Andrea Vincenzi

Andrea Vincenzi è il nome del protagonista di un romanzo che una mia amica sta scrivendo. Anzi, ormai l’ha terminato, sebbene sia ancora incerta riguardo al finale. È un giallo, con sfumature soprannaturali.

Copertina di un Giallo Mondadori
Il termine “giallo” deriva dal colore della copertina dei Gialli Mondadori

Io ho letto ampi stralci del romanzo, e dato che sono davvero sua amica, le ho detto chiaro e tondo che non mi piaceva, in base a quelle “regolette” che da queste parti sono così poco popolari.
Viste le polemiche degli ultimi tempi, vorrei che ne leggeste un paio di pagine e ne deste un giudizio. Voglio capire se davvero sono cosi “sfasata” rispetto alla sensibilità generale come qualche volta mi pare.

Da queste due pagine, sono l’inizio del capitolo terzo, capisco non si possa dir niente riguardo alla storia. Però, almeno per me, si può già dir molto sullo stile e sulla “presa” che hanno sull’attenzione del lettore. Dunque votate, e se vorrete aggiungere un commento nel quale spiegate il perché avete votato come avete votato, io e l’autrice ve ne saremo grate.

Io mi asterrò dal votare e dal commentare, per non influenzare nessuno. Cercherò invece di far intervenire l’autrice, che è poco presente perché da mesi lotta con Telecom per ottenere l’ADSL. Ma ci arrangeremo.

Leggi l’inizio del capitolo terzo online, qui.

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Aggiornamento del 1 Dicembre 2007: Le votazioni sono chiuse. Potete ugualmente lasciare un commento. Poi proseguite qui.


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9 Commenti a “Andrea Vincenzi”

  1. 9 ontheline

    Scusate se da ignorante quale sono mi introduco nella questione,che sarà tra l’altro bella e risolta quest’oggi!
    Giusto per dimostrare che “ho fatto i compiti”, vorrei solo puntualizzare che, applicando pedissequamente gli insegnamenti di gamberetta, gli errori in queste due pagine sono infiniti:

    1)non è rispettato la regola fondamentale dello “show don’t tell”. (non dovrò mica fare gli esempi, vero? queste 2 pagine ne sono zeppe);

    2)alcune frasi sono troppo arzigogolate, piene di termini troppo ricercati e spesso difficili da comprendere;

    3)ci sono descrizioni inutili come quelle della panchina.

    Secondo il mio giudizio personale, invece, quest’estratto è noioso. Probabilmente risulterebbe essere più interessante dopo aver letto i primi e due capitoli, ma queste 2 pagine così non prendono nè pretendono un’eccessiva attenzione.
    Forse queste pagine andrebbero riscritte.

    Si tratta solo di un parere personale, da lettrice, dato che non sono scrittrice e non ho alcuna intenzione di diventarlo.

    In ogni caso BUONA FORTUNA!

  2. 8 Andrew

    Non ho letto ancora gli altri commenti, quindi non so se sto ripetendo qualcosa di già detto. Comunque…

    1) Era una casa qualunque, in una strada qualunque. Non c’era niente di speciale, tutto nell’ordinario. Niente lì avrebbe fatto pensare a una connessione con omicidi, aggressioni o cose del genere. Una casa con omicidi e aggressioni come dovrebbe essere? Porta spalancata, urla dall’interno, corvi sugli alberi nei dintorni, e magari la casa su una collina che tutti i bambini evitano perché detta stregata? E perché non viene descritta? Io come casa qualunque ho in mente una di quelle villette americane che si vedono nei film disney, ma che ne so di cosa intende dire il narratore?
    2) La veranda ospitava una panchina, del tipo di quelle dove ci si può sedere a bere una limonata, ma non recava alcun segno, come se nessuno l’avesse usata per quello scopo da lungo tempo, o forse era la veranda a scoraggiare, o qualcos’altro. Non capisco né il senso né il concetto: una panchina in cui ci si siede ha qualche segno che la rende diversa da una panchina in disuso? In che senso una veranda potrebbe scoraggiare (o qualcos’altro)? E poi mi sembra troppo artificiosa e superflua la spiegazione della panchina-veranda-limonata.
    3) C’era uno scatolone pieno di tali sacchetti vicino alla porta. Ne prese uno e lo tenne in mano mentre bussava alla porta con le nocche, forte abbastanza perché chiunque all’interno riuscisse a sentirlo, ma senza picchiare o roba del genere. La ripetizione di ‘porta’ è superflua, ‘tali’ è una sottospecie di arcaismo inutile, e lo è ancor di più la spiegazione di come bussa (il ‘roba del genere’ non è troppo colloquiale?).
    4) Riccardo Isalti era l’uomo alla porta. Guardò Vincenzi chiedendosi chi fosse quel tizio alla sua porta, e che cosa ci facesse lì. A parte un’altra ripetizione di ‘porta’ e il fatto che la prima frase non mi sembra avere molto senso (o comunque potevo essere scritta in modo più… normale?), qui passiamo dal punto di vista di Vincenti a quello di Isalti senza alcun criterio, e il dialogo restante mi dà l’idea di qualcosa di forzato e troppo artificioso.

    In generale sembra che sia stato scritto senza molta sicurezza sul da farsi, perché: a) il protagonista sembra essere descritto in modo più insicuro di quanto dovrebbe essere lui stesso (non saprei spiegarmi meglio, temo); b) certi periodi sono scritti in maniera complessa, forse nel tentativo di evitare una ripetizione o per allungare il brodo; c) assistiamo a tutta una serie di interruzioni per il tragitto dalla macchina alla casa, dall’”oh, com’è difficile essere quarantenni”, alla panchina per la limonata, per finire con i volantini sulla porta, quando ci si poteva concentrare su cose più utili (se nella casa è realmente accaduto un omicidio e attorno a questo gira un mistero, non avrebbe avuto più senso buttar giù due righe su com’è? E di Isalti appena viene visto sappiamo solo che è un uomo) ; d) non sembra neanche un giallo, il protagonista ricorda più un contabile che va alla sua seduta psichiatrica.
    Giudizio finale: non mi quadra e se anche il resto è scritto così dubito che potrebbe essere preso in considerazione da una qualunque casa editrice.

  3. 7 Gianluigi Zuddas

    Gentile Gamberetta,
    sono tornato al vostro indirizzo per rileggermi la recensione fatta da Capitan Gambero a quel romanzo “Amazon”. Ogni tanto ho bisogno di rileggermi qualche recensione non del tutto negativa, in aggiunta alle pillole contro la depressione. In realtà speravo di trovarci dei particolari nuovi, per esempio degli apprezzamenti entusiasti che la prima volta mi fossero sfuggiti. Invece il testo era sempre lo stesso, e non sono neppure riuscito a modificarlo. Devo proprio rassegnarmi: neppure le vostre recensioni sono del tipo più evoluto che uno scrittore può ritoccare da solo. Un consiglio proprio disinteressato che potrei darvi è di chiedere a me la recensione del mio prossimo romanzo; sono sicuro che dopo aver sprecato tempo a leggere quella roba non vorrete perderne anche dell’altro a scrivere pure la recensione.
    Poi mi è capitata sott’occhio la paginetta di questa sua talentuosa amica che si è messa a scrivere gialli, e ho deciso che lei, Gamberetta, ha avuto un’idea davvero benemerita con questa proposta di invitare dei volontari a criticarne l’opera. Dare un contributo alla crescita di questa nuova artista è un’occasione da non perdere, tanto più che si preannuncia capace di sbalordire il lettore con sottigliezze inaspettate.
    Se mi permette vorrei illustrarle come vedo io lo stile di questa dotata compositrice di trame. Guardi che non sono così becero da fare dell’ironia cattiva. L’ironia buona invece va offerta a chi ne trarrà giovamento, come l’olio di fegato di merluzzo: mandala giù, e ti farà crescere delle branchie robuste, cosa che voi gamberi apprezzerete.
    Dunque, in ciò che la sua amica scrive ci sono certamente dei difetti, ma la sua voglia di raccontare è genuina, e inoltre mette a confronto due personaggi (Vincenzi e Isalti) in modo tale che il lettore deve chiedersi, col fiato sospeso: cosa succederà, adesso? Cosa faranno Vincenzi e Isalti, ora che si trovano faccia a faccia come due pugili che si studiano sul ring? Si parleranno con civile freddezza? Si pugnaleranno con sarcastici sottintesi? Oppure il motivo dell’acidità di Isalti è la bionda che sentendo bussare alla porta ne ha approfittato per tirarsi di nuovo su le mutandine?
    Me lo lasci dire: agganciare il lettore con questi interrogativi è un’arte che non si impara. Benché questa scrittrice abbia necessità di perfezionare il sugo, ha già messo in pentola dell’ottima pasta all’uovo fatta in casa, se così posso esprimermi. Lei, Gamberetta, ha ben esaminato le tecniche con cui Orson Scott Card insegna l’arte di condire le parole, per presentarle sul piatto della pagina e servirle in tavola. Ma mi sembra di aver capito che anche lei trova troppo americana quella cucina letteraria; in altre parole O.S. Card spiega come si fa un buon sugo, ma non va alla base della faccenda analizzando i segreti della pasta fatta in casa. La sua amica invece, da come ha impastato l’inizio del terzo capitolo, sembra capace di mescolare appetitosi ingredienti.
    Le faccio un esempio: l’incredibile cambiamento dei “punti di vista” a cui il lettore assiste. Prima abbiamo il punto di vista narrativo centrato su Vincenzi, e dopo pochi paragrafi il punto di vista emigra su Isalti. È forse un errore, questo? Niente affatto, perché di mezzo c’è un intervallo di cinque o sei righe (quando Isalti apre la porta di casa) in cui il punto di vista non è di nessuno dei due. È come se il punto di vista passasse alla telecamera di un satellite-spia che aspettava d’intercettarli. E in questo breve passaggio-al-satellite io vedo il tocco di genio della scrittrice. Subito il lettore pensa: c’è davvero un occhio elettronico che li osserva dall’orbita? Ad ogni modo, questo è come mettere uno strato-cuscinetto tra i due punti di vista, affinché il passaggio dal primo al secondo sia morbido, insomma, opportuno come la besciamella tra uno strato di lasagne e l’altro. Mi sembra giusto lasciare all’autrice la possibilità di ficcare in forno questa tecnica per vedere come la cuocerà nei romanzi successivi.
    Un buon metodo per dare qualcosa di extra da pensare al lettore, (per riempire utilmente l’intervallo in cui l’occhio va accapo fra una riga e l’altra) è di proporgli dei piccoli enigmi. E l’autrice ne piazza sottilmente uno proprio in cima alla pagina. Ovvero: perché Vincenzi controlla due volte l’indirizzo dopo aver parcheggiato l’auto? Forse è un insicuro sempre bisognoso di conferme terapeutiche? Forse in giro ci sono teppisti che cambiano le targhe delle strade e i nomi degli abitanti sulle porte? Forse è uno di quei saggi che si voltano sempre a guardare la tazza del cesso per accertarsi di non aver fatto un guaio nel bidet? In effetti la risposta ci viene data quasi subito, quando Vincenzi si toglie gli occhiali da sole: evidentemente il poveretto aveva dovuto guardare il numero civico attraverso lenti da quattro soldi, dunque l’autrice inserisce una doverosa allusione al fatto che la nostra polizia viene sottopagata; e non è giusto vederla come un’uscita di tema. Un uomo che rilegge due volte l’indirizzo a cui sta bussando è comunque un uomo prudente, e l’autrice ha l’accortezza di farcelo capire con questo espediente.
    Un altro momento in cui il Vincenzi emerge come poliziotto di vecchio stampo, dall’occhio clinico per i dettagli significativi, è quando nel guardare la panchina sotto la veranda nota subito che non ci sono i segni circolari lasciati dai bicchieri di limonata. In un giallo ben costruito questo può essere un eccitante indizio-chiave per certi sviluppi della trama, e indubbiamente l’autrice fa bene a riportarlo. Inoltre ella provoca una domanda interessante: dove diavolo è che questo Isalti appoggia il bicchiere della limonata, quando si siede sotto la veranda? La stessa perplessità nasce coi sacchetti di manifestini. Perché la pubblicità non gliela mettono nella cassetta delle lettere? Forse lui tiene la cassetta dentro casa perché non gliela rubino? E inoltre, ci si può fidare di uno che tiene il cestino della cartastraccia fuori dalla porta di casa? Questi timori inconsci che l’autrice fa nascere nel lettore vanno visti come utili stimoli a sfondo sociale. Dunque, i dettagli che poi si sommano, e che alla fine si suppone diventeranno significativi, qui non mancano.
    Una cosa che resta in sospeso è il motivo per cui Vincenzi prende su uno di questi sacchetti prima di bussare. Cosa pensa di farne? Portarlo lui stesso ai cassonetti per la raccolta differenziata? Ma questo è un utile simbolismo da proporre al lettore, perché chi fa la raccolta differenziata è per definizione un buono. Inoltre si noti che non suona il campanello, ma bussa. Vincenzi è dunque uno che snobba le meraviglie dell’elettricità, e questo io non posso definirlo né un errore, né una bizzarria inutile. Francamente, anzi, io ne ho abbastanza dei poliziotti che suonano alla porta, come se dopo aver preso a sberle criminali tutto il giorno poi avessero paura di sciuparsi le nocche bussando due colpetti sul legno.
    Un dettaglio originale è anche la professione di Isalti, che non contento dei nevrastenici brividi dell’agente di borsa si arricchisce le giornate facendo l’informatore della polizia. Se si pensa che solitamente l’informatore è un pregiudicato costretto a fare soffiate da qualche poliziotto carogna che lo ricatta, l’autrice ha il merito di presentare in una nuova veste nobilitata questa figura di delatore, come serio professionista che i poliziotti si recano a consultare alla sua abitazione quando c’è bisogno.
    Insomma, signorina Gamberetta, la critica devo farla un po’ a lei per aver poco apprezzato il romanzo della sua amica. Talvolta bisogna spendere qualche lode, sa, come investimento a fin di bene. Pensi cosa accadde al povero Leonardo quando da ragazzo tutti gli dicevano che era un somaraccio perché scriveva da destra a sinistra. Se quei critici l’avessero invece incoraggiato, magari sarebbe stato lui a scrivere i Promessi Sposi. (OK, lo so, poi al Manzoni non sarebbe rimasto che ritrarre lui Monna Lucia, la moglie di messer Tramaglino.)
    Mi ricordi tanto al suo coniglio.
    G.Z.

  4. 6 Nick Truth

    Non mi è piaciuto.

    Le parole sembrano buttate lì per caso, senza fantasia. Ci sono troppe ripetizioni, non solo usa le stesse frasi, ma ripete anche gli stessi concetti:
    “Era una casa qualunque, in una strada qualunque. Non c’era niente di speciale, tutto nell’ordinario.”

    Queste frasi dicono la stessa cosa: se era una casa qualunque è ovvio che non c’è nulla di speciale, e se non c’è nulla di speciale è tutto nell’ordinario.
    E personalmente non piace proprio la scelta di termini.

    “uno lo penserebbe vivere in un posto un po’ più di lusso, in una casa più bella, che si affacci su una strada migliore.”

    Stesso discorso.

    Qui non capisco il nesso:
    “Compiere quarant’anni non era facile. Non avrebbe saputo dire cosa si aspettasse dai quarant’anni, ma era dannatamente sicuro non fosse questo. Oh, pazienza. Era il suo lavoro, e toccava a lui svolgerlo. ”

    Compiere 40 anni non era facile, non si aspetava questo, ma era il suo lavoro?
    Vuole forse dire che a 40 anni gli fa schifo svolgere ancora quel lavoro? O che? Non è chiaro il nesso tra questi due concetti.
    Inoltre la crisi di mezza età è banalizzata, e potrebbe anche non essere il momento giusto pensarci.

    Il passaggio dal punto di vista di Vincenzi a quello di Isalti non riesce bene: il lettore sta ancora guardando con gli occhi di Vincenzi quando legge che Isalti era l’uomo alla porta.

    Non mi piace anche perchè il linguaggio del narratore mi sembra un mix tra il modo di parlare di un ragazzino (“del tipo di quelli”; “uno lo penserebbe”; “cose del genere”) e un narratore americano.

    Mi trovo generalmente d’accordo con le critiche già espresse quindi non aggiungo altro.
    Per me è da riscrivere da capo. Voto brutto.
    Ciao

  5. 5 barbara

    Ho letto il racconto e, prima di qualunque considerazione, premetto che il giallo è uno dei generi che mi piacciono meno.
    Per quanto riguarda la parte del dialogo la ritengo troppo breve e marginale per poter essere valutata, quindi mi limito a parlare della prosa.
    “Fa schifo” o “brutto” mi sembrano eccessivi come giudizi, ma ho notato una certa monotonia nel ritmo: le frasi risultano tutte della stessa lunghezza, con le stesse pause e lo stesso suono. Leggendole si finisce per essere incantati da una sorta di cantilena che distoglie l’attenzione dalla trama.
    Personalmente non mi piacciono neanche scelte narrative come “Sì, era proprio quello il posto”, “Oh, pazienza. Era il suo lavoro” o “C’era un volantino posato sullo zerbino. No, era un sacchetto pieno di volantini”: probabilmente dovrebbero essere punti di vista del protagonista riportati dal narratore, ma a me danno l’idea di una presenza troppo invadente dell’autore che finisce per schiacciare la storia. Inoltre alcune di esse (C’era un volantino posato sullo zerbino. No, era un sacchetto pieno di volantini) non sono funzionali e, pertanto, risultano inutili: non ha importanza che prima si riteneva che il volantino fosse uno e poi ci si accorga che è un intero sacchetto. Non serve nè ai fini della storia nè ai fini della narrazione nè ai fini dell’estetica.
    L’ultima cosa che non mi convince è la parte in cui il personaggio riflette sulla sua età. Se fosse giustificata da alcuni avvenimenti non riportati nell’estratto che è stato proposto andrebbe benissimo, ma letta così sembra messa lì a caso, in un momento di stasi creato apposta per poter parlare della psicologia del protagonista invece di farla emergere dalle sue azioni.

  6. 4 Editor senza qualità

    Brutto. Basterebbe lo stile, le scelte lessicali (le prime contro cui incappa anche la lettura più frettolosa), per bocciarlo: a una connessione con omicidi [connessione sembra quella a internet: legame pareva brutto?]/ una strada migliore [è proprio "migliore" la parola più adatta a esprire quel concetto?]/ in un posto un po’ più di lusso [??]/ tenere un basso profilo, evitare di spiccare troppo [frasi fatte a go go]/ combattere gli acciacchi dell’età [come sopra] ecc… per limitarsi al primo capoverso.
    Ha un altro vezzo che contribuisce a dare l’idea di una scrittura “sciatta”, “tirata via”:
    Era una casa qualunque, in una strada qualunque
    con omicidi, aggressioni o cose del genere
    ma qualcosa di non molto differente
    un brutto quartiere o niente del genere

    Tutte idee di vaghezza, come se non volesse fare lo sforzo di esprimere il concetto ma avesse fretta di andare avanti.

    Certo, potrebbe anche essere una brutta traduzione, come l’ambientazione “americana” (verande su cui bere la limonata, ragazzi che distribuiscono volantini ecc..) farebbe credere (se così non è, suggerisci alla tua amica di scollarsi di dosso certi automatismi che ci vengono dall’abitudine).

  7. 3 Federico Russo "Taotor"

    Commento mentre leggo.
    - Il primo paragrafo sarebbe da riscrivere, secondo me. Il narratore sembra troppo vago, come se, onniscente, prendesse per il culo il lettore. Rimedierei o con il capo di sto tipo qui che lo chiama e gli dà le informazioni, o con una serie di informazioni “riportate” direttamente dai documenti che riguardano il sospettato (della serie foto attaccata con una spilla, nome, cognome, età, ecc…)
    - Nel secondo paragrafo io trasporrei quei pensieri in un flusso di coscienza posto come dialogo diretto (niente di nuovo, ma è una cosa tanto semplice quanto efficace).
    – Il narratore continua a dire “o cose del genere” e varie cose simili. E’ più o meno impreciso. Pressappoco generalizza e lascia andare tutto.
    – “Bussa alla porta con le nocche” – ma va’? Pensavo bussasse colla testa. Scherzi a parte, sento odore di ridondanze in arrivo.
    - Il tipo si specchia per la seconda volta. Forse è nervoso, forse è frocio, o forse è una debolezza dell’autrice, che lascia trasparire la sua femminilità in un personaggio maschio. A me piacciono le femmine femminili, ma non i personaggi poco credibili.
    - “Riccardo Isalti era l’uomo alla porta. Guardò Vincenzi chiedendosi chi
    fosse quel tizio alla sua porta, e che cosa ci facesse lì.” Non è tanto la ripetizione che confonde, quanto lo scambio di punti di vista. Non capisco se il narratore fa finta di rivelare più di uno o più di un altro, ma poi riporta indirettamente i pernsieri di Isalti, da quanto ho capito, e così mi fa incazzare, ché rincoglionisco. Però il testo sembra animarsi.

    Non è affatto male. Presto per essere pubblicato. Se vuole diventare molto brava, l’autrice dovrebbe esercitarsi di più e sentire e considerare i pareri altrui. Se ha il culo di farsi pubblicare, beh, non fa niente saper scrivere, tanto vanno di moda i romanzi di gente incompetente – ma non mi sembra, in questo caso.

    Io la incoraggerei.

  8. 2 Miss Grumbler

    Non sono un’esperta del genere, quindi il mio giudizio é fortemente “di pancia”.
    CI sono tre elementi che ho apprezzato in particolare:

    1) La minuziosa descrizione di alcune singole, piccole azioni (ad esempio il controllare di aver chiuso l’auto), che mi ha fornito la capacità di interpretare alcuni tratti dell’indole del protagonista;

    2) La sensazione di vivere il racconto attraverso gli occhi del protagonista. La strada, la veranda, la panchina, tutti questi elementi compaiono perché ricompresi nello sguardo del Vincenzi, e filtrati dalla sua interpretazione.

    3) Qualche squarcio sulla dimensione personale e privata del protagonista stesso (l’allusione alla sua età, ai suoi tentativi di rimanere in forma), che danno immediatamente la sensazione di un personaggio a più lati, che presenta una sfera pubblica e una privata.

    Lo stile non mi dispiace, anche se molte frasi sono un po’ troppo corte per i miei gusti.

  9. 1 Saryo

    Ho letto questo stralcio, ho votato. Non si può giudicare avendone letto una parte del terzo capitolo, tuttavia mi è parso discreto.
    1) Mi chiedo come mai abbiate optato per il terzo capitolo.
    2) Comunque, all’interno di ciò che ho letto, ho trovato: parti ben descritte (qualcosa forse mi è risultato ripetitivo), ma nel complesso è godibile. Forse dipende dai gusti.
    3) Le parti introspettive: credo che l’autrice voglia ampliare la sua visione del protagonista, cercando di trasmetterlo a chi legge. I suoi pensieri vengono raccontati, senza per me apparire né prolissi, né pesanti.
    4) Accade anche per Isalti, i suoi pensieri, appena incontra Vincenzi, danno risalto quanto lui sia prevenuto. (naturalmente sono poche righe).
    5) Secondo me, senza alcuna offesa, l’autrice dovrebbe rivedere il pensiero sulla “panchina”. Magari l’avrebbe potuta descrivere dal punto di vista del protagonista, aggiungendo qualche particolare sul giardino: renderlo, agli occhi del lettore, un tantino trasandato, o trascurato.
    Spero di essere stato chiaro. Ma, ripeto, non si può giudicare una storia da questi piccoli particolari.

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