Le Avventure della Giovane Laura
C’è voluto molto più di quanto avessi preventivato, ma, dopo aver passato ogni minuto libero delle ultime settimane a fare l’editing del mio primo romanzo, posso dirlo concluso. Come promesso a suo tempo, è ora disponibile qui sul blog.
* * *
La Giovane Laura è una ragazza come tante: è stupida, ignorante come una capra, ingenua, impacciata, e non è neanche tanto bella. In compenso… niente! Non ha superpoteri, non legge nel futuro, non parla con i morti, non possiede alcuna conoscenza arcana.
Ciò non le impedirà di essere coinvolta in una serie di avventure fantastiche intrecciate fra loro. Laura dovrà affrontare felini diabolici giunti da un’altra dimensione, vedersela con uno psicologo che ha la brutta abitudine di assentarsi in un mondo bislacco abitato da fate assassine, e alla fine scoprirà che tutte le sue disgrazie sono legate a una misteriosa cospirazione d’insospettabili.
Le Avventure della Giovane Laura è un romanzo urban fantasy con una forte componente di bizzarro, anche se non tale da farlo scivolare nel new weird. Il tono è spesso umoristico o parodistico, ma non del tutto comico come accade in alcuni romanzi di Douglas Adams o Terry Pratchett. Ho cercato più d’imitare lo stile semiserio di certi anime e light novel giapponesi, o di film come Shaun of the Dead e Hot Fuzz. Un altro esempio abbastanza vicino, in termini di stile, potrebbe essere Blart di Dominic Barker.
Nonostante questo non è un romanzo pensato per un pubblico di ragazzini o bambini. O meglio, credo – spero – che la storia possa essere apprezzata sia da chi ha undici anni sia da chi ne ha il doppio o più. La scrittura semplice non dovrebbe creare ostacolo a nessuno e la vicenda mi auguro possa appassionare chiunque.

Un’illustrazione di Ryohei Hase per creare la giusta atmosfera
Una precisazione per i pochi che avevano seguito il progetto di Laura fin dall’inizio: sì, non è questo il piano originario. Mi sono resa conto che mischiare in un unico romanzo le avventure di Laura adolescente e Laura adulta avrebbe complicato oltremodo la storia senza portare alcun particolare beneficio. Perciò saranno due libri separati e autoconclusivi.
* * *
Ogni commento sarà il benvenuto. Saranno particolarmente apprezzati quei commenti che segnaleranno eventuali errori, incongruenze o semplici refusi. Infatti ho intenzione di proporre il romanzo alle case editrici e vorrei fosse il più curato possibile.
In quest’ottica saranno gradite risposte, anche nette, alla seguente domanda:
“Avresti pagato volentieri 15 euro o quanti potrebbero essere per leggerlo?”
Comunque, al di là di un futuro che spero sia nelle librerie, il romanzo rimarrà disponibile con licenza Creative Commons. In parole povere significa che è possibile copiarlo e ridistribuirlo senza limitazioni. Non solo, la licenza autorizza le opere derivate, perciò se volete tradurre Laura in polacco potete farlo, se volete utilizzare personaggi e ambientazione per delle vostre opere potete farlo, se volete trarne un film o un videogioco potete farlo.
In conclusione voglio ringraziare tutti quanti hanno letto le varie parti in anteprima e mi hanno dato pareri e suggerimenti. E un ringraziamento particolare al Capitano e al Coniglietto Grumo.
Buon divertimento.
EDIT del 16 Marzo 2009
Aggiunto il PDF pensato per lo schermo dell’iLiad. Si ringrazia Anacarnil per la conversione.
EDIT del 14 Marzo 2009
In attesa di valutare modifiche più sostanziali, ho cominciato a correggere i refusi e le imprecisioni che mi sono stati segnalati. Un ringraziamento a tutti quelli che hanno commentato qui o via mail.
Le Avventure della Giovane Laura in formato PDF A4 (leggibile a video e ideale per la stampa)
Le Avventure della Giovane Laura In formato PDF per iLiad (ottimizzato per lo schermo del lettore di ebook iRex iLiad)
Le Avventure della Giovane Laura in formato Mobipocket (per i lettori di ebook e altri dispositivi portatili)
Le Avventure della Giovane Laura in formato RTF (formato leggibile da Microsoft Word e da praticamente tutti i programmi di elaborazione testi)
Le Avventure della Giovane Laura in formato OpenDocument (il formato di OpenOffice, la suite per ufficio gratuita e open source. Per chi trova insopportabile Word e ogni formato proprietario)
Un archivio .zip contenente tutti i file di cui sopra.
Approfondimenti:
Foxit Reader per Windows/Linux, un’ottima alternativa all’Adobe Acrobat Reader
Il sito Mobipocket dal quale scaricare il Reader/Creator
Il sito italiano di OpenOffice.org
Douglas Adams su Wikipedia
Terry Pratchett su Wikipedia
Shaun of the Dead su IMDb
Hot Fuzz su IMDb
La mia vecchia recensione di Blart
light novel su Wikipedia
Scritto da Gamberetta •
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gennaio 16th, 2010 at 12:42
Leggo con rammarico che la discussione incendiata dalla mia recensione riscalda ancora questo articolo, per cui farò quello che avrei dovuto fare già tempo fa. Mi scuso. Mi scuso con Gamberetta in primis, per essere stato volutamente cattivo, e dico volutamente, ammettendo ulteriormente il mio torto, perchè ho basato la recensione su considerazioni soggettive che indagavano nella sfera personale di una ragazza che purtroppo non conosco. Mi è dispiaciuto sferrare un attacco così ignobile, soprattutto perchè non sono una persona cattiva. Lo giuro.
E mi scuso anche con li utenti di questo forum per le risposte irritate e a volte saccenti che ho dato. Posso solo dire che quando si è convinti di avere ragione, si vive in una dimensione parallela dove tutti gli attacchi sono inutili e ingiustificati. Per fortuna c’è anche il treno di ritorno da questo “strano posto”.
Ribadisco però che la recensione non era stata dettata dal risentimento per l’aiuto che mi era stato negato. Il risentimento, e c’era, era per i modi sgarbati che mi erano stati rivolti. Capisco che forse la mia richiesta poteva essere piovuta in mezzo a tante altre, che odorava di sfruttamento.
Come al solito, Gamberetta aveva le sue ragioni.
Ho scritto la recensione da “animale ferito”, perchè questo sono quando una persona che stimo e ammiro sinceramente mi sbatte la porta in faccia.
Di Nuovo, mi scuso. Ammiro ora più che mai l’autrice di questo forum, e per questo l’ho ringraziata nelle note del mio libro.
Entrambi – e altri di questo forum – abbiamo l’obiettivo di migliorare la qualità del fantasy italiano, è un’impresa ardua, ma non dovremmo mai demordere.
E soprattutto sostenerci.
gennaio 15th, 2010 at 10:30
@Geki:
in riferimento alla questione di Fabio, è stato lui a venire qui a segnalare la sua “recensione” e a chiedere pareri. Io sono una persona disponibile, e se qualcuno mi chiede un parere, tempo permettendo, glielo do ^__^
Gli attacchi a Gamberetta su questo blog in buona parte dei casi non sono diretti a lei e basta, ma usano il plurale (siete patetici, ridicoli, ecc). Se mi dici che rispondere è una perdita di tempo sono d’accordo con te, ma a parte questo non ci trovo niente di strano.
Chiudo qui, perché siamo parecchio OT.
gennaio 15th, 2010 at 02:40
Gamberetta, leggerò il libro, anche se ne temo le contaminazioni fumettistiche ventilate in molti tuoi commenti.
Una sola nota sul blog e su questo argomento in particolare: a volte sembra che tu sia un capo gang. Alcune difese da parte di alcuni personaggi sembrano motivate da una inconscia fenomenologia del branco. A parte la controversia con quel Fabio, che sembra alludere a un discorso più ampio, spesso quelli che appaiono come tuoi guardiaspalle o sgherri cercano letteralmente di mettere a tacere le voci critiche.
Infine: credi veramente che esista lo stile “giusto”? Lo deduco da una tua frase “Questo romanzo, oggettivamente, non è scritto male”. Sai che alcuni dei suggerimenti che dai, in particolare quelli sullo stile ultra-stringato e sulla secchezza narrativa, sono messi in atto dai peggiori tra i ragazzini delle superiori, cui al contrario io e altri tentiamo di comunicare la ricchezza della lingua e della letteratura? Per carità, considero il fantasy un mio hobby (per quanto alacremente perseguito) e non un dovere civico, ma credo che un ritorno alle fonti della letteratura a volte sia più fruttuoso e stimolante di molti manuali (peraltro di per sé una spesso ottima opera).
Tutto ciò detto col mio stile, se vogliamo ridondante, non stringato e quant’altro si voglia sostenere, ma non per questo “sbagliato” o “a-letterario”. Ti auguro di confrontarti fruttuosamente con il mondo editoriale, con o senza successo, e magari anche con quello delle Scienze Umanistiche accademiche, non solo italiche.
Felix qui potuit bonum fontem visere lucidum.
dicembre 12th, 2009 at 20:44
Non sono un esperto ma…mi è piaciuta molto la prima parte. Nella seconda, in alcune scene, forse perchè la descrizione è troppo sintetica e le situazioni concitate non si riesce bene a visualizzare cosa succede e la lettura diventa un pò faticosa. Strano perchè è uno dei difetti che critichi più di frequente nelle tue recensioni.
ottobre 13th, 2009 at 08:36
@ claps
Perchè brutto? Scusa ma l’unico giudizio che secondo me non necesista spiegazioni è “a me non è piaciuto”; ma un secco è brutto senza spiegazioni sa più di ripicca.
@gamberetta
Al momento sono solo a pagina 54. E c’è una cosa che non mi torna, una frase detta da Laura che non mi sembra che possa dire:
“quando un gatto con la spada incontra un ragazza con la pistola…” (scusa ma sto citando a memoria) frase carina anche se non originale (“quando un uomo col fucile incotnra un uomo con al pistola…” o, quella che preferisco da “the untachable” “uno dei suoi tira fuori il coltello, uno dei tuoi la pistola, uno dei tuoi all’ospedale, uno dei loro all’orbitorio”) ma derivata da film che una ragazzina la cui base delel consocenze è Sailor Moon difficilmente tirerebbe fuori, ma però nel contesto della scena ci sta bene.
Ti confesso anche che ad un certo punto ho pensato “critica i pianti di Nihal, ma questa arrossisce una pagina si e l’altra pure” lo so è un esagerazioen e ho visto è valido solo per le prime pagine però mi sembra un po’ un contrasto una ragazza apparentemente così fragile ed emotiva che poi si comporta con coraggio nel cinema, ma forse mi è solo sfuggito il passaggio intermedio (ripeto sono solo a pagina 54… e credo che il emglio debba ancora venire)
Comunque è carino e con un buon sense of humor messo nei punti giusti.
Quando avrò finito ti dirò di più!
Pe ril momento… buona giornata
settembre 21st, 2009 at 16:26
brutto, come l’illustrazione di (?)copertina.
settembre 8th, 2009 at 14:23
[...] Le Avventure della Giovane Laura. Se siete curiosi di sapere di cosa parla il libro, andate qui. Personalmente non è proprio il genere che preferisco, ma penso che potrei anche scrivere una [...]
settembre 6th, 2009 at 12:42
Salve.
Io, come ho ribadito in diversi altri commenti che ho postato, non sono amante del fantasy, ma ho ugualmente scaricato l’opera di Gamberetta.
Per il fatto stesso che non sono appassionata del genere, tutto quello che scriverò in questa mia piccola recensione riguarderà perlopiù lo stile e l’originalità, la costruzione dei personaggi, insomma tutto tranne ciò che riguarda strettamente il genere.
Ho voluto vedere se, dopo tutte queste recensioni negative a diversi autori considerati genii, Gamberetta si sarebbe mostrata all’altezza di ciò che ha criticato. Perché ci vuole davvero coraggio ad esporsi in questo modo, dopo essere stata criticata, insultata per aver espresso un parere su opere (a pagamento), senza peli sulla lingua, a offrire così un braccio ai piranha. Immagino che io avrei preso i commenti negativi con le pinze: non si sa mai che dietro all’anonimato non ci sia qualche fangirl delusa dalla recensione su Twilight. Neanche un capolavoro immortale avrebbe preservato Gamberetta dalle critiche.
Quanto a me, per farmi un’idea, è bastato leggere questo:
Solo questo, per capire che tutti i consigli dispensati da Gamberetta agli autori brutalmente e giustamente criticati, erano in prima persona applicati.
Questo minuscolo pezzettino del primo capitolo. Io non mi ritrovo in Laura, ma non è assolutamente importante. In quel momento, sebbene provassi antipatia per la protagonista e godessi nel vederla soffrire, i miei sensi riflettevano quel che leggevo. La mia pelle bruciava come se provassi vergogna, come se fossi, realmente, immersa nella salsa al peperoncino. L’ho sentita addosso, l’ho sentita pizzicarmi e bruciarmi, e poi entrarmi negli occhi facendomeli chiudere, ed in bocca, a soffocarmi come lava liquida.
Che volevo di più?
Che volevo di più da un romanzo, se non il provare quello che provano i protagonisti? Meglio del cinema, meglio dei generatori di realtà virtuale, come dice Zio King, la scrittura è una forma di telepatia. E Gamberetta mi ha trasmesso il suo messaggio in modo così puntuale e definito da lasciarmi quasi in lacrime.
Badate, far provare un sentimento empatico come la vergogna, ad un lettore che per la protagonista prova disgusto e non è dispiaciuto dai suoi dolori, è una bella impresa, perché è facile far breccia nel cuore di qualcuno, se questi è debole.
Quando ami una persona, ed a questa accade una disgrazia, provi dolore anche per lei. Ma come puoi sentirti male fisicamente perché quella deficiente della tua compagna di classe ha preso tre? Chi può farmelo provare, tutto il batticuore, l’ansia, la vergogna… chi?
Solo un bravo scrittore, non certo Pinco Pallo qualsiasi.
Inoltre, chi avrebbe il coraggio di adottare come protagonista una persona così detestabile, così priva di talento, così crudelmente e grottescamente vera da essere negata anche da chi è veramente come lei? Laura è l’antitesi di Gamberetta, è la sua immagine allo specchio con tutti gli elementi cambiati da destra a sinistra.
Ciò è meraviglioso.
Ho letto in una critica che l’autore dovrebbe mettere di sé nell’opera, altrimenti è come mentire al lettore.
Ciò è folle.
Mai letto Wilde? Wilde afferma che oramai ogni scrittore è convinto di star scrivendo la propria autobiografia e mette troppo di sé in ciò che scrive, quando dovrebbe invece scrivere di sentimenti che non prova, per guardarli con freddezza, come parere super partes, per arrivare all’ Idea più pura, originale. Io ci credo. Sono anni che scrivo poesie d’amore per una persona che non esiste, sono anni che scrivo di relazioni ma non m’innamoro in prima persona Forse quando smetterò di scrivere d’amore, l’amore entrerà in me.
Il vero scrittore scrive delle emozioni che non ha il coraggio di vivere [Wilde]
Ho voluto solo esprimere un giudizio personale da “collega” a “collega”, dato che anche io sto scrivendo un romanzo (e non è un rosa, anche se l’idea che io stia scrivendo d’amore può farlo pensare) e Gamberetta mi aiuta molto con le critiche che rivolge agli altri autori. Sento di doverle qualcosa.
A presto.
agosto 19th, 2009 at 17:51
@Marzolino. Sono molto contenta che il romanzo ti sia piaciuto.
Purtroppo no. Sono piuttosto ignorante in fatto di fumetti occidentali.
agosto 19th, 2009 at 13:40
Ho letto il romanzo e l’ho apprezzato molto.
Lo avrei sicuramente acquistato se fosse uscito in libreria…il problema probabilmente è che probabilmente lo avrei acquistato solo a posteriori!
Se lo avessi semplicemente visto in libreria non credo che la trama o la lettura di poche pagine sarebbero state sufficienti ad indurmi ad acquistarlo, se non conoscessi questo blog, se è questo che interessa all’autrice quando ci chiede se lo acquisteremmo.
Beh, problema risolto dato che conosco il blog…almeno per me! Se le avventure della Laura adulta di cui ho letto tra questi commenti dovessero uscire solo in libreria lo prenderei senz’altro.
Il romanzo è divertente, ben scritto e scorrevole. La prima parte fa ridere e incurioscisce, invogliando a proseguire nella lettura anche nella parte onirica, più pesante, ma altrettanto stimolante. Il senso di angoscia e claustrofobica rassegnazione che la pervade è sapientemente accostato a elementi bizzarri e originali, ricchi del sense of wonder che cercano gli amanti del genere. Una sorta di Alice di Carroll postmoderna, che mi ha ricordato anche lo scrittore di fumetti Grant Morrison (@ Gamberetta: conosci Flex Mentallo e Seaguy?), oltre che il suo collega, già citato, Gaiman.
Il presunto bisogno di “umanità”, di razionalità o di buoni sentimenti che denunciano alcuni commentatori ai fini della godibilità dell’opera sia tale per loro, io ne ho già lette (e spesso apprezzate) tante di opere ricche di questi elementi, fa piacere leggere qualcosa di diverso.
In bocca al lupo!
agosto 18th, 2009 at 16:55
Finalmente ho letto anche io le avventure della giovane Laura, certo non sono una commentatrice assidua e quindi il mio parere conta poco… comunque dirò quello che ho da dire.
Premetto che il genere un po’ “visionario” (non conosco la giusta terminologia fantasy), non mi attira molto tranne qualche raro caso come Alice nel paese delle meraviglie di cui ho letto anche il libro.
Alloraaa XD La protagonista è stupida, tanto stupida e anche drogata-alcolizzata. Ho capito che l’intento era parodico quindi non ho niente da dire a riguardo. Si può scrivere un romanzo usando la tecnica dell’antitesi tanto cara a Parini (dire una cosa ma pensarne un’altra) e sono sicura che tu volevi appunto far notare quanto stupide siano certe ragazzine che leggono fantasy e che si credono ginius della letteratura.
La seconda parte è un po’ troppo veloce. Nel senso che non riesco a capire per bene certi passaggi e nemmeno a capire cosa frulla in testa alla protagonista. Insomma, questa Laura non riflette per niente. Va bene essere stupidi ma anche le persone stupide riflettono. Pensano cretinate ma lo fanno. Non amo la scrittura troppo veloce. Bisogna ponderare bene scene veloci con scene lente. In questo caso le scene d’azionee i dialoghi sono le scene veloci, con più punti e meno virgole. Le scene contemplative o riflessive, sono quelle ricche di descrizioni, pensieri ecc.
Il problema è che non vedo riflessioni nè da parte di Laura nè da parte del narratore. Voglio ammettere che Laura sia stupida però questa sua stupidità non viene abbastanza derisa dal narratore. Non so spiegarmi bene forse XD
comunque l’idea di base mi piace, solo bisogna rallentare un po’ il ritmo, secondo me. Il colpo di scena avviene quando in una situazione di calma apparente subentra il pericolo improvviso. Se non c’è la situazione di calma iniziale non riesci a fare il classico “salto dalla sedia”.
ciao^^
agosto 17th, 2009 at 12:40
Oh no. Avete dato la pappa ai troisiani per vendicarsi :°.
agosto 7th, 2009 at 12:11
Ho letto 1/4 del libro circa…
Sono d’accordo sul fatto che in diversi punti la stupidità di Laura sia eccessiva.
- Troppo poco credibile, e non diverte nemmeno (esempio: il suo tentativo di scrivere la storia sulla principessa).
- Incoerente con altri ragionamenti abbastanza acuti (esempio: quello che fa per capire al volo dov’è l’antidoto).
In generale non mi sembra così male, una lettura scorrevole e piacevole. Ma da qui a spenderci 15 euro… =P
Forse però andrò avanti.
Mettersi a fare deduzioni sulla psicologia di Gamberetta a partire da questo libro mi sembra un’assurdità. Inoltre non me ne frega proprio nulla se l’autrice è buona o cattiva, triste o felice. Mah, poi ognuno è libero di scrivere ciò che gli pare…
luglio 28th, 2009 at 18:57
@Cafeine: Sono d’accordo con quello che dici in linea generale. Ma se persone come Gamberetta fanno di questo problema un crociata, è per un’ottima ragione: che come quest’ultima sottolineava, ogni nuovo libro che viene pubblicato (e specialmente se da una grande casa editrice) occupa spazio – molto spazio (in termini di spazio fisico nelle librerie, e in termini di destinazione di spese da parte delle case editrici). Spazio che avrebbe potuto essere utilizzato per promuovere libri migliori. E quando un libro non è che l’inutile ripetizione di tanti libri uguali già scritti dieci e venti e trent’anni prima, di sicuro lo spazio che occupa è uno spreco immane, e un danno per tutti quei libri originali e meglio scritti che ‘non ce l’hanno fatta’. Ne parlava proprio Gamberetta in uno dei suoi vecchi post – purtroppo non ricordo quale, ma era molto interessante.
Per quanto riguarda le mie scelte personali, non c’è problema: sono sempre riuscito ad evitare di leggere i libri della Troisi e di Brooks (ci ho dato una rapida occhiata, e tanto m’è bastato), e se ho letto tutti e sette gli Harry Potter, è solo perché avevo cominciato a seguire la saga a 12 anni e mi sentivo in dovere di chiuderla. Insomma quando scelgo che libri comprare e leggere vado abbastanza a colpo sicuro x°D
luglio 27th, 2009 at 19:16
@Volpina. La rottura della katana con la nodachi è inverosimile, lo so, ho sacrificato un po’ di verosimiglianza per l’effetto scenico (come anche le scintille).
Tieni conto che quando ci sono gli Spiriti parliamo di un’arma magica infinitamente affilata, in grado di tagliare la Realtà stessa. Se Laura solo appoggia la spada contro qualunque cosa che non sia un’altra spada magica, lo taglia.
La pistola: lì è realistico. Infatti:
a) Ryuneko è un mostro enorme.
b) Laura spara a bruciapelo.
c) Laura è seduta, non in piedi.
d) Il rinculo è tenuto in considerazione: fa alzare la mira a Laura dopo ogni colpo (i proiettili colpiscono dall’inguine al collo). Ma contando la grandezza del mostro, la vicinanza e il fatto che Laura non è in piedi, non è improbabile che tutti i colpi vadano a segno.
Comunque sono molto felice che nel complesso ti sia piaciuto. ^_^
luglio 27th, 2009 at 18:45
Allora, ho appena finito di leggere e, anche se mi è piaciuto molto, la parte più legata all’azione mi ha lasciata leggermente interdetta.
La cosa che mi ha colpita di più è stata questa frase:
La katana è un’arma molto affilata e sottile, e questo ne fa un’arma estremamente fragile. Solo che la sua conformazione è fatta in modo da avere un punto di equilibrio in cui è estremamente resistente. Quel punto di equilibrio è ovviamente il filo, e l’unico modo per parare con una katana senza romperla è appunto parare con il filo. (Non so poi se questo valga anche per altri stili di combattimento, ma mi sembra logico pensare che tre centimetri di acciaio siano più resistenti di mezzo.) Per questo motivo la katana è un’arma incredibilmente difficile da usare, al punto da rischiare di spezzarsi in mano ad un dilettante.
Non quanto conoscia Mishima, ma la sua morte è un buon esempio di questo: si uccise nel 1970 con il seppuku. Il seppuku è un rituale complicato che richiede, oltre allo sventrarsi la pancia, anche la decapitazione. Ma l’uomo che doveva decapitare Mishima, con una katana, appunto, pure essendo addestrato ad usarla, non era ai livelli di un samurai e non ci riuscì al primo colpo (condannandolo tra l’altro a un orribile agonia, mentre con più e più colpi tentata disperatamente di staccargli la dannata testa). In altre parole, il fatto che una ragazzina, tra l’altro stupida, che prima di allora non aveva mai preso in mano una katana riesca in quattro e quattr’otto a menare fendenti furibondi, che sbudellabano, staccavano teste e trafiggevano cuori, mi sembra un pochino eccessivo.
Questo vale anche per la pistola. Qualche tempo fa un mio amico, parlando dei tempi del militare, mi raccontava quanto fosse difficile sparare. Diceva che, anche se erano fisicamente prestanti, e anche se erano stati avvertiti, quasi tutti quando hanno sparato la prima volta hanno subito perso il controllo dell’arma per via del rinculo. Non che le cose migliorino molto col tempo, lui alla fine dell’addestramento, con una beretta non riusciva a mettere a segno più della metà dei colpi. Invece Laura, che sicuramente non è forte come un militare, che visto che è stupida sicuramente non sa del rinculo, riesce comunque a centrare Lord Ryuneko con tutto il caricatore. E non è l’unica occasione, Laura non manca mai nessuno quando spara, in tutto il libro. Al contrario, quando sono gli altri a sparare a lei, la mancano quasi sempre.
Questi errori non possono essere giustificati dal fatto che la narrazione vuole assomigliare ad un manga, in quanto i giapponesi il kendo lo conoscono ed è raro che in un manga ci siano strafalcioni su come si usa una katana, lo stile manga giustifica tuttalpiù lo spostamento d’aria che taglia a metà le poltroncine.
E risolvere la situazione con un “sta narrando Laura e Laura è scema” è accettabile solo per elementi minori, come il già citato spostamento d’aria, e non per cose che influenzano fortemente la trama. Altrimenti questa diventa una scusa buona per giustificare qualsiasi tipo di errore o superficialità, in una maniera non molto diversa dal “ma in fondo è fantasy!!!”.
luglio 27th, 2009 at 12:40
@tapisroulant:
Io ho letto veramente di tutto, ed ho una discreta cultura anche riguardo il fantasy. Nonostante ciò, ho tutta la saga della Troisi ed ho apprezzato molto Harry Potter, pur non avendo mai avuto i poster di Sennar ed Harry in camera.
In fondo noi stiamo parlando di personalissimi e insindacabili gusti.
Ed i gusti sono incoerenti.
Vai a sapere cosa ho trovato negli imperfettissimi libri del Mondo Emerso: probabilmente la stessa passione che mettevo io, ragazzina, nei miei tentativi di romanzo. A volte sono rimasta stupita dalla somiglianza assurda tra i miei racconti da adolescente e i suoi libri Mondadori.
La cosa che in questo blog nessuno riesce a capire o ad ammettere è che leggere un libro non significa fare una scelta di vita.
D’accordo, a volte ti rode spendere 18 euro per una schifezza, ma basta documentarsi e ponderare bene gli acquisti, o comprare i Tascabili per ridurre il danno!
Tra lo schifo assoluto del tipo Bryan di Boscoquieto all’eccellenza di Good Omens ci sono taaaaaaaaaaanti gradini, tantissime sfumature di bruttino, bruttarello, carino, caruccio, simpatico, piacevole, leggibile, eccetera.
Per quanto mi riguarda, leggere un libro ben scritto, anche se non originalissimo, è comunque un passatempo piacevole.
Se voglio avere le palpitazioni, leggo Nabokov.
Se voglio poltrire sotto l’ombrellone o sul divano, prendo Licia o la Rowling.
Se non voglio leggere, non leggo.
Se sono stanca di Luce contro Oscurità, leggo la Rice che è tutta tenebra.
Se sono stanca del fantasy in generale, leggo altro.
Tutto sta nello scegliere il libro giusto al momento giusto. E neanche il libro sbagliato lascia ferite inguaribili: basta chiuderlo e mandarlo a quel paese.
Evidentemente tu non hai abbastanza esperienza, perchè dopo aver letto schifezze e capolavori, impari a riconoscere a prima vista il libro che può piacerti, e ad evitare quelli che ti spingono al suicidio!
luglio 27th, 2009 at 10:30
@Fos: Sì, sono d’accordo, c’è bisogno anche di quelle storie. Ma il punto è: di quelle storie, ce ne sono già in abbondanza. Ce ne sono talmente tante che probabilmente uno potrebbe leggerne per tutta la vita e morire senza averle esaurite tutte. Quindi, che motivo c’è di scriverne ancora? Scriviamo di altro, invece – di quell’altro di cui, di roba in circolazione ce n’è davvero poca. Tanto più che nel fantasy, genere per definizione molto più statico e conservatore rispetto ad altri reami del fantastico, un romanzo scritto oggi non è molto diverso per temi, ambientazioni e idee rispetto ad uno scritto cinquant’anni fa, per cui non si può nemmeno dire che scrivere oggi un nuovo Earthsea darebbe al genere una prospettiva del tutto diversa.
luglio 27th, 2009 at 09:13
Eppure Cafeine in un certo senso ha ragione: alla fin fine abbiamo bisogno ANCHE di storie classiche, con il buono, il cattivo e il lieto fino. Ci tranquillizzano e permettono di spegnere il cervello per qualche ora, di rilassarci con una lettura piacevole ma non impegnativa.
Poi è ovvio che quelli che concorrono per entrare nella storia della letteratura sono altri.
luglio 26th, 2009 at 20:11
@Cafeine: Il tuo criterio di valutazione del valore letterario dei bestseller mi sembra sbagliato. Ora mi spiego meglio.
Tu affermi:
E anche dai discorsi precedenti, mi lasci intuire che per te i romanzi fantasy più belli sono quelli che hanno avuto più successo.
Ma in questo ragionamento c’è un presupposto erroneo. A decretare il mega-successo di un’opera è, per una questione semplicemente numerica, di massa, il pubblico dei non appassionati, dei non esperti. Nella maggioranza dei casi, chi legge Harry Potter e Licia Troisi, magari anche trovandoli bellissimi, nella sua vita non ha letto, di fantasy, nient’altro che Harry Potter e Licia Troisi. E quindi, in mancanza di altre pietre di paragone, questi libri gli sembreranno originalissimi, pieni di inventiva e di immaginazione. Se soltanto avesse avuto quattro o cinque anni di letture di fantasy alle spalle, probabilmente nel leggere Harry Potter o la Troisi si troverebbe a sbadigliare di noia. Coloro che sono meglio in grado di valutare la bellezza di un fantasy, è il caso di dirlo, non è la massa, ma potremmo chiamarli gli ‘esperti di settore’: coloro che hanno letto tanto fantasy e conoscono il panorama letterario, che insomma hanno esperienza alle spalle. Il mio non è un attacco di boria intellettuale o di elitismo. Basta pensare ad alcuni paralleli: come solo i fisici sono competenti di giudicare l’esito di un esperimento fisico, come solo i giuristi sono in grado di valutare correttamente il peso legale delle azioni dei cittadini nella comunità, etc., così solo chi ha letto molti fantasy può giudicare in maniera obiettiva se un tal libro fantasy è più degno di altri di esistere (il che non significa che chiunque non possa farsi un’opinione personale su ciò che legge, così come ognuno può studiare per conto suo fisica e trarne le conseguenze che preferisce).
Io non ho letto moltissimi fantasy, ma comunque abbastanza per poter dire: le storie tradizionali, con l’eroe della luce, la lunga quest e il Signore del Male le aborro profondamente, le reputo uno spreco di inchiostro. E a chiunque voglia scrivere di fantasy, non posso che pregarlo di essere originale, creativo e insolito: che preferisco cento libri senza senso come quello di Gamberetta ad un solo altro capitolo della sensatissima saga di Shannara.
luglio 26th, 2009 at 13:17
@Angra
E’ raro, ma volte succede =)
Per fortuna esistono scrittori come Neil Gaiman o Terry Pratchett!
Io parlavo del fantasy tradizionale: lì ormai è difficile tirar fuori qualcosa di nuovo, dato che gli ingredienti alla fin fine sono sempre gli stessi. Però si può cercare di scrivere qualcosa di bello e ben fatto.
Anch’io sono molto critica e poco amante degli stereotipi: infatti il mio scrittore preferito è Stefano Benni, che fantasy non è sicuramente, eppure infarcisce i suoi libri di una buona dose di assurdità, spiritelli, demoni, fantasmi, guerrieri, dei e stregoni…
Ma come lui ce ne sono pochi.
Chi vuol scrivere un fantasy originale a tutti i costi, nel 99 per cento dei casi farebbe meglio a non iniziare per niente.
luglio 26th, 2009 at 10:35
Però non basta il “famolo strano” a rendere avvincente un romanzo.
La quantità di bizzarria e “originalità” non è direttamente proporzionale all’interesse suscitato.
Io per esempio sono di quelli che “Le Avventure della Giovane Laura” non è neanche riuscito a finirlo. Sì, il personaggio voleva essere la rappresentazione di una ragazzina imbecille, ma è talmente stupido da suscitare repulsione (e la conseguente mancanza di interesse per quello che le succede). Tra l’altro, nonostante non conosca neanche la grammatica base, se ne esce di tanto in tanto con battute brillanti (primo incontro con Carlo, scena del taxi) completamente fuori dallo spirito del personaggio.
Sì, succedono tante cose (pure troppe), ma sono così gratuite e fini a se stesse da diventare un susseguirsi di scenette senza capo né coda. E senza divertimento. E non parlo -come è già stato detto- di un fantomatico messaggio da dover ricercare, ma di pura e semplice trama.
Per il resto, Gamberetta, penso che tu scriva bene e abbia delle potenzialità. Ti auguro sinceramente un buon lavoro per i tuoi prossimi racconti e ti ringrazio per le tue recensioni, divertenti quanto utili =)
luglio 26th, 2009 at 08:08
@cafeine:
Sì. Però ora che l’ho ascoltata vorrei ascoltarne delle altre.
luglio 26th, 2009 at 01:48
@Angra:
è un dato di fatto. I migliori libri fantasy, ed anche i peggiori, alla fin fine parlano di questo. Quello che fa la differenza è COME ne parli: è questo a creare un abisso tra Tolkien e la Strazzulla, o tra Le Avventure Del Mondo Disco e le Avventure della Giovane Laura.
Si può scrivere un bel romanzo anche sfruttando il vecchio copione Eroe Prescelto con Spada Magica contro Oscuro Signore.
Ma creare un intero mondo e dar vita a personaggi veri, non a stereotipi telecomandati, bhè…è lì che sta la vera arte, la vera originalità.
A parte questo, considera Star Wars, il Signore degli Anelli ed Harry Potter, delle saghe entrate ormai a far parte dell’immaginario collettivo: di cosa parlano?
Di eroi un po’ sprovveduti e molto umani che si ritrovano ad essere paladini del Bene e della luce contro l’Oscurità.
Considerato il successo immenso che hanno avuto nel tempo e nel mondo, non ti sembra che raccontino la storia che tutti vogliono ascoltare?
luglio 25th, 2009 at 19:00
@cafeine:
Io ci andrei piano coi plurali…
luglio 25th, 2009 at 17:22
Bhè, e adesso che si fa?
Dopo una vita passata a sbranare letteratura altrui con insolita ferocia, ecco che si fa l’errore di esibire al pubblico il proprio romanzo.
Che, rispondendo a una delle domande, se ci avessi speso 17 euro per (non) leggerlo, mi sarei sparata in un occhio.
Sai scrivere molto bene. Il problema è che con il chiodo fisso di essere originale e di distinguerti da Licie e Strazzulle, commetti l’errore opposto: cadi nel demenziale più puro.
Per prima cosa, infrangi una delle regole-cardine della letteratura: come si fa a provare un minimo di simpatia o perlomeno di vicinanza emotiva per un personaggio stupido, ignorante e incapace?
In realtà tutti i difetti di questo romanzo sembrano gli effetti collaterali di troppi anime e manga: l’umorismo che non fa ridere, l’incapacità di creare uno sfondo più che un semplice contorno, i personaggi campati in aria eccetera.
Per quanto riguarda i nekomata…mi vengono i brividi soltanto a leggere una parola del genere in un libro! Il giappone ai giapponesi!
Anch’io scrivo, e leggo, ed ho capito una cosa: ci sono storie che sono state raccontate all’infinito, ma sono le storie che noi VOGLIAMO ascoltare. A undici anni, tutti noi aspettiamo una lettera che ci inviti alla scuola di magia, e tutti noi abbiamo sognato di essere gli eroi di un’altra dimensione, o i guerrieri prescelti, o i protagonisti di una storia d’amore immortale. E’ sempre stato così e sempre lo sarà: continueremo ad avere signori oscuri e spade fatate, draghi e principesse, e non ne avremo mai abbastanza.
Guarda caso, c’è una versione di Cenerentola per ogni angolo del mondo.
Scrivere un fantasy senza Signori delle Tenebre e guerriere piagnone non significa necessariamente scrivere un buon fantasy.
E il grandissimo Terry Pratchett non ha mai letto manga.
Dunque, metterei la Giovane Laura a far compagnia a Bryan di Boscoquieto. Potrebbe nascere un amore, chissà.
luglio 23rd, 2009 at 01:29
@ Non Ti Dico Il Mio Nome Gné Gné Gné
Va bene che ormai prendere per il culo gente che scrive con la “k” è diventata una moda nel mondo di internet, rimane il fatto che il commento di Venzo è sensato. Ok, è sgrammaticato, ma ha scritto un suo parere in modo abbastanza coerente e costruttivo, perchè denigrare? Persone come te mi fanno venire l’appendicite
luglio 21st, 2009 at 20:01
Venzo, se vuoi ti presto la mia Grammatica.
Vedrai, sarà una lettura tanto interessante e piacevole… + dll troisi!!!!!!!!!!!!111
luglio 21st, 2009 at 19:37
ciao a tutti.. ho finito ieri di leggere le avventure della giovane laura e volevo lasciare un commento (spero costruttivo) sull’impressione che mi ha fatto
delle 3 parti l’unika ke aveva un senso per me e’ la prima c’era una costruzione preimpostata bene e un filo logico che mi e’ piaciuto, c’e’ un po’ di tutto problemi che affliggono la protagonista, amore, uno scopo (difendere la spada) l’unika cosa ke nn mi e’ piaciuta e’ la scelta del nemico… i nekomata… (capisco ke sarebbe stato scontato scegliere elfi o orchi o nani… etc.)
per il resto devo dire che mi ha annoiato, la seconda e terza parte e’ come un alice nel paese delle meraviglie che va avanti tanto per andare avanti allo sbando… ad esempio ci mette troppo per arrivare alle fate (strano poi l’uso delle fate come antagoniste… e strano che gnomi, elfi e gli altri abitanti del paese si comportano allo stesso modo (cioe’ mi spiego meglio: potrebbero essere benissimo tutti umani o tutti broccoli o qualsiasi altra cosa, nn ce distinzione.. come dire.. razziale)
seconda e terza parte sono come un disegno in cui laura e’ ben definita e colorata (per come la si vuol intendere problematica e.. frivola????) mentre il resto e’ tutto scarabokki…
ti confesso gamberetta che ho finito di leggere solo xk’ mi piace il modo in cui recensi i libri.. se no nn avrei nemmeno finito…
questo sulle scelte di soggetto/ambientazione…
sulla scrittura mi piace come scrivi.. lo show don’t tell c’era se voliamo dirla cosi’
ti faccio un enorme in bocca al lupo sulle tue prossime creazioni
luglio 21st, 2009 at 15:59
@Diarista incostante: Sono d’accordo, e chiedo scusa a Gamberetta per aver insistito su di una discussione ormai andata pesantemente OT. Chiedo scusa anche a te: non volevo risultare pedante, d’altronde ho finito per esserlo perché nelle discussioni preferisco essere troppo preciso (e puntiglioso) piuttosto che troppo poco. Non penso che tu sia una psicopatica egocentrica, e se ho detto ’senza offesa’ è proprio perché il fatto che tu parlassi delle tue esperienze non mi aveva dato fastidio o altro. Semplicemente, ritenevo un errore logico parlare della tua esperienza quando il discorso principale partiva dalle possibilità generali di base dello scrittore (e prima ancora, da King). Tutto qui. Non c’è bisogno che ritratti nulla.
luglio 21st, 2009 at 15:40
Oh tapirulant, mi stai sfrucugliando quello che non dovrei anatomicamente possedere, e anche io te lo dico senza offesa!
Io mi riferisco principalmente alla mia esperienza e a quello che ho letto perchè (a scelta)
1) non ho la pretesa/abilità/voglia di fare un discorso sulle meccaniche dei massimi sistemi universali
2) perchè tu stai parlando con me e non con 1000 persone in una volta
3) perchè non immaginavo che la cosa ti potesse stare sulla punta, dato che non c’era intento da parte mia di sviare l’argomento da un contesto a te gradito a uno a te sgradito
4) perchè sono egocentrica compulsiva con la tendenza a voler risultare il centro dell’universo e la voglia di ridurre la gravità planetaria a un punto geometrico coincidente con il punto nero che ho in mezzo alla fronte (scegli questa, ti darà soddisfazione pensarlo)
Ho scritto che le storie si scrivono da sole (con licenza poetica da simpatica metafora new age e concedimela almeno stavolta, non essere asfissiante), e continuo a crederlo, perchè so cosa intendo quando lo dico e so che è vero in molti casi. Ma dato che fai le pulci alle virgole ritratto tutto.
Quello che intendevo scrivere è questo:
le storie che piacciono a me si scrivono da sole.
E per renderti ebbro e felice dirò che sì, King si autogiustifica, è un debole e un pigro e un ex tossicomane che tra le varie cose ha trasferito nel protagonista di misery la sua voglia di uscire dalla dipendenza. D’altronde non ci sono più gli scrittori di una volta.
Non sto cercando di sminuire nè te nè le tue opinioni, intendiamoci bene, ma avendo seguito alcune tue precedenti discussioni con gamberetta so cosa dico quando affermo che voglio chiudere qui adesso.
Non penso tu abbia scritto cazzate: è vero che ci sono diversi modi di scrivere, è vero che farsi trasportare dai personaggi è solo uno di essi, è vero che la deboscia attuale è tale che alcuni scribacchini si autogiustificano come King e danno ai personaggi la colpa della loro inettitudine.
Prendo atto di questa cosa e ne faccio tesoro. Però adesso basta, stiamo abusando di questo spazio, chiudiamo qui. Per piacere.
luglio 21st, 2009 at 14:25
Diarista Incostante ha scritto:
Anch’io credo sia un’ottima cosa quando i personaggi cominciano ad “agire da soli”: è probabile che siano stati ben costruiti, con una vera personalità, e che lo scrittore sia in uno stato di grazia mentre scrive. Questo non vuol dire che la trama vada a casaccio, anche perché poi c’è il lavoro di revisione.
luglio 21st, 2009 at 13:46
@Diarista incostante: Non capisco perché devi sempre rapportare tutto quello che dico a come scrivi te, io facevo un discorso di portata generale, sui modi di scrivere, e francamente non trovo molto probante che a te piaccia lasciarti prendere dal batticuore e dall’inaspettato quando ti metti a sviluppare la tua storia, mentre le trame granitiche ti annoiano. Il problema è tuo, appunto: non vedo cosa c’entri con ciò di cui stavamo parlando. Senza offesa.
Per quanto riguarda le questioni di carattere generale:
- Misery in linea generale mi piace. E’ il finale che non mi piace.
- Io non condanno la linea di chi decide di farsi ’stregare’ dai propri personaggi e di assecondarli: anzi, l’ho evidenziata come una delle due valide scelte possibili. Quindi non ho nulla contro questo atteggiamento. Ciò che condanno è chi sostiene: “Poiché i miei personaggi sembravano andare in questa direzione, io dovevo assecondarli o non sarei stato onesto!”, affermando così una sorta di dittatura del personaggio e ponendo questa possibilità narrativa come l’unica legittiima. Mia impressione è che King tenda spesso ad affermazioni del genere.
- Il mito della ’storia che si scrive da sola’ non ha nulla di sbagliato finché resta ciò che è, ossia una simpatica metafora, un’immagine letteraria dal sapore un po’ new age: insomma, un modo di dire. Ma come ho già detto, il problema è che molti supposti autori ormai non la intendono più così, ma come un fatto, una verità dello scrivere. E qui si torna al problema che ho evidenziato nel passaggio precedente.
luglio 20th, 2009 at 15:12
Falso. Questo è come dire che siccome i mammiferi discendono dai rettili allora mio nonno era un tirannosauro. Si chiama forzatura.
La strazzulla dice che le piace starnutire, e che facendolo scrive, io dico che mi piace scrivere e facendolo a modo mio preferisco privilegiare prima lo sviluppo dei personaggi e poi quello della trama, quindi subordinare la seconda ai primi, perchè così mi diverto. Sono cose diverse e di quel bel po’.
(Cosa volevi scrivere quando hai battuto “deteriori”?)
Non ho mai detto che quello lì fosse l’unico modo in assoluto di scrivere misery, ho detto che king commenta lo svolgimento del suo romanzo attribuendo alle risorse del protagonista il motivo per cui il racconto è diventato un libro, e che capisco perchè come autore abbia deciso di lasciarsi sopraffare dal suo personaggio facendo diventare misery un libro invece che incaponirsi a farne un racconto. L’atteggiamento di fondo che l’ha spinto in quella direzione mi trova d’accordo, se non il risultato finale, cioè il libro così come lo vendono in libreria.
Condannare la storia che si scrive da sola perchè misery non ti piace è esagerare. Se domani scoprissi che il tuo romanzo preferito “s’è scritto da solo” cosa faresti? Lo bruceresti? Andresti a lamentartene dall’autore? Ci sono storie che si scrivono da sole orribili ma ce ne sono altrettante di valide, è un fatto.
Il metodo in sè non ti piace, s’è capito. Beh, ma non usarlo. Condannalo pure quando ti capita davanti un autore che ha scritto in quel modo un libro orrendo. Ma abbi l’onestà di riconoscere che può funzionare quando ti avrai davanti una storia scritta in quel modo e allo stesso tempo valida.
Non ho mai parlato di complessità. Un personaggio non deve essere per forza complesso per essere buono, e viceversa, non tutti i personaggi complessi sono credibili.
Se sei sinceramente convinto di quanto scrivi e cioè che creare personaggi veri che si incastrino alla perfezione con la trama precostruita che hai in testa sia possibile (alla prima o alla decima stesura, tornando indietro una o venti volte, non ha importanza) e ti trovi bene facendolo e riesci ad attuare tutto questo, tanto di cappello.
Io non scriverei mai così, non ci sarebbero sorprese, niente batticuori, niente mistero per me che scrivo, solo artigianato trascrittivo della grandiosa idea che potrei aver in testa. Per carità: grande abilità nel costruirsi quel quadro complessivo in testa, genio addirittura. Ma a scrivere così mi annoierei e basta, è un limite mio.
Adesso spero sia tutto più chiaro perchè questi papiri iniziano a prendermi un po’ troppo tempo.
luglio 20th, 2009 at 13:24
@Diarista incostante: Io non scrivo in modo acido, io scrivo in modo limpido e chiaro in modo tale che le mie intenzioni non possano essere fraintese. Ma a quanto pare non sono bravo abbastanza, perché sono stato frainteso (o non capito) comunque. E vabbé. Andiamo con ordine.
Ma non solo fisicamente: non si scrivono da sole nemmeno in senso figurato. Ed è una scoperta così banale, così scontata, così alla portata di tutti, che decine di autori là fuori si servono della scusa della storia che si scrive da sola e dei personaggi che non si lasciano scrivere in modo diverso, per deresponsabilizzarsi e giustificarsi a chi lamenta dei loro difetti. Guarda che l’affermazione della Strazzulla che scrivere è come uno starnuto, una cosa che ti viene naturale, così com’è, etc., è direttamente figlia di quest’affermazione che tu difendi, cioè che le storie è come se si scrivessero da soli. Ed è una scoperta così banale, che tu stesso affermi:
Ora, ho capito che stai parlando in linguaggo figurato; non è quello il punto. Il punto è che tu, come moltissimi fanno, utilizzi questo leit motiv della storia che si scrive da sola per dire ‘questo era l’unico modo naturale e onesto per scrivere Misery!’, e ‘King sarebbe stato disonesto se l’avesse scritto diversamente’. Ora, è per evitare affermazioni deteriori come questa che io condanno in blocco l’idea delle storie che si scrivono da sole.
E anche qui, puoi anche dire che le mie affermazioni sono banali, ma risulta che non hai capito ciò che ho detto. Pertanto, cercherò ora di risolvere le ambiguità del mio discorso. Io non ho mai posto la scelta nei termini di: o fai dei personaggi complessi e coerenti, e ti adegui a quelli, oppure fai una storia granitica, che segua i tuoi intenti iniziali, e sfanculi la complessità dei personaggi. Anzi, mi sembra di aver detto proprio il contrario. Ossia che, se vuoi fare un lavoro fatto bene, e vuoi mantenere la trama così come la volevi, allora devi compiere lo sforzo di ridisegnare i tuoi personaggi, in maniera altrettanto complessa, ma in modo tale che ora la loro personalità vada nella direzione voluta dalla tua idea di trama. La ‘complessità’ di un personaggio non va in una direzione sola: se sono riuscito a creare un personaggio complesso che fa certe scelte, posso rifarlo altrettanto complesso anche se fa scelte radicalmente opposte. Quindi non devo sacrificare proprio un bel nulla a quella che tu chiami ‘trama granitica’. E a proposito di quest’ultima: io non ho mai detto che quando un romanzo sottomette i suoi personaggi alla trama che ha in mente, poi questa trama debba essere granitica. Può andare incontro anche lei a trasformazioni, come spesso accade, e anche rivolgimenti totali; senza però che questo sia dettato da personaggi che crescono in modo inaspettato. Quindi di fatto il tuo aut aut è semplificatorio ed errato.
Ora, se per adeguare il comportamento dei personaggi alla trama che ha in testta, l’autore deve riscrivere la loro psicologia 20 volte, significa che c’è qualcosa che non va in lui, decisamente. Forse a livello inconscio rigetta quella trama, dato che continua a costrire e ricostruire personaggi che non funzionano. O forse semplicemente non è capace di costruire dei personaggi in armonia con quella trama. Allora, davvero, è meglio che cambi trama o che cambi mestiere. Ma è assurdo anche solo prendere in considerazione un caso del genere come fosse la norma. In realtà, è sufficiente che uno scrittore a un certo punto si accorga che personaggi e sviluppo della trama non vanno più d’accordo, e fare UN cambiamento maggiore (in una direzione o nell’altra) oppure più cambiamenti minori, e poi riprendere da dov’era rimasto. Fine.
luglio 20th, 2009 at 12:11
E il premio per la scoperta dell’acqua calda 2009 va a… rullo di tamburi…. indovina un po’.
Ma certo che le storie non si scrivono fisicamente da sole, è ovvio che sia tutto un gioco di intenzioni iniziali e sviluppi successivi.
Ora tutto sta nel capire bene cosa sia meglio. Creare personaggi talmente sfaccettati e complessi che “prendono vita” (le virgolette le hai viste? Virgolette. Virgolette. Non sono davvero vivi!!!!!!! Avvertenza per i più piccoli: non sono vivi, capito? Non innamoratevene! Ok, ci siamo tutti?) o storie elaborate in partenza che filino via come una macchina ben oliata.
Scegli tu. Ognuno scelga. Io preferisco personaggi credibili che mi rendano difficile la vita e che mi obblighino a dar fondo a tutte le mie risorse e che mi divertano mentre ne scrivo.
Dire “le storie si scrivono da sole” riassume tutto questo in 6 comode parole. Anche perchè le trame monumentali e granitiche, non scalfibili da nulla perchè l’autore ha cristallizzato in testa dove vuole andare a parare, sono pesanti da non dirsi, e spesso condite da personaggi artefatti, legnosi, niente più che burattini (Ah, Twilight!). Autore decide, personaggio x esegue, storia procede, parola fine sopraggiunge, lettore chiude libro, lettore spegne luce, lettore dorme.
Leggere e scrivere sono azioni senzienti, volontarie, faticose, ma comunque piene di sorpresa e scoperta, non di check list di eventi successivi da spuntare.
Deresponsabilizzazione-> Quello che metti sulla carta è ovviamente solo farina del tuo sacco. Chi scrive sei tu, sia che ti aggrappi alla tua trama di granito sia che usi dei personaggi problematici, quindi se il risultato è buono lode al merito, se fa cagare merda a carrettate, ma su di te non certo sulla storia in sè. Chi ha mai sostenuto il contrario? Qui hai mai sentito nessuno lamentarsi della “storia del mondo emerso”? No. Ma le invettive contro la troisi si sprecano. Secondo te come mai?
Tornare indietro-> Certo che si può. Si deve. Ma se per far andare una storia dove voglio io devo continuamente stravolgere gli attori che la “recitano” la credibilità sarà ottimale? La spontaneità del comportamento dei personaggi sarà genuina? Quando hai riscritto il carattere del tuo protagonista 20 volte e ti ha cambiato personalità come se fosse infestato da un poltergeist, che risultato speri di ottenere? Perchè alla fine conta che il risultato sia buono, non la storia che potevi aver concepito tu in una notte buia e tempestosa.
Acidità-> Trovo che una punta di bicarbonato sia l’ideale. Prova e magari fammi sapere.
luglio 20th, 2009 at 10:31
@Diarista incostante:
Ma certamente; purché non me lo spacci come l’esito naturale di quel plot.
A parte il fatto che non è vero. Io, personalmente, avrei preferito un finale molto più negativo; e non perché odiassi il protagonista o cose del genere, ma semplicemente perché mi sembrava più credibile, più coerente con il resto, e in effetti anche più interessante (il good ending di Misery è abbastanza banale e aggiunge poco al romanzo, come capita spesso con i good endings). Ma ammettiamo pure che il ‘lettore di massa’, che è poi quello che fa vendere tanto un libro, voglia che Misery finisca bene. Uhm… e chissenefrega? Lo scrittore deve sottomettere ogni sua scelta di contenuto ai gusti dei lettori? King non era costretto a seguire la consuetudine.
E su questo punto vorrei spendere due parole, dato che più o meno ormai questa idea demente delle storie che si scrivono da sole la condividono tutti. Ora… le storie NON si scrivono da sole, e i personaggi di un libro NON sono vivi! Perché dico questo? Consideriamo il caso che nomini: all’inizio pensavi di far comportare X in un modo, ma poi ti accorgi che tale comportamento non sarebbe coerente con il modo in cui X è ‘venuto fuori’ dalla pena e per onestà ti tocca cambiare le tue intenzioni e adeguarti alla personalità di X. Ora, qui non c’è una storia che si è scritta da sola. Qui c’è un autore che partiva con delle intenzioni, ma che mentre le scriveva le ha cambiate. X non è ‘vivo’, X è solo verosimile: ossia, l’autore è stato in grado di costruire una personalità coerente che segue un preciso schema comportamentale. Nel momento in cui l’autore si rende conto che ha creato (che LUI autore ha creato) una contraddizione tra personalità di X e comportamento che avrebbe voluto fare assumere a X, ha due possibilità davanti a sé, per mantenersi coerente: 1. Adeguarsi alla personalità di X e quindi cambiare il seguito del libro; 2. Mantenere uguale la trama del libro e, tornando indietro, cambiare la personalità di X. Se allo stato attuale non è coerente e onesto che X si comporti in modo Y, posso sempre tornare a pagina 15 e successive e cambiare X, in modo tale che poi possa fare Y. Posso fare una delle due cose, a seconda di cosa ritengo più importante, se il personaggio così com’è venuto, o la trama come l’avevo pensata – ma in ogni caso la responsabilità è interamente mia. Il che significa che: a. Le storie non si scrivono da sole, semplicemente ci sono autori che, per deresponsabilizzarsi un po’, o perché sono stupidi, preferiscono pensarla così. b. Scrivere una storia non è un processo a senso unico: posso tornare indietro quanto voglio e modificare tutti gli elementi che voglio in modo che la trama vada a parare esattamente dove voglio IO.
luglio 18th, 2009 at 12:27
@tapiroulant
Per questo il romanzo è avvincente. Sai che dovrebbe crepare da un momento all’altro, ma se la cava sempre e alla fine sopravvive
Non sono romanzi di suspence, thriller, azione. In questo tipo di romanzi dopo 300 pagine di equilibrismo tra la vita e la morte, se l’eroe muore t’incazzi a morte. King lo sa, in quanto lettore oltre che autore.
Non c’entrano i sensi di colpa, c’entrano le storie. Tu continui a ragionare come se la storia la decidesse a priori l’autore. Le storie fatte veramente bene si scrivono da sole. Puoi fare di tutto per convincere il personaggio X a comportarsi come ti piacerebbe, ma se sei onesto spesso e volentieri non ci riesci, e alla fine i personaggi fanno solo quel che vogliono loro, a partire dalle premesse che hai gettato tu autore.
luglio 18th, 2009 at 11:33
@Merphit: Okay, lieto che si sia chiarito l’equivoco^^
Ad ogni modo, io comprendo la tua costernazione; rimane il fatto che così facendo si confondono tre campi concettuali del tutto diversi, ossia il messaggio dell’opera, i messaggi subliminali, e le interpretazioni metaletterarie. I messaggi subliminali non ci riguardano, e li metto da parte (ma faccio osservare l’insensatezza di accusare d’essere un messaggio subliminale alle scritte ’sex’ o a tutti gli oggetti allungati, quando piuttosto il vero messaggio subliminale è la donna nuda nella pubblicità dell’orologio o della macchina; e in questo sono d’accordo con te circa la demenza di certi personaggi inclini all’inquisizione facile).
Ma quando tu dici, riportando un’opinione corrente, che Lo Hobbit è metafora della Prima Guerra Mondiale (come il fatto che Mordor nel SDA ricalchi le dimensioni della Germania nazista), non stai riportando quello che era il messaggio dell’opera; ma un’interpretazione metaletteraria. Ossia, un tentativo di risalire alla preistoria dell’opera (le esperienze che hanno indotto Tolkien a scriverla) o di darle una declinazione differente. La classica ‘interpretazione psicanalitica’ di un’opera d’arte, interpretazione alla Freud per intenderci, è un classico esempio di interpretazione metaletteraria. Ma questo ambito si discosta dal messaggio.
Io non ho letto ancora Lo Hobbit, anche se ce l’ho in libreria e mi ripropongo di farlo in futuro, quindi vado per ipotesi; forse, il messaggio di fondo del romanzo è soltanto creare una favola ambientata in un mondo ancestrale, che trae il suo humus dal folklore e della mitologia tradizionale, e che può essere fruibile tanto dai bambini quanto dagli adulti. Già questo sarebbe un messaggio. Probabilmente le cose sono più complicate e forse c’è dell’altro, ma non avendolo letto non posso appunto pronunciarmi. Già così, però, ho messo in chiaro cosa può essere un messaggio, e la differenza tra quello e: a. il moralismo sciatto; b. le interpretazioni metaletterarie. Ora, volendo Gamberetta potrebbe dire che, come Tolkien vuole solo raccontare una fiaba folkloristica, così lei vuole solo mostrarci un viaggio nel weird; ma come già detto nel vecchio intervento, in questo caso non tutti gli elementi tornano – e così ho rimesso le carte in tavola (ti rimando a quell’intervento per ulteriori specificazioni!).
Su Shining ci intendiamo: la questione dell’alcolismo etc. servono a dare sostanza e background alle frustrazioni del protagonista, oltre che a permettere a King l’identificazione catartica con lui, ma venendo al sodo, alla pura idea, credo si possa ridurre a quello che avevo detto prima: padre frustrato, insoddisfatto e violento che porta a piena coscienza l’odio verso la sua famiglia e decide di ucciderla. Ma in ogni caso, gli elementi che citi tu ruotano attorno allo stesso fulcro, e fanno parte dello stesso messaggio o idea, che è uno, ed è quello. Il fatto che non si capisca mai quali siano effettivamente le responsabilità delle forze del Male nella decisione di Jack, e se non siano forse tutte di Jack, non fa che accentuare la potenza di quel messaggio. Quindi, di nuovo, è il messaggio centrale dell’opera e la bravura nel renderlo a determinare in buona parte la bellezza dell’opera stessa (accanto, naturalmente, alle solite cose: stile piacevole, profondità dei personaggi, gestione coerente nel plot, capacità di avvincere, etc.).
luglio 18th, 2009 at 11:04
Sto leggendo Le Avventure della Giovane Laura, ma non voglio darne un giudizio complessivo, anche perché sono un lettore soprattutto di fantasy tradizionale (quello tutto gamberi, senza anguille, polipi o vongole…). Posso comunque dire che, al di là del genere o della trama, trovo la lettura scorrevole e divertente.
Mi permetto di segnalare due (piccoli) errori di forma trovati nel testo:
1) a pag. 21 la frase “In quarant’anni di peregrinazioni ne trovò mille di tali valorosi” è pesante, credo sia meglio togliere il ne o mettere una virgola dopo mille.
2) a pag. 26 la frase “Non ho assolutamente idea di cosa stiate parlando” andrebbe corretta con non ho assolutamente idea di ciò di cui stiate parlando, che però risulta pesante; quindi ancora meglio non ho assolutamente idea di ciò di cui parlate o di cosa stiate dicendo/chiedendo.
E’ un errore comune: parlare è verbo intransitivo che regge di, ma il di cosa è retto da idea e non può valere anche per parlare, quindi di non va omesso. Spero di essere stato chiaro e non troppo pedante.
luglio 18th, 2009 at 11:00
@ Tapiroulant
Ehi, ehi, ehi, non ho detto che sei un piromane, credo che hai frainteso :)
Il commento che ho lasciato non era finalizzato ad offendere nessuno (né te, né Gamberetta né chiunque altro). Semmai il suo fine è (a parer mio) dell’inutilità di inserire o intravedere PER FORZA in un romanzo dei messaggi morali.
Prendiamo, ad esempio, Lo Hobbit (di cui ho portato come argomento della tesina x gli Esami di Stato :P). Il romanzo è trattato principalemnte come una fiaba per bambini, eppure alcuni lo vedono come una metafora riguardo la Prima Guerra mondiale. Ovvero che persone umili come contadini sono costretti a partire (vuoi per l’amore della famiglia, vuoi per la difesa del proprio paese) per compiere gesta eroiche. Del resto, Tolkien andò in guerra come Fuciliere di Locashire, partecipando alla Battaglia delle Somme (gli eserciti britannici e francesi dovevano arrestare l’avanzata tedesca sul fronte francese). Si ricorda che, verso la fine del del romanzo, vi è la Battaglia dei 5 Eserciti (umani, nani, elfi, orchi e mannari selvaggi), forse per ricordare appunto dell’ultima guerra (il romanzo venne pubblicato negli Anni 30).
Credo che su Shiring ti sia scordato degli altri messaggi introdotti dal King, tra cui l’alcolismo (Stephen King è un ex-alcolista, e credo che abbia scritto un libro in proposito). Jack Torrance era un professore universitario e provetto scrittore, ma poi finì di essere dipendente dopo un largo abuso di alcolici. Questo gli provocò l’indebolimento dei freni inibitori, il quale gli causò la perdita del posto di lavoro dopo aver aggredito in maniera quasi mortale un suo studente. L’alcolismo, inoltre, comportò delle “crepe” nella sua famiglia, arrivando al punto di rompere il braccio a suo figlio.
Ecco, riguardo la follia credo che, dopo Lovecraft, il King sia un vero e proprio tessitore: Shining tratta principalmente di una famigliola non proprio felice che deve fare da guardia in un hotel, scoprendo in seguito che nella struttura vi è un’entità malvagia (forse Nyarlathotep?) che provoca una furia omicida nei suoi occupanti.
Ma King, del resto, non dice esplicitamente che la causa principale della follia omicida che possederà Jack sia dovuta all’entità in questione. No: potrebbe anche significare le conseguenze del disagio familiare (Jack alcolista e disoccupato, la moglie insicura e sospettosa e un figlio colto da crisi epilettiche dovute dal suo “amico immaginario”), e che forse il malvagio di turno non è altri che un capro espriatorio immaginario degli occupanti, i quali anzinché riconoscere ed affrontare le loro paure preferiscono rifuggere da esse, dando vita a un essere a cui addossare le proprie colpe (la quale potrebbe indurre a vere e proprie allucinazioni, l’ultima delle quali, appunto, la furia omicida di Jack).
Una cosa simile si può riscontrare ne L’Occhio del Male, sempre del King: la trama “dovrebbe” essere che uno zingaro lancia una maledizione al protagonista perché questi gli ha ammazzato la figlia investendola con la macchina, facendolo “scomparire” lentamente con la perdita di peso fino a ridursi in uno stuzzicadenti. Tuttavia, la maledizione potrebbe non essere dovuta all’intervento di forze occulte, ma dallo stress eccessivo causato dal timore del zingaro e dal rimorso di coscienza, e la paura potrebbe indurre alla perdita dei chili. Insomma, King riesce a far riflettere l’autore riguardo alla vera trama di ogni suo romanzo, se i suoi personaggi s’imbattono in mostri lovecreftiani oppure nella rapprestenzaioni delle loro paure. Ecco, questo è l’approcio che preferisco se si vuole introdurre dei messaggi, non come la Strazzu che c’è l’infila in un maniera esplicita e che banale sarebbe apprezzamento.
Poi, per quanto rigardua il CCSG: questi sono un gruppo di “cristiani” che vedono in QUALUNQUE cosa messaggi subiliminali di carattere sessuale/satanista/massonica e che a loro detta il mondo va a rotoli per colpa degli ebrei. Il fatto che mi fa arrovellare i miei BeyBlade sono la serietà con cui espongono i loro argomenti a dir poco assurdi, affermando con arroganza di avere ragione (ad esempio l’accusa della canzone Asereje e la difesa mossa nella canzone processata: ma il CCSG dice che la difesa “si arrampica sugli specchi” anziché riconoscere di aver preso una fuffa). Questi ti vedono i messaggi subilimanli perfino sui Puffi, come una propaganda del comunismo sovietico LOL
Se noi, anziché avere come editor dei pagliacci che non sanno fare il loro lavoro seriamente, avessimo dei veri e propri membri dell’Inquisizione questi non giudicherebbero i romanzi per la struttra narrativa o altre elementi: no, questi vedrebbero quelo che vogliono, dicendo cose del tipo “Questo libro nasconde messaggi di carattere sessuale (Boscoquieto)” o “Questo romanzo ha come basi messaggi satanici (Cuore d’Acciaio)” non solo brucierebbero i libri ma accuseranno i scrittori di eresia! Infatti Nicolas Eymerich (inquisitore catalano del XIV secolo, romanzato in seguito da Valerio Evangelisti) fra i libri inceneriti ha “aggiunto” un trattato sulla tolleranza religiosa tra cristiani, ebrei e musulmani di Raimondo Lullo, un filosofo spagnolo ma definito da Eymirch eretico e stregone.
Quello che volevo dire era questo: lungi da me l’intenzione di mancarti di rispetto… ma dopo aver navigato su quel sito, di “messaggi nascosti” campati per aria (ad esempio, su Gamveri Fantasy i gamberetti potrebbero essere dei 666 mentre i conigli hanno le teste a forme falliche) ne ho abbastanza.
luglio 18th, 2009 at 09:21
@Merphit: Io credo che te, e altre persone come te, continuiate a fraintendere le mie parole. Nonostante le mie ripetute precisazioni: ossia, che quando parlo di messaggio morale, o più genericamente di messaggio, idea, fulcro dell’opera, non intendo una sbrodolata moralista in stile Dickens, del tipo ‘bisogna fare del bene’ oppure ‘come si stava bene ai bei tempi di una volta’. Intendo semplicemente ciò che l’Autore vuole dire e trasmettere al lettore quando dice: ‘oh, adesso mi metto a scrivere un libro’ e lo scrive. E io credo – credo!! – che proprio questo messaggio, o idea, o fulcro, sia uno degli elementi fondamentali che determinano nel lettore il piacere della lettura (durante) e la soddisfazione nell’aver letto (alla fine). Facciamo un esempio pratico: Shining, che credo quasi tutti qui avremo letto.
Di cosa parla Shining? Di un uomo disperato e frustrato che si lascia corrompere dal male e tenta di ammazzare la famiglia per ritrovare una serenità perduta, di un bambino che ha conosciuto prematuramente la violenza e l’instabilità familiare, e del conflitto fra quello e questo. Sarebbe lo stesso se l’Overlook fosse abitato semplicemente da un fantasma assassino, da un serial killer, o da un mostro della progenie di Chtulhu? No: Shining è interessante precisamente perché c’è un padre che, plagiato dal Male, tenta di ammazzare la moglie e il figlio. Ed è forse interessante perché leggendolo mi viene da dire “uuh, ma com’è trasgressivo, il padre assassino!, questo è meglio di Freddy Krueger e di Jason messi insieme!!!”? O forse perché questo libro riflette, e fa riflettere (non in chiave etica!!! In chiave di mera analisi delle possibilità!), sul fatto che un padre normalmente buono, può arrivare ad odiare a tal punto la sua famiglia da volerla uccidere? E sulle risorse, normali e paranormali, che un bambino può tirare fuori per difendersi dal suo stesso padre? Dunque in Shining, che è decisamente un gran bel libro, abbiamo: una trama solida che ruota attorno ad una struttura centrale, non una semplice giustapposizione di scene; personaggi complessi che portano avanti con sé grandi conflitti morali; un’idea – messaggio di fondo molto forte e affascinante (un padre che desidera la morte della propria famiglia e si dispone a metterla in pratica, la famiglia che scopre l’orrore di questa decisione e tenta di difendersene).
Ecco, ora dimmi se ti sembro una di quelle persone che con un largo sorriso fanno i roghi dei libri ‘immorali’. -.-’
Aggiungo una cosa: ho visto Hostel e non mi è dispiaciuto. Ho letto La filosofia nel boudoir e Justine di De Sade con un certo divertimento (pur riconoscendo che Sade, a livello tecnico, non è ’sto gran scrittore).Ho difeso la persona di Ezra Pound, che pure era un fascista e un antisemita di quelli duri e puri. Non sono il tipo di persona o di lettore che evidentemente tu credi che io sia.
luglio 17th, 2009 at 22:07
Scusate se interrompo questa discussione…
A me, francamente, non importa se un romanzo debba o meno trasmettere dei messaggi (come Valerio Evangelisti e il suo Nicolas Eymerich). Io i romanzi li leggo principalmente perché mi piace leggere. Punto. Mica dobbiamo fare come la Strazzulla, che già all’intro de I Debosciati del Crepuscolo, appaiono (in maniera inforigurgita) messaggi morali. Un esempio di romanzo senza messaggi è Il Signore dei Tranelli, una brillante parodia del SdA… giuro, mi sono venuti i dolori alla mascella per le troppe risate.
Secondo me, è vero che i contenuti siano importanti… ma un romanzo viene pubblicato perché viene letto, non perché deve per forza avere dei messaggi nascosti.
… Mi sembra un pò fuori luogo, ma parlando di messaggi “nascosti” mi è venuto in mente il CCSG. Gamberetta, ringraziamo il cielo che gli editor delle case editrici non siano come questi qua, altrimenti oggi libri come Cuore d’Acciaio verrebbero buttati nel rogo.
luglio 17th, 2009 at 20:21
@Gamberetta: Possibile che mi sia spiegato male; in effetti è passato un po’ di tempo e dall’ultima visita e non sono in grado di riprendere il discorso negli esatti termini in cui l’avevo cominciato. Ma in realtà il succo rimane quello e non c’è contraddizione. Riprendo la citazione che tu riporti dal mio intervento più vecchio e la integro con quel che avevo scritto dopo:
Io non sto affermando che in Laura non ci sia un messaggio (caso in cui mi contraddirrei); ma che, o non c’è un messaggio, oppure c’è ed è quello. Delle due, l’una, m’ero detto. Poi ho letto il tuo intervento e mi sono risolto per la seconda ipotesi: il messaggio c’è ed è quello (la confusione può essere stata generata dal fatto che sostituisco il termine ‘messaggio’ con ‘centro’, ma in realtà mi riferivo alla stessa cosa, dato che ritengo il ‘messaggio’ essere il centro dell’opera).
Risolto il mistero dell’apparente contraddizione, torniamo a noi.
Quello che dici potrebbe essere vero. Come tu stessa hai detto, il tuo interesse principale era creare un tour de force del weird, di esperienze allucinate e compagnia bella. Si potrebbe considerare che il ‘centro’, l’interesse principale del romanzo, è solo quello. Okay. Ma ci sono dei punti che non mi convincono, quindi mi provo a insistere.
Se tuo unico interesse fosse il tour de force di cui sopra, avresti potuto imbastire chissà quante migliaia di storie differenti. Di tutte queste, tu scegli quella di una sfigata deficiente che vorrebbe scrivere un fantasy, poi si trova a vivere lei stessa da eroina fantasy, e di colpo precipita in un baratro di persecuzioni immotivate e gratuite. Perché proprio un plot del genere, se non eri interessata ad altro che allo weird? E non si può dire che la tua sia una scelta come un’altra: perché sul tasto della persecuzione e dell’assurdo ai danni di Laura insisti tantissimo (pure in modo un po’ forzoso, dicevo prima). L’elemento della persecuzione è sottolineato e ripetuto a tal punto che diventa per il lettore un elemento di primo piano, un centro focale dell’attenzione, in misura pari allo weird. Weird e persecuzione diventano così i due fuochi complementari attorno a cui sembra concentrarsi il romanzo: e non si può dire veramente che il primo sovrasti il secondo. Se poi vogliamo mettere il finale sul piano della verosimiglianza, quello che tu dici è corretto, ma allora che senso ha insistere ancora una volta sulla violenza insensibile della madre e poi delle suore del collegio? La madre può anche essere severa e inflessibile, ma nel vedere la figlia ridotta al lumicino forse chiamerebbe l’ambulanza piuttosto che menarla ulteriormente. Forse la manderebbe in un centro sociale o in una clinica, piuttosto che comunque dalle suore. Quella ulteriore violenza non è la cosa più verosimile in quel contesto. Quindi, in sintesi: l’elemento della persecuzione ai danni di Laura è un elemento non sono importante, ma centrale, quindi perché ha tanta importanza, se l’Autrice non nutre nessun interesse particolare in quella direzione? Al lettore verrà naturale ritenere o che l’Autrice è una sadica e non voleva dirgli niente, o che l’Autrice vuole dirgli qualcosa, attraverso quelle persecuzioni, e penserà quel messaggio di cui parlavo nell’intervento precedente: per l’appunto, una delle due possibilità da me prefigurate prima. E io dico che appare coerente e sensato, se non giusto, che una di queste due ipotesi sia corretta (ma continuo a propendere per la prima).
E’ quello che sto facendo: parlando con te, mi sforzo di mettere in luce quali fossero i messaggi o fulcri del romanzo, posto che ce ne siano. Ma rimango della mia idea, affermando che di messaggio vero e proprio ce ne può essere uno (oppure più d’uno, ma complementari tra loro), che costituisce il fulcro dell’opera; e quell’uno, o quei pochi, sono in una certa misura oggettivi, dati, non ‘a ciascuno il suo’. Se ogni opera contenesse tutti i messaggi possibili, tutte le opere sarebbero uguali, e sarebbe perfettamente inutile scriverle.
luglio 17th, 2009 at 19:47
@Tapiroulant. Anch’io senza fare polemica, ma deciditi. Qualche tempo fa scrivevi:
Adesso scrivi:
Dunque prima il messaggio non c’era e adesso è invece così evidente da soffocare la narrazione?
Comunque, che tu ci creda o no, anche il discorso che ho fatto sull’Universo che si accanisce, la mancanza di speranza, il dolore continuo, ecc. è campato per aria. L’ho inventato al momento come la storia di Bryukhonenko. Il finale è così perché volevo farlo ironico e verosimile: non sarebbe stato credibile che qualcuno (la Coscienza, Carlo) davvero affidasse delle responsabilità gravi a una svampita come Laura. Tutto qui.
Ciò detto però quello del messaggio o non messaggio è un “problema” del lettore. Sei tu che devi trovare i messaggi o no. Io più che dirti che ce ne sono finché ne vuoi, compreso nessuno, non saprei cos’altro aggiungere.
luglio 17th, 2009 at 17:43
@Diarista incostante:
@Diarista incostante:
Sì, ricordo quelle affermazioni. Ora, può darsi anche che quella fosse la spiegazione cosciente che King si è dato: ma se ci pensi un attimo, fa acqua da tutte le parti, è una spiegazione stupida. 1. Il protagonista poteva avere tutte le risorse che voleva; ma data la sua situazione, la situazione più probabile e verosimile era sempre e comunque la sua morte, non la sua sopravvivenza, che va intesa piuttosto come una cosa straordinaria. 2. Un’esigenza narrativa, appunto: data la lunghezza del romanzo, deve finire bene! …eh? Forse nella testa di King. Ma ci sono romanzi anche più lunghi che finiscono male. Il libro poteva concludersi con un bad ending senza che King dovesse sentirsi in colpa.
Ma su questo punto ho già fatto le dovute precisazioni che dici tu: un messaggio è tanto meno retorico, e tanto più riuscito, quanto più emerge con naturalezza dalla narrazione. Se un romanzo è fatto bene, non c’è neanche bisogno di esplicitare il messaggio: il lettore lo capisce e lo assorbe da solo mentre legge! Se invece l’autore deve salire in cattedra (in modo onnisciente o attraverso il protagonista) per spiegarti qual’è il suo messaggio, allora è un incapace: il messaggio suona forzato, inverosimile, retorico, propagandistico. Credo che insegnare all’aspirante scrittore il modo corretto attraverso il quale veicolare le sue idee, sia più salutare che lasciarlo del tutto al buio su questo punto.
@Gamberetta:
Ovviamente una cosa del genere non la prendo neanche in considerazione. Quando un lettore, chiuso un libro, si chiede: “ma l’autore che intenzioni aveva quando ha scritto questo libro? Che voleva dirmi / farmi vivere?”, quello è il messaggio. Questa sparata moraleggiante, oltre che banale e del tutto laterale al plot del libro, è assolutamente inesistente nel romanzo, come tu stesso riconosci. Non è vero che in un’opera di messaggi se ne trovano finché uno ne vuole: solo una cosa è messaggio, ossia il fulcro dell’opera, che l’autore aveva sempre in mente mentre scriveva. Gli altri al limite (al limite!) sono spunti, o appunto, trovate laterali: è assolutamente evidente che tu hai messo il cane che parla col fonografo in pancia per incuriosire e stupire, e non per altro! Non c’è maniera di equivocare su questo.
QUESTO è ciò che io intendo per messaggio, invece. Questo è il fulcro del romanzo, questo è ciò che volevi dire e pensavi mentre lo scrivevi (probabilmente): che tu lo voglia o no, questo è il messaggio di Laura. Dunque la tua opera ha un messaggio: non tanti potenziali, ma essenzialmente uno, che è quello. Ora, tu subito sotto dici:
Ma il punto non è questo. Che un messaggio sia ‘vero’ o ‘falso’, sta ad ognuno deciderselo nel suo privato, sempre che gli importi. Questo è relativo. Si può discutere invece, come dicevo a Diarista, su come è veicolato il messaggio: se in modo naturale, convincente, allora è un buon messaggio, che io lettore posso introiettare senza problemi.
E’ su queste basi che posso chiedermi: Laura veicola bene la sua idea fondamentale? E dopo alcuni giorni che ci ho pensato, la mia risposta è stata: no. Perché no? Perché, come molti altri hanno fatto notare, tutto giunge non come naturale, ma come un’imposizione dell’Autrice, come un suo capriccio. Ciò che pensa il lettore leggendo, non è: il mondo può essere crudele, è assolutamente normale che una scema disadattata come Laura cada nelle maglie di psicotici che vogliono abusare di lei; ma: l’Autore è crudele, vuole a tutti i costi farci vedere che i protagonisti dei fantasy possono soffrire senza fine e senza scopo. Questo romanzo, mantenendolo del tutto intatto nei contenuti e nel messaggio, poteva essere scritto in modo tale da far sembrare naturali (non nel senso di non-weird o non-fantastiche, ma nel senso di plausibili pur nella stranezza) tutte le disgrazie della protagonista. Così com’è, sembra molto un gigantesco deus ex machina.
Tu lamenti giustamente quando in un romanzo la presenza dell’Autore arriva a sovrastare la trama e i personaggi del romanzo. Ecco: in questo romanzo, sembra che l’Autore voglia ingozzarti a forza della sua idea.
Una precisazione: probabilmente non c’è bisogno di specificarlo, ma ci tengo comunque a puntualizzare che questo mio intervento ha scopi assolutamente NON polemici! Volevo soltanto precisare il mio punto di vista, sperando di chiarirlo anche gli altri.
luglio 8th, 2009 at 15:31
Sono d’accordo.
luglio 7th, 2009 at 17:02
Non si tratta di cercare chissà quale significato esistenziale, ma un semplice filo rosso che colleghi tutti gli episodi in maniera coerente più comunemente chiamato “trama”.
luglio 7th, 2009 at 15:11
@Drest. Neanche a me frega, ma apparentemente ci sono dei lettori che sentono il bisogno di trovare nei libri messaggi, una morale, un qualche tipo di significato che vada al di là del testo esplicito.
Il target del romanzo… uhm… direi che il target è i lettori a cui piace.
luglio 7th, 2009 at 13:08
mah, si, ok, però a me lettore che mi frega? laura non è nè abbastanza orribile da essere odiata (è solo una disgraziata mentalmente limitata) nè ha sufficienti doti da legarcisi (come sopra). Non me ne sarebbe fregato nulla se fosse morta o se avesse trovato l’ammore con Carlo.
Mi viene da dire che un libro come le avventure della giovane Laura ha come unico target i cultori del bizarro in quanto tale, o sbaglio?
luglio 7th, 2009 at 09:42
@tapiroulant
Precisazioni.
La metà oscura non è insignificante, a me è piaciuto parecchio.
Inoltre King scrive solo la prima stesura in modo “libero” poi recupera il messaggio di fondo della storia, quello che si è creato liberamente nel corso della sua creazione, e lo rafforza durante la seconda stesura.
Misery è diventato un libro perchè mentre scriveva si è accorto che il protagonista aveva una gran voglia di vivere e mille risorse, non riusciva a farlo schiattare. Si è reso conto che dopo un tot di parole avrebbe dovuto per forza fargliela far franca, perchè sarebbe stato ingiusto nei confronti del lettore ucciderlo a quel punto della storia.
Infine, il messaggio morale in un libro dà sicuramente profondità alla storia, ma ficcarcelo a forza rovina tutto. Se quando il libro è finito c’è, tanto meglio, altrimenti è inutile intestardirsi, si crea solo pesantezza. Quindi no, agli scrittori esordienti non va detto di fare niente in tal senso, ma solo di fare buone storie. Se sono persone con un minimo di profondità interiore, introspezione, capacità analitica della realtà, qualcosa filtrerà automaticamente. In caso contrario avremo almeno una buona storia senza zavorre.
luglio 6th, 2009 at 20:04
Per dire la mia: e’ ovvio che in ogni storia ci sia un messaggio. E’ forzato perche’ una storia fara’ perno su alcuni argomenti che se si vuole possono esser visti come messaggi. Se invece l’autore si preoccupa piu’ del messaggio che della trama e dei personaggi allora le probabilita’ che verra’ fuori una schifezza sono altissime.
luglio 6th, 2009 at 16:31
@Walter. La nuova opera quando è pronta, ci vorranno ancora molti mesi.
@Merphit Kydillis. È piena la rete di siti di fan fiction. Io onestamente non ho il tempo materiale per occuparmene.
@Tapiroulant. Per quanto riguarda i “messaggi” insiti in Laura. Non ci sono o sono tantissimi. Come preferisci.
Per esempio: sì, Laura è tormentata dall’inizio alla fine, l’Universo si accanisce contro di lei. È una situazione angosciosa.
Ed è apposta così: il significato è che non esiste consolazione, non esiste redenzione, non c’è niente di bello al fondo dell’avventura. Laura è stupida e ignorante, soffre e si rifugia in un mondo fantastico (o vi è trascinata – non ha importanza). E lì continua a soffrire. Non c’è salvezza nella fantasia. Non esistono sogni, solo incubi. E quando poi ti svegli, il mondo è brutto quant’era prima.
Nel finale di Kiki’s Delivery Service, Kiki diventa una “strega adulta”, guadagna il controllo sui suoi poteri ma per esempio perde la possibilità di parlare con il gatto. Laura perde la propria coscienza, e non ci guadagna niente. Non c’è il sollievo di dire: be’, ha sofferto tanto ma almeno è diventata Sailormoon. No, non c’è soddisfazione, c’è solo dolore.
Quello che ho appena scritto è vero? falso? ha importanza?
Ognuno decida.
Quello che interessava a me era offrire al lettore un tour de force di bizzarrie, con ritmo allucinato e senza che ci fosse la possibilità di razionalizzare. Pensa al Tetsuo di Tsukamoto.
Altro esempio sull’imponderabilità dei “messaggi”. Nel romanzo c’è un personaggio che si chiama Bryukhonenko. Perché gli ho dato questo nome? Perché mi piaceva il riferimento al vero Sergei Bryukhonenko, uno scienziato sovietico noto per i suoi famosi (famigerati?) esperimenti con gli animali (per esempio stacca la testa dei cani dal corpo e cerca di mantenerla in vita con respirazione e circolazione artificiali. Vedi filmato).
Più avanti Bryukhonenko tenta di uccidere la coscienza di Laura e dunque…
Messaggio Morale Profondo™
La scienza senza etica uccide le coscienze!!!
È vero? No. Me lo sono inventato adesso. Lo scopo di mettere un personaggio con la testa di cane e un fonografo Edison nella pancia è far esclamare: “guarda lì!!! C’è un personaggio con la testa di cane e un fonografo Edison nella pancia!!!”
Ma vogliamo negare il Messaggio Morale Profondo?
Detto questo se al lettore Laura non piace, la mia unica reazione dev’essere quella di chiedere scusa perché gli ho fatto perdere tempo con qualcosa che non ha gradito. Però se non ha gradito perché non ha trovato messaggi, morale o significato, be’, ce ne sono finché ne vuole!!!
luglio 6th, 2009 at 15:47
@ Tapiroulant
Non ritengo che King sia un dio sceso in terra. Dico solo che trovo l’affermazione corretta.
Ho letto anche altri manuali: alcuni in italiano; molti di più in inglese (Es. la serie Write Great Fiction) e tutti quelli che trattano questo argomento dicono che la morale va presa con le pinze e quando si inizia a scrivere un romanzo non bisogna partire solo con una morale in testa.
Non denigravo la morale, ma come ho detto: se c’è è un più, sennò amen. (Si potrebbe anche dire: se è palese o se non è palese).
Per curiosità (e per andare avanti nel discorso): secondo te quali sono i messaggi morali nei libri di King che hai citato?
luglio 6th, 2009 at 15:01
@Angra: Posso essere d’accordo con te allora, ma a patto di una precisazione. All’aspirante scrittore non bisogna dire di accantonare completamente qualsiasi pretesa morale e concentrarsi solamente sullo scrivere bene e sulla coerenza; ma piuttosto di coniugare le due cose, puntualizzando che il messaggio sarà meglio veicolato, più efficace e più convincente laddove il mondo del libro è coerente e interessante, naturale e non forzato. Il che fa differenza.
@???: Io vorrei avvertire tutti coloro che considerano On Writing la bibbia dello scrittore, che King per lo più non dà poi ’sti gran consigli. E dice anche delle cose deleterie, quale appunto quella da te citata. Con questo metodo, di scrivere la propria storia inseguendo solo uno spunto di trama tralasciando qualsiasi messaggio di fondo, il buon vecchio Stephen King ha scritto un macello di libri di merda. Ogni libro buono, King ne scrive due o tre che vanno dall’insignificante (La zona morta, La metà oscura) al veramente orrendo (Cell). E guardacaso, i suoi libri più famosi o più belli sono sempre quelli con le più alte implicazioni etiche (Shining, Stagioni diverse, It, Misery. Non ho mai letto L’ombra dello scorpione, quindi di quello non parlo). A proposito di Misery, se non ricordo male proprio in On Writing, King spiegava che è nato dallo sviluppo imprevisto di una sua idea per un racconto senza lieto fine: bene, che se ne renda conto o meno (forse no), quello sviluppo imprevisto è stato ciò che ha caricato il racconto originale di ‘messaggi’ esistenziali che trascendevano la pura trama. Sicché da un racconto probabilmente mediocre o tutt’al più carino, è venuto fuori un gran bel romanzo.
luglio 6th, 2009 at 14:39
Si possono trovare esempi di messaggi morali che con il passare del tempo possono assumere connotazioni negative proprio nei classici. Se prendiamo Pinocchio, il libro continua a divertirci per la fantasia che caratterizza l’ambientazione e i personaggi, ma il messaggio pedagogico di cui è impregnato diventa fastidioso per il carattere di continuo ricatto morale nell’educazione del burattino. C’è da scommettere che un messaggio ideologico del tipo “aver fame non è un buon motivo per rubare” abbia contribuito a decretarne il successo nella società dell’epoca, dove gli affamati la fame se la dovevano tenere, ma oggi ci fa storcere il naso.
luglio 6th, 2009 at 14:26
@ Tapiroulant
Per me un messaggio o tema è solo qualcosa in più. Se c’è meglio, sennò amen.
Penso si debba scrivere il proprio libro senza averne uno in mente o si rischia di basare tutto su quello.
Se non sbaglio King stesso in “On Writing” diceva che non era dispensabile, ma che se c’era, andava individuato solo a libro scritto e fatto risaltare nella seconda stesura.
luglio 6th, 2009 at 14:16
@Tapiroulant:
Sono d’accordo con te, ma questo non è in contrasto con quello che ho detto io. Se prendi Il Piccolo Popolo dei Grandi Magazzini di Pratchett, io ci vedo una gigantesca presa per il culo di tutte le religioni e la cosa mi diverte un sacco. La differenza la fa tutta il fatto che il tutto viene mostrato senza pedanteria né interventi dell’autore. Nel suo genere posso considerarlo un piccolo capolavoro. Ma, ripeto, stiamo dicendo due cose diverse non in contrasto fra loro.
luglio 6th, 2009 at 14:09
@Tapiroulant:
No, non si poteva ^__^
Possiamo girare il discorso così: se prendiamo in mano un romanzo in libreria è più probabile che sia più brutto che bello, specialmente se parliamo dei fantasy che vengono spacciati per capolavori di questi tempi. Uno dei motivi che possono rendere brutto un brutto romanzo è che l’autore fosse preoccupato, più che di scrivere con la dovuta competenza una storia avvincente, di propinarci invece le sue idee da salvatore del mondo. C’è anche un piccolo ricatto (per l’appunto) morale che si ottiene facilmente confondendo i piani del discorso: se non ti è piaciuto il tal romanzo allora sei un criminale perché non hai a cuore il tema dei pericoli della manipolazione genetica.
luglio 6th, 2009 at 14:00
@Angra: Preciso che il mio post l’ho scritto prima di leggere il tuo secondo messaggio. La deduzione implicita che ho fatto dal tuo messaggio mi sembra discendere in modo coerente da quel che ho detto, ma cambierò idea se riuscirai a convincermi che ho male interpretato il senso del tuo messaggio.
Contesto la tua affermazione sui “capolavori della letteratura”. Ho richiamato un po’ di capolavori da differenti secoli per farti capire come tutto il romanzo moderno (1500+) sia animato dall’idea del messaggio come elemento centrale e più importante di ogni romanzo. Ma l’ho fatto per comodità: potrei dirti che anche gli Harmony hanno un messaggio morale (debole e consolatorio), e anche la letteratura decente seppure non superlativa (es. la saga della Spada della Verità di Terry Goodkind – i primi volumi almeno, dopo diventa unammerda – o Gomorra di Saviano o i libri più brutti di Stephen King). Ciò che distingue letteratura orribile, decente e stupenda non è la presenza o meno di tale messaggio, ma la capacità dell’autore di presentarlo in modo convincente e naturale.
luglio 6th, 2009 at 13:53
@Angra: Mi pareva che dal tuo intervento si potesse desumere una conseguenza di quel tipo. Recupero il passaggio chiave della citazione:
In sostanza credo di poter dire, che tu ritenga valido un romanzo se è scritto bene, ha una buona trama, e dei buoni personaggi. Che un testo sia scritto bene è condizione necessaria (ma non sufficiente) per la presentabilità di qualsiasi tipo di produzione letteraria, non è costitutivo del romanzo. Quindi sono d’accordo con te che ci vuole, ma tu lo sarai con me nel dire che non è l’elemento principale che determini la bellezza del romanzo in quanto romanzo. Quindi: trama e personaggi. Ma una trama in cui manchi un senso generale (e questo è il ruolo del messaggio, o idea, o etc. che tu sembri squalificare), è appunto solo una giustapposizione di situazioni: e tale è appunto (o sembra essere) Laura, e di qui le critiche. Per quanto riguarda i personaggi, si è in genere d’accordo che ciò che distingue personaggi complessi da quelli bidimensionali è il conflitto morale (e tali conflitti sono interessanti quando non sono fini a sé stessi – vedi la Rocca del Silenzio, dove invece lo sono – ma quando si incastrano con il problema morale proposto dal romanzo).
luglio 6th, 2009 at 13:53
Sto cominciando a leggere Le avventure della giovane Laura (mi siono fermato ai gattoni che hanno rapito Carlo). Devo dire che è carino. Per quanto riguarda lo stile narrativo: facile e intuitivo, non certo come i giochi di parole di Strazzu o G.L. D’Andrea >.>
Gamberetta, io mi chiedevo: se e quando ci sarà una sezione per noi tuoi fans (Angra, Maudh e compagnia) possiamo postare i nostri racconti (tipo parodie dei
celebriromanzi fantasy italiani)?Una sezione tipo “Fan Fiction” non sarebbe male… e poi, chissà, potresti darci qualche dritta, recensendo i racconti e dare i tuoi giudizi tramite gamberi o stivali (così, se mai mi venisse in mente di scrivere un romanzo, sarebbe già un bell’inizio averti come insegnante xP)
luglio 6th, 2009 at 13:51
@Tapiroulant: per essere più chiaro, è come se io avessi detto che i salmoni fanno le uova e tu mi rispondessi che ho detto una stupidata, perché secondo il mio ragionamento siccome la gallina fa le uova allora per me la gallina è un salmone. Non si possono rovesciare le implicazioni, è un errore logico.
Quel mio è “probabile che sia così” è lì proprio per escludere dal discorso i capolavori della letteratura, infatti se entri in una libreria e prendi in mano un romanzo a caso è molto probabile che non sia un capolavoro.
luglio 6th, 2009 at 13:41
Tapiroulant:
A me questo sembra abbastanza stupido, nel senso che si mette la logica sotto i piedi:
Ti pare che io abbia detto questo?
luglio 6th, 2009 at 13:24
Non sono naturalmente d’accordo con le derive da psicologia spicciola di Fabio, però vorrei riprendere un nodo essenziale evidenziato da lui, da Walter e da Fos: il fatto che manchi completamente un ‘fulcro’, un messaggio, un quid che sottenda all’opera e alle innumerevoli peripezie di Laura. Cito Angra:
Questo è un discorso abbastanza stupido, perché sembra implicare che il romanzo scritto bene sia una giustapposizione di scene che tra di loro non hanno alcun ’senso’ in comune (molto simile in effetti a quanto accade in Laura). Al contrario, tutta la letteratura mondiale – o almeno, tutta quella che conosco! – contiene un messaggio morale. Il che non significa che ogni romanzo esistente sia un romanzo di Dickens: c’è differenza tra morale e moralismo (per evitare confusioni, al posto di ‘morale’ utilizzerò termini connotati in modo più neutro, come ‘messaggio’, ‘idea’, ‘tema’, ‘questione’). Il messaggio esiste anche quando è implicito, o discreto, o messo in dubbio dallo stesso autore. Delitto e castigo ne ha uno; Il richiamo di Chtulhu ne ha uno; la Trilogia della Fondazione ne ha uno; I viaggi di Gulliver ne ha uno. Ciò che spesso distingue un grande romanzo da uno mediocre è che vengono intrecciate più idee, più messaggi (talvolta anche contraddittori), e il fatto che suddetti messaggi non vengono espressi in modo retorico e tronfio ma con una certa eleganza, lasciando che sia la stessa storia a suggerirla. Perciò possiamo dire che molti romanzi di Dickens sono insopportabili, perché ti spiattellano davanti alla faccia un messaggio morale – quello sì – da tema delle medie. Ma il punto è: un ’senso’ centrale che raccoglie in sé tutto quanto il romanzo e le sue parti c’è sempre. Forse è proprio questo il problema di Laura: dov’è questo centro concettuale? Dov’è il messaggio? Alla fine, in mancanza di meglio, viene appunto da pensare che il centro sia soltanto “contraddiciamo tutte le regole del fantasy tradizionale! Facciamo che il protagonista è sfigato invece che figo, viene picchiato e punito invece che premiato, non fa attivamente una quest ma subisce passivamente il sadismo degli altri”. Che non è molto.
luglio 6th, 2009 at 11:49
@Fos87:
Cito Gamberetta :)
In sostanza: un conto è dire che l’autrice si è divertita a maltrattare il suo personaggio, un conto è dedurne che è una povera infelice: l’essere spietati con i propri personaggi è fondamentale nelle storie di avventura.
Poi, francamente, stare qui a discutere della personalità di Gamberetta mi sembra inelegante e fuori luogo. Il mio intervento era per dire che l’analisi di Fabio era tanto inutile quanto ingenua, pretestuosa e ineducata. D’altra parte, è stato lui a venire qui bello fiero a mettere il link al suo blog, io ci ho solo cliccato sopra.
luglio 6th, 2009 at 10:48
Cielo, che cattivo! Dai, di tanto in tanto la morale ci sta bene (anche se nel libro di Gamberetta ci sarebbe stata come i cavoli a merenda) :p
luglio 6th, 2009 at 10:45
@Angra
Angra, penso che mettersi a nudo sia inevitabile quando nello scrivere ci metti il cuore: qualcosa di te emerge sempre, che tu lo voglia o no, al di là dell’intelligenza, della lucidità o quant’altro.
Il problema piuttosto è: è così facile psicanalizzare una persona esclusivamente a partire da un libro? Secondo me no, al più possono emergere i tratti del carattere più vistosi.
Quanto al romanzo in sé, io concordo con questa affermazione riguardo il personaggio di Laura:
In effetti nel romanzo sembra che una qualche divinità ce l’abbia a morte con la protagonista, considerando che gliene capitano di cotte e di crude e non si capisce neanche perchè gliene capitano di cotte e di crude. La prima parte mi è piaciuta: c’è una trama, per quanto delirante, e non si sente particolarmente il bisogno di capire perchè stia capitando tutto proprio a Laura. Insomma, alcuni vincono alla lotteria, altri finiscono sotto un tram, altri ancora si trovano coinvolti in una guerra contro il male che prevede spiriti, spade e gatti demoniaci.
Il problema arriva dopo, quando Laura continua a trovarsi invischiata in una marea di situazioni paradossali apparentemente senza motivo: le hanno lanciato una maledizione vodoo? I marziani ce l’hanno con lei? Ha assistito involontariamente ad un rito pagano, trascinandosi addosso l’ira divina (chi mi indovina la citazione vince un premio :p)?
Certo, visto il genere la spiegazione sarebbe dovuta essere paradossale quanto tutto il resto, ma questo non toglie che ci dovesse essere.
luglio 6th, 2009 at 10:33
La discussione sul messaggio e la morale non è nuova. Personalmente non sono cose che vedo di buon occhio, perché è tipico degli autori scarsi, un po’ ignoranti e faciloni pensare che il lettore debba sorbirsi contento il romanzo non perché scritto bene, non per la trama, non per i personaggi ma per l’originalissimo (secondo lui) insegnamento morale che ci sta dietro. E’ una mentalità da scuole superiori, dove non si capisce mai se nel tema di italiano ti valutano la forma, le nozioni o le idee personali. Non ne faccio una regola assoluta del tipo “se dietro c’è una morale allora è una schifezza”, ma è probabile che sia così.
luglio 6th, 2009 at 10:09
Di quanto scritto da Fabio nella sua recensione, quoto in pieno questo
Le altre considerazioni, quali esse siano, lasciano il tempo che trovano… Si è qui per discutere del libro, non dello stato psicologico-affettivo della signorina Gamberetta.
Per il resto, a quando la pubblicazione della nuova opera (aka il famoso progetto che con Laura non centra nulla)?
luglio 5th, 2009 at 18:46
Ho letto il libro.
Come scrittura mi sembra fatta bene: mi pare molto rapida, persino troppo per i miei gusti, di norma preferisco testi più “prolissi” ma appunto gusti miei, poi una scrittura pesante mal fatta è veramente illeggibile.
Ho apprezzato la bizzarria (e la follia) della storia , sopratutto nella seconda parte: mi ricorda Abarat (che a sua volta ricorda Alice) con questo mondo allucinato e popolato da personaggi ancora più allucinanti:particolarmente la notte degli haiku e personaggi come Biglietto ,i dentisti e le fate. Simpatiche le citazioni(Leone!) e i cameo (capelli blu?).
Il continuo susseguirsi di scene però mi ha lasciato un po’ confuso: i passaggi tra i vari pezzi mi spiazzavano eccessivamente come la scena del dagherrotipo o il ritorno allo studio dello Psic. Non mi convincono molto , forse scorrono troppo rapidi , mi sembrano un po’ come i passaggi di scena nella Guida Galattica , solo che questi ultimi per qualche ragione mi convincono di più(e parecchi sono anche più assurdi).
luglio 4th, 2009 at 19:09
Bhe… in ogni caso le mail dimostravano quello che ho detto, a scanso di equivoci: cortesia vs acidità.
Siamo inequivocabilmente due persone diverse (“e per fortuna!” pensò Fabio con sarcasmo, ripensando alla battutina acida della ragazza)
luglio 4th, 2009 at 18:46
Bene, anche io chiudo sull’argomento. A scanso di tutto, cara Gamberetta, pubblicherò qui le due mail, io non ho niente da nascondere.
Edit di Gamberetta. Non si pubblica la corrispondenza privata.
Non aggiungo altro, la risposta non inizia neanche con un saluto. Già qui la cortesia va alle ortiche. Il resto, lo leggete. Niente di nuovo, è la solita Gamberetta. Ma non venitemi a dire che io non sono stato cortese, almeno non essere ipocriti, grazie.
E qui chiudo. Sono stanco delle polemiche e dei confronti/scontri. Tutti noi, Gamberetta compresa, abbiamo di meglio da fare.
luglio 4th, 2009 at 18:14
@Fabio.
Fabio, ma scherziamo? Tu mi hai detto che dovevo lavorare gratis sul tuo romanzo, in tempi strettissimi, e con il beneplacito dell’editore. Gentile sì, scema no. Questa non è più una collaborazione “amichevole” (e non siamo mai stati amici – per fortuna!), questo è sfruttare la gente.
Non lo capisci? Problemi tuoi.
Ora, se mi stimi davvero, lasciami in pace. Io sono la sadica infelice serial killer, lasciami nel mio brodo e occupati d’altro. Grazie.
In ogni caso io non ti risponderò più, neppure qui.
luglio 4th, 2009 at 18:06
Infatti, non serve, perchè è fin troppo “retorico” che la mia critica non vale niente visto che mossa dal risentimento di non essere stato accontentato, no? E’ così che funziona da queste parti, se non sei d’accordo, c’è per forza qualcosa che non va in te, non in quello che hai criticato.
Strano, mi sa di critica a livello umano… ma ne fate anche voi?
luglio 4th, 2009 at 18:02
@Fabio:
L’ho già scritto sul tuo blog: non ti sembra ridicolo sostenere di non essere vendicativo dopo che hai intitolato la tua “recensione” Chi la fa l’aspetti? E’ una domanda retorica, non serve che rispondi.
luglio 4th, 2009 at 17:49
Cara Gamberetta, io sottoscrivo e ribadisco tutto quello che ho scritto nel blog che hai citato, non ho problemi e non è una cosa che ho MAI negato.
Anche tu la vedi come una vendetta? Peggio per te, i sentimenti negativi sono per persone negative, quelle che invece di dire “ho investito il mio tempo per aiutarti” dicono “ho perso il mio tempo per aiutarti”.
Ci siamo intesi?
Inoltre, il mio tono della mail era cortese e pacato. Mi hai risposto con tono acido e supponente, che ti appartiene visto che è lo stesso che usi nelle tue recensioni. Però ti invito a fare distinzione dalle persone che nutrono una sincera stima nei tuoi confronti e che “osano” comunque muoverti delle critiche a livello umano perchè non ti idolatrano, da quelle che si divertono a leggere le tue invezioni da ribelle spaccatutto, e poi se ne fregano di sapere se tu sei una brava persona o meno.
A me interessa. E mi sono interrogato.
Quello che ho letto nel tuo libro era infelicità, e allora?
Dimostrami di essere una persona felice e in pace col mondo, invece di stare a inveire contro una critica.
Hai delle grandi qualità intellettuali, ma io penso che come persona devi crescere e capire che spesso lo scontro non è l’unica forma di confronto, anche quello virtuale. E posso citare migliaia di esempi nei quali hai scelto lo scontro come forma di confronto.
Ma credo che sia inutile stare a discutere di cose che non vuoi capire e che i tuoi colleghi qui non vogliono prendere agli atti, per cui, se mi lasci il tuo numero di telefono lo scrivo nei cessi delle stazioni così sarete tutti contenti del mio gesto infantile, il cerchio si chiuderà e potrete tornare al vostro schema naturale delle cose.
luglio 4th, 2009 at 16:11
@Fabio. Allora Fabio, la verità è molto semplice: tu pretendevi che io ti aiutassi con il tuo romanzo e in fretta ché per settembre dev’essere pronto. E questo dopo che io già due volte ho perso il mio tempo per darti una mano e ho ottenuto in cambio più insulti che ringraziamenti.
Il bello è che non ho mai espresso giudizi su di te, non mi sono mai allontanata dal testo. Tu stesso hai ammesso che le mie critiche erano fondate e i suggerimenti sensati:
Sto citando dal tuo blog.
Ora, se io ti dico che non ho più tempo o voglia di aiutarti, tu te lo tieni e stai zitto.
Ti ho aiutato una volta.
Ti ho aiutato una seconda volta.
Alla terza ti ho detto che preferivo andare in vacanza.
È il risultato è che sono una sadica serial killer infelice (senza contare le mail precedenti).
Dopodiché continua pure a parlar male della sottoscritta, se ti fa piacere. Ognuno si diverte come può.
luglio 4th, 2009 at 15:46
Allora, Gamberetta è lucidissima, ma come ti ho già detto sul blog, scrivendo ci mettiamo comunque a nudo, perché quello che scriviamo fa parte di noi, e se, come dice Gamberetta, scriviamo di ciò che sappiamo, allora scrivere delle nostre emozioni ci fa dire cosa abbiamo provato, altrimenti è mentire al lettore.
Io, personalmente, amo scrutate l’anima di chi scrive, la sua scala di valori, il modo in cui si relaziona con i suoi personaggi. Ammaniti è molto “fascista” con i suoi personaggi, li maltratta, gli da macigni emotivi da portare per tutto il romanzo, ma questo non li rende meno umani, anzi!
Forse mi sono spiegato male nella recensione, non è il male che fai ai personaggi che ti rende un sadico, ci sta, è la vita, sono storie. Quello che ti rende un sadico è non indugiare mai sul dolore del tuo personaggio e quindi su quello che provo io lettore a leggerne. L’identificazione fa parte del patto col lettore, un personaggio può essere un killer, un sadico, un cannibale, ma chi interagisce con lui DEVE mostrare un minimo di umanità, perché noi siamo umani e disprezziamo le torture, soprattutto ai bambini.
Io non ho letto questa umanità nel romanzo di Gamberetta, lei disprezza il suo personaggio esattamente quanto la fata pungolatrice o chiunque altro.
Io penso questo.
Hai detto che la mia è vendetta, puerile, vigliacca e presuntuosa. Ok, non posso dirlo certo io. So di non essere un tipo vendicativo (della serie mi offendi ti metto tra gli indirizzi spam… se questo è accettare le critiche…) né tanto meno ingenuo.
Ma non esiste solo la logica nella scrittura. Presto o tardi, forse, lo capirete.
luglio 3rd, 2009 at 18:03
@Fabio:
la tua “psicanalisi” su Gamberetta povera infelice mi sembra, oltre che del tutto inutile ai fini della recensione, anche parecchio ingenua. Se è vero che lo scrittore tende a mettere se stesso in quello che scrive, è altrettanto vero che:
1) Gamberetta lo sa benissimo
2) è una delle persone più lucide che conosca.
Con queste premesse, ti sembra verosimile che si metta così a nudo scrivendo un romanzo, come tu hai voluto credere?
luglio 3rd, 2009 at 16:59
A grandi linee concordo con quanto scritto da Fabio, anche se non mi pronuncio sugli eventuali stati d’animo di Gamberetta: ad esempio mio fratello ha l’abitudine di creare personaggi dal passato drammatico, destinati ad una fine ancora più drammatica e con il brutto vizio di seminare ovunque morte e distruzione, eppure non mi pare propriamente sull’orlo del suicidio…
giugno 20th, 2009 at 10:44
Io l’ho letto e alla fine ho scritto questo:
http://magiediomnia.blogspot.com/2009/06/chi-la-fa-laspetti.html
;-)
giugno 16th, 2009 at 15:35
@CMT: Quel punto sulla coscienza mi era chiaro x°D Chiedevo solamente perché i Dentisti dessero la caccia proprio a quella di Laura e non anche a quella di altre ‘vittime’, ma comunque lei ha risposto su questo punto, quindi sono a posto. Per quanto riguarda la promessa al lettore, non la trovo affatto una brutta cosa; né la ritengo un meccanismo opprimente. E’ semplicemente un meccanismo che permette al lettore di sapere di cosa il libro parlerà, e che c’è un percorso tracciato che il libro segue. Alcune sono più esplicite e dirette (nel Signore degli Anelli la promessa è un viaggio che dovrà concludersi con la distruzione dell’anello o con il trionfo di Sauron), altre meno (in 1984 o ne Il Mondo Nuovo, la promessa è che il protagonista e il Sistema arriveranno ad un conflitto che si risolverà con la vittoria di uno dei due). Né è un sistema particolarmente castrante per la creatività, perché una promessa può essere anche disattesa o cambiata di significata (tre quarti dei romanzi di Philip K. Dick fanno così, e in questo sta anche parte del loro bello). Si tratta semplicemente di un sistema che non rende il lettore completamente spaesato rispetto a, come potremmo chiamarlo, il ‘piano’ dell’opera (una ragione per cui non mi piacciono molti romanzi di Hemingway ad esempio, aldilà del fatto che sono noiosi, è che non c’è modo di immaginare dove diamine andranno mai a parare, potrebbero finire in un punto qualsiasi e non farebbe differenza). E poi, come chiariscono molti libri del tipo ‘How to write…’, la promessa al lettore è una delle prime cose che gli editor vanno a guardare quando vagliano i candidati alla pubblicazione.
@Gamberetta: Grazie per avermi risolto i punti spinosi^^ Sì, la cosa della signora l’avevo intuita. Comunque ho capito il tuo punto di vista, anche se personalmente, sarò onesto, non lo condivido; mi sembra che l’architettura generale dell’opera sia più importante della bellezza o stranezza dei singoli tasselli. E infatti Lynch mi piaceva fino a Mulholland Drive (che anteponeva ancora l’architettura ai singoli elementi), ma Inland Empire mi ha un po’ nauseato (Rabbits invece non l’ho visto).
giugno 16th, 2009 at 15:09
@Tapiroulant: la coscienza di Laura non è speciale e non è neppure la coscienza di Laura, sebbene si spacci per tale, questo è molto chiaro nel testo.
In quanto alla promessa al lettore… che gli dei della letteratura ce ne scampino e liberino, io non lo voglio un libro che mi indirizza dall’inizio a quello che accadrà dopo, ben vengano i cambi di rotta ^__^
giugno 16th, 2009 at 15:05
@Tapiroulant.
Il dottor Testa (e tutto il mondo strano) sono creazioni della coscienza. Il vero dotto Testa, quello che telefona a casa, Laura non lo incontra mai. Il dottor Testa si sposta tra i mondi attraverso opportuni fori.
Hai interpretato male il dialogo (o io non ho scelto le parole migliori). Il dottor Testa non si arricchisce in soldi. Il dottor Testa equipara la sua capacità di viaggiare e manipolare il mondo strano all’essere ricchi. Ma solo se lui rimane l’unico. Se altri individui possedessero la stessa abilità, non sarebbe più “ricco”.
La coscienza a quel punto non pensa al suicidio, dunque salva se stessa e Laura. La coscienza ha solo un controllo intuitivo del proprio potere e lei stessa non sa quanto dipenda da lei e quanto da Laura.
I Dentisti hanno inoculato una coscienza a migliaia di persone. Apparentemente l’unica coscienza a essersi sviluppata è stata quella di Laura. Ciò non esclude ce ne siano altre, che magari non hanno ancora manifestato il proprio potere. Comunque è speciale la coscienza, non Laura.
Infine tieni conto che l’intera vicenda è raccontata da Laura adulta. Perché la signora a cui Laura adulta ha rubato il cagnolino è presente nel mondo strano? Appunto come indizio del fatto che forse non tutti i particolari sono veri.
Il romanzo è fatto apposta – compresa la scelta della protagonista – perché non possa essere “razionalizzato”. Prendi appunto neanche “Inland Empire”, ma direttamente “Rabbits” sempre di Lynch: ci puoi perdere le ore a cercare (invano) di cavarne un senso. Però a me piace, è “bello” in sé.
giugno 16th, 2009 at 09:06
Limitare il punto di vista a quello di Laura rimane secondo me una scelta vincente in toto, perché pur non sacrificando niente alla chiarezza e alla scorrevolezza, ti permette di avere uno stile piuttosto personalizzato, che si sente che è diverso dal solito. Quindi bene. Comunque, riflettendoci, credo di aver individuato due problemi di fondo. Sono problemi sui quali si sono soffermati anche gli altri, quindi fondamentalmente non ti dico nulla di granché nuovo; ma spero di poterli esprimere in termini più precisi di quanto gli altri abbiano fatto finora:
1. Quello che gli scrittori americani di letteratura di genere chiamano ‘patto con il lettore’ o ‘promessa al lettore’, cioè il fatto che fin dalle prime pagine di un romanzo al lettore è data un’idea della struttura del romanzo, e delle cose e dei tempi che vi verranno sviluppati, per essere poi risolti e chiusi nel finale. La promessa è essenziale al lettore per trovare dei punti di riferimento nella lettura e sapere, più o meno, che cosa sta leggendo. Io in questo momento sto leggendo La fine dell’eternità di Asimov; non è certo il libro più semplice o più scorrevole del mondo, e tuttavia ti trasmette un po’ di ’sicurezza’ e sicuramente ti invoglia ad andare avanti, perché fin dal primo capitolo ti promette due cose essenziali: di spiegarti come funziona l’Eternità, ossia la gestione del viaggio nel tempo da parte di un pugno di uomini eletti, e come il protagonista, un tempo ligio ai suoi doveri di Eterno, finirà per distruggerla per amore. E anche se nei primi capitoli ti trovi completamente spaesato, perché Asimov ti sta raccontando qualcosa di veramente weird – una società sospesa nell’eternità, che gestisce la linea del Tempo ordinario – pure ti senti invogliato ad andare avanti, perché sai già che alla fine ogni mattoncino (o almeno quelli essenziali) andranno tutti al loro posto. Ma nelle Avventure di Laura questo non succede. Leggendo le prime pagine, si pensa che tema del romanzo sia la stupidità di una specie di Strazzulla che crede di scrivere un grande romanzo fantasy; ma poi la storia accantona completamente quell’aspetto, prendendo tutt’altra direzione! Un’altra promessa che il lettore si sente rivolto è quella che fa la Laura adulta ai gargoyle: una storia di amore e violenza con una scena di sesso. Okay. Ma poi finisce la prima parte, e il lettore si chiede: “Okay. E adesso? Vado avanti a leggere… perché? Qual’è il tema? Dove si vuole arrivare? Cosa mi si sta promettendo?”. Niente! Poi io vado avanti lo stesso, perché sono curioso. Ma l’elemento di traino diventa per l’appunto la curiosità per la prossima stranezza, l’attesa che succeda qualcosa di strambo – non c’è più alcun progetto a lungo termine che si possa seguire. E quando si arriva alla fine del romanzo e si scopre che l’autrice non ha nessuna intenzione di dare una giustificazione in trama del perché quello che è successo è successo, la mia reazione è stata la stessa che di fronte ad Inland Empire di Lynch: sì, okay, sei bravo, hai realizzato ottime scenografie e un’atmosfera molto suggestiva – ma perché? A cosa è servito? Qual’è il senso di Inland Empire? E come dice Nancy Kress in Beginnings, Middles & Ends (che, pensa, ho letto perché tu lo consigliavi! xD), il lettore finisce col sentirsi un po’ tradito rispetto alle proprie aspettative.
2. Questa è una critica meno generale e più del dettaglio. Prendo di nuovo ad esempio Inland Empire (sperando che tu l’abbia visto): perché i conigli? Okay, sono strani, e sono uno spasso, e questo film ci perderebbe molto senza i conigli. Ma: perché i conigli? Lo spettatore desidererebbe capire le scelte del regista. Con te è la stessa cosa. Anche chiarito – sulla base di una propria interpretazione del personaggio di Laura – il senso generale dei suoi viaggi allucinatori, i singoli passaggi rimangono indecifrabili (e quindi sembrano ‘gratuiti’, messi così tanto per). Come faceva il dottor Testa ad andare e venire dal mondo strano? E soprattutto come diamine faceva ad arricchirsi? Perché quando il mondo viene sommerso di coscienze di Laura, lei si risveglia nello studio? (è un po’ come quando Nihal sviene, e poi quando si riprende è tutto già finito e risolto, senza che si sappia come!). Perché proprio la sua coscienza, e non quella di altre ragazze che siano andate dal dentista, è speciale? Eccetera. Poiché non viene offerto uno straccio di soluzione, molti di questi passaggi vengono percepiti o come deus ex machina, o come cose messe un po’ a caso, per puro gusto estetico. Il che non significa che tutto debba essere messo nero su bianco: io per esempio adoro Silent Hill 2, che è un gioco che lascia molte ambiguità nella trama, e richiede molte partite e una buona dose di immaginazione per essere spiegato. Ma in Silent Hill 2 il giocatore avverte un’unità di fondo, e quindi sente che tutto può essere spiegato sulla base di un minimo comune denominatore. Nelle Avventure di Laura, invece, tutto scappa in tutte le direzione, e poiché non si ha l’impressione di un ‘tutto’ interpretabile, ma di una serie di elementi giustapposti, uno non ci si prova nemmeno a spiegarseli.
Ora, io mi rendo conto che probabilmente l’intenzione nello scrivere il romanzo era esattamente questa – quello di lasciare il lettore senza terreno solido sotto i piedi, di proiettarli in un mondo assurdo e fantasioso, eccetera – ma questo non risolve il problema; lo sposta soltanto alla radice.
giugno 15th, 2009 at 23:52
@Tapiroulant. Il “senso” del romanzo era scrivere una storia di avventura in un “luogo” allucinante che a tratti si interseca o si sovrappone alla realtà che conosciamo. Lo scopo era offrire al lettore visioni weird, affascinanti (si spera), curiose, bizzarre. Tipo appunto I Viaggi di Gulliver ma con uno stile più vicino a registi quali Tsukamoto o Miike invece di Swift.
Laura è “drogata”? In pratica sì. È un’alcolizzata. Sniffa la colla. Si spruzza l’insetticida nel naso. Il suo luogo di meditazione preferito è vicino a un fiume inquinato da materiale radioattivo.
Tuttavia quello che le succede è in buona parte “vero” (ma il lettore è libero di dubitarne).
Per quanto riguarda le similitudini hai ragione. Mi sono trovata in difficoltà a descrivere il mondo con il punto di vista (molto limitato) di Laura, e così ho probabilmente esagerato con le figure retoriche – ma sono contenta che nonostante ciò la lettura rimanga scorrevole.
giugno 15th, 2009 at 17:16
Dunque; ho appena finito di leggere il romanzo. Premetto che mi è piaciuto, e l’ho trovato estremamente soddisfacente sotto il profilo del sense of wonder. Ma viste le parole spese dai commentatori che mi hanno preceduto, per il momento volevo soffermarmi su qualcosa che mi sembra sia stato trascurato. Ora, il romanzo sarebbe stato più o meno generalmente interpretato, o comunque sentito, come qualcosa che sta tra la messa alla berlina del modo buonista e ‘poco fantasy’ di scrivere fantasy, e il viaggio allucinatorio in stile David Lynch – ma in ogni caso, come un romanzo che frapponeva una barriera di incredulità e distacco tra il lettore e la protagonista (troppo stupida, troppo assurda, etc.). Qualcuno ha anche detto che era impossibile identificarsi in Laura. Ora, può darsi che questo fosse esattamente nelle tue intenzioni – ma a me è successo qualcosa di diverso. Io mi sono identificato. E non nel senso che mi sembri di assomigliare a Laura (non è decisamente il caso); ma nel senso che sentivo sulla mia pelle quello che Laura provava sulla sua. Ed è terribile. Nessun romanzo mi ha mai provocato tanto disagio psicologico, e tanto estremo e prolungato, quanto questo. Sono stato male mentre lo leggevo, e dovevo fare delle pause per riuscire a digerire gli ultimi capitoli. Pensiamoci un attimo: Laura viene vessata, picchiata, derisa, insultata, minacciata di morte, umiliata, taglieggiata, perseguitata, torturata, e poi di nuovo picchiata, soffocata, stordita, sfottuta, tradita, e poi di nuovo ancora, e così via. E’ allucinante. Ed è particolarmente allucinante perché gratuito e immotivato (a meno che non consideriamo come motivo il fatto che ci provavano gusto). Infatti, tranne rare occasioni, il personaggio di Laura non ha alcuna colpa in quello che le succede. Semplicemente, tutti la perseguitano. Senza alcuna ragione plausibile, tutti la odiano, tutti sentono il bisogno di farle del male (o nella migliore delle ipotesi, sono semplicemente indifferenti al suo destino). Né si tratta di una crudeltà che si può confinare: perché caratterizza tanto i ‘mondi alternativi’ (il buco nello studio e il mondo sotterraneo dei Dentisti) quanto il mondo reale (lo schiaffo della mamma nel finale, da un punto di vista etico, è assolutamente inaccettabile e ingiustificabile). Leggendolo, sembrava quasi una versione più weird, e ancora più crudele, del Processo di Kafka. E il modo di fare di Laura accentua questa sensazione ancora di più; perché il suo accettare tutto, il suo non interrogarsi mai su quello che le sta succedendo, fa ricadere tutto il peso dell’assurdo e della crudeltà sul lettore (e infatti una delle tecniche più comuni per trasmettere l’assurdo è proprio quella di farlo accettare su due piedi al protagonista). Laura non sembra, semplicemente, una ragazza stupida: sembra un’eroinomane a cui si sta bruciando il cervello; una creatura completamente alienata e paranoide, talmente abituata alla violenza da non sorprendersi più di nulla. Non sto scherzando: sembra precisamente un’eroinomane! Tant’è vero che nell’ultimo capitolo della gente dà a Laura della tossica e la scaccia. Ora, tutta questo malloppo di commento non è una critica: perché io ho apprezzato tutto questo. Come dicevo, non avevo mai letto qualcosa che mi facesse stare tanto male.
Ma a questo punto avrei due domande: 1. Era questo l’effetto ricercato? O il mio caso è un imprevisto? 2. Alla fine, qual’è il senso del romanzo? Solo questo? Trasmettere straniamento, disagio psicologico, ribaltare i cliché? O c’è dell’altro? Perché se è solo questo, è sicuramente molto ben riuscito – però mi pare un po’ poco, come ragion d’essere di un romanzo. Se invece c’è dell’altro, ti chiedo di illuminarmi perché non l’ho capito^^”
Il romanzo comunque è molto ben scritto, e il tuo stile, conciso e preciso (molto fedele all’idea che trasmetti nelle tue recensioni) è estremamente piacevole da seguire. Forse abusi nell’uso di similitudini e metafore (soprattutto nei primi capitoli ambientati nel mondo del buco dello psicologo), ma visto che sono quasi sempre immagini molto belle, l’effetto complessivo rimane positivo. Poi avrei anche altre cose da dire, ma le rimando a un commento successivo quando questi nodi – se hai tempo e voglia di rispondermi – saranno risolti.
giugno 3rd, 2009 at 15:48
@igorilla. All’inizio del duello un nekomata prende la pistola di Laura e la butta via. Poi alla fine Laura per caso la ritrova. E sì, è una fantasia della Laura adulta.
Per quanto riguarda i barboni è volutamente ambiguo. Credo che una buona ipotesi sia considerarli falliti esperimenti dei Dentisti. I barboni sono Dei, ma non hanno il potere di modificare in maniera radicale la realtà come può la coscienza.
giugno 3rd, 2009 at 13:23
il quesito nasce spontaneo: cosa ti hanno fatto i furetti? perche ti osessionano?
la parte iniziale i gattoni e la spada subito non mi ha fato impazzire, la spada è una schifezza da bancarella tipo katana kobra http://i3.iofferphoto.com/img/item/414/743/36/o_PHARAOH-S-COBRA-KATANA-SWORD-103640.jpg
si vede che prima di descrivere il combattimento ti sei informata (hai un amico kendoka?) ma nel complesso è bruttino. Ma.. poi con lo svogere della trama si capisce o rimane il sospetto che sia tutta una proiezione di quella promessa ai psicofarmaci che è laura, (sopratutto quando è riuscita ad andare a raccoglere la pistola?)
mi hanno spassato:
gli scoiattoli a infrarossi
il torpedone
le fate scacchiste cyborg
l’underworld leprecano
lo scienziato dentista con la testa di cane e i cassetti da tipografo nel petto
sui barboni onnipotenti leggo trai commenti che sono comuni barboni strafatti di fluoro, un po mi spiace mi ero intagliato che fossero realmente degli dei, dei sconfitti dai dentisti che si sono rintanati in una bidonville tollerati dagli odontoiatri perchè ormai incapaci di nuocergli
maggio 29th, 2009 at 14:44
@Diego. Sì, sto scrivendo un nuovo romanzo, ma prima che sia finito ci vorranno ancora mesi. Ho poi diverse avventure di Laura adulta, ma andrebbero risistemate e in questo periodo non sono in vena di occuparmi di nuovo di lei.
Forse, se quest’estate trovo il tempo, metterò sul blog qualche altro racconto non lauresco.
@Walter. Ripeto: hai ragione. La Città o altri aspetti della vita di Laura mancano di texture. Ma è appunto una scelta voluta perché non mi sembravano essenziali per la storia. Quello che è importante della Città è che ci vivono sottoterra i leprecauni, non molto altro.
Poi non è detto che la mia sia stata la scelta migliore, però non sono pentita. Io sono per narrare solo l’essenziale, i tomi da 1.000 pagine dove ogni particolare è esplorato fino alla nausea mi annoiano e basta. Il mio ideale sono opere come Il Dottor Jekyll e Mr. Hyde o La Macchina del Tempo.
Preferisco spendere un paragrafo per descrivere una bizzarria che non per parlare della mamma di Laura. Perché nel primo caso è vitale per quello che voglio raccontare, perché il weird è il cuore della vicenda, nel secondo caso è solo un particolare in più che non ha importanza.
I professori di fisica. Perché Laura è stupida? In parte perché mi divertiva descriverla così, in parte è un’esigenza narrativa. Volevo poter affastellare le bizzarrie senza dover dare spiegazioni. Se Laura fosse una persona normale si sarebbe chiesta il perché di questo e quello, avrebbe cercato spiegazioni, avrebbe fatto continue deduzioni. Non volevo, non volevo diluire il weird, non volevo che il lettore potesse sfuggire al bizzarro attraverso la logica del personaggio (in realtà nel corso della storia Laura fa delle deduzione, ma quei pezzi sono una parodia del comportamento di personaggi “normali” in situazioni analoghe e non spiegano niente al lettore).
Anche qui, ho sbagliato? Può essere. Secondo diversi che hanno commentato, se il weird fosse stato meno continuo, il ritmo più lento, la storia nel complesso sarebbe risultata migliore. Forse sì. Vedrò con il prossimo romanzo! ^_^
maggio 29th, 2009 at 12:18
Chiara, scusami, ma non ho capito l’accenno ai professori di fisica che hai fatto nell’ultimo commento.
Sull’ambientazione, e poi ti giuro smetto, suggerisco la lettura di “La notte che bruciammo Chrome” di William Gibson.
Non si tratta di urban fantasy strictu dictu, ma è scrittura con stile, capacità e di rara efficacia nel trattare e rendere credibile il mondo che crea con le sue visioni.
OT: Complimenti ancora per la pazienza che dimostri nei confronti di chi ti commenta, soprattutto se nel farlo non ti copre di miele e non smussa le critiche.
maggio 28th, 2009 at 20:43
@Walter. Sono considerazioni legittime. È voluto che la storia diventasse sempre più assurda, e volutamente non ci sono particolari “texture” sulla Città: non era essenziale, o meglio, non mi sembrava essenziale.
Ciò non vuol dire che abbia fatto bene. Può essere che il romanzo con un ritmo diverso e una diversa distribuzione/descrizione del “normale” rispetto al weird avrebbe potuto essere migliore. Ma il tentativo era appunto di creare spaesamento nel lettore, di metterlo di fronte a una serie di situazioni/immagini strampalate e bizzarre, e senza essere guidato da un personaggio in grado di razionalizzarle (che comunque non è di per sé strano: non a caso Alice, Coraline o Chihiro sono bambine, non professori di fisica – si possono mettere anche i professori di fisica, ma viene un altro tipo di storia).
maggio 28th, 2009 at 19:18
Da un po’ non venivo a visitare il tuo blog, e non avevo idea che avessi postato finalmente il tuo romanzo! Sono contenta ;-)
Non so ancora se si tratti dello stesso che ho letto poco tempo fa, ma appena potrò darò un’occhiata.
Riguardo alla domanda sui 15 euro, la mia risposta è ovvio che sia “sì, sarei stata soddisfatta dell’acquisto” (i miei complimenti te li avevo già fatti in privato, sempre che si tratti dello stesso romanzo…). Però non credo che lo regalerei a un bambino di 11 anni…lo dico riguardo all’ “idea regalo” e a un tuo precedente commento. Secondo me per le scene un pochino crude (sempre che sia lo stesso! Sto commentando a vuoto, che cretina) andremmo dai 14 in su. Ma forse sono solo buonista.
Ci sentiamo presto, un bacione!
maggio 28th, 2009 at 15:59
Su Laura: non è che mi stia antipatica, anzi. la protagonista mi è risultata simpatica, ma quando ti è, per così dire, “scappata di mano” e si mette ad agire e pensare motu proprio e non come l’hai originariamente concepita (un esempio su tutti, la scena finale con Carlo, che mi ha fatto morire); L’ho detestata invece nei momenti in cui parodiava una cosplayer, e nelle situazioni da Mary Sue in cui ricade (studente incompreso, professore cattivo, compagni “bulli”)
Sui rimandi nipponici (che tanto hanno entusiasmato Landar): personalmente li trovo inutili e pesanti (un elemento di esotismo in più nella trama, ma fine a se stesso, dopotutto la storia non è ambiantata a Tokyo, ma in una città della Bassa, dove i nekomata, come ogni kami o oni, risultano del tutto O.T.).
Sullo stile: Non commento, anche se personalmente non mi è sembrato questa prosa da Pulitzer, soprattutto all’inizio. La storia si traduce in una collezione di eventi, una sorta di folle ed allucinato delirio/viaggio sulle montagne russe via via sempre più inverosimile (fino al climax dele coscienze multiple, per cui meriti i giusti complimenti), con un momento di stasi (ritorno a casa) prima di ripiombare nel Weird più Weird. Pertanto, il senso di spaesamento che induce è assolutamente voluto?
Sull’ambientazione: ti piace il new weird, e dubito che persino il più sprovveduto dei tuoi lettori non se ne sia accorto. Ma vale la pena di sprecare qualche riga anche sulla città… sai, giusto per aggiugnere un pò di texture al racconto. Ti dilunghi molto sui dettagli weird, e ti lasci indietro molte informazioni preziose sulla Città, su Laura stessa, sui suoi genitori, sulla sua famiglia… Della protagonista ci resta poco o nulla, e questo libro è “le avventure della giovane Laura”, non “I viaggi di Gulliver”
Spero che i miei commenti, che sono opinioni personali ed opinabili possano aiutarti a migliorare un’opera che ha tutte le premesse per essere, se non un capolavoro, quantomeno un buon libro
P.S. la gara di haiku non è male (soprattutto gli gnomi), peccato che con il resto non centri assolutametne un …
(o si tratta di un astuto rimando circolare?)
P.P.S. sulla domanda da 15 euro… In tutta onestà, a questo stato dell’opera assolutamente no.
P.P.P.S. tutte queste critiche nascono dal fatto che il libro non è affatto una troisaggine, ma potenzialmente quacosa di succoso in cui affondare i denti.
maggio 28th, 2009 at 10:34
Landar, io non sono mica invidiosa solo perchè faccio delle critiche all’autrice: ho visto dei difetti e li riferisco, tutto qui. Poi sta a Gamberetta tenerne conto oppure no.
maggio 28th, 2009 at 00:31
@Gamberetta: scusa il leggero OT, ma per curiosità stai scrivendo altro? Esistono altri tuoi lavori (ovviamente intendo di narrativa) scaricabili? Magari qualche racconto, che so.
maggio 27th, 2009 at 23:33
Sono d’accordo con Landar riguardo al fatto che l’identificazione col personaggio non è obbligatoria. L’identificazione non è l’unico modo possibile per suscitare l’interesse nel lettore, anzi se vogliamo è solo il più comodo e terra terra. Mi spiego meglio: se penso che il mondo sia pieno di impiegati frustrati che sognano di avere i superpoteri, allora gli rifilo Clark Kent-Superman e l’identificazione è assicurata. Un altro modo (banale) è rendere il personaggio attraente: il pubblico di Vampirella più che identificarsi col personaggio è facile che sia arrapato. Venendo a Laura, con lei non mi sono identificato, però mi fa tenerezza e mi ci sono affezionato. Ad altri non avrà fatto lo stesso effetto, e va benissimo. Non credo però che un personaggio più fiko sarebbe stato più utile alla storia, semmai il contrario.
maggio 27th, 2009 at 22:49
@Landar. Sono contenta che il romanzo ti sia piaciuto, ma…
non è assolutamente giusto sostenere che chi ha commentato in modo negativo sia invidioso o stupido o quant’altro.
Ognuno ha il sacrosanto diritto di esprimere la sua opinione, qualunque sia. Non voglio in nessuna maniera che si crei un clima per cui una persona non si senta libera di dire quello che pensa. Se qualcuno ha speso tempo con Laura e alla fine l’ha trovato uno schifezza, fa benissimo a venire qui a dirlo. E nessuno deve indagare le motivazioni.
È vero, alcuni commenti sono troppo pignoli, ma altri hanno segnalato veri errori o mi hanno fatta riflettere su alcune cose che avrei potuto scrivere in altra maniera.
Perciò nel complesso l’unico atteggiamento che trovo giusto è ringraziare chi commenta, qualunque sia il commento.
maggio 27th, 2009 at 21:57
Ciao Gamberetta, ieri ho finito di leggere il tuo romanzo.
E’ doverosa questa premessa: sono un grande lettore di romanzi fantasy, di fantascienza, e devo dire che preferisco il genere “classico” rispetto all’urban fantasy e al new weird (che non apprezzo particolarmente). Ma alle volte, anche per spezzare la monotonia, non disdegno altri tipi di letture. Detto questo posso solo dire che il tuo romanzo mi è piaciuto, soprattutto la scorrevolezza, l’eleganza e la semplicità di scrittura che hai dimostrato. Ho trovato molto intriganti e divertenti gli innumerevoli richami nipponici (a Miyazaki, La gara di haiku (brava!), la katana (che mi sembra una parodia di Masamune..), e tanti altri) e i richiami “occidentali” (i titoli ‘famosi’ delle tre parti del romanzo (che mi sembra che nessun’altro abbia notato…), Lewis Carroll, D. Adams, io poi ci vedo anche un pò di P.K. Dick in “Follia per sette clan” e di “La matrice spezzata” di Bruce Sterlinge, inoltre nessuno ha riconosciuto la citazione da “Per un pugno di dollari” (o viene da Carlo Lucarelli che cita il suddetto film?!), anche qui ce ne sono troppi per elencarli tutti).
Volevo però evidenziare, per quelli che non hanno ancora letto il romanzo, che è un romanzo originale, e le citazioni sono così lievi da essere quasi impercettibili. Sono più che altro dei cammeo.(Infatti gli eccelenti critici che hanno scritto prima di me non ne fanno parola..)Mi è piaciuta anche la sapiente dose di comicità iniziale che via via diminuisce nella seconda parte (senza mai estinguersi del tutto). E il cambio di stile dal capitolo 13 in poi (bello perchè divide il tono più leggero della prima parte da quello più cupo della seconda).
In conclusione: si, io avrei comprato questo romanzo (magari anche un’altra copia come idea-regalo)
OFF TOPIC: Provo una forte dose di invidia per le capacità di questa scrittrice/blogger, è molto brava, e le invidio anche la capacità di controllarsi di fronte alle evidenti incapacità (fisiche e mentali) di alcuni soggetti che hanno commentato questo romanzo prima di me:
..quelli che ogni 20 pagine di romanzo ritornavano qui a postare commenti inutili e inconsistenti..
..quelli che volevano trovare per forza un errore nel romanzo (che si attaccavano perfino ad una virgola(!))..
..quelli che non sapevano che cosa fosse un romanzo urban fantasy e quindi non hanno capito/apprezzato (ma perchè vi dovete per forza identificare con il personaggio principale di un romanzo? con Tolkien vi siete immedesimati in un tappo di 60 cm obeso e scalzo!? avete mai letto P.K.Dick (che poi non mi piace neanche), vi identificate nei suoi personaggi schizofrenici, post-atomici, drogati? o al modo si scrivere slegato-quasi da “unghie sulla lavagna mentale”- di tantissimi autori, come lo stesso Dick o Douglas Adams o Terry Pratchett? evidentemente no)..
..quelli che sono semplicemente maleducati (che con la scusa dell’anonimato fornito da Internet) postano commenti antipatici, volti a fiaccare lo spirito dell’ Autrice? (stiamo parlando di una ragazza di 19 anni, cri..bbio, è così che vi rivolgete a vostra sorella o alla vostra ragazza?)..
Non ci vuole un genio per capire che nel caso di commenti negativi (a parte quelli che hanno tovato davvero un errore o un refuso) “il movente” non può essere altro che l’invidia, e un impacciato tentativo di emulare un’ottima scrittrice & recensionista. Tentativo miseramente fallito, l’unica penna fornita di talento e carica di vetriolo ce l’ha Gamberetta..