Sul Copyright

Qualche giorno fa Cory Doctorow ha pubblicato un nuovo libro, Content: Selected Essays on Technology, Creativity, Copyright, and the Future of the Future. Come chiarisce il titolo non è un romanzo, è un raccolta di articoli e brevi saggi scritti da Doctorow negli ultimi anni e già apparsi su riviste online e cartacee. Fosse un altro parlerei di mezza truffa, visto che si cerca di vendere roba vecchia e in molti casi ancora reperibile in Rete, ma Doctorow, fedele alle sue idee, ha deciso anche questa volta di rendere disponibile per il download il testo completo del libro. Perciò chi vuole può pagare i 15 dollari del prezzo di copertina, e chi non vuole può lo stesso leggerlo.

Copertina di Content
Copertina di Content

Gli articoli trattano i temi più svariati, dalle fanfiction, ai MMORPG, alla Singolarità e tanti altri argomenti. La parte del leone è però appannaggio del discorso sul diritto d’autore e il futuro della scrittura nell’epoca di Internet. Doctorow ha una posizione radicale in merito, non a caso durante tutta la sua carriera di scrittore ha sempre distribuito i suoi romanzi e racconti con licenza Creative Commons. E bisogna subito notare un particolare importante: Doctorow ha una carriera. Non è facile inventarsi una carriera come scrittore, specie scrittore di fantascienza, Doctorow ci è riuscito e secondo lui uno dei fattori è stato proprio il distribuire liberamente i suoi romanzi.
Io non ho (ancora) una carriera come scrittrice di fantascienza, ma sono d’accordo con Doctorow.
Ho già affrontato la questione in diversi articoli, ma mai in maniera sistematica. Come nel caso della scrittura, con il Riassunto delle Puntate Precedenti, è giunto il momento di chiarire in maniera inequivocabile quale sia la posizione della Barca dei Gamberi rispetto al diritto d’autore e problemi affini. E per non suscitare inutili polemiche, puntualizzo subito un fatto incontrovertibile, una verità auto evidente: io ho ragione, chi non è d’accordo sbaglia!

Sul Copyright

Partiamo dal principio. Il principio è che le opere d’arte sono utili per la società nel suo complesso. Qui per “opere d’arte” intendo quelle opere che così sono comunemente definite, da Beethoven a Moccia, ovvero non entrerò nella polemica: “Mozart è arte, Britney Spears è spazzatura!” Può essere che ascoltare Mozart sia benefico e ascoltare Britney Spears no, può essere che leggere la Troisi sia addirittura dannoso, ma nel complesso, assumerò che leggere, ascoltare musica, andare al cinema o a teatro, e attività simili suscitano emozioni e trasmettono conoscenze che arricchiscono l’individuo e di conseguenza l’intera società.
Il ruolo positivo dell’arte lo darò per scontato; non tutti la pensano così, ma discutere questo punto esula dagli scopi del presente articolo. Questo articolo parte dal presupposto che più gli individui fruiscono delle opere d’arte, meglio è per tutti.

Dunque è necessario produrre e distribuire più arte possibile. Purtroppo la tecnologia attuale non permette di creare arte in maniera industriale. Se la società ha bisogno di sedie, pomodori pelati in scatola o carri armati, non è un problema, materie prime permettendo, produrre tali beni in quantità. Con l’arte non funziona così. Creare un’opera d’arte richiede l’intervento specialistico di un essere umano (credo, certi romanzi fantasy me ne fanno dubitare). Ci sono programmi per computer che in automatico scrivono brevi racconti o poesie, ma almeno per ora i risultati non sono all’altezza. Non è detto che sarà sempre così: a molti piace pensare che solo il sublime intelletto umano possa partorire le Cronache del Mondo Emerso o Vacanze di Natale, tuttavia non ci sono prove scientifiche a sostegno di questa tesi; è possibile che il segreto di un buon romanzo sia più semplice di quanto non si creda e che perciò non sia lontano il giorno nel quale sarà un software a scrivere in automatico i romanzi di Licia Troisi. Con la differenza che saranno belli! Sfortunatamente quel giorno, purché forse vicino, è ancora di là da venire.

Licia Troisi & cosplayer
Licia Troisi (a sinistra) e fan. Guardando queste immagini (altre qui) non è difficile credere che presto le Intelligenze Artificiali saranno in grado di scrivere romanzi…

Non potendo industrializzare l’arte, una società deve spronare chi è in grado di produrla a darsi da fare. E qui nasce il diritto d’autore: la società conferisce dei diritti particolari agli artisti quale incentivo a produrre più arte possibile. Questo è un punto fondamentale. Il copyright non ha basi morali, non sancisce diritti divini, è una sorta di contratto: io società ti sventolo davanti al naso la carota di vivere e diventar ricco scrivendo invece di lavorare in miniera, e tu artista in cambio produci più arte possibile. Ed è anche la ragione per la quale il copyright ha durata limitata: se io, i miei figli, i miei nipoti, i miei amici, il mio editore e tutti i suoi dipendenti potessimo vivere di rendita in eterno sulla base dei diritti delle opere già create, non avrei più nessun incentivo a crearne altre. L’idea è che quando i diritti su Topolino stanno per scadere, il signor Disney esclami: “Ostrega! Adesso devo inventarmi un altro personaggio!”, invece il signor Disney paga più o meno sottobanco i membri del Congresso americano per far allungare la durata del copyright. Ma questa è un’altra storia.
C’è da notare che la società potrebbe cambiare i termini dell’accordo con gli artisti andando in altre direzioni: se ogni individuo adulto non produce la sua quota di arte, pubblica fustigazione e galera! Da quanto ne so nessuno ci ha mai provato, nondimeno potrebbe funzionare.
Le leggi sul copyright possono essere paragonate a un condono edilizio: si offre un incentivo perché delle persone compiano azioni ritenute utili allo società (mettersi in regola / evitare di continuare a costruire senza permesso), tuttavia nulla vieta che l’anno dopo invece del condono ci siano ruspe e manette. Siamo su questo piano, parliamo di un incentivo, con lo scopo ultimo di accrescere la quantità di opere d’arte fruibili dalla società nel suo complesso, tutto qui, da nessuna parte il copyright sancisce un fantomatico diritto al guadagno degli artisti, al massimo offre una possibilità di guadagno.

Come accennato, oltre a produrla, l’arte occorre distribuirla. Prima dell’invenzione della stampa, distribuire un libro significava innanzi tutto ricopiarlo a mano, lavoro che poteva richiedere anni. È facile intuire come i benefici dell’arte sulla società siano minimi quando l’accesso è così limitato.
Con il passare dei secoli la tecnologia è via via progredita, rendendo sempre più facile usufruire delle opere d’arte. Quindi sono arrivati i computer e Internet. Internet è quell’incredibile Rete con decine di milioni di nodi il cui unico scopo è trasmette informazioni. Grazie a Internet il costo di diffusione dell’arte si è avvicinato a zero, almeno nei paesi occidentali. Con un normale abbonamento ADSL da 15 euro al mese posso spedire un film su DVD dall’Italia all’Australia spendendo pochi centesimi. Una frazione infinitesimale rispetto ai costi del mondo pre Internet. Meraviglioso! Il problema è che questo risultato è ottenibile solo violando il diritto d’autore. Il punto di forza di Internet è la possibilità per ognuno dei nodi di ricopiare e (ri)trasmettere le informazioni. Ma come recitano le parole scritte in piccolino in ogni libro, DVD, e quant’altro, la riproduzione dell’opera in oggetto senza autorizzazione è vietata.
Perciò da un lato abbiamo un sistema che permette di abbattere in maniera stratosferica i costi di distribuzione, ma dall’altro, per raggiungere tale risultato, deve necessariamente violare il copyright[1]. Qual è la soluzione? Storicamente è stato adattare il copyright alle nuove tecnologie.
Doctorow illustra vari casi, per altro piuttosto famosi: per esempio la minaccia delle pianole sulla salute degli Americani.
Ai primi del ‘900, se si voleva ascoltare della musica, era necessario andare a un concerto o pagare qualcuno perché venisse a suonare a casa nostra. Poi iniziarono a diffondersi le pianole e i pianoforti automatici. Questi apparecchi musicali non avevano bisogno che qualcuno li suonasse, le note venivano lette da rulli di carta perforata. Com’è facile immaginare, superato l’investimento iniziale della pianola, era molto più semplice ed economico acquistare i rulli con i vari brani, piuttosto che ogni volta affittare un pianista. Inoltre i produttori di rulli non pagavano un centesimo di diritti a nessuno: prendevano gli spartiti, li convertivano in rulli e i compositori potevano pure morire di fame!

Piano roll
Un “rullo” (piano roll) sbobinato

Compositori e musicisti andarono a piangere presso il Congresso americano, lamentando che se non fossero state proibite le pianole era la morte dell’arte musicale. Peggio, i giovani, soverchiati dall’incessante gracchiare delle infernali macchinette, avrebbero perso ogni entusiasmo per il canto, finché le loro corde vocali non fossero avvizzite, lasciando in dote all’America una generazione di muti.
Il Congresso decise che i produttori di rulli dovessero pagare una licenza per usufruire degli spartiti, e dall’altra parte fosse obbligatorio concedere tale licenza, secondo termini stabiliti per legge. Alla faccia del Libero Mercato! Però, alla fine, ci guadagnarono tutti.
La stessa storia si ripeté con la radio, le musicassette, i videoregistratori e la televisione via cavo. Ogni volta nasceva un sistema più economico ed efficiente di distribuire le opere d’arte e ogni volta qualcuno si abbandonava a previsioni catastrofiche piangendo miseria. Ogni volta si è deciso che non era nell’interesse della società rinunciare a un progresso tecnologico in nome di privilegi presunti inviolabili, e dunque si sono adattate le leggi per tener conto dei diritti di tutte le parti in causa.
Poi è arrivato Napster, il sistema per scambiare musica via Internet. L’antesignano di eMule, Gnutella, BitTorrent e soci. Napster in poco più di un anno ha raccolto 50 milioni di utenti: mai nessuna tecnologia nella storia era stata adottata tanto in fretta. Le società discografiche, come sempre, si sono messe a piangere – e qui cominciano i guai – il Congresso ha dato loro ragione.
Da leggi utilitaristiche, le leggi sul copyright sono diventate Vangelo, per cui tutto può cambiare ma il diritto d’autore diviene intoccabile. Napster è stato chiuso, le pene per la violazione di copyright sono state inasprite, e gli USA hanno cominciato a richiedere come base per eventuali accordi commerciali che le leggi dei vari Paesi venissero modificate fino a copiare quelle americane.
Da non dimenticare poi la nascita di campagne pubblicitarie terroristiche, come quelle basate sul concetto che la violazione del diritto d’autore sia equivalente a rubare beni fisici. Questa è una stronzata, ma purtroppo più di qualcuno ci ha creduto e ci crede tutt’ora.

Il demenziale spot antipirateria che equipara il rubare allo scaricare da Internet. No, non ruberei mai una macchina, però spaccherei volentieri il cranio di chi ha inventato questa idiozia

Ricordo perciò che perché ci sia furto io devo impossessarmi di qualcosa di un altro. Entro in un museo e mi frego un quadro: questo è rubare. Se entro in un museo e fotografo il quadro, non lo sto rubando! Quando si copia un film o un libro non si sta portando via niente a nessuno, il legittimo proprietario è ancora legittimo proprietario.
“Ma, ma, cioè tu è come se rubassi!!! Perché ecco se non avessi la copia compreresti il libro e dunque hai rubato il guadagno all’autore!!!” Vicino a casa mia c’è una fermata dell’autobus e a meno di venti metri un concessionario. Ogni volta che prendo l’autobus invece di pagare 5.000 euro per un’auto, sto derubando il concessionario!!! Perché, se non ci fosse l’autobus, sarei costretta a prendere la macchina. Stronzate. Se non ci fosse l’autobus, andrei a piedi. Se il tal romanzo non è disponibile su Internet, non spendo 20 euro per comprarlo, ne leggo un altro o non leggo niente del tutto e mi metto a giocare a Puzzle Quest (piratato).

Trailer di Puzzle Quest. Un gioco semplice ma divertentissimo!

E qui torniamo al discorso di partenza: più gli individui usufruiscono dell’arte, meglio è. Perciò è più utile per la società che io legga il romanzo gratis piuttosto che non lo legga a 20 euro.

Ciò non significa che non spenderò mai 20 euro – in fondo anche se ci sono gli autobus quasi tutti un’auto la comprano – significa che la società deve approfittare del fatto che la tecnologia permette di distribuire gratis l’arte, perché è questo lo scopo, non creare un regime da borsa nera, dove artificialmente si riduce l’offerta per tenere alti i prezzi.
Non sto parlando in teoria, basta guardare il pastrocchio delle regioni sui DVD. I produttori cinematografici si sono accordati per dividere il mondo in 7 regioni, e si sono garantiti per legge che i lettori di DVD venduti in una regione possano riprodurre solo i DVD pensati per quella regione. E questo perché i signori produttori sanno benissimo che in Europa o in America possono vendere un DVD a 30 euro, ma nessuno lo comprerà a quel prezzo in Cina o in Russia. Dunque era necessario un meccanismo perché le regioni più ricche non potessero importare i DVD venduti a prezzi bassi nelle regioni più povere. In Russia non è raro trovare DVD a 5 euro e anche meno. Non piratati, DVD ufficiali, di film appena usciti. E con i DVD a 5 euro le case cinematografiche ci guadagnano. Però che brutto guadagnare 5 quando puoi guadagnare 30, facendo approvare quelle due o tre leggi che danneggiano la collettività ma ti favoriscono…

Con la chiusura di Napster si è persa l’occasione di legalizzare l’utilizzo di Internet come sistema per la diffusione dell’arte. Da un lato i “detentori dei diritti” hanno cominciato la loro opera tendente a censurare Internet, dall’altro le persone hanno continuato a scambiarsi opere d’arte a costi vicini allo zero.
“Censurare” non è un termine scelto a caso: secondo i signori discografici & amici, il copyright è così sacro che non solo è inammissibile distribuire opere protette da diritti senza permesso, ma è inammissibile discutere di come si possano distribuire tali opere, è inammissibile discutere delle opere stesse e addirittura citarle. La MLB, la lega americana dei giocatori di baseball professionisti, ha denunciato gente sulla base che secondo lei, le statistiche dei giocatori erano coperte da copyright![2] Sarebbe come dire che io non posso utilizzare o comunicare il fatto che Maradona ha segnato 115 gol col Napoli senza il permesso della Lega Calcio! In questi giorni quei mentecatti di Scientology hanno spedito 4.000 diffide a YouTube perché togliesse altrettanti video, sostenendo che citare Scientology senza permesso è violazione di copyright. Ascoltare la radio ad alto volume con le finestre aperte non è disturbo della quiete pubblica, ma un reato ben più grave: violazione di copyright! Anche in questo caso ci sono state denuncie.
Come ovvio il solo denunciare non basta. È importante che ci siano pene esemplari, che la gente vada in galera per essersi scambiata informazioni.
Ci sono poi i lecchini che fanno a gara a essere “più realisti del Re”. Quel citrullo di Sarkozy ha per esempio introdotto in Francia la così detta “dottrina Sarkozy”: i provider devono staccare la connessione a Internet quando un utente raggiunge le tre violazioni del copyright. Chi decide delle violazioni? I detentori dei diritti. Se io casa cinematografica decido che tu stai violando il mio copyright, faccio in modo di staccarti la connessione (e questo non esclude una successiva denuncia).

Sarkozy
Secondo Sarkozy, a causa della pirateria via Internet, “corriamo il rischio di essere testimoni della distruzione della cultura.” Come si fa a discutere con gente così? Mazzate, questo è l’unico atteggiamento civile da tenere

Qualcuno – ingenuo! – potrebbe pensare che forse sarebbe il caso indagasse qualcuno esterno alle parti, tipo un giudice, ma purtroppo il reato di violazione di copyright è troppo grave perché ci si possa affidare alla giustizia, tanto più che i tribunali funzionano in questa maniera assurda: prima di condannare qualcuno ci devono essere delle prove. Chi ha bisogno di prove, quando basta il sospetto? Passare per vie legali va bene per lo stupro o l’omicidio o le rapine a mano armata, ma per fatti davvero gravi, che minano le basi stesse della società, come lo scambio senza fini di lucro di musica, bisogna intervenire in maniera drastica e senza tentennamenti. Naturalmente i detentori dei diritti svolgono loro le opportune indagini, affidandosi a sofisticati metodi per scoprire i violatori dei diritti, non a caso in questi anni grazie a tali sopraffini metodi hanno scoperto che infrangevano il copyright vecchietti morti da tempo, così come gente che non lo sa neppure usare un computer, e appurato ciò, è toccato ai figli essere torchiati. D’altra parte una commissione del Senato USA ha stabilito che le reti P2P con il loro scambio libero di opere protette da diritti finanziano il terrorismo. Osama & soci scaricano i film via eMule, masterizzano migliaia di copie, le rivendono e con il ricavato si comprano il tritolo! È palese come l’unica soluzione sia chiudere i sistemi P2P, così i terroristi non potrebbero più procurarsi i film. Proprio.

Ma lasciamo perdere questi pazzi. Quello che sostengono molti è che in un regime di sistematica violazione del copyright, venga a mancare l’incentivo che il copyright offriva. In poche parole l’artista pensa: “Brutti bastardi piratoni! Ogni volta che scrivo qualcosa me la copiate e la gente legge a sbafo senza pagarmi, non diventerò mai ricco! Basta! Non scrivo più neanche una riga!”
Assumiamo sia vero; è, in altri termini, la morte del professionismo in campo artistico. L’arte può essere al massimo solo un hobby, dato che i piratoni impediscono qualunque guadagno. È così grave? Kafka è stato un impiegato per tutta la vita, Tolkien era professore, Tom Clancy mentre scriveva il suo primo e miglior romanzo lavorava come assicuratore. Se questi tre signori fossero stati professionisti della scrittura, se avessero potuto dedicare 24 ore su 24 all’arte dello scrivere, avrebbero creato opere più belle? Forse sì, forse no. Clancy da quando si è dedicato esclusivamente alla scrittura ha prodotto materiale più scadente. In ogni caso mi sembra ovvio che anche se sparisse il professionismo, non necessariamente sparirebbe la (buona) arte. Kafka forse avrebbe potuto fare più di quel che ha fatto, ma già così ad averli tutti questi Kafka!

Casco
Questo è un casco antinfortunistico, del tipo che gli operai dovrebbero sempre tenere in testa mentre lavorano nei cantieri, per evitare incidenti. Ebbene, è stato inventato da nient’altri che Franz Kafka!

Inoltre non si tiene conto di un altro fatto: già ora la gran parte delle opere artistiche sono prodotte da dilettanti. In Italia si stampano decine di migliaia di libri l’anno, ma come noto, i personaggi che possono sopravvivere grazie alla sola scrittura sono pochissimi. Perciò il 99% della produzione è frutto di hobbysti che non ci guadagnano niente o quasi. Siamo sicuri che tutto questo esercito che non guadagna niente, smetterebbe di scrivere solo perché ha il sospetto che non guadagnerà mai niente? Davvero questi migliaia di libri nascono unicamente dalla prospettiva per gli autori d’intascare tanti soldi quanti la Rowling? Io non credo, perché se sul serio l’obbiettivo di una persona fosse la ricchezza, non ci proverebbe neanche con la scrittura.

Ricapitolando:

  • La qualità artistica non è legata al professionismo; intuitivamente se una persona ha la possibilità di dedicare tutto il suo tempo a un’attività è probabile che la svolga al meglio, tuttavia non è una condizione indispensabile, anche part time si può diventare scrittori sopraffini.
  • La prospettiva del guadagno non può essere la sola motivazione a spingere così tanta gente a scrivere. Perciò, se dovesse sparire tale prospettiva, rimarrebbero lo stesso un buon numero di scrittori.

E questo partendo dal presupposto: assumiamo sia vero. Ma non è vero. Già da diversi anni ogni singolo album musicale, videogioco o film è disponibile gratis in Rete. Con i romanzi non siamo ancora a questa copertura capillare ma non manca molto. Ebbene, se fosse vero che i piratoni mangiano tutti i guadagni, la cosidetta “Industria dell’intrattenimento” sarebbe dovuta crollare da tempo. Ma se si sommano i guadagni di discografici, editori, produttori cinematografici e di videogiochi, nel complesso sono stabili o in crescita. In particolare i videogiochi hanno avuto un boom in questi ultimi anni, raggiungendo in America gli introiti di musica e cinema. Eppure ogni singolo gioco lo posso scaricare, senza difficoltà.
Perciò il piagnisteo dell’artista dovrebbe essere questo: “Ecco, 10 anni fa c’erano 1.000 artisti professionisti, e io avrei potuto essere uno di questi, ma ho preferito giocare a ping-pong, adesso ci sono 2.000 artisti professionisti, e dunque le possibilità sono aumentate, però se non ci fossero i piratoni bastardi, forse ci sarebbero 3.000 artisti professionisti! Ecco, i piratoni mi hanno rubato 1.000 possibilità di successo! Ho deciso: non scriverò mai più una riga!” Dobbiamo davvero rispondere a questo frignone? Non credo.
Anche qui partendo dall’ipotesi più negativa, cioè che la libera diffusione delle opere abbia intaccato i possibili guadagni globali riducendo la crescita. È vero? Non ci possono essere riposte certe, ma con ogni probabilità no.

Signora che gioca a ping-pong
Avrebbe potuto essere una scrittrice fantasy di successo, invece ha scelto di dedicare la vita al ping-pong

Studi empirici hanno dimostrato che la disponibilità gratuita di un’opera artistica non incide sulle vendite, e quando questo avviene è un’incidenza positiva. Per rimanere in campo editoriale, come avevo già ricordato in un articolo di qualche mese fa, può far testo l’esperimento svolto dal signor O’Reilly, che ha provato a misurare l’andamento delle vendite di un libro da lui pubblicato in presenza della contemporanea distribuzione gratuita del testo. In breve, le vendite sono state in linea con le previsioni, la libera disponibilità del libro non ha avuto alcuna influenza negativa. Però 180.000 persone hanno potuto leggere tale libro, la società nel suo complesso è stata arricchita.
Lo stesso Doctorow racconta come all’inizio Tor Books (il suo editore – uno dei più grandi editori di fantasy e fantascienza del mondo) fosse un po’ scettico riguardo quest’idea balzana di offrire online gratis i libri, ma dopo i primi tentativi, adesso è l’editore stesso a spingere perché gli scrittori adottino questa tattica. E per una semplice ragione: perché così si vendono più libri!
Si vendono più libri perché la disponibilità libera del testo genera pubblicità, rende conosciuto il nome dell’autore. Infatti in un celebre articolo ancora il signor O’Reilly spiega che per un artista il problema numero uno non è certo la pirateria, bensì l’anonimato. La gente non compra il romanzo del tal scrittore perché può leggerlo a sbafo o perché non piace il genere o per le critiche negative, non compra perché non sa neanche che lo scrittore e il suo libro esistono! La distribuzione gratuita online può far molto per ovviare al problema.

Qui i miscredenti fanno notare che il “trucco” funzionerà finché saranno pochi gli autori ad adottare questa tattica, quando tutti o quasi distribuiranno liberamente, sparirà la novità e la gran parte degli artisti torneranno nell’anonimato. Forse, ma nel frattempo i rapporti di forze potrebbero cambiare. Un mondo di opere libere significa che se io scrivo una recensione negativa di un romanzo della signora Troisi, ognuno può verificare, e se viceversa la Mondadori intasa di pubblicità la Rete, ognuno può controllare se le affermazioni entusiastiche corrispondono alla realtà. Credo che la possibilità di accedere alle fonti senza pagare possa cambiare il rapporto con la pubblicità tradizionale. Se prende piede l’abitudine di prima leggere e poi pagare, può essere che si crei un nuovo ambiente, dove la selezione naturale favorisca i più bravi e non i più ricchi.
Sourceforge.net è uno dei più frequentati siti di Internet. Raccoglie progetti software open source e gratuiti. Allo stato attuale ci sono 133.256 progetti, eppure se si controlla la pagina con i progetti più scaricati, si può notare come molti di questi siano di qualità eccelsa. I migliori sono stati premiati. eMule è il notissimo programma di filesharing, programma che uso regolarmente, Azureus è un client BitTorrent (non il migliore, il migliore è uTorrent, anch’esso gratuito – ma comunque Azureus è buon secondo), VirtualDub è un programma di editing video che, in un centesimo dell’occupazione di memoria di mastodonti come Adobe Premiere, svolge una marea di funzioni (è il programma che uso per tagliare, montare, e correggere i colori dei video che metto qui sul blog), guliverkli racchiude vari sottoprogetti tra i quali il Media Player Classic, il miglior player multimediale per Windows.
In TV o sui giornali non si è mai visto uno spot per Azureus o VirtualDub, e nonostante questo i download si contano a decine di milioni.
Non vedo perché con la letteratura non possano attivarsi gli stessi meccanismi, facendo emergere le opere più meritevoli.

VirtualDub
Uno screenshot di VirtualDub. Maggiori informazioni al sito ufficiale

Riassumendo, i vantaggi di un’abolizione delle attuali norme sul copyright – o anche solo un ritorno alla punibilità per il solo lucro, il che renderebbe legale la distribuzione gratuita via Internet da parte di chiunque:

  • Costo zero per chi vuole usufruire dell’arte, con aumento della diffusione, a beneficio di tutta la società.
  • Maggiori vendite per gli artisti coinvolti, perché la distribuzione in Rete garantisce pubblicità.
  • Ulteriore incentivo per i nuovi artisti, dato che le possibilità di guadagno sono aumentate.

E gli svantaggi? Nessuno.
Qui ci sono analogie con il Proibizionismo e la “Guerra alla Droga”. Liberalizzare le droghe significa privare la Mafia e le altre organizzazioni criminali di enormi guadagni, significa far sparire tutti i reati connessi ai prezzi artificialmente alti delle sostanze, significa poter fornire prodotti più controllati e meno dannosi per la salute. Non lo si fa perché sarebbe immorale.
Con il copyright è uguale: stringi stringi la motivazione di chi vuole mantenere o inasprire il presente stato di cose è che è immorale usufruire di un servizio senza pagare.
Nei due campi c’è chi parla così sapendo di mentire (la già citata Mafia nel caso della droga, e la MAFIAA nel caso del copyright): costoro si mascherano da difensori della moralità solo per coprire ben più concreti interessi economici. Per gli altri, quelli sul serio convinti che sia un problema morale, non ho risposte, perché questi sono in pratica quelli che citavo a inizio articolo, quelli che non pensano che la diffusione dell’arte sia in assoluto un beneficio per la società.
Ben inteso, il fatto che non possieda i mezzi retorici o di coercizione fisica per convincere i “moralisti” non implica che la mia posizione e la loro siano sullo stesso piano. Ripeto: io ho ragione. Punto.

Concludo raccomandando di leggere Doctorow, perché gli argomenti sono interessanti, la prosa brillante e nel primo articolo scrive persino come Capitan Gambero, facendo il pirata! Arrrrr! (sic)

* * *

note:
 [1] Prendiamo YouTube, il famoso sito di condivisione di video. YouTube spende da 1 a 6 milioni di dollari al mese per acquistare la banda necessaria a fornire il servizio. E i video su YouTube hanno qualità infima. Se un’azienda volesse vendere film in formato HD (tipo Blu-Ray) usando Internet come mezzo di distribuzione avrebbe spese enormi in termini di banda da acquistare. Tali costi sarebbero ugualmente inferiori a quelli di un trasporto del disco fisico fino ai negozi, ma non sarebbero certo prossimi a zero. Lo zero si raggiunge solo quando si ha l’attiva collaborazione di migliaia e più nodi, come avviene nei sistemi peer-to-peer (P2P). Ognuno dei nodi deve sostenere una spesa infinitesimale e nel complesso il sistema sposta quantità enormi di dati. Ma questo significa che molteplici copie devono esistere in diversi nodi, violando così il copyright.
L’unica eccezione può essere l’editoria: i libri sono piccolissimi e a differenza dei film o dei videogiochi non è prevedibile che crescano in grandezza con il passare del tempo (riguardo ai film si parla già di Ultra HD). In altre parole un editore, pur mantenendo un solo punto di distribuzione, può lo stesso diffondere i suoi libri via Internet a un costo prossimo allo zero.

 [2] Per fortuna dopo un paio d’anni di tira e molla le richieste della MLB sono state respinte: non è possibile pretendere di avere il copyright sui fatti. Ma non dubito ci riproveranno e magari la prossima volta troveranno giudici e politici più “malleabili”…


Approfondimenti:

bandiera EN Content su Amazon.com
bandiera EN Il sito di Content da cui è possibile scaricare il testo completo

bandiera EN Il sito della Electronic Frontier Foundation in prima linea nella difesa delle libertà digitali
bandiera EN TorrentFreak, uno dei siti più aggiornati per le notizie riguardanti il P2P
bandiera EN Freedom to Tinker, noto blog che si occupa degli argomenti trattati nell’articolo

bandiera EN Il sito ufficiale di Puzzle Quest

 

Scritto da GamberettaGamberolinkLascia un Commento » Questo articolo in versione stampabile Questo articolo in versione stampabile

135 Commenti per “Sul Copyright”

  1. wewec scrive:

    Ah, finalmente un nuovo articolo! Iniziavo ad entrare in crisi d’astinenza!

    Martedì, 16 Settembre 2008 @ 8:32pm

  2. Ann scrive:

    Ottimo articolo, inutile dire che sono d’accordo con te.
    Solitamente io compro le cose a cui ho dato 8-10 gamberi durante la mia prima visione “da pirata”, per il puro piacere di collezionare dvd, o per sentire il profumo della carta stampata.
    Possiedo non meno di 3 copie del mio libro preferito (la saga di Earthsea, della Le Guinn, l’hai mai letto?Mi piacerebbe avere la tua recensione!), vado al cinema un paio di volte al mese e sostengo il mio cantautore “di fiducia” andando ai suoi concerti e comprando i cd.
    Scarico il resto non perché devo risparmiare, ma per alleggerire la mia anima tra un problema e l’altro….se non potessi scaricarli non li comprerei, e mi riposerei semplicemente dormendo, con buona pace dei miei neuroni affamati di fantasia.
    Buonanotte, e grazie ;)

    Mercoledì, 17 Settembre 2008 @ 12:39am

  3. Steampunker scrive:

    Beh, che dire, sono assolutamente d’accordo, Gamberetta.
    Se non fossi un feticista dei libri stampati, scaricherei pure quelli (che con musica, film e videogiochi si va alla grande :D).

    Mercoledì, 17 Settembre 2008 @ 1:48am

  4. Steampunker scrive:

    E comunque devo dire che non avevo mai pensato al “problema copyright” dal punto di vista dell’arte.

    Mercoledì, 17 Settembre 2008 @ 1:51am

  5. Morgante scrive:

    Sì,
    è tutto molto interessante…a parte l’immagine grottesca di una produzione “industriale” di arte! (intendo fatta da macchine). Penso soprattutto ai libri. Mi sono venuti i brividi di disgusto a pensarci. Capisco che ci siano in giro montagne di brutte opere, ma quando penso a quanto è meno gustosa la pasta industriale da quella fatta a mano, o i biscotti prodotti in serie da quelli appena sfornati di cui senti il profumo a cinquanta metri…Mi ci è voluto l’intero articolo per riprendermi. Mentre leggevo continuavo a vedere dei tizi di fronte a un macchinone di pulsanti luminosi, stile anni ‘70.
    Oggi computer, sforneremo 17 romanzi fantasy: tredici a lieto fine, uno dal finale incerto, uno con finale che preveda un seguito, e due con il cattivo che sbaraglia tutti. Ecco il file con tutte le caratteristiche studiate degli esseri umani, mescolale in un intreccio possente. Fatto?
    Ora calcola le probabilità di reazione di fronte a forti emozioni e pericoli, o incontri con altre razze. Fatto? Fine programma. Stop.
    Bah!
    A parte questo, è vero, io scriverei anche gratis. Quel che desidero dalla mia stanzetta ammuffita è che qualcuno conosca quello che scrivo. Forse l’ho già scritto altrove, ma è così; se mi dicessero: puoi vendere duecentomila copie e guadagnare cinquantamila euro, o un milione trecentomila persone leggeranno un tuo libro, ma tu non guadagnerai mai più di una semplice cassiera…
    Beh, dove devo firmare per la seconda? Ma c’è da chiedere?

    Mercoledì, 17 Settembre 2008 @ 6:44am

  6. Morgante scrive:

    Ops, ho dimenticato le ultime righe.
    Ovvio che quella della produzione industriale di arte era solo una riflessione e non il tema centrale dell’articolo, ma grazie di mettere sempre qualche dettaglio che mi toglie il sonno! : )
    Che diamine, ho la salute fragile, certe idee maneggiale con cura, o farai una strage.

    Mercoledì, 17 Settembre 2008 @ 6:54am

  7. Benmot scrive:

    Hai ragione? Certo che hai ragione. Soprattutto sono d’accordissimo quando parli della scrittura part-time citando gli esempi di Kafka, Tolkien e Clancy. Che poi sono solo tre dei nomi ‘famosi’ che è possibile utilizzare ad esempio. Quasi tutti gli scrittori affermati facevano tutt’altro nella vita, e continuavano a farlo pur dopo la pubblicazione dei loro capolavori. Ora con Internet i nodi sono venuti al pettine del copyright e di tutti quei parrucconi che associano la ‘pirateria’ al latrocinio. A me pare un latrocinio spendere 20 euro per un cd, 20 euro per un libro o via dicendo per qualcosa da sorbirmi a scatola chiusa. Certo, ci sono le recensioni, ma quante recensioni entusiastiche (e disoneste perché scritte sotto la ’sudditanza’ della casa editrice ) e quante oneste vi sono della tua autrice (odiata) preferita, l’astro eclissante del fantasy italiano Licia Troisi ? Ecco, io mi sono sentito derubato, una volta acquistata quella roba, non certo la Mondadori. Comunque alla fine penso che le maglie si apriranno…è la naturale conseguenza dei fatti.
    Ottimo articolo scritto con la consueta e mai doma verve!

    Mercoledì, 17 Settembre 2008 @ 8:49am

  8. Tanabrus scrive:

    Concordo in pieno con tutto l’articolo.

    Mercoledì, 17 Settembre 2008 @ 9:45am

  9. Angra scrive:

    Sai, uno spot contro la pirateria come quello qua sopra non deve stupire se si pensa che il nostro presidente del consiglio è proprietario di una casa di distribuzione cinematografica. Anche gli altri avranno i loro amici in questo campo (mi pare che Cecchi Gori fosse stato senatore nell’allora PDS).

    Mercoledì, 17 Settembre 2008 @ 10:07am

  10. Simone scrive:

    Scaricare qualcosa che normalmente sarebbe in vendita contro la volontà dell’autore è ovviamente un furto. Non è come fare una rapina in banca, ma è sempre rubare. Non stiamo parlando di brevetti di medicinali o altre cose di necessità primaria. Stiamo parlando di un prodotto di intrattenimento da cui i legittimi proprietari desiderano trarre profitto: se a voi sta bene lo pagate, se non vi sta bene non lo pagate ma nemmeno avete il diritto di possederlo ugualmente. Se decidete di prenderlo senza pagarlo, significa che giusto o sbagliato che sia (qualcuno potrebbe essere contrario alla proprietà privata, no?) lo avete comunque rubato. Tutti gli altri discorsi servono solo ad alleggerirsi la coscienza.

    Simone

    Mercoledì, 17 Settembre 2008 @ 1:14pm

  11. Gamberetta scrive:

    @Morgante.

    Capisco che ci siano in giro montagne di brutte opere, ma quando penso a quanto è meno gustosa la pasta industriale da quella fatta a mano, o i biscotti prodotti in serie da quelli appena sfornati di cui senti il profumo a cinquanta metri…

    La musica che si può ascoltare a un concerto è di qualità nettamente superiore a quella di un MP3. Però il concerto costa molto di più e solo pochi possono partecipare. Perciò anche se ipotetici software futuri non saranno all’altezza dei migliori autori umani, non sarà un dramma. Chi potrà leggerà gli umani (come chi può si reca ai concerti) e gli altri potranno comunque accedere a ottima letteratura a costo bassissimo e senza nessun problema di diritti.

    @Angra. In realtà quella pubblicità è internazionale, qui una parodia.

    @Simone. Non è rubare finché il legittimo proprietario rimane in possesso della propria opera. Il presunto mancato guadagno non può essere considerato oggetto di reato, perché altrimenti, come già illustrato, si arriverebbe a situazioni paradossali stile concessionario.
    Io ho tutto il diritto di possedere una copia di qualcosa che è stato pubblicato, ovvero reso pubblico. Nessuno verrà mai a casa tua a fregarti i romanzi, ma una volta che li rendi pubblici, non puoi impedire che le persone usino la conoscenza acquisita come meglio credono (compreso imparare a memoria il testo e ripeterlo a terzi, stile Fahrenheit 451).
    In quanto alla coscienza, non ci siamo proprio: i monaci che ricopiavano a mano i testi antichi sono considerati paladini della cultura, e oggi giorno i cosidetti “pirati” sono altrettanto degni di considerazione. Offrire alle persone cultura a costo zero è da premiare non da condannare.
    Chi ha la coscienza sporca sono i tizi meschini ed egoisti, quelli che mettono avanti un ipotetico guadagno agli interessi collettivi. Quelli che vogliono diventar ricchi sfruttando il fatto che gli altri rimarranno ignoranti. Sono costoro quelli che hanno problemi con la coscienza, e così s’inventano stronzate come il fatto che copiare equivale a rubare.

    Mercoledì, 17 Settembre 2008 @ 1:55pm

  12. Angra scrive:

    @Simone: il discorso di Gamberetta parte invece proprio dal presupposto che fruire dell’arte (senza stare a discutere di cosa sia arte e cosa no) sia proprio un bisogno primario come quello dei medicinali. Fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtude e conoscenza.

    Se vuoi sostiruire a tutto quanto sopra i medicinali comunque il discorso non cambia: anche quelli sono coperti da brevetto, e se non hai i soldi per comprarteli schiatti, come succede in Africa.

    Mercoledì, 17 Settembre 2008 @ 2:00pm

  13. Angra scrive:

    @Gamberetta: sì, la parodia la conoscevo ^_^. Ce ne sono parecchie, tipo quella che finisce con “fatti furbo, ruba davvero”. Più che della pubblicità avrei dovuto infatti citare l’infame Legge Urbani, nata sotto il governo Berlusconi con l’astensione (conato di vomito) di DS e Margherita. Sotto il governo Prodi venne modificata la legge sostituendo le parole “per trarne profitto” (che comprende l’arricchimento spirituale) con “a scopo di lucro”.

    Mercoledì, 17 Settembre 2008 @ 2:12pm

  14. gugand scrive:

    Ecco altre 2 parodie della famosa pubblicita’ anti pirateria:
    uarning, uarning 2

    Mercoledì, 17 Settembre 2008 @ 3:05pm

  15. Aletheia Loki scrive:

    Non stiamo parlando di brevetti di medicinali o altre cose di necessità primaria. Stiamo parlando di un prodotto di intrattenimento da cui i legittimi proprietari desiderano trarre profitto: se a voi sta bene lo pagate, se non vi sta bene non lo pagate ma nemmeno avete il diritto di possederlo ugualmente.

    Insomma, traducendo: se sei ricco hai diritto alla cultura, se sei povero o se quei venti euro ti servono per comprare una maglia a tua figlia che è senza vestiti, quel diritto non ce l’hai. Se tutti la pensassero come te, oggi molti di noi non saprebbero leggere né scrivere.
    Grazie per avermi ricordato anche oggi perché provo antipatia per l’umanità. <3

    ps: non temete; quando sarò Somma Imperatrice Divina del Mondo Intero abolirò i brevetti, che non sono mai riuscita a digerire, e il copyright com’è pensato oggi. ù_ù

    Mercoledì, 17 Settembre 2008 @ 3:19pm

  16. Morgante scrive:

    Capisco,
    quindi Gamberetta, tu ipotizzi un affiancamento agli scrittori umani, non una sostituzione. Già così suona meno orribile, anche se… continuo a preferire che dietro le scelte di un personaggio ci sia qualcuno che ha ragionato pensando alla propria esistenza o a quella di chi ha conosciuto nella sua vita. Che ci possa essere dietro il calcolo meccanico di una probabilità, mi riempe di sgomento, è così inumano. Quindi lontano anni luce dal calore che cerco.
    Diciamo però che se uno si è letto una montagna di scempiaggini, potrebbe arrivare al punto di preferire un po’ di coerenza, sacrificando il calore dell’autore, se questo si è rivelato un deficiente. Era questo il tuo messaggio, giusto? Se con il tuo bagaglio di esperienza non riesci a mettere insieme qualcosa di sensato, forse è meglio che lasci fare ad altri.
    Per i diritti, non me ne intendo molto, ma so che preferirei che più persone possibili conoscessero le storie scritte. Se potessi, le metterei in rete, sul retro del latte; che fossero ovunque, e alla portata di tutti.
    Non so dire altro.

    Mercoledì, 17 Settembre 2008 @ 3:31pm

  17. Federico Russo "Taotor" scrive:

    Sarò un pazzo, ma secondo me solo uno scrittore idiota e scarsissimo può pretendere di diventare ricco con la scrittura. E i libri sono fatti per essere letti, quindi se si vieta la diffusione si va in contraddizione col principio stesso di letteratura. Un tempo si tramandavano i canti attorno al fuoco, per intrattenere, ora invece si stampano (o si visualizzano sul monitor) libri.
    Concordo con tutto quello scritto nell’articolo. Per quanto riguarda la musica, i musicisti (”seri”, non quelli come Gigi D’agostino o simili) campano con i concerti, quindi diffondere gratis la musica è normale, se vogliono guadagnare nei concerti. E chiunque spenderebbe qualcosa, per godersi il proprio gruppo preferito.

    È vero che Tom Clancy non scrive? È vero che lui dà solo le idee e si prende il merito? Così sapevo…

    P.S. “Lilletta”, la cosplayer, è caruccia. Spero solo non sia una ragazzina. Ah, queste ragazze, dovrebbero tenere attaccato un bigliettino con l’età in fronte, così non si creano “malintesi”. ^_^”

    Mercoledì, 17 Settembre 2008 @ 3:39pm

  18. GiD scrive:

    (…) più gli individui fruiscono delle opere d’arte, meglio è per tutti.

    Questo è un principio valido e concordo che sia da ammirare uno scrittore che mette on-line un romanzo in modo che sia accessibile a tutti, però mi chiedo se va demonizzato lo scrittore che vuole trarre un guadagno dal proprio lavoro.
    Quello che voglio dire è che penso sia giusto dare allo scrittore voce in capitolo per quanto riguarda la diffusione di un suo lavoro. Lo scrittore ha il diritto (d’autore) di pretendere un pagamento per il tempo e la fatica che ha impiegato nel creare un qualcosa, senza per questo doversi sentire meno onesto di chi distribuisce gratis.
    E’ un po’ come parlare di professionisti e volontari; Ci sono tantissimi volontari che aiutano persone sole ospiti di case di riposo e simili, così come ci sono tantissime persone badanti per mestiere, che vogliono essere pagate per il tempo che dedicano ai pazienti.
    I volontari impiegano il loro tempo, fanno un gesto stupendo e migliorano la società. Questo rende sbagliato che ci siano badanti che pretendono uno stipendio?

    Sul discorso rubare=scaricare sono d’accordo che non si possa parlare di furto, ma non accetto neanche il ragionamento di chi (non Gamberetta) paragona lo scaricare a prestare/avere prestato un libro.
    Anche se parlare di furto è esagerato sta di fatto che se io, autore, decido (legittimamente) di pretendere un pagamento per la diffusione di un mio romanzo e tu, piratone, scarichi il romanzo in questione, tu avrai preso possesso del romanzo, frutto del mio lavoro, ma io non ho riscosso alcun pagamento. Qualcosa che non va c’è.

    Se Egisto presta un libro a Pancrazio non me ne frega niente. Egisto l’ha pagato, prestandolo sta limitando la sua proprietà del libro e anche per Pancrazio non sarà come aver comprato il libro. Contenti loro…

    L’esempio paradossale del concessionario non è tanto calzante. Potrebbe starci dal punto di vista del libraio che si lamenta perché non vende libri, ma qui chi si lamenta è più spesso l’autore.
    Se tu prendi l’autobus rinunci al bene materiale della macchina, a tue spese (tipo ritardi e sovraffollamenti). Se invece scarichi un romanzo rinunci al bene materiale del libro, sempre a tuo discapito (odio leggere a video!), ma godi a pieno del bene virtuale/immateriale del romanzo.
    Leggendo a video tu rinunci a copertina, pagine, bei caratteri e quant’altro. Ma io autore non ho lavorato su quegli aspetti. Io ho creato con il mio lavoro personaggi, dialoghi e situazioni, e tu godi pienamente del mio lavoro senza che io venga ricompensato in alcun modo.
    Prendendo l’autobus non usi le auto del concessionario, ma scaricando il mio romanzo usi il mio lavoro (trama, dialoghi, ecc…). Ripeto che non si può parlare propriamente di furto, ma c’è qualcosa di sbagliato, moralmente e legalmente.
    Ora, per chi scrive solo e soltanto per la gloria e per essere letto non è un problema, ma ripeto: non penso sia amorale pretendere un compenso per un lavoro fatto.

    In breve: la tua visione poggia sull’assunto che un romanzo, in quanto arte, appartiene alla società e non all’autore (almeno questo si legge fra le righe). Io sinceramente non riesco a essere d’accordo.

    p.s.

    Se prende piede l’abitudine di prima leggere e poi pagare, può essere che si crei un nuovo ambiente, dove la selezione naturale favorisca i più bravi e non i più ricchi.

    Io, sinceramente, se prima leggo poi non pago. Se leggo gratis un romanzo, anche bello, con i venti euro che avrei dovuto spenderci mi vado a comprare qualcos’altro e non penso a “premiare l’autore”… sono una persona tanto orribile?

    Mercoledì, 17 Settembre 2008 @ 5:44pm

  19. Morgante scrive:

    @ Gid
    Mi piace quello che hai scritto.
    Credo anch’io che uno scrittore che conceda di leggere gratuitamente le sue opere sia da ammirare, ma non mi passa mai per il cervello di lanciare anatemi contro chi viene pagato.
    Continuo lo stesso a non avere un’opinione precisissima e ferrea come molti, qui, ma la discussione si sta facendo molto interessante.
    Continuate! : )

    Mercoledì, 17 Settembre 2008 @ 5:58pm

  20. Aletheia Loki scrive:

    Io, sinceramente, se prima leggo poi non pago. Se leggo gratis un romanzo, anche bello, con i venti euro che avrei dovuto spenderci mi vado a comprare qualcos’altro e non penso a “premiare l’autore”… sono una persona tanto orribile?

    Beh, io invece lo comprerei un libro che mi piace, anche se l’ho già letto. O_o Scherzi? E se mi sveglio alle 4 di mattina con l’improvvisa necessità di rileggere una certa pagina di quel certo libro (realmente successo)? Io do di matto se non ho quel libro lì a portata di mano… e se me l’hanno prestato, non posso certo andare a riprendermelo. Se l’ho scaricato sul pc la situazione cambia poco: alle 4 di mattina non mi va di riaccendere il computer, ma proprio per nulla. Capisco che non sono un buon esempio di umanità media, ma non penso di essere l’unica che comprerebbe i libri pur avendoli già letti. o.ò
    Se questo fosse vero, solo le biblioteche comprerebbero libri e noi privati avremmo in casa forse due o tre volumi. u_ù

    Mercoledì, 17 Settembre 2008 @ 5:59pm

  21. Angra scrive:

    Io, sinceramente, se prima leggo poi non pago. Se leggo gratis un romanzo, anche bello, con i venti euro che avrei dovuto spenderci mi vado a comprare qualcos’altro e non penso a “premiare l’autore”… sono una persona tanto orribile?

    In realtà non si tratta di spendere 20 euro per comprare il cartaceo ma di mandare 1 o 2 euro all’autore dopo che abbiamo letto il pdf e ci è piaciuto. Per l’autore sarebbe più di quanto alla fine gli verrebbe corrisposto dall’editore.

    Mercoledì, 17 Settembre 2008 @ 6:07pm

  22. Gamberetta scrive:

    @GiD.

    Lo scrittore ha il diritto (d’autore) di pretendere un pagamento per il tempo e la fatica che ha impiegato nel creare un qualcosa, senza per questo doversi sentire meno onesto di chi distribuisce gratis.

    Dici che lo scrittore ha diritto di pretendere? Allora non posso non comprare, se non compro niente, lo scrittore non vede un soldo, dunque il suo diritto che diritto era? Se tu pensi che uno abbia il diritto di pretendere pagamento per il tempo e la fatica, non puoi affidarti al mercato. Lo Stato (ovvero tutti i cittadini) devono pagare una tassa con la quale finanziare gli scrittori. Perché se uno ha diritto, ha diritto.
    Ma se non premiamo il risultato bensì il tempo e la fatica, direi che tutti i cittadini potrebbero essere scrittori. Ognuno s’impegna per un tot ore e ha diritto al sovvenzionamento. Quando tutti sono sovvenzionati dai soldi di tutti è come se nessuno ricevesse niente. D’oh!
    Il tempo e la fatica non valgono niente. Può valere il risultato che ottieni con quel tempo e quella fatica. Ma se il risultato è buono, che senso ha limitarne articialmente la diffusione? Perché devono poter leggere solo le persone che possono permetterselo? Se è un bel romanzo, il fatto che tutti possano leggerlo è positivo per la società, più della singola ricchezza dello scrittore.

    Per il resto sfugge sempre il solito concetto: il “piratone” non si appropria del tuo romanzo, bensì di una copia di esso.
    Comunque come dicevo nell’articolo ne fai un problema morale. Tu non ci perdi nienti (hai ammesso tu stesso che per esempio non ti scoccerebbe il possibile mancato guadagno di un prestito), ma ti rode che qualcuno usufruisca di un servizio senza pagarlo. Il problema è, perché?
    Perché trovi così sbagliato che una persona possa essere felice senza pagare? C’è chi ti paga e legge, e altri che leggono, si divertento e non ti hanno pagato, e allora? NON CI PERDI NIENTE Il romanzo è ancora tuo, le idee, la trama, i personaggi sono ancora nella tua testa, nelle librerie ci sono ancora le varie copie in vendita, si può sapere perché dovresti negare la possibilità di divertirsi, imparare, godere a un altro?
    Un sud coreano appassionato di letteratura italiana scarica il tuo romanzo e se lo gode. Cosa c’è di sbagliato? Perché a tuo modo di vedere la faccenda diviene “morale” solo quando intaschi soldi? Dunque la prostituzione è il massimo della moralità!
    Vivi e lascia vivere! Se una persona ti vuol pagare ti paga, se non vuole non si capisce perché dovresti negargli la possibilità di diventare una persona migliore, visto che per te non cambia una virgola.

    Mercoledì, 17 Settembre 2008 @ 6:22pm

  23. giupina scrive:

    Il tempo e la fatica non valgono niente. Può valere il risultato che ottieni con quel tempo e quella fatica. Ma se il risultato è buono, che senso ha limitarne articialmente la diffusione?

    gamberetta hai ragione, il tempo e la fatica non valgono niente, ma il loro risultato si. tu parti dall’assunto che il diritto d’autore non sia un “diritto”

    Le leggi sul copyright possono essere paragonate a un condono edilizio…[ ] Siamo su questo piano, parliamo di un incentivo, …[ ]da nessuna parte il copyright sancisce un fantomatico diritto al guadagno degli artisti

    ma su quale base? cito da wikipedia

    Il diritto nasce al momento della creazione dell’opera, che il codice civile italiano identifica[4] in una «particolare espressione del lavoro intellettuale». Quindi è dall’atto creativo che, incondizionatamente, il diritto si origina; non vi è pertanto alcun obbligo di deposito (ad esempio, presso la SIAE), di registrazione o di pubblicazione dell’opera (a differenza del brevetto industriale e dei modelli e disegni di utilità che vanno registrati con efficacia costitutiva). Tuttavia, tali forme di pubblicazione costituiscono una manifesta e facilmente dimostrabile attribuzione della paternità (specie in caso di controversia).

    tutte le altre considerazioni sono interessanti e utili, anche per me, non lo nego, ma non cambiano di una virgola la lettera e lo spirito della legge.

    giupina

    Mercoledì, 17 Settembre 2008 @ 6:58pm

  24. Okamis scrive:

    Articolo interessante, come sempre dopotutto. Mi focalizzo però su un punto rimasto un po’ in disparte (forse perché esula parzialmente dal tuo discorso generale).

    Sul fatto che i diritti d’autore, intesi come retribuzione di un autore a seconda delle copie vendute della sua opera, siano un paradosso da abolire mi trovi perfettamente d’accordo. Dopotutto, da anni ormai sono grande sostenitore (e ovviamente fruitore) di programmi open source o che mi permettano comunque di raggiungere i medesimi risultati di analoghi prodotti a pagamento, senza però l’obbligo di sborsare un centesimo (mi riferisco in particolare a Linux). Unica eccezione, lo ammetto, è Office, in quanto nel bene o nel male è un ottimo programma. Ma non voglio divagare…
    Oltre a regolare quanto da te esposto, i diritti d’autore regolano anche la diffusione dell’opera medesima, o meglio la sua paternità. Mi spiego: senza l’apparato dei diritti d’autore si potrebbe arrivare al paradosso che io potrei dire di essere l’autore di “Harry Potter e i doni della morte” (non che ci tenga particolarmente). Certo, mi si può rispondere che il libro in questione è talmente noto che nessuno oserebbe sputtanarsi in questo modo. Ma cosa accade con le opere di misconosciuti esordienti? Per fare sempre un esempio, se io, mister Nessuno, scrivo un libro, lo pubblico sul mio sito senza avere possibilità alcuna di dimostrare la paternità di quell’opera, potrebbe benissimo accadere che qualcuno mi soffi l’idea e la spacci per sua, magari lucrandoci sopra. Insomma, una qualsiasi forma di tutela artistica deve esistere a mio modo di vedere. Che poi le vare SIAE o chi per loro siano spesso e volentieri delle società di truffatori legalizzate, quello è un altro discorso.

    Ora, diritti d’autore (intesi in senso pecuniario) e paternità dell’opera sono concetti del tutto estranei l’uno all’altro, e non bisogna chiamarsi Einstein per capirlo. Eppure in Italia (ma non solo nel nostro caro Bel Paese) gli articoli che regolamentano tali questioni sono fra loro legati, creano un binomo inscindibile.
    Mi chiedevo quindi, per concludere, quale fosse la tua opinione, Gamberetta, in merito alla parte dei diritti d’autore che regolamenta la paternità dell’opera (ma la domada ovviamente può essere intesa come rivolta a qualsiasi fuitore di questo blog). Spero che il mio pensiero sia risultato chiaro. Qualora così non fosse, chiedo venia (purtroppo sono abbastanza di fretta e non ho nemmeno il tempo di rileggere).

    Mercoledì, 17 Settembre 2008 @ 7:42pm

  25. Gamberetta scrive:

    @giupina. Sto parlando appunto dello spirito delle leggi sul diritto d’autore, in generale. Non mi sto basando sulle attuali normative dello Stato Italiano (fra l’altro le modifiche in materia sono state parecchie negli ultimi anni, quello che è “vero” oggi può non esserlo più fra sei mesi). Infine non ho particolare rispetto per certe leggi, fatte addirittura su pressione di governi esteri (l’ambasciata americana - vedi qui). Quando un parlamento si fa “suggerire” le leggi dall’ambasciata americana quelle leggi sono carta straccia.

    @Okamis. Sì, sono discorsi diversi. Se si vuole creare una protezione riguardo alla paternità delle opere, credo sarebbe facilissimo: lo Stato organizza un server sul quale uplodare i film, libri, musica, ecc. che si vuole, e ne certifica con validità legale la data di upload. Gratis o al massimo facendo pagare il costo della banda consumata (che comunque viste le tariffe attuali per l’ADSL corrisponderebbe a circa 3 centesimi per un film in qualità DVD).
    In ogni caso il rischio di plagio è sopravvalutato. Prendiamo proprio Harry Potter: come noto il primo libro (una potenziale miniera d’oro) ha girato diverse case editrici prima di essere pubblicato. In altre parole anche gli addetti ai lavori non è che abbiano questa gran capacità d’intuire le idee migliori (anche solo dal punto di vista commerciale). Che interesse ci sarebbe a “rubare” le idee a uno sconosciuto, quando gli sconosciuti fanno loro a gara a mandare manoscritti?
    Mi sembra anche abbastanza bislacco che uno sconosciuto prenda il testo di un altro e… spenda lui i soldi per spedirlo a n case editrici? Improbabile.
    Se invece di plagio vero e proprio si parla di copia di idee, il discorso cambia. Non c’è niente di male: è proprio copiandosi le idee a vicenda che nascono i bei romanzi. Se una persona ha una bella idea è naturale che anche altri la vogliano elaborare. Tutto di guadagnato!
    E La Guerra dei Mondi di Wells è in ristampa continua da 100 e passa anni nonostante di gente che abbia “rubato” l’idea dell’invasione aliena ce ne sia a iosa.

    Mercoledì, 17 Settembre 2008 @ 8:31pm

  26. Okamis scrive:

    In campo informatico mi viene in mente quanto successo in questi anni con i progetti Compiz e Beryl, ovvero i due più famosi “Desktop Environment 3D” disponibili per sistemi Linux. Compiz nasce, raccoglie consensi, s’impone sul mercato. Ma qualcuno crede di poterlo migliorare. Così recupera il codice sorgente (cosa perfettamente legale in ambito open source), lo modifica a suo piacimento e crea Beryl, programma del tutto analogo al primo ma con differenti effetti visivi. Alla fine l’utente finale si ritrova a poter usare due programmi: a lui la scelta del migliore.
    Un discorso simile in ambito artistico non è propriamente assimilabile, anche se la cosa non mi dispiacerebbe. Ad esempio se uno scrittore dovesse scrivere un romanzo basandosi su un apparato di base preesistente (in maniera analoga a quanto succede con le opere basate su D&D) senza l’obbligo di dover pagare i diritti d’autore, cosa ci sarebbe di male? Perché non è possibile, come accade in ambito informatico, riscrivere le opere andando a correggere quelli che si ritiene esserne i difetti? Non mi riferisco a semplici fan fiction, ma vere e proprie riscritture globali. Al di fuori di un discorso estetico (che andrebbe a toccare i singoli lavori) non ci vedrei nulla di male. Certo, ciò avrebbe senso soprattutto se vivessimo in una società dove “prima usufruisci e poi decidi se pagare”. Nella nostra… beh, lasciamo stare.

    PS: l’idea del sistema di upload è analoga a quella che avevo in mente pure io (una sorta di SIAE “aggratis”). Ero solo curioso di vedere se pure su quell’ambito specifico potessimo trovarci d’accordo ;-)

    Mercoledì, 17 Settembre 2008 @ 9:13pm

  27. DelemnO scrive:

    Quello dei diritti d’autore è un discorso complesso. Io faccio recensioni per una webzine black metal, con il ritmo di una o due recensioni alla settimana ( il tempo è poco, vero). A meno che non ci siano uscite che mi interessano particolarmente addirittura giro sui blog dove mettono a disposizione cd da scaricare e scelgo quelli che più mi ispirano, scegliendo a casaccio. Ci si possono trovare ottimi lavori ( l’omonimo dei Nhaavah) o incappare in album più deludenti (l’ultimo dei Proclamation che ho appena finito di recensire). Calcolando poi che è estremamente difficile ( diciamo pure impossibile) andare in un negozio di cd e trovarsi questi album davanti, così come andare in una libreria anche decente e trovarci Ash della Gentle è difficile, io appoggio il download e la distribuzione di opere via internet. I cd se li trovo poi li compro volentieri ( se ho i soldi..), idem per i libri. Alla peggiore si ordina via internet.
    Poi è chiaro che è bello avere il libro in mano, sentirne l’odore e accarezzarne la carta, così come sfogliare il libretto di un cd magari in confezione speciale.
    Di solito, nè musicisti nè scrittori, a parte quelli veramente famosi (che non accetto vedere piangere miseria a causa del download), ci mangiano con questa loro passione.

    Però ad esempio, se io postassi sul mio blog un estratto del mio libro ( ancora non pubblicato, mettiamo) in cui compare la razza Elara e uno lo leggesse e, poniamo, la inserisse nel suo libro con un altra storia, altri personaggi e via dicendo, e lo pubblicasse io vorrei fargli causa. Non è come gli elfi che appartengono comunque alla tradizione mitologica nordica, è qualcosa di creato da me che vorrei in qualche modo tutelato. Poi se qualcuno si scarica il mio libro e lo legge, e gli piace, sono contenta, anche se la possibilità di far su qualcosina non mi schifa io non scrivo certo per soldi.

    Mercoledì, 17 Settembre 2008 @ 9:32pm

  28. GiD scrive:

    Dici che lo scrittore ha diritto di pretendere? Allora non posso non comprare, se non compro niente, lo scrittore non vede un soldo, dunque il suo diritto che diritto era?

    Lo scrittore ha il diritto di pretendere nel senso che ha diritto di chiedere qualcosa in cambio del proprio romanzo/saggio/scritto. Non intendevo dire che vanno pagati fatica e tempo persi, come da te specificato è il frutto di tempo e fatica che va pagato. Non penso che tu non avessi capito cosa intendevo, ma meglio chiarire il concetto.

    Io scrivo un romanzo.
    Tu vuoi leggere il mio romanzo.
    Io ho il diritto di pretendere un pagamento per farlo leggere.
    Tu hai il diritto di mandarmi a quel paese e giocare a Puzzle Quest (ci mancherebbe!).

    Di norma fra me che scrivo e te che vuoi leggere c’è l’editore che pubblica, ma quanto sopra è in linea di principio. Il punto è: Io autore ho il diritto di pretendere un pagamento in cambio di un mio romanzo. Se vuoi invece di scrivere “pretendere” scrivo “chiedere”, ma il succo non cambia. “Se vuoi leggere il mio romanzo devi pagarmi”: un autore può pensarla in questo modo e credo sia una posizione leggittima.

    Ma se il risultato è buono, che senso ha limitarne articialmente la diffusione? Perché devono poter leggere solo le persone che possono permetterselo? Se è un bel romanzo, il fatto che tutti possano leggerlo è positivo per la società, più della singola ricchezza dello scrittore.

    Siamo sempre alla stessa idea di base: per te un romanzo appartiene alla società, perché bene comune. Per me un romanzo appartiene all’autore, perché frutto della sua mente e del suo lavoro.

    Tutte le questioni del tipo “che senso ha limitarne articialmente la diffusione?“, “Se è un bel romanzo, il fatto che tutti possano leggerlo è positivo per la società” e tutti i discorsi sulla felicità altrui sono problemi che deve porsi l’autore e sempre l’autore deve agire come meglio crede.
    Il piratone che mette on-line un link per permettere a chiunque di usufruire del mio lavoro (di tutto il mio lavoro, non di una copia di qualità inferiore come capita spesso coi film) si sta arrogando un diritto non suo, il diritto di distribuzione di un’opera, di una mia opera. Mia l’opera, mio il diritto di distribuirla come voglio, gratuitamente, dietro pagamento on-line o appoggiandomi a un editore.

    Dev’essere una mia scelta.

    p.s.
    Capisco che il concetto di prestito può suonare simile allo scaricare un file, ma non è del tutto uguale. Come già detto chi presta e chi si fa prestare qualcosa rinuncia a qualcosa, in altre parole si mette in una condizione di disagio, rispetto a chi compra, pur di risparmiare. Chi compra rilegge una storia quante volte vuole, chi ha un libro in prestito No. Comunque è sempre una copia del mio lavoro che gira, copia per cui ho avuto il mio tornaconto.

    p.s.2
    Che poi molte delle leggi e delle restrizioni che ruotano attorno al diritto d’autore siano assurde è anche vero. Non sto dicendo di No. Mi sembra comunque sbagliato ignorare del tutto la volontà e il ruolo dell’autore che sul proprio lavoro deve poter vantare dei diritti.

    p.s.3
    mi rendo conto che durante il commento son stato un po’ egocentrico. E’ tutto mio, mio, MIO!!!

    Mercoledì, 17 Settembre 2008 @ 9:38pm

  29. GiD scrive:

    il post precedente riporta citazioni di Gamberetta.
    (Ho dimenticato a scriverlo!)

    Mercoledì, 17 Settembre 2008 @ 9:40pm

  30. Angra scrive:

    A me meraviglia il fatto che non sia stato ancora introdotto nella legislazione sul diritto d’autore un cavillo che di fatto vieti il prestito. Sarebbe difficilmente applicabile, d’accordo, ma la nostra legislazione è piena di norme impossibili da applicare. Una cosa del genere non è per niente lontana dalla situazione attuale: già se compro un cd o un dvd me ne è vietata la pubblica riproduzione. Basta rendere un po’ più restrittiva la norma e il gioco è fatto.

    Giovedì, 18 Settembre 2008 @ 12:42pm

  31. BlackArcana scrive:

    Sono della tua stessa opinione riguardo il copyright. E’ di pochi giorni fa un “caso” letterario piuttosto controverso. A quanto pare Stephenie Meyer (la “mamma” di Twilight e Co.)si è vista “tradire” da un suo collaboratore che ha dato in pasto ad popolo della rete una versione non completa di“Midnight Sun” nuovo libro( si fa per dire visto che era una rivisitazione di Twilight raccontata dal punto di vista del bel bambolotto iper-dentuto Edward) a cui la scrittrice stava lavorando. Da brava autrice “fiera del suo lavoro” la Meyer, incavolata come una iena idrofoba, ha deciso , in barba ai desideri dei fan che fino ad ora le hanno foraggiato la bella vita, di cancellare del tutto la pubblicazione del libro. Come affermo nel mio blog la soluzione sarebbe stata semplice. Finire il libro e condividerlo in rete. Un scelta che, a quanto pare, una “grande scrittrice” come la Meyer ritiene impraticabile.

    Giovedì, 18 Settembre 2008 @ 1:00pm

  32. Carraronan scrive:

    Sono d’accordo con le idee riportate da Gamberetta. E poi, diciamolo, la questione NON è se è possibile fermare la pirateria degli ebook, ma solo COME gli scrittori devono integrarsi nel futuro inevitabile e conviverci al meglio. Non un SE, solo un COME. Gli ebook esistono ed esisteranno nel prossimo futuro (ma io confido sempre in un bel conflitto nucleare nei prossimi decenni). Questo non è contestabile, è un dato di fatto. Le tecnologie per leggerli in modo agevole (aldilà dei lettori ebook veri e propri) sono in aumento, questo è un altro dato di fatto. Bisogna convivere con l’ovvietà dei fatti, non con le chiacchere dei cartofili o dei profeti di disastri che vogliono la cultura uccisa dai libri elettronici (mentre invece dei terreni disboscati per i libri su carta e dell’inquinamento che l’industria correlata produce non gliene frega niente).
    E l’ovvietà dei fatti ci permette di immaginare un mondo dell’editoria molto migliore e molto più libero di quello attuale GRAZIE AGLI EBOOK e ai lettori per visualizzarli (siano essi palmari, cellulari, lettori e-ink veri e propri, console portatili ecc…). Ci si prospettano immensi vantaggi per gli scrittori del futuro, a patto di voler competere sulla qualità e non sulla fortuna, sulla pubblicità e sulle raccomandazioni come sembra funzionare ora l’editoria.

    I rischi di “censura dell’informazione” correlati alla futura implementazione di qualunque tecnologia veramente efficace (ma nessuna lo è, perfino le Console vengono modificate senza problemi -ho due amici che le rivendono-) di “blocco” sugli eBook “venduti” sono tali da minacciare l’intera idea di libertà di una democrazia occidentale. E già ora le cose non è che vadano benissimo, visto che i nostri flussi di informazioni riservate sono molto più pubblici di quanto il cittadino medio pensi.

    Avevo fatto un articolo relativo alla questione Libro/eBook nel luglio scorso, prendendo ispirazione proprio da un discorso di Doctorow del 2004, ma aggiungendo i dati di vendita degli eBook negli anni successivi in Giappone, USA e Corea del Sud per dimostrare che, proprio come con la vendita di musica online, gli eBook non sono solo un fenomeno di pirateria, ma anche un mercato reale.
    Ecco il link (dentro c’è un indice di consultazione):
    Ebook e Futuro del Libro

    E qui un link aggiornato con i dati di vendita degli eBook in USA (un ambiente molto meno avanzato tecnologicamente del Giappone o della Corea del Sud, e con problemi editoriali non molto dissimili da quelli italiani) nel secondo quarto del 2008:
    Vendite eBook USA 2008

    @Black Arcana:
    Secondo me quella della Meyer, alla luce di certe sue affermazioni su Breaking Dawn, è tutta una messa in scena pubblicitaria, magari per liberarsi di una serie scomoda in modo tollerabile per i suoi lettori -il tradimento!!!- e ripartire con nuove storie. In fondo aveva scritto anche L’Ospite, no?
    Ho dedicato alla Meyer un commento qui:
    La Meyer fa i capricci: tutta una farsa?

    Giovedì, 18 Settembre 2008 @ 1:35pm

  33. Gamberetta scrive:

    @GiD. Ti faccio un altro esempio: compri un’automobile. È a tutti gli effetti tua. Giri per il giardino di casa come ti pare, ubriaco, andando su due ruote, con i fari spenti alle tre di notte. Finché rimani nel giardino di casa tua nessuno ti dirà niente. Ora invece inbocchi una strada pubblica: non puoi più fare come ti pare, o ti ammazzi (e/o ammazzi qualcun altro). Dunque la società t’impone dei limiti sull’utilizzo del tuo mezzo. L’automobile non è più tua? No, è ancora tua, solo devi renderti conto che adesso le tue scelte devono essere messe in relazione con le scelte altrui.
    Così il romanzo: finché te lo tieni per te o lo leggi agli amici tuoi puoi farci quello che vuoi, quando lo rendi pubblico rimane tuo, ma l’utilizzo non è più una tua scelta. Non può la tua scelta limitare la MIA scelta di prendere la MIA copia del romanzo farne 500 fotocopie e spedirlo in Cina.
    Il romanzo rimane tuo, le copie sono della società.

    @DelemnO. Se uno prende gli Elara con nome e cognome e li inserisce in un suo libro è possibile che vinceresti un’eventuale causa (forse, è una questione complicata). Ma direi che è imbrobabile: quello che può capitare è che il tipo prenda gli Elara, cambi il nome o qualche altra caratteristica secondaria e inserisca il bello dell’idea nel suo di romanzo. Qui non solo non c’è niente da fare, ma è un fatto positivo. È anche mettendo assieme le buone idee degli altri che nascono i bei romanzi.

    Giovedì, 18 Settembre 2008 @ 1:59pm

  34. Sandy85 scrive:

    Articolo veramente interessante, ma anch’io concordo con GiD per quanto riguarda la “richiesta” dell’autore.

    Ho una domanda: se vale sempre il prima leggi e poi paghi, che fine fanno le biblioteche?
    Di solito in biblioteca trovi una gran quantità di libri, anche i più scadenti, puoi prenderli in prestito, li leggi e decidi quale vale la pena di andare a comprare e quale no. È la stessa cosa dello scaricare un’opera, leggerla e poi decidere di pagarla o di comprarla se non vuoi farti venir male agli occhi per aver fissato per ore uno schermo.
    C’è il rovescio della medaglia: la biblioteca non sempre è vicino casa o devi uscire e fuori fa freddo, questo può dar fastidio a quelli che sono abituati ormai ad avere tutto su internet o starsene al calduccio d’inverno senza dover far usare le gambe… se non per prendersi una bibita in cucina.

    Giovedì, 18 Settembre 2008 @ 3:26pm

  35. Sandy85 scrive:

    dover far usare le gambe

    Ho aggiunto un “far” di troppo, perdonate la svista, ma rileggendo non l’avevo notato.

    Giovedì, 18 Settembre 2008 @ 3:31pm

  36. GiD scrive:

    @ Gamberetta

    L’esempio, ancora una volta, non è così calzante.
    La libertà di ognuno finisce dove comincia la libertà dell’altro. Perché non posso guidare ubriaco e andarmi a schiantare contro un pioppo? Perché guidando ubriaco posso danneggiare altre persone. Quindi io non ho il diritto/la libertà di guidare come mi pare. In generale la mia libertà viene vincolata quando gli effetti del mio agire ricadono su terzi.
    (Per inciso, in pratica non è sempre così. Mettere il casco o No dovrebbero essere cazzi miei visto che ne dipende solo la mia salute, ma non è così. va be’…)

    Passando alla questione romanzi e simili la situazione si complica…

    Il romanzo rimane tuo, le copie sono della società.

    Qui, certamente senza volerlo, fai il mio stesso discorso. Il romanzo è mio perché l’ho ideato e scritto, la copia è tua perché l’hai comprata.
    Ma quando tu rendi disponibile il testo tramite link, o mandi in giro per il mondo delle fotocopie, cosa stai diffondendo? cosa stai usando? la TUA copia o il MIO romanzo?
    Io dico che usi, gestisci e distribuisci il mio romanzo, illegittimamente (perché senza il mio consenso). Se tu fai ciò che ti pare del mio romanzo me ne togli il possesso e me ne lasci solo la paternità.
    Pubblicando io acconsento al fatto che la casa editrice che pubblica distrubuisca il mio romanzo, NON acconsento al fatto che il mio romanzo diventi “cosa di tutti”.
    E qui arriviamo al punto cruciale: Tu, comprando il mio romanzo, hai il diritto di usufruirne, di usarlo, NON di distribuirlo. Sono due diritti diversi. Per il diritto di distribuzione una casa editrice mi paga ben più di 15 euro. Tu non puoi avere il diritto di distribuire come meglio ti pare il mio romanzo solo perché ne hai comprato una copia.

    Se tu presti, presti la TUA copia, se tu riproduci e diffondi, diffondi il MIO romanzo.

    Non può la tua scelta limitare la MIA scelta di prendere la MIA copia del romanzo farne 500 fotocopie e spedirlo in Cina.

    Non è così semplice. Occorre vedere quale delle due scelte è più leggitima, oppure chiunque può dire che la tua scelta di dormire non può limitare la scelta del tuo vicino di suonare la batteria alle quattro del mattino.
    Fra la mia scelta (dell’autore) e la tua scelta (del fruitore) c’è una differenza, anche abbastanza netta.

    -La scelta dell’autore di pretendere un compenso in cambio del bene che offre (fruizione del romanzo) è di certo legittima. Sta offrendo qualcosa e può chiedere in cambio qualcos’altro, non sta obbligando nessuno a fare niente.

    -Dal punto di vista del fruitore: qual è la sua libertà che io, autore, intralcio? Nel tuo esempio è innegabile che gli altri abbiano il diritto di vivere e la libertà di circolare per le strade. Nel caso del romanzo, anche pubblicato, è diverso: dal momento che il romanzo viene pubblicato tutti hanno il diritto di poterlo comprare NON il diritto di leggerlo. O meglio, il diritto di leggere è vincolato dall’acquisto e quindi è nei fatti diritto di comprare.
    Il tuo discorso e il tuo esempio possono reggere solo se si parte dall’assunto che esiste un diritto di leggere e che questo non possa essere vincolato dall’acquisto. Penso capirai che sostenere un tale diritto è un tantino più complesso del sostenere il diritto alla vita del pedone investito dall’ubriaco al volante. Può davvero, secondo te, esistere questo diritto ed essere così importante da scavalcare il diritto di possesso dell’opera da parte dell’autore?

    Giovedì, 18 Settembre 2008 @ 4:09pm

  37. Simone scrive:

    Mi spiace ma resto della mia opinione. Se vendo una cosa fatta da me, o la prendi o la paghi o non la prendi e non la paghi. Prendere senza pagare è un furto e pure Robin Hood era bravo e buono a dare i soldi ai poveri ma sempre furto era giusto o sbagliato che fosse.

    Oltre a questo, senza il copyright non esisterebbe l’incentivo alla ricerca e all’innovazione. Se investi 100 milioni di dollari in un film o nella ricerca di un medicinale lo fai perché ti aspetti di rientrare di molto dell’investimento fatto. Se il risultato del lavoro intellettuale diventasse immediatamente di dominio pubblico nessuna grossa società investirebbe e non ci sarebbe un avanzamento nella ricerca. Il fatto che chi scoprirà la cura per il cancro se ne fotterà di salvare la gente ma lo farà solo per i soldi, non toglie che a quel punto la cura per il cancro esisterà mentre senza soldi la ricerca non andrebbe avanti.

    Ancora, il fatto di comprare se ci piace, dopo aver “saggiato” è una boiata. Io lo faccio da anni con i miei ebook e nessuno se li compra. Non è questione di qualità, è che quasi nessuno di coloro che scaricano poi amano mettere mano al portafogli. Se uno può non pagare semplicemente non pagherà, anche se il libro gli piace, e ancora di più se l’acquisto si può fare solo attraverso Internet visto che pagare con carte di credito è anche una scocciatura. Se un altro autore scegliesse allora di vendere e basta, senza distribuzione gratuita, sarebbe suo diritto farlo perché il lavoro è il suo e ci fa quello che gli pare.

    Ovviamente il discorso è molto più complesso, perché io ritengo che se ti viene un’idea non sia comunque al 100% tua ma che appartenga all’umanità. Resta il fatto che la soluzione “prendo e copio tutto” è un sistema per avvantaggiare noi stessi a scapito dell’autore fregandosene dei diritti degli altri, e rischia di porta a “prodotti” di basso livello.

    Simone

    Giovedì, 18 Settembre 2008 @ 5:25pm

  38. Okamis scrive:

    Il problema di qualsiasi disussione inerente i Diritti d’Autore (e in senso lato anche la paternità artistica di un’opera) è di per sé complesso in quanto genera un paradosso tutto suo:

    Se uno stato, attraverso azioni di ambito legislativo, regolamenta il compenso che un autore è tenuto a ricevere per ogni copia della sua opera, avremo piena libertà dell’autore medesimo di fare del suo lavoro quello che egli preferisce, ma una limitazione sul diritto di libera fruizione da parte del pubblico. D’altra parte, una totale libertà di divulgazione porterà a un completo vantaggio per il pubblico, ma una limitazione per l’autore.

    Quale delle due limitazioni di libertà è la migliore? A mio avviso la seconda, in quanto va a raccogliere una fetta più ampia di popolazione. Sennza contare che tale sistema, dal mio punto di vista, faciliterebbe una qualità dei testi generalmente più alta. Un libro mi è piaciuto? Bene, dono all’autore una quota di denaro (che di certo sarebbe maggiore all’elemosina che ricevono dai diritti d’autore), oppure decido di comprare la versione cartacea. Gli svantaggi di un simile sistema? Beh, probabilmente (per non dire quasi sicuramente) molte case editrici (diciamo le più piccole) fallirebbero, generando un conseguente aumento della disoccupazione (certo, nulla di paragonabile a quanto sta per accadere ad una certa Alitalia, ma la perdita del lavoro anche di una sola persona sarebbe comunque un fatto da non festeggiare). Insomma, prese di posizione nette non ci sono (e questo è forse l’unico punto in cui l’articolo di Gamberetta non è efficace, non prendendo in considerazione le possibili conseguenze che il sistema da lei, come da me, auspicato provocherebbe). Ma se andiamo a vedere vantaggi e svantaggi dell’uno e dell’altro sistema, l’eliminazione dei Diritti d’Autore la farebbe comunque da padrona.

    Giovedì, 18 Settembre 2008 @ 7:04pm

  39. Laurie scrive:

    Potrei dire sinteticamente che “quoto” tutto. Ma siccome tale commento sarebbe inutile per la discussione, vorrei proporre una domanda che mi è balzata in mente alla conclusione della lettura.
    Premessa: sono una persona che sostengo l’assurdità del copyright con piglio entusiastico e con argomenti del tutto simili a quelli esposti nel post. Non miei originali, ma presi da varie fonti, tra cui Punto Informatico dove ogni tanto compaiono articoli sull’argomento. Non molto tempo fa ho “difeso” i Radiohead quando una sagace persona ha profetizzato il loro fallimento perché avevano venduto il loro disco online. Con offerta libera (il che vuol dire che potevi dargli anche un centesimo). Eppure loro non sono nuovi a simili pratica, non mi sembra abbiano mai protestato per la diffusione online delle loro canzoni e (potrei ricordare male ma) hanno dichiarato che era un ottima pubblicità il fatto che i brani di Hail to the thief fossero online prima che il disco uscisse fisicamente nel mercato. Stranamente i Radiohead non sono sul lastrico. Mi piace pensare perché sono bravi, e non hanno bisogno di farsi pubblicità con videoclip accattivanti in tv per conquistare gli ascoltatori.
    Ma sto divagando. Anche perché qui si parla di letteratura, non di musica, dove comunque gli artisti possono ricavare fonti di denaro dai concerti (anche se chi va a pagare 30 euro di biglietto per una band che non gli piace? E quindi per piacergli deve aver ascoltato i dischi, piratati o no).
    Dicevo, la domanda, probabilmente provocatoria e che vorrei indirizzare sinbolicamente ai diretti interessati: ma perché le case editrici, o discografiche o qualsiasi altra azienda che produce e vende prodotti artistici, non investono sulla diffusione via web? Perché nonostante se ne parli in toni positivi tra noi, e certe ricerche sembrano darci ragione, la tendenza attuale è verso un inasprimento delle sanzioni contro la cosidetta “pirateria”?

    Giovedì, 18 Settembre 2008 @ 7:40pm

  40. Gamberetta scrive:

    @Sandy85. Le biblioteche sono un’ottima istituzione ma in prospettiva non molto utili. Le biblioteche, così come sono organizzate, funzionano solo perché sono frequentate da una minoranza. Se 100.000 persone si presentano per leggere la Troisi invece che comprarla, l’ultimo fa a tempo a morire prima che giunga il suo turno.
    Quello che potrebbe fare lo Stato è organizzare una biblioteca via Internet e offrire le varie opere in formato elettronico. Sarebbe un bel segnale di civiltà, e un concreto incentivo alla lettura, invece di tante chiacchiere idiote.

    @Laurie. Gli editori tradizionali non investono nel web perché ne hanno una gran paura. Quello che davvero li terrorizza non è tanto la pirateria, ma Lulu.com o simili.
    Quando c’è qualcuno che ti stampa il libro (Lulu), qualcuno che lo distribuisce (l’infrastruttura di Internet) qualcuno che lo può vendere (il sito dell’autore con pagamenti “virtuali” invece delle banconote) e infine qualcuno che può fare l’editing (volontari o liberi professionisti a pagamento), ecco che le case editrici, i distributori e i librai possono pure sparire. Alcuni di questi signori, magari in settori specialistici potrebbero sopravvivere, ma il grosso è destinato all’estinzione.

    @Okamis. Come spiegato a Laurie le case editrici chiuderanno comunque e indipendentemente dal problema del diritto d’autore.

    Giovedì, 18 Settembre 2008 @ 10:21pm

  41. Okamis scrive:

    Mmh… Non ne sarei tanto convinto. Al massimo potrà avvenire una loro evoluzione sui modelli da te menzionati (un po’ come avvenne all’avvento della stampa meccanica, dove alcuni grandi gruppi di amanuensi colsero l’importanza dell’evoluzione tecnologica e vi si adattarono). E’ vero, molte case editrici hanno paura della rivoluzione informatica che sta crescendo in maniera esponenziale, in quanto andrà ad intaccare il loro “monopolio” e soprattutto le loro tasche. Ma alla fine credo che apriranno gli occhi e troveranno nuove vie da seguire. Se vedo un futuro nero, è per le piccole case editrici, non certo per le grosse. Su una cosa però sono d’accordo: forse non domani o dopodomani, ma di certo il mercato (e il modo in cui esso viene fruito) sta mutando molto rapidamente. Da qui però ad ipotizzare “estinzioni di massa” ne passa di acqua sotto i ponti ;-)

    Giovedì, 18 Settembre 2008 @ 11:00pm

  42. Angra scrive:

    @Gamberetta: anche il gruppo L’Espresso ha il suo Lulu adesso, e ci sta investendo parecchio in pubblicità. Volevo giusto scrivere un articoletto per confrontarlo con Lulu soprattutto per quello che riguarda i prezzi. Il problema è che se in libreria si trova un sacco di spazzatura, lì la spazzatura (in senso buono) è la norma. Ho provato a leggere gli incipit dei libri più venduti (basta comprarsene qualche copia da soli per schizzare in alto nelle classifiche) e nelle maggior parte dei casi è roba illeggibile. E’ vero che ci sono in giro ottimi editor anche volontari migliori di quelli che trovi nelle case editrici, ma è anche vero che la maggior parte degli autori da Lulu a farsi rivedere il libro da una persona competente prima di darlo alle stampe non ci pensa nemmeno, perché non sa di averne bisogno. Anch’io comunque sono convinto che cambierà tutto, solo che non riesco a immaginare come: non credo che Lulu e simili possano essere il futuro della letteratura. Anche perché se il buongiorno si vede dal mattino a me i signori di Lulu sembrano più che altro dei furbastri che al pari di certi editori non si fanno scrupoli a sparare stronzate pur di guadagnare.

    Giovedì, 18 Settembre 2008 @ 11:17pm

  43. castelloincantato scrive:

    Innanzitutto quoto tutto quello che ha detto Gid, sono perfettamente d’accordo con te.

    Ma la teoria di Okamis secondo me non regge:

    Una totale libertà di divulgazione porterà a un completo vantaggio per il pubblico, ma una limitazione per l’autore.
    Quale delle due limitazioni di libertà è la migliore? A mio avviso la seconda, in quanto va a raccogliere una fetta più ampia

    Mettiamo che io ipnotizzo (o prendo in ostaggio) un panettiere e gli faccio fare e distribuire del pane gratis. La popolazione ne avrà un bel vantaggio, i poveri potranno mangiare gratis, ma sto facendo un’ingiustizia bella e buona al panettiere, sto sfruttando il suo lavoro. Anche lo scrittore lavora, forse è più simile a un’artigiano che non al panettiere, ma il succo è lo stesso: produce un qualcosa e per questo deve essere ricompensato. E’ una questione di scambio: se lui mi dà qualcosa, io devo ricambiare. Se poi decide di produrre gratis, meglio, ma dev’essere una scelta sua. Il fatto che sia un bene per la comunità avere libri gratis non è una buona giustificazione: anche a me piacerebbe che il muratore lavorasse gratis (ho la casa da ristrutturare), allora potrei schiavizzare i muratori e tutta la comunità ne gioverebbe. Quasi, quasi…

    Giovedì, 18 Settembre 2008 @ 11:59pm

  44. mhrrr scrive:

    uau, che post ricco, che commenti ricchi.

    devo dire anch’io la mia.
    ma prima un paio di commenti puntuali.

    @gamberetta: lulu, purtroppo, se si acquista un servizio di distribuzione, impone il copyright. se non si acquista nessun servizio di distribuzione, invece, permette di ricorrere alle creative commons, ma solo alla versione 2.0 (non è cambiata granché, ma checcazzo).
    con utp ho messo la nota di copyright e, dopo il lancio, lo rilascerò sotto cc 3.0 (by,sa,nc) camminando sul filo di un’ambiguità contrattuale, se i miei legali mi confermano che si può fare, altrimenti mi autopiraterò sul mulo.
    quindi lulu ha poco da far paura, in questo momento.

    @angra: attenzione: lulu è una casa editrice on demand, ilmiolibro del gruppo l’espresso è una vanity press senza funzioni di casa editrice (ad esempio non attribuisce isbn). sono due cose assai diverse.

    @GiD (primo commento): sì, sei un mostro.
    applica la logica del razziatore che davvero non attribuisce nessun valore al lavoro altrui se questo lavoro non è difeso con le armi: se esiste un copyright allora sono costretto a pagare l’autore, altrimenti se ne vada affanculo morendo di stenti.
    preferisco ragionare nei termini di: se mi piace il tuo lavoro ti sostengo (e mi sento un piccolo mecenate), anche dopo.

    un aspetto che mi pare essenziale, e che ha già in effetti anticipato carraronan ma che è emerso prepotentemente negli scambi tra gamberetta e gid, è che l’attuale normativa è semplicemente inadeguata perché, ad esempio, non distingue tra copia e “originale”.
    non vi annoierò con racconti di vita vissuta, ma mi sono occupato un po’ di diritto d’autore qualche anno fa, in particolare in relazione al copyright sulle banche dati e i corpora linguistici. già allora, e la situazione non è cambiata, dovemmo escogitare degli artifici legal-informatici per permetterci di distribuire liberamente e gratuitamente dei contenuti protetti, perché la normativa non concepiva certi tipi di trattamento di dati!
    il punto è che il mondo cambia più rapidamente delle leggi (non sono originale, lo so) e il miglior approccio alla questione (non morale, pratico) viene da definizioni più puntuali e specificeh possibile sugli usi delle opere, invece che dalle opere. mi spiego: il diritto tradizionale si concentra sulla proprietà delle opere e ne definisce il ventaglio di usi più ampio possibile, le licenze creative commons invece, ad esempio, definiscono gli usi e i trattamenti cui può essere sottoposta un’opera qualsiasi nel modo più specifico possibile.
    il cambiamento di prospettiva risolve, ad esempi