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Manuali 3 – Mostrare

Questo è il terzo articolo nella serie dei Manuali. Trovate il primo articolo qui e il secondo qui. Gli articoli possono essere letti in qualunque ordine. Se avete pregiudizi riguardo i manuali di scrittura, date un’occhiata alle risposte ai miti, qui.
Ricordo infine che mi rivolgo a chi voglia imparare a scrivere narrativa di genere, in particolare narrativa di genere fantastico. I concetti esposti potrebbero come non potrebbero applicarsi alla narrativa in generale.

* * *

“Mostrare, non raccontare” o in inglese “Show, don’t tell” è il nome di una fondamentale tecnica narrativa. È un’esortazione agli scrittori perché evitino l’astratto e favoriscano sempre il concreto.
La narrazione deve essere un susseguirsi di dettagli concreti; dettagli che stimolino i sensi del lettore, che richiamino immagini, suoni, odori, sapori.

Esempio:

Michele è vecchio.

Il termine “vecchio” è astratto, dunque qui ci troviamo di fronte al raccontare.

Michele ha la barba bianca, il viso coperto di rughe. Cammina gobbo reggendosi al bastone.

Qui abbiamo una sequenza di particolari concreti, dunque ci troviamo di fronte al mostrare.

Perché il mostrare è preferibile al raccontare?

Icona di un gamberetto Perché è dimostrato che il cervello del lettore, se stimolato da dettagli concreti, vive le situazioni descritte. Il mostrato cala il lettore nella storia; il raccontato non garantisce la stessa risposta emotiva, non trascina il lettore.
Per questa ragione il raccontato può diventare noioso in fretta: il lettore non ha problemi a gustarsi 200 pagine di mostrato, mentre poche pagine di raccontato possono subito stufare.

Icona di un gamberetto Perché ogni volta che si scivola nel raccontare l’autore esprime un giudizio. La barba bianca o le rughe sono un fatto oggettivo, la vecchiaia è una valutazione soggettiva. Può essere una valutazione giusta e condivisa, ma questo non cambia il problema: il problema è che l’autore ha fatto capolino per parlarci direttamente, incrinando l’immersione.

Per usare la metafora di John Gardner del “fictional dream”: la buona narrativa trasporta il lettore in una condizione mentale simile a quella del sogno. Quando l’autore interviene nella storia, ha lo stesso effetto di qualcuno che ti parla all’orecchio mentre dormi: se ti va bene non te ne accorgi, se ti va male ti svegli. Se il lettore si sveglia, chiude il libro. EPIC FAIL.
Oppure immaginate di essere al cinema. Scorre la pellicola, la scena vede Michele che si trascina per i vialetti del cimitero. Porta i fiori alla moglie morta. Spunta il regista con un cartello: “Michele è vecchio.” Sarebbe ridicolo, rovinerebbe l’atmosfera.
Non rendetevi ridicoli. Non svegliate chi sogna.

Cthulhu addormentato
Nella sua dimora a R’lyeh, Cthulhu aspetta sognando. Non svegliatelo!

Icona di un gamberetto Perché il mostrare permette di scegliere i particolari che sono sul serio importanti per la storia.

Cosa mi spinge a sottolineare che Michele è vecchio? Qual è la rilevanza della vecchiaia per la storia?
• Forse la vecchiaia è importante perché chi è vecchio spesso ci vede male, e questo dettaglio è vitale; ma allora non è forse meglio mostrare Michele che porta occhiali spessi?
• Forse la vecchiaia è importante perché chi è vecchio spesso è goffo e fragile, e questo dettaglio è vitale; ma allora non è forse meglio mostrare Michele mentre inciampa nel suo bastone da passeggio e si rompe una gamba?
• Forse la vecchiaia è importante perché chi è vecchio spesso è malato, e questo dettaglio è vitale; ma allora non è forse meglio mostrare Michele a letto in ospedale?
E così via.
Il raccontato è impreciso. Se si vuole portare avanti la trama, occorre precisione, occorre mostrare.

Icona di un gamberetto Perché il raccontato non rimane in mente. Se non si affiancano alla vecchiaia particolari concreti, dopo poche pagine il lettore si sarà già scordato che Michele è vecchio. Invece il mostrato lascia un’impressione duratura; anche chiuso il libro e passati anni, ricorderemo i dettagli più vividi.

* * *

A prima vista può sembrare che lo “Show, don’t tell” sia una tecnica come le altre. Non è così. Le implicazioni del mostrare invece di raccontare sono basilari per la narrativa.

Una celebre citazione da The Craft of Fiction di Percy Lubbock recita:

bandiera EN The art of fiction does not begin until the novelist thinks of his story as a matter to be shown, to be so exhibited that it will tell itself. [...] The thing has to look true, and that is all. It is not made to look true by simple statement.

bandiera IT L’arte della narrativa non comincia finché il romanziere non pensa alla storia come una materia da mostrare, da esibire in modo che si racconti da sola. [...] La faccenda deve sembrare vera, e questo è tutto. Non è resa vera semplicemente raccontando che è vera.

Non c’è arte finché la storia non è in grado di raccontarsi da sola: i particolari concreti (barba bianca, rughe, gobba, bastone) dicono al lettore che Michele è vecchio. Non è intervenuto l’autore a spiegarlo.
La narrativa ha bisogno di verosimiglianza (la faccenda che deve sembrare vera) e questo bisogno non può essere soddisfatto dal raccontato. Non basta raccontare che una cosa è vera per renderla vera. Non basta raccontare che Michele è vecchio; dirlo vecchio non lo rende per magia vecchio. La sua vecchiaia dipenderà dai particolari concreti, non da quante volte ripeto che è “vecchio”.

La posizione di Lubbock è radicale ed è stata aspramente criticata. Tuttavia non è una posizione assurda. Una definizione di “narrativa” potrebbe essere: l’arte del mostrare attraverso le parole. Sarebbe una buona definizione e Lubbock avrebbe ragione.

Senza entrare nel filosofico, il succo è semplice: scegliere consapevolmente quando mostrare e quando raccontare è fondamentale. Dal punto di vista dello stile, ovvero del come si racconta una storia, niente è più importante. Non parliamo di una “regoletta”, parliamo di uno dei cardini della narrativa. E, se si vuole seguire Lubbock, parliamo della narrativa stessa.

Introduzione storica

Mi è capitato di imbattermi in “scrittori” (sebbene questi tizi non scrivano un bel niente, imbrattano solo di moccio la carta) con idee bizzarre riguardo lo “Show don’t tell”. Una delle più bislacche è quella che lo “Show don’t tell” sia una “trovata” moderna, colpa di Hollywood; “una sensibilità mediata dal cinema” – nelle parole di uno degli imbrattatori.

Sugimori Nobumori, più noto con il nome di Chikamatsu Monzaemon, è stato un famoso drammaturgo giapponese, “lo Shakespeare nipponico”.[1] Il saggio del 1738 Naniwa miyage riporta alcune considerazioni di Monzaemon[2] riguardo la narrativa e il teatro. Per esempio si legge (vi risparmio il giapponese, qui di seguito la traduzione inglese di Donald Keene):

bandiera EN There are some who, thinking pathos is essential to joruri, make frequent use of expression as ‘it was touching’ in their writing, or who when chanting do so in voices thick with tears, in the manner of Bunya-bushi.
This is foreign to my style. I take pathos to be entirely a matter of restraint.
Since it is moving when all parts are controlled by restraint, the stronger and firmer the melody and words are, the sadder will be the impression created. For this reason, when one says of something which is sad that it is sad, one loses the implications, and in the end, even the impression of sadness is slight. It is essential that one not say a thing that ‘it is sad’, but that it be sad of itself. For example, when one praises a place renowned for its scenery such as Matsushima, by saying, ‘Ah, what a fine view!’ one has said in one phrase all that one can about the sight, but without effect. If one wishes to praise the view, and one says numerous things indirectly about its appearance, the quality of the view may be known by itself, without one’s having to say, ‘It is a fine view.’ This is true of everything of its kind.

bandiera IT Alcuni, credendo che il patos sia essenziale per lo joruri, usano frequentemente nei loro scritti espressioni come “toccante”, oppure quando cantano lo fanno con voce rotta dalle lacrime alla maniera di Bunya.
Questi metodi sono estranei al mio stile. Io considero il patos una questione di disciplina. Si crea patos commovente quando tutte le parti sono controllate da una disciplina; più nette e precise sono parole e melodia, più si creerà un’impressione di malinconia. Per questa ragione, quando qualcuno dice che qualcosa triste è triste, si perdono le implicazioni e alla fine anche l’impressione di tristezza è minima. È essenziale che non si dica che qualcosa “è triste”, ma che la cosa sia triste in sé. Per esempio, quando si elogia un luogo rinomato per il suo paesaggio come Matsushima, dicendo: “Ah, che bella vista!” si è detto in una frase tutto quello che si potrebbe dire sul paesaggio, ma senza creare emozione. Se si vuole lodare il paesaggio e si dicono diverse cose indirettamente riguardo il suo aspetto, la bellezza del paesaggio emergerà da sola, senza che si debba dire: “Che bella vista.” Questo è vero per ogni situazione simile.

C’è poco da aggiungere: è una spiegazione di come funziona lo “Show don’t tell” da manuale. Non bisogna raccontare che qualcosa è triste o che il paesaggio è bello; bisogna mostrare caratteristiche della cosa o del paesaggio in modo che l’impressione di tristezza o bellezza emerga da sola, senza bisogno che l’autore venga a spiegarlo. E bisogna farlo perché così l’impressione sul pubblico è più intensa. È più emozionante quando tristezza o bellezza le abbiamo davanti al naso, che non quando ci viene raccontato che qualcosa è triste o bello.

Dato che il tipico autore fantasy nostrano è un ignorante patentato, specifico: nel 1738 il cinema non era ancora stato inventato e Hollywood non era ancora stata fondata.

Il magnifico panorama di Matsushima
Il magnifico panorama di Matsushima

In Occidente si trovano le prime tracce del concetto alla base dello “Show don’t tell” nell’opera The Philosophy of Rhetoric dell’abate George Campbell, opera che l’autore ha iniziato a scrivere nel 1750.
Nel Libro III, Capitolo I, Sezione I Campbell scrive:

bandiera EN I begin with proper terms, and observe that the quality of chief importance in these for producing the end proposed, is their specialty. Nothing can contribute more to enliven the expression, than that all the words employed be as particular and determinate in their signification, as will suit with the nature and the scope of the discourse. The more general the terms are, the picture is the fainter; the more special they are, it is brighter. The same sentiments may be expressed with equal justness, and even perspicuity, in the former way, as in the latter; but as the colouring will in that case be more languid, it cannot give equal pleasure to the fancy, and by consequence will not contribute so much either to fix the attention, or to impress the memory.

bandiera IT Comincio con i termini appropriati, e osservo che la qualità di maggior importanza per raggiungere lo scopo voluto è la loro specificità. Niente può contribuire maggiormente a rendere vivida la narrazione quanto l’uso costante di parole precise e specifiche nel loro significato, come meglio si adatta alla natura e allo scopo del discorso. Più i termini sono generici, più l’immagine è sbiadita; più i termini sono specifici, più l’immagine è vivida. Le stesse emozioni possono essere espresse con uguale onestà, e persino chiarezza, in una maniera o nell’altra; ma usando la prima maniera, le tinte saranno più fiacche, non sarà procurato lo stesso piacere, e di conseguenza sarà più difficile far mantenere l’attenzione o lasciare un’impressione duratura.

Campbell non è esplicito come il giapponese, ma anche qui stiamo parlando di “Show don’t tell”: non usare termini generici (che sono raccontare), ma usare termini specifici (che sono mostrare).
Confrontate:

Qualche tempo fa, Anna ha avuto un incidente e si è fatta male.

con:

Ieri Anna è scivolata. Le ruote del tram le hanno tranciato le dita delle mani.

Più passo dal generale allo specifico, più passo dal raccontare al mostrare, e più la narrazione è vivida. Suscita più interesse, mantiene sveglia l’attenzione, si imprime nella memoria. Se racconto che Anna ha avuto un incidente, questa informazione sarà dimenticata nel giro di poche pagine, se ne ho bisogno venti capitoli dopo dovrò ripeterla; se invece mostro l’incidente, rimarrà impresso magari per anni dopo che il lettore ha finito il libro.

Dato che il tipico autore fantasy nostrano è un ignorante patentato, specifico: nel 1750 il cinema non era ancora stato inventato e Hollywood non era ancora stata fondata.

Qualcuno potrebbe pensare che queste siano eccezioni, che dopo Monzaemon e Campbell lo “Show don’t tell” sia sparito dalla coscienza collettiva per riaffiorare con il cinema. Non è così. Se ne è sempre discusso negli ultimi tre secoli.

Per esempio Herbert Spencer, il celebre filosofo, spiega il principio alla base dello “Show don’t tell” nel suo saggio del 1852 The Philosophy of Style – lo citerò in dettaglio più avanti nell’articolo.

E dato che il tipico autore fantasy nostrano è un ignorante patentato, specifico: nel 1852 il cinema non era ancora stato inventato e Hollywood non era ancora stata fondata.

* * *

Perciò, quando sentite qualche presunto autore starnazzare in questa maniera:

Io me ne frego delle regole della narrativa! Me ne frego dello “Show don’t tell”! Io non mi piego alle mode moderne pilotate dal marketing!

Ecco, sapete di avere di fronte un gonzo ignorante come una capra.

Hollywood anni '10
Il primo studio cinematografico ha aperto a Hollywood nel 1911

Non dico che per scrivere bene occorra aver studiato Campbell, Spencer o la drammaturgia giapponese del ’700, dico che per scrivere bene occorre evitare i pregiudizi idioti.
Potete scrivere quello che vi pare, come vi pare, ma prima di cadere in “ragionamenti” simili a quello dell’autore di cui sopra, informatevi. Non avete niente da perdere e tutto da guadagnare.

Il mostrare e la verosimiglianza

Arrivo all’Università, entro nell’aula, mi siedo e sussurro alla tizia accanto a me: «Ieri sera sono andata a cena con un vampiro.»
La risposta sarà: «Devi cominciare a dire scemenze la mattina presto?»

Questo perché ho raccontato un evento impossibile (almeno per le attuali conoscenze scientifiche).
Se mostro i segni dei canini sul collo e un filmato nel quale si vede un tipo che si trasforma in pipistrello nel mio salotto, difficilmente le mie affermazioni saranno ancora scemenze. In altre parole il mostrato fornisce verosimiglianza al mio raccontato.
E quando parliamo di narrativa fantastica la verosimiglianza è vitale. La verosimiglianza separa le storie degne di essere ascoltate dalle stronzate. Nessuno vuole perdere tempo con le stronzate.

In altri generi, a meno di errori clamorosi, una storia raccontata male rimane solo una storia raccontata male. Una storia di narrativa fantastica raccontata male è una stronzata. Suscita disgusto e disprezzo.
Racconto alla mia compagna di Università di essere rimasta a casa a guardare la TV. Ho visto un film con Chris Pine. Peccato che a quell’ora, su quel canale, ci fosse la partita. La mia amica penserà che mi sia sbagliata, capita.
Racconto di essere stata rapita dagli alieni, senza fornire alcuna prova. La mia amica penserà che io sia impazzita o che la voglio prendere in giro.

In una mail lettera del 1953, Raymond Chandler chiede al suo interlocutore se ha mai letto “Science Fiction” e conclude domandando se è vero che gli editori pagano per spazzatura del genere. Questo atteggiamento è per molti versi giustificato.
La narrativa fantastica ha fama di essere letteratura di serie B. È una fama meritata. Da un lato abbiamo un genere difficilissimo da scrivere, dall’altro una marea di autori convinti che sia il contrario e che si possa procedere a starnuti. Il risultato è una montagna di spazzatura (non solo in Italia) che travolge le opere buone.
Se scrivete fantastico fatelo seriamente. La noosfera non ha bisogno di essere inquinata da nuovi rifiuti.

* * *

Rendere verosimili elfi e vampiri può sembrare un’impresa disperata. E non c’è dubbio che una fetta di pubblico non accetterà mai questo tipo di narrazioni, non importa quanto l’autore sia bravo.[3] Però c’è anche chi ha fatto del rendere verosimili elfi e vampiri una professione, e non parlo degli scrittori. Parlo di sensitivi, ufologi, cartomanti, fantarcheologi & ciarlatani assortiti. I tizi che ti vendono la Croce Magica di San Germano, mistica reliquia infusa di potere spirituale; cura il mal di schiena e ti permette di parlare con il gatto morto.

Per cavarti i 200 euro della Croce Magica, questi signori usano una serie di tecniche, tra le quali lo “Show don’t tell”.
Se io dico:

Qualcuno qualche volta ha provato la Croce Magica ed è stato meglio di prima.

Non convinco nessuno. Non convinco nessuno perché racconto. Perché i termini sono vaghi e generici.
Se dico:

Mi chiamo Roberta Cardato, ho ventiquattro anni, abito a Tresnate provincia di Varese. Tutto è cominciato il 24 dicembre, la vigilia. Ero in piedi sulla sedia per mettere la stella in cima all’albero di Natale, quando la mia gatta Birba mi è saltata tra le gambe. Ho perso l’equilibrio e sono caduta di schiena. Una botta terribile. Sono rimasta inchiodata a letto tutte le vacanze e il dolore non è passato. Medici, chiroterapisti, antibiotici, antinfiammatori: niente, non funzionava niente. Finché a San Valentino, il mio fidanzato, Mattia, non mi ha regalato la Croce Magica di San Germano. Appena l’ho presa tra le mani ho sentito un calore benefico. È bastato un giorno con la Croce al collo e già stavo meglio. Una settimana dopo ero guarita, in tempo per andare a sciare con Mattia! E adesso non ho più neanche paura di cosa succederà alla morte della Birba, perché grazie alla Croce Magica di San Germano, potremo sempre rimanere in contatto.

L’impatto è ben diverso. Non c’è più “qualcuno”, “qualche volta”, c’è una storia concreta, specifica, precisa. L’effetto taumaturgico della Croce è mostrato in un contesto. E la storia di Roberta potrebbe essere la tua. Anche tu puoi guarire! Se hai 200 euro (pagamento in contrassegno, bonifico o via PayPal).

I venditori della Croce elencano decine di casi come quello di Roberta; riportano la testimonianza del dottor De Carolis, che ha svolto sulla Croce seri esperimenti scientifici; riproducono sul loro sito web la foto di Elvis che stringe la Croce tra le dita.
Creano una narrazione basata su una marea di dettagli concreti, finché il gonzo di turno pensa: “Non è possibile che si siano inventati tutto! Non è possibile che siano tutte coincidenze, non è possibile che così tanti fatti siano falsi! Ecco i 200 euro!”
E invece i fatti sono tutti falsi e la Croce è una patacca di plastica che prodotta in serie costa 50 centesimi.
Ma non importa. Non importa la “verità” come valore assoluto, importa che il lettore, quando legge un romanzo, si trovi nella stessa condizione mentale del gonzo che sgancia i 200 euro. Per quanto razionalmente sappia che i vampiri e gli elfi non esistono, la narrazione è così precisa e concreta che non le si può negare un fondo di verità. E se una storia di elfi o di vampiri è vera, è degna di essere ascoltata. Dunque il lettore si sorbisce felice le 400 pagine del romanzo e quando uscirà il secondo volume correrà a comprarlo.

San Germano di Parigi
San Germano di Parigi

Ok, questo in teoria. In pratica il successo commerciale deriva da molti altri fattori; la qualità è un fattore secondario. Tante volte il successo arride a chi bara: Twilight è inverosimile, ma può permetterselo perché non è fantasy. Edward Cullen è giovane, bello (letteralmente splende!), ricco, ecc.; la Meyer racconta che è un vampiro, ma in verità mostra il cliché del Principe Azzurro. Il cuore del racconto non ha niente a che vedere con il fantastico.

* * *

Per ricapitolare: gli scrittori di narrativa fantastica chiedono ai propri lettori di credere all’impossibile. Per convincere i lettori hanno a disposizione un arsenale di tecniche narrative. Una delle tecniche più potenti consiste nel narrare concatenando una serie di particolari concreti; ovvero narrare mostrando la storia. Non ci sono ragioni per rinunciare a quest’arma.

Riconoscere & sopprimere il raccontato

Mostrare è più efficace di raccontare. Purtroppo mostrare è anche più difficile: richiede esercizio, attenzione, documentazione – puoi raccontare quello che non sai: “Anna è salita sul Boeing 747, si è seduta al posto del pilota e ha fatto decollare l’aereo”, non lo puoi mostrare; non puoi fornire particolari concreti riguardo a come si pilota un aereo se non ti sei documentato a proposito.

Se si scrive senza disciplina, a furia di risate e starnuti, la tendenza istintiva è di scivolare nel raccontato. Quando si racconta le parole fluiscono rapide, senza fatica, la storia procede spedita. Peccato che il risultato sia spazzatura.
Ci vuole molta pratica prima che scrivere mostrando divenga naturale. Per raggiungere questo obiettivo, il primo passo è rendersi conto di quando si racconta invece di mostrare.

L’indicatore numero uno è la presenza di termini astratti o generici.
Questo non vuol dire che per forza ogni termine astratto o generico sia sbagliato, vuol dire che, quando rileggiamo la storia, dobbiamo prendere ognuno di questi termini come un campanello d’allarme. Ci potrebbe essere un problema. Occorre verificare se quel termine è accettabile o no.

Michele era un ragazzo molto alto.

Non ci sono termini astratti, ma “molto alto” è un’espressione generica. Campanello d’allarme! Un brutto raccontato con zampette pelose scorrazza sul manoscritto. Bisogna schiacciarlo sotto il tacco! … Sigh.

Due strade: dobbiamo decidere se l’altezza di Michele ha un ruolo nella storia, oppure se è solo “colore”, se è solo un dettaglio per dare credibilità al personaggio.
Nel primo caso c’è poco da fare: bisogna imbastire una o più scene nelle quali l’altezza giochi un ruolo importante – per esempio si può mostrare Michele mentre gioca a basket.
Nel secondo caso, basta un pizzico di furbizia, basta “spacchettare” l’altezza in un’immagine concreta:

Michele chinò la testa salendo sulla carrozza della metropolitana.

Oppure, in maniera indiretta:

Anna si alzò in punta di piedi per baciare Michele sulle labbra.

Notare che potrebbero essere le carrozze particolarmente basse. O magari Anna è una nana. Ma ha importanza? In fondo non esiste un “molto alto” in assoluto, esiste un “molto alto” in rapporto alle porte o alle fidanzate; in rapporto alle taglie dei vestiti o ai letti degli alberghi.
E nessuno vieta di utilizzare l’intero ventaglio dei dettagli: porte, fidanzate, vestiti, letti. Anzi, è meglio: secondo Flaubert, un particolare sembra vero solo quando è ribadito almeno tre volte.

Per quel che ho letto di lei, Katie MacAlister è una pessima autrice. Ma anche una pessima autrice quando deve parlare delle dimensioni del protagonista maschile non si rifugia nel dire che “ce lo aveva grosso.” Infatti in Steamed: A Steampunk Romance scrive:

bandiera EN “You appear to be larger than I expected,” I said, wrapping one hand around him, and noting how much was left over.
[...]
“You’re not quite two hands, in case you were wondering. That is good—two hands’ worth would be excessive. I could not approve of two hands’ worth. But one hand and slightly more than a half of a second hand—that is reasonable. I approve of your dimensions, even if they are a bit more robust than I had anticipated.”

bandiera IT “Mi sembri più grosso di quanto mi attendevo,” dissi, passandoci una mano intorno, e notando quanto era rimasto.
[...]
“Non sei proprio due mani, nel caso te lo stessi chiedendo. Il che va bene – una grandezza di due mani potrebbe essere eccessiva. Non potrei approvare una grandezza di due mani. Ma una mano e un po’ più di metà della seconda mano – è ragionevole. Approvo le tue dimensioni, anche se sei un po’ più robusto di quanto mi aspettassi.”

Puro romanticismo, altro che Twilight. Circa. Ho usato questo esempio un po’ volgare per una ragione, che illustrerò in seguito. Intanto il principio rimane lo stesso: non raccontare che Michele è alto o ce l’ha grosso, ma mostrare nel concreto altezza e grossezza. Molto alto è generico, Anna in punta di piedi è concreto; grosso è generico, una mano e poco più della metà dell’altra è concreto.

Copertina di Steamed
Copertina di Steamed: A Steampunk Romance

Ho detto che più si è precisi, più si evita il generico e l’astratto meglio è. Si potrebbe pensare che non ci sia niente di più preciso dei numeri. Però:

Michele era alto 2 metri e 14 centimetri.

Funziona poco. A meno che il lettore non sia un geometra, non è in grado di dare concretezza ai numeri. Michele che china la testa per non sbatterla o Anna in punta di piedi il lettore li vede, i numeri no.

Appena superiamo le dita di una mano, i numeri perdono significato.

In piazza c’erano tre persone.

Chiaro e concreto.

In piazza c’erano 82 persone.

Astratto. Non ha significato per il lettore.

Un altro esempio:

La torre era alta 286 metri.

È astratto.

La cima della torre spariva avvolta tra le nubi.

È concreto.

Consideratela in questo modo: quando si parla di misure, si fa sempre una similitudine. Quando scrivo che la torre è alta 286 metri, in realtà scrivo: “l’altezza della torre è simile all’altezza che si ottiene impilando 286 sbarre di platino-iridio[4] lunghe un metro.” Ed è una similitudine difficile da visualizzare. Viceversa, se parlo di altezza delle nubi, il lettore non ha problemi a vedere la scena, perché ha esperienza quotidiana di nubi.

Le similitudini devono semplificare il concetto, non renderlo più complesso. Mettere in rapporto Michele con una porta o con una ragazza in punta di piedi è semplice, metterlo in rapporto a 214 unità di misura molto meno.
Lo stesso vale per qualunque altro tipo di misurazione. Se non ci sono ragioni specifiche (per esempio il punto di vista è dell’architetto della torre giusto impegnato a progettarla), i numeri vanno evitati.

* * *

Ho preso come esempi due termini generici (alto e grosso), lo stesso concetto si applica ai termini astratti, come la vecchiaia esaminata a inizio articolo.
“Michele è generoso”, “Michele ha un carattere solare”, “Michele adora la compagnia degli animali”, “Michele odia leggere” e così via. Questo è raccontare, non è un granché, se si vuole diventare bravi scrittori bisogna sforzarsi di mostrare.

Fiammetta era una fatina piccina e permalosa.

Diventa:

La fatina Fiammetta strizzò gli occhietti, si coprì il faccino con il dorso della manina. La mezzaluna di luce brillava sopra di lei. Il gatto, doveva essere stato il gatto. Il felino si era strusciato contro la teiera e aveva smosso il coperchio.
Fiammetta si piegò sulle ginocchia. Saltò. Le dita afferrarono il bordo di porcellana della teiera. Chiuse le ali e spinse con la schiena contro il coperchio. L’intera mattinata intrappolata al buio. Nessuno l’aveva mai trattata così! Diede un colpo di reni. Il coperchio scivolò giù. La fatina volò fuori dalla teiera.

Fiammetta sgusciò tra le ante accostate della finestra. Cinzia era in giardino, seduta tra l’erba, la bambola della principessa Himiko in una mano, un drago di plastica nell’altra. Fiammetta volò davanti al viso della bambina.
Cinzia sgranò gli occhi. «Oh… scusa. Scusa! Stava arrivando la mamma e allora. Per nasconderti.»
Fiammetta incrociò le braccia. «E poi ti sei dimenticata di me. Sai, comincio a sospettare che tu non gradisca la mia compagnia.»
La bambina era sbiancata. «No, no. Scusa.»
«Non mi interessano le tue scuse. Hai sbagliato e devi pagare. Avanti, non farmi perdere tempo.»
Cinzia lasciò cadere il drago. Si morse il labbro. Lacrime scesero sulle guance arrossate. Offrì alla fatina la mano aperta, il palmo verso l’alto.
La fatina tagliò il palmo con una scheggia di vetro; un solco di sangue dal mignolo al pollice. «E se i tuoi genitori scoprono qualcosa, ti cavo gli occhi.»
Fiammetta rinfoderò la scheggia sotto il vestitino.

Sono stata forse troppo stringata, si può fare di meglio, ma spero che il concetto sia chiaro.

La fatina Fiammetta
La fatina Fiammetta

Una conseguenza di quanto visto finora è la norma che prescrive di evitare gli avverbi.
Certo, ci sono avverbi da evitare semplicemente(…) perché inutili – il classico “sbatté violentemente la porta”, come se fosse possibile “sbattere” senza violenza.
Certo, ci sono avverbi da evitare perché sostituibili da verbi più precisi – il classico “chiuse violentemente la porta” che diventa il più elegante “sbatté la porta”.
Ma in generale la ragione che dovrebbe spingere lontano dagli avverbi è che gli avverbi raccontano. Nella quasi totalità dei casi sono termini astratti o generici.

Michele scrisse l’articolo accuratamente.

È troppo generico. Meglio mostrare Michele che consulta per due ore Wikipedia, che scrive una mail a un suo amico esperto in materia, che fa un giro alla biblioteca locale per spulciare le pagine di un vecchio quotidiano che non si trova su Internet.
E se invece l’accuratezza non ha importanza per la storia, inutile inserirla. Come ho già spiegato, il raccontato non rimane impresso in mente, dunque perché sprecare inchiostro?

Notare che:

Michele scrisse l’articolo con cura.

È lo stesso. È un pochino meglio perché “con cura” si legge più spedito di un farraginoso ac-cu-ra-ta-men-te, ma il problema di fondo rimane. Non fate i “furbi”, non è cambiando la singola parola che si risolve la questione.

Un errore comune è quello di raccontare e mostrare (o raccontare e ri-raccontare in maniera meno generica):

Michele scrisse l’articolo con cura: consultò per due ore Wikipedia, chiese via mail un parere al suo amico esperto di lucertole, passò il pomeriggio a spulciare i vecchi numeri di Rettili Oggi.

È un errore dovuto all’insicurezza. L’autore (in)consciamente dice al lettore: “Visto che non parlo a vanvera? Ho scritto ‘con cura’ mica per caso, infatti ecco tutti i fatti a dimostrazione.”
Non funziona. I casi sono due: o il lettore la vede come l’autore (e dunque è superfluo specificare che l’articolo era scritto “con cura”, i fatti già lo mostrano), oppure il lettore rimane di stucco. Ma come, pensa, due ore su Wikipedia e un pomeriggio a sfogliare vecchie riviste lo chiami documentarti con cura? Ma quando mai! Questo autore proprio non ne capisce un’acca di cosa voglia dire scrivere un articolo accuratamente!
Dunque la parte raccontata (“con cura”) o non ottiene alcun effetto, oppure ottiene un effetto negativo. Non mettetela!

La domanda interessante è: come faccio a trasmettere al lettore che Michele scrive accuratamente? Se lo racconto, il lettore non ci crederà. Se lo mostro, il lettore potrebbe non essere d’accordo con me.

La riposta è: non puoi. Non si può forzare la morale della favola (Michele che scrive accuratamente è la “morale” del passare la giornata a documentarsi). Si può mostrare nella maniera più vivida possibile quello che è successo, dopodiché il giudizio spetta al lettore.

Anna è credente. Rispetta i comandamenti e va sempre a messa. Un giorno, mentre attraversa la strada, è stirata da un autobus. È portata in fin di vita all’ospedale, dove le amputano le gambe.
Qual è la morale? Che Dio non esiste o non si prende cura dei suoi fedeli? Oppure che Dio esiste e ha sempre un occhio di riguardo per chi crede in Lui? (di solito chi finisce travolto da un autobus muore).
Deciderà il lettore. Se si cerca di forzargli la mano lo si imbizzarrisce e basta.

Lo stesso discorso fatto per gli avverbi vale per gli aggettivi. Perché si consiglia di usarli con parsimonia? Perché gli aggettivi concreti e specifici (rosso, ruvido, umido, ecc.) sono pochi. Gli altri sono aggettivi astratti o generici e come tali vanno soppressi. Non ascoltate i lamenti degli aggettivi, metteteli al muro e fucilateli.

Era una bella mattinata di ottobre. Un’allegra Anna si stava recando al suo prestigioso lavoro presso una rinomata ditta di tostapane.

Se la bellezza della mattinata, l’allegria di Anna, il prestigio del lavoro o la fama della ditta hanno importanza per la storia, si mostrano. Altrimenti gli aggettivi vanno giustiziati e basta. No, non ci sono scuse che tengano.

* * *

Altre bestiacce figlie del raccontato che spesso non sono identificate come tali:

Icona di un gamberetto Le espressioni: “provò a”, “tentò di”, “(non) riuscì a”, “cercò di” e così via. Sono sempre un raccontare.

Per esempio, Anna è inseguita da Michele armato di mannaia:

Anna corse alla porta. Provò ad aprirla ma non ci riuscì.

Bah! Così scrivono gli autori di Serie C (gli autori italiani scrivono: “Provò furiosamente ad aprirla, ma non ci riuscì nonostante ci avesse provato disperatamente.”); gli autori decenti tagliano il “provò” e il “riuscì” e mostrano le dita sudate che scivolano sulla maniglia, la maniglia che gira a vuoto, i pugni picchiati contro il battente, i capelli sugli occhi, il rumore dei passi di Michele e ogni altro particolare degno di nota.
Più difficile, più faticoso, più impegnativo. E allora? Nessuno sostiene che scrivere narrativa sia facile e indolore.

Michele imbestialito
A furia di essere protagonista degli esempi, a Michele sono saltati i nervi

Icona di un gamberetto Il battito artificiale del tempo: “prima”, “dopo”, “poi”, “in seguito” e anche “pochi istanti”, “improvvisamente”, “al momento” e così via. Sono sempre un raccontare.

Anna entrò nella stanza. Poi si sedette e prima di cominciare a studiare si infilò gli occhiali, dopo averli puliti. Fissò la copertina del libro di storia per qualche istante. Improvvisamente le venne voglia di mangiare un gelato, cosa che avrebbe fatto in seguito.

Si sente tra le righe la presenza del narratore, qualcuno che ha già assistito ai fatti e si permette di ordinarli come gli pare. Non siamo nel vivo dell’azione. Siamo in poltrona ad ascoltare una storia, che ci viene confermato è solo una storia. Non va bene.

Il tempo deve essere scandito dalle azioni, se non scorre fluido occorre cambiare le azioni, non intervenire inserendo “istanti” o “dopo” o “poi” o, peggio ancora, “prima”.

Prendiamo:

Anna fissò la copertina del libro di storia per qualche istante.

Posso togliere gli istanti senza colpo ferire:

Anna fissò la copertina del libro di storia, le venne voglia di mangiare un gelato.

Mentre il lettore legge la frase, “qualche istante” è passato, non c’è bisogno di ribadirlo.

Se invece voglio sottolineare la pausa, il modo giusto è aggiungere il mostrato:

Anna prese una matita e disegnò un fiorellino nell’angolo in alto a destra della copertina.

Anna perde tempo e lo vediamo. Perciò:

Anna entrò nella stanza. Poi si sedette.

Oppure:

Anna entrò nella stanza. Si chiuse la porta alle spalle. Si tolse la giacca. Andò alla scrivania e si sedette.

Piccolo Quiz

Piccolo quiz per verificare se siete entrati nello spirito dello “Show don’t tell”:

Anna cominciò a studiare.

È mostrato o raccontato?
mostra la risposta ▼

Icona di un gamberetto Parolacce quali: “pressappoco”, “quasi”, “circa”, “piuttosto” e così via. Sono sempre un raccontare.

Il cervello degli esseri umani non ha le capacità per distinguere una cosa dal “quasi” quella cosa, o da “pressappoco” quella cosa, o da “circa” quella cosa.

Le ali della fatina sono pressoché rosse.

È preciso identico uguale non-cambia-una-virgola dallo scrivere:

Le ali della fatina sono rosse.

Perciò tanto vale mettere il “pressoché”. Se invece il “pressoché” indicava una sostanziale differenza tra le ali rosse e le ali pressoché rosse, occorre mostrare.

Le ali della fatina sono rosse, con macchioline bianche lungo il profilo.

Chiedetevi perché avete scritto che una cosa è quasi quella cosa o circa quella cosa. Se c’è una ragione specifica mostratela, altrimenti togliete i quasi e i circa, i piuttosto e i pressappoco.

Fatina con le ali pressoché rosse
Fatina con le ali pressoché rosse

Analizziamo questo passaggio, scritto da un autore che ho paura si illuda di essere più bravo di quanto in realtà sia:

L’Università era una sorta di città-nella-città, con le sue mura, i suoi viali, i suoi dormitori e anche un paio di officine idromeccaniche, oltre alla bottega di un pittore.

Abbiamo l’errore visto in precedenza di prima raccontare (“città-nella-città”) e poi mostrare (viali, dormitori, officine, bottega). In più c’è quel brutto “una sorta”.
“Una sorta” rientra nella categoria dei “quasi”, “circa”, “piuttosto”. Anche se nel caso specifico le motivazioni dietro “una sorta” sono diverse rispetto alle motivazioni del “pressappoco” legato alle ali della fatina. Qui è più l’autore che sussurra al lettore: “Ho detto città-nella-città? Cioè, volevo dire una sorta di città-nella-città. Eh, non prendermi sempre alla lettera. Una sorta.” Ma se persino l’autore ha dubbi di verosimiglianza su quello che scrive, figuriamoci il lettore.
E la soluzione giusta è la solita: non esprimere giudizi (“città-nella-città”) dei quali non si è neanche convinti (“una sorta”), ma mostrare questa benedetta città-nella-città; il lettore stabilirà lui se era una vera città-nella-città o “una sorta”. Infatti il paragrafo non dovrebbe neanche cominciare con “L’Università è”, dovrebbe cominciare con il personaggio punto di vista che percorre i viali della Università-città e vede, sente, annusa il mondo intorno a sé.

Come esercizio, analizzate voi questo piccolo capolavoro della nostra amata Licia:

Era una sorta di castello piuttosto massiccio [...]

Lei è sempre la migliore!

* * *

Un paio di esempi nei quali un termine generico o astratto non indica dannoso raccontato.

Erano rimaste due fette di torta. Anna fece la linguaccia a Michele e prese la fetta più grossa.

Il “grossa” serve solo a distinguere una fetta dall’altra. Non importa quanto le fette siano grosse, qui lo scopo è mostrare il rapporto tra Anna e Michele, non la torta.

Anna pensò che Michele era un gran figo.

Se scrivo così con lo scopo di descrivere l’aspetto fisico di Michele sbaglio, ma se scrivo per mostrare il carattere superficiale di Anna è giusto. I personaggi possono pensare in termini astratti o generici; se voglio aprire una finestra sui loro meccanismi mentali, posso usare termini astratti o generici.
Ma devo essere consapevole di quello che sto facendo, tenendo presente che:
• È una tecnica rischiosa. Se voglio mostrare che Anna è frivola, forse faccio prima a farle collezionare scarpe rosa.
• Difficilmente posso ottenere un doppio risultato. Qui ho mostrato il carattere di Anna e basta. Non ho descritto Michele. Se voglio che Michele sia sul serio un gran figo, dovrò comunque in altro momento mostrarne la “figaggine”.

In generale, più la telecamera è in profondità nella testa del personaggio, più si hanno margini di manovra. Se scriviamo in prima persona e il mostrare va in conflitto con il naturale flusso di pensiero del personaggio, possiamo decidere di non mostrare.

Intendiamoci bene: questo non significa che in prima persona si può scrivere come capita, significa che bisogna farsi in quattro per fornire un flusso di pensiero naturale e allo stesso tempo mostrare il più possibile. Ci sono più margini di manovra, ma nel complesso il compito è più arduo.
È lo stesso problema dei dialoghi: devono essere interessanti e devono essere naturali.

Scrivendo in prima persona con il punto di vista di Michele:

Odio Anna dal profondo del cuore.

È un pensiero astratto. È un pensiero naturale? Sì, può esserlo. Dunque tutto bene? Non proprio. Dovete essere orgogliosi. Non accontentatevi del 6 stiracchiato, del minimo sindacale.
Magari se scrivete:

Vorrei legare Anna e ficcarle chiodi arrugginiti nelle gengive.

Il pensiero suona ancora naturale (per certi versi di più), con il vantaggio che avete mostrato l’odio. I sentimenti diventano immagini. Parole a caso diventano narrativa.

* * *

Seguire il principio dello “Show don’t tell” implica rinunciare al narratore onnisciente. Infatti il narratore onnisciente per essere tale deve esprimere concetti astratti o generici. Se descrive dettagli concreti, non c’è bisogno di lui, basta prendere il punto di vista di un personaggio che osservi quei dettagli.

Il narratore onnisciente è quello che scrive:

[Il nostro eroe era] più amico di Dickens che dei videogiochi, non era uno stupido né uno svagato.

Ovvero una sfilza di termini generici o astratti. Se il narratore avesse mostrato il nostro eroe che rinuncia a un coupon per 6 mesi gratis a World of WarCraft e torna a sprofondarsi in poltrona per leggere Dickens, non ci sarebbe stato bisogno del narratore medesimo. Sarebbe bastato il punto di vista del nostro eroe (o il punto di vista del personaggio che gli offre i 6 mesi gratis).

Se mostrate non avete bisogno di un narratore onnisciente. E dato che è sempre meglio mostrare, non c’è alcuna scusa per tirar dentro il narratore onnisciente in un romanzo.
Se sentite il bisogno irrefrenabile di commentare le vostre stesse storie, scrivete un saggio. Lì potrete spiegare con agio il vostro amore per Dickens o il disprezzo per i videogiochi. Nessuno vi accuserà di interferire, anzi, quelli che compreranno il libro lo faranno proprio per ascoltare la vostra opinione.

Piccolo Quiz

Secondo piccolo quiz per verificare se siete entrati nello spirito dello “Show don’t tell”:

Anna si distrae tracciando con l’indice il profilo delle nuvole.

È mostrato o raccontato?
mostra la risposta ▼

* * *

Quando fanno capolino termini astratti o generici, lì intorno zampetta l’insetto viscido del raccontato. Ma se io scrivo:

Anna strangolò l’orco.

Sto mostrando o raccontando? “Anna”, “strangolare” e “orco” sono termini specifici, non sono generici o astratti; dunque è mostrare? Sì e no. Potrebbe essere un mostrare adeguato se il punto di vista fosse esterno all’azione (per esempio un terzo personaggio che guarda), ma se il punto di vista è di Anna o dell’orco non ci siamo.
Bisogna sporcarsi le mani. Nel caso in esame, letteralmente: sarebbe opportuno mostrare le dita di Anna attorno al collo della bestia, i latrati dell’orco, il tentativo del mostro di azzannare Anna, la puzza di marcio, la bava che le bagna la faccia, lo sforzo di lei, i muscoli tesi, le unghie che si spezzano contro le squame e ogni altro altro particolare concreto che renda vivida la situazione. Come già visto quando Anna doveva aprire la porta inseguita da Michele.

“Sporcarsi le mani” non è solo legato all’azione violenta, “sporcarsi le mani” è anche evitare di scrivere:

La biblioteca del professor Polipo era colma di trattati sui calamari.

Ma andare a descrivere quel particolare libro con il calamaro d’oro imbullonato alla costa, quell’altro libro che puzza di pesce ed è pieno di sottolineature, e il terzo libro con le pagine in pelle di pinguino – assumendo che tali volumi siano importanti per la storia e che il personaggio punto di vista sia interessato alla letteratura dedicata ai cefalopodi.

Copertina di Animals of the Ocean, in Particular the Giant Squid
Animals of the Ocean, in Particular the Giant Squid

La narrativa dovrebbe essere una catena di dettagli scelti con cura, evitando il più possibile di condensare. O, per usare una metafora sanguinolenta: la narrativa è una sega per amputazioni. Più inserite particolari concreti, più usate parole specifiche, più i denti della sega sono fitti e affilati. Quando scivolate nell’astratto o nel generico ne nascono denti spuntati, arrotondati e inutili.
La buona narrativa taglia che è un piacere, neanche vi accorgete di segare le ossa! La cattiva narrativa è un macello. È un lavoro fatto a metà, una ferita purulenta, una gamba che penzola ancora attaccata con brandelli di carne. E in più vi siete insozzati da capo a piedi. La gonna non verrà più pulita.

La timidezza e il famigerato stile evocativo

Anna posò sul tavolo una scatoletta graziosa.

Perché uno scrittore mette quel brutto “graziosa”, invece di mostrare l’intrinseca graziosità?

Escludiamo gli scrittori ignoranti, quelli che non hanno idea di cosa si intenda per “Show don’t tell”, quelli che procedono a starnuti e risate – la quasi totalità dei pubblicati in Italia in ambito fantasy.
Esclusi questi, che hanno scritto “graziosa” perché sì!!! perché è fantasy!!! perché scrivere è un sogno!!!, alcuni mettono “graziosa” per un problema di timidezza.
Perché hanno paura del giudizio del pubblico. Hanno paura che se scrivessero che la scatola è avvolta in carta rosa con nastro rosa il pubblico potrebbe pensare che sono loro frivoli e non Anna; hanno paura che se scrivessero che la scatola è avvolta in carta regalo con Topolino e Paperino il pubblico potrebbe pensare che sono loro infantili e non Anna.

Fregatevene!

Se volete essere scrittori, i giudizi di cui vergognarsi sono quelli negativi sulla vostra tecnica narrativa, non sul vostro carattere desunto da come mostrate i personaggi.
La moralità, se si vuole parlare di moralità in riferimento alla narrativa, è legata al come non al cosa. Se scrivete un romanzo con protagonista un nazista pedofilo che brucia la foresta amazzonica e lo scrivete bene, siete degni di ammirazione; se scrivete un romanzo pieno di Buoni Sentimenti™ e lo scrivete con i piedi, siete da biasimare. Qualunque giudizio che esuli dagli aspetti tecnici dello scrivere potete ignorarlo.

Il brano tratto da Steamed era un po’ volgare. Be’, avrebbe dovuto esserlo di più. Se scegli di scrivere un mezzo porno (come si è rivelato quel romanzo), è inutile che ti nascondi dietro a un dito. Vai fino in fondo.
Se scrivi un romanzo di guerra, mostra quello che succede. La narrativa non è l’equivalente su carta delle tavole rotonde in TV, dove gente che non ha mai imbracciato un fucile chiacchiera di battaglie a migliaia di chilometri di distanza e il conduttore raccomanda di mantenere un tono pacato. Quella è fuffa. La narrativa, la buona narrativa, è viscerale. Il fucile lo hai in mano e la battaglia è intorno a te. Nessuna timidezza, nessun tentennamento. Se hai problemi con la violenza lascia stare i romanzi di guerra e scrivi qualche altro genere – ma non esistono generi “tranquilli”, la buona narrativa è sempre emozionante e coinvolgente.

Parlo di “buona narrativa”, non necessariamente di “narrativa che piace” o di “narrativa che ha successo”. Un sacco di gente, in maniera più o meno inconscia, sceglie romanzi “tranquilli”. Il romanzo d’orrore che non spaventa, il romanzo di guerra dove non muore nessuno, il romanzo rosa senza passione, il romanzo di fantascienza privo di sense of wonder e magari tra qualche anno il romanzo di Bizarro Fiction senza bizzarrie. È il tipo di narrativa che si legge proprio per non emozionarsi, per spegnere il cervello; per occupare il tempo a vuoto. Scelta legittima, ma per quanto questi romanzi possano piacere, rimangono pessimi romanzi.

Una statua dallo splendore del marmo di luna e una bellezza straziante da far desiderare anche l’Inferno per poterla vedere ancora. L’aveva distratta per un istante, emergendo sul terrore folle che le invadeva il cervello.
Né morto né vivo, una creatura del sangue che cammina per l’eternità su quella soglia che agli umani è consentito varcare una volta soltanto, senza ritorno.
Lui invece, da qualche parte lungo i secoli, era tornato.
Il suo potere era talmente forte che gli aggressori non erano riusciti a vederlo. Eloise era sicura che non si fossero accorti di lui fino a che non era piombato loro addosso e adesso nel buio cieco si stava svolgendo un massacro: scorgeva solo sagome, ma aveva la percezione netta del sangue che scorreva, caldo e metallico, macchiando la polvere della strada. La misericordia del buio le celava alla vista l’immagine di corpi smembrati e della forza umana opposta a un’altra forza che di umano non aveva nulla.

Questa schifezza inqualificabile viene da un romanzo fantasy italiano regolarmente pubblicato da casa editrice non a pagamento. Il passaggio di cui sopra è persino citato su un blog “letterario”(…) a testimonianza delle qualità dell’opera, di uno stile “ricco e ricercato” adatto per “chi ama immergersi completamente nelle realtà e nelle atmosfere evocate dalle pagine.”
Il passaggio di cui sopra è in realtà uno sfolgorante esempio di narrativa “tranquilla”, direi persino “innocua”. Si parla di gente così affascinante “da desiderare l’Inferno per poterla vedere ancora”, si parla di “eternità”, si parla di “massacro”, si parla di “forza che di umano non aveva nulla”. Bene. Siete turbati, eccitati, disgustati? Sentite il pranzo che vi risale per l’esofago? Eppure è questa la reazione che dovrebbe suscitare un “massacro”. Non c’è il briciolo di un’emozione.
Narrativa di questo genere è una perdita di tempo e nient’altro. È acqua tiepida, senza sapore. E lo è non per l’argomento, ma per come è scritta.

* * *

Esclusi gli autori che non saprebbero distinguere un romanzo da un tostapane e gli autori timidi, esiste una terza categoria di imbrattacarte che scrivono “scatoletta graziosa”: i gonzi che blaterano di “stile evocativo” o di “suggestioni”.

Il problema è che costringere il lettore a “evocare” non è una buona idea. Lo spiega Herbert Spencer nel già citato saggio The Philosophy of Style.

Herbert Spencer
Herbert Spencer

Nella parte I, ii-9, Spencer illustra il principio alla base dello “Show, don’t tell”, usando il seguente esempio, che sarà ripreso in The Elements of Style di Strunk & White:

bandiera EN We should avoid a sentence as: – “In proportion as the manners, customs, and amusements of a nation are cruel and barbarous, the regulations of their penal code will be severe.” And in place of it we should write: – “In proportion as men delight in battles, bull-fights, and combats of gladiators, will they punish by hanging, burning, and the rack.”

bandiera IT Occorre evitare frasi come: – “Quanto più gli stili di vita, i costumi e i divertimenti di una nazione sono crudeli e barbari, tanto più le norme del codice penale saranno severe.” Invece bisognerebbe scrivere: – “Quanto più gli uomini si dilettano in combattimenti, corride e scontri tra gladiatori, tanto più saranno puniti con l’impiccagione, il rogo e la tortura della ruota.”

Fate un confronto con questo frammento, scritto da un autore che ho paura si illuda di essere più bravo di quanto in realtà sia:

Nei cinque mesi trascorsi laggiù aveva visto più orrori che nel resto della sua vita: dalle piccole violenze domestiche, quasi banali, agli omicidi in pieno giorno, agli stupri di gruppo. E peggio.

“piccole violenze domestiche, quasi banali”, “omicidi in pieno giorno”, “stupri di gruppo”, “peggio”, è troppo generico; è il tipo di scrittura fiacca che da secoli viene suggerito di evitare. Dunque quali sono gli orrori? Gli orrori sono sempre specifici: un bambino a cui hanno cavato gli occhi con un apribottiglie, una ragazza sodomizzata con un attizzatoio, un uomo bastonato a morte da una banda di castori mannari.
Sottolineo infine il solito errore di prima raccontare (“orrori”) e poi “mostrare” (piccole violenze, omicidi, stupri, peggio).

In ii-10, Spencer chiarisce l’esempio:

bandiera EN This superiority of specific expression is clearly due to a saving of the effort required to translate words into thoughts. As we do not think in generals but in particulars – as, whenever any class of things is referred to, we represent it to ourselves by calling to mind individual members of it; it follows that when an abstract word is used, the hearer or the reader has to choose from his stock of images, one or more, by which he may figure to himself the genus mentioned. In doing this, some delay must arise – some force expended; and if, by employing a specific term, an appropriate image can be at once suggested, an economy is achieved, and a more vivid impression produced.

bandiera IT Questa superiorità dei termini specifici è chiaramente dovuta al risparmio di energie nel trasformare le parole in pensieri. Noi non pensiamo in termini generali, ma in termini particolari – quando si fa riferimento a una classe di oggetti, noi la rappresentiamo richiamando alla mente singoli membri di essa; ne segue che quando viene usata una parola astratta, l’ascoltatore o il lettore devono pescare una o più immagini dal proprio repertorio e attraverso queste raffigurarsi la classe menzionata. Nel fare questo si consuma del tempo – e si consumano delle energie; se, utilizzando termini specifici, può essere suggerita immediatamente l’immagine più adatta, si ottiene un risparmio e si produce un’impressione più vivida.

In altre parole, cosa succede nella testa del lettore quando legge della scatoletta “graziosa”? Se il lettore non è coinvolto, non succede niente. Ignora il “graziosa” e tira dritto. Se il lettore è più di buon umore, esce dalla storia e comincia a frugare nella sua mente. Cerca rappresentanti concreti della graziosità per trasformare la formulazione astratta in immagine.
E la faccenda può essere lunga e noiosa. Magari per il lettore il culmine della graziosità sono i coniglietti e lì è una scatola; magari non c’è niente di più grazioso delle fatine e lì è una scatola. Quando pure recupera una scatoletta compatibile, non sarà la scatoletta che pensa l’autore.
L’autore poi scriverà che Anna si mette in tasca la scatoletta e il lettore proverà fastidio, perché la sua di scatoletta in tasca non ci entra.
Perdita di tempo a cercare, conseguente noia e adesso fastidio. E se la scatoletta graziosa del lettore fosse un regalo della fidanzata – il giorno prima che la povera ragazza crepasse stritolata da una macchina agricola? Evocazione riuscita! Solo dei sentimenti opposti a quelli che si volevano comunicare!

Quando uno “scrittore” parla di “suggestioni”, in realtà confessa: “Sono pigro, non so scrivere e non ho voglia di imparare; spero che tutto il lavoro lo faccia il lettore dopo avermi pagato 20 euro.” Siete autorizzati a sputare in faccia a gente del genere.

Lo scopo della narrativa è acchiappare il lettore per la collottola e trascinarlo nella storia, metterlo qui-e-ora con un fucile in mano in mezzo ai proiettili che fischiano. Se il lettore rimane in poltrona a “evocare”, il romanzo è EPIC FAIL.

Ragioni per raccontare

Ho già illustrato una ragione che può spingere a raccontare invece di mostrare: quando, considerato il punto di vista, raccontare suonerebbe più naturale. Un’altra ragione è quando si vogliono riassumere fatti noiosi che però il lettore deve conoscere per capire la storia.
Sono quelle scene dei film di Indiana Jones nella quali si vede un aereo che sorvola la mappa del mondo, a indicare che i nostri eroi si sono spostati da un punto all’altro del globo. Meglio quei pochi secondi raccontati che non tre ore di Indiana Jones che fissa le nuvole fuori dal finestrino.

Non abusate di questo espediente. Riducetelo al minimo. Il lettore non è scemo: se mostrate Indiana Jones all’aeroporto che sfugge ai nazisti e salta sul dirigibile un secondo prima del decollo, la scena dopo potete direttamente mostrare Indy che sbarca a New York. Nessuno avrà problemi a ricostruire quello che è accaduto. E se d’altra parte durante il viaggio è successo qualche evento significativo, va mostrato.

Pensate sempre bene se non sia il caso di tagliare. Nel famigerato Bryan di Boscoquieto, l’autore compie l’errore di mostrare l’inutile, indugiando sulle minuzie della vita quotidiana del protagonista. Avrebbe dovuto raccontare? Forse. Ma ancora meglio sarebbe stato tagliare in tronco quelle parti. Del pranzo di Bryan o della partita a calcetto non frega niente a nessuno, né questi fatti hanno rilevanza per la storia.

Maccheroni
Un piatto di maccheroni fumanti era già pronto in tavola e la grattugia era accanto, ad attendere soltanto Bryan per una sventagliata di formaggio.

In prima stesura mostrate sempre. Se rileggendo vi accorgete di brani e capitoli superflui, tagliate. Usate il raccontato solo come ultima opzione.

È importante abituarsi a mostrare anche per una ragione pratica: passare dal mostrato al raccontato richiede pochi istanti; passare dal raccontato al mostrato significa scrivere una o più scene, servono ore se non giorni.

Prendete l’esempio della fatina Fiammetta. Ci mettete un attimo a cancellarlo e a scrivere che Fiammetta è permalosa. Invece non è automatico passare dal concetto astratto di permalosità a una scena che lo mostri. Senza contare che il raccontato è “senza tempo e senza luogo”, può essere incastrato ovunque nella narrazione, il mostrato no. Eventuali nuove scene vanno inserite tra le altre; a romanzo concluso, può rivelarsi una rogna.
Non andate a cercare rogne: progettate come se fosse tutto da mostrare.

* * *

Ci sono poche ragioni per usare il raccontato guardando esclusivamente alla tecnica narrativa. Ce ne sono di più allargando il discorso.

Icona di un gamberetto Si usa il raccontato per risparmiare pagine. Se dovete parlare di un argomento in un numero limitato di parole – per esempio perché state scrivendo un racconto che deve partecipare a un concorso con precisi limiti di spazio – il raccontato può essere una buona scelta.
Ma prima di arrendervi studiate bene il problema: magari, scegliendo di mostrare particolari diversi da quelli che avete pensato la prima volta, parlate con compiutezza dell’argomento in oggetto rispettando i limiti.

Attenzione a credere che il raccontato sia sempre un risparmio di parole. Per citare un esempio che l’anno scorso ha suscitato centinaia di commenti di flame:

Infine giunsero nei pressi del ponte principale, un’imponente struttura arcuata, con ampie rampe inclinate che congiungeva le due sponde del fiume.

Così scrive un imbrattacarte nostrano. Posso rendere più concreti termini generici come “imponente” o “ampie” nello stesso numero di parole? Forse sì. Se scrivo:

Il fiume ruggiva contro le arcate del ponte. Uno spruzzo d’acqua bagnò la testa del brontosauro che li precedeva sulla rampa.

Ho reso più vivida la situazione mantenendo l’impressione di grandezza del ponte – dato che lo attraversa un brontosauro.
Parole originali: 22. Parole mie: 22. Non arrendetevi al raccontato senza combattere!

Icona di un gamberetto Si usa il raccontato per sfuggire alla censura. Se mostrare il vampiro che strappa le interiora alle sue vittime, può essere che il romanzo non lo pubblichino, non sarebbe adatto agli young adult. Se lo sbudellamento lo raccontate è tutto ok. Il romanzo lo spacceranno anche ai bambini.
Ma dato che non vi pubblicano comunque, è inutile farsi questi problemi!

Icona di un gamberetto Si usa il raccontato per ragioni economiche. Mostrare è difficile. Mostrare le emozioni è molto difficile. Vale la pena perdere anni dietro a un romanzo per renderlo al 100% mostrato, o non è il caso di prendere qualche scorciatoia?
Decisione che spetta a ognuno, dopo dibattito con la propria coscienza. Ma se prendete scorciatoie che sia almeno una scelta consapevole, dettata dal desiderio di scrivere nuovi romanzi. Non lasciatevi guidare dalla pigrizia o dall’ignoranza.

Ma Lovecraft raccontava!!!

Se è vero come è vero che fin dalla metà del ’700 si sapeva che mostrare è meglio di raccontare, come mai così tanti autori, anche considerati bravi, hanno passato la carriera a raccontare?

Per capirlo bisogna riprendere Le intermittenze della morte (As Intermitências da Morte, 2005) di José Saramago, romanzo già citato nell’articolo dedicato ai dialoghi. In quel romanzo, Saramago ha tolto le virgolette ai dialoghi; le battute fluiscono all’interno della narrazione, senza identificatori espliciti.
È una scelta nella direzione dello “Show don’t tell”: quando sentiamo la gente parlare, non vediamo una mano che scende dal cielo e mette intorno alle parole le virgolette. Inserire le virgolette è un intervento dell’autore, è un raccontare.
Tuttavia persino io – fan del “mostrare” – ho avuto difficoltà a leggere quel romanzo. Sono così abituata ad avere l’autore che mi racconta quando iniziano e quando finiscono i dialoghi, che una soluzione teoricamente migliore mi risulta difficile da digerire. Fra cinquant’anni, se il metodo di Saramago si diffonde, una Gamberetta del futuro potrebbe prendermi in giro: “Guardate questa svampita: cianciava tanto di mostrare e poi metteva le virgolette ai dialoghi! È così ovvio che i dialoghi devono essere integrati nella narrazione!”

Tra la formulazione teorica (“mostrare è meglio di raccontare”) e la realizzazione pratica intercorrono secoli di fatica. Quando si vanno a pescare autori passati e si starnazza: “Questi erano bravi e non mostravano!!! Dunque mostrare è inutile!!!” bisogna capire se i signori autori non mostravano perché convinti che fosse sbagliato o non mostravano perché, pur con tutta la buona volontà, non ne erano in grado. Perché non si rendevano neanche conto che certe cose avrebbero potuto mostrarle – come adesso quasi nessuno considera possibile rendere più mostrati i dialoghi.

Scrittori come Gustave Flaubert o Henry James erano annoverati tra i “mostratori”. Eppure potrei riprodurre pagine e pagine dei loro romanzi nei quali raccontano a profusione. Non credo dipendesse dal fatto che erano incoerenti o stupidi, semplicemente non avevano la forma mentale per fare più di quanto hanno fatto.

La narrativa non è scolpita nella pietra. Si evolve ed è influenzata dal progresso scientifico e filosofico. È assurdo rimanere legati a modelli passati, sarebbe come rifiutare i computer perché Pitagora faceva matematica senza ed era bravo lo stesso. Bisogna ammirare tanti autori dei secoli scorsi perché hanno scritto opere bellissime nonostante non possedessero i mezzi tecnici attuali.
I registi a inizio secolo non giravano film muti in bianco e nero perché disdegnavano i colori e il sonoro, lo facevano perché non avevano alternative. Alcuni loro film sono belli nonostante le limitazioni tecniche.

Il ragionamento giusto non è: “Lovecraft raccontava. Lo imito come una capra.” Il ragionamento giusto è: “Lovecraft raccontava. Io conosco la tecnica del mostrare e scriverò racconti più belli dei suoi!”[5]

Quali manuali leggere

Ogni manuale che si rispetti ha un capitolo dedicato allo “Show don’t tell”. E al di là degli esempi non sempre azzeccati, non mi è mai capitato un manuale che spiegasse male il concetto. Infatti lo “Show don’t tell” è un principio né difficile, né complesso. Le conseguenze però non sono così ovvie, e non sempre i manuali stessi le colgono.
Ci sono poi i manuali che cascano nell’errore di un “politicamente corretto” letterario: mostrare e raccontare sullo stesso piano, per non fare torto a nessuno. Ma, come spero di aver dimostrato, la faccenda non è proprio in questi termini.

Perciò mi sento di dire che se avete seguito con attenzione questo articolo, ne sapete sullo “Show don’t tell” tanto quanto possa insegnarvi qualunque manuale, se non di più.
Al massimo date un’occhiata a:

Copertina di Showing & Telling Showing & Telling: Learn How to Show & When to Tell for Powerful & Balanced Writing di Laurie Alberts (Writer’s Digest Books, 2010).

Non mi è sembrato un granché, e soffre della sindrome del “politicamente corretto”. Tuttavia è meglio leggere un manuale in più che uno in meno.

Conclusione

Spesso si criticano romanzi, film, fumetti o in generale le opere d’arte in base a quanto siano “diseducative”. L’ho sempre trovato ingiusto: l’arte è arte, non è educazione; se una persona legge un romanzo per educarsi il problema è di quella persona, non del romanzo.
Ma farò uno strappo ai miei principi e parlerò di un’opera in termini di diseducazione. La scena che segue è quanto di più diseducativo si possa immaginare. Al confronto la più perversa pornografia che si annida nei recessi oscuri di Internet non può fare altro che bene.

Lezione di idiozia

Era una scena da L’Attimo Fuggente (Dead Poets Society, 1989). Notare che questo film non è vietato ai minori. Pazzesco.

Che retorica schifosa. Il “pensare autonomamente” che si concretizza nello strappare i libri senza leggerli; il rifiuto di ogni interpretazione della poesia al di là dell’istinto; il mescolare passione, amore, e gli altri Buoni Sentimenti™ così come capita, senza la minima consapevolezza di come sul serio nasca un’opera d’arte.

Il professor Keating – il personaggio interpretato da Robin Williams – andrebbe trascinato in strada. Fatto sdraiare sul selciato. Costretto a mordere il bordo di cemento del marciapiede. Poi qualcuno dovrebbe pestargli la nuca con la suola dello scarpone.
Non dico che la passione (e l’amore, la bellezza, il sogno, l’incanto, la meraviglia…) non sia importante. La passione è quella che ti fa lavorare ventiquattro ore al giorno e ti fa rischiare la vita per andare sulla Luna. Ma non voli nello spazio su una nuvola di passione, voli dentro un’astronave. Una realizzazione basata sulla tecnica.
Scrivere con passione non significa usare uno stile piuttosto che un altro, significa documentarsi per anni, revisionare fino alla nausea, studiare ogni dettaglio. Chi è appassionato di un argomento non strappa i libri, ne legge il doppio.

Adesso, le parole di un vero poeta. T. S. Eliot nel saggio del 1919 Hamlet and His Problems,[6] scrive:

bandiera EN The only way of expressing emotion in the form of art is by finding an “objective correlative”; in other words, a set of objects, a situation, a chain of events which shall be the formula of that particular emotion; such that when the external facts, which must terminate in sensory experience, are given, the emotion is immediately evoked. If you examine any of Shakespeare’s more successful tragedies, you will find this exact equivalence; you will find that the state of mind of Lady Macbeth walking in her sleep has been communicated to you by a skilful accumulation of imagined sensory impressions; the words of Macbeth on hearing of his wife’s death strike us as if, given the sequence of events, these words were automatically released by the last event in the series. The artistic “inevitability” lies in this complete adequacy of the external to the emotion; [...]

bandiera IT In un’opera artistica, l’unico modo per esprimere un’emozione è trovare un “correlativo oggettivo”; in altre parole, una serie di oggetti, una situazione, una catena di eventi che rappresentino la formula per quella specifica emozione; cosicché, quando sono presentati i fatti esterni, che devono condurre a esperienze sensoriali, l’emozione è immediatamente suscitata. Se si esaminano le tragedie di Shakespeare di maggior successo, si troverà questa esatta equivalenza; si troverà che la condizione mentale di Lady Macbeth mentre cammina nel sonno è stata comunicata da un’abile accumulazione di impressioni sensoriali tradotte in immagini; le parole di Macbeth al sentire della morte di sua moglie ci colpiscono, data la sequenza degli avvenimenti, come se fossero l’automatica conseguenza dell’ultimo evento nella catena. Questa “inevitabilità” artistica nasce dalla completa corrispondenza dei fatti esterni alle emozioni; [...]

Di cosa sta parlando Eliot? Indovinato! Dello “Show don’t tell”!
Per esprimere emozioni, l’unico modo – the only way – è trovare un “correlativo oggettivo”. Ovvero qualcosa di concreto – oggetto, situazione, evento – che induca nel lettore l’emozione che desideriamo. Proprio come spiegava il giapponese a inizio articolo. Per suscitare tristezza non dobbiamo parlare di tristezza, ma trovare un oggetto, una situazione, un evento che sia triste in sé, e dunque evochi tristezza nel lettore.

Riascoltate la scena da L’Attimo Fuggente. Il brano di Eliot assomiglia più all’introduzione dell’emerito professor Pritchard o alle sviolinate amore & passione di Robin Williams?
Ognuno ne tragga le sue conclusioni.

Compiti a casa

Vi propongo due fatine. Dirò qualcosina su di loro, voi sceglietene una e mostrate quello che io ho raccontato. Non ci sono limiti di spazio, ma non sbrodolatevi. Fate riferimento all’esempio di Fiammetta: lì sono stata fin troppo concisa, ma non sono necessarie molte parole in più.
Potete usare il punto di vista che preferite, potete articolare una breve storia o no. L’importante è concentrarsi sul mostrare. Sull’uso costante di parole specifiche, sull’epurazione di ogni traccia di raccontato.

• La prima fatina si chiama Scintilla. È una fatina giovane e altruista. Adora realizzare i sogni degli esseri umani, ma alle volte ha il vago sospetto che questo non sia il mestiere più adatto per lei. Dovrebbe imparare dalle fatine più esperte, se non fosse così orgogliosa e testarda.

• La seconda fatina si chiama Lametta. È scappata da casa e adesso è in cerca di un lavoro. Non è facile però trovare un decente impiego part-time, non quando sei una fatina con un brutto carattere e troppi interessi da coltivare. Non aiuta l’ossessione per le cianfrusaglie che Lametta vuole sempre portarsi dietro.

Scuola per fatine
Scuola per fatine. Scintilla avrebbe dovuto prestare più attenzione!

Se avete bisogno di documentarvi sulle fatine, fate un salto all’Osservatorio.

Buon divertimento!

* * *

note:
 [1] ^ “Chikamatsu and His Ideas on Drama” di Makoto Ueda. Educational Theatre Journal Vol. 12, No. 2.

 [2] ^ Ringrazio zora che per prima aveva segnalato Monzaemon in un vecchio commento.

 [3] ^ D’altra parte c’è una fetta di pubblico allergica al “fantastico” in senso lato, quelli che: “C’era bisogno di andare sulla Luna con la gente che muore di fame?”, oppure: “Non vedo ragione perché qualcuno voglia un computer a casa sua” (ultime parole famose pronunciate dal presidente della DEC nel 1977).

 [4] ^ Lo so che dal 1960 la definizione di metro è diversa, ma per l’esempio va bene uguale la sbarra. Non siate più pignoli di Gamberetta!

 [5] ^ Lovecraft qui è un esempio. Se siete fan del solitario di Providence e non tollerate critiche al vostro idolo, non imbizzarritevi: rileggete, e ogni volta che capita “Lovecraft” sostituite con “William Hope Hodgson”. Il concetto rimane lo stesso.

 [6] ^ In questo saggio Eliot definirà l’Amleto un fallimento. Eliot ha ragione? Ha torto? Non lo so, non ho le adeguate conoscenze poetiche per giudicare. Però so che è l’atteggiamento giusto. Non c’è progresso se si rimane legati ai pregiudizi. Pensateci prima di scrivere stronzate tipo: I Promessi Sposi sono “un’opera stilisticamente, narrativamente, linguisticamente perfetta”.


Approfondimenti:

bandiera EN The Philosophy of Rhetoric leggibile online
bandiera EN The Philosophy of Style leggibile online
bandiera EN Hamlet and His Problems leggibile online
bandiera EN The Craft of Fiction su Amazon.com

bandiera EN Chikamatsu Monzaemon su Wikipedia
bandiera EN George Campbell su Wikipedia
bandiera EN Herbert Spencer su Wikipedia
bandiera EN José Saramago su Wikipedia
bandiera EN T. S. Eliot su Wikipedia

bandiera EN Dead Poets Society su IMDb
bandiera IT Segnalazione di Steamed: A Steampunk Romance

bandiera IT Manuali su gigapedia

 

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516 Commenti a “Manuali 3 – Mostrare”

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  1. 416 Dan

    Fare una poesia o un lungo romanzo gl’è l’istesso…
    Ma per la poesia esiste una scuola…? E da quando?
    E davvero supponete che la prosa ne debba conoscere una?
    E perché…? Non è forse, la narrativa, come proprio la poesia, l’arte di suggestionare per mezzo della parola…? E la suggestione, deve conoscere metodicità e convenzione…? Ma come? Conoscendole, non smetterebbe forse proprio di stupire e appunto suggestionare…?
    Questo riguarda di certo ogni arte, ma io odio (odio proprio) tutto ciò che passa per la convenzione: i soliti marvel, i soliti nippomanga, i soliti film hollywoodiani, i soliti fantasy…
    Amo, del mio occidente, la diversità degl’ingegni, di Dickens e d’Hugo, di Buzzati e di Calvino, di Tolkien e di Ende.
    Non credo abbiano seguito manuali, ma solo la propria innata vena creativa… Questi manuali possono piacere a chi non disdegna le uscite in edicola sul fumetto: come fare il viso giapponese, come fare quello disneiano… Mettersi alla scuola dell’ovvio: lo sciodontell è regola romantica ch’è già nel dna delle persone, bambine di dodici anni ci stanno rubando il mestiere, in libreria… e no, davvero non credo che la Troisi sia priva di tecnica: il suo mondo non è privo di tecnica, ma di originalità.
    Esporre qualcosa di originale equivale di certo anche a sperimentare un mezzo d’espressione più efficace del consueto: te lo richiederebbe la storia stessa…
    E’ una convenzione dell’uomo moderno avere già tutto pronto, liofilizzato, un libretto delle istruzioni pronto per ogni evenienza; ma è un’ancora di salvataggio più pesante di quel che si pensa, perché la vita continuamente ci prova che non siamo mai sufficientemente adeguati e all’altezza della situazione. Nessun libretto, per quanto dettagliato, potrà mai spiegarci come ci si deve comportare in amore, o in ogni relazione sociale, o appunto di fronte all’enigma d’una storia da compilare fino in fondo… La stessa storia, a mio avviso, prevede, come un tunnel dell’orrore inesplorato, che tu la viva direttamente, per poi darne esperienza. Ma questo vivere non vuole orpelli di sorta, solo una mente sgombera che si lascia riempire di quel vissuto. Disciplinare l’arte, in qualche modo, può voler significare disciplinare l’amore e la vita; sappiamo ciò che non va fatto, ma ciò che va fatto, va fatto anzitutto perché è bello scoprirlo, e non perché è bello confermare e riconfermare e riconfermare le petulanze d’una regola sempre uguale a se stessa, e vincolante per lo stesso principio di vita e amore. Ciò che mi incuriosisce della narrativa (ciò che dovrebbe incuriosire chiunque, a mio avviso, o i diretti interessati), è sapere quante cose se ne possano ricavare, quante forme possa trovare, in quanti modi si possa esprimere.
    Così come vita e amore possono essere uguali nella sostanza, ma diversi nella forma, così la narrativa può conoscere forme sempre diverse per indottrinarci con le medesime sostanze.
    O qualcosa del genere… Mi piace Ende (eh sì: è il mio autore preferito) quando parla di idee-forma: un romanzo è un’idea forma; come una conchiglia, una chiocciola, un sasso… Si rischia il collasso delle idee, limitando dei confini formali per principio: di certo, molte storie non potranno essere contemplate, al suo interno, e chi ce lo dice che non siano proprio le migliori… Sempre Ende, parla spesso di superamento delle regole come unico principio artistico (delimitando a mio avviso il confine fra Arte e Artigianato: arte è ciò ch’è nuovo, inesplorato… e l’artigianato non fa altro che imitare ciò ch’è divenuto convenzione, senza trasporto e slancio, e rischiando praticamente nulla).
    Un bacione sulla fronte a Captan Razzo per aver detto la verità: i libri in libreria divengono sempre più frigidi, lo scrittore si finge un automa…

  2. 415 Captan Razzo

    Gwenelan, ti ringrazio per la precisazione. È ovvio che nella breve lunghezza dei post fatichiamo a capirci. Inoltre capita di spiegarsi male, anche perché non si può ponderare sul post per qualche giorno, ma solo rileggerlo un paio di volte prima di spedirlo, e magari dopo ti accorgi di aver espresso poco felicemente certi concetti. Il tuo intervento, ad esempio, mi è stato utile in questa seconda fase.
    In ogni modo, per quanto riguarda la comprensione delle immagini resto fermo nel dire che devono essere spiegate tutte quante. In certi film si sceglie di lasciare alla colonna sonora il compito didascalico di “dire” allo spettatore da quale angolazione emotiva interpretarle. La stessa scena può indurti o prepararti a interpretazioni drammatiche oppure al contrario comiche, a seconda della musichetta. E nel caso che la colonna sonora non ci sia, io non ho mai capito una situazione d’acchito, ma solo dopo che certi personaggi avessero aperto bocca, o che altre scene per quanto prive di voci avessero funto da premessa raccontata per introdurmi alla piena comprensione di ciò che solo gli occhi (e non la mente) vedevano in esse.
    Makko. È ovvio che non intendo dire niente che possa togliermi la maschera del nick. Nei precedenti post affermo comunque una cosa che chiunque è in grado di dire con sicurezza, ovvero che per criticare la narrativa occorre conoscere a fondo discipline che vanno dalle neuroscienze alla semiotica, all’antopologia culturale e alla psicologia (ammesso che quest’ultima diventi mai una scienza). È escluso che una laurea in lettere o vaste conoscenze di filologia, o di linguistica, anche unite all’esperienza pratica di scrittore, possano autorizzare chiunque ad autonominarsi esperto di scrittura creativa e salire in cattedra per fare conferenze o scrivere manuali sulla comunicazione. Le scienze che ho nominato, in specie le neuroscienze, sono ancora bambine, e non esiste trattato di divulgazione scientifica che possa essere consultato per fare affermazioni sul funzionamento del subconscio, sulla meccanica di costruzione delle imagini nella mente umana, e in generale sulla comunicazione tra la mente dell’autore e quella del lettore. Secondo me occorrono ancora anni prima che la scienza arrivi a tanto. Nel frattempo è giusto fare le affermazioni che corrispondono alla logica della comunicazione e alle convenzioni riconosciute come tali in materia di linguaggio scritto, e bene fanno gli scrittori di manuali a farle. Altre affermazioni io non le ritengo supportate dalle attuali conoscenze scientifiche, perciò dico che sarebbe stato meglio non farle. Ti sembra presuntuoso questo atteggiamento? In ogni caso questo è il mio tentativo (noioso o no) di presentare ad altre persone un argomento su cui ritengo importante discutere. Serenamente, come spero che stia accadendo.

  3. 414 Hendioke

    Secondo me Razzo e Dan stan facendo una confusione becca fra il principio dello “Show don’t tell” (la scena viva è più emozionante di quella statica) con le regolette minute del tipo (evita gli avverbi).
    Stanno portando le regolette all’eccesso e criticando un quadro paradossale, e nel caso di Dan vi contrappongono un quadro altrettanto paradossale <.<

  4. 413 MakKo

    Io vorrei soltanto chiedere al Sig. Captan Razzo una cosa:
    Ma tu chi sei?
    Nei tuoi (noiosi, ma è un parere personale) post smonti (o cerchi di smontare, a mio avviso senza risultati), la teoria dello Show, don’t tell, ma SU CHE BASI? Pareri tuoi personali?
    Non riporti mai alcuna fonte ne indichi a che titolo discuti tali argomenti e nemmeno prospetti su quali basi sforni certe affermazioni. Una cosa è se, ad esempio, sei un professore (o almeno studente) di lettere, insegnante di corsi di scrittura creativa, ecc, insomma se hai titolo per parlarne. Un’altra è se sei il panettiere sotto casa con l’hobby della lettura. Intendiamoci, ognuno può dire la sua, ma se uno ha una certa cognizione di causa, le sue affermazioni hanno di certo un peso diverso.
    Gamberetta nei suoi articoli porta spesso citazioni a suffragio di quanto afferma (poi tu puoi anche dire che sono teorie datate, ma se sono ancora ritenute valide, la tua opinione personale sulla loro vecchiaia vale uno 0 tondo tondo).

    @ Dan
    Secondo i tuoi ragionamenti, Troisi, Mayer, Strazzulla e compagnia bella sono grandi autori (io ci metterei anche Dimitri, anche se alcuni qui lo considerano bravo…), poichè, da loro stessa ammissione (se cerchi un pò in internet, trovi interviste fatte loro dove sostengono cose come “non avevo mai scritto un libro, ne ho pure letti pochissimi… scrivere mi è venuto così, naturale!”) scrivere è un dono divino.
    Beh, io non credo. E non solo io. E la dimostrazione sono proprio i loro libri. Sorvolando sulle storie (trame, idee, ambientazione, coerenza, ecc) che ognuno può apprezzare o meno, è palese come siano tecnicamente scarsi.
    Io credo proprio che il talento, il verve creativo, il “tocco divino”, non servono a niente se non padroneggi le tecniche di base.
    Di Pelè e Maradona, ce ne sono uno per generazione, quando va bene… Ma anche loro, volenti o nolenti, hanno dovuto piegare il loro innato talento alle tecniche base del gioco del calcio.

  5. 412 Gwenelan

    Nei manuali di narrativa ci sono quelle tecniche che ti permettono appunto di “scrivere meglio la narrativa”. Gli strumenti per scrivere in maniera comprensibile te li dovrebbe dare la scuola, o un libro di grammatica e sintassi, ad ogni modo. Non sono ben sicura di aver capito quali sono gli “artifici” di cui parli, perché da un lato dici che di loro fanno parte di “molte tecniche di scrittura che si propongono l’obiettivo della chiarezza”, dall’altro parli di essere comprensibili, che sono due cose diverse.
    Per le immagini:

    se io vedo la foto di una donna insanguinata distesa ai piedi di un vampiro ho bisogno che qualcuno mi spieghi se è l’immagine di un film, o una foto reale scattata in Transilvania, oppure la foto di una visitatice caduta in terra al museo delle cere

    Il tuo paragone era fra *film* e libri, non fra libri e fotografia/disegno/immagine. I film non sono delle sequenze di immagini statiche e magari anche slegate fra loro. In un film, a meno che non sia fatto coi piedi/volutamente ambiguo, lo capisci cosa succede nella scena che stai guardando.
    Per gli scrittori che vogliono vedere i propri libri diventare film: buon per loro che ci pensano prima, io ho detto però che non a *tutti* importa, e sopratutto che non c’è connessione tra uso dello show don’t tell e trasposizione cinematografica.

  6. 411 Captan Razzo

    La razionalità è l’unico strumento di cui l’uomo dispone per fare un po’ di luce nell’universo in cui si trova. Razionalità significa analisi e regole. I manuali di scrittura fanno parte di questa catena di necessità logiche, e negarne la validità può essere fatto solo da chi apprezza la metafisica, che non può spiegare niente, neppure se stessa.
    Il linguaggio scritto è uno strumento di comunicazione adottato in alternativa alla comunicazione a voce, faccia a faccia. Di conseguenza deve sostituire con degli artifici tutti gli elementi del linguaggio vocale (toni, pause, enfasi, ecc.) e del linguaggio corporale che lo accompagna (gesti, espressioni, sguardi). Questi artifici devono essere forme convenzionali, perchè se un linguaggio non ha regole universali non può essere compreso nè usato come forma di comunicazione. Compito dei manuali è precisare ad elencare queste convenzioni della comunicazione scritta. Di queste convenzioni fanno parte molte tecniche di scrittura che si propongono l’obiettivo della chiarezza, e che vanno seguite con scrupolo allo scopo di far capire le cose senza malintesi. Ecco dove i manuali sono indispensabili, più che semplicemente utili.
    Lo “show don’t tell” non illustra una convenzione bensì suggerisce una soluzione espressiva, un modo per ottenere un risultato migliore, cioè puoi applicarlo oppure puoi non applicarlo e in entrambi i casi il tuo linguaggio risulta comprensibile. Che poi il tuo linguaggio illustri meglio, o annoi, o illustri peggio, questo è un altro discorso. Resta il fatto che “show don’t tell” non è una convenzione del linguaggio scritto, e che di conseguenza non dovrebbe rientrare negli argomenti trattati dai manuali.
    Il manuale non è un libricino di riflessioni personali, ma un testo scientifico che parla di regole precise e innegabili. Perciò, quando uno scrittore di manuali tratta un argomento estraneo alle convenzioni, significa che non ha capito entro quali limiti deve mantenersi.
    In quanto a capire a volo il significato di un’immagine, se io vedo la foto di una donna insanguinata distesa ai piedi di un vampiro ho bisogno che qualcuno mi spieghi se è l’immagine di un film, o una foto reale scattata in Transilvania, oppure la foto di una visitatice caduta in terra al museo delle cere. Se tu, Gwenelan lo capisci da sola, senza bisogno della spiegazione, beata te. E circa il fatto di vedere il proprio romanzo trasformato in un film, a me risulta che gli scrittori americani sono dei veri professionisti e ci pensano prima ( e anche gli italiani) e che questa prospettiva è contemplata con molta precisione su tutti i contratti editoriali.

  7. 410 Gwenelan

    @Captan Razzo: ma prima di commentare, hai letto almeno qualche manuale, sia di narrativa che di cinema/regia, per informarti un minimo? Perchè stai dicendo cose senza senso. Non è vero che “qualsiasi immagine può essere interpretata in molti modi diversi se non è accompagnata da un minimo di spiegazioni e interpretazioni”. Quando guardi un film capisci bene quel che succede su schermo, no? O hai bisogno di leggere delle spiegazioni da qualche parte O_o? Le spiegazioni e interpretazioni nel romanzo possono esserci benissimo, è *come* sono presentate che fa la differenza. “Show” non vuol dire “asettico” e “vuoto”. E non è “americano” (nell’articolo Gamberetta riporta date e luoghi, non devi leggere manuali per questo).
    E per finire, no, non tutti gli scrittori che applicano lo show don’t tell vogliono scrivere “qualunque cosa purché diventi un film”.

  8. 409 Captan Razzo

    Cos’è oggi un romanzo? Per caso è la sceneggiatura di un film non ancora girato? Possibile che il critico, che crede di criticare un romanzo, stia solo rovistando nei pannolini di un pargoletto che sogna di diventare un film, da grande?
    Una volta i letterati, arroccati a difesa della loro porta, proclamavano che la narrativa conservava ancora un vantaggio sul cinema: poteva offrire riflessioni e interpretazioni. Vero, il cinema aveva dalla sua la possibilità di offrire immagini, e in un’immagine c’è un’immensa quantità di bit d’informazione, visiva ed emotiva. Però, come replicavano disperatamente i letterati cercando di tenere quella palla lontana dalla loro area di rigore, qualsiasi immagine può essere interpretata in molti modi diversi se non è accompagnata da un minimo di spiegazioni e interpretazioni.
    Così, grazie al cielo, al romanzo si concesse generosamente la possibilità di sopravvivere fino ai tempi supplementari, affermando che aveva almeno questa cosa in più rispetto al cinema.
    Ma poi ecco che arriva il nostro amico americano: lo “show don’t tell”, sì proprio lui, più convincente del venditore di Enel Energia che bussa alla porta in un caldo mattino di primavera. E lo “show don’t tell” dice allo scrittore: no, tu devi mostrare immagini, perciò lascia perdere le spiegazioni, le descrizioni, la narrazione e tutte queste noiose lungaggini. Altrimenti non convinci o non piaci.
    In altre parole, il saggio compilatore di manuali consiglia serenamente allo scrittore di gettare nel cesso proprio l’unica cosa che mette la narrativa in grado di contrastare in qualche modo la concorrenza del cinema.
    Il suo consiglio è buono, certo, ma c’è un ma: anche così la pagina scritta contiene sempre pochissimi bit d’informazione rispetto all’immagine del film, e non darà mai lo stesso effetto visivo. Inoltre, per vestirsi modernamente di immagini, il romanzo si è spogliato di quelle vecchie mutande lunghe da nonnetto che sono le riflessioni e le interpretazioni, e che nelle lunghe sere d’inverno forse lo rendevano più caldo.
    Ed è diventato cosa? Semplice: è diventato una sceneggiatura, in attesa di un regista che riempia questo scartafaccio di correzioni col pennarello e dica: “Si gira”. Con grande felicità dello scrittore seguace dello “show don’t tell”, perché quello che sogna davvero questo tipo di scrittore non è scrivere un romanzo, ma scrivere qualunque cosa purché diventi un film.

  9. 408 Franek Miller

    quanto alla favola del bruco, resta appunto una metafora la cui validità è tutta da dimostrare. E non vorrei essere sarcastico ma a me è venuto spontaneo pensare a questo:
    http://www.youtube.com/watch?v=QLdWfvSAPX0

  10. 407 Franek Miller

    Senz’altro molti precetti sono datati: il fatto che siano datati non ne preclude la validità. Ho letto i tuoi post e non dico che la tecnica debba bissare la creatività: credo che la creatività debba venire incanalata attraverso la tecnica. Entrambi gli estremi sono incompatibili con il mio modo di vedere le cose. Una tecnica senza talento è vuoto virtuosismo, una creatività senza preparazione non verrà mai espressa al meglio.
    Saranno cose vecchie, dette e stradette come dici te eppure non sembri prenderle in considerazione. Eppure, dici tu, son proprio l’ABC. Perfetto, non potrei essere più d’accordo. Applicale. Se non avessi trovato i tuoi post in contraddizione con questo ABC non mi sarei certo scomodato a scrivere.
    Hai scritto abbasso la razionalità. La mia risposta: stocazzo. Tutte le scelte devono essere consapevoli e quella dell’Artista Delirante è un’immagine-cartolina da blockbusters.
    Hai scritto che sono precetti vecchi di secoli. Perfetto, ma questo significa che son validi da secoli con le evoluzioni del caso, sia chiaro. Lo show don’t tell sarà vecchio e stravecchio, ma non mi sembra che la Troisi apporti innovazioni artistiche ignorandolo o usandolo senza padronanza. La differenza, che è così elementare ma sembra proprio non venir colta, è tra chi ha una preparazione così vasta da innovare un genere e chi ha la pretesa di innovarlo per pigrizia.
    La mia passione sono le illustrazioni: la stilizzazione (quindi riconfigurazione e stravolgimento delle regole) ne è uno dei cardini. Però per farlo devo conoscere anatomia, prospettiva, tecnica dei chiariscuri e dopo usarle a mio vantaggio. Tra l’altro basta conoscere il settore un minimo per capire che anche la stilizzazione è vecchia di millenni.
    Poi fai l’esempio di Omero: qui stiamo parlando di narrativa di genere, cosa c’entra Omero? Come se io mi parlassi di pittura e tu mi tiri fuori Albini. E’ un architetto, cosa c’entra? Gli interventi contestualizzali, o inizierò a pensare che a te piaccia solo far arieggiare i denti.

  11. 406 Dan

    Vorrei essere più preciso, onde evitare di sforzare menti brillanti su commenti francamente inutili: quando dico che non ci si deve servire della razionalità, intendo dire che l’artista non è un pazzo.
    La razionalità fa parte di un mondo ‘sano’, tanto creativo quanto non creativo. Le mani che si muovono su questa tastiera per scrivervi sono frutto d’una razionalità (altrimenti il risultato sarebbe okigjkdgkgjgk), e anche il ragionamento che vado a fare, sperando nell’intento di essere compreso, è meditato e razionalizzato… ma questo riguarda ogni singola azione umana; su quest’ovvio non volevo arrivare.
    E’ ovvio che Howard si serviva di appunti, schizzi, bozze, e che ogni artista medita sin troppo abbondantemente sulle sue cose, qualunque sia il campo… ma per favore, non mi fate dell’asilo.
    La razionalità, è uno sgabello, non è fine ma è mezzo; tuttavia, cavillose regole bombardate con tanto di spiegazioni dettagliate potrebbero imprigionare il campo d’azione che s’è voluto razionalizzare con altrettante cellette nelle quali le frasi debbono essere, per così dire, attentamente vagliate e ponderate. Queste singole celle sembrano essere frutto di lunghi lambiccamenti, e vengono esposte come a dire: chi n’è fuori, non ne sa niente…
    E’ allora qui che mi sento tratto in ballo, non tanto per la mia modesta persona, quanto per coloro che amo e che davvero hanno agito secondo criteri totalmente distanti dalla cavillosa (e passatemi il termine: esagerata) razionalizzazione del ‘processo creativo’.
    Attenzione, qui! E’ proprio del processo creativo che io parlo quando dico che la razionalità non deve aver più voce: deve subentrare, in questa fase, un automatismo ch’è proprio dell’esperienza e della persona del settore…
    Se questo automatismo non c’è, il guaio è serio.
    Un conto è avere una macchina da revisionare, un conto è averla senza motore.
    Ende un giorno, quando gli chiesero, perché scrivi per bambini?
    Rispose con una fiaba che a parer mio è calzante: c’era una volta un bruco che ballava benissimo, e tutta la foresta lo invidiava.
    Un giorno il rospo, invidioso del suo ballo, scrisse una lettera al bruco: oh, bruco, come sei bravo! Davvero vorrei fare come te, ma spiegami: muovi prima la 32esima zampa, e poi la 73esima? O prima la 54esima e poi la 86esima…?
    Il bruco lesse la lettera, e dovendo meditare sul suo ballo, da quel giorno in poi non fu più in grado d’eseguirlo.
    Parlare di narrativa (di frasi evanescenti, estrapolate dal nulla) lo trovo esageratamente inutile; perché è chiaro che gli stessi esempi riportati da G. possono essere perfettissimi messi in un contesto adeguato.
    L’esempio degli aggettivi: data una fiaba, sono stupendi, anche così come lei stessa li ha messi.
    In un libro di S. King? Possono essere contesto cinico per un risvolto sanguinolento… e così via.

  12. 405 Dan

    Permettimi di dire che sei in errore per il semplice fatto che s’è creata sta specie di orgasmo creativo contro tecnica (Dan vs G.): è uno stereotipo avanzato inutilmente, e si capisce che non hai badato alla sostanza dei miei post, che di carne al fuoco, a parte un po’ di esempi, ne mettono eccome…
    Questa risposta mi sembra un modo per dire ne so di più, comincia a studiare. Grazie, lo farò. Ma il concetto rimane quello: che stiamo commentando sotto invenzioni datate… e per essere molto datate (troppo datate), se ne parla sin troppo e a tratti anche con troppa saccenza.

  13. 404 Franek Miller

    non per essere saccente ma per carità: studia.
    Ti rendo noto che Pablo Picasso era un eccellente disegnatore con risultati fotorealistici, prima di sviluppare la propria tecnica e abbracciare il cubismo. Fontana non ha tagliato tele e Burri non ha bruciato acrilici in preda a una diarrea artistica. Si tratta sempre di processi creativi concepiti, evoluti e sviluppati partendo da una cultura di base.
    Poi, la tua immaginetta dello scultore che non si preoccupa delle regolette prima di dare un colpo di martello è quanto di più campato per aria tu possa immaginare: nessuno scalpellerebbe un blocco di marmo in preda a orgasmi artistici. Da Michelangelo a Boccioni, tutti hanno sempre realizzato modellini preparatori in creta.
    Il motivo è semplicissimo: il marmo costa un occhio. Quindi ogni colpo di scalpello non solo è governato da regole ma anche precedentemente impostato su un bozzetto in scala. Se tu vuoi martoriare blocchi marmorei a colpi di scalpello sei liberissimo; sulla linea di principio potrei no essere d’accordo ma figurati se ti fermo io.
    Persino tra i contemporanei più eterodossi -uno a caso: Damien Hirst- c’è un ragionamento prima dell’opera. C’è una conoscenza. Credo che Hirst prima di tagliare a fettine una mucca (tipo PanBauletto) intera e di conservarla sotto formaldeide un minimo di ricerca tecnica l’avrà fatta. I suoi armadietti stipati di medicinali hanno dietro un processo logico e creativo ragionato: per quanto sia fuori dagli schemi “ottocenteschi” dubito che persino lui si abbandoni ai rutti creativi.

  14. 403 Dan

    Regole: parliamo di regole, allora…
    Lo sciòdontell: regola -ma perché regola??? vezzo no? Sennò Fontana è solo uno che si diverte a spazzar via le regole dell’anatomia: mi sembra un po’ poco- vecchia di circa 200 anni per stessa ammissione di G. …
    E i conti davvero non mi tornano se si considera che lei, quanto molti indottrinati nella sua stessa scuola, come proprio s’evince da questo articolo, sono convinti che bisogna assolutamente aggiornarsi.
    ??? Ma stiamo scherzando? Mi scodinzolate davanti allo sciòdontell come se fosse stato scoperto ieri, e l’ingenuo sono io…?
    Senza poi escludere il fatto che è pieno (proprio PIENO) ottocentismo; e Manzoni è anche sbeffeggiato…! Cavoli, l’ha inventato lui sto minchia di sciò…
    Poi ognuno può anche credere che il giallo sia azzurro, ma qui mi sembra il delirio: regola vecchia diventa regola nuova. L’inventore della regola diventa spazzino (e si dice pure: io ne so più di lui… Con lo stesso sciòdontell sulla bocca…???).
    Se per regole s’intende il naturale progresso delle correnti artistiche, allora, ammettendo un linguaggio militare al quale non sono avvezzo, io mi potrei direi il più interessato… ma qui mi si salta a pie’ pari tutto il ’900…!
    Non c’è bisogno di leggere ‘sti manuali: aprite Hugo, lo scidontell è li.
    Ma state comunque scegliendo regole (???) vecchie di duecento anni: Poe potrebbe sembrare avanti anni luce…
    Il peggio è che le state sciorinando con l’entusiasmo d’un bambino che apre l’ovetto kinder.
    Trovo tutto ciò molto ridicolo…
    In merito allo studio: sì, ne sono d’accordo, io stesso non disdegnai l’esempio tempo addietro… ma bisogna credere fermamente che questi manuali, le cui regole sono oggettivamente datate, somiglino a un punto di partenza -sotto quali criteri? L’anatomia è vecchia di migliaia d’anni… Perché non partire da Omero, allora…? Se invece il punto di partenza deve essere -intendo- il più vicino possibile, allora né la regola, né gli esempi sono davvero calzanti, ma mi si studi approfonditamente le sperimentazioni ’60 e ’70: da lì parte tutta la narrativa di oggi… E’ stato un periodo fervidissimo, impossibile escluderlo, nemmeno pensando al F.
    Ciò detto, reputo ognuno di voi abbastanza intelligente da credere a quel che più ritiene utile per il proprio cammino formativo.

  15. 402 Hendioke

    Ciao ^^

    Ammetterai che se prendessi le regole di tecnica suggerite dal manuale X e le applicassi acriticamente dal punto di vista stilistico i miei libri sarebbero delle fotocopie l’uno rispetto all’altro, intendendo per fotocopie dotati dello stesso identico stile.
    E sarebbero fotocopie anche rispetto ai libri di un altro scrittore che applicasse acriticamente le regole del manuale X.

    Se invece prendiamo i manuali per quel che sono: libri che insegnano fondamenti e non dogmi (e su questo vedo siamo molto d’accordo) non si corre il rischio ^^
    Come sempre sta all’intelligenza dell’aspirante scrittore

    P.S. Sono andato a cercarmi la scena da l’attimo fuggente in originale, per vedere se anche lì viene assunto come criterio l’Importanza e il risultato è che non solo anche nella versione originale uno dei due elementi è l’Importanza ma che l’altro è la Perfezione (stilistica), non l’efficacia come nella versione italiana.

    A questo punto mi sa che si tratta di un for the lulz degli autori che devono essersi inventati il professore emerito XD

  16. 401 Cecilia

    Penso di poter sottoscrivere in toto gli ultimi due interventi di Frank Miller, specie il primo dopo quello di Dan. Le regole ti aiutano, fine del cinema. E per infrangerle prima devi conoscerle (bene) o farai una porcata nella maggior parte dei casi.
    E bada Dan, che nei, pochi, manuali che ho letto io alcune costanti sono: le regole non possono sostituire il talento; le regole non sono i dieci comandamenti, ma consigli di gente più brava di te che vuol darti una mano, non c’è un unico e universale modo per scrivere un libro (e un bel ciao a tutti quelli che la menano col “si farebbero libri fotocopia!”).

  17. 400 Franek Miller

    tirando le somme gli articoli di G. sono utili, mi hanno fatto capire molti errori inconsapevoli. E mi han fatto tornare la voglia di scrivere, credo sia questo l’importante. ovviamente di coniglietti
    Queste regole servono, da come le ho recepite, come base da cui partire e imparare. Poi magari evolversi. Se fossimo geni Se fossi un genio credo sarei impegnato a genialare e non qui. Posso capire il suo punto di vista per analogia: quando mi vengono richiesti pareri su disegni ripeto il solito mantra. Per favore studia l’anatomia. Non vuoi spendere in manuali? Esistono centinaia di nudi su deviantart. Dubito queste regole siano rivolte a chi di narrativa è esperto ma ai neofiti che si avvicinano al genere e, quindi, hanno da imparare. Poi ovvio che una volta avviato non devi rifare lo schemino del corpo umano ogni volta nelle arti e non devi tenere sotto mano il decalogo delle regolette in narrativa: ci si aspetta siano state assorbite.

  18. 399 Hendioke

    Ah, ho ridato una scorsa all’articolo e devo dire, ma forse è stato già detto, che il tuo tentativo, Gamberetta, di smontare la scena de “L’attimo fuggente” è un epic fail.

    La scena parla di analisi della poesia con esempio i sonetti di Shakespeare
    Tu controbatti argomentando riguardo la prosa e porti ad esempio una riflessione di Eliot sulla tragedia di Shakespeare.

    Cazzo c’entrano? No, davvero, cazzo c’entrano? Adesso la poesia e la prosa rispondono alle stesse regole? Hai preso un grosso abbaglio, ma di quelli davvero colossali e spero sia una cacchiata che ti è sfuggita in fase di rilettura del pezzo.

    E comunque le teorie di Pritchard sono sterco.
    Se se lo sono inventato gli autori del film questo personaggio non si sono sforzati nel renderlo un critico di poesia verosimile; se è realmente esistito questa sua teoria dev’essere stata, spero, la cazzata di rito che molti, troppi, letterati devono inventarsi per arrivare alla cattedra: traguardo per il quale vale 10 volte tanto dire qualcosa di originale (per quanto abnorme nella sua imbecillità) che fare un serio ed onesto lavoro di analisi su teorie già note…

    E quanto dice il personaggio di Williams è giustissimo se pensiamo che sta parlando a studenti che sono lì per apprendere qualsiasi mestiere tranne scrivere.
    Le rime e le tecniche verranno poi (mi piace pensare che siano nelle lezioni che non vediamo nel film) ma se prima non gli insegni il valore della poesia non puoi sperare si interessino mai agli endecasillabi persone mandate lì a calci in culo per diventare economisti, ingegneri, economi e medici…

  19. 398 Hendioke

    Credo che Franek abbia trovato la giusta via di mezzo.

    Da una parte abbiamo Gamberetta.
    Lei stessa ha sostenuto in alcuni articoli che le regole vanno conosciute così che poi le si possa infrangere con coscienza (posizione ora espressa da Franek), ma sembra essere una tesi minoritaria nella sua opera. Sembrerebbe, questa almeno è l’impressione che da a me e mi pare, da quel che vedo, a molti, che in realtà si sia andata sempre più arroccando su un complesso di regole molto articolato, molto rigido e insindacabile per cui o la narrativa presenta queste caratteristiche o è sbagliata.
    Si tratta di una concezione in se e per se valida ma solo se si restringe al minimo la porzione di letteratura considerata e difatti la costringe a muoversi in un ambito ristrettissimo.
    Gamberetta sarà bravissima ad analizzare il fantasy novel tecnicamente e di genere più verosimile e diretto ma non penso proprio abbia i mezzi per analizzare con la stessa efficacia un fantasy novel anche solo di poco discosto dal suo ambito come ad esempio il fantasy comico di Pratchett.

    Dall’altra abbiamo Dan.
    Tanta fiducia nella sensibilità dell’autore o nasconde qualche altra parte della sua idea di come si fa narrativa oppure è, per essere gentili, ingenuo.
    Perché di geni in grado di prendere in mano la penna e produrre opere artistiche degne di questo nome ne nasce uno ogni tot secoli. Gli altri comuni mortali senza anni di pratica e dei solidi, e anche contrastanti fra loro perché no?, modelli di riferimento non arriveranno mai da nessuna parte.
    Il mondo della narrativa come emerge dei suoi post mi suona un po’ come il mondo dove ciascheduno mette 10 parole in croce e può proclamarsi a diritto artista: un mondo triste dove 4 opere degne in croce si vedrebbero seppellite da un mare di dilettantismo paragonabile solo al mare magnum di Internet…

    La visione di Franek, prima si imparano delle regole e poi ci si “gioca” sopra, anche infrangendole, inventandone di nuove, mi pare la più vera ed equilibrata

    @Captan Razzo:
    con questo tuo ultimo post mi hai fatto crescere forte e urgente una curiosità: ma per te quale sarebbe un esempio valido di mostrato? <.<

  20. 397 Franek Miller

    nessuno dice non usare gli aggettivi. Nella narrativa di genere non sono il massimo per ragioni tecniche.
    Per la scultura, mi spiace, sono uno studente d’arte e devo dirti ALT molto prima. Puoi stravolgere la composizione e l’anatomia quanto vuoi, ma prima devi STUDIARE anatomia e composizione. Stessa cosa per la pittura: non si spennella a caso e non si scalpella a caso. Si studia, si impara dalla tecnica degli altri e magari si sforna la propria.
    Imparare è solo utile: ad esempio usando nei colori ad olio il bianco di zinco non otterrai mai un effetto coprente. Io non ti dico non usarlo, ma per alcune cose non va bene ed è meglio il bianco di titanio. O ancora: io non ti proibisco di passare nuove velature di colore quando le precedenti non sono ancora asciutte; sii però consapevole che probabilmente il colore si spegnerà o diventerà addirittura grigio. Se fa parte del tuo Processo Creativo e il grigio è il tuo colore preferito accomodati. Quindi anche aggettivi e strumenti narrativi vanno ponderati esattamente come in campo artistico. Come in ogni campo dove si debba avere una qualche competenza.

  21. 396 Dan

    Se sei un artista la razionalità fa già parte di te (non è che uno scultore, siccome martella, se la sfanculizza perché deve raggiungere il bello; ma se ad ogni martellata dovesse sfogliare un manuale, o capire se ha dato il colpo giusto al posto giusto…).
    Direi che la stessa opera faccia già parte di te: la devi solo tirar fuori…
    Puoi anche tirare in ballo la poesia anziché la prosa, il discorso gl’è l’istesso: non è la razionalità che ti spinge, a quel punto… ma è la fascinazione, verso il bello, che ti calamita… Ma il bello ha sempre trovato principi estetici diversi, senza mai rinnegarne alcuno.
    E’ il principio stesso della Bellezza, che chiede agl’artisti degli sforzi creativi e di superamento, o non sarebbe Bellezza.
    Per questo non concordo con chi fa d’un principio estetico il solo ed unico possibile e accettabile.
    L’Amore e la Bellezza sono estremamente dinamici, e se non sorprendono lo stesso scrittore che scrive, a chi vorrebbero raccontarla…? Come on…!
    Se qui già mi si dice: alt! Qualunque cosa tu scriva, non usare gl’aggettivi (come dire a un musico: da oggi niente be molle), mi sembra un precludersi inutile: che ne sai cosa vado a scrivere, dove vado a parare, dove mi porta (e non porto) l’opera…?
    Non trovo mutazione e originalità, in queste teorie, né l’humus per trovarne.
    Pensa se Dante avesse scritto l’Inferno con lo stesso principio del Purgatorio, e il Purgatorio con lo stesso principio del Paradiso.
    Cerchiamo, poi, ove possibile, di non decontestualizzare: né le frasi (nessuna frase cogli il cuore d’un costrutto, ma il costrutto in sé: chi me lo farebbe di scrivere tanto, sennò?), né il fatto che scrivo qui e non da un’altra parte…

  22. 395 Cecilia

    La razionalità va mandata affanculo.

    Ecco, questo è il modo perfetto per mandare affanculo un libro. Non ragionarci sopra, non dissezionarlo dove necessario. I GrandiCapolavori hanno anche venti o trent’anni di lavoro alle spalle, vai a spiegarlo all’Ariosto e ai suoi colleghi che dovevano “mandare affanculo la razionalità”.

    Scusa, ma me l’hai davvero servita su un piatto d’argento.

  23. 394 Dan

    Prima di parlare di come scrivere cosa, bisognerebbe scrivere tutto il cosa.
    Nel senso che non si può parlare della narrativa così come si parlerebbe di formule matematiche per la grafica vettoriale… Un libro è quanto di più organico. Vincolarlo a delle regole, significherebbe non essere nel racconto, che ha sempre esigenze diverse, dinamiche, difficilmente afferrabili…
    Non so se lo sapete, o se G. con la sua divisa è già riuscita nel suo intento: ma la N. non è matematica…
    La razionalità va mandata affanculo.
    Ed è esattamente ciò che differenziava me da un mio compagno di banco delle elementari, delle medie, dei superiori e dell’Accademia.
    Non esistono formuline formulette, e chi le vuole, trovo molto più logico dire che non dispone di quella fantasia di cui vorrebbe per essere all’altezza della situazione -dei giganti che l’hanno preceduto, e che sono tutti lì impettiti a dire: sconfiggimi; ma il sasso non può essere una formula…
    Il dinamismo vero il quale la N. incorre, può essere studiato e ricercato, ma non razionalizzato.
    Al più si stilano due tre punti intorno ai quali una data corrente (estetica o di pensiero) si muove, ma interi manuali su come afferrare l’impalpabilità d’un pensiero, caspita! Mi chiedo quanti ictus si desiderino avere in una vita…
    Alle persone che nello scrivere non esce nulla, non esce nulla semplicemente perché non è il loro ruolo quello dello scrittore, non perché non si servono di manuali.
    Capire se mostrare (con un breve aneddoto) o meno, lo può sapere solo chi ha in mente e a cuore l’organico narrativo, l’economia del racconto, così come si può avvertire che il proprio pipo è ancora attaccato al linguine.
    O questo, o niente…

  24. 393 Captan Razzo

    Scusa, Gamberetta, se torno sulla logica errata dello “show don’t tell”. Permettimi di usare altri tre dei tuoi stessi esempi (che hai messo più sopra in questa pagina) per dimostrarti che dove c’è la comunicazione in forma di parole il “mostrare” non esiste. Tu scrivi questo esempio:
    —————————————————
    Se io dico:
    Qualcuno qualche volta ha provato la Croce Magica ed è stato meglio di prima.
    Non convinco nessuno. Non convinco nessuno perché racconto. Perché i termini sono vaghi e generici.
    Se dico:
    Mi chiamo Roberta Cardato, ho ventiquattro anni, abito a Tresnate provincia di Varese. Tutto è cominciato il 24 dicembre, la vigilia. Ero in piedi sulla sedia per mettere la stella in cima all’albero di Natale, quando la mia gatta Birba mi è saltata tra le gambe. Ho perso l’equilibrio e sono caduta di schiena. Una botta terribile. Sono rimasta inchiodata a letto tutte le vacanze e il dolore non è passato. Medici, chiroterapisti, antibiotici, antinfiammatori: niente, non funzionava niente. Finché a San Valentino, il mio fidanzato, Mattia, non mi ha regalato la Croce Magica di San Germano. Appena l’ho presa tra le mani ho sentito un calore benefico. È bastato un giorno con la Croce al collo e già stavo meglio. Una settimana dopo ero guarita, in tempo per andare a sciare con Mattia! E adesso non ho più neanche paura di cosa succederà alla morte della Birba, perché grazie alla Croce Magica di San Germano, potremo sempre rimanere in contatto.

    L’impatto è ben diverso. Non c’è più “qualcuno”, qualche volta”, c’è una storia concreta, specifica, precisa. L’effetto taumaturgico della Croce è mostrato in un contesto. E la storia di Roberta potrebbe essere la tua. Anche tu puoi guarire! Se hai 200 euro (pagamento in contrassegno, bonifico o via PayPal).
    ————————————————————–
    Ma io devo farti notare che qui tu non hai rinunciato a “raccontare” per passare al “mostrare”. Qui tu hai rinunciato a raccontare, solo per scaricare sul personaggio Maria il compito di raccontare. E infatti Maria “racconta” fino a non poterne più. Racconta ciò che tu le fai raccontare. Con un’aggravante:
    Permettimi di puntualizzare da cosa deriva, in realtà, la minore capacità di persuasione del primo brano della croce magica di san Germano, quello che tu definisci inefficace perchè “raccontato”. Questo brano contiene due elementi: un oggetto (la croce magica di san Germano) e una didascalia (fa stare meglio di prima) e quest’ultima in realtà è una semplice etichetta, quella che un imbonitore appiccica sul talismano per convincere un compratore.
    Nel secondo brano invece (quello che tu definisci più efficace) lo scrittore/imbonitore è più astuto: si tira indietro e fa salire sul palco la sua manutengola Maria (una donna del pubblico, esente da sospetti) perchè “racconti” la sua esperienza personale al pubblico (i lettori).
    In altre parole, non solo non c’è nessun “mostrare” ma tu stai insegnando che lo scrittore di questo brano dovrebbe rinunciare a fare l’imbonitore frettoloso perchè questo paga poco, mentre lodi lo scrittore che arriva a far uso di una complice (Maria) per imbonire il pubblico dei lettori. Se ci stai insegnando che un bravo scrittore deve essere un bravo imbonitore, ci sei riuscita.
    Passiamo a un altro tuo esempio, (anch’esso più su in questa pagina) nel quale insegni come “evitare di raccontare” che Michele è alto. L’esempio che tu fai è questo:
    ———————————————–
    Nel primo caso c’è poco da fare: bisogna imbastire una o più scene nelle quali l’altezza giochi un ruolo importante – per esempio si può mostrare Michele mentre gioca a basket.
    Nel secondo caso, basta un pizzico di furbizia, basta “spacchettare” l’altezza in un’immagine concreta:

    Michele chinò la testa salendo sulla carrozza della metropolitana.

    Oppure, in maniera indiretta:

    Anna si alzò in punta di piedi per baciare Michele sulle labbra.

    Notare che potrebbero essere le carrozze particolarmente basse. O magari Anna è una nana. Ma ha importanza? In fondo non esiste un “molto alto” in assoluto, esiste un “molto alto” in rapporto alle porte o alle fidanzate; in rapporto alle taglie dei vestiti o ai letti degli alberghi.
    —————————————————–
    Ma anche qui mi sembra più che evidente che tu non stai “mostrando” Michele nell’atto di chinare la testa mentre sale sulla carrozza della metropolitana. Tu “racconti” che ha chinato la testa e ci è salito. Lo stesso per quanto riguarda la frase di Anna. Anche mentre lei bacia tu non lo “mostri”. Tu “racconti” che si è alzata in punta di piedi e ha baciato.
    Passiamo al tuo esempio della porno-scrittrice Katie MacAlister. Tu affermi che per “mostrare” che è grosso lei fa bene a scrivere così:

    “Mi sembri più grosso di quanto mi attendevo,” dissi, passandoci una mano intorno, e notando quanto era rimasto.
    [...]
    —————————————–
    Anche qui devo farti notare che non c’è nessun “mostrare”. Perchè la scrittrice non fa altro che scaricare sul personaggio il compito di “raccontare”. E infatti il personaggio non si limita a “dire” che le sembra grosso, bensì prosegue “raccontando” quali erano le sue aspettative in merito.
    Riassumendo: in questi esempi tu dici una cosa vera quando affermi la minore efficacia o capacità di persuasione di un brano rispetto all’altro. Ma questo non ti autorizza a dire che il brano più efficace è tale grazie all’applicazione dello “show don’t tell”. Entrambi, come abbiamo visto, sono forme raccontate.

  25. 392 Hendioke

    Nel suo primo post secondo me Capitan Razzo dice la verità. La sua spiegazione di differenza fra narrare e mostrare è molto approfondita e convincente, non vi vedo errori di sorta.

    Nel secondo post invece, Capitan Razzo, il tuo esempio è sbagliato non perché non sia il mettere a disposizione del lettore un fatto oggettivo ma perché cozza con la teoria del mostrare seguita da Gamberetta in un differente punto (che tu invece non tieni da conto): la visuale del lettore sulla storia.

    Secondo la tecnica narrativa seguita da G. tutto quello che l’autore trasmette al lettore dev’essere filtrato da un personaggio (non necessariamente lo stesso per tutto il libro) detto “Punto di vista” dal cui punto di vista, giustappunto :D, il lettore segue il dipanarsi della storia.

    Quindi i fatti riportati al lettore devono essere quelli esperibili o noti al personaggio.
    Se il personaggio incontra Michele per la prima volta, secondo questa tecnica, lo scrittore non può scrivere “Michele ha 80 anni”, al massimo può scrivere “A Mario (il Personaggio PdV) sembrò che Michele avesse almeno 80 anni” oppure può descrivere al lettore cosa Mario vede di Michele lasciando che da questi elementi il lettore deduca che è vecchio.

    Seguendo le teorie seguite da G. è lecito mostrare l’anzianità di Michele scrivendo “Michele ha 80 anni” solo se il personaggio PdV SA, è a conoscenza del fatto che, Michele ha 80 anni).

    Vi è però una verità ulteriore. Gamberetta va oltre questa teoria del personaggio PdV e sostiene che qualsiasi rappresentazione, per muovere emotivamente il lettore nel modo più efficace possibile, deve essere il più possibile aderente ai dettagli sensoriali di quanto si va narrando.

    Quindi la critica prima di G., io credo, è che il narratore (colui che introduce Michele nell’esempio dell’articolo) non può riportare fatti che non siano noti al personaggio PdV (che nell’esempio potrebbe ben essere lo stesso Michele che sta venendo introdotto al lettore), e la critica seconda, sempre secondo me, è che i fatti che la teoria di Gamberetta ammette come atti a mostrare siano i fatti sensoriali.

    Personalmente mi trovo più d’accordo con la tua teoria su cosa sia il mostrare, anche solo perché si ferma parecchi livelli sopra (in una scala che va dallo specifico al generico) la teoria di Gamberetta che spesso è così precisa da lasciare con grossi dubbi applicativi (devo mostrare sempre? Quasi sempre? Tutti i dettagli? Quasi tutti i dettagli? ecc.)

  26. 391 Captan Razzo

    Dan,
    tu sei un poeta. Sono tentato di invitarti a mettere in rete un video nel quale tu reciti il tuo post, e io ti accompagno col piffero. Che ne pensi, riusciremo a convincere Gamberetta a ballare intorno a noi vestita da fatina?

  27. 390 Dan

    Da parte mia sono più che convinto che l’arte del narrare sia una vera e propria dote, un talento, per intenderci, e nessun talentuoso è mai stato soggetto a delle regole; questo tanto per rinsavire coloro che suppongono di trarre dalla regola dei vantaggi squisitissimi su ciò che non possono in alcun modo ottenere, ‘ché persino la grazia, si ritira…
    I talenti sono una cosa seria, e ognuno ha il suo/i suoi, ed è bene sfruttare quelli giusti. Questo non nella speranza di non vedermi scrittori nascere, tutto al contrario: nella speranza di vedermi nascere quelli giusti.
    Ed esaminando i talenti, lì in che modo le regole possono essere valide, se ogni talento è mondo a sé…? Ultimamente G. consiglia letture come Flatlandia, e in che modo le regole si possono o debbono applicarsi ad un rigore estetico decisamente fuori linea col proprio mondo…? Ogni mondo e ogni libro ha delle regole a sé; ricorrere a un vocabolario o a un altro, equivale pennellare quel mondo con certi canoni e certi altri, con certi gusti e certi altri, ma qui il mostrare o raccontare centra poco o nulla. Potrei narrare (specie se s’è letto T con Zero di Calvino) una storia secondo il pensiero d’uno stelo d’erba, essendo il fiato d’un gigante, il cuore di una farfalla, l’essenza d’un lungo rapporto sessuale, il mare in tempesta, e chi più ne ha più ne metta. Su questi manuali la prima regola da stabilirsi è: per scrivere il mondo che dico io, nel modo in cui io me lo figuro.
    La narrativa è arte del pensiero nel necessario, e il necessario è il necessario, non si può davvero stabilire dov’è che sia; solo una ragione e un cuore pulsante, possono, ma così come siamo tutti diversi e amiamo in modo diverso, allo stesso modo scriviamo in modo diverso e siamo dotati di storie che hanno diverse necessità…
    Avere uno sguardo critico significa sbarazzarsi dei propri canoni per entrare in ogni mondo, non certo forzare i mondi secondo i propri gusti estetici, o finirei per disconoscere anche Dante, Petrarca e Boccaccio.
    Il fatto che oggi si scriva più o meno tutti uguali, non è neanche lontanamente una giustificazione, perché nel simile siamo anche noi, ma quante differenze passano fra mori, castani e biondi? Eppure non c’innamoriamo di tutti… Al limite un critico potrebbe dire come avrebbe dovuto scrivere il tizio se avesse tenuto fede alle regole di principio stabilite dal suo incipit, ma non come avrebbe dovuto scrivere se fosse stato me. Sarebbe un tantino presuntuoso, nonché fuori da ogni regola estetica dell’arte; il rapporto da farsi è con la pittura, dove i critici entrano con più facilità nel mondo dell’artista, lo sviscerano e tentano di esaltarne le qualità… Perché con l’arte del pensiero non deve avvenire lo stesso, mi chiedo…? Solo perché le parole sono concrete e numericamente date, solo perché esistono regole grammaticali (che poi puntualmente cambiano il proprio ordine, e spesso anche grazie allo stesso intervento degli autori)?
    Potrei scrivere miriadi di fiabe con Michele è vecchio, e se Michele è vecchio, e la vecchiaia di Michele non è narrata, Michele può essere il lettore, ad esempio, che in ugual modo dovrà immaginarsi -non ce l’ha sotto gl’occhi- la propria vecchiaia. Chi lo dice che fra le varie ipotesi il N. non possa figurarsi anche questa…?
    La narrativa è nell’immagine da quando le storie sono il più delle volte nell’immagine… ma il narrare è arte antica, è arte da focolare… e la fiaba non ha mai avuto di questi problemi: sapevo benissimo com’era Cappuccetto Rosso anche senza aver mai visto un suo disegno. Ero interessato a cosa faceva C. R., e quale era la sua storia. Il solo descrivere ha più affinità col mestiere del detective, ed è distante anni luce da ogni principio d’interpretazione e immedesimazione. E questo sì che sarebbe fuori la necessità stessa del narrare…

  28. 389 Captan Razzo

    Scusa, Gamberetta.
    Ho chiuso il post precedente troppo in fretta, prima di dirti quanto apprezzo la tua pazienza e la tua competenza. E prima di aggiungere un’altra osservazione. Nel leggere il tuo breve inserto su Roberta Cardato e la Croce di San Germano, mi sono reso conto che dovevo criticare il “mostrare” anche da un altro punto di vista, cioè questo.
    Poniamo il caso che a leggere dell’incidente di Maria fosse un mussulmano: costui si sentirebbe irritato nel sentir menzionare gli alberi di Natale e la croce. Poniamo che a leggere dell’incidente di Maria fosse un agente di assicurazioni: lui sarebbe disgustato al pensiero che la donna sia salita su una scala senza aver firmato una poliza. Se a leggerlo fosse un giovane che ha perso la madre per un incidente domestico, sarebbe costretto a prendere un Valium. Se fosse un ciarlatano di professione si farebbe una risata. Se fosse un cinico penserebbe: ecco cosa può succedere a una sempliciotta. E chi più ne ha più ne metta, mentre lo scrittore stava lì a preoccuparsi di fare lo “show” invece del “tell”. Come a dire che le belle teorie ti fanno ingranare la quarta, quando invece non sai cosa ti aspetta al prossimo incrocio. O no?

  29. 388 Captan Razzo

    Gamberetta,
    ho già letto i tuoi articoli, e li trovo interessanti. Ti chiedo di ricordare che buona parte della comunicazione fra lo scrittore e il lettore avviene anche fra altre due entità: il subconscio dello scrittore e il subconscio del lettore. La scienza attuale non consente allo scrittore di avere una conoscenza nè un controllo su quello che esce dal suo subconscio e su ciò che farà uscire dal subconscio del lettore, e senza una ferma base d’appoggio scientifica ogni teoria deve ritenersi esposta alla critica. E soprattutto cercare di nutrirsi di ogni critica.
    Ad ogni modo, quando scrivo “Michele ha 80 anni” non ti presento “soltanto parole”, bensì un fatto. Che questo fatto non contenga immagini, come mi fai notare, è evidente. Ma è altrettanto evidente che genera immagini, per quanto standardizzate. Ti chiedo di rileggere nel mio primo post ciò che dico (per forza molto brevemente) sul meccanismo di costruzione delle immagini evolutosi nel cervello umano. Secondo me è abbastanza chiaro che il “mostrato” esiste allo stato puro solo quando esibisci un’illustrazione, altrimenti esiste solo come conseguenza di come e cosa si “racconta”.

  30. 387 Gamberetta

    @Captan Razzo. Se Michele è un ottantenne con la barba nera, la fascia liscia, ecc. non è un ottantenne. Tutto lì. Dunque l’esempio che porti non ha senso. E se Michele ha davvero l’aspetto di un ventenne a ottantanni, allora lo mostro facendo vedere che ha i canini affilati, visto che sarebbe un vampiro e non un essere umano.
    “Michele ha 80 anni” non è mostrato, sono solo parole. Non esiste un’immagine per “80 anni”. E detto questo, per piacere, per piacere, per piacere, prima di commentare leggi bene l’articolo e magari anche le opere citate, dato che sono tutte liberamente consultabili. Grazie.

  31. 386 Captan Razzo

    Scusa, amico di “Tapirullanza”, ma tu mi rimandi a leggere daccapo “Manuali 3″, se non sbaglio. È così?
    Orbene, sappi che “Manuali 3″ comincia con un esempio impreciso.
    Quando Gamberetta (che io stimo moltissimo) scrive che Michele ha “barba bianca” “faccia rugosa” e “cammina col bastone” ci offre non tre particolari concreti come afferma, bensì tre stereotipi della vecchiaia. Lo stereotipo è anch’esso un genere di etichetta emozionale, ed è per questo che dico che c’è qualcosa di didascalico in questa frase.
    Gamberetta avrebbe dovuto portare l’esempio in questo modo:
    “Michele è vecchio” questo è raccontare.
    “Michele ha 80 anni” questo è mostrare.
    In questo caso io ammetterei la seconda frase come esempio di vero “mostrare”, salvo poi a ripetere contro questa frase l’obiezione che ho fatto nel post precedente contro lo “Show don’t tell”. Ovvero che anche questo è un “raccontare”.
    Ora, se Michele fosse un ottantenne con la barba nera, la faccia liscia, e camminasse dritto, oltre magari ad aver una vista da falco, un cuore di ferro e l’abbonamento alla Marcialonga, e Gamberetta volesse rivelare che sta parlando di una persona anziana, cosa potrebbe “mostrare”? Cioè quali fatti potrebbe portare perché la seconda frase dell’esempio “mostri” senza alcuna etichetta Michele come persona anziana? Non le resterebbe che scrivere “Michele ha giocato a briscola con Mussolini”, o qualcosa di simile. E così facendo scoprirebbe l’equivoco della teoria dello “show don’t tell”, perchè per “mostrare” Michele come persona anziana lei deve “raccontare” che Michele ha giocato a briscola con Mussolini. Cioè, come ho detto nel precedente post, se non si acclude una fotografia al testo, per mostrare un’immagine in forma di parole la si deve raccontare. Senza il tell, non c’è lo show.
    Allora il giusto consiglio all’aspirante scrittore è piuttosto questo: “Evita le descrizioni inutili, le divagazioni, e le premesse troppo circostanziate”. E ai seguaci del “show don’t tell” dico: non abbreviate queste undici parole in una formuletta di tre parole, che non corrisponde al meccanismo della costruzione delle immagini mentali e della loro comunicazione dallo scrittore al lettore.

  32. 385 Gli Autopubblicati #01: Ucronie Impure | Tapirullanza

    [...] l’unico discrimine, la cura è Gamberi Fantasy; in particolar modo date un’occhiata a questo articolo sul Mostrare.Torna su Share this:TwitterFacebookLike this:LikeBe the first to like this post. Questo articolo [...]

  33. 384 Captan Razzo

    “Show don’t tell” è un concetto da scartare.
    Non avere pregiudizi contro questa teoria, cerca di leggerla con distacco.

    “Mostrare” (sulle pagine di un libro) significa esclusivamente presentare un’illustrazione, una foto, un video. Il “mostrato” non esiste nei testi scritti privi di illustrazioni. Qualsiasi cosa gli esseri umani mettano per iscritto è sempre una cosa raccontata.
    Se tu apri un libro ti vengono “mostrate” delle parole, ma se tu leggi le parole, può darsi che esse creino in te delle immagini. Se nella tua mente quelle parole creano immagini, questo dipende dal fatto che nel cervello umano esiste un meccanismo di costruzione delle immagini mentali, molto complesso, sviluppatosi per motivi di sopravvivenza durante l’evoluzione della razza umana: l’uomo che basandosi su un avvertimento (cioè su un racconto fatto solo di parole) non riesce a raffigurarsi visivamente il pericolo in arrivo, né a raffigurarsi altrettanto visivamente un progetto di schema per sventare il pericolo, non sopravvive.
    Dunque il problema dello scrittore che voglia “mostrare” qualcosa non sta affatto nel “mostrare”, (cosa possibile solo se unisse un’illustrazione al testo) bensì nel “come” raccontare ciò che vuole mostrare, ovvero nell’usare il meccanismo del racconto per mettere in funzione (nel lettore) il meccanismo di costruzione mentale delle immagini.
    Quando si afferma che esistono il “raccontato” e il “mostrato”, in realtà si confonde il racconto didascalico col racconto oggettivo. Il racconto didascalico è come la musica da film, che ti dice “qui devi provare paura” oppure “qui devi prepararti a ridere”. Il racconto oggettivo fornisce fatti e lascia che sia tu a decidere quali emozioni provare. Ma non per questo il racconto oggettivo è “mostrato”, perché entrambi sono forme raccontate.
    La didascalia è un’etichetta emotiva appiccicata a qualcosa: un aggettivo appiccicato a qualcuno, una musica appiccicata a una scena da film, le lacrime sulla faccia di chi ti racconta un avvenimento.
    Esempio: “Michele è vecchio” secondo te è raccontato, mentre “Michele ha la barba bianca, la faccia coperta di rughe e cammina gobbo appoggiandosi al bastone” sarebbe mostrato. Ma in realtà anche la seconda cosa è raccontata. Tu avresti dovuto dire che la prima frase è una didascalia: l’etichetta emotiva “vecchio” appiccicata a Michele. Mentre la seconda frase è un misto di dettagli oggettivi e dettagli mirati a creare emozioni, quindi parzialmente non didascalica. Qui il concetto “show don’t tell” mostra chiaramente la corda proprio nella seconda frase, dove in base ad esso si dovrebbe allora dire che c’è un’indefinibile mescolanza di “raccontato” e di “mostrato”. L’analisi che indico io è invece più chiara, ed è questa: tutte e due le frasi sono “raccontate”, ma la prima in modo didascalico, e la seconda in modo misto di elementi didascalici e non didascalici.
    Il giapponese che tu citi, Sugimori Nobumori, viene da te interpretato in modo erroneo: Nobumori non condanna chi racconta senza “mostrare”, bensì condanna chi racconta in modo didascalico, cioè condanna il narratore che col suo atteggiamento “dice” al pubblico quali emozioni deve provare, e che (nel suo esempio) ignora i fatti oggettivi. Nobumori vuole che siano solo i fatti narrati a produrre le emozioni, dunque ciò che lui rifiuta è il didascalico, non il “narrato”. Inoltre avresti dovuto notare che Nobumori ci presenta una posizione troppo estrema, cioè un narratore che fa soltanto il didascalico puro, perchè nella realtà nulla impedirebbe a un narratore di fare un miscuglio di didascalico e non didascalico (lo “show and tell” diresti tu), cioè di piangere e chiedere al pubblico di piangere, mentre nello stesso tempo racconta fatti molto oggettivi e dettagliati.
    In altre parole “mostrare e non raccontare” è un dogma impreciso, che può solo creare confusione e obiezioni. E’ un dogma che, per chiarezza, si dovrebbe abbandonare a favore dei termini “didascalico” e non “didascalico”. Del resto, a dimostrare che lo “show don’t tell” è qualcosa di equivoco sono in genere gli scrittori stessi, che all’atto pratico sbattono la faccia contro situazioni in cui non capiscono come o perchè lo “show” possa sconfinare o mescolarsi così assurdamente nel “tell” o viceversa. I critici letterari affermano che esistono “eccezioni”, o che fra il mostrato e il raccontato esiste il “dire”. Questo significa che sono confusi. Nel “didascalico e non didascalico” non esistono eccezioni: una frase è didascalica, oppure non lo è. E il cosiddetto “dire” è un miscuglio di elementi didascalici e no, dove la frase didascalica e quella non didascalica si possono unire nello stesso discorso in modo del tutto naturale (per quanto sia meglio evitare la prima) senza originare alcun conflitto di definizioni, perché la prima è sempre distinguibile dalla seconda.

  34. 383 Mostrare o non mostrare, questo è il dilemma « Fantascrivendo

    [...] (per dirla all’inglese lo “show, don’t tell”). I post del caso sono qui, qui e qui. Per una carrellata più ampia potete fare riferimento anche a questo post. Veniamo ora [...]

  35. 382 Giacomo

    Gamberetta, non pensi di aver esagerato col povero professor Keating dell’Attimo Fuggente? Lui voleva dare ai suoi alunni un modo di vedere la poesia distante dall’aspetto tecnico, perciò non c’è nulla per cui criticarlo, anzi.

    Tu giustamente dici: sarebbe da picchiare a sangue, perché insegna che non è la lettura tecnica della poesia a colpire, ma istintuale. Sulla luna non si vola con i buoni sentimenti, ma con un’astronave, un oggetto creato con la tecnica.

    è tutto vero, senz’altro, verissimo anzi, ma a meno che non abbia capito male, non credo che il professore avesse intenzione di spiegare ai propri alunni come scrivere una poesia, piuttosto di come leggerla

    Se come scrittore e/o critico letterario viene spontaneo leggere un libro e analizzare il modo in cui scritto, scovandone gli errori, come lettore medio viene invece spontaneo semplicemente “vivere” il romanzo.

    Lo dici anche tu più volte: il romanzo va scritto in modo che la scena sia mostrata, e la scena va mostrata affinché il lettore veda esattamente cosa accade, provi esattamente cosa accade.

    Anche quando dici che il lettore dovrebbe vivere una sorta di sogno, è normale che si svegli e non si goda la storia se anziché leggere con istinto sia portato ad analizzare il libro.

    Con questo voglio dire che il professore voleva insegnare a leggere, non a scrivere. A vivere, non ad analizzare.

    Questo manuale è volto a far capire quanto uno scrittore sudi per creare anche solo una frase mostrata anziché raccontata. Uno scrittore può impiegare persino un’ora per scrivere una buona frase, e quella frase sarà veramente buona se il lettore la leggerà in una manciata di secondi (se non, a volte, meno di uno).
    Ma allora, diamine, se io come scrittore riuscissi a raggiungere, come risultato, il pieno coinvolgimento del lettore, ne sarei maledettamente felice.

    Gli alunni lì erano abituati a sorbirsi studi su studi di tecnica poetica, imparando come si scrivevano ma non come si vivevano le poesie. Ed è vero, ci vuole tecnica per scrivere, ci vuole tecnica per far sì che gli altri vivano un racconto o una poesia, ma il professor keating non voleva insegnare a scrivere, ma a leggere.

    Dunque perché far sdraiare sul selciato il professore e pestargli la testa sotto lo stivale?

    Se ovviamente, però, il suo intento fosse stato di insegnare a scrivere con l’istinto, diamine… sarebbe da prenderlo a calci davvero!

  36. 381 bebbo

    @drjack

    Hai ragione. Non posso contraddirti. Se giustifichi un ragionamento con “a qualcuno può piacere” non posso negarlo.
    A qualcuno può piacere qualsiasi cosa.
    Guarda Zwei che si diverte a leggere fantatrash :p.
    Sono certo che ci sia di peggio.

    il punto è ancora quello: puoi dire “è brutto” non “è sbagliato” e la differenza per me è tanta

    Per il resto chissenefrega, tanto da quanto dici io non capisco quello che vuoi dire e tu non capisci quello che dico.
    Tanto vale smetterla.

    vabbè si chiacchera tanto per chiaccherare quindi tanto vale smetterla e tanto vale continuare

  37. 380 Strikeiron

    Chiedo clemenza… EDIT la versione precedente. C’erano alcuni erroracci grossolani…

    Le ali traslucide erano macchiate in più punti di opaco e di fuliggine.
    Scintilla allontanò le mani di scatto, ma anche non toccandole la sua testa tornava sullo stesso punto, come una trottola impazzita. Lo distoglieva e ci ritornava. Di nuovo. E ancora. Ancora lisciava le ali con delicatezza, anche se nemmeno l’acqua fresca di rugiada che c’aveva spruzzato sopra era capace di darle sollievo. Non serve, pensò, eppure non riesco farne a meno. Le piegò richiudendole e le ridistese, sperando che il dolore passasse ma quello continuò, sordo e martellante. Non solo: le membrane rimanevano macchiate e consunte. Cosa avrebbe detto la Fata Maestra?
    “Cos’hai combinato stavolta?” le aveva chiesto qualche giorno prima, esasperata. La disapprovava e molto, anche. Si sentiva bene dal tono di voce che aveva usato durante la lezione.
    Risatine leggere, come trilli di campanelli e il brusio di voci infantili nel sottofondo da parte delle altre fatine sue compagne di classe:
    “Ma l’hai vista? Anche stavolta ha combinato una delle sue! Che stupida, inutile fatina apprendista”
    “Che sciocca!”
    “Ali pallide!”
    Scintilla spalancò gli occhi al solo ricordo. Un rombo di sangue che dalle ali va alla testa. Un calore pulsante al volto che rende le ali pallide e fredde. E in quei momenti non riesci neppure più a volare, è come un peso che ti getta a terra e a quello che provi. Nessuna fatina esperta cade mai in questo errore basilare.
    La Fata Maestra le aveva guardato le ali con disprezzo e un sorriso cattivo:
    “Non vorrai mica che le tue inutili emozioni ti leghino a terra? Siamo fatine solo perché capaci di volare, altrimenti tanto varrebbe che ti facessi tagliare le ali.”
    Risatine sguaiate nella classe.
    No quello non era giusto, pensò Scintilla.
    Si era sentita in quel modo molte altre volte.
    Come quando aveva incontrato quel grosso lupo, fuori dalla casetta di Cappuccetto Rosso.
    Se ne stava là a tremare dal freddo con il pelo arruffato e questo più di tutto le aveva fatto una gran compassione.
    “Come mai sei qua tutto solo, buon Lupo?” aveva chiesto.
    L’altro aveva risposto a fatica, le parole ingoiate dal battito dei denti per il freddo:
    “So-so-n… sono rimas- sto chi-chi-chi-uso fuo-o-ri-ri”.
    Nel silenzio che era seguito il suo stomaco aveva cacciato un iperbolico brontolio.
    Aveva freddo e fame. Aveva bisogno di lei.
    Scintilla in quello era brava. Le si era scaldato il cuore: altroché ali pallide! Avrebbe fatto vedere loro di che razza di pasta di fatina era fatta!
    “Ho aperto la porta a quel povero lupo, mica poteva morire dal freddo?” si era giustificata dopo con la Fata Maestra, che ancora la guardava in quel suo modo cattivo, davanti alla classe.
    Risate, anche qui, nel sottofondo. Ali pallide. Sciocca. Ingenua. Un brusio maligno.
    “Come puoi essere tanto stupida da cascarci ogni volta!? -le aveva chiesto, seccata- Abbiamo dovuto chiamare il cacciatore per tirare fuori la nonna dalla pancia di quel beone ingordo! E fortuna tua che era tutta intera.”.
    Con la fame che aveva non c’era da stupirsi pensò Scintilla, quietamente.
    Dopo era stata la volta del vestito non smacchiato bene per il ballo di Cenerentola.
    “Se non fossi intervenuta io, come sarebbe andata a finire, povera sciocca fatina apprendista?” aveva commentato sempre in classe la Fata Maestra.
    Ali pallide era diventato il suo nomignolo, non più Scintilla.
    Infine quella vecchina.
    Scintilla era indaffarata a svolazzare di qua e di là per i suoi compiti, come suo solito. Non aveva visto la vecchina. Ma l’aveva sentita. Eccome… un dolore sordo e pulsante al cranio con un bernoccolo allucinante nello scontro e nel sottofondo qualcuno che sbraitava.
    “Levati da qua miserabile stracciona che mi rovini la clientela!”
    Il fruttivendolo, buon uomo in genere, era fuori dal negozio con occhi spiritati e la testa che viaggiava di qua e di là. Con grandi falcate raggiunse la vecchia le mani tese in avanti, come per strozzarla.
    Ma la vecchina era più veloce. Svicolò rapidamente dalla traiettoria, mentre l’uomo esaperato tirava prima un calcio e poi un altro. Ancora prese l’aria con frustrazione: giusto nel posto dove si trovava la malefica vecchia un attimo prima. Ma lei era più veloce e più furba, lo sapeva. E si teneva sempre appena fuori mira.
    Non appena si dissiparono le stelline vorticanti attorno al suo bernoccolo Scintilla osservò affascinata la rapida schermaglia di colpi e di schivate. Un altro calcio, un altro e un altro ancora, sempre a vuoto. L’uomo avanzò più veloce e furibondo ed ecco una nuova scarica di colpi. Ebbe insperata fortuna: centrò il cestino che la vecchia teneva tra le mani e quello rotolò via sul selciato.
    “Ohi ohi ohi!” delirava mormorando la vecchina, scuotendo le mani, mentre le perfette mele rosse rotolavano come tante biglie nel canale di scolo della strada e da qui giù nelle capienti fogne, a perdersi galleggiando nelle acque puzzolenti.
    Scintilla, presa da compassione si avvicinò alla vecchia, seduta scompostamente come un mucchio di stracci sul selciato.
    “Posso aiutarla?” aveva chiesto.
    “Posso aiutarla, signora?” aveva ripetuto con apprensione, non ricevendo altra risposta che un composto piagnucolio.
    “E come piccola mia? Ormai a quest’ora è tutto chiuso. Non senti le serrande dell’ortofrutta che già chiudono? Cosa porterò alla mia piccola bambina?” si lamentò la vecchia.
    E come a sottolineare le sue parole il fruttivendolo davanti a loro, presa la ritirata, calò le grate delle vetrine e chiuse l’ultimo degli innumerevoli lucchetti, facendo scattare tutte insieme le numerose serrature magiche.
    “Maledetta vecchia, così impari.” sottolineò al riparo sicuro della grata, con un ghigno beffardo.
    Lei sembrò nemmeno rendersene conto, se non fosse per il fatto che Scintilla aveva creduto per un attimo di intravedere uno scintillio nei suoi occhi. Ma probabilmente si era sbagliata.
    Scintilla si era sentita in dovere. E se fosse stata la nonna di Cappuccetto Rosso? Doveva rimediare! Meglio che mai il fato le dava un’occasione per recuperare.
    “Bian-ca-ne-ve!” compitò quasi urlando la Fata Maestra in classe, il giorno dopo. “Tu, stupidella che non sei altro avresti dovuto saperlo. Quella vecchia era la matrigna di Biancaneve! Non hai mai sentito parlare delle mele avvelenate? Ah ma già: gliele hai procurate tu di nuove! Stupidella Ali Pallide”.
    Ali Pallide, con le iniziali in maiuscolo. Non più mormorato ma esclamato ad alta voce davanti a tutti. Da nomignolo dispregiativo era diventato il suo nome.
    Tutti la evitavano ora.
    Lisciò le ali, ma il dolore sordo pulsava fino alla testa, fresco come il ricordo delle fiamme.
    Era cominciato tutto con quel bambino, seduto a piagnuocolare sul bordo della strada più trafficata del regno. Nelle orecchie le risuonava ancora il il suo urlo disperato:
    “Voglio la mamma! dove sono?”
    “Ma nel paese delle fiabe, piccolino.” aveva cercato di consolarlo, mentre la sorellina più piccola la guardava, con gli occhioni sgranati. Lei era la più forte dei due e se ne stava in piedi accanto al fratello, senza dire nulla. Lui si chiamava Hansel e lei Gretel, o forse il contrario? Non ricordava più bene.
    Lei era una fatina apprendista e quelli erano due bambini bisognosi. Non avrebbe mai potuto essere più fortunata. Letteralmente pendevano dalle sue labbra.
    “Che ne dite bambini, se facessi per voi una bella casina, mentre aspettate di tornare a casa? magari una casetta di marzapane?” aveva proposto.
    Il bambino aveva trattenuto il moccio tirando su rumorosamente con il naso e sollevando la testa con interesse, mentre la sorella faceva di sì vigorosamente con il suo piccolo capino, le lacrime fresche sulle guance.
    Un’idea troppo buona, pensò ora Scintilla.
    I bambini erano entusiasti. Correvano come grilli dentro quel piccolo capolavoro di polvere di fatina. Scintilla era entrata con loro, deliziata dalla loro meraviglia.
    Che la chiamassero Ali Pallide ora, che ci provassero!
    Anche la strega sgattaiolata sul retro, senza farsi vedere da nessuno, li aspettava dentro con entusiasmo.
    Senza alcun preavviso, un istante dopo che i bambini erano entrati in quel gigantesco capolavoro di marzapane, le fiamme avevano avvolto tutto crepitando voraci. Da dove si trovava ora Scintilla sentiva ancora il calore sul volto e gli schiocchi degli ultimi pezzi di marzapane che cedevano di schianto. Le urla le ignorava già da un po’, ma si erano notevolmente affievolite. La strega aveva smesso di ridere, forse aveva la bocca piena, visto che diceva qualcosa, ma Scintilla non aveva ben capito.
    Sembrava dicesse marscmellou… o qualcosa del genere.
    Cosa avrebbe detto la Fata Maestra stavolta?
    In qualche modo sicuramente avrebbe commentato. Al pensiero il dolore sordo si annullò mentre le ali abbruttite si impallidivano e diventavano inerti: almeno così sentiva meno il dolore. Ci si sarebbe dovuta abituare.
    La Fata Maestra aveva iniziato le loro lezioni così anni prima: “Questo, care mie fatine è il mondo delle fiabe, ma anche qui talvolta le ali vengono tagliate alle fatine inesperte. Pensate sempre a questo.”.
    E aveva sorriso. Un sorriso non dissimile da quella sua abituale espressione maligna.

  38. 379 Strikeiron

    Non ci avrei mai creduto Gamberetta, ma su queste cose… anche se il tempo passa mi sento un po’ bulldog. Ho avuto un po’ di casini, ma è arrivato il pomeriggio in cui mi sono COSTRETTO a riprendere in mano un vecchio scheletro nell’armadio.

    Le ali traslucide erano macchiate in più punti di opaco e di fuliggine.
    Scintilla provò a non pensarci, ma ogni volta la testa tornava sullo stesso punto. Lo distoglieva e ci ritornava. Di nuovo. E ancora. Lisciava le ali con delicatezza, anche se nemmeno l’acqua fresca di rugiada era capace di darle sollievo. Non serve, pensò, eppure non riesco farne a meno. Le piegò richiudendole e le ridistese, sperando che il dolore passasse ma quello continuò, sordo e martellante. Non solo: le membrane rimanevano macchiate e consunte. Cosa avrebbe detto la Fata Maestra?
    “Cos’hai combinato stavolta?” le aveva chiesto qualche giorno prima, esasperata. La disapprovava e molto, anche. Si sentiva bene dal tono di voce che aveva usato durante la lezione.
    Risatine leggere, come trilli di campanelli e il brusio di voci infantili nel sottofondo da parte delle altre fatine sue compagne di classe:
    “Ma l’hai vista? Anche stavolta ha combinato una delle sue! Che stupida, inutile fatina apprendista”
    “Che sciocca!”
    “Ali pallide!”
    Scintilla spalancò gli occhi al solo ricordo. Un rombo di sangue che dalle ali va alla testa. Un calore pulsante al volto che rende le ali pallide e fredde. E in quei momenti non riesci neppure più a volare, senti un peso che ti lega a terra e a quello che provi. Nessuna fatina esperta cade mai in questo errore.
    La Fata Maestra le aveva guardato le ali con disprezzo e un sorriso cattivo:
    “Non vorrai mica che le tue inutili emozioni ti leghino a terra? Siamo fatine solo perché capaci di volare, altrimenti tanto varrebbe che ti facessi tagliare le ali.”
    Risatine sguaiate nella classe.
    No quello non era giusto, pensò Scintilla.
    Si era sentita in quel modo molte altre volte.
    Come quando aveva incontrato quel grosso lupo, fuori dalla casetta di Cappuccetto Rosso.
    Se ne stava là a tremare dal freddo e gli aveva fatto una gran compassione.
    “Come mai sei qua tutto solo, buon Lupo?” aveva chiesto.
    L’altro aveva risposto a fatica, le parole ingoiate dal battito dei denti per il freddo:
    “So-so-n… sono rimas- sto chi-chi-chi-uso fuo-o-ri-ri”.
    Nel silenzio il suo stomaco aveva cacciato un iperbolico brontolio.
    Aveva freddo e fame. Aveva bisogno di lei.
    Scintilla in quello era brava. Le si era scaldato il cuore: altroché ali pallide! Avrebbe fatto vedere loro di che razza di pasta di fatina era fatta!
    “Ho aperto la porta a quel povero lupo, mica poteva morire dal freddo?” si era giustificata dopo con la Fata Maestra, che ancora la guardava in quel suo modo cattivo, davanti alla classe.
    Risate, anche qui, nel sottofondo. Ali pallide. Sciocca. Ingenua. Un brusio maligno.
    “Come puoi essere tanto stupida da cascarci ogni volta!? -le aveva chiesto, seccata- Abbiamo dovuto chiamare il cacciatore per tirare fuori la nonna dalla pancia di quel beone ingordo!”.
    Dopo era stata la volta del vestito non smacchiato bene per il ballo di Cenerentola.
    “Se non fossi intervenuta io, come sarebbe andata a finire, povera sciocca fatina apprendista?” aveva commentato sempre in classe la Fata Maestra.
    Ali pallide era diventato il suo nomignolo, non più Scintilla.
    Infine quella vecchina.
    Scintilla era indaffarata a svolazzare di qua e di là per i suoi compiti, come suo solito. Non aveva visto la vecchina. Ma l’aveva sentita. Eccome… un dolore sordo e pulsante al cranio con un bernoccolo allucinante nello scontro e nel sottofondo qualcuno che sbraitava.
    “Levati da qua miserabile stracciona che mi rovini la clientela.!”
    Il fruttivendolo era uscito dal negozio con occhi spiritati e voltava la testa di qua e di là. Vedendo la vecchia davanti a lui camminò a grandi falcate, le mani tese in avanti.
    Ma la vecchia era più veloce. Si levò rapidamente dalla sua traiettoria, mentre l’uomo esaperato tirava prima un calcio e poi un altro. Prese l’aria: la vecchia era più veloce e più furba. Sempre appena fuori mira. Preso dall’esasperazione l’uomo avanzò più veloce e tirò una nuova scarica di calci, più con frustrazione che con convinzione. Ebbe fortuna: centrò il cestino che la vecchia teneva tra le mani e quello rotolò via sul selciato.
    “Ohi ohi ohi!” delirava mormorando la vecchina, mentre le perfette mele rosse rotolavano come tante biglie nel canale di scolo della strada e da qui giù nelle capienti fogne, a perdersi galleggiando nelle acque puzzolenti.
    Il moto vorticoso di tante stelle era appena scomparso da davanti agli occhi di Scintilla, quando si era avvicinata mortificata all’oggetto del suo scontro.
    “Posso aiutarla?” aveva chiesto.
    “Posso aiutarla, signora?” aveva ripetuto con apprensione, non ricevendo altra risposta che un composto piagnucolio.
    “E come piccola mia? Ormai a quest’ora è tutto chiuso. Non senti le serrande dell’ortofrutta che già chiudono? Cosa porterò alla mia piccola bambina?” si lamentò la vecchia.
    ll fruttivendolo davanti a loro aveva precipitosamente preso la ritirata, approfittando dell’attimo di distrazione per calare le grate delle vetrine chiudere l’ultimo degli innumerevoli lucchetti, facendo scattare tutte insieme le numerose serrature magiche.
    “Maledetta vecchia, così impari.” sottolineò al riparo sicuro della grata con un ghigno beffardo.
    Lei sembrò nemmeno rendersene conto, se nopn fosse per il fatto che Scintilla aveva creduto per un attimo di intravedere uno scintillio nei suoi occhi. Ma probabilmente si era sbagliata.
    Scintilla si era sentita in dovere. E se fosse stata la nonna di Cappuccetto Rosso? Doveva rimediare! Meglio che mai il fato le dava un’occasione per recuperare.
    “Bian-ca-ne-ve!” compitò quasi urlando la Fata Maestra in classe, il giorno dopo. “Tu, stupidella che non sei altro avresti dovuto saperlo. Quella era la matrigna di Biancaneve! Non hai mai sentito parlare delle mele avvelenate? Ah ma già: gliele hai procurate tu di nuove! Stupidella Ali Pallide”.
    Ali Pallide, con le iniziali in maiuscolo. Non più mormorato ma detto ad alta voce davanti a tutti. Da nomignolo dispregiativo era diventato il suo nome.
    Tutti la evitavano ora.
    Lisciò le ali, ma il dolore sordo pulsava fino alla testa, fresco come il ricordo delle fiamme.
    Era cominciato tutto con quel bambino, seduto a piagnuocolare sul bordo della strada più trafficata del regno. Nelle orecchie le risuonava ancora il il suo urlo disperato:
    “Voglio la mamma! dove sono?”
    “Ma nel paese delle fiabe, piccolino.” aveva cercato di consolarlo, mentre la sorellina più piccola la guardava, con gli occhioni sgranati. Lei era la più forte dei due e se ne stava in piedi accanto al fratello, senza dire nulla. Lui si chiamava Hansel e lei Gretel, o forse il contrario? Non ricordava più bene.
    Lei era una fatina apprendista e quelli erano due bambini bisognosi. Non avrebbe mai potuto essere più fortunata. Letteralmente pendevano dalle sue labbra.
    “Che ne dite bambini, se facessi per voi una bella casina, mentre aspettate di tornare a casa? magari una casetta di marzapane?” aveva proposto.
    Il bambino aveva trattenuto il moccio tirando su rumorosamente con il naso e sollevando la testa con interesse, mentre la sorella faceva di sì vigorosamente con il suo piccolo capino, le lacrime fresche sulle guance.
    Un’idea troppo buona, pensò ora Scintilla.
    I bambini erano entusiasti. Correvano come grilli dentro quel piccolo capolavoro di polvere di fatina. Scintilla era entrata con loro.
    Anche la strega sgattaiolata sul retro, senza farsi vedere da nessuno, li aspettava dentro con entusiasmo.
    Senza alcun preavviso, un istante dopo che i bambini erano entrati in quel gigantesco capolavoro di marzapane, le fiamme avevano avvolto tutto crepitando voraci. Da dove si trovava ora Scintilla sentiva ancora il calore sul volto e gli schiocchi degli ultimi pezzi di marzapane che cedevano di schianto. Le urla le ignorava già da un po’, ma si erano notevolmente affievolite. La strega aveva smesso di ridere, forse aveva la bocca piena, visto che diceva qualcosa, ma Scintilla non aveva ben capito.
    Sembrava dicesse marscmellou… o qualcosa del genere.
    Cosa avrebbe detto la Fata Maestra stavolta?
    In qualche modo sicuramente avrebbe commentato. Al pensiero il dolore sordo si annullò mentre le ali abbruttite si impallidivano e diventavano inerti: almeno così sentiva meno il dolore. Ci si sarebbe dovuta abituare.
    La Fata Maestra aveva iniziato le loro lezioni così anni prima: “Questo, care mie fatine è il mondo delle fiabe, ma anche qui talvolta le ali vengono tagliate alle fatine inesperte. Pensate sempre a questo.”.
    E aveva sorriso. Un sorriso non dissimile da quella sua abituale espressione maligna.

  39. 378 Bard

    Ciao Gamberetta, seguo il tuo blog da poco ma lo trovo molto ben fatto e pieno di idee interessanti.
    Belli gli articoli sulla scrittura, questo in particolare mi ha fatto riflettere su risvolti tecnica narrativa/lettore a cui non avevo mai pensato.
    Ecco qui il mio compito, faccio le scuse in anticipo per la lunghezza… per il resto mi rimetto alla tua clemenza ^__^!

    Lametta guardò la porta a vetri del negozio con trepidazione. L’insegna luminosa recitava ” Punto Fairybet”, ogni lettera un tubicino pieno di polvere fatata. Subito sotto, sulla porta a vetri, un altra scritta con lettere adesive ” Punta sul tuo Unicorno vincente!”.
    Ci siamo, pensò, sono arrivata finalmente! Sbuffò. Aveva camminato per mezza giornata sotto un sole cocente cercando quel maledettissimo Punto Fairybet. Il sudore le imperlava la fronte e il vestito le si incollava addosso, sulla schiena era così bagnato che lo avrebbe potuto strizzare. Fortuna che era nero, le chiazze non si vedevano troppo. Inoltre puzzava da morire.
    Non che prima fosse ridotta tanto meglio, ad essere sinceri. Non faceva un bagno decente da quando si era chiusa alle spalle la porta di casa, piano piano, trascinandola con delicatezza centimetro per centimetro per evitare di fare rumore e svegliare quei tiranni dei suoi genitori. Quanto aveva pregustato quel momento, quando il vento notturno della libertà le aveva scompigliato i capelli…
    Capelli che ora erano unti e pieni di forfora, e gli ricadevano in ciocche sudaticce sulla fronte.
    Li scostò con un gesto stizzoso. Prese un paio di respiri profondi e cercò di fare qualcosa per l’unico problema che poteva risolvere: l’odore rancido che emanava. Afferrò il vecchio zaino pieno di buchi che conteneva i suoi pochi effetti personali e ci infilò un braccio dentro, rovistandolo alla ricerca del deodorante. Quando le sue mani si chiusero sul freddo tubetto cilindrico lo estrasse e si spruzzò addosso una generosa dose di “Profumo di rose fatate”. Aaaahhh, ora andava molto meglio.
    Si diede un’ultima sistemata davanti alla vetrina del negozio: si riavviò i capelli arruffati e li fermò con le sue spille preferite, quelle a forma di testa di coniglietto rosa. Mise in ordine i suoi bracciali con le apette al braccio sinistro a con le paperelle sul destro, le sua collana di conchiglie, quella col pendente a forma di teschio zannuto e quella con le palline spugnose di tutti i colori.
    Dopodiché afferrò lo zaino ed entrò a larghi passi, con un sorriso sicuro stampato in faccia. L’unico particolare che tradiva il suo nervosismo erano le sue ali che sbattevano velocissime producendo un flap flap flap a dir poco fastidioso.
    L’interno della ricevitoria era completamente bianco, sedie bianche, muri bianchi, e uno sportello bianco dove un giovane folletto aveva la bocca spalancata in uno sbadiglio titanico, tanto che Lametta pensò che se non si fosse messo la mano davanti alla bocca gli avrebbe visto fin dentro lo stomaco. In alto, in un angolo, uno schermo trasmetteva una corsa, Unicorni bardati che correvano con la lingua penzoloni, sollevando nuvole di polvere a ogni falcata.
    Il posto era vuoto a parte lei, e il folletto non l’aveva notata tant’era impegnato, così si avvicino con lentezza allo sportello. Speriamo che vada meglio dell’ultimo colloquio, pensò. Più che cacciata si poteva dire che l’ultima volta l’avevano proprio calciata fuori. Si ricordava ancora dell’elfo calvo, col volto gonfio e paonazzo, che gli sbraitava addosso sputacchiando saliva ovunque: – Così impari a chiamarmi pelato, stronza!-
    Schiarendosi rumorosamente la gola, Lametta riuscì ad attirare l’attenzione del folletto, che si riscosse così all’improvviso che per poco non cadde dalla sedia. Si riprese subito, però, e la guardò dalla punta dei piedi a quella dei capelli almeno un paio di volte, con gli occhi che facevano su e giù, su e giù, come se non capisse bene cosa aveva davanti.
    Alla fine sbottò con una vocetta stridula: – Guardi, sicuramente ha sbagliato posto. Il servizio Fate ed Elfi Bisognosi è giusto un isolato più avanti.-
    Cosa? Va bene che non era il suo aspetto migliore, ma come si permetteva quel bastardo di insultarla in quel modo? Le salì il sangue al cervello, sentì che diventava rossa di rabbia e strinse le mani a pugno così forte che le nocche scricchiolarono.
    Però non poteva giocarsi un altra occasione. Non subito almeno. Cercò di calmarsi, ma il meglio che gli riuscì fu di dire con voce roca: – Sono qui per l’inserzione sul sito della Fairybet, per il posto da commessa part time- trattenendosi a stento dall’urlare.
    -Ah. Molto bene.- Il folletto inarcò le sopracciglia scettico, e la squadrò di nuovo arricciando il labbro, con aria vagamente disgustata.
    Cazzo, se mi guarda di nuovo gli spacco la faccia a questo maiale! Lametta immaginò con piacere il suo pugno che si schiantava sul naso a punta del folletto, il crac della cartilagine che si rompeva…
    -Allora, dimmi come ti chiami e quali sarebbero i tuoi orari ideali di lavoro.-
    La fata si riscosse dalle sue fantasie in tempo per rispondere: -Mi chiamo Lametta, e mi piacerebbe lavorare di lunedì il turno di mattina, anche martedì di mattina, mercoledì no che la sera ho un corso di teatro postmoderno, poi giovedì non posso proprio tutto il giorno, sa, sono cantante di un gruppo Fairypunk, venerdì la sera, che la mattina ho da fare al corso di disegno e…-
    Si fermò, perplessa. Il folletto maiale la fissava con gli occhi sgranati. Per quale motivo poi? Aveva pur diritto a coltivare i suoi hobby, le piaceva cantare con gli Straccions, il suo gruppo, radunarsi nel puzzolente garage di Sghembo e fare un po’ di casino. Inoltre non aveva certo intenzione di rinunciare al corso di teatro, era innamorata del maestro, un elfo con due baffetti davvero postmoderni ed uno sguardo magnetico, né tanto meno a quello di disegno, che doveva iniziare proprio quella settimana. Aveva speso i suoi ultimi risparmi per iscriversi!
    -Beh comunque sia- disse il folletto dopo aver deglutito- non sono io a decidere. Devi scrivere le tue preferenze qui- estrasse un foglio di carta pieno stampata da un raccoglitore e glielo porse,indicando col dito un riquadro bianco.
    -Poi metti una firma qui e qui e mi fai vedere il documento per l’autenticazione.-
    Oh, no! Col documento avrebbe capito subito che non era maggiorenne!
    Mentre cercava una scusa plausibile per non consegnare la sua carta d’identità, con le ali che le frullavano velocissime sulla schiena, il folletto le disse ridacchiando: – Ti avverto subito però: se vieni a lavorare qui dovrai vestirti in modo più… come dire… consono.-
    Le ali si fermarono all’istante. -Perché, cos’ha il mio modo di vestire che non va?-
    -Beh non sei molto professionale con quel vestitino- continuò l’altro – e poi sei piena di chincaglieria! Quella collana orribile, per esempio…-
    CRAC
    Il braccio si era disteso, il pugno era entrato nel foro circolare nel vetro dello sportello e aveva colpito in pieno il naso del folletto, che era caduto all’indietro dalla sedia con tonfo sordo.
    Quando si rialzò era rosso in volto e si teneva il naso con le mani sporche di sangue.
    -Baledetta buttana- biascicò -Esci di gui!-
    Per tutta risposta Lametta gli diede un altro pugno.
    Maledetto maiale, gli sta bene!
    Uscì impettita dal negozio, seguita dalle urla del folletto.
    Dannazione, tutto daccapo…

  40. 377 giovanni

    Vorrei ringraziarti per aver scritto questo manuale,mi ha aiutato a capire molte cose nonchè ispirato più di quanto mi aspettassi.
    Grazie.

  41. 376 Gamberetta

    Questo articolo avrei voluto scriverlo io, ma negli ultimi giorni ho avuto alcuni problemi personali e non ho potuto occuparmene. Poco male, il Duca ha scritto un ottimo pezzo.

  42. 375 dr Jack

    @ Il Guardiano

    Per me, la prima uccisione (soprattutto di una decina di persone) è centrale per qualunque individuo. Tu no.

    Questo è un altro argomento. Si tratta di cliché e altre questioni.
    Non ne parlo qua per non inquinare ulteriormente il topic.

    Questo non invalida la regola dello show don’t tell, anzi è un’applicazione della regola a un certo genere di narrativa.

    E chi lo ha mai detto… in nessuno dei commenti viene affermata una cosa del genere.

    Se siamo tutti d’accordo con le spiegazioni di Gamberetta è inutile stare ancora a discutere.

    @ bebbo

    io faccio parte di che? O.o ma scusa che hai bevuto??? dove ho scritto che io faccio parte di un gruppo o chissà che?

    Io ho letto questa tua frase:

    tra l’altro, piccolissima parentesi, ma tu pensi che i veri critici letterari non si spancino dalle risate a vedere ALCUNE delle cose lette qui?

    Dal tono della frase ho pensato che condividessi l’opinione di questo gruppo di ridaroli e ne facessi quindi parte.
    Se non è cos’ va bene. Fa niente. Colpa mia.

    – Base del ragionamento di bebbo: Io ho ragione perché i gusti sono vari. -> No comment.

    ecco appunto, si arriva al punto (cioè che usare dove mi pare il metodo che mi pare ,show o tell, è una questione di stile mio personale per cui non condivisibile ma non bollabile come errore) e ti nascondi dietro a un “no comment”.

    Hai ragione. Non posso contraddirti. Se giustifichi un ragionamento con “a qualcuno può piacere” non posso negarlo.
    A qualcuno può piacere qualsiasi cosa.
    Guarda Zwei che si diverte a leggere fantatrash :p.
    Sono certo che ci sia di peggio.

    Per il resto chissenefrega, tanto da quanto dici io non capisco quello che vuoi dire e tu non capisci quello che dico.
    Tanto vale smetterla.

  43. 374 bebbo

    Possibile contestazione: ma è quello che stava dicendo bebbo!
    Mi hanno accusato di non averlo letto. Al contrario. Ho analizzato i suoi messaggi.
    - Se usi il tell la storia avrà meno dettagli e rende tutto più vago -> troppo frantendibile con la suspense. -> Affermazione corretta: se usi il tell inserirai meno dettagli azion/canale sensoriale. Il tell in linea di massima offre PIU’ informazioni in modo MENO coinvolgente.
    - Si può usare il tell con l’intento di essere vaghi -> atteggiamento scorretto. -> Affermazione corretta: puoi usare il tell per saltare parti noiose della storia.

    fin qua non c’ho capito nulla

    - Io faccio parte di un gruppo di gente che ride di voi, e noi siamo sostenuti da “la gente del settore” -> e grazie al cazzo.

    io faccio parte di che? O.o ma scusa che hai bevuto??? dove ho scritto che io faccio parte di un gruppo o chissà che?

    - Base del ragionamento di bebbo: Io ho ragione perché i gusti sono vari. -> No comment.

    ecco appunto, si arriva al punto (cioè che usare dove mi pare il metodo che mi pare ,show o tell, è una questione di stile mio personale per cui non condivisibile ma non bollabile come errore) e ti nascondi dietro a un “no comment”. E sai perchè? perchè ovviamente non puoi dire niente, non puoi classificare una cosa del genere come “errore” ma solo come “brutto” ed il brutto è soggettivo , mentre l’errore, quello è oggettivo .

  44. 373 bebbo

    aggiungo solo una cosa, nel commento 372 nella parte grassettata inizialmente volevo solo mettere in risalto il fatto che ti stessi contraddicendo poi ho cambiato idea e ho dimenticato di toglierlo, quindi il grassetto dove dici che il tell è meno vago NON è ciò che ho detto io, ma quello dove dici che il tell è usato per bla bla bla si.

  45. 372 bebbo

    La credenziale “gente del settore” è negativa.
    Tu chiaramente credi il contrario e usi la strategia “ma alcuni di loro sono bravi, non biosgna generalizzare”.
    Non nego questa possibilità. Posso solo dire che si nascondono bene.

    siamo sempre lì, per te la “gente del settore” fa schifo, io non lo so e quando parlo di gente del settore mi riferisco a “uno che ne capisce che ha studiato e che con quel lavoro ci vive” e do per scontato si tratti di una persona preparata.
    Tra l’altro tutta questa cagnara non serve a nulla perchè io mi riferivo a un critico letterario non a quello che ha pubblicato questo o quel romanzo di questo quell’autore pietoso.
    Quel che volevo direè: uno esperto (puoi metterci da umberto eco al tuo vicino di casa,non me ne frega niente) passa di qua e per certe cose scritte si mette a ridere

    tell= – dettagliato
    – dettagliato = + vago

    Innanzitutto con il tell non dai meno dettagli IN GENERALE. Con il tell offri meno dettagli SENSORIALI / di Azione.

    estigà? non cambia il mio discorso

    Al contrario il tell riguardo a capire cosa succede è MENO vago.
    Tell = spiegare cosa succede.
    Show = mostrare cosa succede.
    Indovina tu quale è il più chiaro (meno vago) per comprendere cosa sta succedendo.

    Non a caso il tell viene consigliato quando non si trovano alternative per contenere più dettagli irrilevanti in meno spazio.

    è quello che sto dicendo io, e aggiungo solo: l’autore usa show e tell quando gli pare, se a te non piace quando li usa sei liberissimo di dire che non ti piace come scrive, non che commette un errore nello scrivere.
    tutto qui, molto molto semplice.

    Proprio non ce la fai a ragionare senza usare i “gusti” come motivazione? Va bene.

    guarda leggendo questo pezzo mi è venuta voglia di smettere di risponderti, faccio l’ultimo tentativo: certo che “non ce la faccio a non ragionare senza usare i gusti come motivazione” perchè questa è la motivazione di cui parlo fin dall’inzio, perchè mai dovrei cambiarla? O____O sto sostenendo solo e unicamente questo: uso show qua tell là o show là e tell qua, non è un errore, è solo il mio stile, non ti piace?bene, dimmi che non ti piace non che “sto sbagliando”.

    Io non mi ritengo abbastanza esperto per comprendere i gusti di una così vasta comunità come il pubblico della narrativa genere; quindi ascolto i professionisti internazionali che consigliano lo show don’t tell.

    Se tu sei così bravo da comprendere questi gusti di genere e conosci tecniche ancora più avanzate che neanche i professionisti di tutto il mondo riportano allora io non sono abbastanza esperto per discutere con te.

    ma a me non me ne frega nulla di sapere cosa gradisce chi , sto solo sostenendo che quando uno scrive in un certo modo diverso da quello che tu gradisci, ciò non significa che stia commettendo un errore, ma solo che non condividete lo stesso gusto.

    ora che mi auguro sia chiaro, se hai qualcosa da dirmi riguardo a questo bene, se ancora dobbiamo stare bloccati su cose che non ho detto, mi limito a invitarti a rileggere ciò che ho già scritto.

  46. 371 Il Guardiano

    E io affermavo che dal mio punto di vista quelle parti non erano così fondamentali.
    Non stavamo parlando di show don’t tell, stavamo discutendo se era applicabile questo concetto già detto da Gamberetta e già rimarcato da Angra

    Dando per scontato che tutti qui ritengono lo Show più coinvolgente del Tell, mi puoi spiegare come puoi dire che una scena come quella descritta da bebbo sia sbagliata perché, indipendentemente dai gusti, è raccontata e non mostrata e la prima uccisione di un assassino può essere semplicemente raccontata e giusta?
    Per me, la prima uccisione (soprattutto di una decina di persone) è centrale per qualunque individuo. Tu no. Per te può esser raccontata. Solo voglia di polemica o incoerenza?

    Questo non invalida la regola dello show don’t tell, anzi è un’applicazione della regola a un certo genere di narrativa.

    E chi lo ha mai detto… in nessuno dei commenti viene affermata una cosa del genere.

    - Si può usare il tell con l’intento di essere vaghi -> atteggiamento scorretto. -> Affermazione corretta: puoi usare il tell per saltare parti noiose della storia.

    Ancora questione di gusti.

    Il fatto è che io posso dire che è sbagliato una punteggiatura, un apostrofo e via dicendo.
    Posso dire che è scorretto che un personaggio si comporti come un cretino senza una motivazione esplicita o velata.
    Ma non come usare lo Show e il tell.
    Al massimo posso dire: qui, io, per rendere meglio la tensione avrei fatto così.

  47. 370 dr Jack

    @ Il guardiano

    Io mi lamentavo per la frequente carenza di mostrato in parti fondamentali della storia… come ad esempio la prima uccisione/battaglia dell’assassino.

    E io affermavo che dal mio punto di vista quelle parti non erano così fondamentali.
    Non stavamo parlando di show don’t tell, stavamo discutendo se era applicabile questo concetto già detto da Gamberetta e già rimarcato da Angra:

    Negli articoli di Gamberetta, e nelle risposte alle domande sugli articoli, troverai detto che in alcuni casi è meglio raccontare.

    E si potrebbe ricollegare a quanto dici:

    A me una scena del genere piace perché è questione di gusti… e a te non piace perché è questione di gusti.
    Questo, soprattutto se si tratta di una scena non centrale, non può essere considerato un errore oggettivo.

    Se io sono un appassionato horror e tu sei un appassionato fantasy potremmo avere gusti diversi riguardo a quali scene tagliare con il tell.
    Questo non invalida la regola dello show don’t tell, anzi è un’applicazione della regola a un certo genere di narrativa.

    —————————-

    Possibile contestazione: ma è quello che stava dicendo bebbo!
    Mi hanno accusato di non averlo letto. Al contrario. Ho analizzato i suoi messaggi.
    - Se usi il tell la storia avrà meno dettagli e rende tutto più vago -> troppo frantendibile con la suspense. -> Affermazione corretta: se usi il tell inserirai meno dettagli azion/canale sensoriale. Il tell in linea di massima offre PIU’ informazioni in modo MENO coinvolgente.
    - Si può usare il tell con l’intento di essere vaghi -> atteggiamento scorretto. -> Affermazione corretta: puoi usare il tell per saltare parti noiose della storia.
    - Io faccio parte di un gruppo di gente che ride di voi, e noi siamo sostenuti da “la gente del settore” -> e grazie al cazzo.
    - Base del ragionamento di bebbo: Io ho ragione perché i gusti sono vari. -> No comment.

  48. 369 Il Guardiano

    @dr jack

    Io non ti capisco.
    Tempo fa parlammo, da qualche parte nel tuo blog, della Hobbs e della sua prima trilogia dell’assassino.
    Io mi lamentavo per la frequente carenza di mostrato in parti fondamentali della storia… come ad esempio la prima uccisione/battaglia dell’assassino.
    Mi lamentavo perché è stata liquidata con 5 righe e un (cito a memoria) “quel giorno ne uccisi dodici”.
    Stranamente tu invece la difendesti, dicendo che, tutto sommato, non c’era niente di male sia in questo episodio, sia in altri.
    Ora invece ti sento difendere a spada tratta lo showdonttell.
    A questo punto devo pensare che hai cambiato giudizio anche su romanzi come quelle dell’assassino?

    Non solo, continui a fraintendere la storia dei gusti.
    E’ sbagliato, per me, raccontare parti importanti della trama, per quanto possano esistere persone che non lo ritengono un errore.
    Non è sbagliato raccontare alcune parti.
    Una scena come quella degli animali pericolosi non è sbagliata in nessuno dei due modi in cui è stata proposta: è una fottutissima questione di gusti, dannazione.
    Gusti, cazzo. Non c’entrano le regole e le regolette del mostrare/raccontare. E non c’entra la litterary fiction.
    A me una scena del genere piace perché è questione di gusti… e a te non piace perché è questione di gusti.
    Questo, soprattutto se si tratta di una scena non centrale, non può essere considerato un errore oggettivo.

  49. 368 dr Jack

    io non ho la pretesa di sapere se “la gente del settore” faccia tutta schifo o meno

    La credenziale “gente del settore” è negativa.
    Tu chiaramente credi il contrario e usi la strategia “ma alcuni di loro sono bravi, non biosgna generalizzare”.
    Non nego questa possibilità. Posso solo dire che si nascondono bene.

    tell= – dettagliato
    – dettagliato = + vago

    Innanzitutto con il tell non dai meno dettagli IN GENERALE. Con il tell offri meno dettagli SENSORIALI / di Azione.

    Al contrario il tell riguardo a capire cosa succede è MENO vago.
    Tell = spiegare cosa succede.
    Show = mostrare cosa succede.
    Indovina tu quale è il più chiaro (meno vago) per comprendere cosa sta succedendo.

    Non a caso il tell viene consigliato quando non si trovano alternative per contenere più dettagli irrilevanti in meno spazio.

    cioè tu sostieni che quando si tratta di “narrativa di genere” c’è un solo metodo e non ci sono gusti? lo cosa mi farebbe parecchio sorridere quindi spero di aver capito male

    Proprio non ce la fai a ragionare senza usare i “gusti” come motivazione? Va bene.
    Io non mi ritengo abbastanza esperto per comprendere i gusti di una così vasta comunità come il pubblico della narrativa genere; quindi ascolto i professionisti internazionali che consigliano lo show don’t tell.

    Se tu sei così bravo da comprendere questi gusti di genere e conosci tecniche ancora più avanzate che neanche i professionisti di tutto il mondo riportano allora io non sono abbastanza esperto per discutere con te.

  50. 367 bebbo

    La “gente del settore” si è dimostrata una credenziale di NON in grado di soddisfare le richieste del pubblico.
    Se non sei d’accordo su questo non hai seguito gli ultimi tre anni di vicende sul web.

    io non ho la pretesa di sapere se “la gente del settore” faccia tutta schifo o meno, come in ogni professione ci sarà chi è bravo e chi no. Tu generalizzi, e lo fai pure sulla base del “web”, io sinceramente non riesco neanche a credere si possa ragionare così

    Parlare di gusti è parlare del sesso degli angeli.
    C’è gente a cui piace la literary fiction. Niente da dire, ognuno può fare quello che preferisce.
    Quando scrivi per il pubblico di narrativa di genere le cose cambiano.
    Il fatto che tu non comprenda questo altro elemento basilare, e che anzi utilizzi i “gusti” come ariete d’assalto per difendere i tuoi ragionamenti mi spinge a ritenerli irrilevanti.

    cioè tu sostieni che quando si tratta di “narrativa di genere” c’è un solo metodo e non ci sono gusti? lo cosa mi farebbe parecchio sorridere quindi spero di aver capito male

    assolutamente no, ti faccio un disegnino:
    ° le regole funzionano
    ° show=+ coinvolgente
    ° tell=- meno coinvolgente (cioè + vago)
    ° esprimersi con vaghezza è legittimo per chi scrive.
    Dov’è il conflitto?

    Se stai affermando che è giusto raccontare in tell perché è più vago stai affermando che le regole dello show don’t tell non fuzionano.

    no, rispiego:
    show= + dettagliato
    tell= – dettagliato
    – dettagliato = + vago
    tant’è che se devo scrivere a proposito un viaggio di 11 ore in treno uso il tell, risparmio molti dettagli, faccio più in fretta.

    Tra l’altro…
    Essere vaghi è importante, violare la regola dello show dont tell è sbagliato (fino a prova contraria ancora da dimostrare).
    Il fatto che consideri la possibilità di usare il raccontato per “essere vaghi” è tutta una tua idea.

    err…… come dire….. no.

    Si può essere vaghi con il mostrato

    e chi l’ha messo in dubbio?

    Il raccontato al massimo si può usare per velocizzare o tagliare parti noiose della storia, NON con lo scopo di essere vaghi.

    volendo lo si può usare anche per quello, come mostrato negli esempi precedenti

  51. 366 dr Jack

    La “gente del settore” si è dimostrata una credenziale di NON in grado di soddisfare le richieste del pubblico.
    Se non sei d’accordo su questo non hai seguito gli ultimi tre anni di vicende sul web.

    Guarda te la faccio molto breve: è tutta una questione di come chiamare qualcosa, se “regola” o “gusto personale”.

    Parlare di gusti è parlare del sesso degli angeli.
    C’è gente a cui piace la literary fiction. Niente da dire, ognuno può fare quello che preferisce.
    Quando scrivi per il pubblico di narrativa di genere le cose cambiano.
    Il fatto che tu non comprenda questo altro elemento basilare, e che anzi utilizzi i “gusti” come ariete d’assalto per difendere i tuoi ragionamenti mi spinge a ritenerli irrilevanti.

    assolutamente no, ti faccio un disegnino:
    ° le regole funzionano
    ° show=+ coinvolgente
    ° tell=- meno coinvolgente (cioè + vago)
    ° esprimersi con vaghezza è legittimo per chi scrive.
    Dov’è il conflitto?

    Se stai affermando che è giusto raccontare in tell perché è più vago stai affermando che le regole dello show don’t tell non fuzionano.

    Tra l’altro…
    Essere vaghi è importante, violare la regola dello show dont tell è sbagliato (fino a prova contraria ancora da dimostrare).
    Il fatto che consideri la possibilità di usare il raccontato per “essere vaghi” è tutta una tua idea.
    Si può essere vaghi con il mostrato. E tra l’altro l’essere “vaghi” è la base della suspense. E quindi richiesto.
    Il raccontato al massimo si può usare per velocizzare o tagliare parti noiose della storia, NON con lo scopo di essere vaghi.

  52. 365 bebbo

    @dr Jack

    detto ciò ti saluto visto che questo genere di schermaglie con questi “fraintendimenti” sono da livello di scuola e a me non interessano.

    Hai iniziato tu con il fingere di fraintendere.
    Nei tuoi messaggi si legge chiaramente che secondo te le regole dello show don’t tell non fuzionano.

    ancora dimostri di non aver capito ciò che ho scritto. Guarda te la faccio molto breve: è tutta una questione di come chiamare qualcosa, se “regola” o “gusto personale”.

    “Esprimersi con vaghezza è un modo legittimo di esprimersi dell’autore. Non sta scritto da nessuna parte che l’autore deve fugare tutti i dubbi di chi legge, voi potete dirmi che voi lo preferite, benissimo, è legittimo, ma è tutto qua, un vostro gusto.”

    Frase che confligge del tutto con:

    “Che “funzioni” non lo sto mettendo in dubbio, e questo è abbastanza chiaro se rileggi i miei commenti.”

    assolutamente no, ti faccio un disegnino:
    ° le regole funzionano
    ° show=+ coinvolgente
    ° tell=- meno coinvolgente (cioè + vago)
    ° esprimersi con vaghezza è legittimo per chi scrive.
    Dov’è il conflitto?

    Io ho frainteso volontariamente. Quindi è vero. Non sono migliore di te :p.

    io non ho frainteso niente volontariamente come invece hai fatto tu per “giocare a sfottere”, tu hai messo la discussione sul piano delle prese in giro, però davvero adesso finiamola qua perchè non c’entra niente col resto del discorso.

    Ultimo appunto: il metro per misurare la preparazione di qualcuno in un dato campo al momento nel mondo occidentale non è la lettura di un manuale ma al massimo il possesso di una laurea.

    Anche qua siamo d’accordo. Tra una laurea e la lettura di un manuale sono d’accordo.

    Tra una laurea e lo studio di una marea di manuali è evidente il contrario.

    c’è quella piccola differenza chiamata “esame”. quando ottieni una laurea hai provato a esperti che hai capito ciò che hai studiato. quando ti studi un manuale per conto tuo, no. Anche se dici che ne hai studiati tanti tanti. Ciò significa che puoi leggere tutti i manuali che vuoi, continui a non avere credenziali “reali”. Non che le credenziali reali servano a commentare su questo blog, ma sei stato tu a dirmi che devo “provare” qualcosa.

    Credere davvero alla gente associata alle case editrici che si spaccia per critico letterario perché ha una laurea per me è un insulto all’intelligenza.
    Quindi se per te ho reagito in maniera esagerata il tutto viene da qua. Sentirmi dire che questi “veri critici” ridono di Gamberetta è ridicolo e offensivo.

    mai parlato di gente che lavora per le case editrici o di qualcuno in particolare se non di un ideale VERO critico letterario,o per farla breve uno del settore . Non c’entra niente se poi nel settore trovi anche incompetenti (come dappertutto), è chiaro che l’esempio teorico è una persona realmente preparata.

  53. 364 dr Jack

    detto ciò ti saluto visto che questo genere di schermaglie con questi “fraintendimenti” sono da livello di scuola e a me non interessano.

    Hai iniziato tu con il fingere di fraintendere.
    Nei tuoi messaggi si legge chiaramente che secondo te le regole dello show don’t tell non fuzionano.

    Esprimersi con vaghezza è un modo legittimo di esprimersi dell’autore. Non sta scritto da nessuna parte che l’autore deve fugare tutti i dubbi di chi legge, voi potete dirmi che voi lo preferite, benissimo, è legittimo, ma è tutto qua, un vostro gusto.

    Frase che confligge del tutto con:

    Che “funzioni” non lo sto mettendo in dubbio, e questo è abbastanza chiaro se rileggi i miei commenti.

    Io ho frainteso volontariamente. Quindi è vero. Non sono migliore di te :p.

    Ultimo appunto: il metro per misurare la preparazione di qualcuno in un dato campo al momento nel mondo occidentale non è la lettura di un manuale ma al massimo il possesso di una laurea.

    Anche qua siamo d’accordo. Tra una laurea e la lettura di un manuale sono d’accordo.

    Tra una laurea e lo studio di una marea di manuali è evidente il contrario.

    Credere davvero alla gente associata alle case editrici che si spaccia per critico letterario perché ha una laurea per me è un insulto all’intelligenza.
    Quindi se per te ho reagito in maniera esagerata il tutto viene da qua. Sentirmi dire che questi “veri critici” ridono di Gamberetta è ridicolo e offensivo.

    La credibilità si conquista sul campo (e con campo inteno un luogo dove è possibile il contraddittorio, come internet), e non sventolando un titolo di studio o sponsorizzazioni di case editrici.

  54. 363 bebbo

    ecco qui passi al “prenderci in giro”, ad esempio fai finta di non capire che ciò che fa ridere non è il sarcasmo ma alcune opinioni, detto ciò ti saluto visto che questo genere di schermaglie con questi “fraintendimenti” sono da livello di scuola e a me non interessano.
    Ultimo appunto: il metro per misurare la preparazione di qualcuno in un dato campo al momento nel mondo occidentale non è la lettura di un manuale ma al massimo il possesso di una laurea.

  55. 362 dr Jack

    Che “funzioni” non lo sto mettendo in dubbio, e questo è abbastanza chiaro se rileggi i miei commenti.

    I commenti li ho letti.
    Le tue ragioni funzionano, ed è meglio seguire le regole show don’t tell.

    Siamo d’accordo quindi. A posto così. Colpa mia.

    per prima cosa non ho detto una cosa del genere, e in secondo luogo non crederai che tu e chi altro si è letto un manuale passi per critico letterario vero?

    Dipende da cosa intendi con il termine critico letterario.
    Se per critico letterario intendi pinco pallino che decide di esprimere le proprie personalissime impressioni perché lui è un gran fico allora no. Non mi aspetto abbia letto nessun manuale.
    Io quelli li chiamo noob saccenti intellettualoidi.

    tra l’altro, piccolissima parentesi, ma tu pensi che i veri critici letterari non si spancino dalle risate a vedere ALCUNE delle cose lette qui?

    Solo loro? Anche a me il sarcasmo di Gamberetta fa ridere. Riesce a spiegare concetti importanti anche buttando nel discorso battute interessanti.

    O forse stavi parlando di noob saccenti altri individui? Il riso abbonda sul loro viso.

  56. 361 bebbo

    @ Lela

    ci metti poco a sentirti offesa eh! Comunque guarda, sento di doverti delle scuse: ho dato per scontato che usando il termine “gamberetto-pensiero” e “fanatsimo-gamberettiano” non stessi considerando gamberetta come ideatrice di queste idee ma come seguace che, in questo blog, se ne fa portavoce. Diciamo che volevo solo sintetizzare, tutto qua, ma ero davvero convintissimo che fosse superscontato.
    Detto ciò, se tu non sei stata “convertita” ma hai sempre e solo pensato così, non hai motivo di sentirti tirata in ballo visto che io non ho fatto nomi (e , ti parrà strano ma davvero non ho “nomi” in testa). Questa mi pare più che altro la classica coda di paglia.

    che poi, lo so bene che non vuoi convincermi, e non mi pare di aver affermato il contrario, neanche io voglio convincere nessuno, discuto così, tanto per discutere visto che l’argomento mi interessa e non mi son trovato d’accordo.

    @Angra

    è una scelta il volere rendere una parte coinvolgente o meno!

    Sì, ed è una scelta sciagurata se quella parte dura più di tre righe

    Si, ma questo è un PARERE, non una REGOLA. E’ su questo che non concordo (al massimo si può parlare di “regola per scrivere come piace a me” ma mi sembrerebbe un cavillo intellettuale)

    Chiudo qui perché mi sembra davvero di stare a discutere se sia meglio rompersi una gamba o mangiare una torta.

    Questo mi pare il problema principale, siete limitati al vostro tipo di scrittura che è “mangiare una torta” mentre il resto è solo “rompersi una gamba”, più calzante sarebbe dire “mi sembra davvero di stare a discutere se sia meglio mangiare una torta alle fragole(che piace a me) o mangiare una torta al limone(che mi fa schifo, però oh, sempre una torta è, c’è anche a chi piace)”.

  57. 360 bebbo

    @ dr Jack

    caro dr jack, mi pare proprio che tu non abbia capito assolutamente nulla di ciò che ho detto. Ma andiamo con ordine.

    Oggigiorno non abbiamo la prova scientifica certa che lo show don’t tell funzioni (anche se qualcuna indiziaria molto convincente ce l’abbiamo),

    Che “funzioni” non lo sto mettendo in dubbio, e questo è abbastanza chiaro se rileggi i miei commenti. Anzi se ti rileggi il mio commento 349 lo dico chiaro e tondo. te lo riporto qua:

    L’unica regola che potrei accettare è : mostrare è più coinvolgente, raccontare lo è di meno

    .
    Da qua a dire che quando racconti “sbagli” e non “scrivi una cosa che a me non piace” ce ne passa parecchio.

    ma ehi, lo show don’t tell è ragionevole, se ne parla da un sacco di tempo e sembrano tutti d’accordo.
    Io ho letto una marea di manuali e anche lì sono tutti d’accordo.
    Vai su google, cerca “Show don’t tell” e vedrai che i dissidenti… o meglio vedrai… non li vedrai, almeno non nelle prime 3 pagine di ricerca, ma da qualche parte esisteranno.

    ma guarda che non è vero, e se tu ti sei letto mille manuali che dicono così hai letto spazzatura o hai letto male i manuali. I manuali non dicono “sempre e solo show, mai tell” i manuali dicono “se usiamo questo abbiamo questo effetto, se usiamo quest’altro abbiamo quest’altro effetto” poi sta a te decidere quando usarli. Se l’autore decide di usarli in un certo momento può essere che lui vuole che in quel momento il lettore non badi troppo a quel dettaglio. Tu puoi essere d’accordo o meno ma non puoi tacciarlo di “aver sbagliato.

    “Le regole dello show don’t tell non funzionano” è una frase da noob. (E la dicevo anch’io ai bei tempi quando vivevo nell’ignoranza.)

    ahahah, ma per favore :P, per prima cosa non ho detto una cosa del genere, e in secondo luogo non crederai che tu e chi altro si è letto un manuale passi per critico letterario vero?

    Se poi non si riesce a capire lo show don’t tell…
    … anzi. Io non ci credo.
    E’ troppo semplice.

    Più ti leggo più sono convinto che non hai letto o compreso i miei interventi

    il fanatismo gamberettiano

    e

    insomma non c’è possibilità: è si è gamberettiani e giusti o si è troisiani e deficenti, e poi ovviamente l’aggressività rassicura chi non ha ben chiare le proprie idee per cui un sacco di amatori cadono dalle nuvole e si convertono a gamberetta perchè , azzo, è così sicura e ha anche i manuali!

    Adesso lo show don’t tell viene messo in dubbio perché lo dice Gamberetta che è una kattivona?
    Eh basta. Smettiamola.

    vedi, anche questo pezzo, non c’entra niente!
    1-lo showdontell non è messo in dubbio, è messo in dubbio il fatto che non si riconosca all’autore la libertà di usare il tell quando gli pare a lui per i motivi che pare a lui ,solo perchè voi , legati al linguaggio che mostra e basta, non riuscite a capire le implicazioni di quel raccontato (è chiaro che non è sempre così eh, a volte la critica è fatta con ragione). Su questo voi vi basate per dire “non sai scrivere,sei un idiota, chi ti legge è un idiota” mentre dovreste al massimo dire “a me non piace come scrivi”.
    2-Il fatto che Gamberetta sia una Kattivona non era buttato lì ad cazzum, il termine “cattivo” riferito al modo di porsi gamberetta e virgolettato voleva significare “duro” “acido” “aggressivo” e così via, ed è innegabile, e mi pare di aver letto di sfuggita in qualche post che a gamberetta non frega nulla di ciò che questo comporta, vale a dire dell’essere definita acida dura aggressiva. L’aver definito il suo modo di porsi in quella maniera era collegato a un mio ragionamento per il quale quando ci si comporta così si ha generalmente più presa sulla massa dei lettori. Per fartela breve e semplice: generalmente si segue un leader che si dimostra sicuro di ciò che dice e che non teme smentite. Ciò non toglie che detto leader può comunque dire/fare cazzate.

    Con questo non voglio dire che sia scorretto discutere o mettere in dubbio lo show don’t tell. Ma prima di farlo sarebbe meglio avere un minimo di autorità in materia, dimostrare di aver letto almeno 3 o 4 manuali o quantomento avere una teoria precisa e testata con varie fonti.

    ahahahah scusa, devo “dimostrare” ??? ma dai! e poi cosa mi qualifica come “non noob” ?? l’aver letto i manuali ?? ahahaha ma daaaai!!! :PPP ma non farmi ridere :PPPP

    tra l’altro, piccolissima parentesi, ma tu pensi che i veri critici letterari non si spancino dalle risate a vedere ALCUNE delle cose lette qui?

    Altrimenti rimarranno solo frasi da noob offeso dall’atteggiamento di Gamberetta.

    guarda io non sono licia troisi o qualche altro recensito ferito in incognito, trovo semplicemente sbagliate alcune cose dette da gamberetta, come già detto.

  58. 359 Lela

    @ Bebbo
    Guarda, non è mia intenzione convincerti di niente. Tu puoi benissimo scrivere così e avere le tue motivazioni, io d’altra parte segnalare mancanze o lacune quando leggo cose che non mi convincono.
    Detto questo, non si tratta del “gambero-pensiero” come lo definisci tu: non è che perché l’ha detto Gamberetta allora è cosa buona e giusta, non si sta qui a subire bovinamente tutto quello che dice lei. Come altri ti hanno detto ci sono davvero tanti manuali che ne parlano, che lei ha studiato e riportato. Non è una cosa che si è inventata lei ieri sera e ci ha scritto sopra un post.
    Io ho fatto dei corsi, ho studiato, e mi hanno insegnato le stesse cose. E no, il corso non era tenuto da Gamberetta in persona, né tantomeno si studiava il “Manuale 3 – Mostrare” che trovi qui sopra!
    Poi, come ti dicevo prima, liberissimo di non essere d’accordo, ci mancherebbe. Però ti prego di non insultare l’intelligenza di tutti quanti parlando di “fanatismo gamberettiano”, grazie.

  59. 358 dr Jack

    Oggigiorno non abbiamo la prova scientifica certa che lo show don’t tell funzioni (anche se qualcuna indiziaria molto convincente ce l’abbiamo), ma ehi, lo show don’t tell è ragionevole, se ne parla da un sacco di tempo e sembrano tutti d’accordo.
    Io ho letto una marea di manuali e anche lì sono tutti d’accordo.
    Vai su google, cerca “Show don’t tell” e vedrai che i dissidenti… o meglio vedrai… non li vedrai, almeno non nelle prime 3 pagine di ricerca, ma da qualche parte esisteranno.

    “Le regole dello show don’t tell non funzionano” è una frase da noob. (E la dicevo anch’io ai bei tempi quando vivevo nell’ignoranza.)
    Se poi non si riesce a capire lo show don’t tell…
    … anzi. Io non ci credo.
    E’ troppo semplice.

    il fanatismo gamberettiano

    e

    insomma non c’è possibilità: è si è gamberettiani e giusti o si è troisiani e deficenti, e poi ovviamente l’aggressività rassicura chi non ha ben chiare le proprie idee per cui un sacco di amatori cadono dalle nuvole e si convertono a gamberetta perchè , azzo, è così sicura e ha anche i manuali!

    Adesso lo show don’t tell viene messo in dubbio perché lo dice Gamberetta che è una kattivona?
    Eh basta. Smettiamola.

    Con questo non voglio dire che sia scorretto discutere o mettere in dubbio lo show don’t tell. Ma prima di farlo sarebbe meglio avere un minimo di autorità in materia, dimostrare di aver letto almeno 3 o 4 manuali o quantomento avere una teoria precisa e testata con varie fonti.
    Altrimenti rimarranno solo frasi da noob offeso dall’atteggiamento di Gamberetta.

  60. 357 Angra

    Un libro “normale” per me è un libro in grado di mantenere vivo l’interesse dalla prima all’ultima pagina. Le parti noiose non vanno né mostrate né raccontate, vanno tolte. Tranne in rari casi, come le 11 ore di treno da risolversi comunque in tre righe, non esiste una ragione per la quale la scelta di raccontare in modo generico possa essere migliore di quella di mostrare dettagli concreti. Gli articoli di Gamberetta portano degli esempi. Puoi fare altrettanto? Trovare, ovunque tu voglia, una scena che mostra dettagli concreti che potrebbe migliorare se riscritta raccontando?

  61. 356 Il Guardiano

    Il lettore dovrà vivere ogni colpo di spada e schizzo di sangue, altrimenti l’autore ha fallito. Questo non è fanatismo, non è essere rigidi, è semplice buon senso.

    Ma qui si parla di casi limite e di cretinate.
    In un libro “normale” alcune parti raccontate (che non devono essere per forza 11 ore di tremo) mi vanno benissimo.
    Riprendendo l’esempio della casa dell’orrore, se il protagonista ci passa centinaia di volte nemmeno la nota. E non la mostra. Come uno che lavora in un laboratorio non nota gli animali feroci che fanno da cavia. Punto. Non c’è niente di male in questo.
    E’ semplice buon senso.

  62. 355 Angra

    @Il Guardiano:

    Non devi leggere altri cento manuali, devi solo leggere con attenzione – se ti interessa l’argomento – invece che andare a cercare materiale per far polemica. Negli articoli di Gamberetta, e nelle risposte alle domande sugli articoli, troverai detto che in alcuni casi è meglio raccontare. Il tempo della narrazione – regoletta pratica – dovrebbe accelerare quando non succede niente e rallentare quanto più il ritmo delle azioni si fa veloce. Se ci sono undici ore di viaggio in treno durante le quali non succede niente e il protagonista si limita a sonnecchiare, queste undici ore vanno risolte con tre righe di raccontato. La battaglia finale invece, quella che stiamo aspettando da duecento pagine, non potrà risolversi in tre righe raccontate. Il lettore dovrà vivere ogni colpo di spada e schizzo di sangue, altrimenti l’autore ha fallito. Questo non è fanatismo, non è essere rigidi, è semplice buon senso.

    A meno che, come dice @bebbo:

    è una scelta il volere rendere una parte coinvolgente o meno!

    Sì, ed è una scelta sciagurata se quella parte dura più di tre righe. Altrimenti ci mettiamo anche una copertina orribile e una bella fascetta “Fiasco totale in 30 Paesi” per andare sul sicuro. Ripeto: vale per la narrativa (=personaggi preferibilmente interessanti che portano avanti una trama preferibilmente interessante). Se siamo nel campo della literary fiction il viaggio in treno di undici ore durante il quale non succede niente può anche essere tutto il romanzo.

    Chiudo qui perché mi sembra davvero di stare a discutere se sia meglio rompersi una gamba o mangiare una torta.

  63. 354 bebbo

    @Il Guardiano

    quindi si, ti posso dare ragione, ma io non condanno in tutto e per tutto il gambero-pensiero, anzi molte cose le trovo sacrosante, ma questa riduzione della narrativa alle sacre regole del manuale è sbagliata e riduttiva, e la conversione di molte menti che ha attuato questo blog è anche un po’ preoccupante.

    Questa mi sembra una esagerazione. Anche perché, penso io, dopo la fase iniziale del “wow, che figata sta storia delle regole… Sono super iper nega giuste” c’è la fase del “beh, ma secondo me non è proprio così”.

    In fondo Platone e aristotele erano maestro e allievo.
    Eppure Aristotele prese tutt’altra strada.
    La mia prof di filosofia diceva: il miglior allievo non è chi porta avanti il modo di pensare del maestro ma chi, grazie agli strumenti del mastro, trova un proprio modo di pensare.

    ah ma io spero sia come dici tu eh, mi pare di vedere però che qua si sia invece instaurato il fanatismo gamberettiano , e lo vedo soprattutto da due cose: 1-dai commenti 2-dal modo di porsi di gamberetta in post e commenti a dir poco “cattivo”, come se non ci fosse un margine (legato appunto al fatto che non sono sempre “regole” a essere violate, ma a volte solo il “gusto” per cui si può dare parere negativo ma non puoi definire idiota incapace etc).
    insomma non c’è possibilità: è si è gamberettiani e giusti o si è troisiani e deficenti, e poi ovviamente l’aggressività rassicura chi non ha ben chiare le proprie idee per cui un sacco di amatori cadono dalle nuvole e si convertono a gamberetta perchè , azzo, è così sicura e ha anche i manuali!!! non può essere che sia lei la prima a esagerare!

  64. 353 Il Guardiano

    quindi si, ti posso dare ragione, ma io non condanno in tutto e per tutto il gambero-pensiero, anzi molte cose le trovo sacrosante, ma questa riduzione della narrativa alle sacre regole del manuale è sbagliata e riduttiva, e la conversione di molte menti che ha attuato questo blog è anche un po’ preoccupante.

    Questa mi sembra una esagerazione. Anche perché, penso io, dopo la fase iniziale del “wow, che figata sta storia delle regole… Sono super iper nega giuste” c’è la fase del “beh, ma secondo me non è proprio così”.

    In fondo Platone e aristotele erano maestro e allievo.
    Eppure Aristotele prese tutt’altra strada.
    La mia prof di filosofia diceva: il miglior allievo non è chi porta avanti il modo di pensare del maestro ma chi, grazie agli strumenti del mastro, trova un proprio modo di pensare.

  65. 352 bebbo

    @ Lela

    Se mi dovessi imbattere in un “qualche genere di animale pericoloso” la domanda che mi faccio subito è “cioè?” Il problema è che non mi sono distratta io dalla lettura, perché la mia attenzione è calata o mi è venuto in mente che ho lasciato aperto il gas, ma è l’autore che mi sta buttando fuori dalla storia, deviando la mia attenzione su particolari che, come dici tu Bebbo, in quel momento non hanno importanza. E allora perché menzionarli? Se ora non serve non vedo perché far nascere nel lettore domande che poi non hanno risposte.
    Con questo non voglio dire che devi scrivermi un trattato sugli artigli delle tigri, solo che un minimo di informazioni ci vogliono per evitare che mi senta sbalzata fuori dall’immersione della lettura.

    te lo puoi anche domandare “e cioè” ma non avrai risposta perchè l’autore ha stabilito di esprimersi con vaghezza. Esprimersi con vaghezza è un modo legittimo di esprimersi dell’autore. Non sta scritto da nessuna parte che l’autore deve fugare tutti i dubbi di chi legge, voi potete dirmi che voi lo preferite, benissimo, è legittimo, ma è tutto qua, un vostro gusto.
    Inoltre il motivo per cui è scritto così in maniera sbadata c’è (è proprio voluto!), e tu che sei una lettore attento che non vuole solo la pappetta pronta ma che cerca di cogliere autonomamente ciò che l’autore semina, lo trovi anche facilmente. Io nel mio commento precedente ho fatto degli esempi, potrebbero esserci anche altre motivazioni.

    Detto questo, la soluzione che presenti tu di aggiungere un “probabilmente” è ancora più disastrosa: se stai usando un narratore onnisciente non puoi buttarmi lì un “probabilmente” come se niente fosse… Se non lo sai tu che sei il narratore onnisciente lo devo sapere io che sto leggendo il tuo libro riga per riga?! Questo, secondo me, infastidirebbe ancora di più

    si che posso: io narratore onniscente ti sto dicendo che in fin dei conti per la nostra storia non fa una gran differenza quale animale pericoloso fosse . Mi puoi dire che cancella la mimesi, che ti suona male, che non ti piace, ma non che è semplicemente “sbagliato”.

    (che poi vabbè, l’avverbio -mente sia da evitare come la peste è un altro discorso!).

    anche questo è un tuo gusto personale, non va presentato come regola.

    Per tutta questa parte:

    “potrebbe aiutarti magari a farti l’idea di dove lavora antonio (un posto con animali pericolosi), potrebbe farti vedere che antonio è un tipo che non ha paura degli animali, o che è immerso in una routine quotidiana per cui non ha bisogno di assicurarsi dei particolari”

    ok, ma stavamo parlando solo della frase in sé e non di tutto il contesto! Messa così va bene, è un particolare come un altro, ma credo che allora vada rivista l’intera frase proprio per evitare che l’attenzione cada su un dettaglio inutile.

    no no no, tutte queste possibilità scaturiscono da quella semplice frase, quindi citandoti queste possibili interpretazioni della frase non sto cambiando discorso! Siamo esattamente sul punto! Una frase raccontata e “incoerente” (più giusto sarebbe dire che non la capite o non la volete capire in nome del vostro purismo gamberettiano) da comunque un ampio ventaglio di spiegazioni.

    @Il Guardiano

    @Bebbo:

    “Però è una differenza enorme , soprattutto quando sulla base di questo si stabilisce chi sa scrivere (e non “chi sa scrivere secondo voi”) e chi no (e con questo non voglio difendere tutti i recensiti di Gamberetta, sicuramente qualcuno che davvero non sa scrivere c’è).”

    Beh… non è solo in base a queste cose che a uno scrittore gli viene messa l’etichetta “non sa scrivere”.
    Dando per scontato che non ci siano cretinate logiche, la caratterizzazione dei personaggi è un criterio abbastanza oggettivo per valutare la bravura di uno scrittore. Un personaggio poco realistico è un personaggio poco realistico aldilà dell’immedesimazione o dei gusti del lettore.

    logicità della storia, parere sull’originalità della trama e sulla caratterizzazione dei personaggi mi stanno benissimo come criteri (come detto mi stan bene anche questi altri che i gamberettisti difendono, a patto che se ne facciano metri personali e non universali) ed in effetti la caratterizzazione dei personaggi lascia pochissimo spazio alla soggettività, quindi si, ti posso dare ragione, ma io non condanno in tutto e per tutto il gambero-pensiero, anzi molte cose le trovo sacrosante, ma questa riduzione della narrativa alle sacre regole del manuale è sbagliata e riduttiva, e la conversione di molte menti che ha attuato questo blog è anche un po’ preoccupante.

  66. 351 Lela

    Commento poco ma volevo dare anch’io il mio contributo sulla questione.
    Se mi dovessi imbattere in un “qualche genere di animale pericoloso” la domanda che mi faccio subito è “cioè?” Il problema è che non mi sono distratta io dalla lettura, perché la mia attenzione è calata o mi è venuto in mente che ho lasciato aperto il gas, ma è l’autore che mi sta buttando fuori dalla storia, deviando la mia attenzione su particolari che, come dici tu Bebbo, in quel momento non hanno importanza. E allora perché menzionarli? Se ora non serve non vedo perché far nascere nel lettore domande che poi non hanno risposte.
    Con questo non voglio dire che devi scrivermi un trattato sugli artigli delle tigri, solo che un minimo di informazioni ci vogliono per evitare che mi senta sbalzata fuori dall’immersione della lettura.
    Detto questo, la soluzione che presenti tu di aggiungere un “probabilmente” è ancora più disastrosa: se stai usando un narratore onnisciente non puoi buttarmi lì un “probabilmente” come se niente fosse… Se non lo sai tu che sei il narratore onnisciente lo devo sapere io che sto leggendo il tuo libro riga per riga?! Questo, secondo me, infastidirebbe ancora di più (che poi vabbè, l’avverbio -mente sia da evitare come la peste è un altro discorso!).
    Per tutta questa parte:

    potrebbe aiutarti magari a farti l’idea di dove lavora antonio (un posto con animali pericolosi), potrebbe farti vedere che antonio è un tipo che non ha paura degli animali, o che è immerso in una routine quotidiana per cui non ha bisogno di assicurarsi dei particolari

    ok, ma stavamo parlando solo della frase in sé e non di tutto il contesto! Messa così va bene, è un particolare come un altro, ma credo che allora vada rivista l’intera frase proprio per evitare che l’attenzione cada su un dettaglio inutile.

  67. 350 Il Guardiano

    @angra

    Poi può essere che il piacere nella lettura di un particolare testo non sia nella storia in sé ma nella voce di un narratore strepitoso creato da un autore molto bravo, ma in questo caso siamo fuori dall’ambito della narrativa di genere alla quale sono orientate le lezioni di Gamberetta.

    A questo punto vorrei sapere cosa si intende per “narrativa di genere”.

    Questo è quello che dice Wikipedia:

    La narrativa di genere è la narrativa (romanzi, racconti) scritta con l’intento di rientrare in uno specifico genere letterario al fine di compiacere gli appassionati di quel genere. Nell’editoria contemporanea, genere è un termine elastico usato per accomunare opere con similitudini di personaggi, temi e situazioni, ad esempio il giallo, il romanzo rosa, l’horror, che si sono dimostrati attraenti per particolari gruppi di lettori. I generi si evolvono, dividono e combinano, man mano che i gusti dei lettori cambiano e gli autori cercano nuovi modi per raccontare storie. Per varie ragioni, la letteratura di genere è spesso considerata “di bassa qualità”, in contrapposizione “all’alta qualità” della narrativa letteraria.

    Invece di fugarli, i dubbi sono aumentati. Io non leggo narrativa letteraria. Eppure, concordando che un POV ben saldo e un mostrato invece del raccontato sono ottime tecniche, non ho problemi a immedesimarmi o trovare grande piacere nella lettura di un libro non particolarmente mostrato o N.O.

    L’altra alternativa è che per “narrativa di genere” si intende un tipo di narrativa estremamente di nicchia, dove evidentemente voi siete specializzati. Una narrativa dove il Narratore Onnisciente è un errore e il raccontato è un orrore.
    Probabilmente verrò fanculizzato garbatamente dicendomi che per poter parlare di scacchi devo essere un campione di scacchi poter parlare di questi argomenti dovrei prima leggere i manuali.
    Qualcuno – avrei voluto leggerli tutti, ma il tempo non me lo permette – l’ho letto, ma non ho trovato questo integralismo… anzi.

    Ora vado a leggere altri cento manuali, sicuro che verrò invitato a leggerne altri duecento fino a quando non concorderò.

    @Bebbo:

    potrebbe aiutarti magari a farti l’idea di dove lavora antonio (un posto con animali pericolosi), potrebbe farti vedere che antonio è un tipo che non ha paura degli animali, o che è immerso in una routine quotidiana per cui non ha bisogno di assicurarsi dei particolari o chissà cos’altro vuole dirti il narratore.

    Che è più o meno un suggerimento dato in uno dei manuali tanto sbandierati.
    Se un personaggio passa centinaia di volte di fronte a una casa – per quanto spettrale possa essere – se non c’è un motivo particolare, il personaggio quasi non la noterà alla faccia del mostrato.

    Però è una differenza enorme , soprattutto quando sulla base di questo si stabilisce chi sa scrivere (e non “chi sa scrivere secondo voi”) e chi no (e con questo non voglio difendere tutti i recensiti di Gamberetta, sicuramente qualcuno che davvero non sa scrivere c’è).

    Beh… non è solo in base a queste cose che a uno scrittore gli viene messa l’etichetta “non sa scrivere”.
    Dando per scontato che non ci siano cretinate logiche, la caratterizzazione dei personaggi è un criterio abbastanza oggettivo per valutare la bravura di uno scrittore. Un personaggio poco realistico è un personaggio poco realistico aldilà dell’immedesimazione o dei gusti del lettore.

  68. 349 bebbo

    @angra

    Una storia è più coinvolgente se il lettore può immergervisi tramite i sensi di un personaggio POV che sta all’interno della storia, lo è di meno se la storia è vissuta tramite il filtro di un narratore che sta fuori dalla storia.

    Posso anche concordare ma è una cosa personale e ,soprattutto, è una scelta il volere rendere una parte coinvolgente o meno! non posso concordare sul ritenere ERRORE scegliere uno stile diverso (magari anche solo parzialmente all’interno di un racconto). Qua ,sulla basa dell’utilizzo del lettore onniscente o sulla base del “raccontare e non mostrare” si dice: scrivi male, chi ti legge è un idiota.
    L’unica regola che potrei accettare è : mostrare è più coinvolgente, raccontare lo è di meno. Ciò non significa che DEVI SEMPRE mostrare e non raccontare, anzi a me pare che se mostri sempre ti giochi subito tutte le cartucce e quando è il momento di accellerare non ti rimane altro che la trama.

    @ste

    “Antonio non prestò particolare attenzione alla gabbia alla sua sinistra all’interno della quale si trovava qualche genere di animale pericoloso”
    prima cosa Antonio non è tenuto ad aver prestato attenzione agli animali all’interno, sono io narratore che dico che sono pericolosi

    E’ assolutamente incoerente.

    noneeeee, è solo “diverso”

    Se Antonio è distratto non può sapere che animali ci sono nella gabbia: pososno essere koala o tigri del bengala

    quanti livello di distrazione possono esistere nell’essere umano? antonio potrebbe anche solo aver notato di sfuggita un cartello di pericolo, o aver sentito qualche rumore prodotto da animali pericolosi, o ricordare che il giorno prima in quel punto c’era la gabbia delle tigri a tre teste. Antonio è distratto e , per un motivo o per un altro (motivo di cui a me scrittore in questo momento non frega nulla di rendere partecipe il lettore) “avverte” questo piccolo particolare.

    Se los a il narratore che viene a dirmelo, perchè non mi dice che sono giaguari invece di dirmi solo “pericolosi”.

    perchè al narratore in quel momento non frega nulla di dirti che c’era una giaguaro con la testa grande come un pompelmo e 12 macchie lungo il dorso di cui una a forma di pistola. Non gliene frega niente probabilmente perchè vuole tagliare ciò che è inutile ,però allo stesso tempo vuole mantenere te lettore all’interno dell’atmosfera in cui si muove Antonio (sbadaggine non totale). Definire questo stile “sbagliato” o “incoerente” è impossibile! Il massimo che potete dire è che non vi piace, ma la differenza è tanta eh.

    Inoltre se mi dici che a sinsitra c’è una gabbia, ha una qualche importanza per la storia altrimenti dovresti dirmi anche cosa c’era alla sua destra.

    Da lettore sei tu che devi capire il significato di quell’informazione “buttata lì”. Il significato dell’informazione “superficiale” e “raccontata” è quello di far capire al lettore in maniera veloce e leggera l’atmosfera in cui si muove il protagonista, voi siete invece fissati con questo tipo di scrittura “analogica” legata completamente al mostrare che è necessaria in alcuni punti del racconto, ma non sempre! a volta una scrittura ,diciamo così “metalogica” che non suggerisce direttamente l’immagine ma ti cala in qualche modo ,indirettamente, nell’atmosfera è altrettanto utile se non migliore!

    Nuovamente se Antonio è distratto non vede nè a destra nè a sinsitra, oppure dà una rapida occhiata alla gabbia, ma in tal caso vede quali animali ci sono.

    ma perchè cambiate sempre tutto quel che si scrive? chi ha detto che antonio non vede a destra e a sinistra?antonio è solo distratto, vede tutto, avverte la presenza di tutto come quando una persona cammina per il marciapiede ed è normalmente sovrapensiero ma nonostante questo riesce a evitare di andare a sbattere a un palo che si trova lungo la sua strada ,magari non ha notato se si trattava del palo della luce o di un semaforo o di un palo che sorregge un cartello stradale, ma intanto ha evitato “un qualche genere di palo”.

    Se non li conosce non può sapere che sono pericolosi

    Primo, nessuno ha detto che non li conosce, magari sono cobra e leoni e draghi tutti mischiati insieme e lui li conosce, solo che in quel momento li classifica così “qualche genere di animale pericoloso”, secondo in parecchi casi anche animali sconosciuti possono essere identificati come pericolosi o meno, tanto per dire vedi zanne e fauci anche se non hai mai visto il gatto mannaro della manciuria lo classifichi come pericoloso.

    , potrebbe dedurlo dalle loro caratteristiche (zanne, dimensioni, ecc)

    ah ok, appunto,

    ma il narratore DEVE in questo descrivere gli animali.

    ma non è assolutamente vero, il narratore non vuole darti nessuna informazione su questi animali, se non che sono forse pericolosi. Tanto per vedere che genere di informazioni ti fornisce questo velocissimo e “mimetizzatissimo” particolare faccio un paio di esempi: potrebbe aiutarti magari a farti l’idea di dove lavora antonio (un posto con animali pericolosi), potrebbe farti vedere che antonio è un tipo che non ha paura degli animali, o che è immerso in una routine quotidiana per cui non ha bisogno di assicurarsi dei particolari o chissà cos’altro vuole dirti il narratore. Il tutto senza rincitrullirti di particolari e lasciando che si proceda più velocemente verso la prossima scena in cui , lì si, vuole svelarti che in realtà antonio proviene da un altro pianeta chiamato vegeta e aveva il compito di sterminare tutti gli esseri umani.

    L’unica alternativa è togliere l’aggettivo pericolosi.
    Sono in uno zoo è naturale che ci siano gabbie con dentro degli animali. Quali? Che ne so, sono distratto.

    ma anche no! a me narratore fa utile dirti che , tòh, antonio passa con nonocuranza vicino ad animali pericolosi.

    Insostanza equivale a dire se la frase “Io dico sempre bugie” sia la verità o una bugia

    qui non ti seguo :P

    Quanto alle regole, al piace, alla libera scelta… equivale ad andare contromano e contestare la multa perchè è una propria libera scelta. “Agente non può multarmi, lo so che stavo andando contromano, è una mia scelta, a me piace rischiare di fare un frontale”

    scusami ma l’esempio non calza per nulla, le regole da seguire per scrivere sono : concordare soggetto e verbo, utilizzare questo tempo se ti riferisci a un azione passata, quest’altro se stai esprimendo una condizione necessaria affinchè si realizzi un fatto o meno, etc. Dopodichè nel raccontare ognuno usa il metodo che trova migliore (a livello estetico, a livello di “comprensione”, a livello di “immedesimazione del lettore” etc).
    Ora ,assunto che qui ci si riferisce solo a un certo genere di narrativa*ENORME ASTERISCO*(che comunque non esclude sperimentalismi etc, ma questa è giusto una nota perchè non vedo nessun esperimento tra ciò che è stato recensito da gamberetta) anche in questo genere di narrativa NON C’E’ la regola che bisogna SEMPRE (ribadisco, ho visto le eccezioni di gamberetta e non le reputo sufficienti) mostrare e non raccontare.
    Mi sta benissimo che voi diciate “io mi baso su questo,per ME è meglio questo” ma è una regola VOSTRA, che si rifà al VOSTRO gusto (col quale tra l’altro sono spesso d’accordo).
    Però è una differenza enorme , soprattutto quando sulla base di questo si stabilisce chi sa scrivere (e non “chi sa scrivere secondo voi”) e chi no (e con questo non voglio difendere tutti i recensiti di Gamberetta, sicuramente qualcuno che davvero non sa scrivere c’è).

    In sostanza io trovo che mostrare/raccontare possono essere entrambi usati in momenti diversi (che non sono solo quelli citati da gamberetta), sono entrambi legittimi ed il loro utilizzo o meno non è ,di per se, tacciabile come fonte di cattiva scrittura o meno se non a livello di opinione personale (non regola).

    *ENORME ASTERISCO* se è così davvero però, non tirate in mezzo Manzoni e Eco eh

  69. 348 Ste

    “Antonio non prestò particolare attenzione alla gabbia alla sua sinistra all’interno della quale si trovava qualche genere di animale pericoloso”

    prima cosa Antonio non è tenuto ad aver prestato attenzione agli animali all’interno, sono io narratore che dico che sono pericolosi

    E’ assolutamente incoerente.
    Se Antonio è distratto non può sapere che animali ci sono nella gabbia: pososno essere koala o tigri del bengala
    Se los a il narratore che viene a dirmelo, perchè non mi dice che sono giaguari invece di dirmi solo “pericolosi”.
    Inoltre se mi dici che a sinsitra c’è una gabbia, ha una qualche importanza per la storia altrimenti dovresti dirmi anche cosa c’era alla sua destra. Nuovamente se Antonio è distratto non vede nè a destra nè a sinsitra, oppure dà una rapida occhiata alla gabbia, ma in tal caso vede quali animali ci sono. Se non li conosce non può sapere che sono pericolosi, potrebbe dedurlo dalle loro caratteristiche (zanne, dimensioni, ecc) ma il narratore DEVE in questo descrivere gli animali.
    L’unica alternativa è togliere l’aggettivo pericolosi.
    Sono in uno zoo è naturale che ci siano gabbie con dentro degli animali. Quali? Che ne so, sono distratto.
    Insostanza equivale a dire se la frase “Io dico sempre bugie” sia la verità o una bugia

    Quanto alle regole, al piace, alla libera scelta… equivale ad andare contromano e contestare la multa perchè è una propria libera scelta. “Agente non può multarmi, lo so che stavo andando contromano, è una mia scelta, a me piace rischiare di fare un frontale”

  70. 347 Angra

    @bebbo:

    Brevemente: 2 + 2 = 5 è sbagliato non perché qualche intellettuale capriccioso ha deciso che fa 4, ma perché un ponte progettato da uno per cui 2 + 2 = 4 dà più garanzie di funzionare come deve.

    Una storia è più coinvolgente se il lettore può immergervisi tramite i sensi di un personaggio POV che sta all’interno della storia, lo è di meno se la storia è vissuta tramite il filtro di un narratore che sta fuori dalla storia.

    Poi può essere che il piacere nella lettura di un particolare testo non sia nella storia in sé ma nella voce di un narratore strepitoso creato da un autore molto bravo, ma in questo caso siamo fuori dall’ambito della narrativa di genere alla quale sono orientate le lezioni di Gamberetta.

  71. 346 Il Guardiano

    Nell’esempio fatto da Gamberetta, si usa un punto di vista nella testa del personaggio, molto dentro. Mi sembra dunque naturale come lo ha descritto lei. A questo punto pero mi chiedo: perché ha fatto caso al simbolo di pericolo biologico sulla porta e non ha fatto una piega?

    Col tipo di narratore di bebbo non vedo il problema a rimanere sul vago in quel modo… Fermo restando che quel particolare non deve avere la massima importanza per la storia e che quel determinato topo di pov venga usato per tutta la narrazione. Altrimenti mi sentire preso in giro dallo scrittore, mi tiene all’oscuro

  72. 345 bebbo

    scusami ma hai fatto un cambiamento radicale che non c’entra niente, se dobbiamo cambiare completamente la storia è un conto, qua siamo su un singolo breve semplice passaggio, non voglio che antonio pensi a cosa deve comprare,non voglio che il lettore perda tempo a concentrarsi sui latrati etc,è una fase di passaggio sbrigativa, voglio solo che il protagonista sia disattento

    “Antonio non prestò particolare attenzione alla gabbia alla sua sinistra all’interno della quale si trovava qualche genere di animale pericoloso”

    prima cosa Antonio non è tenuto ad aver prestato attenzione agli animali all’interno, sono io narratore che dico che sono pericolosi, lui ha la testa per aria, nel momento in cui da narratore suggerisco che si tratta di “qualche genere” non meglio specificato significa che lo stesso antonio non ci fa caso. Seconda cosa per ovviare al problema che dici tu basta aggiungere un “probabilmente”.

    “Antonio non prestò particolare attenzione alla gabbia alla sua sinistra all’interno della quale si trovava probabilmente qualche genere di animale pericoloso”

    che mi lascia il dubbio, forse erano animali pericolosi o forse no, ad Antonio è parso di avvertire in qualche modo che fossero pericolosi ma potrebbe anche sbagliarsi. Chissene frega, è un passaggio veloce che è volutamente lasciato indefinito
    -perchè non importante,
    -perchè il lettore è stanco di me che gli mostro ogni minimo particolare
    -perchè vogliamo far uscire antonio più velocemente dal laboratorio/zoo quello che è
    -perchè io scrittore non voglio che il lettore si emozioni adesso, voglio prenderlo completamente di sorpresa la scena dopo

    Ripeto tu hai tutto il diritto di preferire un autore che ti “mostra” tutto, ma il giudizio si ferma qua, a qualcosa di assolutamente personale e che non può essere portato a prova di “errore” a solo a prova di “ciò che a te non piace”.

    Questo non è assolutamente chiaro in questo blog e molta gente che legge non lo capisce.

    se pensi davvero che:
    “Inoltre puoi citare tutti i manuali del mondo, ma l’unica regola fondamentale rimane: piace ciò che piace.”
    Mi sembra inutile discutere, dato che ogni affermazione ha lo stesso valore di ogni altra.

    Mi sembra chiaro che sia così nel momento in cui si parla di gusti e non di regole: non parliamo di congiuntivi (che possono essere giusti o sbagliati) ma narratori onniscienti o meno che sono scelte stilistiche che vanno sempre bene, che possono piacere o meno.

    Se hai trovato qualcosa di utile e/o interessante nell’articolo bene, altrimenti pazienza. Ciao.

    si ho trovato qualcosa di utile e sono interessato ad approfondirla, se ti va, certo nessuno ti obbliga, ma questo tono da simpatia portami via proprio non me lo spiego, vabbè, ciao

  73. 344 Gamberetta

    @bebbo. L’esempio che hai fatto non ha molto senso: se Antonio non presta particolare attenzione come fa a sapere che gli animali sono pericolosi? Come minimo deve aver prestato abbastanza attenzione da riconoscerli.
    In realtà succede questo:

    Antonio camminava lungo il corridoio, contando sulle dita. Devo comprare il latte, comprare il burro. Dalle gabbie alla sua sinistra giungevano latrati e il rumore di artigli che graffiano le sbarre. E passare in pasticceria. Antonio spalancò la porta con il simbolo di pericolo biologico e uscì.

    E detto questo se pensi davvero che:

    Inoltre puoi citare tutti i manuali del mondo, ma l’unica regola fondamentale rimane: piace ciò che piace.

    Mi sembra inutile discutere, dato che ogni affermazione ha lo stesso valore di ogni altra. Se hai trovato qualcosa di utile e/o interessante nell’articolo bene, altrimenti pazienza. Ciao.

  74. 343 bebbo

    in riferimento al comento 340:

    allora posso completamente concordare sulle tue lezioni, però da come sono scritte e da come è scritto anche il resto del blog mi pare questo concetto (e cioè che qui si boccia e si promuove in base al tuo gusto e non in base a delle supposte regole universali) non sia per niente chiaro!

    Inoltre può essere lo scrittore che in un determinato contesto vuole lasciare la situazione fumosa e indefinita , ad esempio “Antonio non prestò particolare attenzione alla gabbia alla sua sinistra all’interno della quale si trovava qualche genere di animale pericoloso” è chiaro che è lo stesso Antonio a non curarsi del contenuto della gabbia e a giudicare gli animali pericolosi in un unico gruppo , in quel dato momento non gli interessa se si tratta di un leone o un cobra, probabilmente perchè in quel momento sta pensando ad altro. Io ,scrittore, voglio che il lettore avverta esattamente questo, la mancanza di attenzione per quel dettaglio. In questo caso ciò che ho scritto non può essere bollato come “errore” e personalmente non trovo questo esempio (anzi, diciamo questo genere di scrittura, non questo esempio in particolare) “brutto” , e sicuramente è più che legittimo.

  75. 342 bebbo

    dico subito che il commento 341 l’ho scritto prima di leggere il commento 340!

  76. 341 bebbo

    Comunque sia, mi dispiace ma non sono d’accordo con la tua lezione.
    Dirò di più: mostrare tutto risulta eccessivo e troppo pesante, il raccontare a volte alleggerisce alcune situazioni specialmente quando non necessitano di essere fissate a lungo nella mente del lettore.

    Credo che sia scontato che quando introduci un personaggio e lo descrivi non puoi limitarti a dire “era vecchio” ma devi mostrarne la barba bianca,le rughe e così via. Se però durante un dialogo ti limiti a dire “No- rispose rabbiosamente” e non mostri utilizzando ad esempio “No- disse sbattendo un pugno sul tavolo”, non si può considerare un errore, e magari è più funzionale al racconto (magari il personaggio ha solo un tono di voce adirato ma non è un tipo violento, scriverei quindi “no- disse con tono adirato” ma secondo la tua visione potrei scrivere solo “no porco cazzo!” o “no maledizione”, quindi non potrebbe esistere un personaggio che si esprima semplicemente con un “No” che suoni, di per se, rabbioso, e questo è semplicemente sbagliato!).

    Il mostrare è meglio per certe cose, ma ridurre tutto un romanzo a “immagini tradotte in parole” non è una regola, può essere al massimo una regola per accontentare il tuo personale gusto. Io personalmente lo trovo anche de-letterarizzante a volte.

    Alcuni passaggi “raccontati”, se messi nei punti giusti e se contengono il giusto genere di informazioni talvolta danno un attimo di tregua al mio cervello che non si sovraccarica di informazioni per così dire fisiche.

    Inoltre puoi citare tutti i manuali del mondo, ma l’unica regola fondamentale rimane: piace ciò che piace. Aristotele e Orazio non sono la bibbia, sono stati criticati parecchie volte nel corso della storia, anche se loro suggeriscono che è meglio una descrizione dinamica, o il mostrare, non significa che sia per forza così, non è una “regola”.

    Piace ciò che piace: licia troisi può anche scrivere da cani secondo te, ma secondo altri scrive bene. E non ne farei tanto una questione di stupidità o scarsa cultura come se tu fossi una delle ultime detentrici del vero sapere su come si costruisce la narrativa. Tu predichi come si costruisce il genere di narrativa che a te piace, puoi anche sostenere che nel nostro periodo storico sia l’unica accettabile, ma non puoi spacciare il tutto come regola universale!

    Io apprezzo la crociata per “educare al buon gusto” ma non se fatta basandosi solo su tecnicismi il cui utilizzo “totale” è quantomeno discutibile (le eccezioni in cui consenti l’utilizzo del raccontato non sono abbastanza,a mio avviso) .Quando attacchi una trama debole o un passaggio incoerente è ben diverso.

    Qui sei arrivata a sostenere che il narratore onnisciente non può esistere

    Seguire il principio dello “Show don’t tell” implica rinunciare al narratore onnisciente

    ma questo è chiaramente sbagliato, io posso decidere di procedere col mio narratore onnisciente e non sto “sbagliando” sto facendo una scelta stilistica che tu non gradisci, i fan di licia troisi magari si, si meritando di essere definiti idioti solo per questo? preciso che non so se la troisi usi un narratore onnisciente o meno, è solo un esempio.

    In attesa di risposta un saluto

  77. 340 Gamberetta

    @Luthando. Mi spiace, troppo lungo, non ho tempo. Do un parere solo sugli esercizi proposti nell’articolo.

    @bebbo. Termini come “giusto” o “sbagliato”, “bello” o “brutto” spesso si usano per sintetizzare, ma non sono i termini corretti per inquadrare la questione. Riprendendo un esempio di qualche centinaio di commenti fa, io posso scrivere:
    1) C’era un animale pericoloso. [raccontato]
    Oppure:
    2) C’era un serpente. [mostrato]
    È dimostrato sperimentalmente che la 2) ha un impatto maggiore sul cervello di chi legge. Più una situazione è mostrata più è emozionante. Perciò se il mio scopo è spaventare/turbare chi legge devo puntare alla 2), se invece non voglio farlo va bene la 1). Qual è il giusto, sbagliato, bello, brutto? Quello che vuoi, però se ti interessa trasmettere al meglio le emozioni la 2) è la scelta corretta.

  78. 339 bebbo

    solo una domanda: ma tu stai sostenendo che raccontare e non descrivere sia “brutto” o che sia “sbagliato”?
    perchè se sostieni che sia brutto (giudizio soggettivo, su cui sono spesso d’accordo) ci sta tutto,
    se invece sostieni che sia sbagliato, non sono per nulla d’accordo.

  79. 338 Luthando

    Ciao Gamberetta!
    Per prima cosa voglio dirti che sto studiando, sto studiando…
    Ho cominciato con gli utilissimi consigli, gli appunti, insomma con i mini-manuali che hai pubblicato qui e man mano procederò con la lettura dei manuali interi…
    Sto leggendo un certo Assault Fairies ;) e La Strada di McCarthy (da te consigliato). Purtroppo vivendo in un luogo di villeggiatura sull’oceano questo è il periodo peggiore per trovare del tempo per approfondire, leggere e scrivere, tutto va molto a rilento.
    Ti farò sapere al più presto qualcosa su Assault Fairies, nel frattempo vorrei postarti un paio di cartelle per avere una tua opinione.
    Di che si tratta?
    Bè, come moltissimi “imbrattacarte appassionati di fantasy e sci-fi” ho scritto un romanzo, basandomi unicamente sulla mia esperienza come lettore. Pensavo che si potessero estrapolare dei modelli e delle “regole” dai classici di fantascienza, imparando a scrivere direttamente da quegli autori e da quei romanzi che negli anni mi hanno entusiasmato e che ho letto e riletto. Se mi è venuta voglia di rileggerli è perché nascondono dei segreti, no?
    Ti dirò: nella mia ignoranza sulle tecniche narrative & co. in questo modo qualche regola me la sono data… Poi ho chiacchierato con gente, ho scoperto dei siti e dei blog che trattano l’argomento e inevitabilmente il mio modo di vedere l’intero universo della scrittura è stato stravolto… Per fortuna :)
    Dunque le cartelle di cui ti parlavo sono le prime del mio romanzo in due versioni: PRIMA e DOPO.
    La storia di cui tratta il mio romanzo continua a piacermi, si tratta di riscriverlo assecondando la mia nuova visione dell’universo.
    Ti appiccico qui il PRIMA e il DOPO la dieta salutista. Se non pretendo troppo mi piacerebbe avere un tuo parere, poi continuerò da solo… no, non ti preoccupare, non farò il furbo: non ti posterò tutto il romanzo tre cartelle alla volta. Vorrei solo sapere da te se sto prendendo perlomeno la giusta direzione…
    Se non hai tempo e/o voglia e/o ecc… non me la prendo mica, continuerò a studiare e a seguire il tuo blog. Thanx

    Si tratta del prologo – LA GRANDE MACCHIA -

    PRIMA
    Era successo tutto troppo in fretta.
    Nonostante la preparazione e il rigoroso addestramento speciale, Gizli Ajan non aveva avuto la prontezza e tanto meno il tempo di reagire in modo adeguato. Si era semplicemente abbandonato dall’istinto primordiale di sopravvivenza.
    A dirla tutta non era nemmeno riuscito a capire cosa fosse accaduto là fuori, nello spazio aperto.
    Solo ora, mentre la navetta fantasma Hayalet precipitava ad una velocità vorticosa, scavando un tunnel attraverso le nubi oscure e corpose della Grande Macchia, i recentissimi accadimenti gli riaffiorarono alla memoria come pulsazioni crepitanti e remote di luci e suoni, aggrovigliandosi e confondendosi con un sibilo acuto e con la serie di immagini caotiche che gli balenavano davanti agli occhi.
    Cashus, uno dei suoi compagni, era appena morto a causa del tremendo urto contro la plancia di comando. La maschera di idrocristallo ossigenato che gli rivestiva il volto era andata in frantumi e la depressurizzazione incontrollata della cabina lo aveva ucciso. Il suo corpo sembrava quello di un fantoccio snodato gettato al suolo e sbatteva da una parte all’altra, assecondando i violenti scossoni dell’abitacolo.
    Gizli Ajan, sballottato nel suo sedile imbottito e illuminato dall’intensa luce blu degli indicatori di stallo e di emergenza, era paralizzato. Non riusciva a reagire e non pensava ad altro se non a cosa fosse successo poco prima al di fuori dell’atmosfera del pianeta e a cosa gli sarebbe accaduto entro breve.
    Nonostante la depressurizzazione dovuta allo scontro e all’avaria della strumentazione di bordo, causata dalle enormi interferenze magnetiche della Grande Macchia, avvertiva in un punto imprecisato dello stomaco, la fastidiosa pesantezza del senso di colpa per il proprio assoluto disinteresse nei confronti della terribile sorte toccata al compagno.
    Il fosco ventre dell’immensa tempesta magnetica li stava inghiottendo. Attraverso il parabrezza offuscato, si poteva vedere solo un buio tentacolare nel quale ogni tanto si spalancavano delle immense zone di depressione, fenditure grandi quanto fosse oceaniche, che esplodevano in luci abbaglianti scarlatte e color rosso sangue.
    Era tutto troppo frenetico per dar modo a Gizli Ajan di distinguere chiaramente cosa stesse accadendo fuori dall’abitacolo, nelle viscere della Grande Macchia. La sua mente era tanto smarrita e in preda al panico che più di una volta credette di intravedere nell’oscurità le sagome delle divinità appartenenti agli antichi miti pagani del suo pianeta, che narravano di lotte titaniche tra creature divine nei cieli.
    Fu proprio in quegli attimi che l’addestramento venne meno, affondato nei recessi oscuri dell’incubo che lo circondava avvinghiandosi con le unghie alla sua pelle. Per fortuna una minuscola parte della sua coscienza ancora sobria riusciva ad aggrapparsi a pensieri più lucidi, seppur fuori luogo. Pensava quanto fosse bizzarro e ingiusto passare in meno di un istante dall’euforia più totale per la riuscita della missione a quella situazione tragica e disperata.
    Insomma ce l’avevano fatta! Lui, Kraliyet e Crashus, i suoi due compagni, avevano portato a termine una delle missioni più temerarie e rischiose del Kral a?, la rete spionistica segreta del pianeta Bayt.
    [...] segue il flash back. Tutto raccontato, è ovvio…

    DOPO
    Gizli Ajan sciolse gli occhi dalla stretta in cui li aveva imprigionati.
    Una goccia di sudore colò dal sopracciglio sinistro e si insinuò repentina nella stretta fessura tra le palpebre.
    L’iride si bruciacchiò, la vista gli si appannò.
    Sbatté le palpebre con frenesia e l’azzurro brillante delle luci che rivestivano la console di comando si confuse in una nebbia cristallizzata che oscillava davanti ai suoi occhi.
    Sobbalzava sul sedile, la tuta attutiva gli scossoni.
    Sotto i guanti le mani erano intrise di sudore gelido. Erano stese davanti a sé, colte da un tremore incontrollato, come appartenenti a qualcun altro.
    Riprese a vedere con più chiarezza. Un ammasso di spie e indicatori lo bombardò di luci che lampeggiavano a un ritmo frenetico.
    Dispositivo per il volo intra-planetario, limitatore di incidenza, indicatore di stabilità, attenuatore di raffiche, tutti gli strumenti erano illeggibili. Erano impazziti.
    La barra di comando, abbandonata a se stessa, tremava senza controllo.
    I due indicatori di velocità e quota, allineati alla sinistra della barra di comando, non davano segni di vita. Sulla superficie di uno dei monitor brillavano le tracce appiccicose dei minuscoli frammenti di idrocristallo saltellanti, sporchi di un liquido carminio. Più in basso, sul bordo della console, si espandeva una grande chiazza di sangue fresco.
    Gizli Ajan si voltò. Lo stomaco gli si compresse, come risucchiato dall’interno. Deglutì a fatica la bile che gli era risalita fino in bocca quando vide Cashus. Un fantoccio snodato che sbatteva da una parte all’altra della cabina di pilotaggio. La maschera di idrocristallo ossigenato era in frantumi, schizzata di rosso dall’interno, il volto era tumefatto, squarciato e coperto di sangue.
    Cashus è morto! Non c’è più. Quel corpo è lui…
    Sul sedile accanto Kraliyet sobbalzava nell’imbracatura di sicurezza. La testa del compagno era china e scattava lungo il quadro di comando di fronte a sé, i guanti correvano con movimenti nervosi da un angolo all’altro del quadro, sfiorando gli strumenti di bordo.
    A intermittenza le luci intense mettevano in evidenza la pelle lucida del volto, le gocce di sudore che crollavano dal naso, i muscoli contratti della mascella, le rughe stirate.
    Kraliyet sollevò il capo e sgranò gli occhi. Le sue mani si paralizzarono.
    Gizli Ajan seguì la direzione del suo sguardo. Là fuori le scie scure di nubi che avevano fino a quel momento solcato il parabrezza come serpenti di fumo erano svanite. Al loro posto si spalancò una fenditura immensa circondata da un muro denso di cumulonembi che mulinavano sospinti dalle correnti.
    Un fulmine globulare scarlatto si allungò all’interno della fenditura. Un’esplosione furiosa coprì le vibrazioni dell’abitacolo e il fremito degli strumenti di bordo. Una luce scarlatta pulsò all’interno di una nube lontana e illuminò lo squarcio di un rosso vivido.
    Altre scariche elettriche seguirono rapide la prima. L’avvallamento oscuro si trasformò in una fitta foresta di fulmini rosso vivo. Tuoni e lampi gonfiavano le nubi tutt’intorno.
    « Fai qualcosa, rovine sacre! » strillò Kraliyet.
    Gizli Ajan si voltò verso il compagno che lo stava fissando. Gli occhi fuori dalle orbite, le narici pulsanti.
    Scrollò la testa e tornò a concentrarsi sul quadro di comando di fronte a sé.
    Non poteva succedere. Il durissimo addestramento l’aveva preparato ad affrontare situazioni del genere.
    Stiamo precipitando, rovine sacre!
    Strinse i denti, sbatté i pugni sulla console e afferrò la leva di comando.
    Cashus è morto…
    Non poteva essere vero. Solo poco tempo – pochissimo tempo prima – stavano festeggiando. Erano sulla rotta verso casa.
    La leva di comando era rigida, gli dolevano i muscoli per le sollecitazioni. Il parabrezza si oscurò di nuovo, scie di fumo scuro ne solcavano la superficie. Erano riaffondati nel ventre della tempesta magnetica.
    Stavano precipitando eppure non riusciva a non domandarsi che cosa fosse accaduto là fuori, nello spazio aperto.
    [...] sarà seguito da un flash back, il più mostrato possibile ;)

    Muchas gracias
    ¡Hasta luego!
    Luthando

  80. 337 Chris

    Grazie mille di tutto. Ottimi consigli quelli dei manuali.
    Spero che qualche autore italiano riesca a ridare vita al fantasy nostrano a tal punto da risvegliare in te il desiderio di recensirlo. Ma del resto, per il momento è meglio lasciar perdere.

    Buone pescate di gamberi!

  81. 336 Gamberetta

    @Chris. In generale ci siamo: hai mostrato abbastanza, anche se la testardaggine di Scintilla è solo raccontata dal commento della maestra alla fine nel quale si dice che non è la prima volta che prova fallendolo l’esame.
    Ti consiglio di leggere l’articolo del Manuali 1 sulle descrizioni, perché abusi di metafore e similitudini. Non solo tali metafore/similitudini sono spesso inutili, ma in alcuni casi sono anche dannose. Inoltre ti impediscono di scrivere al loro posto un mostrato efficace. Ti faccio qualche esempio:

    Il cielo si schiarì come una scena di teatro che si libera di un sipario nero [...]

    Se dici che il cielo si schiarì è già sufficiente. Ma se vuoi dare l’effetto, invece di mettere una similitudine che allontana il lettore dalla scena (perché non puoi impedire a chi legge di immaginare, e leggendo queste parole si passa dal guardare il cielo all’essere a teatro), puoi descrivere meglio, per esempio puoi dire che il cielo azzurro fende la coltre di nubi che si divide in due. Anche solo che le nuvole si disperdono. Insomma prima di affidarti a una metafora guarda se non puoi descrivere direttamente.

    Onde su onde regnavano sull’orizzonte come dune di sabbia.

    È sgraziato evocare nella mente del lettore la sabbia e il deserto se stai parlando dell’oceano. Rovini l’atmosfera.

    Un veliero stava vorticando nella tempesta come una mosca rinchiusa in un barattolo.

    Questa metafora è una delle meno peggio, in effetti il movimento della mosca intrappolata può rendere bene il movimento della nave. Però dato che siamo in un esercizio dedicato al mostrare, sarebbe meglio togliere la metafora e descrivere quello che effettivamente succede. Descrivi le onde che si abbattono sull’alberatura del veliero e spezzano le assi. Descrivi i marinai sbalzati in acqua. Descrivi la prua della nave che sparisce sotto le onde e riemerge.
    In generale riguardati tutte le metafore/similitudini e pensa bene se non sia il caso di toglierle o di sostituirle con descrizioni più accurate. La metafora/similitudine deve essere l’eccezione, proprio quando non c’è altro modo per comunicare il concetto.

    Ci sono poi altri punti in cui la storia non è in effetti mostrata, per esempio:

    La fatina, invisibile ai suoi occhi, lottò contro il vento furioso fino a raggiungere il marinaio.

    A parte che il punto di vista è della fatina, dunque basta dire che è invisibile, senza tirare in ballo gli occhi del marinaio, qui il “lottò” è fiacco, più raccontato che mostrato. Meglio dire che il vento scompiglia il capelli della fatina, le sbatacchia la gonna; gli spruzzi di acqua gelida le sferzano le guance; si protegge il viso con il braccio, ecc. Insomma fai vedere la lotta.

    Il marinaio [...] raggiunse una trave sufficientemente intatta da restare a galla.

    Anche qui: o mostri in dettaglio gli sforzi del marinaio per trovare questa trave in particolare, oppure tanto vale che rendi più semplice la situazione: “[...] si aggrappò a una trave.” È scontato dal gesto che la trave è intatta abbastanza da rimanere a galla.

    Viceversa ho apprezzato che le emozioni delle fatine traspaiono da gesti concreti (come Scintilla quando si dà lo schiaffo), senza bisogno che tu racconti quali emozioni sono. Molto bene.
    E come dicevo nel complesso non male.

  82. 335 Chris

    Premessa: ho letto solo un accenno di assault fairies e, pur riconoscendo la scrittura ottima, sono più legato ad un Fantasy tendente al classico che al fantascientifico. Per classico però non intendi elfi e nani, ma semplicemente privo di fatine in locali che bevono birra (anche se l’idea ha un suo fascino!)
    Ho preferito una fata meno moderna, anche se atipica. A voi le critiche.

    Scintilla sorrise alla vista della zattera travolta dall’ennesima onda e dell’uomo che annaspava in cerca d’aria nell’oceano. La tempesta vomitava pioggia come fosse una cascata di coltelli illuminati dai fulmini. “Questa è l’occasione giusta.”
    La fatina, invisibile ai suoi occhi, lottò contro il vento furioso fino a raggiungere il marinaio. Portò una mano al cielo e la chiuse a pugno. La roteò sopra la testa e l’aprì di scatto, osservando il lazo immaginario schizzare fino alle nubi per afferrarle. Sorrise un’altra volta all’uomo in balia delle onde, pur conscia di non essere vista, e scagliò la tempesta verso l’orizzonte.
    Il cielo si schiarì come una scena di teatro che si libera di un sipario nero e il vento si quietò. Il marinaio annaspò gemendo fra le onde tranquille e raggiunse una trave sufficientemente intatta da restare a galla. Scintilla annuì compiaciuta e intinse i piedini nell’oceano sereno. Gonfiò il petto d’aria salmastra.
    «Lavoro discreto» disse una voce alle sue spalle.
    Scintilla si voltò. Una fatina dalla schiena simile ad un boomerang e due occhiali identici agli occhi di un gufo sul volto tatuato di rughe stava scrivendo un appunto su di un piccolo taccuino. La lunga penna d’oca che danzava sulla carta.
    L’apprendista diede uno sguardo all’uomo svenuto sulla trave, diretto verso la costa all’orizzonte. Tolse i piedi dall’acqua.
    «Discreto? Un ottimo lavoro semmai!» esclamò con un sorriso da far invidia a un leone. Portava perfino una criniera simile come capelli.
    La maestra borbottò un grugnito, poi arcuò le sopracciglia fino all’attaccatura dei capelli bianchi. «Immagino tu abbia spinto il vento a portare l’uomo fino a terra.»
    «Già.»
    «E che guarda caso una volta raggiunta vi trovi un aereo pronto a portarlo a casa com’era suo desiderio.»
    Scintilla sorrise un’altra volta, danzando sull’acqua come un’efemera che non sa di trovarsi a tiro di una trota. La maestra la prese per mano e la fermò. «Seguimi»
    Le due fate volarono a pelo d’acqua senza dire una parola, lasciando al proprio fortunato destino il marinaio che galleggiava inerte. Onde su onde regnavano sull’orizzonte come dune di sabbia.
    Raggiunsero la tempesta che Scintilla aveva scacciato. Muri d’acqua si ergevano dall’oceano per attraversare la pioggia e i fulmini che spezzavano il cielo. Le fate intoccabili dai coltelli delle nuvole.
    Scintilla si liberò della stretta della maestra e spalancò le piccole braccia. «Cosa c’è che non va stavolta? Il marinaio è salvo, il suo desiderio esaudito e la tempesta è lontana!»
    La vecchia fata si tolse gli occhiali, li pulì sulla veste di pizzo nero, li inforcò sul naso e puntò col dito i cavalloni più alti. Un fulmine sullo sfondo rese il gesto simile al giudizio di un dio funesto. «È la tua promozione ad essere lontana, ragazza!»
    Scintilla seguì il dito della maestra con gli occhi sbarrati. Un veliero stava vorticando nella tempesta come una mosca rinchiusa in un barattolo. Le urla dei marinai che frustavano l’aria assieme al martellare dei tuoni.
    Scintilla si diede uno schiaffo. La maestra scosse il capo mentre con uno schiocco di dita metteva fine alla furia del cielo. La nave in lontananza riprese a solcare l’oceano come nulla fosse.
    «Questa è la quinta volta che effettui l’esame, Scintilla Garbon» commentò la vecchia con le braccia conserte. «Quando avrai intenzione di seguire la testa anziché agire d’istinto?»
    Scintilla sospirò. I piedini nuovamente intinti nell’acqua. «Sa, pensavo di iscrivermi al corso per i disastri naturali, credo di esservi più portata.»
    La fata gobba ghignò. «Avresti senz’altro più possibilità, ma non credo che saresti felice.»
    Scintilla la guardò mestamente, abbassandosi tanto da immergersi fino al ginocchio e sfiorare con le mani la superficie dell’acqua. «Forse ha ragione.»
    La maestra annuì. Si avvicinò a Scintilla e la prese per mano. «Sarà per la prossima volta.»
    Un bagliore illuminò l’oceano per un istante. Le onde rimasero sole.

  83. 334 Gamberetta

    @Eosforo.

    E ancora, col presente non si distingue più il tempo continuato da quello momentaneo. E così “si morse la lingua” e “si morsicava la lingua” andrebbero entrambi come “i morde la lingua”.

    Il problema è che qui è “sbagliato” l’imperfetto. Il mordere è netto, la lingua se l’è morsa o non se l’è morsa. Al massimo si masticava la lingua, ma “morsicava” non funziona.
    Comunque io uso il presente con la prima persona perché in prima persona tutta la narrazione sono in realtà pensieri del personaggio, e i pensieri sono sempre “in diretta”. Infatti anche in una narrazione al passato quando sono presentati in modo diretto i pensieri dei personaggi sono al presente (come sono sempre al presente i dialoghi diretti).
    Esempio brutale:

    Oggi è una bella giornata, pensò Anna.

    Normale terza al passato, falla diventare prima persona e:

    Oggi è una bella giornata.

    La prima persona al passato ha senso solo quando c’è una cornice, per esempio sono pagine di diario o il narratore sta raccontando i fatti ai suoi amici. Ma se questa cornice non c’è trovo che sia molto più naturale il presente.

  84. 333 Eosforo

    Ciao Gamberetta!
    Una domandina: è più conveniente scrivere (e quindi mostrare) al presente o al passato?

    Sinceramente “La cornice era rossa” tendo a preferirlo a “la cornice è rossa”.

    E ancora, col presente non si distingue più il tempo continuato da quello momentaneo. E così “si morse la lingua” e “si morsicava la lingua” andrebbero entrambi come “i morde la lingua”.

    D’altra parte in molte descrizione mi verrebbe più naturale l’uso del presente, che tra l’altro velocizza il ritmo e credo crei più suspense.

    Ho letto “Le avventure della giovane Laura” e “S.M.Q”. Il primo è al passato, il secondo al presente, così come “Assault Fairies” che ho appena iniziato. Come mai queste scelte diverse? E cosa ne pensi dell’uso del passato e del presente?

  85. 332 L’attimo opprimente « Lit Skeight 3.0

    [...] oggi scopro che in un post del 2010 Gamberetta aveva ripreso la stessa scena. La sincronia tra le mie e le sue opinioni mi [...]

  86. 331 Luthando

    ¡Muchas gracias!

  87. 330 Gamberetta

    @Luthando. È molto raro trovare un romanzo che cerchi sempre di “mostrare”. Specie nell’ambito della narrativa fantastica, per un paio di ragioni: 1) in generale gli autori sono scarsi, o comunque danno relativo peso alla tecnica narrativa rispetto ad altri fattori; 2) mostrare sempre richiede un sacco di tempo e se devi scrivere un romanzo all’anno per vivere diviene difficile.
    Comunque prova a guardare La Strada di McCarthy: specie le descrizioni sono sempre molto ben mostrare. Oppure c’è questo altro romanzo, che ho cercato di scrivere seguendo tutti i miei stessi buoni principi. ^_^

  88. 329 Luthando

    Ho una semplice domanda cui magari è già stata data una risposta ma purtroppo non ho avuto tempo per leggere le 4 pagine di commenti.
    Mi piacerebbe leggere libri il cui autore utilizza al 100% lo “show don’t tell”.
    Ho letto i libri consigliati da gamberetta ma cerco qualcosa in specifico sull’argomento, diciamo un “esempio per tutti” dell’utilizzo di tale tecnica.
    Ah e in italiano… se possibile…
    Grazie.

    @ gamberetta: complimenti per il tuo blog, utile, professionale e divertente.

  89. 328 Gamberetta

    @alice. Se guardi tra i primi commenti a questo articolo si parla abbastanza de L’Attimo Fuggente, perciò non aggiungo altro. Solo un dettaglio: non so come sia messa la critica cinematografica, in ambito letterario il 99% dei “critici” non ne sa assolutamente niente di tecnica narrativa. In particolare quelli che vanno avanti a paroloni, scimmiottando il vero linguaggio scientifico.

  90. 327 alice

    Illuminante. E non sto scherzando. Sono così abituata a leggere (mezzi) articoli italiani che il cervello si è spappolato per la mole di spiegazioni per sviscerare un semplice concetto come lo Show don’t tell. Ed ora capisco di più il fastidio per molti romanzi che mi capitano sotto tiro…

    Non sono d’accordo su tutto un paragrafo: la parte finale, con l’attimo fuggente e via dicendo. A volte non leggere un libro fa parte della propria costruzione culturale, anche se può apparire assurdo. Paragono col cinema, che conosco meglio della letteratura: la maggior parte degli scribacchini che si occupano dell’argomento ha letto manuali su manuali, è in grado di smontare per fotogrammi l’opera di un qualsiasi autore (Herzog, per fare un esempio che ti riproporrò più giù) ma molto spesso non ha VISTO la filmografia dello stesso (ma ancor più spesso nemmeno un miserissimo film). Mi spiego meglio: la tecnica può essere importante ma fino ad un certo punto. Un film che “segue le regole” non è per forza un buon film. Spingere i ragazzi a gettare nel cesso le critiche di Mereghetti – uno dei tanti critici osannati che probabilmente non guarda nemmeno le opere che recensisce – non è un simbolo reazionario, assegnato perché studiare è inutile. Diventa utile quando si trasforma in bacchettonaggine, se mi passi il termine, quando la tecnica supera la passione che l’arte può suscitare.
    Ti faccio un esempio pratico: Incident at Loch Ness – torniamo al motivo per cui mi trovo qui – sarà sicuramente schifato da coloro che di “cinema ne capiscono” così come lo sono i vari b-movie (perché ingenui, spesso totalmente sbagliati, sia nelle sceneggiature che nelle inquadrature che nella narrazione). Eppure, certe pellicole riuscite male sono migliori di tanti presunti capolavoroni osannati dalla critica. E ancora: crediamo che esista quindi un’oggettività? Personalmente no. L’oggettività – e tiro in ballo un pensiero soggettivo assoluto per confutare l’oggettività – è il parametro troppo concreto con cui si tenta di avere sempre ragione discutendo di arte o lavori personali (la parola arte è abusata e la uso per definire la branca creativa dell’animo umano, non mi viene in mente un altro vocabolo adatto). Anche se ci sono dei parametri tecnici (e quindi oggettivi) per definire un’inquadratura, io che guardo un film non posso né devo soffermarmi in quella specifica analisi. Altrimenti perdo il piacere del film per innalzare invece l’arte del segaiolo intellettuale, quello che parla delle cose per darsi un tono e non perché le ama. E quindi no, non credo che il keating debba essere frustrato e lapidato e mandato a zappare. E’ un punto di vista, che mi sento di condividere non per supportare la crescita dell’ignoranza, ma per troncare ogni possibile manierismo, tutti quei “fascinazione dell’autore”, semiotica semiminchia con cui si riempiono la bocca molti di quelli che il cinema non lo amano ma lo studiano.

  91. 326 Pen²

    Mi sono innamorato della fatina Fiammetta. Dove posso saperne di più su di lei?

  92. 325

    Grazie per aver messo a disposizione gratuitamente la tua esperienza e il tuo sapere. Scrivere usando “tanto cuore e più tecnica” non è semplice e io in particolare sono solo agli inizi; spero però che fra non molto potrò sottoporre al tuo giudizio qualche passaggio del mio ultimo racconto.

    “Show, don’t tell” è una regola basilare, grazie a questo precetto sono riuscita a concatenarne un altro, il primo che ho imparato: “lo scrittore scrive solo di ciò che sa”… Si trasforma però in una specie di incubo quando hai poche pagine a disposizione; raccontare a volte diventa un obbligo, senza contare che comunque non puoi per forza di cose descrivere tutto in maniera maniacale e precisa perchè il lettore si addormenta prima penso io.

    In sostanza sono d’accordo con te su tutto direi, ho anche apprezzato molto il manuale sulle descrizioni e, credo, a questo punto troverò molto utile pure quello sui dialoghi.

  93. 324 La mappa definitiva del Giovane Esordiente « Werehare's Burrow

    [...] * Manuali 2: Dialoghi, ovvero (guarda un po’) consigli su come impostare un dialogo; * Manuali 3: Mostrare, sull’importanza e l’efficacia del mostrare rispetto al raccontare; * Il punto sul [...]

  94. 323 Mostrare o raccontare?

    [...] di lui ne ha parlato il blog Fantasy gamberi che l’ha definita una fondamentale tecnica narrativa. È un’esortazione agli scrittori [...]

  95. 322 Aldebaran

    Infatti non doveva essere un raffronto. Erano due occasioni in cui, per risolvere il problema della velocità, ho mostrato.

    Comunque, grazie mille. Ho capito il problema. E anzi, corro subito a sistemare i pezzi.
    Grazie ancora :)

  96. 321 Gamberetta

    @Aldebaran.

    Che te ne pare?

    Non lo so. Nel senso che tu prima hai proposto un pezzo, poi un altro, ma non è lo stesso pezzo con stili diversi, sono due situazioni distinte.
    Comunque il secondo è migliore (anche se non manca qualche errore), ma appunto è difficile fare un confronto dato che nella prima scena c’è un combattimento, nella seconda un tizio che si allena da solo.

    Ora, in generale il problema della velocità nel duello. Direi che si risolve cercando di usare meno parole possibile e verbi appropriati. Per esempio, la tua prima frase:

    La prima stoccata arrivò piuttosto alta e M. fu costretta a fare alta anche la parata; il suo polso subì la forza di G.

    È un po’ “lenta” perché un po’ raccontata. Io proverei:

    La lama saettò da destra. Maria parò all’altezza degli occhi. L’impatto le piegò il polso [anime], le scintille la accecarono[/anime].

    #

    M. indietreggiò. La stoccata successiva arrivò rapida, ma riuscì a schivarla spostandosi verso destra;

    Potrebbe essere:

    Maria indietreggiò. La spada del maestro fendette l’aria, lei schivò a destra.

    #

    [...] M. evitò a mala pena.

    “evitò a mala pena” ed espressioni simili rallentano molto perché costringono il lettore a fermare il film per decidere cosa sarebbe il “mala pena”. È meglio dire, non so, che la punta della spada le sfiora la guancia, oppure che la lama strappa il vestito e graffia la pelle. Insomma dare concretezza al “mala pena”.

    Allora decise di attaccarlo con una serie rapida di colpi, ma andarono tutti a vuoto.

    Semplicemente(…) no. Non si “vede” niente. Fai andare a vuoto due colpi specifici ed è sufficiente per illustrare il punto.

    Nel manuale della Gotham Writers’ Workshop si accenna anche all’uso della seconda persona. Cosa ne pensi in merito?

    Che è meglio lasciarla perdere, almeno se si sta scrivendo un romanzo di genere. È troppo inconsueta, attira troppo l’attenzione sulla scrittura. Per un romanzo di literary fiction si può anche provare, ma per un romanzo di genere lascerei perdere. Tra l’altro non ho mai letto argomenti convincenti per cui la seconda persona potrebbe essere più efficace della prima o della terza.
    Al massimo si può usare la seconda persona mentre si scrive in prima, quando è naturale che il personaggio voglia distanziarsi da certi pensieri.
    Punto di vista di Anna in prima persona: “Io sono stata gentile con Michele e lui mi ha trattata da scema.” Magari il personaggio trova doloroso rinvangare l’episodio e allora invece del pensiero di cui sopra, pensa: “Tu sei gentile con gli uomini e loro ti trattano da scema.”
    Ma rimane comunque un uso molto limitato.

  97. 320 Aldebaran

    Dimenticavo: ho controllato in tutti i miei manuali di scrittura. Non ho trovato nulla in merito alla descrizione di azioni molto rapide.

    Ps: so che fra un po’ pubblicherai un articolo sul Punto di Vista e la sua gestione. Nel manuale della Gotham Writers’ Workshop si accenna anche all’uso della seconda persona. Cosa ne pensi in merito?

  98. 319 Aldebaran

    Ciao.

    Gamberetta, avrei un piccolo problemino.
    Nel descrivere dei combattimenti, mostrare rallenta l’azione creando una sorta di effetto Matrix. Non è molto bello.
    Se l’azione è lenta, allora ok. Ma se è un’azione molto veloce e frenetica, mostrare sarebbe come fare la telecronaca dei movimenti di un colibrì.
    Ho trovato una domanda simile nell’articolo sulle descrizioni. La risposta è stata di dare dei nomi alle mosse.
    Però in un romanzo serio, e quindi non una parodia degli anime giapponesi, non mi piace per niente. Mi suona un po’ ridicolo.
    E ad ogni modo, nella storia non posso inserire una scena verosimile in cui vengono dati dei nomi alle mosse o si studiano etc etc

    L’unica soluzione che ho trovato è di raccontare, in modo da non perdere la velocità. Per attenuare il raccontato, prima mostro degli attacchi, e poi li racconto. Il lettore ha ancora in mente gli attacchi mostrati, per cui nel raccontato dovrebbe vedere cose simili, ma più veloci.
    Ad esempio:

    La prima stoccata arrivò piuttosto alta e M. fu costretta a fare alta anche la parata; il suo polso subì la forza di G.
    Dannazione!
    M. indietreggiò. La stoccata successiva arrivò rapida, ma riuscì a schivarla spostandosi verso destra; il maestro la anticipò con una falciata, che M. evitò a mala pena.
    Devo contrattaccare
    Provò un fendente con il polso girato, diretto allo stomaco, ma G. lo schivò. Allora decise di attaccarlo con una serie rapida di colpi, ma andarono tutti a vuoto.

    o

    M. impugnò la falce con una sola mano, la poggiò sulla spalla destra, piegò le ginocchia e falciò da destra in alto a sinistra in basso. Ruotò il busto e i piedi per assecondare il movimento.
    Un’arma niente male. È molto leggera, ma sembra anche resistente.
    La impugnò con entrambe le mani e ripeté il movimento.
    M. ghignò.
    Portò la falce all’altezza dei fianchi e provò un taglio lineare, da destra a sinistra. Nel farlo, roteò il busto e portò l’asta dietro la schiena.
    Riprovò gli stessi attacchi, ma stavolta con grande agilità e potenza.
    Il suo sguardo era impetuoso.
    Iniziò a saltare e piroettare in aria, sbudellando nemici invisibili. Mulinava la falce, tracciava spirali, balzava con la grazia di una ballerina. Danzava sulle punte e fendeva l’aria con attacchi rapidi e violenti. I suoi capelli turbinavano come fiamme al vento.

    Che te ne pare?

  99. 318 Mauro

    Gamberetta:

    se scopro che diviene passaggio fondamentale per la storia una ricerca bibliografica o mi viene in mente una maniera per renderla emozionante, oppure ripenso la trama. Non mi pongo il problema di raccontare scene noiose/ripetitive perché costruisco la trama in modo che non ce ne siano

    Ottimo, grazie.

    Invernomuto:

    Hai letto il manuale scritto da Card e contenente le sue opinioni, hai letto anche le opinioni di Gamberetta, ora sta a te decidere quale sia quella giusta e quale sia quella sbagliata

    Questo sicuramente, ma prima preferisco approfondire ancora l’argomento, perché pur avendo letto il libro di Card non è che lo conosca; ora che ho tre punti di vista (Card, Gamberetta, McClanahan) ci ragiono un po’ su, ma credo che leggerò altro in materia.

  100. 317 Invernomuto

    Mauro, penso che la soluzione migliore per risolvere il tuo amletico dubbio sia questa.

    Hai letto il manuale scritto da Card e contenente le sue opinioni, hai letto anche le opinioni di Gamberetta, ora sta a te decidere quale sia quella giusta e quale sia quella sbagliata.

    Fortunatamente, il mondo della scrittura non ha solo una striminzita strada oltre la quale tutto è sbagliato, chi mostra -non sbaglia-, chi racconta -non sbaglia-, chi decide di fare qualcosa che non piace a Gamberetta, Card, Obama o Dio -non sbaglia- ma segue semplicemente la sua strada.

    Gli unici errori, nella narrativa, sono quelli grammaticali o di consecutio temporum, è ridicolo lasciarsi fuorviare da chi pensa che possa esistere un “errore di stile” in quello che non gli piace.

    Io, personalmente, sono dalla parte di Card, c’è quello che va mostrato, poi i fatti minori che vanno raccontati e poi ciò che viene ignorato completamente.

    Immagini un mondo pieno unicamente di libri mostrati e senza narratore onnisciente e privi di descrizioni numeriche perché “sono astratte”?

    Sarebbe il paradiso di Gamberetta, ma certamente l’inferno per molti altri.

    Non dimenticate mai, che nonstante vengano passati per fatti, quasi tutti i consigli espressi nel blog non sono altro che le opinioni e le scelte personali di Gamberetta.

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