Cose da un altro mondo

Nel 1845 il Capitano Sir John Franklin partì dall’Inghilterra con 128 uomini e due navi equipaggiate di tutto punto per la navigazione in acque polari. Il suo scopo era trovare il Passaggio a Nordovest, ovvero tracciare una rotta che portasse dall’Oceano Atlantico all’Oceano Pacifico passando lungo la costa settentrionale del Canada, tra i ghiacci dell’Oceano Artico.
Nei tre anni successivi le due navi, la HMS Erebus e la HMS Terror, tenteranno invano di aprirsi una via. Intrappolate nel pack artico, saranno abbandonate dagli equipaggi. I marinai di Franklin proveranno a tornare alla civiltà marciando a piedi per centinaia di chilometri di desolazione: non sopravvivrà nessuno.

HMS Terror
La HMS Terror intrappolata nei ghiacci artici durante una precedente spedizione (1836- 1837), da un disegno del Capitano George Back

Quel che sia davvero successo alla spedizione non è mai stato accertato. È opinione comune che a uccidere Franklin e i suoi uomini sia stata una combinazione di scorbuto, polmonite, tubercolosi, avvelenamento da piombo dovuto al cibo inscatolato e cannibalismo. Tuttavia le cose potrebbero anche essersi svolte in maniera diversa…

Nel suo ultimo romanzo, The Terror (titolo italiano: La Scomparsa dell’Erebus), Dan Simmons suggerisce che oltre alle delizie già elencate, gli equipaggi siano stati vittime di una misteriosa creatura, dotata di forza e abilità sovrannaturali.
Due navi bloccate dai ghiacci nel circolo polare artico, isolate e senza possibilità di ricevere aiuto, e in più assalite da una bestia maligna: se la trama non suona originale è perché è una rielaborazione di un classico della fantascienza, ovvero Who Goes There? (titolo italiano: La “cosa” da un altro mondo), romanzo breve di John W. Campbell Jr.
Dalla “cosa” sono state anche tratte due versioni cinematografiche, forse più famose del romanzo stesso: The Thing from Another World (La Cosa da un Altro Mondo) del 1951 e The Thing (La Cosa) del 1982 per la regia di John Carpenter.

Il romanzo di Campbell è del 1938. Penso sia interessante osservare come una stessa storia sia stata interpretata in maniera diversa nel 1938, 1951, 1982 e 2007. Devo però avvertire che non ci sarà molto modo di esercitare il sarcasmo né riuscirò a insultare nessuno, anche se Simmons mi è un po’ antipatico!


Copertina di Who Goes There? Titolo originale: Who Goes There?
Titolo italiano: La “cosa” da un altro mondo
Autore: John W. Campbell Jr.

Anno: 1938
Nazione: USA
Lingua: Inglese

Genere: Fantascienza
Pagine: 137

Campbell scrive Who Goes There? nel 1938, usando lo pseudonimo di Don A. Stuart. Campbell era già famoso come autore di space opera avventurosa, piena d’invenzioni mirabolanti e avvenimenti catastrofici – ed era molto bravo: un romanzo come The Mightiest Machine (titolo italiano: I Figli di Mu) se letto ai giorni nostri può a tratti risultare ingenuo e inforigurgitoso, ma rimane lo stesso divertentissimo. Io mi sono divertita! – tuttavia all’epoca era considerata narrativa di serie B, e così per le sue storie più “serie” Campbell usava uno pseudonimo.

Copertina de I Figli di Mu
Copertina de I Figli di Mu

In Who Goes There?, una spedizione scientifica al Polo Sud trova una nave spaziale sepolta da milioni di anni nel ghiaccio. Nel tentativo di liberarla, gli scopritori compiono la scelta sbagliata, pensando bene di sciogliere il ghiaccio usando bombe incendiarie! La nave spaziale viene così accidentalmente distrutta. Ma non tutto è perduto: a poca distanza dal relitto, in un blocco di ghiaccio, è rimasta surgelata un’inquietante creatura, evidentemente uno dei passeggeri dell’UFO. Gli scienziati riportano il blocco alla loro base.
Dopo un’accanita discussione su cosa fare del mostro, si decide di sciogliere il blocco e iniziare a studiare la carcassa della creatura. Purtroppo per loro la creatura non è proprio morta…

La cosa di Campbell
La “cosa” scoperta tra le nevi del Polo Sud vista dall’illustratore George Barr sulla base della descrizione di Campbell

Who Goes There? inizia con la discussione di cui sopra, nella quale sono anche riassunti i fatti relativi alla scoperta della nave spaziale. Una volta presa la decisione di procedere con l’autopsia della “cosa”, il romanzo si muove a ritmo velocissimo, senza più pause fino al termine. È per molti versi uno scorrere fin troppo frenetico, che lascia un po’ l’amaro in bocca, perché certe situazioni meriterebbero maggior approfondimento. Ma dal mio punto di vista è da apprezzare come Campbell mantenga sempre l’attenzione sugli aspetti essenziali della storia che sta narrando, senza mai perdersi in quisquiglie.

Uno degli aspetti essenziali è la “cosa” stessa. La “cosa” è una creatura intelligentissima, con poteri telepatici e malvagia fino al midollo. La “cosa” inoltre è in grado di “assorbire” qualunque essere che venga in contatto con lei. Una volta contaminato dalla “cosa” un uomo o un animale si trova le proprie cellule sostituite da quelle della “cosa” e in poco tempo non è più lui ma un’altra “cosa”, che però rimane ancora parte della “cosa” originaria.

«Che cosa aveva intenzione di fare?» Barclay fissò il telo cerato.
Blair sogghignò, sgradevolmente. L’aureola ondeggiante di capelli sottili che gli cingeva la testa calva fremette in un soffio d’aria.
«Impadronirsi del mondo, immagino.»
«Impadronirsi del mondo? Così, da solo?» ansimò Connant. «Diventare un dittatore solitario?»
«No.» Blair scosse il capo. Il bisturi con il quale stava giocherellando cadde; si chinò a raccoglierlo, e il suo volto rimase nascosto, mentre parlava. «Sarebbe diventato la popolazione del mondo.»
«Diventato… avrebbe popolato il mondo? Si riproduce asessualmente?»
Blair scosse ancora il capo e deglutì.
«Non… non ne ha bisogno. Pesava quaranta chili. Charnauk [qui si sta parlando dei cani da slitta, prime vittime della "cosa"] ne pesava circa quarantatre. Sarebbe diventato Charnauk, e gli sarebbero rimasti ancora quaranta chili per diventare… oh, Jack, per esempio, o Chinook. Può imitare qualunque cosa… cioè, può diventare qualunque cosa. Se avesse raggiunto l’oceano antartico, sarebbe diventato una foca, o magari due foche. E le foche avrebbero potuto aggredire un’orca, e diventare orche, oppure un branco di foche. O forse avrebbe catturato un albatros, una procellaria, e sarebbe arrivato a volo nell’America meridionale.»
Norris bestemmiò sottovoce.
«E ogni volta che avesse digerito qualcosa e l’avesse imitata…»
«Avrebbe avuto a disposizione la sua massa originaria, per ricominciare,» terminò Blair. «Niente potrebbe ucciderlo. Non ha nemici naturali, perché diventa quello che vuole diventare. Se una orca l’avesse aggredito, sarebbe diventato un’orca. Se fosse stato un albatros, e un’aquila l’avesse attaccato, sarebbe diventato un’aquila. Dio, poteva diventare un’aquila femmina, tornare indietro, fare un nido e deporre le uova!»
«Sei sicuro che quella cosa infernale sia morta?» chiese sottovoce il dottor Copper.
«Si, grazie al cielo,» ansimò il piccolo biologo. [ma non è vero, la "cosa" non è morta!!!]

La proprietà della “cosa” di essere al contempo una e molti, verrà sfruttata per scoprire chi tra gli scienziati non è più lui ma solo un’imitazione, nella famosa scena dell’esame del sangue, scena che diventerà un momento chiave anche nel film di Carpenter.

Il punto saliente della lotta alla “cosa” nel romanzo di Campbell è la razionalità dei personaggi coinvolti. Tutto il “cast”, “cosa” in testa, si comporta sempre in maniera lucida, con freddezza e determinazione. Non c’è gente che gira da sola negli angoli bui della base, né tizi che danno fuori di testa, o altre scene ormai presenti in ogni tipo di film/romanzo simile. Qui abbiamo degli scienziati, persone considerate intelligenti, e come tali si comportano. Dall’altra parte la “cosa” proviene da una civiltà in grado di viaggiare tra le stelle, perciò una creatura evoluta, e dimostrerà di esserlo.
Ho apprezzato molto. Come invece non apprezzo la diffusa tendenza a giustificare personaggi che si comportino in maniera irrazionale in situazioni di stress, anzi, in qualche maniera tale comportamento viene considerato più “realistico”. In realtà più spesso che non è l’autore a non saper come cavarsi fuori dagli impicci se non riducendo artificialmente il quoziente intellettivo delle persone coinvolte. Campbell ha rispetto per i suoi personaggi e per i lettori, e nessuno si comporterà da idiota.
È probabile influisca anche una visione di fondo nei riguardi della scienza: in Campbell gli scienziati in quanto tali sono personaggi positivi, appunto razionali e intelligenti, mentre già nel film del ’51 saranno considerati dei bambini troppo cresciuti, che si baloccano con giocattoli che sarebbe meglio lasciar perdere. Nel ’51 non ci si può più fidare degli scienziati; come spiegherà un personaggio: è la stessa gentaglia che ha inventato la bomba atomica! Bastardi!

Tsar Bomba
Il 30 Ottobre 1961 i sovietici fecero detonare tra i ghiacci del Circolo Polare Artico il più potente ordigno mai costruito: la Tsar Bomba. Una bomba atomica della potenza di 50 megaton (50 milioni di tonnellate di tritolo). L’esplosione produsse una sfera di fuoco (nell’immagine) del raggio di quattro chilometri, visibile a più di mille chilometri di distanza. Il susseguente “fungo” si alzò per 60 chilometri nel cielo, con un diametro di 40 chilometri. L’onda d’urto fu tale da infrangere le finestre di molti palazzi in Finlandia e Norvegia, a centinaia di chilometri di distanza dall’epicentro del cataclisma

Un altro punto da notare è come i personaggi di Campbell non abbiano nessuna particolare caratterizzazione. Escluso qualche tratto fisico, sono in buona parte intercambiabili. Non so in che misura sia stata una scelta ponderata – Campbell non è che sia famoso per la complessità psicologica dei suoi personaggi – però può anche essere che abbia voluto accentuare il clima di paranoia che si crea alla base quando si scoprono i poteri della “cosa”. Così come gli scienziati non sanno più chi sia umano e chi sia “cosa”, anche il lettore ha difficoltà a distinguere questo da quello. Si crea una particolare atmosfera d’inquietudine, che tra l’altro fa sorgere la domanda: e se tutto il mondo fosse già una “cosa”?
In The Body Snatchers (L’Invasione degli Ultracorpi), gli esseri umani che ormai di umano mantengono solo l’aspetto, sono distinguibili dai veri esseri umani. Gli alieni non hanno problemi a dichiararsi tali, rivendicano la loro superiorità sui terrestri. La “cosa” imita in maniera totale. Certo, data la situazione tattica, una perfetta imitazione è quello che le serve, ma si ha la netta impressione che anche quando la “cosa” avesse conquistato il mondo, all’apparenza non cambierebbe niente. E se all’apparenza non è cambiato niente, come possiamo dire che non ci sono più esseri umani? In fondo nessuno può spiare l’”anima” del prossimo, possiamo stabilire che una persona è un essere umano solo se si comporta come tale.

Macchinario per il Voight-Kampff
Un particolare dell’apparecchiatura necessaria per svolgere il test Voight-Kampff, in grado di discriminare gli esseri umani dai Replicanti. La “cosa” supererebbe il test senza difficoltà

Campbell segue il precetto di narrare solo l’essenziale anche riguardo l’ambientazione. Pochissimi paragrafi sono spesi per il gelo del Polo Sud, ma è sottolineato con maestria il punto chiave delle condizioni del tempo. All’inizio la base è isolata, senza possibilità di ricevere aiuto dall’esterno, e questo acuisce il senso di pericolo e paura; più avanti il tempo migliora e invece di allentarsi la tensione aumenta, perché significa che la “cosa” ha la possibilità di allontanarsi e forse di contaminare altri insediamenti, divenendo impossibile da fermare.
È un ottimo esempio di gestione della narrazione. Il cuore della storia di Campbell è la lotta fra “cosa” e scienziati, il resto ha valore solo fin quando contribuisce alla causa.

Il romanzo termina con un lieto fine. In qualche misura fin troppo lieto date le premesse: non solo gli scienziati riescono a distruggere la “cosa”, ma s’impossessano anche dell’affare antigravitazionale che la “cosa” stessa stava costruendo per fuggire dalla base. Non è un finale forzato, però non ha l’impatto emotivo che avrebbe potuto avere un finale con la “cosa” libera di conquistare il mondo.

Una curiosità: secondo il critico Sam Moskowitz, Campbell avrebbe tratto ispirazione da episodi della sua infanzia per scrivere il romanzo. Infatti la madre di Campbell aveva una sorella gemella, e pare che le due spesso si scambiassero ruolo di nascosto, allo scopo di tirare brutti scherzi al povero bambino…


Locandina di The Thing from Another World Titolo originale: The Thing from Another World
Titolo italiano: La Cosa da un Altro Mondo
Regia: Christian Nyby

Anno: 1951
Nazione: USA
Studio: Winchester Pictures Corporation
Genere: Fantascienza con vegetali molesti
Durata: 1 ora e 27 minuti

Lingua: Inglese

Tredici anni dopo la pubblicazione del romanzo di Campbell, Howard Hawks (famoso regista tra gli altri di Scarface, Sergeant York, Red River, Rio Lobo), decide di trarne un film. Ufficialmente la regia è del suo aiutante Christian Nyby, ma secondo gli stessi attori, era Hawks a dirigere.

The Thing from Another World ha solo alcuni punti di contatto con la storia originale. Alcune differenze sono spiegabili con il diverso clima politico e tecnologico seguito alla Seconda Guerra Mondiale, ma altre non hanno giustificazione se non un tentativo di rendere il materiale più accessibile alla “massa”, riducendo la complessità della vicenda.
Alla fine ne esce tutto sommato un film decente, che però lascia deluso chi si aspettava una trasposizione fedele.

Trailer di The Thing from Another World

La differenza più grande riguarda la “cosa” stessa: sparita è la capacità di imitare altri esseri viventi, sparita è la telepatia, sparita è anche l’intelligenza. Rimane un mostro che somiglia vagamente alla creatura del dottor Frankenstein, e che vagola per la base ad ammazzare chi gli capiti a tiro. Quando sarà organizzata una trappola per questa “cosa”, lei ci cascherà come una rapa. E ho detto rapa non per caso, perché nel film è stabilito che la “cosa” è in realtà un vegetale!

Un fotogramma da The Thing from Another World
Scott [Il tipo alto e con la pelata a sinistra]: «Ma è come se… come se steste descrivendo una specie di… super-carota»
Carrington [lo scienziato al centro]: «Avete quasi indovinato. Questa… carota, come voi la chiamate, ha costruito un apparecchio capace di volare per milioni di chilometri attraverso lo spazio, sospinto da una forza che a noi è sconosciuta»
Scott: «Una carota di genio… mi gira la testa!» [e sì, questo dialogo nel film è da intendersi serio!]

Il rinunciare al potere più inquietante della “cosa”, significa che il terrore può essere comunicato solo dall’aspetto esteriore dell’essere. Lee Greenway, che si occupava del makeup della “cosa”, preparò non meno di 18 modelli diversi prima che Hawks fosse soddisfatto. Ma è difficile giudicare a priori la reazione della gente, così l’attore James Arness fu costretto a conciarsi da “cosa” e venne spedito in giro per Los Angeles. Si ripeté l’esperimento con vari makeup, finché le persone per strada non cominciarono a spaventarsi sul serio.
James Arness non la prese bene: dichiarò che travestito da “cosa” si sentiva una carota gigante ed era uno dei ruoli più imbarazzanti della sua carriera. Non si presentò neanche alla “prima” del film.
Dopo tanta fatica, minuti e minuti di girato con primi piani della “cosa” vennero eliminati in fase di montaggio: vista da vicino la creatura faceva solo ridere…

James Arness
James Arness nei panni della “cosa”, in tutto il suo… ehm, terrificante splendore?

Un’altra differenza tra romanzo e film del ’51 riguarda gli scienziati e il ruolo della scienza. Tanto per iniziare la base non è più di esclusiva proprietà delle teste d’uovo. A comandare sono i militari, personaggi simpatici, sicuri di sé, che sanno sempre quel che è giusto fare. Con loro anche un giornalista, che però non ha il ruolo di “denuncia” che così spesso è attribuito alla categoria nei film odierni. Il giornalista è lì per testimoniare gli eventi, ma sempre nell’ottica del superiore interesse dell’America. Quando non arriva il permesso di riferire certe notizie, il giornalista patriotticamente si adegua.
Gli scienziati sono dei bambocci. Non si capisce che esperimenti svolgano, e non ha grande importanza, tanto la ricerca scientifica è fuffa, e se non è fuffa, è roba dannosa che riguarda l’energia atomica.
Quando il dottor Carrington implora i militari di aiutarlo per tentare di comunicare con la creatura – ché chissà quali conoscenze possiede e lo scopo dell’uomo è la ricerca della conoscenza – il patetico scienziato è ridicolizzato. Se proprio si vuol parlare alla “cosa” bisogna usare un solo linguaggio: quello delle fucilate!
Qui più di un critico ha inteso la “cosa” come metafora del pericolo comunista (chiave interpretativa di una bella fetta della fantascienza cinematografica anni ’50), dato che ai comunisti spari e basta. Per me è una faccenda più profonda: è proprio un atteggiamento generale riguardo l’ignoto. Che sia alieno, indiano o comunista poco cambia: di fronte allo strano, allo sconosciuto, al difficilmente comprensibile, al problematico, la scelta corretta dev’essere usare la violenza.
La violenza è stata ed è la principale soluzione a ogni tipo di problema, come spiega il professor Dubois in Fanteria dello Spazio (1959) di R.A. Heinlein:

Una nostra compagna gli disse a bruciapelo: — Mia madre sostiene che la violenza non ha mai risolto niente.
— Ah, sì? — Il signor Dubois la guardò come se non la vedesse. — Sicuramente i cartaginesi sarebbero lieti di saperlo. Perché tua madre non va a dirglielo? O perché non lo fai tu?
Non era la prima volta che litigavano, visto che nella sua materia non si poteva essere bocciati non c’era bisogno di tenersi buono il signor Dubois.
— Mi sta prendendo in giro? — ribatté lei, irritata. — Lo sanno tutti che Cartagine è stata distrutta migliaia di anni fa.
— Mi era sembrato che fossi tu a non saperlo — disse lui con aria cupa. — Ma, dal momento che lo sai, non sembra anche a te che la violenza abbia deciso il destino di quella città in maniera alquanto definitiva? In ogni caso, non stavo prendendo in giro te personalmente, stavo deridendo una teoria decisamente assurda, abitudine alla quale non rinuncerò mai. A chiunque si attenga alla dottrina storicamente inesatta, e completamente immorale, che la violenza non ha mai risolto niente, vorrei consigliare di evocare i fantasmi di Napoleone Bonaparte e del duca di Wellington, e lasciare che discutano la cosa tra loro. Il fantasma di Hitler potrebbe fare da arbitro e la giuria potrebbe essere formata dal dodo, dall’alca impenne e dal piccione viaggiatore. La violenza e la forza bruta nella storia hanno risolto più situazioni di qualsiasi altro elemento, e chiunque pensa il contrario è un illuso. Le specie intelligenti che hanno dimenticato questa verità fondamentale hanno regolarmente pagato l’errore con la vita e la libertà.

Sul ruolo e la moralità della violenza si può discutere, ma dal punto di vista narrativo è indubbio che partire dal presupposto dello “sparare a vista” dona all’opera in questione un ritmo invidiabile. Senza pastoie etiche la lotta tra uomini e “cosa” si sviluppa veloce e divertente, con discrete scene d’azione. Tra l’altro ciò si sposa bene con una caratteristica dei film di Hawks, ovvero il dialogo fitto, realistico, con più voci che si sovrappongono.

Nell’analizzare The Thing from Another World si deve poi tener conto del fenomeno dischi volanti. Il 24 Giugno 1947 Kenneth Arnold fu uno dei primi ad avvistare un gruppo di UFO che se ne andava a zonzo nel cielo sopra lo stato di Washington. Da quel giorno gli avvistamenti si susseguirono e il 7 luglio un disco volante cadrà nei pressi di Roswell nel New Mexico, anche se la notizia trapelerà solo l’anno successivo.
Non è perciò un caso se una delle scene più memorabili del film è quella che dimostra come la nave spaziale della “cosa” sia in effetti un UFO.

L’astronave della “cosa” è un disco volante! La colonna sonora di The Thing from Another World è stata composta da Dimitri Tiomkin usando strumenti inconsueti, come il theramin

La paranoia riguardo i dischi volanti è anche alla base della tirata finale del giornalista.

Scott: «[...] lancio a voi un monito: tutti voi che ascoltate la mia voce, dite al mondo, ditelo a tutti dovunque si trovino: attenzione al cielo; dovunque scrutate il cielo…!»

Come dargli torto? Il pericolo era, anzi è reale! Basta guardare Earth vs. the Flying Saucers (1956).

Trailer di Earth vs. the Flying Saucers

Dunque, come già detto, un film passabile. Non però a livello di altra fantascienza cinematografica anni ’50, tipo The War of the Worlds (1953), Forbidden Planet (1956) o Invasion of the Body Snatchers (1956).
Un ulteriore punto di merito per l’unico personaggio femminile, Nikki, che invece di essere la consueta damigella in pericolo, è un personaggio forte e risoluto.

Locandina italiana
Locandina italiana. Come spesso capita i distributori nostrani non hanno idea di quel che distribuiscono, per loro a invadere la Terra sono “i ciclopi di Marte”… “i ciclopi di Marte”!!! No comment


Locandina di The Thing Titolo originale: The Thing
Titolo italiano: La Cosa
Regia: John Carpenter

Anno: 1982
Nazione: USA
Studio: Universal Pictures
Genere: Fantascienza
Durata: 1 ora e 49 minuti

Lingua: Inglese

John Carpenter aveva apprezzato il film del ’51 – nel suo Halloween (1978) c’è una scena con un televisore che trasmette The Thing from Another World – ma per fortuna nel realizzare il remake è stato molto più fedele al romanzo di Campbell che non all’opera di Hawks.

Trailer di The Thing

La “cosa” riprende le sue capacità mimetiche e la propria intelligenza inumana anche se rimane ancora priva dei poteri telepatici. Carpenter insiste sugli aspetti più strettamente d’orrore della vicenda, e la sua “cosa” è un incubo biologico degno del Lovecraft di At the Mountains of Madness (Alle Montagne della Follia) – forse non proprio a caso, dato che Carpenter è un noto appassionato del solitario di Providence.
Gli effetti speciali sono notevoli. La “cosa” ha una concretezza, una (viscida) presenza fisica che è raro vedere nelle creature CG che hanno fatto furore negli ultimi anni.

Un fotogramma da The Thing (1)

Un fotogramma da The Thing (2)

Un fotogramma da The Thing (3)

Un fotogramma da The Thing (4)
Quattro visioni della “cosa”

Militari, donne e giornalisti scompaiono e la base polare torna nelle mani degli scienziati. Forse. In realtà che mestiere facciano i personaggi nel film di Carpenter non è che sia molto chiaro. Vediamo i nostri eroi ubriacarsi, drogarsi, guardare vecchi spettacoli in TV o giocare a biliardo. Non c’è traccia di mezzo esperimento. In più hanno a disposizione un lanciafiamme, cosa avrebbero dovuto farsene?
Se sono scienziati, dal ’38 all’82 l’Università in America ha preso una brutta piega!

Nel film di Carpenter torna la paranoia presente nel romanzo. Ognuno può essere la “cosa” in incognito e i sospetti reciproci aumentano il nervosismo. La scena vitale dell’esame del sangue è un degno adattamento, anche se, per quanto possa sembrare strano, Campbell è persino più feroce.
Purtroppo Carpenter non segue l’esempio di Campbell per quanto riguarda la furbizia dei personaggi: scoperto che la “cosa” può assumere l’aspetto di chiunque, nel romanzo gli scienziati si organizzano per muoversi sempre in gruppo, i tizi nel film, seguendo i peggiori cliché dell’horror, continuano a girare da soli.

Come nel film del ’51, l’unica risposta alla “cosa” è la violenza. Ma mentre nel ’51 era una scelta, nell’82 è l’unica alternativa possibile. A nessuno viene in mente che si possa comunicare con la “cosa”, non viene neanche posto il problema. Le reazioni dei personaggi ’82 sono molto più “animalesche”, dettate dall’istinto, non frutto di valutazioni etiche o filosofiche. L’unica considerazione che la faccenda mi suscita è ancora: “Ma che razza di scienziati sono questi?!” Sempre se scienziati sono.

Action figure di Kurt Russel
La ‘action figure’ di Kurt Russel che nel film interpreta il pilota di elicotteri MacReady

Nel film di Carpenter non c’è lieto fine. Anche nell’ipotesi (improbabile) che la “cosa” sia stata distrutta, gli ultimi sopravvissuti moriranno di freddo. E se, com’è più realistico, la “cosa” è ancora viva, quando arriveranno gli aiuti potrà forse riuscire a fuggire dalle lande ghiacciate del Polo e conquistare il mondo. Mi è piaciuto molto, trovo sia il finale più calzante, migliore di quello zuccheroso di Campbell.

The Thing è un ottimo film. L’atmosfera è cupa, carica di tensione, e c’è una virata decisa dalla fantascienza all’orrore. Non c’è dubbio che nell’insieme sia un passo avanti rispetto al film del ’51, sebbene per molti versi il romanzo del ’38 appaia lo stesso più “moderno”.


Copertina di The Terror Titolo originale: The Terror
Titolo italiano: La Scomparsa dell’Erebus
Autore: Dan Simmons

Anno: 2007
Nazione: USA
Lingua: Inglese
Traduzione in lingua italiana: G.L. Staffilano
Editore: Mondadori (2008)

Genere: Romanzo storico d’avventura con mostro
Pagine: 757

Dan Simmons dedica il suo romanzo al cast del film del ’51, tuttavia i legami tra La Scomparsa dell’Erebus e La “cosa” sono meno stretti di quanto la trama e la dedica potrebbero far pensare. Il che è anche il problema di fondo del romanzo.
Dan Simmons rimane a metà guado. Da un lato il romanzo storico, con la disperata odissea della spedizione Franklin, dall’altro un romanzo di fantasy/fantascienza con la spedizione costretta a combattere contro la creatura “aliena”. Simmons si piazza in mezzo e secondo me non è una scelta felice. Letto come romanzo storico il sopraggiungere del sovrannaturale fa storcere il naso, mentre letto come romanzo fantastico ci si trova di fronte a un’opera dove più che la “cosa” contano le scorte di cibo, le malattie, il freddo artico, gli ufficiali incapaci, i subordinati riottosi e così via.
Siamo all’opposto di Campbell: Campbell ha scritto un romanzo mantenendo sempre fissa l’attenzione su quello che voleva raccontare, Simmons naviga a vista, spinto ora da un vento ora da un altro. Alla fine Campbell scrive intorno alle 100 pagine, senza mezza parola di troppo, Simmons di pagine ne scrive quasi 800 della quali almeno un terzo si potrebbero buttare senza pensarci due volte.
Campbell, come già ricordato, ha bisogno di pochi paragrafi per delineare l’ambientazione e il ruolo che questa ha nella storia, Simmons dedica una marea di pagine alla neve, al ghiaccio, alle creste di pressione, ai seracchi, al pack e agli iceberg. L’unico risultato è che a un certo punto ho esclamato (ma non a voce alta!): “L’ho capito che al Polo Nord fa freddo! Grazie!”

Che freddo!
Dopo accurate ricerche e approfonditi studi, sono confidente nell’affermare che al Polo Nord la temperatura è bassa

Dal punto di vista della “cosa”, Simmons si affida alla mitologia esquimese e dunque la sua creatura ha solo marginali punti di contatto con le “cose” già viste. La “cosa” di Simmons pare possedere una certa capacità di mutare forma, anche se di solito appare simile a un gigantesco orso o talpa, però non è in grado di imitare altri esseri viventi. È dotata di telepatia ma solo verso persone ricettive. In compenso, nonostante dovrebbe essere intelligente, il suo comportamento è incomprensibile (a essere buoni, a essere cattivi si comporta così solo perché così serve alla trama).
Mostra spoiler riguardo la creatura ▼

Dove i personaggi di Campbell erano quasi indistinti, Simmons presenta una moltitudine di punti di vista, spesso con stile di scrittura diverso a seconda del personaggio che presenta gli avvenimenti. Nessun personaggio mi ha colpita particolarmente e forse per questo ho apprezzato l’alternarsi dei punti di vista. Se tutto il romanzo fosse stato narrato dal Capitano Crozier o dal dottor Goodsir sarebbe stato molto noioso. È un peccato poi che la scelta del punto di vista non includa mai o quasi mai Lady Silence (la misteriosa giovane esquimese senza lingua), il gigante idiota Manson o il perfido Hickey.

Il Capitano Crozier
Il vero Capitano Francis Rawdon Moira Crozier

I personaggi di Campbell rimanevano sempre lucidi, quelli di Simmons spesso prendono le decisioni sbagliate. Purtroppo non sempre queste decisioni sbagliate possono essere giustificate, più di una volta i personaggi, come già visto con la creatura, agiscono solo in base a mere esigenze di trama.
Mostra uno spoiler su Hickey ▼

Il ritmo del romanzo è lento, segnato dai periodici attacchi della creatura, che dopo un po’ diventano prevedibili (tranne che per i poveri personaggi, che senza problemi continuano a farsi massacrare commettendo sempre gli stessi errori – sì sto parlando della versione 1845 dell’aggirarsi da soli per gli angoli bui della base). Alcuni passaggi poi sono tediosi oltre ogni dire, per esempio la ventina di pagine con le farneticazioni di Crozier in crisi d’astinenza da alcolici. Fra l’altro queste farneticazioni svelano il finale del romanzo! Roba che quando ho letto non ci volevo credere, invece è proprio così. Qui Simmons e il suo editor dormivano, non c’è altra spiegazione.
Nonostante ciò, nel complesso è un romanzo che si legge volentieri. Simmons dimostra di conoscere a menadito l’ambientazione scelta. Ogni particolare riguardo navi, vestiario, cibi, organizzazione, ecc. suona verosimile. L’effetto globale è la sensazione di trovarsi lì, tra i ghiacci dell’Artico, e il desiderio di sapere se si riuscirà a salvarsi o no spinge a leggere fino alla fine.

Oggetti ritrovati
Alcuni oggetti appartenuti a uno dei marinai della spedizione Franklin, oggetti ritrovati nel corso di una delle tante missioni di salvataggio

Finale che però è un altro dei punti deboli del romanzo. La moltitudine dei punti di vista si riduce a uno solo e sono lasciate in sospeso almeno due sottotrame importanti. Inoltre Simmons decide di tagliar corto nei riguardi della creatura con un lungo “spiegone” tutto raccontato. E non entro neanche nel merito della “morale” della storia: una versione del mito ormai trito e defunto del buon selvaggio.

The Terror è un romanzo che penso possa piacere a chi cerca una storia d’avventura dai toni crudi (anche qui Simmons rimane a metà del guado: le scene di cannibalismo e violenza sono forse un filo esagerate per un romanzo d’avventura, ma troppo “morbide” per una storia d’orrore), specie se si ha interesse per il periodo storico. Facendo finta che la creatura sia davvero solo un grosso orso.
Altrimenti è un’occasione sprecata: Simmons è un bravo scrittore, la sua ambientazione è ben ricercata, le premesse sono ottime ma la storia non sa neanche lei dove voglia andare a parare.


Gamberi

Più che scrivere vere recensioni ero interessata a seguire l’evoluzione della “cosa”, ma per avere un’idea, i Gamberi sarebbero questi:

Who Goes There? Un classico della fantascienza a ragione. Tre Gamberi freschi meritati.
Tre Gamberi Freschi: clicca per maggiori informazioni sui voti

The Thing from Another World Film divertente. Però si poteva fare molto di più. Stivale.
Stivale: clicca per maggiori informazioni sui voti

The Thing Carpenter ha reso giustizia a Campbell e ci ha messo del suo (nel bene e nel male). Due Gamberi freschi.
Due Gamberi Freschi: clicca per maggiori informazioni sui voti

The Terror Pregi e difetti si bilanciano. Stivale.
Stivale: clicca per maggiori informazioni sui voti

Ricordo infine che tutte le opere citate sono disponibili in formato elettronico via eMule, sia in lingua originale sia in italiano.


Approfondimenti:

bandiera IT La Scomparsa dell’Erebus su iBS.it
bandiera EN The Terror su Amazon.com
bandiera EN Who Goes There? su gigapedia
bandiera IT La Cosa (DVD) su iBS.it
bandiera IT La Cosa da un altro Mondo (DVD) su DVD.it

bandiera IT John W. Campbell Jr. su Wikipedia
bandiera IT Howard Hawks su Wikipedia
bandiera IT John Carpenter su Wikipedia
bandiera IT Dan Simmons su Wikipedia
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20 Commenti a “Cose da un altro mondo”

  1. 20 Gamberetta

    @Anacarnil. Grazie della segnalazione. Ho cambiato il link con uno al romanzo su gigapedia.

  2. 19 Anacarnil

    Geocities (sul quale stava il libro di Campbell in lingua originale) è stato chiuso qualche giorno fa, e il link ora è broken. Volendo il romanzo è comunque trovabile su un web-archive. Se trovo una nuova fonte vedo di fartelo sapere.
    Su feedbooks, invece, si trovano diversi romanzi di John W. Campbell, ma purtroppo non questo.

  3. 18 Teiresias

    Ommioddio Mars Attacks XD è vero XD per me Kurt Russell serviva a mostrare la differenza fra l’approccio scientifico e quello più animale dell’uomo…oltre a fare il figo, ovvio (beh, che si voleva dall’attore di Snake?). Anche perché col passare degli anni gli scienziati non erano più quelli che andavano in giro come esploratori o simili, ma quelli chiusi nei laboratori come topi che non badavano al mondo che li circondava…

  4. 17 Angra

    Ah sì, è vero, c’è anche la parodia di Ortolani! Parodia fino a un certo punto, perché in alcuni momenti è inquietante persino in versione Rat Man.

    *****

    Il comportamento di chi pensa più alla propria pelle che alla scoperta scientifica però non lo definirei irrazionale, al limite il contrario. Credo comunque che a Kurt Russel non gli facciano fare lo scienziato non perché serviva un personaggio irrazionale ma perché serviva un personaggio figo. Nel 1982 l’idea dello scienziato figo stile anni ’50 era ormai improponibile. Non a caso in Mars Attacks, che è invece una parodia del cinema di fantascienza di quegli anni, c’è Pierce Brosnan a fare la parte dello studioso.

  5. 16 Teiresias

    Ho trovato questo sito tramite un’altra pagina, e ne sono…estasiato *_* già a leggere questa recensione sulla “saga” de La cosa dell’altro mondo mi sono emozionato (essendo io un grande fan di film horror e fantascientifici), poi ho dato una scorsa anche agli altri contenuti, e devo dire che questo diventerà sicuramente uno dei miei blog preferiti d’ora in poi!
    Volevo fare una nota sul film di Carpenter: la “paranoia” dell’alieno viene portata a livelli talmente elevati che il gruppo di scienziati è impossibilitato a organizzarsi nel muoversi in gruppi, e questo non solo per il tipico clichè horror. Ci sono alcune scene in cui i diversi personaggi si muovono in gruppo, senza contare che alcuni degli assalti più clamorosi della Cosa (dopo l’esame del sangue, ad esempio) avvengono proprio quando sono tutti riuniti; inoltre, dopo i primi casi particolari, tutti si sentono così minacciati da chi gli sta intorno che il primo pensiero NON è “Stiamo tutti uniti, che l’unione fa la forza”, ma è “Potrebbe essere chiunque, se sto da solo sono sicuro di non avere intorno qualche alieno” (a questo proposito mi viene in mente una delle battute più famose: “Eh, dottore, la fiducia è una cosa rara di questi tempi…”).
    La violenza, inoltre, viene adottata solo in seguito come meccanismo di autodifesa, e questo perché è il personaggio di Kurt Russell (l’unico non scienziato) a proporre la strategia: fino a quel momento gli altri studiosi si erano limitati a studiare la creatura e cercare un modo per arginarla (lo studio del corpo sciolto, il controllo delle stanze e del riscaldamento), senza tuttavia riuscirci. Più che altro, in questo film la violenza scaturisce dall’unico personaggio non “razionale”, che pensa prima di tutto alla sopravvivenza e non alla scoperta scientifica, ed è grazie a lui se in qualche modo possono proporre una seppur minima (e quasi sicuramente vana) resistenza. Che fine fanno d’altronde coloro che tentano l’approccio scientifico? Sono i primi a subirne le conseguenze….
    Queste le mie considerazioni sul film, che giudico ancora molto attuale e per nulla datato (mio dio, gli effetti speciali XD io trovo molto più belli questi film artigianali che quelli in CG, davvero…), mentre non ho avuto modo di leggere la storia, purtroppo, nè di vedere il film più datato (che conosco solo tramite la parodia di Leo Ortolani).
    Se tu in futuro volessi fare un post anche riguardo alla Mosca (racconto+films), faresti di me l’uomo (che venera Ridley Scott, John Carpenter e David Cronenberg sopra ogni cosa) più felice del mondo ^_^

  6. 15 Angra

    Dimenticavo: delle versioni di cui hai parlato conosco solo quella di Carpenter, e concordo col giudizio (avrei dato anche tre gamberi), a parte quando il pilota perde a schacchi contro il computer e allora gli butta il caffé dentro (e giù scintille): da pigliare a ceffoni sceneggiatore e regista.

    Non so come sia il racconto originale, ma nel film l’aspetto più realistico sta proprio nel fatto che gli occupanti della base cominciano subito a litigare fra loro e a sospettare l’uno dell’altro. Se uno va a studiarsi un po’ di storie vere di disastri e naufragi scopre che più che il disastro in sé la vera tragedia è ciò che succede dopo a causa del fatto che la gente perde la testa e comincia a scannarsi a vicenda. Una storia esemplare di questo tipo è il naufragio della Medusa.

    Il film di Carpenter doveva avermi impressionato parecchio, perché dopo tanti anni mi son ritrovato a sceneggiarne una mia versione a fumetti (un po’ sui generis) ^_^

  7. 14 Angra

    @Gamberetta: be’, di Sherlock Holmes viene però sottolineata l’unicità, tant’è vero che ci sono poi i poliziotti di Scotland Yard che se la cavano né più né meno come i nostri carabinierei (cioè male), con l’ispettore/maresciallo Lestrade e tutto il resto. Sherlock Holmes è verosimile in quanto più unico che raro, mentre una squadra di poliziotti/carabinieri tutti Sherlock Holmes sarebbe inverosimile. Quello che mi fa storcere il naso è che un gruppo di innocui scienziati si riveli all’occorrenza una perfetta squadra ammazzamostri. Una proporzione di due persone sensate ogni sette-otto imbecilli la digerirei meglio.

    Capisco comunque il tuo punto di vista. Il fatto è che conoscere bene i dettagli di un certo ambiente assottiglia molto il confine tra non realistico e non verosimile.

  8. 13 Gamberetta

    @Angra. Di sicuro gli scienziati di Campbell hanno poco a che vedere con quelli veri, tuttavia a me non sono parsi inverosimili. Non sono veri di sicuro, ma sono verosimili. È come paragonare Sherlock Holmes con un maresciallo dei Carabinieri: è ovvio che Sherlock Holmes non è vero, è lontano mille chilometri dal vero, ugualmente rimane verosimile.
    E in ogni caso è più verosimile che il test del sangue sulla “cosa” lo realizzi una persona che si occupa di biologia piuttosto che un giocatore di biliardo ubriaco.

  9. 12 mhrrr

    in effetti, se devo immaginare un po’ di miei ex-colleghi in una base artica infestata da una cosa mi viene davvero da sghignazzare: con una o due eccezioni (che finirebbero per ammazzarsi a vicenda) me li immagino tutti morti nei primi sette minuti di convivenza con la cosa.
    se si trattasse di docenti ordinari, invece, risolveremmo il problema alla base, con la cosa che per la disperazione torna nel suo letargo millenario.
    ma, magari, negli anni trenta le cose erano un po’ diverse.
    magari.

  10. 11 Angra

    Qui abbiamo degli scienziati, persone considerate intelligenti, e come tali si comportano.

    Ciao Gamberetta, abbiamo avuto modo di discutere altre volte riguardo a realismo e verosimiglianza. Quanto alla mancanza di realismo, siamo d’accordo che parlando di fiction non è un problema. Il problema è invece che a mio avviso non ci siamo nemmeno a verosimiglianza: direi che siamo più o meno sullo stesso piano di Pamela Anderson che fa la bagnina. Ok, la maggior parte del pubblico non avrà mai avuto a che fare con “scienziati” nella sua vita, ma se questo basta a rendere verosimile il gruppo di scienziati che agisce sempre in modo razionale e intelligente allora poi non si può dar torto a Marina Lenti che dice verosimili le battaglie della Troisi perché lei tutto quello che sa a riguardo l’ha appreso guardando qualche puntata di Xena. Bisogna tener presente che non parliamo della grande anima di Einstein o altri del suo livello, gente che è difficile trovare in una base artica a misurare i tentacoli ai totani. Chiunque abbia assistito a un consiglio di Dipartimento o di Facoltà non può che mettersi a sghignazzare di fronte a una situazione come quella descritta sopra. In altre parole, lo scienziato medio (e non parlo solo di quelli italiani) è uno che è ferrato (quando va bene) su un argomento molto specifico e ristretto perché ci lavora da una vita e probabilmente dimostra anche attitudine nel trattarlo, ma quando si leva il camice le sue azioni sono guidate da traumi e condizionamenti infantili come quelle di qualsiasi altro fesso, e così un brillante informatico può essere un complessato grave e una brava biologa essere una fidanzata isterica che sclera per le cose più impensabili.
    Non dico che siano peggio degli altri, dico che sono come gli altri, rifacendomi un po’ al saggio semiserio di Carlo M. Cipolla che sostiene che la percentuale di stupidi è invariante indipendentemente dal fatto che si parli di scienziati in una base artica o di ultrà in trasferta o di dipendenti di un ministero o di handicappati in gita a Lourdes.

    Mi sono dilungato un po’ ma nella fantascienza – va da sé – la figura dello scienziato spesso è importante e la scarsa verosimiglianza nel descriverne la figura media mi rovina il piacere del libro/film. Di peggio c’è solo quando il posto dei razionali-intelligenti viene preso dai militari ^_^.

    Comunque sì, l’evoluzione di questa figura nella storia della SF meriterebbe uno studio a parte. Mi viene in mente che nell’ultima versione cinematografica de La Macchina del Tempo il tizio costruisce la suddetta non per amore della conoscenza come nell’originale ma per salvare la fidanzata dalla morte. Evidentemente gli sceneggiatori hanno pensato che la motivazione originale fossa da nerd, da sfigato ;)

  11. 10 Torque92

    Ehi Gamberetta! Ti sei beccata un complimento dal Biondillo (un bravo giallista, se non mi sbaglio)

  12. 9 wewec

    @Gamberetta. Figurati, è sempre un piacere XD

  13. 8 Gamberetta

    @wewec. Sistemato. Grazie.

  14. 7 wewec

    Ti faccio notare un errore: sotto la locandina dell’82 scrivi “è stato molto più fedele al romanzo di Carpenter che non all’opera di Hawks”, invece che Campbell

  15. 6 gianni biondillo

    ti ho scoperta quasi per caso, seguendo un suggerimento di Loredana Lipperini. Davvero complimenti!

  16. 5 Okamis

    Ciao Gamberetta. Visto che sono di fretta, ti segnalo solo che riguardo “The Thing” di Carpenter esiste un seguito, anche se sotto forma di videogioco, invece che di film, sviluppato nel 2002 da Black Label. Parlo di seguito in quanto la sceneggiatura è in buona parte curata da alcuni degli autori/sceneggiatori del film (la stessa operazione usata per TRON e TRON 2.0). Seppur non perfetto, The Thing è un ottimo esempio di Survival Horror, capace (almeno la prima volta che lo si gioca) di ricreare lo stesso clima di sospetto reciproco insito nell’opera di Carpenter, sorretto da una buona trama, una più che discreta caratterizzazione dei personaggi e una ritmo della tensione superiore a molti altri prodotti più blasonati. Raramente mi trovo a tessere le lodi del mondo della “narrativa interattiva” (anche perché sono dell’idea che questo genere, seppur pieno di potenzialità, debba ancora maturare un bel po’), ma in questo caso la menzione era d’obbligo.

  17. 4 Gamberetta

    @Lori. Grazie della segnalazione, ora correggo.

  18. 3 mhrrr

    un altro ricco piatto a base di gamberi (be’, e due stivali)(una cosa un po’ bizzarra: a quanto pare uno stivale è comunque meglio di un gambero marcio), hai fatto venire anche a me la voglia di leggere campbell (non simmons che, con hyperion, ha toccato vette mai più raggiunte).
    non mi resta altro, come al solito, che ringraziarti.

  19. 2 Lori

    Belle le recensioni, mi hai fatto venire voglia di leggere i libri e vedere i film.
    Un unico appunto: quando parli del film di Carpenter usi la parola “reciprochi”, invece si dice “reciproci”!
    Ciao!

  20. 1 Morgante

    Ciao,
    mi è piaciuto questo articolo. Anch’io ho seguito l’evolversi delle interpretazioni della “Cosa”. Mio padre è un accanito lettore di fantascienza, ha quasi tutti gli Urania, i vari Fanucci ecc. Mi ha prestato dieci anni fa il libro di Campbell e l’ho divorato. Aveva uno stile a volte un po’ prolisso, e anche per me il finale ha incrinato l’angoscia in cui m’aveva messo. Però mi è piaciuto molto. E tra i film il mio preferito è proprio The Thing con Kurt Russell. Lo riguardo spesso. Una delle cose che preferisco, e che purtroppo per me manca ormai in molti film del genere: l’assenza quasi totale della musica. Ho spesso la sensazione che mettano musica a casaccio, nei momenti peggiori, o con troppa anticipazione, così la sorpresa o lo spavento se ne vanno al diavolo.
    In quel film invece i suoni ossessivi che si sentono sono quelli del vento incessante (un bel modo di sottolineare l’ambientazione, per me); e poi ancora meglio, c’è il silenzio che avvolge tutto il resto. La puoi sentire scricchiolare l’inquietudine della gente, in quelle scene in cui i personaggi si fissano. O quando il primo cane-che-non-è-più-un-cane si muove per la base guardando gli uomini uno ad uno ( mi ha messo i brividi quel momento), prima di entrare in una stanza da uno di loro…

    Anche in Alien (il primo in testa, perché dal terzo in poi è un orrore in un altro senso, per me!): quello che preferisco è il silenzio, il buio, i respiri affannosi, la sensazione di insopportabile claustrofobia. Già mentre aspetti ancora che appaia tutto il titolo (l’attesa è esasperante, sono in paranoia fin dalla prima scena) c’è solo il silenzio.
    Terribile. Senza speranza.
    Era bello quel trailer: nello spazio nessuno può sentirti gridare. Così è incisivo, senza fronzoli. Solo buio e un avvertimento scritto (il resto è sempre silenzio).

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