco ortodosso. Se devo descrivere l’eruzione di un vulcano su un’isola deserta posso prendere il punto di vista di un piccione di passaggio e il lettore non farà una piega. Posso prendere il punto di vista del vulcano, ed è probabile che ancora il lettore di fantasy non ci troverà nulla da ridire.

La seconda ragione ha senso solo se parliamo di una commedia o di una parodia o comunque di un romanzo dal tono ironico. Infatti gli unici interventi del Narratore che risulteranno sopportabili saranno quelli divertenti. In caso contrario il Narratore suonerà di una pedanteria e di una pesantezza tali da scoraggiare la lettura.
Per esempio, G.L. scrive:

[Caius] Poiché aveva passato la maggior parte della sua vita fra camici sterili e flaconi di sciroppi, lontano dai coetanei e dai loro struggimenti, più amico di Dickens che dei videogiochi, non era uno stupido né uno svagato.

Quanta tristezza in questo brano, con il Narratore che sente il bisogno di farci la predica sulla superiorità dei libri rispetto ai videogiochi.[2]
Senza contare l’altro errore che scaturisce da questo tipo di narrazione: se Caius pensa di essere più furbo del prossimo perché ha preferito Dickens a Grand Theft Auto non necessariamente è così. Non sarà un problema se si comporterà da stupido: vorrà solo dire che il personaggio aveva una sbagliata percezione di sé. Ma se è il Narratore Onnisciente a dirci che Caius non è stupido e svagato, quando poi il personaggio si comporterà come tale (e capiterà) la coerenza della storia sarà incrinata e con essa la sospensione dell’incredulità del lettore.

Un altro brutto uso del Narratore da parte di G.L. è il mettere in testa ai personaggi pensieri che non suonano come i loro:

Aveva paura. Quella nuova, terribile sensazione aveva piantato gli uncini nella sua carne per la prima volta soltanto quattro giorni prima, e ora sembrava essere diventata la sua fedele compagna.

Ancora Caius, il quattordicenne protagonista, quello che ha preferito Dickens a Final Fantasy. Ebbene, a me suona falso. Non sono i pensieri di un ragazzo, sono i pensieri di uno scribacchino (paura fedele compagna? Ma per piacere! E il brivido lungo la schiena, no?).

Il sangue sgorgava e spruzzava, mentre il Chanyde non si ribellava al suo assalto, inerte. Buliwyf poteva avvertire l’afrore del sangue nelle narici, poteva gustarne il sapore (dolce, oh, quanto dolce!) nella bocca e persino vedere giochi d’ombra tra i fumi di vapore che salivano dalle ferite aperte.

Questa volta sarebbero pensieri di Buliwyf, un licantropo. E ancora, com’è falso! E com’è penoso scoprire che una bestia feroce si esprime anche lei come uno scribacchino (dolce, oh, quanto dolce! Sigh).

Un licantropo
Il feroce Buliwyf?

I personaggi non hanno personalità. Hanno la mente occupata dal Narratore, sono solo marionette di quest’ultimo. È una situazione deprimente.
Lo stesso problema, seppur meno evidente, si riscontra nei dialoghi. Al massimo i dialoghi sono funzionali, non sono mai brillanti. I personaggi hanno la stessa voce, e questo rende gli scambi di battute monotoni. L’unica eccezione è rappresentata da Gus van Zant che ogni tot parole ci infila un bel “cazzo!” e questo lo rende un fiko (che fiko, oh, quanto fiko – quasi gnokko).

C’è poi la pessima trovata di cambiare punto di vista durante lo svolgersi di una scena.
Esempio:

Caius non rifletté, e fu una novità per uno come lui.
Dopo quanto accaduto non se la sentiva di restare in classe per le lunghe ore che lo separavano dal suono della campanella. Gli sembravano un’infinità.
Sentiva il respiro mancargli, quasi fosse preda di un attacco di claustrofobia, tutto vorticava davanti ai suoi occhi e mille pensieri litigavano nella sua testa con il risultato di renderlo ancora più confuso e abbattuto.
Quando sentì di non poterne più agì d’impulso, senza riflettere. In tutta fretta scarabocchiò un permesso di uscita anticipata falsificando alla meglio la firma di sua madre, e la porse all’insegnante.
Lo fece senza arrossire né tentennare.

Strano, pensò la signorina Torrance mentre controfirmava il permesso: il nome di Caius sul registro stava sbiadendo. Lo pensò e lo dimenticò quasi subito.
Quindi, senza un commento, gli fece cenno di andare e lasciò che la noia della lezione tornasse ad avere la meglio sulla sua coscienza appannata.

Tornato al posto, Caius infilò alla rinfusa libri e quaderni nello zaino senza badare che le pagine non si rovinassero o che le copertine non si piegassero.
Anche questa era una novità: di solito Caius era un ragazzino molto ordinato, quasi meticoloso.
Poi, mentre uno dei suoi compagni ripeteva con gran fatica il futuro anteriore del verbo “sanguinare”, Caius uscì dalla classe borbottando un saluto.

In rosso il punto di vista di Caius, in verde quello della signorina Torrance.

La scena parte con il punto di vista di Caius, si sposta per poche righe a quello dell’insegnante, torna a Caius. Perché è una pessima trovata? Perché il cambiamento è traumatico. Il lettore si sta “adagiando” nella testa di Caius, quando viene all’improvviso sbalzato in quella della Torrance, per poi tornare indietro. Il brusco movimento di telecamera impedisce una completa immersione. Questo stile costringe il lettore ad aver sempre presente che sta solo leggendo una storia, perché non c’è niente di verosimile nel poter saltellare dalla mente di un personaggio a quella di un altro (personaggi telepatici esclusi).
Tra l’altro neanche le parti di solo Caius sono salde: “Anche questa era una novità: di solito Caius era un ragazzino molto ordinato, quasi meticoloso.”, è un’intrusione del Narratore.
Ma qualcuno potrebbe domandarsi se il fastidio non abbia un compenso: quale vantaggio si guadagna a entrare nella testa della signorina Torrance? NESSUNO. Tale personaggio non comparirà mai più nella storia, e il fatto che il nome di Caius stia sbiadendo non ha la ben che minima conseguenza.
Dunque, un (piccolo) fastidio in cambio di poche righe d’informazioni inutili.
E questo è appunto un esempio. Questi cambi di punto di vista, questa incapacità di maneggiare la telecamera si riscontra dalla prima all’ultima pagina.

La storia

Facciamo un passo indietro e vediamo qual è la trama di Wunderkind. Niente di che: c’è questo tale Caius, un ragazzino, che in realtà non è un semplice ragazzino ma un Wunderkind, che non è mai spiegato bene cosa implichi ma all’atto pratico vuol dire che è in grado di eseguire gli incantesimi di nono livello di Dungeons & Dragons.[3] Il cattivo, Herr Spiegelmann, cerca di mettere le mani sul Wunderkind per i suoi oscuri scopi, la compagnia dei buoni farà di tutto per impedirlo. Fine. Tutto qua, sofisticazione zero, banalità finché se ne vuole.
I buoni sono i soliti: il pistolero tatuato fiko (maledettamente fiko, cazzo!), il licantropo che tiene a bada la sua parte bestiale quando è con gli amici, il vecchio mago versione barbona di Gandalf e infine Rogue degli X-Men, qui con un altro nome per motivi di copyright.

Il Barbuto
Il personaggio del Barbone Barbuto somiglia a Gandalf in versione clochard

La storia non presenta la minima ambiguità morale: i buoni sono da una parte, i cattivi dall’altra. In nessun momento, mai, si ha l’impressione che i ruoli si possano invertire. Da questo punto di vista persino il Ghirardi con quella cosa del Boscoquieto avrebbe da insegnare a G.L., dato che in Boscoquieto sia i buoni sia i cattivi compiono scelte non ovvie. In Wunderkind si segue il copione senza sgarrare: lawful good contro chaotic evil e guai a chi canta fuori dal coro.

La vicenda è piena di buchi. Con il senno del poi, in Wunderkind 2 o Wunderkind 3 – ché questo è solo il primo volume di una progettata trilogia – sono sicura G.L. riuscirà a inventarsi qualche retroscusa più o meno probabile per giustificare la massa di avvenimenti incoerenti. Peccato che io stia leggendo adesso, questo libro, e la mia delusione e il mio fastidio siano ora.
Per esempio, partiamo con un avvenimento chiave che in teoria dovrebbe essere uno spoiler, ma dato che capita a pagina 3 o giù di lì lo possono leggere tutti: perché Spiegelmann non rapisce Caius appunto a pagina 3 quando i due si incontrano? Mistero. Enigma. Significato nascosto. Pessima narrativa.

mostra un altro esempio ▼

La magia, sebbene si basi su principi interessanti, è usata come nel più becero fantasy. I limiti non sono mai definiti, e questo toglie una bella fetta d’interesse. Più volte mi sono chiesta: perché il personaggio tale non usa una magia? E perché non lo fa non si sa. Ogni tanto si può, ogni tanto no. Senza ragione.

mostra esempi di magia becera ▼

Il finale è cretino. Finale per modo di dire, dato che molte sottotrame e interrogativi rimangono in sospeso.

mostra le stupidaggini nel finale ▼

Pescando nel sacco nero

Come visto, Wunderkind è pieno di difetti. Non è un bel romanzo, tuttavia non vorrei dare l’impressione che sia un romanzo orribile. Non è Gli Eroi del Crepuscolo o la roba che scrive la Troisi. Siamo un po’ più su lungo il pozzo del fantasy, peccato che la luce della decenza sia ancora solo una macchiolina distante.

Volendo tirare su il sacco nero di Wunderkind dal pozzo, e volendosi sporcare le mani a frugare all’interno, qualcosa di buono si trova.

La magia, qui chiamata Permuta, è basata sull’uso dei ricordi. Il mago, chiamato Cambiavalute, rinuncia a un suo ricordo per piegare alla sua volontà le leggi fisiche. E più è importante il ricordo che decide di sacrificare più potente è l’incantesimo. Non è male come idea, purtroppo è gestita male.
Con una simile regola di fondo, almeno i maghi più potenti dovrebbero essere ridotti come il protagonista di Soldato nella Nebbia di Wolfe o il protagonista del film Memento, ma non è così. Il Barbone Barbuto pare avere un’ottima memoria. E anche quando van Zant compie gli incantesimi più potenti non pare che dopo abbia perso molto.
C’è la buona idea, non ci sono le dovute conseguenze (oltre ai già rilevati problemi nell’utilizzo della magia stessa).

C’è un tentativo di creare un’ambientazione inconsueta. Il Dent de Nuit, il quartiere di Parigi che non è segnato su nessuna mappa, ha degli sprazzi di bizzarria e originalità. Ci sono cadute di stile (che c’entrano i licantropi? Be’, almeno non ci sono i vampiri…), ma nel complesso è un’ambientazione migliore di tante altre – in ambito fantasy italiano. Non ci sono elfi, è un motivo per festeggiare.

Coniglietto alato
Bizzarria e originalità. No, non ci sono coniglietti alati in Wunderkind: un’occasione sprecata

Come accennato, quando G.L. esce dal tunnel degli aggettivi, quando invece di dire che una cosa è orribile, sacrilega, oscena, spaventosa, ecc. dice cos’è, se la cava in maniera passabile. Il Calibano, la morte del Cid, l’esercito di mani e altre scene qui e là sono intorno alla linea della decenza. Peccato che tutto il romanzo dovrebbe essere almeno su quel livello.

Quando il Narratore se ne sta zitto, la scrittura è scorrevole, sebbene sia tutt’altro che pulita.

Non fidatevi di me!

Per carità! G.L. l’ha spiegato: io mi macero nel rancore, sono un vampiro che si nutre delle energie vitali dei poveri scrittori italiani… ehi, G.L., non è che dandomi del vampiro volevi dire che sono una gnokka? Non essere timido, iscriviti pure al Fan Club. Finora tra i miei fan non avevo ancora accolto un diversamente abile, ma per tua fortuna sono una persona democratica che non discrimina nessuno.

Sto divagando, dicevo: non fidatevi di me! Fidatevi dell’opinione dei colleghi scrittori di G.L., in fondo se sono scrittori un motivo ci sarà, o no? O fidatevi di quelli che scrivono sui giornali, che vengono pagati per scrivere, e dunque sono più preparati e onesti.

Icona di un lecchino “Wunderkind è il primo volume d’una trilogia fantasy destinata a cambiare per sempre il volto del genere in Italia. [...] D’Andrea è un narratore di razza, dalla penna feroce, dalla metafora desueta e mai banale e soprattutto dotato di un’innata classe.” Eri partito bene, ma non è sufficiente, il Bonus Lecchino è solo sfiorato.
Icona di un lecchino “Wunderkind [...] Non voglio definirlo, anche perchè starebbe stretto nell’urban fantasy quanto nell’horror. E’ una visione dannata. E’ follia. E’ potenza. E’ orrore. [...] E’ un grande libro, un libro nuovo di forza fin qui mai vista.” Congratulazioni! Bonus Lecchino aggiudicato! Ancora pochi XP e sali di livello!
Icona di un lecchino “Come giustamente riportato nel risvolto di copertina questo romanzo ricorda molto da vicino il miglior Gaiman e il più inquietante dei romanzi di Barker.” Inquietante come Barker! Vicino al miglior Gaiman! Uhm, solo vicino al miglior Gaiman? Mi spiace, niente Bonus Lecchino.
Icona di un lecchino “Una scrittura agile e al contempo fortemente evocativa [...] sostiene perfettamente questa sorta di oscuro romanzo di formazione, a ben guardare denso, come la migliore narrativa di genere contemporanea, di forti riferimenti alla situazione socio-politica attuale.” No, no, troppo poco entusiasmo! Il Bonus Lecchino te lo scordi, anche se sei riuscito a infilarci la situazione socio-politica attuale.

Erano, dall’alto in basso: gli scrittori Simone Sarasso e Lara Manni, la redazione di FantasyMagazine e infine Mauro Trotta per Il Manifesto.
È sconfortante. E questi sono solo alcuni passaggi, il resto segue le stesse impronte. Wunderkind può piacere, non lo metto in dubbio – in fondo pure la Troisi piace –, ma è possibile che non venga rilevato alcun difetto? Niente, è tutto perfettissimo, potentissimo, fantasticissimo, mai visto prima, eccezionale, ultramegasuper, G.L. sei un genio! Che schifo.

Copertina de Il Manuale del Leccaculo
Non rimanete dei dilettanti! Imparate la nobile arte di compiacere con Il Manuale del Leccaculo di Richard Stengel

Non comprate Wunderkind, non vale 17 euro. Se siete curiosi scaricatelo, come da Segnalazione.

* * *

note:
 [1] ^ Richard J. Hand nel libro Terror on the Air!: Horror Radio in America, 1931-1952 stima che il programma di Orson Wells fu seguito da 6 milioni di ascoltatori; 1,7 milioni non capirono che si trattava solo di fantascienza e 1,2 milioni furono terrorizzati. Secondo Robert E. Bartholomew gli spaventati furono “centinaia di migliaia”.
EDIT: Il terrore fu causato dal mezzo o dai contenuti? Non è semplice stabilirlo. Si veda la polemica sollevata nei commenti da “Il Guastatore”, qui, e la mia successiva risposta, qui.

 [2] ^ Questo è un mito: ci sono i buoni libri e i buoni videogiochi, i brutti libri e i brutti videogiochi. Di per sé non vedo alcuna intrinseca superiorità del libro. E devo dire che i videogiochi sono spesso più curati dei romanzi – dei fantasy italiani di sicuro.

 [3] ^ In particolare Implosion incantesimo di nono livello per chierici. Ma gli esperti di D&D mi correggano pure.

 [4] ^ Questo mi ricorda il punto numero 48 della Evil Overlord List:

I will treat any beast which I control through magic or technology with respect and kindness. Thus if the control is ever broken, it will not immediately come after me for revenge.

E in generale il piano “diabolico” di Spiegelmann ha il problema evidenziato al numero 85:

I will not use any plan in which the final step is horribly complicated, e.g. “Align the 12 Stones of Power on the sacred altar then activate the medallion at the moment of total eclipse.” Instead it will be more along the lines of “Push the button.”

Nota per gli aspiranti scrittori e presunti tali: fate leggere al vostro Cattivo la Evil Overlord List. Grazie.


Approfondimenti:

bandiera IT Wunderkind su iBS.it
bandiera IT Il sito ufficiale di Wunderkind
bandiera IT Il blog di G.L. D’Andrea

bandiera IT La recensione di Simone Sarasso
bandiera IT La “recensione” di Lara Manni
bandiera IT La recensione di Mauro Trotta
bandiera IT La notizia/leccata di FantasyMagazine

bandiera EN The War of the Worlds leggibile online presso il Progetto Gutenberg
bandiera EN La recensione completa dello Spectator (PDF)
bandiera IT H.G. Wells su Wikipedia

 

Giudizio:

L’idea alla base del sistema magico era buona. +1 -1 Personaggi blandi, tutti con gli stessi pensieri e la stessa voce.
C’è il tentativo di creare un’ambientazione originale. +1 -1 La trama è evanescente e con un sacco di problemi.
Alcune scene sono fantasiose e scritte in maniera decente. +1 -1 Il finale è pieno di stupidaggini.
-1 Lo stile è costellato da piccoli e grandi errori, la lettura risulta faticosa.
-1 In particolare il punto di vista è gestito malissimo.
-1 Il romanzo non spaventa né emoziona altrimenti.

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Scritto da GamberolinkCommenti (161)Lascia un Commento » feed bianco Feed dei commenti a questo articolo Questo articolo in versione stampabile Questo articolo in versione stampabile • Donazioni

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