Appunti di editing

In questi ultimi mesi di editing e valutazioni – a proposito, per chi fosse interessato sono ancora disponibile almeno fino a questa estate; maggiori informazioni qui – ho notato una serie di problemi comuni. Di alcuni ho già parlato nei Manuali (1 – Descrizioni, 2 – Dialoghi, 3 – Mostrare) o nelle FAQ, ma repetita iuvant.

* * *

Partendo dalle questioni più semplici:

Icona di un gamberetto Curate la grammatica. Io non sono una grammar nazi: non mi scandalizzo se una persona confonde gli accenti e scrive perchè invece di perché; non mi sembra che la lingua italiana sia stuprata da una virgola messa in maniera dubbia o da un refuso. Ma tenete conto che il tipico editor non ha conoscenze di narrativa e dunque per lui la grammatica diventa un serio criterio di valutazione. Se ci tenete a pubblicare, non sottovalutate questo aspetto.
Se usate Word gli errori più comuni sono rilevati dal correttore e non avrete problemi a correggere; se vi sorgono dei dubbi consultate una grammatica o cercate tra i migliaia di siti che si occupano dell’argomento.
Però attenzione: una gestione accurata del punto di vista ha sempre la priorità. Se scrivete con il punto di vista di un analfabeta/ritardato (come nelle prime pagine di Baudolino di Umberto Eco o di Fiori per Algernon di Daniel Keyes) dovete essere sgrammaticati; se il punto di vista è quello di un adolescente cerebroleso (come nei romanzi di Moccia) dovete sbagliare i congiuntivi.
A meno che non stiate scrivendo literary fiction, la verosimiglianza è una delle vostre priorità, se non la principale, perciò fregatevene di quello che diceva la maestra e fate pensare e parlare i vostri personaggi come farebbero se fossero vivi. E sì, ogni tanto diranno persino le parolacce! Ommioddio!

Copertina di Baudolino
Copertina di Baudolino

Icona di un gamberetto Tenete sottomano un vocabolario, ce ne sono anche molti gratuiti online – io al momento uso quello Treccani. Se avete dubbi su una parola, controllate. Non ci fate una bella figura quando in fondo a una mappa scrivete che c’è una “leggenda” invece di una “legenda”.
Così come non ci fate una bella figura se non conoscete bene il significato delle parole e scrivete frasi stile:

Mi abbagliano gli occhi le luci chiassose dei negozi [...]

Sì, sta roba la scrive un autore pubblicato, anche se il brano da cui cito è inedito. Consultando un vocabolario, il signore di cui sopra scoprirebbe che è inutile specificare che l’abbaglio è agli occhi, così come è inutile sottolineare che l’acqua è bagnata.

Icona di un gamberetto Attualmente si tende a eliminare le cosiddette “d” eufoniche. Ovvero quando si trovano vicine due vocali si tralascia la “d”: “e i fiori” e non “ed i fiori”; “o ancora” e non “od ancora”; “a Umberto” e non “ad Umberto”; “a ogni” e non “ad ogni”; e così via. Se la vocale è uguale si mantiene la “d”: “ad avercene”, “ed erbacce”, ecc. Un’eccezione è “ad esempio” che appunto si scrive in questa maniera – ma potete sempre usare la locuzione equivalente “per esempio”.

Icona di un gamberetto Non scrivete paragrafi troppo lunghi. Se vedete che cominciano a occupare mezza pagina, spezzateli. Trovarsi di fronte a un “muro di testo” invoglia pochissimo a leggere. Inoltre un “muro di testo” comunica al lettore che forse non avete le idee chiare; dà l’impressione che l’intera storia sia un unico paciugo di parole, senza una chiara concatenazione di eventi.
In particolare attenzione alla lunghezza delle battute nei dialoghi: quando scrivete che un personaggio parla, il lettore se lo immagina; se il personaggio va avanti e avanti e avanti e avanti a cianciare senza pause diviene una situazione inverosimile, nessuno ha tutto quel fiato!

Fatto curioso

Una delle battute più lunghe di tutti i tempi si trova nel romanzo di fantascienza di Ayn Rand Atlas Shrugged (il romanzo è del 1957, giusto 50 anni dopo, nel 2007, ne è apparsa una traduzione italiana in tre volumi con il titolo La rivolta di Atlante EDIT: ne era già uscita un’edizione nel 1958 per i tipi di Garzanti): nella parte III, capitolo VII, John Galt inizia a parlare e va avanti per un’ottantina di pagine (circa 33.000 parole nell’edizione inglese). Sì, proprio così: aperte virgolette e via con una sola battuta di dialogo da ottanta pagine, senza pause. Potere dell’oggettivismo!

Copertina di Atlas Shrugged
Copertina di Atlas Shrugged

Non imitate la signora Rand e inserite delle pause. Ma per piacere, non fatelo in modo artefatto. Scrivere:

«bla bla bla bla.» Michele fece una pausa. «bla bla bla bla.»

È bruttissimo. Osservate le persone mentre parlano: non fanno pause “a vuoto”. Bevono un bicchiere d’acqua, si siedono o si alzano, si aggiustano la sciarpa, si sistemano gli occhiali, tossiscono, sorridono, gesticolano, sollevano gli occhi al cielo, si grattano la punta del naso, arricciano la fronte, sbadigliano, si stiracchiano, ecc. Non si bloccano di colpo senza espressione stile stoccafisso per “fare una pausa”. È innaturale e al limite del ridicolo.

Pesce perplesso
La classica espressione da pesce lesso che assumono i personaggi facendo pause a destra e a manca

Icona di un gamberetto Mettete i soggetti alle frasi, se il soggetto implicito non è chiaro. In generale, quando si incontra un soggetto implicito, il lettore assume che sia lo stesso soggetto della frase precedente; se non è così, dovete inserire esplicitamente il soggetto.

Michele si avvicinò al giardino della casa. Rognone, il cane di Anna, gli corse incontro. Gli saltellò davanti, abbaiò, andò a recuperare la pallina da tennis.
Scavalcò il cancello.

È stato Michele o è stato il cane a scavalcare il cancello? Se lascio così il lettore penserà che sia il cane, perché lui è il soggetto della frase precedente; se a scavalcare è invece Michele, devo scriverlo.

Michele si avvicinò al giardino della casa. Rognone, il cane di Anna, gli corse incontro. Gli saltellò davanti, abbaiò, andò a recuperare la pallina da tennis.
Michele scavalcò il cancello.

Altro esempio:

Anna abbracciò Silvia e lanciò un’occhiata a Maria. Non era alta quanto lei, ma superava di tutta la testa la rivale. Si scostò dalla ragazza bionda e la chiamò.

Nota: ho parafrasato un vero passaggio che mi è capitato di leggere. Riuscite a venirne a capo? Sembra un puzzle. Per capire chi era chi ho dovuto rileggere la pagina tre volte. Sarebbe dovuto essere:

Anna abbracciò Silvia e lanciò un’occhiata a Maria. Silvia non era alta quanto Anna, ma superava di tutta la testa Maria. Anna si scostò da Silvia e chiamò Maria.

Non fate venire il mal di testa ai lettori: mettete i soggetti! Non importa se dovete ripetere i nomi dei personaggi, i nomi dei personaggi sono trasparenti, ovvero il lettore li registra in modo inconscio, non distraggono dalla lettura.
Ricordatevi anche di mettere i soggetti quando cambiate punto di vista, per esempio se lo cambiate da un capitolo all’altro: se il capitolo 1 è con il punto di vista di Anna e il capitolo 2 è con quello di Michele, non potete cominciare il capitolo 2 usando un soggetto implicito.

Si alzò e andò in bagno.

Ma chi? Anna o Michele? Il lettore penserà Anna, se a lei era dedicato il capitolo precedente. Lo stesso vale per gli incipit: mettete il soggetto, non ha senso nascondere l’identità di chi compie le azioni.

Icona di un gamberetto A proposito di ripetizioni: non sono il male. Qual è il problema delle ripetizioni? È che quando si ripete la stessa parola (o parole dal suono simile) troppe volte in poco spazio si attira l’attenzione su quella parola, ovvero il lettore è distratto dalla storia perché infastidito da una imperfezione nello stile. Ma non succede così spesso: tante volte le ripetizioni sono naturali e non creano problemi, viceversa usare sinonimi a tutti i costi può infastidire di più. Classico esempio:

Michele timbrò il biglietto del tram, Anna timbrò il suo.

Non credo che nessuno abbia “fastidio” con una frase del genere. Ma se scrivo:

Michele timbrò il biglietto del tram, Anna obliterò il suo.

Il bruttissimo sinonimo è un pugno nell’occhio. Così come se scrivo:

Michele timbrò il biglietto del tram, Anna compì lo stesso gesto.

costringo il lettore a un lavoro in più per sostituire lui, nella sua mente, “compì lo stesso gesto” con “timbrò”.
Se potete eliminare le ripetizioni non volute senza danno fatelo pure, ma attenzione che la cura non sia peggiore del male – tante volte lo è.

Biglietto del tram
Un biglietto del tram non proprio recentissimo

C’è poi un partito anti ripetizioni che agisce in base a ragioni filosofiche: secondo costoro, un autore dovrebbe eliminare le ripetizioni per dimostrare di possedere un ampio e ricco bagaglio di termini.
I rappresentanti di questo partito andrebbero catturati e spogliati; andrebbe praticato loro un taglio nell’addome per estrarne l’intestino. Legato l’intestino a un palo e pungolati da una lancia, costoro dovrebbero essere costretti a correre in tondo, fino a sbudellarsi da soli.
Se un lettore si compiace del vocabolario dell’autore vuole dire che è fuori dalla storia e dunque quello scrittore è un pessimo scrittore. No, non ho voglia di discuterne, è una verità auto evidente.
Questo non vuol dire che un bravo scrittore conosce solo cento parole cento, vuole dire che usa le parole più appropriate per raccontare la sua storia indipendentemente se questo potrebbe o no dimostrare che ha un ampio vocabolario. Occorre scegliere le parole in base alla loro efficacia nell’ambito di quello che si sta scrivendo, non per dimostrare di essere fighi. Sigh.

Icona di un gamberetto Le espressioni che indicano una volontà del personaggio di compiere un’azione sono sempre pleonastiche.

Michele salì le scale.

È uguale a:

Michele decise di salire le scale.

Con il vantaggio che è più elegante: si esprime lo stesso identico concetto con meno parole; la lettura risulta più fluida e piacevole.
Se un personaggio compie un’azione è ovvio che ha deciso di compierla. Se si vuole sottolineare il processo di decisione occorre mostrarlo.

Michele si trovò nell’atrio. A destra salivano le scale, a sinistra si apriva la porta dell’ascensore. Michele imboccò le scale.

Se io voglio che la decisione non sia così “netta” non devo scrivere:

Michele si trovò nell’atrio. A destra salivano le scale, a sinistra si apriva la porta dell’ascensore. Michele decise di imboccare le scale.

Perché ho scritto un capoverso identico per significato al precedente, solo sprecando due parole. Invece dovrei scrivere:

Michele si trovò nell’atrio. A destra salivano le scale, a sinistra si apriva la porta dell’ascensore. Michele si grattò il pizzetto. Se prendo le scale rischio di far rumore e svegliare Anna. Ma l’ascensore mi dà la claustrofobia. Alzò la testa: l’orologio appeso alla parete segnava mezzogiorno. Be’, Anna sarà già in piedi. Michele imboccò le scale.

No, non ci sono vie di mezzo: se Michele è in dubbio dovete scrivere come qui sopra (o simile), se non è in dubbio imbocca le scale e basta. Scrivere che “decise”, o anche scrivere:

Michele si trovò nell’atrio. A destra salivano le scale, a sinistra si apriva la porta dell’ascensore. Michele ragionò attentamente su quello che avrebbe dovuto o potuto fare e infine decise prontamente che gli sarebbe convenuto sicuramente imboccare le scale.

è uguale a scrivere che “imboccò le scale”, solo avrete sprecato un sacco di parole per dirlo. E no, non è un peccato veniale: la vita è una sola e far buttare tempo a chi vi legge solo perché non sapete scrivere è da persone incivili.

Scale dentro un ascensore
Qualche volta l’ascensore si apre su una rampa di scale

Icona di un gamberetto Sono anche pleonastiche le espressioni “riuscire a”, “tentare di”, “provare a” e così via. Un personaggio o fa qualcosa o non la fa.

Michele riuscì a parare il colpo.

È uguale a:

Michele parò il colpo.

È lo stesso discorso fatto per il decidere: o si taglia o si “spacchetta” mostrando. Se la parata è affare complicato, occorre mostrare i movimenti; mettere un “riuscì” non serve a nulla se non a sprecare inchiostro.
Lo stesso per il “provare”:

Michele provò a girare la chiave. La porta si aprì.

È uguale a:

Michele girò la chiave. La porta si aprì.

Se si crede che “provare a girare” e “girare” siano azioni diverse, be’, occorre mostrare tale differenza.

Icona di un gamberetto Sono spesso pleonastici anche i verbi legati alle percezioni. È inutile scrivere che il personaggio punto di vista vede, guarda, ascolta, annusa, ecc. Basta riferire le sensazioni. Qualche rara volta si possono usare verbi di questo tipo, ma deve essere una scelta consapevole per cui volontariamente si vuole allontanare la telecamera dal personaggio punto di vista.

Michele andò alla finestra e vide il cane che correva in giardino. Osservò gli uccellini saltare da un ramo all’altro. Scrutò il gatto che dormiva tra l’erba.

Posso tagliare i verbi di percezione e scrivere:

Michele andò alla finestra. Il cane correva in giardino, gli uccellini saltavano da un ramo all’altro, il gatto dormiva tra l’erba.

Come si fa a comunicare al lettore che un personaggio guarda, oppure osserva o addirittura osserva attentamente? Non certo dicendolo, bensì aggiungendo o togliendo particolari:

Michele andò alla finestra. Il cane correva in giardino, gli uccellini saltavano da un ramo all’altro. Il gatto era disteso tra le pianticelle di trifoglio; teneva gli occhi chiusi e le zampette posate accanto al muso. Il pelo bianco striato di arancione sulla pancia si alzava e si abbassava a ogni lento respiro.

Michele vede il cane e gli uccellini ma osserva il gatto. Non ho bisogno di dirlo, è implicito nel modo in cui descrivo.
Tuttavia posso volontariamente scrivere che Michele “osserva” per creare una distanza tra la telecamera e il personaggio; può venire utile in qualche raro caso. E sottolineo il raro. Nella gran parte dei casi si può togliere il vedere, osservare, scrutare, studiare, guardare e simili.
Lo stesso vale per l’udito, l’olfatto, il gusto, il tatto. E il sesto senso: non c’è bisogno di scrivere che un personaggio “sente” o “percepisce” determinate sensazioni, basta metterle.

Michele entrò nel manicomio abbandonato. Sentì che qualcosa non andava.

Diventa:

Michele entrò nel manicomio abbandonato. Qualcosa non andava.

E notare che usare espressioni stile “qualcosa non andava” è di una tristezza infinita. Qualcosa che cosa? Ditelo! Non siate mai generici, nebulosi, approssimativi; invece…

Icona di un gamberetto Siate netti. E non perché lo dico io, ma perché il cervello degli esseri umani funziona in una determinata maniera. Se io scrivo:

Il tavolo sembrava di una tonalità che quasi si avvicinava al rosso.

È uguale a scrivere:

Il tavolo era rosso.

Non è colpa di nessuno, semplicemente gli esseri umani non hanno l’hardware mentale per elaborare “sembrava di una tonalità che quasi si avvicinava”, dunque sono parole sprecate.
Perciò via i “quasi”, i “sembra”, i “piuttosto”, i “circa” e simili. Non dite quello che sembra, dite quello che è.

Tavolo rosso
Un tavolo rosso. E sotto c’è un orso rosso. È pur sempre il primo maggio

Icona di un gamberetto E ritorniamo a parlare di verbi pleonastici con una categoria a metà tra quelli di decisione e quelli di percezione, ovvero i verbi legati ai pensieri: pensare, riflettere, ragionare, rendersi conto, ma anche ricordare, rievocare, ecc.

Michele lesse le istruzioni appese alla parete e si rese conto che doveva subito lasciare la cripta.

Diventa:

Michele lesse le istruzioni appese alla parete. Doveva subito lasciare la cripta!

Oppure si può far pensare direttamente Michele, se il “rendersi conto” voleva implicare un sofisticato processo mentale:

Michele lesse le istruzioni appese alla parete. Per la miseriaccia, sono proprio una testa di pigna! Se non lascio subito la cripta sarò divorato dagli zombie.

Altro esempio:

Michele alzò il viso al sole splendente. Pensò che fosse proprio una bella giornata.

Diventa:

Michele alzò il viso al sole splendente. Era proprio una bella giornata.

O anche:

Michele alzò il viso al sole splendente. Acciderbolina, che bella giornata!

Un esempio con i ricordi:

Michele sedeva solo al tavolino del bar. Sorseggiava la cioccolata calda e piangeva. Gli tornò in mente quando l’aveva bevuta con Anna, solo una settimana prima.

Diventa:

Michele sedeva solo al tavolino del bar. Sorseggiava la cioccolata calda e piangeva. L’aveva bevuta con Anna solo una settimana prima.

Icona di un gamberetto A proposito degli aggettivi/avverbi/termini astratti o generici che andrebbero eliminati. Ne ho parlato ampiamente nell’articolo dedicato al Mostrare, l’argomento è vasto e dunque non è il caso di ripetermi. Però, per chi fosse ancora in dubbio, vi propongo questo esperimento: uscite di casa. Sì, lo so, è tremendo, ma fatelo.
Camminate per una via affollata, magari sedetevi su una panchina e osservate i passanti (che “sembrano passare”, come ci insegna Dimitri). Noterete che ci sono delle persone pensierose, altre felici, alcune arrabbiate, altre ancora nervose o allegre e così via. Ma nessuna gira con un cartello al collo con indicato il proprio stato d’animo, dunque come fate a capire se qualcuno, per esempio, è arrabbiato?
Magari lo capite perché ha appena tirato un calcio al muro, o ha appena gridato alla sua ragazza che è una stronza, o ha sbattuto per terra il cono gelato che stava mangiando. E il tizio nervoso? Forse si mangia le unghie e guarda sempre l’orologio. Quello felice sorride, tiene una bambina in braccio, gioca a lanciare il legnetto al cane e si lascia leccare la mano quando l’animale torna indietro.
Nessun Narratore Onnisciente è calato dal cielo a indicare le persone e a dirci che quello è “arrabbiato” e quell’altro è “allegro”, eppure lo abbiamo capito. Così come lo capiscono i lettori di un romanzo se, invece di usare etichette, mostriamo azioni che denotano i sentimenti che vogliamo trasmettere.
Si può fare anche un esperimento mentale contrario: immaginate i passanti immobili e appiccicato a un ognuno un cartello. “Sono arrabbiato”, “Sono felice”, “Sono nervoso”. Vi sembrerebbero davvero persone arrabbiate, felici o nervose? No. Sembrerebbero manichini con un cartello.
La prossima volta che scrivete:

Anna era arrabbiata.

Pensate a una tizia imbambolata con un cartello al collo: è questo che trasmettete al lettore, non gli state mostrando una persona arrabbiata.

Anna diede uno schiaffo a Michele. «Brutto deficiente, erano i soldi per l’affitto quelli!» Prese la bottiglia di whiskey e la frantumò contro il muro. «La devi finire di bere o ti mollo! Coglione!»

Ora ci siamo.
Una noticina finale sugli aggettivi: metteteli dopo i nomi. “La casa rossa”, “Il piano inclinato”, “Il gatto curioso” – no, questo no! Mostrate! chikas_pink32.gif , ecc. Qualche volta suona meglio metterli prima, ma di solito il risultato è scrivere come un poeta dei poveri: “Sul verde tavolo saltò il curioso gatto”.

Icona di un gamberetto Ho notato spesso che le descrizioni non sono coerenti con il punto di vista. In particolare vedo difficoltà nel descrivere quando il personaggio punto di vista conosce bene l’ambiente. Mettiamo che il punto di vista sia della principessina Anna. Se io scrivo:

Anna entrò nella sua stanza. Alle pareti erano appesi i poster di Sir Goffredo, cacciatore di draghi, e della strega Ermenegilda. Il letto a baldacchino occupava la parete opposta alla porta. Sul lenzuolo rosa erano poggiati una mezza dozzina di cuscini. Il comodino era di mogano con intarsi d’oro; sul ripiano di cristallo erano impilati libri di cucina e romanzi di avventura. Tendine a fiorellini erano tirate davanti alla finestra.

sbaglio? Be’, la descrizione è un po’ statica e a tratti generica, ma non è quello l’errore, l’errore è che Anna conosce la propria stanza a menadito e non si soffermerebbe mai a rilevare questi particolari. Li vede tutti i giorni magari da anni, non li nota più. Scrivendo in questo modo si esce dalla testa di Anna e se il lettore era comodo nel cranio della principessina proverà fastidio.

Cranio abitabile
Magari il cranio della principessina Anna era comodo come questo

Come si può fare per mantenere la descrizione (perché magari ha importanza più avanti nella storia)? Le soluzioni sono due. O si cambia punto di vista – per esempio prendendo quello di Michele, amico di Anna che però non è mai stato nella camera di lei – oppure bisogna essere un attimo furbi. Una soluzione è far interagire il personaggio con l’ambiente, così si descrive senza che sembri innaturale:

Anna entrò nella sua stanza. Srotolò il poster di Sir Goffredo che teneva sottobraccio e lo appese alla parete con lo scotch, accanto a quello della strega Ermenegilda. Arretrò di un passo per controllare che fosse dritto. Il vento spalancò la finestra, gonfiò le tendine a fiorellini e strappò via il poster. Anna si lanciò per afferrarlo e finì sui cuscini ammucchiati sul letto. Il poster cadde sul ripiano di cristallo del comodino, tra la pila dei libri di cucina e quella dei romanzi di avventura.

Sono la prima ad ammettere che non sia un granché, perché ho voluto inserire quanti più particolari possibile e la situazione risulta artefatta, tuttavia il principio è quello. Anna che entra nella sua stanza per la milionesima volta e nota i poster è inverosimile; Anna che appende un nuovo poster accanto a uno vecchio e cita entrambi è credibile.

Icona di un gamberetto A proposito di descrizioni e world building: la qualità batte sempre la quantità. È meglio una città ben descritta che venticinque generiche. Meglio una fortezza interessante che cinquanta castelli tutti uguali.
I due approcci principali al world building sono: dal generale al particolare e dal particolare al generale. Io consiglio caldamente il secondo approccio.
Ovvero, quando progettate il vostro mondo fantasy, non partite da un pianeta, o da un continente, partite da una stanza. O da una piazza. O da un angolo di bosco. E, partendo dai dettagli che vedete intorno a voi, costruite l’ambientazione.
Perché è meglio? Perché, a meno che non stiate progettando una guerra interplanetaria, i personaggi non vedranno mai come le grandi montagne dell’Ovest si incuneano nelle pianure meridionali accanto al lago eterno; viceversa vedranno una grotta innevata che si apre sul fianco della montagna, vedranno una mandria di bufalogatti pascolare per la pianura, vedranno i canneti crescere sulla sponda del lago.
Raramente vi serve avere sottomano un intero pianeta, invece è vitale conoscere ogni dettaglio dei luoghi dove si svolgerà l’azione. Sento già l’appassionato di high fantasy frignare che lui ha bisogno di almeno un paio di continenti perché ci deve ambientare una guerra epica. Be’, la guerra epica può funzionare anche se i continenti sono appena abbozzati, l’importante è che si abbia una conoscenza dettagliata di dove si svolgono le battaglie.
Se mostrate a un marine in partenza per il Medio Oriente una cartina muta e gli chiedete di indicare l’Iraq, non avrà idea di dove posare il dito. Questo non gli impedirà di combattere, uccidere, farsi ammazzare e compiere gesta più o meno epiche.

Se il world building vi diverte, niente vi vieta di pianificare nei minimi dettagli ogni angolo di mondo, ma tenete a mente che, se lo scopo è scrivere un romanzo, non è così importante. Non ve ne frega niente di qual è il clima tra le colline della Repubblica Benedetta se l’azione si svolge a 1.000 chilometri di distanza. Questo perché il punto di vista sarà quello di qualcuno coinvolto in prima persona negli avvenimenti; non di un personaggio che osserva pacifico dall’orbita.
Ribadisco: se vi diverte disegnate pure mappe su mappe, ma se volete scrivere buoni romanzi prima di pensare a dove mettere fiumi e laghi e foreste e città, pensate a com’è messo il palazzo assediato dai goblin dove il protagonista sta rischiando la pelle.
Lo stesso principio si applica alla storia, nel senso di avvenimenti storici. Se vi eccita ricostruire cinquemila anni di guerre, invasioni, battaglie e quant’altro accomodatevi, ma quanto serve in un romanzo è solo la porzione di storia che ha effetti visibili sulla vicenda.
Scrivere che gli Dei da diecimila anni combattono sul continente di Vattelapesca con armi magiche dagli effetti devastanti non ha niente di epico. Invece è epico mostrare l’infinita distesa di macerie dove è caduto un fulmine divino. Ma a quel punto il fulmine è caduto la settimana scorsa, perché se fosse caduto diecimila anni fa la città sarebbe stata ricostruita e non ci sarebbero macerie da far vedere.
È il qui e ora che emoziona. È il momento in cui gli spartani alle Termopili si preparano a sostenere l’attacco dei persiani. Il fatto che siano in guerra da ieri o da cento anni ha un’importanza molto molto relativa. Il fatto che si stia avverando la profezia di Cicciobello annunciata nel continente di Quelchesia all’alba dei tempi ha un’importanza molto molto relativa. Del fatto che a migliaia di chilometri di distanza dal luogo della battaglia viva il bufalogatto e il clima sia insolitamente mite d’estate non frega niente a nessuno.
Il discorso è lungo e prima o poi ci tornerò con un articolo dedicato, per adesso ribadisco il punto chiave: sono i dettagli a rendere interessante un romanzo. Non la generica perturbazione che fa nevicare sul continente di Puccipucci, ma il singolo chicco di grandine che prende in testa il protagonista e gli fa perdere la memoria prima che possa riferire al Re che gli Orchi stanno sbarcando.

Chicco di grandine enorme
Il più grosso chicco di grandine mai caduto negli Stati Uniti. Pesa 880 grammi

Icona di un gamberetto Parlando di battaglie, ovvero di violente scene d’azione: le descrizioni generiche non funzionano. Punto. Scrivere:

Michele e Anna si affrontarono in un furibondo dimenarsi di spade, in un balletto di affondi e parate.

È come scrivere niente.
Se mettete il DVD del vostro film di cappa & spada preferito, potrete notare che non c’è mai un dimenarsi furibondo generico, bensì c’è una precisa coreografia: il protagonista dà una spadata al primo soldato, balza sul bancone della taverna e tira un calcio in faccia al secondo, si aggrappa con la mano al lampadario e si lancia su un tavolo, salta giù e infilza il terzo avversario, libera la spada piantando la suola contro la pancia del nemico e si volta a fronteggiare un nuovo soldato e così via.
Voi dovete fare lo stesso: immaginatevi le singole mosse e descrivetele. Non viene bene? Progettate una coreografia migliore. Se vi rifugiate nel generico “scambio mortale di colpi fulminei” e simile, state dicendo al lettore: “Senti, io mi sono stufato di pensare, inventati tu come si svolge il duello. Sì, mi devi lo stesso 20 euro per il romanzo, che domande!”

In fondo non dovete neanche essere realistici: nessuno vi vieta di fornire a tutti i partecipanti spade magiche che tagliano il metallo delle armature come se non esistesse e che generano torrenti di scintille quando le lame si sfiorano.
Però dovete sempre rimanere coerenti, rispetto a come funzionano le spade e rispetto all’ambientazione in generale. Se la spada magica fa a fettine un’armatura a pagina 32, deve farla a fettine anche a pagina 187; inoltre ci deve essere un buon motivo perché i personaggi girano in armatura se non serve a niente. Infine se il resto del romanzo si svolge in un’ambientazione pseudomedievale ricercata e credibile, le spade magiche sembreranno solo la trovata balorda di un autore che non si è voluto documentare su un aspetto dell’ambientazione che evidentemente gli interessava poco.
D’altra parte rendetevi conto che in un duello vero la gente non si appende ai lampadari e spesso neanche ci arriva al combattimento: cerca di sgozzare il proprio avversario la notte prima mentre dorme. Fatevene una ragione e decidete quanto volete essere realistici e quanto volete documentarvi. Ma in ogni caso dovete essere coerenti e dovete descrivere quello che succede. Non rifugiatevi nel caos indistinto.

Duello in stile anime
Duello in stile anime

Scrivendo una violenta scena d’azione concentratevi sull’azione: un combattimento si svolge in fretta, e non c’è spazio per fare altro oltre agire. Se Michele tira una bastonata in testa ad Anna, o Anna reagisce subito, oppure Michele, nel giro di pochi decimi di secondo, le darà un’altra bastonata e un’altra ancora e così via finché Anna non sarà per terra con il cranio sfondato.
Passaggi come questo:

Michele tirò una bastonata ad Anna. Anna valutò che la tecnica del bastone di Michele era davvero raffinata: aveva imparato bene dalla scuola della Sacra Rissa. Per batterlo avrebbe dovuto fare affidamento a tutta la propria forza e fare conto su tutto il proprio addestramento.

sono assurdi. Se Michele tira una bastonata ad Anna, Anna gli dà un calcio nelle palle, o si protegge la testa con le braccia, o si scosta, insomma agisce. Non c’è tempo per pensare.
Nondimeno, se Anna non è una guerriera ed è colta di sorpresa può essere che rimanga paralizzata dalla paura e che si fermi a frignare tra sé e sé su quanto sia ingiusta la vita. Ma a quel punto non c’è combattimento: Anna finirà ammazzata e buonanotte.

Icona di un gamberetto A molti piace il bullet time. A me non tanto: quando nei film i combattimenti vanno al rallentatore mi annoio. Non ho i riflessi di un bradipo: seguo ogni singolo dettaglio di uno scontro anche se si svolge in tempo reale. Apprezzo ogni singola goccia di sangue che schizza e ogni osso che si spezza anche se il film scorre a velocità naturale.
Ciò premesso, il fenomeno della tachipsichia esiste sul serio: alcune persone, in particolari situazioni di stress, sperimentano un’accresciuta acutezza dei sensi, tanto da notare tutta una serie di particolari in un tempo brevissimo. Il bullet time può avere posto in un romanzo senza che sia inverosimile.

Quando il vostro personaggio punto di vista sperimenta la tachipsichia non dovete scrivere che “il tempo rallentò” o “il tempo sembrò fermarsi” o frasi simili. Dovete mostrare che il personaggio percepisce l’ambiente circostante con insolita precisione considerate le circostanze.

Anna preme il grilletto. Ghirigori di fumo si espandono davanti alla pistola. Il proiettile scintilla alla luce della lampada mentre fende l’aria. Si schiaccia contro la fronte di Michele. Un fiore di sangue sboccia tra le rughe della pelle; goccioline rosse si sollevano, rimangono sospese, ricadono sulle piastrelle sbrecciate della parete, scorrono nelle fratture, imbrattano il cuoricino sopra la i della scritta Gattina ti amo. Michele picchia la nuca contro il muro, spalanca la bocca, alza la mano. La schiena scivola giù, il maglione verde si arriccia sfregando la parete; l’anello dai riflessi dorati che Michele porta all’anulare sinistro graffia lo sporco che ricopre le piastrelle e lascia una scia bianca. Altro sangue cola sugli occhi e sul naso di Michele, riga le guance, gli bagna le labbra, gocciola sulla stoffa bordò dei pantaloni.
Il boato dello sparo si spegne.

A velocità normale:

Anna preme il grilletto. Il proiettile colpisce Michele alla fronte. Schizzi di sangue sporcano la parete. Lui si accascia.

Notate che anche con la tachipsichia un personaggio umano non schiva i proiettili, se volete che compia gesta del genere dovete dargli poteri sovrannaturali.

Bullet time
Bullet time in Matrix

Icona di un gamberetto Fate soffrire i personaggi! Inserite conflitti dove potete! O meglio, fatelo se volete essere letti da un pubblico più ampio possibile. Nessuno vi vieta di scrivere 400 pagine nelle quali la liceale fa le coccole al suo innamorato vampiro: il pubblico di ragazzine rincretinite che leccano il monitor del computer quando appaiono immagini di Robert Pattinson nella parte di Edward vi apprezzerà. Ma se puntate a un’audience più ampia dovete movimentare la storia. Dovete mettere i personaggi tra l’incudine e il martello, metterli di fronte a scelte difficili.
Faccio un esempio da un romanzo che ho letto sotto Natale: una mattina, il protagonista si trova a dover aiutare la fidanzata, ma così facendo salterebbe un giorno di scuola. L’autore ci tiene a precisare che il nostro eroe è un bravo ragazzo con ottimi voti e che dunque quell’assenza non inciderebbe sul suo rendimento scolastico. In altre parole l’autore ha attenuato il conflitto e ridotto l’interesse. Proviamo a inasprire: il protagonista deve aiutare la fidanzata, ma se salta la scuola ancora una volta verrà di sicuro bocciato. Adesso la decisione non è più ovvia e il lettore seguirà con maggiore partecipazione: cosa sceglierà il nostro eroe, l’Amore o il Dovere?

In ogni occasione cercate spunti per aumentare la tensione. Il bardo, il druido e il mago affrontano gli orchi. Un orco ferisce il mago con la sua ascia avvelenata. Per fortuna il mago è un mezzelfo immune al veleno… NO! Scrivendo così la storia risulta moscia. Invece il mago è avvelenato e gli rimangono poche ore da vivere se non si trova l’antidoto, ma se la compagnia non arriva prima di notte ad avvertire il Duca di far saltare i ponti nessuno fermerà l’invasione degli orchi.
Mi deve ancora capitare di leggere un romanzo in cui ci sia troppo conflitto o troppa sofferenza. Andateci giù pesante, non vi fate scrupoli. Tra l’altro è anche più divertente scrivere quando i personaggi sono nei guai e bisogna ingegnarsi per salvarli – fino al prossimo guaio ancora più brutto.

Icona di un gamberetto Infine le idee. Io sono tra quelle che passano sopra a uno stile atroce se il romanzo contiene idee interessanti, ma rendetevi conto che non è così semplice avere buone idee. Se dovessi giudicare i romanzi fantasy italiani che ho letto (e recensito sul blog) in base all’originalità e alla coerenza delle idee, i voti sarebbero ancora più bassi.
Nella gran parte dei casi non ci sono idee buone o cattive, ci sono solo idee. La qualità del romanzo dipenderà da come queste idee sono esposte, ovvero da quanto è curato lo stile. È facile fare ironia sui vampiri sbrilluccicosi della Meyer, ma ci metto la mano (di Licia Troisi) sul fuoco che se Twilight lo avesse scritto Mellick ne sarebbe venuto fuori un romanzo bellissimo. Così come se 1984 lo avesse scritto la Strazzu ho qualche dubbio che persino le idee più interessanti sarebbero sopravvissute.
Non pensate alle idee, ogni giorno uno scrittore ha idee (più o meno buone) per cento romanzi prima dell’ora di pranzo, pensate a come metterle insieme e a come scriverle in modo adeguato.

Copertina di The Faggiest Vampire
In effetti Carlton Mellick III ha scritto un romanzo con i vampiri: The Faggiest Vampire. Lo leggerò

Tenete poi conto che tutte le idee hanno uguale dignità. Scrivere un romanzo con banane senzienti che si affrontano in gare di snowboard ha la stessa dignità di scrivere un romanzo con gli elfi scuri come metafora del razzismo imperante nel mondo moderno. Se il vostro romanzo usa il fantasy come specchio deformante della realtà e stronzate simili, non è di per sé migliore di un romanzo che usa il fantasy per comunicare situazioni fantasiose.
Purtroppo, specie in Italia, la critica è quasi sempre una critica ai contenuti, spesso addirittura all’ideologia che si può desumere dai contenuti – per tacere di quelli che giudicano i romanzi in base alla loro presunta moralità, per questi ultimi non c’è tortura sufficiente. Questo tipo di critica, in ambito letterario, non vale niente. Se ci tenete a occuparvi in modo serio di narrativa dovete partire dal presupposto che i contenuti sono neutri ed è solo il come sono esposti che è interessante e degno di attenzione.
Non è che siano concetti nuovi e radicali. Henry James, nel famoso articolo del 1884 sull’Arte della Narrativa, spiega che il romanziere deve essere libero di esprimersi come gli pare e che la qualità di un’opera è solo legata all’esecuzione della stessa. Per riassumere il suo discorso in una breve citazione:

bandiera EN We are discussing the Art of Fiction; questions of art are questions (in the widest sense) of execution; questions of morality are quite another affair [...]

bandiera IT Stiamo discutendo dell’Arte della Narrativa; le questioni artistiche sono (nel senso più ampio) questioni di esecuzione; le questioni legate alla morale sono un’altra faccenda [...]

Ciò non toglie che potete atteggiarvi a intellettuale e disquisire su come l’autore tal dei tali influenzi la società con l’uso delle allegorie attraverso molteplici piani di lettura e puttanate del genere. Se ci guadagnate fate pure. Ma quando siete nella vostra cameretta, e studiate i romanzi altrui per imparare, non ve ne deve fregare niente di stupidate di questo tipo.

* * *

Finita l’escursione nel meraviglioso mondo dove si impara a scrivere e si ottengono soddisfazioni scrivendo con criterio. Nel mondo reale gli editori pubblicano chi capita, i lettori non distinguono Shakespeare dalla Strazzulla, e i critici neanche li aprono i romanzi che recensiscono. Perciò scrivete come viene e non fatevi problemi.

* * *

Nota tecnica: nei prossimi giorni avrò difficoltà a collegarmi a Internet, perciò mi scuso in anticipo se non risponderò ai commenti.


Approfondimenti:

bandiera IT Baudolino su Amazon.it
bandiera IT Fiori per Algernon su Amazon.it
bandiera IT Atlas Shrugged su Amazon.it
bandiera IT The Faggiest Vampire su Amazon.it

bandiera IT Sito dell’Accademia della Crusca
bandiera EN Il primo maggio presso il Marxists Internet Archive
bandiera EN Sensory Deprivation Skull di Atelier van Lieshout
bandiera EN The Matrix su IMDb
bandiera EN “The Art of Fiction” leggibile online

 

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177 Commenti a “Appunti di editing”

Pagine: [2] 1 » Mostra tutto

  1. 177 Riccardo Ricciardi

    Scopro questo articolo solo ora e devo dire che mi sarà utile per scrivere le mie storie amatoriali. Grazie per le indicazioni.

    Parlando da lettore, non concordo del tutto con gli esempi riportati sulla questione “mostrare/raccontare”: mi pare che si scivoli troppo dal romanzo/racconto alla sceneggiatura, lasciando poco spazio alle allusioni, alle sfumature, al peso stesso delle parole.

  2. 176 Arale! :3

    Io avrei anche un altro consiglio: prima di scrivere il vostro libro, scrivete la sinossi.
    Aiuta meglio a capire cos’è utile nella storia o no e dà una maggiore chiarezza su ciò che si vuole scrivere.
    Se sbaglio, correggetemi.. però per me è stato così! xD

  3. 175 On Writing 2×01 « Fabio Cicolani

    [...] interessanti in giro per la rete, citando accuratamente la fonte. Il primo è un articolo chiamato “Appunti di Editing” sul celeberrimo blog Gamberi Fantasy. Vi rimando alla consultazione integrale dell’articolo [...]

  4. 174 Callaghan

    Hendioke sono abbastanza d’accordo con te.
    Però Muccino ha fatto almeno due film di tutto rispetto che sono sette anime e la ricerca della felicità, anche se per farli è dovuto andare in america e ha avuto il culo di collaborare con will smith.
    Detto questo non credo sia questione di intellettuali perché secondo me non deve per forza esserci un messaggio preciso dietro un libro, l’importante è che la storia sia bella poi può anche avere una morale.
    Personalmente non mi piace quando il narratore fa delle sparate da bacchettone o mette in bocca ai personaggi filippiche in difesa di qualche valore.
    Certo è anche vero che grandi libri dal signore delle mosche a 1984 e tanti altri avevano un messeggio nascosto, ma neanche tanto, di critica alla società che va sempre bene, l’importante è farlo in modo indiretto altrimenti diventa un saggio.

  5. 173 Hendioke

    Secondo me il problema in Italia è che, morta una generazione di scrittori e registi che data fino agli ’70, dopo è giunta una generazione convinta d’essere l’erede di grandi pensatori prima che grandi scrittori.

    La letteratura italiana, e il cinema, hanno sempre avuto un quid improntato verso l’analisi della società, della famiglia, della gente che vive e fa cose, solo che un tempo questi argomenti introspettivi erano celati dietro storie, anche belle, adesso gli autori attuali si sono convinti, appunto, che la sostanza, il messaggio, dispensi dal dover creare una bella storia.

    E questo fenomeno di mancanza di scrittori e registi che facciano il loro mestiere (raccontare storie) invece di fare gli intellettuali ad ogni costo si iscrive, sempre secondo me, in un problema più grande, cioè che in Italia non abbiamo più intellettuali degni di questo nome.
    Pensateci, riuscireste a dirmi il nome di un intellettuale italiano che non sia, a conti fatti, un imbratta carte schierato con questa o quella bandiera e intellettualmente onesto come un ladro che giura sul vostro uovo faberge di non avervi ripulito casa?

    Se non ci sono intellettuali non ci possono essere neanche grandi scrittori o registi perché comunque in un Paese è il clima culturale che si respira a far tanto. Ma ve lo immaginate un aspirante Hemingway italiano che si ritrova a confrontarsi con gente come Ferrara, Gomez, Muccino senior, De Sica figlio, Bruno Vespa, Guzzanti sorella o anche il fratello (che povero lui ormai è bollito)? Ma che deve cavarne fuori?

    Poi qualcuno bravo c’è, eccellenze nel cinema e nella scrittura le abbiamo ancora ma sono mere eccezioni. L’unico campo in cui ancora andiamo generalmente bene è la musica ma anche lì i livelli più alti, qualitativamente parlando, si stanno accentrando nelle mani di artisti che cominciano ad avere troppi anni per gamba…

  6. 172 Sandavi

    Giusto per ribadire che “le regole di Gamberetta” tali non sono:

    “ho sviluppato negli anni una certa avversione ad alcune concezioni della scrittura che trovo molto italiane e un tantino adolescenziali. Come l’idea dello scrittore febbrile e spettinato che scrive d’impeto mentre la Musa gli tiene la mano sul capo, infiammato dall’ispirazione e sprezzante di metodo, teoria, rigore e strutture. O come il romantico e sciaguratamente radicato principio che la sostanza renda superflua – o quanto meno del tutto secondaria – la forma”

    (Scrittore di buon senso – C. Prezzavento)

  7. 171 Callaghan

    @Sandavi
    Per me quel concorso è l’immagine della creatività letteraria italiana al momento cioè mediocre.
    Ma posso anche spingermi più in là e dire che non abbiamo avuto tutti questi grandi scrittori nella storia recente, dove per recente intendo gli ultimi secoli.
    Ai tempi di Dante eravamo dei boss, ma poi il centro della cultura si è spostato in Francia, poi in Inghilterra e poi negli USA.

    Se non abbiamo scritto è perché in Italia ci sono pochi grandi lettori.
    Se consideriamo che in genere una piccola porzione di grandi lettori diventano buoni scrittori e una percentuale ancora minore grandi scrittori, non ci vuole un genio per capire che la possibilità di avere molti buoni scrittori è remota.
    Infatti abbiamo un sacco di scrittori che non hanno letto molto oppure “scrittori professori” che sono troppo impegnati a dimostrare di essere bravi per scrivere una buona storia.

    L’inversione di tendenza si potrà avere quando aumenterà il numero di lettori, ma non ci spererei.

    Possiamo solo sperare in una culata, che arrivi qualche genio solitario cresciuto a pane e letteratura inglese, che sappia scrivere ed abbia idee interessanti.

    Io sono nazionalista, nel senso che amo l’Italia, la nostra cultura e il nostro cibo et cetera… Per questo mi dispiace che non abbiamo scrittori che portino la nostra bandiera nel mondo, con qualche eccezione.
    Detto questo quando vado in libreria mi porto un crocifisso e dell’aglio per difendermi dai libri italiani XD

    Poi anche molti scrittori anglofoni sono cessi, ma sono così tanti che in mezzo ce ne sono anche molti di bravi e anche di eccelsi.

    E poi forse è un problema culturale o di mancanza di soldi ma i nostri film e libri sono troppo concentrati sull’analisi dell’interiore e poco sulla storia in sé per sé. Si finisce per scrivere del nulla cosmico assoluto che produce solo una noia mortale.
    I sentimenti sono una grande cosa, ma quando sono incastonati in una storia, in un movimento.
    L’esempio perfetto è UP: ho pianto come non mai, ma c’era una storia e del movimento, anzi forse proprio per questo.
    Stare seduti intorno ad un tavolo a parlare di corna è noioso, spero che in futuro riusciremo a fare di più.

  8. 170 Sandavi

    Leggete questo e poi venitemi a dire di nuovo che lo STUDIO non serve!
    Leggete, leggete! Appiattimento delle tramenecessità di un profondo e radicale lavoro di sviluppo …. e per la cronaca: la sceneggiatura è narrativa.

  9. 169 Hendioke

    @pu*pazzo: di niente, contento d’essere utile, o comunque di provare ad esser utile :) (finché i miei consigli non ti porteranno un risultato non potremo esserne certi XD)

    Per aiutarti a sfogliare le parti giuste; i libri della saga sono sei. Ayla e Giondalar si conoscono alla fine del secondo (“La valle dei cavalli”) e il loro rapporto di sviluppa e si consolida fra il terzo e il quarto libro (“Gli eletti di Mut” e “Le pianure del passaggio”) quindi ti consiglio di partire da questi a dare un’occhiata.
    In quelli dopo di scene di sesso fra i due, ormai una coppia affiatata, ve ne sono ma le più interessanti sono in questi tre libri in quanto puoi trovare almeno una scena di sesso per ogni fase possibile di un rapporto: quando cominciano a conoscersi, quando si innamorano, quando sono innamorati, quando si lasciano, quando sono con un’altra persona, quando si ritrovano e quando ormai sono affiatati.

  10. 168 Gwenelan

    @Stefano: concordo, lasciamo stare. Fai affermazioni senza senso e non puoi, o non sei capace, di argomentarle, quindi è inutile parlare della cosa con te.

    @pu*pazzo: io ti suggerisco di usare la terza limitata e di usare quindi la voce del pg. Altrimenti, se devi/vuoi usare una terza distante, quoto Tapiroulant. Di solito le scene di sesso nei libri mi lasciano “:/” proprio perché scipite, impersonali: ognuna è uguale all’altra. Se usi la voce del pg, la scena diventa immediatamente più personale. Per i fetish, non credo che Tapiroulant intendesse per forza qualcosa di “estremo”, solo qualcosa che renda la scena d’amore “personale” per personaggi coinvolti: insomma, far sì che tu non possa sostituire lei con un’altra ragazza qualunque, o lui con un altro ragazzo qualunque, e far uscire fuori la stessa scena. Se non per forza un fetish, può essere qualcos’altro: magari lui o lei hanno una curiosità, magari una paura… qualcosa che renda la scena più interessante e unica rispetto a mille altre scene di sesso.

  11. 167 pu*pazzo

    grazie per gli utilissimi consigli!!

    Sono un moderato fan di Martin, nei suoi libri le scene di sesso si sprecano però devo dire che non mi hanno mai convinto fino in fondo…specie quelle tra innamorati… (forse giusto quelle tra danaerys e drogo)

    non ho problemi a descrivere una scena in modo spinto (o porno come volete) tra un avventuriero e una puttana del bordello, perché è solo sesso e istintualità senza sentimenti più o meno “alti” dietro… ma invece descrivere una scena di sesso tra due persone che si amano teneramente con termini volgari mi sembra un brutto stridio! insomma mi parrebbe buffo descrivere paroline dolci e sussurri romantici e poi una riga dopo dichiarare “tirò fuori il cazzo e glielo infilò in bocca” no?? XD

    mi piace molto invece la soluzione proposta da hendioke, che mi pare una giusta via di mezzo a cui scioccamente non avevo pensato! … conosco di fama la saga che mi hai proposto e francamente l’ho sempre evitata perché l’ambientazione preistorica non mi piace, ma sicuramente ci darò un occhiata, grazie mille :)

    per i fetish MAH ormai sembra che tutti abbiano dei feticci…peccato che poi quando fai sesso sul serio con le persone vere ben pochi li abbiano X°D per cui…non sono un fissato del realismo, e ok magari un personaggio può averli, ma attribuire fetish a tutti, dal quindicenne vergine alla signora sessantenne mi pare un po’ grottesco ;)

  12. 166 Tapiroulant

    altra cosa, sempre sul sesso… meglio andare avanti fino in fondo oppure fermarsi a d un certo punto? una descrizione puntigliosa di tutti i movimenti su-giù non rischia di tediare? e uno stacco netto abbandonando il lettore sul più bello non può risultare bigotto??

    Descrivere una scena di sesso è un ottima occasione per mostrare i fetish sessuali dei personaggi! ^_^
    Dare almeno un fetish ai propri personaggi li rende più interessanti, approfondisce meglio la loro personalità, e al tempo stesso rende la stessa scena di sesso più interessante da leggere (e più importante nell’economia del romanzo: dà nuove informazioni sui pg!). Nella narrativa di son fin troppe scene di sesso scialbe e copiaincollate: dagli un tono!
    Glisserei sulla scena solo se appunto non hai niente da aggiungere che non si sia già visto in centinaia di altri libri e film.

    Per approfondire, prova a dare un’occhiata a, uhm, un libro di Mellick a caso ^_^

    come descriverla ? scadere nel ridicolo è facilissimo (tra le gambe si intravide la sua ferita calda e bagnata ) rotolare verso il porno fin troppo agevole (aprì le gambe e mostrò la sua figa bagnata)

    Posto che non stai scrivendo il romanzo in prima persona o con una terza molto ravvicinata (in quel caso utilizzeresti il modo di parlare del tuo personaggio-pov, no?), preferisco l’estremo “porno”. E’ meno ipocrita, meno cliché, più diretto – e quindi meglio mostrato – più preciso, meno strano da leggere.

  13. 165 Ettore

    Questo è un’estratto da Neuromante di Gibson (però non c’è grande amore in questa scena).
    Se vuoi altri consigli, leggi le Cronache del Ghiaccio e del Fuoco di Martin. Non li ho letti, ma la serie TV è fedele ai libri, e lì non si risparmiano niente.

  14. 164 Hendioke

    @Pu*pazzo: Ti rispondo in due parti visto che dopo tutto sono due domande le tue :D
    Su fin dove spingersi a mostrare credo che, se non vi è una spinta in un senso o nell’altra data dal tipo di libro (siamo di fronte quindi, come hai detto, a un fantasy “normale”) quanto mostrare dipende dalla funzionalità della scena per la storia.
    Se la scena in sé non ha una centralità particolare per la trama (es. è la loro ultima notte insieme prima di venire separati per anni, ma nove mesi dopo lei partorirà il figlio di lui), e in quel caso credo sia meglio arrivare fino in fondo, allora il suo scopo è approfondire i personaggi e una scena di sesso fra innamorati prima di tutto ci dice…che i due sono molto innamorati (chiamatemi capitan obvius). E’ necessario, per rendere ciò, arrivare fino in fondo?
    Secondo me dipende da quante altre scene ci sono che raccontano il sentimento che vuoi esprimere attraverso la scena di sesso. Se i due han passato gli ultimi 4 capitoli a rischiare vicendevolmente la propria vita per salvare quella dell’amato/a non c’è bisogno che vai fino in fondo, il concetto che si amano è abbastanza chiaro. Se invece è una parte del libro parecchio tranquilla allora arrivare in fondo ti da la possibilità di passare bene il messaggio al lettore. Se oltre a mostrare che sono molto innamorati vuoi approfittare della scena di sesso per mettere in luce delle particolarità del loro carattere e del loro rapporto allora lì ti tocca andare fino in fondo.

    Per quanto riguarda il come credo che la cosa migliore sia dare voce ai personaggi perché questo ti consente di rende il tutto molto colloquialmente, un po’ come se stessi raccontando di una tua esperienza personale al/la tuo/a miglior amico/a. Puoi far raccontare la scena a uno di loro o farli dialogare nel mentre o descrivere tu cosa pensano/provano utilizzando termini vicini al loro modo di parlare.

    Per farti un’idea di come costruire una scena del genere e di come e quando inserirla nel racconto ti consiglio caldamente di leggere la Saga dei Figli della Terra. Si tratta di una saga ambientata nella preistoria ma con degli elementi fantasy che, senza essere mai troppo invasivi, vanno aumentando di libro in libro. Tutta la vicenda si incentra su una donna Cro-Magnon, Ayla, che più avanti incontrerà e si innamorerà di Giondolar con cui condividerà il resto della sua vita e le sue avventure. E’ un libro con una forte attenzione verso il realismo (o comunque la verosimiglianza), anche quando si parla di sesso. Se dovessi cercare ispirazione per scrivere scene di sesso fra innamorati partirei sicuramente da qui :)

    P.S. Nella saga i termini più usati per riferirsi agli organi genitali sono “sesso” (per lei) e “membro” (per lui) e poi i dettagli quando serve (“labbra”, “asta” ecc.). Non so che termini vengano usati nella versione originale ma personalmente la trovo un’ottima scelta: rende bene l’idea senza spostarsi troppo né verso il volgare né verso l’accademico ;)
    P.P.S. E’ impossibile che una donna possa aprire le gambe e mostrarti la vagina lubrificata, a meno che non stia usando le dita per esporla, al massimo ti mostrerà la vulva ben lubrificata ;)

  15. 163 pu*pazzo

    salto di palo in frasca, spero non troppo, nel caso spostate la mia domanda dove più vi aggrada ;)

    come gestire una scena di sesso? magari tra due amanti sinceramente innamorati? (che è peggio!!) come descriverla ? scadere nel ridicolo è facilissimo (tra le gambe si intravide la sua ferita calda e bagnata ) rotolare verso il porno fin troppo agevole (aprì le gambe e mostrò la sua figa bagnata) per non parlare del rischio di essere pubblicati nel prossimo manuale di anatomia in uscita (aprì le cosce e mostrò la vagina ben lubrificata)
    aiuto! dopo anni che me lo chiedo ancora non ne sono venuto a capo!

    altra cosa, sempre sul sesso… meglio andare avanti fino in fondo oppure fermarsi a d un certo punto? una descrizione puntigliosa di tutti i movimenti su-giù non rischia di tediare? e uno stacco netto abbandonando il lettore sul più bello non può risultare bigotto??

    ovviamente parlo di letteratura fantasy normale, non erotica, bdsm etc etc etc

    grazie ^_^

  16. 162 Stefano

    Fra l’altro dovreste smetterla di impiegare il concetto-feticcio di ‘literary fiction’ che chiaramente non siete in grado di definire se non con una ‘definizione’ che nessun scrittore accetterebbe per la sua opera, cioè di privilegiare lo stile rispetto al contenuto. Visto che non ci sono mai esempi il dubbio viene che si tratti di una categoria ‘vuota’ riempita, banalmente, da quel che non piace.
    Anzi, vi aiuto: di recente Paulo Coehlo (L’Alchimista) ha indicato l”Ulysses’ di James Joyce proprio come stile senza contenuto e quindi un romanzo che ‘ha fatto del male alla letteratura’. La ‘filosofia’ new Age di Coehlo, quindi, sarebbe un contenuto mentre la minuziosa ricostruzione di Dublino il 16 giugno 1904 è pura forma – così sapete come regolarvi…

  17. 161 Ettore

    quello che non riesco a comprendere, veramente, è perché poi chi ama il fantasy lo rivendica al livello della vera letteratura

    Perché dovrebbe essere meno vera? Mi pare tu stia discriminando sui contenuti o sullo scopo. Fantasy o non fantasy, la narrativa ha lo scopo di coinvolgere. Se lo fa ha adempiuto al suo scopo, il resto (se c’è) è un valore aggiunto.

    La cosa importante è capire che i canoni della narrativa non sono i canoni di altri generi. Io non ho mai letto literary, non sono neppure sicuro di aver capito bene cosa sia (a parte scialbe definizioni da manuale ripetute a pappagallo). Vedo che c’è molto astio attorno a questo “genere”, e se gli scrittori la spacciano per narrativa “normale” capisco anche il perché, e sono d’accordo. Ma dato che differisce dalla narrativa proprio per la sua natura (si concentra sulla forma e non sul contenuto), se un’opera del genere è fatta con cognizione di causa, non penso possa essere giudicata con lo stesso metro. Non basta che ci sia “fiction” nel nome.

    La letteratura non ha regole, è genio smisurato e folle, un libro come Infinite Jest è qualcosa di magnifico ed inquietante, di grandioso e delicato, un apice a cui il fantasy, la fantascienza, se si impongono il limite di una asfissiante prigione di leggi non potranno mai ambire

    Le regole le puoi stravolgere e puoi farne quello che vuoi, però come dice Lilyj devi conoscerle bene. E questo è vero in tutti i campi della letteratura; ad esempio, nella poesia ultimamente vanno i versi sciolti. Perché? Perché molti poeti wanna be (sì, esistono pure quelli) pensano che senza regole sul ritmo, la metrica o la rima sia tutto più facile, e si scusano con la solita stronzata “le regole uccidono la creatività”. (Questo è un problema esteso a molti campi, che tra l’altro coinvolgono anche campi non artistici: con la scusa di mettere l’arte in tutto non si fa bene più niente. Ma questo è un’altro discorso).

    Poi posso credere che il genio di turno al suo primo romanzo stravolga centinaia di paradigmi, ma di quelli ne nasce uno su un milione.

  18. 160 lilyj

    @Erscry: stai facendo un po’ troppa confusione. Parlando di pittura, tutti coloro che hanno ‘rotto’ dal canone del loro tempo, conoscevano e sapevano usare i canoni stessi. Avevo conoscenze, strumenti e tecniche pregressi. Insomma, sapevano cosa stavano facendo, perché lo stavano facendo, e sapevano dove mettere le mani.
    Non agivano a casaccio.
    Non si improvvisavano pittori quando fino al giorno prima non avevano mai preso un pennello in mano.

    Se uno prende una tela di 2x5m e si mette a gocciolarci sopra colore è Pollock? o solo il primo cretino che passa?

    Le ‘leggi’ di fantasy e fantascienza servono a non buttar fuori i lettori dalla storia alla prima cazzata dell’autore.
    Se in un fantasy l’autore mi fa capire fin dall’inizio che “gli elfi non hanno la barba -geneticamente- e solo i mezzi elfi ce l’hanno e che quindi è un disonore -perché vuol dire che un’elfa è stata stuprata-” , poi l’autore non mi può venire a dire che “i membri del consiglio degli anziani, la crème de la crème dell’alta società elfica, hanno tutti la barba”. E che sono, tutti bastardi? no, semplicemente l’autore ha preso una cantonata e la coerenza della sua storia è volata dalla finestra.

    L’autore deve attenersi a quello che scrive lui stesso, altrimenti fa la figura del cretino, e, soprattutto, deve cercare di non scrivere cazzate, tipo combattere a dorso di drago con spade comuni -non magiche-.

    E mo’ me ne vado a dormire, anche se ci sarebbe altro da aggiungere. Dopotutto, visti i toni da “il gegno e la folliah sono tutto”, non credo che ti interessino i pareri di altri.

  19. 159 Erscry

    Da quello che leggo comunque voi non concepireste mai i vari D. Foster Wallace, J. S. Foer per dire stranieri, o I. Santacroce, A. Moresco, M. Parente, ma neanche qualcosa di meno grandioso come, per dirne una, la Di Grado. Cerco di immedesimarmi in chi ama il fantasy, e vi capisco, quello che non riesco a comprendere, veramente, è perché poi chi ama il fantasy lo rivendica al livello della vera letteratura. La letteratura non ha regole, è genio smisurato e folle, un libro come Infinite Jest è qualcosa di magnifico ed inquietante, di grandioso e delicato, un apice a cui il fantasy, la fantascienza, se si impongono il limite di una asfissiante prigione di leggi non potranno mai ambire.
    Nulla di ciò che spacciate come regole da seguire viene minimamente preso in considerazione di chi scrive letteratura, che sfrutta semplicemente, di volta in volta, di momento in momento, il suo genio per mettere le parole giuste al posto giusto affinché possa trasmettere determinate sensazioni.
    Storia già vista, basti guardare le avanguardie in pittura, e chi avrebbe mai accettato che il non rispettare le proporzioni del viso avrebbe portato a qualcosa di buono? Eppure a me le opere cubiste suscitano emozione.
    E per favore, non ci fate una bella figura a paragonare le leggi della fisica con l’arte, poiché non c’è nessun ponte logico che può e potrà mai collegare le due cose. Vi invito ad un esercizio: andate su ibs e vedete se riuscite a trovare anche un solo libro che abbia recensioni che concordino tutte indistintamente sul fatto che quello sia un buon libro; vi accorgerete che è impossibile trovarne.
    Specificate, a tal punto, così che nessuno vi possa attaccare: queste sono le regole per raccontare una buona storia. Attenzione però: la letteratura non ha neanche bisogno di una storia per esistere.

  20. 158 Sandavi

    @Stefano
    ehm… non mi sono spiegato bene.
    “letteratura afgana” era un esempio estremo, da non prendersi sul serio. “disprezzo la letteratura italiana” era anch’esso un esempio estremo: ho letto vagonate di autori italiani di tutti i generi. Compreso l’osceno fantastico italiano. Apprezzo quasi tutto ciò che ho letto con i dovuti distinguo, ad eccezione di quest’ultima fetta di romanzi italiani, che invece disprezzo apertamente e quasi in toto.

    Per rispondere alla tua domanda, come lettore ti risponderei “nessuno dei due” Il pdv dovrebbe essere quello di un personaggio importante per la tua storia che assiste all’incontro.
    Ma ovviamente è un parere che lascia il tempo che trova: in definitiva sei tu autore che devi scegliere ciò che preferisci scrivere, la scena che più ti piace scritta dal pdv che più ti piace e che meglio funziona nell’economia della storia

  21. 157 Stefano

    La discussione s’è indubbiamente isterilita.
    Scusate, ero convinto che foste tutti di madrelingua italiana e residenti in Italia. Evidentemente siete tutti americani, indiani o afghani e mi devo complimentare per la vostra padronanza di una lingua che affermate di non considerare minimamente. Posso solo immaginare quante altre lingue conosciate, magari lingue che vi piacciono di più dell’italiano.
    Lasciamo perdere il giallo italiano: volevo fare l’esempio di un genere letterario italiano diventato col tempo popolare in Italia ma evidentemente non interessa: è chiaro che voi scrivete direttamente in inglese per il mercato mondiale e probabilmente avete già alle spalle diversi bestseller.

    Torniamo a questioni pratiche.
    Il mio romanzo racconta come si arriva a un incontro di kick boxing fra due giovani pugili, Alessandro e Ettore.
    Il pdv si alterna fra i due pugili, alternando i capitoli. Alcuni capitoli sono invece visti da altri personaggi. Vi sono poi due intrusioni autoriali semi-saggistiche, una su Genova, dove si svolge la storia, e una sugli sport da combattimento.
    Però alla fine si arriva all’incontro. I due pugili sul ring e tutti gli altri personaggi, sia quelli che hanno avuto un pdv che gli altri, sono presenti per assistere (chi nel palasport, chi attraverso la tivù).
    Problema: quale dev’essere il pdv di questa scena, ovviamente la più importante del libro?

  22. 156 kapello

    È tipico della cultura italiana disprezzare la cultura italiana.

  23. 155 Sandavi

    Boh…. ritengo si sia perso il bandolo della matassa.
    Tutta la letteratura è divisa per generi, quindi anche la distinzione letteratura di genere – altra letteratura dal mio punto di vista non regge. Uno può anche spaziare e come dice il Tapiro ci sono alcuni scrittori che hanno saputo comporre opere in vari generi, ma sono eccezioni. La regola però è che chi vuole scrivere un genere deve conoscerlo, si deve specializzare, o comunque ha passione per quel genere, quindi tende sempre a scrivere di ciò che conosce e acquisisce un suo stile. Ciò non è indice di scarsità culturale.
    La scrittura è creazione come qualsiasi altra arte.
    Come tutte le arti richiede impegno, costanza, regole, studio, esercizio. Come in tutte le arti (prendiamo ad esempio la pittura) è possibile che il genere che tratto (diciamo l’espressionismo) non piaccia a tutti. Ma l’obiettivo dell’autore (pittore) è quello di trarre piacere dalla propria opera e di condividere ciò che ha da dire, i suoi pensieri, sentimenti e passioni, convinzioni con altri individui, non piacere a tutti.
    Se a me piace la letteratura afgana e disprezzo quella italiana, qual è il problema? è un gusto. Non sto dicendo a priori che la letteratura italiana è penosa. Se amo la letteratura fantastica, è perché la preferisco e anche qui siamo nell’ambito dei miei gusti. Ciò però non implica che io non conosca altri generi, che sia limitato, chiuso, che ritenga il resto della letteratura di scarso valore.
    Questo blog tratta di sola letteratura fantastica italiana. Mi sembra importante non perdere di vista questo punto. La letteratura fantastica italiana è un’immondezzaio, nel senso proprio del termine: ricettacolo di cose immonde. Abbiamo avuto grandi editori, che presumibilmente dovrebbero diffondere la cultura, in quanto il loro nome e la capacità di distribuzione glielo permetterebbe, che hanno invece spacciato opere oscene, sparando con un cannone da 105 sulle ultime speranze del fantastico italiano. Senza alcuna remora. E sono stati loro a copiare la moda americana, alla Twilight per dire, di produrre romanzi senza senso concepiti a tavolino solo per vendere.
    Infine: questo articolo si chiama Appunti di Editing. Il senso di molti articoli di Gamberetta, come del Duca, del Tapiro, di Zwei è fare un minimo di cultura riguardo alla narrativa fantastica, bistrattata e devastata dall’editoria italiana. Per fare questo fanno notare gli strafalcioni delle sedicenti opere fantastiche italiane, e portano alla luce la totale mancanza di editing di alcun genere (in line, content, ecc.) la cui sono afflitte queste opere, oltre che la completa disonestà degli editori.
    @Giulio sto seguendo le tue lezioni sono eccellenti. Però, limitatamente al fantastico ammetterai che c’è una certa ignoranza….

  24. 154 Gwenelan

    Io specifico ancora che non ho niente contro la cultura italiana: una mia amica sta rielaborando le tradizioni della sua regione per i suoi lavori, e non è che schifo lei, o i suoi lavori, o l’idea: le piace, pensa che uscirà qualcosa di originale, mi sembra una buona idea, i suoi lavori mi piacciono. Forse Stefano pensa che uno può scrivere solo della cultura in cui vive perché non conosce bene le altre, ma se è così, beh, io davo per scontato che uno *conosca* la cultura da cui decide di prendere spunto, per studi, perché ci ha passato del tempo in mezzo, per osmosi, per infusione dello spirito santo, quello che è.
    E in generale io adoro i miscugli di cose, siano culture, mitologie o altro ^-^!

  25. 153 Eosforo

    Gwenelan, ti quoto anche qui! E anche io non sono molto attratto dalla “”"cultura”"” italiana. E l’esempio è azzeccatissimo: quella indiana è molto affascinante! xD

    E comunque io continuo a pensare che attualmente sia molto meglio pretendere spunto da tante culture e mischiarle assieme. Anche perché le culture nazionali stanno sparendo per far posto a un melting-pot multiculturale. Pensò che fissarsi con una sola cultura sia anacronistico e fortemente limitante. Perché erigere barriere inutili e tarparsi così le ali? Ovviamente, però, i melting-pot vanno fatti con coerenza, verosimiglianza e buonsenso, non certo a caso.

  26. 152 Gwenelan

    Senza malignità, o sarcasmo o che, sono davvero interessata a saperlo: mi spieghi *perché*? Cos’ha la cultura italiana in più delle altre, o comunque perché dovrei preferirla rispetto alle altre? Solo perché sono nata in Italia? Specifico che non sto dicendo: “W gli americani, la loro cultura è migliore”, non lo penso nemmeno, non preferisco la loro cultura a quella italiana.

  27. 151 Stefano

    “Io non conosco molta cultura italiana, perché è una cultura che non m’attira minimamente, per quel poco che ne ho visto; dov’è il problema se scrivo usando come base la cultura… chessò, indiana?”

    Grazie, Gwenelan. Ho messo la frase su Facebook, senza il tuo nome, sotto il titolo ‘ESSI VIVONO FRA DI NOI!!!’. Molto caratteristica, davvero.

  28. 150 Eosforo

    @Tapiroulant, Gwenelan e Sandavi: quoto tutto!

  29. 149 Gwenelan

    @Tapiroulant:

    Intanto grazie della correzione :), sapevo di qualche autore “fantastico-mainstream” ma non credevo fossero molti. E in generale hai esposto meglio tu quello che ho scritto nell’ultimo commento (che ho scritto prima di vedere il tuo, sorry :/).

  30. 148 Gwenelan

    Ho grossomodo capito qual è il tuo punto, Stefano, sto solo dicendo che non è proprio come la metti tu, e che spesso sei confuso e butti nel pentolone cose che non c’entrano niente l une con le altre. Primo, se vai a vedere le interviste degli scrittori di fantasy nostrani, quel che manca spesso è *proprio* un buon bagaglio di letture fantastiche, spesso chi scrive fantasy si ferma a Tolkien. Non siamo al livello delle letture “limitate a un genere”, siamo proprio al livello di letture limitate *persino* nel genere di cui si scrive.
    Per l’effetto di irrealtà collettivo: non capisco cosa c’entri nella discussione. E’ normale che se uno legge solo gialli, o in prevalenza gialli, legge sempre di omicidi, crimini e cose varie, poi se fa la statistica degli omicidi contanto i libri letti… beh, ha problemi lui. E quindi?
    Non posso esprimermi con sicurezza sulla considerazione che il genere fantasy ha presso la cultura alta, perchè tendo a non frequentare posti dove si riuniscono gli estimatori di questa cultura “alta”, quello che so è che 9 volte su 10 la gente che vedo e con cui parlo storce il naso a sentir parlare di fantasy (in contrapposizione ai romanzi che parlano di “cose vere”), che, sempre per la mia esperienza, il fantasy è piazzato tra la roba per bambini e trattato di conseguenza, e che quando un romanzo con qualche aspetto fantastico viene elogiato è o perché è un classico (1984, Kafka, ecc) o perché è una qualche allegoria di un qualcosa. A me pare che tu confondi la “cultura popolare”, cioè quello che va di moda, per la cultura “alta”.
    Avevo dimenticato nel post precedente: anche la questione “romanzo fantasy orrendo” = “copiato dagli americani” non ha grande senso: un romanzo orrendo è orrendo a priori, e il problema dei nostri autori fantasy non è che copiano la cultura altrui, ma che hanno idee piatte e banali. Che sarebbero piatte e banali anche messe in mano a un americano, o a un cinese o a quello che vuoi. Se i nostri autori prendessero spunto da una cultura qualunque, studiandosela e rielaborandola per trarne qualcosa di nuovo, dove sarebbe il problema? Io non conosco molta cultura italiana, perché è una cultura che non m’attira minimamente, per quel poco che ne ho visto; dov’è il problema se scrivo usando come base la cultura… chessò, indiana?
    Ultima cosa: non è neanche vero che per un fantasy non si può prendere spunto dalla realtà, tutto al contrario. Qua sul blog se non ricordo male c’è un articolo in cui è riportato un pezzo dell’intervista a Swanwick in cui lui diceva che per creare le sue città elfiche si era ispirato proprio alla *sua* realtà.

  31. 147 Tapiroulant

    @Stefano:

    Quello che manca SEMPRE è la sia pur minima originalità. Sembrano fatti con lo stampino, scritti chiaramente da gente che ha letto solo fantasy americano e non sa niente di letteratura ne’ del mondo.

    Non voglio inserirmi nella discussione, ma solo fare un’obiezione a questo passaggio perché c’è dentro una vagonata di ignoranza.
    E’ vero che il fantasy italiano è fatto con lo stampino, ma non è perché chi lo scrive legge solo il fantastico americano. E’ vero il contrario: il lettore italiano di fantasy (ma anche fantascienza) legge soltanto la solita rosa di 8-10 scrittori di fantasy/sci-fi/horror anglosassone (principalmente Tolkien, Brooks, Paolini, Rowling, Martin, Pratchett, Gaiman, Asimov, King – poi ogni tanto ne capitano altri, ma spesso sono fotocopie di questi) che gli propinano le case editrici.
    La narrativa fantastica americana è una MINIERA di idee, ma il 95% di queste non arriva mai in Italia, o arriva una volta e non viene più ristampata, o viene pubblicata tradotta male, o tagliata. E anche quando arriva integra, essendo ormai disallineata con l’immaginario standardizzato del lettore pigro (che legge soltanto gli stessi 8-10 autori e le loro fotocopie), vende poco.
    L’aspirante scrittore di fantastico italiano legge POCHISSIMA narrativa fantastica (lo stesso genere in cui vuole scrivere!), o legge – per sua scelta, o perché accetta supinamente quello che gli viene offerto – fotocopie su fotocopie degli stessi libri (il che significa ugualmente pochissima cultura del fantastico).
    Quando sento gente che mi dice che il New Weird o la Bizarro Fiction o anche cose più soft sono “troppo” per loro (troppo fantastiche, troppo strane, troppo qualcosa) mi cascano le braccia. Ma significa che questa gente non è disposta a leggere altro che i soliti emuli di Tolkien o Martin, e si è ormai chiusa a qualsiasi prodotto non canonico.
    Questi cosiddetti “appassionati di fantastico” non sanno un bel niente di fantastico. Per questo i loro prodotti sono scarsi e privi di immaginazione.

    Ciò detto, son d’accordo che sia salutare per l’immaginario spaziare anche verso altri generi. Ma lo slice of life è proprio il genere più pigro e più facile da scrivere (e da leggere) che ci sia.

    @Gwenelan:

    Molti scrittori di fantescienza scrivono anche fantasy come suppongo alcuni scrittori di giallo scrivano thriller, ma è raro in generale trovare qualcuno che passi dai gialli al fantasy al romanzo rosa, allo slice of life.

    In realtà molti scrittori di fantasy o fantascienza, oltre ai generi fantastici limitrofi (come l’horror) hanno scritto anche gialli, mainstream, slice of life, literary fiction.

  32. 146 Stefano

    Tanto per cominciare, i gialli non mi piacciono granchè. Poi fino ai 30 anni circa l’unica narrativa che leggessi era la fantascienza. Ne leggo ancora ma, a un certo punto, ho deciso di crescere come lettore e crescere significa smetterla di prendere sul serio i propri gusti. I gusti personali hanno una loro utilità: dovendo scegliere fra un offerta pressocchè infinita a volte si fa prima ad affidarsi ai propri gusti. Ma bisogna essere sempre in grado di raccogliere un consiglio, un suggerimento, una copertina e leggere cose che altrimenti non considereremmo. Leggere un solo genere o due o tre generi affiancati è castrante, specie se uno ha l’ambizione di scrivere.
    E’ un fatto che spero accetterete: per scrivere bisogna leggere. Leggere tanto ma soprattutto vario. Leggendo un solo genere l’immaginazione si inaridisce e limita.
    I gialli erano solo un esempio. Un tempo il pubblico italiano storceva il naso di fronte ai gialli italiani come oggi lo storce di fronte al fantastico italiano. Poi ha cambiato idea: perchè? E perchè non la cambia rispetto al fantastico?
    La mia opinione è che quanti vorrebbero scrivere narrativa fantasy in Italia siano eccezionalmente limitati nelle loro letture, con la scusa che quelli sono i loro ‘gusti’.
    I generi sono gabbie e bisogna avere la chiave per entrare e uscire a piacimento, se no ci si ritrova con un repertorio di moine, mezzucci e trucchetti.
    Un romanzo giallo può essere appassionante e realistico ma, in quanto genere, può contribuire all’effetto di irrealtà collettivo. Da secoli, e particolarmente negli ultimi due decenni, la quantità di omicidi e crimini violenti in Europa e Nordamerica è in discesa. Non siamo mai stati così sicuri. Eppure, a credere ai romanzi, non c’è mai stata tanta violenza al mondo come oggi. Vanno di moda i romanzi gialli scandinavi: la gente ha finito per convincersi che laggiù la vita non valga nulla e che la società sia particolarmente corrotta mentre è vero l’esatto contrario.
    Infine, è disonesto oggi voler credere che esista un qualche pregiudizio contro la narrativa di genere da parte di una fantomatica cultura ‘ufficiale’ o ‘alta’. Fate un salto in libreria o al cineplex e ditemi cosa trovate – ecco, quella è la ‘cultura ufficiale’ e scrivendo narrativa fantastica potreste fare molte cose ma non certo sfidarla, anzi. Decenni di intrattenimento e pubblicità hanno spostato il terreno di gioco e ci sono milioni di persone che provano un autentico disagio fisico all’idea di leggere un libro o guardare un film senza elementi fantastici o sovrannaturali o fantascientifici, un libro o un film che parli direttamente di loro senza lo schermo di questa moderna mitologia, esattamente come un tempo il bon ton letterario esigeva di tirare a mezzo dei e dei dell’antichità per parlare di qualsiasi cosa. E chi scrive sa bene che nel fantastico la ‘suspension of disbelief’ è molto, ma molto più facile da ottenere che nel realistico. La gente non fa alcuna fatica a credere che gli asini volano (peggio per il mondo reale se non lo fanno) mentre è estramamente esigente e pignola quando si parla di auto o di conti bancari o di località turistiche…

  33. 145 Gwenelan

    @Stefano: Io mi chiedo perché ogni volta parti prevenuto, o t’inventi quello che dice la gente, come nella discussione sul romanzo rosa bistrattato (non eri tu?) O_o… qui nessuno ha mai detto che *tutti* gli scrittori italiani facciano schifo, né che il fantasy deve rappresentare un qualcosa d’altro, nè che uno scrittore fantasy legge solo fantasy, nè che uno usa il fantasy per scappare dalla realtà e simili, sono cose che ti sei inventato. Anzi, in generale qui sul blog si è più volte detto che un contenuto allegorico vale tanto quanto, in un’opera, è la storia che deve reggere. Non capisco inoltre per quale ragionamento i libri “veri” siano solo quelli da te citati, e non anche il fantasy e il fantastico in generale. E io non leggo solo fantasy, per la cronaca, sebbene il giallo mi annoi (leggo anche mainstream, per esempio). Inoltre: e gli scrittori di giallo, che scrivono solo gialli? Quello va bene? Il punto è che di solito uno scrittore sceglie un genere e scrive sempre quello non per “chiusura mentale”, ma perché ogni genere ha le sue caratteristiche e necessita di studi per essere scritto. Molti scrittori di fantescienza scrivono anche fantasy come suppongo alcuni scrittori di giallo scrivano thriller, ma è raro in generale trovare qualcuno che passi dai gialli al fantasy al romanzo rosa, allo slice of life.
    Velo pietoso sul commento a Heinlein, uno dei migliori scrittori di fantescienza… peraltro, non ho capito: quando si tratta di fantasy, scriverlo per parlare d’altro è una vigliaccata, quando si tratta di fantescienza è meglio 1984 in quanto “pamphlet politico” e non Heinlein che ha idee originali? Con tutto il rispetto per 1984, otimo romanzo di per sé.

  34. 144 Sandavi

    @Stefano
    domanda: ma perché scrivi tre post invece di uno?
    ad ogni modo, quello che dici è condivisibile, ma il disprezzo che provi per il fantastico è un tantinello fuori luogo da queste parti. E la mancanza di cultura a cui tutti si riferiscono qui è ovviamente riferita al fantastico e non ai gialli.
    Non ti pare di essere stato un po’ eccessivo nel definire tutto il fantastico come spazzatura? L’immaginazione è tutto e scrivere di fantastico non significa come tu sottintendi essere ignoranti, non conoscere la vita/non volerla affrontare, fuggire ad ogni costo dalla realtà, ecc. ecc.
    Non credere sia così facile immaginare qualcosa che non esiste , fantascienza, fantasy o horror che sia, dargli corpo e vigore, credibilità, coerenza. Ti piace il giallo? Buon per te, ma non esiste solo quello e allo stesso modo di ogni genere, se uno scrive di gialli, di denuncia politica, di filosofia, non può dirsi a priori migliore di chi scrive fantasy.
    Sui cliché hai sicuramente ragione. Ma sei sicuro che dipenda solo dagli autori? Se non si fa cultura di una cosa, questa cultura non spunta dalla terra come i funghi.
    Il tuo amico dice che manca sempre originalità. Eppure il mondo dell’editoria ha prodotto i mostri che vediamo ora sugli scaffali. Dunque chi è nel torto? Un autore non può giudicare se stesso, deve essere corretto e ricondotto alla ragione quando scrive cazzate, cosa che puntualmente non viene fatta dato che obbrobri come Unika vengono pubblicati da DeAgostini.
    Gli editori fanno tanto gli schizzinosi ma dovrebbero guardarsi allo specchio e sputarsi in faccia per aver approfittato spudoratamente per ormai sei anni del fenomeno degli scrittorini raccomandati diciassettenni e dei casi umani solo per cercare di emulare gli USA e riempirsi il portafogli succhiando denaro a falangi di lettori sprovveduti e pigri, pubblicando idiozie schifose e offensive.
    Pubblicando Troisi, Strazzulla & Co. hanno fatto passare l’idea che hai tu adesso a migliaia di persone: la letteratura fantastica è una stronzata buona solo per i ragazzini.
    Non è così negli USA, non per la loro cultura dominante, ma perché sono decenni che respingono minchiate (con le dovute eccezioni) costringendo gli autori ad una selezione naturale, che ha prodotto gli scrittori che hai citato anche tu.
    Se Avoledo non è apprezzato la colpa è sia dei lettori che degli editori: è un pluripremiato e scrive benissimo, ma è troppo per i lettori italiani avvelenati da Moccia e viene pubblicizzato pochissimo.
    Infine, e scusami per il pout-pourri di risposte, non è detto che il fantastico debba necessariamente esprimere un’allegoria per qualcosa (una denuncia sociale, sollevare un problema, ecc.) può essere anche che uno semplicemente immagina una storia e la scrive punto, senza secondi fini.
    Heinlein è bello per questo: i significati reconditi ce li hanno scovati i critici, ma a ben guardare non ci sono affatto. E scusami, ma è un grande scrittore.

  35. 143 Stefano

    Dimenticavo la cosa più importante:

    http://www.youtube.com/watch?v=LEjljFLhzGU

    Poi ce ne sono altre sedici.

  36. 142 Stefano

    Riassunto in una frase: se quello che dovete esprimere può essere espresso solo attraverso il fantastico, allora fatelo; se no, il vostro fantastico non potrà essere che povera cosa.

  37. 141 Stefano

    Mielville, Pulmann, Pratchett – tutti scrittori di alta reputazione e successo che scrivono su giornali importanti e vanno in tivù… Sarebbe possibile in Italia?
    Sì, succede già. Camilleri, De Cataldo, Lucarelli, Carofiglio – tutti scrittori che scrivono su giornali importanti e vanno in tivù (la fanno, pure). Ovviamente non scrivono fantasy ne’ fantascienza: scrivono gialli, noir e thriller, hanno successo e vengono tradotti all’estero. Due dei migliori prodotti televisivi degli ultimi anni – Montalbano e Romanzo Criminale – sono tratti da romanzi di Camilleri e De Cataldo, anche questi venduti all’estero (stanno giusto dando Montalbano in Inghilterra).
    Eppure mi viene detto che gli scrittori italiani non sanno scrivere, non hanno le basi e vengono apprezzati solo dagli stupidi… Non sarà che il problema è limitato agli scrittori del fantastico? Leggendo certi commenti qui la spiegazione mi pare chiara.
    Una persona che conosco che lavora nell’editoria mi ha detto del suo sconforto ogni volta che si rende conto di avere tra le mani un manoscritto di fantasy. Non è che siano tutti mal scritti, dice: alcuni sono accettabili. Quello che manca SEMPRE è la sia pur minima originalità. Sembrano fatti con lo stampino, scritti chiaramente da gente che ha letto solo fantasy americano e non sa niente di letteratura ne’ del mondo.
    Lo scrittore di serie B non è chi scrive in un ‘genere’ ma quello che ‘vuole’ scrivere solo in un genere e che quindi amputa la sua immaginazione e le sue ambizioni fin dall’inizio. Si taglia i coglioni da solo, per dire. Può essere anche bravo e certo un buon prodotto di serie B può essere molto meglio di un pretenzioso ma fallito prodotto di serie A. Ma l’Empoli può anche battere l’Inter una volta o due: poi l’
    Empoli resta l’Empoli e l’Inter l’Inter.
    Chi legge solo un genere e vuole scrivere solo un genere è un amputato volontario e la sua immaginazione sarà per forza ridotta.
    Un esempio: c’è oggi uno scrittore di fantascienza in Italia molto bravo, di notevole successo e rispettato dalla critica, uno scrittore, per di più, che non nasconde le sue influenze letterarie, P.K.Dick in testa: Tullio Avoledo. Eppure nello stagno dei lettori di fantascienza non è recepito, non è riconosciuto, non è apprezzato. Perchè? Perchè rifiuta le moine, i manierismi, i luoghi comuni che fanno sentire a suo agio l’abitudinario lettore di fantascienza.
    Per il fantastico è pure peggio. Chiaro che in Italia non ne esce nulla di buono. I lettori vogliono sempre la solita sbobba americana; gli scrittori, che sono prima di tutto anche loro lettori, ci provano ma non possono raggiungere l’originale e quindi sono ignorati, mentre gli scrittori di gialli sono riusciti a creare una loro nicchia di mercato e prosperare.
    Non è quindi una qualche superiorità ‘naturale’ degli scrittori americani che ‘studiano’ e ‘si applicano’.
    Leggere narrativa fantastica perchè si ha paura del mondo, perchè si è troppo pigri e deboli e ignoranti per leggere (e scrivere!) romanzi che parlino di noi e non della Terra di Mezzo, perchè ci si autoconvince di fare qualcosa di radicale e anticonformista mentre ci si ingozza di roba in scatola predigerita – cosa volete che ne esca?
    Il fantastico ha un ruolo onorevole in letteratura ma scrivere in forma allegorica (in un paese in cui non è censura) facendo finta di voler dire qualcosa di significativo è solo vigliaccheria estrema. Il fantastico ha come argomento il contatto con il disturbante, l’ignoto, l’inspiegato, l’altro. Quello è il suo campo ed è certo un campo ben degno di essere arato ma volerlo infilare dappertutto non può che depotenziarlo e renderlo insulso.
    La fantascienza, poi, è altra cosa ancora e dipende dal futuro, dalla scienza, dalle idee in azione. Nella fantascienza il contatto con l’ignoto deve portare a una spiegazione, se no è fantasy (vado un po’ alla grossa, chiaro). 1984 è sicuramente fantascienza ma è anche soprattutto un pamphlet politico e non per niente Benedetto Croce lo recensì positivamente come non avrebbe fatto di una sciocchezza di Van Vogt o Heinlein.
    (lo stagno della fantascienza italiana potrebbe essere caratterizzato come il posto in cui le rane prendono sul serio le ‘idee’ di Heinlein).
    Un po’ rambling ma spero di aver messo in chiaro qualche punto.
    Ora toglietemi due curiosità:
    1) Quanti romanzi italiani ‘veri’ avete letto negli ultimi anni? Piperno? Siti? De Cataldo? Avoledo? Scurati? Scarpa? Mazzantini? Gamberale? Avallone? Miraglia? Mozzi? Eco?
    2) Quanti di voi hanno usufruito dei servizi professionali di Gamberetta?

  38. 140 Eosforo

    Be’, il “Ricettario di Scrittura Creativa” è pure nella mia wishlist :)

  39. 139 lupus in fabula

    scusate l’OT ma non posso resistere:

    @Giulio Mozzi:
    signor Mozzi, lei è il coautore del “ricettario di scrittura creativa” della Zanichelli: grandissimo libro! Grazie!

  40. 138 Sandavi

    @Stefano
    io direi che siamo andati paurosamente OT. ad ogni modo insisto nel dire che la mancanza di studio, di cultura letteraria è una paurosa tendenza alla spocchia da parte di autori, editori e compagnia ha prodotto oscenità fantatrash che ammorbano le librerie. Solo questo e non il fatto che siamo italiani e non abbiamo una cultura dominante.
    Niente editing = colate di cacca

  41. 137 Eosforo

    Giulio, la maggioranza degli editor quando sente “show, don’t tell” esclama “ma si mangia?” xD
    Ce ne sono di competenti, per carità, ma pochi.

  42. 136 Giulio Mozzi

    Leggo: “…tenete conto che il tipico editor non ha conoscenze di narrativa”.
    Ma: sono vent’anni che pubblico opere narrative, quindici che lavoro nell’editoria, e non mi è mai capitato di incontrare un editor che non avesse conoscenze di narrativa. In genere ne avevano molte più di me. Possibile che in vent’anni non mi sia mai capitato un editor “tipico”? Sempre quellei strani?
    :-)

  43. 135 Eosforo

    La fantascienza è un sottogenere del fantastico, assieme a fantasy e horror soprannaturale. Tra l’altro questa è la classificazione che usa anche la proprietaria di questo blog! ^_^

    “China Mieville scrive regolarmente sul Guardian, e in Italia sarebbe im-pensabile. Terry Pratchett è stato nominato “sir”, e Neil Gaiman è una gloria nazionale. Però parliamo di autori del calibro di Pratchett, Gaiman, Mieville. […] In Italia c’è un fantastico la cui qualità è all’altezza di quello anglosassone? Questione di gusti, ma la mia risposta è (con le dovute eccezioni): neanche per sogno.” [Da un’intervista a Francesco Dimitri per “Players Megazine”]

  44. 134 Stefano

    La domanda non era ‘perchè gli autori italiani di fantasy non vengono calcolati all’estero?’ ma ‘perchè gli autori italiani di fantasy non vengono calcolati in Italia mentre quelli di gialli sì?’
    Le scarse traduzioni di italiani all’estero non dipendono dalla qualità ma dalla politica e dalla storia (per non dire dal razzismo). E poi non è nemmeno vero: non vengono tradotti in Usa e Uk ma lì si traduce pochissimo dall’estero per motivi che, di nuovo, non hanno nulla a che fare con la letteratura.
    ’1984′ lo comprendo nella fantascienza e non nel fantastico, per me due campi nettamente distinti.
    Ma oggi non ho tempo. Domani.

  45. 133 Eosforo

    Che comunque, aggiungo, la grandezza di un romanzo non si calcola mica dalla sua capacità di denuncia sociale. Lasciando stare i romanzi di puro intrattenimento, che pure hanno una loro elevatissima dignità, certi romanzi colpiscono per i loro personaggi, per la capacità di generare emozioni, per i contenuti filosofici etc etc
    Oltre, ovviamente, per la storia appassionante. Ogni romanzo di genere deve ruotare attorno alla trama, le eventuali tematiche devono essere solo un naturale derivato, senza forzature e senza togliere spazio alla storia. Se no si entra nel campo del saggio. Se invece è lo stile a prevaricare, si entra nel campo della literary fiction.

    Ma siamo OT, perché mi sembra che siamo partiti da “perché gli autori fantasy italiani non vengono calcolati all’estero?”. Atteniamoci a questo o rischiamo di perdere il filo del discorso…

  46. 132 Eosforo

    Mielville e Pulmann possono dire quel che vogliono ma la gente li leggerà solo come romanzi fantastici e non commentari sociali.

    Cavolate: nel mondo anglosassone vengono presi sul serio anche come “commentari sociali”.
    E comunque ti sbagli di grosso: il fantasy permette di fare denuncia sociale in modo più trasversale. Ciò non solo rende più difficile la censura, ma fa arrivare il messaggio in modo molto più leggero, indiretto, divertente e interessante, senza annoiare. Inoltre, dato il fantasy si legge in primis per la storia e l’ambientazione, le tematiche arrivano a un pubblico più vasto, anche a chi non importa quell’argomento (poniamo: il rapporto tra religione e potere). E soprattutto la narrativa fantastica permette di trattare il cuore del problema, e non la specificità della situazione. Saviano ha parlato di quella specifica situazione, non del concetto di mafia. Orwell con 1984, che ti ricordo essere fantascienza, ha trattato il concetto, il cuore puro del problema dei regimi autoritari/dittatoriali, del controllo delle masse e dell’informazione. Già L Fattoria degli Animali è più specifica in quanto fa riferimento alla Rivoluzione Russa, ma funziona anche in senso generale. Così come la lucida analisi dell’assimilazione culturale operata da Miéville, i cui libri in UK sono considerati quasi un secondo manifesto del comunismo. Pullman ha attaccato le religioni e la Chiesa Cattolica in modo molto più efficace di qualsiasi romanzo sociale o saggio in quanto non solo è andato dritto al cuore del problema, ma in più lo ha fatto in modo molto più divertente e creativo e originale. Forse anche un po’ subdolo, subliminale, può darsi, ma il risultato ottimo non cambia.
    Ma va be’, non ci puoi fare nulla se la pensi così: la tua è la tipica mentalità da italiota indietro rispetto al resto del mondo. Non è un insulto, è una constatazione.

    Detto ciò, è ovvio che anche la narrativa di solo e puro intrattenimento ha una sua dignità. Tipo io amo la bizarro fiction, che di certo non ha scopi allegorico-sociali (al contrario della quasi totalità degli autori new weird, che tra l’altro è un sottogenere ricco di riferimenti colti e culturalmente “alti”).

    Riguardo al discorso quantità-qualità: la narrativa di genere ha dei canoni, delle regole. Se non rispettate, quel dato romanzo fa schifo. Poi può benissimo vendere tanto nel lungo periodo per ben altri motivi, che però rientrano nel campo del marketing a lungo termine e dell’impatto sociale. Ma questo vale anche al di fuori della narrativa di genere. Ad esempio due giorni fa ho letto un bellissimo commento del Duca riguardo l’Ulisse di Joyce. E aveva ragione: nonostante la fama che si protrae tutt’oggi, quell’opera ha danneggiato profondamente la letteratura, anche la LF. Il Signore degli Anelli non è un esempio di buona narrativa, eppure ha gettato un’ombra lunga di influenza. Questo però non va studiato da un punto di vista narratologico, bensì da uno sociologico, editoriale e di marketing. Ci sono miriadi di motivi per cui un libro vende e ha un forte impatto sociale, non si tratta solo di tecniche narrative. Queste ultime, però, sono tra i canoni per valutare oggettivamente un’opera (assieme all’originalità).

    Riguardo al rinnovamento continuo, qui ti do ragione. Ma un movimento letterario dovrebbe rinnovarsi di per sé, senza stimoli esterni, già solo per non ristagnare e morire affogando nei propri cliché. Ecco perché sono nati sottogeneri come il new weird, la bizarro fiction e le frange più originali del science fantasy e del dark fantasy. Purtroppo in Italia stanno arrivando molto lentamente per via di un radicato conservatorismo. E riguardo a ciò, ti invito a leggere il mio articolo “La percezione del fantasy in Italia” scritto per la rivista letteraria “Fralerighe – Fantastico”

    @Sandavi, quoto tutto! Ma in generale, ripeto, non sempre la qualità è correlata alle vendite. Gli autori italiani non vendono all’estero perché sono visti come pecore, non certo come pastori. Noi non siamo stati in grado né di anticipare le mode né di crearle né tanto meno di andare oltre e creare qualcosa di più duraturo e longevo. Questo ha dato una brutta fama agli autori del fantastico italiano, che all’estero vengono promossi con difficoltà. La situazione, però, potrà cambiare, non è irreversibile. Ci vorrebbe però un autore adatto…

  47. 131 Stefano

    @ Eosforo

    Vuoi dire che se Saviano invece di un reportage come Gomorra avesse scritto un romanzo fantasy in cui i camorristi sono troll o qualcosa del genere sarebbe stato più efficace? Ma davvero?
    Dico la mia: usare gli strumenti del fantastico per commentare i fatti del giorno si può fare, purchè ci si rassegni all’idea che può funzionare narrativamente ma è del tutto indifferente (se non dannoso) se si vuole commentare la realtà.
    La trasposizione fiabesca funziona solo quando si fa satira: I Viaggi di Gulliver, La Fattoria degli Animali. Altrimenti è una cosa che può interessare solo i critici e i giornalisti. Mielville e Pulmann possono dire quel che vogliono ma la gente li leggerà solo come romanzi fantastici e non commentari sociali.
    La mia idea è che usare il fantastico per scopi realistici (eccetto quando si tratta chiaramente di satira) è disonesto. Il fantastico è legittimo di per sè, non per l’utilità. Se una cosa può essere detta solo attraverso il fantastico allora bisogna dirla in quel modo; se può essere detta (e meglio) con la narrativa o il saggio o addirittura la poesia allora usare la narrativa fantastica non è efficacia ma vigliaccheria, come sarebbe stato vigliacco Saviano se invece di usare nomi e cognomi avesse travestito i camorristi da troll.
    Un ultimo esempio: il più popolare romanzo di Umberto Eco, Il Nome della Rosa, esce nel 1980. L’ambientazione è medievale ma sono fortissimi i riferimenti alla stagione del terrorismo e della violenza politica allora ancora in corso. Chi lo lesse allora (io, per dire) coglieva facilmente tali riferimenti. Chi lo legge oggi molto probabilmente non li coglie, specie se giovane. Eppure funziona lo stesso, come romanzo, mentre non funziona più come commento sui fatti del giorno.
    Concludo: il giallo, il noir e il thriller hanno un riferimento costante all’attualità che permette (li costringe, anche) a un rinnovamento continuo. Il fantastico non funziona allo stesso modo, specie se è una vera e propria fantasy, cioè ambientata in un mondo che non è il nostro. Volerla usare allegoricamente non funziona o se funziona lo fa suo malgrado, come il famoso cane che cammina sulle zampe di dietro del Dottor Johnson.

  48. 130 Stefano

    Qui dobbiamo fare chiarezza su un punto: il successo conta o non conta?
    Se mi viene detto che l’eccellenza di un certo modo di scrivere si verifica dal fatto che vende allora le vendite contano sempre e non possiamo ignorarle giudicando negativamente libri che riteniamo ‘sbagliati’ ma che vendono tanto. Dovremmo finire per dire che ‘la gente è stupida’ e non capisce che non dovrebbe comprare quei libri che non seguono le regole.
    Facciamo come i giornalisti e diciamo che le vendite contano se il libro ci piace e non contano se non ci piace? No, grazie.
    Dico la mia: il successo conta se è LUNGO. Una buona campagna pubblicitaria o il puro caso può far vendere tantissimo un libro che dopo un anno sarà su tutte le bancarelle dell’usato e dopo due nessuno ricorderà. Ma se un libro è ancora letto e influente dopo decenni (per non dire secoli) allora dobbiamo diventare umili e cercare di capire perchè. Facciamo pure le pulci a Tolkien con la matita rossa blu ma chiedamoci anche cosa fa sì che abbia ancora un seguito vasto e fanatico dopo decenni, un seguito che non è venuto dalla pubblicità. Cerchiamo di imparare da lui e da quelli che vengono ritenuti ‘classici’. Non siamo tenuti a farceli piacere per forza; siamo tenuti a prenderli sul serio

  49. 129 Sandavi

    Il punto principale è: se gli scrittori italiani sono di per sè inferiori agli americani perchè ‘non studiano’ come si spiegano i buoni risultati dei giallisti?

    Non ho mai detto che gli scrittori italiani in generale sono inferiori. Ho detto che gli scrittori di fantastico (il fantasy è solo un ramo) italiano lo sono e ampiamente.

    Camilleri è un ottimo autore e giustamente rispettato, ma ti vorrei far notare che è uno che ha studiato e anche parecchio la drammaturgia, non uno che si è improvvisato scrittore.
    Quasi tutti gli scrittori italiani (quelli veri) di successo non palesemente raccomandati hanno un background serio fatto di numerose esperienze in vari campi, salvo qualche eccezione che resta tale. Anche Baricco, che può non piacere magari, ma è indiscutibilmente un autore eccellente e fra l’altro dirige pure una scuola di scrittura. E questo dimostra quello che dico: chi studia, ottiene risultati. Chi non lo fa IMBRATTA CARTE E BASTA!

  50. 128 Eosforo

    @Stefano:

    E non sarà perchè gli scrittori italiani di fantasy leggono solo fantasy e perciò non possono altro che produrre una narrativa asfittica e derivata, senza radici nella cultura italiana, una narrativa puramente autoreferenziale?

    Cos’è derivato? Il fantasy classico! Il new weird, la bizarro fiction e buona parte del science fantasy non credo. Non hanno radici nella cultura italiana? Meglio! Siamo nel 2012, nell’era del multiculturalismo e della globalizzazione, nell’era dei senza radici, nell’era dei cittadini del mondo. Meglio un minestrone di culture, allora.

    Gli scrittori italiani di gialli si rifanno certamente a una tradizione ma possono anche attingere alla realtà, cosa impossibile per chi scrive fantasy.

    Scusami? Una sola parola: allegoria. Conosci Miéville e Pullman? In generale, ti rimando qui . E comunque non c’è nulla di male nello scrivere solo per intrattenere e mantenendosi distanti dalla realtà. Dico solo che si può benissimo intrattenere e insieme fare denuncia sociale e attingere alla realtà. Anzi, la narrativa fantastica in questo senso è migliore del romanzo sociale e di qualunque altro genere.

    Il punto principale è: se gli scrittori italiani sono di per sè inferiori agli americani perchè ‘non studiano’ come si spiegano i buoni risultati dei giallisti?

    Qualità e quantità non sono concetti correlati. Molti giallisti scrivano male, ma vendono lo stesso. Ciò non accade con gli autori fantasy nostrani perché questi, oltre a scrivere male, hanno l’originalità di un carciofo al vapore, non hanno capacità di marketing (non riescono a creare prodotti vendibili) e non fanno altro che seguire le mode anziché crearle. Inoltre, purtroppo, all’estero sono molto prevenuti riguardo gli autori fantasy italiani. Questo perché, ad ora, nessun autore è stato in grado di sdoganare il fantasy italiano all’estero. Magari le cose cambieranno. ma serve un autore in grado di fare breccia e di estirpare i pregiudizi verso gli autori fantasy italiani. Chi? Boh! Tarenzi? Dimitri (supponendo torni ai livelli di Pan)? Giulia Besa? Un altro non ancora pubblicato? Vedremo. Ma mi domandavo: si può usare uno pseudonimo solo in alcuni paesi e in altri no? Sarebbe interessante se un autore italiano pubblicato in Italia col suo vero nome venisse tradotto all’estero con uno pseudonimo (solo in copertina, senza nascondere la sua vera identità nelle note biografiche).

    Inferiorità data dal fatto che leggono solo fantasy e hanno un mucchio di idee farlocche sull’argomento, tipo che Iliade, Odissea, Bibbia e Divina Commedia siano letteratura fantastica e che loro sono gli eredi di Omero e Dante, nonchè degli sciamani intorno ai fuochi di bivacco preistorici o cose del genere?

    Io scrivo fantasy e leggo di tutto. Conosco molti autori fantasy che leggono praticamente di tutto. Poi c’è anche chi fa l’opposto, tipo la Troisi che prima di scrivere il suo primo romanzo aveva letto si e no due fantasy in croce.
    Anyway, fantasy = elementi fantastici importanti per la trama e non spiegati scientificamente. Punto.

  51. 127 Stefano

    Eco e Camilleri e altri scrittori italiani vendono parecchio all’estero ma che vuol dire? Per il momento il dominio americano in campo culturale è ancora bello spesso.
    Il punto principale è: se gli scrittori italiani sono di per sè inferiori agli americani perchè ‘non studiano’ come si spiegano i buoni risultati dei giallisti?
    Non sarà che l’unica vera inferiorità è quella degli scrittori fantasy? Inferiorità data dal fatto che leggono solo fantasy e hanno un mucchio di idee farlocche sull’argomento, tipo che Iliade, Odissea, Bibbia e Divina Commedia siano letteratura fantastica e che loro sono gli eredi di Omero e Dante, nonchè degli sciamani intorno ai fuochi di bivacco preistorici o cose del genere?

  52. 126 Sandavi

    @Stefano
    La cultura americana è da un pezzo che non domina più un tubo. Stai dando degli idioti a centinaia di milioni di persone.
    Pennac è francese e vende milioni di copie. La Francia non è cultura dominante e la Francia ha lo stesso numero di abitanti dell’Italia, salvo spiccioli.
    Saramago era portoghese ed ha venduto ugualmente milioni di copie.
    Garcia Marquez era colombiano, cultura lontana milioni di anni luce dalla nostra, eppure è uno dei più famosi scrittori della storia
    Isabelle Allende, cilena, e la sua Casa degli Spiriti
    ….
    Devo continuare?

    Se pure nascere nel paese giusto può aiutare, mi sembra eccessivo pensare che possa essere tutto. Se non sai scrivere in Italia, non sai scrivere nemmeno in america. E comunque fidati, in USA narrativa è materia di studi universitari.
    E infine, a me piace la letteratura fantastica, ma ho letto ogni genere concepito dall’ingegno umano e ti assicuro che se dovessi elencare tutti i romanzi e i saggi che ho letto staremmo ancora qui a primavera. Altro che fantasy leggo solo fantasy…

  53. 125 Stefano

    “Vedi, gli scrittori americani hanno tutti studiato, cominciando dal basso, dal fare esperienza. I migliori per lo meno hanno fatto così, indistintamente.
    Studiano sin dal liceo critica letteraria, scrittura creativa, ecc. , si esercitano, insomma.
    In Italia questo non accade e si vede il risultato. Non è solo la narrativa fantastica ad essere in crisi, ma l’editoria italiana in genere. Quella americana al contrario mi sembra piuttosto florida. Questa gente vende milioni di copie perché sa quello che fa. Non improvvisa. Non starnuta sul foglio parole a caso”

    Qui c’è tanto di sbagliato che non so da dove cominciare.
    L’editoria americana vende milioni di copie perchè i parlanti inglese madrelingua sono parecchie volte più degli italiani e perchè gli Stati Uniti, per il momento, sono ancora la nazione dominante e, generalmente, le nazioni dominanti possono imporre la loro cultura alle altre. Non è perchè gli scrittori americani ‘studiano’ e ‘si applicano’. Scrivere narrativa non è fare i compiti.
    Sono perfettamente convinto della necessità di studiare e esercitarsi ma è chiaro che se erediti una bella rendita di posizione (cioè sei americano) ti resta più facile arricchirti che se nasci povero (cioè sei italiano).
    Generalizzare sulla scarsa qualità degli scrittori italiani rispetto agli americani basandosi sul fantasy è del tutto sbagliato. Prova, la prossima volta che vai in libreria, a dare un occhiata alla sezione gialli: lì troverai numerosi scrittori italiani di gialli, noir e thriller di grande successo che, in Italia, vendono quanto gli idolatrati americani e vengono pure tradotti all’estero. Com’è possibile? Forse che loro ‘si applicano e studiano’? Quindi non sono gli scrittori italiani ma solo quelli di fantasy? E non sarà perchè gli scrittori italiani di fantasy leggono solo fantasy e perciò non possono altro che produrre una narrativa asfittica e derivata, senza radici nella cultura italiana, una narrativa puramente autoreferenziale? Gli scrittori italiani di gialli si rifanno certamente a una tradizione ma possono anche attingere alla realtà, cosa impossibile per chi scrive fantasy. Inoltre, per vari motivi contingenti, gli autori di gialli che hanno aperto con il loro successo la strada agli altri (Camilleri e Lucarelli, per esempio) non erano scrittori di ‘genere’ ma gente che veniva da esperienze diverse e con un ampio bagaglio di letture.
    Una regola che mi sento di sostenere è: se vuoi scrivere in un genere devi leggere prima tutti gli altri.
    Che poi uno debba proprio volere scrivere in un ‘genere’ e non quello che gli viene da dentro (sia pure nelle forme più chiare ed efficaci possibili) è per me un bel mistero che porta al vero argomento che vorrei affrontare è cioè PERCHE’ SI SCRIVE. Ma di questo parleremo domani.

  54. 124 Hendioke

    scusate i primi due paragrafi del commento sotto, sono un po’ pesantucci da leggere (colpa mia che non ho riletto) ma spero si capiscano lo stesso ^^

  55. 123 Hendioke

    Sì continuiamo proprio a girare intorno allo stesso punto. State continuando a darmi risposte del tenore che se non si sa tirare in piedi una storia coerente con se stessa o che se non si conosco le basi della scrittura non ha senso avere uno stile personale perché da solo non serve a un cazzo.

    E io sono molto curioso di sapere dove ho scritto, o ho scritto in modo tale da farvi intendere che, che la mia idea è che uno stile personale salva anche lo scrittore incapace alla scrittura o allo story-building. Mi sembra di aver detto tutto il contrario.

    Quel che penso di aver scritto, oh all’anima, quello che HO scritto!, è che conoscere le regole e saper costruire una buona storia sono cose fondamentali, è acquisire uno stile personale l’ultimo passo fra l’essere uno scrittore e uno Scrittore.

    Ci siamo compresi?

    Saper scrivere è le fondamenta.
    Saper costruire una storia è lo scantinato
    Saper padroneggiare la tecnica (o lo “stile trasparente”) è il piano terra
    Avere un proprio stile è il primo piano
    Tutto il genio in più nel saper fare una di queste cose è il materiale con cui si aggiungono gli altri piani.

    E’ più chiaro adesso? Se manca lo scantinato, se mancano le fondamenta, la casa crolla e senza il piano terra non possiamo elevare oltre la struttura ma uno stile proprio, acquisito alla fine di un percorso, è la differenza fra il costruire una casetta, per quanto bella, e un palazzo.

    Poi non contesto la possibilità che gente che con uno stile assolutamente “basic” e tanta tanta fantasia e capacità di story-building fuori dall’ordinario possa farsi lo stesso il palazzo, i geni esistono in ogni campo e si esprimono in molti modi. Peccato che devo ancora vederne uno. Tutti gli autori prima o poi sviluppano un loro stile, di solito al pieno della loro maturazione artistica, e suppongo un motivo ci sarà. E mi sembra anche che sia una cosa assolutamente normale e auspicabile, non la iattura che mi sembra venga dipinta in certi post da queste parti ^^

  56. 122 Sandavi

    @Hendioke

    Prendi Douglas Adams, non si discosta troppo dallo stile trasparente ma sono i momenti in cui vi si discosta e lo rielabora che danno il meglio della sua scrittura e anche se per la maggior parte del tempo mostra e scrive in modo molto chiaro uno lo riconosce subito, al volo, di star leggendo un libro di Adams e se lo gode meglio di quanto si godrebbe un libro con la stessa mirabolante storia ma con uno stile più da “ritrattista”.

    Adams però è un autore umoristico, un genere con tutt’altri canoni. Giriamo sempre intorno allo stesso punto. Io personalmente intendo che:
    - lo stile è fondamentale quanto la tecnica, del resto non tutti i cuochi cucineranno la pasta con le vongole allo stesso modo no? Potrei sciorinarti una decina di ricette diverse tutte ugualmente gustose, cucinate con diversi stili. Ma se non sai nemmeno quando si butta la pasta, beh… non hai nessuno stile.
    - l’editing è fondamentale. Potrai anche avere uno stile originale, ma se ti contraddici ogni quattro parole è un bel problema. Ci terrei a sottolineare che “editing” è una parola piuttosto vasta che comprende altri concetti. Se leggi qui direi che la spiegazione è piuttosto chiara.
    - un buon piatto deve colpire tutti i sensi e anche stupire. Se mi stupisce solo per quanto è elaborato e variegato, ma è insipido non dirò “oh che cucina elegante!” ma “cazzo manca di sale!”. Se i personaggi sono fuffi, l’ambientazione approssimativa, il plot incomprensibile o immotivato, l’autore potrà fare le capriole, ma il libro lo chiudo lo stesso.

  57. 121 Hendioke

    Il punto è che puoi sbattere in faccia al lettore le storie più fighe del mondo ma se non sviluppi uno stile tuo non farai mai il salto dall’essere un bravo autore all’essere un grande autore. E non si tratta di sviluppare uno stile per forza strano.

    Perché l’equivoco sta qui, ci si è così caricati a molla contro la literay fiction, e ci si è così esacerbati a vedere perfetti inetti campare di stili personali ma schifosissimi, che ormai è passata la convinzione che “stile personale=stile oscuro, stile dove il come conta più del cosa” e questa è un’altra sonora puttanata.

    I quadri di Modigliani non sono meno chiari ed espressivi di quelli di un ritrattista e tutto quello che Modigliani vuole raccontarti, tutto il suo COSA, è perfettamente su tela, resa nel suo inconfondibile COME.

    E quello che Modigliani vuole raccontarti sono le persone, il famoso “animo impresso sulla tela” solo che invece di ricorrere, come farebbe un ritrattista, ai particolari del volto, lui passa attraverso una rilettura del corpo ma il messaggio è lo stesso è giunge uguale, chiaro come da un ritratto.

    Lo stesso è nella scrittura, uno stile personale non ti ostacola nel mostrare cose mirabolanti ai tuoi lettori e nel riempirli di budella, anzi ti agevola (perché se lo stile personale non ti calza come un guanto allora qualcosa è andato storto) solo essendo il tuo stile tanto per cominciare ti distingue dagli altri e tanto per finire ti permette di esprimere al meglio quello le cose mirabolanti che vuoi narrare.

    Ora, l’esempio di Modigliani è volutamente forte ma per stile personale non intendo necessariamente qualcosa di troppo complesso. La perfezione, si è soliti dire, sta nei dettagli, e uno stile personale e compiuto può anche distinguersi da quello trasparente per i dettagli.
    Prendi Douglas Adams, non si discosta troppo dallo stile trasparente ma sono i momenti in cui vi si discosta e lo rielabora che danno il meglio della sua scrittura e anche se per la maggior parte del tempo mostra e scrive in modo molto chiaro uno lo riconosce subito, al volo, di star leggendo un libro di Adams e se lo gode meglio di quanto si godrebbe un libro con la stessa mirabolante storia ma con uno stile più da “ritrattista”.

    Col ché non voglio dire, fottitene delle storie e ammazzati per cercare il tuo stile! Solo ricordiamoci di lavorare su entrambi i due campi fino a raggiungere il nostro massimo limite in entrambi.

  58. 120 Alex 404

    Non mi dispiacerebbe essere ricordato per quello che c’è DENTRO il mio libro invece di COME sia stato scritto.

    Personalmente sono per l’ottenere qualcosa che mi permette di esprimere il più possibile in meno spazio possibile… ho un background di sceneggiatura per audiovisivi lineari dove l’obiettivo è far capire il più possibile in una scaletta feroce. In un libro è una pacchia a confronto :D

    Prendo spunto da un tuo esempio sull’anatomia.

    Io punto ad uno stile essenziale e snello, come già detto: sto lavorando duramente per ottenerlo, e spero di diventarci abile un giorno.
    Fare un disegno anatomicamente corretto è intermedio? ottimo, per ora mi basta. Ma perché imparare a disegnare un corpo umano in un’altra maniera, quando invece puoi cambiare il soggetto del disegno? È questa la chiave di volta.

    Non dobbiamo sforzarci di imparare nuovi modi per disegnare sempre lo stesso corpo umano… proviamo a disegnare qualcosa d’altro, ma sempra in modo talmente chiaro da far imparare a chi ci legge le più piccole minuzie del soggetto.

    io mi sono dovuto leggere un manuale di anatomia comparata per creare alcune creature del mio libro. Tengo lo stile trasparente e sbatto in faccia le budella delle mie creature al lettore, senza filtri. Non mi serve aggiungere un tratto impressionista se il concetto è forte abbastanza. A quel punto sarà egli stesso a raccontarsi al lettore e io dovrò solo guardare come andrà a finire.

  59. 119 Hendioke

    Diciamo che il discorso portato avanti da Gamberetta nel suo blog e quello di Stefano sono complementari.

    La cosa più importante è che un autore approdi alla fine a un suo stile o se, beato lui, ne ha uno fin da principio arrivi a pulirlo e perfezionarlo. Lo stile trasparente che non si vede e non si sente(TM) è, secondo me, un passo intermedio. Dice bene Alex 404, quello trasparente non è un “non stile” è uno stile che richiede fatica e impegno ma è anche uno stile standard: è l’equivalente della capacità di schizzare un corpo anatomico e delle linee prospettiche per il pittore ma se ti fermi lì non sei né più ne meno che un ritrattista da strada.

    Una volta acquisite le regole dello stile trasparente puoi sì dirti scrittore, e pisciare in testa a buona parte degli scrittori italiani (come i ritrattisti di strada possono pisciare in testa a un bel po’ di artistucoli contemporanei), ma non puoi ancora dirti uno Scrittore con la maiuscola. Per quello avere uno stile che sia proprio, che permetta di distinguerti dagli altri, è fondamentale almeno quanto riuscire a imbastire storie avvincenti e colme di sense of wonder.
    E’ l’equivalente della differenza che passa fra un bravo pittore che conosce tutte le regole e le sa applicare e un Modigliani, che non era certo un pirla che non sapesse disegnare un viso con tutti i crismi, ma ha deciso di andare oltre e creare uno stile suo (e oggi ce lo ricordiamo bene mentre con ricordiamo migliaia di pittori suoi contemporanei).
    E questo stile personale è anche questo uno stile che si ottiene con tanta fatica e tanto impegno.

    Il problema di molti autori italiani è che pensano che uno stile, fintanto che è personale, vada bene: sia già compiuto così. Solenne minchiata.
    Pensare che lo stile letterario di uno che non s’è mai preso la briga di studiare i meccanismi interni alla letteratura possa aver successo solo perché è diverso dagli altri è come pensare che si possa vincere a tennis solo perché non si gioca tenendo la racchetta come gli altri, o che si possa diventare grandi pittori senza studiare un cazzo perchè tanto i nostri ghirigori “sono così interessanti e intimI”, bah!

    Gamberetta a parer mio in questi anni è caduta più volte e in moli post nel credere alla minchiata opposta, ovvero che esista uno stile solo, quello che segue le regole, e che gli altri facciano cagare a prescindere. Non ha preso inconsiderazione l’idea che il traguardo da lei indicato è il secondo passaggio di un percorso che porta dal non avere stile, o averne uno pessimo, ad averne uno personale.
    Posso immaginare che una spinta verso questa convinzione gliela abbiano data i romanzi schifoserrimi che s’è dovuta sorbire di Troisi, Strazzu&Co., ma è troppo intelligente perché non possa cambiare idea.
    E spero vivamente cambi idea perché è piena di potenziale ma adesso che ha finito di studiare è il caso che si muova verso il passo successivo, sennò rischierà di rimanere solo una brava maestra e una brava ritrattista quando potrebbe ambire a più alte vette.

  60. 118 Sandavi

    @Stefano
    Gerrold però non intende “diventare bravi scrittori”, ma che si può iniziare a definirsi scrittori dopo un tot di esercizio pratico.
    Non ho letto i romanzi di Gerrold, perciò non giudico i suoi scritti, tuttavia, un docente di ingegneria può essere un bravissimo docente, che conosce tutte le regole della buona ingegneria, ma all’atto pratico essere un ingegnere di medio livello.
    Il ruolo dell’insegnante non è quello di essere genio lui, ma essere abile nel trasmetterti passione e strumenti per fare da te. E in questo penso che riesca bene.
    Vedi, gli scrittori americani hanno tutti studiato, cominciando dal basso, dal fare esperienza. I migliori per lo meno hanno fatto così, indistintamente.
    Studiano sin dal liceo critica letteraria, scrittura creativa, ecc. , si esercitano, insomma.
    In Italia questo non accade e si vede il risultato. Non è solo la narrativa fantastica ad essere in crisi, ma l’editoria italiana in genere. Quella americana al contrario mi sembra piuttosto florida. Questa gente vende milioni di copie perché sa quello che fa. Non improvvisa. Non starnuta sul foglio parole a caso.
    Restando nell’ambito del fantastico non c’è un solo autore italiano (tranne forse Zuddas, ma lo conosco troppo poco per giudicare) che possa avvicinarsi anche solo lontanamente a un Martin, una Le Guin, un Heinlein, quanto a stile, coerenza, fantasia, emozione, sense of wonder. E a mia memoria, in generale dall’unità d’Italia ad oggi non riesco a ricordare un autore italiano in questo genere che si possa definire “di spicco”. Forse non è il nostro campo. Forse non ci siamo evoluti dai tempi di Tomasi di Lampedusa, Italo Svevo e compagnia. Non è nelle nostre corde il fantastico. Noi siamo per i romanzetti rosa, il ridicolo e i drammi umani. Con qualche punta di pornografia letteraria.
    Licia Troisi, D’Angelo e Dimitri sono il massimo che possiamo permetterci evidentemente.
    Però non riesco a fare a meno di pensare che con un po’ più di umiltà, studio, editing si potrebbero ottenere grandi risultati, invece di arrivare a pubblicare oscenità tipo Strazzulla, Ghirardi…
    Tu dici che lo stile e proprio dell’autore, ed è vero. Ma questi non hanno stile, non hanno niente e solo perché non si degnano di studiare un po’. E stesso dicasi per editor e case editrici.
    Se uno non si applica, non si esercita, non ha stile, non è un genio incompreso ma un ignorante. Ogni forma d’arte è così. Potrai anche avere un grande estro nel pensare ad una cascata di prosciutto di cinghiale su un’impalcatura di focaccia a forma di tritone, ma se non hai conoscenze di cucina tutto quello che farai sarà sprecare un sacco di ingredienti. Forse era meglio se andavi al ristorante (biblioteca) a gustare un buon piatto (romanzo appassionante) realizzato da un vero cuoco (vero scrittore)

  61. 117 Alex 404

    @stefano : quello che scrivi non contraddice quello scritto da gamberetta. La tua citazione spiega “fatevi un vostro stile”. che è un concetto totalmente astratto. Uno stile pulito e trasparente non è un “non stile”, ma una faticosa meta

  62. 116 Stefano

    Ecco, milioni di parole e poi scrivere le cose che scrive Gerrold e come le scrive lui: no. Piuttosto lascio perdere e me ne sto tranquillo a leggere come ho fatto per anni.
    La Gamberetta ha parlato di libri sulla scrittura di Gerrold, Bova e Scott Card, tutta gente che conosco. Ora, da umile esordiente, accetto i consigli di tutti perchè da tutti si può imparare, specie da dei professionisti. Ma se penso ai libri di questi scrittori, semplicemente indistinguibili, allora penso che non ne vale la pena.
    Se uno scrive deve scrivere con un suo stile personale, riconoscibile come suo. Non ci si arriva in un attimo ma quello è l’obbiettivo cui tendere. La Gamberetta non è d’accordo, lo so: lei ritiene che lo stile debba essere il più invisibile possibile e che quel che conta è lo storia. Lo stile giusto è quello che scompare dietro la storia. D’accordo che ci sono dei limiti, che la chiarezza è importante e bisogna evitare i virtuosismi e le oscurità ma…
    Faccio parlare Raymond Chandler, uno dei più grandi e influenti giallisti del Novecento, creatore di Philip Marlowe – quindi qualcuno che non può essere accusato di ‘literary fiction’ (un vostro babau senza consistenza, btw).
    “La cosa che dura di più nello scrivere è lo stile, e lo stile è l’investimento più prezioso che possa fare del suo tempo uno scrittore. Ci vuole tempo per farlo fruttare, il vostro agente lo deriderà, il vostro editore non lo capirà, e ci vorrà gente che non avete mai sentito nominare per convincerli poco a poco che lo scrittore che mette il suo marchio individuale su quel che scrive alla fine conviene di più’.
    (The most durable thing in writing is style, and style is the most valuable investement a writer can make with his time. It pays off slowly, your agent will sneer at it, your publisher will misunderstand it, and it will take people you have never heard of to convince them by slow degrees that the writer who puts his individual mark on the way he writes will always pays off)

  63. 115 Sandavi

    @Stefano
    Guarda ti do’ atto di aver scritto post comprensibili, non offensivi, esprimendo un punto di vista su cui si può discutere e dal quale non mi sento trattato come un idiota fanatico. Finalmente uno che ci arriva, bravo!
    Per quanto hai scritto personalmente condivido tutto, salvo che:

    1. Come tu stesso dici per fare certe cose ci vuole maestria, al che uno prima di tutto deve conoscere un minimo di regole e padroneggiarle e questo è vero in tutte le arti e i mestieri e anche nel mio lavoro (chimico), mentre il fantasy italiano è ammorbato di scrittori che pensano di sapere e non sanno una cippa

    2. Non guardo ai romanzi dell ’800 con disprezzo (ne ho letti a dozzine), e dovrebbero essere letti da tutti perché allenano il cervello. Ciononostante, non siamo più ai tempi di Dumas e nemmeno di Tolkien, oggi si può scrivere in modo diverso. Inoltre i motivi trainanti di alcune opere “immortali” sono le idee, che erano sicuramente geniali per il tempo in cui furono scritte e che ancora oggi ci fanno magari ignorare uno stile pesante (ciò non toglie che molti scrittori contemporanei di Dumas scrivessero molto meglio di lui e sono comunque considerati colossi della letteratura)

    3. Penso che in ogni caso bisogna studiare studiare studiare studiare. Gerrold sostiene che si può iniziare a definirsi scrittori e a pensare ad un’opera seria solo quando si è scritto almeno un milione di parole. Prima di questa cifra si è semplici esordienti. Guarda Martin. Dai una scorsa al numero di racconti, romanzi, saggi e sceneggiature scritte prima di approdare a Song of Ice and Fire. Ai premi vinti. Ai riconoscimenti di critica. Ecco, entro certi limiti lui può anche permettersi di scrivere con disinvoltura ignorando un po’ di regole. Quello che fa imbestialire me, invece, è la supponenza di certi scrittorucoli e lettorucoli che starnazzano di “Arte che non si può imbrigliare”, “Arte che non ha regole” e cazzate simili. Io dico: andate a studiare, a rompervi il collo su decine di racconti e poi forse potete dire qualcosa.

  64. 114 Stefano

    Facciamo un esempio pratico.
    La gestione del pdv è assolutamente fondamentale, su questo non si discute. Va controllato, tenuto fermo e scambiato solo in maniera chiara e inequivocabile, per esempio fra un capitolo e l’altro.
    Ma il lettore non è completamente ingenuo e, se lo si fa con maestria, non è impossibile mutare il pdv in mezzo al capitolo se c’è un motivo per farlo.
    Tipo, il protagonista sta elaboratamente cercando di ingannare un altro personaggio con una lunga storia e questi pare convinto. Se a questo punto, con tutta la necessaria disinvoltura, entriamo nella testa del personaggio ingannato per scoprire che non sta credendo una parola e anzi è un po’ offeso dal patetico e scoperto tentativo di ingannarlo questo può andare benissimo. Il nostro eroe se ne andrà convinto di avercela fatta mentre noi sappiamo che ha fallito, con tutte le conseguenze del caso. Suspense non significa far succedere cose impreviste all’improvviso (bum!) ma far succedere cose impreviste al personaggio e conosciute da noi (fra un ora ci sarà un bum! e lui non lo sa!).
    In questo caso il pubblico non sarebbe confuso ma, al contrario, interessato.
    Poi c’è il discorso delle scene corali, tipo una battaglia o una rivolta, in cui il punto di vista del narratore onnisciente è di gran lunga più efficace ed economico, specie se si tratta di qualcosa di importante ai fini della storia. Se il nostro interesse è solo lo sviluppo del personaggio allora possiamo anche qui rimanere legato al suo limitato pdv (tipo la battaglia di Waterloo nella Certosa di Parma) mentre se la battaglia è di per se fondamentale allora dobbiamo cercare di farla capire meglio che possiamo (come Borodino in Guerra e Pace o Waterloo nei Miserabili).
    Per quanto riguarda il narrato c’è anche qui un problema di ampiezza. Se per caso il nostro protagonista è un re o un leader politico bisogna trovare il modo di far vedere tutta la complessità della situazione e qui, senza esagerare, almeno all’inizio sarà bene preparare il terreno raccontando un bel po’ di storia, così da preparare il terreno all’ingresso del protagonista (se invece il nostro è un personaggio ‘basso’ socialmente allora possiamo evitarlo e limitarci a scoprire con lui la situazione).
    Faccio un esempio un po’ atipico.
    ‘Pavana’ di Keith Roberts è uno dei migliori romanzi ucronici di sempre. Descrive un Inghilterra degli anni Sessanta ancora semimedievale dopo la vittoria dell’Armada Spagnola nel 1588 e la sconfitta del Protestantesimo. Il romanzo si sviluppa in una serie di 6 racconti. I personaggi vivono nel loro mondo che per loro è del tutto normale, cioè non stanno a pensare cose tipo ‘Ah, se la Regina Elisabetta non fosse stata uccisa…’. Quindi, nel corso delle storie, ci vengono date pochissime informazioni storiche. Potrebbe essere un po’ confuso se all’inizio Roberts non avesse premesso una breve narrazione storica (una pagina e mezza) in cui ci riassume gli eventi fra il 1588 e il 1960, quando comincia il romanzo. E’ l’autore che parla, come dal cielo, ma funziona benissimo e ci permette di seguire molto più chiaramente tutto il resto.
    Come dicevo, se una cosa funziona, se rende la narrazione più efficace e appassionante, allora è giusta anche se si prende delle libertà con le ‘regole’. Bisogna farlo con criterio ed evitare la confusione, fidando nel fatto che i lettori non sono completamente idioti (anche nel cinema, per esempio, si usano i flashback senza che la gente vada in confusione, se sono fatti con criterio).

  65. 113 Stefano

    “Secondo l’assioma per cui la narrativa è diversa da qualsiasi altra attività umana, immagino. Musica, pittura, scultura, cinema e teatro compresi. Mah”.

    In effetti è esattamente così: la letteratura è diversa da qualsiasi altra attività umana e lo stesso si può dire di musica, pittura, scultura etc
    Tutte attività molto diverse l’una dall’altra, che richiedono capacità e tecniche diverse.
    Si può sostenere, con Croce, che tutte le arti, in essenza, sono la stessa cosa (l’arte come intuizione-espressione) e che le differenti tecniche sono un problema secondario ma non credo che la Gamberetta accetti questo programma.
    Il mio problema con lei ed i suoi più rigidi seguaci è proprio qui. Quando sento dire che ‘oggi’ sappiamo come si devono scrivere i romanzi e che un tempo non lo sapevano, non erano capaci perchè non conoscevano le ‘regole’ mi imbestialisco. In letteratura, in arte, c’è mutamento ma non c’è progresso, se non in termini estremamente ridotti e superficiali. L’arte non è la scienza ne’ tantomeno la tecnologia. Non dobbiamo accettare acriticamente l’eredità del passato ma non dobbiamo nemmeno guardarla dall’alto in basso, compiaciuti della nostra superiorità: ‘Quel povero Dostoevskij ci metteva impegno ma poverino, non ci arrivava. Non era intelligente come noi moderni. Vuoi mettere cosa avrebbe potuto tirare fuori John Grisham da un’idea carina come quella di Delitto e Castigo?’
    Non siamo costretti ad accettare qualcosa solo perchè ha commosso e appassionato milioni di persone ed è ancora letto dopo decenni o secoli o millenni. Ma non è il caso nemmeno di fare come gli Ultimi Uomini di Nietzsche: ‘Una volta il mondo intero era matto’, affermano i più sagaci, e ammiccano.
    Bisogna tenere conto dell’efficacia e l’efficacia, in narrativa, non è la stessa di un orologio o di un esperimento del Cern. Ci sono regole utili ma se uno scrittore le infrange e ottiene lo stesso il risultato di interessarci, appassionarci o commuoverci il nostro atteggiamento non deve essere: ecco, ha sbagliato.
    Se no tante vale dire ‘non è bello ciò che è bello ma è bello ciò che piace’, oppure ‘non esistono regole, solo il gusto’ perchè alla fine ci ritroviamo con due atteggiamenti opposti e altrettanto sterili.
    Anche il successo va considerato giustamente. Un successo qualsiasi, frutto di un lancio pubblicitario azzeccato, di una moda, di una coincidenza, non ci deve interessare. La storia della letteratura è piena di autori popolarissimi dimenticati subito dopo il giorno della morte. Ma quando vediamo che un opera attraversa i decenni – Il Signore degli Anelli, il Giovane Holden, Siddartha – incontrando sulla sua strada sempre nuovi lettori e senza che l’autore possa andare a farsi pubblicità da Fazio allora dobbiamo fermarci e pensare perchè ciò sia accaduto e non consolarci con la certezza che noi siamo intelligenti e la massa stupida perchè potrebbe non essere vero.
    Prendiamo uno scrittore di incredibile successo, Alexandre Dumas. Dumas scriveva incredibilmente male e il 90% della sua opera è irrecuperabile. Ma ha centrato non uno ma ben due dei grandi archetipi della modernità, i Tre Moschettieri (il gruppo di eroi in lotta con il mondo e l’integrazione del quarto escluso) e il Conte di Montecristo (la vendetta di lunga durata a tutti i livellli della società), due tropi che ancora vengono rielaborati in mille modi diversi (e dai romanzi di Dumas si continuano a tirare fuori film, per dire). Siamo sicuri che tanti scrittori d’oggi, di quelli ‘corretti’, sapranno fare altrettanto?

    P.s. Vogliamo smetterla con la stronzata che una volta i romanzi erano ‘troppo lunghi’ perchè gli scrittori erano pagati a pagina? Anche adesso è così: i romanzi di Stephen King non sono mai meno di 800 pagine e vanno fortissimo i cicli fantasy da migliaia e migliaia di pagine di pura logorrea. Quindi non insultiamo il passato senza conoscere il presente.

  66. 112 Alex 404

    Mi intrometto. Lurker da tanto, pochissimi commenti, ma serissimo e assiduo scolaro.

    Nove mesi fa ho cominciato a scrivere il mio libro. È quello che è, ho ovviamente delle alte aspettative su di lui e mi sono messo più volte in gioco per migliorarlo. In realtà lo preparavo e raccoglievo informazioni da anni.

    Nove mesi fa ho anche cominciato a sfogliarmi i blog di scrittura in modo critico e a frequentare forum sull’argomento.

    Lo scopo? migliorare. Sempre.

    Ho riscritto più e più volte ogni passaggio&dialogo, seguendo i manuali di gamberetta in primis, che OGGETTIVAMENTE sono stati illuminanti, e…

    Qualche mese fa, dopo aver riscritto con le ultime modifiche alla trama il primo capitolo, l’ho confrontato con la primissima versione dello stesso.

    È stato allucinante. Non ho idea se in assoluto la mia opera sia degna o valga un tallero bucato, ma la cura pre- e post- gamberi fantasy è da pubblicità sul giornale.

  67. 111 ConiglioVolante

    @Erscry:

    Secondo me è sbagliato, a prescindere da qualsiasi altra cosa, parlare di giusto o sbagliato in narrativa

    Secondo l’assioma per cui la narrativa è diversa da qualsiasi altra attività umana, immagino. Musica, pittura, scultura, cinema e teatro compresi. Mah.

    A me piace il raccontato, non il mostrato

    Rick Deckard è un cacciatore di androidi. Una mattina si sveglia, va al lavoro e gli dicono che ne deve far fuori sei. Rick passa la giornata rintracciando questi androidi, se ne tromba uno dello stesso modello, alla fine li ammazza tutti.
    Piaciuta la storia? Immagino quante emozioni ti abbia trasmesso! D’altra parte a te piace il raccontato, quindi mica hai bisogno di dettagli concreti!

    e l’arte è soggettiva

    Altro assioma che dai per scontato. Peccato che l’arte non sia soggettiva neanche per idea. Ti suggerisco di leggerti qualche caposaldo della critica d’arte e dell’estetica (sono sicuro che riuscirai a trovarli da te su google, ma se dovessi essere indeciso non esitare a chiedere).

    questa volontà di creare delle regole

    Parbleu! Ma che bella notizia che mi dai! Quindi se io domani scrivo sul mio blog la legge di gravitazione universale sto creando delle regole? Buono a sapersi!

  68. 110 Ettore

    Fino a prova contraria i lettori sono abituati a leggere quello che gli piace; ad esempio: a me piace il raccontato, non il mostrato, e nessuno mi può far cambiare idea. E nessuno, allo stesso modo, può dire che sia sbagliato raccontare invece che mostrare, perché è solo arte, e l’arte è soggettiva, se a me piace così piace così, punto, se a te piace così piace così.

    Chiaro che ad ognuno piace quello che piace; una cosa scritta male può piacere a qualcuno, però una cosa scritta bene piacerà (probabilmente) a molta più gente. Lo scopo dello scrittore è scrivere per gli altri, non per sé stesso, quindi è logico pensare che voglia farlo nel migliore dei modi, in modo da raggiungere più persone.

    Poi ognuno ha diritto a farsi piacere quello che vuole, ma credo che sia comunque importante riconoscere se una cosa è fatta bene o male.

  69. 109 Sandavi

    @Erscry
    Sui gusti nessuno eccepisce. Per il gusto, ci può essere pure qualcuno che ama le cozze al cioccolato. Alle facce deformate dal ribrezzo degli amici costui potrà rispondere sempre “Embé? A me piace!”

    Qualcuno dei miei amici (anche se ho i miei dubbi) potrebbe pure squagliarsi dalla commozione a sentirmi pizzicare le corde della chitarra a caso e cantare come un gallo spennato, tuttavia ciò non vuol dire che il mio modo di suonare e cantare, osservato dal punto di vista delle regole musicali, sia oggettivamente una schifezza

    E poi ehi! io adoro i colori! La mia è pura passione per la pittura!!! Però non riesco a capire come mai ai miei amici non piacciono quelle quattro chiazze di colore buttate sulla tela… eppure erano intrise di Arte e Passione!!!

  70. 108 Eosforo

    Erscry, la maggioranza delle tecniche narrative sono state codificate tra metà ’800 e metà ’900, mentre alcune tecniche sono addirittura precedenti.
    I lettori sono abituati male perché gli editori pubblicano quasi solo (ma non del tutto, per fortuna) roba scadente. Inoltre molte tecniche sono supportate da prove scientifiche sperimentali, in particolar modo il “mostrare”. Se il cervello umano funziona in un determinato modo non posso farci nulla.
    Poi i gusti son gusti, certo, ma perché plasmati anche e soprattutto dall’abitudine. E attualmente la maggioranza dei lettori è abituata a essere pigri e ad accontentarsi del raccontato…

  71. 107 Erscry

    Se posso dire la mia, l’intento di questo articolo è ammirevole, ma ho letto nei commenti cose che non stanno in cielo né in terra.
    Secondo me è sbagliato, a prescindere da qualsiasi altra cosa, parlare di giusto o sbagliato in narrativa, ed è un colpo al cuore sentire frasi come ” i lettori sono abituati a leggere chi scrive male “. Fino a prova contraria i lettori sono abituati a leggere quello che gli piace; ad esempio: a me piace il raccontato, non il mostrato, e nessuno mi può far cambiare idea. E nessuno, allo stesso modo, può dire che sia sbagliato raccontare invece che mostrare, perché è solo arte, e l’arte è soggettiva, se a me piace così piace così, punto, se a te piace così piace così. E questo non toglie il fatto che io ammiri questa volontà di creare delle regole per un tipo di narrativa nuova ( perché parliamoci chiaro, nessuno scrive così, e almeno attualmente quasi nessuno legge roba scritta così ) che da un certo pubblico può essere senza dubbio apprezzata

  72. 106 Michele

    gamberetta, ti amo ma “sarebbe dovuto essere” non si può leggere. Dover essere qalcosa è transitivo, quindi “avrebbe dovuto essere”.
    ciao!

  73. 105 Gwenelan

    Ho letto adesso l’altro commento, scusate il doppio post.
    Concordo così così su quel che dici. Ci sono anche romanzi in cui la vicenda è più importante, che durano secoli pure loro. Esempio, ma potrei ricordare male, correggetemi se sbaglio: I Viaggi di Gulliver. Gulliver non era mica un super-pg ben caratterizzato a 360°, era caratterizzato quanto bastava, ma uno si ricorda tutto il resto.
    Il mio consiglio però resta valido: lascia i pg liberi di fare come vogliono, se sono così vivi, e vedi dove ti portano. Se alla fine non t’impiorta la bella storia, ma i pg, segui loro :).

  74. 104 Gwenelan

    Beh, tu chiedevi:

    La necessità narrativa spinge verso il finale tragico; il senso morale verso il finale drammatico e spettacolare. Quale deve contare di più?

    E la risposta , imho, è: conta riuscire a fare la storia migliore. Ok, i personaggi sono ben caratterizzati, ma se il finale che ti piace “ci sta”, allora bene, se “non ci sta”, e vuoi fare comunque una bella storia o cambi qualcosa prima perché il nuovo finale “ci stia”, o cambi il finale e sacrifichi qualche pg. Per i pg, secondo me ti fai troppi scrupoli: immagino come sarebbero usciti svariati ottimi romanzi (uno a caso: “La guerra contro gli Chtorr” di Gerrold che ho qua davanti) se l’autore avesse promesso ai personaggi l’incolumità/la salvezza (loro, o dei loro cari). Se io fossi un pg di Gerrold, lo prenderei a mazzate sulla testa, ed è giusto così. D’altronde, se i pg sono così ben caratterizzati, fai decidere a loro: alcuni pg si buttano dai dirupi, metaforicamente parlando, da soli, non c’è bisogno che li spingi, e tenerli su sarebbe creare un Deus Ex-Machina, o mandarli OOC.
    Poi, se il finale che piace a te ci sta senza dover cambiare niente, perfetto, ovviamente :).

  75. 103 Stefano

    Detta breve breve: per me la vera missione della letteratura (della narrativa e dell’arte in genere) non è creare storie ma creare persone. Idealmente, il meglio è che la storia permetta con l’azione lo svilupppo del personaggio ma, dovendo scegliere, ci sono romanzi memorabili in cui succede pochissimo ma i protagonisti rimangono impressi per decenni o secoli, mentre una storia concitata e avvincente popolata di marionette non durerà altrettanto, per quanto possa divertire sul momento.

  76. 102 Stefano

    Preciso ancora il senso di ‘tragedia’.
    Alla fine una delle parti in lotta vincerà, nominalmente, ma la vittoria sarà amara e vuota e percepita come tale dal vincitore.
    Un esempio basic: lo scontro fra un ufficiale e un sottoposto durante una situazione di pericolo. L’ufficiale, capace e coscienzioso, vuole mantenere l’unità del gruppo come unica possibilità di sopravvivenza. Il sottoposto è uno spirito libero e indipendente con un piano ardito e originale che però potrebbe fallire. Gli altri personaggi sono incerti fra le due prospettive. Alla fine l’ufficiale riesce a imporre il suo volere e porta il gruppo alla salvezza, grazie anche al sacrificio del sottoposto ribelle, che diventa un eroe mentre l’ufficiale è odiato dagli uomini che ha salvato.
    (non male, se penso che l’ho inventata in questo momento…)
    Quanto ai personaggi…
    Possiamo dire tutto il male possibile di Manzoni ma uno che ha inventato una simile galleria di personaggi più veri del vero (Don Abbondio!) non è una nullità. In linea generale i grandi romanzieri del Novecento avevano una capacità di creare uomini e donne così vivi da far sembrare figurine scialbe quelli del Novecento (so much for progress in the arts…)
    Come chiunque si sia mai occupato di leggere manoscritti inediti (tipo la Gamb.) potrà confermarti, chi vuole scrivere narrativa di genere (specie ammeregana) si limita a tirare fuori soldatini dalla scatola e dargli un nome, senza preoccuparsi troppo di distinguerli o elaborarli personalmente. E’ come una compagnia teatrale all’antica in cui i ruoli sono fissi: la primadonna, il primo attore, il cattivo, l’ingenua, il giovane romantico, il vecchio padre, la spiritosa servetta etc.
    I personaggi sono funzionali alla storia che però, misteriosamente, si rivelerà anch’essa banale e scialba, non potendo contare su caratteri forti. Puoi sfangartela: che so, in fantascienza un’idea forte può essere affidata a caratteri di plastica e funzionare lo stesso ma è pur sempre un gimnick che col tempo mostra la corda.
    Ora, io parto dall’idea che per scrivere bisogna prima aver letto molto.
    Perciò posso dire con una certa sicurezza che, quali che siano i miei limiti come scrittore (e di cui sono dolorasamente consapevole), i miei personaggi sono originali e caratterizzati. La storia è ambientata oggi (a Genova, fra l’altro) e fermamente situati nel nostro tempo ma non sono generici come quelli di una fiction televisiva e tantomeno presi di peso dai generi americani alla moda e malamente trapiantati nella nostra realtà (come gran parte della narrativa di genere italiana, eccetto il noir, che una minima tradizione italiana se l’è creata).
    Quindi, essendo un frutto della mia fantasia e della mia esperienza del mondo, ho un obbligo verso i miei personaggi e un vincolo affettivo. NOn si possono semplicemente sacrificare alla storia come se fossero dei mezzi e non dei fini (come disse Kant: trattare gli altri sempre come fini e mai come mezzi). Come ho detto, sto provando a scrivere anche l’altro finale e alla fine vedrò. Quello tragico funziona, ma se riesco a scrivere quello spettacolare come spero, allora si torna alla prima idea (che poi funzionerebbe molto meglio se si dovesse fare il film…)

  77. 101 Gwenelan

    Sì, ho capito meglio :). Ma, non mi pare che nella “tragedia” per forza perdono tutti (magari uno vince, anche se hanno tutti ragione, e gli altri perdono… a meno che non intendi che tutti perdono perché nessuno si accorge della ragione altrui e che quindi ci perde in un certo senso). Guarda, per *me* la decisione è semplice: punta sulla storia e lascia stare il resto. Ai pg non promettere cose, digli solo “vedremo” ^_^ e poi se la vedono loro. L’alternativa sarebbe quella di forzare la storia a essere in un modo che non è il suo e, sì, forse avresti più successo, ma devi vedere cosa preferisci: successo o bella storia? Se vuoi fare una bella storia, il senso morale verso i pg lascialo pure su uno sgabello per il tempo in cui scrivi, e poi scusati ^-^.

  78. 100 Stefano

    Mi spiego.
    Evitando citazioni di autorità vecchie e nuove, dirò che per ‘tragedia’ si intende un conflitto in cui TUTTI o quasi hanno ragione e in cui perciò qualsiasi risoluzione sarà una sconfitta per tutti.
    Se invece organizzi la storia intorno a un conflitto fra buoni e cattivi più o meno facilmente riconoscibili ma riconoscibili, puoi far succedere un mucchio di cose terribili, commoventi, tristi etc ma non hai una tragedia, ma un dramma. Puoi anche far vincere il Male ma dato che si tratta solo di uno spettacolo o di una storia è chiaro che i nostri valori e concetti di bene e male rimangono intonsi. Tecnicamente puoi far vincere il male ma alla fine vince comunque il bene proprio per il fatto che hai potuto rappresentarlo.
    Ora, io ho scritto la mia storia dando delle ragioni a tutti; nessun personaggio è interamente buono o cattivo (tranne uno minore che, non per niente, è caricaturale). Quando sono arrivato alla fine mi sono reso conto che, con un semplice piccolo espediente che derivava naturalmente dalla storia, il finale poteva essere assolutamente e naturalmente tragico in cui tutti i personaggi perdevano e nessuno vinceva.
    Invece, il finale che avevo pensato all’inizio era drammatico nel senso di essere violento e concitato ma in cui, alla fine, tutti i personaggi sono salvati, in un modo o nell’altro. Un fnale ‘life-affirming’, lontano dal pessimismo modaiolo.
    Ora, dove entra il ‘senso morale’? Nella mia obbligazione nei confronti dei personaggi. Se uno cerca di inventare dei ‘veri’ personaggi invece di prenderli dalla scatola di soldatini del ‘genere’ e li considera seriamente come ‘individui’ e non come semplici funzioni narrative (anche nel senso nobile della narratologia o dello strutturalismo di Propp) finisce per contrarre degli obblighi nei loro confronti. Se gli prometto un finale che li salverà tutti e invece, all’ultimo momento, rovescio la barchetta a tradimento e li faccio annegare tutti, allora ho fatto una porcata anche se questo finale, dal punto di vista narrativo, è migliore.
    Per me la morale, in narrativa, non è un rapporto fra autore e lettori ma fra autore e personaggi. Inoltre, non è detto che la maggioranza dei lettori preferisca la realtà della tragedia alla consolazione del dramma e perciò da questo dipendono anche le possibilità di successo.
    Più chiaro il mio dilemma?

  79. 99 Gwenelan

    @Stefano:
    Non so se è davvero il caso del tuo romanzo, perché dovrei leggerlo, ma non sempre la necessità narrativa spinge verso il finale tragico, così come non sempre “il senso morale” (tra virgolette perché non capisco che intendi) spinge verso il finale drammatico e spettacolare. Dipende dai casi, ci sono romanzi che chiedono un finale meno tragico di altri, e gente il cui “senso morale” chiede finali molto più tragici. Devi vedere quale ci sta meglio, e che tipo di finale hai promesso fin dall’inizio.

  80. 98 Stefano

    Un po’ di pratica.
    Ho appena finito di scrivere un romanzo. E’ una storia di giovani e arti marziali. Il plot si incentra su un incontro di kick boxing fra due giovani pugili (belli come i vampiri di Twilight, btw). Il romanzo altro non è che il percorso per giungere al combattimento, poi la descrizione dello stesso e le sue conseguenze.
    Il punto di vista si alterna fra i 6 personaggi principali, mentre l’incontro è narrato da un narratore onnisciente che ha il privilegio di sapere quello che tutti pensano, compresi i personaggi minori.
    L’incontro, ispirato a un vero combattimento cui mi capitò di assistere anni fa, fu la prima cosa cui pensai e organizzai in dettaglio ma senza scriverlo.
    Partii dall’inizio e procedetti laboriosamente verso il climax, intrecciando i destini dei vari personaggi e facendoli interagire. Il giorno dell’incontro, dal mattino alla sera, occupa quasi cento pagine (un piccolo Ulysses, in effetti).
    Arrivato a quel punto, una sorpresa. Arrivato a 5 minuti prima del combattimento, con i due pugili pronti a salire sul ring, mi resi conto che era del tutto inutile descriverlo. I personaggi si erano ormai rivelati completamente e il risultato era scontato. Così al posto del fight, una breve scena in cui all’Ufficio Decessi del Comune arriva la denuncia di morte di uno dei due pugili. Dal contesto della storia le vite di TUTTI i personaggi sono rovinate, forse irrimediabilmente. Una pagina invece delle venti previste. Un finale tragico ma perfettamente coerente.
    Bene? Non proprio.
    Avevo convissuto con i miei personaggi per circa un anno. Erano cambiati e cresciuti, pur rimanendo fedeli alla visione iniziale. Avevano preso iniziative personali, avevano sviluppato tratti caratteriali imprevisti, possedevano ognuno un suo linguaggio distinto. Gli avevo promesso un finale in cui tutti avrebbero avuto qualcosa: chi la vittoria, chi una consolazione, chi un occasione di riscatto.
    Invece, all’ultimo momento, in base a considerazioni puramente narrative, li scaravento tutti nella più cupa disperazione.
    Mi sento una merda. Di uno dei personaggi mi ero pure innamorato.
    Ora ho cominciato a scrivere il finale come l’avevo immaginato all’inizio. E’ spettacolare, drammatico, pirotecnico, pieno di effetti speciali (compresa una near death experience) e ovviamente è molto più difficile da scrivere: un incontro che dura poco più di dieci minuti dura almeno venti pagine. Poi alla fine, se mi viene bene, lo userò; se no mi terrò la tragedia e l’impossibilità di scrivere un seguito, dovesse avere successo.
    Dov’è il punto? La necessità narrativa spinge verso il finale tragico; il senso morale verso il finale drammatico e spettacolare. Quale deve contare di più?

  81. 97 Sandavi

    @Ran, Michele

    Il trucco di Martin è buono in effetti, ma funziona perché è bravo a gestire i POV, donandogli nella quasi totalità dei casi voci uniche. Se avesse messo numeri ai capitoli o titoli non si sarebbe notata la differenza. Prendere spunto? si può fare, ma il problema e che… è stato già fatto e sareste tacciati di aver semplicemente copiato.
    E’ la base che regge la struttura, ovvero la bravura dell’autore nel pensare e parlare e agire prima come un personaggio e poi come un altro e così via. Se un’autore non padroneggia bene la gestione dei POV può anche mettere come titolo il nome del personaggio, ma la sostanza non cambierà: sarà sempre confuso.
    Direi che prima di tutto è necessario molto esercizio.

  82. 96 Ran

    @ Michele

    Grazie mille per il consiglio!!

  83. 95 Michele

    @Ran
    Potresti usare il trucco Martinesco di dividere i punti di vista fra capitoli e intitolare i capitoli direttamente col nome del personaggio di turno (io faccio cosi’). In realta’ questo e’ utile all’inizio, prima i vari personaggi acquisiscono una voce inconfondibile per il lettore e meglio e’.

  84. 94 Ran

    Ciao! Ho scoperto il tuo blog da poco e mi è stato utile per capire meglio i meccanismi per una scrittura più scorrevole. Ho scritto diversi racconti di narrativa e un romanzo che a mio parere non finirà mai. Mi sono resa conto che questo “fantasy” (benché non ci siano elfi dai capelli blu che piangono, fate, draghi alti 4 km, spade magiche né super poteri donati da chissà quale dio) potrebbe essere riscritto in maniera molto più completa, “mostrato” e poco “raccontato”. Per farlo ho deciso di adottare la prima persona al presente, muovendomi fra i due personaggi principali. Tuttavia mi trovo in difficoltà quando devo cambiare dall’uno all’altro. Temo non si capisca. Certo, i linguaggi (voci) sarebbero differenti, e lo scambio non avverrebbe nella medesima scena, ma usare due voci narranti invece che un’unica non creerebbe solo confusione? Spostamenti di scene incapibili a chi legge?
    Grazie in anticipo e complimenti per il blog.

    Ps= 1 non so se hai già risposto a questa domanda, non ho letto tutti i commenti precedenti. 2 Hai mai letto “Melmoth l’errante” di Maturin o “il Monaco” di Lewis?

  85. 93 Mao

    @Linda:

    Secondo me il fatto è che una scena “mostrata” in questo modo non colpisce il lettore medio (o addirittura gli è sgradita) perché il lettore medio non è abituato a leggere cose scritte bene. Proprio perché il lettore medio legge tanto, la maggior parte delle cose che legge sono in “raccontato” con pochi brani di “mostrato” (e quei pochi brani sono spesso quelli che gli rimangono in mente in maniera più vivida, anche se non se ne accorge).
    Gamberetta invece “mostra” tutto e il lettore medio, che non è abituato a fare lo sforzo di immaginare e preferisce lasciare tutto nell’indistinto del “raccontato”, prova fastidio. Tutto qui.

  86. 92 Gamberetta

    @Sandavi.

    Sarebbe molto proficuo se raccogliessi anche solo gli articoli che hai scritto qui in un breve e-book sulla scrittura, sarebbe un bel modo di diffondere le giuste idee.

    Prima o poi succederà, penso più poi che prima, visto come vanno le cose, ma tant’è.

  87. 91 Linda

    Sono una lettrice. E’ importante questa premessa, perché quello che scriverò lo scriverò proprio da questo punto di vista. Non scrivo per pubblicare e, anche se trovo davvero interessanti articoli, commenti e discussioni in questo forum, non sono qui né per discuterne né per trarne un qualche giovamento. La ragione per cui sono qui è darvi la mia impressione di lettrice. Ovviamente il diploma di lettore non esiste, o almeno non credo, ma dalla mia ho anni di esperienza, ho letto molto e di molti generi, ad esclusione dei thriller legali e delle storie di spionaggio, che non amo. Leggo inoltre in cinque lingue, quindi riesco a discernere le varie problematiche legate all’uso di una lingua piuttosto che un’altra e quelli non meno ostiche della traduzione, visto che con le lingue ci lavoro anche.
    Detto ciò vado al punto.

    Nel lontano 2008, nel post: Riassunto delle Puntate Precedenti, Gamberetta scriveva:
    [...]se il lettore si accorge che stiamo scrivendo bene, se esclama davvero “Che prosa raffinata!”, abbiamo fallito il nostro compito, perché appare chiaro che tale lettore non era davvero stato trasportato nella Terra di Mezzo, bensì era rimasto bello inchiodato in poltrona a leggere uno stupido libro.
    La narrativa di genere è una forma ante litteram di realtà virtuale. L’autore impiega la sua arte per strappare il lettore dal suo mondo e immergerlo in un altro mondo, mondo che non solo non esiste, ma che spesso non potrebbe neanche esistere. Lo “scrivere bene”, inteso in senso letterale, è in contrasto con tale obbiettivo. Lo “scrivere bene” è come un salvagente, che impedisce al lettore d’immergersi completamente nella storia.

    Diceva inoltre, in Scacchi e scrittura
    Veniamo alla narrativa. Lo stile perfetto (o non stile) nella narrativa è quello totalmente trasparente. Uno scrittore è stato su Marte (davvero o con la fantasia), e decide di raccontare quest’esperienza al lettore: lo scopo è far sì che il lettore si trovi anche lui su Marte, che l’esperienza di autore e lettore coincida. Le parole devono sparire, e le menti delle due persone coinvolte devono sovrapporsi. Gli occhi dell’autore che ammirano il marziano devono essere gli stessi occhi del lettore.

    Non posso dire di non essere d’accordo, almeno in teoria. Eppure, quando questa teoria si cerca di portarla in pratica, io mi trovo davanti proprio ad una lingua che mi strappa dalla storia e dal piacere di leggerla. Vi propongo un esempio tratto proprio dal libro di Gamberetta, S.M.Q, capitolo 12:

    Il ghiaccio incrosta il telaio della finestra. La neve copre il davanzale. Dietro i vetri, i fiocchi scendono lenti. Una coltre bianca avvolge la collina.
    Soffio sulla tazza di cioccolata. Non fa freddo nella casetta, ma tenere le mani intorno alla porcellana calda è lo stesso piacevole. Il tepore che risale dalle dita è delizioso. Anche il profumo della cioccolata non è male. Accosto le labbra alla tazza e assaggio con la punta della lingua. Dolce al punto giusto. Forse un po’ troppo liquida, ci vorrebbe la panna montata per compensare.

    Non mi dà, questo testo, la sensazione della cioccolata che scotta tra le dita, del suo sapore dolce che compensa il freddo. Capisco che questo sia il messaggio, ma non mi arriva alcuna sensazione se non quella di fastidio. Frase, punto. Frase, punto. Frase, punto. In continuazione. Non si parla così, non si pensa così (la differenza con i suoi articoli è incredibile, lì si che il messaggio scorre e ti travolge, la lingua non lo impedisce, ma lo aiuta. Può darsi che per la narrativa sia diverso, eppure questa sintassi così scarna mi impedisce di sprofondare nel mondo raccontato. Non è naturale, mi arriva in testa come una martellata e mi distoglie dalla storia, quindi si trova a proporre proprio ciò che cerca di evitare.
    Io non sto dicendo, badate bene, che le regole alla base non siano più che valide. Non sto neanche proponendo l’uso di una lingua arcana ed infiorettata. Non sto, inoltre, scrivendo con intento polemico, non sto dicendo che Gamberetta non sia comunque una brava scrittrice. Vi sto solo dando uno spunto di riflessione, perché il lettore in una storia è importante. Si scrive per molte ragioni, ma si scrive in un certo modo proprio e soprattutto per il lettore. Non voglio dare né giudizi né nuove regole, voglio solo farvi presente la mia impressione di lettrice. Se volete, e non pensate che io sia un caso isolato, rifletteteci.

  88. 90 Sandavi

    @Gamberetta
    magari è OT ma voglio dirti una cosa, per quello che vale. Il tuo lavoro ha riacceso in me la voglia di scrivere. Non sarà gran che, ma è pur sempre un punto a tuo favore. Ne ho lette di ogni sulle pagine del tuo blog, hai la mia stima per la capacità di sostenere anche critiche furiose e insensate mantenendo un livello di conversazione dignitoso e senza mai scadere in offese e denigrazione come si usa fare su internet fin troppo spesso.
    I tuoi consigli e i manuali che hai suggerito mi stanno aprendo un mondo che non avevo nemmeno mai immaginato potesse esistere, se non altro, se pure uno non vuole condividere le tue idee, o il tuo modo di scrivere, non può non riconoscere la validità delle affermazioni che si fanno qui, semplicemente avendo la pazienza e l’umiltà di leggere un manuale, almeno uno.
    Hai fatto un bellissimo lavoro, hai un ammiratore. A dispetto della giovane età che avevi quando hai cominciato hai dimostrato almeno a me, che di anni ne ho 35, di essere competente, spiritosa, seria. Non fermarti, perché se hai convinto me avrai sicuramente convinto tubuona parte di quegli esordienti che bazzicano da queste parti. E piano piano, goccia dopo goccia prima o poi qualcosa si muoverà.
    Sarebbe molto proficuo se raccogliessi anche solo gli articoli che hai scritto qui in un breve e-book sulla scrittura, sarebbe un bel modo di diffondere le giuste idee.

    Ti ringrazio davvero tanto
    D.

  89. 89 Helgoren

    @Gamberetta:

    Ma secondo me si può scrivere “come in inglese” usando l’italiano senza il minimo problema.

    Sì, sono d’accordo. Tenderei però a limitare lo stile “all’inglese” all’ambito della narrativa; nella saggistica, ad esempio, finora non ho incontrato un’inglese che abbia un flusso del pensiero “decente”. E’ una mia impressione o anche tu hai riscontri del genere? (Sì, è un po’ OT, lo so xD).

    @Ettore: sì, tradurre le canzoni non ha senso, concordo. Proponevo solo un caso in cui era chiaro una certa qualità dell’inglese(il piccolo numero di sillabe e la sinteticità) in aggiunta a quanto detto da Dano.

  90. 88 Mauro

    In realtà la congiunzione a inizio frase è sdoganata già da un po’ (se mai c’è stato accordo sul vietarla), vedi per esempio qui.

  91. 87 Dano

    @Gamberetta

    Il discorso sul numero di parole è esatto: l’inglese ne ha più delle altre lingue latine. Riguardo al discorso della trasparenza della lingua, capisco il tuo dubbio. In effetti il mio è un giudizio di parte: personalmente comprendo meglio l’inglese dell’italiano. Ho sempre letto dall’inglese e questo ha deformato il mio “orecchio”.
    Però ripeto, le differenze tra il (moribondo) stile italiano e quello inglese (da distinguere poi tra anglosassone vero e proprio e americano) c’è, su tutti i livelli. Su quello puramente linguistico e su quello più ampio, prosodico e contenutistico. Nel bene e nel male.
    Scrittori come Wu Ming e Altieri sono acclamati oggi perché scrivono da inglesi: frasi brevi, troncate, che iniziano con E e MA (cosa solitamente considerata sacrilega dalla grammatica prescrittiva). Cose che sono entrate nel nostro linguaggio modernamente, molto anche grazie alle traduzioni. Che sia un bene o un male non lo posso dire, a me piace perché io ho l’orecchio inglese. D’altro canto però la frase brevissima che in inglese mi affascina, in italiano mi sembra da bambino delle elementari. Esempio:
    “Tuk is dead. Murdered. I found his body when I left the tent at sunrise. [...] The murderers cut his throat while he slept. I heard no cry.”
    Questo è tratto da un romanzo di altissima qualità, e a parlare è uno studioso dalla grande cultura. Se in italiano facessi una descrizione del tipo:
    “Il cielo era nuvoloso. Aveva piovuto un po’ durante la notte. Poi, verso mattina aveva smesso. Io però dormivo.”
    Ecco, questo mi fa pensare ad un linguaggio infantile.
    Per parlare di contenuti: la narrativa americana, solitamente, viene considerata solo in base alla sua godibilità. In italia, il suo aspetto etico, politico e sociale ha grande rilevanza. Se ne parlava in un tuo post, tempo fa.
    Ora, anche a me sta sulle palle chi si fa le pippe mentale sulla moralità degli autori, ma dobbiamo riconoscere che, de facto, abbiamo un modo di approcciare la realtà diversa. Dire semplicemente che il loro approccio è migliore del nostro perché sì, è piuttosto miope.
    Ripeto, la mia non vuole essere polemica fine a sé stessa. E’ anche una autocritica, perché io stesso sono un anglofilo per deformazione professionale.

  92. 86 Mauro

    Al momento non ho trovato dati con fonti serie per l’Italiano, ma qui c’è una tabella con il numero di parole dell’Inglese secondo varie fonti.

  93. 85 Gamberetta

    @Dano.

    Mi viene pensato allora che è proprio l’italiano a farci schifo, il nostro modo di ragionare ed organizzare il pensiero. E non se ne esce, perché i manuali ed i romanzi inglesi continuano a dimostraci il LORO modo di fare, non il nostro. Per esempio, gli americani sono fissati con la sintesi. Usare il minimo di parole, eliminare i personaggi superflui, ecc. però è un modo tutto inglese di pensare, dato anche dal loro tipo di vocabolario che è semanticamente specifico e non agglutinante.

    Non credo sia una questione legata al linguaggio: usare meno parole possibili per esprimere al meglio il concetto che si vuole comunicare, ovvero essere eleganti, è piacevole indipendentemente dal fatto che scriva in italiano o in inglese. La differenza è che nei paesi anglosassoni, almeno nella narrativa di genere, esiste una tradizione che spinge a scrivere in questo modo, mentre in Italia no. Ma secondo me si può scrivere “come in inglese” usando l’italiano senza il minimo problema.

    Mi spiego con un esempio. Una frase inglese tipicissima è “he stormed in”. Sono tre parole. TRE. In italiano, per tradurlo, dovremmo dire “lui entrò velocemente e furiosamente come una tempesta”. Che sono un migliaio di parole. Quindi o perdiamo significato (“entrò”) o perdiamo la forma (con una frase lunga e pesante).

    Io lo tradurrei “si precipitò dentro”, che credo renda abbastanza. D’altra parte “he stormed in” non è buona narrativa, perché non mostra niente.

    L’inglese è trasparente per natura. L’italiano è torbido.

    No, non concordo. La trasparenza è indipendente dalla lingua che si usa.

    @Ettore.

    I miei 2 cents: secondo me l’italiano ha il vantaggio di avere un vocabolario molto grande; per ogni cosa c’è la parola giusta, quindi permette di scrivere in maniera più precisa (e concisa).

    Questo però non è vero: il vocabolario inglese è molto più ampio di quello italiano, perché comprende sia i vocaboli derivati dal latino (come in italiano) sia quelli di origine sassone e scandinava. Mi pare di aver letto che sia il vocabolario più ampio per quanto riguarda le lingue parlate nei paesi occidentali, anche se è difficile fare questo tipo di calcoli.

  94. 84 Ettore

    I miei 2 cents: secondo me l’italiano ha il vantaggio di avere un vocabolario molto grande; per ogni cosa c’è la parola giusta, quindi permette di scrivere in maniera più precisa (e concisa).

    testi che in inglese sono splendidi o particolarmente intensi, trasposti in italiano sono orrendi dal punto di vista dell’insieme dei suoni (per forza di cose, essendo due lingue diverse) ma soprattutto del ritmo

    Secondo me non ha senso trasporre le canzoni, né in un senso né nell’altro. Una volta in realtà era pratica comune “adattare” canzoni in italiano (basta pensare a The Sound of Silence o a Celentano con Stand by Me), ma non ha senso ascoltare Iron Man tradotto in italiano, come non ha senso Nastro Rosa in inglese; è ovvio che perde tutto il suo perché.

    In italiano, per tradurlo, dovremmo dire “lui entrò velocemente e furiosamente come una tempesta”.

    Magari un passo del genere, se è necessario, lo mostriamo. Però immagino che quello che dici sia più un problema di traduzione che di scrittura.

  95. 83 Helgoren

    @Dano
    In effetti anche io ho la stessa impressione, specie riguardo i testi delle canzoni: testi che in inglese sono splendidi o particolarmente intensi, trasposti in italiano sono orrendi dal punto di vista dell’insieme dei suoni(per forza di cose, essendo due lingue diverse) ma soprattutto del ritmo. La brevità e la sinteticità dell’inglese è difficile da rendere in italiano. Anche io quindi aspetto l’opinione di Gamberetta.

  96. 82 Dano

    Signorina gambera, mi leggo con passione il tuo blog, da ottimi consigli e fa spisciare dalle risate. Le tue recensioni sputtanano apertamente molti scrittori e scrittrici che io stesso schifo. Però mi sorge una domanda “filosofica” se vuoi.
    Al di là di questa o di quella trama che è scritta male, o di frasi contorte, io penso che dobbiamo fare fronte ad un fatto piuttosto inquietante, IMHO.
    Ovvero: è l’italiano che ci disgusta.
    il 90% dei libri che leggiamo sono scritti originariamente in inglese, è un dato di fatto. I manuali di scrittura che leggiamo sono in inglese. Certo, molto materiale ci arriva in traduzione, ma è un dato di fatto che le traduzioni ricalcano oltre al contenuto anche la forma, la sintassi, lo spirito dell’originale. Te lo dico da traduttore e linguista.
    E gli autori italiani ci fanno schifo. Ti dico, al di là del singolo caso della Troisi o della Starnazza o chi vuoi tu.
    Mi viene pensato allora che è proprio l’italiano a farci schifo, il nostro modo di ragionare ed organizzare il pensiero. E non se ne esce, perché i manuali ed i romanzi inglesi continuano a dimostraci il LORO modo di fare, non il nostro. Per esempio, gli americani sono fissati con la sintesi. Usare il minimo di parole, eliminare i personaggi superflui, ecc. però è un modo tutto inglese di pensare, dato anche dal loro tipo di vocabolario che è semanticamente specifico e non agglutinante.
    Mi spiego con un esempio. Una frase inglese tipicissima è “he stormed in”. Sono tre parole. TRE. In italiano, per tradurlo, dovremmo dire “lui entrò velocemente e furiosamente come una tempesta”. Che sono un migliaio di parole. Quindi o perdiamo significato (“entrò”) o perdiamo la forma (con una frase lunga e pesante).
    La lingua inglese e l’italiana fanno parte di due gruppi diversi, ed è praticamente impossibile piegare la nostra per ricalcare la loro. Secondo me dovremmo imparare a scrivere da italiani e basta, seguendo ovviamente tutti i migliori consigli per quanto riguarda la trama il mostrare ecc., ma non per quando riguarda l’uso della lingua.
    L’inglese è trasparente per natura. L’italiano è torbido.
    Cosa ne pensi?

  97. 81 peyton

    @ Gamberetta: ho provato a usare la prima persona al presente oggi e riesco a scrivere più fluidamente, perciò forse è la scelta più naturale (rispetto alla terza persona e alla prima al passato). Non so ancora come farò a trattare certe situazioni, l’ideale sarebbe usare il punto di vista di due personaggi, ma significherebbe cambiarne anche la voce, modificare il registro ogni volta senza che risulti straniante. E non è facile. Quindi o trovo il modo o gestisco tutto solo tramite un personaggio. Grazie per i suggerimenti. ;)

    @ Ettore @ Gamberetta: per quanto riguarda Eco fa spesso una cosa che io odio ( non ne “Il nome della rosa”, ma in romanzi più recenti come “La misteriosa fiamma della Regina Loana”): usa la narrativa come presupposto per sbrodolare nozioni di semiotica e/o filosofia, traveste saggi da romanzi e per carità, sarà anche caruccio e legittimo per i filosofi che si trastullano in cose del genere, non fosse che ne esce fuori una roba spocchiosa, forzata e pomposa che è quasi sempre illegibile. Almeno per me. E ci ho provato a leggerla…

  98. 80 Gamberetta

    @peyton. Non c’è punto di vista preferibile (rimanendo tra i quattro più usati: terza al passato, terza al presente, prima al passato, prima al presente), anche se nella narrativa di genere e nel fantasy in particolare il punto di vista più diffuso è la terza persona al passato.
    Se devi scrivere una storia con molti punti di vista (sullo stile di Martin o di Turtledove), la terza persona è sicuramente più semplice da gestire: non devi inventarti venti voci diverse e i cambi di punto di vista sono meno traumatici per il lettore. Se però la storia ha un solo punto di vista principale (o al massimo un paio) anche la prima va benissimo e per le storie incentrare sulle vicende di un singolo personaggio la prima può garantire maggiore immersione – in realtà una terza a regola d’arte è identica a una prima, il vantaggio della terza è che puoi allontanare la telecamera dalla testa del personaggio senza innervosire il lettore.
    E detto questo, scrivi nella persona che ti viene più naturale, non ci sono ragioni per cui ti debba sforzare di scrivere specificatamente in prima o in terza, qualunque tipo di storia può essere narrata in entrambi i modi.

    @Ettore. La literary fiction è una forma di narrativa nella quale lo stile ha la stessa importanza, se non importanza maggiore, rispetto alla storia. Un lettore di literary fiction è sì interessato alla vicenda, ma ancora di più a come è narrata; si compiace e gode con la prosa particolarmente ben scritta e se ne frega se queste considerazioni sulla scrittura gli impediscono di immergersi del tutto nella storia – chissenefrega della storia, guarda che meraviglioso brano poetico in prosa!
    I romanzi di Umberto Eco possono avere dei passaggi di literary fiction, ma in generale non lo sono, sono narrativa “normale”.

  99. 79 Lupus In Fabula

    @ ettore

    io ho letto “il pendolo” (del nome della rosa ho solo visto il film) comunque per me è stato un libro che ti portava avanti grazie alla trama, e non alla bellezza del linguaggio fine a sé stesso. insomma, almeno nel pendolo il linguaggio è al servizio della storia, e non viceversa.

  100. 78 Ettore

    @Lupus In Fabula, @thyangel83
    Il Pendolo di Focault e Il nome della rosa sono entrambi romanzi che adoro. Evidentemente non ho ancora capito la differenza tra narrativa e literary, ero convinto che Eco appartenesse alla seconda categoria… -_-’

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