Sul Copyright
Qualche giorno fa Cory Doctorow ha pubblicato un nuovo libro, Content: Selected Essays on Technology, Creativity, Copyright, and the Future of the Future. Come chiarisce il titolo non è un romanzo, è un raccolta di articoli e brevi saggi scritti da Doctorow negli ultimi anni e già apparsi su riviste online e cartacee. Fosse un altro parlerei di mezza truffa, visto che si cerca di vendere roba vecchia e in molti casi ancora reperibile in Rete, ma Doctorow, fedele alle sue idee, ha deciso anche questa volta di rendere disponibile per il download il testo completo del libro. Perciò chi vuole può pagare i 15 dollari del prezzo di copertina, e chi non vuole può lo stesso leggerlo.

Copertina di Content
Gli articoli trattano i temi più svariati, dalle fanfiction, ai MMORPG, alla Singolarità e tanti altri argomenti. La parte del leone è però appannaggio del discorso sul diritto d’autore e il futuro della scrittura nell’epoca di Internet. Doctorow ha una posizione radicale in merito, non a caso durante tutta la sua carriera di scrittore ha sempre distribuito i suoi romanzi e racconti con licenza Creative Commons. E bisogna subito notare un particolare importante: Doctorow ha una carriera. Non è facile inventarsi una carriera come scrittore, specie scrittore di fantascienza, Doctorow ci è riuscito e secondo lui uno dei fattori è stato proprio il distribuire liberamente i suoi romanzi.
Io non ho (ancora) una carriera come scrittrice di fantascienza, ma sono d’accordo con Doctorow.
Ho già affrontato la questione in diversi articoli, ma mai in maniera sistematica. Come nel caso della scrittura, con il Riassunto delle Puntate Precedenti, è giunto il momento di chiarire in maniera inequivocabile quale sia la posizione della Barca dei Gamberi rispetto al diritto d’autore e problemi affini. E per non suscitare inutili polemiche, puntualizzo subito un fatto incontrovertibile, una verità auto evidente: io ho ragione, chi non è d’accordo sbaglia!
Sul Copyright
Partiamo dal principio. Il principio è che le opere d’arte sono utili per la società nel suo complesso. Qui per “opere d’arte” intendo quelle opere che così sono comunemente definite, da Beethoven a Moccia, ovvero non entrerò nella polemica: “Mozart è arte, Britney Spears è spazzatura!” Può essere che ascoltare Mozart sia benefico e ascoltare Britney Spears no, può essere che leggere la Troisi sia addirittura dannoso, ma nel complesso, assumerò che leggere, ascoltare musica, andare al cinema o a teatro, e attività simili suscitano emozioni e trasmettono conoscenze che arricchiscono l’individuo e di conseguenza l’intera società.
Il ruolo positivo dell’arte lo darò per scontato; non tutti la pensano così, ma discutere questo punto esula dagli scopi del presente articolo. Questo articolo parte dal presupposto che più gli individui fruiscono delle opere d’arte, meglio è per tutti.
Dunque è necessario produrre e distribuire più arte possibile. Purtroppo la tecnologia attuale non permette di creare arte in maniera industriale. Se la società ha bisogno di sedie, pomodori pelati in scatola o carri armati, non è un problema, materie prime permettendo, produrre tali beni in quantità. Con l’arte non funziona così. Creare un’opera d’arte richiede l’intervento specialistico di un essere umano (credo, certi romanzi fantasy me ne fanno dubitare). Ci sono programmi per computer che in automatico scrivono brevi racconti o poesie, ma almeno per ora i risultati non sono all’altezza. Non è detto che sarà sempre così: a molti piace pensare che solo il sublime intelletto umano possa partorire le Cronache del Mondo Emerso o Vacanze di Natale, tuttavia non ci sono prove scientifiche a sostegno di questa tesi; è possibile che il segreto di un buon romanzo sia più semplice di quanto non si creda e che perciò non sia lontano il giorno nel quale sarà un software a scrivere in automatico i romanzi di Licia Troisi. Con la differenza che saranno belli! Sfortunatamente quel giorno, purché forse vicino, è ancora di là da venire.

Licia Troisi (a sinistra) e fan. Guardando queste immagini (altre qui) non è difficile credere che presto le Intelligenze Artificiali saranno in grado di scrivere romanzi…
Non potendo industrializzare l’arte, una società deve spronare chi è in grado di produrla a darsi da fare. E qui nasce il diritto d’autore: la società conferisce dei diritti particolari agli artisti quale incentivo a produrre più arte possibile. Questo è un punto fondamentale. Il copyright non ha basi morali, non sancisce diritti divini, è una sorta di contratto: io società ti sventolo davanti al naso la carota di vivere e diventar ricco scrivendo invece di lavorare in miniera, e tu artista in cambio produci più arte possibile. Ed è anche la ragione per la quale il copyright ha durata limitata: se io, i miei figli, i miei nipoti, i miei amici, il mio editore e tutti i suoi dipendenti potessimo vivere di rendita in eterno sulla base dei diritti delle opere già create, non avrei più nessun incentivo a crearne altre. L’idea è che quando i diritti su Topolino stanno per scadere, il signor Disney esclami: “Ostrega! Adesso devo inventarmi un altro personaggio!”, invece il signor Disney paga più o meno sottobanco i membri del Congresso americano per far allungare la durata del copyright. Ma questa è un’altra storia.
C’è da notare che la società potrebbe cambiare i termini dell’accordo con gli artisti andando in altre direzioni: se ogni individuo adulto non produce la sua quota di arte, pubblica fustigazione e galera! Da quanto ne so nessuno ci ha mai provato, nondimeno potrebbe funzionare.
Le leggi sul copyright possono essere paragonate a un condono edilizio: si offre un incentivo perché delle persone compiano azioni ritenute utili allo società (mettersi in regola / evitare di continuare a costruire senza permesso), tuttavia nulla vieta che l’anno dopo invece del condono ci siano ruspe e manette. Siamo su questo piano, parliamo di un incentivo, con lo scopo ultimo di accrescere la quantità di opere d’arte fruibili dalla società nel suo complesso, tutto qui, da nessuna parte il copyright sancisce un fantomatico diritto al guadagno degli artisti, al massimo offre una possibilità di guadagno.
Come accennato, oltre a produrla, l’arte occorre distribuirla. Prima dell’invenzione della stampa, distribuire un libro significava innanzi tutto ricopiarlo a mano, lavoro che poteva richiedere anni. È facile intuire come i benefici dell’arte sulla società siano minimi quando l’accesso è così limitato.
Con il passare dei secoli la tecnologia è via via progredita, rendendo sempre più facile usufruire delle opere d’arte. Quindi sono arrivati i computer e Internet. Internet è quell’incredibile Rete con decine di milioni di nodi il cui unico scopo è trasmette informazioni. Grazie a Internet il costo di diffusione dell’arte si è avvicinato a zero, almeno nei paesi occidentali. Con un normale abbonamento ADSL da 15 euro al mese posso spedire un film su DVD dall’Italia all’Australia spendendo pochi centesimi. Una frazione infinitesimale rispetto ai costi del mondo pre Internet. Meraviglioso! Il problema è che questo risultato è ottenibile solo violando il diritto d’autore. Il punto di forza di Internet è la possibilità per ognuno dei nodi di ricopiare e (ri)trasmettere le informazioni. Ma come recitano le parole scritte in piccolino in ogni libro, DVD, e quant’altro, la riproduzione dell’opera in oggetto senza autorizzazione è vietata.
Perciò da un lato abbiamo un sistema che permette di abbattere in maniera stratosferica i costi di distribuzione, ma dall’altro, per raggiungere tale risultato, deve necessariamente violare il copyright[1]. Qual è la soluzione? Storicamente è stato adattare il copyright alle nuove tecnologie.
Doctorow illustra vari casi, per altro piuttosto famosi: per esempio la minaccia delle pianole sulla salute degli Americani.
Ai primi del ’900, se si voleva ascoltare della musica, era necessario andare a un concerto o pagare qualcuno perché venisse a suonare a casa nostra. Poi iniziarono a diffondersi le pianole e i pianoforti automatici. Questi apparecchi musicali non avevano bisogno che qualcuno li suonasse, le note venivano lette da rulli di carta perforata. Com’è facile immaginare, superato l’investimento iniziale della pianola, era molto più semplice ed economico acquistare i rulli con i vari brani, piuttosto che ogni volta affittare un pianista. Inoltre i produttori di rulli non pagavano un centesimo di diritti a nessuno: prendevano gli spartiti, li convertivano in rulli e i compositori potevano pure morire di fame!

Un “rullo” (piano roll) sbobinato
Compositori e musicisti andarono a piangere presso il Congresso americano, lamentando che se non fossero state proibite le pianole era la morte dell’arte musicale. Peggio, i giovani, soverchiati dall’incessante gracchiare delle infernali macchinette, avrebbero perso ogni entusiasmo per il canto, finché le loro corde vocali non fossero avvizzite, lasciando in dote all’America una generazione di muti.
Il Congresso decise che i produttori di rulli dovessero pagare una licenza per usufruire degli spartiti, e dall’altra parte fosse obbligatorio concedere tale licenza, secondo termini stabiliti per legge. Alla faccia del Libero Mercato! Però, alla fine, ci guadagnarono tutti.
La stessa storia si ripeté con la radio, le musicassette, i videoregistratori e la televisione via cavo. Ogni volta nasceva un sistema più economico ed efficiente di distribuire le opere d’arte e ogni volta qualcuno si abbandonava a previsioni catastrofiche piangendo miseria. Ogni volta si è deciso che non era nell’interesse della società rinunciare a un progresso tecnologico in nome di privilegi presunti inviolabili, e dunque si sono adattate le leggi per tener conto dei diritti di tutte le parti in causa.
Poi è arrivato Napster, il sistema per scambiare musica via Internet. L’antesignano di eMule, Gnutella, BitTorrent e soci. Napster in poco più di un anno ha raccolto 50 milioni di utenti: mai nessuna tecnologia nella storia era stata adottata tanto in fretta. Le società discografiche, come sempre, si sono messe a piangere – e qui cominciano i guai – il Congresso ha dato loro ragione.
Da leggi utilitaristiche, le leggi sul copyright sono diventate Vangelo, per cui tutto può cambiare ma il diritto d’autore diviene intoccabile. Napster è stato chiuso, le pene per la violazione di copyright sono state inasprite, e gli USA hanno cominciato a richiedere come base per eventuali accordi commerciali che le leggi dei vari Paesi venissero modificate fino a copiare quelle americane.
Da non dimenticare poi la nascita di campagne pubblicitarie terroristiche, come quelle basate sul concetto che la violazione del diritto d’autore sia equivalente a rubare beni fisici. Questa è una stronzata, ma purtroppo più di qualcuno ci ha creduto e ci crede tutt’ora.
| Il demenziale spot antipirateria che equipara il rubare allo scaricare da Internet. No, non ruberei mai una macchina, però spaccherei volentieri il cranio di chi ha inventato questa idiozia |
Ricordo perciò che perché ci sia furto io devo impossessarmi di qualcosa di un altro. Entro in un museo e mi frego un quadro: questo è rubare. Se entro in un museo e fotografo il quadro, non lo sto rubando! Quando si copia un film o un libro non si sta portando via niente a nessuno, il legittimo proprietario è ancora legittimo proprietario.
“Ma, ma, cioè tu è come se rubassi!!! Perché ecco se non avessi la copia compreresti il libro e dunque hai rubato il guadagno all’autore!!!” Vicino a casa mia c’è una fermata dell’autobus e a meno di venti metri un concessionario. Ogni volta che prendo l’autobus invece di pagare 5.000 euro per un’auto, sto derubando il concessionario!!! Perché, se non ci fosse l’autobus, sarei costretta a prendere la macchina. Stronzate. Se non ci fosse l’autobus, andrei a piedi. Se il tal romanzo non è disponibile su Internet, non spendo 20 euro per comprarlo, ne leggo un altro o non leggo niente del tutto e mi metto a giocare a Puzzle Quest (piratato).
| Trailer di Puzzle Quest. Un gioco semplice ma divertentissimo! |
E qui torniamo al discorso di partenza: più gli individui usufruiscono dell’arte, meglio è. Perciò è più utile per la società che io legga il romanzo gratis piuttosto che non lo legga a 20 euro.
Ciò non significa che non spenderò mai 20 euro – in fondo anche se ci sono gli autobus quasi tutti un’auto la comprano – significa che la società deve approfittare del fatto che la tecnologia permette di distribuire gratis l’arte, perché è questo lo scopo, non creare un regime da borsa nera, dove artificialmente si riduce l’offerta per tenere alti i prezzi.
Non sto parlando in teoria, basta guardare il pastrocchio delle regioni sui DVD. I produttori cinematografici si sono accordati per dividere il mondo in 7 regioni, e si sono garantiti per legge che i lettori di DVD venduti in una regione possano riprodurre solo i DVD pensati per quella regione. E questo perché i signori produttori sanno benissimo che in Europa o in America possono vendere un DVD a 30 euro, ma nessuno lo comprerà a quel prezzo in Cina o in Russia. Dunque era necessario un meccanismo perché le regioni più ricche non potessero importare i DVD venduti a prezzi bassi nelle regioni più povere. In Russia non è raro trovare DVD a 5 euro e anche meno. Non piratati, DVD ufficiali, di film appena usciti. E con i DVD a 5 euro le case cinematografiche ci guadagnano. Però che brutto guadagnare 5 quando puoi guadagnare 30, facendo approvare quelle due o tre leggi che danneggiano la collettività ma ti favoriscono…
Con la chiusura di Napster si è persa l’occasione di legalizzare l’utilizzo di Internet come sistema per la diffusione dell’arte. Da un lato i “detentori dei diritti” hanno cominciato la loro opera tendente a censurare Internet, dall’altro le persone hanno continuato a scambiarsi opere d’arte a costi vicini allo zero.
“Censurare” non è un termine scelto a caso: secondo i signori discografici & amici, il copyright è così sacro che non solo è inammissibile distribuire opere protette da diritti senza permesso, ma è inammissibile discutere di come si possano distribuire tali opere, è inammissibile discutere delle opere stesse e addirittura citarle. La MLB, la lega americana dei giocatori di baseball professionisti, ha denunciato gente sulla base che secondo lei, le statistiche dei giocatori erano coperte da copyright![2] Sarebbe come dire che io non posso utilizzare o comunicare il fatto che Maradona ha segnato 115 gol col Napoli senza il permesso della Lega Calcio! In questi giorni quei mentecatti di Scientology hanno spedito 4.000 diffide a YouTube perché togliesse altrettanti video, sostenendo che citare Scientology senza permesso è violazione di copyright. Ascoltare la radio ad alto volume con le finestre aperte non è disturbo della quiete pubblica, ma un reato ben più grave: violazione di copyright! Anche in questo caso ci sono state denuncie.
Come ovvio il solo denunciare non basta. È importante che ci siano pene esemplari, che la gente vada in galera per essersi scambiata informazioni.
Ci sono poi i lecchini che fanno a gara a essere “più realisti del Re”. Quel citrullo di Sarkozy ha per esempio introdotto in Francia la così detta “dottrina Sarkozy”: i provider devono staccare la connessione a Internet quando un utente raggiunge le tre violazioni del copyright. Chi decide delle violazioni? I detentori dei diritti. Se io casa cinematografica decido che tu stai violando il mio copyright, faccio in modo di staccarti la connessione (e questo non esclude una successiva denuncia).

Secondo Sarkozy, a causa della pirateria via Internet, “corriamo il rischio di essere testimoni della distruzione della cultura.” Come si fa a discutere con gente così? Mazzate, questo è l’unico atteggiamento civile da tenere
Qualcuno – ingenuo! – potrebbe pensare che forse sarebbe il caso indagasse qualcuno esterno alle parti, tipo un giudice, ma purtroppo il reato di violazione di copyright è troppo grave perché ci si possa affidare alla giustizia, tanto più che i tribunali funzionano in questa maniera assurda: prima di condannare qualcuno ci devono essere delle prove. Chi ha bisogno di prove, quando basta il sospetto? Passare per vie legali va bene per lo stupro o l’omicidio o le rapine a mano armata, ma per fatti davvero gravi, che minano le basi stesse della società, come lo scambio senza fini di lucro di musica, bisogna intervenire in maniera drastica e senza tentennamenti. Naturalmente i detentori dei diritti svolgono loro le opportune indagini, affidandosi a sofisticati metodi per scoprire i violatori dei diritti, non a caso in questi anni grazie a tali sopraffini metodi hanno scoperto che infrangevano il copyright vecchietti morti da tempo, così come gente che non lo sa neppure usare un computer, e appurato ciò, è toccato ai figli essere torchiati. D’altra parte una commissione del Senato USA ha stabilito che le reti P2P con il loro scambio libero di opere protette da diritti finanziano il terrorismo. Osama & soci scaricano i film via eMule, masterizzano migliaia di copie, le rivendono e con il ricavato si comprano il tritolo! È palese come l’unica soluzione sia chiudere i sistemi P2P, così i terroristi non potrebbero più procurarsi i film. Proprio.
Ma lasciamo perdere questi pazzi. Quello che sostengono molti è che in un regime di sistematica violazione del copyright, venga a mancare l’incentivo che il copyright offriva. In poche parole l’artista pensa: “Brutti bastardi piratoni! Ogni volta che scrivo qualcosa me la copiate e la gente legge a sbafo senza pagarmi, non diventerò mai ricco! Basta! Non scrivo più neanche una riga!”
Assumiamo sia vero; è, in altri termini, la morte del professionismo in campo artistico. L’arte può essere al massimo solo un hobby, dato che i piratoni impediscono qualunque guadagno. È così grave? Kafka è stato un impiegato per tutta la vita, Tolkien era professore, Tom Clancy mentre scriveva il suo primo e miglior romanzo lavorava come assicuratore. Se questi tre signori fossero stati professionisti della scrittura, se avessero potuto dedicare 24 ore su 24 all’arte dello scrivere, avrebbero creato opere più belle? Forse sì, forse no. Clancy da quando si è dedicato esclusivamente alla scrittura ha prodotto materiale più scadente. In ogni caso mi sembra ovvio che anche se sparisse il professionismo, non necessariamente sparirebbe la (buona) arte. Kafka forse avrebbe potuto fare più di quel che ha fatto, ma già così ad averli tutti questi Kafka!

Questo è un casco antinfortunistico, del tipo che gli operai dovrebbero sempre tenere in testa mentre lavorano nei cantieri, per evitare incidenti. Ebbene, è stato inventato da nient’altri che Franz Kafka!
Inoltre non si tiene conto di un altro fatto: già ora la gran parte delle opere artistiche sono prodotte da dilettanti. In Italia si stampano decine di migliaia di libri l’anno, ma come noto, i personaggi che possono sopravvivere grazie alla sola scrittura sono pochissimi. Perciò il 99% della produzione è frutto di hobbysti che non ci guadagnano niente o quasi. Siamo sicuri che tutto questo esercito che non guadagna niente, smetterebbe di scrivere solo perché ha il sospetto che non guadagnerà mai niente? Davvero questi migliaia di libri nascono unicamente dalla prospettiva per gli autori d’intascare tanti soldi quanti la Rowling? Io non credo, perché se sul serio l’obbiettivo di una persona fosse la ricchezza, non ci proverebbe neanche con la scrittura.
Ricapitolando:
- La qualità artistica non è legata al professionismo; intuitivamente se una persona ha la possibilità di dedicare tutto il suo tempo a un’attività è probabile che la svolga al meglio, tuttavia non è una condizione indispensabile, anche part time si può diventare scrittori sopraffini.
- La prospettiva del guadagno non può essere la sola motivazione a spingere così tanta gente a scrivere. Perciò, se dovesse sparire tale prospettiva, rimarrebbero lo stesso un buon numero di scrittori.
E questo partendo dal presupposto: assumiamo sia vero. Ma non è vero. Già da diversi anni ogni singolo album musicale, videogioco o film è disponibile gratis in Rete. Con i romanzi non siamo ancora a questa copertura capillare ma non manca molto. Ebbene, se fosse vero che i piratoni mangiano tutti i guadagni, la cosidetta “Industria dell’intrattenimento” sarebbe dovuta crollare da tempo. Ma se si sommano i guadagni di discografici, editori, produttori cinematografici e di videogiochi, nel complesso sono stabili o in crescita. In particolare i videogiochi hanno avuto un boom in questi ultimi anni, raggiungendo in America gli introiti di musica e cinema. Eppure ogni singolo gioco lo posso scaricare, senza difficoltà.
Perciò il piagnisteo dell’artista dovrebbe essere questo: “Ecco, 10 anni fa c’erano 1.000 artisti professionisti, e io avrei potuto essere uno di questi, ma ho preferito giocare a ping-pong, adesso ci sono 2.000 artisti professionisti, e dunque le possibilità sono aumentate, però se non ci fossero i piratoni bastardi, forse ci sarebbero 3.000 artisti professionisti! Ecco, i piratoni mi hanno rubato 1.000 possibilità di successo! Ho deciso: non scriverò mai più una riga!” Dobbiamo davvero rispondere a questo frignone? Non credo.
Anche qui partendo dall’ipotesi più negativa, cioè che la libera diffusione delle opere abbia intaccato i possibili guadagni globali riducendo la crescita. È vero? Non ci possono essere riposte certe, ma con ogni probabilità no.

Avrebbe potuto essere una scrittrice fantasy di successo, invece ha scelto di dedicare la vita al ping-pong
Studi empirici hanno dimostrato che la disponibilità gratuita di un’opera artistica non incide sulle vendite, e quando questo avviene è un’incidenza positiva. Per rimanere in campo editoriale, come avevo già ricordato in un articolo di qualche mese fa, può far testo l’esperimento svolto dal signor O’Reilly, che ha provato a misurare l’andamento delle vendite di un libro da lui pubblicato in presenza della contemporanea distribuzione gratuita del testo. In breve, le vendite sono state in linea con le previsioni, la libera disponibilità del libro non ha avuto alcuna influenza negativa. Però 180.000 persone hanno potuto leggere tale libro, la società nel suo complesso è stata arricchita.
Lo stesso Doctorow racconta come all’inizio Tor Books (il suo editore – uno dei più grandi editori di fantasy e fantascienza del mondo) fosse un po’ scettico riguardo quest’idea balzana di offrire online gratis i libri, ma dopo i primi tentativi, adesso è l’editore stesso a spingere perché gli scrittori adottino questa tattica. E per una semplice ragione: perché così si vendono più libri!
Si vendono più libri perché la disponibilità libera del testo genera pubblicità, rende conosciuto il nome dell’autore. Infatti in un celebre articolo ancora il signor O’Reilly spiega che per un artista il problema numero uno non è certo la pirateria, bensì l’anonimato. La gente non compra il romanzo del tal scrittore perché può leggerlo a sbafo o perché non piace il genere o per le critiche negative, non compra perché non sa neanche che lo scrittore e il suo libro esistono! La distribuzione gratuita online può far molto per ovviare al problema.
Qui i miscredenti fanno notare che il “trucco” funzionerà finché saranno pochi gli autori ad adottare questa tattica, quando tutti o quasi distribuiranno liberamente, sparirà la novità e la gran parte degli artisti torneranno nell’anonimato. Forse, ma nel frattempo i rapporti di forze potrebbero cambiare. Un mondo di opere libere significa che se io scrivo una recensione negativa di un romanzo della signora Troisi, ognuno può verificare, e se viceversa la Mondadori intasa di pubblicità la Rete, ognuno può controllare se le affermazioni entusiastiche corrispondono alla realtà. Credo che la possibilità di accedere alle fonti senza pagare possa cambiare il rapporto con la pubblicità tradizionale. Se prende piede l’abitudine di prima leggere e poi pagare, può essere che si crei un nuovo ambiente, dove la selezione naturale favorisca i più bravi e non i più ricchi.
Sourceforge.net è uno dei più frequentati siti di Internet. Raccoglie progetti software open source e gratuiti. Allo stato attuale ci sono 133.256 progetti, eppure se si controlla la pagina con i progetti più scaricati, si può notare come molti di questi siano di qualità eccelsa. I migliori sono stati premiati. eMule è il notissimo programma di filesharing, programma che uso regolarmente, Azureus è un client BitTorrent (non il migliore, il migliore è uTorrent, anch’esso gratuito – ma comunque Azureus è buon secondo), VirtualDub è un programma di editing video che, in un centesimo dell’occupazione di memoria di mastodonti come Adobe Premiere, svolge una marea di funzioni (è il programma che uso per tagliare, montare, e correggere i colori dei video che metto qui sul blog), guliverkli racchiude vari sottoprogetti tra i quali il Media Player Classic, il miglior player multimediale per Windows.
In TV o sui giornali non si è mai visto uno spot per Azureus o VirtualDub, e nonostante questo i download si contano a decine di milioni.
Non vedo perché con la letteratura non possano attivarsi gli stessi meccanismi, facendo emergere le opere più meritevoli.

Uno screenshot di VirtualDub. Maggiori informazioni al sito ufficiale
Riassumendo, i vantaggi di un’abolizione delle attuali norme sul copyright – o anche solo un ritorno alla punibilità per il solo lucro, il che renderebbe legale la distribuzione gratuita via Internet da parte di chiunque:
- Costo zero per chi vuole usufruire dell’arte, con aumento della diffusione, a beneficio di tutta la società.
- Maggiori vendite per gli artisti coinvolti, perché la distribuzione in Rete garantisce pubblicità.
- Ulteriore incentivo per i nuovi artisti, dato che le possibilità di guadagno sono aumentate.
E gli svantaggi? Nessuno.
Qui ci sono analogie con il Proibizionismo e la “Guerra alla Droga”. Liberalizzare le droghe significa privare la Mafia e le altre organizzazioni criminali di enormi guadagni, significa far sparire tutti i reati connessi ai prezzi artificialmente alti delle sostanze, significa poter fornire prodotti più controllati e meno dannosi per la salute. Non lo si fa perché sarebbe immorale.
Con il copyright è uguale: stringi stringi la motivazione di chi vuole mantenere o inasprire il presente stato di cose è che è immorale usufruire di un servizio senza pagare.
Nei due campi c’è chi parla così sapendo di mentire (la già citata Mafia nel caso della droga, e la MAFIAA nel caso del copyright): costoro si mascherano da difensori della moralità solo per coprire ben più concreti interessi economici. Per gli altri, quelli sul serio convinti che sia un problema morale, non ho risposte, perché questi sono in pratica quelli che citavo a inizio articolo, quelli che non pensano che la diffusione dell’arte sia in assoluto un beneficio per la società.
Ben inteso, il fatto che non possieda i mezzi retorici o di coercizione fisica per convincere i “moralisti” non implica che la mia posizione e la loro siano sullo stesso piano. Ripeto: io ho ragione. Punto.
Concludo raccomandando di leggere Doctorow, perché gli argomenti sono interessanti, la prosa brillante e nel primo articolo scrive persino come Capitan Gambero, facendo il pirata! Arrrrr! (sic)
Edit del 12 Gennaio 2009: Content è disponibile anche in lingua italiana. Vedi relativa segnalazione.
* * *
note:
[1] ^ Prendiamo YouTube, il famoso sito di condivisione di video. YouTube spende da 1 a 6 milioni di dollari al mese per acquistare la banda necessaria a fornire il servizio. E i video su YouTube hanno qualità infima. Se un’azienda volesse vendere film in formato HD (tipo Blu-Ray) usando Internet come mezzo di distribuzione avrebbe spese enormi in termini di banda da acquistare. Tali costi sarebbero ugualmente inferiori a quelli di un trasporto del disco fisico fino ai negozi, ma non sarebbero certo prossimi a zero. Lo zero si raggiunge solo quando si ha l’attiva collaborazione di migliaia e più nodi, come avviene nei sistemi peer-to-peer (P2P). Ognuno dei nodi deve sostenere una spesa infinitesimale e nel complesso il sistema sposta quantità enormi di dati. Ma questo significa che molteplici copie devono esistere in diversi nodi, violando così il copyright.
L’unica eccezione può essere l’editoria: i libri sono piccolissimi e a differenza dei film o dei videogiochi non è prevedibile che crescano in grandezza con il passare del tempo (riguardo ai film si parla già di Ultra HD). In altre parole un editore, pur mantenendo un solo punto di distribuzione, può lo stesso diffondere i suoi libri via Internet a un costo prossimo allo zero.
EDIT: YouTube ha cominciato a “trasmettere” anche in HD, ma ha aggiunto la pubblicità…
[2] ^ Per fortuna dopo un paio d’anni di tira e molla le richieste della MLB sono state respinte: non è possibile pretendere di avere il copyright sui fatti. Ma non dubito ci riproveranno e magari la prossima volta troveranno giudici e politici più “malleabili”…
Approfondimenti:
Content su Amazon.com
Il sito di Content da cui è possibile scaricare il testo completo
Il sito della Electronic Frontier Foundation in prima linea nella difesa delle libertà digitali
TorrentFreak, uno dei siti più aggiornati per le notizie riguardanti il P2P
Freedom to Tinker, noto blog che si occupa degli argomenti trattati nell’articolo
Il sito ufficiale di Puzzle Quest
Scritto da Gamberetta •
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12 ottobre 2008 alle 15:33
Avevo scritto un messaggio tanto tempo fa su questo argomento, la risposta di gamberetta in un altro campo mi ha fatto capire che probabi,mente avevo messo troppi link e sono stato bloccato dal filtro antispam. Stavolta ripeto qualcosa di simile senza mostrare link cosi’ spero che non venga bloccato.
Essenzialmente tutto questo casino sulla difesa degli autori, e di tante altre cose belle… e’ un problema dovuto ad alcuni fattori:
1) c’e’ gia’ una viziatura del mercato dovuta ad un sistema obsoleto, quello della SIAE di vendita di opere artistiche. La SIAE sta tentando di pararsi il culo, pero’ e’ evidente che cosi’ facendo sta ledendo i diritti delle stesse persone che dovrebbe proteggere (autori ed editori)
2) la rivoluzione del mercato, con forme di vendita che permettono tranquillamente ad autori ed editori di tirare avanti e’ stata una cosa recente.
3) C’e’ troppa pubblicita’ e troppi interessi dietro alla pubblicita’.
4) C’e’ troppa disinformazione da parte degli utenti che non recepiscono il bisogno da parte degli autori di vedere ripagati i loro sforzi.
Tento di spiegare queste mie 3 o 4 idee:
E’ ormai evidente, da diverso tempo, che la rete ha permesso, al giorno d’oggi, di tentare nuove forme di vendita che prima non erano possibili. Una delle forme di vendita con piu’ successo in assoluto, che ha messo su un mercato proprio in asia e che non sta attecchendo per nulla da queste parti (a causa delle viziature del nostro mercato, che non esistono in asia, visto che li’ non esiste proprio un mercato strutturato come il nostro) e’ stata quella della distribuzione gratuita delle opere, dietro pagamento l’autore forniva un extra all’acquirente.
Per film si trattava essenzialmente di cd audio, commenti dell’autore e scene tagliate, le stesse coe che qui da noi troviamo in un DVD, per i libri vengono rilasciati la versione stampata, con (spesso) anche una aggiunta elettronica od online, una sorta di equivalente dei commenti dell’autore e delle scene tagliate, ovvero appunti ed altro che l’autore ha usato per creare il libro, per i videogiochi, spesso si rilasciano moduli aggiuntivi del gioco o contenuti extra (equipaggiamento, quest, nuove macchine, nuovi personaggi, etc.) che pur non cambiando nulla ai fini del gioco ne aumentano l’esperienza.
E’ un sistema decisamente diverso dai trailer o dalle demo che si vedono qui da noi. L’opera e’ pienamente fruibile da parte del lettore, ascoltatore o giocatore. Cio’ che manca sono degli extra che l’autore rilascia come incentivo a venire pagato per il suo lavoro.
Attualmente chi compra un DVD nel 90% dei casi manco se li guarda gli extra. Per come e’ formato quel mercato, invece, chi paga l’autore viene anche incentivato ad esaminare come l’autore ha creato la sua opera o a godersi alcuni extra (nei videogiochi) che pur non sbilanciando niente, aggiungono qualcosa di piu’. In un certo qual senso educa anche meglio l’acquirente che sente di dover perlomeno guardare le cose che gli sono state date come incentivo per il suo pagamento e si rende meglio conto dell’impegno profuso nell’opera.
C’e’ da dire che purtroppo cio’ si adatta malissimo con una politica attuale del mercato che prevede pubblicita’ costosissima. Intere sezioni del mercato sono composte da riviste che si montano sul niente. Ovvero parlano senza fare recensioni e che alla fine non ci fanno sapere niente del libro, film gioco o CD di cui dovrebbero parlare. Evitano infatti accuratamente qualunque genere di confronto, qualunque genrere di rimando e qualunque spinta a fare del lettore qualcuno che dovrebbe comprendere di cosa si stia parlando. L’acquirente deve pagare e basta, quindi meglio bombardarlo e rincoglionirlo con la regola della figata piuttosto che farlo pensare o fargli rendere conto di cosa stia per acquistare.
Quando si vede poi la pubblicita’ in TV si nota come letteralmente milioni di euro vengano spesi per dare un impatto invece di presentare un prodotto, ed alla fine e’ solo una gara a chi fa la voce piu’ grossa.
Diverse idee messe in piazza da famose ditte di elettronica riguardo l’impossibilita’ di saltare la pubblicita’ (obbligatoria per molti DVD gia’ in commercio e si sta tentando di renderla obbligatoria anche per la TV normale) fanno rendere pienamente conto dell’estrema viziatura del mercato.
Qualcosa di osceno dal mio punto di vista.
Non solo si e’ perso il concetto di fare una recensione comparata, ma si tende a dare piu’ voce a chi paga di piu’ indipendentemente da quello che potrebbe essere la qualita’ del suo lavoro. Per cui oggi vediamo film come Disaster Movie che vengono addirittura tradotti in italiano. Qui non si sta parlando piu’ di un qualcosa che e’ interessante perche’ ha delle qualita’. Si sta parlando di creare un mercato spingendo sui punti deboli conosciuti della mentalita’ per ottenere un unico scopo: vendere un prodotto che qualcuno ha pagato perche’ sia venduto.
Pagare per vendere il proprio prodotto.
Sarebbe da incorniciarla come frase. Non si tratta piu’ di un qualcosa di normale come: “investimento” o “percentuale delle vendite”. Si tratta di creare un mercato sulla fuffa dove per entrare bisogna sborsare una marea di soldi. E dopo logicamente ci si incazza se non si riesce a venderlo, quindi ci si ribella alla casa che si pagava per vendere il prodotto.
In inghilterra i musicisti si stanno un po’ svegliando e vogliono iniziare a tornare ad un sistema piu’ normale: loro si tengono le loro canzoni e poi chiamano le case per affittargli le loro opere per avere la distribuzione, nel frattempo preferiscono la vendita via internet dove hanno visto he ricevono una fetta maggiore delle vendite.
Gia’ perche’ il mercato attuale e’ talmente viziato che l’autore non e’ piu’ padrone delle sue opere, sara’ almeno un secolo che non e’ piu’ cosi’, ma spesso non ce se ne rende conto.
Basta pensare a come diverse case musicali creano dal nulla alcune band che hanno come unico punto di vendita una buona immagine o una voce carina (spesso enanche entrambe). Non si preoccupano di creare una possibile fonte di rendita futura insegnando a quella gente ad essere indipendente (possibilmente, quindi, anche salvandosi il culo da sole perche’ diventerebbero utili e quindi la loro posizione non sarebbe messa in discussione).
Certo il caso speciale che non rimane una meteora che svanisce subito c’e’ sempre, ma alla fine si rimane solo col pensiero di aver visto il classico raccomandato che si e’ fatto il suo giro di gloria per un po’ dopo aver frignato o pagato abbastanza. E cio’ non e’ bene. Preferisco pagare dei raccomandati come Jason Mewes e Kevin Smith, figli di capi di una famosa casa produttrice di film, che pero’ si sono ricorciati le maniche e oltre a fare delle opere perlomeno vagamente decenti, si prendono per culo da soli (bellissimo il pezzo sul set finto di un improbabile Will Hunting 2 dove due famosi attori si scambiano una battuta proprio su questi temi e poi guardano direttamente la telecamera per sottolineare il tutto), ed in generale riescono a fare dei film che fanno riflettere, anche se guardati superficialmente sembrano essere solo una accozzaglia di battute scurrili.
Purtroppo la classica meteora invece crea una impressione decisamente opposta.
Gli strumenti, come detto sopra, esistono gia’ e permettono un riconoscimento da parte dell’autore ed una grossa fettona di guadagni.
Il problema sarebbe rimodernare o tagliare strutture obsolete di supporto che si sono pervertite ed hanno finito con il perdere di vista il loro obiettivo originario e diventare (come nel caso della SIAE o di una sua parziale equivalente americana, la RIAA che si occupa solo di musica) una parodia periscolosa e vagamente mafiosa di quello che avrebbe dovuto essere uno scopo nobile.
Dopotutto ricordiamoci che, esattamente come mafia e socialismo sulla carta (e se riassunti male) sono molto poco differenti, anche la maggior parte dei piu’ grandi terroristi e dittatori sono partiti dai nobili scopi del socialismo per pervertirli. In una maniera molto simile e’ successa qui in Italia ed in buona parte del mercato occidentale proprio con tutte quelle associazioni (pubblicitarie, di supporto e tutela o anche persino editori) che sono partite per aiutare autori e creatori di opere artistiche ed hanno finito con l’arrogarsi diritti che non gli competevano e arroccarsi su posizioni dannose per la stessa fonte dei loro guadagni.
Dopo aver tentato di fare il minor numero di nomi e link possibili spero si non finire un’altra volta nell’antispam…
12 ottobre 2008 alle 13:08
@Uriele
Quell’esempio mostra quanto siano assurde le leggi.
Credo che i diritti delle persone andrebbero tutelati senza andare a discapito di altri. Il problema del copyright e di tutte le leggi a tutela del diritto d’autore e’ che per essere applicabili devono andare a ledere i diritti delle persone che potenzialmente potrebbero danneggiare l’autore.
Ci potrebbe stare anche il principio di protezione di questo diritto di guadagnare con la propria opera, ma per i problemi qui sopra e’ l’autore che deve ideare un sistema di distribuzione che gli rimanga sotto controllo.
Credo che questo sia sufficiente a spiegare l’ingiustizia di queste leggi.
11 ottobre 2008 alle 20:33
@ Gamberetta: Non era dei dati delle Majors che parlavo (sempre strapompati a loro vantaggio), ma proprio di ricerche della comunità europea sulla quantità di software pirata rispetto al totale in Italia (articolo riportato da punto informatica appunto). Siamo al secondo o terzo posto in europa (appena dopo la Grecia).
In Italia, non pagare quando si può e “metterla in quel posto al produttore indipendentemente dal prezzo” sono leggi non scritte, per cui il meccanismo virtuoso del “compro solo quello che mi piace dopo che l’ho letto” non penso possa funzionare. D\’altra parte tutti i supporti di registrazione COMPRESI GLI HARD DISK sono sovrapprezzati in modo che una parte dei guadagni vada direttamente alla SIAE (in poche parole: anche se non scarichi cose protette da copyright, ti facciamo pagare in modo trasversale i diritti, stronzo!).
@Gugand: bhè sul buon senso della SIAE avrei da ridire… leggi questo:
http://sandronedazieri.nova100.ilsole24ore.com/2008/10/la-siae.html
(so che il link potrebbe far finire in commento in SPAM, ma penso sia interessante. Ho saputo di quest’incidente perchè seguo da un po’ i collettivi narrativi, specialmente quelli di Bologna)
11 ottobre 2008 alle 16:44
@GiD
Intanto vorrei dire che chi fa arte per commerciare l’opera si chiama artigiano. Io sono dell’opinione che nessuno ha chiesto nulla all’artista o artigiano quindi non vada piangendo perche’ c’e’ qualcuno che apprezza il suo lavoro e non e’ andato a pagarlo. La gente potrebbe anche mandarlo a quel paese o mettersi a giocare con Puzzle Quest, comprato giusto per non essere coerente.
Che la legge va rispettata d’accordo e che la legge non prevede ignoranza pure, ma resta il problema che chi ha la copia non puo’ essere accusato di averla presa illecitamente perche’ nessuno e’ tenuto a sapere come e’ arrivata a lui. Il problema semmai e’ di chi la diffonde contro il permesso del’autore, ma qui vorrei fare dei distinguo.
La SIAE ha abbastanza buon senso da non parlare mai di permesso d’uso, ma solo di diffusione.
A me sembra la situazione di quello che fa musica ad alto volume e pretenderebbe dai vicini che non pagano di non ascoltare, anzi dovrebbero fargli il favore di chiudere la finestra magari con i doppi vetri. Comunque sia:
Riconosciuto il diritto all’autore il diritto di fare i soldi col suo ingegno deve anche essere cura dello stesso far in modo da proteggersi dalla concorrenza e controllare che tutti coloro che hanno una copia di rispettare un contratto sulla diffusione. Piu’ o meno e’ quello che fa la SIAE (o equivalenti) delegata dagli artisti, dietro pagamento, a controllare la diffusione. Chi vuole diffondere un’opera va dalla SIAE e la paga. Questa a sua volta paga gli artisti oppure la SIAE fa da “notaio” dell’accordo tra autore e distributore.
SIAE, artisti e distributori fanno un contratto che li vincola uno all’altro.
Il problema e’ che la legge estende arbitrariamente questo contratto non solo anche a chi acquista copie dell’opera (magari facessero firmare qualcosa in modo da sapere chi ha acquisito la licenza), ma anche a coloro che hanno copie distribuite illegalmente. Questo e’ assurdo. Uno non rispetta un contratto vendendo o regalando copie e ci va a finire di mezzo chi la riceve?
E poi l’autore che pretende? Che vengano distrutti i supporti o gli vengano restituite le copie? Gratis? Almeno pagasse i supporti quanto li ha pagati il possessore delle copie illegali, se non lui quello che ha distribuito illegalmente. L’ultimo della fila non ha sottoscritto nessun contratto e dovrebbe diventare vittima quanto l’autore per la legge.
Lo stato deve entrare nella questione solo per far rispettare il contratto.
Il resto deve essere auto gestito da autore, editore e qualunque associazione di tutela degli artisti.
11 ottobre 2008 alle 15:15
@GiD. Esempio di diritto fondamentale messo in crisi da un’aggressiva difesa del copyright: il diritto alla riservatezza.
L’unica maniera per accusare qualcuno di violazione dei diritti d’autore su Internet è sorvegliare le sue comunicazioni. Ora, se si tratta di omicidio, su mandato di un Giudice, può essere accettabile una violazione del proprio spazio privato (così come succede con una perquisizione). Ma siamo sicuri che sia accettabile nell’ambito della violazione di copyright?
Una perquisizione, l’intercettazione di comunicazioni private, la sorveglianza, sono fatti gravi, che dovrebbero essere messi in atto solo per questioni di vitale importanza. Non certo per un’infrazione di scarsissimo (se non nullo) impatto sociale.
Sarebbe come sparare ai bambini che rubano le caramelle. Concesso (solo per amor di discussione) che “rubare le caramelle” sia sbagliato, se l’unica maniera è sparare ai bambini la cura è più grave del male.
Non si può sorvegliare una persona, sequestrargli il computer, perquisirgli la casa, con la scusa della violazione di copyright, è un assurdo.
@Uriele. Non ti fidare di certi dati. Sono messi in giro a scopo terroristico e non hanno nulla a che vedere con la realtà. Per un esempio recente, leggi questo articolo.
11 ottobre 2008 alle 14:18
@gugand
Ma ognuno potrà scrivere per quel cazzo che gli pare, o no? Se uno scrive per soldi, sarà libero di farlo? Come dice Gamberetta, visto che sei d’accordo con lei, “nello scrivere, per piacere, tecnica e fantasia”. Le motivazioni sono diverse per ognuno. Tu scrivi per distribuire, qualcuno scrive per sé, altri scrivono anche per guadagnare. Ognuno fa come crede. Per essere uno che professa tanto l’arte hai vedute molto chiuse…
Sì, capisco che aspettarsi che uno rispetti la legge è troppo, sono sempre stato un sentimentale…
Battute a parte, non devi firmare niente. Fai parte dello Stato e devi rispettarne le leggi, che tu lo voglia o no. Lo Stato mette una tassa? La paghi. Lo Stato riconosce il diritto d’autore? Lo rispetti. Poche ciance.
L’autore e l’editore pagano perché un tal romanzo non possa essere riprodotto da terzi, non è “automaticamente” protetto.
Chiunque voglia diffondere qualcosa deve prima accertarsi che non sia coperta da copyright, per chi semplicemente scarica il discorso può essere diverso, ma se nessuno distribuisce materiale protetto va da sé che nessuno lo scarica.
Tu che acquisti una copia sai che non puoi distribuirne liberamente il contenuto, e se non lo sai peggio per te, la legge non ammette ignoranza.
Ancora una volta: Anche gli scrittori fanno parte dello Stato (eh, è dura ma è così…). E ancora una volta: Lo Stato tutela i diritti dei singoli cittadini, a volte coinvolgendo le forze dell’ordine pagate da tutti (pensa tu che inciviltà!).
11 ottobre 2008 alle 10:29
@GiD
A parte che sono d’accordo con gamberetta che l’autore non ha il diritto di guadagnare con le sua opere con la “carota” del guadagno.
L’artista fa arte per soddisfazione personale o per bisogno personale di comunicare qualcosa al mondo, a meno che non sia un lavoro su commissione, quindi la distribuzione del messaggio alla gente e’ l’unico scopo dell’autore di un opera.
Se l’arte la si vuole considerare un prodotto (perche’ e’ quello che diventa) l’artista lavora con lo scopo di guadagnare. Come per tutti i prodotti il controllo della distribuzione e’ a carico del produttore.
Se vuoi che il tuo testo arrivi solo a chi ti paga, devi gestire da sola l’affare facendo firmare un contratto che vincola l’acquirente nell’uso del libro in modo che tu sappia a chi hai venduto il libro e possa accusare chi distribuisce contro la tua volonta’. Non puoi accusare chi trova una copia in giro di furto. Se non hai un documento che attesti che il tizio non e’ tra quelli a cui tu l’hai venduto o regalato non puoi pretendere nulla. Il controllo “automatico” della distribuzione non e’ corretto perche’ per tua pigrizia vorresti sperare che chi compra un libro si comporti come se avesse firmato qualcosa.
A questo punto non sapendo con chi prendertela vai dal tizio che ha trovato la copia non legale e lo accusi di furto e magari a lui e’ stato regalato? Il tizio come fa a sapere che e’ roba non autorizzata? Mica pretenderai che la gente sappia cosa sia pubblicato e cosa no? Ci sono scritti come la divina commedia che hanno i diritti d’autore scaduti.
E pretenderesti pure che le forze pubbliche pagate coi soldi di tutti si prendessero la briga di controllare che le copie della tua opera siano state autorizzate?
Tutt’al piu’ puoi pretendere una restituzione o la distruzione della copia se a te ti capita di trovarne una e dietro espressa denuncia.
Questo e’ quello che succede con qualunque merce di scambio, non
si capisce perche’ le opere d’arte devono avere una tutela diversa.
11 ottobre 2008 alle 01:46
@ gugand
Il fatto è che coi romanzi e opere simili nascono problemi nuovi, tipici di questi prodotti. Per non ripetere cose già dette leggiti (se vuoi) cosa ho detto nei miei precedenti post in risposta a Gamberetta, e anche cosa ha detto Okamis (che sui problemi da focalizzare era d’accordo con me).
Poi, in generale, ti ripeto che è ridicolo dire che un diritto non va tutelato solo perché tu non ci guadagni. Lo Stato (che comunque è diverso dalla “gente”) deve tutelare qualsiasi diritto, purché legittimo (di nuovo, leggi i miei post precedenti). Poi si può discutere sulla legittimità del diritto d’autore, ma dire che lo Stato non deve tutelare l’autore perchè “è lui che ci guadagna” è sbagliato. L’autore fa parte dello Stato come ne fai parte tu, e deve essere tutelato nei suoi diritti.
10 ottobre 2008 alle 23:26
Condivido il parere di DelemnO. Io sinceramente non avrei problemi a rilasciare un mio romanzo-racconto aggratis, e quando pubblicherò – perché, perdonate la presunzione, pubblicherò – non lo farò per i soldi. In primo luogo non si può campare colla scrittura, in Italia, in secondo luogo sarebbe assurdo, perché la scrittura (buona) è pur sempre un’arte, ergo si dovrebbe praticarla principalmente per ispirazione.
E, sì, vedere la propria opera stuprata da chicchessia sarebbe orrendo. Non dico condividere la propria ragazza/o. Se si è ubriachi o ci si annoia, perché no? lol. Ma l’esempio dei figli che si prostituiscono calza. ^^
10 ottobre 2008 alle 22:10
@GiD
Non sono un avvocato, ma mi sembra che se il possessore di un bene non mette un minimo di controlloil bene rubato non e’ tale a meno che tu non abbia qualche documento che attesti che il bene e’ tuo e dimostri che tu non glielo hai regalato o dato di tua volonta’.
Se lasci qualcosa in giro sul marcapiede e te ne vai senza fare una denuncia di smarrimento non puoi rivendicare nulla. In ogni caso il pirata non toglie il possesso al proprietario.
In poche parole pretendere che la gente ti controlli al posto tuo un tuo bene e’ un po’ pretestuoso e alla collettivita’ tutelarti e’ troppo costoso.
Una volta che una persona ha una copia di qualcosa di tuo puo’ dire benissimo che tu glielo hai dato cosi’ e non hai modo di dimostrare il contrario.
10 ottobre 2008 alle 21:44
@Delemno: io invece non so cosa darei per riuscire a scrivere qualcosa di talmente buono da far venire voglia ad altri autori di ambientare le loro storie nel mondo che ho creato ;) Se questo succede, vuol dire che le tue storie vendono e sei già ricco e famoso, e allora di che ti lamenti? ^_^
@Storione Sacchi: credo si stia ragionando con in mente una situazione troppo ideale. Come aspirante scrittore cerco di tenere presente che nessuno guadagnerà dal suo primo romanzo. Il problema è semmai arrivare a farsi conoscere, e per questo la gente è disposta a pagare. La maggior parte degli autori che vengono pubblicati in Italia sono loro a pagare l’editore: 1500, 2000 e persino 3000 euro per stampare 150 pidocchiose copie e fare un bel buco nell’acqua. In una situazione simile il fatto che gli autori abbiano diritto a godere il frutto del loro lavoro è un po’ una discussione sul sesso degli angeli. Per tutta questa gente il fatto che la loro opera possa circolare su internet è tutto grasso che cola, come minimo non gli costa niente. Purtroppo molti non se ne rendono conto e preferiscono farsi truffare dagli editori a pagamento.
10 ottobre 2008 alle 19:23
Io su una cosa rimango della mia idea, riprendendo quanto detto da Gamberetta tempo fa.
C’è una cosa che, se dovessi pubblicare il mio libro, mi seccherebbe alquanto. A parte quelli che lo scaricano, naturalmente.
Se qualcuno dovesse prendere razze, personaggi o idee distintive dal mio libro per una sua opera. Se qualcuno mi chiedesse il permesso, chissà, al massimo una cosa a 4 mani se mi gira particolarmente bene. Ma ci sono cose che non voglio condividere, sarebbe come condividere il mio ragazzo, non ha senso. A parte che si potrebbe dire, ma non hai un minimo di fantasia da inventarti roba tua? , ma io non riuscirei a vedere gente che copia da me e sorridere. ecco, ho trovato un paragone migliore: cedere a destra e manca idee mie sarebbe come far prostituire mia figlia ( per assurdo, non ho mica figli). Mi ci affezionerei troppo per vederli usare da altri, scusate tanto per l’egoismo e se non faccio il bene del mondo letterario, Secondo me fare il contrario dimostra quasi uno scarso attaccamento verso la propria opera, per me inconcepibile.
Non so se mi son spiegata.
10 ottobre 2008 alle 19:20
@Gamberetta: Se tutto il mondo fosse come l’Italia probabilmente sarebbero falliti. Più del 46% dei software proprietari in circolazione è pirata, siamo quelli che scaricano più film e dischi piratati d’europa (Laura Pausini e i vari gruppi italiani, a parte forse gli Elii campano, non si sa per quale buon motivo, vendendo molti dischi in sudamerica); insomma siamo quasi un anomalia, una singolarità matematica riguardo al rispetto del copyright.
L’editoria finora ha avuto un destino leggermente diverso perchè, non essendo diffuso l’uso dell’ereader, la lettura sul PC di testi più lunghi di qualche pagina è fastidiosa e stancante.
10 ottobre 2008 alle 17:18
gugand:
E pensare che ci sono deficenti convinti che quella del copyright sia una questione complessa! Perché? è tanto semplice… Sei l’autore di un romanzo? Sei riuscito finalmente a farlo pubblicare? Non vorresti diffonderlo gratuitamnete ma c’è già chi lo sta facendo per te su miliardi di siti? La cosa non ti sta bene?
CAZZI TUOI! (la risposta facile e veloce a qualsiasi problema, da oggi disponibile anche per voi scrittori!)
Tornando seri…
Ma che CAZZO di discorso è?!
Davvero, quando qualcuno spara queste perle di saggezza come verità cadute dal cielo mi viene da spaccare a testate la scrivania!
Dove viviamo? Nella giungla o in una società? Se uno ha un diritto è normale che lo Stato (Stato, e non comunità) lo tuteli, anche se ci guadagna solo lui. Non è che se ti rubano la macchina chiami i carabinieri e quelli ti rispondono “E a noi che ce ne frega? La recuperi con le sue risorse!”.
Tra l’altro non è la comunità che controlla e vigila, ma lo Stato. Tu, membro della comunità, non devi fare proprio niente, a parte (ovvio!) non violare la legge (sì, lo so, può essere un impegno gravoso…).
Se non sei d’accordo con le leggi sul copyright è un discorso, se sei convinto che lo Stato non debba tutelare uno scrittore perché “è lui che ci guadagna” è un’idiozia.
Gamberetta:
Questi “diritti ben più fondamentali” son sempre tutti da vedere, comunque…
10 ottobre 2008 alle 16:30
Io mi riferivo semplicemente a una minuscola parte del discorso, al motto: “Fa una donazione all’autore”. :)
Ho sentito una sola risposta. Tutto qui. Non vado a scomodare discografici, o altro. Non ne so abbastanza per lanciarmi in pronostici o proiezioni sul futuro, anche perché, a dire il vero, reputo sia i miei quanto i tuoi, discorsi comunque abbastanza campati per aria, ragionamenti interessanti, sì, ma come se fossimo di fronte a una tazza di the o cioccolata insieme a 4 amici. Non è che non ci mettiamo impegno o non ci ragioniamo a fondo, ma per conoscere meccanismi così vasti ci vogliono parecchie teste più esperte di noi (giovani o vecchie non conta). Un conto è parlare di scrittura citando articoli, tecniche riscontrabili direttamente. Ma ci manca una vasta esperienza nell’economia mondiale, conoscenza di cavilli, vicoli ciechi, intrecci di aziende che magari noi non sappiamo neanche collegate!
Scusa, ma per me è così, spero di non offenderti.
L’importante è continuare a ragionarci su.
ciao ciao
10 ottobre 2008 alle 15:54
In un newsgroup ho fatto una discussione simile.
Alla fine c’e’ solo una cosa da dire per mostrare l’ingiustizia del copyright:
l’artista pretende che il controllo della diffusione di un’opera d’arte sia fatto dalla comunita’ quando e’ lui che ci guadagna. Se l’autore vuole controllare la diffusione lo faccia con le sue risorse.
10 ottobre 2008 alle 12:09
@Morgante. Se fosse vero, i produttori discografici, cinematografici, ecc. avrebbero già chiuso da un pezzo, perché già adesso puoi scaricare tutto quel che ti pare e non pagare.
10 ottobre 2008 alle 11:49
Ho detto un po’ in giro: “che ne diresti se potessi scaricare gratis opere di ogni autore, anche famoso, e poi, in caso fossero state di tuo gradimento, lasciassero a te la scelta di fare un’offerta in segno di supporto…”
Un sorriso sornione, un lampo negli occhi, e la stessa identica risposta (da casalinghe, studenti, o lavoratori fissi): “Ma perché se una cosa me la sono presa gratis, devo dare dei soldi dopo? I soldi me li tengo!”
Questo è stato il mio piccolo sondaggio. Che poi ci siano persone, mi ci aggiungo io, che sarebbero anche felici di sostenere un autore che apprezzano, ne sono convinta. Ma il sistema che immagini tu, Gamberetta, lo vedo ancora nell’universo Utopia. Alla gente piace tenersi i propri soldi in tasca, di gesti nobili, o generosi, non mi pare importi a molti.
Ma chissà che un giorno…
10 ottobre 2008 alle 11:07
@Storione Sacchi.
E allo stato attuale quale sarebbe la tutela? La buona parte degli scrittori in Italia (e non solo) morirebbe di fame, letteralmente, se dovesse vivere di quello che scrive.
Dunque, allo stato attuale, ovvero in un regime di feroce difesa del diritto d’autore, quali tutele ci sono? Nessuna.
D’altra parte, se ci fossero concrete tutele (intervento statale) ci sarebbero ancor meno ragioni per non distribuire gratuitamente i libri: anche se questo danneggiasse le vendite, non importa, perché l’autore è comunque tutelato con altri mezzi.
Inoltre, come già spiegato, a mio parere “il completo controllo di tutte le copie della sua opera” non può essere accettabile dalla società, perché lede diritti ben più fondamentali di tutti i suoi membri. Il completo controllo l’autore l’ha finché le copie se le tiene per sé, quando le rende pubbliche ha volontariamente ceduto una parte di tale controllo.
Perché DEVI frequentare la scuola dell’obbligo, pagare le tasse, prendere la patente, ecc.? Rinunci a uno spicchio di libertà e controllo in cambio dei benefici che la società nel suo complesso ti garantisce grazie a tale rinuncia.
Una società dove l’accesso alla cultura è libero e a costo vicino allo zero è una società migliore dove c’è più gente informata, che prende decisioni più sagge, dove più persone hanno la possibilità di sviluppare i propri talenti. Magari (tutto da dimostrare) guadagnerai meno con il tuo romanzo, però sarai avvantaggiato dal vivere in una società più feconda.
Tornando alle tasse: per esempio una fetta di tasse è usata per la scuola pubblica. Tu potresti dire: col cavolo! Io se voglio andare a scuola mi pago la privata, e non vedo perché devono portarmi via i soldi solo perché qualcuno vuole imporre il suo punto di vista che tutti hanno diritto all’istruzione!
In realtà (spero tu sia d’accordo), non sono soldi buttati, perché la possibilità per tutti di frequentare una scuola non è utile solo ai diretti interessati, ma alla società nel suo complesso, te compreso.
Col copyright è lo stesso e tu non devi neanche pagare!
10 ottobre 2008 alle 10:40
@storione sacchi
Se l’autore vuole avere sotto controllo la diffusione dell’opera lo faccia in luoghi chiusi e controllati ed eviti di far uscire copie al di fuori di tali luoghi perche’ di fatto lui non vuole la diffusione tra il pubblico, vuole vendere un prodotto. Tutti i prodotti, da che mondo e’ mondo, sono di chi li compra e il diritto d’autore invece non lo permette perche’ vincola l’uso all’acquirente.
Che ci voglia una tutela per il riconoscimento di paternalita’ dell’opera e’ sacrosanto.
10 ottobre 2008 alle 09:17
Ciao. Scopro con piacere questo interessante blog, e questo ancor più interessante post, dove si fanno delle analisi puntuali e precise e si offrono spunti particolarmente interessanti su tematiche di mio interesse.
Volevo dare il mio contributo, modesto e probabilmente non molto utile.
Prima di tutto volevo sostenere la tesi di GiD, onestamente non attaccabile. Gamberetta e gli altri dicono cose interessanti e valide, ma in democrazia un punto di vista non può essere imposto: loro pensano che la cultura sia un bene da difendere e diffondere a tutti i costi; come pure che il libero accesso gratuito via Internet alle opere d’ingegno garantisca ritorni economici addirittura superiori al vecchio sistema.
Possono anche avere ragione, ma io sto scrivendo un romanzo, probabilmente di pessima qualità (non mi accontento mai!), e ben so da questa mia esperienza quanto sia difficile e laborioso questa opera d’ingegno: le vostre argomentazioni forse mi hanno convinto a diffonderlo via Internet; ma ben comprendo che un altro autore può non essere disposto a ciò, dopo la fatica che ha fatto, e giustamente va tutelato in almeno una minima aspettativa economica o, comunque, almeno di avere il completo controllo di tutte le copie della sua opera; e affermare ciò non vuol dire affatto dare ragione ai prezzi ladrocinio che alcuni editori (ma anche case discografiche, cinematografiche e quant’altro) propongono, per interessi che magari non coincidono o non compensano adeguatamente le aspettative dell’autore, il discorso è diverso.
Onestamente, poi, credo poco al teorema: “io provo; se mi piace, poi ricompenso”. Una prospettiva troppo ideale: non scarico quasi niente da Internet; ma se scarico qualcosa, non verso neanche un centesimo, anche se mi è piaciuto tantissimo; e credo veramente che la maggior parte delle persone si comportino così, altrimenti le industrie cinematografiche e televisive dovrebbero essere floridissime, in barba a qualsiasi crisi finanziaria!
Secondo me è un problema di dimensioni (scusate l’eventuale battuta involontaria): nessuno potrebbe trovare nulla di così malvagio nello scaricarsi l’mp3 di una canzone famosa, magari per usarla come suoneria del proprio telefonino (e fare, così, della pubblicità indiretta all’autore e all’interprete); la stessa cosa si può dire per un semplice racconto, il cui costo in termini di fatica dell’autore non è stato affatto eccessivo ed è stato scritto proprio per diffondere un messaggio. Altro esempio stupido: molti sposini fanno il libretto della messa del loro matrimonio e vi inseriscono anche i testi delle canzoni (da Chiesa!); parlereste mai di violazione di copyright per una cosa del genere? Eppure è così!
Cosa dire, però, quando, invece di scaricarmi una sola canzone, mi scarico un intero albo o, addirittura, l’intera discografia di un cantautore? Di fatto per l’intero lavoro della vita del cantautore ho versato zero centesimi! Stessa cosa se confrontiamo un racconto con un romanzo: per il primo forse è bastato una giornata e nulla di più; per il secondo, anche anni, se non sei uno scrittore a tempo pieno; e perchè lo scrittore DEVE essere disposto a vedere circolare i pdf del suo romanzo via Internet, solo perchè un “piratone” vuole imporre il suo punto di vista?
Naturalmente non ho ricette pronte: ma, francamente, sarei molto disposto a rendere liberi di essere scaricate i singoli estratti da ciascun albo di un cantante e diffusi per radio, in quanto resi pubblici, od alcuni capitoli selezionati di un romanzo; fermo restando che per il resto dell’album o del libro, se si apprezza quanto già scaricato, va offerto il contributo richiesto (dall’autore, in particolare, non dall’editore).
Giusto un altro spunto di riflessione: ma se mi scarico una canzone, ledo i diritti dell’interprete o dell’autore della canzone? Sopratutto del secondo, a mio avviso, perchè il primo ci mette solo la voce e qualche ora in sala di registrazione, riceve compensi prefissati dalle case discografiche (uno dei motivi portati avanti dalle stesse per giustificare il prezzo ladrocinio dei loro cd!), e poi ha i concerti per ricaricarsi; il secondo, invece, no.
Certo, però, che se avessero ricevuto dei compensi prefissati anche loro, il discorso potrebbe cambiare: ma chi ha investito in tutti questi compensi prefissati, non avrebbe a questo punto diritto a non vedersi soffiare il guadagno dell’investimento da qualche piratone non autorizzato? In un film, poi, il discorso è ancora più complesso: sceneggiatori, attori (solitamente riccamente precompensati), registi, produttori, etc.
Una cosa è certa: il tema è complesso; ma non basta certo una dichiarazione di intenti o un punto di vista, per semplificarlo in questa maniera; continuando, comunque, a ripetere che molte delle cose dette sono assolutamente vere …
25 settembre 2008 alle 12:23
Ci sono già. Dopo vari litigi con Franz, la Bracchetta d’Aqui e la Modessa.
Non è di certo un problema per me.
Ufficialmente le biblioteche dovrebbero pagare la SIAE per usufruire del loro materiale, e pretendere soldi dai lettori per il solo fatto di guardare le poche cartacce a cui riescono ad accedere (leggi UE).
Grazie agli Dei lo stato rimborsa (ancora) la SIAE direttamente, risparmiandoci questa farsa. L’Unione Europea però continua a rognare… a condannare l’Italia per questi orrendi crimini, a chiedere multe… siamo sotto assedio, signori.
23 settembre 2008 alle 21:59
@Uljanka: aggiungici anche che quando ho fatto io il dottorato il laboratorio didattico (così come quello di ricerca) andava avanti a forza di software piratato. Non c’era una lira nemmeno per comprare il sapone liquido per i bagni, figurati per le licenze. L’alternativa, pura e semplice, sarebbe stata quella di chiudere i laboratori. Credo che ora dal punto di vista economico le università siano messe anche peggio, però sono disponibili molte più risorse open source.
Per quello che riguarda le biblioteche, come dicevo sopra non mi stupirebbe se tra un po’ uscisse una legge che vieta il prestito di opere coperte da copyright.
P.S. Attenta che ora ti mettono sulla lista nera di FM ;)
23 settembre 2008 alle 19:59
Innanzitutto complimenti al “comitato di gestione” del blog e all’autrice dell’articolo per la maturità e l’ironia con cui è stata trattata la materia.
Complimenti anche ai partecipanti al dibattito. In qualità di bibliotecaria ho partecipato a vari corsi sul Diritto D’Autore e raramente ho sentito discutere la questione in modo così complesso.
Mi permetto di contribuire con il mio punto di vista. io lavoro in una biblioteca scientifica e posso tranquillamente dire che la ricerca, a livello internazionale, può procedere solo in barba al copyright. Tra i ricercatori c’è un fittissimo traffico “illegale” di copie di articoli in ogni forma senza il quale le informazioni non sarebbero diffuse e i progetti non procederebbero.
La maggior parte degli sitituti dei paesi in via di sviluppo, impegnati in attività fondamentali per il progresso della loro comunità, andrebbe a catafascio senza il benefico “aumma-aumma” dello scambio di pubblicazioni tra docenti e tra biblioteche.
Io mi ricordo eroiche spedizioni di materiale al “nemico”, alle università Di Teheran e di Basra (ancora sotto Saddam), oppure a Cuba, pacconi voluminosissimi di gloriose ricerche meid in iuesei diretti in ogni stato canaglia immaginabile, inviati proditoriamente, senza batter ciglio, dalla segreteria del nostro dipartimento.
Voi dite giustamente che non tutti si sentono di spendere 20 euro per un romanzo. E non tutti, allora, possono permettersi di spenderne 500 per un testo di medicina, oppure 20 per un articolo di 5 pagine, ovvero 2500 per abbonarsi a 6 pidocchiosi numeri di rivista. E allora? Copie, fotocopie, scansioni, trascrizioni a mano… tutto in burla alla famigerata c cerchiata.
Quanto guadagna un professore universitario (attenzione si parla delle facoltà scientifiche, a lettere è diverso…) dalla pubblicazione di un articolo ovvero di un libro dalla tiratura limitatissima che poche centinaia di istituti in tutto il mondo possono permettersi? Nulla. Il copyright gli fa il servizio di tutelare solo la paternità dell’opera. L’autore sa benissimo che il suo progetto verrà ripreso da altri per effettuare attività indipendente e che ciò potrà essere effettuato solo in seguito a copia della pubblicazione. Non per nulla le case editrici delle università di Africa e Cina, Sud America e Europa Orientale, spesso e volentieri consentono l’accesso on-line gratuito alle loro riviste.
Noi bibliotecari dovremmo fare salti più che mortali per rispettare pedissequamente le attuali leggi sul diritto d’autore. Noi siamo le figure più esposte, rintracciabili, perseguibili penalmente. Siamo obbligati a far rispettare la regola del 15% nella riproduzione di opere stampate, e dello 0% di quelle accessibili solo in formato elettronico. Non riuscirò mai a quantificare la totalità dei no balordi che ho dovuto sbattere in faccia a utenti e colleghi a causa di tali norme idiote. Il solo fatto che coloro che dovrebbero essere i diffusori dell’informazione siano invitati a diventarne i biechi custodi, i “carcerieri” della parola scritta, dovrebbe invitare a pensare riguardo all’inadeguatezza delle norme vigenti. Il diritto d’autore dev’essere ripensato, soprattutto vista l’attuale popolarità di mezzi come il web, atti ad una rapida diffusione delle informazioni.
Condivido pienamente il sogno di Gamberetta:
E’ quello che tentano di fare molte università, concedendo agli iscritti l’accesso gratuito alle opere possedute in formato elettronico, tramite nome e password, e invitando i docenti a pubblicare sul server d’ateneo almeno la versione provvisoria, non ancora mandata all’editore, dei loro lavori. Però la strada è ancora lunga.
23 settembre 2008 alle 13:08
Non credo che le leggi sul copyrigth abbiano nulla di morale, anzi. Consentono solo che un’opera d’arte venga trattata come un prodotto commercializzabile che quindi possa esser venduto, abbia un valore di mercato, un costo e adempi ad un servizio al fruitore. E’ tutto un fattore economico.
Chiaramente, vista la particolare natura del prodotto (è duplicabile, copiabile, moltiplicabile facilmente, non vincolato a un’unica forma materiale), la sua gestione è diversa rispetto quella, riprendendo un esempio letto tra i commenti, di un’automobile: l’automobile è tua e se rispetti le regole della strada puoi farci quello che vuoi, ma non puoi far ciò che vuoi del nome, del marchio della casa automobilistica che ha prodotto la tua auto; la copia del libro è tua, ma non il contenuto. E non perché questo sia GIUSTO, ma perché è l’unico modo per tutelare il prodotto da un punto di vista esclusivamente, ripeto, economico.
E’ orrendo considerare l’arte in questi termini, ne convengo, ma da questa nostra società non ci si può aspettare altro. L’unica soluzione possibile pare sia la scelta da parte degli artisti di non commercializzarsi, di rendere libero e fruibile il loro prodotto. Secondo me però, possono esserci diverse altre modalità intermedie che consentono agli artisti di render libera la loro arte e riceverne comunque un adeguato compenso. Un esempio, abbozzato e non pretenzioso: un’artista potrebbe render libere parte delle sue opere e soggette a copyright altre, permettendo ai suoi fruitori di farsi un’idea della sua arte e decidere se approfondirne la conoscenza.
23 settembre 2008 alle 09:48
@angra: ups, temo di avere scritto una cazzata.
avevo fatto una prova di pubblicazione all’uscita di ilmiolibro e avevo memorizzato che fosse in tutto e per tutto come una qualsiasi vanity fair. ho riprovato e, a meno che la cosa non salti fuori all’ultimo passaggio ma tendo ad escluderlo (sarebbe ai limiti della truffa), non mi hanno chiesto nulla.
vero che acquistando un isbn non depositi l’opera, ma è anche vero che nel momento in cui distribuisci un testo con un isbn (ovvero lo iscrivi in qualche registro ufficiale associato all’isbn), hai una documentazione ufficiale dell’associazione data+testo+testesso.
condivido l’idea che questa cosa della proprietà sia una specie di paura/desiderio da scrittore emergente e, infatti, rimango dell’idea che l’elemento principale sia l’accesso ai canali distributivi diversi da lulu (nel caso di lulu, ovviamente).
personalmente ho acquistato un pacchetto di distribuzione perché voglio fare alcuni esperimenti di promozione… quindi spero proprio che lulu non fallisca. almeno fino alla fine dei miei esperimenti! :)
22 settembre 2008 alle 12:42
@mhrr: in realtà no, il codice isbn non tutela affatto la proprietà intellettuale dell’autore (spero di non andare OT, ma visto che stiamo parlando di copyright e diritti vari…). Quando compri un codice isbn non depositi il testo dell’opera. Se consideri che può capitare che due romanzi abbiano lo stesso titolo (vedi “Il segreto dell’alchimista”), capisci come un codice isbn associato a un titolo possa dire ben poco. Il codice isbn ha né più né meno la stessa utilità del codice a barre sulle scatole dei pelati: serve per questioni gestionali a distributori e librai. Se il tuo libro non viene distribuito, il codice isbn non serve a niente.
Poi, lasciami dire, tutta questa paura che la propria opera venga rubata è tipica dell’esordiente convinto di aver scritto un inarrivabile capolavoro che da lì a poco venderà qualche miliardo di copie, il che generalmente è falso.
Sui pacchetti di distribuzione di Lulu: bah. Anche quando il tuo titolo figura sul catalogo di Amazon fra qualche altro milione di titoli, chi è che se lo va a comprare? Il romanzo di un perfetto sconosciuto scaricabile gratuitamente su Lulu può sperare di ottenere un centinaio di download, e stiamo parlando di qualcosa di gratuito. Immagina di pretendere invece che uno spenda 16 euro tra stampa e spedizione e vedi cosa viene fuori.
Infine: dove l’hai letto che su ilmiolibro.it l’autore deve comprarsi un certo numero di copie? E’ solo una curiosità, beninteso, per me possono chiudere tutti e due anche oggi stesso ^_^ L’unica vera utilità che ci vedo è nella stampa di tesi di laurea.
22 settembre 2008 alle 09:35
@gamberetta: tutti i pod devono in qualche misura guadagnarci, per questo rimango dell’idea che lulu (ma potrebbe essere qualsiasi altro stampatore/editore) non faccia paura a nessuno.
E: gli e-book saranno sempre più diffusi, ma il libro non scomparirà. è una legge non detta del mondo dei media: i media non scompaiono, nel peggiore dei casi si ritagliano un uso specifico (il telegrafo elettronico è ancora usato, così come le segnalazioni luminose e quelle con le bandierine) ma non vengono rimpiazzati. è vero che il betamax, il cdi e le cassettone a nastro magnetico da 10×10 sono scomparsi, ma si trattava di supporti sostanzialmente analoghi a quelli che li hanno sostituiti (le audio/videocassette sono rimaste ferme sulle loro posizioni fino a quando non si sono diffusi i masterizzatori di cd e poi di dvd; ma i nastri magnetici sono ancora molto usati ad esempio come memoria per le unità di backup a livello server).
@angra: su ilmiolibro, come autore, devi comprare un tot di copie. su lulu no, perdonami ma non mi pare una differenza da poco. anche se l’isbn su lulu è opzionale e a pagamento.
l’isbn (che con lulu puoi comprare da loro, insieme all’intero pacchetto di distribuzione — che significa un mucchio di lavoro di segnalazione alle varie banche dati –, mentre con ilmiolibro devi comprarti per i fatti tuoi) è un buon modo per dichiarare legalmente che una certa opera è tua ma, soprattutto, è uno strumento per accedere più facilmente ai circuiti di vendita che, nelle migliori speranze, porteranno l’aspirante autore a diventare da “sfigato autore autopubblicato” a “autore con un pubblico e una casa editrice vera”.
21 settembre 2008 alle 13:18
Eh, Napster quanti bei ricordi… ora c’é Emule! Ti quoto, straquoto, è sempre un piacere venire qui a lezione da i gamberi… sopratutto ci sono rimasta sbigottita quando ho letto delle sette regioni nel mondo o_O! Invece di progredire, mettiamo il copyright qua e la’, limitiamo i lettori, spettatori, etc… tanto nemmeno se ne accorgono! Certo uno non scrive unicamente per la gloria, alla fine un guadagno lo vuole, ma se considero il prima leggo poi pago (se mi piace ciò che leggo) penso che l’idea valga. Anzi di più, forse darebbe un responso più realestico di quelli che abbiamo oggi con le pubblicità fregatura!
20 settembre 2008 alle 13:16
@GiD
Il problema non e’ se non e’ diritto dell’autore scegliere come distribuire la propria opera, ma se e’ vantaggiosa veramente la sua esistenza per la societa’.
Se non esistesse il copyright l’autore non si porrebbe nemmeno il problema perche’ non esisterebbe niente che tuteli questa sua voglia di impedire la diffusione gratuita.
Rimarrebbe una sua bizzarria come la mia voglia di andare a letto con Angelina Jolie.
Non sarebbe possibile e basta.
20 settembre 2008 alle 01:23
@ Okamis
Scusa, ma stai creando un contrapposizione diritti d’autore Vs Opensource che in realtà non esiste. La filosofia dell’Opensource è che lo stesso autore metta a disposizione della collettività il proprio lavoro.
(Poi c’è chi lo rimaneggia e lo ri-diffonde, ma inizialmente è sempre l’autore il primo a condividere.)
Contro una filosofia di questo tipo io non ho assolutamente nulla in contrario. Anche senza entrare nel merito del guadagno economico, la concezione dell’autore che mette in Opensource il suo romanzo mi sta bene.
Il problema nasce quando TU (Piratone, per usare i termini di Gamberetta) metti il MIO romanzo in Opensource senza il mio consenso, o anche senza che io lo sappia. Ecco, questa concezione di Opensource non mi va bene.
Il tuo ragionamento sul guadagno economico e sulla convenienza collettiva può starci tutto, ma un tale ragionamento deve avere come scopo quello di sensibilizzare l’autore e non quello di giustificare il “Piratone”.
Ripeto, a costo di essere pedante: La scelta dell’autore è l’elemento cruciale che, secondo me, non può e non deve essere scavalcato.
P.s.
Volendo poi parlare sul piano della messa in atto dell’Opensource: Quello che hai detto funziona bene in linea teorica, per essere sicuri che vi sia anche un riscontro pratico occorrerebbe fare una ricerca di mercato seria. Riferirsi al fatto che la filosofia Opensource dura (e produce guadagno) da parecchio non è particolarmente significativo se si considera che parlando di software si parla di diffusione internazionale.
Parlando di un romanzo in lingua italiana, tale romanzo verrebbe scaricato soltanto da italiani (o al limite da stranieri che parlano italiano). Andrebbe quindi fatta una ricerca di mercato su campo nazionale, visto che il successo della filosofia Opensource dipende da una precisa impostazione mentale che i fruitori devono avere.
In parole spicciole: siamo sicuri che ci sarebbe chi scarica e (soprattutto) chi dona anche se non obbligato? Non dico che la risposta sarebbe di certo negativa, ma ci si deve porre il problema, perché il discorso “all’estero lo fanno” non sempre funziona, soprattutto se si parla di comportamenti legati alla cultura (che cambia persino da regione a regione).
p.s.2
Oh, non è che continuo a risponderti perché voglio convincerti. Anzi, dall’ultimo tuo commento mi sono convinto che in fondo non stiamo dicendo cose contrapposte, semplicemente parliamo su due piani diversi.
Io dico “Però l’autore deve fare ciò che vuole col suo romanzo” e tu dici “Però sarebbe bene per lui e per gli altri metterlo in Opensource”. Quel che dico io non esclude quel che dici tu.
Il discorso “Piratone” forse ci divide…
19 settembre 2008 alle 22:51
Capisco ciò che intendi, ma se andiamo ad analizzare le due filosofie di pensiero, ci accorgeremo che non sono molto distanti in verità, ma che una porta un maggior numero di vantaggi. Innanzitutto, in entrambe tali teorizzazioni all’autore vengono proposte due possibilità identiche: o tenersi la propria opera per sé oppure pubblicarla. Queste invece le differenze:
PRO DIRITTI D\’AUTORE: l’autore che pubblica lo fa alle sue condizioni. Può decidere di condividere con tutti la sua opera facendo suoi i principi dell’Open Source, oppure può decidere di chiedere un contributo per accedere a quanto da lui creato. In questo secondo caso è ovvio che obbiettivo dell’autore è anche guadagnare su quanto da lui creato (e non c’è nulla di male in ciò, anzi), che è poi la ragione per cui non si affida all’Open Source.
NO DIRITTI D’AUTORE: l’opera viene condivisa sin da subito con la massa. Poi, l’autore può decidere se vuole o meno affidarsi ad una edizione cartacea e quindi vendibile (è sostanzialmente il processo inverso a quello di prima).
Ora, poniamo che il nostro autore sia interessato a guadagnare qualcosa dalla sua opera. Anche con il sistema dell’Open Source ci guadagnerebbe. Anzi, potrebbe persino guadagnare di più! Non scordiamoci che i diritti d’autore sono da fame (in Italia la media è di 0.5€ per copia). Faccio un esempio monetario (NB: mi soffermo sul piano economico perché alla fine i diritti d’autore riguardano proprio questo campo): leggo un e-book, mi piace, decido di retribuire l’autore. Ovviamente non gli darei 0.5€, perché sarebbe quasi offensivo. Decido di dargli invece 5€ (la media delle donazioni che faccio per l’Open Source). In pratica, l’autore guadagna 10 VOLTE quanto prenderebbe con i diritti d’autore, mentre io ho speso 1 QUARTO di quanto avrei speso con il sistema ora in funzione. Come vedi, i vantaggi sono per tutti. E’ il classico discorso della filiera: tolti i passaggi intermedi (in questo caso gli editori, o meglio gli stampatori) il prezzo si abbazza per l’acquirente, ma il guadagno si alza in maniera indirettamente proporzionale per l’autore. Che questo sistema funzioni e sia vantaggioso per tutti è ormai dimostrato. L’Open Source non esiste da pochi mesi, da più di quindici anni! Senza contare che tale discorso è lo stesso di cui si discute in questi anni in campo agricolo. Ora dimmi, dove sta il lato negativo in tutto ciò?
Possibili risposte:
1) “Non tutti gli autori (ma il discorso potrebbe toccare anche se in forma diversa anche altre forme d’arte) trarrebbero vantaggi da tale sistema.” Vero, ma quali sarebbero tali autori? Quelli che non meriterebbero la fiducia del pubblico, in parole povere i cattivi artisti.
2) “Molte case editrici guadagnerebbero di meno, con conseguente rischio di perdita di posti di lavoro.” Vero, ma solo in parte. Come ho già spiegato in un precedente intervento, le case editrici difficilmente fallirebbero, preferendo invece mutare la propria struttura. In fondo l’editoria non è fallita con l’avvento di Gutemberg, il quale grazie alla sua invenzione permise proprio una più RAPIDA ed ECONOMICA diffusione dei testi (esattamente quello che permette di fare l’Open Source). Al contrario si sono sviluppate, mutando la loro struttura nel corso dei secoli.
Quindi, ancora una volta: dove sono gli svantaggi, visto che alla fine ci guadagnano tutti, ma in maniera più equa?
19 settembre 2008 alle 21:15
@ Okamis
Ho letto le tue considerazioni sull’Opensource e possono starci in un discorso generale sui diritti d’autore, ma si discostano da quello di cui parlavo con te e Gamberetta.
Il fatto che un sistema di libera fruizione possa funzionare non risolve il problema di base: l’autore privato della libertà di gestire il proprio lavoro.
Negare all’autore il diritto di “usare” come vuole un proprio lavoro non è sbagliato perché altrimenti crolla l’mpero economico dei libri. Negare all’autore il diritto di “usare” come vuole un proprio lavoro è sbagliato a prescindere.
Se poi il tempo dimostrerà che il sistema Opensource è applicabile all’editoria, gli scrittori potranno scegliere di adeguarsi. E’ nella scelta che sta la differenza. E c’è dentro tutta la differenza del mondo.
19 settembre 2008 alle 19:58
Gamberetta:
Tsk, tsk. Infangano anche il buon nome dei coslpayer seri. :(
Ci ho giocato anche io. Quoto: e’ davvero divertente. ;)
19 settembre 2008 alle 18:37
@ Gid: come hai detto anche tu, ci troviamo d’accordo sulle premesse, ma non sulle conclusioni ;-)
Per non ripetermi, faccio un esempio pratico di libero scambio gratuito attivo già da anni. Mi riferisco in particolare al mondo del cosidetto Open Source, ovvero di tutti quei programmi distribuiti gratuitamente su internet aventi le più svariate utilità (OS, antivirus, programmi gestionali, compilatori ecc.). Se il sistema dell’Open Source non funzionasse, come farebbero tali società, i cui costi sono mille volte più alti di quelli di un artista, a campare e a guadagnarci? In due modi: grazie alla pubblicità e alle donazioni.
Quando ho cominciato ad usare Linux, il primo OS utilizzato è stato Fox, sistema operativo sviluppato in Italia e distribuito gratuitamente. Una volta provato, lo trovai ottimo, tanto che decisi di effettuare una donazione ai programmatori per finanziare il loro lavoro.
Ora, vogliamo paragonare i costi di simili società informatiche con quelle di uno scrittore? Se queste persone riescono a guadagnarci attraverso l’Open Source, perché non ci dovrebbero riuscire gli artisti, anzi i bravi artisti.
Perché è questo il nocciolo della questione: a difendere i diritti d’autore sono soprattutto coloro che pensano che togliendo tale funzione legislativa andrebbero a cadere i loro guadagni (comunque irrisori). Eppure la pratica dimostra l’esatto contrario… Un sistema a donazione o ad acquisto posticipato pemetterebbe una maggiore qualità di quanto ci viene proposto. Quell’opera mi è piaciuta? Bene, allora finanzio l’autore nel suo lavoro. Non mi è piaciuta? E allora perché lo dovrei pagare? Dopotutto, non funziona proprio così con gli appalti? Diverse società mostrano i loro progetti e il migliore si becca il finanziamento (almeno quando non ci sono giochi di potere di mezzo XD). Quindi perché approvare tale sistema a livello societario e non a livello artistico? E per tali anomalie che sono portato a prediligere l’open source anche in campo artistico.
@ Castelloincantato: Gamberetta ha risposto esattamente come avrei voluto, soprattutto in maniera più concisa XD
19 settembre 2008 alle 17:56
@mhrr: in realtà Lulu per default non è l’editore del tuo libro ma un semplice stampatore on demand, proprio come ilmiolibro. Esiste l’opzione per far sì che il romanzo sia edito da Lulu, cosa che in concreto non cambia la situazione di una virgola: non c’è comunque né selezione né editing. Il codice isbn è ancora un altro paio di maniche: chiunque può richiedere e ottenere un codice isbn presso http://www.isbn.org. Un singolo isbn costa la bellezza di 125 dollari, ma se ne ordini 1000 puoi averli a 1,69 dollari circa l’uno. Non ho ancora capito cosa se ne facciano gli autori fai da te del codice isbn, né perché ci spendano dei soldi, deve essere una specie di status symbol :) Comunque i libri stampati con Lulu non hanno isbn: puoi averlo pagando 99,95 dollari.
19 settembre 2008 alle 15:45
@ Gamberetta
L’analogia non regge neanche così. Non si può ragionare allo stesso modo parlando di beni materiali (il pane) e di beni immateriali (un romanzo). Una michetta è appunto una, e il panettiere può vendere solo quella. Un romanzo non è uno, è un’idea sfruttabile in più modi, e l’autore può venderlo, distrubuirlo, farne poi un fumetto o un film…
Facendo esempi e analogie non si arriva da nessuna parte, perché come dice Okamis la questione dei diritti d’autore ha problematiche tutte sue.
@ Okamis
Ecco, la problematica di fondo è questa. Quello che hai scritto sintetizza il discorso su libertà e diritti che abbiamo fatto io e Gamberetta.
Almeno su questo io e te siamo d’accordo. Abbiamo visualizzato esattamente lo stesso problema, ed è già qualcosa visto che molti sembrano non considerare la libera diffusione come limitazione della libertà dell’autore (all’insegna del “tanto non ci perdi niente!”).
Sulla soluzione del problema, però, abbiamo pareri diametralmente opposti.
Come posizione non è di per sé inaccettabile, ma il principio di fondo è secondo me sbagliato.
Fra due libertà in conflitto deve essere tutelata la più legittima, la più valida, non quella che conviene a più persone. Se il tuo vicino non può suonare la batteria alle quattro del mattino non è perché disturba molte persone ma perché il tuo diritto di dormire è più legittimo del suo di suonare. Se ipoteticamente il vicino disturbasse solo te, sarebbe comunque la tua libertà a essere tutelata, indipendentemente quindi dal numero di persone coinvolte.
Ritornando alla questione romanzo, Abbaimo due libertà in conflitto. La libertà dell’autore, che protremmo definire libertà di gestione (pubblicazione, messa on-line, rielaborazione in altri modi…) del proprio romanzo, e la libertà di fruizione del pubblico.
Valutando le due alternative
-Se tutelo la libertà dell’autore la libertà di fruizione del pubblico non viene negata, ma vincolata (di solito all’acquisto, ma anche allo scaricare da un determinato sito e non da un altro). Quindi abbiamo integra la libertà dell’autore e parziale la libertà del pubblico.
-Se tutelo la libertà di fruizione del pubblico la libertà di gestione dell’autore viene del tutto annullata. L’autore può sempre pubblicare o mettere online il suo lavoro, ma come lui chiunque altro. L’autore ha solo la paternità dell’opera, non ha più controllo sulla modalità di distribuzione. Quindi abbiamo integra la libertà di fruizione del pubblico e nulla la libertà di gestione dell’autore.
Tra le due opzioni mi sembra più accetabile ed equa la prima.
Poi si può, e si deve, discutere anche su quanto sia legittimo questo diritto di fruizione, su quanto sia difendibile. Insomma ci si dovrebbe chiedere quanto è valido un diritto che si fonda su azioni e prodotti altrui (perché se io non scrivo, tu che leggi? di che usufruisci? dei broccoli?).
Questo per dire che non è poi un diritto così scontato come possono essere il diritto alla vita o alla libertà (uno ha diritto di essere libero e vivo a prescindere dalle azioni altrui).
P.s.
Ribadisco che il mio difendere il diritto d’autore non è un dire “va tutto bene così com’è, perché se non pago un romanzo 20euro non me lo godo!“. Semplicemente penso che una qualsiasi soluzione non debba ripercuotersi sulla libertà dell’autore di “usare” il proprio lavoro come meglio crede.
19 settembre 2008 alle 11:34
Quando parlo di Lulu parlo in generale dell’idea del POD più del sito specifico o altri simili. Inoltre il POD resterà solo per il periodo di transizione dal cartaceo al digitale. Quando ci saranno solo ebook anche Lulu chiuderà i battenti.
@castelloincantato. No, l’analogia non regge: non prendi in ostaggio il panettiere, tu compri una michetta e poi stile moltiplicazione dei pani e dei pesci ne crei 1.000, senza alcuno costo per la società e nessun ulteriore lavoro per il panettiere.
19 settembre 2008 alle 10:58
Vorrei dire la mia su tutta questa storia.
Spero che non mi citerete per violazione del copiright se dico qualcosa gia’ detto da altri :)
Sono d’accordo con Gamberetta, credo su tutto.
Intanto partirei da come si dovrebbe considerare un opera d’arte che va distinta dal brevetto (anche se qui ci sarebbe un discorso sulla durata):
Il brevetto e’ un progresso tecnologico mai sviluppato prima e il guadagno e’ tanto maggiore tanto e’ utile, se altri vogliono applicare il brevetto e’ giusto che dividano i guadagni con l’ideatore, come fosse uno dello staff che progetta l’applicazione finale.
Un opera e’ una cosa fatta per soddisfare il bisogno dell’artista di comunicare un suo pensiero o raccontare una storia.
Gia’ il solo fatto che l’artista abbia fatto un’opera riconosciuta come valida e’ motivo di soddisfazione e appagamento per l’artista che si dichiari tale.
L’unica cosa che deve essere riconosciuta e’ la paternalita’ dell’opera in modo che nessun’altro si spacci per autore.
Un autore famoso trova i modi per fare i soldi perche’ qualcuno sara’ disposto a pagarlo per vedere una sua mostra, per una intervista, una pubblicita’, un convegno et similia.
Un autore che piace ad una ristretta cerchia di persone e’ come se avesse la cerchia di amici che lo apprezzano, non ha soddisfatto la richiesta di arte della comunita’ in modo consistente, quindi la societa’ non gli da automaticamente credito, in tutti i sensi.
Simone che non riesce a guadagnare anche se mette a disposizione gratis il suo lavoro lo dovrebbe far pensare che il suo lavoro non sia abbastanza valido altrimenti i passaparola lo avrebbero portato da qualche parte. Se continua a creare opere significa che gli piace e quindi lo fa per passatempo.
Bisogna mettersi in testa che se qualcuno dopo aver letto/visto l’opera non lo compra significa che non la reputa abbastanza buona.
Per concludere vorrei far sapere che ci sono fumettisti che mettono a disposizione gratuitamente i loro fumetti on-line e con le donazioni guadagnano dai 1000 ai 3000 dollari mensili e a chi fa una donazione consistente manda dei gadget. Qualcuno si mette a vendere anche i fumetti stampati senza per questo smettere di pubblicare gratuitamente.
Se questi artisti avessero chiesto soldi credete che avrebbero mai raggiunto simili cifre?
Se lo facessero adesso che hanno fama, secondo me, perderebbero di colpo tanti lettori.
19 settembre 2008 alle 10:43
uau, che post ricco, che commenti ricchi.
devo dire anch’io la mia.
ma prima un paio di commenti puntuali.
@gamberetta: lulu, purtroppo, se si acquista un servizio di distribuzione, impone il copyright. se non si acquista nessun servizio di distribuzione, invece, permette di ricorrere alle creative commons, ma solo alla versione 2.0 (non è cambiata granché, ma checcazzo).
con utp ho messo la nota di copyright e, dopo il lancio, lo rilascerò sotto cc 3.0 (by,sa,nc) camminando sul filo di un’ambiguità contrattuale, se i miei legali mi confermano che si può fare, altrimenti mi autopiraterò sul mulo.
quindi lulu ha poco da far paura, in questo momento.
@angra: attenzione: lulu è una casa editrice on demand, ilmiolibro del gruppo l’espresso è una vanity press senza funzioni di casa editrice (ad esempio non attribuisce isbn). sono due cose assai diverse.
@GiD (primo commento): sì, sei un mostro.
applica la logica del razziatore che davvero non attribuisce nessun valore al lavoro altrui se questo lavoro non è difeso con le armi: se esiste un copyright allora sono costretto a pagare l’autore, altrimenti se ne vada affanculo morendo di stenti.
preferisco ragionare nei termini di: se mi piace il tuo lavoro ti sostengo (e mi sento un piccolo mecenate), anche dopo.
un aspetto che mi pare essenziale, e che ha già in effetti anticipato carraronan ma che è emerso prepotentemente negli scambi tra gamberetta e gid, è che l’attuale normativa è semplicemente inadeguata perché, ad esempio, non distingue tra copia e “originale”.
non vi annoierò con racconti di vita vissuta, ma mi sono occupato un po’ di diritto d’autore qualche anno fa, in particolare in relazione al copyright sulle banche dati e i corpora linguistici. già allora, e la situazione non è cambiata, dovemmo escogitare degli artifici legal-informatici per permetterci di distribuire liberamente e gratuitamente dei contenuti protetti, perché la normativa non concepiva certi tipi di trattamento di dati!
il punto è che il mondo cambia più rapidamente delle leggi (non sono originale, lo so) e il miglior approccio alla questione (non morale, pratico) viene da definizioni più puntuali e specificeh possibile sugli usi delle opere, invece che dalle opere. mi spiego: il diritto tradizionale si concentra sulla proprietà delle opere e ne definisce il ventaglio di usi più ampio possibile, le licenze creative commons invece, ad esempio, definiscono gli usi e i trattamenti cui può essere sottoposta un’opera qualsiasi nel modo più specifico possibile.
il cambiamento di prospettiva risolve, ad esempio, il problema di cosa si possa e non si possa veramente fare di un oggetto qualsiasi.
penso che una normativa sia necessaria, a vantaggio di tutti, che la questione non sia morale ma pratica, che l’attuale sistema di leggi patisca l’influenza di modi di pensare vecchi (non credo, in tutta onestà, che la universal o la virgin fallirebbero se la gente potesse controllare prima la qualità dei loro prodotti, solo che sarebbero costretti a spendere un po’ di più per assicurarsi prodotti di buona qualità).
ops, devo andare.
18 settembre 2008 alle 23:59
Innanzitutto quoto tutto quello che ha detto Gid, sono perfettamente d’accordo con te.
Ma la teoria di Okamis secondo me non regge:
Mettiamo che io ipnotizzo (o prendo in ostaggio) un panettiere e gli faccio fare e distribuire del pane gratis. La popolazione ne avrà un bel vantaggio, i poveri potranno mangiare gratis, ma sto facendo un’ingiustizia bella e buona al panettiere, sto sfruttando il suo lavoro. Anche lo scrittore lavora, forse è più simile a un’artigiano che non al panettiere, ma il succo è lo stesso: produce un qualcosa e per questo deve essere ricompensato. E’ una questione di scambio: se lui mi dà qualcosa, io devo ricambiare. Se poi decide di produrre gratis, meglio, ma dev’essere una scelta sua. Il fatto che sia un bene per la comunità avere libri gratis non è una buona giustificazione: anche a me piacerebbe che il muratore lavorasse gratis (ho la casa da ristrutturare), allora potrei schiavizzare i muratori e tutta la comunità ne gioverebbe. Quasi, quasi…
18 settembre 2008 alle 23:17
@Gamberetta: anche il gruppo L’Espresso ha il suo Lulu adesso, e ci sta investendo parecchio in pubblicità. Volevo giusto scrivere un articoletto per confrontarlo con Lulu soprattutto per quello che riguarda i prezzi. Il problema è che se in libreria si trova un sacco di spazzatura, lì la spazzatura (in senso buono) è la norma. Ho provato a leggere gli incipit dei libri più venduti (basta comprarsene qualche copia da soli per schizzare in alto nelle classifiche) e nelle maggior parte dei casi è roba illeggibile. E’ vero che ci sono in giro ottimi editor anche volontari migliori di quelli che trovi nelle case editrici, ma è anche vero che la maggior parte degli autori da Lulu a farsi rivedere il libro da una persona competente prima di darlo alle stampe non ci pensa nemmeno, perché non sa di averne bisogno. Anch’io comunque sono convinto che cambierà tutto, solo che non riesco a immaginare come: non credo che Lulu e simili possano essere il futuro della letteratura. Anche perché se il buongiorno si vede dal mattino a me i signori di Lulu sembrano più che altro dei furbastri che al pari di certi editori non si fanno scrupoli a sparare stronzate pur di guadagnare.
18 settembre 2008 alle 23:00
Mmh… Non ne sarei tanto convinto. Al massimo potrà avvenire una loro evoluzione sui modelli da te menzionati (un po’ come avvenne all’avvento della stampa meccanica, dove alcuni grandi gruppi di amanuensi colsero l’importanza dell’evoluzione tecnologica e vi si adattarono). E’ vero, molte case editrici hanno paura della rivoluzione informatica che sta crescendo in maniera esponenziale, in quanto andrà ad intaccare il loro “monopolio” e soprattutto le loro tasche. Ma alla fine credo che apriranno gli occhi e troveranno nuove vie da seguire. Se vedo un futuro nero, è per le piccole case editrici, non certo per le grosse. Su una cosa però sono d’accordo: forse non domani o dopodomani, ma di certo il mercato (e il modo in cui esso viene fruito) sta mutando molto rapidamente. Da qui però ad ipotizzare “estinzioni di massa” ne passa di acqua sotto i ponti ;-)
18 settembre 2008 alle 22:21
@Sandy85. Le biblioteche sono un’ottima istituzione ma in prospettiva non molto utili. Le biblioteche, così come sono organizzate, funzionano solo perché sono frequentate da una minoranza. Se 100.000 persone si presentano per leggere la Troisi invece che comprarla, l’ultimo fa a tempo a morire prima che giunga il suo turno.
Quello che potrebbe fare lo Stato è organizzare una biblioteca via Internet e offrire le varie opere in formato elettronico. Sarebbe un bel segnale di civiltà, e un concreto incentivo alla lettura, invece di tante chiacchiere idiote.
@Laurie. Gli editori tradizionali non investono nel web perché ne hanno una gran paura. Quello che davvero li terrorizza non è tanto la pirateria, ma Lulu.com o simili.
Quando c’è qualcuno che ti stampa il libro (Lulu), qualcuno che lo distribuisce (l’infrastruttura di Internet) qualcuno che lo può vendere (il sito dell’autore con pagamenti “virtuali” invece delle banconote) e infine qualcuno che può fare l’editing (volontari o liberi professionisti a pagamento), ecco che le case editrici, i distributori e i librai possono pure sparire. Alcuni di questi signori, magari in settori specialistici potrebbero sopravvivere, ma il grosso è destinato all’estinzione.
@Okamis. Come spiegato a Laurie le case editrici chiuderanno comunque e indipendentemente dal problema del diritto d’autore.
18 settembre 2008 alle 19:40
Potrei dire sinteticamente che “quoto” tutto. Ma siccome tale commento sarebbe inutile per la discussione, vorrei proporre una domanda che mi è balzata in mente alla conclusione della lettura.
Premessa: sono una persona che sostengo l’assurdità del copyright con piglio entusiastico e con argomenti del tutto simili a quelli esposti nel post. Non miei originali, ma presi da varie fonti, tra cui Punto Informatico dove ogni tanto compaiono articoli sull’argomento. Non molto tempo fa ho “difeso” i Radiohead quando una sagace persona ha profetizzato il loro fallimento perché avevano venduto il loro disco online. Con offerta libera (il che vuol dire che potevi dargli anche un centesimo). Eppure loro non sono nuovi a simili pratica, non mi sembra abbiano mai protestato per la diffusione online delle loro canzoni e (potrei ricordare male ma) hanno dichiarato che era un ottima pubblicità il fatto che i brani di Hail to the thief fossero online prima che il disco uscisse fisicamente nel mercato. Stranamente i Radiohead non sono sul lastrico. Mi piace pensare perché sono bravi, e non hanno bisogno di farsi pubblicità con videoclip accattivanti in tv per conquistare gli ascoltatori.
Ma sto divagando. Anche perché qui si parla di letteratura, non di musica, dove comunque gli artisti possono ricavare fonti di denaro dai concerti (anche se chi va a pagare 30 euro di biglietto per una band che non gli piace? E quindi per piacergli deve aver ascoltato i dischi, piratati o no).
Dicevo, la domanda, probabilmente provocatoria e che vorrei indirizzare sinbolicamente ai diretti interessati: ma perché le case editrici, o discografiche o qualsiasi altra azienda che produce e vende prodotti artistici, non investono sulla diffusione via web? Perché nonostante se ne parli in toni positivi tra noi, e certe ricerche sembrano darci ragione, la tendenza attuale è verso un inasprimento delle sanzioni contro la cosidetta “pirateria”?
18 settembre 2008 alle 19:04
Il problema di qualsiasi disussione inerente i Diritti d’Autore (e in senso lato anche la paternità artistica di un’opera) è di per sé complesso in quanto genera un paradosso tutto suo:
Se uno stato, attraverso azioni di ambito legislativo, regolamenta il compenso che un autore è tenuto a ricevere per ogni copia della sua opera, avremo piena libertà dell’autore medesimo di fare del suo lavoro quello che egli preferisce, ma una limitazione sul diritto di libera fruizione da parte del pubblico. D’altra parte, una totale libertà di divulgazione porterà a un completo vantaggio per il pubblico, ma una limitazione per l’autore.
Quale delle due limitazioni di libertà è la migliore? A mio avviso la seconda, in quanto va a raccogliere una fetta più ampia di popolazione. Sennza contare che tale sistema, dal mio punto di vista, faciliterebbe una qualità dei testi generalmente più alta. Un libro mi è piaciuto? Bene, dono all’autore una quota di denaro (che di certo sarebbe maggiore all’elemosina che ricevono dai diritti d’autore), oppure decido di comprare la versione cartacea. Gli svantaggi di un simile sistema? Beh, probabilmente (per non dire quasi sicuramente) molte case editrici (diciamo le più piccole) fallirebbero, generando un conseguente aumento della disoccupazione (certo, nulla di paragonabile a quanto sta per accadere ad una certa Alitalia, ma la perdita del lavoro anche di una sola persona sarebbe comunque un fatto da non festeggiare). Insomma, prese di posizione nette non ci sono (e questo è forse l’unico punto in cui l’articolo di Gamberetta non è efficace, non prendendo in considerazione le possibili conseguenze che il sistema da lei, come da me, auspicato provocherebbe). Ma se andiamo a vedere vantaggi e svantaggi dell’uno e dell’altro sistema, l’eliminazione dei Diritti d’Autore la farebbe comunque da padrona.
18 settembre 2008 alle 17:25
Mi spiace ma resto della mia opinione. Se vendo una cosa fatta da me, o la prendi o la paghi o non la prendi e non la paghi. Prendere senza pagare è un furto e pure Robin Hood era bravo e buono a dare i soldi ai poveri ma sempre furto era giusto o sbagliato che fosse.
Oltre a questo, senza il copyright non esisterebbe l’incentivo alla ricerca e all’innovazione. Se investi 100 milioni di dollari in un film o nella ricerca di un medicinale lo fai perché ti aspetti di rientrare di molto dell’investimento fatto. Se il risultato del lavoro intellettuale diventasse immediatamente di dominio pubblico nessuna grossa società investirebbe e non ci sarebbe un avanzamento nella ricerca. Il fatto che chi scoprirà la cura per il cancro se ne fotterà di salvare la gente ma lo farà solo per i soldi, non toglie che a quel punto la cura per il cancro esisterà mentre senza soldi la ricerca non andrebbe avanti.
Ancora, il fatto di comprare se ci piace, dopo aver “saggiato” è una boiata. Io lo faccio da anni con i miei ebook e nessuno se li compra. Non è questione di qualità, è che quasi nessuno di coloro che scaricano poi amano mettere mano al portafogli. Se uno può non pagare semplicemente non pagherà, anche se il libro gli piace, e ancora di più se l’acquisto si può fare solo attraverso Internet visto che pagare con carte di credito è anche una scocciatura. Se un altro autore scegliesse allora di vendere e basta, senza distribuzione gratuita, sarebbe suo diritto farlo perché il lavoro è il suo e ci fa quello che gli pare.
Ovviamente il discorso è molto più complesso, perché io ritengo che se ti viene un’idea non sia comunque al 100% tua ma che appartenga all’umanità. Resta il fatto che la soluzione “prendo e copio tutto” è un sistema per avvantaggiare noi stessi a scapito dell’autore fregandosene dei diritti degli altri, e rischia di porta a “prodotti” di basso livello.
Simone
18 settembre 2008 alle 16:09
@ Gamberetta
L’esempio, ancora una volta, non è così calzante.
La libertà di ognuno finisce dove comincia la libertà dell’altro. Perché non posso guidare ubriaco e andarmi a schiantare contro un pioppo? Perché guidando ubriaco posso danneggiare altre persone. Quindi io non ho il diritto/la libertà di guidare come mi pare. In generale la mia libertà viene vincolata quando gli effetti del mio agire ricadono su terzi.
(Per inciso, in pratica non è sempre così. Mettere il casco o No dovrebbero essere cazzi miei visto che ne dipende solo la mia salute, ma non è così. va be’…)
Passando alla questione romanzi e simili la situazione si complica…
Qui, certamente senza volerlo, fai il mio stesso discorso. Il romanzo è mio perché l’ho ideato e scritto, la copia è tua perché l’hai comprata.
Ma quando tu rendi disponibile il testo tramite link, o mandi in giro per il mondo delle fotocopie, cosa stai diffondendo? cosa stai usando? la TUA copia o il MIO romanzo?
Io dico che usi, gestisci e distribuisci il mio romanzo, illegittimamente (perché senza il mio consenso). Se tu fai ciò che ti pare del mio romanzo me ne togli il possesso e me ne lasci solo la paternità.
Pubblicando io acconsento al fatto che la casa editrice che pubblica distrubuisca il mio romanzo, NON acconsento al fatto che il mio romanzo diventi “cosa di tutti”.
E qui arriviamo al punto cruciale: Tu, comprando il mio romanzo, hai il diritto di usufruirne, di usarlo, NON di distribuirlo. Sono due diritti diversi. Per il diritto di distribuzione una casa editrice mi paga ben più di 15 euro. Tu non puoi avere il diritto di distribuire come meglio ti pare il mio romanzo solo perché ne hai comprato una copia.
Se tu presti, presti la TUA copia, se tu riproduci e diffondi, diffondi il MIO romanzo.
Non è così semplice. Occorre vedere quale delle due scelte è più leggitima, oppure chiunque può dire che la tua scelta di dormire non può limitare la scelta del tuo vicino di suonare la batteria alle quattro del mattino.
Fra la mia scelta (dell’autore) e la tua scelta (del fruitore) c’è una differenza, anche abbastanza netta.
-La scelta dell’autore di pretendere un compenso in cambio del bene che offre (fruizione del romanzo) è di certo legittima. Sta offrendo qualcosa e può chiedere in cambio qualcos’altro, non sta obbligando nessuno a fare niente.
-Dal punto di vista del fruitore: qual è la sua libertà che io, autore, intralcio? Nel tuo esempio è innegabile che gli altri abbiano il diritto di vivere e la libertà di circolare per le strade. Nel caso del romanzo, anche pubblicato, è diverso: dal momento che il romanzo viene pubblicato tutti hanno il diritto di poterlo comprare NON il diritto di leggerlo. O meglio, il diritto di leggere è vincolato dall’acquisto e quindi è nei fatti diritto di comprare.
Il tuo discorso e il tuo esempio possono reggere solo se si parte dall’assunto che esiste un diritto di leggere e che questo non possa essere vincolato dall’acquisto. Penso capirai che sostenere un tale diritto è un tantino più complesso del sostenere il diritto alla vita del pedone investito dall’ubriaco al volante. Può davvero, secondo te, esistere questo diritto ed essere così importante da scavalcare il diritto di possesso dell’opera da parte dell’autore?
18 settembre 2008 alle 15:31
Ho aggiunto un “far” di troppo, perdonate la svista, ma rileggendo non l’avevo notato.
18 settembre 2008 alle 15:26
Articolo veramente interessante, ma anch’io concordo con GiD per quanto riguarda la “richiesta” dell’autore.
Ho una domanda: se vale sempre il prima leggi e poi paghi, che fine fanno le biblioteche?
Di solito in biblioteca trovi una gran quantità di libri, anche i più scadenti, puoi prenderli in prestito, li leggi e decidi quale vale la pena di andare a comprare e quale no. È la stessa cosa dello scaricare un’opera, leggerla e poi decidere di pagarla o di comprarla se non vuoi farti venir male agli occhi per aver fissato per ore uno schermo.
C’è il rovescio della medaglia: la biblioteca non sempre è vicino casa o devi uscire e fuori fa freddo, questo può dar fastidio a quelli che sono abituati ormai ad avere tutto su internet o starsene al calduccio d’inverno senza dover far usare le gambe… se non per prendersi una bibita in cucina.
18 settembre 2008 alle 13:59
@GiD. Ti faccio un altro esempio: compri un’automobile. È a tutti gli effetti tua. Giri per il giardino di casa come ti pare, ubriaco, andando su due ruote, con i fari spenti alle tre di notte. Finché rimani nel giardino di casa tua nessuno ti dirà niente. Ora invece inbocchi una strada pubblica: non puoi più fare come ti pare, o ti ammazzi (e/o ammazzi qualcun altro). Dunque la società t’impone dei limiti sull’utilizzo del tuo mezzo. L’automobile non è più tua? No, è ancora tua, solo devi renderti conto che adesso le tue scelte devono essere messe in relazione con le scelte altrui.
Così il romanzo: finché te lo tieni per te o lo leggi agli amici tuoi puoi farci quello che vuoi, quando lo rendi pubblico rimane tuo, ma l’utilizzo non è più una tua scelta. Non può la tua scelta limitare la MIA scelta di prendere la MIA copia del romanzo farne 500 fotocopie e spedirlo in Cina.
Il romanzo rimane tuo, le copie sono della società.
@DelemnO. Se uno prende gli Elara con nome e cognome e li inserisce in un suo libro è possibile che vinceresti un’eventuale causa (forse, è una questione complicata). Ma direi che è imbrobabile: quello che può capitare è che il tipo prenda gli Elara, cambi il nome o qualche altra caratteristica secondaria e inserisca il bello dell’idea nel suo di romanzo. Qui non solo non c’è niente da fare, ma è un fatto positivo. È anche mettendo assieme le buone idee degli altri che nascono i bei romanzi.
18 settembre 2008 alle 13:35
Sono d’accordo con le idee riportate da Gamberetta. E poi, diciamolo, la questione NON è se è possibile fermare la pirateria degli ebook, ma solo COME gli scrittori devono integrarsi nel futuro inevitabile e conviverci al meglio. Non un SE, solo un COME. Gli ebook esistono ed esisteranno nel prossimo futuro (ma io confido sempre in un bel conflitto nucleare nei prossimi decenni). Questo non è contestabile, è un dato di fatto. Le tecnologie per leggerli in modo agevole (aldilà dei lettori ebook veri e propri) sono in aumento, questo è un altro dato di fatto. Bisogna convivere con l’ovvietà dei fatti, non con le chiacchere dei cartofili o dei profeti di disastri che vogliono la cultura uccisa dai libri elettronici (mentre invece dei terreni disboscati per i libri su carta e dell’inquinamento che l’industria correlata produce non gliene frega niente).
E l’ovvietà dei fatti ci permette di immaginare un mondo dell’editoria molto migliore e molto più libero di quello attuale GRAZIE AGLI EBOOK e ai lettori per visualizzarli (siano essi palmari, cellulari, lettori e-ink veri e propri, console portatili ecc…). Ci si prospettano immensi vantaggi per gli scrittori del futuro, a patto di voler competere sulla qualità e non sulla fortuna, sulla pubblicità e sulle raccomandazioni come sembra funzionare ora l’editoria.
I rischi di “censura dell’informazione” correlati alla futura implementazione di qualunque tecnologia veramente efficace (ma nessuna lo è, perfino le Console vengono modificate senza problemi -ho due amici che le rivendono-) di “blocco” sugli eBook “venduti” sono tali da minacciare l’intera idea di libertà di una democrazia occidentale. E già ora le cose non è che vadano benissimo, visto che i nostri flussi di informazioni riservate sono molto più pubblici di quanto il cittadino medio pensi.
Avevo fatto un articolo relativo alla questione Libro/eBook nel luglio scorso, prendendo ispirazione proprio da un discorso di Doctorow del 2004, ma aggiungendo i dati di vendita degli eBook negli anni successivi in Giappone, USA e Corea del Sud per dimostrare che, proprio come con la vendita di musica online, gli eBook non sono solo un fenomeno di pirateria, ma anche un mercato reale.
Ecco il link (dentro c’è un indice di consultazione):
Ebook e Futuro del Libro
E qui un link aggiornato con i dati di vendita degli eBook in USA (un ambiente molto meno avanzato tecnologicamente del Giappone o della Corea del Sud, e con problemi editoriali non molto dissimili da quelli italiani) nel secondo quarto del 2008:
Vendite eBook USA 2008
@Black Arcana:
Secondo me quella della Meyer, alla luce di certe sue affermazioni su Breaking Dawn, è tutta una messa in scena pubblicitaria, magari per liberarsi di una serie scomoda in modo tollerabile per i suoi lettori -il tradimento!!!- e ripartire con nuove storie. In fondo aveva scritto anche L’Ospite, no?
Ho dedicato alla Meyer un commento qui:
La Meyer fa i capricci: tutta una farsa?
18 settembre 2008 alle 13:00
Sono della tua stessa opinione riguardo il copyright. E’ di pochi giorni fa un “caso” letterario piuttosto controverso. A quanto pare Stephenie Meyer (la “mamma” di Twilight e Co.)si è vista “tradire” da un suo collaboratore che ha dato in pasto ad popolo della rete una versione non completa di“Midnight Sun” nuovo libro( si fa per dire visto che era una rivisitazione di Twilight raccontata dal punto di vista del bel bambolotto iper-dentuto Edward) a cui la scrittrice stava lavorando. Da brava autrice “fiera del suo lavoro” la Meyer, incavolata come una iena idrofoba, ha deciso , in barba ai desideri dei fan che fino ad ora le hanno foraggiato la bella vita, di cancellare del tutto la pubblicazione del libro. Come affermo nel mio blog la soluzione sarebbe stata semplice. Finire il libro e condividerlo in rete. Un scelta che, a quanto pare, una “grande scrittrice” come la Meyer ritiene impraticabile.
18 settembre 2008 alle 12:42
A me meraviglia il fatto che non sia stato ancora introdotto nella legislazione sul diritto d’autore un cavillo che di fatto vieti il prestito. Sarebbe difficilmente applicabile, d’accordo, ma la nostra legislazione è piena di norme impossibili da applicare. Una cosa del genere non è per niente lontana dalla situazione attuale: già se compro un cd o un dvd me ne è vietata la pubblica riproduzione. Basta rendere un po’ più restrittiva la norma e il gioco è fatto.
17 settembre 2008 alle 21:40
il post precedente riporta citazioni di Gamberetta.
(Ho dimenticato a scriverlo!)
17 settembre 2008 alle 21:38
Lo scrittore ha il diritto di pretendere nel senso che ha diritto di chiedere qualcosa in cambio del proprio romanzo/saggio/scritto. Non intendevo dire che vanno pagati fatica e tempo persi, come da te specificato è il frutto di tempo e fatica che va pagato. Non penso che tu non avessi capito cosa intendevo, ma meglio chiarire il concetto.
Io scrivo un romanzo.
Tu vuoi leggere il mio romanzo.
Io ho il diritto di pretendere un pagamento per farlo leggere.
Tu hai il diritto di mandarmi a quel paese e giocare a Puzzle Quest (ci mancherebbe!).
Di norma fra me che scrivo e te che vuoi leggere c’è l’editore che pubblica, ma quanto sopra è in linea di principio. Il punto è: Io autore ho il diritto di pretendere un pagamento in cambio di un mio romanzo. Se vuoi invece di scrivere “pretendere” scrivo “chiedere”, ma il succo non cambia. “Se vuoi leggere il mio romanzo devi pagarmi”: un autore può pensarla in questo modo e credo sia una posizione leggittima.
Siamo sempre alla stessa idea di base: per te un romanzo appartiene alla società, perché bene comune. Per me un romanzo appartiene all’autore, perché frutto della sua mente e del suo lavoro.
Tutte le questioni del tipo “che senso ha limitarne articialmente la diffusione?“, “Se è un bel romanzo, il fatto che tutti possano leggerlo è positivo per la società” e tutti i discorsi sulla felicità altrui sono problemi che deve porsi l’autore e sempre l’autore deve agire come meglio crede.
Il piratone che mette on-line un link per permettere a chiunque di usufruire del mio lavoro (di tutto il mio lavoro, non di una copia di qualità inferiore come capita spesso coi film) si sta arrogando un diritto non suo, il diritto di distribuzione di un’opera, di una mia opera. Mia l’opera, mio il diritto di distribuirla come voglio, gratuitamente, dietro pagamento on-line o appoggiandomi a un editore.
Dev’essere una mia scelta.
p.s.
Capisco che il concetto di prestito può suonare simile allo scaricare un file, ma non è del tutto uguale. Come già detto chi presta e chi si fa prestare qualcosa rinuncia a qualcosa, in altre parole si mette in una condizione di disagio, rispetto a chi compra, pur di risparmiare. Chi compra rilegge una storia quante volte vuole, chi ha un libro in prestito No. Comunque è sempre una copia del mio lavoro che gira, copia per cui ho avuto il mio tornaconto.
p.s.2
Che poi molte delle leggi e delle restrizioni che ruotano attorno al diritto d’autore siano assurde è anche vero. Non sto dicendo di No. Mi sembra comunque sbagliato ignorare del tutto la volontà e il ruolo dell’autore che sul proprio lavoro deve poter vantare dei diritti.
p.s.3
mi rendo conto che durante il commento son stato un po’ egocentrico. E’ tutto mio, mio, MIO!!!
17 settembre 2008 alle 21:32
Quello dei diritti d’autore è un discorso complesso. Io faccio recensioni per una webzine black metal, con il ritmo di una o due recensioni alla settimana ( il tempo è poco, vero). A meno che non ci siano uscite che mi interessano particolarmente addirittura giro sui blog dove mettono a disposizione cd da scaricare e scelgo quelli che più mi ispirano, scegliendo a casaccio. Ci si possono trovare ottimi lavori ( l’omonimo dei Nhaavah) o incappare in album più deludenti (l’ultimo dei Proclamation che ho appena finito di recensire). Calcolando poi che è estremamente difficile ( diciamo pure impossibile) andare in un negozio di cd e trovarsi questi album davanti, così come andare in una libreria anche decente e trovarci Ash della Gentle è difficile, io appoggio il download e la distribuzione di opere via internet. I cd se li trovo poi li compro volentieri ( se ho i soldi..), idem per i libri. Alla peggiore si ordina via internet.
Poi è chiaro che è bello avere il libro in mano, sentirne l’odore e accarezzarne la carta, così come sfogliare il libretto di un cd magari in confezione speciale.
Di solito, nè musicisti nè scrittori, a parte quelli veramente famosi (che non accetto vedere piangere miseria a causa del download), ci mangiano con questa loro passione.
Però ad esempio, se io postassi sul mio blog un estratto del mio libro ( ancora non pubblicato, mettiamo) in cui compare la razza Elara e uno lo leggesse e, poniamo, la inserisse nel suo libro con un altra storia, altri personaggi e via dicendo, e lo pubblicasse io vorrei fargli causa. Non è come gli elfi che appartengono comunque alla tradizione mitologica nordica, è qualcosa di creato da me che vorrei in qualche modo tutelato. Poi se qualcuno si scarica il mio libro e lo legge, e gli piace, sono contenta, anche se la possibilità di far su qualcosina non mi schifa io non scrivo certo per soldi.
17 settembre 2008 alle 21:13
In campo informatico mi viene in mente quanto successo in questi anni con i progetti Compiz e Beryl, ovvero i due più famosi “Desktop Environment 3D” disponibili per sistemi Linux. Compiz nasce, raccoglie consensi, s’impone sul mercato. Ma qualcuno crede di poterlo migliorare. Così recupera il codice sorgente (cosa perfettamente legale in ambito open source), lo modifica a suo piacimento e crea Beryl, programma del tutto analogo al primo ma con differenti effetti visivi. Alla fine l’utente finale si ritrova a poter usare due programmi: a lui la scelta del migliore.
Un discorso simile in ambito artistico non è propriamente assimilabile, anche se la cosa non mi dispiacerebbe. Ad esempio se uno scrittore dovesse scrivere un romanzo basandosi su un apparato di base preesistente (in maniera analoga a quanto succede con le opere basate su D&D) senza l’obbligo di dover pagare i diritti d’autore, cosa ci sarebbe di male? Perché non è possibile, come accade in ambito informatico, riscrivere le opere andando a correggere quelli che si ritiene esserne i difetti? Non mi riferisco a semplici fan fiction, ma vere e proprie riscritture globali. Al di fuori di un discorso estetico (che andrebbe a toccare i singoli lavori) non ci vedrei nulla di male. Certo, ciò avrebbe senso soprattutto se vivessimo in una società dove “prima usufruisci e poi decidi se pagare”. Nella nostra… beh, lasciamo stare.
PS: l’idea del sistema di upload è analoga a quella che avevo in mente pure io (una sorta di SIAE “aggratis”). Ero solo curioso di vedere se pure su quell’ambito specifico potessimo trovarci d’accordo ;-)
17 settembre 2008 alle 20:31
@giupina. Sto parlando appunto dello spirito delle leggi sul diritto d’autore, in generale. Non mi sto basando sulle attuali normative dello Stato Italiano (fra l’altro le modifiche in materia sono state parecchie negli ultimi anni, quello che è “vero” oggi può non esserlo più fra sei mesi). Infine non ho particolare rispetto per certe leggi, fatte addirittura su pressione di governi esteri (l’ambasciata americana – vedi qui). Quando un parlamento si fa “suggerire” le leggi dall’ambasciata americana quelle leggi sono carta straccia.
@Okamis. Sì, sono discorsi diversi. Se si vuole creare una protezione riguardo alla paternità delle opere, credo sarebbe facilissimo: lo Stato organizza un server sul quale uplodare i film, libri, musica, ecc. che si vuole, e ne certifica con validità legale la data di upload. Gratis o al massimo facendo pagare il costo della banda consumata (che comunque viste le tariffe attuali per l’ADSL corrisponderebbe a circa 3 centesimi per un film in qualità DVD).
In ogni caso il rischio di plagio è sopravvalutato. Prendiamo proprio Harry Potter: come noto il primo libro (una potenziale miniera d’oro) ha girato diverse case editrici prima di essere pubblicato. In altre parole anche gli addetti ai lavori non è che abbiano questa gran capacità d’intuire le idee migliori (anche solo dal punto di vista commerciale). Che interesse ci sarebbe a “rubare” le idee a uno sconosciuto, quando gli sconosciuti fanno loro a gara a mandare manoscritti?
Mi sembra anche abbastanza bislacco che uno sconosciuto prenda il testo di un altro e… spenda lui i soldi per spedirlo a n case editrici? Improbabile.
Se invece di plagio vero e proprio si parla di copia di idee, il discorso cambia. Non c’è niente di male: è proprio copiandosi le idee a vicenda che nascono i bei romanzi. Se una persona ha una bella idea è naturale che anche altri la vogliano elaborare. Tutto di guadagnato!
E La Guerra dei Mondi di Wells è in ristampa continua da 100 e passa anni nonostante di gente che abbia “rubato” l’idea dell’invasione aliena ce ne sia a iosa.
17 settembre 2008 alle 19:42
Articolo interessante, come sempre dopotutto. Mi focalizzo però su un punto rimasto un po’ in disparte (forse perché esula parzialmente dal tuo discorso generale).
Sul fatto che i diritti d’autore, intesi come retribuzione di un autore a seconda delle copie vendute della sua opera, siano un paradosso da abolire mi trovi perfettamente d’accordo. Dopotutto, da anni ormai sono grande sostenitore (e ovviamente fruitore) di programmi open source o che mi permettano comunque di raggiungere i medesimi risultati di analoghi prodotti a pagamento, senza però l’obbligo di sborsare un centesimo (mi riferisco in particolare a Linux). Unica eccezione, lo ammetto, è Office, in quanto nel bene o nel male è un ottimo programma. Ma non voglio divagare…
Oltre a regolare quanto da te esposto, i diritti d’autore regolano anche la diffusione dell’opera medesima, o meglio la sua paternità. Mi spiego: senza l’apparato dei diritti d’autore si potrebbe arrivare al paradosso che io potrei dire di essere l’autore di “Harry Potter e i doni della morte” (non che ci tenga particolarmente). Certo, mi si può rispondere che il libro in questione è talmente noto che nessuno oserebbe sputtanarsi in questo modo. Ma cosa accade con le opere di misconosciuti esordienti? Per fare sempre un esempio, se io, mister Nessuno, scrivo un libro, lo pubblico sul mio sito senza avere possibilità alcuna di dimostrare la paternità di quell’opera, potrebbe benissimo accadere che qualcuno mi soffi l’idea e la spacci per sua, magari lucrandoci sopra. Insomma, una qualsiasi forma di tutela artistica deve esistere a mio modo di vedere. Che poi le vare SIAE o chi per loro siano spesso e volentieri delle società di truffatori legalizzate, quello è un altro discorso.
Ora, diritti d’autore (intesi in senso pecuniario) e paternità dell’opera sono concetti del tutto estranei l’uno all’altro, e non bisogna chiamarsi Einstein per capirlo. Eppure in Italia (ma non solo nel nostro caro Bel Paese) gli articoli che regolamentano tali questioni sono fra loro legati, creano un binomo inscindibile.
Mi chiedevo quindi, per concludere, quale fosse la tua opinione, Gamberetta, in merito alla parte dei diritti d’autore che regolamenta la paternità dell’opera (ma la domada ovviamente può essere intesa come rivolta a qualsiasi fuitore di questo blog). Spero che il mio pensiero sia risultato chiaro. Qualora così non fosse, chiedo venia (purtroppo sono abbastanza di fretta e non ho nemmeno il tempo di rileggere).
17 settembre 2008 alle 18:58
gamberetta hai ragione, il tempo e la fatica non valgono niente, ma il loro risultato si. tu parti dall’assunto che il diritto d’autore non sia un “diritto”
ma su quale base? cito da wikipedia
tutte le altre considerazioni sono interessanti e utili, anche per me, non lo nego, ma non cambiano di una virgola la lettera e lo spirito della legge.
giupina
17 settembre 2008 alle 18:22
@GiD.
Dici che lo scrittore ha diritto di pretendere? Allora non posso non comprare, se non compro niente, lo scrittore non vede un soldo, dunque il suo diritto che diritto era? Se tu pensi che uno abbia il diritto di pretendere pagamento per il tempo e la fatica, non puoi affidarti al mercato. Lo Stato (ovvero tutti i cittadini) devono pagare una tassa con la quale finanziare gli scrittori. Perché se uno ha diritto, ha diritto.
Ma se non premiamo il risultato bensì il tempo e la fatica, direi che tutti i cittadini potrebbero essere scrittori. Ognuno s’impegna per un tot ore e ha diritto al sovvenzionamento. Quando tutti sono sovvenzionati dai soldi di tutti è come se nessuno ricevesse niente. D’oh!
Il tempo e la fatica non valgono niente. Può valere il risultato che ottieni con quel tempo e quella fatica. Ma se il risultato è buono, che senso ha limitarne articialmente la diffusione? Perché devono poter leggere solo le persone che possono permetterselo? Se è un bel romanzo, il fatto che tutti possano leggerlo è positivo per la società, più della singola ricchezza dello scrittore.
Per il resto sfugge sempre il solito concetto: il “piratone” non si appropria del tuo romanzo, bensì di una copia di esso.
Comunque come dicevo nell’articolo ne fai un problema morale. Tu non ci perdi nienti (hai ammesso tu stesso che per esempio non ti scoccerebbe il possibile mancato guadagno di un prestito), ma ti rode che qualcuno usufruisca di un servizio senza pagarlo. Il problema è, perché?
Perché trovi così sbagliato che una persona possa essere felice senza pagare? C’è chi ti paga e legge, e altri che leggono, si divertento e non ti hanno pagato, e allora? NON CI PERDI NIENTE Il romanzo è ancora tuo, le idee, la trama, i personaggi sono ancora nella tua testa, nelle librerie ci sono ancora le varie copie in vendita, si può sapere perché dovresti negare la possibilità di divertirsi, imparare, godere a un altro?
Un sud coreano appassionato di letteratura italiana scarica il tuo romanzo e se lo gode. Cosa c’è di sbagliato? Perché a tuo modo di vedere la faccenda diviene “morale” solo quando intaschi soldi? Dunque la prostituzione è il massimo della moralità!
Vivi e lascia vivere! Se una persona ti vuol pagare ti paga, se non vuole non si capisce perché dovresti negargli la possibilità di diventare una persona migliore, visto che per te non cambia una virgola.
17 settembre 2008 alle 18:07
In realtà non si tratta di spendere 20 euro per comprare il cartaceo ma di mandare 1 o 2 euro all’autore dopo che abbiamo letto il pdf e ci è piaciuto. Per l’autore sarebbe più di quanto alla fine gli verrebbe corrisposto dall’editore.
17 settembre 2008 alle 17:59
Beh, io invece lo comprerei un libro che mi piace, anche se l’ho già letto. O_o Scherzi? E se mi sveglio alle 4 di mattina con l’improvvisa necessità di rileggere una certa pagina di quel certo libro (realmente successo)? Io do di matto se non ho quel libro lì a portata di mano… e se me l’hanno prestato, non posso certo andare a riprendermelo. Se l’ho scaricato sul pc la situazione cambia poco: alle 4 di mattina non mi va di riaccendere il computer, ma proprio per nulla. Capisco che non sono un buon esempio di umanità media, ma non penso di essere l’unica che comprerebbe i libri pur avendoli già letti. o.ò
Se questo fosse vero, solo le biblioteche comprerebbero libri e noi privati avremmo in casa forse due o tre volumi. u_ù
17 settembre 2008 alle 17:58
@ Gid
Mi piace quello che hai scritto.
Credo anch’io che uno scrittore che conceda di leggere gratuitamente le sue opere sia da ammirare, ma non mi passa mai per il cervello di lanciare anatemi contro chi viene pagato.
Continuo lo stesso a non avere un’opinione precisissima e ferrea come molti, qui, ma la discussione si sta facendo molto interessante.
Continuate! : )
17 settembre 2008 alle 17:44
Questo è un principio valido e concordo che sia da ammirare uno scrittore che mette on-line un romanzo in modo che sia accessibile a tutti, però mi chiedo se va demonizzato lo scrittore che vuole trarre un guadagno dal proprio lavoro.
Quello che voglio dire è che penso sia giusto dare allo scrittore voce in capitolo per quanto riguarda la diffusione di un suo lavoro. Lo scrittore ha il diritto (d’autore) di pretendere un pagamento per il tempo e la fatica che ha impiegato nel creare un qualcosa, senza per questo doversi sentire meno onesto di chi distribuisce gratis.
E’ un po’ come parlare di professionisti e volontari; Ci sono tantissimi volontari che aiutano persone sole ospiti di case di riposo e simili, così come ci sono tantissime persone badanti per mestiere, che vogliono essere pagate per il tempo che dedicano ai pazienti.
I volontari impiegano il loro tempo, fanno un gesto stupendo e migliorano la società. Questo rende sbagliato che ci siano badanti che pretendono uno stipendio?
Sul discorso rubare=scaricare sono d’accordo che non si possa parlare di furto, ma non accetto neanche il ragionamento di chi (non Gamberetta) paragona lo scaricare a prestare/avere prestato un libro.
Anche se parlare di furto è esagerato sta di fatto che se io, autore, decido (legittimamente) di pretendere un pagamento per la diffusione di un mio romanzo e tu, piratone, scarichi il romanzo in questione, tu avrai preso possesso del romanzo, frutto del mio lavoro, ma io non ho riscosso alcun pagamento. Qualcosa che non va c’è.
Se Egisto presta un libro a Pancrazio non me ne frega niente. Egisto l’ha pagato, prestandolo sta limitando la sua proprietà del libro e anche per Pancrazio non sarà come aver comprato il libro. Contenti loro…
L’esempio paradossale del concessionario non è tanto calzante. Potrebbe starci dal punto di vista del libraio che si lamenta perché non vende libri, ma qui chi si lamenta è più spesso l’autore.
Se tu prendi l’autobus rinunci al bene materiale della macchina, a tue spese (tipo ritardi e sovraffollamenti). Se invece scarichi un romanzo rinunci al bene materiale del libro, sempre a tuo discapito (odio leggere a video!), ma godi a pieno del bene virtuale/immateriale del romanzo.
Leggendo a video tu rinunci a copertina, pagine, bei caratteri e quant’altro. Ma io autore non ho lavorato su quegli aspetti. Io ho creato con il mio lavoro personaggi, dialoghi e situazioni, e tu godi pienamente del mio lavoro senza che io venga ricompensato in alcun modo.
Prendendo l’autobus non usi le auto del concessionario, ma scaricando il mio romanzo usi il mio lavoro (trama, dialoghi, ecc…). Ripeto che non si può parlare propriamente di furto, ma c’è qualcosa di sbagliato, moralmente e legalmente.
Ora, per chi scrive solo e soltanto per la gloria e per essere letto non è un problema, ma ripeto: non penso sia amorale pretendere un compenso per un lavoro fatto.
In breve: la tua visione poggia sull’assunto che un romanzo, in quanto arte, appartiene alla società e non all’autore (almeno questo si legge fra le righe). Io sinceramente non riesco a essere d’accordo.
p.s.
Io, sinceramente, se prima leggo poi non pago. Se leggo gratis un romanzo, anche bello, con i venti euro che avrei dovuto spenderci mi vado a comprare qualcos’altro e non penso a “premiare l’autore”… sono una persona tanto orribile?
17 settembre 2008 alle 15:39
Sarò un pazzo, ma secondo me solo uno scrittore idiota e scarsissimo può pretendere di diventare ricco con la scrittura. E i libri sono fatti per essere letti, quindi se si vieta la diffusione si va in contraddizione col principio stesso di letteratura. Un tempo si tramandavano i canti attorno al fuoco, per intrattenere, ora invece si stampano (o si visualizzano sul monitor) libri.
Concordo con tutto quello scritto nell’articolo. Per quanto riguarda la musica, i musicisti (“seri”, non quelli come Gigi D’agostino o simili) campano con i concerti, quindi diffondere gratis la musica è normale, se vogliono guadagnare nei concerti. E chiunque spenderebbe qualcosa, per godersi il proprio gruppo preferito.
È vero che Tom Clancy non scrive? È vero che lui dà solo le idee e si prende il merito? Così sapevo…
P.S. “Lilletta”, la cosplayer, è caruccia. Spero solo non sia una ragazzina. Ah, queste ragazze, dovrebbero tenere attaccato un bigliettino con l’età in fronte, così non si creano “malintesi”. ^_^”
17 settembre 2008 alle 15:31
Capisco,
quindi Gamberetta, tu ipotizzi un affiancamento agli scrittori umani, non una sostituzione. Già così suona meno orribile, anche se… continuo a preferire che dietro le scelte di un personaggio ci sia qualcuno che ha ragionato pensando alla propria esistenza o a quella di chi ha conosciuto nella sua vita. Che ci possa essere dietro il calcolo meccanico di una probabilità, mi riempe di sgomento, è così inumano. Quindi lontano anni luce dal calore che cerco.
Diciamo però che se uno si è letto una montagna di scempiaggini, potrebbe arrivare al punto di preferire un po’ di coerenza, sacrificando il calore dell’autore, se questo si è rivelato un deficiente. Era questo il tuo messaggio, giusto? Se con il tuo bagaglio di esperienza non riesci a mettere insieme qualcosa di sensato, forse è meglio che lasci fare ad altri.
Per i diritti, non me ne intendo molto, ma so che preferirei che più persone possibili conoscessero le storie scritte. Se potessi, le metterei in rete, sul retro del latte; che fossero ovunque, e alla portata di tutti.
Non so dire altro.
17 settembre 2008 alle 15:19
Insomma, traducendo: se sei ricco hai diritto alla cultura, se sei povero o se quei venti euro ti servono per comprare una maglia a tua figlia che è senza vestiti, quel diritto non ce l’hai. Se tutti la pensassero come te, oggi molti di noi non saprebbero leggere né scrivere.
Grazie per avermi ricordato anche oggi perché provo antipatia per l’umanità. <3
ps: non temete; quando sarò Somma Imperatrice Divina del Mondo Intero abolirò i brevetti, che non sono mai riuscita a digerire, e il copyright com’è pensato oggi. ù_ù
17 settembre 2008 alle 15:05
Ecco altre 2 parodie della famosa pubblicita’ anti pirateria:
uarning, uarning 2
17 settembre 2008 alle 14:12
@Gamberetta: sì, la parodia la conoscevo ^_^. Ce ne sono parecchie, tipo quella che finisce con “fatti furbo, ruba davvero”. Più che della pubblicità avrei dovuto infatti citare l’infame Legge Urbani, nata sotto il governo Berlusconi con l’astensione (conato di vomito) di DS e Margherita. Sotto il governo Prodi venne modificata la legge sostituendo le parole “per trarne profitto” (che comprende l’arricchimento spirituale) con “a scopo di lucro”.
17 settembre 2008 alle 14:00
@Simone: il discorso di Gamberetta parte invece proprio dal presupposto che fruire dell’arte (senza stare a discutere di cosa sia arte e cosa no) sia proprio un bisogno primario come quello dei medicinali. Fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtude e conoscenza.
Se vuoi sostiruire a tutto quanto sopra i medicinali comunque il discorso non cambia: anche quelli sono coperti da brevetto, e se non hai i soldi per comprarteli schiatti, come succede in Africa.
17 settembre 2008 alle 13:55
@Morgante.
La musica che si può ascoltare a un concerto è di qualità nettamente superiore a quella di un MP3. Però il concerto costa molto di più e solo pochi possono partecipare. Perciò anche se ipotetici software futuri non saranno all’altezza dei migliori autori umani, non sarà un dramma. Chi potrà leggerà gli umani (come chi può si reca ai concerti) e gli altri potranno comunque accedere a ottima letteratura a costo bassissimo e senza nessun problema di diritti.
@Angra. In realtà quella pubblicità è internazionale, qui una parodia.
@Simone. Non è rubare finché il legittimo proprietario rimane in possesso della propria opera. Il presunto mancato guadagno non può essere considerato oggetto di reato, perché altrimenti, come già illustrato, si arriverebbe a situazioni paradossali stile concessionario.
Io ho tutto il diritto di possedere una copia di qualcosa che è stato pubblicato, ovvero reso pubblico. Nessuno verrà mai a casa tua a fregarti i romanzi, ma una volta che li rendi pubblici, non puoi impedire che le persone usino la conoscenza acquisita come meglio credono (compreso imparare a memoria il testo e ripeterlo a terzi, stile Fahrenheit 451).
In quanto alla coscienza, non ci siamo proprio: i monaci che ricopiavano a mano i testi antichi sono considerati paladini della cultura, e oggi giorno i cosidetti “pirati” sono altrettanto degni di considerazione. Offrire alle persone cultura a costo zero è da premiare non da condannare.
Chi ha la coscienza sporca sono i tizi meschini ed egoisti, quelli che mettono avanti un ipotetico guadagno agli interessi collettivi. Quelli che vogliono diventar ricchi sfruttando il fatto che gli altri rimarranno ignoranti. Sono costoro quelli che hanno problemi con la coscienza, e così s’inventano stronzate come il fatto che copiare equivale a rubare.
17 settembre 2008 alle 13:14
Scaricare qualcosa che normalmente sarebbe in vendita contro la volontà dell’autore è ovviamente un furto. Non è come fare una rapina in banca, ma è sempre rubare. Non stiamo parlando di brevetti di medicinali o altre cose di necessità primaria. Stiamo parlando di un prodotto di intrattenimento da cui i legittimi proprietari desiderano trarre profitto: se a voi sta bene lo pagate, se non vi sta bene non lo pagate ma nemmeno avete il diritto di possederlo ugualmente. Se decidete di prenderlo senza pagarlo, significa che giusto o sbagliato che sia (qualcuno potrebbe essere contrario alla proprietà privata, no?) lo avete comunque rubato. Tutti gli altri discorsi servono solo ad alleggerirsi la coscienza.
Simone
17 settembre 2008 alle 10:07
Sai, uno spot contro la pirateria come quello qua sopra non deve stupire se si pensa che il nostro presidente del consiglio è proprietario di una casa di distribuzione cinematografica. Anche gli altri avranno i loro amici in questo campo (mi pare che Cecchi Gori fosse stato senatore nell’allora PDS).
17 settembre 2008 alle 09:45
Concordo in pieno con tutto l’articolo.
17 settembre 2008 alle 08:49
Hai ragione? Certo che hai ragione. Soprattutto sono d’accordissimo quando parli della scrittura part-time citando gli esempi di Kafka, Tolkien e Clancy. Che poi sono solo tre dei nomi ‘famosi’ che è possibile utilizzare ad esempio. Quasi tutti gli scrittori affermati facevano tutt’altro nella vita, e continuavano a farlo pur dopo la pubblicazione dei loro capolavori. Ora con Internet i nodi sono venuti al pettine del copyright e di tutti quei parrucconi che associano la ‘pirateria’ al latrocinio. A me pare un latrocinio spendere 20 euro per un cd, 20 euro per un libro o via dicendo per qualcosa da sorbirmi a scatola chiusa. Certo, ci sono le recensioni, ma quante recensioni entusiastiche (e disoneste perché scritte sotto la ‘sudditanza’ della casa editrice ) e quante oneste vi sono della tua autrice (odiata) preferita, l’astro eclissante del fantasy italiano Licia Troisi ? Ecco, io mi sono sentito derubato, una volta acquistata quella roba, non certo la Mondadori. Comunque alla fine penso che le maglie si apriranno…è la naturale conseguenza dei fatti.
Ottimo articolo scritto con la consueta e mai doma verve!
17 settembre 2008 alle 06:54
Ops, ho dimenticato le ultime righe.
Ovvio che quella della produzione industriale di arte era solo una riflessione e non il tema centrale dell’articolo, ma grazie di mettere sempre qualche dettaglio che mi toglie il sonno! : )
Che diamine, ho la salute fragile, certe idee maneggiale con cura, o farai una strage.
17 settembre 2008 alle 06:44
Sì,
è tutto molto interessante…a parte l’immagine grottesca di una produzione “industriale” di arte! (intendo fatta da macchine). Penso soprattutto ai libri. Mi sono venuti i brividi di disgusto a pensarci. Capisco che ci siano in giro montagne di brutte opere, ma quando penso a quanto è meno gustosa la pasta industriale da quella fatta a mano, o i biscotti prodotti in serie da quelli appena sfornati di cui senti il profumo a cinquanta metri…Mi ci è voluto l’intero articolo per riprendermi. Mentre leggevo continuavo a vedere dei tizi di fronte a un macchinone di pulsanti luminosi, stile anni ’70.
Oggi computer, sforneremo 17 romanzi fantasy: tredici a lieto fine, uno dal finale incerto, uno con finale che preveda un seguito, e due con il cattivo che sbaraglia tutti. Ecco il file con tutte le caratteristiche studiate degli esseri umani, mescolale in un intreccio possente. Fatto?
Ora calcola le probabilità di reazione di fronte a forti emozioni e pericoli, o incontri con altre razze. Fatto? Fine programma. Stop.
Bah!
A parte questo, è vero, io scriverei anche gratis. Quel che desidero dalla mia stanzetta ammuffita è che qualcuno conosca quello che scrivo. Forse l’ho già scritto altrove, ma è così; se mi dicessero: puoi vendere duecentomila copie e guadagnare cinquantamila euro, o un milione trecentomila persone leggeranno un tuo libro, ma tu non guadagnerai mai più di una semplice cassiera…
Beh, dove devo firmare per la seconda? Ma c’è da chiedere?
17 settembre 2008 alle 01:51
E comunque devo dire che non avevo mai pensato al “problema copyright” dal punto di vista dell’arte.
17 settembre 2008 alle 01:48
Beh, che dire, sono assolutamente d’accordo, Gamberetta.
Se non fossi un feticista dei libri stampati, scaricherei pure quelli (che con musica, film e videogiochi si va alla grande :D).
17 settembre 2008 alle 00:39
Ottimo articolo, inutile dire che sono d’accordo con te.
Solitamente io compro le cose a cui ho dato 8-10 gamberi durante la mia prima visione “da pirata”, per il puro piacere di collezionare dvd, o per sentire il profumo della carta stampata.
Possiedo non meno di 3 copie del mio libro preferito (la saga di Earthsea, della Le Guinn, l’hai mai letto?Mi piacerebbe avere la tua recensione!), vado al cinema un paio di volte al mese e sostengo il mio cantautore “di fiducia” andando ai suoi concerti e comprando i cd.
Scarico il resto non perché devo risparmiare, ma per alleggerire la mia anima tra un problema e l’altro….se non potessi scaricarli non li comprerei, e mi riposerei semplicemente dormendo, con buona pace dei miei neuroni affamati di fantasia.
Buonanotte, e grazie ;)
16 settembre 2008 alle 20:32
Ah, finalmente un nuovo articolo! Iniziavo ad entrare in crisi d’astinenza!