Manuali 1 – Descrizioni
In altra sede mi era stato chiesto un articolo che parlasse di manuali di scrittura. È un argomento enorme e dunque ho deciso di suddividerlo per temi.
Ho poi preparato un articolo dove sono elencati i manuali di scrittura presenti su gigapedia (ho messo i manuali che parlano di narrativa in generale e quelli rivolti nello specifico a chi vuole scrivere fantasy/fantascienza, non ci sono i manuali dedicati al thriller o al romanzo rosa o ad altri generi), cercherò di tenerlo aggiornato, ma non garantisco.
Dato che quando parlo di manuali spesso i commenti prendono una piega idiota – “le regole uccidono la creatività!”, “le regole sono fatte per essere infrante!”, “Augusto Pepponi non ha mai seguito le regole, e guardate che capolavori!” – ho già preparato una serie di risposte ai miti più frequenti. Se vi riconoscete nei commenti virgolettati di cui sopra, per piacere leggete. Gli altri possono passare oltre.
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Risposte ai Miti
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Descrizioni
Come primo argomento ho scelto le descrizioni. Le fonti primarie sono:
Description di Monica Wood (Writer’s Digest Books, 1999).
Description & Setting: Techniques and Exercises for Crafting a Believable World of People, Places, and Events di Ron Rozelle (Writer’s Digest Books, 2005).
Word Painting: A Guide to Writing More Descriptively di Rebecca McClanahan (Writer’s Digest Books, 1999).
(per maggiori informazioni riguardo gigapedia, consultate il seguente articolo).
Tengo a precisare che questo articolo è un invito alla lettura. Cercherò di dare consigli sensati e buoni suggerimenti, ma per forza di cose sarò costretta a scartare le eccezioni, i casi particolari, le sfumature. Se l’argomento vi interessa, non fermatevi qui, ma leggete i libri segnalati.
Scopo
Scopo delle descrizioni è creare il contesto nel quale si svolgerà la storia.
In alcuni casi il contesto è addirittura lo scopo stesso di esistenza della storia: per esempio nei racconti di viaggi fantastici, che appunto descrivono mondi esotici, pianeti alieni, strane creature. Ma anche quando il contesto non è la ragione d’essere della storia, è comunque vitale perché il lettore possa seguire gli avvenimenti.
Prendiamo questo dialogo:
«Sei un pazzo, Michele!»
«No, non è vero.»
Senza descrizioni il lettore è sperduto. La scena può essere drammatica o divertente, può avere un significato o il significato opposto, è il contesto che lo determina:
Anna si alza in punta di piedi per sbirciare dentro la cella. Michele è in un angolo. È seduto in mezzo a una pozza di escrementi e urina. Ogni pochi secondi immerge l’indice nella merda e lo usa per tracciare linee sghembe sulla parete. Anna ricostruisce lettere e parole, sull’intonaco è scritto: “LORO STANNO ARRIVANDO”.
«Sei un pazzo, Michele!» esclama.
Lui si volta. Sanguina dalla fronte, si deve essere strappato i punti. «No, non è vero.»
oppure:
Anna alza il viso dal libro di geografia. Michele è in piedi sulla cattedra. Ha recuperato i gessetti colorati del prof di matematica e sta disegnando lettere cubitali, rosse, verdi e blu. La scritta dice: “ABASO LA SQUOLA”.
Anna scuote la testa. «Sei un pazzo, Michele!»
Lui lancia per aria i gessetti e li recupera al volo, come un giocoliere. «No, non è vero.»
Questa è la scoperta dell’acqua calda, ma ribadire concetti giusti non fa mai male.
Dunque, perché il lettore possa capire quello che sta succedendo – possa seguire la storia – è necessario descrivere il contesto. D’oh!
Una buona descrizione
Una buona descrizione è concreta, stimola i sensi, è dinamica e ha significato per la storia.
Questo non perché sì, questo perché, se si rispettano i precetti di cui sopra, il cervello del lettore riesce a vivere gli avvenimenti; il lettore è perciò coinvolto e non chiude a metà il libro.
Per illustrare il concetto, prendiamo le classiche descrizioni dello scrittore alle prime armi: “Anna è una bella ragazza”, “Michele fa ribrezzo”, “Se c’è una brava persona è Giuseppe”, ecc.
Descrizioni così sono vuote, troppo generiche, non offrono niente alla fantasia del lettore. “Michele fa ribrezzo”: cosa dovrebbe vedere il lettore? Cosa dovrebbe sentire? Annusare? Toccare? Assaporare? È un fotogramma nero nel mezzo del film.
Vediamo di trasformarla in una descrizione decente.

Michele. L’avevamo già conosciuto mesi fa. Era uno scrittore, prima che la pirateria lo costringesse a vivere sotto i ponti
Innanzi tutto bisogna capire – e lo scrittore lo deve sapere – perché Michele è così rivoltante. Mettiamo che lo sia perché non si lava: “Michele è sporco”. Ma ancora non c’è molta carne per il lettore, non c’è molto in cui affondare i denti.
Spacchettiamo la sporcizia:
Michele ha i denti gialli, il naso sporco di moccio, i capelli unti e pieni di forfora.
Questa è una descrizione concreta. Il lettore vede la sporcizia sul viso di Michele e molto probabilmente proverà un certo ribrezzo a quella vista.
Tuttavia si può far di meglio. Quella di prima è una descrizione statica, come se avessimo fotografato Michele. Ma è raro che ci si metta a fotografare le persone; quando vediamo una persona, di solito si sta facendo gli affari propri, non è in posa per noi. Proviamo a dare un po’ di vita a Michele:
Michele sta digitando un sms sul cellulare. Ma ogni pochi secondi si ferma per scostarsi i capelli unti dagli occhi. O per pulirsi con le dita il moccio che gli cola dal naso. O per spazzolare via la forfora dalle spalline della giacca. Intanto sorride, rivolto allo specchio. Denti gialli gli sorridono di rimando.
Meglio. Michele non è più una fotografia messa tra le pagine, è calato nello scorrere del tempo.
Lo scorrere del tempo è sempre presente, anche quando si stanno osservando luoghi od oggetti: le nuvole corrono in cielo e cambiano la luce, una mosca ti ronza attorno e ti distrae, ti annoi – ma che diavolo ci sto facendo a fissare un sasso da dieci minuti? – e la percezione cambia. Tutto scorre (parola di Eraclito): non esistono due istanti uguali, e se non esistono due istanti uguali nella realtà, così non devono esistere nella narrativa, dato che stiamo provando a essere verosimili.
Angolo della saputella!
Quando è nata l’idea che sia meglio descrivere qualcosa in movimento invece di riprenderlo in modo statico? I furboni risponderanno che è un’americanata dovuta alla diffusione del cinema, in realtà è un consiglio che già dava Aristotele nel libro terzo della Retorica.
Facciamo un ulteriore passo in avanti:
Mi accorgo che Michele è in camera prima ancora di vederlo. Per la puzza dolciastra che arriva fino in corridoio e per quel rumore che fa quando si morde le unghie. Tic. Tic. Tic. Poi con un gorgoglio sputa per terra e passa al dito successivo.
È in piedi davanti allo specchio. Sta digitando un sms sul cellulare, ma ogni pochi secondi si ferma per scostarsi i capelli unti dagli occhi; per pulirsi con le dita il moccio che gli cola dal naso; per spazzolare via la forfora dalle spalline della giacca; per mangiarsi le unghie.
Si gira nella mia direzione. Mi sorride e mette in mostra i denti gialli e cariati. Arretro di un passo: ho ancora vivido il ricordo di quando mi ha sfiorata con le sue mani luride; sono subito corsa in bagno a lavarmi il braccio, per grattare via il ricordo di quel tocco molle e viscido.
Adesso Michele puzza, fa rumore, ed è spregevole al tatto – e per renderlo al meglio ho cambiato punto di vista, passando dal Narratore ad Anna.
Questa è una descrizione decente. Non brillante – non c’è niente di molto ispirato –, ma fornisce tutti gli elementi necessari per comunicare il concetto che “Michele fa ribrezzo”.
Notare che non ho detto quanto Michele sia alto, o che età abbia o come sia vestito (a parte l’accenno della giacca). Questo perché i dettagli di una descrizione devono essere funzionali alla storia. Non ci si deve sperdere, se la ragion d’essere di Michele è il suo suscitare ribrezzo, lì devo puntare.
Naturalmente avrei potuto scegliere particolari diversi: per esempio i vestiti rattoppati e sporchi avrebbero potuto essere inseriti o sostituire altri particolari. O magari se Michele è storpio o grasso o gobbo, sarebbero potuti essere altri dettagli da inserire o sostituire. Non ci sono vincoli, se non l’avere sempre ben presente dove si vuole andare a parare.
A tal riguardo, si pensi a quante volte si legge nei testi dei dilettanti (e non solo): “Anna ha diciotto anni”, “Michele ha ottantanove anni”, ecc.
Ma comunicare l’età, in questa maniera, è brutto e rozzo. Perché è importante per la storia che Anna abbia 18 anni? Se non è importante è inutile scriverlo, e se lo è tanto vale mostrare questa importanza, invece di raccontare in maniera asettica l’età.
«Non mi interessa quello che pensate tu e mamma. Non sto chiedendo il vostro permesso, vi sto solo comunicando che lunedì andrò a Livorno per frequentare l’Accademia.»
Il punto della storia è che Anna, avendo compiuto diciotto anni, può decidere lei di arruolarsi. Tanto vale dunque entrare in argomento senza fare i pedanti.

Da qualche anno, l’Accademia Navale di Livorno è aperta anche alle donne
Oppure:
Scatta il rosso. L’autobus riapre le porte.
Giuseppe tira la manica di Michele. «Andiamo, nonno! Se corriamo riusciamo a prenderlo!»
«No, no, non ce la faccio.»
Il povero Michele è troppo vecchio e stanco per correre fino alla fermata. Meglio così che non dire che ha ottantanove anni.
Preparare le schede dei personaggi, dove è chiarito aspetto fisico, età, gruppo sanguigno, vestiti preferiti, titolo di studio, biografia e quant’altro, può essere un buon esercizio e in certo tipo di opere con un cast ampio può essere un passo necessario, ma lo schedario deve rimanere dietro le quinte. Le descrizioni pedanti, statiche, piene di dettagli inutili, ammazzano il fluire della storia.
Ciò non vale solo per i personaggi. Anche i luoghi devono essere descritti con gli stessi criteri. Se Michele è una casa, non sarà “brutta”, “vecchia” o “malandata”. Avrà i muri scrostati, gli infissi gonfi di umidità, il soffitto pericolante e mancherà l’acqua corrente. E ancora si dovrà cercare di rendere la scena dinamica: il soffitto non è semplicemente pericolante, quando Anna entra in soggiorno, le cadono i calcinacci in testa. Quando Giuseppe prova ad aprire il rubinetto in bagno, si sporca le dita di ruggine e sente il gorgogliare lontano dell’acqua, ma dal tubo esce solo puzza di marcio.
E ovviamente il fatto che la casa sia una stamberga deve avere importanza per la storia.
Angolo della saputella!
Quando è nata l’idea che un particolare, per quanto ben descritto, debba essere tolto se non partecipa al disegno complessivo? I furboni risponderanno che è un’americanata dovuta alla diffusione del cinema, in realtà è un consiglio che già dava Orazio nell’Ars Poetica.
Infine, non è sbagliato ribadire un particolare più volte, se ha molta importanza. Come dice Flaubert, un oggetto ha bisogno di essere nominato almento tre volte perché il lettore creda che esiste sul serio.
Linguaggio e punto di vista
Dettagli significativi, dinamici e concreti, che stimolino i sensi. Se si riesce a rispettare questi precetti, si è sulla buona strada per scrivere descrizioni efficaci. Bisogna però stare attenti anche ad altro, in particolare al linguaggio in rapporto con il punto di vista.
In generale, più si è precisi meglio è. Scrivere “fiammifero” è meglio di scrivere “legnetto corto e stretto che se lo sfreghi fa fuoco”. Scrivere “automobile” è meglio di scrivere “affare con quattro ruote”. Ed è la ragione per cui occorre documentarsi: se la storia è ambientata prima in un laboratorio dove si producono armi chimiche, poi su un campo da golf, infine nell’abitacolo di un bombardiere, bisogna conoscere la terminologia appropriata nei tre casi, altrimenti le descrizioni risulteranno goffe e fiacche.
Questo vale sempre. Non è neanche questione di narrativa di genere, literary fiction, poesia o saggio: per descrivere in maniera accettabile qualcosa, bisogna conoscerla. Non ci sono scappatoie.
Come recita la regola numero 13 di Twain riguardo la scrittura: “Use the right word, not its second cousin.” Non la parola che si avvicina, non il termine quasi giusto; bisogna usare le parole adatte, i termini corretti.
L’unico limite è il punto di vista. Infatti – a meno che le descrizioni non siano a opera del Narratore, ma per ragioni di verosimiglianza è sconsigliabile usare un Narratore onnisciente in un testo di fantasy/fantascienza – le descrizioni sono sempre dal punto di vista di un personaggio. Se il personaggio è un laureato in biologia userà la terminologia migliore nel laboratorio, ma forse non saprà distinguere le mazze da golf. Viceversa il campione di golf userà la propria esperienza per parlare di Ferro 8 o Legno 3, ma è probabile non saprà dire molto osservando un virus al microscopio.
Mantenere il punto di vista è fondamentale. Si capisce subito quando un personaggio parla con voce non sua e, quando succede, la sospensione dell’incredulità si incrina.
In certi casi, pur di mantenere senza sbavature il punto di vista, si possono trasgredire perfino le regole della grammatica. Nel classico Fiori per Algernon di Daniel Keyes, il protagonista e narratore è un ritardato mentale (così stupido da perdere una gara d’intelligenza con un topo – insomma stupido quasi quanto il tipico autore fantasy italiano): fin quando il nostro eroe non diventerà più furbo, il suo modo di raccontare sarà sgrammaticato e pieno di errori.
Anche se non si desidera arrivare fino a questo punto di “fanatismo”, in ogni caso bisogna aver sempre presente chi descrive.

Copertina dell’edizione italiana di Fiori per Algernon
La prima persona è particolarmente ostica: è difficile scacciare dal romanzo la sensazione di straniamento dovuta al fatto che il protagonista è un medico, uno studente, un’attrice, ma – guarda caso – sembra esprimersi proprio come se fosse uno scrittore.
La prima persona inoltre limita moltissimo quello che può essere descritto, dato che la telecamera è nella testa di un personaggio e non può essere spostata. Si potrà descrivere solo quello che il personaggio vede, sente, annusa, ma nulla di più.
Se oggetti, persone, ambienti sono al di là dei sensi del personaggio, sono inaccessibili.
Questo crea tutta una serie di problemi, il classico è: come si fa a descrivere l’aspetto del personaggio che narra in prima persona?
E non c’è una soluzione semplice, perché non è naturale per una persona meditare in dettaglio sul proprio aspetto – non quando la Terra è stata invasa dai marziani, i vampiri si sono trasferiti in città e gli scienziati hanno riportato in vita i dinosauri. Tuttavia, se proprio si vuole lo stesso descrivere il personaggio, bisognerebbe almeno evitare due cliché ultra abusati: lo specchio e l’ammiratore.
Lo specchio è quando Anna si specchia nella vetrina del negozio, nelle limpide acque del fiume, nello specchietto retrovisore della macchina parcheggiata e naturalmente davanti allo specchio in bagno. Questa scena suona sempre forzata, spesso risulta noiosa; se capita nel mezzo dell’avventura diviene ridicola. No, non è normale che mentre gli zombie battono le strade in cerca di cervelli, Anna all’improvviso si scopra ad ammirare il proprio profilo nella vetrina del negozio di scarpe – o forse sì, magari Anna non ha niente da temere dai morti viventi, avendo la zucca vuota!
L’ammiratore è quando Anna incontra Simona e Simona comincia: “Ah, se avessi i tuoi splendidi occhi verdi, i tuoi capelli neri e lisci, il tuo fisico slanciato bla bla bla“. Appare subito chiaro che Simona sta recitando un copione obbligata dall’autore, altrimenti non si esprimerebbe mai così.
Se non capita l’occasione per Anna di descriversi in modo che suoni naturale, che abbia senso nel fluire della storia, pazienza. Meglio evitare che aggiungere scene forzate.
Un vantaggio dell’usare un punto di vista ben saldo è il poter essere incisivi. Se per il lettore è chiaro che la telecamera è piazzata nella testa del personaggio, si possono tagliare un sacco di verbi inutili: “Avverto il dolore strisciare dal polso al gomito” diviene il più diretto “Il dolore striscia dal polso al gomito”. “Ho come la sensazione di precipitare in un pozzo nero” diviene “Precipito in un pozzo nero”.
Metafore
Uno strumento che può essere molto efficace per scrivere descrizioni ma di cui è facilissimo abusare è l’utilizzo di similitudini e metafore.
Prima di continuare: la similitudine è quando una cosa è paragonata a un’altra, la metafora è quando una cosa diventa un’altra.
“Michele è un leone”: questa è una metafora.
“Michele è feroce come un leone”: questa è una similitudine.
“Michele ruggisce”: questa è ancora una metafora, la trasformazione in animale è implicita.

Michele uomo-leone
Lo scopo di usare una metafora o una similitudine è rendere più chiaro il discorso. Non si mettono le metafore per “far colore”, si mettono le metafore perché non c’è un modo diretto migliore per esprimere il concetto che si desidera (o magari il modo esiste, ma non può essere usato dal personaggio punto di vista).
“Il lamento del verme assassino di Venere è come il ruggito di un leone”: questo è un uso corretto della similitudine. Un suono alieno, che forse non può essere descritto, è paragonato a un suono famigliare. Il lettore è a suo agio.
“La folla che esce dal cinema è un fiume in piena”: questa è una metafora accettabile. Il “fiume in piena” è un concetto facile da immaginare, e rende bene il movimento tumultuoso della gente.
Le metafore hanno sempre un prezzo: dato che per loro natura mettono in relazione cose diverse, allontanano il lettore dalla storia. Nel primo caso il lettore è su Venere e d’improvviso spunta un leone: non c’entra un tubo. Nel secondo caso siamo in città, in mezzo ai palazzi, e d’improvviso ecco scorrere le acque di un fiume: non c’entra un tubo.
Bisogna meditare bene se vale la pena introdurre immagini estranee. Non si è più scrittori se si trovano sempre metafore e similitudini, spesso è un sintomo di scarsa proprietà di linguaggio.
Alcuni hanno la bizzarra convinzione che più una similitudine è bislacca, più è Arte:
“Michele barcollava in mezzo alla strada, si muoveva come un furgoncino guidato da un procione con il mal di testa.” Se il testo è comico o il narratore ubriaco, va bene, altrimenti una roba del genere è uno schifo. Una roba del genere non comunica niente riguardo alla storia, comunica solo: “Guarda, mamma! Guarda come sono bravo: ci ho messo il procione! Con il mal di testa! Che guida il furgoncino!” e la risposta dovrebbe essere: “Bravo, Andreino, bravo, ma adesso lavati i denti e corri a letto. Lascia stare la narrativa, ché è cosa per i grandi.”
Non importa quanto una metafora possa sembrare “bella” o “fantasiosa”: se non svolge lo scopo, deve sparire. E spesso la metafora “fantasiosa” deve sparire comunque, perché porta con sé una sfilza di immagini che allontanano troppo il lettore dalla storia.
Meglio una metafora o una similitudine? Le metafore sono più “radicali” – Michele non ha solo il ruggito del leone, è un leone – e dunque hanno maggior impatto. Però bisogna sceglierle con ancora più cura, perché magari il ruggito leonino applicato a Michele funziona bene, la criniera meno.
Ricapitolando
Per far capire al lettore la storia è necessario descrivere il contesto.
Stabilito quale sia il contesto che vogliamo, occorre documentarsi.
Poi si sceglie il personaggio punto di vista, colui che fornirà al lettore la descrizione.
Durante la descrizione vera e propria bisogna essere concreti, stimolare i sensi e riprendere la scena in movimento.
Non sempre più particolari si mettono meglio è. Bisogna tenere solo quei particolari significativi per la storia.
Il linguaggio dev’essere preciso, ma soprattutto deve suonare naturale in bocca al personaggio che descrive.
Descrizioni particolarmente complesse possono essere aiutate da metafore o similitudini, ma sono figure retoriche da maneggiare con cautela.
E non bisogna scordarsi dei principi alla base di una scrittura decente: evitare le frasi troppo incasinate, gli aggettivi o gli avverbi in sovrannumero, i salti temporali superflui, i cambi di punto di vista ingiustificati, ecc.
Paura del buio
Appurato come dovrebbe essere una buona descrizione, vediamo qualche esempio di descrizioni riuscite male. Avrei da pescare a piene mani dai romanzi già recensiti, ma dato che l’orrore fresco è più spaventoso dell’orrore raffermo, rovisterò in un libro appena uscito. Sto parlando di Buio, pubblicato a inizio mese da Fazi. L’autrice, al suo esordio, è Elena P. Melodia – che almeno ha il buon gusto di non essere una quattordicenne.
Buio è il primo volume nella trilogia (tanto per cambiare…) urban fantasy di My Land; è spacciato al modico prezzo di 18 euro e 50.

Copertina di Buio. Quando non si paga la bolletta…
La trama vede tale Alma, diciassettenne “bellissima, apparentemente sicura di sé, ma fragile e inquieta”(sic), coinvolta in una serie di omicidi, che paiono ispirati ai racconti che la stessa Alma scrive. Per fortuna ha come alleato Morgan “il ragazzo più misterioso e sfuggente della scuola, i cui incredibili occhi viola sanno leggerle nel cuore come nessun altro”(sic).
E già la trama basterebbe a scoraggiare qualunque persona con un quoziente intellettivo di almeno due cifre, ma l’editore ha fatto di più: offre la possibilità di leggere gratis le prime pagine del romanzo. Così anche chi fosse in dubbio può decidere di lasciar perdere.
Trovate il PDF con l’incipit di Buio, qui.
A parte la bruttezza generale, vorrei concentrarmi su alcune descrizioni ed evidenziarne i difetti, in base a quanto illustrato in precedenza.
Prima scena: la protagonista sta sognando. Sogna il buio (no comment):
È buio. Cammino, ma non mi muovo. Ho le gambe pesanti come piombo e nella testa mi battono i colpi di passi immobili, che martellano senza sosta, mentre comincio a sentire freddo. Tremo e non ho modo di scaldarmi. Anche le mie braccia sono paralizzate. Mi fanno male, un male che non ho mai provato prima, quasi stessero per staccarsi.
Provo a gridare, ma non ci riesco. Emetto solo un filo di voce roca e stonata, come il suono di uno strumento a fiato rimasto troppo a lungo sott’acqua.
Vediamo qualche punto particolarmente osceno: le braccia “Mi fanno male, un male che non ho mai provato prima, quasi stessero per staccarsi.” Tipica frase vuota: dopo che la protagonista ha abortito un feto alieno, le hanno amputato una gamba, ha passato la notte a mollo nel mar glaciale artico, allora, “un male che non ha mai provato prima” ha un significato. A tre righe dall’inizio del romanzo non significa niente.
“quasi stessero per staccarsi” è un pochino meglio, perché almeno richiama, sebbene in maniera vaga, un’immagine. Ma rimane un passaggio molto fiacco. Devi descrivere un dolore simile all’avere gli arti strapparti dal corpo, non mi sembra che ci siamo molto…
“un filo di voce roca e stonata, come il suono di uno strumento a fiato rimasto troppo a lungo sott’acqua.” Una similitudine o una metafora mettono in rapporto due cose diverse perché il lettore possa avere più facile comprensione. Ora, se dico: “voce roca” penso che non ci siano grossi problemi a sentire quello di cui si parla, ma quanti di voi hanno mai preso uno strumento a fiato, l’hanno lasciato troppo a lungo sott’acqua e infine hanno provato a suonarlo? Nessuno? No, tu lì in fondo non conti.
In altre parole qui c’è una similitudine che rende più difficile la comprensione della frase. Due piccioni con una fava: prima si butta fuori il lettore dall’incubo (improvvisamente il buio è riempito dall’acqua e da uno strumento stonato), e in cambio si ottiene di non fargli capire a quale suono ci si voglia riferire.
E non è finita qui: nelle descrizioni bisogna essere precisi, usare il preciso nome delle cose – la giusta parola, non la seconda cugina. Cosa dovrei immaginarmi a “strumento a fiato”? Una zampogna? Un flauto? Un trombone? Aggravante: la narrazione è in prima persona. Il Narratore onnisciente può usare termini generici per ragioni letterarie, ma un personaggio no. Nessuno immagina uno “strumento a fiato”, una persona immagina appunto una tromba o una cornamusa o qualcos’altro.

Una tromba immersa nell’acqua (troppo a lungo?) È proprio l’immagine giusta per calare il lettore in un incubo tenebroso
C’è infine da domandarsi quale personaggio ha il sangue freddo per analizzare la propria voce e metterla in relazione con uno strumento a fiato bagnato, mentre si trova ad affrontare il dolore fisico più intenso della propria vita. Forse basta dire perché sì!!! Perché è fantasy!!! Perché imparare a scrivere è brutto!!!
Tralascio altri dettagli di cattiva scrittura in quelle poche frasi, perché non sono attinenti al problema delle descrizioni.
Andiamo avanti:
È successo di nuovo. Il confine tra sonno e veglia non esiste più, ormai, e gli incubi sono veri, la realtà un inferno. Il sogno diventa realtà. E anche il sogno è un inferno.
Poco da aggiungere. Una sfilza di termini astratti: incubi, realtà, sogno, inferno, ecc. Non c’è niente a cui il povero lettore possa aggrapparsi. Frasi del genere sono letteralmente inchiostro buttato. Non comunicano niente.
Scena immancabile:
Mi guardo allo specchio e il buio si scioglie, a poco a poco. Sono bella, nonostante tutto.
Resto lì, a fissarmi.
Ogni tanto mi capita di pensare come sarebbe la mia vita se fossi brutta, se non avessi gli occhi verdi, che mi piace piantare addosso ai ragazzi per metterli in imbarazzo, o i capelli neri e lisci, lucidi da far invidia a una geisha, o questo corpo che rimane magro, qualunque cosa mangi. Come sarebbe la mia vita?
Sarebbe un unico, colossale, irrimediabile schifo.
Come si diceva, le scene allo specchio nella narrazione in prima persona sono cliché in maniera insopportabile. E per non farci mancare niente l’autrice riprende i canoni di bellezza più scontati: occhi verdi, capelli neri e lisci, corpo sempre magro. Persino Nihal in una scena analoga si era trovata un difettuccio (la poverina aveva gli occhi troppo grandi!), qui invece c’è solo piatta perfezione. Comunque è da apprezzare almeno un tentativo di dare movimento alla descrizione, per esempio gli occhi piantati addosso ai ragazzi.
La protagonista arriva a scuola:
Fuori, il solito gruppetto di ragazzi mi fissa mentre passo nel corridoio affollato del primo piano.
Uhm? C’è un gruppo di ragazzi che la fissa da fuori la scuola mentre lei cammina in corridoio? E perché non entrano? Un gruppo di ragazzi che non sono della scuola tutte le mattine si appostano fuori per spiare lei? E come fanno a seguirla nella loro opera di spionaggio se il corridoio è affollato? Qualcuno ha capito il senso di questa descrizione?
La protagonista arriva in classe:
Le mie amiche invece sono diverse. Ognuna con la propria personalità vincente. Seline, sempre allegra e curiosa, sarebbe capace di vivere una settimana solo facendo shopping. Agatha, taciturna e introversa, è indipendente e determinata. E Naomi, vivace ma equilibrata, è una di quelle che dicono sempre quello che pensano.
Voglio un attimo imitare Naomi: “questa è la descrizione di personaggi più squallida che abbia mai letto in un libro pubblicato da casa editrice non a pagamento”. È una descrizione che fa schifo perché è vuota in modo imbarazzante. Non ci sono immagini, non ci sono suoni, non ci sono sapori, non ci sono sensazioni, non c’è un beneamato niente. Ci sono un mucchio di aggettivi, Agatha ne ha appiccicati addosso addirittura quattro: taciturna, introversa, indipendente e determinata. Ovviamente sono tutti aggettivi astratti, perché guai se il lettore riesce a immaginare qualcosa. Se almeno Agatha fosse stata bassa, grassa, gobba e zoppa, avremmo avuto un qualcosa a cui aggrapparci. Invece niente, dobbiamo aggrapparci all’eterea indipendenza o determinatezza.
Per Seline e Naomi vale altrettanto.
Senza contare che descrivere il carattere dei personaggi è un’idea balorda in sé: quando agiranno, il lettore capirà il loro carattere. Quando scopriremo che Agatha vive già da sola e si prende cura della sorella malata, magari ne dedurremo che è “indipendente” e “determinata”. Quando Naomi si alzerà dal suo posto per mandare a quel paese l’insegnante di matematica, sapremo che è una che dice sempre quello che pensa. Quando Seline si presenterà in classe ubriaca e con i vestiti in disordine, capiremo che è “sempre allegra”.

Seline, Agatha e Naomi. Notare l’aura di vivacità che circonda Naomi e la distingue subito dalle altre
La cosa che fa rabbia non è tanto l’incompetenza della signorina Melodia, dell’editor o di chi altri ha letto prima della pubblicazione, quello che fa rabbia è vedere quanto il lettore sia tenuto in poco conto. Tra le righe della descrizione di cui sopra in verità si legge: “Chi se ne fotte? Tanto ’sta merda se la devono sorbire delle ragazzine cerebrolese. Povere scemotte che si bevono qualsiasi cosa. Perché impegnarsi?”
Be’, niente da dire, se si vende è sempre tutto ok, no? Ma un mondo così mette addosso tristezza.
Come mette addosso tristezza:
Le aule sono grandi e illuminate da chilometri di luci al neon, come gigantesche stanze di un vecchio ospedale, dove una parola riecheggia con la forza di un urlo e il bianco disarmante dei soffitti ti ricorda il vuoto che hai dentro ogni giorno varcando l’ingresso.
A parte l’inutile complessità della frase, che parte da “Le aule sono grandi” e finisce con il lamento della protagonista per il vuoto dentro, abbiamo il ritorno della similitudine dannosa!
“Le aule sono grandi”: si capisce, o sbaglio?
“illuminate da chilometri di luci al neon”: questa è una prima figura retorica, un’iperbole, forse ci può stare, perché il significato rimane chiaro.
“come gigantesche stanze di un vecchio ospedale”: questa similitudine dovrebbe avere lo scopo di rendere più semplice per il lettore comprendere il significato di “aule grandi con un mucchio di luci al neon”. E invece confonde: perché non è esperienza comune frequentare le stanze (gigantesche) dei vecchi ospedali, e perché nei vecchi ospedali ci sono sale di ogni dimensione e con ogni gradazione di luce.
“[...] il bianco disarmante dei soffitti ti ricorda il vuoto che hai dentro ogni giorno varcando l’ingresso.” Scusate, sono stufa di essere razionale e gentile quando è evidente la presa per i fondelli. “Il bianco disarmante dei soffitti”? “Il vuoto che hai dentro (varcando l’ingresso)”? WTF?
«Ciao, Marco. Che ci fai con quell’arnese in mano?»
«Ciao, Chiara. Eh, nuove disposizioni del Ministero: devo fare il vuoto dentro a tutti gli studenti che varcano il cancello.»
Bonus, lo gnokko:
Approfitto di quella sua esitazione per studiarlo meglio. Non so se dipenda dal fisico slanciato e perfetto o dai capelli biondi da angelo o dagli occhi quasi viola, oppure dalla fossetta che, quando sorride, segna il lato sinistro della bocca, ma il fatto è che Morgan è senza dubbio il ragazzo più interessante che conosco.
Va bene, ma è bello come un dio greco?
Per il resto penso possiate commentare da soli: fotografia statica, con dettagli cliché e solo la vista è stimolata. Non è una descrizione atroce come quella delle compagne di scuola, ma certo sarebbe bello che uno scrittore si sforzasse un attimo di più – tanto per cambiare, eh.

Per me Morgan è un vampiro. E in più ha gli occhi viola. Sarà mica un vampiro mezzelfo?
Con questo non voglio dire che Buio sia un brutto romanzo, magari la storia brillante compensa lo stile, io però, lette queste prime pagine, non ho nessuna voglia di proseguire.
Quali manuali leggere
Se volete approfondire, leggete i manuali segnalati. In particolare, quello che ho trovato più interessante è stato Word Painting: A Guide to Writing More Descriptively. È un testo a tratti dispersivo, che non sempre rimane focalizzato sull’argomento, ma le divagazioni mi hanno divertita.
Gli aneddoti che l’autrice inserisce qui e là sono simpatici. Uno su tutti mi ha fatto meditare: l’autrice ricorda quando consegnò all’insegnante di inglese delle medie un poema, nel quale era descritta una signora che rinvasava un geranio. L’insegnante glielo restituì dicendo che doveva essere più creativa, mettere maggior fantasia nello scrivere, per esempio imitare il compagno di banco, che aveva scritto un racconto di fantascienza con gli alieni che uscivano dai fiori.
Mi chiedo in quale scuola italiana, di qualunque ordine o grado, un insegnante non solo preferisce un racconto di fantascienza a una poesia con i gerani, ma addirittura incita il sedicente poeta a essere più fantasioso.
Nota: in realtà Rebecca McClanahan ha continuato a scrivere di gerani & simili, non si è mai convertita al fantastico – l’aneddoto rimane significativo.
Piacevole anche quando, molti anni dopo, la Rebecca, questa volta nel ruolo di insegnante, dimostra la pochezza del suo allievo che non si abbassa a costruire una storia basata su dettagli concreti, perché lui deve pontificare sull’”ansietà dell’essere” o sul “caos della modernità indefinita”. Da noi i gonzi di questo genere, invece di essere bocciati, finiscono a scrivere sulle riviste letterarie.
Inoltre in Word Painting sono trattati molti argomenti che per ragioni di spazio qui non ho potuto affrontare, per esempio l’importanza del suono delle parole in determinate descrizioni. Dunque, lettura consigliata.
Description di Monica Wood non è allo stesso livello. Anche qui ci sono buone cose, ma la Wood non ha il carisma, né la competenza della McClanahan. In particolare gli esempi della Wood sono pessimi: invece di citare da autori più o meno noti, la Wood si è costruita i propri esempi, e non si è impegnata molto. Gli esempi “sbagliati”, da non seguire, sono brutti. Gli esempi “giusti”, da imitare, sono brutti uguale.
Spesso il discorso è confuso: per esempio, quando parla di “mostrare” e “raccontare”, giustamente dice che ci sono momenti dove è meglio “mostrare” e altri dove è più utile “raccontare” – le relative citazioni sono perfino attinenti –, tuttavia si rimane con l’impressione che le due tecniche siano equivalenti. E non è proprio così: le occasioni dove il “raccontare” è più funzionale alla storia rispetto al “mostrare” non sono molte.
Comunque, meglio leggere Description che gnente.
Description & Setting di Ron Rozelle mi è parso monotono e superficiale. All’inizio l’autore proclama che si occuperà sia di narrativa di genere sia di literary fiction, ma quando si arriva alle pagine dedicate ai generi, sono poche, inconcludenti e scritte da qualcuno che non conosce bene la materia. Ho trovato la cosa irritante. Ma forse è un problema mio.
Leggetelo se vi avanza tempo.
Compiti a casa
Per concludere, vi propongo un esercizio. Guardate l’immagine qui sotto:

I giapponesi sono strani
Prendete un punto di vista (qualcuno nascosto nell’ombra, dietro una delle tante finestre o la ragazza seduta o magari i conigli rosa distesi sulle scale) e provate a descrivere la scena. C’è di tutto: una ragazza con i capelli di un colore strano e vestita in maniera bizzarra, armata di un fucile che sembra vero ma è decorato con coniglietti; altri coniglietti (vivi?) abbandonati sui gradini, insieme con delle mele; sullo sfondo un coniglio nero antropomorfo, forse un uomo in costume? E il poster appeso vicino alla galleria, sarà la pubblicità del circo, o è un avviso della polizia per la ricerca di un pericoloso coniglio mannaro, o ancora è la foto di un coniglio scomparso?
Divertitevi!
Approfondimenti:
Description su Amazon.com
Description & Setting su Amazon.com
Word Painting su Amazon.com
Il sito di Monica Wood
Il sito di Ron Rozelle
Il sito di Rebecca McClanahan
Fiori per Algernon su iBS.it
Flowers for Algernon su gigapedia
Buio su iBS.it
Il sito ufficiale della trilogia My Land
Ars Poetica di Orazio su Wikipedia
Retorica di Aristotele su Wikipedia
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Mito: Le regole uccidono la creatività.
gennaio 16th, 2010 at 18:24
@Paolo Aka…
Concordo. Credo sia anche una qestione di ritmo. La lentezza della scrittura classica rispecchiava i ritmi di vita dell’epoca, per cui andava bene. Riproporla oggi, invece,in un mondo così frenetico, penso sia un grosso errore.
gennaio 16th, 2010 at 12:38
Articolo molto interessante, complimenti. Alla fine non ho resistito e ho voluto provare anch’io l’esercizio. Non ho alcuna velleità da scrittore, eh, sia chiaro.
A ogni modo…
Adoro Lynn. Oggi, poi, è proprio carina: il corsetto e i guanti, il gonnellino svolazzante, le calze bianche, i sandali di vernice e un cilindro infiocchettato con un nastro rosa che sui capelli acquamarina sta una meraviglia.
È da questa mattina che giriamo per la città di Leporide. Abbiamo battuto tutte le strade, ma delle Linci neanche a parlarne. Lynn si è stancata e ha deciso di fermarsi un po’. Ci siamo seduti su dei gradini di pietra, davanti l’ingresso di… un museo, credo.
Io mi annoiavo, così ho iniziato a dire cretinate ai Conigli Neri che passavano. Cose del tipo: “Hey, zio, complimenti per l’abbronzatura”. Oppure: “E a te cos’è successo, amico? Ti hanno tirato troppo tardi dal forno?”.
All’inizio mio cugino Wixie cercava di trattenersi. Teneva le zampette sul muso per soffocare le risate. Poi non ce l’ha fatta più ed è scoppiato.
Lynn s’è arrabbiata. Secondo lei dovevamo un minimo di rispetto ai nostri simili, visto quello che stanno passando. Ho cercato di farle capire che siamo conigli anche noi. Solo che siamo rosa e la vita la vediamo colorata. E che le Linci non hanno preferenze cromatiche, quando si tratta di far colazione.
“Vero”, ha detto Wixie. “I Conigli Neri non hanno proprio spirito”.
“Ce l’hanno, ce l’hanno”, ho detto io. “Nella pancia, ma ce l’hanno”.
Wixie mi guardava stranito. Non aveva compreso il senso delle mie parole. Gli ho mimato il gesto di tracannare una bottiglia e ho cominciato a barcollare, fingendo di essere ubriaco. Mio cugino s’è steso a pancia in giù. Batteva tutte e quattro le zampette per terra, tanto rideva. Sembrava un nuotatore scemo.
Lynn, esasperata, ha tirato un gran sospiro. Ha afferrato Wixie e l’ha strizzato come una spugna per fargli sputare il semino di mela. Dopo ha infilato mio cugino nella borsa di cuoio.
A me, invece, l’ha fatto sputare spiaccicandomi col calcio del fucile. Ora penzolo a testa in giù, piegato in due sullo spigolo del gradino.
Le passerà. Lo fa sempre, quando ci rendiamo insopportabili. Spegnerci, intendo. Ecco perché porta sempre con sé una buona scorta di mele della vita.
gennaio 11th, 2010 at 14:26
Ho trovato l’articolo molto intessente, specialmente quando si parla degli aspetti dinamici della descrizione.
Varrebbe la pena approfondire ancora. Sebbene la descrizione esista dall’invenzione della scrittura (da prima, forse), la maniera di descrivere “moderna” è molto diversa da quella che si trova nei “classici”. Questo, sembra, sia per via dei gusti e delle richieste del lettore. Una descrizione approfondita di luoghi diversi era infatti molto godibile da ul lettore dell’ottocento. Oggi questa funzione “fotografica” è sgradita, invece, tutti sappiamo farci un’idea di come sono i sobborghi di Londra o un’isola esotica del pacifico, le abbiamo viste entrambe in foto, film, documentari ecc.
La descrizione quindi oggi perde quella che era stata forse la sua funzione prevalente e assume un fomato più minimalista, atto a ottenere, di solito, effetti molto specifici come creare l’atmosfera, caratterizzare un personaggio o suggestionare tramite qualche significato simbolico che fa scattare associazioni d’idee più o meno indirette.
La diversità e il proliferare di nuove tecniche descrittive deriva quindi da una mutata funzione della descrizione stessa.
Riguardo alle tecniche, mi sembrano molto interessanti alcune definite “cinematografiche” (forse il termine non è appropriato perché venivano usate già prima della invenzione del cinema) che tengono in considerazione dettagli come l’inquadratura, la distanza dell’osservatore/telecamera, il movimento della visuale, l’effatto “fade” tra una scena e la successiva e altri aspetti che possono creare maggiore fluidità, rendere la descrizione più “integrata” nello scritto e di immediata efficacia.
gennaio 10th, 2010 at 13:53
Grazie.. :)
gennaio 10th, 2010 at 10:52
@Ylunio. Puoi scaricarlo da qui.
gennaio 10th, 2010 at 01:46
Stavo scaricando i Manuali da Gigapedia (splendido sito, davvero) e mi sono accorta che non è più possibile scaricare Word Painting: A Guide to Writing More Descriptively.
Gigapedia informa che si tratta di un “dead item”.
Come fare in questo caso?
gennaio 3rd, 2010 at 13:19
Grazie per il commento, fanno sempre piacere!
Aggettivi come “eclettica” possono avere valenza positiva, mentre altri come “ordinaria” danno, per come delineato il cappello, una valenza negativa, ma ben diversa da quella data da “grezza” (anche tralasciando che l’idea trasmessa non mi pare di una persona ordinaria).
“Grezza” credo trasmetta l’opinione negativa del cappello: non considera la ragazza solamente una persona non alla sua altezza, la considera proprio, in ogni sua scelta (almeno, in quelle descritte), una persona che mostra scarsa intelligenza, poco gusto, ecc.
gennaio 3rd, 2010 at 10:29
@ Mauro
Anche a me la tua descrizione è piaciuta e non mi pare grave la mancanza del coniglio nero. Mi sei un po’ caduto alla fine:
“Non mi stupisce, da una persona così grezza.”
Questo “grezza” mi pare una sciatteria lessicale. Potevi usare un aggettivo “finto oggettivo”, tipo “eclettica” che sarebbe suonato sarcastico; oppure potevi illuminare definitivamente la “personalità” del cilindro usando un aggettivo valutativo. Se per esempio avessi usato l’aggettivo “ordinaria” avremmo saputo di dover prendere con le pinze il giudizio espresso da un cilindro troppo snob; se avessi usato l’aggettivo “chiassosa” avremmo saputo viceversa che il nostro cilindro è molto compassato.
dicembre 24th, 2009 at 01:00
dunque ,
da che parte iniziare , il dubbio è assai palese quasi comparabile a questo sito , sia chiaro mi è stato suggerito come fonte di ispirazione per i futuri acquisti . e devo ammettere mi abbia deluso per la pressochè inesistente imparzialità nel giudizio e veridicità . un piccolo esempio buio è un libro particolare . é vero, dalle prime pagine non mi ha colpito partiolarmente tuttavia qualcosa mi ha indotto a continuare ed è stato un esordio sorprendente , a dir poco unico , il miglior urban fantasy dell anno anche se forse lo giudicherei triller fantasy . comunque oltre questo dettaglio giudicabile piu o meno valido dalla demenzialità dei presenti ho proseguito il mio tour su queste pagine e devo ammettere vi siano alcune rilevazioni davvero interessanti . tuttavia ciò che realmente manca è la nozione per cui forse e ribadisco forse un libro non si giudica dalla copertina o dalle prime dieci pagine comunque … il mio è un consiglio generale ossia non incentrato soltanto sulla precedente tesi ma sulla quasi totalita degli argomenti trattati in queste pagine . forse la mia è critica ecessiva ma essendo solo uno spettatore me la posso permettere … voi amministratori al contrario attenetevi alla seppur utopica neutralità se gradite avere seguito .
edmond dantes
dicembre 21st, 2009 at 13:57
Probabilmente sono io ad essere matto/maniaco però ho l’impressioen che spesso alle descrizioni in genere (ed anche ai romanzi/racconti/novelle) manchi un elemento non trascurabile: l’audio. Ho spesso l’impressione che tutte la azioni si svolgano nel silenzio assoluto rotto solo dai dialoghi e dai suoni messi lì dall’autore. Molto raramente ho letto di personaggi costretti ad alzare la voce per farsi sentire dal proprio compagno in locande o in città con il mercato in corso, anzi spesso bisbigliano fra loro.
Un’elemento dei fabtasy quasi onnipresente come elfi, draghi e nani sono le locande. Luoghi dove il personaggio entra e vi è la stessa “colonna sonora” che vi era all’esterno. Ma gli autori sono mai entrati in un bar?
dicembre 20th, 2009 at 23:15
@Mauro. Sì, non era il massimo. Forse potevi introdurre il coniglio facendo pensare al cappello che avrebbe preferito essere in testa all’animale appena arrivato: portamento fiero, pelo curato e poi di un elegante colore nero.
dicembre 20th, 2009 at 15:16
Inizialmente c’era, era così (era il paragrafo prima di “Almeno non mi è andata male come a quel povero fucile”): “Vorrei almeno che mi spolverasse. Quando è apparsa quella specie di coniglio nero si è girata improvvisamente, facendomi rovinare sulla strada. Un coniglio. E lei pensa che sia un nemico. Non durerà cinque minuti”. In generale non mi dispiaceva, ma l’ho tolto perché mi sembrava forzato, messo giusto per inserire il coniglio nero; semplice impressione mia?
dicembre 20th, 2009 at 14:35
@Mauro. Divertente. E un altro punto di vista bizzarro e originale: mi piace. La ragazza è ben tratteggiata, e nel complesso i pensieri del cappello suonano naturali. Manca il coniglio nero, ma pazienza. Buona descrizione.
dicembre 19th, 2009 at 16:24
Premessa: causa casini vari non sono riuscito a cercare ulteriore materiale sulla questione della lineetta per indicare interruzione (per chi non ricordasse: l’usare … per indicare sospensione e — per indicare interruzione); attualmente non ho nemmeno sottomano i libri del caso. Cercherò di farlo in futuro, se interessa, ma non assicuro.
Però approfitto dell’occasione per correggere una cosa detta in passato: in effetti ho visto almeno una cosa in Italiano che mantiene l’uso dell’originale inglese: Megatokyo; non sarà professionale (cosa che vista la qualità di certe traduzioni “professionali” potrebbe essere un pregio), ma comunque viene mantenuto.
Detto questo e sperando di non essere in ritardo (brutto non avere Internet a casa per mesi…), prima bozza dei compiti a casa:
Non ne uscirò integro. Non questa volta.
Un cilindro come me dovrebbe essere indossato da un signore di classe, non da una ragazzina con i capelli tinti. Feste e alta società, quello è il mio posto. Lontano da una bambina che si crede un soldato, seduta su una scala polverosa, in attesa di partire per chissà quale guerra.
Mi ha perfino rovinato con un nastro rosa. Dico: un nastro rosa. Almeno fosse nero. Questa plebea non si rende conto che non ha gusto.
Un elmetto. Questo le servirebbe. Totalmente privo di classe, ma sempre meglio che essere morti. Conoscevo un elmetto; scorbutico, ma potevi farci affidamento. Magari lo incontrerò. E questa ragazzina capirà perché non sono rosa.
Forse vivrà abbastanza per rinsavire. Ma non ci spero. È uscita di casa con un fucile e una manciata di mele nella cartella di scuola, e ha già iniziato a sprecarne. Si siede sulla scala di casa, butta la cartella per terra, assaggia una mela e la getta dopo un morso; non fa sperare bene. E i vestiti: non sono esperto, non mi sono mai abbassato al livello dei militari. Ma dubito che un corpetto striminzito e una minigonna con pizzo siano una protezione adeguata. Non sono nemmeno raffinati. Roba da ragazzini, che non capiscono cosa sia lo stile. E quel nastro nero è sprecato sulle calze, starebbe meglio su di me.
Almeno non mi è andata male come a quel povero fucile. Un coniglio. Rosa. Credo che, se potesse, si staccherebbe il calcio. Io lo farei. Se mi vedesse la bombetta del Conte in quelle condizioni…
Non che conterebbe qualcosa. A minuti da quella galleria arriveranno i militari, e lei andrà con loro, sicura di sé. Forse crede che quel paio di peluche con cui gira le porterà fortuna. Ancora conigli rosa. Dev’essere pazza. Non si è nemmeno accorta che glien’è caduto uno. Non mi stupisce, da una persona così grezza.
Un colpo mi forerà. O forerà lei, e io mi sporcherò. Rovinato per sempre.
E gli uomini dovrebbero essere quelli intelligenti.
dicembre 14th, 2009 at 23:59
Miii Castelloincantato un ragionamento così fa buttare l’editore a capofitto giù dalla finestra dell’ufficio dopo aver mirato con attenzione il tombino di ghisa! Proprio in questi giorni Eco ha illustrato il suo ultimo saggio dedicato alla lista, alla elencazione significativa, alla enumerazione descrittiva… Ecco la lista può essere un’elemento descrittivo anche molto protratto e per una sorta di effetto cumulo delle suggesioni impone un ritmo orgasmico alla lettura. Evoca archetipi spiralati alla Fibonacci… Ecco pur questa che è la forma più veloce e avvincente di descrizione se essa non coglie il bisogno emotivo del lettore diventa una mattonata sui coglioni!
Stiamo parlando di Fantasy qui no?
Beh nel fantasy, te ne do atto, la descrizione è veramente importante perchè assolve il bisogno del lettore di fantasy di trovarsi in un mondo del tutto diverso dal proprio, con regole sovvertite o senza regole, un mondo dove poter esprimere se stesso e prendersi le proprie rivincite. Questo mondo dunque va descritto. Ma sarà vitale che la descrizione riguardi le cose fantasy della situazione non le cose ordinarie per esempio. Per dire che uno apre una porta non c’è bisogno di dire che è fatta di rovere e che la maniglia è in ferro battuto. Se però la porta è in madreperla e la maniglia è fatta da un serpente vivo, è il caso di raccontarlo! E poi ci sono momenti del romanzo nei quali la descrizione soddisfa e altri nei quali non soddisfa il lettore. Se la porta di madreperla con la maniglia di serpente vivo, è contenuta in un lungo esempio paradossale fatto dalla madre del protagonista per riportarlo alla realtà, diventa una palla. Tipo:
«Piantala di sognare ad occhi aperti! Qui non ci sono porte di madreperla, serpenti al posto di maniglie. Non ci sono draghi dalla cresta rosa e lingue profumate! Non ci sono donne siamesi che ballano il fox trot a passo di gambero…. etc» Non mi sembra granchè.
Nel romanzo rosa descriverai la setosità dei cuscini, la morbideza dei capelli, la lunghezza delle ciglia, la delicatezza del tocco, la lucentezza dell’auto…
Nel romanzo giallo, descriverai con minuzia il sangue e il cibo: il rivoli di sangue misto a siero che escono dai margini rilevati della ferita, le mosche che si raggrumano su un’oncia di cervello, la doratura croccante degli arancini di riso :-)
dicembre 12th, 2009 at 14:03
perché quelli erano grandi scrittori nel loro tempo e nel loro luogo.
una volta il massimo della moda era una pelliccia di leopardo stropicciata e smangiucchiata: ti vestiresti ancora così?
non tutte le regole restano valide nel tempo.
oltretutto quei grandi scrittori non avranno “semplicemente descritto” ma avranno fornito descrizioni forti, precise, evocative, cosa di cui non tutti sono capaci.
dicembre 11th, 2009 at 18:38
Io non credo che il problema sia questo: cioè non penso che l’autrice/ore consapevolemente voglia prendere in giro il lettore; semplicemente crede che le descrizioni debbano essere fatte così. La cosa grave secondo me è che non è solo un problema degli autori fantasy/italiani/diciassettenni, ma il cncetto che le descrizioni debbano essere statiche e pallose è una concezione che infetta tutta la letteratura, anche, e SOPRATTUTTO, quella classica. Mi spiego meglio: prendiamo un – considerato – grande scrittore: Hugo. Se si legge notre-dame de Paris a un certo punto il lettore è “deliziato” con ben due capitoli di descrizioni:cioè per ben due capitoli di decine di pagine non accade assolutamente nulla, se non minuziose descrizioni di tutte le vie della città e dell’architettura della cattedrale. Oppure Balzac,che descrive nei particolari l’abbigliamento dei suoi personaggi o i lineamenti del volto. Dostoevskij in “delitto e castigo” ci offre un’intera pagina di discorso indiretto:un vero spasso! Ora, uno legge questi autori e pensa: se un grande scrittore fa così, perchè non dovrei farlo io?
novembre 26th, 2009 at 17:07
Rif. “Ci stavo pensando” : Allora ci ho pensato crostacea, te ghe rasun ti, e non solo perché pleonastico ma perché eliminarlo forza un aggiustamento paratattico che è più consono alla narrazione di genere.
Sull’altra tua eccezione e cioè che “troia prepubere” fosse descrizione troppo succinta per la fanciulla, considerata la preminenza dei dettagli che la riguardano nell’ambito della fotografia. Mi piacerebbe sapere se concordi su una mia intuizione. La descrizione soggettivizzata ci descrive di più il soggetto che vede piuttosto che l’oggetto guardato. Dal mio pezzettino si capisce parecchio della psicologia del conigliomannaro. Quindi non solo lui era troppo lontano per notare troppi dettagli della ragazza ma forse non sarebbe neppure coerente con il suo personaggio notarli. Per descrivere fiocchi e fiocchetti si potrebbe forse, senza introdurre altri personaggi, ricorrere a un artificio e passare al pov della ragazza. (Ah secondo le me narrazioni in prima persona possono avvicendare con opportuna titolazione Pov diversi) Dunque si potrebbe far seguire al pov del Conigliomannaro il pov della Troiaprepubere:
“Dietro le finestre dei palazzi, probabilmente gli occhi delle mie piccole prede erano sgranati. Come potevano resistere alle mie mele invitanti. Non solo le mele esca recuperate all’emporio ma quelle che mi uscivano dal corsetto “vedi non vedi” con svolazzi di seta. Del resto l’attrezzatura di caccia contava su appetiti di nature differenti. Afferrai con i denti il laccio di un guanto. I coniglietti non avrebbero resistito neppure alla sottovestina di pizzo e alle francesine con giarrettiere spaiate. Il cappello no, era un vezzo solo mio come i capelli. Avevo scoperto tuttavia che quel colore verde funzionava sempre, ricordava l’erba e le mie prede si sarebbero infilate nella bisaccia da sole.”
novembre 25th, 2009 at 23:11
@sissiblues. Buona descrizione. Il punto di vista in prima persona è gestito bene.
In qualche punto ho avuto l’impressione che volessi inserire proprio tutti i particolari del disegno, ma suona un po’ forzato, tipo:
“E farò la stessa identica fine dei miei compagni, trasformato in un piccolo coniglietto rosa gommoso e infilato insieme alle sue mele rosse di marzapane nella borsa di pelle per poi essere venduto a qualche bambino ciccione da un baracchino del centro durante le festività natalizie.”
Frase troppo lunga e probabilmente dovrebbe finire a “coniglietto rosa gommoso”. Fa niente se non riesci a inserire anche le mele. Magari le puoi mettere più avanti.
“Quei poster che mettevano in guardia, che dicevano attenzione che QuellaLà dei Conigli Ombrosi si sta aggirando da queste parti con cattive intenzioni.”
Qui onestamente non ho capito quel “dei Conigli Ombrosi”, non basta QuellaLà?
novembre 25th, 2009 at 20:52
Ciao, mi piace il tuo blog.. ed ho voluto provare a fare l’esercizio.. Se hai qualche critica, la gradisco volentieri!
Grazie!
Ecco il testo:
“Oh merda, mi ha visto.
Mi sta fissando, ferma immobile seduta su quegli scalini di pietra.
Ora mi spara. Ora di scatto prende in mano quel suo fucile e me lo punta dritto in faccia. E farò la stessa identica fine dei miei compagni, trasformato in un piccolo coniglietto rosa gommoso e infilato insieme alle sue mele rosse di marzapane nella borsa di pelle per poi essere venduto a qualche bambino ciccione da un baracchino del centro durante le festività natalizie.
Lo so che è stata lei a farlo, a Jen, ad Al, e a tante altri Conigli Ombrosi della parta alta della città. Lo so, perché ho riconosciuto lo stemma della sua missione su calcio del fucile. Un piccolo coniglietto rosa stilizzato. Che quasi quasi fa tenerezza.
Sbatte le palpebre e continua a fissarmi, senza muoversi di un millimetro.
Lo so che è finita, lo so. Ora afferra il fucile con la mano guantata e me lo punta contro. Lo so.
E mi avevano anche avvertito di non andarmene in giro quando il cielo si faceva viola, che sarebbero stati guai. Ma io, niente, io non ho mica voluto credere ai poster appesi ai muri di tutta la parte alta della città. Quei poster che mettevano in guardia, che dicevano attenzione che QuellaLà dei Conigli Ombrosi si sta aggirando da queste parti con cattive intenzioni.
La “Tirolese”, la chiamano, qui, per quegli strani abiti che porta, che a vederli bene, paiono davvero usciti dalla tradizione austriaca. Magari un più dark, eh. E un po’ più succinti, perché alla fine, la camiciona bianca sotto il corpetto con le bretelline non la porta mica.
Ed è proprio come l’avevano disegnata, su quei poster, precisa precisa, anche se non immaginavo che i suoi capelli fossero veramente di colore verde acqua.
Beh, forse non mi vuole davvero uccidere. Lo avrebbe già fatto. Provo a fare un passo? Provo.
E lei, tac!, ecco che ruota la testa, verso di me, per mettermi di nuovo a fuoco. E il minuscolo cilindro dal fiocco rosa che teneva in testa le cade a terra, andando a posarsi proprio accanto a un altro coniglio rosa gommoso. Loren, ecco chi era. Lo riconosco dal suo inseparabile papillon blu. Ed ora, capovolto, scivola lungo gli scalini.
Forse è meglio se mi giro e me la do a gambe. In fondo sono parecchio svelto.
E allora, uno due tre, mi volto e scappo.
La sento alle mie spalle, si è alzata di scatto, ho sentito gli ingranaggi metallici del fucile adattarsi alla sua mano.
Corro più veloce e ancora più veloce. Anche senza fiato. Si, anche senza fiahhh..
Poi uno sparo.
Mi fermo all’istante. Il cuore. Oddio il cuore. Accipicchia come batte.
Non sono stato colpito.
Mi volto.
Frank, il Coniglio Ombroso dal passo lesto, stava fuggendo in fondo alla strada. Ed ora era esanime a terra.
E lei, ancora immobile, ma questa volta in piedi, di spalle.
Il laccio nero sulla gamba si sciolse, e la calza le scivolò alla caviglia. “
novembre 23rd, 2009 at 21:42
Ciao Gambera, grazie dell’attenzione che mi hai dedicato. Il pezzo secondo me ha un altro difetto. Avrei dovuto scrivere “divenne l’impulso a scappare” invece che “divenne un impulso: darsela a gambe”.
Quanto alla descrizione della ragazza, ovviamente è scarna. Descriverne i dettagli dal colore dei capelli, al corpetto, ai reggicalze sarebbe stato sbagliato in un flash della situazione che il conigliomannaro si fa con un occhiata sbucando dalla galleria:-)
Se avessi scritto una storia, magari avrei fatto avvicinare il coniglione, l’avrei fatto appostare e lo avrei fatto meditare sull’eclettismo di pessimo gusto della nostra eroina :-)
Oh “me lo stavo chiedendo” mi serviva da ponte con l’azione di sbucare dalla galleria.
Si avrei potuto scrivere: “Che aspetto potrebbe avere un alieno che volesse impadronirsi del Paese dei Conigli? Sbucai dalla galleria a Coniglio City….” tutto il resto del fraseggio sarebbe stato diverso. Magari migliore. Ci penso ma non sono convinta. :-)
Ancora Grazie
novembre 23rd, 2009 at 16:54
@folgorata. Dato che qui lo scopo era descrivere, “una troia prepubere armata di fucile” è un po’ troppo poco per rendere la ragazza.
Frasi come “Me lo stavo chiedendo” sono da togliere: che se lo sta chiedendo è implicito nella domanda stessa e nella narrazione in prima persona.
novembre 23rd, 2009 at 01:07
Compiti:
Che aspetto potrebbe avere un alieno che volesse impadronirsi del Paese dei Conigli? Me lo stavo chiedendo sbucando dalla galleria a Coniglio City per non incazzarmi davanti alla mancanza di fantasia di un’inferriata a forma di coniglio. Io cos’ero del resto? In quell’istante un prurito là dove un tempo avevo una coda a batuffolo, divenne un impulso: darsela a gambe. Fiutai l’aria. Solo un refolo di mela. Voltai lo sguardo di lato. Fu allora che lo vidi.
In fondo alla strada, seduto sui gradini, c’era esattamente ciò a cui stavo pensando poco prima: un alieno, anzi, un’aliena; una troia prepubere armata di fucile. Ai suoi piedi, pelli vuote di conigli rosa. Che strage, dovevo aspettarmelo che il bastardo avrebbe avuto le sembianze di Jessika.
novembre 23rd, 2009 at 00:20
Dall’articolo di Gamberetta:
Beh, insomma :-) a suo agio fin lì.
“Il verme assassino di Venere si lamentava con un suono simile al ruggito di un leone” così mi sento più a mio agio.
novembre 18th, 2009 at 17:49
sì, in effetti non sapevo bene come gestire proprio quelle parti senza sembrare palloso e forzato. genera un po’ di confusione.
per la descrizione anche, trovare il giusto mix non è proprio easy, almeno per me che tendo a esagerare in un senso o in un altro.
vabbè, tocca trovare i libri che dicevi xD
grazie ancora
L
novembre 18th, 2009 at 16:44
@Lorenzo. Tutto sommato il punto di vista è gestito bene, però la descrizione vera e propria è un po’ carente: “ragazza umana in vestiti succinti” e “terribile fucile” non è molto per inquadrare la tizia seduta.
Alcune brevi note di editing: se cambia chi compie un azione, di solito deve anche cambiare il soggetto. Per esempio:
“[...] la ragazza si voltò.
Si appiattì di nuovo oltre l’angolo.”
Così non è subito chiaro chi si appiattisce, meglio specificare:
“[il coniglio/lui/la creatura/ecc.] si appiattì di nuovo oltre l’angolo.”
O anche qui:
“Salì sopra al muretto e accucciato dietro alla ringhiera avanzò, rimanendo al di fuori dell’arco di vista.”
Devi specificare “arco di vista della ragazza” altrimenti il riferimento è all’ultimo soggetto (il coniglio).
@Simone7. Ehm, ho provato a leggere ma in effetti non c’entra niente con l’esercizio. Senza voto, ma la prossima volta ti metto due e lo segno sul registro. ^_^
novembre 18th, 2009 at 04:56
Ohddea, ho provato anch’io a scrivere qualcosa ma non c’entra niente col disegno. O almeno, non è più ciò che doveva essere in principio, una semplice descrizione di quella scenetta delirante. Però ormai che l’ho scritta che ne faccio? Almeno la soddisfazione di farmi mettere 2 per esser andato fuori tema. Oltretutto è pure incompleta, ma se continuo va a finire che ne scrivo un romanzo ^^; E (molto) probabilmente non ne vale la pena.
Oggi è un giorno come tanti, sonnecchio beatamente nella mia cassa di legno posta ai margini della strada. Tenere le gambe piegate per diverse ore sta iniziando ad essere più sopportabile, ormai riesco a dormire nelle posizioni più strampalate.
Sono trascorsi già tre mesi da quando ho lasciato il mio maniero per soddisfare quell’opprimente bisogno di dare una svolta alla mia vita. Avevo tutto: una villa da far invidia ai più importanti petrolieri, una moglie, un’amante, due amanti, soldi, fama e potere.
Ma non era abbastanza.
Ero annoiato, il lusso e la lussuria riuscivano soltanto a distrarmi dal mio reale desiderio. Peccato che non sapevo quale fosse.
Un giorno il mio maggiordomo, Catullo, mi avvisò dell’arrivo di un ospite. In genere non gradivo ricevere estranei in casa, ma mancavano ancora due ore al prossimo appuntamento e non avevo granché voglia di fare sesso. Avrei potuto giocare a quel nuovo jrpg dal nome impronunciabile, ma in quel momento reputai più divertente incontrare la misteriosa persona che attendeva con pazienza dietro il cancello.
Lo vidi sbucare dalla porta dello studio, si scusò per il disturbo e face qualche passo verso di me. Gli feci cenno di sedersi dall’altra parte della mia scrivania.
In realtà non ero granché presentabile, accappatoio e pantofole, nient’altro indosso. Mi piaceva stare comodo, del resto quello era il mio castello. Ero io a dettar le regole.
La persona che avevo di fronte era invece molto elegante, portava uno smoking nero e dei pantaloni bianchi, sembrava fuggita da un televisore d’altri tempi. Continuava a sorridere dal momento che era arrivato, uno strano sorriso che mi metteva paura. No, non era solo il sorriso, erano anche quelle enormi orecchie bianche a sconvolgermi.
« Cosplay? » chiesi, per rompere il ghiaccio.
« No, sono vere » rispose lui, mantenendo sotto il naso una spettrale mezzaluna. « Vuoi giocare? » aggiunse.
Capii di non essermi sbagliato. Avevo fatto bene a far entrare il signor coniglio, mi stavo realmente divertendo. Quello strano tizio avrebbe potuto anche uccidermi, ma non m’importava. Non avevo nessuna intenzione di chiamare la sicurezza, ero troppo eccitato.
« A cosa vuoi giocare? ».
Rivolsi la domanda subito dopo aver notato una valigetta appesa alla sua mano sinistra. Mi chiesi cosa contenesse. “Il gioco? Perché prima non l’avevo notata? Ma… non mi pare che avesse qualcosa in mano quando è entrato”.
« Pari o dispari? ».
Puntava quegli inquietanti occhi neri contro i miei, attendendo avidamente una risposta. Non riuscii a capire se il gioco fosse già iniziato, ma non volevo fare domande. Ero sedotto da quell’atmosfera surreale, mi sentivo il protagonista di una fiaba.
« Pari. »
Sin da quando ero bambino rispondevo sempre così. Il motivo era semplice: ero convinto che chi scommettesse sul pari avesse più possibilità di vittoria, perché la somma di due numeri pari dà un numero pari. Ma anche la somma di due numeri dispari è un numero pari. In realtà il corso di probabilità e statistica aveva infranto i miei sogni di bambino, la probabilità rimaneva invariata, la mia teoria si fondava su ipotesi totalmente campate per aria.
Tuttavia non mi balenò nemmeno per un istante l’idea di scegliere dispari. Avevo sempre vinto a quel gioco, utilizzando quella tecnica che il buon senso accostava ad una mera superstizione.
« Dispari » rispose lui.
E continuava a sorridere. Che c’aveva da essere così contento? O forse era semplicemente sicuro di sé? Cos’è, anche lui conosceva una tecnica segreta persino migliore della mia? Impossibile.
Chiusi il pugno e alzai il gomito, se Catullo fosse entrato in quel momento avrebbe pensato ad una mia reazione violenta o qualcosa di simile. Ma Catullo non entrò, ed io completai il movimento distendendo due dita a forma di V.
Il mio avversario imitava in modo speculare i miei gesti, agitando il braccio libero. L’altro sembrava proteggere la valigetta, che aveva poggiato sulle ginocchia. L’unica cosa che differenziò i nostri movimenti fu la forma della sua mano. Non aveva scelto una V, ma una più irriverente I.
« Ho vinto io. »
Soffiai col naso e mi diedi dell’inetto. Ecco cosa succede a seguire le superstizioni.
« Bene, e adesso? ». Pensavo che quello fosse solo l’incipit, un giochino per scegliere le priorità dei turni. Ma non era così.
« Adesso io prenderò possesso di tutte le tue proprietà, perché questo è il premio. »
Dicesi faccia da poker quell’espressione impassibile che i giocatori professionisti hanno stampata in viso per non far trasparire alcuna emozione. Non so se la sua si poteva chiamare faccia da poker, continuava ad esibire con naturalezza quel sorriso da film dell’orrore. Potremmo chiamarla faccia da pari e dispari.
« Mi sembra giusto, in fondo ho iniziato a giocare senza conoscere le regole. Hai vinto tu, ti faccio i miei complimenti e ti affido le mie cose ».
Lo dissi quasi divertito, ero consapevole di fare qualcosa di stupido. No, era un qualcosa che superava la semplice stupidità, rasentava la più genuina pazzia. Ma – ripeto – mi stavo divertendo, avevo l’adrenalina alle stelle, e avrei pagato qualunque prezzo per non spezzare la magia del momento.
Mi alzai dalla scrivania, slacciai l’accappatoio, sfilai le pantofole e consegnai il tutto al signor coniglio. Completamente nudo mi avviai verso l’uscita.
« Aspetta! » mi intimò. « Provo pena per te, ti darò ciò che possedevo fino a qualche momento fa. Non è molto, ma sempre meglio che niente. Devi essermi riconoscente. »
In quel momento mi scappò un sorriso. Cercai di nasconderlo con la mano, ma l’espressione dei miei occhi mi avrebbe comunque tradito.
« Ti sono debitore, allora. E dimmi, cosa riceverò di bello? »
Posò accappatoio e pantofole sulla scrivania, quindi iniziò a spogliarsi. Era evidente che stava per darmi i suoi vestiti, meglio di quanto m’aspettassi. Almeno erano abiti eleganti.
Sbottonò la giacca e sfilò le braccia dalle maniche. Divertente, stavo per vederlo come mamma coniglia l’aveva fatto. La mia mente perversa iniziò a vagare da un pensiero all’altro, chiedendosi che dimensioni poteva vantare un animale antropomorfo e se sotto la camicia avesse del pelo bianco come quello sulle sue lunghe orecchie.
Se tutto ciò fosse successo dieci anni prima, niente di tutto questo sarebbe accaduto. Non avrei mai accettato di parlare con una “persona” così, il solo aspetto mi avrebbe terrorizzato. Ma quelli erano altri tempi, era molto più facile che mi riuscissi ad interessare a qualcosa di normale.
Le donne, soprattutto, mi affascinavano, mi rapivano, le adoravo. Per anni ho viaggiato col solo scopo di conoscerne di nuove. Belle, brutte, bionde, more, simpatiche, noiose, mi divertivo a parlar con loro e a fare l’amore. Sembrava che fosse la ragione della mia esistenza, credevo che così facendo avrei trovato prima o poi la mia metà mancante. Anche a costo di viaggiare per tutta la vita.
Ed eccomi lì, diec’anni dopo, a far pensieri osceni su un coniglio dimenticato per troppo tempo in incubatrice. Magari proprio perché m’ero reso conto che le donne non m’interessavano più, che non poteva esistere una mia metà femminile, che poteva essere interessante cambiare inclinazioni sessuali. Magari erano invece gli esseri umani ad avermi stancato e quindi, chissà, un coniglio pazzo e pure maschio poteva risvegliare qualcosa sopito da tempo.
Quasi mi vergogno ad aver pensato queste cose, ma in una situazione così paradossale anche mettere in dubbio i gusti di una vita mi sembrava coerente. Ecco, sentivo quasi la necessità di non tradire la coerenza di una situazione totalmente incoerente alla realtà, volevo abbandonarmi al mio lato irrazionale.
Intanto il coniglio era rimasto in boxer e camicia. Sbottonò quest’ultima e rimasi per l’ennesima volta, in quella grigia giornata, sbalordito.
Il coniglio aveva una peluria bianca che ricopriva tutto il corpo, ma non era quello il motivo del mio stupore. Il coniglio aveva il seno. Il coniglio non era un coniglio, era una coniglia vestita da coniglio. Chissà perché, quella cosa mi lasciò totalmente spiazzato. Regalare tutti i miei beni per un motivo idiota mi sembrava una cosa abbastanza normale, ma scoprire che il signor coniglio aveva le tette mi aveva quasi traumatizzato. Probabilmente anche il miglior psicologo, dopo aver ascoltato ragionamenti del genere avrebbe gettato la spugna, per un caso senza speranza si possono fare le condoglianze o dire che va tutto bene.
« Non arrossire. »
Non capivo se me lo stava ordinando o se lo diceva con imbarazzo, ad ogni modo mi sembrò opportuno voltarmi per smettere di fissarla. Chiusi gli occhi pensando a quanto fossi stato maleducato a dondolarlo davanti ad una signora. Ero consapevole del fatto che fosse un coniglio, ma parlava. Non era la stessa cosa di farsi vedere da un coniglio normale. In realtà non ero riuscito nemmeno a capire cosa fosse, continuava soltanto a riecheggiarmi la parola furry.
Trascorsi due minuti la coniglietta mi disse che potevo girarmi. Aveva indossato il mio accappatoio e le mie pantofole, abbigliamento che le donava parecchio. Un’immagine che ancora oggi ho ben fissa nella memoria.
« Qui-quah… »
Non potevo crederci. Stavo balbettando. Non avevo mai balbettato di fronte ad una ragazza, e ne avevo conosciute migliaia, forse milioni. Certo, questa aveva sicuramente qualcosa di speciale. Ma significava che mi bastava vedere una coniglietta in desabiliè per balbettare?
« Quindi posso prendere i tuoi vestiti? »
Ero riuscito ad articolare la frase. Bel passo avanti.
« Uh-uh. »
Mi avvicinai a lei coprendomi istintivamente l’uccello della felicità. Forse non ce n’era bisogno, lei non c’avrebbe badato più di tanto. Ma iniziavo a vergognarmi, non vedevo l’ora d’infilarmi quei vestiti.
« Oltre a questi abiti possiedo altre due cose. Una è questa valigia, il cui contenuto è ciò che mi è più prezioso. L’altra è la mia casa, un monolocale nei pressi di Ponte Attilio. »
Intanto io ero alle prese con la camicia. Passi i pantaloni che m’arrivavano poco sotto le ginocchia, ma quella camicia ero convinto che non sarei mai riuscito ad indossarla. Alla fine mi rassegnai a non abbottonarla, ritrovandomi vestito di tutto punto ma con parte delle gambe e del busto scoperti.
« Se per te è così prezioso, perché dovresti regalarmelo? I vestiti e la casa andranno benone, non preoccuparti. » dissi, mostrandomi incredibilmente gentile verso la persona che mi stava rubando la vita.
« Non importa, a me non serve più. Per te invece potrebbe essere vitale. »
novembre 18th, 2009 at 02:15
Compitino fatto maestra
- – - – -
Si appiattì al muro di scatto, ansante. Il cuore gli batteva in gola come premesse per uscire.
” tipregotipregotipregotiprego ”
Ogni tanto riapriva gli occhi per sbirciare al di là dell’angolo.
” non m’ha visto vero? non m’ha visto?! ”
Serrò le palpebre di nuovo, come se il non vedere potesse nasconderlo alla vista degli altri.
” shhh! zitto! zitto! ci farai scoprire! ” ripeteva angosciato al cuore battente.
- Zitto! -
Si tappò fulmineo la bocca con entrambe le mani, gli occhi sbarrati scattavano a destra e a sinistra.
” non mi ha sentito, vero? non mi ha sentito? ”
Sbirciò di nuovo.
” guardaaaaaaa ”
” se ne sta lì accucciata come se nulla fosse, sembra innocua ”
Gli occhi sbarrati, le lunghe orecchie ballonzolavano ad ogni nevrotico scatto della testa.
Se la ragazza umana in vestiti succinti poteva sembrare innocente, il terribile fucile che teneva appoggiato al fianco gli faceva rizzare tutti i peli della codina.
-toc toc toc- una mela ruzzolò fuori dalla sacca appoggiata sui gradini, la ragazza si voltò.
Si appiattì di nuovo oltre l’angolo.
” non devo aver paura, non devo aver paura, non devo aver paura ”
Non poteva rimanere lì in eterno.
” cosa facciamo? cosa facciamo? ”
” potremmo ucciderla ”
” nooooo tu sei pazzo! ”
” uccidiamola! questa è la NOSTRA città ”
” ma lei ha il fucile ”
” la coglieremo di sorpresa… e con un morso al collo… ZAC! ”
” sìsì, di sorpresa ”
” siamo silenziosissimi noi ”
” sìsì, ombre silenziose ”
Il coniglio dalle sembianze umane scivolò con cautela fuori dal rifugio. Salì sopra al muretto e accucciato dietro alla righiera avanzò, rimanendo al di fuori dell’arco di vista. Lo sguardo fisso sulla giovane che seduta si allacciava un guanto coi denti.
” ci siaaaaaaaaaaaaamoooooooo ”
” ancora un poco! ”
- gulp -
Il terrore lo attanagliò nuovamente, improvviso, incontrollabile.
Riversi sui gradini piccoli conigli rosa giacevano privi di vita. una testolina di coniglietto morto faceva capolino dalla borsa piena di mele. gli occhi vitrei.
le ginocchia presero a tremare, sbattendo fra di loro.
- gulp -
- gulp gulp -
Il singhiozzo divenuto irrefrenabile.
” cosa facciamo?! cosa facciamo?! ”
Ma era troppo tardi: la giovane ragazza si era voltata e lo inchiodava sul posto coi suoi implacabili occhi rossi.
- – - – -
Non è granchè ma mi son divertito.
Solo non so, a volte mi pare che faccio un po’ troppa confusione.
Vabbè, buona notte.
E grazie della lettura. cercherò i libri indicati.
novembre 2nd, 2009 at 23:15
@Diarista incostante
No, non nel senso di inserire scene di sesso. Ma nel senso che il coniglio a me pare un po’ pudico rispetto a un amante geloso :)
novembre 2nd, 2009 at 10:01
Grazie :)
In realtà il pezzo l’ho scritto di volata ed è venuto com’è venuto (non avevo granchè da fare qui in ufficio quel giorno). Ci ho messo più tempo a rivederlo nella forma che a buttarlo giù nei contenuti, quindi è certamente vero che si poteva fare meglio.
Il cyberpunk ci sarebbe stato bene, concordo. In effetti tendo molto a focalizzarmi sui personaggi e così rischio di essere sempre poco “fantasy” nella storia e nello scenario. Sul più pepe (che io ho interpretato con più riferimenti sessuali, ma potrei sbagliare, correggimi nel caso) devo dire che per esperienza personale non è il “più sesso” che rende interessante un racconto. Può essere solleticante leggere delle acrobazie da letto di un personaggio, ma la storia in sè cosa ci guadagna? Il sesso è sesso, come lo giri sempre della stessa cosa si tratta, mentre la trama di solito avanza facendo fare altro ai protagonisti.
ottobre 31st, 2009 at 21:16
Demonio pellegrino scrisse:
Non trovo strano che le recensioni appaiano prima dell’uscita del libro: i giornalisti non vanno mica a comprarsi il libro di propria sponte. Sono le case editrici a spedirne copie ai giornali per avere una recensione, e ovviamente, pubblicità.
@Francesca: mi piace la descrizione dei coniglietti “spiaccicati come orologi di Dalì”.
@Carroronan scrisse
In effetti è dura darti torto, nonostante capisca le critiche di Mauro. Sembra esserci un “vuoto normativo” nelle regole tipografiche italiane. Ripeto: “sembra”.
Beh, non è detto. Per me l’ebook ideale è sempre impaginato, in un formato di stampa come il PDF. Non riesco a vedere una figura professionale come quello del grafico impaginatore sparire dall’editoria. Dico questo, nonostante sia un grosso apprezzatore del formato epub.
Ok, sto andando un po’ OT, ma volevo solo dire che per me l’Italia ci arriverà moooolto dopo.
Immagino sia perché Teadue pubblica principalmente le versioni economiche del Gruppo Longanesi, cui fanno parte gli altri due marchi editoriali che hai citato.
ottobre 31st, 2009 at 19:25
@Diarista incostante
Bello il tuo POV. Era quello che pensavo di scrivere io. Anche se ci avrei messo più pepe e di cyberpunk.
ottobre 28th, 2009 at 23:05
III
Mostra spoiler ▼
ottobre 28th, 2009 at 23:04
II
Mostra spoiler ▼
ottobre 28th, 2009 at 23:02
Gamberetta, ti giuro, non volevo.
Era da un po’ che non provavo a scrivere a qualcosa, ed evidentemente devo aver “spurgato” tutta la roba repressa.
Mi sono seduto a tavolino, ho guardato l’immagine, e mi son messo a buttar giù 5 righe.
Solo che poi la storia mi ha preso, e le 5 righe sono diventate 10, le 10 righe 20, e così via.
Potere della narrativa, suppongo.
Oh, sia chiaro, non obbligo nessuno a leggere.
Anzi, in tutta onestà, vi diffido dal farlo.
Mostra spoiler ▼
ottobre 26th, 2009 at 11:28
Sì, forse potevo scrivere “edifici fascisti” e farla finita lì. Però suonava male e quindi l’ho cambiato.
ottobre 25th, 2009 at 22:17
@Dago Red. Penso che gli edifici nel disegno possano richiamare un’architettura fascista.
@Tj. Buona descrizione, i vari elementi presenti nel disegno sono tutti presi in considerazione. Forse si poteva spendere qualche parola in più, ma già così funziona.
La prima persona è usata bene, anche se in alcuni punti pare che il narratore si rivolga un po’ troppo al lettore.
Esempio:
“La sua borsa da scolaretta è gettata malamente sui gradini e ne escono mele e conigli rosa, conigli rosa e mele, mio Dio ho la nausea.” (qui non è male, sembra il naturale corso dei pensieri del narratore)
“Le addestrano fin da piccole e sono infallibili e letali.” (qui invece è un po’ forzato – forse il narratore non avrebbe questo pensiero se non si stesse rivolgendo a un ipotetico lettore).
Comunque queste sono sfumature.
ottobre 25th, 2009 at 18:22
Visto che l’immagine mi ha ispirato ho provato anch’io a fare il compitino XDD
Non siamo più al sicuro °AAA°
Mi accosto appena alla finestra, in modo che non mi scorgano, guardo da uno spiraglio della tenda. Loro sono sempre lì, gli stupidi seguaci del Fronte di Liberazione dei Conigli. Ormai hanno conquistato tutta la città, non posso uscire di casa senza che uno di loro mi punti il fucile e mi costringa a indossare quella ridicola tuta con le orecchie giganti, come quel poveraccio che passeggia là in fondo, nei pressi della galleria.
Una di loro è ferma sugli scalini sotto casa mia. Capelli di un colore improponibile, verde mare, un cappellino infiocchettato in testa, vestita come una lolita, piena di pizzi e laccetti, sembrerebbe una fanciulla innocua se non fosse per il fucile che tiene in mano con noncuranza. Le addestrano fin da piccole e sono infallibili e letali. Quello è un G3A2, con l’immancabile coniglietto impresso sul calcio, una volta amavo le armi, prima che arrivassero loro.
La sua borsa da scolaretta è gettata malamente sui gradini e ne escono mele e conigli rosa, conigli rosa e mele, mio Dio ho la nausea… I muri sono tappezzati di slogan del FLC, in ogni angolo loro ci controllano, non siamo più al sicuro, dovremo soccombere…
ottobre 24th, 2009 at 19:31
Scusate ma questo passaggio
mi ha fatto cappottare XD
Giuro, sono ore che tento di immaginare come possa essere un edificio neofascista.
Magari pareti nere e colonne borchiate.
In generale confermo il non originalissimo parere che questo sia un ottimo articolo.
Se avrò tempo proverò a buttar giù due righe anch’io ^^
ottobre 24th, 2009 at 16:55
Bel post, molto interessante. Non sono un gran patito di fantasy ma mi piace moltissimo il modo in cui Gamberetta affronta l’argomento “scrittura” in questo blog.
Venendo al motivo che mi ha spinto ad inserire questo commento…
Volevo solo segnalare, per chi è interessato all’argomento “punto di vista”, il libro “Complicità” di Iain Banks. Ho solo iniziato a leggerlo, quindi non posso dare un giudizio sulla trama o altro, ma il capitolo iniziale, in seconda persona (seconda, non prima o terza), con cui Banks getta il lettore in maniera originale nel turbine degli avvenimenti, costringendolo ad identificarsi con il misterioso personaggio incappucciato che dà inizio alla storia, ritengo sia una trovata davvero geniale e ben riuscita. Un esempio da cui trarre ispirazione nel caso si volesse utilizzare un punto di vista insolito e poco utilizzato, che, però, se usato bene, riesce coinvolgere il lettore in maniera totale.
Probabilmente esisteranno altri libri che ricorrono a questo stratagemma ma il libro di Banks, fin’ora, è stato l’unico nel quale mi sono imbattuto. Ne consiglio la lettura a tutti… anche solo delle prime pagine, giusto per farsi un’idea di cosa sto parlando. Ne vale la pena.
ottobre 23rd, 2009 at 15:11
Ciao.
Vorrei aggiungere un manuale di scrittura: Manuale di Scrittura di Domenico Fiormonte e Ferdinanda Cremascoli, ed. Bollati Borlinghieri. Per il resto post stupendo, la parte delle descrizioni è all’altezza di un trattato sulla stilistica. Del resto la scrittura non è un dono del cielo, ma un processo dinamico, fatto di fasi e momenti ben precisi.
ottobre 23rd, 2009 at 15:04
@francesca. Per i film, anch’io intendevo un riferimento a scene non specifiche, ma credo di essermi espressa male. Chiedo scusa.
@Ste. Infatti non ho scritto che tutta la narrativa deve essere basata su opere precedenti, ho detto che nel caso non mi infastidisce così tanto. :) Ho portato ad esempio le fanfiction ed Esbat solo per dimostrare che riferimenti più o meno diretti ad altre opere non sono sempre spiacevoli. ^^
ottobre 23rd, 2009 at 09:42
@Evangeline.
Hai sia torto che ragione (o viceversa :O) )
Hai ragione in quanto un romanzo che si rifà a mondi già creati da altri può comunque essere interessante anche se però non molto originale.
Hai torto in qaunto se ci si dovesse basare solo su quello la narrativa è destinata a sparire; inoltre chi ha creato quei mondi, personaggi e luoghi ha usato la sua immaginazione se si fossero basati su cose già scritte forse saremmo ancora al cantico delle creature nella sua miliardesima versione.
ottobre 22nd, 2009 at 23:56
A proposito di scene o descrizioni che ricordano film o serial, io intendevo non che una scena di un romanzo ne richiami specificamente e consapevolmente una di un film, insomma una citazione, ma: la protagonista incontra un alieno e chi scrive non si sforza di spiegarti esattamente com’è fatto, “tanto oggi come oggi chi non sa com’è fatto un alieno”? (Come scrisse qucluno in un post di un’atra discussione).
Per le fanfiction, il discorso è diverso perchè è proprio quello il gioco, di inseririsi con coerenza in un mondo già esistente.( Ma in effetti non mi attirano per niente…)
ottobre 22nd, 2009 at 20:58
@Clio. Il pregio di Esbat, a mio parere, è quello che può essere letto e apprezzato anche da persone che della storia di Inuyasha non sanno assolutamente nulla, come hai detto anche tu mi pare, quindi anche se è nato come fanfiction alla fine non si rivolge ai soli fan ma ad un pubblico più vasto. Chiaro che l’autrice precisa da dove viene l’ispirazione, mi sembra più che giusto. Di fatto però ha come base un’opera non sua, e io conoscendo seppur superficialmente il manga quando si parlava di Hyoutsuki vedevo il personaggio della Takahashi, non quello della Manni. Che poi la Manni riesca a far comprendere con efficacia il suo carattere e quello degli altri personaggi, quella è abilità sua, tanto di cappello. Però di fatto la base è un’altra opera, ed è riuscita a pubblicare un libro per tutti. E di fatto all’inizio era solo una fanfiction. Che la base sia un’altra opera a me personalmente non procura alcun fastidio. Per la descrizione in questione concordo nel dire che sia di scarsa qualità, quindi sgradevole da leggere, ma se fosse stata migliore e mi avesse richiamato alla mente una scena già vista in un film o un personaggio di un’altra storia non avrei avuto alcun problema. Anche perché non è detto che qualcun altro leggendola avrebbe fatto la mia stessa associazione, dopotutto certe sensazioni sono soggettive. :)
ottobre 22nd, 2009 at 19:34
A Evangeline
Se il libro dicesse a chiare lettere “Ispirato a *titolo di film*” nonci sarebbero problemi. Non è il caso, quesa non è una fanfiction, non è rivolta ai soli fan, ma a tutti.
Io di b-movie horror non ne guardo. Per me quelle righe non vogliono dire nulla.
Esbat invece è stato apprezzato anche da gente che Inuyasha non lo segue. Ecco la differenza tra un buon libro e la fuffa.
N.B. Non ho letto “Buio”. Magari la trama è buona, non ho idea. La descrizione citata però è fuffa.
ottobre 22nd, 2009 at 17:35
E le fanfiction, allora? Non sono un’immaginazione di seconda o terza mano? Premetto che non ho nulla contro le fanfiction, anzi, sono favorevole all’idea di prendere spunto da mondi e/o personaggi creati da altri per costruirci su una storia, ma se non si potesse attingere a questi universi allora le fanfiction, e di conseguenza libri buoni come Esbat, non potrebbero esistere… Quindi non capisco perché una descrizione di un libro non dovrebbe richiamare immagini più familiari, in questo caso immagini di film. Certo, il richiamo ha un senso solo se la descrizione è fatta bene… Chiaro che non è questo il caso, il mio è un discorso generico.
ottobre 22nd, 2009 at 13:45
Infatti, Alessandro, concordo: anch’io, non trovando ciccia nelle descrizioni citate, ho fatto ricorso a delle immagini che già avevo in mente prese da film, serial ecc. E’ proprio questo che è grave: la descrizione per funzionare deve sfruttare il cervello del lettore, contando che vada a pescare in un certo immaginario creato da altri. Si tratta di un’immaginazione di seconda, o terza mano! Mentre è lo scrittore che deve creare un mondo quando scrive un romanzo, non vale usare il mondo già creato da altri: se no in che consiste il suo lavoro?
ottobre 22nd, 2009 at 11:41
Ciao, non sono un abituale frequentatore di Gamberi Fantasy, ma ho letto con interesse questo articolo. Premesso che sono uno “scrittore in erba” come tanti, non tra i più ignoranti (spero) ma sicuramente non tra i più acculturati, e premesso che trovo sacrosante le argomentazioni che hai portato, posso fare una considerazione che mi è sorta spontanea leggendo i passi che riporti di “Buio”? Quelle “brutte descrizioni” assumono un senso se parti dal presupposto che il lettore si è sicuramente già sciroppato molte decine di b-movie dell’orrore pervasi (nel primo tempo) da atmosfere ovattate, quasi prive di suoni; film in cui i protagonisti si svegliano spesso, matidi di sudore, da incubi in cui stavano annegando; film ambientati in college americani in cui corridoi del primo piano hanno ampie vetrate attraverso le quali si può essere osservati dai ragazzi che si trovano ancora in cortile prima del suono della campanella; film in cui gli ospedali sono sempre grandi, vuoti, diroccati, bianchi, inquadrati in modo da trasmettere un senso di sterilità e oppressione. Non dico questo perché penso che ciò giustifichi un certo modo di scrivere – affatto -, dico solo che a me è venuto naturalissimo fare certi accostamenti. Del resto, guarda la copertina del libro: non ti introduce già di suo in un’atmosfera del genere?
ottobre 19th, 2009 at 22:46
Ma no che non è vero. Se il tuo romanzo è buono è nell’interesse della casa editrice pubblicarti. Senza contare che è pieno di case editrici (non a pagamento) che pubblicano esordienti. Per esperienza personale conosco almeno una persona che non aveva santi in paradiso e che ha mandato il suo romanzo ad una casa editrice nota che l’ha pubblicato. E conosco molti esordienti che hanno pubblicato perché erano semplicemente bravi. Ma di gente che pensa di essere un genio ce n’è troppa. Più o meno il 99% di quello che arriva in una casa editrice.
ottobre 16th, 2009 at 00:18
Edit: se il riferimento a Persistence Of Memory suonasse distraente, ”come orologi di Dalì” può essere sostituito con ”come sottilette”. Si tratta di un quadro molto famoso, ma non tutti sono tenuti a conoscerlo.
Ciao, grazie a te, e complimenti agli autori di tutti gli altri ”compiti”. Avete davvero una fantasia perversa – lo dico come complimento ;)
ottobre 15th, 2009 at 09:01
Gamberetta, il lavoro che fai qui è prezioso e degno del massimo rispetto.
Compitino:
Influenza coniglia
In giarrettiere e bustino da gothic lolita, la fighetta dai capelli verdi se ne stava seduta davanti al portone, con un fucile automatico in mano. Accanto a lei, un paio di conigli rosa spiaccicati colavano sui gradini come orologi di Dalì. L’ombra d’un coniglio antropomorfo scivolava in fondo alla strada.
Leo chiuse gli occhi.
”Non esistono.”
Con mani tremanti si frugò nelle tasche, estrasse un paio di pillole, le buttò giù. Strinse i pugni. Aspettò, respirando in fretta, sussurrando il suo mantra.
”Non esistono. Sono solo una delle allucinazioni indotte dal virus. Non. Esistono.”
Riaprì gli occhi.
Giarrettiere e conigli erano spariti.
Il fucile c’era ancora. La ragazza glielo puntava alla testa.
.
ottobre 14th, 2009 at 21:07
Non so perché mi sei venuta in mente, credo per due motivi. Uno è collegato ai coniglietti (Grumo in particolare^^), un’ altro alla tua indole “battagliera” quando scrivi articoli o parli di libri che non ti sono piaciuti. Niente di personale, ovvio.
Avrei voluto descrivere di più la ragazza, ma come hai detto tu il punto di vista mi ha molto vincolata. L’ho scelto perché di solito uso la terza persona limitata, alcune volte la focalizzazione interna, ma quella in prima persona non mi ha mai attirato. Invece nell’ultimo periodo ho iniziato un racconto breve e ho voluto sperimentare il narratore in prima persona. Lo trovo più piacevole da usare rispetto al narratore interno o onnisciente, anche se richiede una riduzione all’essenziale delle scene e specie delle descrizioni (almeno così mi è sembrato).
ottobre 14th, 2009 at 17:33
@mariateresa. Onestamente non ho capito in che punto hai visto un collegamento con me nel disegno, ma lasciamo stare.
La punteggiatura a tratti è bislacca (hai messo diversi due punti, dopo la fine delle frasi), e c’è qualche refuso evitale (per esempio: “in contro” bisogna scriverlo tutto attaccato, mentre “infondo” bisogna scriverlo staccato).
La scelta di prendere come punto di vista la ragazza in prima persona rende difficile una sua descrizione: alcuni particolari li hai messi, e tutto sommato li hai inseriti naturalmente, altri mancano, ma pazienza, direi che ci può stare.
Bene il Coniglio nero e i coniglietti di stoffa. Alcuni passaggi non rendono benissimo (per esempio: perché qualcuno dovrebbe “carezzare” un fucile per abitudine o timore? Al massimo avrà l’abitudine di imbracciarlo al minimo pericolo), ma nel complesso è una buona descrizione.
ottobre 13th, 2009 at 21:45
Il Coniglio Mannaro
Passi pesanti rimbombano per la piazza ricoperta di mele marce. Mi scosto una ciocca azzurra dagli occhi, fissando il ponte deserto. Accarezzo la canna del mio Kalashnikov, più per abitudine che per timore, e attendo immobile. A mano a mano che si avvicinano, i passi mi suonano sempre più familiari. Ecco, lo vedo: è mio fratello. Mi viene in contro, la folta pelliccia nera che lo ricopre piegata dal vento. Le orecchie, costrette da un laccio di cuoio, ricadono flosce sulla faccia pelosa e paffuta. L’istinto di sparargli è forte, ma mi trattengo. Anche se è un Coniglio Mannaro, rimane comunque mio fratello.
Mi si avvicina con un balzo, emettendo un lieve gemito. Non mi ci vuole molto per vedere la coda mozzata e la scia di sangue che lo segue. Gli occhi piccoli e vacui sono umidi di lacrime. Ultimo segno della sua umanità ormai perduta, forse l’unico motivo che mi trattiene dal provare ribrezzo nel guardarlo.
Sospiro e scuoto la testa, raddrizzando il cilindro nero in bilico sulla chioma. :
“Fammi indovinare” dico “hai tentato di nuovo di farti ammazzare, eh?”. Non risponde, non ha neanche il coraggio di guardarmi in faccia. Imbraccio il fucile, carico e premo il grilletto, colpendo la mela marcia accanto ai suoi piedi. Lui fa un salto e grida, cadendo all’indietro. Lo guardo soddisfatta, almeno ora ho la sua attenzione. :
“La cosa che mi fa davvero incazzare, è che non fai mai sul serio” continuo ” se proprio vuoi morire, cazzo fallo come si deve!”. Ho colto nel segno, lo sguardo languido lo conferma. :
“Non voglio lasciarti” farfuglia “sei l’unica cosa che mi è rimasta”
“Dici sempre così” sbotto “ma ogni volta ti ritrovo in lacrime dopo l’ennesima fuga dai Cacciatori. Qual è questa, la trentanovesima?”
“Quarantesima” precisa lui “ma se torni a casa non li provoco più”.
Rido, mentre il braccio scatta verso uno di quei dannati coniglietti mannari rosa che saltella vicino al mio gradino. Lo acchiappo sul dorso e lo stringo, conficcandogli le unghie di 5 cm nella carne. Godo dei suoi squittii di dolore, del modo in cui digrigna gli incisivi affilati, lottando per mordermi. Mio fratello scatta verso di me, mi da una zampata alla mano e prende in bocca il coniglietto grondante di sangue. Sono furiosa, un vulcano che sta per esplodere. :
“CHE CAZZO CREDI DI FARE?!>> gli urlo scattando all’in piedi. Il vento mi solleva la gonnellina di pizzo nero, ma non me ne frega più di tanto. :
“DAMMI SUBITO QUEL CONIGLIO, IDIOTA!”.
Mi fissa, lo sguardo fragile, il coniglietto protetto dalle sue zampe. Mi sono sempre chiesta come faccia ad amare delle bestie che gli hanno rovinato la vita, che lo hanno trasformato in un essere mostruoso. Non dovrei sorprendermi più di tanto, infondo lo conosco. Incapace di odiare e uccidere. Non è fatto per un mondo così bastardo.
Muovo alcuni passi verso di lui, faccio un gran respiro per calmarli, poi con la mano gli gratto la testa. :
“Questo è l’ultimo coniglio della giornata, fratellino” gli sussurro nel modo più gentile possibile “se me lo lasci ammazzare, il mio compito è finito e possiamo tornare a casa”
“No” mi risponde, facendo un saltello all’indietro “non è giusto, Gamberetta. Loro non hanno colpa. Sono così, è la loro natura. Non puoi ammazzarli per questo”
“Bubba, non costringermi a spararti” lo avverto, caricando il Kalashnikov ” l’ultima cosa che voglio è farti del male. Dammi il coniglio e facciamola finita, così torniamo a casa. Non è questo che vuoi?”
“Non ti credo!” mi grida “Lo so che poi torni a cacciare! Ammazzami pure, voglio morire! Sono mesi che provo a farmi ammazzare dai Cacciatori!”
“Merda Bubba, perché devi rendere tutto così difficile?! Molla il coniglio e andiamocene, prima che inizi la Ronda! Vuoi farmi litigare con gli altri, eh? Guarda che poi se decidono di farti fuori veramente, non posso proteggerti!”
“Non me ne importa. Io non mi muovo!”
“Allora dì addio alle zampe!”.
Prendo la mira e punto a terra, giusto per mettergli paura. L’ultima cosa che voglio è fargli del male. Il colpo parte, rapido e preciso. Lo schizzo di sangue mi investe, bruciandomi gli occhi spalancati. Mio fratello giace riverso al suolo, un buco enorme sul petto, i frammenti di cuore e membra galleggiano nella pozza di sangue.
Forse ho sbagliato a mirare, forse si è spostato. Quale che sia la versione vera, nessuna mi consola. Credo che alla fine, come tutti i Cacciatori, sceglierò la seconda. Sì, voglio pensare che sia andata in questo modo, che io non abbia alcuna colpa. Non riesco a disperarmi, sento il vuoto dentro di me, una fredda rassegnazione. Ho ucciso troppo per potermi pentire.
ps: mi è venuto in mente questo. Spero non te la prendi, Gamberetta, se ti ho immaginata così^^. Non ho nulla contro di te, ben inteso!
Anche se sono andata un po’ fuori tema, mi sono divertita lo stesso. Un esercizio molto stimolante che, spero, potrà servirmi anche in futuro
ottobre 13th, 2009 at 19:47
Il Duca Carronan
Non ho mai detto né che l’uso della lineetta sia completamente alieno e distruttivo, né che tu reputi una cosa simile, né che tu sia uno sprovveduto; se ti ho dato questa impressione, ti chiederei di indicarmi dove sembrerei implicarlo (chiedo seriamente: gli equivoci possono capitare, e mi interessa capire perché nel caso specifico è nato).
Ho semplicemente esposto un dubbio, dovuto, come detto al fatto che tu hai scritto «per interrompere un discorso va usato “?” per una interruzione brusca» (enfasi mia); “va usato” sembra indicare che sia norma nota e accettata, mentre in Italiano non è così (che io sappia), da cui la mia domanda. Poi hai precisato in “può andare usato”, cosa che mi trova più d’accordo.
Per quanto riguarda le convenzioni tipografiche: anche qui, mai detto che ce ne sia una univoca universalmente accettata, e so benissimo che in diversi casi si oscilla tra diverse forme. Ho solo detto che, per quanto riguarda la mia esperienza, non ricordo di aver mai visto quella convenzione in un testo in Italiano.
Non conosco, segno in lettura.
Da quanto hai detto, il manuale dice un’altra cosa: “Lo stesso Manuale dice, in caso di lineette usate diversamente in inglese e tedesco rispetto che nell’italiano, di valutare caso per caso se sostituirle con i due punti o i tre puntini”.
Ti riferivi a qualcos’altro?
Nel mentre, sono riuscito a dare una veloce scorsa alla Grammatica di Serianni, che non cita quell’uso della lineetta; spero di avere più tempo a breve per consultare meglio quel testo e altri.
ottobre 13th, 2009 at 12:57
grazie gamberetta, prendo nota e ti faccio i complimenti per il magnifico blog e le superbe recensioni! (anche se ne ho lette solo qualcuna ho potuto constatare che hai una grande lucidità mentale, come per le stroncature della troisi)
ottobre 12th, 2009 at 22:34
@Dexter. Non male l’idea di rendere tutti i particolari senzienti. Nel complesso mi è piaciuto, molto surreale, trasmette bene l’atmosfera dell’immagine.
C’è qualche errore qui e là, per esempio puoi tagliare i puntini di sospensione, “in torno” è tutto attaccato, espressioni come “[...] nel chinarsi il cilindro sfidò non poco le leggi della gravità.” hanno senso solo se una persona ha già visto l’immagine. Insomma c’è bisogno di una revisione, ma rimane una buona descrizione della ragazza e della situazione.
@mariateresa.
Certo. Ma lo scopo dell’esercizio è descrivere l’immagine, se vuoi scriverci attorno un racconto va bene, ma è un di più, quello che ci deve essere è una descrizione – più precisa e concreta possibile – della situazione rappresentata nel disegno.
ottobre 12th, 2009 at 22:07
@ Gamberetta: seguo questa discussione da un po’, mi piace molto^^
Anche se sono andata via dal blog da tempo, mi piace l’idea che hai proposto. Posso partecipare anche io con un raccontino?
ottobre 12th, 2009 at 18:33
@Mauro
Se avessi ritenuto l’uso della lineetta (questa volta uso il termine corretto: la lineetta non è il trattino) qualcosa di completamente alieno e distruttivo, non l’avrei suggerito.
Non sono completamente sprovveduto, ho studiato anche io testi come “Manuale di Redazione” a cura della Edigeo, altrimenti non mi sarei messo a parlare di queste cose. ^__^
Il ruolo ambivalente dei puntini di sospensione (che, per precisione, non sono tre puntini, ma un solo simbolo a forma di tre puntini, come indicato a pagina 99 del manuale) è, appunto, ambivalente: interruzione brusca e interruzione NON-brusca sono due concetti diversi. Riassumerli in un solo segno non è ingegneristicamente corretto e performante. Gettare confusione involontaria nella mente del lettore non dovrebbe essere l’obbiettivo della trasmissione corretta delle informazioni. ^__^
Lo stesso Manuale dice, in caso di lineette usate diversamente in inglese e tedesco rispetto che nell’italiano, di valutare caso per caso se sostituirle con i due punti o i tre puntini.
Caso per caso.
Per quanto mi riguarda in questo caso la questione è scegliere il male minore.
Forse quell’uso della lineetta non è molto comune in Italia, ma in cambio abbiamo testi dove non si capisce se ci sia una interruzione brusca o una sfumatura dolce fino a quando non abbiamo superato il testo in sé.
Questa è inefficienza.
Ed essere inefficienti non è un buon motivo per evitare l’uso di un segno che non distrugge alla radice la lingua e non stupra l’italiano in modo osceno, anzi, si integra perfettamente. Il lettore interpreta correttamente il testo, anzi lo legge meglio, quindi qual è il problema?
Lo stesso concetto di pagina come unità fissa diventerà probabilmente obsoleto in un mondo di libri digitali e di ipertesti in cui conta la flessibilità del testo e la sua leggibilità su lettori di varie dimensioni.
Come già accade per chi ha un lettore e-ink.
O per qualunque testo sul web non suddiviso in pagine tradizionali.
Ma forse sono troppo Futurista e futurista (in senso tradizionale e nel senso di proiettato verso l’editoria basata sul digitale e sul rapporto diretto produttore-cliente, e non sulle convenzioni predilette al momento dalle aziende di settore).
O magari ho solo troppo a cuore l’efficienza nella trasmissione del significato desiderato e il diritto del lettore di essere servito in modo adeguato. ^__^
E noi navighiamo verso il futuro, non verso il passato. Si parla con sempre maggior convinzione di pareggio Ebook-Carta per il 2018. Lo crede il 50% degli esperti di settore intervenuti a Francoforte.
Per quanto riguarda la cosiddette convenzione tipografiche, tipo quelle dei dialoghi, voglio ricordare che la punteggiatura con l’uso dei caporali nei casi reali (ovvero nei libri) è molto variabile. Me ne ero accorto cercando per un amico il corretto uso della punteggiatura coi caporali (segnalandogli quanto detto da Franco Forte a riguardo) e lui, giustamente, mi ha fatto notare che altri non facevano così.
Effettivamente era vero: non c’era una prassi unica.
Se molti iniziassero a usare la lineetta, questa prima o poi si imporrebbe come convenzione. D’altronde, siamo onesti, se un autore di successo nel futuro mondo dell’editoria digitale indipendente dovesse usarla in uno sfogo di creatività a scapito di convenzioni inefficienti e datate, cosa potrebbe accadergli? Gli sparano? Gli mandano i carabinieri a casa? Lo pugnalano in mezzo alla strada? Gli stuprano il cane? ^__^
I Futuristi hanno fatto di peggio. E nessuno glielo ha impedito, anzi, li hanno pure pubblicati. E non avevano la prospettiva della rivoluzione degli ebook.
Ma forse io ragiono troppo web-oriented e lettore-oriented (o, come direbbero i futuristi, disprezzo i vincoli e le catene del passatismo a favore della comunicazione).
Riguardo la composizione che mette in crisi la pagina classica si può parlare di “Casa di Foglie” (un caso così strambo di romanzo che penso lo conoscano tutti): la sua bizzarria non ha impedito che venisse stampato in Italia. ^__^
E il testo bicolore de “La storia infinita”, rosso e verde? Nessun editore sano di mente accetterebbe un testo simile. Eppure, caso strano, lo hanno stampato. E va stampato così (come fecero Corbaccio e Longanesi) e non tutto in nero come fecero nella versione TEADUE.
Per il resto, concludendo, il DATO DI FATTO è che i tre puntini sono inefficienti e lo sono perché sono AMBIGUI. Questa è la realtà in quanto tale, unica base possibile per un qualsiasi discorso.
La questione di conseguenza si riduce a: è meglio risolvere il problema rischiando di usare una lineetta (cosa che non è vietata in italiano ed è un “caso per caso” accettabile… in più si è già visto che gli editori spesso sul dettaglio più lieve come la punteggiatura coi caporali se ne sbattono già loro e si inventano la “convenzione” libro per libro) o fregarsene del problema e di conseguenza del rispetto mostrato nei confronti del lettore? ^__^
ottobre 12th, 2009 at 17:29
Il Duca Carronan
Che in Inglese si usi lo so, il dubbio era proprio sull’Italiano, perché le due lingue hanno convenzioni tipografiche diverse (e l’uso del trattino rientrano in queste diversità).
Con “libri inglesi” intendevo in lingua originale, dove però è naturale che sia usato; personalmente non ricordo d’averlo visto usare in libri tradotti.
Comunque, ognuno è libero di scegliere cosa usare; il dubbio era sul «per interrompere un discorso va usato “?” per una interruzione brusca», visto che non mi risultava essere parte delle convenzioni italiane.
Sull’uso dei puntini, cerco di approfondire stasera.
Concordo fino a un certo punto: che i manuali inglesi non servano solo per scrivere in inglese è vero; questo però non significa che tutto ciò che viene detto in tali manuali sia applicabile a ogni lingua, in quanto ognuna ha convenzioni (tipografiche, ma non solo) diverse. Ci sono tecniche (mostrare, narrare, ecc.), convenzioni tipografiche (trattini, virgolette, ecc.), e altro.
ottobre 12th, 2009 at 12:30
@Gamberetta
Grazie mille per la valutazione. Seguirò i tuoi consigli. Non avevo mai pensato a questa cosa delle virgolette e dei trattini. In effetti risparmio un mucchio di tempo.
Devo stare più attento nella prima persona e nella scelta dei verbi, è vero.
:D
ottobre 12th, 2009 at 11:31
Nei manuali inglesi l’ho trovato più volte. È un uso piuttosto standardizzato e comune, ma l’applicazione è più limitata rispetto ai “…” e infatti anche quando l’autore distingue l’interruzione brusca da quella sfumata, i “—” rimangono in minoranza.
Un libro che usa spesso l’interruzione brusca con il “—” è Dialogue – Technique and exercises for crafting effective dialogue di Gloria Kempton.
Non mi ricordo se prima spiega l’uso del “—” o se lo considera così assodato nel bagaglio minimo di uno scrittore da usarlo direttamente e aspettarsi che tutti lo conoscano. Cosa che effettivamente, a prima vista, è banalmente ovvio: chiunque di fronte al “—” e al contesto percepisce una interruzione diversa da quella dei “…” usati correttamente.
Due esempi tra le decine possibili presi dal libro:
Nei libri di autori italiani, effettivamente, pure io così sul momento non ricordo l’uso del “—” per le interruzioni. Forse l’ho letto in un manuale italiano, ma non sono sicuro. Boh.
Ricordo invece chiaramente l’uso scorretto dei “…” che è molto comune.
Considera che:
1. il lettore legge le parole in sequenza, una dopo l’altra, quindi non può sapere il Dopo, ma solo il Prima rispetto al Dopo (ovvero l’Ora, ciò che sta leggendo, le esatte parole) e ne consegue che percepisce il tono della battuta mentre la legge e non dopo averla letta (motivo per cui si dice che un buon dialogo esplicita il tono nelle battute e nel contesto, senza dover dichiarare dopo cose come “disse con rabbia” o simili);
2. il lettore di default percepisce i “…” come una interruzioni sfumata perché è l’uso più comune e a cui è stato addestrato ad abituarsi trovandolo regolarmente nei romanzi.
Ne consegue che quando il lettore legge:
Legge una frase che si smorza delicatamente, finendo senza la drasticità del punto, in modo più dolce… più cauto.
Il problema è che questa interpretazione ovvia e naturale dell’ovvio e naturale ruolo dei “…” poi si sconta con una brusca interruzione, allora il lettore viene scosso dall’incoerenza insita nella affermazioni del testo rispetto al tono percepito.
Meglio allora evitare uan inutile confusione ne lettore scegliendo un segno diverso che non confonda il lettore. Se non l’aveva mai visto si abituerà dopo la prima volta. In ogni caso eviterà la confusione.
Comunque, come hai fatto notare, nei libri in italiano tradotti dall’inglese già si trova, qualche volta. Ne consegue che l’uso del trattino non impedisce il funzionamento della lingua italiana quindi chi vuole può usarlo.
Nessuno è obbligato, è solo un perfezionismo ulteriore. Nessuno è obbligato neppure a togliere i “penso”, “vedo” ecc…, sono scelte. E anche questo mi risulta che lo dicano solo pochi manuali in inglese (non tutti si concentrano su dettagli così lievi) e non quelli italiani. ^__^
Del resto, italiano o inglese, quando si parla di come fare narrativa si applica la settima FAQ del box in cima all’articolo.
ottobre 11th, 2009 at 22:22
Il Duca Carraronan :
L’ho visto usato qualche volta, ma a memoria più (se non solo) nei libri inglesi e nei fumetti americani; in Italiano però non ricordo d’aver mai visto indicato quell’uso. Hai riferimenti?
ottobre 11th, 2009 at 21:54
@Artemis
Felice di esserti stato utile, damigella. ^__^
Se ti interessano gli articoli dedicati ai manuali di scrittura ne ho scritti un paio contro le persone “che non apprezzano i manuali e le regolette”. Li trovi nella categoria “scrittura” su Baionette Librarie (quello nel link e quello su Isaac Babel).
E se ti piace lo Steampunk (ti piace, vero? ^_^) negli ultimi mesi ho messo qualche articolo a tema e continuerò a metterne in futuro. L’ultimo è su Lord Cockswain, che trovo demente in modo esaltante.
ottobre 11th, 2009 at 21:40
Oddio, non avevo visto la seconda risposta!
Grazie anche a te, Duca^^
Che dire, farò tesoro dei vostri consigli, anche perché è da tempo che nessuno mi fa critiche serie sul mio modo di scrivere (specie quando si tratta del campo in cui riesco meglio, la narrativa) né ho occasione d’imparare i “trucchi del mestiere” se non desumendoli dai libri che leggo o frequentando il blog di Gamberetta, che mi è molto utile.
Grazie ancora!
ottobre 11th, 2009 at 21:34
@ Gamberetta
Grazie per i preziosi consigli, specie la nota topografica, questo mi è molto utile.
Per quanto riguarda gli avverbi hai ragione xD tutti quelli che mi conoscono sanno quanto io ami gli avverbi che finiscono in “-mente” e li uso anche nel parlato, a tutto spiano! Quindi devo starci doppiamente (!) attenta, dato che fanno parte del mio modo di esprimermi^^
ottobre 11th, 2009 at 21:27
@Artemis
Come sottolineato da Gamberetta, la prima parte è da tagliare.
Ti do lo stesso un paio di suggerimenti sulle prime frasi, anche se sono da togliere e basta, per farti vedere come alleggerire il testo levando le parole inutili.
Qui la frase può essere alleggerita e ricostruita.
Qui si può semplicemente togliere una parola inutile: è ovvio che i record ai videogiochi si fanno giocano.
Passando alla parte successiva…
Evita anche i possessivi inutili, come “suo”, “mia”, ecc… che si trovano spesso nelle (sempre pessime) traduzioni italiane di romanzi inglesi in cui nemmeno un “his” o “her” viene saltato…
Esempio:
È ovvio che è il “suo” cappellino, non devi specificarlo: nessuno penserà che la protagonista si sia messa di punto in bianco a guardare il cilindro di un ciccione steampunk di passaggio. ^__^
Ho tolto anche il “però” perché era inutile.
Alcune frasi complicate vanno rifatte del tutto, spezzandole in frasi più brevi, come consigliano Isaac Babel e tanti altri autori.
Anche descrivere troppo le azioni non serve: lo sgranare gli occhi denota automaticamente stupore (in particolare qui, date le premesse) e non è necessario dire che si è voltata “di scatto”: aumentare il numero delle parole diluisce l’azione, quindi paradossalmente l’effetto velocizzante del tuo “di scatto” è annullato dall’aumento di parole lette. Effetto annullato, ma parole in eccesso rimaste e, come si dice in narrativa, “quel che non aggiunge sottrae” quindi meglio levarle.
Ho messo “?” al posto di “…” per indicare un’altra cosa: per interrompere un discorso va usato “?” per una interruzione brusca (tipo colpo di mazza da baseball che manda KO nel mezzo di una frase) e “…” per una frase che lentamente rallenta e si abbassa di tono sfumando nel silenzio (uno che mentre parla si gira e scopre che nel garage dell’amico non c’è una moto, ma un Golem Tecnomagico guidato da una ragazzina coi capelli verdi in lingerie sexy).
Scegli tu il più adatto in base all’effetto che vuoi comunicare. ^___^
ottobre 11th, 2009 at 20:32
@Gemini. Prima devi essere sicuro che sia una buona idea: di solito, quando la gente si picchia sul serio, cerca l’efficienza nei movimenti più che le acrobazie. Poi devi tenere conto del punto di vista, di chi descrive il combattimento: se il tale personaggio non è un esperto di arti marziali, per forza sarà vago.
Comunque, supponiamo che il punto di vista sia di qualcuno che se ne intende e abbiano senso per la storia i combattimenti acrobatici. Secondo me devi trovare la maniera di descrivere prima.
Non so, magari mostrando i tizi che si allenano, a quel punto puoi descrivere il colpo della Tartaruga Pigra senza che sembri strano. Oppure quando il protagonista sfodera Salmonella – celebre spada magica – il pubblico sa già com’è fatta perché l’hai descritta prima, quando il nostro eroe l’ha comprata da un rigattiere.
Colpi, armi, armature, qualunque altro particolare tecnico rilevante: trova il modo di spiegare prima al lettore come sono, così nel duello vero e proprio puoi usare termini precisi senza rallentare il ritmo dell’azione.
Infine puoi decidere di infischiartene del lettore generico. Nel senso: a me sembra sempre una buona idea che una storia possa essere apprezzata da tutti e credo che uno scrittore debba avere questo obiettivo, ma nessuno ti vieta di dire: “sto scrivendo il romanzo per gli appassionati di arti marziali, e gli altri se non capiscono problemi loro” – a questo punto puoi essere tecnico e preciso come vuoi senza bisogno di spiegazioni.
@Artemis. Nota tipografica: è attuale convenzione editoriale togliere la ‘d’ quando la vocale che segue è diversa. Cioè: “e andare”, “a uccidere”, “o anche” e non “ed andare”, “ad uccidere”, “od anche”. Ovviamente se la vocale è uguale si mantiene la ‘d’: “ad andare”.
La prima parte, fino a quando la protagonista si affaccia alla finestra, la puoi tagliare. È un po’ confusa e non aggiunge niente alla descrizione.
La descrizione della ragazza è buona, molto precisa la descrizione dei vestiti.
Alcuni punti hanno bisogno di editing, per esempio:
“Mi mordicchio un labbro, incuriosita mio malgrado. Quasi quasi scendo e le chiedo dove li ha presi, quei vestiti, ma forse neanche è italiana e quindi sarebbe inutile sentirmi rispondere in giapponese o in inglese, che capisco abbastanza bene, di andare in un certo negozio di Londra o Osaka.”
La parte evidenziata è di troppo, appesantisce inutilmente la frase.
Oppure:
“Finalmente distolgo il mio sguardo dai suoi vestiti e mi accorgo che non c’è nessuno lì attorno, che la guardi stranito.
Perché, incredibilmente, la strada è del tutto deserta.”
Togli gli avverbi e gli aggettivi inutili: “Distolgo lo sguardo dai suoi vestiti e mi accorgo che non c’è nessuno lì attorno che la guardi stranito: la strada è deserta.”
ottobre 11th, 2009 at 20:20
Improvviso qualcosa, basandomi sul tono surreale e vagamente nonsense che mi trasmette l’immagine in questione
Il piano procedeva come previsto, era riuscito ad infiltrarsi nella città grazie alla pozione rimpicciolente datagli dal coniglio verde, ben nascosto in una scatola di caramelle mou.
“Accidenti come si sta stretti in questa scatola!”, pensò il coniglio bianco dimenandosi tra le zuccherose delizie che lo circondavano, “un po’ di aria mi farebbe bene!”
Sollevò il coperchio di cartone quel tanto che bastava per poter respirare l’aria esterna. Guardandosi in torno capì di trovarsi nella piazza centrale della città, la casa del coniglio rosso doveva essere da quelle parti…
Conigli neri camminavano noncuranti delle leggi della fisica, entravano dentro i muri e scalavano le pareti con disinvoltura, non prestando attenzione a niente e nessuno.
“Maledetti conigli neri!” pensò il coniglio bianco rodendo dalla rabbia.
Un rumore alla sua destra attirò la sua attenzione, una mela rossa era caduta accanto a quella che sembrava essere una borsa a tracolla, guardò meglio e notò un paio di gambe slanciate coperte da un curioso paio di reggicalze rosa: uno molto lungo e stretto da un fiocco nero sulla coscia, l’altro corto al disotto delle ginocchia e adornato con un orpello dorato.
“Ops, che sbadata!” disse la ragazza dalle strane gambe, chinandosi a raccogliere la mela. Aveva lunghi capelli verdi con un piccolo cilindro nero adornato da un fiocco rosa, nel chinarsi il cilindro sfidò non poco le leggi della gravità.
“Se mi sfuggi al primo morso allora cominciamo proprio male” disse la ragazza prendendo la mela, un corpetto nero con ricami rossi lasciava intravedere l’incarnato roseo dei seni, dove trovava posto una piccola collana dorata.
La ragazza alzò la mela al cielo come per esaminarla, dita sottili uscivano da un guanto nero, mentre nell’altro braccio teneva solo un polsino di tela.
“Che modo curioso di vestire…” mormorò il coniglio, “Non sarò espertissimo di moda, ma potrei giurare che quei vestiti sono quantomeno bizzarri!”
La ragazza pulì la mela con la piccola gonna dorata e ne staccò un altro morso, al che la mela gemette e volò via, andando a finire sotto le scale, il coniglio non aveva mai sentito una mela lamentarsi in quel modo…
“Piccola sgualdrina, io ti avevo avvertito!” disse la ragazza con voce furente, prese in mano un lungo fucile che non aveva di certo buone intenzioni, nonostante il bollino del coniglio rosa suggerisse il contrario, e lo puntò sulla mela con aria minacciosa.
“No, ti prego!” fece la mela sbiancando “Farò quello che vuoi, mi farò mangiare, m-m-mi farò intortare se vuoi, sono persino disposta a farmi cremare!”
“Avete sentito?” disse la ragazza guardando un coniglio rosa steso su un gradino
“Svegliati!” disse un coniglio all’interno della borsa “Svegliati o se la prenderà con noi!”
Il coniglio rosa rinvenne e guardò disorientato la ragazza, “Mi ero distratto un attimo” si scusò
La ragazza emise un urlo talmente isterico che il cilindro volò via un attimo spaventato.
“Chi devo mangiare tra voi due?” disse spostando nervosamente lo sguardo tra il coniglio e la mela.
Il coniglio rosa prese a sudare copiosamente, si sistemò il papion azzurro e disse in tono serio “Non credo che mangiare troppi conigli rosa faccia bene alla salute…”
“E chi se ne importa? Sai benissimo che non saluto mai nessuno!” rispose la ragazza con aria di sfida.
Il coniglio ormai in preda a svariati tic nervosi si guardò intorno, “Oh guarda!” disse allegro, “Proprio lì c’è un pacco di caramelle, perché non mangi quelle?”
La ragazza si voltò e guardò la scatola di caramelle, il coniglio bianco sbiancò sfidando la propria natura, “E ora che faccio?” pensò.
ottobre 11th, 2009 at 14:47
Oh, finalmente un compito per casa che mi chiede qualcosa d’interessante! E dire che mi sono iscritta al classico nella speranza di fare proprio cose come queste, ma mi sono ritrovata a scrivere saggi brevi, che sembrano articoli di Donna Moderna o, quando sono fortunata, di Focus.
*w*
Le porto il mio compito!
- Ti devo proprio far vedere gli screenshot perché ad un certo punto sono riuscito a far volare la motocicletta sopra il tetto, credo che fosse un bug, ogni volta che nel mio gdr guardano il video mi fanno i complimenti e…
Come odio quando si mette a parlare dei suoi record giocando ai videogiochi! Provo una fitta di rabbia che mi fa ribollire lo stomaco e storcere il naso: io ho solo un paio di giochi e non ho mai tempo per divertirmi.
Lui, ossia il Servo, distoglie lo sguardo e credo proprio di sapere il perché: una volta, al ristorante, mi ha rivelato che quando lo faccio sembro un coniglietto e suscito un’incredibile tenerezza.
Io, un coniglietto?! Le sue parole avevano avuto l’effetto di farmi arricciare nuovamente il naso per il fastidio, rendendomi ridicola.
Mi alzo dal letto, infastidita dalle pieghe che aveva preso il discorso ed il lenzuolo, dato che non ho mai imparato a stirarlo decentemente sul materasso, e vado alla finestra, senza neanche far finta di ascoltare le farneticazioni di quell’essere inopportuno ed irritante. Perché i miei genitori fanno entrare i pazzi in casa?! Vogliamo parlare di quella volta che il mio caro papino mi ha presentato un suo amichetto che mi ha urlato “tu non sai nulla di arte!”, come se il definirsi artisti fosse solo una scusa per urlare a povere piccole fanciulle indifese come me?
Pensieri oziosi, sto solo tentando di non ascoltare il Servo.
Sospiro teatralmente, come mi ha insegnato il mio professore di recitazione. Il suo pensiero mi strappa un sorriso timido che fortunatamente non viene visto da lui, dato che gli do deliberatamente le spalle. Apro la finestra e mi affaccio, perché l’aria fresca di ottobre mi faccia defluire il rossore dal viso. Getto uno sguardo dabbasso, come se volessi accertarmi che quella buffa ringhiera che circonda il mio condominio ci sia ancora. Secondo me la decorazione rappresenta una fila di mandarini, con due foglie attaccate ancora al gambo. Il Servo invece è convinto che si tratti di una fila di teste di coniglio, con le orecchie però troppo piccole. è proprio fissato coi conigli!
Ma stavolta il mio sguardo non si sofferma sulla ringhiera perché viene attirato da un’altra cosa. Come una macchia di colore. Guardo meglio e mi rendo conto che è la creatura più eccentrica e bella che abbia mai avuto l’ardire di venirmi a strappare il titolo di “fricchettona otaku dell’anno”.
Sento del peso sullo stomaco e un pizzicorino sulla lingua, che credevo non avrei provato più da quando ho finito le elementari, circa sei o sette anni fa.
Invidia!
Non sono i suoi capelli a turbarmi, del resto io mi sono fatta le punte dello stesso colore, ma come diamine è vestita? Mi mordicchio un labbro, incuriosita mio malgrado. Quasi quasi scendo e le chiedo dove li ha presi, quei vestiti, ma forse neanche è italiana e quindi sarebbe inutile sentirmi rispondere in giapponese o in inglese, che capisco abbastanza bene, di andare in un certo negozio di Londra o Osaka.
è seduta sui gradini, tutta tranquilla, come se fosse di casa. Si guarda attorno e noto di sfuggita che ha gli occhi rossi, non nel senso che ha la congiuntivite, intendo proprio l’iride. Forse è un’albina coi capelli tinti di verde (o blu smeraldo, come li definisce la mia parrucchiera).
Ha delle scarpe fantastiche, un modello gothic lolita con una lieve zeppa, nere a rifiniture rosse, una gonna cortissima con inserto di pizzo ed un bustino nero legato con lacci come camosciati. Un collarino nero e rosso, abbinato ad un guantino, e calze spaiate, una che le arriva a metà coscia. Guardo il suo cappellino e faccio però una smorfia: quello non lo metterei mai, mi sentirei ridicola. Mi accorgo con un fremito che la cosa che tiene in mano, oblunga, non è un bastone od un ombrello nero richiuso, ma un fucile color verde scuro. Ma chi è quella ragazzina? Qui mica siamo in America, non può girare con un fucile in mano! Finalmente distolgo il mio sguardo dai suoi vestiti e mi accorgo che non c’è nessuno lì attorno, che la guardi stranito.
Perché, incredibilmente, la strada è del tutto deserta.
Mi accorgo che ha sparso tutt’intorno i suoi oggetti: una borsa rossa, una sorta di floscio coniglio rosa di peluche ed una mela rossa con il segno di un piccolo morso.
Mi affaccio meglio alla finestra, rischiando di cadere giù perché, come dice la mamma, la testa è più pesante del corpo, più per me che peso 43 kg che per lei che è sovrappeso, e noto un’ombra nera passare.
Mi raggelo, come quando vedo un clown, oppure il mio riflesso su uno specchio, cosa di cui ho il terrore.
è una sorta di coniglio antropomorfo, nero, che cammina su due zampe, alto. Si muove a scatti, come caricato a molla, e pare instabile sulle gambe.
- Cosa c’è, padroncina?- la voce del Servo mi fa sobbalzare e tiro una zuccata contro l’infisso. Per un attimo vedo tutto nero e mi porto le mani sulla testa, sperando di non sentirla colare di sangue caldo.
Batto gli occhi lacrimanti ed il mondo riprende lentamente colore.
Il coniglio è ancora lì, ed anche la strana ragazza, che ora mi fissa con fare comicamente imbronciato.
- Secondo te- azzardo io – quella ragazza ha comprato i suoi vestiti su Ebay?
Non vedo la sua faccia, perché sto ancora fissando gli occhi rossi di quella stupenda creatura, che mi fa ricordare la mia bisessualità per un po’ di tempo a quella parte dimenticata.
- Ne dubito, padroncina, perché seduto sugli scalini non c’è nessuno.
Mi ci vuole un po’ per recepire le sue parole.
Poi sgrano gli occhi per lo stupore e mi volto di scatto:
- Io non ho mai detto che era seduta sugli…
La figura sgraziata del mio servo si fa confusa, liquida, mobile, mutante, ma non faccio a tempo a seguire la sua trasformazione né a finire la frase: mi preme un panno dall’odore acre sul naso e…
ottobre 11th, 2009 at 13:54
@ Gemini: Potrebbe esserti d’aiuto La Trilogia di Magdeburg – La Furia di Alan D. Altieri…
Mostra spoiler ▼
Spero di essere stato di una qualche utilità.
ottobre 11th, 2009 at 12:10
Salve Gamberetta.
questo sito è molto bello.
volevo chiederti se potevi aggiungere un vademecum sulle descrizioni dei combattimenti, perchè mi trovo in difficoltà:
come dovrei descrivere un combattimento molto rapido, acrobatico e complesso (arti marziali acrobatiche o scherma giapponese) ?
se mi mantenessi più sul vago, rischierei di non far capire nulla al lettore per via dei movimenti complessi;
se descrivessi con più cura i movimenti, vista la loro complessità, rischierei di rallentare troppo la scena, vista la sua rapidità.
allora come dovrei fare ?
ti ringrazio in anticipo per un’eventuale risposta.
ciao
ottobre 11th, 2009 at 00:35
@Luiz. Per i manuali in italiano puoi provare questi: uno e due. Inoltre hanno da poco tradotto How to Write a Damn Good Novel di James N. Frey, vedi qui. Però non so se valga la pena a 22 euro per 180 pagine, tra l’altro bisogna anche vedere se l’hanno tradotto decentemente.
@Mariano. Nota tipografia: se usi le virgolette per i dialoghi, be’, bastano quelle, non c’è bisogno di aggiungere un trattino.
Come detto per altre descrizioni, se sei in prima persona non c’è bisogno di specificare che vedi, osservi, decidi, per esempio: “Decido che il reggicalze è abbastanza carino, così anche tutto il resto degli accessori.” diventa: “Il reggicalze è abbastanza carino, così anche tutto il resto degli accessori”, accessori che però forse avresti dovuto descrivere. ^_^
Il riferimento alla mela nel dialogo è un po’ forzato, ma apprezzo il tentativo di mettercela.
ottobre 10th, 2009 at 18:59
Ecco i miei compiti! Ora posso andare a giocare?
“Che hai da guardare?”
Alla mia domanda la coniglietta si volta.
“Non ti stavo guardando, infatti!” – replica seccata dal mio atteggiamento.
“Adesso lo stai facendo!” – le dico. Intanto il mio sguardo indugia per qualche secondo sul suo corpetto nero e sulla minigonna. Decido che il reggicalze è abbastanza carino, così anche tutto il resto degli accessori.
“Sei tu che stai guardando me…” – ora la sua voce sembra essere diventata stranamente suadente.
Osservo i suoi capelli tinti di un verde acqua, sormontati da una piccola tuba, dalla quale scende un nastro rosa. Il colore del nastro fa pendant con l’orsacchiotto buttato in terra e lo stemma del coniglio sul mitra.
“Ti è caduta una mela!”
“La vuoi?” – mi sorride lei.
“No, mangiala te. Mi fa schifo raccoglierla da terra.” – rispondo scuotendo la testa in segno di diniego.
“Tu quindi devi essere…- comincio a cercare il suo nome sulla lista che porto con me- la numero…?” – la guardo.
“La numero 12”
Scorro gli occhi sulla lista. Al numero 12 c’è il nome di Sara Bunny.
“Curioso che tu abbia questo cognome.”
“Già l’ho pensato anch’io appena ho visto l’accessorio del mitra…”
“E lo penserai ancora di più non appena vedrai il tuo partner.”
“Chi è?”
“Il tizio vestito da coniglio, laggiù…”
“Ah”- fa lei gettandogli una rapida occhiata. “Uno vale l’altro.”
“Bè, mica tanto…Il mondo del porno è molto selettivo, ragazza. Ti aspettiamo sul set. Hai cinque minuti, sbrigati”
“Sissignore…” – la sento biascicare alle mie spalle.
ottobre 9th, 2009 at 23:41
Inanzi tutto, grazie per il bellissimo articolo, esaustivo come sempre. Tuttavia non posso (ancora) leggere i manuali da te consigliati, non conoscendo abbastanza l ‘inglese. A questo proposito, quali sono i manuali decenti a cui fai riferimento all’inizio dell’articolo? Mentre studio l’inglese non mi va di restare fermo a rigirarmi i pollici. Ciao!
ottobre 9th, 2009 at 20:16
uh uh, grazie anche a te Gamberetta. Non mi era proprio venuta in mente quella dei particolari diversi!^_^ Che bello avere tante persone che mi aiutano *si asciuga una lacrimuccia, commossa*
ottobre 9th, 2009 at 20:00
@francy. Dipende dal punto di vista: se chi parla sa già che sono gemelli è probabile che si concentri sui particolari che li distinguono (che possono essere i vestiti, come il modo di comportarsi o di parlare), se invece il personaggio non sa che sono gemelli, ci può stare una descrizione di entrambi, in fondo colpisce vedere due persone quasi identiche.
ottobre 9th, 2009 at 19:42
@Diego In realtà non ho scritto un testo con dei gemelli, è che ultimamente sono fissata con i gemelli (in particolare con Jasper e Debitto di D Gray Man e Hikaru e Kaoru di Host Club…ma sto divagando) e mi era venuta questa curiosità. La descrizione di cui parlavo era la classica descrizione da tema di scuola, perchè in un contesto più articolato penso sia più facile descrivere, no? comunque mi sa che hai ragione, forse fare la descrizione “a due” non è poi tanto male… mi sa che sono io che trovo problemi dove non ce ne sono!^_^ Grazie per avermi aiutata, a volte mi è molto utile avere il parere di qualcun’ altro oltre ai miei neuroni, mi aiuta ad avere una risposta, se non risolutiva, almeno un po’ più chiara di tutti i miei ragionamenti strambi, eh eh eh XD
ottobre 9th, 2009 at 14:28
@Mauro.
Ciao.
E’ vero l’idea delle mutazioni è sempre allettante :O)
Comunque ti dò due brevi (per non andare OT) note.
Un virus non modifica il DNA in modo radicale ma aggiunge solo pochissimi geni utili solo alla propria replicazione
Un virus è troppo piccolo per portare una quantità di materiale genetico tale da indurre pesanti modifiche in un organismo.
MA sapendo questi dati ci si può lavorare sopra e superarli (coinfezioni di più virus), in un certo senso forzarli senza andare contro le leggi/regole della natura
ottobre 9th, 2009 at 00:50
Esistono entrambi: sebbene “familiare” sia preferibile, “famigliare” è una forma accettata (per l’esattezza, “familiare” deriva dal latino familia, mentre “famigliare” dall’italiano “famiglia”).
“Ché” è troncamento di “perché”.
ottobre 8th, 2009 at 22:11
Ma sei un angelo! arigato gozaimasu!! cercherò di apprendere il più possibile ^^ una cosa, famiGliare non credo esista e nemmeno ché con l’accento ^^ ehhhhhh adesso ho l’occhio attento ^^ ciaociao, finisco di leggere domani, anche perché dopo non mi sveglio. E poi venerdi è il grande giorno: il tizio della fumetteria mi ha ordinato i primi tre numeri di claymore *.* (Teresssssssssssssssaaaaaaaaaa! Però forse è meglio Irene, oppure Priscilla sclerotica, nono la più figona e Galatea su questo non ci piove e nemmeno ci tuona u.u) e poi vado a prendere il nuovo gatto (e siamo a tre!) Ma perché mi metto a raccontare della mia vita? Lo so che sono pazza ma non credevo fino a questo punto
ottobre 8th, 2009 at 21:39
@ francy. Penso che per avere una risposta un minimo precisa dovresti chiarire meglio il contesto (meglio ancora rendere disponibile quello che hai scritto, se hai già scritto qualcosa, sul testo si lavora meglio che per aria). Non credo che esista una descrizione migliore a priori, dipende sempre da ‘dove’ ‘come’ ‘quando’ e ‘perché’ ti serve la descrizione. Premesso questo, se si tratta di due gemelli identici non vedo una buona ragione per ripetersi descrivendone prima uno e poi l’altro. Basta specificare che sono gemelli e descriverli insieme, no? Un esempio stupido: ‘Nella stanza c’erano due gemelli. Capelli corvini, occhi come due gemme cerulee striate di zaffiro’ L’info che sono gemelli non mi sembra ridondante, posto che sia necessaria e che si accordi con le conoscenze del narratore.
ottobre 8th, 2009 at 20:18
Geniale, sì.
Un bel G3A3 con proiettili esplosivo-incendiari di alta qualità, canna rifatta di precisione da un minuto d’angolo a cento metri, grilletto tarato sull’utente ecc…
Quanto sbaverei se i nuovi HK417, nelle tre configurazionie 12-16-20 pollici, facessero tornare in auge il 7,62×51 come calibro da fucile per la fanteria…
ottobre 8th, 2009 at 20:18
vorrei chiedere delle delucidazioni su un dubbio che ho ultimamente. non è un dubbio amletico, anzi è piuttosto stupido a pensarci, ma… qual è il modo migliore per descrivere due gemelli omozigoti? Sì sì, ridete pure voi laggiù, ma io intanto non sono ancora arrivata ad una conclusione! Perchè descriverli entrambi mi sembra ridondante, visto che sono identici, ma descrivere prima l’uno e poi dire che l’altro in quanto suo gemello è uguale fa sembrare meno importante il gemello n 2, no? Si potrebbe ricorrere ad una descrizione del tipo: Marco e Mattia sono gemelli, hanno i capelli neri e gli occhi dorati e la stessa forma appuntita del viso, ma a questo punto a me sembra ugualmente ridondante chiarire che sono gemelli, ma se non dico che sono gemelli potrebbero essere dei semplici sosia. un modo per descriverli penso sarebbe fare una cosa del genere: “bella giornata” disse Marco, scostandosi i capelli neri dal viso “eh già” rispose Mattia, guardando il fratello gemello con i suoi grandi occhi dorati. così al lettore viene automatico immaginare che i gemelli abbiano entrambi occhi dorati e capelli neri, visto che sono uguali. però con questo metodo la descrizione fisica non può scendere più di tanto nei particolari, altrimenti suonerebbe un po’ forzata, almeno a mio parere. quindi… AIUTOOOOO!!!@.@ questo dilemma mi sta facendo impazzire!
PS i compiti a casa sono tutti stupendi! spero che ne arrivino di altri e sempre più fantasiosi! Penso che se voi frequentatori assidui della barca di gamberi iniziaste a scrivere un libro alzereste di molto il livello medio del fantasy italiano! Il mio preferito, nonostante siano tutti fantastici, rimane quello di Clio. il fucile è un grande, mi sta troppo simpatico ^_^
ottobre 8th, 2009 at 19:57
Yep, rieccomi!
Eh, effettivamente il dialogo è una pessima scelta per descrivere, mi sa. Ma mi è venuto così un po’ di getto, tra l’altro con una tastiera americana, e mi rendo conto ora che ho saltato una sostituzione degli accenti ^_^’
Sul “Mi servono i dettagli, lo sai!”, non posso che darti ragione.
Du-dhum… Si, effettivamente si. E’ che in testa me la immaginavo confusa e non chiaramente comprensibile. Ma allora non era sonoramente! Giusto.
Il resto, pienamente d’accordo. Già rileggendolo ora limerei via un po’ di roba.
Bella iniziativa comunque :D
ottobre 8th, 2009 at 19:45
Gamberetta:
Non necessariamente: nella realtà, ci sono poliziotti che hanno malmenato persone senza averne l’autorità, e sono stati condannati. Il fatto che un membro del Governo faccia una cosa non significa necessariamente che ne abbia l’autorità, o che sia intoccabile: esiste l’abuso di potere.
Se io dico che al G8 qualcuno a) ha picchiato e b) era della polizia, significa che ne aveva l’autorità e che è intoccabile?
Da quella scena, non sono quindi convinto che si possa capire l’intoccabilità della ragazza (magari verrà denunciata, processata e condannata; chissà); per capirlo, servirebbero altre cose (magari, prima viene in qualche modo introdotto che alcune figure governative sono intoccabili). Ma per come è scritto la scena in sé non mi pare assolutamente chiara.
Ste
Credo dipenda anche se il libro viene presentato come realistico o no; personalmente, non avrei problemi a dare una possibilità a una cosa simile.
Del resto, mi pare esistano virus in grado di moficare il DNA; quindi perché non accettare che un animale sia modificato in modo da poter trasmettere simili virus?
ottobre 8th, 2009 at 19:05
@Arha. Non mi offendo, anzi mi fa piacere. Visto che non sei la prima a chiedermelo credo che mi organizzerò in tal senso.
@Rotolina. La ragazza è abbastanza ben descritta, forse avrebbe giovato qualche particolare in più, ma capisco che fosse difficile inserirlo in questo tipo di dialogo (e già il “Mi servono i dettagli, lo sai!” non suona del tutto naturale).
C’è poi qualche ingenuità:
– “L’uomo imprecò sonoramente”. Meglio scrivere direttamente l’imprecazione.
– “[...] mentre Ravasciuttolo si avvicinava all’angolo della strada, sporgendosi a guardare.” Meglio evitare il gerundio, anche perché c’è una chiara distinzione di tempi: prima si avvicina, poi si sporge.
– “Come vuoi che sia?” l’irritazione era palese “Come le altre! Una ragazzetta in corpetto gonnellino e calzettoni! E quel fottuto fucile anticarro in mano!” Se l’irritazione è palese è inutile che lo scrivi! ^_^ Magari non è del tutto palese, però basta che aggiungi un intercalare: “Come cazzo vuoi che sia? Come le altre! ecc.” e ora mi sembra palese a sufficienza.
@Mick. A me non pare orribile, ed è italiano corretto, dunque non vedo perché dovrei cambiarlo.
ottobre 8th, 2009 at 18:49
Complimenti per l’articolo: utile, documentato e piacevole da leggere. Ti sarà costato molta fatica. Un giorno troverò il tempo di scrivere qualcosa di simile su argomenti legati all’informatica. Non faccio l’esercizio perchè non conosco il nome esatto di tutti quegli indumenti femminili.
ottobre 8th, 2009 at 18:12
“Insieme con” è orribile, per favore cambialo!
ottobre 8th, 2009 at 14:00
Ciao.
Concordo pienamente sul fatto che per poter parlare di un argomento e, volendo, stravolgerlo bisogna per prima cosa consocerlo.
Un rapidississimo esempio: tutte quelle trame basate sul tal animale geneticamente modificato che infetta le persone che a loro volta mutano… bhè e assurdo. Sia perchè una mutazione è trasmissibile solo per riproduzione, sia perchè il genoma di un animale è diverso da quello umano.
Quindi se uno non conosce la genetica, almeno nelle sue basi, come può scrivere qualcosa che si basa sulla genetica?
Ma purtroppo spesso si pensa che chi legge non ne sa nulla è, come spesso scrivi, un povero rincitrullito che si beve qualsiasi cosa gli si proponga senza porsi domande.
Un saluto
Stefano
ottobre 8th, 2009 at 13:01
L’articolo e’ fantastico.
Adoro i manuali, e sono una frana con l’inglese, ma non mi metto a are la lagna e filo a provare a leggerli. Al massimo abbandono e torno a quelli italiani. Oppure torno qua :P
Pero’ non ho resistito, ho fatto i compiti anche io!
Tha-dhan!
L’uomo imprecò sonoramente, e con una mano guantata si colpì il ventre con un ceffone. L’auricolare che aveva sotto il cappuccio crepitò.
“Ravasciuttolo, tutto bene?”
“Tutto bene un cazzo! Questo dannato costume da coniglio e’ pieno di pulci!”
“Balle, è stato disinfestato dopo l’ultima missione, quindi muoviti, non sei ancora in posizione”
La risposta si perse in un grugnito irato, mentre Ravasciuttolo si avvicinava all’angolo della strada, sporge dosi a guardare.
Ed eccola là una Bunnie.
“Ce n’è una” comunico’ all’auricolare.
“Com’è?”
“Come vuoi che sia?” l’irritazione era palese “Come le altre! Una ragazzetta in corpetto gonnellino e calzettoni! E quel fottuto fucile anticarro in mano!”
“Non fare l’idiota! Capelli? Colore degli abiti? Accessori? Mi servono i dettagli, lo sai!”
Ravasciuttolo represse una rispostaccia, sibilando tra i denti serrati. Poi riprese a parlare, con tono più calmo e professionale.
“Capelli verde chiaro, lunghi, ha una tuba in testa. Il corpetto è’ nero-rosso, la gonna arancione e i calzettoni rosa. Come stemma sul fucile ha un coniglietto rosa”
“Merda”
L’imprecazione nell’auricolare arrivò ovattata, ma comunque chiara.
“Merda? Che diamine vuole dire merda, eh? Cazzo vuol-“
“Ehi ehi amico, stai cal-“
“NON SONO TUO AMICO!”
L’urlo fece sollevare il capo alla Bunnie poco lontana e Ravasciuttolo si affrettò a ritirarsi oltre l’angolo, nonostante il costume.
La voce all’auricolare riprese a parlare.
“Ascoltami bene ragazzo. Quella è Rosie Bunnie, non la peggiore di tutte, ma comunque una dannatissima brutta bestia. Il fucile che si porta appresso è un G3A3 modificato, può staccarti la testa dal collo senza troppi problemi. Quindi ora taci e ascolti il piano, ok?”
Ravasciuttolo si limitò a rispondere con un “ok” appena mormorato, prima di ascoltare le successive istruzioni.
E più le ascoltava, più cresceva la certezza che fare l’Infiltrato al Quartiere Coniglio era stata un’idea decisamente idiota.
PS: Si ringrazia il Duca per la pontificazione sui fucili. Intendendomi io di fucili come una lumaca senza arti, ho preso per buona la sigla, e ci ho aggiunto un bel “modificato”. Cosi’ se il fucile non stacca le teste, quello modificato si!
Non sono geniale?
ottobre 8th, 2009 at 12:03
@ Gnappetta:
Grazie mille! Fa niente per l’errore!
:)
E’ stato un esercizio divertente. Non sembra malaccio neanche a me. Appena ho un attimo leggo il tuo! :D
ottobre 8th, 2009 at 11:15
Gamberetta hai un conto paypal?
Questo articolo vorrei pagartelo, se non ti scoccia.
Io lavoro, ho poco tempo per leggere, pochissimo per scrivere, zero per leggere manuali in inglese.
Se non fosse per questo sito la sera non potrei leggere nulla di altrettanto interessante, istruttivo e divertente, dal mio iphone, mezza svenuta sul letto.
Spero di non offenderti….una ventina di euro a me non cambiano nulla e tu magari ci rimedi un paio di gelati, ma mi farebbe veramente piacere ricompensarti in qualche modo per il lavoro che fai.
ottobre 7th, 2009 at 21:51
@Gamberetta
Grazie dei consigli. Si, in effetti quelle parti potevano essere dedotte senza doverle ribadire…c’è sempre il dubbio di non essere stati chiari, ma imporre il punto di vista dell’autore è brutto.
ottobre 7th, 2009 at 20:56
in effetti… :)
edit: cafeine non caffeine, sorry
ottobre 7th, 2009 at 20:49
Capisco, grazie per aver risposto a me e Maudh
ottobre 7th, 2009 at 20:28
@Mauro. Non c’è solo quello: prima l’Operatrice ha ucciso una bambina.
È come se tu vedi uno che prende a manganellate un altro: chiami la polizia. Ma se è la polizia a picchiare non c’è niente da fare. Quando dici che un tizio a) picchia, b) è della polizia, il lettore ne deduce che ha l’autorità per farlo.
Certo non deduce le parole esatte, ma ha importanza?
Se la frase originaria fosse stata “Immune a qualsiasi legge in base al decreto 722 del 3 gennaio” è ovvio che non ci sarebbe stato modo di farlo desumere, ma ha importanza?
E anche avesse importanza, siamo sicuri che il personaggio, in quel momento, pensa a quello?
Dettagli concreti, visibili, palpabili. Su quello ci si deve concentrare. Il coniglio sul fucile lo è. Dire che è simbolo del Governo lo è già meno. Andare oltre significa far perdere intensità alla descrizione.
ottobre 7th, 2009 at 19:00
Gamberetta:
Dal fatto che ci sia il simbolo del Governo e che le dia sicurezza però il lettore non necessariamente (anzi) può capire che la ragazza è “immune a qualsiasi legge, intoccabile per chiunque”; stesso discorso per gli obiettivi. Più che superflui, non sono al massimo inseriti male?
ottobre 7th, 2009 at 18:17
grazie gamberetta.
l’inizio effettivamente suona debole anche a me. Ci rifletterò un po’ su.