Warning: Creating default object from empty value in /storage/content/82/1008682/fantasy.gamberi.org/public_html/wp-content/plugins/paginated-comments/paginated-comments.php on line 37 Gamberi Fantasy » Blog Archive » L’Acchiapparatti di Tilos

L’Acchiapparatti di Tilos

EDIT del 9 ottobre 2010. Nel marzo 2010 è uscita una seconda edizione del romanzo con titolo L’Acchiapparatti per i tipi di Baldini Castoldi Dalai.
La trama non è cambiata, ma tra le due versioni ci sono diverse differenze, illustrate qui dall’autore.
Se la storia dell’acchiapparatti vi ispira, il consiglio è di procurarvi l’edizione B.C.D.


Copertina de L'Acchiapparatti di Tilos Titolo originale: L’Acchiapparatti di Tilos
Autore: Francesco Barbi

Anno: 2007
Nazione: Italia
Lingua: Italiano
Editore: Campanila

Genere: Low fantasy
Pagine: 432

Trama, ambientazione, personaggi

L’orgoglio della cittadina di Giloc è una creatura mostruosa, una bestia demoniaca armata di alabarda. Il Mietitore – tale è il soprannome del mostro – è tenuto prigioniero e utilizzato come boia, per la gioia del pubblico che assiste alle sempre più frequenti esecuzioni.
Un brutto giorno però il Mietitore riesce a fuggire e comincia a far strage anche tra chi non si è meritato alcuna condanna. Fra i molti che si mettono in cerca del mostro evaso vi sono due personaggi particolari: Ghescik, un becchino gobbo, furbo e cinico, con la passione per gli antichi testi di negromanzia e Zaccaria, un mentecatto che si è inventato il mestiere di acchiapparatti.

Un acchiapparatti
Un acchiapparatti. Forse è un collega di Zaccaria

Questa è più o meno la trama del romanzo. È un resoconto approssimativo, dovuto alla struttura de L’Acchiapparatti di Tilos, struttura non particolarmente rigorosa. La vicenda del Mietitore è sì al centro del romanzo, ma è circondata da diverse sottotrame che alle volte sembrano lì più per loro stesse che non per contribuire al quadro generale. Come i personaggi spesso si muovono a vuoto, tornano sui loro passi, cambiano idea sull’itinerario da seguire o vengono depistati contro la propria volontà, così, specie nella parte centrale del libro, si ha la netta sensazione che neanche l’autore sappia dove voglia andare a parare. Tuttavia il finale riesce a riallacciare i fili lasciati in sospeso e dare una complessiva coerenza all’insieme: non sempre il viaggio è filato liscio, ma, giunti al termine, si ha la piacevole sensazione di essere arrivati da qualche parte. Merito anche del fatto che il romanzo è autoconclusivo.

L’Acchiapparatti di Tilos è ambientato nelle Terre di Confine, in verità un piccolo angolo di tali Terre, un fazzoletto che comprende pochi villaggi distanti fra loro appena qualche giorno di marcia. Questo potrà far storcere il naso agli amanti del fantasy epico, quello dove la compagnia di disgraziati attraversa interi continenti da un capo all’altro, ma a me non è spiaciuto che l’azione si svolgesse in un ambito così ristretto. Meglio pochi villaggi ben delineati che non migliaia di chilometri quadrati pieni di elfi.
Le Terre di Confine sono immerse in una tipica – e per alcuni versi cliché – atmosfera medievale. Tuttavia qualche ottimo particolare (come l’elenco non banale di oggetti in vendita nell’asta a Fortevia) riesce a evitare il fastidioso effetto di generico fantasy #672. Certo non stiamo parlando di Ambergris o New Crobuzon; le Terre di Confine non vinceranno mai un premio per l’originalità, né susciteranno sense of wonder in alcun lettore, però svolgono il loro lavoro di sfondo alla storia con coerenza.

Mappa delle Terre di Confine
Mappa delle Terre di Confine. Clicca per ingrandire

Se l’ambientazione non brilla per originalità, altrettanto non si può dire per i personaggi, quasi tutti contraddistinti da una deliziosa stravaganza. Non ci sono solo i due protagonisti, Zaccaria e Ghescik, ma anche Orgo, un gigante tonto che si esprime biascicando proverbi (idea molto simpatica), Gamara un cacciatore di taglie sfregiato che si porta appresso un arco smontabile nella ventiquattrore, e lo stesso mostro, che non è una semplice bestia e ha alle spalle una vicenda personale affascinante.
Non sempre la caratterizzazione è esente da sbavature (ad esempio Ghescik: a tratti sembra sul serio furbo, in altre occasioni sembra stupido e in altre situazioni ancora pare che dovrebbe essere furbo ma l’autore non è riuscito a infondergli adeguata astuzia; oppure la prostituta Teclisotta: appare, è ben tratteggiata, ma poi esce dalla vicenda per futili motivi, lasciando un po’ di amaro in bocca), ma nel complesso la resa dei personaggi è ottima.
Non è semplice suscitare empatia quando hai per protagonisti lo scemo del villaggio e un becchino gobbo, Barbi ci riesce, dunque doppio merito: aver evitato i cliché (mago, ladro, elfo, vampiro) ed essere riuscito ad appassionare.

Stile

Lo stile non è uno dei punti di forza del romanzo. In diversi capitoli Barbi dimostra di saper scrivere bene (per esempio le scene con il mostro: c’è il giusto miscuglio di tensione, paura e azione; meglio di scene analoghe in The Terror di Dan Simmons!) ma in altri il racconto non scivola come dovrebbe.
L’Acchiapparatti di Tilos ha avuto una lunga gestazione ed è evidente che l’autore ha imparato a scrivere via via. I primi capitoli, il Prologo in particolare, sono di qualità scadente, nettamente inferiore al resto. È un peccato, un incipit così balbettante non aiuta a calarsi nella vicenda.

Il linguaggio è in generale semplice, sebbene ogni tanto l’autore si lasci andare a usare termini non proprio comuni (roba come “addugliare” o “avviticchiare”) di cui non si sentiva la mancanza. Non mi ha convinta neppure l’uso di egli/ella al posto di lui/lei. Capisco l’intento, ma distrae e attira l’attenzione sulle parole in se stesse. Uguale problema con i saltuari cambi di tempo (dal passato remoto al presente) in certe scene: è un’applicabile scelta stilistica, ma i vantaggi non compensano il fatto che l’attenzione viene distolta dagli eventi per concentrarsi sul linguaggio.

I dialoghi sono buoni. Almeno i protagonisti hanno una “voce” ben distinta e gli scambi di battute fra Zaccaria e il gobbo e fra Zaccaria e Orgo sono quasi sempre spiritosi e ben riusciti. Qui però l’editor avrebbe dovuto togliere i punti esclamativi. Sono troppi, ce ne sono una marea, tanto che sembra che tutti i personaggi stiano sempre strillando. E non è così.

A proposito dell’editor: siamo alle solite. Non importa se la casa editrice sia piccola o grande, il risultato è che sempre l’autore è lasciato a se stesso. Signori editor, capisco che siate stati assunti per un disguido e in realtà vi proponevate per il posto di spalatore di neve avventizio, ma ormai ci siete, nessuno indagherà mai quello che fate, non abbiate paura! Si presume che voi sappiate quello che state facendo, e dunque quando intervenite non distruggete la Visione Artistica dell’Autore, semplicemente rendete l’esperienza più piacevole per il lettore. Obbrobri come “[...] aveva sferrato un violento pugno al contadino.” non si possono leggere in un libro pubblicato. Grazie per l’attenzione.

Spalatore
La vera vocazione di certi editor…

Infine non mancano stralci di inforigurgito che si sarebbero potuti evitare. L’inizio di ognuno dei primi capitoli si apre con alcune pagine di “cultura generale” sulle Terre di Confine. Niente di più inutile, tenendo conto che l’ambientazione è tutt’altro che esotica, e dunque persino il lettore più sprovveduto non ha necessità di essere imboccato dall’autore. Comunque per fortuna queste pagine sono poche e non incidono più di tanto.
Più molesto il capitolo 23, un estenuante dialogo nel quale un personaggio spiega agli altri (e al lettore) vita, morte e miracoli del mostro. Peccato che buona parte di tali informazioni siano superflue e molte altre siano già state esposte in un dialogo simile diversi capitoli prima.
Non si tratta solo del cosa ma anche del come. Assumendo che a giudizio dell’autore le informazioni da comunicare siano sul serio vitali o almeno interessanti, il mostrarle rimane la scelta giusta. Una singola scena con il mostro a caccia illustra molto di più della sua natura che pagine e pagine di discorsi. Così si sarebbero potuti introdurre opportuni flashback, piuttosto che affidare la biografia della bestia a una montagna di chiacchiere.

Conclusioni

L’Acchiapparatti di Tilos non è un brutto romanzo. Ha la sua dose di difetti, ma non è marcio.
Dal mio punto di vista – sottolineo personale – rimane troppo low fantasy per soddisfarmi, e in generale penso che possa piacere più a chi predilige i romanzi d’avventura a sfondo storico che non il fantasy vero e proprio. Nondimeno, lo consiglio a quelli che sono invece rimasti legati al fantasy con i Buoni, i Cattivi e gli elfi: L’Acchiapparatti è molto meglio di robaccia del genere.
Vale 19 euro? Non lo so. Purtroppo oltre al prezzo non bassissimo c’è il problema che si tratta quasi sempre di acquisto a scatola chiusa: Campanila è una piccola casa editrice, è improbabile trovare il romanzo in libreria, occorre ordinarlo.
Sarebbe bello fosse disponibile per il download gratuito. Così ognuno avrebbe la possibilità di rendersi conto se vale il prezzo richiesto. A tal proposito ricordo per l’ennesima volta che dai dati empirici finora raccolti si desume che la disponibilità gratuita di un prodotto non diminuisce le vendite, nel caso peggiore non le aumenta.
Comunque, almeno un assaggio del romanzo è disponibile presso il sito dell’autore: il capitolo sesto. EDIT: il capitolo non è più disponibile.
Un’altra strada che le case editrici dovrebbero percorrere è la vendita della versione elettronica. Il testo l’hanno già. La banda necessaria è minima. Se una casa editrice vende già dal suo sito i volumi cartacei (e ormai quasi tutte lo fanno), l’infrastruttura commerciale e informatica c’è già. Dunque perché non vendere il PDF a 2-3 euro?
Domanda retorica. La risposta la so: perché poi, omioddio, il PDF verrebbe copiato, tutti avrebbero il libro gratis e non lo comprerebbe più nessuno! Come se davvero una casa editrice, specie una piccola casa editrice, avesse di questi problemi. Il problema commerciale per L’Acchiapparatti di Tilos non è (sarebbe) la pirateria, il problema è che buona parte dei potenziali lettori non sa neanche che il romanzo esiste. La distribuzione gratuita può, in parte, ovviare a questa situazione.

Pirati di libri
Pericolosissimi pirati di libri colti in flagrante mentre razziano un deposito

Si ricomincia male: prima recensione dopo l’articolo sulle buone norme dello scrivere recensioni e non sono in grado di dare un giudizio netto rispetto all’acquisto del romanzo. Mi spiace.


Approfondimenti:

bandiera IT L’Acchiapparatti di Tilos su iBS.it
bandiera IT L’Acchiapparatti di Tilos presso il sito dell’editore
bandiera IT Il sito di Francesco Barbi
bandiera IT Un’intervista a Francesco Barbi

 

Giudizio:

Numerose scene sono scritte in maniera brillante. +1 -1 Non sempre però lo stile è a quel livello.
Il finale chiude degnamente un romanzo autoconclusivo. +1 -1 Nello svolgersi della vicenda non mancano passaggi a vuoto e situazioni forzate.
Protagonisti interessanti e fuori dal comune, mostro compreso. +1 -1 Il mostro è purtroppo l’unico elemento fantastico di un romanzo troppo low fantasy per i miei gusti.

Stivale: clicca per maggiori informazioni sui voti

Anche tu Editor!

Una nuova rubrica-gioco! Anche tu Editor!

Sono ormai un paio d’anni che mi occupo di narrativa. Uno dei miti che hanno accompagnato questi mesi è stato il seguente:

“Gli editor delle case editrici sono persone competenti; loro prendono in mano il testo di un povero disgraziato, lo rivoltano come un guanto e ne tirano fuori un capolavoro.”

Sarà. Sta di fatto che di romanzi fantasy italiani che abbiano tracce del passaggio di un editor (competente) stento a trovarne.

Certo, non posso sapere in che forma erano i manoscritti all’origine, può essere che i vari editor abbiano lavorato molto. Se questo è il caso: be’, non hanno lavorato abbastanza.

Perciò gli scrittori devono arrangiarsi da soli. Non è facile, non è per niente facile analizzare con il giusto distacco un proprio testo. Per questa ragione se sempre più semplici lettori riescono ad affinare la propria attenzione possono diventare una risorsa preziosa. Un ulteriore passo avanti verso un mondo senza editori, case discografiche, studi di produzione cinematografica, e librai e distributori e pubblicitari e tutta quell’infinita schiera di gente che mangia alle spalle della creatività altrui e danneggia la collettività.

Ben inteso, non ho niente contro il professionismo. Il problema della catena editore – distributore – libraio è che troppo spesso non offre alcun servizio in più rispetto alla catena molto meno esosa POD – Internet. Così non mi scandalizza che un editor venga pagato per svolgere il suo mestiere. Mi scandalizzo quando i risultati non sono accettabili.
Ma in fondo, chissenefrega! Che cuociano nel loro brodo!
Non stiamo parlando di neurochirurgia o meccanica quantistica, tutti possono imparare e superare come minimo lo scarsissimo livello degli attuali editor professionisti.

Editor al lavoro
Avere occhi grandi come piattini da caffè aiuta molto nello scovare errori in un manoscritto

* * *

Come addestramento vi propongo una gara: seguirà una pagina presa dal Prologo de L’Acchiapparatti, provate a scovare tutti i possibili difetti, errori e sbavature. Io ne ho trovati 35, vediamo se qualcuno mi supera!

Nota: in realtà qui forse sarebbe il caso di riscrivere da zero il Prologo e i primi due capitoli, ma dato che questo è un gioco-esercizio non importa. Tengo inoltre a sottolineare che il giudizio complessivo sul romanzo rimane quello espresso nelle Conclusioni. Non è un brutto romanzo nell’insieme, l’inizio è scadente.

* * *

Classica taverna. A un tavolo sono seduti tre mercenari attaccabrighe. A un tavolo vicino una donna in compagnia di due contadini. A un tavolo d’angolo un misterioso personaggio il cui volto è nascosto da un cappuccio. Benjam è l’oste.

«Che c’è, lurido mezzadro!? Che hai da guardare?» [disse uno dei mercenari, rivolto a uno dei contadini]

L’oste sentì un groppo in gola. Il fiato sospeso, la bocca dello stomaco ostruita. Fortunatamente, il giovane contadino rimase muto. Con un tempismo perfetto, Benjam approfittò della situazione di stallo e sopraggiunse col vino. Una volta al tavolo, dopo aver poggiato la caraffa, si fermò aspettando di essere pagato.

Doveva calmare gli animi prima che fosse troppo tardi.

«Che fai ancora qui?» grugnì la testa pelata.

«Sono cinque monete di rame, signori.»

«Non ti preoccupare, vecchio. Ti pagheremo dopo.» Il guerriero si esibì in una grassa risata, subito imitato dai compagni.

Malauguratamente, questa volta il contadino più giovane non seppe tener la bocca chiusa: «Non pagheranno mai questi farabutti» mormorò.

«Che? Cos’hai detto?» Il mercenario si alzò minaccioso.

«Io…»

Non concluse la frase. Un fortissimo colpo si abbatté sulla sua tempia facendolo piombare a terra. Testa pelata era balzato in piedi e aveva sferrato un violento pugno al contadino.

«Taci straccione! Come osi!?»

La donna si alzò in soccorso del ragazzo, ma una mano aperta la raggiunse in pieno volto girandole la testa e scaraventandola contro il tavolo. Il marito scattò in avanti e si scagliò sul mercenario tentando di farlo cadere, ma l’esperto guerriero non si fece sorprendere e gli sferrò subito una poderosa ginocchiata al torace. Poi, con due pugni lo colpì al volto, e il contadino, catapultato all’indietro, rovinò proprio sul tavolo nell’angolo della locanda…

Il bicchiere di acquavite si rovesciò e cadde, frantumandosi sul pavimento.

Fu solo in quel momento che lo straniero, fino ad allora immobile, si mosse. Con estrema lentezza, si aggiustò il cappuccio sopra la testa e si alzò in piedi; quindi si girò, piantando due occhi scuri e gelidi in quelli del grosso guerriero. Il silenzio regnò per qualche istante. L’uomo in nero avanzò fino a portarsi a un paio di spanne dal mercenario.

Erano più o meno uguali in altezza, ma era chiaro a tutti i presenti che tra la sicurezza dell’uno e la baldanza dell’altro c’era una sostanziale differenza. E di questo si rese subito conto anche Testa pelata. In quello stesso momento, con uno scatto fulmineo, lo straniero lo afferrò alla nuca con entrambe le mani e gli sferrò un’agghiacciante testata sul naso. Prima ancora che il corpo del guerriero cadesse a terra, una lama saettò nell’aria e si piantò nell’occhio di uno dei compagni. Il forestiero aveva scagliato un lungo coltello comparso all’improvviso nella sua mano. Il secondo mercenario cadde sul pavimento con un tonfo, morto stecchito.

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Scritto da GamberolinkLascia un Commento » feed bianco Feed dei commenti a questo articolo Questo articolo in versione stampabile Questo articolo in versione stampabile • Donazioni

84 Commenti a “L’Acchiapparatti di Tilos”

  1. 84 “L’acchiapparatti” di Francesco Barbi | Space of entropy

    [...] L'acchiapparatti di Barbi ho letto pareri discordanti. Da un lato Gamberetta che dava uno stivale alla vecchia versione, dall’altro Okamis (il cui blog è appena [...]

  2. 83 Cristina

    Ho visto l’acchiapparatti in libreria qualche giorno fa ma il mio budget giornaliero era esaurito: inutile soffermarsi. Oggi ho cercato informazioni sul libro e mi sono imbattuta in questa recensione e nella successiva discussione. Mi pare che il giudizio sia positivo nel complesso, però le parti che sono riportate qui non sono molto accattivanti.
    Ma è stata una lettura proficua: ho scoperto che cos’è un editor.

  3. 82 Solvente

    Ho comprato il romanzo quest’estate, perchè avevo letto buone recensioni che lo indicavano come diverso e interessante.
    Ho letto la Parte I (108 pagine), e l’ho mollato.
    Non ho trovato niente di interessante o coinvolgente (in realtà, in 108 pagine, non succede niente di significativo: un paio di personaggi che girovagano intorno al nulla).
    Vabbè, un giorno cercherò di proseguire la lettura…

  4. 81 Recensione: L’acchiapparatti

    [...] PUNTI ESCLAMATIVI: Come aveva fatto notare Gamberetta nella SUA RECENSIONE, ne L’acchiapparatti di Tilos si aveva la sensazione che tutti i personaggi urlassero a causa [...]

  5. 80 Uriele

    scusa non lo sapevo

  6. 79 Gamberetta

    @Uriele. Io non ho niente contro la pirateria. Ugualmente gradirei che prima di mettere link a materiale coperto da copyright venissi avvertita. Inoltre usa almeno un servizio che nasconde il referer. Un minimo di furbizia.

  7. 78 Uriele

    @Tapiroulant: se passi per Bologna prova l’outlet dietro a Melbooks, ex Nannucci, hanno un ampia serie di libri fantasy e di fantascienza fuori edizione a 2-5 euro. Se non sei di Bologna o nelle vicinanze o non te ne frega nulla di avere il libro puoi scaricarli qui:

    Il ciclo dell’ecumene

    Il ciclo di Earthsea

    Antologie di racconti (I dodici punti cardinali, su altri piani, I giorni del perdono)

    La falce dei cieli,La soglia,L’occhio dell’airone,Sempre la valle

    Ovviamente sono tutti in italiano, trovare quelli in inglese è una cavolata. Buon Natale

  8. 77 Tapiroulant

    @Gamberetta: Okay, grazie^^

  9. 76 Gamberetta

    @Tapiroulant. Quasi sicuramente ho letto vecchie traduzioni della LeGuin, perché i libri li avevo già in casa (sono edizioni Nord serie Cosmo Oro e Argento).
    Su emule trovi la bibliografia completa (circa) della LeGuin in italiano, però non ho idea quali edizioni siano state scannerizzate. Non ho neanche idea del livello delle traduzioni, perché non ho mai letto la LeGuin in originale, almeno finora.

  10. 75 Tapiroulant

    @Uriele: Sì, che qualcuno si trovi è vero, ma come dicevo prima si tratta giusto di un paio. Per la precisione, se non vado errato, nell’arco di questi ultimi anni hanno ripubblicato Il mondo di Rocannon e I reietti dell’altro pianeta per il Ciclo dell’Ecumene, e poi La falce dei cieli… Beh complimenti! Se io voglio leggermi tutto il ciclo, cosa devo fare, aspettare dieci anni? Faccio prima a scaricarmeli…

  11. 74 AryaSnow

    I Reietti dell’altro Pianeta l’avevo preso usato in una fumetteria. Alla Feltrinelli di Milano non l’ho mai visto.

    anche se non ho capito se andrà avanti con la storia o riempirà solo i PoV mancanti del quarto libro.

    Entrambe le cose.
    Parlarà di quello che nel frattempo è accaduto ai PoV mancanti, ma poi ancrà anche un po’ avanti oltre l’arco temporale a cui si era fermato. Però di PoV presenti nel libro precedente che ricomparirenno qui ci saranno solo Arya è Asha: insomma, solo quelli che si trovano comunque in oriente o al Nord.

    fino al terzo libro

    Ah sì, intendevi fino al terzo libro, mi sono rimbambita =_= Io parlavo della saga nel complesso.

  12. 73 Uriele

    @Tapiroulant: guarda bene da feltrinelli. Io i reietti dell’altro pianeta della LeGuin me lo sono ricomprato due mesi fa.

    @ Arya: chiedo scusa per il Valar, li ho letti in italiano, anche se il prossimo (ahahahahah) lo prenderò direttamente in inglese per non aspettare la traduzione, anche se non ho capito se andrà avanti con la storia o riempirà solo i PoV mancanti del quarto libro.

    Comunque fino al terzo libro draghi, giganti e estranei sono dei pretesti. Non solo non si vedono quasi mai, ma tutta la storia gira attorno all’intrigo politico. I draghi non sono “attivi” prima degli schiavisti e i morti che camminano diventano fondamentali sono dopo l’attacco al picco dei primi uomini nel 3° o 4° libro, prima hanno un ruolo marginale, anche se sai che sono gli elementi su cui verterà la storia nei romanzi successivi: il ritorno della magia.
    Poi mi sono divertito a leggerlo è un’ ottima saga, ma i primi 2 libri, con minimi tagli, sarebbero stati ottimi romanzi storici. Magia e fantastico non erano elementi primari (anche i magnifici metalupi, sono semplicemente lupi di dimensioni maggiori, realmente esistiti nel nostro mondo e ormai estinti )

  13. 72 Tapiroulant

    @Gamberetta: Anch’io.
    E a questo proposito: visto che i libri di fantascienza della LeGuin si ostinano a non ripubblicarli (a parte un paio per sbaglio), pensavo di scaricarmi gli e-book, e dato che di leggerli in lingua originale non ne ho molta voglia, volevo sapere se li hai letti nelle vecchie traduzioni e se le trovi delle buone traduzioni (domanda stupida? Si può darsi…). Potrei anche fare uno strappo alla regola se tu mi convincessi che vale davvero la pena di leggerseli in lingua originale piuttosto che in ita.

  14. 71 Gamberetta

    @Vincent Law.

    Più che altro vorrei sapere cosa ne pensa Gamberetta in merito alla saga di Terramare, visto che lì di elementi fantastici ce ne sono, ma sono trattati in una maniera un po’ strana.

    Non ne penso niente perché ho letto il primo libro un sacco di tempo fa e non mi ricordo molto. Ma non mi è piaciuto granché, preferisco la LeGuin quando scrive fantascienza.

  15. 70 Cubear

    Concordo con AryaSnow. Non si è mica obbligati a recensire un libro che non si ritiene fantasy, se alla fine verrà penalizzato (anche) per questa sua (presunta e del tutto soggettiva) non appartenenza al genere.

  16. 69 AryaSnow

    O si fanno delle categorie che rispecchiano davvero il contenuto del libro, oppure aboliamole pure. Che senso ha etichettare un libro come “fantasy” se è un “giallo”? Magari lo compro e mi piace pure perché è un bel libro, ma l’assegnazione del genere allora è superflua. Catalogare i libri secondo un genere è una necessità editoriale e basta, lo si fa per comodità, per far orientare meglio un tizio che ha un intento preciso (comprare un saggio sulla guerra dei cent’anni, ad esempio) in una grande libreria, per non fargli perdere ore a cercare il suo saggio. Ma se il genere non rispecchia l’effettivo contenuto del libro non ha senso dividere per generi, tanto vale eliminarli del tutto ._.

    La divisione in generi, per quello che ne penso io, serve solo a permettere di orientarsi a grandi linee.
    E’ chiaro che però poi ci saranno tanti libri che non sono strettamente catalogabili in un genere, che sono a cavallo tra due generi o che sono proprio qualcosa di fuori dai canoni.
    E’ assurdo pretendere che la divisione in generi sia indicazioni sicure, ma non è nemmeno il caso di abolirla del tutto (perchè a grandi linee funziona, di solito). Poi suddividere le cose in categorie viene anche spontaneo, è un comportamento umano naturale, ma le categorie non dovrebbero “limitare” i libri in sè.

    E, tra parentesi, le cronache di Martin non le considero fantasy. Ma proprio no.

    Però in che sezione della libreria lo metteresti? In quale tra i generi principali?

  17. 68 Vincent Law

    O si fanno delle categorie che rispecchiano davvero il contenuto del libro, oppure aboliamole pure. Che senso ha etichettare un libro come “fantasy” se è un “giallo”? Magari lo compro e mi piace pure perché è un bel libro, ma l’assegnazione del genere allora è superflua. Catalogare i libri secondo un genere è una necessità editoriale e basta, lo si fa per comodità, per far orientare meglio un tizio che ha un intento preciso (comprare un saggio sulla guerra dei cent’anni, ad esempio) in una grande libreria, per non fargli perdere ore a cercare il suo saggio. Ma se il genere non rispecchia l’effettivo contenuto del libro non ha senso dividere per generi, tanto vale eliminarli del tutto ._.

    E, tra parentesi, le cronache di Martin non le considero fantasy. Ma proprio no.

    Più che altro vorrei sapere cosa ne pensa Gamberetta in merito alla saga di Terramare, visto che lì di elementi fantastici ce ne sono, ma sono trattati in una maniera un po’ strana.

  18. 67 AryaSnow

    Personalmente però non sconsiglierei a un lettore di comprare un libro solo perchè so che amaun altro genere: non è affatto detto che quello sia l’unico genere che gli piace.
    Io apprezzo tanti generi diversi e immagino che ciò valga anche per gran parte dei lettori.
    La cosa migliore forse sarebbe 1)semplicemente non recensire romanzi di generi che al recensore non piacciano 2)se si recensice il romanzo di un genere diverso da quello che ci si potrebbe aspettare, mettere un avvertimento a riguardo.
    Altrimenti tutti i libri che non rientrano strettamente nelle categorie principali dovrebbero essere sconsigliati a priori.

  19. 66 zweilawyer

    Per quanto riguarda le incongruenze sintattiche, occorre sottolineare che, fra le piccole case editrici, quasi nessuna può permettersi degli editors esperti. La maggior parte ripiegano su insegnanti in pensione, amici e ragazzi che vogliono frsi le ossa (che operano come editors e correttori di bozze). Le grandi case invece possono contare su autori ombra, che a volte sono la vera ragione del successo di un volume e vengono pagati profumatamente.
    L’acchiappasogni è un libro discreto, che si lascia leggere. Apprezzo lo sforzo di questa piccola casa editrice, anche se 12,90-14,90 sarebbe stato un range di prezzo più accettabile.

    Zweilawyer

  20. 65 Gamberetta

    @Cubear. Lo scopo di una recensione è – stringi stringi – suggerire se vale la pena spendere tempo/soldi sul tal romanzo.
    Se io mi rivolgo a un pubblico che vuole leggere fantasy, e il romanzo che mi ritrovo non è fantasy, la recensione non potrà consigliarlo. Poi posso ricamare come vuoi che potrebbe essere bello lo stesso, ma il giudizio finale è NON COMPRARE (se vuoi un fantasy).

  21. 64 Cubear

    Gamberetta: è proprio quello che dicevo prima e mi stai dando ragione. Se il tuo obiettivo è recensire il libro, te ne deve fregare del contenuto e del genere a cui ricondurlo. Altrimenti fai un articolo sulla correttezza dell’ufficio marketing della CE.
    Se ordini un pc e ti ritrovi un frigo puoi arrabbiarti col distributore, ma non puoi dire che il pc fa schifo perchè non è un frigo, non avrebbe senso.

    Naturalmente una recensione può trattare sia gli ambiti legati al contenuto di un libro, sia al modo in cui la casa editrice l’ha prodotto e distribuito.Ma gli ambiti devono restare distinti, altrimenti crei confusione sul valore effettivo dell’opera a prescindere da eventi esterni.

  22. 63 AryaSnow

    Sono assolutamente d’accordo con Cubear sulla questione del low fantasy. Al 100%. Ma c’è da dire che Gamberetta ha precisato che si tratta di gusti personali, che il low fantasy semplicemente non soddisfa lei. Quindi che dire? Ognuno ha i suoi punti di vista…

    Una precisazione…

    Andando avanti nella storia, anche Martin si perde e commette i suoi errori, scordandosi cosa i personaggi sanno e non sanno. Esempio:
    Dayseris conosce l’alto Valyriano e pronuncia la famosa frase Valar Morghulis, fornendo al lettore il suo significato. Qualche capitolo dopo, nel POV di Arya, la piccola Stark assiste ad un’esecuzione e ripete la frase Valyriana con tanto di traduzione. Da quel momento in poi per Arya sarà palese il significato della frase. Questo è un errore abbastanza grave in un romanzo, il Narratore non tiene conto di quello che i suoi personaggi possono o non possono sapere. Un errore di oplologia è perdonabile: non tutti sono esperti di armi, battaglie e coefficienti di penetrazione (il duca mi fustighi più tardi con il gatto a nove code). La cosa importante in quel caso è che siano verosimili, non esatte.

    Nonono XD
    Questo è solo uno dei più famosi errori della (pessima) traduzione italiana dei libri. Nell’originale Arya NON dice mai la traduzione di Valar Morghulis.

    Con Tyrion ho provato un po’ fastidio nella parte finale della Battaglia delle Acque Nere, quella dove continua a massacrare uomini intorno a lui anche dopo essere sceso da cavallo: mi sembra davvero eccessivo. Sempre nello stesso capitolo, ho trovato esagerato salvarlo con un colpo di fortuna allucinante per DUE scene CONSECUTIVE in cui Mandon Moore lo sta per seccare (la prima volta si salva perchè cade giù un millesimo di secondo prima, la seconda volta perchè spunta Podrik Payne dal nulla).
    Il duello tra Jaime e Brienne non saprei se è irrealistico o meno… però ricordo che l’avevo trovato molto avvincente :-P

    I draghi sono un pretesto e i morti che camminano, i giganti, gli estranei sono qualcosa di marginale.o.

    Questo non mi sembra proprio. I giganti sono marginali, ma i non-morti e gli Estranei dovrebbero essere qualcosa di molto importante, anche se li abbiamo visti comparire poco per il momento. Il senso della saga nel complesso dovrebbe essere proprio quello della magia che arriva gradualmente, quando nessuno ci crede.

    Comunque, tornando IT, il pezzo di Barbi incollato qui è in effetti nel complesso (non solo per una parola) scritto malino. Essendo quella la parte iniziale, capisco che la cosa rimanga impressa e infastidisca.

  23. 62 Gamberetta

    @Cubear. Se io voglio leggere un fantasy, voglio leggere un fantasy. Se mi ritrovo un western con venature da romanzo rosa non me ne frega niente di quanto sia bello o no (non saprei neanche dirlo, non avendo esperienza e non fregandomene niente di questi generi), perché non è quello che volevo.
    Voglio vedere se tu compri online un computer portatile e ti arriva a casa un aspirapolvere. Ah, bellissimo, un aspirapolvere perfetto! Ma secondo me ti lamenti lo stesso.

    Detto questo, altre due cose:
    a) L’autore ha riscritto da zero il prologo per la seconda edizione dell’Acchiapparatti. E ha fatto bene.
    b) Martin è un bravo scrittore dal punto di vista tecnico. E prima del Ghiaccio e del Fuoco ha scritto romanzi interessanti. Ma se facessi la recensione del Ghiaccio e del Fuoco prenderebbe un voto negativo: troppa poca fantasia, io voglio leggere un fantasy, non una telenovela pseudostorica. Comunque non lo recensisco perché ho letto solo il primo volume (italiano) e mi sono annoiata a morte.

  24. 61 Cubear

    Uriele: Per non andare troppo OT tengo a precisare che ho tirato fuori Martin non per dire che sia uno scrittore perfetto, ma per evidenziare il fatto che il discorso sui generi (questo è low fantasy o no? pesiamolo sulla bilancia del fantastico e vediamo un pò), mi sembra ridicolo, in quanto sembra sottintendere che debba essere il romanzo a cucirsi intorno a un genere e non un genere costruirsi intorno ai romanzi. A mio avviso l’errore di fondo nelle recensioni di Gamberetta (errore che ritroviamo nell’Acchiapparatti) è di spostare l’attenzione più sul genere al quale il marketing di una casa editrice fa rientrare il libro (col fine di comunicare più efficacemente con il mercato) e il contenuto intrinseco dell’opera. Anche se te lo vendono come fantasy, quando si legge un romanzo, lo si deve valutare in sè, non per quello che dice la pubblicità o lo scaffale nel quale è riposto.
    La storia è accattivante? I personaggi interessano? I dialoghi brillano? Si? No? FInché si analizzano gli elementi interni al romanzo la recensione ha senso.
    Ti aspettavi un fantasy e (per assurdo) ti ritrovi un thriller? Accusi di mancata correttezza la CE, ma cosa c’entra il romanzo e il suo valore?

  25. 60 Uriele

    @ Cubear: Martin fino al 3° libro (americano) potrebbe benissimo scrivere romanzi d’avventura o a sfondo storico. I draghi sono un pretesto e i morti che camminano, i giganti, gli estranei sono qualcosa di marginale. Il centro è la politica e l’intigro. Per quanto mi sia piaciuta la saga e abbia amato Tyrion, mi fanno sempre storcere le labbra i modi in cui Martin salva il (mio) suo pupillo, trasformando uno storpio in una macchina da guerra invincibile sui campi di battaglia: il troppo amore verso un personaggio gli impedisce un’equa crudeltà.
    Andando avanti nella storia, anche Martin si perde e commette i suoi errori, scordandosi cosa i personaggi sanno e non sanno. Esempio:
    Dayseris conosce l’alto Valyriano e pronuncia la famosa frase Valar Morghulis, fornendo al lettore il suo significato. Qualche capitolo dopo, nel POV di Arya, la piccola Stark assiste ad un’esecuzione e ripete la frase Valyriana con tanto di traduzione. Da quel momento in poi per Arya sarà palese il significato della frase. Questo è un errore abbastanza grave in un romanzo, il Narratore non tiene conto di quello che i suoi personaggi possono o non possono sapere. Un errore di oplologia è perdonabile: non tutti sono esperti di armi, battaglie e coefficienti di penetrazione (il duca mi fustighi più tardi con il gatto a nove code). La cosa importante in quel caso è che siano verosimili, non esatte.

    PS: i duelli alle volte fanno abbastanza ridere: mi è piaciuto quello di Bronn a nido dell’acquila e quello del dorniano contro la montagna che cavalca, ma quello fra Brienne e lo sterminatore di re è ridicolo: mezzora di combattimento solo di spada, tutta la pippata del bacio dell’acciaio e nessuna armatura. Da Kendoka possa solo dire che combattimenti del genere sono insensati, molto meglio qualcosa tipo i setti samurai (il duello di un secondo fra il samurai buono e quello scordinato, deciso ancora prima dell’estrazione) o quello di Hero (le scene spettacolari sono solo uno studio delle varie possibilità e le possibili scelte, il vero combattimento è quello dopo la caduta della goccia). Pochi movimenti efficaci, niente giravolte inutili che ti fanno perdere il contatto con l’avversario, pochi fronzoli e atteggiamento attivo (se continui a parare ti affatichi e basta, inoltre ti fai incalzare dall’avversario, meglio deviare e contrattaccare). Per non parlare delle condizioni fisiche del Lannister in quel duello: oltre ad avere i ceppi,era indebolito da vari mesi di immobilità e mancanza di cibo. Ecco, nei duelli con Martin mi sento preso per il culo (anche quando Tyrion abbatte un cavallo a testate, anche lì mi sono sentito parecchio preso per il culo, nonostante amassi Tyrion)

  26. 59 Cubear

    E’ divertente notare come certe persone riescano a parlare a distanza di giorni della violenza di un pugno, frase da inserire in un libro di 432 pagine. Sembra quasi che il povero autore non abbia scritto altro. Mah..

    Gamberetta: Parli di low fantasy come se questo fosse un demerito dell’opera; a prescindere che “low fantasy” è solo una categoria inventata dal marketing per differenziare le opere, cosa dovrebbe distinguere un libro “veramente fantasy” da uno “low fantasy”? Martin scrive romanzi dove c’è poca magia, creature “fantastiche” che si intravedono a metà della saga e un mondo fin troppo reale. Eppure è osannato come il maestro del fantasy. Forse perché è la fantasia e non propriamente l’elemento fantastico quello che conta nel genere?
    Mi piace il tuo blog, ma spesso si ha l’impressione che tu voglia a tutti i costi trovare il difetto, e una volta trovatolo lo ingigantisci urlando allo scandalo, all’obbrobrio.
    Se si applicasse il tuo modus operandi a qualsiasi libro fantasy, nostrano o no, nessuno ne uscirebbe indenne. Anche i libri che recensisci a pieni voti verrebbero stroncati da un particolare non spiegato o da una espressione poco felice.

    Ps: Ancora sto ridendo per l’osservazione che hai fatto, in una recensione precedente, sui denti degli elfi (che a rigor di logica dovrebbero essere tutt’altro che bianchi e regolari)…demenziale. Con tutto che il libro in questione (ora mi sfugge il titolo) era brutto, con critiche come quella sui denti hai fatto abbassare di molto la qualità della tua recensione. E questo purtroppo è una caduta di stile che ravviso in diverse tue recensioni.

  27. 58 Gweniver

    Ho letto il libro e concordo con la recensione. E’ un buon romanzo dove i punti di forza sono l’idea di fondo, l’intreccio e i alcuni personaggi. Scrittura e ambientazione possono essere migliorate.
    Barbi non è Martin, ma ce ne fossero!

  28. 57 Francesco Barbi

    Ho avuto la possibilità di ritornare sul libro. Tra i numerosi interventi sul testo che ho fatto e intendo fare, ho riscritto il prologo, come avevo promesso.

    Ringrazio Chiara per avermi definitivamente convinto a farlo e per i suoi ulteriori suggerimenti sulla nuova versione.

    Per chi fosse interessato, il nuovo prologo provvisorio è on-line sul mio sito, scaricabile a questo link:

    http://www.francescobarbi.it/ripubblicazione/files/prologoiiedizione.pdf

  29. 56 Mauro

    Di per sé “violento pugno” non è sbagliato, l’aggettivo serve (ipotizzando che l’autore lo abbia usato con cognizione di causa) a sottolineare la violenza del colpo; è pleonastico, ma vale come rafforzativo. Inoltre può servire a focalizzare l’attenzione su un oggetto diverso (“un pugno” porta l’attenzione sul pugno; “un violento pugno”, sulla violenza).
    Diverso il caso in cui l’autore usi un simile strumento eccessivamente: se ogni pugno nel libro è descritto come violento… il pleonasmo perde il suo valore rafforzativo, diventando quindi, nella massa, inutile.

  30. 55 Stefano

    Mi permetto di segnalare anche la nostra recensione su “Terre di Confine”
    http://www.terrediconfine.eu/lacchiapparatti-di-tilos.html

  31. 54 CMT

    @P@olo: di sicuro non sarà per un “pugno violento” che un romanzo mi verrà a noia. Lo farebbe se fosse un “pugno talmente violento che sentì una fitta di dolore alle nocche e ripensò al fatto che avrebbe dovuto comprarsi un tirapugni possibilmente però non come l’ultimo che si era rotto dopo un paio di risse”… quello sì che è superfluo…, sul “violento” non ci incespico un secondo, leggo e procedo, non mi disturba, non stona, non è un “pugno indaco” che mi lascerebbe lì a domandarmi di che cavolo stiamo parlando, è un semplice aggettivo che magari potrebbe anche non esserci ma che, essendoci, non dà nessun fastidio.

  32. 53 Emile

    Paolo: aggiungo che l’atto di sferrare un pugno con l’intento di aggredire è sempre e comunque un’azione violenta, indipendentemente dagli esiti e dalla forza messa nel pugno.

    Non “aggiungi” nulla a dire il vero, sottolinei ancora quel che in questa sede è stato già ripetuto innumerevoli volte, anche da me, e cioè che, sì, TECNICAMENTE (ma a questo punto preferisco “formalmente”) “violento” è un aggettivo inutile, perché insito nel concetto stesso di “sferrare un pugno”.
    E a questo ho già risposto più volte facendo notare come a mio giudizio in questo caso sia un errore fermarsi al significato letterale del termine, e come prima di quel “violento” vada aggiunto mentalmente un “molto” o un aggettivo equivalente, cosa secondo me sottointesa chiarissimamente nel testo.

  33. 52 Emile

    Paolo: aggiungo che l’atto di sferrare un pugno con l’intento di aggredire è sempre e comunque un’azione violenta, indipendentemente dagli esiti e dalla forza messa nel pugno.

    Sigh.
    Non “aggiungi” nulla, non fai altro che sottolineare ancora quel che in questa sede è stato già ripetuto innumerevoli volte, anche da me, e cioè che, sì, TECNICAMENTE (ma a questo punto preferisco “formalmente”) “violento” è un aggettivo inutile, perché insito nel concetto stesso di “sferrare un pugno”.
    E a questo ho già risposto più volte facendo notare come a mio giudizio in questo caso sia un errore fermarsi al significato letterale del termine, e come prima di quel “violento” vada aggiunto mentalmente un “molto” o un aggettivo equivalente, cosa secondo me sottointesa chiarissimamente nel testo.

  34. 51 Davide

    @Gamberetta: Apprezzo sinceramente le tue delucidazioni circa alcuni degli elementi di cui ho parlato (anche se, secondo me, il fatto che i protagonisti di un libro fantasy siano un becchino storpio e il matto di un villaggio è originale). Visto che non hai risposto niente riguardo ai dialoghi e alla figura del mostro, evidentemente non li hai trovati meritevoli di un +1. Peccato, secondo me, sono aspetti molto ben riusciti.

  35. 50 P@olo

    @Emile

    Emile, il commento era mio, non di CMT.

    Oltre a quello che ho già scritto sui motivi per cui l’aggettivo “violento” appare pleonastico, aggiungo che l’atto di sferrare un pugno con l’intento di aggredire è sempre e comunque un’azione violenta, indipendentemente dagli esiti e dalla forza messa nel pugno. E’ diverso dal dire “un urto violento”, che invece esprime l’intensità di un impatto. L’urto violento si è verificato ed è avvenuto con una certa intensità, l’atto di sferrare un pugno invece è un’azione violenta in partenza. Inoltre, nel caso del pugno, “violento” non significa efficace. D’accordo, sebbene trovi il concetto poco coerente, forse questo personaggio è un pessimo combattente a mani nude, come tu ipotizzi. Ma il fatto di mollare un “violento pugno” non implica affatto che questo sia frutto di una lunga esperienza di combattimento a mani nude, quindi non fornisce alcuna informazione supplementare. Violenza non è esperienza. Probabilmente, si aveva intenzione di quantificare la forza con cui il pugno era stato portato dal mercenario. E in questo caso violento non è l’aggettivo giusto.
    Non c’è altro da aggiungere a proposito. L’espressione può risultare fastidiosa o no, ma di sicuro non è corretta.
    Per inciso, “Il mercenario sferrò un pugno al contadino” va benissimo, non vedo perché si debbano inserire aggettivi, corretti o meno, che in questo caso avrebbero solo l’effetto di rallentare l’immediatezza dell’azione. Non si sta parlando di filosofia, ma di una lotta brutale. In una scena d’azione semplicità e velocità sono essenziali per il ritmo. Chi legge un romanzo di intrattenimento non deve essere consapevole del processo, la fluidità della scrittura serve proprio a questo scopo. Se la lettura si incaglia in frasi ridondanti s’interrompe quel filo magico che si instaura tra il lettore e l’autore. Non c’è più partecipazione ma distacco dalla scena. Il lettore diventa un osservatore esterno e perde interesse. La lettura diventa uno sforzo consapevole. Da qui, la noia.

    Infine, certo, le intenzioni dell’autore sono chiare. Ma non vedo perché si debba fare ricorso a imperfezioni stilistiche per esprimere dei concetti o per descrivere una scena. Si può farlo altrettanto bene esprimendosi correttamente. Anzi, si può farlo meglio.

  36. 49 P@olo

    @Davide

    Non credo assolutamente che il romanzo di Francesco sia una “ciofeca”, non l’ho letto e non posso esprimere alcuna considerazione in merito. Mi limito a dare il mio giudizio solo su alcune frasi riportate, non sul complesso dell’opera. Frasi che però possono influire pesantemente sulla scelta di un lettore come me, specialmente se si trovano nell’apertura di un romanzo che, come scrivevo, per me rappresenta la linea di demarcazione tra il comprare un libro o no. Le mie osservazioni sono più relative alla scrittura in sé, che a una critica specifica fatta all’Acchiapparatti. Purtroppo il libro in esame non è un’astrazione e quindi è inevitabile che le osservazioni diventino anche personali. E’ difficile formulare giudizi negativi senza dare l’impressione di infierire. Ma ti garantisco che non è questo il mio obiettivo, non provo alcun piacere nel cimentarmi in un gioco al massacro. Sono un lettore, non un critico in preda a una nevrosi che lo spinge a distruggere un autore al giorno. Anzi, a Francesco faccio i miei auguri per le sue prossime fatiche, che sicuramente, dopo aver letto i pareri riportati qui, saranno prive di testate agghiaccianti e pugni violenti. Al “bello scrivere” si arriva solo dopo un lungo processo di “espiazione”, in cui ci si libera di tanti errori che sono comuni a molti autori, non certo tipici dell’Acchiapparatti.

  37. 48 DelemnO

    @Gamberetta Ah ok, grazie .

  38. 47 Emile

    @CMT
    La violenza del pugno è implicita nell’azione e nel contesto.

    E perché? Ora solo perché uno è un “mercenario esperto” deve essere anche un grandissimo picchiatore a mani nude? E anche uno pratico nel menare le mani non sempre mette a segno solo “colpi pesanti”.
    E in ogni caso è sempre meglio lasciare meno cose possibili implicite, specie quando costa così poco aggiungere l’informazione necessaria.
    Quanto al resto trovo che in questo passaggio:

    [Già che ci sono, a proposito di ‘testate agghiaccianti’ e di ’sferrare pugni violenti’, dico la mia: penso che in linea di massima riuscire a mostrare ciò che succede sia sempre preferibile. Ma alle volte ciò potrebbe implicare una caduta di ritmo, una pausa mal riuscita. Si potrebbe obbiettare che è proprio qui che si vede la bravura dell’autore. Ebbene, personalmente ritengo che definire certe espressioni obbrobri sia eccessivo. Credo anch’io che sia un punto di vista troppo rigido. E partendo da questo assunto, trovo quindi che alle volte sia preferibile cadere in qualche imperfezione formale per raggiungere lo scopo: scorrevolezza, trasmissione immediata di informazioni, semplicità.
    Ma evidentemente qualcuno viene a tal punto infastidito da simili espressioni da essere distolto dalla lettura. E di questo non posso far a meno di dispiacermi.]

    l’autore abbia spiegato bene le sue ragioni.
    Personalmente continua a non piacermi per niente “testata agghiacciante” , ma solo perché trovo suoni molto male (una “poderosa testata” l’avrei trovato accettabilissimo), mentre su “pugno violento” non mi sarei nemmeno posto il problema come lettore.

  39. 46 Gamberetta

    @Davide.

    Leggendo la recensione però mi sembra che tu abbia colto alcuni aspetti positivi del romanzo che non hai poi messo sul piatto finale della bilancia: per dirne qualcuno, personaggi non solo ben caratterizzati, ma anche originali e non convenzionali

    Adesso non esageriamo. I protagonisti sono inusuali e sicuramente ben tratteggiati, mi pare di averlo scritto, ma “originali” è un po’ tirarla per i capelli. Se un gobbo è originale, allora, per esempio, i personaggi di Dragon’s Egg che sono creature grandi come un seme e vivono sulla superficie di una stella a neutroni come devo definirli?

    Anche il –1 perché è un libro low fantasy mi sembra non giustificabile. Come diresti tu, è come leggere un libro giallo e lamentarsi che non ci siano serial-killer, sangue e una quantità numerosa di ammazzamenti.

    A parte che ho sottolineato che era un appunto personale, non mi sembra strano chiedere fantasy a un romanzo fantasy. L’Acchiapparatti è venduto come tale, mi sarebbe piaciuto avesse avuto più elementi fantastici, mi sembra una richiesta legittima, dato il genere.

    Perché non inserire anche una parte ben scritta?

    Perché non ho trovato niente di significativo che potesse aver senso in poche pagine. Ci sono capitoli scritti bene, ma appunto nel complesso del capitolo, estrapolando una-due pagine non ci sarebbe stato niente di particolare da dire.

    Per il resto pensala come vuoi. Come già ricordato il giudizio è in linea con il resto delle recensioni.

    @DelemnO. Sì la frase in corsivo fra parentesi quadre è mia. Invece i puntini di sospensione sono dell’autore.

  40. 45 DelemnO

    Una cosuccia, Gamberetta: le frasi in corsivo come “disse uno dei mercenari, rivolto a uno dei contadini] sono annotazioni tue a scopo riassuntivo, giusto?E quei puntini di sospensione prima del famoso bicchiere di acquavite sono dell’autore o si tratta di una tua abbreviazione?
    Magari è una domanda scema, ma non si sa mai.

  41. 44 Davide

    @P@olo: Apprezzo che tu abbia fatto marcia indietro e le tue scuse a Francesco Barbi. Ma mi sembra che l’idea di voler infierire non sia proprio lontana da te. Ti suggerirei di leggere il libro, prima di farti un’idea così precisa da inserirlo nella categoria delle ciofeche pubblicate negli ultimi tempi. Sono convinto che lo troveresti senz’altro un buon libro, ben superiore alle ciofeche a cui accennavo.

  42. 43 P@olo

    @CMT

    La violenza del pugno è implicita nell’azione e nel contesto. Chi sferra il colpo è un guerriero/mercenario (e anche esperto, come aggiunge l’autore). Inutile e pleonastico specificare che il colpo è violento se l’azione è coerente con la descrizione di chi aggredisce. E’ un po’ come dire il mortale veleno che uccide.
    Chiara parla spesso di infodump o inforigurgito per descrivere un eccesso di informazione collocata a sproposito. In questo caso, ci troviamo di fronte a un caso di aggettivo-rigurgito, fenomeno che per altro avviene con altissima frequenza nelle opere di autori che non hanno ancora una grande esperienza. E’ del tutto normale che si tenda a un uso sovrabbondante di aggettivi, è l’effetto “big bum bang”, ovvero il demone che si impossessa della penna (o della tastiera) dell’autore nel tentativo di dare maggiore pathos alla scena.
    La ormai famosa “agghiacciante testata” – che ritengo cominci a perseguitare Francesco anche nei suoi sogni :-) – è un sottoprodotto di tale fenomeno, anche se in quest’ultimo caso l’esito è più grave, dal momento che la connotazione non è solo pleonastica ma completamente fuori luogo.
    Come al solito, sarebbe compito di un editor limare questi eccessi e condurre l’autore esordiente verso espressioni esorcizzate da tali “demonietti”.

  43. 42 P@olo

    @Francesco

    Sì, Francesco, espressioni come “agghiacciante testata” mi provocano attacchi simili alla chinetosi, quando si verificano fuori contesto. E’ normale trovare un’”agghiacciante testata” in Fantozzi, ma non in una scena d’azione che vuol essere tutto tranne che comica. La cura dei particolari è importante quanto l’intero complesso, è la chiave di volta di una struttura architettonica. Ti sto solo dando il mio parere di lettore, non pretendo di fare il grande critico e nemmeno mi interessa.

    Desidero fare una breve digressione, che va oltre la semplice frase scritta in modo infelice. Quando mi trovo di fronte il libro di un nuovo autore la mia speranza e aspettativa partono sempre con un atteggiamento positivo: ogni volta mi auguro di trovare una voce interessante – non necessariamente in grado di esprimere originalità a tutti i costi, ma di appassionarmi con una scrittura fluida e con una storia ben costruita. Per attirare la mia attenzione non è necessario essere William Gibson, Jack Kerouac o l’autore del Pasto Nudo. Niente preconcetti spocchiosi o snob, dunque. Non leggo soltanto libri in grado di farmi “pensare”, come non vado al cinema solo per avere dibattiti sui Massimi Sistemi dopo i titoli di coda. Mi basta una storia ben raccontata e il puro e semplice intrattenimento.
    Il banco di prova per capire se un libro verrà a casa con me o se rimarrà a languire su uno scaffale è semplice: dopo la classica sinossi sulla trama, in genere leggo le prime due pagine e, di rado, un’altra pagina presa a caso. Nulla di speciale, penso si tratti di una procedura comune alla maggior parte dei lettori. Quindi, l’apertura di un romanzo è fondamentale. Non mi stancherò mai di ripetere questo concetto a chi desidera scrivere per essere letto e non solo come semplice sfogo onanistico. Siate sempre ipercritici sull’inizio delle vostre opere, magari non scriverete un capolavoro e forse il romanzo nel suo complesso non funzionerà, ma almeno avrete convinto il lettore casuale – ovvero chi non ha ancora letto o ascoltato una critica sul libro – a comprare una copia del vostro lavoro.

  44. 41 CMT

    Sinceramente a me una “testata agghiacciante” fa abbastanza inorridire (esattamente come può essere agghiacciante una testata? Magari una testata di giornale può esserlo, una intesa come colpo di testa decisamente no), ma lo “sferrare un pugno violento” mi lascia alquanto indifferente, non ci vedo niente di drammatico, e non è poi così scontato (io che ho delle mozzarelle al posto dei muscoli, se anche sferro un pugno ben difficilmente riuscirò a far sì che questo sia violento, il che certo non implica che io non l’abbia sferrato).

  45. 40 P@olo

    @Davide

    Grazie per il chiarimento, Davide. Ho letto l’articolo nelle prime ore del mattino e mi era sfuggito il modo in cui sono stati riportati i brani del libro. No, non intendevo infierire, ho solo elaborato basandomi su un input errato e/o incompleto. Quindi, marcia indietro e le mie scuse a Barbi.

  46. 39 Francesco Barbi

    @Molecola: Non ho dovuto tagliare niente dopo aver firmato il contratto. Il lavoro di editing, se così si può dire, è stato in qualche modo svolto da 5 o 6 delle 20-25 persone che avevano letto il manoscritto prima della stesura definitiva. O meglio, io ho discusso a lungo con loro e cercato di cogliere i suggerimenti validi.
    Campanila è una piccola casa editrice in cui i mestieri di editor e correttore di bozze sono svolti dalla stessa persona. L’editor ufficiale, persona molto rispettosa e a cui il libro era fondamentalmente piaciuto così com’era, di fatto mi ha aiutato nella correzione delle bozze e nel riformulare qualche frase.

    @Davide: Grazie per le belle parole spese sull’acchiapparatti e per aver chiarito la faccenda a P@olo.

    Già che ci sono, a proposito di ‘testate agghiaccianti’ e di ‘sferrare pugni violenti’, dico la mia: penso che in linea di massima riuscire a mostrare ciò che succede sia sempre preferibile. Ma alle volte ciò potrebbe implicare una caduta di ritmo, una pausa mal riuscita. Si potrebbe obbiettare che è proprio qui che si vede la bravura dell’autore. Ebbene, personalmente ritengo che definire certe espressioni obbrobri sia eccessivo. Credo anch’io che sia un punto di vista troppo rigido. E partendo da questo assunto, trovo quindi che alle volte sia preferibile cadere in qualche imperfezione formale per raggiungere lo scopo: scorrevolezza, trasmissione immediata di informazioni, semplicità.
    Ma evidentemente qualcuno viene a tal punto infastidito da simili espressioni da essere distolto dalla lettura. E di questo non posso far a meno di dispiacermi.

    Sullo scopo della scrittura, intimamente collegato a quello della lettura e a mio parere cruciale in questo genere di discorsi, intervengo brevemente sul nuovo articolo.

  47. 38 Davide

    @Gamberetta: Il tuo metro di giudizio è indubbiamente sempre stato molto severo. Leggendo la recensione però mi sembra che tu abbia colto alcuni aspetti positivi del romanzo che non hai poi messo sul piatto finale della bilancia: per dirne qualcuno, personaggi non solo ben caratterizzati, ma anche originali e non convenzionali, dialoghi riusciti e accattivanti, figura del mostro degna di nota. Anche il –1 perché è un libro low fantasy mi sembra non giustificabile. Come diresti tu, è come leggere un libro giallo e lamentarsi che non ci siano serial-killer, sangue e una quantità numerosa di ammazzamenti. Il concludere la recensione con la sistematica ricerca degli errori nella pagina del prologo è un’altra prova di mal disposizione nei confronti del testo. Perché non inserire anche una parte ben scritta?
    Come se ciò non bastasse, dopo pochi giorni dalla pubblicazione della recensione scrivi un articolo sul disastro del fantasy italiano. L’impressione è che tu non abbia voluto parlare meglio del romanzo per proseguire del tutto indisturbata per la tua strada di critica spietata.
    Secondo me hai perso un’occasione per dimostrare che la tua critica non è esclusivamente concentrata sullo smascherare i difetti di ciò che leggi, ma dà il giusto peso anche ai pregi. Questo, sempre secondo me, ti fa perdere credibilità.

    @P@olo: L’idea di infierire è lontana da te? E desideri anche evidenziarlo? Allora prima di infierire, faresti meglio a cercare di capire come stiano realmente le cose. La pagina riportata da Gamberetta, strappata al testo nel bel mezzo del prologo, è quella scritta più grande. Tutto ciò che tu critichi è il cappello fatto da Gamberetta. Cappello che fra l’altro non ha alcuna pretesa letteraria, ma solo la funzione di far capire almeno un pochino la situazione. Un pochino. Eppure c’è chi vorrebbe addirittura immedesimarsi nei personaggi.

  48. 37 P@olo

    “Acchiapparatti”, pardon. Per qualche insondabile motivo Word ha trasformato il termine in Acchiappatopi. Carina, però: forse è la versione informatica di un suggerimento per un sequel :-)

  49. 36 P@olo

    Ho appena finito di leggere le annotazioni sull’inizio dell’Acchiappatopi di Talos e avrei qualcosa da aggiungere.
    Desidero evidenziare che è lontana da me l’idea di voler infierire ancora. Le parole scritte da Barbi sono già state poste sul tavolo autoptico e, considerando ciò che è rimasto alla fine dell’operazione, non resterebbe che consegnare le spoglie martoriate di questa pagina dell’Acchiappatopi all’abbraccio di una letteraria formalina. Però, per come la vedo io, è giusto che qualsiasi autore che scriva castronerie si sforzi di bere fino in fondo l’amaro calice, se davvero vuole imparare qualcosa.

    Veniamo al dunque.

    1) Solita taverna

    Mi chiedo cosa significhi. Posto che non è necessario entrare nel dettaglio di una descrizione minuziosa, dato che si intende passare subito all’azione, per me definire una taverna “solita” semplicemente non ha alcun significato. Non crea alcuna idea nel lettore e non lo fa partecipe di alcuna atmosfera. E’ una connotazione scialba e piatta.
    Bidimensionale.

    2) Enumerazione

    Un tavolo qua, un tavolo là. Come se si elencasse una lista della spesa. Vedi sopra alla voce “solita taverna”.
    Bidimensionale, di nuovo.

    3) Vino che diventa acquavite

    Prima si parla di una caraffa di vino, quella portata dall’oste, poi di un bicchiere di acquavite che si rompe durante la colluttazione che segue. Ora, a meno che Barbi non abbia ambientato la sua storia in una novella Caanan, qui c’e’ qualcosa che non torna.
    Paragnostico.

    4) Testa pelata, l’esperto guerriero (per altro, in questo caso, “esperto” è un aggettivo pleonastico che serve solo a zavorrare il racconto e a rallentare l’azione), il mercenario o chi per lui colpisce con “due pugni” il contadino.

    Anche qui l’espressione è a dir poco ambigua quando non del tutto errata. Il contadino è stato colpito con due pugni in rapida successione oppure con i due pugni serrati a formare una specie di mazza?
    Impreciso.

  50. 35 Emile

    PS Il mio “non è vero” era riferito al non riuscire ad immaginare ecc, non al fatto che fosse un concetto astratto. Su quello siamo d’accordo, certo.

  51. 34 Emile

    Gamberetta:Perché? Perché è un concetto astratto, non è vero che tu immagini situazioni diverse leggendo:
    1. “Giuseppe sferrò un pugno a Michele.”
    2. “Giuseppe sferrò un pugno violento a Michele.”
    3. “Giuseppe sferrò un pugno particolarmente violento a Michele.”

    Ma non è assolutamente vero; non immaginerò situazioni RADICALMENTE diverse ovviamente, ma non avrò nessuna difficoltà a cogliere la sfumatura di differenza.
    Poi tu hai usato tre esempi che c’entrano solo parzialmente: il caso 3 va ENORMEMENTE oltre il concetto di “pugno particolarmente forte”, e l’1 si ferma molto prima del concetto “base” di pugno (un pugno normale non stende per terra ma non provoca nemmeno reazioni del genere). L’esempio 2 invece può riassumere efficacemente la situazione (anche se anche quello va un pochino oltre secondo me: un singolo pugno che fa un effetto simile è comunque qualcosa di incredibilmente devastante), e sicuramente lo fa in modo più completo ed efficace, lungi da me negarlo.
    Ma quando si tratta di dettagli su cui l’autore non vuole di proposito soffermarsi perché ritenuti comunque secondari non è uno scandalo limitarsi a descrizioni molto sommarie di un X evento, anzi: in certi casi aiuta a non appesantire eccessivamente la narrazione o a non far concentrare troppo l’attenzione del lettore su un dettaglio di secondo piano.
    Per farla breve: sicuramente il più delle volte è preferibile il tuo metodo e magari anche questa volta sarebbe stato più efficace (non ho presente il contesto della frase). Ma bollare come “obbrobrio” quella frase perché a tuo giudizio continiene un aggettivo inutile è un errore concettuale: quel “violento” comunica eccome qualcosa, e il fatto che un ‘esposizione più estesa dell’evento avrebbe potuto farlo in maniera più completa non toglie NULLA alla validità di questa affermazione.
    Semmai infatti il tutto era più criticabile con il solito discorso del “mostra, non raccontare” , non a mio giudizio asserendo che quel “violento” era inutile come il “bagnata” abbinato alla pioggia.

  52. 33 Gamberetta

    @Emile. No. È pessima narrativa. Sono i verbi e i nomi che devono trasportare il significato non avverbi e aggettivi.
    Se io voglio intendere che il personaggio ha sferrato un pugno di particolare violenza non devo scrivere “sferrò un pugno particolarmente violento”. Perché? Perché è un concetto astratto, non è vero che tu immagini situazioni diverse leggendo:
    1. “Giuseppe sferrò un pugno a Michele.”
    2. “Giuseppe sferrò un pugno violento a Michele.”
    3. “Giuseppe sferrò un pugno particolarmente violento a Michele.”

    Tu immagini situazioni diverse se:
    1. “Giuseppe sferrò un pugno a Michele. Michele si massaggiò il mento. Sputò un grumo di sangue e disse: «devi metterci più impegno, ragazzo, altrimenti non mi diverto».”

    2. “Giuseppe sferrò un pugno a Michele. Michele si accasciò. Un filo di sangue gli colava dal naso. Fece per rialzarsi ma le ginocchia si piegarono e cadde di nuovo.”

    3. “Giuseppe sferrò un pungo a Michele. Michele stramazzò; rimase immobile. Giuseppe si chinò su di lui: Michele non respirava più.”

    …o qualcosa del genere.
    Se stai cercando di comunicare il contenuto di una scena con un aggettivo o un avverbio stai sbagliando, devi riscrivere.

  53. 32 Emile

    Gamberetta:Non puoi sferrare un pugno se non in maniera violenta.

    Quindi un pugno E’ violento per definizione.
    Non perdiamoci in minuzie, dai.

    Gamberetta: È come scrivere “pioveva acqua bagnata”.

    Ma non è affatto vero, e basta un minimo di elasticità mentale per rendersene conto.
    O meglio: da un punto di vista squisitamente formalistico hai ragione, ma scendendo nel concreto l’abisso tra i due esempi balza immediatamente all’occhio di chiunque.
    E questo perché, come avevo già scritto, nel caso in esame si deve andare oltre la definizione letterale, traducendo mentalmente quel “violento” con “PARTICOLARMENTE violento”o, in altre parole, “pugno sferrato con particolare forza/efficacia”.
    E si tratta di uno “sforzo mentale” più difficile da descrivere che da compiere, visto che è qualcosa di incredibilmente intuitivo e banale.
    Io lettore che sento parlare di “acqua bagnata” inorridisco ma se invece leggo di un “pugno violento” (o “sferrato con violenza”, se preferisci):

    a) capisco immediatamente l’immagine che l’autore vuole mostrare, senza dovermi fermare nemmeno mezzo secondo ad “interpretarla”
    b)NON mi trovo dinnanzi un aggettivo inutile, perché quel “violento” mi fornisce in realtà informazioni aggiuntive che non avrei avuto senza di esso (perlomeno in quella frase, chiaro)

  54. 31 Gamberetta

    @Alexander. Dato che cerco di essere obbiettiva (ovvero dico in anticipo quali criteri seguo), non credo sia un grosso problema. Ognuno può verificare se sono stata onesta o no. Certo, se dovessi essere pubblicata, la faccenda sarebbe da ripensare. Per esempio difficilmente potrei recensire in maniera serena altri romanzi della mia casa editrice.

    @Emile. Non è violento il pugno è sferrare che significa “tirare, dare con forza” / “tirare, lanciare con gran forza” (De Mauro / Garzanti). Non puoi sferrare un pugno se non in maniera violenta (ovvero “con impeto, intensità, gran forza”).
    Ed è un obbrobrio. È come scrivere “pioveva acqua bagnata”. Come sempre: se vuoi comunicare la particolare violenza del pugno, devi mostrarla, non raccontarla (tra l’altro qui in parte è già così, visto che questo “violento pugno” è il “fortissimo colpo” che una riga prima ha fatto stramazzare il contadino).

  55. 30 Emile

    Solo una veloce considerazione personale.
    Considerare un obbrobrio la frase “aveva sferrato un violento pugno al contadino” mi sembra un giudizio decisamente eccessivo e “formalistico”. Tecnicamente è ovvio che ogni pugno è “violento” per sua stessa natura, per carità; ma è parimenti ovvio anche il fatto che, in quel caso, l’autore volesse semplicemente descrivere un pugno sferrato con particolare forza/efficacia, immagine che secondo me è riuscito a trasmettere piuttosto bene.
    Poi in linea generale sono d’accordissimo sul tuo discorso sugli aggettivi inutili e via dicendo, ma trovo che ogni tanto finisci per calcare un pò troppo la mano, dimostrando eccessiva rigidità.

  56. 29 Molecola

    @ Francesco Barbi
    Ti chiedo un paio di cose, visto che sei l’unico (credo ; ) con esperienza di pubblicazione alle spalle: come si è svolto il tuo editing? Quante parti hai dovuto tagliare o riformulare? L’editor era effettivamente una figura diversa rispetto al correttore di bozze?

    Per quanto riguarda la discussione sui giudizi stilistici e i criteri oggettivi, i miei occhietti (un vezzeggiativo non dispregiativo) hanno letto chiaramente nella recensione: “Dal mio punto di vista – sottolineo personale”, affermazione che io ho così interpretato: “I difetti li ho mostrati, ma sono conscia che alcuni di questi siano opinabili”.

    @ Gamberetta
    Dal mio punto di vista – sottolineo mio – comunque la frase è pleonastica.
    A questo proposito m’è parso ripetitivo anche: “Sono troppi, ce ne sono una marea” (volevi aggiungere pathos? Abbasso i punti esclamativi!!! ; ).
    E già che si sono, mi sembra poco azzeccato questo: “Numerose scene sono scritte in maniera brillante” (“numerose”? hai un box che è largo uno sputo quadro, perché una parola così lunga?)

    Mi assumi? =^.^=

  57. 28 Alexander

    Ciao Gamberetta,
    con colpevole ritardo sto leggendo il tuo romanzo (Le avventure della giovane Laura) e mi sta piacendo molto. Oggi ho letto la tua analisi sul romanzo di Barbi, e come sempre l’ho trovata stimolante e condivisibile. Ma a questo punto, da tuo estimatore, e in modo per nulla polemico, ti faccio una domanda: questo tuo doppio ruolo di scrittrice e critica letteraria, non rischia di delegittimare la tua posizione? Non sarebbe meglio scegliere solo una di queste due attività?

  58. 27 Diego

    Di solito le ‘agghiaccianti testate’ le prendeva Fantozzi… Dai, dico per sdrammatizzare, dopotutto è il primo di aprile! ^__^

  59. 26 Francesco Barbi

    @Gamberetta: Ho detto che non dovevi ripetermelo un’altra volta e non che dovevi convincermi senza sottintesi, ma con cognizione di causa. E difatti, parlando francamente, credo proprio che se mai avrò la possibilità di tornare sopra a questo povero prologo, lo farò. Con questo non sto dicendo che ‘accetterei’ tutte e 35 le tue segnalazioni; e qui ritorno sulla questione delle difficoltà del mestiere di editor e sulla delicatezza della relazione editor-autore. Non credo che un buon autore debba affidarsi completamente ai suggerimenti di un buon editor, così come non credo che ciò che decide l’autore sia sacrosanto: e qui, salvo particolari eccezioni, possono nascere i problemi.

    Riguardo allo stile, avevo volontariamente lasciato perdere il discorso perché mi pare che i punti di vista emersi non siano così diametralmente opposti: personalmente mi sento di condividere sia le parole di Diego che quelle di CMT… Non mi pare di essere schizofrenico e dunque forse ci sarebbe bisogno di definire meglio i termini della questione. Non so se ne vale la pena.

  60. 25 Gamberetta

    @Francesco Barbi. Chiariamoci: io non ti devo convincere di niente. Io ti sto dicendo, e spiegando, che roba come un’agghiacciante testata è brutta narrativa. Non sei convinto? Pazienza.
    Non mi pare di aver generalizzato. Non ho scritto da nessuna parte che scrivi male. Ho detto che secondo me la tua scrittura ha diversi difetti, difetti in particolare evidenti nei primi capitoli; ho però specificato che altri capitoli sono scritti molto bene e nel giudizio globale pregi e difetti si bilanciano.

    @Davide. Ho adottato lo stesso metro di giudizio usato per tutte le altre recensioni. Anche quando ho recensito Swanwick (che adoro) ho sottolineato che certi vezzi stilistici poteva risparmiarseli.
    0 (o +1 se non hai problemi con il low fantasy – d’altra parte non posso essere felice che ci sia poco fantasy in un romanzo fantasy) è in linea con le altre recensioni. Non mi sembra di essere severa se dico: Troisi -28, Meyer -6, Barbi 0, Doctorow +1, Christopher Moore +2. Mi sembra una scala di valori che possa rispecchiare la realtà.

  61. 24 Diego

    @CMT: è proprio su questo punto che la pensiamo diversamente. Quella che tu ritieni una ‘piatta narrazione impersonale’ per me è invece una base di partenza necessaria. Oltre ad essere discutibile l’assunto secondo cui la narrazione diventi piatta e impersonale, dal momento che secondo me è vero il contrario. E’ su questo che la vedo similmente a Gamberetta: continuo a sentire discorsi di autori che difendono le loro scelte stilistiche e il loro libero arbitrio – sacrosanto, per carità – nell’infrangere certune regole (che poi secondo me sono dettate più dal buon senso che altro), e però quando vado ad osservare i risultati, normalmente sono, mi spiace dirlo, pietosi. Sottolineo che non mi riferisco a Barbi in particolare, anche perchè il suo libro non l’ho letto. Il mio è un discorso generale. Poi sarà questione di opinioni, non so…

  62. 23 Davide

    Sono rimasto deluso da questa recensione. Ho letto “L’acchiapparatti di Tilos” e a me è piaciuto moltissimo. Speravo di trovare confermate le mie impressioni: personaggi non convenzionali e veramente riusciti, dialoghi accattivanti, ambientazione ben delineata, trama coinvolgente e fuori dagli schemi classici. Secondo me nella recensione questi elementi non hanno avuto tutto il loro merito. A proposito della scrittura, ci potrebbero anche essere dei passi scritti meno bene ma, forse perché preso dalla storia, non me ne sono accorto. Aggiungo che, viceversa, ritengo ci siano dei passaggi o brevi descrizioni che si stampano nella memoria. E lì l’autore dimostra di saper scrivere, e bene.
    Seguo da qualche tempo questo blog, ma ancora non avevo letto recensioni di libri che mi erano piaciuti. Ora mi viene da pensare che forse avevo sopravvalutato le capacità critiche (che non si dovrebbero concentrare sulla ricerca spasmodica degli errori e delle cose che non vanno) di Gamberetta e il suo modo di condurre le discussioni.

  63. 22 CMT

    @Francesco Barbi: ovvio che è difficile interfacciarsi con un editor che vuole cambiare il tuo scritto, ma se l’editor non vuole cambiare il tuo scritto, o tu sei perfetto (e la perfezione non esiste) o lui non sta facendo il suo lavoro ^___^;;

    @Diego: scusa ma il punto non è inseguire lo stile a discapito della storia (anche perché lo stile hai poco da inseguirlo, è connaturato a te, è il tuo modo di scrivere, puoi cercare di cambiarlo, certo, ma non puoi inventartelo), è non soffocare lo stile trasformando lo scritto in una piatta narrazione impersonale.

  64. 21 Diego

    Mah, io qui mi sento di dare ragione a gamberetta. Non mi riferisco nello specifico a Francesco Barbi, che mi sembra una persona molto intelligente e recettiva, ma in generale questa ‘salvaguardia a oltranza dello stile’ la sento saltare fuori un pò troppo spesso a difesa di autori che di stile invece non ne hanno proprio. Seguire delle regole non significa per niente uniformare o standardizzare, anche perché gli aspetti della scrittura sono così tali e tanti che sarebbe impossibile anche volendo. Pertanto boccio su tutta la linea anche la contro-critica ‘che noia se tutti seguissero le (tue) regole! Le storie sarebbero tutte uguali!’. Questa è una cavolata di proporzioni bibliche. Poi ognuno segua pure i principi che preferisce, ma secondo me è deleterio e infruttuoso, specie per autori esordienti o alle prime armi, ‘inseguire uno stile’ invece di ‘scrivere la storia’.

  65. 20 Francesco Barbi

    @Gamberetta: Ho capito perfettamente che il prologo non ti è piaciuto e che possiedi gli argomenti per mostrare che quanto dici è sostenibile, non c’è bisogno che me lo ripeti un’altra volta. Mi dispiace che adesso tu sembri generalizzare il discorso all’intero mio modo di scrivere, quando la recensione tutto sommato non mi era parsa così male. Comunque, io stavo cercando di portare avanti un altro discorso, quello colto da Simòn R. (e di cui condivido il punto di vista), nel quale sostenevo che non deve essere così facile essere un buon editor. E non solo per il lavoro di editing, già di per sé delicato, ma anche perché, volente o nolente, l’editor deve comunque interfacciarsi con i diversi autori… E, forse suo malgrado, parlare di stile.
    Vedo adesso il tuo ultimo commento: prova a pensare a un editor che vuole cambiare parte di ciò che scrivi. Non è così facile lasciarsi convincere.

    @Simòn R.: Grazie per i riconoscimenti alla mia persona. Riguardo alle tue parole circa il prologo, mi stupisce che tu possa giudicare un libro dalla pagina che probabilmente Gamberetta ha ritenuto essere la peggiore (e devo dargli atto di saper individuare certe cose con una precisione davvero chirurgica) delle oltre 400 che lo costituiscono. Addirittura parli di immedesimazione con i personaggi. A me personalmente sembra quantomeno difficile immedesimarmi nei personaggi di un libro leggendone una sola pagina nel mezzo (e non una pagina casuale, ma una pagina ‘incriminata’)… Per favore non ditemi che sto facendo polemica.

  66. 19 Gamberetta

    @Simòn R. Non me la sto prendendo! ^_^
    Comunque ti sbagli: le regole sono lì proprio per non farti ri-ri-riscrivere a vuoto. È come se io dicessi: è inutile che t’insegni la sintassi, continua a scrivere finché non l’azzecchi. Non ha più senso consultare invece una grammatica?
    Lo stesso per la narrativa. Non ha più senso approfittare dell’esperienza e dello studio di altre persone? Che senso ha reinventare ogni volta la ruota (sempre se ci riesci)?

  67. 18 Simòn R.

    ok, ho letto solo ora gli altri commenti.

    Mi stupisce, Gamberetta, che ti scaldi tanto con l’autore, che per una volta – stupefacentemente – si è dimostrato persona civile e aperta al dialogo. In effetti, scrivere attenendosi per forza alle regole può produrre una prosa sterile, e quindi che male c’è se ha consapevolmente preferito non rispettarne alcune? Non è che tutti i bravi scrittori abbiano lo stesso stile.

    Non è con le regole che spingi qualcuno a scrivere bene, solo facendolo scrivere e riscrivere e ri-ri-riscrivere finché non tira fuori qualcosa di buono. Certo, se poi non ce la fa allora che si dia alla politica o all’agricoltura, ma questo è un altro discorso… secondo me non ha detto / fatto nulla di così terribile o_O

    (p.s. porta pazienza per la mail che mi hai mandato, è un periodaccio ma prima o poi ti risponderò :( )

  68. 17 Simòn R.

    Bé, ho letto il pezzetto de L’Acchiapparatti e… 35 errori? Uno spreco di tempo. Molto semplicemente, va tutto riscritto. I dialoghi sono forzati, i comportamenti dei pg stereotipati, spontaneità = 0, immedesimazione = -10. Decenza = -1000. Tutto banale, banalissimo. Naaah. QUESTO non m’invoglia di certo a comprare il libro o_O

  69. 16 Gamberetta

    @Francesco Barbi. Polemizza pure, ma è inutile. Siamo sempre alle solite: non è che il prologo non mi piace perché è contrario alle regole. Non mi piace perché è noioso, a tratti confuso e non fa (sor)ridere neanche per sbaglio.
    Partendo da questo assunto, posso rilevare che sono state violate alcune convezioni distillate negli anni proprio per evitare che un testo sia noioso, confuso e poco divertente.
    Ora, secondo me, prima di trasgredire il “non stile”, potresti provare a seguirlo. Poi ognuno può sempre fare come gli pare, per carità.

  70. 15 CMT

    @Gamberetta: ma infatti le cose che citi non sono competenza del correttore di bozze, che al limite ti deve sistemare l’ortografia, non la sintassi.
    In quanto al “sua”, evidentemente non sono stato chiaro: per te la correzione è ovvia, per me è ovvia, ma un editor non deve lasciare la cosa all’ovvio (e sperare che sia ovvia per chiunque), il suo compito è segnalare cosa non va e cosa dovrebbe essere fatto.

    Sullo stile… inizia a venirmi qualche dubbio su cosa tu intenda con “stile”. ^__^;
    L’esistenza stessa di uno scrittore in quanto tale è legata al fatto che abbia uno stile (o più stili adattabili al contesto specifico). Lo stile non può essere trasparente, se lo fosse significherebbe che lo scrittore è completamente anonimo, che sta non più scrivendo una storia ma semplicemente riportando dei fatti in maniera piatta e impersonale. Poi magari a te questo può sembrare un bene, a me no. Gli scrittori a cui sono più affezionato li seguo per come scrivono prima ancora che per cosa scrivono.

  71. 14 Francesco Barbi

    @Gamberetta: Non mi sembrava di essere stato così polemico da dover essere ripreso. Per giunta in questo contesto, dove la polemica anima il blog e sembra far parte integrante della tua immagine. Ad ogni modo, non ho niente contro la polemica, anzi, la polemica può costituire un efficace combustibile per la discussione. Tu hai qualcosa contro la polemica? Non avrei creduto.
    Per ciò che riguarda l’italiano, io non credo che sia una lingua da quattro soldi, anche perché non ritengo che sia facile imparare in poco tempo a scrivere bene in italiano. Mi sono limitato ad affermare che il tuo procedere affidandoti a regole ben precise e incorruttibili mi pare un po’ riduttivo. Sempre a proposito del prologo, di nuovo ti appelli ad una regola aulica per cui avrei dovuto dar voce subito, e non ‘improvvisamente’, al punto di vista del narratore (in linea con uno stile da romanzo ottocentesco). Non l’ho rispettata e a te non è piaciuto. Speravo che la cosa potesse funzionare, evidentemente nel tuo caso (e probabilmente in molti altri) non funziona. Ho fatto tale scelta perché credo fermamente che si possano ottenere effetti desiderati e innovativi proprio trasgredendo quel ‘non stile’ di cui parli. Ma ora rischio di nuovo di assumere toni che possono suonare polemici. Invece, quello che sto cercando di dire, utilizzando il prologo dell’acchiapparatti come esempio, è soltanto che ritengo che le cose siano più delicate di come le hai descritte. Insomma, non penso che sia facile essere un buon editor. Tutto qui.

  72. 13 Gamberetta

    @Anacarnil. Leggi il Riassunto delle Puntate Precedenti linkato più sotto (ma adesso lo metto anche nella colonna a destra del blog).
    Niente nella narrativa è ferreo, sta di fatto che quando applichi il principio dello SDT il testo è più coinvolgente (è questo è dimostrabile in maniera scientifica – ma ne parlerò all’interno del prossimo articolo, spero verso fine settimana).

    Per il bicchiere hai ragione, avrei dovuto aggiungere una nota: l’acquavite è stata servita allo straniero poco prima.

  73. 12 Anacarnil

    Dico la mia.

    Come dice CMT, ci sono ruoli ben definiti: professionalmente, l’editor fa determinate cose, il correttore di bozze altre. Ma, attenzione: il correttore lavora su testi ormai ben definiti, e addirittura già impaginati. Guai se un correttore di bozze toglie un aggettivo, un avverbio o modifica la punteggiatura! Il compito del correttore è quello di eliminare i refusi, gli errori di battitura o di impaginazione.
    L’editing, invece, è un lavoro ben più ampio e soggettivo, che può andare dal “revisionare” trama e personaggi, fino alla limatura della punteggiatura (cosiddetto micro-editing). Eh sì, comunque, l’editor suggerisce come sistemare il testo, altrimenti serve a poco :)
    Almeno, questo è quello che mi risulta da professionisti che lavorano per alcune delle maggiori case editrici italiane.

    Mi trovo piuttosto in accordo con Francesco Barbi sul discorso della “soggettività” dell’editing. Personalmente non credo all’esistenza di regole precise e inscalfibili: ci sono sicuramente delle “linee di condotta” da osservare, ma senza pretese di essere leggi pubblicate sulla Gazzetta Ufficiale. Personalmente, ad esempio, non trovo che l’SDT sia un comandamento così ferreo, allo stesso modo con cui più volte non ho trovato così marchiatamente erroneo quello che Gamberetta definisce infodump.

    Gamberetta, da dove prendi queste tue regole? Poiché, conoscendoti, non penso che tu le abbia semplicemente cavate da una rapa, no?

    Faccio poi una mia osservazione riguardo al prologo:

    > Il bicchiere di acquavite si rovesciò

    quando sono arrivato a questo punto, mi son chiesto di quale bicchiere parlasse. Da dove salta fuori?

  74. 11 Gamberetta

    @CMT. Non è vero. Neanche la correzione di bozze è “oggettiva”. Io potrei sostenere che ho usato apposta un linguaggio SMS, che apposta ho sbagliato i congiuntivi, che apposta ho messo la virgola tra soggetto e verbo, che apposta le parole sono allineate in verticale.

    Per il “sua” mi sembrava ovvia la correzione, dove (tipo il sostituire “agghiacciante”) non era ovvio ho spiegato cosa si sarebbe dovuto scrivere.

    Per quanto riguarda lo stile: in un romanzo fantasy lo stile migliore è uno stile trasparente, ovvero non ci si accorge che ci sia un particolare stile. L’ho spiegato nel Riassunto delle Puntate Precedenti.

  75. 10 CMT

    Pardon, saltato un pezzo: certo che è ovvio che il “sua” debba essere sostituito, però il punto del mio discorso era che il lavoro di un editor non si esplicita nello scrivere

    “sua”: superfluo, una volta che si è stabilito chi sia il soggetto.

    bensì nel proporre la correzione della frase

  76. 9 CMT

    In realtà no, il confine tra l’Editor e il Correttore di Bozze è molto ben distinto, anche se poi l’editor può trovarsi a fare una cosa e l’altra, indubbiamente. Ma il correttore di bozze corregge cose che sono per loro stessa natura oggettive, teoricamente il suo lavoro è indiscutibile. L’editor ha una natura più soggettiva e propositiva, perché da un lato è inevitabile che la scrittura di un periodo o l’uso di certi termini sia una questione soggettiva (un editor può essere bravissimo ma questo non lo rende infallibile, da questo punto di vista), dall’altro il lavoro dell’editor in genere richiede un ulteriore verifica e accettazione da parte dell’autore (se non un contributo più esteso, come la riformulazione di alcune parti).

    Il discorso sullo stile non ha senso. In qualunque opera scritta che non sia puramente tecnica si può (e si dovrebbe) parlare di stile. Lo stile è la cosa che più caratterizza uno scrittore, come si fa a escluderlo dall’equazione? E se anche si potesse… perché?

  77. 8 Gamberetta

    @Flaurey. Puoi aver ragione, ma è anche normale che in una situazione di tensione una persona parli in maniera non perfettamente chiara.

    @CMT. Il confine fra correzione di bozze ed editing è discutibile. Qui, come detto, un vero editor avrebbe intimato di riscrivere da capo, ma si parla di un gioco (a cui comunque le case editrici non partecipano mai).
    Ovvio che devi sostituire “sua” e non solo toglierlo…

    @Francesco Barbi. Attenzione a parlare di “regolette”: a parte il tono polemico (è come se io chiamassi il romanzo “romanzetto”), le cose non stanno così. È vero, come detto, non stiamo parlando delle più eteree vette del sapere, le regole per scrivere in maniera efficace e scorrevole sono alla portata di tutti, non per questo sono “regolette”.
    È come se l’Italiano diventasse una lingua da quattro soldi solo perché chiunque può imparare a parlarlo in poco tempo.

    Chiarite le tue intenzioni riguardo al prologo, non ci siamo proprio:
    - Il punto di vista si stabilisce a inizio capitolo, se volevi fosse il Narratore, avresti dovuto iniziare con l’equivalente di “C’era una volta…”. Invece cominci con il punto di vista dell’oste e in pratica lo mantieni fino al momento riportato.
    - Se tu avessi messo il “malauguratamente” al posto del “fortunatamente”, (forse) te l’avrei lasciato passare. Perché lì sì ci sarebbe stato un voluto Narratore esplicito (sappiamo che l’oste non vuole la rissa, dunque se qualcuno se l’augura non può essere lui) e ironico (è come se si rivolgesse al pubblico dicendo: “lo so, lo so che non vedete l’ora che comincino le botte, aspettate ancora qualche riga!”).
    - Lo “scimmiottamento” implica il ridicolo. Ma qui non c’è niente né da ridere, né da sorridere.
    - Infine il tuo è un tipico romanzo (fantasy). Non è che stai scrivendo City of Saints and Madmen o la trilogia di Gormenghast

    Anche perché, se nel trovare i possibili errori si potesse semplicemente seguire una serie di regolette, non si potrebbe più parlare di stile.

    Infatti! Non si deve parlare di stile in un romanzo fantasy. Se il lettore si perde dietro le parole e le presunte intenzioni dell’autore, il romanzo è già su una brutta china.

  78. 7 Angra

    A me la recensione ha fatto venir voglia di leggere il romanzo, se non fosse per quei 19 euro, troppi in assoluto se penso che solo qualche anno fa sarebbero sembrate tante anche 19.000 lire. Mi chiedo se un piccolo editore che decide un prezzo di copertina del genere ha davvero intenzione di vendere il romanzo. Non so se sia anche questo il caso, ma in genere prezzi di copertina esorbitanti caratterizzano editori che chiedono un contributo all’autore, che poi contributo non è: si tratta di pagare tutte le spese e anche di procurare già una bella fetta di guadagno all’editore, per cui il problama di vendere per lui non si pone. Sarebbe bello in effetti poter comprare il pdf direttamente dall’autore.

  79. 6 Francesco Barbi

    Ops, ho fatto un pastrocchio. Abituato alla possibilità che si ha su Anobii di ritoccare il messaggio dopo averlo inviato, ne ho inviati due identici per includere il nome e i saluti… Che peraltro, sbagliando nuovamente, non ho incluso. Ne approfitto adesso: grazie per il tempo dedicato all’acchiapparatti e un caro saluto.

  80. 5 Francesco Barbi

    Ciao Chiara,
    sono contento che il libro abbia superato il rischio di una stroncatura e che tu abbia riscontrato diversi aspetti positivi. Speravo in qualcosa di più da parte tua, ma trovo la recensione tutto sommato interessante. Non starò a replicare perché penso che l’acchiapparatti si possa difendere da solo; mi limiterò ad aggiungere qualcosa riguardo alla nuova rubrica collegandomi all’intervento di CMT.
    Trovo che tale rubrica possa essere piuttosto divertente, ma credo che la pretesa, più o meno manifesta, che gli ‘errori’ da te segnalati siano oggettivi (‘fortunatamente’ hai parlato di “possibili errori”), e pertanto individuabili da chiunque abbia imparato una serie di regolette, sia criticabile. Non voglio difendere a tutti i costi il mio prologo, né la figura professionale degli editor. Sono consapevole del fatto che la parte iniziale del libro è probabilmente quella più debole, ma sono convinto che molte delle correzioni che tu effettueresti siano discutibili e dipendano da tuoi gusti e convinzioni personali. Un piccolo esempio: il narratore fa capolino volutamente nel testo, in effetti molto nel prologo, per una mia scelta di scimmiottare un narratore d’altri tempi. Forse non è di così immediata comprensione, ma il prologo voleva per l’appunto sembrare il classico prologo del classico romanzo fantasy. Che si conclude con l’unico fatto peculiare della morte della vecchia, apparentemente marginale e che passa un po’ in sordina, ma che in realtà costituisce il reale punto di avvio della vicenda. Come narratore, nell’assistere ad una scena tipica del genere fantasy, sentivo il bisogno di essere, non dico proprio ironico, ma quantomeno ammiccante. Uno dei messaggi che volevo far passare pian piano al lettore nei primi capitoli (specialmente nelle introduzioni) era questo: “Tu credi che questo sia un romanzo fantasy ‘tipico’, ma in realtà…”
    Dunque tutte le tue segnalazioni riguardanti la tipologia del narratore per me non sono errori: possono essere al più frutto di una scelta non condivisibile, ma non errori oggettivi.
    Quello che voglio dire è che, nell’operazione di ‘caccia all’errore’ da te proposta, si possono assumere almeno due atteggiamenti. Il primo è quello di colui che, di fronte ad un avverbio eliminabile, lo giudica un errore seguendo la buona norma che laddove si possano eliminare gli avverbi vadano eliminati. Il secondo invece è quello adottato da chi, di fronte ad un avverbio eliminabile, dà fiducia all’autore e si chiede il perché egli lo abbia comunque inserito. Ciò non toglie che alla fine i due giungano alla stessa conclusione, ma il secondo approccio è senz’altro più impegnativo e, a mio parere, più valido. Anche perché, se nel trovare i possibili errori si potesse semplicemente seguire una serie di regolette, non si potrebbe più parlare di stile.
    Francesco Barbi.

  81. 4 Francesco Barbi

    Ciao Chiara,
    sono contento che il libro abbia superato il rischio di una stroncatura e che tu abbia riscontrato diversi aspetti positivi. Speravo in qualcosa di più da parte tua, ma trovo la recensione tutto sommato interessante. Non starò a replicare perché penso che l’acchiapparatti si possa difendere da solo; mi limiterò ad aggiungere qualcosa riguardo alla nuova rubrica collegandomi all’intervento di CMT.
    Trovo che tale rubrica possa essere piuttosto divertente, ma credo che la pretesa, più o meno manifesta, che gli ‘errori’ da te segnalati siano oggettivi (‘fortunatamente’ hai parlato di “possibili errori”), e pertanto individuabili da chiunque abbia imparato una serie di regolette, sia criticabile. Non voglio difendere a tutti i costi il mio prologo, né la figura professionale degli editor. Sono consapevole del fatto che la parte iniziale del libro è probabilmente quella più debole, ma sono convinto che molte delle correzioni che tu effettueresti siano discutibili e dipendano da tuoi gusti e convinzioni personali. Un piccolo esempio: il narratore fa capolino volutamente nel testo, in effetti molto nel prologo, per una mia scelta di scimmiottare un narratore d’altri tempi. Forse non è di così immediata comprensione, ma il prologo voleva per l’appunto sembrare il classico prologo del classico romanzo fantasy. Che si conclude con l’unico fatto peculiare della morte della vecchia, apparentemente marginale e che passa un po’ in sordina, ma che in realtà costituisce il reale punto di avvio della vicenda. Come narratore, nell’assistere ad una scena tipica del genere fantasy, sentivo il bisogno di essere, non dico proprio ironico, ma quantomeno ammiccante. Uno dei messaggi che volevo far passare pian piano al lettore nei primi capitoli (specialmente nelle introduzioni) era questo: “Tu credi che questo sia un romanzo fantasy ‘tipico’, ma in realtà…”
    Dunque tutte le tue segnalazioni riguardanti la tipologia del narratore per me non sono errori: possono essere al più frutto di una scelta non condivisibile, ma non errori oggettivi.
    Quello che voglio dire è che, nell’operazione di ‘caccia all’errore’ da te proposta, si possono assumere almeno due atteggiamenti. Il primo è quello di colui che, di fronte ad un avverbio eliminabile, lo giudica un errore seguendo la buona norma che laddove si possano eliminare gli avverbi vadano eliminati. Il secondo invece è quello adottato da chi, di fronte ad un avverbio eliminabile, dà fiducia all’autore e si chiede il perché egli lo abbia comunque inserito. Ciò non toglie che alla fine i due giungano alla stessa conclusione, ma il secondo approccio è senz’altro più impegnativo e, a mio parere, più valido. Anche perché, se nel trovare i possibili errori si potesse semplicemente seguire una serie di regolette, non si potrebbe più parlare di stile.

  82. 3 CMT

    Uhm… scovare gli errori è un lavoro da correttore di bozze. L’editor dovrebbe occuparsi di altro (imprecisioni, fluidità del testo, …), e soprattutto non dovrebbe semplicemente segnalare i problemi ma suggerire come correggerli.
    Ad esempio, per inciso, non puoi semplicemente togliere i “sua” che hai indicato, almeno non senza sostituirli cambiando le frasi.
    “Un colpo si abbatté sulla sua tempia facendolo piombare a terra”, che ci sia o meno il soggetto definito, non può diventare “Un colpo si abbatté sulla tempia…”, ma al limite “Un colpo gli si abbatté…”, o meglio ancora riscrivere la frase del tutto “Un colpo alla tempia lo fece piombare a terra”.

  83. 2 Loreley

    Sinceramente il prologo lo pensavo molto peggio. Chiariamoci, non è un bel prologo, ma questo perché la scena mostrata è tutto sommato bruttina e piena di cliché (l’uomo bruto che fa casino in taverna per niente, lo straniero abilissimo che guarda caso si trova lì e risolve la situazione), per non parlare dei dialoghi penosi. L’uso di diversi termini per riferirsi alla stessa persona non mi ha dato fastidio né mi ha confuso, tranne in pochi casi. Forse mi avrebbero irritato di più le ripetizioni. L’unico vero problema è dato dall’assenza di un punto di vista ben preciso che, come hai detto tu, non permette di immergersi nella scena come si deve. Alcune correzioni che hai fatto sono un po’ troppo pignole; tutto sommato alcune “libertà” gliele avrei lasciate, come quella degli occhi: anche se è ovvio che gli occhi sono due, il modo in cui l’ha ribadito mi ha fatto visualizzare meglio la scena. Vediamo invece alcune cose che ho notato io:

    Non concluse la frase. Un fortissimo colpo si abbatté sulla sua tempia facendolo piombare a terra. Testa pelata era balzato in piedi e aveva sferrato un violento pugno al contadino.

    Qui il narratore prima descrive l’azione e poi la spiega, imboccandocela. Io avrei semplicemente descritto meglio l’azione prima, senza che il narratore si immischiasse dopo.

    La donna si alzò in soccorso del ragazzo, ma una mano aperta la raggiunse in pieno volto girandole la testa e scaraventandola contro il tavolo.

    Quel “la mano aperta che la raggiunse in pieno volto girandole la testa” mi sembra proprio brutto: troppo descrittivo per rendere l’idea di un semplice schiaffo, seppur vigoroso. Il “girandole la testa” mi pare inutile. Per altro se il ragazzo è il marito, avrei detto “marito” anziché “ragazzo”, oppure “moglie” anziché “donna”. Letta così, magari con disattenzione, sembra che una donna qualsiasi soccorra un ragazzo qualsiasi e potrebbe confondere (qui hai ragione tu nel discorso che fai sull’utilizzo di troppi nomi diversi per le stesse persone).
    Il “soccorso” non mi ha dato fastidio invece. In fondo non me ne frega niente che mi mostri meglio questa scena, non è rilevante.

    Prima ancora che il corpo del guerriero cadesse a terra, una lama saettò nell’aria e si piantò nell’occhio di uno dei compagni. Il forestiero aveva scagliato un lungo coltello comparso all’improvviso nella sua mano.

    Anche qua prima descrive l’azione e poi la spiega, cosa credo dovuta alla presenza di un narratore onnisciente. Forse non sarà un errore, ma è una scelta stilistica che toglie immediatezza alla scena.

    La maggior parte delle osservazioni che hai fatto comunque le condivido, anche se ripeto che alcune correzioni sono di una pignoleria eccessiva: non è che di per sé sia una brutta cosa questa, però, come editor, non vorrei neanche far completamente impazzire il mio scrittore e farmi mandare a ca***e ogni tre minuti XD.
    (Anche se nello stato in cui siamo tutt’ora meglio un editor troppo pignolo che uno troppo permissivo…)

  84. 1 Flauery

    Ho leggiucchiato solo qua e là, ma credo che te ne sia sfuggito uno:

    Malauguratamente, questa volta il contadino più giovane non seppe tener la bocca chiusa: «Non pagheranno mai questi farabutti» mormorò.

    “Non pagheranno mai questi farabutti” suona male, mi aspetto quasi che di qui in poi il personaggio inizi a parlare in rima. Molto più naturale se avesse scritto: Questi farabutti non pagheranno mai. Oppure, avrebbe dovuto inserire una pausa: “Non pagheranno mai, questi farabutti”, anche perché a una prima lettura si può perdere il senso logico della frase. Potrebbe sembrare infatti che manchi il soggetto: Essi (ma chi?) non pagherrano mai questi farabutti (che qui possono comparire tranquillamente come complemento oggetto, se viene analizzata unicamente questa frase, fuori da ogni contesto.)

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