Esbat

Una segnalazione un po’ particolare, perché riguarda un romanzo che non è uscito su emule – almeno per ora. Il romanzo in questione è Esbat, pubblicato a inizio mese da Feltrinelli. L’autrice è Lara Manni.

Copertina di Esbat
Copertina di Esbat

È un romanzo che meriterebbe una recensione, ma purtroppo non sono nella posizione di farla. Infatti ho conosciuto via Internet l’autrice ormai più di un anno fa, ho discusso con lei la storia e le ho anche suggerito qualche idea per la trama. Sono orgogliosa che alcune di queste idee siano arrivate alla stesura finale.
Non potrei recensire in maniera imparziale un romanzo al quale ho contribuito, seppure in piccolissima parte.
Posso però dire di aver apprezzato. Secondo me è un bel romanzo. Ha la sua dose di difetti, ma i pregi sono in maggior numero. Più gamberi freschi che gamberi marci.

* * *

La protagonista di Esbat è una disegnatrice di manga cinquantenne. È ricca e famosa, e ha appena terminato di disegnare l’ultimo volume della sua serie più celebre. O meglio, crede di aver terminato, perché proprio quando sta per mettere la parola “fine” alla storia, si presenta da lei il demone Hyoutsuki, uno dei personaggi del manga.
Il demone è scontento di come finisce la serie e pretende che l’ultimo capitolo venga riscritto. Seguono complicazioni.

L’idea dei personaggi che escono dalle pagine e interagiscono con i loro creatori non è delle più originali, però in Esbat la vicenda prende svolte inattese e non scivola quasi mai nel banale.
Il romanzo è ambientato tra il Giappone e l’Italia. La parte giapponese dell’ambientazione è inconsueta e ben resa: penso possa incuriosire anche chi crede che gli otaku siano dolcetti alle mandorle.
Lo stile è scorrevole. C’è qualche problemino qui e là, ma anche scene descritte con maestria. Nel complesso il livello è ampiamente sopra la media.

È un romanzo urban fantasy che consiglio in particolar modo a chi è appassionato di manga e Giappone, fermo restando che credo possa piacere a chiunque.

* * *

Due noticine finali:

  • Su diversi siti ho visto Esbat catalogato come “horror”. Direi che non è vero. Ci sono alcune scene violente – logica conseguenza degli sviluppi della trama –, ma in nessun punto mi è parso che lo scopo dell’autrice fosse orripilare o terrorizzare il lettore. Anzi, l’autrice evita sempre il gore, la macelleria, anche quando tratteggia scene che si presterebbero (ovviamente qui ognuno giudichi secondo i suoi gusti se si tratti di pregio o difetto). Perciò, a meno che non siate come Bella di Twilight, che sviene alla vista di una goccia di sangue, non troverete chissà quali orrori in Esbat. Fantasia però sì.
  • È vero che Esbat è il primo volume di una trilogia. Ma la storia si conclude. È un romanzo autoconclusivo, niente di importante è lasciato in sospeso.

Scritto da GamberettaGamberolinkCommenti (40)Lascia un Commento » Questo articolo in versione stampabile Questo articolo in versione stampabile

Gli Indiscussi Maestri di Sanctuary

Copertina di Sanctuary Titolo originale: Sanctuary
Autori: Indiscussi Maestri

Anno: 2009
Nazione: Italia
Lingua: Italiano
Editore: Asengard

Genere: Racconti Urban Fantasy
Pagine: 320

Nota: questo articolo sarà infarcito di termini stranieri – oh, yeah! – per adeguarsi allo stile proposto da Alan D. Altieri nell’introduzione del volume[1]. Se lui scrive così, dev’essere giusto!

* * *

Sanctuary è una raccolta di racconti urban fantasy, ambientati nell’immaginaria città di Sanctuary. Gli autori dei racconti sono nomi più o meno noti del fantasy italiano. Il curatore dell’antologia, Luca Azzolini, li definisce “indiscussi maestri della parola scritta”. L’introduzione, come già accennato, è di Alan D. Altieri.
Dovrei aggiungere che in teoria i racconti sono ambientati a Sanctuary. In pratica buona parte potrebbero essere ambientanti ovunque, a Sanctuary come a Cefalù. Se si cerca una consistenza nell’ambientazione passando da racconto a racconto si rimarrà delusi; qui ognuno ha scritto come gli è parso, infischiandosene di quello che avevano scritto gli altri. Il che non è necessariamente un male, basta saperlo.

Il “Santuario” delle sfide di Alan D. Altieri

L’introduzione di Altieri è una sorta di lungo flamebait. Dopo che la storia del fantasy è riassunta, da Gilgamesh a George R.R. Martin, in poco più di una paginetta, Altieri si lancia in ogni sorta di iperbole per esaltare l’antologia e i vari autori. Così si possono leggere passaggi di questo tenore:

I non-parametri della ibridizzazione e dello scavalcamento ragionato dei confini dell’immaginario sono anche le colonne portanti di “Sanctuary”, proposta antologica del tutto ground-breaking, sia nel senso dell’apertura a scenari assolutamente sorprendenti che per le aggregazioni completamente innovative.

A parte un generico “eh?”, mi domando che senso abbia questo genere di sbrodolate. Se tu mi parli di “scavalcamento ragionato dei confini dell’immaginario” o di “scenari assolutamente sorprendenti”, io pongo come pietre di paragone per Sanctuary antologie quali The New Weird o The Bizarro Starter Kit, e Sanctuary appare ancora più misera e triste di quanto in effetti non sia.

Copertina de The Bizarro Starter Kit
I due volumi (arancione e blu) del Bizarro Starter Kit. Ne parlerò prossimamente

Prosegue Altieri:

In “Sanctuary”, tredici autori che più diversi non potrebbero essere, attraverso tredici storie che più temerarie non potrebbero risultare, arrivano a formare una squadra di eccezionale coesione multi-tematica in un unico contenitore narrativo.

“tredici storie che più temerarie non potrebbero risultare”… peccato che abbia smesso a nove anni di credere a Babbo Natale.
E ancora:

Siamo in bilico tra Shangri-La e Settimo Cerchio, megalopoli e necropoli, tempio e simulacro, meta-industria e sub-mondo. “Sanctuary” è simultaneamente tutti i luoghi e nessun luogo, se non il paesaggio evocato nei recessi più estremi della mente.
[...]
Di fronte a un’opera come “Sanctuary”, sociale e magica, politica e gotica, temeraria e inaspettata, sono due le direttive primarie: allacciate le cinture. E non perdetela.

In mezzo a questa parata di complimenti, Altieri pone dodici domande (retoriche), una per ogni racconto, le riporterò via via.

Considerazione generale: se una persona sta leggendo l’introduzione di solito ha già acquistato il volume. Specie in questo caso, dato che Asengard è una piccola casa editrice e dunque è difficile trovare i suoi libri nelle librerie. È raro poterli sfogliare prima di comprarli. Dunque se il fesso lettore fantasy di turno ha già cacciato i soldi c’è bisogno di continuare a blandirlo? Non si potrebbero usare le pagine dell’introduzione per scrivere qualcosa d’interessante? No, eh? Peccato.

L’inizio di ogni fine / La fine di ogni inizio di Luca Azzolini

Azzolini apre e chiude l’antologia fornendo una “cornice” per gli altri racconti. Non mi sembra che l’accoppiata prologo più epilogo di Azzolini possa essere considerata un racconto, dunque non esprimerò alcun giudizio. Comunque l’idea di fondo – originalissima, più che ground-breaking, mind-blowing awesome –, è che ognuno dei racconti che seguirà sia una carta dei tarocchi. UAU.

Il Matto
Tarocchi: Il Matto…


La casa dei millepiedi di Pierdomenico Baccalario

Icona di Altieri domanda La Domanda di Altieri: Che cosa nasconde l’antro iper-meccanizzato chiamato “La Casa dei Millepiedi”, creazione del celebrato autore per ragazzi e young adults Pierdomenico Baccalario?
Icona di Gamberetta risponde La Risposta di Gamberetta: La Casa dei Millepiedi contiene millepiedi. Da non crederci.

Nel racconto di Baccalario si viene trasportati in un mondo a metà fra quello di 1984 e quello del Grande Fratello televisivo. Tutti sono spiati, sempre spiati, il sesso è peccato, la vita è grama, same old same old. Nonostante la banalità dell’ambientazione il racconto scorre bene, e suscita un certo interesse. Il finale, con l’introduzione a forza di una Dea che passava per caso di lì, è tanto repentino quanto stupido. L’occasione sprecata riguarda proprio la Casa dei Millepiedi, ovvero una teca contenente millepiedi che il protagonista tiene in casa. È l’unico elemento inusuale e curioso, sarebbe stato bello se avesse avuto un ruolo nella vicenda, a parte quello di fare da arredamento.
Baccalario scrive con sufficiente competenza, e nel complesso non posso dire che il racconto sia brutto. Orwell bilancia Taricone, i Gamberi freschi sono tanti quanti i Gamberi marci.

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La fabbrica delle leghe perfette di Solomon Troy Cassini

Icona di Altieri domanda La Domanda di Altieri: Quale metallo polimorfo sta venendo forgiato ne “La Fabbrica delle Leghe Perfette”, progettazione termomeccanica di Solomon Troy Cassini, sorprendente autore SF & Fantasy?
Icona di Gamberetta risponde La Risposta di Gamberetta: Si sta forgiando fuffa pura al 100%.

Questo è un disastro, probabilmente il racconto peggiore dell’antologia. Si comincia con quasi quattro pagine di infodump noioso e inutile, scritto in uno stile retorico e pesante. Per dare l’idea, questo è l’incipit:

Ogni luce, per fioca che sia, genera da qualche parte un’ombra, magari a stento visibile. Allo stesso modo una vetta non può troneggiare priva di un pianoro che la circondi, così come una vittoria gloriosa non avrebbe valore alcuno senza i suoi dolenti sconfitti. A dispetto di tutto, perfino del buon senso, ogni paradiso deve avere nei paraggi il suo bravo inferno, e tenerselo anche ben stretto se vuole continuare a illudersi d’essere più virtuoso.

Si continua poi con una lunga “cornice”; il racconto vero e proprio si sviluppa solo nelle ultime tre pagine. Una storiella esile esile e del tutto scontata.
L’ambientazione – un gigantesco complesso metallurgico – è abbastanza curata, ma i particolari sono spesso cliché: i nani operai, i draghi che fondono i metalli con il fiato di fuoco, ecc.

Nano si riposa
Un nano si riposa dopo una giornata in fabbrica

Scritto male, vicenda impalpabile, nessun elemento fantastico degno di nota: Brutto con la B maiuscola.

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Le colpe dei padri di Franco Clun

Icona di Altieri domanda La Domanda di Altieri: In quale baratro tutt’altro che dimenticato ci proietteranno “Le Colpe dei Padri”, mappatura di una delle grandi vergogne del genere umano tracciata dall’ottimo Franco Clun, ex-colonna vertebrale di Delos Books e vate del Fantasy italiano?
Icona di Gamberetta risponde La Risposta di Gamberetta: Qui si finisce del baratro della pessima narrativa. E concordo che la pessima narrativa sia una delle grandi vergogne del genere umano.

Il racconto di Clun è una fan fiction ispirata a Se questo è un uomo di Primo Levi. L’unica operazione che compie Clun è sostituire ebrei e criminali con angeli e nani. Infatti le creature magiche sono “diverse” e vanno sterminate, perché non inquinino il pool genetico della specie umana.
Il lager è Nazi-style, la numerazione dei prigionieri è simile, gli episodi narrati hanno più di un punto in comune con analoghi episodi raccontati da Levi. La differenza è che Primo Levi sapeva scrivere, e il suo libro è pieno di particolari concreti e impressionanti, Clun è molto meno bravo e per descrivere l’orrore troppo spesso si rifugia nel dire che è orribile. L’angelo con le ali nere di nome Lucifero fa alzare gli occhi al cielo per la tristezza.
In un paio di punti credo manchino i caporali di inizio e fine dialogo, e quei passaggi sono difficili da seguire.
Scrittura incerta, trama banalissima, fantastico assente o quasi: un altro Brutto racconto, con la B maiuscola.

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Le storie che nascono in questa città di Francesco Dimitri

Icona di Altieri domanda La Domanda di Altieri: Per quale motivo si è pronti a uccidere per il possesso dell’idolo al centro de “Le Storie che Nascono in Questa Città”, ideato dal multiforme Francesco Dimitri, una tra le voci più significative dell’ultima generazione della saggistica e del fantastico?
Icona di Gamberetta risponde La Risposta di Gamberetta: Si uccide perché così ordina il copione.

Dimitri mette in scena una classica storia di “maledizione”. Il racconto scivola benissimo, il passaggio da un personaggio all’altro è gestito con maestria, dal punto di vista stilistico è forse il testo migliore. Purtroppo non si può dire lo stesso della storia. È cliché, priva o quasi di elementi fantastici, priva dell’ironia che una vicenda così scontata meriterebbe. Il finale “distrugge” anche quel poco di fantastico sopravvissuto fin lì. L’ambientazione è del tutto generica. Nonostante con fin troppa insistenza i personaggi parlino di Sanctuary, la storia potrebbe essere ambientata tanto a Sanctuary quanto a Canicattì.
Valutazione difficile: è il racconto che si legge più volentieri ma lascia un retrogusto amaro. In fondo buono, però si poteva far di meglio.

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Il racconto di Dimitri in poco più di un minuto, grazie agli Happy Tree Friends

Anobium di Francesco Falconi

Icona di Altieri domanda La Domanda di Altieri: È forse una sensuale, letale banscea, erinni erotica della mitologia celtica, la dark lady che si aggira in cerca di preda nello underworld di “Anobium”, sortilegio evocato da Francesco Falconi, autore che ha tramutato l’ingegneria in Fantasy ?
Icona di Gamberetta risponde La Risposta di Gamberetta: Ma cosa va a pensare, signor Altieri? La dark lady sarà certamente una suora!

Falconi scrive un racconto sorprendentemente trash. Non so fino a che punto sia una scelta consapevole, meglio non indagare. Rimane il fatto che la diavolessa protagonista è forse il personaggio che più rimane impresso dell’intera antologia. Non che sia proprio una buona notizia.
La storia è a tratti volgare, a tratti stupida, non molto coerente, il finale è buttato lì come capita – esponendo fatti che il lettore non avrebbe in alcuna maniera potuto prevedere. È un po’ come l’omicidio nella stanza chiusa: se a uccidere il disperato nella stanza chiusa è stato un rospo con poteri telepatici, bisognare illustrare l’esistenza di tale batrace prima della rivelazione, altrimenti il lettore si sentirà gabbato.
Comunque la narrazione condotta in prima persona con buona abilità e la squinternata simpatia che suscita la protagonista rendono il racconto decente.

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Mirror Blues di Fabrizio Furchì

Icona di Altieri domanda La Domanda di Altieri: Quali magiche sonorità saprà invece regalarci il “Mirror Blues” di Fabrizio Furchì, qui al suo esordio?
Icona di Gamberetta risponde La Risposta di Gamberetta: Il suono del silenzio.

Una misteriosa droga dona momentanei poteri magici e, troppo spesso, la morte a chi la consuma. Un chitarrista che ha stretto un patto col Diavolo, indaga…
La trama non brilla per originalità (non riesco a contare quante indagini su nuove droghe mirabolanti ho già seguito), ma l’ambientazione è buona. Questo è forse l’unico racconto che non potrebbe essere ambientato ovunque. Gli elementi fantastici sono diversi e ben integrati nella storia. Non sempre sono elementi interessanti, ma ci sono: è già molto visto l’andazzo.
La scrittura è il punto debole del racconto. Ci sono piccoli errori – qualche aggettivo di troppo, qualche similitudine balorda, infodump evitabile –, ma soprattutto manca il coinvolgimento con il protagonista. La telecamera segue il nostro eroe con sguardo neutro e l’azione non è tale da sola da appassionare. È troppo il distacco del lettore dal chitarrista.
Nel complesso rimane un racconto passabile.

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Il ditirambo di Samarat di Michele Giannone

Icona di Altieri domanda La Domanda di Altieri: Qual è il segreto nel nome del quale ogni crimine, perfino il più efferato, viene commesso così da garantire l’esistenza della società iper-meccanizzata di “Il Ditirambo di Samarat”, struttura del bravo Michele Giannone, voce Fantasy in ascesa?
Icona di Gamberetta risponde La Risposta di Gamberetta: Domanda trabocchetto? Il segreto è il segreto di Pulcinella!!! Ah, signor Altieri, guardi che la roba iper-meccanizzata era la cosa con i millepiedi. Riciclare gli aggettivi non è cool.

Giannone scrive un racconto con stile decente, peccato che la storia sia un miscuglio di scene già viste mille volte (l’hacker più 1337 che ci sia che recupera i dati crittati dalla chiavetta USB…) e si basi su una solenne idiozia di fondo.

Acid Burn e Zero Cool
Angelina Jolie “Acid Burn” e Johnny Lee Miller “Zero Cool”(sic) protagonisti del film Hackers. “1337” in leetspeak significa “elite”

In poche parole: un culto di svitati sta per evocare sulla Terra un Dio (alieno?) che potrebbe portare alla scomparsa del genere umano; il più potente industriale di Sanctuary lo sa e… decide di inviare a fermare gli svitati un solo sicario armato di coltello. Che si può dire? Che almeno la buona volontà ce l’ha messa?
Un racconto che lo stile salva dall’essere illeggibile, ma che rimane very very sad.

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Angeli e uomini di Cecilia Randall

Icona di Altieri domanda La Domanda di Altieri: Sono angeli, demoni o entrambi quelli che si battono all’ultimo sangue per ottenere l’ammissione alla Loggia, famigerata quanto infame società segreta al centro di “Angeli e Uomini”, rivisitazione criminal-religiosa a firma della multiforme Cecilia Randall?
Icona di Gamberetta risponde La Risposta di Gamberetta: Sono a) angeli, b) demoni, c) entrambi, d) quattro. E la risposta è: quattro. Ah, signor Altieri, guardi che multiforme era Dimitri. Riciclare gli aggettivi non è kawaii.

Malgrado dopo poche pagine si possa intuire chi sono in realtà i due protagonisti (indovinate un po’ chi è uno che si chiama Rafael ed è tanto buono da sembrare un angelo…), la Randall conduce bene la storia fino alle sue logiche conseguenze. In mezzo a tanta confusione è piacevole leggere un testo che abbia un inizio e una fine collegati in una maniera non del tutto cretina.
Lo stile è buono, forse l’unico difetto sono le pagine dedicate a Rafael: troppe per il ruolo che in effetti svolge nella vicenda. L’ambientazione è – tanto per cambiare – generica. La storia si sarebbe potuta svolgere ovunque e in qualunque epoca. Anzi, probabilmente la narrazione sarebbe stata più coerente se non fosse stata ambientata ai giorni nostri. Infatti è difficile credere che nel finale non ci siano telecamere di sicurezza o altri strumenti di sorveglianza in grado di testimoniare cosa sia davvero accaduto.
Però rimane un racconto godibile. Lettura gradevole.

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I passi della sera di Fabiana Redivo

Icona di Altieri domanda La Domanda di Altieri: Cosa spinge bande di elfi, vampiri e streghe a sterminarsi a vicenda pur di seguire “I Passi della Sera”, sentiero indicato da Fabiana Redivo, eccellente autrice Nord e non solo?
Icona di Gamberetta risponde La Risposta di Gamberetta: Ho letto il racconto due volte e non l’ho capito.

Racconto sconclusionato. La Redivo schiera ben sette, forse otto, o sono nove? – credo di aver perso il conto – personaggi in una ventina di pagine. Ne esce fuori un guazzabuglio senza capo né coda. Il mood varia dal mortalmente serio al ridicolo che non fa ridere nessuno. E giuro che non sono riuscita a capire che senso avesse la vicenda, pur avendo appunto letto due volte il racconto.
Mi sono persa tra vampiri, goblin, goblin-vampiri, elfi scuri, troll, aracnidi, licantropi, grizzly chikas_pink03.gif , demoni, gente in moto, e un sacco di altre parole a casaccio. Magari è colpa mia, com’è noto io ho l’attention-span of a door-knob.

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Foresta perduta di Egle Rizzo

Icona di Altieri domanda La Domanda di Altieri: Quali presenze al di là del tempo e delle dimensioni vengono percepite nella “Foresta Perduta”, psicoanalisi al di là della psicoanalisi condotta dalla sorprendente Egle Rizzo?
Icona di Gamberetta risponde La Risposta di Gamberetta: Gnokki.

La protagonista del racconto di Egle Rizzo ha la visione di una misteriosa Foresta. In alcuni momenti il mondo intorno a lei sbiadisce e si sente trasportata in questo luogo magico. Per risolvere il problema si rivolge a uno psichiatra, ma non sa che lui nasconde un segreto.
Qui il fantasy c’entra poco o niente: è una classica vicenda in stile Harmony con la paziente che si innamora del bel dottore. E quando lei pensa a lui le si imporporano le gote. Soooo cute!
Il racconto si distingue per la scena più WTF (scusate, non sta bene) WTH dell’intera antologia, che qui riporto:

[Leda, la protagonista] Rimase senza fiato quando vide i due guerrieri. Avevano lunghi mantelli e divise dall’aria militare; uno vestiva di verde, l’altro di un sobrio grigio antracite. Le spade si incontravano in un fulgore furente, i volti erano arrossati, uno dei giovani rise, non una risata malvagia, ma di puro divertimento.
Sono impazzita, pensò Leda. [...] Poi vide l’orologio al polso del guerriero in grigio.
Leda scoppiò a ridere, e sbucò fuori, per osservare più da vicino la scena. Le armi erano di vero metallo, ma non molto affilate, e quelli non erano spadaccini usciti da una leggenda, o dalla sua mente. Rimase lì, al margine della spianata dove i due combattevano, sorridendo come una sciocca. [...]
«Guarda un po’ chi abbiamo lì.»
Uno dei due ragazzi, quello vestito di verde, aveva abbassato la spada.
«Stiamo giocando, non vedi che rovini l’atmosfera?» esclamò l’altro, accorgendosi solo ora della presenza di Leda.
«Scusate, io… disegnavo…»
«Bah, credi di aver trovato un posto senza intrusi e invece…»
«Smettila, Ted» disse il giovane vestito di verde poggiando una mano sul braccio dell’amico. «Il gioco di ruolo può anche aspettare, ci sono anche cose più interessanti, in fondo.»
«Vuoi chiamare gli altri?» domandò Ted, confuso.
«No, non direi…»
Lo spadaccino verde stava osservando Leda con un’aria che la rese inquieta.
«Esistono diversi modi di giocare, sai? E dal modo in cui ci guardavi mentre combattevamo, io penso che anche a te potrebbe piacere giocare in un certo modo.»
[...]
L’avevano accerchiata, e Leda si lasciò sfuggire un gridolino, quando Verde la attirò a sé per la vita.
«Non fare la schizzinosa, avanti: se fai la brava ti divertirai…»
«Lasciami…» protestò la giovane, strappando all’altro solo una risata beffarda.

E chi interverrà a salvare la nostra povera eroina? Ma il suo gnokko, of course. How romantic!

Gnokko
Tecnicamente nel racconto della Rizzo non ci sono vampiri. Ho usato il termine gnokko nel suo significato più ampio di creatura sovrannaturale maschile il cui unico scopo nella storia è far innamorare la svampita di turno

Devo dire che quest’idea che due tizi che giocano di ruolo dal vivo di botto decidono di violentare la prima che incontrano sembra una trovata degna del Ghirardi. No, Egle, non è un complimento.

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Redenzione (Serra Madre) di Antonia Romagnoli

Icona di Altieri domanda La Domanda di Altieri: Cosa può giustificare lo sterminio dei diversi nel nome della inconoscibile, oscura “Redenzione” suggerita dalla brava Antonia Romagnoli, narratrice di fanta-thriller senza compromessi?
Icona di Gamberetta risponde La Risposta di Gamberetta: Be’, una buona giustificazione allo sterminio sarebbe se codesti diversi scrivessero tutti come G.L. D’Andrea.

Il racconto scritto peggio. Per buona parte solo raccontato, sembra quasi una scaletta per un futuro racconto, invece di un’opera già completa. Anche l’editing è scadente, rimanendo frasi di questo genere:

Teamu era in seconda linea, pronto a proteggere le spalle ai compagni nel caso in cui qualche bestia si fosse avventata per coglierli di sorpresa, ma era evidente che l’effetto sorpresa aveva funzionato: a parte un paio di coraggiosi, nessun altro ingaggiò con loro battaglia.

Dove la ripetizione sorpresa – sorpresa oltre che brutta in sé, crea confusione, dato che non è subito chiaro trattarsi di due sorprese diverse.
La trama è una serie di non sequitur, il protagonista è amorfo, la Noia regna. È difficile arrivare fino in fondo.
Porcata.

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Saint Vicious di Luca Tarenzi

Icona di Altieri domanda La Domanda di Altieri: Quale battaglia decisiva aspetta l’ultimo dei cavalieri Templari nel momento in cui varca la soglia del night-club sbagliato, nel quale la superstar è tale “Saint Vicious”, punk-rocker from Hell creato dal geniale Luca Tarenzi, l’autore italiano che ha portato in primo piano la variazione di genere nel genere chiamata urban fantasy ?
Icona di Gamberetta risponde La Risposta di Gamberetta: Ehm, signor Altieri, non vorrei dire, ma “Saint Vicious” è il buono, così sembra che lei non abbia letto i racconti che introduce…

Tarenzi si affida alla saggezza popolare: “La musica unisce, non divide!”, “In Italia A Sanctuary finisce sempre tutto a tarallucci e vino.” e ne esce forse il miglior racconto dell’antologia. Magari la sensazione è acuita dal fatto che è anche l’ultimo racconto: fine della pena.
La storia si incentra su un tizio il cui Angelo Custode, invece di aiutare nella lotta contro il Male, decide di dedicarsi alla musica punk, divenendo cantante in un gruppo.
Il racconto è breve, scritto con buon stile e la giusta dose di ironia. Lo sviluppo è cliché, ma Tarenzi sembra averlo presente e non si prende troppo sul serio. Il protagonista e il suo Angelo suscitano immediata simpatia.

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Conclusione

Io inviterei i vari autori presenti nell’antologia a leggere Magic, Inc. di Heinlein, pubblicato la prima volta nel 1940. In pratica ci sono già tutte le idee presenti in questi racconti di Sanctuary, più qualche altra anche più divertente. In altre parole, se Sanctuary fosse stato pubblicato non dieci anni fa, ma settanta anni fa, ancora non sarebbe stato ground-breaking. Aggiungo che per fortuna non è neppure cutting-edge altrimenti mi sarei riempita le dita di tagli!

Copertina di Anonima Stregoni
La disgraziata copertina della prima edizione italiana di Anonima Stregoni (Magic, Inc.)

Quella assente in questi racconti è proprio la componente vitale del fantasy: la fantasia, l’immaginifico, il fantasmagorico. In nessun racconto c’è un minimo di sense of wonder, il feeling è di trovarsi di fronte a un film per la TV: scenari di cartapesta, personaggi che recitano a spanne, sceneggiature scartate persino dai produttori hollywoodiani più beceri.
Manca la vertigine. Si sale sul grattacielo più alto di Sanctuary, si abbassa lo sguardo verso l’immensa metropoli e… guarda che schifo! Ho una macchia di unto sulla gonna. Adesso non verrà più pulita.
Emblematico da questo punto di vista il finale del racconto di Giannone, non tanto perché sia peggio di altri, ma perché dimostra l’incapacità diffusa di affrontare l’elemento fantastico.
Abbiamo l’arrivo di un Dio che potrebbe innescare la Fine del Mondo. Questo è il Dio:

[...] figura possente. Umanoide all’apparenza, alta più di un paio di metri, dalle lunghe braccia terminanti con aculei affilati, pareva ricoperto da una patina argentea che ne rendeva vividi i dettagli del corpo.
La testa era lunga e affilata, sovrastata da corna ricurve; gli occhi, due sfere grigie, sormontavano narici strette e una bocca incurvata verso il basso.

L’inizio della Fine:

La figura sollevò le braccia, distendendole verso l’esterno. Volute di fumo azzurro si staccarono dall’essere e si librarono verso le tre donne vestite di pelli animali.
Quando le circondarono, quelle rovesciarono la testa all’indietro e iniziarono a essere scosse da un tremito.
[...] in quel modo l’essere si stava accoppiando con loro, impiantando in ciascuna delle tre il proprio seme.
[...]
Dal ventre di quelle donne, sarebbe sorta una nuova stirpe. Diversa da quella umana, simile talora ad essa nell’aspetto o dalle fattezze mostruose, avrebbe reclamato ciò che le era stato rubato e provato a riprenderselo grazie ai poteri di cui sarebbe stata dotata.

Le descrizioni, l’azione, il narrato conclusivo: è tutto molto cheap, film per la TV appunto. Non c’è esaltazione, non si chiude il libro mormorando un “UAU” di sincera meraviglia.
Sotto questo aspetto anche il racconto di Dimitri lascia molto a desiderare: è vero, spremere sense of wonder fuori dall’abusata vicenda dell’idolo maledetto non è impresa semplice, ma negare la maledizione è solo un trucco, e neppure un trucco originale. Cheap trick.
E così via. La mancanza di fantasia in Sanctuary è disheartening.

Si può anche vedere il bicchiere mezzo pieno: alcuni degli autori dimostrano di possedere un minimo di bagaglio tecnico, il che, nell’ambito del Fantasy Italian-style, non è per nulla scontato. Perciò, in teoria, in un futuro indeterminato, qualcuno degli autori presenti potrebbe scrivere sul serio un romanzo fantasy ground-breaking. Forse. In fondo abbiamo solo settant’anni da recuperare.

Non vale la pena spendere 15 euro per Sanctuary. Per chi, come la sottoscritta, ha già pagato, c’è almeno la soddisfazione di sapere che i ricavi andranno in beneficienza.

* * *

note:
 [1] ^ Altieri, in meno di cinque pagine, riesce a infilare: fiction, Fast-forward, Welcome to the brave, new, contaminated world!, ground-breaking, Italian-style, mission impossible, underdog, young adults, dark lady, underworld, punk-rocker from Hell, epic più ovviamente (urban) fantasy e tralasciando parole inglesi considerate ormai di uso comune quali mystery o night-club.


Approfondimenti:

bandiera IT Sanctuary su iBS.it
bandiera IT Sanctuary presso il sito dell’editore
bandiera IT Sanctuary su Wikipedia

bandiera EN Sanctuary, quello originale
bandiera EN Magic, Inc. su Wikipedia

 

Giudizio:

Dimitri, Randall, Tarenzi. +4 -9 Cassini, Clun, Giannone, Redivo, Rizzo, Romagnoli.

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Scritto da GamberettaGamberolinkCommenti (72)Lascia un Commento » Questo articolo in versione stampabile Questo articolo in versione stampabile

Recensioni :: Romanzo :: Wunderkind

Copertina di Wunderkind Titolo originale: Wunderkind. Una Lucida Moneta d’Argento
Autore: G.L. D’Andrea

Anno: 2009
Nazione: Italia
Lingua: Italiano
Editore: Mondadori

Genere: Urban Fantasy, Orrore
Pagine: 390

Prima di cominciare una premessa. Spesso mi sono lamentata di una brutta abitudine: lo scambio di recensioni. Persone amiche tra loro si fanno reciprocamente i complimenti senza spiegare a chi legge che i pareri si basano più sui rapporti personali che non sull’analisi del testo.
Dunque mi pare giusto chiarire che nel caso specifico non sono neutrale: l’autore del romanzo, G.L. D’Andrea (d’ora in poi G.L.), mi sta antipatico. E questa antipatia, a differenza di quanto accaduto con la signora Troisi, non nasce dalla lettura della sua opera. G.L. mi stava sullo stomaco prima che aprissi Wunderkind.

Il signor G.L. mi ha offesa negli scorsi mesi senza alcuna ragione e la faccenda non mi ha fatto piacere.

Perciò, perché leggere e recensire Wunderkind ?
Per una serie di ragioni:

  • Mi era stato chiesto di farlo più volte, fin dall’uscita in libreria.
  • Le recensioni in giro per la Rete sono così entusiastiche che nasce naturale la voglia di verificare quanto siano corrispondenti al vero.
  • Il genere del romanzo, urban fantasy/orrore, rientra tra i miei gusti.
  • G.L. è arrogante. Il che vuol dire che magari scrive in maniera decente. Mi spiego meglio: si presenta una persona e si vanta di essere Gran Maestro di scacchi. Penso che stia raccontando frottole, ma forse non ha inventato di sana pianta, forse ha solo esagerato, può essere che almeno i pezzi li sappia muovere. Così magari G.L. sa scrivere, almeno un pochino.
  • È disponibile gratis!

Ognuno, letta la recensione, potrà stabilire se il mio astio per l’autore ha influenzato o no il giudizio sul romanzo.

H.G. Wells e i libri potenti

Nell’articolo dedicato allo scrivere recensioni, ho ricordato come l’uso indiscriminato di certi aggettivi sia una moda deleteria. Di quanto sia stupido parlare di romanzi “coraggiosi” o “scomodi” o “profondi” o simili. Nel caso di Wunderkind l’aggettivo più usato dalla “critica” – e dall’autore stesso – è stato “potente”.
Wunderkind sarebbe un romanzo potente. Potentissimo. Così potente che se ti cade in testa ti apre il cranio a metà.

Non so cosa voglia dire che un libro è “potente”. A me suona solo come un complimento sgangherato sempre buono e che tra l’altro può essere appiccicato a qualunque romanzo senza neppure leggerlo. Ma proverò a dare una definizione. I fan dell’aggettivo inutile mi interrompano se sbaglio.
Probabilmente un libro “potente” è un libro che crea particolare impressione nel lettore. Un libro tale da far vacillare per il tempo della lettura le pareti della realtà. Un libro che ti cattura in maniera profonda, che non consente una lettura distaccata, che non concede di credere di star solo leggendo un romanzo. O qualcosa del genere. Circa.
Esistono libri di questo tipo? Forse. Ognuno potrà indicare questo o quel titolo, dubito ci si troverà d’accordo. Tranne che in un caso. C’è stato almeno un caso di un romanzo che ha dimostrato in maniera inequivocabile la propria “potenza”: La Guerra dei Mondi di H.G. Wells.

Copertina de La Guerra dei Mondi
Copertina di un’edizione del 1913 de La Guerra dei Mondi. Per una galleria di copertine si può consultare questo sito

La sera del 30 Ottobre 1938, Orson Welles trasmise un programma radiofonico adattamento del romanzo del suo quasi omonimo. In America si scatenò il panico: un numero incalcolabile di persone[1] pensò che i Marziani stessero sul serio invadendo la Terra.
Vero, non fu merito solo di H.G. Wells, una serie di circostanze favorì l’isteria: era alta la tensione alla vigilia della Seconda Guerra Mondiale; molti ascoltatori, per via di un concomitante e più seguito programma musicale, si persero l’inizio del radiodramma e l’annuncio che si trattava solo di un adattamento.
Vero, i giornali dell’epoca ingigantirono la notizia, ed è probabile che la reazione popolare non fu così disperata come certe cronache riportano.
Ma resta il fatto che un romanzo di narrativa fantastica, che racconta una storia improbabile (se non considerata impossibile dai più), è riuscito a farsi realtà per un enorme numero di persone. Come detto non so cosa voglia dire che un romanzo è “potente”, ma, qualunque accezione si scelga, a me questa sembra una scintillante dimostrazione di “potenza”.

A una persona che punta a scrivere romanzi “potenti” penso potrebbe interessare sapere perché La Guerra dei Mondi è tanto “potente”. Come sia riuscito H.G. Wells a creare una minaccia così spaventosa da spingere la gente a fuggire sul serio dalle proprie case.
Mr. Wells c’è riuscito perché è stato verosimile, concreto e specifico:

We feel that in spite of the wildness of Mr. Wells’s story it is in no sort of sense a ‘fake.’ He has not written haphazard, but has imagined, and then followed his imagination with the utmost niceness and sincerity. To this niceness and sincerity Mr. Wells adds an ingenuity and inventiveness in the matter of detail which is beyond praise. Any man can be original if he may be also vague and inexpressive. Mr. Wells when he is most giving wings to his imagination is careful to be concrete and specific. Some sleights of chiaroscuro, some tricks of perspective, some hiding of difficult pieces of drawing with convenient shadows, —these there must be in every picture, but Mr. Wells relies as little as possible on such effects. He is not perpetually telling us that such-and-such things could not be described by mortal pen.

Tratto dalla recensione a La Guerra dei Mondi apparsa sulla rivista inglese The Spectator del 29 Gennaio 1898.

Il primo dato interessante è che parliamo appunto del 1898. Più di cent’anni fa. Il recensore non è una ragazza cresciuta con il cinema e gli anime e dunque ignorante della vera letteratura – quale secondo alcuni sarei io –, eppure, guarda caso, dice le stesse cose che dico io, e che dicono i test con la risonanza magnetica (vedi l’articolo sul fantasy italiano).
Sono il concreto e lo specifico che alterano nella mente del lettore la realtà. È il mostrato che emoziona, non il “non detto”. È nei dettagli che si vede l’inventiva.

Le macchine da guerra dei Marziani sono terribili e mai viste prima. Avanzano veloci come un treno seminando distruzione. I raggi di calore lasciano scie di cadaveri carbonizzati e case in fiamme. Il fumo nero che i mostri diffondono si posa ovunque, soffocando e uccidendo.
Durante l’isteria a seguito della trasmissione radiofonica, più di un ascoltatore si sentì soffocare per colpa dell’inesistente veleno marziano. Questo è il livello di paura, emozione e coinvolgimento quando si riescono a mettere assieme dettagli abbastanza concreti; quando l’autore è tanto abile da costringere il cervello di chi sta leggendo a vivere la storia.

Wells non dice che i marziani sono orribili, o meglio lo dice anche, ma quello che li rende davvero orribili è il mostrarli. Come sottolinea il recensore, è facile essere originali rimanendo nel vago. È facile dire che un qualcosa è orribile, osceno, spaventoso. Ben più “potente” è mostrare che quel qualcosa è davvero orribile, osceno, spaventoso.

Wells indica la strada per scrivere libri “potenti”. La critica approva. La ricerca scientifica conferma. E G.L.? G.L. scrive (l’enfasi è mia):

Paulus si mosse a disagio, osservando un affresco il cui soggetto non era solo volgare, ma addirittura sinistro. La vernice con cui era stato disegnato, di un appariscente rosso scarlatto, doveva essere stata di qualità scadente, perché una miriade di gocce e sbavature si dipanavano dalla figura centrale dando allo spettatore un’idea di malsano sadismo.
E quel capolavoro non era certo l’unico, in rue Félix. Tutte le mura erano ricoperte di graffiti simili. Sembrava quasi che gli ignoti artisti avessero avuto intenzione di usare quella via come luogo oscuro in cui sfogare le pulsioni più buie, quelle che si avrebbe pudore a raccontare persino a uno psicanalista. C’era un che di spettrale in quelle oscenità.
Qualcosa che colpiva nel profondo.
Paulus, da amante dei rebus, non poté fare a meno di notare come quella masnada di follie sembrasse voler celare, e allo stesso tempo ostentare, qualcosa di proibito e segreto. Una sorta di grammatica maligna che sussurrava direttamente all’inconscio. Aveva la pelle d’oca.
[...]
Non notò invece, al contrario di suo fratello, come i graffiti attorno all’entrata si facessero particolarmente fitti e ancora più repellenti.

Questo è il tipico modo di narrare di G.L. Abbiamo un qualcosa di volgare, sinistro, malsanamente sadico, spettrale, osceno, ecc. Sì, ma cosa?
Presente Wells? Lui scriveva romanzi “potenti”, romanzi che sono venduti in ogni angolo del mondo da un secolo, romanzi che spingono le persone a scappare in strada terrorizzate… e lui l’orribile e l’osceno lo mostrava. Non credo che nell’intero romanzo de La Guerra dei Mondi ci siano tutti questi aggettivi “orribili”.
Quello di G.L. è un modo di scrivere fiacco, la brutta copia di una brutta copia di Lovecraft. La potenza, l’emozione, il coinvolgimento sono assenti. Al massimo si sorride pensando all’inettitudine dell’autore.
Inoltre qui c’è un problema di punto di vista: sembra il punto di vista di Paulus, ma non può essere lui perché Paulus è un mezzo deficiente e non potrebbe mai esprimersi in questi termini. Ma su questo tornerò dopo.

Punto di Domanda
Volgare, sinistro, malsano, sadico, spettrale, osceno, proibito, segreto, maligno, repellente…

Una nota riguardo la paura dell’ignoto. Non discuto possa essere “potente”, ma non ho mai sentito di nessuno che sia soffocato d’ignoto. Non ho mai sentito di nessuno che affacciatosi a una finestra abbia visto lampi d’ignoto incendiare il paesaggio. Eppure, anche in questo caso, più d’uno giurò di aver visto con i propri occhi le armi dei Marziani all’opera.
È vero che la paura dell’ignoto è più “potente” della paura del noto quando il noto si rivela essere un mostro di cartapesta, o un attore in un costume di gomma. E infatti qui sta l’abilità dello scrittore: non accontentarsi del vago, ma dissipare le tenebre e mostrare l’orrore. Vero orrore, che non possa essere scambiato per un trucco da baraccone.

* * *

Forse sto esagerando, forse non è giusto confrontare G.L. con Wells, è come chiedere a un ragazzino che ha appena imparato a giocare a scacchi di affrontare Kasparov. Magari è più corretto prendere come termine di paragone qualcuno meno noto ma altrettanto geniale. Per esempio, la nostra amata Licia!!!

Scrive Licia Troisi nelle Cronache:

[Nihal] Non aveva coscienza che di sé. Avanzava sul campo passo dopo passo, abbatteva nemico dopo nemico. Era una mischia infernale. Uomini si gettavano su altri uomini, fammin saltavano al collo dei soldati. Quelle bestie non si limitavano a colpire con le spade e le asce: dilaniavano con i denti, laceravano con gli artigli, infierivano persino su chi era già stato abbattuto. A terra centinaia di corpi: uomini, fammin, gnomi. L’erba era rossa e viscida. Fiotti vermigli cadevano sul campo come pioggia. Ma Nihal pensava solo a combattere, a uccidere, a guadagnare la pianura metro dopo metro insieme agli altri soldati, calpestando i caduti e sporcandosi del loro sangue.

Scrive G.L.:

[Caius] Dello scontro colse brandelli disgregati, immagini di breve durata. L’inizio, ma non la fine. La sua mente, d’un tratto, cessò di collaborare con lui. La sua lucidità arrivò al punto di rottura, non resse e si spezzò.
La battaglia fu un caleidoscopio di ossa spezzate e sangue che sgorgava da corpi già morti. Un paio di volte Caius sentì artigli sibilare a pochi centimetri dal proprio corpo, ma Gus e Buliwyf furono di parola e lo protessero.
Fu un turbine di creature disgustose che lanciavano urla belluine e venivano falciate dal piombo della pistola di Gus. Schianti. Urla. Sangue. Rosso, ma anche nero, tumorale. Non fu questo a farlo svenire.
Era stato Buliwyf il primo a uscire dal mausoleo, stringendo due pugnali dalla lama smisurata. Caius lo aveva sentito ringhiare come una belva feroce e poi lo aveva visto gettarsi nella mischia quasi con voluttà.
Aveva staccato arti e squarciato ventri senza mostrare alcuna pietà. Completamente ricoperto dal sangue dei suoi nemici, Buliwyf aveva seminato il panico fra le schiere delle creature. Le creature con gli artigli, quelle che Gus aveva chiamato “Caghoulard”. Ne aveva falciati a decine con quelle sue lame argentate finché quelli, rendendosi conto della propria palese inferiorità, erano arretrati, terrorizzati.

Giuro che mi viene da piangere. Perché devo commentare per l’ennesima volta porcherie di questo genere?

NON SI SCRIVE IN QUESTA MANIERA! PER LA MISERIA!

Sono nervosa
Sì, leggere Wunderkind mi ha un pochino innervosita

Solo i dilettanti più scarsi, solo gli sprovveduti, solo Licia Troisi può pensare che questo sia un buon modo di raccontare una storia. Il bravo scrittore, anzi, non il bravo scrittore, lo scrittore, se così vuole farsi chiamare, non si rifugia dietro l’indistinto. Non butta là urla, sangue, ossa spezzate come semplici parole. Lo scrittore ti fa vedere la furia dello scontro, non te la racconta.

Domanda retorica di rito. So già che non avrò risposta ma correttezza vuole che la faccia: signor G.L., signori Andrea Cotti e signora Silvia Torrealta (i due editor del romanzo), perché leggendo il passaggio di cui sopra ritenete che sia narrativa degna della pubblicazione? Sono sicura che l’argomento non interessa solo la sottoscritta.

Purtroppo non sono i soli esempi: ci sono interi capitoli raccontati e mancanti i dettagli necessari a una narrazione vivida. Compresi passaggi da brividi, del tipo:

[Gus] Non aveva avuto sentore della trappola se non all’ultimo, quando i chili di carta avevano preso a levare fiamme tanto alte che per lui tutto sembrava giunto al termine. Come avesse fatto a uscire dal bunker senza restare ustionato a morte, non sapeva spiegarlo. Ricordava il calore, però.

Che meraviglia quando si racconta di un personaggio che si salva per miracolo e nessuno sa come! Neppure il Narratore. Gegnale!

È un peccato, perché quando G.L. riesce a mostrare, descrivere, dare nitidezza ai particolari, raggiunge almeno un livello di decenza. Certo, è difficile mantenere sempre la necessaria nitidezza, d’altra parte nessuno ha mai sostenuto che scrivere buona narrativa sia facile.

L’imitazione continua

Lo stile di G.L. assomiglia a quello della Troisi anche sotto un altro aspetto: la gestione del punto di vista. Entrambi adottano il punto di vista alla “come capita”. In G.L. buona parte del libro ha il punto di vista del Narratore Onnisciente. Ogni tanto la telecamera indugia sulla spalla o entra nella testa di un personaggio salvo cambiare punto di vista la scena dopo, o addirittura all’interno della scena stessa. È un guazzabuglio che rende la lettura noiosa. Non si riesce mai a condividere appieno le avventure dei personaggi, perché la narrazione è troppo staccata dagli avvenimenti.

Licia Troisi & G.L. D'Andrea
Licia Troisi e G.L. D’Andrea a una presentazione di Wunderkind: separati alla nascita? L’affinità letteraria è sorprendente

E questo è il grosso problema di usare il punto di vista del Narratore: il lettore ha l’impressione di vedere un tizio che sta raccontando una storia, invece di vedere direttamente la storia stessa.
Perciò ci dev’essere una buona ragione per scegliere di usare il Narratore invece del punto di vista di uno dei personaggi. E le buone ragioni sono solo due:

  • Poter raccontare avvenimenti dei quali non è stato testimone nessun personaggio.
  • Poter commentare gli avvenimenti durante il loro sviluppo.

La prima ragione non regge in un fantasy. In un fantasy è accettato senza problemi un punto di vista poco ortodosso. Se devo descrivere l’eruzione di un vulcano su un’isola deserta posso prendere il punto di vista di un piccione di passaggio e il lettore non farà una piega. Posso prendere il punto di vista del vulcano, ed è probabile che ancora il lettore di fantasy non ci troverà nulla da ridire.

La seconda ragione ha senso solo se parliamo di una commedia o di una parodia o comunque di un romanzo dal tono ironico. Infatti gli unici interventi del Narratore che risulteranno sopportabili saranno quelli divertenti. In caso contrario il Narratore suonerà di una pedanteria e di una pesantezza tali da scoraggiare la lettura.
Per esempio, G.L. scrive:

[Caius] Poiché aveva passato la maggior parte della sua vita fra camici sterili e flaconi di sciroppi, lontano dai coetanei e dai loro struggimenti, più amico di Dickens che dei videogiochi, non era uno stupido né uno svagato.

Quanta tristezza in questo brano, con il Narratore che sente il bisogno di farci la predica sulla superiorità dei libri rispetto ai videogiochi.[2]
Senza contare l’altro errore che scaturisce da questo tipo di narrazione: se Caius pensa di essere più furbo del prossimo perché ha preferito Dickens a Grand Theft Auto non necessariamente è così. Non sarà un problema se si comporterà da stupido: vorrà solo dire che il personaggio aveva una sbagliata percezione di sé. Ma se è il Narratore Onnisciente a dirci che Caius non è stupido e svagato, quando poi il personaggio si comporterà come tale (e capiterà) la coerenza della storia sarà incrinata e con essa la sospensione dell’incredulità del lettore.

Un altro brutto uso del Narratore da parte di G.L. è il mettere in testa ai personaggi pensieri che non suonano come i loro:

Aveva paura. Quella nuova, terribile sensazione aveva piantato gli uncini nella sua carne per la prima volta soltanto quattro giorni prima, e ora sembrava essere diventata la sua fedele compagna.

Ancora Caius, il quattordicenne protagonista, quello che ha preferito Dickens a Final Fantasy. Ebbene, a me suona falso. Non sono i pensieri di un ragazzo, sono i pensieri di uno scribacchino (paura fedele compagna? Ma per piacere! E il brivido lungo la schiena, no?).

Il sangue sgorgava e spruzzava, mentre il Chanyde non si ribellava al suo assalto, inerte. Buliwyf poteva avvertire l’afrore del sangue nelle narici, poteva gustarne il sapore (dolce, oh, quanto dolce!) nella bocca e persino vedere giochi d’ombra tra i fumi di vapore che salivano dalle ferite aperte.

Questa volta sarebbero pensieri di Buliwyf, un licantropo. E ancora, com’è falso! E com’è penoso scoprire che una bestia feroce si esprime anche lei come uno scribacchino (dolce, oh, quanto dolce! Sigh).

Un licantropo
Il feroce Buliwyf?

I personaggi non hanno personalità. Hanno la mente occupata dal Narratore, sono solo marionette di quest’ultimo. È una situazione deprimente.
Lo stesso problema, seppur meno evidente, si riscontra nei dialoghi. Al massimo i dialoghi sono funzionali, non sono mai brillanti. I personaggi hanno la stessa voce, e questo rende gli scambi di battute monotoni. L’unica eccezione è rappresentata da Gus van Zant che ogni tot parole ci infila un bel “cazzo!” e questo lo rende un fiko (che fiko, oh, quanto fiko – quasi gnokko).

C’è poi la pessima trovata di cambiare punto di vista durante lo svolgersi di una scena.
Esempio:

Caius non rifletté, e fu una novità per uno come lui.
Dopo quanto accaduto non se la sentiva di restare in classe per le lunghe ore che lo separavano dal suono della campanella. Gli sembravano un’infinità.
Sentiva il respiro mancargli, quasi fosse preda di un attacco di claustrofobia, tutto vorticava davanti ai suoi occhi e mille pensieri litigavano nella sua testa con il risultato di renderlo ancora più confuso e abbattuto.
Quando sentì di non poterne più agì d’impulso, senza riflettere. In tutta fretta scarabocchiò un permesso di uscita anticipata falsificando alla meglio la firma di sua madre, e la porse all’insegnante.
Lo fece senza arrossire né tentennare.

Strano, pensò la signorina Torrance mentre controfirmava il permesso: il nome di Caius sul registro stava sbiadendo. Lo pensò e lo dimenticò quasi subito.
Quindi, senza un commento, gli fece cenno di andare e lasciò che la noia della lezione tornasse ad avere la meglio sulla sua coscienza appannata.

Tornato al posto, Caius infilò alla rinfusa libri e quaderni nello zaino senza badare che le pagine non si rovinassero o che le copertine non si piegassero.
Anche questa era una novità: di solito Caius era un ragazzino molto ordinato, quasi meticoloso.
Poi, mentre uno dei suoi compagni ripeteva con gran fatica il futuro anteriore del verbo “sanguinare”, Caius uscì dalla classe borbottando un saluto.

In rosso il punto di vista di Caius, in verde quello della signorina Torrance.

La scena parte con il punto di vista di Caius, si sposta per poche righe a quello dell’insegnante, torna a Caius. Perché è una pessima trovata? Perché il cambiamento è traumatico. Il lettore si sta “adagiando” nella testa di Caius, quando viene all’improvviso sbalzato in quella della Torrance, per poi tornare indietro. Il brusco movimento di telecamera impedisce una completa immersione. Questo stile costringe il lettore ad aver sempre presente che sta solo leggendo una storia, perché non c’è niente di verosimile nel poter saltellare dalla mente di un personaggio a quella di un altro (personaggi telepatici esclusi).
Tra l’altro neanche le parti di solo Caius sono salde: “Anche questa era una novità: di solito Caius era un ragazzino molto ordinato, quasi meticoloso.”, è un’intrusione del Narratore.
Ma qualcuno potrebbe domandarsi se il fastidio non abbia un compenso: quale vantaggio si guadagna a entrare nella testa della signorina Torrance? NESSUNO. Tale personaggio non comparirà mai più nella storia, e il fatto che il nome di Caius stia sbiadendo non ha la ben che minima conseguenza.
Dunque, un (piccolo) fastidio in cambio di poche righe d’informazioni inutili.
E questo è appunto un esempio. Questi cambi di punto di vista, questa incapacità di maneggiare la telecamera si riscontra dalla prima all’ultima pagina.

La storia

Facciamo un passo indietro e vediamo qual è la trama di Wunderkind. Niente di che: c’è questo tale Caius, un ragazzino, che in realtà non è un semplice ragazzino ma un Wunderkind, che non è mai spiegato bene cosa implichi ma all’atto pratico vuol dire che è in grado di eseguire gli incantesimi di nono livello di Dungeons & Dragons.[3] Il cattivo, Herr Spiegelmann, cerca di mettere le mani sul Wunderkind per i suoi oscuri scopi, la compagnia dei buoni farà di tutto per impedirlo. Fine. Tutto qua, sofisticazione zero, banalità finché se ne vuole.
I buoni sono i soliti: il pistolero tatuato fiko (maledettamente fiko, cazzo!), il licantropo che tiene a bada la sua parte bestiale quando è con gli amici, il vecchio mago versione barbona di Gandalf e infine Rogue degli X-Men, qui con un altro nome per motivi di copyright.

Il Barbuto
Il personaggio del Barbone Barbuto somiglia a Gandalf in versione clochard

La storia non presenta la minima ambiguità morale: i buoni sono da una parte, i cattivi dall’altra. In nessun momento, mai, si ha l’impressione che i ruoli si possano invertire. Da questo punto di vista persino il Ghirardi con quella cosa del Boscoquieto avrebbe da insegnare a G.L., dato che in Boscoquieto sia i buoni sia i cattivi compiono scelte non ovvie. In Wunderkind si segue il copione senza sgarrare: lawful good contro chaotic evil e guai a chi canta fuori dal coro.

La vicenda è piena di buchi. Con il senno del poi, in Wunderkind 2 o Wunderkind 3 – ché questo è solo il primo volume di una progettata trilogia – sono sicura G.L. riuscirà a inventarsi qualche retroscusa più o meno probabile per giustificare la massa di avvenimenti incoerenti. Peccato che io stia leggendo adesso, questo libro, e la mia delusione e il mio fastidio siano ora.
Per esempio, partiamo con un avvenimento chiave che in teoria dovrebbe essere uno spoiler, ma dato che capita a pagina 3 o giù di lì lo possono leggere tutti: perché Spiegelmann non rapisce Caius appunto a pagina 3 quando i due si incontrano? Mistero. Enigma. Significato nascosto. Pessima narrativa.

mostra un altro esempio ▼

La magia, sebbene si basi su principi interessanti, è usata come nel più becero fantasy. I limiti non sono mai definiti, e questo toglie una bella fetta d’interesse. Più volte mi sono chiesta: perché il personaggio tale non usa una magia? E perché non lo fa non si sa. Ogni tanto si può, ogni tanto no. Senza ragione.

mostra esempi di magia becera ▼

Il finale è cretino. Finale per modo di dire, dato che molte sottotrame e interrogativi rimangono in sospeso.

mostra le stupidaggini nel finale ▼

Pescando nel sacco nero

Come visto, Wunderkind è pieno di difetti. Non è un bel romanzo, tuttavia non vorrei dare l’impressione che sia un romanzo orribile. Non è Gli Eroi del Crepuscolo o la roba che scrive la Troisi. Siamo un po’ più su lungo il pozzo del fantasy, peccato che la luce della decenza sia ancora solo una macchiolina distante.

Volendo tirare su il sacco nero di Wunderkind dal pozzo, e volendosi sporcare le mani a frugare all’interno, qualcosa di buono si trova.

La magia, qui chiamata Permuta, è basata sull’uso dei ricordi. Il mago, chiamato Cambiavalute, rinuncia a un suo ricordo per piegare alla sua volontà le leggi fisiche. E più è importante il ricordo che decide di sacrificare più potente è l’incantesimo. Non è male come idea, purtroppo è gestita male.
Con una simile regola di fondo, almeno i maghi più potenti dovrebbero essere ridotti come il protagonista di Soldato nella Nebbia di Wolfe o il protagonista del film Memento, ma non è così. Il Barbone Barbuto pare avere un’ottima memoria. E anche quando van Zant compie gli incantesimi più potenti non pare che dopo abbia perso molto.
C’è la buona idea, non ci sono le dovute conseguenze (oltre ai già rilevati problemi nell’utilizzo della magia stessa).

C’è un tentativo di creare un’ambientazione inconsueta. Il Dent de Nuit, il quartiere di Parigi che non è segnato su nessuna mappa, ha degli sprazzi di bizzarria e originalità. Ci sono cadute di stile (che c’entrano i licantropi? Be’, almeno non ci sono i vampiri…), ma nel complesso è un’ambientazione migliore di tante altre - in ambito fantasy italiano. Non ci sono elfi, è un motivo per festeggiare.

Coniglietto alato
Bizzarria e originalità. No, non ci sono coniglietti alati in Wunderkind: un’occasione sprecata

Come accennato, quando G.L. esce dal tunnel degli aggettivi, quando invece di dire che una cosa è orribile, sacrilega, oscena, spaventosa, ecc. dice cos’è, se la cava in maniera passabile. Il Calibano, la morte del Cid, l’esercito di mani e altre scene qui e là sono intorno alla linea della decenza. Peccato che tutto il romanzo dovrebbe essere almeno su quel livello.

Quando il Narratore se ne sta zitto, la scrittura è scorrevole, sebbene sia tutt’altro che pulita.

Non fidatevi di me!

Per carità! G.L. l’ha spiegato: io mi macero nel rancore, sono un vampiro che si nutre delle energie vitali dei poveri scrittori italiani… ehi, G.L., non è che dandomi del vampiro volevi dire che sono una gnokka? Non essere timido, iscriviti pure al Fan Club. Finora tra i miei fan non avevo ancora accolto un diversamente abile, ma per tua fortuna sono una persona democratica che non discrimina nessuno.

Sto divagando, dicevo: non fidatevi di me! Fidatevi dell’opinione dei colleghi scrittori di G.L., in fondo se sono scrittori un motivo ci sarà, o no? O fidatevi di quelli che scrivono sui giornali, che vengono pagati per scrivere, e dunque sono più preparati e onesti.

Icona di un lecchino “Wunderkind è il primo volume d’una trilogia fantasy destinata a cambiare per sempre il volto del genere in Italia. [...] D’Andrea è un narratore di razza, dalla penna feroce, dalla metafora desueta e mai banale e soprattutto dotato di un’innata classe.” Eri partito bene, ma non è sufficiente, il Bonus Lecchino è solo sfiorato.
Icona di un lecchino “Wunderkind [...] Non voglio definirlo, anche perchè starebbe stretto nell’urban fantasy quanto nell’horror. E’ una visione dannata. E’ follia. E’ potenza. E’ orrore. [...] E’ un grande libro, un libro nuovo di forza fin qui mai vista.” Congratulazioni! Bonus Lecchino aggiudicato! Ancora pochi XP e sali di livello!
Icona di un lecchino “Come giustamente riportato nel risvolto di copertina questo romanzo ricorda molto da vicino il miglior Gaiman e il più inquietante dei romanzi di Barker.” Inquietante come Barker! Vicino al miglior Gaiman! Uhm, solo vicino al miglior Gaiman? Mi spiace, niente Bonus Lecchino.
Icona di un lecchino “Una scrittura agile e al contempo fortemente evocativa [...] sostiene perfettamente questa sorta di oscuro romanzo di formazione, a ben guardare denso, come la migliore narrativa di genere contemporanea, di forti riferimenti alla situazione socio-politica attuale.” No, no, troppo poco entusiasmo! Il Bonus Lecchino te lo scordi, anche se sei riuscito a infilarci la situazione socio-politica attuale.

Erano, dall’alto in basso: gli scrittori Simone Sarasso e Lara Manni, la redazione di FantasyMagazine e infine Mauro Trotta per Il Manifesto.
È sconfortante. E questi sono solo alcuni passaggi, il resto segue le stesse impronte. Wunderkind può piacere, non lo metto in dubbio – in fondo pure la Troisi piace –, ma è possibile che non venga rilevato alcun difetto? Niente, è tutto perfettissimo, potentissimo, fantasticissimo, mai visto prima, eccezionale, ultramegasuper, G.L. sei un genio! Che schifo.

Copertina de Il Manuale del Leccaculo
Non rimanete dei dilettanti! Imparate la nobile arte di compiacere con Il Manuale del Leccaculo di Richard Stengel

Non comprate Wunderkind, non vale 17 euro. Se siete curiosi scaricatelo, come da Segnalazione.

* * *

note:
 [1] Richard J. Hand nel libro Terror on the Air!: Horror Radio in America, 1931-1952 stima che il programma di Orson Wells fu seguito da 6 milioni di ascoltatori; 1,7 milioni non capirono che si trattava solo di fantascienza e 1,2 milioni furono terrorizzati. Secondo Robert E. Bartholomew gli spaventati furono “centinaia di migliaia”.

 [2] Questo è un mito: ci sono i buoni libri e i buoni videogiochi, i brutti libri e i brutti videogiochi. Di per sé non vedo alcuna intrinseca superiorità del libro. E devo dire che i videogiochi sono spesso più curati dei romanzi – dei fantasy italiani di sicuro.

 [3] In particolare Implosion incantesimo di nono livello per chierici. Ma gli esperti di D&D mi correggano pure.

 [4] Questo mi ricorda il punto numero 48 della Evil Overlord List:

I will treat any beast which I control through magic or technology with respect and kindness. Thus if the control is ever broken, it will not immediately come after me for revenge.

E in generale il piano “diabolico” di Spiegelmann ha il problema evidenziato al numero 85:

I will not use any plan in which the final step is horribly complicated, e.g. “Align the 12 Stones of Power on the sacred altar then activate the medallion at the moment of total eclipse.” Instead it will be more along the lines of “Push the button.”

Nota per gli aspiranti scrittori e presunti tali: fate leggere al vostro Cattivo la Evil Overlord List. Grazie.


Approfondimenti:

bandiera IT Wunderkind su iBS.it
bandiera IT Il sito ufficiale di Wunderkind
bandiera IT Il blog di G.L. D’Andrea

bandiera IT La recensione di Simone Sarasso
bandiera IT La “recensione” di Lara Manni
bandiera IT La recensione di Mauro Trotta
bandiera IT La notizia/leccata di FantasyMagazine

bandiera EN The War of the Worlds leggibile online presso il Progetto Gutenberg
bandiera EN La recensione completa dello Spectator (PDF)
bandiera IT H.G. Wells su Wikipedia

 

Giudizio:

L’idea alla base del sistema magico era buona. +1 -1 Personaggi blandi, tutti con gli stessi pensieri e la stessa voce.
C’è il tentativo di creare un’ambientazione originale. +1 -1 La trama è evanescente e con un sacco di problemi.
Alcune scene sono fantasiose e scritte in maniera decente. +1 -1 Il finale è pieno di stupidaggini.
-1 Lo stile è costellato da piccoli e grandi errori, la lettura risulta faticosa.
-1 In particolare il punto di vista è gestito malissimo.
-1 Il romanzo non spaventa né emoziona altrimenti.

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Cuore d’Acciaio

Segnalazione che si merita di stare fuori dal ghetto, perché parliamo di uno dei miei romanzi fantasy preferiti: Cuore d’Acciaio di Michael Swanwick (The Iron Dragon’s Daughter, 1993). Su emule occorre cercare:

Bluebook.0793.ITA.Swanwick.Michael.Cuore.D’Acciaio.rar (2.172.512 bytes)

Copertina di Cuore d’Acciaio
Copertina di Cuore d’Acciaio

Prima di parlare del romanzo, una considerazione generale. Cuore d’Acciaio è introvabile. Non si trova più nelle librerie e anche quelle librerie online che lo danno per disponibile in realtà non riescono a procurarlo (ho conosciuto chi ha aspettato settimane perché iBS gliene spedisse una copia, senza mai riceverla). Al momento attuale non c’è alcuna offerta su eBay e anche nelle varie biblioteche non è così semplice recuperarlo.
E stiamo parlando di una singola copia. Se da un giorno all’altro mille persone decidessero di leggerlo, non ci sarebbe alcuna speranza per tutte loro di riuscire nell’impresa.
Questa è un’altra stortura dell’attuale regime riguardo il diritto d’autore. Su Cuore d’Acciaio in Italia non ci guadagna più nessuno, né Swanwick, né la casa editrice, né i lettori. Eppure un sacco di gente pensa che sia giusto così. Be’, non importa quello che dicono le normative e le leggi (letteralmente comprate ad hoc, non certo nate per difendere gli interessi della collettività), non è giusto.
Una semplice soluzione: vendere a poco prezzo l’edizione elettronica dei romanzi fuori catalogo. Diciamo 2 euro (1 per la casa editrice, 1 per l’autore). La casa editrice non deve spendere praticamente niente (il romanzo in formato elettronico l’ha già, quasi sicuramente ha già l’infrastruttura commerciale, dato che vende i libri di carta, il consumo di banda per trasferire il libro ai clienti è insignificante), e i lettori potrebbero usufruire a prezzo minimo di tante opere che per una ragione o per l’altra non hanno intercettato all’uscita nelle librerie.
Non lo fa nessuno. Quei pochi, tipo Mondadori, che vendono ebook li vendono a prezzi esorbitanti, hanno un catalogo minuscolo e, ciliegina sulla torta, i libri sono in un formato elettronico legalmente usabile solo con software Microsoft.

Non è un problema solo di Swanwick o dell’Italia. Il professor James Boyle nel suo saggio The Public Domain calcola che ben l’85% di tutta la produzione artistica del mondo faccia questa fine: non viene diffusa perché questo violerebbe le leggi sul diritto d’autore e d’altra parte non esiste più nessuno che la venda o che ci guadagni sull’eventuale vendita. Lui la chiama arte orfana. Una bella vittoria del copyright! Il rendere inaccessibile l’85% delle opere che si vorrebbero “difendere”.

Perciò un sentito ringraziamento allo staff dei Bluebook (e a Matteo in particolare, che so ha penato per trovare una copia del romanzo) per aver dato nuovi genitori adottivi a Cuore d’Acciaio!

* * *

La trama del romanzo:

Jane, una ragazzina umana, è rapita dagli Elfi per lavorare nella fabbrica dei draghi a vapore. Le condizioni di vita sono atroci, e la nostra eroina pare destinata a un’esistenza brutale e senza speranza; finché non trova il manuale di uno dei draghi. Pian piano comincia a rendersi conto che una possibilità di fuga esiste…

Cuore d’Acciaio è considerato un antesignano del New Weird. È probabilmente il primo romanzo che rientri nel New Weird così come definito da Vandermeer. Per saperne di più, potete leggere la recensione di The Dragons of Babel, il secondo romanzo di Swanwick ambientato nel mondo di Cuore d’Acciaio.

Cuore d’Acciaio mi piace tantissimo!!! L’ambientazione è eccezionale, bizzarra, complessa, piena di trovate geniali; il rapporto tra Jane e il Drago biomeccanico non ha niente della “mielosità” idiota che si vede in certi fantasy (Troisi o Paolini, per dirne un paio), il Drago mantiene sempre la sua aura di malvagità e di dignità di macchina da guerra costruita per sterminare i nemici. Le avventure di Drago e ragazza sono divertenti e fantasiose; e persino gli Elfi sono tollerabili, essendo molto più ispirati alle creature del Piccolo Popolo che non ai debosciati tolkeniani.

Mi fermo qui perché questa è pur sempre solo una segnalazione e non una recensione. Magari la recensione la scriverò fra un po’, dopo aver riletto il romanzo; a occhio ci sono almeno 5-6 gamberetti freschi – e questo nonostante Cuore d’Acciaio non sia esente da difetti, quali ad esempio un finale ambiguo e sottotono.

Ultima noticina: per chi volesse su emule si può trovare anche il romanzo in lingua originale, in HTML o PDF, basta cercare il titolo - The Iron Dragon’s Daughter.

Copertina di The Iron Dragon's Daughter
Copertina dell’edizione Gollancz di The Iron Dragon’s Daughter

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Recensioni :: Romanzo :: The Year of Our War

Copertina di The Year of Our War Titolo originale: The Year of Our War
Autore: Steph Swainston

Anno: 2004
Nazione: Inghilterra
Lingua: Inglese
Editore: Gollancz

Genere: Fantasy non troppo weird
Pagine: 304

Le Fourlands, mirabilmente create da Dio perché avessero una topografia adatta a una pagina formato A5, vivono in pace e armonia, salvo qualche occasionale scaramuccia tra i vari regni che le compongono. Finché, un brutto giorno, non compaiono gli Insetti. Gli Insetti sono grandi come dei pony, assomigliano a un incrocio tra una formica e uno scarafaggio, e possiedono la ferocia di un furetto piranha. Ondate dopo ondate di Insetti invadono le Fourlands, non lasciando niente di vivo sulla loro strada.
Ad aggravare la situazione giunge la decisione di Dio di andarsene in vacanza, non prima però di aver nominato un Imperatore immortale che dovrà unire le genti delle Fourlands e guidarle contro gli Insetti. Per facilitarlo nel compito, Dio concede all’Imperatore la facoltà di rendere a sua volta immortale chi sia meritevole.
Così nasce un Circolo degli Immortali e con il suo aiuto l’orda degli Insetti è arginata.

Duemila anni dopo la guerra è ancora in corso. A prezzo di continue e sanguinose battaglie gli Insetti sono tenuti a bada, confinati nell’estremo settentrionale delle Fourlands. Però qualcosa si sta incrinando. Il Circolo degli Immortali non è più la guida che era un tempo: gli Immortali più vecchi cominciano a sentire il peso dei secoli e le nuove reclute non paiono all’altezza di sostituirli.
Protagonista del romanzo e voce narrante è Jant Shira, con i suoi 200 anni uno degli Immortali più “giovani”. Jant Shira è vigliacco, egoista, traditore e bugiardo. Ha un passato di assassino e spacciatore, e da decenni è dipendente dalla stessa droga che vendeva, un potente allucinogeno chiamato cat. Jant Shira, nel corso della vicenda, si rivelerà tra i personaggi più positivi.

Ambientazione

L’ambientazione è medievaleggiante, ma qui e là irrompono lampi di moderno. Così tra Re, castelli e arcieri si scopre che quando non sono in armatura gli Immortali non disdegnano jeans e maglietta; masticano chewing-gum e prendono il tram, tengono conferenze stampa e per distrarsi leggono un tascabile. È probabile che alcuni di questi particolari siano stati inseriti per puro gusto del bizzarro, tuttavia l’ambientazione rimane coerente. Non ho notato nessun dettaglio stonato, tranne forse uno che illustrerò in seguito.
Nelle Fourlands non ci sono elfi e nani o draghi, abbiamo solo razze umanoidi: umani veri e propri; Awian, umani dotati di ali, ma non in grado di volare; e infine i ritrosi Rhydanne, con corpo umanoide e agilità felina. Jant Shira è di padre Awian e madre Rhydanne: la rara combinazione gli ha donato due ali funzionanti e la possibilità, lui solo, di volare. Per questo è stato reso Immortale, nonostante il brutto carattere.
Infatti l’idea dietro gli Immortali è quella di tener sempre in vita quelle persone che nelle scienze o nell’arte della guerra si dimostrino particolarmente capaci. Così un Napoleone o un Galileo verrebbero resi immortali per sfruttarne in eterno il genio.
Il Circolo degli Immortali è qualcosa in bilico fra gli antichi dei greci, un gruppo di supereroi (non a caso la gente ha affibbiato ai vari Immortali dei nomignoli da fumetto: Jant Shira è “Comet”) e il consiglio dei Cavalieri Jedi. Sennonché, come già accennato, ormai è rimasto ben poco di eroico nel loro agire.

Mappa delle Fourlands
Mappa delle Fourlands

Già così sarebbe una buona ambientazione, per originalità e livello di dettaglio superiore alla media, ma le Fourlands sono solo la metà del mondo. Esiste infatti un’altra dimensione, chiamata Shift, che Jant Shira riesce a raggiungere quando si imbottisce di cat. Lo Shift è dove la Swainston si scatena, dimostrando una fantasia degna di Swanwick e Miéville. Lo Shift è abitato da ogni sorta di mostro e strana creatura, è una galleria di visioni orribili, fantasmagoriche e surreali. E, come si scoprirà presto, non è la semplice allucinazione di un tossico.
Qui ho trovato l’unico particolare stonato che dicevo: Jant Shira incontra delle creature armate di moschetto e riconosce le armi, tuttavia non cerca mai di riportare nelle Fourlands la formula della polvere da sparo. Cannoni e fucili aiuterebbero parecchio nella guerra contro gli Insetti.

Purtroppo le pagine dedicate allo Shift non sono moltissime, ed è un vero peccato. È probabilmente una scelta voluta, almeno a sentire questa intervista della Swainston:

That’s why it is important not to be too weird in fiction. If you subvert archetypes too much, or give archetypes a cameo role rather than making them the root, the reader will feel disappointed even though he may not know why.

Sigh! Non sono d’accordo! Non si può mai essere troppo weird!

Ogni volta che l’effetto del cat si attenua e Jant è strappato via dallo Shift, be’, anch’io ho provato un pizzico di malinconia e dolore. Se la Swainston ha fatto apposta proprio per suscitare questo tipo di reazione, devo ammettere che è stata bravissima. Rimane però il rimpianto che la parte più immaginifica dell’ambientazione non venga esplorata in profondità.

Dove il romanzo forse poteva essere più fantasioso è con gli Insetti. Così come sono presentati sono gli stessi Insetti già visti in una marea di romanzi, film e videogiochi. Da Il Gioco di Ender fino al film di Fanteria dello Spazio. Però anche qui c’è una goccia di originalità: gli Insetti sono molto “fantascientifici”, con un comportamento alieno ma razionale, non seguono i tipici cliché dei mostri fantasy, cattivi perché sì, incarnazione del Male, fuoriusciti dagli Inferi, ecc.

Il nostro eroe

Il romanzo è narrato in prima persona da Jant. Non ci saranno altri punti di vista, e Jant è l’unico personaggio approfondito. Gli altri rimangono sullo sfondo e il comportamento di alcuni (come quello di Swallow) sembra più dettato da doveri di trama che non da motivazioni del personaggio.
D’altra parte Jant è un egoista che mette al primo posto il mantenimento dei propri privilegi. Si interessa al prossimo solo finché non è faticoso o pericoloso, dunque sarebbe stato inverosimile se avesse indagato più di tanto la personalità di chi gli sta intorno.
Io ho una predilezione per i personaggi amorali e ho subito provato simpatia per Jant, nonostante, a volerlo valutare in maniera oggettiva, sia una persona spregevole. Con Jant funziona al contrario di come si è abituati: se Superman commette un omicidio, all’istante sono dimenticati i suoi meriti e subito sembra “cattivo”; con Jant si diviene così assuefatti al concetto che sia falso, menefreghista e pusillanime che quando invece compie un’azione coraggiosa o giusta i suoi peccati passati paiono sbiadire.

Jant Shira
Jant Shira disegnato da Steph Swainston

L’autrice è abile nel trasmettere le ansie e le paure del nostro “eroe”. Spesso i guai che gli capitano se li è andati a cercare, ma è difficile non provare empatia per lui. I saltuari sprazzi ironici poi sono deliziosi.
Con i dovuti distinguo, Jant Shira assomiglia un pochino al protagonista de Il Lercio di Irvine Welsh.

L’intreccio

Sullo sfondo della guerra, la Swainston inserisce quattro vicende che si vanno a incastrare tra loro: il tentativo della più talentuosa musicista del mondo di farsi ammettere tra gli Immortali; l’assedio degli Insetti a una fortezza baluardo degli uomini; la pazzia del Re di Rachiswater; e infine una lite tra due Immortali che da baruffa in famiglia diventa affare di stato. La faccenda funziona così così: si ha troppo l’impressione che le varie sottotrame siano scollate e non giova che due di queste si concludano con Shira lontano e dunque senza mostrare al lettore quello che è effettivamente successo. Nondimeno di per sé le sottotrame non sono male, con un ottimo miscuglio di violenza, sotterfugio, intrigo, avventura e anche un po’ di romanticismo (sebbene il romanticismo per Shira sia: “It’s never been ‘love them and leave them’ so much as ‘fuck them and flee’.”)
La guerra è condotta bene: l’avanzare inesorabile degli Insetti è ben intrecciato con lo sfaldarsi del Circolo degli Immortali; la rivelazione sull’origine degli invasori è preparata con il giusto anticipo e non suona artefatta.
Purtroppo il romanzo si interrompe sul più bello, con le sorti del conflitto in bilico. Infatti la Swainston ha scritto un seguito. Poi un terzo volume. Poi un quarto (già consegnato all’editore, dovrebbe uscire quest’inverno). E adesso sta scrivendo il quinto volume della serie. Devo essere sincera: ho paura che vada avanti solo perché ci ha guadagnato con i romanzi precedenti. 100-200 pagine al massimo in più avrebbero potuto chiudere degnamente la storia, non ho idea come la si possa stiracchiare per (almeno) altri quattro romanzi.
Comunque il secondo romanzo penso prima o poi di leggerlo, perciò ritornerò in futuro su questo punto.

Copertina di No Present Like Time
Copertina di No Present Like Time, seguito di The Year of Our War

Stile

Nella già citata intervista la Swainston dichiara che:

I love quality the most; beautiful writing excites me more than anything else. [...] To me, literature is the highest art form and I’ve been shocked to find how few genre writers agree.

Per fortuna è uno dei rari casi di persona che predica male ma razzola bene. O forse ha avuto un bravo editor. Sta di fatto che in questo romanzo lo stile, pur non eccelso, è ugualmente funzionale. Di derive verso la literary fiction non ce ne sono (a parte forse un’eccessiva aggettivazione e la scelta di qualche termine troppo ricercato) e viceversa sono rispettate quasi alla lettera tre delle regole fondamentali: sempre mostrare le scene, non raccontarle; niente inforigurgito; mantenere saldo il punto di vista.
Alcune pagine, quelle in cui si sente di più che il mondo è filtrato dagli occhi di Jant, sono riuscitissime. In altre occasioni invece pare che Jant descriva con troppo distacco. Di questo soffrono le scene di battaglia: è difficile emozionarsi, perché si sa in partenza che se la faccenda dovesse mettersi al peggio Jant scapperà via volando. Come tecnica narrativa e particolari militari sono scene ben scritte, peccato che il punto di vista non possa essere dei migliori.

La narrazione è lineare, con tre soli flashback a illuminare tre momenti salienti della giovinezza di Jant. I tre flashback li ho trovati superflui. Il primo capita in momento di stanca del romanzo e non aiuta a riprendere il filo, il terzo mi è parso inutilmente pruriginoso.
Il ritmo è veloce. Gli eventi si susseguono rapidi e Jant ha sempre qualcosa da fare, che sia salvare il mondo o procurarsi la prossima dose di cat.

Nel complesso lo stile della Swainston è decente. Penso possa migliorare ma già così dimostra di aver ben chiaro come si tiene avvinto un lettore.

Conclusioni

Il romanzo mi è piaciuto. Molto. Avevo scelto di leggerlo perché è spesso classificato come new weird (anche la pagina di Wikipedia lo designa in tale sottogenere) e da questo punto di vista sono rimasta un pochino delusa: l’elemento weird è sì presente ma non è al centro dell’attenzione; in compenso ho trovato una bella storia di guerra e avventura in un’ambientazione notevole narrata da un personaggio inconsueto e carismatico.
Per questo lo consiglio a tutti: credo possa piacere a qualunque appassionato di fantasy. C’è l’elemento epico, con la guerra per salvare il mondo; c’è una costruzione del mondo piena di fantasia e una dose “umana” di bizzarro; c’è un personaggio in cui forse è difficile immedesimarsi ma che non si dimentica facilmente.
Non c’è, tanto per cambiare, una traduzione in Italiano. In Inglese si può scaricare il romanzo da emule, oppure si può acquistare il cartaceo nei vari negozi online (amazon.com e amazon.co.uk lo vendono nuovo intorno ai 7 euro). Il lessico non è contorto come in Swanwick ma non è neanche elementare, dunque è richiesta una conoscenza decente dell’Inglese.
Il consiglio è il solito: leggete o almeno assaggiate il romanzo dopo averlo scaricato gratis via P2P, e poi, solo poi, se ritenete valga la pena, pagate.

Devo aggiungere una nota di mestizia: è vero che anche per il mercato anglosassone The Year of Our War è un prodotto sopra la media; è vero che lo stile della Swainston non è il massimo (è, dopotutto, il suo primo romanzo), e ci sono autori italiani tecnicamente più abili, rimane la constatazione che nessun romanzo pubblicato da noi avvicina questo livello di costruzione fantastica. Lo so che suono sempre disfattista, ma è la verità: dal punto di vista dell’immaginazione, dell’imbrigliare in una struttura coerente la fantasia, romanzi come questo della Swainston sono tre spanne sopra la produzione italiana (facendo riferimento ai più bravi, rispetto alla media c’è un abisso).

Grumo cosplayer
The Year of Our War è piaciuto molto anche al Coniglietto Grumo. Qui in versione cosplayer, addobbato da Jant Shira (nota: la foto ha solo valore indicativo e in effetti non rappresenta il Coniglietto Grumo)


Approfondimenti:

bandiera EN The Year of Our War su Amazon.com
bandiera EN The Year of Our War su Amazon.co.uk
bandiera EN Le prime 70 pagine del romanzo leggibili online al sito HarperCollins
bandiera EN La recensione di John Clute
bandiera EN Il sito di Steph Swainston

 

Giudizio:

Bella storia… +1 -1 …peccato non finisca.
Ottimo ritmo, il punto di vista è gestito molto bene. +1 -1 Lessico inutilmente ricercato, flashback inopportuni.
Lo Shift. +1
Jant Shira. +1

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Il Punto sul Fantasy Italiano

Non ho mai scritto articoli che trattassero in generale del fantasy italiano; questo sarà il primo e l’ultimo. Lascerò da parte le ovvietà – scarsa qualità media, editori che se ne infischiano della decenza, editor in giro per funghi invece di lavorare, critica assente – e mi concentrerò su un dettaglio molto più importante di quanto non sembri: l’avvilente mancanza di salamandre giganti.
No, non sono ubriaca, grazie per l’interessamento. chikas_pink51.gif

* * *

Nell’ambito della narrativa, il concreto è sempre più efficace dell’astratto, il dettaglio si rivela più significativo dell’insieme. È la regola generale dalla quale deriva il principio del “mostrare, non raccontare” o “show, don’t tell” per dirla all’inglese che è sempre cool. E nel rispetto di tale principio, ecco un esempio!

[1] Silvia non è un bravo genitore.

Anche assumendo che il lettore sappia chi sia Silvia, e magari ne abbia una descrizione fisica, questa frase rimane astratta. Il “non essere bravi” non è tangibile, è un etereo giudizio morale. Al lettore non è comunicata alcuna immagine: è il classico raccontare, dove invece si dovrebbe mostrare.

[2] Silvia picchia la figlia per futili motivi.

Un passo avanti: Silvia non è più “cattiva” perché lo sostiene il Narratore, ma perché picchia la figlia anche quando non ce ne sarebbe bisogno. Tuttavia siamo ancora al raccontare: “i futili motivi” quali sono? E poi la picchia sempre ? Non credo. Dove e quando la picchia? Come la picchia?
Nella frase ci sono solo le premesse del mostrare.

[3] Appena tornata a casa, Silvia scoprì la figlia intenta a leggere un libro sconveniente. Senza pensarci due volte le impartì una crudele punizione.

Qui si è varcato il confine tra il raccontare e il mostrare. Adesso non sto più dicendo che Silvia è “cattiva”, sto mostrando che lo è (punisce la figlia in modo crudele solo perché legge un libro). È buona narrativa? No. La situazione manca di consistenza, è ancora troppo generica, sembra un videogioco senza texture. Lo si capisce perché molto – troppo – in questa scena dipende dagli aggettivi. A seconda di come il lettore interpreta sconveniente e crudele, si hanno situazioni molto diverse. La storia potrebbe essere ambientata ai giorni nostri o nel Medioevo, la crudele punizione potrebbero essere frustate o togliere alla figlia il collegamento a Internet.
Se si tramutano gli aggettivi in cose, oggetti o azioni concrete, subito la scena migliora:

[4] Appena tornata a casa, Silvia scoprì la figlia intenta a leggere le Cronache del Mondo Emerso. Senza pensarci due volte l’afferrò per i capelli, la trascinò in cucina, le ficcò la testa nel lavello pieno di piatti sporchi e aprì il rubinetto dell’acqua calda. Girò la manopola fino in fondo.

Meglio. I particolari permettono d’inquadrare la scena e persino io posso considerare esagerato ustionare la faccia di qualcuno perché sta leggendo la Troisi; dunque è mostrato che Silvia si accanisce sulla figlia per futili motivi. Non siamo ancora a un livello di decenza, la scena è ancora solo abbozzata, ma siamo sulla giusta strada.

L’obiettivo è di continuare ad aggiungere texture sempre più dettagliate, di trasformare sempre più l’astratto in concreto.
Prendiamo lo “scoprì”: può essere una buona scelta dal punto di vista linguistico – alcuni potrebbero preferire “colse”, altri un più colloquiale “beccò”, non cambia molto – ma dal punto di vista della narrativa è fiacco. “scoprì” non è abbastanza preciso, trasmette immagini sfocate. Avrei dovuto invece mostrare Silvia che, senza bussare, spalanca la porta della camera della figlia e intravede la copertina delle Cronache mentre la ragazzina tenta di nascondere il volume in mezzo ai libri di scuola.
Secondo esempio: i “piatti sporchi”. I “piatti sporchi” comunicano l’idea che Silvia non si curi delle condizioni in cui vive la figlia, che era uno degli obiettivi da mostrare rispetto alla [1]. O viceversa, se la figlia non è proprio una bambina, avrebbe potuto lavarli lei i piatti, mentre la madre era via: non ha ricevuto una grande educazione, la [1] è sempre mostrata (ovviamente i piatti avrebbe pure potuto lavarli il convivente di Silvia, ma supponiamo che ci siano solo madre e figlia). Tuttavia, scritta così, la texture dei piatti sporchi rimane troppo poco definita. È meglio se si aumenta la risoluzione, si tolgono i generici “piatti sporchi” e si entra in maggior dettaglio: la guancia della figlia è premuta contro una padella incrostata di sugo di pomodoro e avanzi di patate fritte, nel lavello si è accumulata acqua stagnante che puzza di fogna, tra posate e bicchieri galleggiano mozziconi di sigarette, uno scarafaggio si affaccia da una crepa tra le piastrelle sopra il rubinetto.

Più texture in alta risoluzione ci sono meglio è, ma bisogna sceglierle con cura e aver sempre presente quale sia lo scopo della scena. Qui, se esagero, sembrerà che voglia mostrare il degrado in cui vive Silvia e non come tratti male la figlia, che è invece lo scopo dichiarato della scena.

senza e con texture
Senza texture (sopra). Con texture (sotto).
Il termine texture è usato nell’ambito della grafica al computer e dei videogiochi per indicare un’immagine che viene applicata a un modello tridimensionale. Mettere una o più texture a un modello assomiglia un po’ a dipingere una miniatura. Le texture sono utilizzate per simulare la presenza di materiali diversi, con colori e consistenza diversa, per creare dettagli altrimenti difficili da modellare, quali ruggine o scalfitture, e infine per dare l’illusione della presenza di piccoli particolari (ad esempio i bottoni su una giubba di un soldatino in un videogioco di guerra spesso sono solo disegni sulla texture della giubba e non bottoni 3D)

C’è anche il rischio di partire per la tangente e pian piano scivolare nell’inforigurgito, incidente che capita spessissimo agli scrittori di fantasy non solo nostrani e non solo dilettanti. Poniamo che cambiassi l’inizio, scrivendo:

[5] Silvia era appena tornata a casa dopo il turno di notte alle acciaierie Krupp.

Il particolare del turno di notte può essere aggiunto per mostrare che in fondo Silvia non è così cattiva come sembra. È più facile giustificare il suo modo di agire pensando a quanto possa essere faticoso il lavoro che svolge. Inoltre il fatto che torni dopo il turno di notte implica che sia mattina: forse la figlia legge la Troisi invece di andare a scuola. Non è ancora abbastanza per seviziarla ma è una ragione in più.
Perciò il cambiamento è accettabile, sebbene come texture sia scarsa, in quanto il turno di notte non si vede, non si sente, e non si tocca.
Quando insisto, sbaglio:

[6] Silvia era appena tornata a casa dopo il turno di notte alle acciaierie Krupp, fondate nel 1811 da Friedrich Krupp.

Un ulteriore dettaglio, ma… c’entra qualcosa con lo scopo della scena sapere che le acciaierie Krupp sono state fondate nel 1811 da Friedrich Krupp? No, non c’entra niente; allontana solo l’attenzione del lettore. È un dettaglio di troppo che invece di aggiungere concretezza introduce rumore.

Acciaierie Krupp
Le acciaierie Krupp impegnate a produrre cannoni durante la Prima Guerra Mondiale

Per ricapitolare: più si esplorano i dettagli, più si tralasciano il generale e l’astratto per mostrare i particolari, più la narrativa è efficace e coinvolgente.
È in verità un concetto noto, quasi “saggezza popolare”, è un modo più articolato di esprimere la stessa idea che è alla base del detto “un’immagine vale mille parole” o “una morte è una tragedia, un milione di morti è statistica.” (attribuita a Joseph Stalin).
Infatti polita e pubblicità – in generale la propaganda – usano da sempre espedienti di questo tipo.
Mettiamo che io sia un politico vecchio, bigotto e kattivo, che odia chi si diverte. Ho deciso di far approvare una legge che imponga il coprifuoco ai minorenni (qualcosa di simile si sta verificando in Inghilterra), devo convincere il Parlamento o la popolazione che è la scelta giusta.
Potrei, a sostegno della mia tesi, portare le statistiche sui reati e spiegare come siano in aumento i crimini violenti commessi da minorenni nelle ore serali. Oppure potrei mostrare un video preso dalla telecamera di sorveglianza di un supermercato: una gang di ragazzi violenta la commessa, spara in fronte al proprietario e scappa con i soldi. Quasi sicuramente il video (o, per rimanere in ambito letterario, la trascrizione romanzata dello stesso) sarà più efficace della statistica. Peggio, anche se la statistica dimostra che i reati sono diminuiti, il video da solo è probabile possa bastare.

Perché capita questo? Perché il grado di coinvolgimento di fronte a una pagina che riporti situazioni concrete è molto più profondo di quanto si pensi. Quando si dice che un bravo scrittore riesce a farti “vivere” il romanzo non è retorica. Esperimenti con la risonanza magnetica (tipo quello qui descritto) fanno supporre[1] che il lettore simuli quello che legge. Quando un personaggio prende in mano un libro, si attivano le aree del cervello predisposte alla manipolazione degli oggetti. Quando il personaggio si sposta da una stanza all’altra, si attivano le aree che normalmente sono legate alla valutazione di problemi spaziali. Però non succede sempre. Capita solo quando i dettagli sono sufficientemente vividi. L’astratto non genera questo stesso tipo di reazione “viscerale”.

Dunque, se si vuole sul serio coinvolgere il lettore, trascinarlo nella storia, bisogna affidarsi a particolari tangibili. A situazioni chiare e concrete. Si devono fornire i dettagli necessari affinché il cervello del lettore possa “recitare” la scena. Lasciare all’immaginazione semplicemente non funziona altrettanto bene, non genera questa risposta istintiva.[2]

Sempreché si voglia coinvolgere il lettore. Esiste una folta schiera di scrittori che sono quasi schifati all’idea che il lettore possa essere rapito da una storia. Secondo costoro un povero disgraziato dovrebbe pagare per comprare i loro libri e poi soffrire a leggerli, perché se la lettura è scorrevole, se il fluire del testo è naturale, allora non è vera Letteratura, con la L maiuscola. Perché, se non vuoi impegnarti, tanto vale che vai al cinema! Giusto: meglio qualunque film delle opere di questi squinternati.

* * *

Torniamo alla partenza, al fantasy italiano. Molti degli scrittori di casa nostra hanno problemi a scrivere con il giusto livello di dettaglio e ho paura che non derivi solo da scarsa tecnica, ma proprio da un approccio sbagliato. E qui veniamo alle salamandre giganti!!!

Salamandra
Questa è una salamandra. Non gigante

Le salamandre giganti erano in un articolo sul blog di Jeff VanderMeer. In quell’articolo, di ormai credo un anno fa, VanderMeer chiedeva al suo pubblico, in particolare agli oculisti e agli esperti di anfibi, quanto sarebbe verosimile la costruzione di una città nell’occhio di una salamandra gigante. Gigante nel senso grande quanto uno degli stati americani.
Non metto il link a quell’articolo – cercatelo! – perché non ne ho avuto bisogno per scrivere questo mio di articolo: sono passati mesi e mesi ma nella mia testa i particolari della questione sono ancora vividi.
Con quali problemi si dilettano invece gli autori italiani? Ne elenco qualcuno:

  • I giovani (scrittori) rovinano il fantasy o il fantasy rovina i giovani (scrittori).
  • Il pubblico è stupido, il pubblico è ignorante, il pubblico non compra abbastanza libri!!! (evidentemente questo signor Pubblico non è poi così scemo).
  • I mezzi d’informazione tradizionali – stampa e televisione – non trattano il fantasy con il dovuto rispetto! Il fantasy non è narrativa per ragazzini stupidotti! (basta fare un giro in libreria… per verificare che, nell’ignoranza, questa volta stampa e televisione hanno indovinato!)
  • Non si può intaccare la Libertà Artistica™ degli Autori! (sigh)
  • …e un’infinita sequela di questioni pseudo-intellettuali che sono fuffa allo stato puro. Di solito si capisce subito che si è entrati in quest’ambito perché sono presenti determinate parole chiave: società, metafora, allegoria, postqualcosa, transqualcosaltro, ecc.

Med Fantasy

Una delle questioni più inutili che ogni tanto affiora è quella del Med Fantasy. Ovvero fantasy ambientato nel bacino del mediterraneo, facente riferimento a mitologia e folklore italici o appunto mediterranei.
È una storia vecchia; è uno dei dilemmi che straziano gli autori italiani: bisogna ambientare i propri romanzi a New York o a Bologna?
E la risposta è: qualunque ambientazione va bene.
Se si vive a Bologna, può essere che il lavoro di documentazione sia minore e più facile, tuttavia nessuno vieta allo scrittore di comprare libri su New York, di visitare New York, di vivere per un certo tempo a New York. Se l’autore ritiene che New York sia lo sfondo perfetto per la sua storia, va benissimo New York, basta che si documenti a sufficienza perché i particolari che inserirà risultino realistici.
Non c’è nessuna “superiorità” intrinseca di un luogo rispetto a un altro. Tokyo, Mosca o Catania è la stessa cosa. Anche perché, tranne eccezioni, un romanzo non è davvero ambientato a Tokyo, a Mosca o a Catania. Un romanzo è ambientato in un appartamento all’ultimo piano di un grattacielo, in un bar a un angolo di strada, nel sottopassaggio di una stazione, e così via. L’aspetto cruciale è rendere vividi i dettagli del sottopassaggio, non ha importanza che la stazione sia quella di Londra o Berlino o Milano.
Se uno scrittore possiede una conoscenza minuziosa del folklore del luogo dove vive, ben venga che la usi in una sua storia. Ma il Pesce Siluro che esce dal Po per ingoiare uno sprovveduto non è di per sé più affascinante del mostro di Loch Ness o di Dagon o dell’Ogopogo.

Pesce Siluro
Il Pesce Siluro (Silurus glanis) può crescere ben oltre i due metri di lunghezza e i cento chili di peso. È noto per la sua abitudine di mangiare i bambini. Forse

Il western all’italiana non era ambientato in Val Padana. Non vedo perché un fantasy all’italiana non possa avere draghi ed elfi(…) e yokai e vodyanoy e qualunque elemento si voglia.
Tra l’altro, al momento attuale, è come mettere il carro davanti ai buoi: quando – se – ci sarà un numero sufficiente di opere in lingua italiana che esibiscono caratteristiche che tendono ad accumunarle, allora, forse, si potrà discutere l’etichetta. Un sottogenere come lo steampunk non è nato perché la gente si è messa a chiacchierare di steampunk, è nato dall’identificazione in opere già esistenti di precise connotazioni comuni.

Quello che mi preoccupa è che sono convinta un sacco di gente pensi davvero che le questioni sopra elencate siano più serie, sofisticate o interessanti del sapere se una città possa essere costruita nell’occhio di una salamandra gigante. Non è così. Se ti occupi di fantasy, l’edilizia nel corpo delle salamandre è il tuo pane. Discutere sulla verosimiglianza di quella città vuol dire stabilire se i paletti dell’immaginario possono essere spostati un po’ più avanti a comprendere una fantasia che fino a quel momento non esisteva. Non ci si sta rotolando nell’astratto, si sta facendo nascere qualcosa di concreto – almeno a livello mentale.

Nel fantasy italiano manca la capacità di mettere a fuoco i dettagli, di donare aspetti tangibili alla fantasia. Sia a livello di stile, sia a livello di mentalità. Ma questa che ho appena espresso è appunto una considerazione di carattere generale e non voglio prendere brutte abitudini. Dunque primo e ultimo articolo che ha parlato nel complesso del fantasy italiano.
Continuerò invece a recensire i singoli libri e occuparmi dei singoli mostri, o mondi o trovate fantastiche degne di nota.

* * *

note:
 [1] La prudenza è d’obbligo, data la complessità del problema e i metodi d’indagine usati, ancora molto rozzi e approssimativi.
Per dare un’idea della difficoltà di esperimenti del genere, si immagini di avere un normale PC in funzione, magari mentre fa girare un videogioco. Ora, senza guardare il monitor, si deve dedurre quale sia l’immagine che in un dato istante appare e questo solo misurando la temperatura del case o il consumo di corrente dell’alimentatore.

 [2] Entro certi limiti l’immaginazione “funziona”. Quando leggiamo frasi del tipo: “Silvia picchia la figlia” e sappiamo chi o cosa sia “Silvia”, “figlia” e “picchiare”, ci sono prove indirette che avvalorano l’ipotesi che il nostro cervello generi un qualche tipo di rappresentazione della scena. Però appunto non la “vive”.


Approfondimenti:

bandiera EN texture su Wikipedia
bandiera IT Krupp su Wikipedia
bandiera EN Salamandra su Wikipedia
bandiera IT Un articolo dedicato al Pesce Siluro
bandiera EN Guida agli yokai

 

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L’Acchiapparatti di Tilos

Copertina de L'Acchiapparatti di Tilos Titolo originale: L’Acchiapparatti di Tilos
Autore: Francesco Barbi

Anno: 2007
Nazione: Italia
Lingua: Italiano
Editore: Campanila

Genere: Low fantasy
Pagine: 432

Trama, ambientazione, personaggi

L’orgoglio della cittadina di Giloc è una creatura mostruosa, una bestia demoniaca armata di alabarda. Il Mietitore – tale è il soprannome del mostro – è tenuto prigioniero e utilizzato come boia, per la gioia del pubblico che assiste alle sempre più frequenti esecuzioni.
Un brutto giorno però il Mietitore riesce a fuggire e comincia a far strage anche tra chi non si è meritato alcuna condanna. Fra i molti che si mettono in cerca del mostro evaso vi sono due personaggi particolari: Ghescik, un becchino gobbo, furbo e cinico, con la passione per gli antichi testi di negromanzia e Zaccaria, un mentecatto che si è inventato il mestiere di acchiapparatti.

Un acchiapparatti
Un acchiapparatti. Forse è un collega di Zaccaria

Questa è più o meno la trama del romanzo. È un resoconto approssimativo, dovuto alla struttura de L’Acchiapparatti di Tilos, struttura non particolarmente rigorosa. La vicenda del Mietitore è sì al centro del romanzo, ma è circondata da diverse sottotrame che alle volte sembrano lì più per loro stesse che non per contribuire al quadro generale. Come i personaggi spesso si muovono a vuoto, tornano sui loro passi, cambiano idea sull’itinerario da seguire o vengono depistati contro la propria volontà, così, specie nella parte centrale del libro, si ha la netta sensazione che neanche l’autore sappia dove voglia andare a parare. Tuttavia il finale riesce a riallacciare i fili lasciati in sospeso e dare una complessiva coerenza all’insieme: non sempre il viaggio è filato liscio, ma, giunti al termine, si ha la piacevole sensazione di essere arrivati da qualche parte. Merito anche del fatto che il romanzo è autoconclusivo.

L’Acchiapparatti di Tilos è ambientato nelle Terre di Confine, in verità un piccolo angolo di tali Terre, un fazzoletto che comprende pochi villaggi distanti fra loro appena qualche giorno di marcia. Questo potrà far storcere il naso agli amanti del fantasy epico, quello dove la compagnia di disgraziati attraversa interi continenti da un capo all’altro, ma a me non è spiaciuto che l’azione si svolgesse in un ambito così ristretto. Meglio pochi villaggi ben delineati che non migliaia di chilometri quadrati pieni di elfi.
Le Terre di Confine sono immerse in una tipica – e per alcuni versi cliché – atmosfera medievale. Tuttavia qualche ottimo particolare (come l’elenco non banale di oggetti in vendita nell’asta a Fortevia) riesce a evitare il fastidioso effetto di generico fantasy #672. Certo non stiamo parlando di Ambergris o New Crobuzon; le Terre di Confine non vinceranno mai un premio per l’originalità, né susciteranno sense of wonder in alcun lettore, però svolgono il loro lavoro di sfondo alla storia con coerenza.

Mappa delle Terre di Confine
Mappa delle Terre di Confine. Clicca per ingrandire

Se l’ambientazione non brilla per originalità, altrettanto non si può dire per i personaggi, quasi tutti contraddistinti da una deliziosa stravaganza. Non ci sono solo i due protagonisti, Zaccaria e Ghescik, ma anche Orgo, un gigante tonto che si esprime biascicando proverbi (idea molto simpatica), Gamara un cacciatore di taglie sfregiato che si porta appresso un arco smontabile nella ventiquattrore, e lo stesso mostro, che non è una semplice bestia e ha alle spalle una vicenda personale affascinante.
Non sempre la caratterizzazione è esente da sbavature (ad esempio Ghescik: a tratti sembra sul serio furbo, in altre occasioni sembra stupido e in altre situazioni ancora pare che dovrebbe essere furbo ma l’autore non è riuscito a infondergli adeguata astuzia; oppure la prostituta Teclisotta: appare, è ben tratteggiata, ma poi esce dalla vicenda per futili motivi, lasciando un po’ di amaro in bocca), ma nel complesso la resa dei personaggi è ottima.
Non è semplice suscitare empatia quando hai per protagonisti lo scemo del villaggio e un becchino gobbo, Barbi ci riesce, dunque doppio merito: aver evitato i cliché (mago, ladro, elfo, vampiro) ed essere riuscito ad appassionare.

Stile

Lo stile non è uno dei punti di forza del romanzo. In diversi capitoli Barbi dimostra di saper scrivere bene (per esempio le scene con il mostro: c’è il giusto miscuglio di tensione, paura e azione; meglio di scene analoghe in The Terror di Dan Simmons!) ma in altri il racconto non scivola come dovrebbe.
L’Acchiapparatti di Tilos ha avuto una lunga gestazione ed è evidente che l’autore ha imparato a scrivere via via. I primi capitoli, il Prologo in particolare, sono di qualità scadente, nettamente inferiore al resto. È un peccato, un incipit così balbettante non aiuta a calarsi nella vicenda.

Il linguaggio è in generale semplice, sebbene ogni tanto l’autore si lasci andare a usare termini non proprio comuni (roba come “addugliare” o “avviticchiare”) di cui non si sentiva la mancanza. Non mi ha convinta neppure l’uso di egli/ella al posto di lui/lei. Capisco l’intento, ma distrae e attira l’attenzione sulle parole in se stesse. Uguale problema con i saltuari cambi di tempo (dal passato remoto al presente) in certe scene: è un’applicabile scelta stilistica, ma i vantaggi non compensano il fatto che l’attenzione viene distolta dagli eventi per concentrarsi sul linguaggio.

I dialoghi sono buoni. Almeno i protagonisti hanno una “voce” ben distinta e gli scambi di battute fra Zaccaria e il gobbo e fra Zaccaria e Orgo sono quasi sempre spiritosi e ben riusciti. Qui però l’editor avrebbe dovuto togliere i punti esclamativi. Sono troppi, ce ne sono una marea, tanto che sembra che tutti i personaggi stiano sempre strillando. E non è così.

A proposito dell’editor: siamo alle solite. Non importa se la casa editrice sia piccola o grande, il risultato è che sempre l’autore è lasciato a se stesso. Signori editor, capisco che siate stati assunti per un disguido e in realtà vi proponevate per il posto di spalatore di neve avventizio, ma ormai ci siete, nessuno indagherà mai quello che fate, non abbiate paura! Si presume che voi sappiate quello che state facendo, e dunque quando intervenite non distruggete la Visione Artistica dell’Autore, semplicemente rendete l’esperienza più piacevole per il lettore. Obbrobri come “[...] aveva sferrato un violento pugno al contadino.” non si possono leggere in un libro pubblicato. Grazie per l’attenzione.

Spalatore
La vera vocazione di certi editor…

Infine non mancano stralci di inforigurgito che si sarebbero potuti evitare. L’inizio di ognuno dei primi capitoli si apre con alcune pagine di “cultura generale” sulle Terre di Confine. Niente di più inutile, tenendo conto che l’ambientazione è tutt’altro che esotica, e dunque persino il lettore più sprovveduto non ha necessità di essere imboccato dall’autore. Comunque per fortuna queste pagine sono poche e non incidono più di tanto.
Più molesto il capitolo 23, un estenuante dialogo nel quale un personaggio spiega agli altri (e al lettore) vita, morte e miracoli del mostro. Peccato che buona parte di tali informazioni siano superflue e molte altre siano già state esposte in un dialogo simile diversi capitoli prima.
Non si tratta solo del cosa ma anche del come. Assumendo che a giudizio dell’autore le informazioni da comunicare siano sul serio vitali o almeno interessanti, il mostrarle rimane la scelta giusta. Una singola scena con il mostro a caccia illustra molto di più della sua natura che pagine e pagine di discorsi. Così si sarebbero potuti introdurre opportuni flashback, piuttosto che affidare la biografia della bestia a una montagna di chiacchiere.

Conclusioni

L’Acchiapparatti di Tilos non è un brutto romanzo. Ha la sua dose di difetti, ma non è marcio.
Dal mio punto di vista – sottolineo personale – rimane troppo low fantasy per soddisfarmi, e in generale penso che possa piacere più a chi predilige i romanzi d’avventura a sfondo storico che non il fantasy vero e proprio. Nondimeno, lo consiglio a quelli che sono invece rimasti legati al fantasy con i Buoni, i Cattivi e gli elfi: L’Acchiapparatti è molto meglio di robaccia del genere.
Vale 19 euro? Non lo so. Purtroppo oltre al prezzo non bassissimo c’è il problema che si tratta quasi sempre di acquisto a scatola chiusa: Campanila è una piccola casa editrice, è improbabile trovare il romanzo in libreria, occorre ordinarlo.
Sarebbe bello fosse disponibile per il download gratuito. Così ognuno avrebbe la possibilità di rendersi conto se vale il prezzo richiesto. A tal proposito ricordo per l’ennesima volta che dai dati empirici finora raccolti si desume che la disponibilità gratuita di un prodotto non diminuisce le vendite, nel caso peggiore non le aumenta.
Comunque, almeno un assaggio del romanzo è disponibile presso il sito dell’autore: il capitolo sesto.
Un’altra strada che le case editrici dovrebbero percorrere è la vendita della versione elettronica. Il testo l’hanno già. La banda necessaria è minima. Se una casa editrice vende già dal suo sito i volumi cartacei (e ormai quasi tutte lo fanno), l’infrastruttura commerciale e informatica c’è già. Dunque perché non vendere il PDF a 2-3 euro?
Domanda retorica. La risposta la so: perché poi, omioddio, il PDF verrebbe copiato, tutti avrebbero il libro gratis e non lo comprerebbe più nessuno! Come se davvero una casa editrice, specie una piccola casa editrice, avesse di questi problemi. Il problema commerciale per L’Acchiapparatti di Tilos non è (sarebbe) la pirateria, il problema è che buona parte dei potenziali lettori non sa neanche che il romanzo esiste. La distribuzione gratuita può, in parte, ovviare a questa situazione.

Pirati di libri
Pericolosissimi pirati di libri colti in flagrante mentre razziano un deposito

Si ricomincia male: prima recensione dopo l’articolo sulle buone norme dello scrivere recensioni e non sono in grado di dare un giudizio netto rispetto all’acquisto del romanzo. Mi spiace.


Approfondimenti:

bandiera IT L’Acchiapparatti di Tilos su iBS.it
bandiera IT L’Acchiapparatti di Tilos presso il sito dell’editore
bandiera IT Il sito di Francesco Barbi
bandiera IT Un’intervista a Francesco Barbi

 

Giudizio:

Numerose scene sono scritte in maniera brillante. +1 -1 Non sempre però lo stile è a quel livello.
Il finale chiude degnamente un romanzo autoconclusivo. +1 -1 Nello svolgersi della vicenda non mancano passaggi a vuoto e situazioni forzate.
Protagonisti interessanti e fuori dal comune, mostro compreso. +1 -1 Il mostro è purtroppo l’unico elemento fantastico di un romanzo troppo low fantasy per i miei gusti.

Stivale: clicca per maggiori informazioni sui voti

Anche tu Editor!

Una nuova rubrica-gioco! Anche tu Editor!

Sono ormai un paio d’anni che mi occupo di narrativa. Uno dei miti che hanno accompagnato questi mesi è stato il seguente:

“Gli editor delle case editrici sono persone competenti; loro prendono in mano il testo di un povero disgraziato, lo rivoltano come un guanto e ne tirano fuori un capolavoro.”

Sarà. Sta di fatto che di romanzi fantasy italiani che abbiano tracce del passaggio di un editor (competente) stento a trovarne. Escluso forse Pan.

Certo, non posso sapere in che forma erano i manoscritti all’origine, può essere che i vari editor abbiano lavorato molto. Se questo è il caso: be’, non hanno lavorato abbastanza.

Perciò gli scrittori devono arrangiarsi da soli. Non è facile, non è per niente facile analizzare con il giusto distacco un proprio testo. Per questa ragione se sempre più semplici lettori riescono ad affinare la propria attenzione possono diventare una risorsa preziosa. Un ulteriore passo avanti verso un mondo senza editori, case discografiche, studi di produzione cinematografica, e librai e distributori e pubblicitari e tutta quell’infinita schiera di gente che mangia alle spalle della creatività altrui e danneggia la collettività.

Ben inteso, non ho niente contro il professionismo. Il problema della catena editore – distributore – libraio è che troppo spesso non offre alcun servizio in più rispetto alla catena molto meno esosa POD – Internet. Così non mi scandalizza che un editor venga pagato per svolgere il suo mestiere. Mi scandalizzo quando i risultati non sono accettabili.
Ma in fondo, chissenefrega! Che cuociano nel loro brodo!
Non stiamo parlando di neurochirurgia o meccanica quantistica, tutti possono imparare e superare come minimo lo scarsissimo livello degli attuali editor professionisti.

Editor al lavoro
Avere occhi grandi come piattini da caffè aiuta molto nello scovare errori in un manoscritto

* * *

Come addestramento vi propongo una gara: seguirà una pagina presa dal Prologo de L’Acchiapparatti, provate a scovare tutti i possibili difetti, errori e sbavature. Io ne ho trovati 35, vediamo se qualcuno mi supera!

Nota: in realtà qui forse sarebbe il caso di riscrivere da zero il Prologo e i primi due capitoli, ma dato che questo è un gioco-esercizio non importa. Tengo inoltre a sottolineare che il giudizio complessivo sul romanzo rimane quello espresso nelle Conclusioni. Non è un brutto romanzo nell’insieme, l’inizio è scadente.

* * *

Classica taverna. A un tavolo sono seduti tre mercenari attaccabrighe. A un tavolo vicino una donna in compagnia di due contadini. A un tavolo d’angolo un misterioso personaggio il cui volto è nascosto da un cappuccio. Benjam è l’oste.

«Che c’è, lurido mezzadro!? Che hai da guardare?» [disse uno dei mercenari, rivolto a uno dei contadini]

L’oste sentì un groppo in gola. Il fiato sospeso, la bocca dello stomaco ostruita. Fortunatamente, il giovane contadino rimase muto. Con un tempismo perfetto, Benjam approfittò della situazione di stallo e sopraggiunse col vino. Una volta al tavolo, dopo aver poggiato la caraffa, si fermò aspettando di essere pagato.

Doveva calmare gli animi prima che fosse troppo tardi.

«Che fai ancora qui?» grugnì la testa pelata.

«Sono cinque monete di rame, signori.»

«Non ti preoccupare, vecchio. Ti pagheremo dopo.» Il guerriero si esibì in una grassa risata, subito imitato dai compagni.

Malauguratamente, questa volta il contadino più giovane non seppe tener la bocca chiusa: «Non pagheranno mai questi farabutti» mormorò.

«Che? Cos’hai detto?» Il mercenario si alzò minaccioso.

«Io…»

Non concluse la frase. Un fortissimo colpo si abbatté sulla sua tempia facendolo piombare a terra. Testa pelata era balzato in piedi e aveva sferrato un violento pugno al contadino.

«Taci straccione! Come osi!?»

La donna si alzò in soccorso del ragazzo, ma una mano aperta la raggiunse in pieno volto girandole la testa e scaraventandola contro il tavolo. Il marito scattò in avanti e si scagliò sul mercenario tentando di farlo cadere, ma l’esperto guerriero non si fece sorprendere e gli sferrò subito una poderosa ginocchiata al torace. Poi, con due pugni lo colpì al volto, e il contadino, catapultato all’indietro, rovinò proprio sul tavolo nell’angolo della locanda…

Il bicchiere di acquavite si rovesciò e cadde, frantumandosi sul pavimento.

Fu solo in quel momento che lo straniero, fino ad allora immobile, si mosse. Con estrema lentezza, si aggiustò il cappuccio sopra la testa e si alzò in piedi; quindi si girò, piantando due occhi scuri e gelidi in quelli del grosso guerriero. Il silenzio regnò per qualche istante. L’uomo in nero avanzò fino a portarsi a un paio di spanne dal mercenario.

Erano più o meno uguali in altezza, ma era chiaro a tutti i presenti che tra la sicurezza dell’uno e la baldanza dell’altro c’era una sostanziale differenza. E di questo si rese subito conto anche Testa pelata. In quello stesso momento, con uno scatto fulmineo, lo straniero lo afferrò alla nuca con entrambe le mani e gli sferrò un’agghiacciante testata sul naso. Prima ancora che il corpo del guerriero cadesse a terra, una lama saettò nell’aria e si piantò nell’occhio di uno dei compagni. Il forestiero aveva scagliato un lungo coltello comparso all’improvviso nella sua mano. Il secondo mercenario cadde sul pavimento con un tonfo, morto stecchito.

mostra la mia analisi ▼

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Le Avventure della Giovane Laura

C’è voluto molto più di quanto avessi preventivato, ma, dopo aver passato ogni minuto libero delle ultime settimane a fare l’editing del mio primo romanzo, posso dirlo concluso. Come promesso a suo tempo, è ora disponibile qui sul blog.

* * *

La Giovane Laura è una ragazza come tante: è stupida, ignorante come una capra, ingenua, impacciata, e non è neanche tanto bella. In compenso… niente! Non ha superpoteri, non legge nel futuro, non parla con i morti, non possiede alcuna conoscenza arcana.
Ciò non le impedirà di essere coinvolta in una serie di avventure fantastiche intrecciate fra loro. Laura dovrà affrontare felini diabolici giunti da un’altra dimensione, vedersela con uno psicologo che ha la brutta abitudine di assentarsi in un mondo bislacco abitato da fate assassine, e alla fine scoprirà che tutte le sue disgrazie sono legate a una misteriosa cospirazione d’insospettabili.
Le Avventure della Giovane Laura è un romanzo urban fantasy con una forte componente di bizzarro, anche se non tale da farlo scivolare nel new weird. Il tono è spesso umoristico o parodistico, ma non del tutto comico come accade in alcuni romanzi di Douglas Adams o Terry Pratchett. Ho cercato più d’imitare lo stile semiserio di certi anime e light novel giapponesi, o di film come Shaun of the Dead e Hot Fuzz. Un altro esempio abbastanza vicino, in termini di stile, potrebbe essere Blart di Dominic Barker.
Nonostante questo non è un romanzo pensato per un pubblico di ragazzini o bambini. O meglio, credo – spero – che la storia possa essere apprezzata sia da chi ha undici anni sia da chi ne ha il doppio o più. La scrittura semplice non dovrebbe creare ostacolo a nessuno e la vicenda mi auguro possa appassionare chiunque.

Un'illustrazione di Ryohei Hase
Un’illustrazione di Ryohei Hase per creare la giusta atmosfera

Una precisazione per i pochi che avevano seguito il progetto di Laura fin dall’inizio: sì, non è questo il piano originario. Mi sono resa conto che mischiare in un unico romanzo le avventure di Laura adolescente e Laura adulta avrebbe complicato oltremodo la storia senza portare alcun particolare beneficio. Perciò saranno due libri separati e autoconclusivi.

* * *

Ogni commento sarà il benvenuto. Saranno particolarmente apprezzati quei commenti che segnaleranno eventuali errori, incongruenze o semplici refusi. Infatti ho intenzione di proporre il romanzo alle case editrici e vorrei fosse il più curato possibile.
In quest’ottica saranno gradite risposte, anche nette, alla seguente domanda:
“Avresti pagato volentieri 15 euro o quanti potrebbero essere per leggerlo?”

Comunque, al di là di un futuro che spero sia nelle librerie, il romanzo rimarrà disponibile con licenza Creative Commons. In parole povere significa che è possibile copiarlo e ridistribuirlo senza limitazioni. Non solo, la licenza autorizza le opere derivate, perciò se volete tradurre Laura in polacco potete farlo, se volete utilizzare personaggi e ambientazione per delle vostre opere potete farlo, se volete trarne un film o un videogioco potete farlo.

In conclusione voglio ringraziare tutti quanti hanno letto le varie parti in anteprima e mi hanno dato pareri e suggerimenti. E un ringraziamento particolare al Capitano e al Coniglietto Grumo.

Buon divertimento.


EDIT del 16 Marzo 2009
Aggiunto il PDF pensato per lo schermo dell’iLiad. Si ringrazia Anacarnil per la conversione.


EDIT del 14 Marzo 2009
In attesa di valutare modifiche più sostanziali, ho cominciato a correggere i refusi e le imprecisioni che mi sono stati segnalati. Un ringraziamento a tutti quelli che hanno commentato qui o via mail.


 Le Avventure della Giovane Laura in formato PDF A4 (leggibile a video e ideale per la stampa)
 Le Avventure della Giovane Laura In formato PDF per iLiad (ottimizzato per lo schermo del lettore di ebook iRex iLiad)
 Le Avventure della Giovane Laura in formato Mobipocket (per i lettori di ebook e altri dispositivi portatili)
 Le Avventure della Giovane Laura in formato RTF (formato leggibile da Microsoft Word e da praticamente tutti i programmi di elaborazione testi)
 Le Avventure della Giovane Laura in formato OpenDocument (il formato di OpenOffice, la suite per ufficio gratuita e open source. Per chi trova insopportabile Word e ogni formato proprietario)
 Un archivio .zip contenente tutti i file di cui sopra.


Approfondimenti:

bandiera EN Foxit Reader per Windows/Linux, un’ottima alternativa all’Adobe Acrobat Reader
bandiera EN Il sito Mobipocket dal quale scaricare il Reader/Creator
bandiera IT Il sito italiano di OpenOffice.org

bandiera IT Douglas Adams su Wikipedia
bandiera IT Terry Pratchett su Wikipedia
bandiera EN Shaun of the Dead su IMDb
bandiera EN Hot Fuzz su IMDb
bandiera IT La mia vecchia recensione di Blart
bandiera EN light novel su Wikipedia

bandiera EN Il sito di Ryohei Hase

bandiera IT Creative Commons Italia

 

Scritto da GamberettaGamberolinkCommenti (156)Lascia un Commento » Questo articolo in versione stampabile Questo articolo in versione stampabile

Alcune note sullo scrivere Recensioni

Una delle ragioni dietro la nascita della Barca dei Gamberi è stata l’insoddisfazione mia e del resto dell’equipaggio riguardo le recensioni librarie che si possono trovare in Rete e non. In particolare le recensioni che parlano di narrativa fantastica sono un disastro: se ne trovano poche, scritte da cani, inutili, e più spesso che non ipocrite e disoneste. Non sempre, certo, si possono incontrare anche ottime recensioni, ma sono rare.
Penso dipenda dal fatto che ognuno vede le recensioni a modo suo. Un po’ lo stesso problema che affligge la narrativa: ognuno insegue la sua presunta Arte come gli pare e piace, fregandosene se quello che sta scrivendo sia utile, interessante e divertente anche per il prossimo. Il che è un atteggiamento legittimo, ma non aiuta chi sta cercando invece proprio l’utile, l’interessante e il divertente.
Per questo voglio proporre una serie di linee guida rispetto allo scrivere recensioni. Probabilmente non verranno prese in considerazione da nessuno, se non da me stessa e dalla Barca dei Gamberi, ma non si sa mai, tentar non nuoce.

I: Lo scopo di una recensione.

Lo scopo di una recensione libraria dev’essere offrire al lettore un parere chiaro e inequivocabile rispetto al valore del romanzo preso in esame. Questo può essere ottenuto con poche o tante parole, con un esplicito giudizio numerico o lasciando che siano discorsi più articolati a esprimere il parere del recensore, non ha importanza, l’importante è che alla fine il lettore deve sapere se spendere 18 euro per comprare il tal romanzo o no; se vale la pena perdere 10 o 20 ore per leggerlo.
Ci possono essere mille distinguo e precisazioni – del tipo che magari il romanzo può piacere agli appassionati di Elfi ma comunque non vale 20 euro e dunque è un affare solo se scaricato gratis da emule – ma il recensore non può e non deve sfuggire dall’esprimere il suo giudizio. Deve prendersi la responsabilità di dire: vale la pena leggerlo, non vale la pena leggerlo.
Può sembrare un’ovvietà ma non lo è. Ci sono quintali di recensioni che parlano di tutto e di più e poi i commenti dei lettori sono di questo tenore: “…sì, d’accordo, ma non solo non ho capito se il romanzo mi potrebbe piacere, ma non ho neanche capito se è piaciuto al tizio che l’ha recensito!” Ecco, recensioni così sono da buttar via.
Bisogna essere espliciti e prendere posizione. Perché, in generale, non ci sono vie di mezzo, non puoi presentarti alla cassa in libreria e discutere del più e del meno e dei Massimi Sistemi della Natura: o paghi i 18 euro o non li paghi.
Questo non vieta che si possa parlare di romanzi senza esprimere un parere netto, solo non sono recensioni e il lettore ne dovrebbe essere consapevole.

Sex for the eyes
Sex for the eyes. Your art is like sex for the eyes

II: Una recensione deve essere obbiettiva.

Questo significa che il recensore deve rendere noti (al limite nella recensione stessa) i criteri che intende adottare, e a quelli attenersi. Deve attenersi a quei criteri indipendentemente da quale romanzo prenda in considerazione, chi sia l’autore, la casa editrice o qualunque altro fattore esterno. Inoltre i criteri devono essere consistenti da recensione a recensione.
Un esempio: qualche tempo fa, cercando altro, mi sono imbattuta in un sito di recensioni filmiche “cattoliche”. Il criterio di valutazione del sito era basato sul verificare quanto i film presi in esame fossero in accordo con la dottrina della Chiesa Cattolica. È un sito obbiettivo? Sì, perché i criteri adottati sono espressi in maniera esplicita e applicati a ogni film. È un sito dal quale prenderò consigli? No, perché i criteri non mi paiono adeguati.
Uno dei criteri adottati dalla Barca dei Gamberi è per esempio l’accuratezza dell’ambientazione. Un altro è l’originalità. Altri sono illustrati nell’articolo Riassunto delle Puntate Precedenti. Non pretendo che nessun altro adotti i nostri stessi criteri, ma una scelta dev’essere compiuta. Il criterio: come gira la Luna al recensore mentre scrive la recensione, non è un criterio accettabile.
Una scelta a priori dei criteri è anche l’unica possibilità per il lettore di poter verificare l’attendibilità della recensione. Dato il romanzo, o al limite estratti dello stesso, e dati i criteri ognuno può controllare se quello che il recensore scrive sia obbiettivo o no.
Sempre in quest’ottica di obbiettività, io considero più interessanti i criteri basati sul testo piuttosto che quelli basati sull’interpretazione dello stesso. Mi spiego meglio: mettiamo che uno adotti un criterio “politico”, per cui un romanzo è buono se aderisce a certe idee e brutto se fa riferimento a idee diverse. Di per sé può essere un criterio valido, ma poi il nostro recensore prende in mano il classico di Heinlein Fanteria dello Spazio. Dice che è un brutto romanzo perché è un romanzo “fascista”. Solo che, come ovvio, nel testo da nessuna parte c’è scritto che si tratta di un romanzo fascista: quella è un’interpretazione. Sarà vera? Forse sì, forse no, in quanto interpretazione è soggettiva: diventa difficile stabilire se il recensore sia stato sul serio obbiettivo.
Invece stabilire se un romanzo è originale o no non è così complesso (basta guardare i precedenti) e neppure è complicato accertare la verosimiglianza o verificare la coerenza interna.
Rimanendo attinenti al testo si può dire molto su un romanzo, e dire un molto oggettivo, senza entrare nel pantano delle interpretazioni. Rimanendo legati al testo si possono fare affermazioni che sono vere in sé, e secondo me queste affermazioni sono le più interessanti, perché sono vere per tutti. Non sto più offrendo un servizio solo a chi condivide la mia filosofia (come può essere con il sito di recensioni “cattoliche”), ma sto offrendo un servizio a tutti.
Va da sé che i criteri per me perdono ogni validità quando vanno oltre il testo e l’interpretazione. Per me non ha alcun senso dire che un romanzo è bello o brutto perché l’ha scritto un autore piuttosto che un altro. O magari perché ha venduto tanto o poco, o perché ne hanno tratto un film o un videogioco. O perché aiuta l’economia favorendo la vendita di segnalibri. I criteri devono essere legati alle parole del romanzo, non a quello che ci gira intorno.

III: Quando la recensione non è obbiettiva bisogna segnalarlo.

Oltre ai criteri obbiettivi esiste anche un parere personale del recensore. Il recensore deve chiarire quando sta uscendo dai criteri per addentrarsi nelle opinioni. Se un romanzo ha sessanta pagine di fila di inforigurgito, è un oggettivo errore (secondo i criteri adottati), e come tale lo si deve rimarcare. Poi si può aggiungere che le sessanta pagine, pur non muovendo in avanti la storia di un niente, contengono però – secondo il personale parere del recensore – delle informazioni interessanti e dunque il recensore medesimo non si è annoiato.
In altri termini, i “secondo me”, “per me”, i “penso” e “credo” vanno riservati per quando è davvero così. Finché si seguono i propri dichiarati criteri non è opinione, è affermazione.

Hungry?
Hungry?. I would like to have you for dinner

IV: Il recensore deve poter applicare i propri criteri.

Sembra scontato, ma non lo è. Torniamo al sito di recensioni “cattoliche”: chi scrive su quel sito, deve conoscere a menadito tutti i testi sacri, il Catechismo e ogni altro rilevante documento. Non può inventarsi il cattolicesimo come gli pare, altrimenti i criteri adottati in realtà non corrispondono a quelli esposti.
Se io adotto come criterio l’originalità, devo conoscere a sufficienza il genere per poter appunto affermare che il tal testo è originale o no. Se io dico: “nel fantasy è importante l’originalità! finora ho letto di fantasy, uh… Il Signore degli Anelli e tutti i romanzi di Licia!” è ovvio che non potrò davvero applicare quel criterio come i miei lettori si aspettano.
Se penso che la verosimiglianza in un romanzo (pseudo)storico sia importante, e il romanzo parla di un’epoca che non conosco o conosco poco, prima di scrivere la recensione devo documentarmi. E capisco benissimo possa suonare esagerato, in fondo spesso se ne fregano gli stessi autori, ma i criteri li ho scelti io. Se non si può scrivere una recensione applicando i propri stessi criteri… be’, non la si scrive.
In alternativa si può confessare al lettore che il tal particolare non è stato verificato o si è ignoranti di quell’altro fatto. Finché sono questioni marginali può passare, ma se sto recensendo un romanzo dove la guerra ha un ruolo fondamentale e non ne so niente, è inutile confessarlo: non devo proprio scrivere la recensione di quel romanzo.
Tutti pensano di essere più o meno geniali e di avere opinioni originali e interessanti: non è vero. Veri geni esclusi (e se state leggendo queste righe geni non lo siete, altrimenti sareste a gegnalare da qualche altra parte), quando qualcuno scrive di un argomento è tanto più interessante quanto più è documentato e preparato. Perciò è inutile cianciare di ciò che non si conosce: si perde tempo e lo si fa perdere al prossimo.

In case of Fire
In case of Fire. In case of fire, use fire extinguisher!

V: Bisogna essere semplici, precisi e inequivocabili.

Icona di un gamberetto La semplicità di linguaggio è necessaria dato che ci si sta rivolgendo a un pubblico di appassionati ma non necessariamente di “addetti ai lavori”.
Come già ribadito si sta cercando di scrivere recensioni obbiettive, dove le affermazioni sono veritiere in quanto aderenti al testo da una parte e ai criteri scelti dall’altra e non perché espresse da Nicoletta o Luisa. Dunque usare paroloni su paroloni per sembrare più “intelligenti”(sic) non serve a niente, se non a infastidire il lettore.

Icona di un gamberetto La precisione è di vitale importanza. La precisione impone da un lato di usare un lessico appropriato, dall’altro di esprimere concetti il meno generici possibile.
Le due cose sono strettamente legate fra loro; per esempio, a me è capitato di leggere infinite volte nelle recensioni frasi di questo tipo: “questo è un romanzo coraggioso”, oppure “questo è un romanzo profondo” o aggettivi simili. Qual è il problema con affermazioni del genere?

  • Il lessico non appropriato crea ambiguità. Quando Mario entra nel palazzo in fiamme per salvare la vecchia vicina di casa che gli sta pure antipatica, possiamo definirlo “coraggioso”. Ma un romanzo? Quand’è che un romanzo affronta con sprezzo del pericolo una situazione di vita o di morte (perché questo è il coraggio)? O forse ci si riferisce all’autore? Ma in Italia, 2009, quale coraggio ci vuole a pubblicare un romanzo? Al massimo si rischia una denuncia per diffamazione, non si rischia la vita. O forse si fa riferimento allo stile? “Un romanzo coraggioso perché sfida le convenzioni della narrativa!” Ah, che gran coraggio ci vuole a sfidare le convenzioni della narrativa! Lo stesso di Gary Cooper in Mezzogiorno di Fuoco!
    Si possono estrarre mille significati dementi dal quel coraggioso, ed è questo il danno: la recensione non è più inequivocabile, va interpretata, diviene ambigua.
  • Proprio perché coraggioso è ambiguo, può essere affiancato a qualunque romanzo. Nihal della Terra del Vento è un romanzo coraggioso. Il Nome della Rosa è un romanzo coraggioso. Bryan di Boscoquieto è un romanzo coraggioso. Quando in una recensione si esprime un concetto così generico, applicabile a qualunque libro, si sta sprecando inchiostro. Come faccio a scegliere tra Nihal della Terra del Vento e Il Nome della Rosa quando mi viene proposta una caratteristica che possono avere entrambi? Sarebbe come dire: “leggete questo romanzo perché è un romanzo pieno di parole”. Oh bella, ma anche tutti gli altri romanzi sono pieni di parole, perché dovrei leggere proprio questo? Anche tutti gli altri romanzi possono essere coraggiosi, perché dovrebbe in particolare interessarmi questo?

Lo stesso dicasi per “profondo”, “importante”, “scomodo” e così via. Meno grave è quando l’affermazione non è ambigua ma rimane generica: “questo è un romanzo noioso”, o il classico “questo è un romanzo bello/brutto”. Detto così non vuol dir niente, il recensore deve illustrare perché quel “noioso” è applicabile in quel caso particolare.
La Setta degli Assassini è un romanzo noioso”. Questa è un’affermazione che può essere vera o falsa, ma di per sé ha valore minimo, comunica al lettore poco o niente.
“Ne La Setta degli Assassini la protagonista piange ogni poche pagine: che noia!”. Questa invece è un’affermazione specifica e dunque comunica al lettore molto di più. Inoltre questa è un’affermazione verificabile: volendo ognuno può controllare se sia vero o no che la protagonista piange ogni poche pagine.
Lo stesso vale per lo stile di scrittura. Quante volte si leggono espressioni del tipo che il tal autore ha una scrittura “fresca”, o “vivace”, o “in punta di penna”(sic) o simili. Ma che vuol dire? NIENTE. È come con i libri coraggiosi, sono ambigue frasi fatte. È vero che spesso è difficile definire uno stile, e può essere conveniente usare un aggettivo generico, però almeno il recensore deve aver ben chiaro il perché ha usato proprio quell’aggettivo. Se dico che lo stile è “trasparente”, devo poterlo dimostrare testo alla mano, anche se magari nella particolare recensione non è così importante inserire le appropriate citazioni.

Icona di un gamberetto Infine l’essere inequivocabili. In parte è compreso nella precisione, in parte significa che non bisogna contraddirsi (d’oh!). Non si può dire: “il romanzo è avvincente e noioso.” Troppo ovvio? Allora questo, preso da una recensione “vera”: “[...] vengono in mente Agota Kristof e Magda Szabò, ma sono paragoni che non reggono.” Se sono paragoni che non reggono non ha senso farli…
Essere inequivocabili implica anche evitare tutte le espressioni non quantificabili, tutti i “piuttosto”, “quasi”, “si potrebbe dire che”, “in un certo senso”: non bisogna scrivere “quasi rosso”, bisogna scrivere “arancione”, non “piuttosto in carne” ma “grasso”, non “in un certo senso è come fosse un vampiro” ma “è uno gnokko”.

VI: Bisogna entrare in argomento.

Bisogna spiegare di cosa parla il libro; è necessario fornire la trama del romanzo. Spesso i recensori si lasciano trascinare in una sorta di delirio, per cui un romanzo affronta Argomenti Decisivi, pone l’Uomo di fronte ad interrogativi Fondamentali, è una pietra miliare nella storia della Letteratura e quant’altro e si “dimenticano” di dire di cosa diavolo parla il romanzo.
Per un sacco di gente, me compresa, l’argomento è importantissimo. I marziani invadono la Terra? Una ragazza dai capelli blu ammazza gente a destra e a manca con uno spadone? Una compagnia di Elfi debosciati deve salvare una principessa? Io lo voglio sapere!
Il recensore deve perciò raccontare quale sia la trama, con due avvertenze: se si è colti da attacco di pigrizia e si decide di scopiazzare la trama dalla quarta di copertina o da qualche comunicato stampa della casa editrice, è bene accertarsi che la trama sia quella giusta, spesso non è così; se si è in dubbio se svelare o no certi particolari, si possono sempre usare gli “spoiler”, sul web è facile mascherarli come si preferisce.

Entrare in argomento significa anche rimanere attinenti al testo. Dimostrare le proprie affermazioni con citazioni adeguate. Un sacco di romanzi arrivano in libreria senza che il lettore abbia potuto leggerne una sola pagina, perciò (ampi) estratti nella recensione sono i benvenuti (e ricordo a chi si facesse di questi problemi che è legale: è legale citare e riprodurre brani di un’opera finché l’intento è di critica o studio e non si sta facendo concorrenza all’opera originale).
Siamo sempre dalle parti della precisione: la recensione è di quel particolare romanzo, dunque lì bisogna scavare, lì ci sono i punti di riferimento. Bisogna parlare di quel romanzo, non della Letteratura, dell’Uomo, della Natura, e del Diavolo-in-Carrozza.

Toy Trunk
Toy Trunk. Jimmy is finally old enough to get the toys out of the trunk all by himself!

VII: Bisogna usare tante parole quante ne servono.

Se si scrivono recensioni sui giornali o sulle riviste non si è liberi di scrivere finché si vuole: la carta costa e perciò sono quasi sempre imposti limiti ben precisi. Per fortuna sul web non è così: il costo di un testo in termini di banda consumata è infinitesimale, per cui scrivere poche righe o scrivere un trattato dal punto di vista economico è la stessa identica cosa.
Per questa ragione non bisogna porsi alcun problema di spazio. Una recensione può essere approfondita a piacere, finché non corrisponde per filo e per segno a quel che il recensore vuole dire. Così pure non ci si deve porre problemi con le citazioni: se è opportuna una (lunga) citazione dal testo originale, inserirla è tutto di guadagnato.
Questo non significa però sbrodolarsi: non è una licenza per parlare dei problemi privati del recensore o per disquisire di argomenti che nulla hanno a che vedere con il testo; ogni riga della recensione deve avere un suo perché e ogni passaggio dev’essere interessante.

Ma è raro imbattersi in recensioni sbrodolate, è molto più presente l’errore opposto: ovvero recensioni compresse in poche righe.
Qui entrano in gioco diversi fattori: pigrizia del recensore (ma se sei pigro e ti pesano le dita a scrivere forse non è il tuo “mestiere”), il desiderio bruciante di esprimere un’opinione anche se non si ha niente da dire (e in questo caso è molto meglio “linkare” qualcuno che già dice il poco che vorremo dire noi, piuttosto che riscrivere le stesse cose), e l’idea balorda che scrivendo sul web bisogna essere agili, veloci, compatti, brevi.
Perché è un’idea balorda? Perché il linguaggio sul web funziona come sulla carta, l’Italiano è lo stesso e dunque se per esprimere un concetto hai bisogno di 100 parole su una pagina stampata avrai ancora bisogno di 100 parole su una pagina web. È vero che leggere a video è più faticoso e si hanno molte più distrazioni davanti a un PC, ma questo è al di fuori delle possibilità di controllo di un recensore (a parte le ovvie – che per molti ovvie non sono – considerazioni tipografiche: per esempio non scrivere viola fosforescente su sfondo verde brillante). Non si possono tagliare pagine da un trattato di filosofia o matematica solo perché “troppo lungo per il web”: web o non web il significato deve mantenersi integro. Così una recensione: deve contenere quanto necessario che sia sul web o no.
Inoltre c’è un altro livello di balordaggine implicito nell’idea di scrivere apposta poco, di “condensare” i concetti: che scrivere poco sia facile. Non lo è. Può essere meno faticoso, meno impegnativo, portare via meno tempo, ma non è più facile, tutt’altro. Il riuscire a mantenere integro un argomento riducendo via via le parole è incredibilmente difficile. Una buona recensione da 2.000 parole può diventare uno schifo immondo in 500 se l’autore non è più che abile (abile come può essere abile qualcuno che ogni volta che scrive una short story minimo un paio di premi internazionali li vince).
Dunque il recensore non si deve porre problemi di spazio: deve scrivere quello che è necessario. Se la recensione risulterà interessante, verrà letta lo stesso, web o non web.

VIII: Il tono dev’essere funzionale.

Le mie recensioni usano un tono tra l’ironico e il sarcastico. È una scelta voluta: ritengo sia il tono più adatto per “reggere” la lunghezza dei testi e al contempo quello che meglio si adatta a certa narrativa (il fantasy di scarso valore). Altri possono scegliere di usare un tono diverso e potrà andare bene uguale, però è importante che questa scelta abbia motivazioni legate alla recensione medesima, e non “esterne”. Ad esempio usare un tono “serioso” solo per mostrare la presunta posatezza del recensore è una scelta sbagliata se il tono “serioso” rallenta la lettura della recensione. Come già più volte ribadito, si sta cercando di essere obbiettivi, dunque la “serietà” del recensore è implicita nei concetti che esprime, non nel tono che usa.
Così come non ha senso ritenere che determinati argomenti (la Letteratura con la L maiuscola) debbano per forza richiedere un certo tipo di atteggiamento: perché mai? Ho letto testi di astrofisica scritti in maniera divertente e perfino con humor nero (si veda per esempio Death by Black Hole: And Other Cosmic Quandaries di Neil deGrasse Tyson), non si capisce perché la Letteratura, la Narrativa, il Fantasy o quant’altro dovrebbero invece essere speciali.
Il recensore ha lo scopo di tenere appiccicato il suo lettore dall’inizio alla fine della recensione, e per questo deve scegliere il tono più congeniale, altre considerazioni a riguardo non hanno nessuna importanza.

Icecream
Icecream.

Extra: Domande con e senza risposta.

Icona di un gamberetto Quali romanzi scegliere da recensire? Non saprei indicare un metodo. In generale io apprezzo recensioni positive di romanzi poco noti e recensioni sia positive sia negative di romanzi famosi. Recensire in negativo romanzi sconosciuti è di solito inutile: tanto non li compra nessuno comunque. Per i romanzi famosi prima di recensirli è una buona pratica controllare che qualcuno non abbia già espresso le nostre stesse considerazioni, nel qual caso meglio “linkare” l’altro piuttosto che riscrivere le medesime cose.
Però è un’idea generale che lascia il tempo che trova. La verità è che, come diceva Lorna Sage, la gran parte dei romanzi sono mediocri, li leggi e non ti lasciano nessuna particolare emozione né in bene, né in male, dunque non si sa neanche cosa scrivere a volerli recensire.
Perciò forse conviene scegliere romanzi interessanti, che in positivo o in negativo impressionino. Inoltre come già ricordato, è utile che il recensore conosca gli argomenti trattati dal romanzo, non fosse il caso, è meglio lasciar perdere quella recensione.

Icona di un gamberetto Si possono recensire romanzi tradotti? In teoria no. La recensione dev’essere sempre sul testo in lingua originale, però è anche vero che è probabile che poi il lettore compri la traduzione, non l’originale. Credo che un lavoro ben fatto implichi il leggere in lingua originale e poi rileggere la traduzione o almeno controllarla accuratamente. Nella recensione si specificheranno eventuali problemi dovuti al passaggio di lingua. Ammetto però di non seguire io stessa questo metodo, cercherò di adeguarmi.

Icona di un gamberetto Bisogna leggere fino in fondo un romanzo per recensirlo? No. È buona norma farlo, ma se un romanzo è illeggibile è illeggibile. Se bastano le prime 5 o 50 pagine per poter affermare con adeguata dimostrazione che non vale la pena spendere 18 euro, la recensione può essere scritta anche se il recensore lì si è fermato. Tengo però a precisare che tutte le recensioni qui sul blog dei Gamberi, come elencate nell’Indice delle Recensioni, sono a fronte della lettura integrale del testo, e anzi in alcuni casi il romanzo in esame è stato letto più volte.

Icona di un gamberetto Il recensore di narrativa deve essere anche uno scrittore? No. Però se tra i criteri di valutazione include la tecnica narrativa, deve conoscerla. Magari non così bene da scrivere narrativa degna di pubblicazione, ma comunque i meccanismi gli devono essere chiari.

Icona di un gamberetto Perché scrivere recensioni negative? Non è meglio suggerire solo il bello e lasciare il brutto nell’oblio? Può essere una degna scelta, e non ho problemi con chi la adotta. Però personalmente ritengo che in molti casi sia più utile non comprare il brutto, piuttosto che comprare (anche) il bello, e dunque il recensore deve recensire sia i romanzi che gli sono piaciuti sia quelli che gli sono piaciuti meno.

Icona di un gamberetto Si’ pou usare 1 linguagio modrno nll recensioni??? Sì, cm no!!! Anzi + punti esklamativi e k si metono a kaso in 1 recensione + la rece e’ strbellixima!!!1!!!!

Icona di un gamberetto È troppo facile criticare! No, per niente: scrivere una recensione negativa richiede lo stesso tempo di scriverne una positiva. Inoltre la pressione sociale favorisce la recensione positiva: posso “tagliare le curve” in una recensione positiva (per esempio non dimostrando testo alla mano ogni singolo passaggio) senza che nessuno ne sia scandalizzato, mentre una riga maldestra in una recensione negativa significa avere in casella di posta elettronica la mail di qualche squilibrata che minaccia di pikkiarmi.

Icona di un gamberetto Non la stai prendendo troppo sul serio? Vale la pena perdere tutto questo tempo per una recensione? No, è probabile non valga la pena. D’altra parte, vale la pena perder tempo a leggere un romanzo fantasy? Perdere tempo a scriverlo? Perdere tempo a leggere o scrivere narrativa? A leggere o scrivere libri? A leggere o scrivere? Vale la pena fare qualunque cosa?

Piggy Bank
Piggy Bank. Now you try


Approfondimenti:

bandiera EN Everyone’s a Critic: a Qualitative Study to Investigate the Perceptions and Attitudes towards Book Review Websites on the World Wide Web (PDF)
bandiera EN Death by Black Hole: And Other Cosmic Quandaries su Amazon.com
bandiera EN Nocturnal Devil (autore dei disegni in questo articolo) su deviantART

 

Scritto da GamberettaGamberolinkCommenti (167)Lascia un Commento » Questo articolo in versione stampabile Questo articolo in versione stampabile

Non c’è gnocca per noi a Boscoquieto

Copertina di Bryan di Boscoquieto Titolo originale: Bryan di Boscoquieto nella Terra dei Mezzidemoni
Autore: Federico Ghirardi

Anno: 2008
Nazione: Italia
Lingua: Italiano
Editore: Newton Compton

Genere: Urban fantasy, fyccina erotica
Pagine: 407

Il titolo di questo articolo è una citazione dal romanzo: Giò, amico di Bryan, esprime la sua preoccupazione per la scarsezza di belle ragazze a Boscoquieto. Preoccupazione condivisa un po’ da tutti, buoni e cattivi. Per fortuna basta spostarsi di qualche chilometro, fino a Laietto, per trovarla la gnocca. Meno male!

* * *

Com’era facile prevedere, Bryan di Boscoquieto nella Terra dei Mezzidemoni è un brutto romanzo. Più che un fantasy è una sorta di fyccina erotica, la trama è sconclusionata, le idee balorde, lo stile zoppicante. Non è però un romanzo del tutto orribile, l’assenza di determinati cliché (elfi, viaggio della compagnia, Bene & Male chiaramente definiti) lo rende almeno superiore a robe nate morte come Gli Eroi del Crepuscolo. E la scrittura, benché piena di errori, a tratti scorre con piacere e una certa passione.
Nel complesso peggio della “miglior” Troisi (Nihal della Terra del Vento), ma appunto non al livello infimo della Strazzu.

Prima di procedere con la consueta recensione educativa e sarcastica, vorrei provare a esporre un concetto “serio”. Chi non è interessato, può saltare avanti.

Un concetto serio

Bryan di Boscoquieto danneggia tutti quanti perché occupa spazio.
Una delle tante critiche che rivolgono a me, a volerla esprimere in termini non ingiuriosi, è del tipo: vivi e lascia vivere! Cosa t’importa dei brutti libri o dei libri che tu pensi siano brutti? Questa roba qui di Boscoquieto sarà una schifezza, ma se il Ghirardi è contento, la sua casa editrice è soddisfatta e gli eventuali fan sono felici, qual è il problema?
Il problema è che i libri occupano spazio fisico, e lo spazio è poco. Se si consultano i dati ISTAT 2006 sulla lettura e la sintesi del Rapporto sullo Stato dell’Editoria in Italia per il 2008 dell’AIE, si può scoprire che l’unica possibilità per un romanzo di essere letto è di essere comprato “al dettaglio”. Ovvero un romanzo deve approdare in libreria, edicola, supermercato, centro commerciale. Le vendite via Internet (attraverso siti quali iBS.it o Bol.it o simili), benché in crescita, rappresentano ancora una percentuale minima delle vendite complessive; allo stato attuale, non c’è alcuna possibilità per un romanzo di raggiungere un pubblico significativo (qualche migliaio di persone) senza il passaggio in libreria.
Infatti secondo i dati AIE il fatturato dei rivenditori via Internet di libri (in generale, non solo romanzi) ha rappresentato nel 2007 solo circa il 5,0% del totale (era il 3,8% nel 2006 e il 3,0% del 2005). Una crescita c’è stata, anche notevole, ma queste percentuali sono ancora ben lontane da quelle di librerie (75%) e supermercati/ipermercati (18%). Invece l’inchiesta ISTAT aveva domandato a un campione di persone che leggono libri nel tempo libero (perciò è più probabile qui trattarsi di romanzi) come si sono procurati il loro ultimo libro letto: solo lo 0,5% degli intervistati ha risposto di averlo comprato online (2006). Nel 2000 la percentuale era dello 0,1. Sconfortante.

Le piccole case editrici, quelle senza distribuzione o quasi e che si affidano solo agli ordini online, fanno i salti di gioia se vendono 2-300 copie di un romanzo. Ma 300 copie di un romanzo non sono niente. Nel palazzo dove abito ci sono 300 persone: se prendo un mio scritto, lo fotocopio, e vado a bussare porta per porta in pratica ottengo lo stesso livello di “pubblicazione” che otterrei pubblicando con una casa editrice senza distribuzione. E questo non è pubblicare, non è rendere pubblico, non è al contempo esporre le proprie idee e divertire il prossimo, è solo perdere tempo.
Per pubblicare, nel senso proprio del termine – rendere pubblico – in Italia, nel 2009, è vitale essere presenti in libreria. Ben inteso, questo non garantisce di vendere, una marea di titoli nelle librerie non vende le 300 copie di cui sopra, la presenza in libreria non è condizione sufficiente, è però condizione necessaria.
Problema: nelle librerie lo spazio è poco, specie se paragonato alla quantità di volumi prodotti ogni anno (61.440 nuovi titoli pubblicati nel 2006).
Perciò quando la Newton Compton stampa 10.000 copie di Bryan di Boscoquieto non è una questione solo tra loro e gli eventuali acquirenti, ma è una questione che riguarda tutti. 10.000 copie di una schifezza sono una opportunità in meno per 10.000 altri titoli. Ognuno è libero di fregarsene di Boscoquieto, il danno c’è comunque.

“Ma, ma Gamberetta, non capisci: la Newton Compton e le altre case editrici sono lì solo per denaro, cioè se le 10.000 copie le vendono per loro va tutto bene!” E allora? Qui è come se il condannato per omicidio si alzasse e spiegasse al giudice di non aver ucciso la sorella per sbaglio, no, l’ha proprio fatto apposta per prendersi l’eredità; e allora, d’accordo è assolto! Non me ne può fregare di meno se la Newton Compton insegue i suoi interessi. Gli interessi di milioni di lettori e il loro diritto a leggere opere degne è più importante del desiderio di quattro gatti alla Newton Compton di fare i soldi. O almeno dovrebbe esserlo in una società democratica.

“Ma, ma Gamberetta, non capisci: decide il mercato!” Balle. Io penso che il “mercato” possa decidere, ma solo se tutti partono uguali. Bryan di Boscoquieto forse venderà uno sproposito, forse neanche una copia, ma una possibilità l’ha avuta, decine di migliaia di altri titoli no. Se Canale 5 trasmette in tutta Italia e Teleabruzzo21 nel raggio di pochi chilometri, non decide il “mercato”, decide tutta Italia contro pochi chilometri.

“Ma, ma Gamberetta, non capisci: Bryan di Boscoquieto è stato stampato in così alto numero di copie proprio perché è strabello!!! Non solo per vendere, ma proprio perché è bellissimo!!!” E qui giunge l’utilità della recensione, perché quando si riempie un romanzo con le madornali stupidate che seguiranno, è davvero difficile parlare di “qualità”, qualunque parametro si voglia adottare.

Ricapitolando: per pubblicare bisogna portare il proprio romanzo in libreria, in libreria lo spazio è poco, perciò ogni copia di un brutto romanzo in libreria danneggia tutti, perché sottrae spazio prezioso ad altre opere potenzialmente migliori.
Come si risolve il problema: con un cambio di mentalità, per cui una casa editrice ha come principale scopo produrre romanzi il più perfetti possibile sotto tutti i punti di vista, e solo come idea secondaria il guadagno. E questo non vale solo per le grandi casi editrici: una grossa fetta di quei 61.000 titoli che intasano il poco spazio viene per esempio dalle casa editrici a pagamento, le quali dovrebbero sparire e basta. In altri termini si chiede a una casa editrice di prendersi la responsabilità che deriva dal fatto di competere per una risorsa al contempo così scarsa e così agognata da tanti, come lo spazio nelle librerie.

Casetta di libri
Ecco un buon utilizzo per i libri di troppo: farne casette per gli gnomi!!!

Non hanno responsabilità solo le case editrici. Ma io non sono d’accordo, come molti fanno, a dare responsabilità ai lettori. È vero che la gente potrebbe adottare dei criteri di scelta più sofisticati di: “guarda, c’è un’elfa mezza nuda in copertina! Compro!”, ma in generale il ragionamento “se è stato pubblicato da Mondadori allora dev’essere bello”, dovrebbe poter essere giusto. Non è possibile diventare esperti di tutto. Una persona deve avere diritto a un servizio valido quando ne ha la necessità o il desiderio. Se vado al ristorante nessuno mi deve sputare nel piatto anche se non ho il palato fino per accorgermene, se vado dal dottore mi deve dare le medicine e non le pastiglie di zucchero, anche se non riuscirei a capire la differenza, se mi rivolgo a Mondadori devono essermi offerti romanzi validi, anche se il mio gusto non è particolarmente sviluppato. Se una persona ha il capriccio di provare a leggere un fantasy, deve trovarsi di fronte ottimi romanzi fra i quali scegliere, anche se, essendo magari la prima volta che esplora quel genere, non potrebbe capire che la Troisi scrive solo boiate.
È più ragionevole dare invece delle responsabilità anche agli autori. Se sono alle prime armi non possono avere l’esperienza di una casa editrice e d’altro canto è difficile valutare obbiettivamente se stessi, però molti uno sforzo in più potrebbero farlo. Troppo spesso si sentono presunti scrittori che fanno questo ragionamento: il mio romanzo dev’essere pubblicato perché è il mio sogno. Ecco, forse dovrebbero chiedersi se la pubblicazione realizza anche i sogni dei lettori.

Ovviamente il problema non si risolverà mai sperando in un ravvedimento delle case editrici, lo so benissimo. La soluzione arriverà forse in futuro, con il superamento del libro fisico e la fine dei problemi di spazio. Nel frattempo però non fa male far notare la questione, e agire di conseguenza: non comprare se non libri che si è già letto con altri mezzi e sono piaciuti, e anche in quel caso favorire i canali con meno intermediari (in ordine di preferenza: pagare direttamente l’autore, acquistare al sito della casa editrice, acquistare via libreria online).

La storia di Marta

La trama “ufficiale” di Bryan di Boscoquieto è a grandi linee questa: Bryan, un ragazzino che ha appena compiuto quattordici anni, va a trascorrere l’estate dai nonni, nel paesino di Boscoquieto. Qui, a fronte del risvegliarsi di uno Spirito maligno di sei secoli prima, scopre di non essere una persona comune, bensì di essere… una persona comune che può sparare raggi laser dalle mani chikas_pink03.gif e creare invisibili barriere di energia. Grazie a questi poteri e all’aiuto di Morpheus, un mezzodemone che ha deciso di allenarlo, Bryan riuscirà a sconfiggere lo Spirito e riportare la quiete a Boscoquieto.
Morpheus, ben impressionato, offrirà a Bryan la possibilità di entrare a far parte della “Baia”, un’organizzazione segreta impegnata a combattere i malvagi del mondo, incarnati dalla “Comunità” e dal suo misterioso leader, un tizio vestito di verde che si fa chiamare l’Insorta.
Bryan accetterà entusiasta con questo brillante ragionamento (testuali parole):
“Se diventerò un discepolo potrò aiutare gli altri e proteggere la gente comune dai demoni e da tutti i mostri del cazzo”.
Ma Bryan potrebbe scoprire che i Buoni e i Cattivi non sono quelli che lui crede… (e non lo so neanch’io perché il romanzo non è autoconclusivo ma il primo di enne nella saga di Bryan di Boscoquieto…)

Ryu
Ryu di Street Fighter è come Bryan di Boscoquieto! O sarà il contrario?

In realtà una sconcertante parte del testo è dedicata non a queste faccende più o meno fantastiche ma alla gnocca. In particolare alla vicenda di Marta, una specie di sogno proibito di Bryan. Marta, poveraccia, ne subirà di tutti i colori, con la complicità dell’autore.

Chi è Marta? Il personaggio è delineato in maniera magistrale: 18 anni (ma ne dimostra forse uno-due di meno), capelli biondi color oro, occhi blu, seno prosperoso e bella in forma, come dichiara un personaggio dopo averle palpato il culo.
Altri tratti della personalità di Marta non ricordo siano illustrati, sarebbero in ogni caso superflui. Marta ha inoltre una sorta di potere magico: riesce sempre a finire nuda (anzi, tutta nuda, come giustamente specifica l’autore) o in mutande, qualunque sia la situazione. Sembra quasi sia allergica ai vestiti. Senza contare poi che è “una giovane piuttosto scollata”, e posso assicurare sia un dramma essere piuttosto scollate: se non stai attenta ti cadono le dita delle mani, o ti perdi il naso per strada senza neanche accorgertene. Se non hai in borsa l’attaccatutto è un disastro.

Bryan è cotto di Marta, e lei non perde occasione per strusciarglisi contro, purtroppo però non lo considera un amante degno, abituata com’è a bulli di periferia e demoni violentatori, lo considera solo come un amico ragazzino, ma per questo la pagherà cara…
Per avere idea di come il tema “amoroso” sia intrecciato con il romanzo (e per molti versi lo soffochi), si può prendere la lunghissima scena nella quale Bryan e Marta stanno scendendo nei meandri della tana dello Spirito. Ho ampiamente tagliato, ma i miei lettori infoiati (ciao Duca!) non si preoccupino: le parti più succose le ho lasciate. Sigh.

[Bryan e Marta stanno percorrendo un corridoio nella base sotterranea dello Spirito. Mano nella mano e torce accese perché c'è completa oscurità]
La mano [di Marta] abbandonò la sua, sfilandosi velocemente dalle sue dita.
«Marta?», Bryan si volse, ma vide solo un’ombra sparire dietro la curva del cunicolo. La torcia della ragazza era a terra, spenta.
[Bryan parte all'inseguimento]
Gabriele [il "secondo in comando" dello Spirito] aveva preso Marta, l’aveva sollevata di peso ed era fuggito via.
La ragazza scalciava e si dimenava, ma la forza dell’altro era nettamente superiore alla sua. Tornarono alla stanza nella quale si era svolto il rito e Gabriele imboccò il cunicolo a destra. Era tutto buio, ma lui non aveva bisogno di vedere con gli occhi.
[Gabriele ha avuto l'improvviso impulso di violentare Marta: a lei capita spesso]
«Non farlo», lo supplicò la ragazza, mentre le lacrime le bagnavano le guance. «Sei ancora in tempo per…».
L’altro la bloccò con uno sguardo di ghiaccio. «Per che cosa? [...]»
«Non farmi questo».
«Non prenderla come una cosa personale. Se devo essere sincero, non sono interessato a te, ma per adesso sei l’unica donna disponibile sulla piazza e quindi ci si deve accontentare. Capisci no?».
Marta avrebbe voluto scoppiare a piangere, ma si contenne perché sapeva che non avrebbe fatto altro che partecipare al suo gioco.
[Bryan intanto combatte contro mostri sacrificabili che gli hanno bloccato la strada]
«Be’, per il momento torniamo a noi. Sei silenziosa», osservò, continuando a trattenere il collo della ragazza. «Hai paura?».
Marta non gli diede la soddisfazione di una risposta. Gabriele le sfilò i pantaloni dai piedi e li gettò via; rimase qualche secondo a rimirare le gambe della ragazza.
[Gabriele rimane in estasi ancora per po'...]
«Ehi», esordì [Marta] con tono dolce. «Non preferiresti che io facessi questa cosa di mia spontanea volontà?»
«Be’… sì», borbottò Gabriele, allentando la presa al collo della ragazza.
Marta gli rivolse un sorriso tirato. «Allora liberami».
Gabriele la lasciò andare e si sedette. Marta si tirò su e s’inginocchiò.
[Marta esita, finché...]
Marta gettò la vestaglia, che si andò ad accartocciare vicino ai jeans, e rimase tutta nuda a parte il pube. Sorrise debolmente a Gabriele e gli si avvicinò di qualche centimetro.
[Marta esita di nuovo e Gabriele sta per spazientirsi, allora lei...]
Marta levò in aria la mano che aveva tenuto dietro la schiena, nella quale reggeva un sasso grosso quanto un pugno. Vibrò un colpo alla nuca dell’ignaro Gabriele, che spalancò la bocca e cacciò un terribile grido.
La ragazza si alzò e volse le spalle alla creatura che si lamentava e le lanciava mille imprecazioni. [...] Iniziò a correre per allontanarsi il più possibile da Gabriele, perché se fosse riuscito a prenderla una seconda volta…
[Bryan intanto combatte]
Marta correva nel buio del tunnel di pietra. I passi di Gabriele riecheggiavano dietro di lei, preceduti dalle sue bestemmie.
“Ti prego”, supplicò la ragazza, “fai che non mi prenda”. Si concesse un breve sguardo indietro e vide l’ombra dell’inseguitore, proiettata dalle fiaccole poste a intervalli regolari lungo le pareti. Se non ci fossero stati nemmeno quei lumi, non avrebbe avuto alcuna speranza di scappare.
[Ma Gabriele l'acchiappa]
Raggiunsero lo spiazzo e Gabriele la condusse dove si erano appostati prima, vicino ai vestiti della ragazza.
«Sdraiati», comandò. Marta distese la schiena nuda sulla roccia e venne percorsa dai fremiti del gelo. «Bene, bene così», annuì Gabriele, abbassandosi per la seconda volta i pantaloni.
[Elucubrazioni varie]
«Non farmi male», lo implorò, pur sapendo che ogni supplica era ormai vana.
Gabriele si portò una mano alla nuca e mostrò alla ragazza le dita sporche di sangue che si ripulì sul suo ventre contratto. Marta osservò inorridita la propria pancia sporca di sangue e poi tornò a rivolgere lo sguardo a Gabriele, che la guardava con occhi glaciali e con un ghigno diabolico.
«Mi hai fatto male e non avresti dovuto. Io ero il solo che ti separava da Elias [lo Spirito] e dal diventare sua schiava».
Gabriele la girò sottosopra con un unico brusco movimento. Marta gemette per il pietrisco che le pungeva pancia e seni. Strillò quando una mano si abbatté con cattiveria sul suo posteriore e ricominciò a piangere, per l’umiliazione più che per il dolore. Poi una seconda sculacciata, una terza e una quarta.
«Ti stai arrossando», osservò compiaciuto Gabriele, abbassando per la quinta volta la mano. Questa volta colpì così forte che lo schiocco che seguì rimbombò in tutto il locale di roccia. «Spero che ti basti la lezione».
«S-sì», bofonchiò la ragazza, asciugandosi le lacrime con il dorso di una mano.
«Non ti agitare», la ammonì. Le passò dietro e le cinse il ventre con le braccia. La sollevò con brutalità e le ordinò di rimanere sulle ginocchia. «Sei pronta?», gracchiò.
Marta artigliò la terra con le dita, chiuse gli occhi e strinse le labbra per costringersi a non urlarle.

C’è un po’ di tutto: Gabriele che riesce letteralmente a strappare di mano Marta a Bryan senza che questi se ne accorga, l’incoerenza in grassetto sul pianto, il fatto che la base sotterranea è immersa nell’oscurità tranne che per il corridoio che Marta deve fare di corsa tutta nuda (se corre al buio chi la guarda?), e una tristissima sequenza finale.
Gabriele, che non sarà il Cattivo con la C maiuscola, ma, per citare una sua precedente “impresa”, aveva appena accoltellato un gruppo di vecchietti nel sonno, guarda Marta “con occhi glaciali e con un ghigno diabolico” e poi… la sculaccia. Gegnale. Sì, è umiliante per Marta, ma lo è uguale per il lettore e anche per il povero Gabriele che non si merita dopo 600 anni di nequizie di diventare pupazzo delle fantasie adolescenziali del Ghirardi.

E non è finita qui. Perché a questo punto interviene Bryan, nel frattempo anche lui denudatosi, chikas_pink32.gif e con un raggio laser stende Gabriele, salvando Marta. Marta gli si butta al collo, ma dura un attimo, poi lei è di nuovo solo affari, perché c’è ancora lo Spirito da sconfiggere e:

Marta gli porse i pantaloni.
Bryan scosse il capo. «Sono i tuoi».
Marta inarcò un sopracciglio e gli rivolse un’occhiata complice. «Ti serviranno per contenere la tua virilità. Non vorrei farti cascare dalle nuvole, ma lo Spirito è ancora qua in circolazione»

Francamente non vedevo il problema per Bryan di combattere con un’erezione in bella vista, non sarebbe stato episodio più scemo del resto.

Com’è che anche Bryan è senza vestiti? Perché a questo punto si scopre che lui è Lui: il Prescelto, il Numero Uno, Gesù Bambino, il Duce, Er Mejo, l’Erede, e in quanto tale ha un super potere extra, ovvero è in grado di diventare immateriale quando qualcuno lo sta per ammazzare. I mostri lo stavano per uccidere, ma Bryan, in maniera inconscia, ha usato questo suo potere della fantasmificazione ed è riuscito a scappare. Peccato che i vestiti siano rimasti indietro.

Dopo la battaglia Bryan e Marta vivono un periodo di felicità assieme, ma come detto, lei lo considera solo un amico, tanto che un giorno gli comunica che si è trovata un fidanzato, tale David. La reazione di Bryan è nihalesca:

Si ritrovò nel letto, con la testa affondata nel cuscino impregnato di lacrime. Un braccio era disteso, come pietrificato, lungo il corpo. Provò a muoverlo ma non ci riuscì, allora lo lasciò lì com’era. Tutto era vago e indefinito, come se si fosse appena risvegliato da un incubo. Si rialzò, barcollante, sollevò il braccio sano e mollò un pugno al muro, spellandosi le nocche. Poi, tenendosi il braccio dolorante che al minimo spostamento gli inviava fitte tremende, si avviò verso il bagno, con la vista annebbiata dal pianto. Completò il percorso in quattro tappe e vomitò nella tazza del water. Rimase inginocchiato sul pavimento freddo, con la fronte appoggiata all’asse fino a quando non lo raggiunse sua madre.
«Bryan! Che diavolo ti succede? Che hai fatto?».
Bryan mugugnò e si lasciò cadere indietro, sbattendo contro il mobiletto sottostante la lavabo.

Sarà che anche i veri uomini piangono, ma personalmente cominciano un po’ a stufarmi tutti questi protagonisti dalla lacrima facile. Ma forse Bryan è così sconvolto perché preoccupato per Marta, in fondo l’aveva avvertita che solo lui avrebbe potuto proteggerla.
Poco tempo dopo è visitato da questo bel sogno a occhi aperti:

Gionata si fermò appena raggiunte le ombre che sembravano immobili e cristallizzate. Marta aveva gli occhi velati dal terrore e invocava Bryan. Giò le strappò di dosso la gonna e la gettò a terra, dove affondò in un basso strato di nebbia.
«Non farlo!», gridò Bryan, continuando a sforzarsi di raggiungerli. Ormai la sua parte razionale si era accorta che non avrebbe potuto arrivare, ma lui la zittiva e non smetteva di tentare.
Gionata le strappò anche la camicia, facendo saltare via tutti i bottoni, e la buttò sul pavimento.
«Non ti azzardare!».
Gionata lo guardò divertito e fece scivolare le mani dietro le coppe del reggiseno, sugli abbondanti globi carnosi.[sic] Marta strillò.
«Lasciala andare, figlio di puttana!».
L’ombra del suo amico fece scendere la mano sinistra sotto il tanga rosso della ragazza. Il ragazzo vedeva le sue dita che si agitavano sotto la stoffa e notò lo sguardo acquoso di Marta, che subito dopo cominciò a gemere. Gionata inclinò la testa e le lasciò il segno arrossato di un succhiotto sul collo. La fece voltare con forza verso di lui e le insinuò in bocca la sua lingua demoniaca.
«Te lo impedirò! Te lo impedirò!». Ma per quanto Bryan si affaticasse e per quanto avanzasse, la distanza non diminuiva mai.
Gionata era sempre più divertito dai suoi vani sforzi. Estrasse la mano dalle mutande e la sfregò sul ventre di Marta, che rabbrividì e chiamò ancora Bryan.
«Non puoi farlo. So che da qualche parte ci sei ancora tu, Giò, e ti supplico di non farlo».
Gionata gli rise in faccia e costrinse Marta ad abbassare la schiena. Bryan si accorse che Giò non era nemmeno vestito.
«Ti prego, Bryan!», strillò Marta.
«Questo è per te, Bryan», disse Gionata, penetrando senza alcun indugio la ragazza curva, per metà avvolta nella nebbia. Marta strillò e spalancò gli occhi e la bocca.
Bryan gridò, gridò e gridò ancora fino a consumare tutto l’ossigeno dei polmoni; intanto continuava a cercare di raggiungerli, ma non riusciva nemmeno a capire se fossero i suoi piedi a essere ancorati, oppure il suolo gli scorreva via. Marta singhiozzava e ansimava, mentre Gionata si muoveva dietro di lei, mantenendo un’espressione di dura e impassibile follia.

Più avanti si scoprirà che Marta è stata violentata sul serio, e anzi ha passato diversi mesi in qualità di schiava sessuale di un Cattivo. Così la stronza impara a non mettersi con l’unico che poteva proteggerla!

Prima, dopo e durante, Marta è ancora il motore del romanzo, sebbene non più protagonista di scene così “pregevoli”. Solo normali molestie e pesanti allusioni.
Dove finisce Marta, non termina il porno. Per esempio la scena che conclude il romanzo vede questo tizio, l’Insorta, fare sesso con un personaggio mai visto prima, tanto per, senza che abbia alcuna importanza per la storia. In altri punti il sesso ha invece importanza, in una maniera che definire ridicola è poco.
In questa scena Bryan deve battersi contro le quattro cinture nere della locale palestra di Kung Fu e contro quattro donne ninja. Gli otto tizi sono però sotto l’effetto di un incantesimo e sono in pratica invulnerabili. Come risolve la faccenda Bryan? Così:

Gli altri otto lottatori erano tutti in piedi e pronti ad attaccarlo. Bryan corse incontro all’uomo che gli era più vicino, gli artigliò i pantaloni dalle tasche e lì tirò giù. L’uomo rimase interdetto e non seppe come reagire quando il ragazzo gli abbassò anche le mutande. Bryan, chinato, si accorse che gli altri lo avevano circondato. Si rialzò e rapidissimo denudò le parti basse degli altri uomini, sfruttando la loro perplessità.
[...]
Bryan imprecò, poi afferrò il braccio magro e forte di una delle donne, e lo torse. Allontanò gli altri con dei calci piazzati all’inguine e alle ginocchia e mantenne la presa sulla donna, incurvata davanti a lui.
«Avete bisogno di un ulteriore stimolo», sussurrò. Sempre tenendola bloccata per un braccio, le afferrò il bordo dei pantaloni e lo strattonò verso il basso, mettendo alla luce le gambe longilinee e sudate. Solo un perizoma rosso le copriva la parte intima. Bryan fece passare due dita dietro all’elastico e anche l’ultima copertura calò. Qualcuno lo colpì al capo, costringendolo a spingere via la giovane, che si scontrò con uno degli uomini. Nel frattempo Bryan venne colpito alle costole, avvertì uno scoppio di dolore e ruzzolò sulla strada.
[...]
L’ultima cosa che Bryan vide prima di chiudere gli occhi fu una scarpa che gli pioveva sulla faccia. Si preparò all’impatto, immaginando la propria testa ridotta in pezzi. Ma il colpo non arrivò. Il ragazzo riaprì cautamente gli occhi e si accorse che gli aggressori guardavano altrove e non lo degnavano più d’alcuna attenzione. Ne approfittò per sgusciare via, si alzò e capì cosa li aveva interessati.
La donna era appoggiata a terra sulle ginocchia e l’uomo si muoveva ritmicamente dietro di lei, tenendo le mani premute contro le sue natiche. I loro versi, da ringhi divennero bestiali gemiti di piacere. I loro compagni distolsero quel che rimaneva dell’attenzione dal ragazzo e si dedicarono alle donne.
In breve la banda di aggressori divenne un groviglio di membra e una fornace di lamenti.

Il problema qui è che se fosse stata una qualche parodia, tipo Il Signore dei Tranelli o Aerosol, il fratello furbo di Eragon non avrei avuto niente da dire, ma Bryan di Boscoquieto non è una parodia. Il romanzo ha, nonostante gli estratti, un tono per la buona parte serio, e l’(auto)ironia è minima.

Copertina di Aerosol
Copertina di Aerosol, il fratello furbo di Eragon

I momenti volutamente “umoristici” poi sono di rara eleganza. Il mio preferito è questo:

[Bryan] Riprese a camminare. Il gruppo di Prigionieri [i Prigionieri del Bosco – esseri umani trasformati in mostri] era un’ombra che stava gradualmente svanendo fra gli arbusti.
«Perché sono uscito? Perché ho voluto seguir… Merda!», esclamò in un sussurro e subito sollevò il piede inzaccherato dalle feci. “Chi ha portato il cane a cagare…?” Esaminò gli escrementi con maggior attenzione e si accorse che erano umani. “Ecco perché si sono fermati! Ma porca…”.

Tutto questo miscuglio perverso-demente-goliardico-adolescenziale è divertente? In un modo cretino, a tratti sì. Vale 10 euro? Manco per sbaglio. Ha qualcosa ha che fare con il fantasy? Neanche per idea.

Per chiudere in bellezza questa sezione, vi lascio a Sarah Michelle Gellar (Buffy) che nei panni di Krysta Now canta Teen Horniness is not a Crime dalla colonna sonora del film Southland Tales (guardatelo! Nuove bizzarrie e “misticismo quantistico” da Richard Kelly, già regista di Donnie Darko).

Sarah Michelle Gellar

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La licenza elementare

Come ripeto sempre, prima di scrivere un fantasy bisogna documentarsi, perché solo ambientazioni e situazioni ben ricercate possono suonare verosimili. Devo aggiungere una postilla: è probabile sia necessario aver completato con successo almeno le scuole elementari. In confronto a Bryan di Boscoquieto i problemi che assillavano la Troisi paiono astrofisica. Il Ghirardi ha difficoltà a contare fino a dieci…

«Una serratura a combinazione», mormorò, puntando la torcia sulla parte superiore della valigia. «Cinque posti e dieci numeri. Morpheus deve averci lasciato un qualche indizio. Non è possibile andare a caso…», continuò, parlando fra sé e sé. «Cinque alla decima». A conti fatti, si trattava di 9.765.625 differenti possibilità. Era stato suo padre a insegnargli il modo di calcolare le probabilità, elevando il numero delle cifre possibili (cinque) a quello dei numeri utilizzabili (dieci).

Ora, se tu hai un posto e dieci cifre (0 – 9) quante combinazioni ci saranno? Nessuno? 10, esatto! Brava Nihal! Se hai due posti e dieci cifre, quante combinazioni ci saranno? Da 0 a 99, 10×10, 100! Con tre posti da 0 a 999, 1000. Con quattro posti 10.000. Con cinque posti 100.000. Secondo il Ghirardi invece sono 9.765.625! Ma LOL, questa è roba appunto da elementari!
Il bello è che c’è anche mezzo paragrafo d’inforigurgito in cui l’autore spiega compiaciuto come calcolare in modo sbagliato le probabilità (che tali non sono perché sono combinazioni). E qui mi rivolgo anche alla Newton Compton nella figura dell’editor o di altro responsabile: capisco che non vi freghi niente della qualità di quello che pubblicate purché venda, ma rendetevi conto che non sapere neanche contare fino a 10 non è un bel biglietto da visita.

Self-Teaching Math Machines
Con queste Self-Teaching Math Machines persino Ghirardi e il suo editor potrebbero imparare l’aritmetica!

E non c’è solo questo, la serie degli strafalcioni comprendere il considerare la Grande Guerra la Seconda Guerra Mondiale invece della Prima, lo sbagliare di almeno un secolo la data d’introduzione in Europa della polvere da sparo, il mostrare un personaggio che pensa di poter far esplodere il C4 con un accendino e altre assurdità simili.

Mi torna in mente quell’articolo del Corriere di qualche mese fa, quello sui nipotini di Tolkien(sic); iniziava in questo modo: “Fantasy di casa nostra. Sono arrivati i nipotini di Tolkien, ragazzi giovanissimi (sorpresa: anche italiani), dalle solide basi culturali, capaci di parlare ai loro coetanei [...]” Sì, basi culturali solidissime, di marzapane! Complimentoni anche al giornalista del Corriere.
E poi ci sono quelli che vanno in giro a dire scempiaggini del tipo: “sì, ma leggere un libro anche se brutto è pur sempre leggere. Leggere è sempre meglio”. Sempre meglio di cosa? Prendere a testate un’incudine? Ci sono ben poche attività che siano più inutili e diseducative di leggere Bryan di Boscoquieto.

Lo stile

Come avete potuto constatare dagli estratti lo stile è decente. Non manca però di una lunga serie di difetti a vari livelli. Uno dei più ricorrenti è il punto di vista traballante. Si va da errori macroscopici (tipo quando un personaggio morente sta ricordando la sua cattura e riesce a ricordare anche scene a cui non ha preso parte) ad altri meno rilevanti ma che alla lunga danno fastidio, esempio:

[1] Elias si alzò e guardò stancamente davanti a sé. La casa gli sembrava meno distante ora. Ogni passo gli era costato un enorme sforzo, però riuscì a trascinarsi fino a raggiungere la porta, bussò e vi accasciò contro.
[2] «Chi è?», la voce irritata di un uomo preoccupato rispose ai colpi di Elias.
[3] Nessuno rispose.
[4] L’uomo tolse l’asse di legno che aveva messo sulla porta per sbarrare l’uscio. Elias crollò e venne sostenuto dalle sue forti braccia [...]

Nella frase [1] il punto di vista è di Elias. Alla [2] comincia a vacillare (perché è strano che Elias ridotto com’è riesca a cogliere la sfumatura di irritazione dovuta a preoccupazione in una voce – sembra che da Elias si scivoli verso il Narratore). Alla [3] c’è il problema: il lettore è ancora più o meno con Elias, e dunque si aspetta un: “Elias non rispose”, “lui non rispose”, o anche solo “non rispose”, quel “Nessuno” sposta il punto di vista, tra l’altro a un personaggio che non abbiamo ancora incontrato, il che crea disagio. Alla [4] il punto di vista è dell’uomo dietro la porta.
Questi piccoli “fastidi”, che costringono magari a rileggere più volte una frase o un paragrafo, non sono difetti mortali, ma accumulandosi pian piano rendono la lettura faticosa e portano alla noia. Inutile dire che non ci sarebbe voluto molto per eliminarli in fase di editing.

Così come l’editor avrebbe dovuto tagliare decine di pagine piene di particolari inutili. Roba di questo tipo:

[Bryan] Entrò in casa sbadigliando e borbottando sottovoce. Salì al piano superiore e si lavò le mani. Lasciò il libro in bagno, sul ripiano dei cosmetici, e andò a mangiare. Un piatto di maccheroni fumanti era già pronto in tavola e la grattugia era accanto, ad attendere soltanto lui per una sventagliata di formaggio. Squillò il telefono quando arrivarono al secondo, ovvero carne di maiale grigliata e spinaci. Bryan si alzò e andò a rispondere al cordless appoggiato sulla scrivania in salotto. Attese un paio di secondi con il telefono in mano prima di premere il tasto che avrebbe attivato la comunicazione. Il suo pensiero era rivolto a Gionata.
«Pronto?»
«Ehi, Bryan».
«Ciao, Giò», lo salutò Bryan sogghignando. «Ho indovinato», diceva la sua espressione tronfia.

Questo livello di dettaglio non è di per sé sbagliato. Se Bryan stesse descrivendo un pranzo al Palazzo della Regina dei Dogorroni potremmo essere interessati a scoprire quali portate ci sono e da quali contorni è accompagno lo gnomo allo spiedo. Ma purtroppo non è così, questo è un frammento di vita quotidiana che ognuno può immaginarsi senza leggerlo e che non ha alcuna rilevanza per la storia. Come detto ci sono decine di pagine di “vita quotidiana” scritte così: una noia abissale.

L’uso del linguaggio è spesso approssimativo. Si va da obbrobri del tipo: “I paesani sono ancora riuniti per assistere allo spettacolo offerto dalla sua morte in diretta, minuto per minuto.” con punto di vista un personaggio del XV secolo – mi chiedo se i paesani siano in regola col canone –, all’aggettivazione eccessiva, specie per quanto riguarda i possessivi “La legna sotto i suoi piedi prende fuoco e le dita dei suoi piedi cominciarono ad ardere.”, fino alle frasi di gusto Troisi: “Bryan non poteva permettere che entrassero. Avrebbero ucciso tutti, trasformando i superstiti in altri servitori dello Spirito.” Uhm… “cazzarola!” come dice la madre di Bryan. E infine ci sono i nomi stessi; senza una buona ragione, in Italia nel XV e XX secolo, abbiamo mischiati: Bryan, Bob, David, John e Josh con Massimo, Viviana, Marta, Walter e Giuseppe. Sarà.

Ci sono poi le solite quisquiglie, che ormai devo dare per scontate parlando di fantasy italiano, cioè le incoerenze: un mercante non denuncia un tizio all’Inquisizione perché vuole dirigere la tortura di persona, ma quando il torturatore sta per cominciare, il mercante se ne va a pranzo. Un personaggio è stecchito a pagina tale e grida incitamenti poche pagine dopo. Si entra dal piano terra di un palazzo, si scende con un ascensore e si ci ritrova all’ottavo piano, con il rischio di sfracellarsi cadendo dalla finestra. Quattro donne ninja diventano cinque per sbaglio e poi tornano quattro. E così via.

Nonostante questo, lo stile del Ghirardi non è così atroce come quello di altri. Anzi, diverse pagine scorrono con la dovuta scioltezza, sebbene sia difficile emozionarsi. Anche quando il punto di vista si mantiene ravvicinato e focalizzato su Bryan l’empatia non scatta, il personaggio è troppo piatto e monocorde.

Lasciando Boscoquieto

Dieci euro buttati, ma si sapeva. Purtroppo per il Ghirardi anche nel campo dell’involontariamente demente la Troisi di Nihal rimane inarrivabile, anche se sotto questo aspetto lui si avvicina. È frenato dalle lunghe parentesi di vita quotidiana di Bryan, che rallentano troppo il ritmo e rendono la lettura farraginosa. Gli elementi fantastici sono da una parte banali, dall’altra inverosimili. Non ci sono elfi, e questo è un pregio, ma siamo lontani da situazioni originali. L’ossessione per la gnocca di buona parte dei personaggi non è divertente in un romanzo che vuole essere preso sul serio.
Gli unici due aspetti passabili sono l’ambiguità morale e uno stile che pur con i suoi limiti non è da buttar via.

Non si può neanche invocare la difesa d’ufficio del romanzo “per ragazzi”. Qui abbiamo sesso esplicito (neanche consensuale), violenza (comprese scene che scivolano nel gore, tipo quando un personaggio si cava un occhio con un cucchiaio), e lezioni di matematica sbagliate: non credo che con queste qualità possa rientrare nel “per ragazzi”. O sì? Probabilmente il “per ragazzi” è come “fantasy”: una categoria-calderone in cui mettere tutta la spazzatura che però lì buttata non può più essere sottoposta a critica, perché i “ragazzi” sono scemi.

Come al solito la casa editrice ha aiutato l’autore poco esperto con un bell’editing così-come-capita. È probabile non sia neanche un caso d’incapacità (per quanto disprezzi gli editor italiani, quanti editor non sanno contare fino a dieci?), ma proprio di completo menefreghismo. Tanto chi controlla?
E non posso dar torto alla Newton Compton: un editing adeguato, la coerenza, la scrittura scorrevole senza intoppi, e quant’altro sono particolari inutili. Non è questo che interessa al pubblico del fantasy. E il pubblico ha sempre ragione. O qualcosa del genere.

L’appuntamento con altri fantasy italiani che partono con queste premesse è per il prossimo Natale, uno all’anno è sufficiente.

Coniglietto in gabbia
Il Coniglietto Grumo si era un po’ ripreso negli ultimi mesi, poi ha letto Bryan di Boscoquieto: è ripiombato nella depressione. È molto triste, e dice che gli sembra di stare tutto il tempo chiuso in gabbia


Approfondimenti:

bandiera IT Bryan di Boscoquieto su iBS.it
bandiera IT Bryan di Boscoquieto presso il sito dell’editore
bandiera IT Il video di una presentazione
bandiera IT Il sito di Federico Ghirardi
bandiera IT Un’intervista a Federico Ghirardi

bandiera IT Il sito dell’Associazione Italiana Editori
bandiera IT Il Signore dei Tranelli su iBS.it
bandiera IT Aerosol su iBS.it
bandiera IT Richard Kelly su Wikipedia

 

Giudizio:

Certe situazioni sono così sceme da sfiorare il divertimento. +1 -1 Certe altre invece sono così sceme da dar fastidio.
Lo stile non è sempre da buttar via… +1 -1 …ma da buttar via in un sacco di occasioni.
Ambiguità morale. +1 -1 Più che un fantasy è una fyccina degenere.
-1 Personaggi piatti, animati solo dalla prospettiva della gnocca.
-1 Elementi fantastici banali e inverosimili.
-1 Strafalcioni in ogni ambito.
-1 Trama sconclusionata.
-1 Noioso per lunghi tratti.
-1 Ironia assente o quasi, e quando c’è non fa ridere.
-1 Dieci euro buttati e non è neppure un romanzo autoconclusivo.
-1 10.000 copie di ‘sta roba intasano le librerie.

Otto Gamberi Marci: clicca per maggiori informazioni sui voti3

Scritto da GamberettaGamberolinkCommenti (155)Lascia un Commento » Questo articolo in versione stampabile Questo articolo in versione stampabile

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