Scacchi e Scrittura
Nell’articolo Riassunto delle Puntate Precedenti, ho parlato di scrittura “trasparente” e ho fatto altre considerazioni riguardo la narrativa. Dai commenti mi sono resa conto che forse non mi sono spiegata abbastanza bene, perciò riprendo l’argomento con un paragone che mi pare significativo.
Scacchi
Penso che il gioco sia noto a tutti, comunque per lo scopo di quest’articolo non è necessario saper giocare (non che sia difficile, si può imparare il regolamento in un quarto d’ora).

Lajos Ludwig Bruck: The Chess Game
Gli scacchi sono un gioco di strategia a turni, il cui scopo è riuscire a disporre i propri pezzi in una particolare posizione rispetto ai pezzi avversari, tale posizione, detta “scacco matto”, assicura la vittoria al giocatore che la raggiunge per primo.
I giocatori di scacchi nel mondo sono decine di milioni, e le origini del gioco si perdono nella notte dei tempi. Se una delle attività umane più antiche e caratteristiche è la narrativa, gli scacchi non sono da meno. Un confronto tra giocare a scacchi e scrivere (e leggere) narrativa penso possa rivelarsi interessante.
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Le origini leggendarie del gioco Le origini del gioco degli scacchi sono ignote. Alcuni riferimenti in documenti antichissimi fanno ritenere che in India si giocasse una variante degli scacchi fin dal 3.000 a.C. Ci sono prove storiche del gioco a partire almeno dal 600 d.C. Una celebre leggenda attribuisce l’invenzione degli scacchi a un misterioso personaggio chiamato Sissa (o Sessa).
Il Re impara a giocare a scacchi e ricostruita la battaglia si rende conto che in effetti non c’erano altre soluzioni: il figlio doveva proprio sacrificarlo. È ancora depresso, ma almeno ha l’animo in pace. Comunque sia, il Re è più che soddisfatto del signor Sissa e pensa di premiarlo. Chiede al Sissa di dirgli cosa vuole, qualunque cosa, e gli sarà data. Donne, gioielli, potere, un viaggio a Disney World, l’opera omnia della Troisi rilegata in pelle umana, l’iPhone, qualunque cosa, il signor Sissa deve solo chiedere. Si aprono i granai reali e si cominciano a disporre i chicchi. Ben presto appare chiaro che il Re ha clamorosamente sbagliato i conti: Sissa ha chiesto una quantità di grano astronomica. Infatti la cifra totale è 2 elevato alla 64 meno 1, ovvero: 18.446.744.073.709.551.615 chicchi di grano! Se l’intera Terra fosse ricoperta di campi di grano, ci vorrebbero 80 raccolti per mettere assieme quella quantità. I granai reali si svuotano, e ancora le caselle da riempire sono tantissime, a questo punto… Come per il gioco stesso, è difficile individuare le origini della leggenda. Ne parlano autori arabi del XII e XIII secolo, ma facendo cenno a fonti più antiche. L’idea che la storia nasca con un vero Re persiano intorno al 600 d.C. si scontra con il fatto che la serie numerica in oggetto era già nota da secoli, e dunque appare inverosimile che Re e consiglieri sbaglino in maniera così grossolana i calcoli. |
In superficie
Quattro immagini:

Marostica: partita con pezzi “viventi”

Uno screenshot da Chessmaster Grandmaster Edition

Pezzi in oro e diamanti

Trascrizione di una partita
Le immagini rappresentano tutte e quattro una partita a scacchi. Abbiamo, dall’alto in basso: i famosi scacchi “viventi” di Marostica, dove ogni anno dal 1954 viene rievocata in questo modo folcloristico una famosa partita svoltasi 400 anni prima; lo screenshot di un videogioco dove i pezzi sono animati e hanno l’aspetto di coniglietti stralunati; pezzi e scacchiera d’oro e diamanti pensati per il piacere dei ricconi e infine la trascrizione di una partita, un giocatore con un minimo di esperienza non ha problemi a seguire le mosse indicate e a immaginarsi lo svolgersi del gioco senza nessuna scacchiera fisica davanti.
Quattro rappresentazioni diverse, sono sempre scacchi. Non cambia molto, in effetti non cambia niente se si usano pezzi d’oro o coniglietti o solo lettere e numeri. Il gioco è lo stesso, l’emozione è la stessa.
Mettiamo ora di conoscere una persona che si dichiara giocatore appassionato. La invitiamo a sedersi al nostro tavolo e le proponiamo una partita. La persona storce il naso e allontana da sé la scacchiera: «No, io non posso giocare con scacchi di plastica, se non ci sono coniglietti animati stralunati per me non c’è piacere negli scacchi!»
Siamo sicuri che continueremmo a considerare quella persona “scacchista appassionato”? O non penseremmo piuttosto che si comporta come un bambino capriccioso e un po’ stupido?
Potremmo concordare che anche noi preferiremmo invece degli scacchi di plastica da pochi euro i coniglietti animati stralunati, ma questo non ci impedisce di goderci il gioco.
Il paragone con i libri mi sembra ovvio: non cambia niente se una storia è stata miniata a mano su pergamena, stampata in digitale, riprodotta su schermo o letta ad alta voce. Ognuno avrà le proprie preferenze, ma è assurdo rifiutare una storia perché la cornice non si adatta ai propri capricci. Tanto assurdo che sorge il sospetto che forse si sta leggendo per tutte le ragioni sbagliate.
Non è che il presunto “piacere della carta” sia dovuto alle sostanze tossiche presenti nelle rilegature? Dietro la passione per la letteratura ci sarebbe solo il desiderio di sniffare colla…
Siamo seri!
Sopra un po’ scherzavo, la questione importate è più profonda:

Pezzi degli scacchi disposti a guisa di faccina sorridente :)

Posizione finale della partita detta “L’Immortale”
Due posizioni sulla scacchiera. La prima è… be’ è una faccina sorridente, la seconda è la posizione finale di una celeberrima partita, giocata il 21 giugno 1851 a Londra fra Anderssen e Kieseritzky, partita detta L’Immortale.
Quale delle due posizioni, delle due “rappresentazioni” è più bella? emozionante? interessante? coinvolgente? Per chi sa giocare a scacchi non vi è dubbio la seconda; L’Immortale non ha questo nome a caso: è una partita piena di genio e brillantezza, un’opera d’arte. Ma per le persone che non sanno giocare? Be’, penso più di uno rivolgerebbe la propria attenzione alla faccina sorridente. In fondo quella è una faccina sorridente, è “carina”, sotto invece ci sono solo pezzi messi a caso.
Tuttavia le due valutazioni non sono sullo stesso piano. La faccina è appunto solo carina, lascia il tempo che trova, non può certo competere con un vero dipinto, non credo susciti alcuna particolare emozione. L’Immortale invece mette i brividi. L’Immortale è una storia, una narrazione, è come assistere allo scontro fra Napoleone e il Duca di Wellington a Waterloo. In altre parole la bellezza della seconda posizione non è nella disposizione dei pezzi in sé, ma in quello che significano.
Lo stesso, né più né meno vale per la scrittura. Il piacere che nasce dalla disposizione delle parole in sé, dal “bello stile”, è vacuo, effimero, non può assolutamente competere con l’emozione che scaturisce dal significato delle parole.
Avrei potuto forse disporre i pezzi della faccina in maniera diversa, migliore, più attenta, e la faccina sarebbe risultata un tantino più carina. Ma ne sarebbe valsa la pena? No. Per quanto possa rendere carina la faccina, rimane sempre e solo una stupida faccina, non riuscirà mai a trascendere oltre, perché non c’è nient’altro oltre, non c’è alcun significato.
Si possono limare e ricamare le parole finché si vuole, e non c’è dubbio che questo possa migliorare la qualità di uno scritto, ma è un miglioramento minimo, superficiale, non è lì l’emozione, non è lì il significato, non è quello lo scopo della narrativa.
Ma non si potrebbe combinare il bello stile con il significato? La faccina non potrebbe essere bella in sé e in più essere la posizione in una partita? E la risposta è NO. Certo, in linea del tutto teorica, una posizione potrebbe essere sia esteticamente bella sia significativa per il gioco, ma la probabilità è microscopica. Soprattutto, tale posizione sarebbe frutto del caso, perché nessun giocatore che muove in base a canoni estetici arriva molto in là nel gioco.
Quando diciamo che un giocatore gioca “bene” non ci riferiamo alla sua abilità nel creare diorami sulla scacchiera, bensì alla sua capacità di vincere le partite; “bene” vuol dire “efficace”. Così è quando parlo di “bene” riferito alla narrativa: è la capacità di riuscire a comunicare in maniera efficace una storia al lettore, indipendentemente dall’uso delle parole in sé.
Accostando gli scacchi alla narrativa credo appaia anche chiaro perché lo stile necessita di essere trasparente. Immaginiamo un giocatore che invece di cercare di vincere le partite a ogni mossa tenti un qualche accostamento “artistico”: mettere tutti i pedoni in diagonale, i cavalli vicini stretti agli alfieri, Re e Regina a braccetto… non sarebbe considerato un giocatore ma un buffone. Lo scrittore che attira sul suo stile l’attenzione, che trasforma il mezzo in un fine, è altrettanto buffone.
Avere uno stile “efficace”, ovvero “trasparente”, non significa non avere stile. Quello è l’obbiettivo. Negli scacchi, data una certa posizione, esiste per uno dei due giocatori almeno una sequenza definita di mosse che porta alla vittoria (o alla patta). Lo stile migliore è quello che sempre riesce a trovare questa sequenza. Ma questo stile ipotetico non è appunto uno stile, non è una scelta alla quale se ne può contrapporre un’altra, è il modo perfetto di giocare, è univoco.
Gli esseri umani non sono in grado di raggiungere tale stile, non hanno la necessaria capacità di calcolo. Perciò negli scacchi esistono molti stili diversi, ma nessuno di questi implica disegnare faccine, lo scopo è sempre approssimare lo stile perfetto.

Un BESM-6, un computer sovietico degli anni ’60. Su un antenato del BESM-6, nel 1958 venne sviluppato il primo programma in grado di giocare a scacchi. È possibile, sebbene appaia improbabile, che in un futuro prossimo i calcolatori riusciranno a raggiungere la perfezione nel gioco degli scacchi
Veniamo alla narrativa. Lo stile perfetto (o non stile) nella narrativa è quello totalmente trasparente. Uno scrittore è stato su Marte (davvero o con la fantasia), e decide di raccontare quest’esperienza al lettore: lo scopo è far sì che il lettore si trovi anche lui su Marte, che l’esperienza di autore e lettore coincida. Le parole devono sparire, e le menti delle due persone coinvolte devono sovrapporsi. Gli occhi dell’autore che ammirano il marziano devono essere gli stessi occhi del lettore.
Come nel caso degli scacchi, almeno finora non si è ancora giunti a capire come realizzare questo modo ideale di narrare. Per questo ci sono stili diversi nella narrativa, ma gli stili che disegnano faccine sono altrettanto assurdi e da buffoni.
Ma io non voglio imparare a giocare a scacchi! Mi accontento di guardare le faccine, mi diverto così… Questo è un atteggiamento legittimo, ma che io trovo molto triste. Come ricordato non ci vuole più di un quarto d’ora per imparare a giocare, e ci vuole ancor meno tempo per la narrativa. In effetti riguardo la lettura non si deve imparare niente, ci si deve solo mettere nella giusta predisposizione d’animo. La giusta predisposizione d’animo prevede il voler calarsi nella storia. Si deve voler andare su Marte!
Eppure tantissime persone, forse addirittura la maggior parte di chi ha l’hobby della lettura, si rifiutano. Posti davanti all’alternativa: andare su Marte o sentire qualcuno che ti racconta che è andato su Marte, scelgono la seconda.
E io chiedo a costoro: se non volete andare su Marte, cosa diavolo leggete narrativa a fare? È da bambini stupidotti pasticciare con i pezzi della scacchiera, l’emozione e il divertimento stanno nell’affrontare il gioco. Certo non sempre sarà divertente e le emozioni coinvolte non sempre saranno piacevoli, per esempio più spesso che non una sconfitta è condita con rabbia e frustrazione, tuttavia non credo ci sia paragone tra il giocare e il disegnare o “ammirare” faccine dal sorriso ebete.
Al lettore di literary fiction spesso piace darsi arie. Lui legge Letteratura con la L maiuscola, Arte con la A maiuscola, si compiace di perder tempo con Opere che mischiano in un unico pastrugno mezzo e fine, parole e loro significato. In realtà è come il tizio che non riesce ad andare oltre una faccina sorridente, non saprà mai quanto è molto più travolgente L’Immortale. Lo scrittore di literary fiction poi non lo prendo neanche in considerazione, è nient’altro che un buffone (so benissimo di aver appena dato del buffone a chissà quanti presunti Geni Riconosciuti della Letteratura, fatti loro!)
Lo specchio della Realtà
Ora vediamo quest’altra posizione:

Nessuno vuole bene al pedone nero!
Qui non c’è né la carineria della faccina, né il significato di una posizione di gioco. Perciò sarebbe una composizione da buttare senza pensarci sopra due volte… ma se dicessi che questo non è ciò che sembra, bensì è una metafora, un’allegoria? Qui abbiamo, nero su bianco
, un’allegoria del razzismo! Guardatelo lì il povero pedone nero, circondato dagli sprezzanti pezzi bianchi! Questa posizione è una posizione importante, dice qualcosa riguardo i problemi del nostro tempo, comunica un fondamentale messaggio!
Un’altra perversione è appunto questa: quella di considerare la narrativa secondaria alla Realtà, tanto che la narrativa stessa acquisirebbe importanza divenendo specchio, metafora, interpretazione della Realtà.
Ma non è così. La narrativa è ben più potente, la narrativa crea la Realtà!
Così come gli scacchi. Gli scacchi esistono da millenni e sono passati attraverso ogni genere di sconvolgimento sociale, tecnologico, filosofico, religioso e quant’altro. Questo perché una partita di scacchi non è una simulazione di guerra, una partita di scacchi è una “guerra” in sé. Gli scacchi non sono imitazione della Realtà, non sono la versione da salotto di una campagna militare, non hanno bisogno di appoggi, sono una Realtà, o almeno una scheggia di Realtà, per se stessi. Le idee alla base del gioco sono geniali in sé, non in relazione ad altro.
La storia di Ulisse che acceca Polifemo può essere interpretata in mille modi diversi, ma non deve il suo significato all’interpretazione, ma alla vicenda in sé. È eterna perché ha generato una Realtà a se stante, lontanissima da qualunque considerazione sui problemi del nostro tempo (di qualunque tempo).
Al massimo, ogni tanto, la Realtà riesce a tener dietro alla narrativa. Quando Verne ha scritto Dalla Terra alla Luna, in effetti avevamo già raggiunto la Luna, ben prima di Neil Armstrong. Se Verne avesse posseduto lo stile ideale di cui si parla sopra, l’esperienza sarebbe stata perfetta, identica al vero viaggio.

Copertina di Dalla Terra alla Luna
La narrativa non ha bisogno d’imitare la Realtà, può farlo, ma questo non è un merito, è un altro pasticciare da bambini stupidotti, è ancora un rifiuto del gioco per disegnare invece faccine carine. La narrativa deve ampliare la Realtà, generare nuove Realtà, allargare i confini dell’immaginazione della nostra specie.
Nessuno mi vieta di scrivere un saggio sul problema del razzismo nell’Europa del XXI secolo, e ne può venire un ottimo saggio, ma non sarà buona narrativa. La narrativa che si ferma a rielaborare la Realtà, senza andare oltre, senza aggiungere altro, è solo una perdita di tempo.
Ci sono autori che si compiacciono d’immergere le loro opere in un bagno di Angosciosi Problemi del Nostro Tempo; costoro credono che così facendo le loro opere di narrativa acquistino significato, invece succede l’opposto, ne vengono svilite. Questi autori rientrano anche loro nel calderone dei buffoni (e così avrò dato del buffone a qualche altro Genio, be’, peggio per lui!)
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Errori da evitare parlando di scacchi Mio padre è appassionato di scacchi, da giovane ha anche partecipato a varie competizioni, quando avevo otto anni mi ha insegnato a giocare. Me la cavo abbastanza, ho un po’ lasciato perdere quando ho capito che per migliorare ulteriormente avrei dovuto cominciare a studiare sul serio.
Dunque non sono una gran giocatrice, tuttavia ne capisco abbastanza da imbizzarrirmi quando scrittori e registi inseriscono scene di scacchi nelle loro opere, senza sapere di quel che stanno parlando. Alcuni degli errori più comuni:
Queste sono le brutture più comuni. Poi, a essere pignole, in un romanzo storico o d’ambientazione storica bisognerebbe tener conto che il regolamento è cambiato nel corso dei secoli; non solo, spesso questi cambiamenti non sono stati recepiti dovunque allo stesso tempo. La cosa è significativa riguardo l’Italia, perché in Italia fino al torneo nazionale di Milano del 1881 si è giocato con alcune regole autoctone ignorate nel resto del mondo. Gamberetta, skusa se t’interrompo, ma nn vorrei aver kapito male: qui sembra quasi ke tu stia dicendo ke x skrivere 1 paginetta cn 2 ke giokano a skakki, io debba imparare a giokare?!?!!! Ma è assurdo! Io nn voglio sapere niente d skakki, e armature e frecce, e spade e duelli e tattika e cavalleria e vita medievale, e biologia e botanika e metallurgia, io voglio skrivere fantasi!!! Un’ultima curiosità per chi vuole scrivere fantasy, magari in maniera un po’ più seria rispetto alla mia misteriosa interlocutrice: gli scacchi fatati (fairy chess) esistono davvero! Sono quegli scacchi giocati su scacchiere non regolamentari e/o con pezzi eterodossi. Alcuni di questi pezzi sono per esempio l’Amazzone e il Grifone, il Dabbaba e l’Unicorno. Stranamente, non ci sono fate o fatine negli scacchi fatati.
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Approfondimenti:
Gli Scacchi su Wikipedia
La leggenda sull’origine degli scacchi e Dante
Informazioni sulla partita di Marostica
L’Immortale
Dalla Terra alla Luna su Wikipedia
Bobby Fischer su Wikipedia
Pietro Carrera su wikipedia
Scritto da Gamberetta •
Gamberolink •
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Partite che terminano con lo “scacco matto”. Oh, bella! Ma non dovrebbe proprio finire così una partita di scacchi? Sì, in teoria, in pratica non è un finale così diffuso. Più spesso che non i giocatori, specie se esperti (e nei romanzi chi gioca a scacchi è sempre un intelligentone gran campione), abbandonano. Sarebbe solo una perdita di tempo andare avanti fino allo scacco matto. Di più, è estraneo alla moderna etica del gioco il voler combattere fino alla fine. La scelta dignitosa è, quando la situazione appare compromessa, abbandonare.
), oppure ancora la contrapposizione fra scuola italiana e scuola francese sempre riguardo l’arrocco, in particolare le possibili posizioni di Re e Torre.

uhm… parzialmente interessante. Piu’ che altro mi pare un tuo sfogo verso tutti quelli che spesso rompono il ciaduezetao. Vorrei quindi capire le tue idee nei confronti di un paio di casi:
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Primo caso: Cosa ne pensi di coloro che partono da una situazione plausibile o “reale” e poi iniziano a mostrare le incongruenze inventandosi passo passo le spiegazioni riguardando sempre tutto per mantenere la coerenza?
Ovvero: i racconti di realta’ parallela.
Si parte da una realta’ e si tentano di mostrarne le similitudini e le anormalita’. In effetti si tratta di immani pippe mentali dell’autore. Spesso chi legge pensa dapprincipio “quanto ci mettera’ l’autore prima di tradirsi/contraddirsi?” e solo in seguito riesce ad immergersi nella storia.
Robe tipo invasioni aliene o racconti basati sulla scoperta di mascherate o altri simili cliche’ delle storie di fantascienza o fantasy sono in effetti pesantemente basate sulle “realta’ parallele”. Si passa spesso molto tempo a far vedere l’influenza dell’infiltrazione aliena sulla normalita’, o come facciano i cosi fantasy di turno a mantenere il VELO (o la mascherata o quello che volete).
In pratica pero’ sono esercizi di “normalita’” in ambienti che dovrebbero essere fittizi, e vorrei capire la tua opinione in questi frangenti. Quindi, come li consideri? Dopotutto discorsi tipo razzismo, ed altri elementi dei tuoi discorsi sono spesso gli elementi di partenza di quei racconti.
Da quello che ho capito finora e dal discorso fatto sopra pero’ lasci intendere che a priori dovrebbero essere delle “non-boiate”; di fatto richiedono se non altro il triplo dell’impegno per essere scritti senza rompere la sospensione dell’incredulita’.
Corollario: Tuttavia capita spesso di leggere boiate immani tipo il classico esempio: “il camionista scelse la senza piombo per risparmiare sul suo prossimo viaggio, pur se avrebbe perso leggermente in potenza, ultimamente stava rasciando il fondo con i suoi viaggi e non poteva proprio permetterselo. Sarebbe stata dura il mese prossimo. Era quasi come fare un mutuo: ne avrebbe pagato le conseguenze in seguito.” Magari non saltano immediatamente all’occhio, ma chiunque abbia un minimo di conoscenze se ne rende immediatamente conto: di camion a benzina non se ne e’ mai sentito parlare perche’ non convengono. Il ragionamento a seguito non sarebbe sbagliato ma la stronzata ormai e’ fatta.
Questo per il solito problema degli autori che non sono onniscienti, li’ la colpa andrebbe all’autore (che ha fatto una madronale svista) o all’editore (che non gliel’ha fatta notare)?
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Altra ipostesi: volevo imparare qualcosa di piu’ riguardo i carabinieri, dato che per scrivere fantasy volevo basare su qualcosa di plausibile le scelte, decisioni o tattiche di un gruppo di guardie ed i carabinieri si approssimano molto a delle guardie essendo militari ma con funzioni di vigilanza su civili ho poi scoperto che:
- dato che ci potrebbe essere una fuga devo chiedere informazioni direttamente alla sede centrale a roma
- dopo tale richiesta mi hanno detto di mandargli direttamente il libro gia’ scritto e col contratto editoriale firmato e loro controlleranno se non ho rotto alcun segreto.
Qui mi sono grattato la testa.
Nonostante avessi gia’ spiegato di non far parte dei carabinieri di star cercando informazioni >per scrivere< il libro mi hanno detto di presentare gia’ il lavoro fatto da revisionare?!
Sinceramente credo che sia per cose simili che i carabinieri si vedono tonnellate di barzellette scritte contro.
Ora sto mettendomi in contatto con un generale in pensione che vive qui vicino per cercare un approccio di similitudine e tentare di descrivere la vita delle guardie partendo dalla vita vissuta da un ufficiale dell’esercito terrestre ed immaginandomi poi il collegamento mancante ovvero il rapporto tra i militari ed i civili.
Un lavoro simile lo considereresti “con tracce di buffoneria” o direttamente una “buffoneria”? Ovvero arrendersi ed andare per “la migliore approssimazione a portata di mano” e’ da buffoni?
Lunedì, 14 Luglio 2008 @ 1:54am
Articolo molto molto interessante, al solito!
Il paragone è decisamente particolare (forse azzardato?) ma in effetti è calzante.
Concordo con quanto detto, e l’ho sempre sostenuto, in effetti, che la storia è molto ma molto più importante dello stile. O meglio, è necessario un registro linguistico funzionale per essere compresi, e poi basta! Bisogna dare in pasto al libro le idee! Non incartarsi su come rendere pregevole dal punto di vista artistico l’opera, l’importante è che si capisca bene e che sia chiaro. Se l’opera non è chiara è inutile scrivere.
Certo poi esistono varianti, magari voglio che un passaggio sia poco chiaro (dal punto di vista del senso generale, non grammaticale ovviamente) per trasmettere al meglio lo smarrimento del personaggio, ma sono le eccezioni ed andrebbero dosate.
Un libro scritto senza la vocale “e” è di sicuro un esercizio di scrittura divertente e coinvolgente, e dimostra un ottima conoscenza della lingua… Tuttavia non può certo essere una perla della narrativa, è semplicemente una curiosità simpatica da vedere, un po’ come le scimmiette di mare! Ma accettereste una scimmia di mare al governo? (ok, che certi tipi lassù abbiano effettivamente la stessa validità di una scimmia di mare è un altro discorso, ma questo è l’esempio migliore che mi veniva in mente!).
Pensavo però che la totale assenza di stile è impossibile, come già detto appunto da Gamberetta, perché giustamente siamo umani, e non abbiamo accesso a La Scrittura per eccellenza, la maniera esatta ed univoca per scrivere, possiamo solo limitarci a fissare uno scopo e raggiungerlo. Se il nostro scopo dichiarato è scrivere un romanzo senza la vocale “e” è ok, fantastico, buona fortuna! Se lo scopo dichiarato è scrivere narrativa la faccenda è altra… E non mi si può spacciare il romanzo scritto senza la vocale “e” come narrativa fantasy solo perchè ha una storia (campata per aria) e ci sono gli elfi!
Tuttavia non credo sia possibile nemmeno la totale assenza dello “specchio della realtà”, o meglio, un romanzo fantastico non acquista importanza e valore solo perché rappresenta la nostra realtà in chiave fantasy (un pò come Pratchett, anche se lui sfrutta il fantasy per fare satira) quello è semplicemente un mezzo, ma non il fine.
Alla fin fine chiunque scriva ha il suo background e le sue idee, e nel momento stesso in cui scrive una frase invece che un altra ha espresso una parte di se, c’è un motivo preciso per cui ha scelto quella parola invece che un altra, magari anche semplicemente perché non gli piace la vocale “e” e se può scegliere preferisce metterne poche. Al lettore questo dovrebbe poco importare, in realtà, però a livello subconscio sono tutte cose che recepiamo, tutti frammenti della mente dello scrittore, e credo che una delle cose affascinanti dei libri sia proprio questa.
Oltre all’inconscio, che poi alla fine poco ci tange (magari devo proprio sviscerare un romanzo pezzo per pezzo e perderci mesi e mesi per capire che, in linea di massima, allo scrittore la “e” sta un po’ sulle balle, e anche allora poco cambia, se lo scrittore riesce a trascinarmi facendo un uso parco della “e” meglio per lui!) la scrittura volente o nolente ci trasmette determinate idee dell’autore… Se l’autore fa scontrare i buoni-belli contro gli cattivi-brutti vuole dirci una cosa, se l’autore ci presenta gli elfi belli che vogliono uccidere gli orchi solo perché sono brutti, ma in realtà gli orchi sono un popolo tranquillissimo che non fa male a nessuno e che considerano gli orche delle gran belle donne e le elfe degli stecchini rivoltanti, la situazione cambia drasticamente…
Ora, il punto non è che una versione è peggiore dell’altra, anche se la prima è banale, trita e ritrita e anche un filino senza capo ne coda ci si può fare qualcosa di passabile, con l’impegno, basta che la storia sia valida. La seconda ha le stesse potenzialità, anzi anche maggiori, perché non è un background trattato così spesso (in genere per qualche oscuro motivo gli orchi trovano le donne delle altre razze molto attraenti, per motivi ignoti ai più). Tuttavia non è il fatto che possa presentare un argomento di riflessione a fare di un romanzo un grande romanzo, oltre a questo ci vuole una storia solida! Devo avere qualcosa da agguantare, se tutta la storia verte solo ed unicamente sulla presentazione della situazione tra orchi ed elfi in modo che rappresenti la nostra realtà beh… Ha lo stesso valore che prendere un centinaio di persone, mascherarle in maniera eccentrica ed osservarle compiaciuti… In ogni caso, non è buona narrativa.
PS: Perdonatemi se i concetti non sono chiari ma l’ora è quel che è! Se qualcosa sfugge o non si capisce fatemelo notare @_@
PPS: W i coniglietti schizzati!
Lunedì, 14 Luglio 2008 @ 2:29am
>Infatti la cifra totale è 2 elevato alla 64 meno 1,ovvero:
>18.446.744.073.709.551.615
sei sicura del calcolo ? ^_^
Lunedì, 14 Luglio 2008 @ 4:27am
Molto interessante. Come del resto lo è tutto il blog. Ti seguo da poco, ma ho già preso l’abitudine di controllare eventuali aggiornamenti di gamberi ogni volta che mi collego. Comunque, volevo solo farti i complimenti per l’ottimo lavoro che svolgi e per come scrivi.
Per quanto riguarda l’argomento in questione, volevo segnalarti un libro: “La tavola fiamminga”, di Arturo Perez-Reverte. Credo che un appassionato di scacchi, o anche solo di buone letture, non debba lasciarselo sfuggire.
Lunedì, 14 Luglio 2008 @ 9:47am
Gamberetta: Povero pedone nero! Questo evidenzia i problemi della nostra società ancora ben lontana dal raggiungere la pefezione… sob :’(
Quella particolare situazione, poi, è proprio un esempio concreto di dove possa arrivare la discriminazione nei confronti delle persone che riteniamo “diverse” da noi.
E poi il fatto che i bianchi debbano muovere sempre per primi? Questo sì che è razzismo incarnato! Ed allo stato puro! Scandaloso!!
Parto per tre giorni in campeggio!^^
Buone vacanze anche a te, ovviamente.
Ciao! ;)
Lunedì, 14 Luglio 2008 @ 10:04am
al solito, siamo d’accordo.
ma come al solito c’è qualcosa che non mi convince. quando dici:
be’, mi pare una ingiustificata limitazione della narrativa: a me certa letteratura non piace, ma se volessi leggere qualcosa che assomiglia alla vita vera, senza spade, alieni, fratture spaziotemporali, draghi o quant’altro, perché dovrei ritenere questa una lettura di serie b o c o z? rimini, di tondelli, è un libro leggero, privo di effetti speciali, ma semplicemente bello da leggere (anche se non è uno dei suoi capolavori). non amplia la realtà, ma amplia la mia esperienza di questa realtà raccontandomi una storia che non ho vissuto. dello stesso autore, camere separate (che è una storia d’amore) è anche scritto con uno stile complesso, lento, denso, anche se si sottrae in parte al tuo discorso perché risulta dopo poche pagine immersivo. il punto rimane: perché qualcosa che non amplia la realtà è narrativa meno buona? mi pare più grave l’ampliamento fittizio: fantasie da teenager calate in un mondo fantasy.
ma forse ti ho fraintesa (ed era un post di ri-spiegazione! come ci si sente ad essere letti da imbecilli? :DD )
(lo so, lo so: non ho nulla da ridere…)
Lunedì, 14 Luglio 2008 @ 12:06pm
Io non sono d’accordo con la questione sull’irrisolvibile, a tuo parere, dicotomia tra bello stile e significato. Paragonare la letteratura agli scacchi mi sembra un po’ fuori luogo, da una parte c’è un gioco, dall’altra una storia…
Lunedì, 14 Luglio 2008 @ 12:11pm
siamo d’accordo su una cosa però sento di dover precisare. A mio modesto avviso da come hai scritto si potrebbe dedurre che hai separato in 2 grandi filoni anche gli scrittori, chi scrive bene nel senso delle parole e chi scrive bene nel senso della storia e che raramente, se non per casualità, si incastrano i due stili.
Penso che esista anche la terza categoria, quelli che scrivono bene e basta, sia a livello lessicale che di narrazione e senza che la narrazione ne risenta o si appesantisca inutilmente usando lo “stile” giusto al momento giusto, e questa è appunto la frontiera che separa il “buon scrittore” dal “genio”
Lunedì, 14 Luglio 2008 @ 12:21pm
@Simone Spinozzi. Sinceramente non ho capito il tuo discorso iniziale, perciò partiamo dai carabinieri. Ovviamente se parli di carabinieri devi informarti il più possibile, non c’è niente di buffonesco in ciò.
Poi dipende: se io decido di parlare della CIA è probabile che non sarà facile reperire documentazione adeguata. Devo decidere io se riesco comunque a mettere assieme abbastanza materiale perché il romanzo sia credibile o forse non sia il caso di parlare d’altro. Infatti io insisto sul documentarsi, ma l’importante non è la documentazione in sé, l’importante è che il romanzo sia credibile. Quasi sempre perché ciò avvenga bisogna documentarsi, ma se uno ci riesce lo stesso anche senza beato lui.
Il buffone deriva da come useresti i carabinieri. Se scrivi un romanzo sui carabinieri che rimane nell’ambito dei carabinieri, che non aggiunge nessuna idea nuova all’argomento, lì è la buffonaggine, la perdita di tempo. Se viceversa i carabinieri sono una base per costruirci sopra qualcosa di nuovo, ben venga.
Ora il camionista. Premetto che non conosco l’argomento, ma se l’autore ha scritto una castroneria è colpa sua, in secondo luogo dell’editor. L’autore non è onnisciente, ma se parla di camion deve conoscere l’argomento. In più lo stile è pessimo perché inforigurgitoso (probabilmente basterebbe scrivere che il camionista fa il pieno, e così senza neanche volerlo si risolve anche il problema di verosimiglianza).
Riguardo la prima parte con gli alieni infiltrati proprio non saprei come risponderti, non ho capito quello che intendi.
@Lo Sparviero.
Eh, eh, hai ragione! E buone vacanze!
@ mhrrr.
Perché lo decido io? ^_^
In realtà a me pare così ovvio che non ci sia neanche bisogno di spiegare: hai due possibilità, la prima è raggiungere Giove su una nave spaziale con a bordo un computer assassino, la seconda è un viaggio a Rimini. Davvero scegli il viaggio a Rimini? Per carità è una scelta legittima, ma si vive una volta sola e a Rimini ci sono già stata.
È tutto qui.
(ovviamente è un discorso ideale, poi all’atto pratico posso anche andare a Rimini, perché m’interessa studiare lo stile dell’autore, perché quel giorno ho mal di testa, ecc. Ma tolte tutte le circostante particolari, da una parte c’è Giove dall’altra Rimini e non sono sullo stesso piano).
Oppure pensala così: da una parte c’è il più grande scrittore del mondo che vuole raccontarti la sua settimana al mare, a Rimini, dall’altra un tipo qualunque che però è appena tornato dai confini dell’Universo (o dalla Terra di Mezzo, o dall’Inferno, quello vero con i diavoli), davvero stai ad ascoltare il grande scrittore? davvero non sei più curioso e ansioso di sapere cosa ci sia oltre la morte od oltre Giove?
Lunedì, 14 Luglio 2008 @ 1:27pm
Ciao!
Ebbene si, sono un vostro nuovo lettore! Seguo da poco il blog e, come detto a Capitan Gambero via e-mail, davvero c’è da farvi i complimenti per i begli articoli che postate. Le recensioni poi sono da spaccarsi in due !
Passando all’articolo in sé. A me è piaciuto, da principiante scacchista mi ha incuriosito la strana analogia fra il giUoco strategico più antico del mondo e la scrittura.
Sono d’accordo quando dici che non basta, anzi è inutile, saper “scrivere bene” o pomposamente e non comunicare nulla, o peggio; tentare di comunicare emozioni legate soltanto all’aulico di una parola e non al suo contenuto. Tempo fa frequentavo vari forum di scrittura (o anche gdr sulla stessa piattaforma) e pare ci fosse una gara a chi scrivesse più complicato. Poi andavi a interpretare racconti che parevano scritti nel ‘400 con contenuti che manco gli attuali anni 2000 di Moccia..
Per quanto riguarda invece il rapporto fra la narrativa e la Realtà, se ho ben capito, intendi dire che è un valore aggiunto per un racconto essere una realtà a sè. E fin qui siamo d’accordo.
Però, citando il primo commento all’articolo, basare la storia di una guardia sulle ‘guardie reali’ (i carabinieri) perché dovrebbe sminuire il valore del racconto stesso?
Magari è fuorviante come domanda ma estremizzando si potrebbe interpretare così. Se comunque dovessi dare una risposta direi di no.
Ultimo appunto sulla ‘magia della carta stampata’.
Purtroppo se sto al monitor troppo a lungo mi sfondo gli occhi, ma scaricare un libro per poi stamparlo (formato a4 standard) alla fine è pure più scomodo…
..poi sarà sicuramente questione di abitudine, ma preferisco sottolineare una pagina che evidenziare un file di testo elettronico (e mi risfonderei gli occhi!)
Concludendo, grazie ancora per il gran lavoro e la possibilità di uno scambio di idee fruttuoso ;)
Lunedì, 14 Luglio 2008 @ 1:36pm
Mmmh. Mi sembra che stiamo confondendo i piani.
Ci sono libri in cui scrittori acclamati narrano fatti poco interessanti con l’aria di chi crede di regalare squarci illuminanti sull’animo umano, ok. Possono essere molto noiosi (e c’è anche il pericolo che al lettore si squaglino le ghiandole).
Ma c’è anche il caso che invece un libro trasmetta un modo bizzarro di intendere la vita, che racconti di tipi umani sorprendenti e catene di fatti improbabili. A caratterizzare un libro non c’è solo lo stile del linguaggio, ma anche il suo approccio esistenziale. Parlare del nostro mondo non vuol dire per forza descrivere cose che il lettore sa già alla perfezione, ma offrire punti di vista alternativi o squarci inaspettati nella nostra stessa realtà.
Poi, se a uno piace molto il fantasy continuerà a preferirlo, ma le sorprese non dovrebbero essere appannaggio esclusivo di un genere, e a Rimini può in effetti capitare di tutto anche senza che arrivino gli alieni o le fate pralinate. Ad esempio la commedia italiana degli anni ‘60-’70 non era fantasy ma raccontava storie molto, molto divertenti, ambientate in Italia in quello stesso periodo. In ogni genere (e in ogni mezzo espressivo) ci sono capolavori e porcherie, il punto è conoscere la produzione e saper scegliere quello che ci diverte.
Lunedì, 14 Luglio 2008 @ 2:18pm
@Tuareg. Premesso che io sono al 100% per il divertimento, e un sacco di volte mi vien voglia di leggere (e scrivere) per il puro piacere di divertirmi (e far divertire), il discorso non cambia: scegli Giove sì o no?
A me sembra che tu consideri la narrativa come i cioccolatini, c’è a chi piace con il ripieno di ciliegia, altri preferiscono quelli con il cioccolato bianco o le fragole. Ma l’idea di fondo è che la narrativa non sia un mero passatempo. Quando dico che la narrativa crea la Realtà non è un modo di dire. Non ci puoi andare sulla Luna se prima qualcuno non immagina di farlo.
Perciò non è una questione di gusti, non è una discussione davanti al tavolino del tè, non stiamo parlando di quale sia il mio libro preferito come potrebbe essere l’attore o il calciatore o il cantante. Si parla di decidere se vuoi raggiungere Giove sì o no, sul serio.
Poi il guardare la Realtà con prospettive nuove va benissimo, basta che siano nuove davvero. Se scrivo un poema di 5.000 strofe dedicato a un filo d’erba nel quale sottolineo che è un filo d’erba verde sto perdendo il mio tempo, se però sottolineo che il filo d’erba è senziente, ecco forse qui ho svolto al meglio il mio compito di narratore.
Il poema dedicato al filo d’erba verde può essere divertentissimo e avere una sua dignità e può valere la pena leggerlo, ma secondo me non è sullo stesso piano del poema dedicato al filo d’erba senziente. Letto il primo poema ne so quanto prima, letto il secondo ho nella mia testa un’idea nuova riguardo i fili d’erba, ho allargato un po’ di più i confini del mondo.
Lunedì, 14 Luglio 2008 @ 3:25pm
Ce ne vuole di fantasia per fare un paragone tra scacchi e scrittura. E dire che già il paragone tra scrittura e Body Building mi sembrava strano!
Concordo con te, comunque. :)
P.S. Vedo che hai pubblicato il post alle 23.22 di domenica. Esci, di tanto in tanto, tesoro… XD
Lunedì, 14 Luglio 2008 @ 3:34pm
Anzi, intendo il contrario. Non è tanto importante decidere in anticipo il gusto del mio cioccolatino, quanto che alla fine sia buono e abbia un gusto inaspettato. Non mi importa in particolare che sia un dolcetto di Ganimede.
Trattandosi di fiction, a me interessa il modo di guardare più che l’oggetto guardato, ma con questo non pretendo che debba essere così anche per te, sia chiaro. Non mi sognerei mai di biasimare una sana fame di esperienza.
Lunedì, 14 Luglio 2008 @ 4:04pm
Non sono d’accordo proprio su tutto (la questione Rimini contro Giove mi sembra un po’ estremizzata, ci possono essere infinite varianti nel mezzo… Per dire, se “Rimini” è “Il fu Mattia Pascal” e “Giove” un libro della Troisi, chi me lo fa fare di scegliere Giove?), ma come tutti i tuoi articoli teorici mi è piaciuto molto, l’ho trovato parecchio gustoso.
E parlando di fantasy e scacchi insieme, mi è tornato alla mente un ottimo racconto credo di Roger Zelazny, ovvero “La variante dell’unicorno”, con addirittura in coda lo schema della partita (realmente giocata) con cui i due protagonisti della storia si dilettano.
Lunedì, 14 Luglio 2008 @ 5:19pm
avete mai letto la difesa di Lubin?
bellissimo, cioè, meglio di Moccia (ha ha)
Lunedì, 14 Luglio 2008 @ 5:46pm
@gamberetta
uhmm…
Quindi se ti si mostra un viaggio verso giove che e’ anche un parallelo della vita umana e si pone diversi problemi filosofici su cosa sia “vivo” o quale vita valga di piu’, te non hai niente da eccepire fintanto che il viaggio verso giove e’ fatto decentemente.
Quello che sto cercando di dirti io e’ invece un’altra cosa: L’autore secondo me non deve essere soltanto informato. L’opera non deve essere solo il punto di arrivo.
Il discorso che hai fatto te con gli scacchi era un attimo convoluto per via di un problema fondamentale: Non hai spiegato che la cosa interessante degli scacchi non sono le meccaniche od il punto di arrivo: e’ il conflitto tra i due giocatori. I pensieri che i due fanno mentre giocano. Il COME si arriva ad un determinato finale, non il COSA si raggiunge.
Nel “vecchio ed il mare” quel poveretto riporta a casa una lisca di pesce e nient’altro. Il bello non e’ cosa ottiene, ma quello che ha passato per ottenerlo.
Nell’ “Esploratore” il povero contadino che ha lasciato i campi riescee al massimo a dare il nome di “Disperazione” ad un valico. Tutto cio’ che ottiene se lo fregano gli altri.
Quindi se mi mostri un’immagine di una partita a scacchi di cui io osservatore non so niente, ti diro’ “boh, si, ok, e allora?”
Una partita a scacchi viene solo mostrata, non vi e’ alcun inforigurgito (proprio come piace a te), ma il 99% della gente che c’e’ in giro non la capisce. Al massimo ti sa dire che i pezzi sono mossi secondo le regole oppure che non sapeva esistesse la mangiata “en passant”.
Questo perche’ il 99% della gente non sa e non e’ tenunta a sapere come si gioca a scacchi. Pochissimi saprebbero leggere quello che e’ scritto nella partita da te riportata con il metodo standard.
Quindi il miglior autore sarebbe quello che riesce ad appassionare non solo l’esperto, ma anche l’inesperto. Deve saper mostrare un “come” che l’inesperto a guardarlo non troverebbe strano, o troverebbe plausibile nelle condizioni in cui ci si trova, ma dece saperlo mostrare in modo che l’inesperto possa capire quello che succede o perche’ si prendono certe decisioni.
Se leggo un romanzo militare e vedo continuamente la gente chiamare un pinco pallino “XO”, mi piacerebbe sapere che quella sigla sta per “ufficiale esecutivo” e mi piacerebbe sapere a cosa serve un ufficiale esecutivo, a parte ripetere le cose dette da un tizio che gli sta a 2 centimetri di distanza.
Quindi l’autore bravo non e’ solo quello informato che riesce a proporre una situazione nuova oppure vista da un nuovo punto di vista. Secondo me un autore bravo e’ colui che riesce anche a spiegare il tutto mantenendosi plausibile e leggibile.
Concordo sul fatto che l’inforigurgito spesso e’ eccessivo. Ma spesso serve anche informare il pubblico leggente.
Finora quelli che ho visto io risucivano ad evitare l’inforigurgito molesto evitando il solito personaggio tuttofare “prescelto”, in modo che ciascuno dei personaggi spiegasse agli altri quello che dovevano fare dal suo punto di vista informato (uno scienziato spiega quello che teoricamente potrebbe succedere in modo che il soldato possa pianificare unn modo sicuro per proseguire, etc.) e la storia proceda col minimo delle spiegazioni possibili ed il massimo delle vicende possibili.
Ma non e’ sempre possibile fare gruppi misti e sperare di spiegare tutto in maniera plausibile e senza staccare. Per questo quelli che ci riescono (dal mio punto di vista) sono autentici geni.
Il problema e’ questo: bisognerebbe teoricamente avvicinarsi a questi “geni”, non darli per scontati come base del saper scrivere.
Il messaggio che vuoi mostrare, troppo spesso non e’ del tipo “bisogna evitare questi errori e lavorare continuamente e con costanza alla loro eliminazione.” troppo spesso e’ del tipo “se fai cosi’ sei un cretino che non merita di essere letto”, segando cosi’ le gambe a troppi scrittori emergenti.
Disclaimer: Poi dopo sono pienamente d’accordo con te sul fatto che: vedere gente riuscire a smuovere intere case editrici verso un genere nuovo, ma leggendo quel loro racconto che li ha fatti smuovere ti cascano le (s)palle; allora viene voglia di sbattere violentemente quei libri in bocca agli autori con un imbuto e farglieli rimangiare tutti.
Similmente quando si vede gente inneggiare al fancazzismo, alla fortuna ed alle doti naturali invece che alla determinazione ed all’impegno, le scatole vengono sonoramente triturate.
Ultima cosa: troppo spesso mi pare che vieni deviata da tutta la gente che ti da contro perche’ hai attaccato il loro ultimo ammmmmore troppo immmmmonso e assolutamente intaccabile e perdi la testa un attimo per delle stupidaggini, facendoci sorbire resoconti come questo articolo, che sono interessanti, ma non quanto un’altra recensione o quel “riassunto delle puntate precedenti”. Quello era scritto bene e con criterio. Questo articolo e’ stato solo uno sputacchio di veleno che non risucivi piu’ a trattenere, anche se era uno sputacchio abbastanza informato.
P.S.: Errori a caso causa piano traballante.
Lunedì, 14 Luglio 2008 @ 6:22pm
@Davide:
Lo sappiamo tutti che uun rimini scritto con criterio vale piu’ di un giove scritto a cazzo, per favore non usciamo dal seminato. Qui si parlava di lavori di livello comparabile.
Lunedì, 14 Luglio 2008 @ 6:23pm
Da amante del Fantasy e discreto giocatore di scacchi non posso che dire BRAVA! un articolo eccezzzzionale (le z in piu’ sono aggiunte apposta eh?!?!). Da stampare e incorniciare ^_^
Lunedì, 14 Luglio 2008 @ 6:45pm
@Simone Spinozzi:
Sai, ho come l’impressione che tu e Gamberetta stiate dicendo fondamentalmente le stesse cose, semplicemente in maniera diversa!
E direi che si dava per scontato che l’autore deve essere comprensibile a tutti, e non solo agli esperti militari.
Il dono del bravo scrittore è riuscire ad appassionare entrambi, lo scopo ultimo non è nè di scrivere una storia avvincente nè una storia plausibile, ma una storia avvincente e plausibile.
E a questo punto posso ambientarla a Rimini come sulla Terra di Mezzo, solo che ambientarla sulla Terra di Mezzo è più difficile di quanto si possa immaginare, e non vale la scusa “Ma tanto è fantasy” :)
Ma forse qui si sconfina troppo sul personale, qualcuno preferirebbe davvero Rimini alla Terra di Mezzo! Del resto c’è a chi la letteratura fantastica non piace, e ci sono gran bei libri che non hanno nessun elemento fantastico ma sono avvincenti.
Il punto (almeno secondo quanto ho capito) è che a prescindere dall’ambientazione devo presentare qualcosa di interessante, non necessariamente fantastico, ma qualcosa che faccia dire al lettore “Wow! Se capitasse a me…” (o beh, se invece è particolarmente drammatico “Ekh! Spero non mi accada mai!”) insomma, posso ambientare a Rimini il mio racconto, ma poi devo presentare qualcosa di interessante, una cosa che il lettore non si immaginerebbe di certo! Se invece racconto la giornata media di un turista che va al mare a prendere il sole, poi in giro per locali e alla fine dell’estate se ne torna con tanti soldi in meno… Beh… A questo punto chissenefrega!
Quello che intendeva Gamberetta (almeno fino a quel che ho capito io) è che parlare del solito, banale e scontato viaggio a Rimini, anche se sicuramente realisticissimo, coerentissimo e che presenta uno spaccato di vita quotidiana del turista medio è… Come dire… Inutile. Che mi hai raccontato? Una cosa che sapevo già? Vale quanto una guida turistica! Invece raccontare di un viaggio su Giove è diverso, perchè tu non puoi sapere come si viaggi fino a Giove, e cosa accada sulla sua superficie popolata da alieni(!?) giusto?
Lunedì, 14 Luglio 2008 @ 7:38pm
@Simone Spinozzi.
Ma cosa c’entra? Il paragone è molto più semplice: come negli scacchi lo stile è piegato alla necessità di vincere, ovvero lo stile migliore è quello più efficace, così nella narrativa lo stile è piegato alla necessità di comunicare una storia al lettore, ovvero lo stile migliore è quello più efficace in quest’opera di comunicazione.
Ho poi supposto che come negli scacchi esiste uno stile perfetto (e che dunque è improprio chiamare stile), così esiste nella narrativa. Purtroppo in entrambi i casi non siamo in grado di usare tale stile, non di meno dobbiamo cercare di approssimarlo il più possibile.
Ma per fortuna, quando il paragone rientra nel campo della narrativa, si scopre che il lettore non deve imparare niente, non deve neanche spendere 15 minuti a leggere il regolamento degli scacchi, deve solo mettersi nella giusta predisposizione d’animo, predisposizione che non comporta nessuna difficoltà.
No, non è vero. Se sei in un romanzo di guerra sei sotto le bombe, o sei nella cabina di un caccia o stai mirando con il tuo fucile di precisione tra le macerie di una casa diroccata, hai ben altro a cui pensare che non il significato di un termine. E in ogni caso se vedi che la gente chiama sempre qualcuno XO, alla fine lo capisci da solo chi è e qual è il suo ruolo, senza che l’autore venga a imboccarti.
Poi ci possono essere dei casi dove per forza sono necessarie delle spiegazioni, ma è l’eccezione, non la regola.
Comunque questo articolo non aveva niente a che vedere con l’inforigurgito.
Perché, senza girarci troppo intorno, è la verità. Non ci vuole un genio per evitare di riempire un romanzo di spiegazioni o di gente che spiega, ci vuole solo pratica, pazienza e appunto la consapevolezza che scrivere in una certa maniera è sciatto. È ovvio che all’inizio sembri complicato, d’altra parte non è che s’impara in un giorno, e, nel caso qualcuno avesse dubbi:
SCRIVERE BUONA NARRATIVA NON È FACILE.
Strazzulle a parte, la gente normalmente impiega diversi anni prima di raggiungere un livello degno di pubblicazione (poi dipende ovviamente da quanto tempo ci dedichi, predisposizione naturale, ecc.)
Il discorso generale è sempre il solito: finché scrivi per il divertimento tuo puoi fare quello che vuoi e come vuoi, ma se scrivi per un pubblico, peggio con l’aspirazione a un pubblico pagante, non ci sono scusanti, devi raggiungere un livello minimo di abilità.
Una piccola precisazione: io non faccio sorbire un bel niente a nessuno, non è che hai pagato un abbonamento o che c’è qualche contratto che mi obbliga a scrivere quello che a te interessa. Se mi gira posso scrivere un articolo di 10.000 parole di tattica scacchistica, decido io quello che è opportuno scrivere.
Ciò detto prendo atto che l’articolo non ti è particolarmente piaciuto e l’hai trovato meno interessante di altri.
@Leekanh.
Fondamentalmente sì.
Lunedì, 14 Luglio 2008 @ 8:26pm
Non ci crederai, ma la mia tesi della specialistica (già concondardata con la mia professoressa di Letteratura Italiana Contemporanea II, nonostante attualmente stia lavorando ancora a quella della triennale su Richard Matheson), sarà proprio sulla figura degli scacchi nella letteratura. Quindi non posso che apprezzare il paragone da te proposto, soprattutto da appassionato scacchista quale sono.
Solo mi chiedo perchè come esempio di partita di scacchi venga sempre proposta “l’Infinita”, tra l’altro considerata da molti come una delle più brutte partite di sempre, visti i molti errori da entrambe le parti. Il fatto che le partite di scacchi durino secoli è in molti casi un luogo comune (infatti esistono le cosiddette partite “Blitz”, le quali possono anche durare due minuti!). Consiglio a chi volesse divertirsi a ricreare una delle più belle partite a scacchi di sempre (tra l’altro durata pochissimi minuti) di andarsi a recuperare lo storico “Matto di Legal”. Quesi, assieme a Philidor, è stato probabilmente il più forte giocatore di scacchi del Settecento. La genialità della partita proposta sta nel fatto che in sette (dico sette!) mosse, Legal riuscì a fare scacco matto al suo avversario pur facendosi mangiare (volontariamente) la regina. Un vero genio…
(scusate l’OT scacchistico, ma quando sento parlare di questo bellissimo gioco mi esalto ^_^)
Lunedì, 14 Luglio 2008 @ 9:28pm
@Okamis.
Uhm, non ho mai sentito chiamare l’Immortale “Infinita”, ma è la stessa o ti riferisci a un’altra partita? Non è che ti confondi con la “Sempreverde”? Poi è vero che il nero commette degli errori ed è probabile che se fosse stata giocata in un torneo ufficiale avrebbe preso un’altra piega, però a me piace lo stesso. Ha un grandissimo fascino, è la personificazione del gioco brillante.
La partita è questa. Però non è che la definirei un gran capolavoro, in più se non ricordo male l’aneddoto, il tale Saint Brie era un fesso, tanto che Legal quando giocava contro di lui gli concedeva una Torre di vantaggio.
Lunedì, 14 Luglio 2008 @ 9:54pm
@okamis
L’Immortale è una partita particolare. Non è una partita ufficiale del torneo di Londra 1851, ma fu giocata al Simpson’s Divan (un circolo scacchistico dell’epoca) il 21 giugno. Quella sera Andersenn (vincitore poi del torneo) entrò nel circolo e trovò Kieseritsky e si misero a giocare tutta la sera. Ora immagina l’ambiente dell’epoca (dove gli scacchi erano molto più in voga che non adesso), gente che beve birra, che fuma, che guarda curiosa questi due che giocano concentrati. Dimentica i tecnicismi e guardala dal punto di vista dello spettacolo. Se noti, al bianco sono rimasti solo i pezzi per dare il matto mentre al nero mancano solo tre pedoni. Il trionfo della tattica sulla strategia insomma.
(Info tratte da: Scacchi. Storia, controstoria e altro ancora di Paolo Bagnoli Ed. Mursia.)
Lunedì, 14 Luglio 2008 @ 10:10pm
@Gamberetta
Chiedo ufficialmente scusa.
In parte non mi sono spiegato (”il messagghio che vuoi mostrare…” alla fine gamberetta ha detto le stesse cose mie), in parte ho frainteso (gli scacchi), in parte mi sono lasciato trascinare dalle mie pippe mentali (riguardo l’inforigurgito, c’entrava qualcosa mentre scrivevo il messaggio, ma era comunque un deragliamento).
Martedì, 15 Luglio 2008 @ 1:05am
@Okamis.
Mai sentito parlare de “l’infinita” , ma sopratutto non mi risulta che “l’immortale” sia considerata una delle partite più brutte di sempre, anche perchè altrimenti non verrebbe chiamata così. Nella partita ci sono errori, ma anche immenso genio tattico da parte del bianco che con sacrifici spettacolari ottiene un attacco violentissimo contro il re avversario. Questa partita è l’emblema dello stile romantico di metà ‘800.
Nella partita di Legal il matto finale colpisce perchè ottenuto sacrificando la regina, ma è il nero ad aver fatto una cappella mostruosa non vedendo che prendeva matto in due mangiando la regina, matto che poteva essere evitato ritrovandosi solo con un pedone in meno. Quando una partita finisce in 7 mosse è sempre molto più per demerito dello sconfitto che per merito del vincitore.
Martedì, 15 Luglio 2008 @ 12:26pm
molto interessante, come sempre! di te non si può certo dire che parli a vanvera. io sul discorso della narrativa, come sai, la penso diversamente, credo come te che la narrativa consista nel raccontare storie; ma anche che le storie possano essere raccontate a vari livelli, non solo con “wow, sono su marte!”, e che la letteratura (definizione più “larga”, perchè non comprende solo la narrativa) abbia dei piani semantici e simbolici che è un peccato trascurare, si perderebbe una buona parte di divertimento!
sono una buffona? di sicuro sono una capra degli scacchi, quindi chapeau in ogni caso :-)
Martedì, 15 Luglio 2008 @ 1:01pm
Un argomento intrigante, scacchi e scrittura…
Mi piacciono i paragoni un po’ fuori dalle righe, danno una boccata d’aria fresca. Ma per tutti i milioni di paragoni che si possono fare sulla scrittura, resta sempre l’unica verità eterna delle storie, che chi scrive non dovrebbe negare: una parte del potere ce l’ha chi scrive, ma l’altra metà è di chi legge. La scrittura sarà anche un’attività solitaria, ma è tutto l’opposto della solitudine, è proprio la conquista degli altri.
Uno dei miei esempi preferiti:
“C’è uno scrittore che finisce con le gambe in frantumi su una strada fra le Montagne Rocciose, in Colorado, e l’unica a soccorrerlo è un’ex infermiera che lo porta nella sua casa.”
Fin qui la trama di Misery di King potrebbe scivolare in una serie di clichè melodrammatici, banali, o peggio, retorici. E’ la nostra realtà, non ci sono alieni, mostri (almeno non umani) o navi spaziali.
Ma per me Misery è tutto fuorché un romanzo misero. Quindi l’infermiera sarà una psicotica e assassina, isolata e sfuggita per un soffio a una condanna a vita, e guarda guarda, anche fanatica Ammiratrice proprio dei romanzi dello sventurato scrittore. Così, proprio quando era riuscito ad eliminare finalmente l’odioso personaggio dei suoi romanzi, la sua cara salvatrice, sotto il terrore di ogni tipo di tortura fisica e mentale, lo obbligherà a riportarlo in vita per salvare se stesso.
Mi pare che così le cosi cambino, no? Misery è uno dei romanzi che amo di più, lo rileggo una volta all’anno: perché è una storia già avvincente, e cupa, ma King riesce anche a parlare del mistero delle storie. Nella realtà si stava disintossicando da alcool e droga in un periodo terribile, quindi non si è proprio documentato sul dolore delle crisi di astinenza…ma solo perché ne aveva esperienza diretta! E non è del tutto vero: nelle note iniziali elenca i nomi di medici e infermiere a cui si è rivolto per approfondire alcuni argomenti.
Eppure, anche se intossicato e delirante, non perde mai la bussola, riesce a descrivere in profondità certe sensazioni, pensieri e anche sensi di colpa di chi scrive. Perché l’infermiera Anne Wilkes avrà i suoi metodi per torturare l’uomo, ma anche l’autore ha qualcosa per torturare e tenere in pugno la sua aguzzina, la storia che lei vuole che scriva. King immagina un esempio bizzarro del rapporto esasperato tra il creatore di un mondo e i suoi lettori. Il potere che può esercitare una storia su chi è destinato a leggerla. In questo romanzo, la reazione estrema che alla fine si scatena. Qui la cara lettrice non ha dalla sua la lingua affilata di Gamberetta o il coltello dalla parte del manico: ha direttamente l’ascia. Se passasse da quelle parti la Strazzulla, tremerei per lei!
King scrive da molti anni, forse conosce il vero potere delle storie, il devo che spinge ad andare avanti (scrittore e lettore, sempre uniti, sempre!), e quel senso di tradimento che si può provare alla fine del viaggio, quando sembra che facendo una scelta invece che un’altra, l’autore avesse voluto tradire proprio te. Perché ti sei lasciato rapire di tua spontanea volontà dal mondo che ha creato, no? Ed essere abbandonati sul ciglio della strada non piace nemmeno ai cani.
Quando penso ad un esempio sullo scrivere, io penso spesso al rapporto tra il rapito e il rapitore di quel libro. Penso che scrivere serva a divertire se stessi e gli altri, ma ci dev’essere onestà, perché almeno all’inizio dall’altra parte ci sarà qualcuno che ti prenderà sul serio. La sciatteria, o il pavoneggiarsi, l’essere vuoti o inconcludenti, o il credere di poter scrivere qualunque cosa convinti di non dover essere informati o capire fino in fondo se quel che si scrive abbia davvero un capo e una coda, non c’è niente da fare, inutile lamentarsi o sorprendersi: viene preso come un tradimento.
PERCHE’ IL LETTORE E’ IL RAPITO CHE AMA IL RAPITORE
(Non c’era anche la sindrome?) Quindi attenti, scrittori, siete avvisati.
Un’ultima cosa, Gamberetta. Qui ho letto di molti grandi autori: Tolkien, Lovecraft, Twain, Pratchett, Dick, Wells, e tanti altri creatori di mondi. Ma potresti fare qualche esempio (titolo) anche della famigerata e ricercata, viva o morta, literary fiction? Tanto per centrare definitivamente il bersaglio di quello che intendi quando scrivi tutto questo. Chi sono quelli “dell’altra parte”? Chi, almeno secondo te, vuole solo mostrare un esercizio di stile ricamato e pizzi di parole.
Chi devo pensare che stai indicando al banco degli imputati: Umberto Eco? Manzoni? Baricco? Tolstoj? Proust?
Mi basterebbe qualche nome, per ristabilire l’equilibrio, altrimenti al mio metro di paragone mancheranno parecchie tacche!
Grazie
Martedì, 15 Luglio 2008 @ 5:00pm
cara gamberetta,
come lettore e — almeno un tempo — sapienturiero, mi capita spesso di finire in luoghi eccezionali. pianeti lontani, buie cave, selve oscure, castelli assediati, astronavi senzienti, cimiteri infestati, isole volanti, palazzi pieni di torturatori, templi nei quali vengono celebrati culti innominabili, case di piacere che galleggiano nel nulla, radure che ospitano mercati fatati, bazaar gestiti da mutanti, guerre di cloni… tutto questo, e molto altro, è il pane per i miei denti.
ma, a volte, per un poco, rimini va bene.
e non credere che per me valga di meno.
con stima,
un tuo affezionato lettore
Mercoledì, 16 Luglio 2008 @ 9:38am
Dunque, Infinita è il nome con cui talvolta viene indicata l’Immortale, per distinguerla meglio dall’altra storica Immortale, ovvero l’epico incontro finito in patta tra Kasparov e Short tenutosi a Londra nel 1993. Mi è venuta da chiamarla Infinita solo perchè così la chiamava il mio maestro. E’ stato un riflesso incondizionato ;-)
Comunque quando dicevo che è una “brutta partita” intendevo che tecnicamente non è straordinaria (certo, per noi comuni mortali rimane pur sempre una partita di livello sublime, ma tra i professionisti non è considerata una delle più belle partite di sempre). Poi, sul fatto che da un punto di vista per così dire “spettacolare” sia piena di carisma, mi trovo perfettamente d’accordo con Flavio.
Infine, per quanto riguarda l’esempio di Lagal, intendevo solo indicare una partita veloce veloce caratterizzato da un’ottima intuizione da parte del vincitore. Oggi quella mossa, a studiarla, sembra quasi ovvia, però rimane il fatto che sia stato Lagal il primo a teorizzarla. E gli scacchi e lo studio delle strategia non è che fossero proprio agli albori ;-)
Scusate di nuovo l’OT scacchistico. Il prossimo commento prometto che sarà di ambito letterario :-)
Mercoledì, 16 Luglio 2008 @ 9:47am
Non sono d’accordo.
Interessante l’articolo, ma non credo che porti da nessuna parte, o almeno che non porti lontano, il dividere in questo modo la letteratura. Quella con la L che è tutta fuffa, e quella interessante che sarebbe il fantasy. Semplicistico e persino impreciso.
Il mondo (letterario) non è solo bello perchè è vario nel senso che ognuno ama ciò che ama, è questione di gusti, ecc.
Il mondo letterario è interessante. Interessante proprio perchè è vasto e variegato. E siccome l’essere umano è altrettanto variegato (un giorno mi piace vestirmi di nero, un’altro di blu, un’altro giro nuda e via così) la letteratura può accompagnarlo lungo tutta la sua vita, a seconda di stati d’animo, età, gusto del periodo ecc.
A 14 anni tolkien mi sembrò il massimo, adesso mi annoia. Una volta amavo lo stile trasparente che decanti tu, Miss G., adesso lo trovo piatto se non è servito con una pietanza particolarmente gustosa. Ovvero: qualcosa di veramente nuovo, e per veramente intendo ESTREMAMENTE originale.
Per esempio, le avventire di Laura scritte da te (ho tentato di leggere quella coi gargoyle) non mi piacciono. Sono sia lo stile che la storia che non mi prendono. Il racconto mi ha annoiata tanto che dopo un po’ ho lasciato perdere, esattamente come faccio coi libri di chiunque altro.
D’altra parte le tue rece mi piacciono molto, condivido il tuo punto di vista praticamente al 100% e anche se non hai recensito brian di boscocoso fa lo stesso, non te ne voglio.
La differenza qual’è? Lo stile. Lo stile dei racconti è moscio, nelle rece invece sei brillante e dici cose ben più interessanti.
In linea di massima lo stile trasparente è una cosa buona per il fantasy. Ma non c’è solo il fantasy a questo mondo (e per fortuna). Non è questione di Genio della Letteratira che se la prende se Gamberetta gli dà addosso. Come lettore chiunque ha il diritto di dire a qualsiasi autore che i suoi libri fanno cagare. E’ questione del fatto che come in qualsiasi altro campo l’assolutismo è inutile, persino puerile. Perchè io leggo questi assoluti, poi pesco un libro a caso tra quelli che adoro e mi accorgo che se fosse stato scritto secondo le Auree Regole sarebbe monnezza, sarebbe palloso, piatto, noiosissimo.
E io odio lo scrivere Aulico, intendiamoci bene. Non sopporto la letteratura infiorettata, con la prosa alta, che se la mena. Nonostante ciò credo anche che lo Scrivere Trasparente vada bene non per tutti, non sempre. A te per esempio dona poco.
Non sono una che crede che la mano dello scrittore sia tutto in un libro. Lo stile personale a me piace, ma se è preponderante sul contenuto leggere un libro diventa come mangiare aria: non sazia e ti gonfia (i maroni).
D’altra parte un libro trasparente o racconta una storia da urlo, (e allora lo leggo solo per sapere come va a finire, poi non lo rileggerò mai più perchè so già cosa succede) o è una palla mostruosa.
Come sempre il meglio è la metà strada, imho. Un libro cioè che avrò sempre voglia di rileggere, quindi scritto in uno stile che mi prende, e con una storia BELLA e ORIGINALE, che non mi annoi.
Non s’è capita una mazza di quel che volevo dire, ma ho da lavorare quindi non posso dilungarmi, nè cercare i refusi nel mio commento. Sorry!
Mercoledì, 16 Luglio 2008 @ 10:33am
@Simone Spinozzi. Nessun problema. Poi non è detto che anch’io sappia sempre spiegarmi al meglio, capitano i fraintendimenti.
@Morgante.
Premesso che me ne tengo il più lontano possibile e ne voglio sapere il meno possibile, uno dei tipici esempi è l’Ulisse di James Joyce.
Altri tizi contemporanei che ho pure provato a leggere:
Roberto Cotroneo
Don DeLillo
Heather McGowan
@Diarista incostante.
Uhm, sei allora davvero sicura che sia questione di stile? Perché se nelle recensioni dico cose ben più interessanti, be’, probabilmente ti piacerebbero lo stesso qualunque stile adottassi.
In ogni caso lo scopo di quel racconto era far (sor)ridere, era una mezza parodia, perciò è un po’ al di fuori rispetto al discorso di quest’articolo. Poi possiamo indagare sul perché non ti sia divertita, ma lì lo scopo non era narrare una storia particolarmente originale, era raccontare una tipica storia da anime giapponese con però una protagonista “sfasata” rispetto al mondo della storia, per alimentare l’ironia.
Non è possibile, se è davvero così, se davvero cambiando lo stile diventa noiosissimo, vuol dire che le idee alla base non erano abbastanza interessanti. Io posso ri-raccontare gli episodi dell’Odissea e del Don Chisciotte e se uno non li ha mai sentiti si appassiona lo stesso, nonostante non abbia l’abilità di Omero e Cervantes. Un libro che diventa noiosissimo solo cambiano lo stile (peggio, semplicemente adottando non un stile “brutto”, ma trasparente) è molto probabile non sia degno di essere letto.
Hai centrato il punto e siamo d’accordo. I libri di narrativa devono raccontare una storia da urlo. Se la storia non è eccezionale, perché mai dovrei perderci tempo? Certo, poi con lo stile posso coprire tutto, come mettere quintali di senape sulla carne avariata, ma a che pro? Il punto di partenza è la storia eccezionale, quando hai la storia eccezionale lo stile è in fin dei conti superfluo.
Questo in generale; all’atto pratico ci possono essere mille eccezioni, e si può concepire un tipo di “narrativa” il cui scopo non sia propriamente narrare (per esempio appunto il comico/commedia, dove vuoi far ridere, la storia e lo stile sono intercambiabili, basta che il risultato sia lolloso), ma almeno l’aspirazione dev’essere scrivere storie eccezionali.
Mercoledì, 16 Luglio 2008 @ 5:05pm
Scusa, ma non sono d’accordo. Una storia, per come la vedo io, per risultare efficace non deve possedere un buon “cosa”, ma anche un buon “come”. Trama e stile (e ci aggiungerei pure tema) sono aspetti imprescindibili e indissolubili all’interno di una buona opera narrativa (parlo di opera narrativa e non di romanzo, in quanto ritengo che tale principio valga anche per la poesia, il cineme e per certi aspetti pure per la musica). Prendiamo ad esempio un romanzo che personalmente adoro alla follia: “Perdido Street Station di China Mieville”. La storia che sta alla base del romanzo, a ben vedere, non è certo tra le più originali (un gruppo di “ricercati” che scappa dalle forze dell’ordine nel tentativo di salvare il mondo da uno stormo di creature malefiche). Ma il “come”, lo stile, il guizzo artistico adottato da Mieville rendono PDS uno dei migliori romanzi di narrativa del nuovo millennio. Pensa a tutti quei romanzi che ti sono piaciuti, alla tua lista delle opere da salvare. Sei sicura che con uno stile diverso ti piacerebbero lo stesso?
E lo stesso vale per il discorso inverso. Penso al mio romanzo prediletto: “Io sono Leggenda” di Richard Matheson (OT: che schifo l’ultima trasposizione cinematografica). Se fosse stato scritto da uno con lo stile di Moccia, difficilmente lo avrei apprezzato in egual misura. Avrei pensato invece: “Caspita, che bella storia! Però che stile di merda…”
Mercoledì, 16 Luglio 2008 @ 6:54pm
Io mi dichiaro d’accordo a metà. Tendenzialmente sono ostile allo stile per lo stile, tipico di tanta narrativa italiana, dove l’infiorettamente e l’abbellimento e’ solo un paravento per il vuoto che c’e’ sotto nonchè per gettare un osso al pubblico velleitario (esempio classico: Baricco), oppure dove lo stile si fa involuto e meta-meta-qualcosa perchè è solo frutto di scrittori incapaci che imitano grandi autori americani con anni di ritardo (es. Genna o i Wu Ming con Dos Passos, Ellroy, Pynchon, Vonnegut). Questa è una. Dall’altra ci sono quegli scrittori che fanno sia quello che dici te (creare una narrazione ed immergertici) sia, utilizzando un linguaggio particolare, conferire alla narrazione medesima un tono particolare con un determinato scopo. Valga l’esempio di Jack Vance, che sceglia spesso parole particolari, si focalizza nella descrizioni di attività inconsuete e stravaganti, indugia molto sui colori, sugli odori, sull’aspetto sensoriale per enfatizzare l’esotismo delle sue ambientazioni. Lo stile barocco ed elaborato di Vance non è così a cazzo per fare il ganzo, ma è funzionale ad uno scopo ben preciso: rendere ancora più esotici i suoi mondi esotici. Dall’altro lato ci sono (e mi piacciono molto) i maestri della scrittura asciutta, essenziale, talmente viva e realistica che ti buttano direttamente dentro la storia senza che tu te ne accorga, facendoti scoprire in maniera indiretta dettagli e particolari etc - vedi Robert Heinlein o Mark Twain o Raymond Chandler.
In sostanta, quel che voglio dire è che entrambe le vie sono percorribili, e nessuna prevale sull’altra - dipende dal singolo caso e da cosa si vuole ottenere.
Ciao!
Mercoledì, 16 Luglio 2008 @ 7:23pm
Aggiungo un piccolo particolare per rendere meglio il pensiero che intendevo esprimere. Quando parlo di stile, anzi quando SI parla di stile non bisogna solo intendere la volontà da parte di un autore (in questo caso specifico di uno scrittore) di usare parole auliche o formule ricercate. S’intende anche l’impronta che l’autore vuole dare all’impianto della sua storia: la costruzione dei personaggi, la scelta se farli evolvere o meno, la struttura temporale degli eventi (inizio in medias res, progressione per elissi, per flashback ecc.), tono (colloquiale, solenne ecc.) e così via. La scelta del lessico ricopre solo una parte del lavoro “stilistico” dello scrittore. Faccio un altro esempio, forse più efficace di quelli proposti in precedenza: “Il profumo” di Patrick Suskin. Come si potrebbe rendere la sua opera con uno stile colloquiale, come se stessimo raccontando una storiella a un amico. Qui, temo, non ci riusciresti, Gamberetta. Non tutte le opere devono necessariamente ruotare attorno ad una trama densa di EVENTI interessanti. A volte ad interessare il lettore possono anche essere i pensieri dei personaggi, il substrato dell’opera. Un ultimo esempio? “Aspettando Godot” di Samuel Beckett, opera sublime ma in cui non accade pressochè nulla dall’inizio alla fine (ho volutamente scelto un’opera teatrale, sempre per riferimento al mio precedente discorso “sull’opera narrativa”).
Mercoledì, 16 Luglio 2008 @ 9:59pm
CiaoG.,
ho letto la tua risposta. Sono di corsa di nuovo e mi hanno appena fregato il cell, quindi spero di spiegarmi meglio, ma temo che il risultato non sarà eccelso.
Sono sicura che uno stile meno palloso avrebbe fatto sì che io leggessi la storia di laura e i gargoyle? Sì. Per lo meno sarei arrivata alla parte in cui succede qualcosa, invece che fermarmi quando si mangiano il cane e il pappagallo (era un pappagallo?) e piantare tutto lì.
Non ti sto dicendo che non hai talento/che non sei brava/o che ne so io. Quel ( e magari solo quello) racconto mi ha annoiata. Punto.
Le tue rece alle volte sono noiose, ma lo stile brillante me le fa leggere lo stesso, perchè rido leggendole, perchè sono argute, perchè mi sforzo e ne vale la pena. Ma se fossero scritte in uno stile trasparente, diretto, asciutto e sterile non le leggerei perchè sono troppo pigra per arrivare in fondo a qualcosa di interessante ma piatto e lunghissimo. E\’ un mio limite, intendiamoci bene.
Odissea e Don C. saranno pure appassionanti, ma visti al cine, non letti, mai (non omero per carità non ce la posso fare). Io (l\’avrai già capito) sono un\’ignorantona, e sulla velocità nello scartare un libro sono assai peggio di te. Leggo tre righe di incipit. Non mi prende il libro. Passo ad altro. Ma questo da sempre: la metà degli incipit che hai citato tu nell\’articolo apposito io li avrei bocciati, mentre tu li hai promossi. Sgozzano un maiale di fronte ad una chiesa? Chi se ne frega. Passiamo oltre. Per me uno stile che mi catturi è particolarmente importante, a 35 anno ho letto quanto basta per sapere che le storie da urlo sono pochissime, che lo stile può fare molta differenza, che i miei libri favoriti contano sia storie da urlo che storie medio-originali con uno stile fantastico (o almeno che a me risulta tale).
Riassumendo. Secondo me:
storia da urlo + stile trasparente -> leggo 1 volta, bello, addio per sempre perchè so già cosa succede.
storia schifosa + stile trasparente -> non lo apro nemmeno
storia media + stile trasparente -> leggo qualche capitolo (diciamo 3). Addio per sempre, troppa noia.
storia da urlo + stile che mi prende -> rileggerò quel libro fino all\’ultimo giorno della mia vita, lo consiglierò a tutti e lo comprerò persino. In più copie, da regalare.
storia schifosa + stile che mi prende -> leggo 2 capitoli, forse meno. Addio per sempre.
storia media + stile che mi prende -> leggo e apprezzo, magari anche moltissimo. Rileggerò prima o poi.
Come vedi una storia schifosa con uno stile trasparente rende meno di una schifosa con stile che mi prende, ma comunque alla fine del libro non ci arrivo, e decretare che è monnezza è un lampo. La sostanza resta tale, qualsiasi sia lo stile. Ma lo stile non è un optional. Fa la sua differenza, eccome. Poi nulla vieta di approvare, apprezzare ed amare solo quello trasparente. Se lo preferisci, perchè no? Io lo preferisco in certi ambiti, in altri no. Tutto dipende che libro ho in mano, praticamente.
Spero di essere stata un po\’ più chiara.
Ciao!
Giovedì, 17 Luglio 2008 @ 11:33am
@Okamis & Niccolo’. Quando parlo di stile trasparente non nego che possa essere formato da linguaggio aulico e struttura narrativa complessa. Secondo me la trasparenza è più facile da raggiungere con semplicità e precisione, ma è un’ipotesi. Non importa come sia lo stile, l’importante è che comunichi con efficienza la storia, che non attragga l’attenzione su di sé, poi ognuno può adottare le soluzioni narrative che preferisce.
Ma è ovvio che se narri attraverso flashback in terza persona plurale al futuro con linguaggio aulico è difficile che tu riesca a essere trasparente. Se poi ci riesci lo stesso, buon per te. Puoi essere barocco finché vuoi, il punto cruciale è che io devo vedere la storia, non il tuo essere barocco, tutto qui.
P.S. L’esempio di Matheson non sta in piedi: Moccia non ha uno stile trasparente, Moccia ha lo stile delle pubblicità televisive per cerebrolesi. Non credo che “Io sono leggenda” sarebbe stato poi così più brutto se scritto per esempio da Heinlein.
@Diarista incostante. Hanno impiccato un maiale di fronte alla Chiesa, non l’hanno sgozzato. E non mi sembra di dire una cosa strana se penso che sia curiosa l’idea di impiccare un maiale.
Poi se mi dici che abbandoni i libri all’incipit o alle prime pagine se lo stile non ti è congeniale, come la trovi la storia da urlo? Se io penso alle storie da urlo, erano tutte in romanzi scritti con stile trasparente o quasi.
“Quando Gregor Samsa si svegliò una mattina da sogni inquieti, si trovò trasformato nel suo letto in un immenso insetto.” Lo butti o lo tieni? E se lo butti, posso chiederti un esempio di storia da urlo che hai letto nonostante l’atroce stile trasparente?
(fra parentesi, il chi se ne frega può essere applicato a tutto, dev’esserci una motivazione dietro, per me il chi se ne frega è quando si parla di qualcosa di già visto, di stranoto, di mondano).
Giovedì, 17 Luglio 2008 @ 12:38pm
“Non importa come sia lo stile, l’importante è che comunichi con efficienza la storia, che non attragga l’attenzione su di sé, poi ognuno può adottare le soluzioni narrative che preferisce.”
Perfetto, sono d’accordo! Mi incuriosisce molto sapere che ne pensi di autori come John Brunner o Alfred Bester, eheh…
Giovedì, 17 Luglio 2008 @ 12:49pm
La metamorfosi l’ho tenuta, l’ho letta perchè me lo sono imposto (insomma: è kafka, qualcosa di kafka dovrò pur leggerlo in vita mia!), e non mi è piaciuta. E’ stato 10 anni fa, magari rileggendola adesso mi piacerebbe, chissà.
Comunque. Gamberetta, sul serio, non capisco quale sia il problema: impiccano un maiale. Non mi interessa, per quanto sia strano non mi interessa proprio. Leggo altro. Non mi sembra strano. Tu hai letto e apprezzato il libro del maiale impiccato, hai ragione a dire che impiccare un maiale sia strano, ma a me non interessa leggere di maiali appesi a soffocare di fronte ad una chiesa. Intendiamoci, magari così facendo ho perso qualcosa. Ma magari non ho perso chissà che, in ogni caso correrò il rischio e leggerò felice altre storie. E’ un mio diritto.
Mi rendo conto che in questo modo (smettendo di leggere molto in fretta un libro) rischio di perdere delle storie belle, anche se difficilmente ne perdo di quelle da urlo. Perchè se ho il dubbio prima di abbandonare un libro leggo anche qui e là, per essere certa di non fare una cazzata colossale. (Si può dire cazzata nei commenti?)
Una storia da urlo anche letta randomicamente qualcosa ti lascia, uno o più d’uno particolari che ti catturano ce li deve avere. Non può essere da urlo una narrazione con 1 singolo mega colpo di scena a pagina 338, poniamo, e nè prima nè dopo più nulla. Mi sembra pochino. Letto a spizzichi (come un trailer di un film) un libro da urlo un po’ di voglia di sapere com’è la storia te la mette addosso. Secondo me, ovviamente.
Infine, non ho detto che lo stile trasparente che evidentemente è il tuo karma faccia schifo sempre e comunque. Ho detto che applicato il 100% delle volte al 100% della narrativa impoverisce le storie, toglie sale alla lettura, fa sbadigliare. Ma in certi casi va benissimo, è lo stile più adatto. Penso semplicemente che riconoscere che altri stili possano essere egualmente efficaci, indovinati ed azzeccati, sia onesto. Tutto qui.
Ciao!
Giovedì, 17 Luglio 2008 @ 1:49pm
@Diarista incostante. È ovvio che è un tuo diritto leggere quello che ti pare, ci mancherebbe, io sto solo sostenendo che dando l’importanza che dai allo stile, ti perdi una buona fetta di narrativa, la fetta davvero affascinante. Dopo di che, è una scelta tua, non c’è nessun problema.
Giovedì, 17 Luglio 2008 @ 2:09pm
Beh, Heilein non mi pare abbia uno stile poi così distante da quello di Matheson, visto che, pur non avendo la stessa semplicità di linguaggio dell’amico Richard, difficilmente si lasciava andare ad aulicismi o a toni più alti del dovuto. Senza contare che entrambi scrivevano fantascienza (seppur di stampo decisamente diverso e sebbene a Matheson tale genere sta alquanto stretto). Tu invece in un tuo intervento precedente (scusa se non lo vado a cercare ;-) affermavi che anche raccontata a voce, una bella storia mantiene il suo fascino. Forse la storia sì, ma di certo non sarà in grado di darti le medesime emozioni dell’originale. Ergo, rimango della mia opinione: un’opera perchè sia realmente grandiosa deve presentare sia una trama che uno stile grandiosi. In mancanza dell’uno o dell’altro ci troveremo di fronte ad un’opera mediocre (in maniera più o meno accentuata). Comprendo comunque le ragioni che ti portano a sciegliere un li