Il Manzoni scrive da cani

Volevo riprendere il discorso accennato nella nota all’articolo su Damon Knight. Lì ho affermato che al Liceo occorre fornire agli studenti strumenti e non nozioni: per illustrare il concetto farò un esempio, basato su fatti realmente accaduti. A me.
A un certo punto, durante la soporifera lettura de I Promessi Sposi, la professoressa ci rifilò una serie di fotocopie. Erano su tre colonne, da una parte c’era un brano preso dal Fermo e Lucia, a fianco il brano corrispondente ne I Promessi Sposi, e nell’ultima colonna annotazioni sulle differenze.
Perché io e i miei compagni siamo stati sottoposti a una simile tortura? Mai saputo, durante le ore di italiano sonnecchiavo e pensavo ad altro.
Le fotocopie le ho stracciate, però ricordo abbastanza per ritrovare via Google i pezzi incriminati. Invece purtroppo non ricordo da quale libro fossero state prese le annotazioni, dunque quelle non posso riportarle fedelmente, ma non ha molta importanza per il discorso che voglio fare.

Primo brano, dal Fermo e Lucia (1821 – 1823):

Sur una di quelle soglie stavasi ritta una donna il cui aspetto annunziava una giovinezza matura ma non trascorsa; e vi traspariva una bellezza velata ed offuscata da un lungo patire, ma non iscomposta; quella bellezza molle e delicata ad un tempo, e grandiosa, e, per così dire, solenne, che brilla nel sangue lombardo. I suoi occhi non davano lagrime, ma portavan segno di averne tante versate; come in un giardino antico e trasandato, una fonte di bianchissimi marmi che inaridita, tien tuttavia i vestigi degli antichi zampilli. V’era in quel dolore un non so che di pacato e di profondo, che raffigurava al di fuori un’anima tutta consapevole, e presente a sentirlo, e quel solo aspetto sarebbe bastato a rivolgere a sé gli sguardi anche fra tanta miseria; [...]

Secondo brano, da I Promessi Sposi (1840 – 1842):

Scendeva dalla soglia d’uno di quegli usci, e veniva verso il convoglio, una donna, il cui aspetto annunziava una giovinezza avanzata, ma non trascorsa; e vi traspariva una bellezza velata e offuscata, ma non guasta, da una gran passione, e da un languor mortale: quella bellezza molle a un tempo e maestosa, che brilla nel sangue lombardo. La sua andatura era affaticata, ma non cascante; gli occhi non davan lacrime, ma portavan segno d’averne sparse tante; c’era in quel dolore un non so che di pacato e di profondo, che attestava un’anima tutta consapevole e presente a sentirlo.

Non conosco abbastanza la letteratura del primo ottocento per dire se questo stile fosse lo stato dell’Arte nell’ambito nella narrativa; giudicando con i parametri odierni – i parametri che uso per le recensioni su questo blog – ci troviamo di fronte a una schifezza. Un testo del genere è al limite dell’illeggibile. E tra l’altro lo stile qui supporta un romanzetto rosa da quattro soldi (“Here is a book, equal in matter to any two of Cooper’s novels, and executed at least as well, which we receive at the moderate price of forty-two cents!” dalla recensione di E. A. Poe, e andate a chiedere a Mark Twain a proposito della qualità dei romanzi di Cooper…) non certo un’opera che allarga i confini dell’immaginario.
Però bisogna ammettere che il Manzoni si è comportato da bravo pucciolotto e ci ha messo tanta buona volontà: le modifiche che ha effettuato hanno migliorato il testo. Segnalo le più significative:

  • Nel Fermo e Lucia la donna è descritta impalata, ne I Promessi Sposi si dà una mossa, e come spiegato nell’articolo sulle descrizioni, questo è un fatto positivo.
  • Nel Fermo e Lucia c’è quella disgraziata similitudine tra le lacrime e gli zampilli della fontana: il Manzoni ha fatto benissimo a tagliarla, non si poteva proprio leggere.
  • Sono poi stati cambiati dei termini qui e là. Per esempio è sparito quell’inguardabile “per così dire”… purtroppo è invece rimasto il “non so che” che è una roba da dilettante senza talento. Manzoni, se non lo sai tu che ti spacci per scrittore, dovremmo saperlo noi? Chiarisciti le idee e poi scrivi, altro che “non so che”!

Le annotazioni che accompagnavano le fotocopie erano di altro tenore, tranne la prima che ancora ricordo, perché già allora pensai: “Grazie tante, Capitan Ovvio!”. La prima annotazione diceva che nel Fermo e Lucia la donna era ferma mentre ne I Promessi Sposi la donna è in movimento. Punto. Non spiegava perché.
E infatti nella successiva interrogazione non dovevi fare alcun ragionamento, dovevi solo ripetere a pappagallo: “Le differenze tra il Fermo e Lucia e I Promessi Sposi sono questa e quest’altra. Nella scena che abbiamo studiato le differenze sono qui e lì.” Fine.
Questo è un classico esempio di insegnamento nozionistico: ti inculcano un singolo elemento di informazione (o una serie di elementi) che di per sé non ha alcun valore, né alcuna utilità. Non hai imparato niente, se non forse la solita lezione: ripeti quello che il professore vuole sentirsi dire e non fare domande.
Invece il professore dovrebbe partire dall’esempio di editing svolto dal Manzoni, spiegare perché una descrizione dinamica è migliore di una descrizione statica e insegnare agli studenti a fare altrettanto.
All’interrogazione il professore non dovrebbe neanche nominarlo il Manzoni, invece dovrebbe scrivere alla lavagna una descrizione statica e chiedere allo studente di trasformarla in una dinamica. A quel punto lo studente ha imparato qualcosa. Quando leggerà il capitolo successivo de I Promessi Sposi (o di Nihal della Terra del Vento) non ci sarà più bisogno delle note.
Sull’utilità o sul valore di questo strumento poi potremmo discutere, ma di sicuro ha più valore e più utilità della singola nozione. Così come sapere svolgere le addizioni ha molto più valore e utilità di sapere che la singola addizione 112 + 87 è uguale a 199.

La verità è che gli strumenti danno fastidio. Perché fanno sorgere domande, del tipo: “Come mai studiamo fino alla nausea un autore che scrive come un ritardato fuggito dalle fogne?”, “Come mai l’insegnante che ne sa meno di me dovrebbe giudicarmi?”, “Come mai abbiamo tra le mani queste annotazioni vomitate da un mentecatto?”, ecc.
Che seccatura!
Invece le nozioni sono una pacchia. Le nozioni sono “perché sì”, non hanno bisogno né di essere spiegate, né di avere una base razionale. È così e basta. O al massimo ci si appella all’Autorità: “Le annotazioni le ha scritte un Professore dell’Università di Vatte La Pesca!” Peccato che la deduzione sia: “L’Università di Vatte La Pesca è composta da incompetenti”, e non: “Le note sono valide”.

Del resto non la si vede tutti i giorni questa manfrina? “Se l’editor di una Prestigiosa Casa Editrice™ dice che il romanzo è bello allora è bello”, “Se il critico sul Famoso Quotidiano Nazionale™ dice che il romanzo è bello allora è bello”, “Se l’autore pubblicato dalla Prestigiosa Casa Editrice™ recensisce sul Famoso Quotidiano Nazionale™ il romanzo di un suo collega, allora il romanzo è strabello!”
Questo modo di pensare degno di un macaco è anche frutto degli “insegnamenti” al Liceo. Del miscuglio nozioni + autorità invece di strumenti + ragionamento.

Perciò la mia modesta proposta è di cambiare il modo di insegnare l’italiano nei Licei. Non si deve studiare la letteratura in sé (o peggio ancora la storia della letteratura); lo studio della letteratura deve essere solo un mezzo per dare agli studenti gli strumenti minimi con i quali esprimere le proprie idee e analizzare le idee degli altri.

* * *

Rispondo a qualche osservazione sollevata nei commenti all’articolo su Knight:

Gamberetta, la tua idea è buona, ma manca il tempo.
• Secondo me di tempo ce n’è fin troppo, basta non sprecarlo. Lo spreco di tempo deriva da due fattori: da un lato il fatto che gli studenti si annoiano a morte di fronte a un approccio nozionistico, e dunque bisogna ripetere all’infinito le stesse cose; dall’altro che si insegnano un sacco di cose inutili – il pensiero filosofico degli scrittori (al massimo è roba per filosofia), il contesto sociale/storico (roba specialistica), la minuziosa disamina delle opere (se dai gli strumenti non hai bisogno di entrare ogni volta in dettagli), cretinate come la parafrasi delle poesie… ecco, se c’è un’attività che dimostra quanto il Liceo sia stupido è la parafrasi delle poesie.
Le poesie, per loro natura, sono literary fiction, ovvero una forma d’arte nella quale stile e contenuto sono indissolubilmente legati. Fare la parafrasi di una poesia è come prendere un quadro, grattare via il colore, e rimettere insieme le scagliette a riprodurre un disegno che abbia una vaga somiglianza con l’originale. Qualcuno sa spiegarmi a cosa dovrebbe servire?
Mi rispondo da sola: a niente.
Serve solo a dimostrare agli insegnanti che si è pronti a svolgere a comando un’attività inutile e noiosa. “Brava Chiara, continua a fare come ti viene detto senza domandarti se quello che fai ha un senso, e farai carriera!”

Gamberetta, la tua idea è buona, ma richiede troppi soldi.
• Richiede solo corsi di aggiornamento per gli insegnanti di italiano. Non ci sono i soldi? Pazienza, vorrà dire che gli studenti subiranno ancora questa generazione di professori e cominceranno il nuovo programma con la generazione successiva.

Gamberetta, tu non capisci: se cento anni di critica letteraria dicono che il Manzoni è un genio chi sei tu per affermare il contrario?
• Evidentemente sono una persona che ha maggiori conoscenze riguardo la narrativa di cento anni di critica letteraria. Non è mica strano. Qualunque studente al primo anno di fisica ne sa di più sull’argomento di Aristotele, San Tommaso, Sant’Agostino e altri Giganti del Pensiero™ messi assieme.

Gamberetta, hai avuto brutte esperienze al Liceo e vuoi solo sfogarti.
• Sì, voglio sfogarmi, e con questo? Il mio ragionamento non cambia di una virgola.

Nota finale per i troll pro Manzoni: evitate pure di commentare, tanto non sprecherò mezza parola per rispondervi.

* * *

Questo articolo fa parte del Marciume. Maggiori informazioni sul Marciume, qui.

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340 Commenti a “Il Manzoni scrive da cani”

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  1. 140 Tapiroulant

    @Hendioke:

    Posso essere d’accordo sul punto uno, purché l’enfasi venga posta sullo studio e l’esemplificazione della tecnica, e non l’analisi delle opere. Lo studio dell’opera dev’essere funzionale allo studio della tecnica, e non il contrario.

    Il punto due però è mongoloide.
    Innanzitutto, sto ancora aspettando che qualcuno mi spieghi cosa sia questa famigerata “epoca post-moderna” (definizione adorata dagli umanisti intellettualoidi ma che per quanto mi riguarda non designa alcun oggetto reale).
    In secondo luogo, l’unica cosa che può avere senso fare, relativamente al punto due, è uno studio approfondito dell’ambiente in cui tu stesso vuoi lavorare: ad esempio, se vuoi scrivere fantasy, una buona conoscenza dei classici del genere e dei libri vicini alla tua ambientazione; se vuoi scrivere una reinterpretazione del romanzone ottocentesco, allora dovrai farti delle sessioni intensive di Tolstoj, Dostoevskij, Hugo, Hardy, Collins, Thackeray, James, e perché no, volendo anche Manzoni. Ma questo è già un ambito specialistico, che può andar bene per l’università, o per un corso facoltativo, o te lo fai a casa tua da solo, ma certo non a scuola.
    Quindi il punto due è un FAIL.

    Purtroppo non funziona così. Di gente che non si incuriosisce da sé e non si fa domande sull’origine di quel che fruisce è pieno

    Beh? In questo la scuola può farci ben poco.
    Riguardo alle direzioni che prenderà la curiosità dell’individuo, la responsabilità sta in grossissima parte nella famiglia e nella società. Per quanto impegno ci si possa mettere, anche riformando la scuola in meglio, dubito che in una borgata popolare di Napoli più di uno studente ogni 50 si interesserà sinceramente alla letteratura. Perché? Perché il suo ambiente lo porta verso altre direzioni.
    Qui si torna al mio discorso iniziale, ossia che un reale innalzamento del livello di istruzione e di intelligenza si potrà avere solo con una trasformazione completa della nostra società, di cui la nostra scuola è solo un piccolo frammento.
    Ho riaperto questo discorso solo per farti capire che non è nelle possibilità della scuola fare miracoli; e che di certo il tuo sistema non otterrebbe i risultati che dici tu; ora lo chiudo.

    Naturalmente sono in disaccordo anche con la lettura integrale di opere canonizzate.
    L’unica cosa che vedo utile è proporre ad ogni studente di leggere un libro a sua scelta (o magari di rileggere un libro che ha amato) e analizzarlo stilisticamente, per vedere cosa hanno appreso e rendere l’apprendimento più dinamico e attivo.
    Per quanto riguarda lo studio di “classici del passato” utili a verificare l’evoluzione della tecnica, pochi brani da antologia dovrebbero bastare in tutti i casi. Se i brani risulteranno accattivanti a qualcuno, quel qualcuno potrà anche decidere di leggersi il libro integrale per conto suo (non c’è libro di narrativa che con un po’ di sforzo non si possa leggere da soli, nemmeno Dante – vedi mio commento precedente); e magari potrà decidere, di testa sua, di fare gli esercizi di analisi proprio su quel classico che l’ha colpito.
    Amplierei però il discorso. Accanto al romanzo, analizzerei con gli stessi strumenti cose come i discorsi dei politici, gli slogan pubblicitari, gli articoli di giornale: tutto quello che può essere utile all’apprendimento dei meccanismi della retorica e del raccontare.

    Nota finale: a me Il nome della Rosa piace.

  2. 139 glue

    @ Hendioke
    Sai forse il disegnino non ci sarebbe stato male, sto cominciando a pensare che grosso modo siamo tutti daccordo sullo stesso principio base. Forse il mio esempio del cinema non era esattamente calzante, però l’idea di base rimane grosso modo valida: quando usi l’esempio del perchè una tecnica si è evoluta in un determinato modo stai comunque parlando di insegnamento della tecnica, che è ciò a cui mi riferisco anch’io, quando si parla di studio del contesto e della storia della letteratura ci si riferisce in genere solo al nozionismo: mi riassumi in pratica la vita dell’autore, cosa voleva comunicare, quale relazione c’era tra le correnti di pensiero dell’epoca ecc. Migliaia di pagine piene di opinioni di esperti ma nessuna spiegazione realmente utile dal punto di vista della formazione, nozioni che rientrano nella definizione “cultura generale” e che possono servire solo da un punto di vista logico in un quadro più ampio di assimilazione delle informazioni.
    Imparare la vita e il pensiero di un autore non mi serve a migliorare la tecnica nè rende le sue opere oggettivamente più interessanti, studiare lo stile utilizzato e l’evoluzione precedente e successiva ad un periodo storico potrebbe, ma visto che lo scopo della scuola dovrebbe essere insegnare cose utili, imparare come scrivere bene usando l’italiano corrente forse dovrebbe essere prioritario rispetto alle tecniche passate.
    Se la tua preoccupazione è che gli studenti possano rischiare di diventare dei tecnici senza ispirazione, credo di poterti rassicurare: tra di loro non tutti saranno comunque portati per la scrittura. Molti seguiranno comunque percorsi più adatti alle proprie abilità, dalla fisica nucleare all’impiantistica idraulica, ma se più persone fossero capaci di distinguere una cosa fatta bene da una fatta palesemente male probabilmente si alzerebbe un pò l’asticella qualitativa in molti campi e questo sarebbe già un piccolo successo. Naturalmente ci saranno sempre quelli che sfrutteranno le amicizie e le opportunità, ma questo temo sia più un problema sociale che non una cosa risolvibile migliorando la cultura individuale.

  3. 138 Hendioke

    Mi sa che siete fuori parametro ragazzi, guardatevi allo specchio: quello che vi vedete riflesso non è la maggior parte della popolazione (strano a dirsi).

    Aniway Alberello c’è arrivato a capire che volevo dire

    L’evoluzione potrebbe essere dell’insegnante che ti dice: “Questa particolare tecnica è stata per esempio utilizzata nell’Anna Karenina, vi consiglio di leggerlo perché bla bla bla, lo trovate facilmente in biblioteca”.

    Giacché il tempo è quello che è e le opere che è utile studiare tendono ad essere millemila concentrarsi sull’analisi tecnica e narrativa estrapolando brani e passaggi sarebbe più economico che far leggere le intere opere senza però sacrificare la conoscienza (che verrebbe comunque acquisita ma attraverso il nuovo metodo di studio).

    Poscia dopo di ché uno studio dei perché e i percome coi controcazzi richiederebbe sempre una fruizione completa dell’opera, quindi io alcune opere sono per farle leggere integralmente nelle scuole.
    Ma l’importante è che venga trasmessa di ogni opera l’analisi del suo contributo alla tecnica e alla narrativa (semplificando; dello “stile&trama”), se poi non leggerà mai Tolstoj o Omero amen (di Tolstoj fino a qualche mese non avevo mai letto una riga ora che ci penso…chissà perché l’ho preso ad esempio), anche se trovo difficile che ci siano opere non interessanti se ben spiegate, ma almeno li avrà studiati e saprà riconoscerne le tracce in giro.

  4. 137 Alberello

    Quante possibilità ha uno di appassionarsi al romanzo d’appendice russo se non gliene fai studiare manco uno?

    Con una parola magica: Biblioteca!
    La scuola attualmente ti obbliga selezionando opere preconfezionate (che tra l’altro ti fa comprare spendendo soldi, quando nemmeno sai se ti piaceranno). L’evoluzione potrebbe essere dell’insegnante che ti dice: “Questa particolare tecnica è stata per esempio utilizzata nell’Anna Karenina, vi consiglio di leggerlo perché bla bla bla, lo trovate facilmente in biblioteca”.
    La differenza tra una mensa ed un ristorante è che al ristorante tu scegli cosa mangiare a volte consigliato dal cameriere che può dire: “Vi consiglio la spigola, oggi è freschissima”.
    Diamine, ci vendono qualsiasi puttanata con questo sistema, possibile che non si riesca a far leggere un libro con un po’ di savoir-faire? Non significa che poi piacerà sicuramente, ma almeno magari uno su venticinque in classe poi si appassiona di Tolstoj e ti arriva all’esame che ti sa dire tutto di lui. Sarebbe un enorme guadagno avere un vero appassionato che fa questo piuttosto che 25 automi che citano a memoria la vita del Manzoni.

    Uno magari si appassiona a Tolstoj, un altro a Manzoni, un altro a Dickinson, un altro a Twain, un altro a Shakespeare e magicamente ti ritrovi 25 persone che parlano di tutto e di più riguardo alla letteratura e si scambiano pareri e impressioni (magari litigandoci pure sopra, sarebbe il traguardo più ottimale raggiungibile).

    Ma perché, le persone “diventano” curiose al liceo? Lol.

    A parte che non parlo solo di licei (da dove di solito sono usciti i peggiori snob/cagacazzo che io abbia mai conosciuto, pieni di sé e che poi hanno bisogno dei tecnici anche solo per cambiare una lampadina, senza offesa per i presenti. Lol) e comunque non solo a scuola non si diventa curiosi, fanno di tutto per fartela passare la curiosità.
    Mi considero un lettore vorace e curioso, mi sono letto i peggio mattoni e le cose più leggere, non ho pregiudizi in base alle copertine, all’autore o alla lingua ma… la scuola non mi è MAI stata d’aiuto in questo. Tutti gli autori che mi hanno fatto leggere (Manzoni, Leopardi, Tasso, Montale, Pirandello, Foscolo, Dante ecc.) me li hanno resi di una noia mortale.
    Appena potevo mi rifugiavo in biblioteca e mi leggevo di nascosto Dickinson, Gibran, Baudelaire, Twain, Rimbaud, Wilde ecc.
    Vivevo l’aula come una prigione e la biblioteca come l’ora d’aria.
    La curiosità è insita in ogni essere umano, tutti i bambini imparano attraverso di essa, non c’è bisogno di far diventare nessuno curioso, basterebbe fargli mantenere questa attitudine anche quando diventa un orribile adulto. L’unica volta che provai a fare una domanda al prof di italiano la risposta fu: “Qui le domande le faccio io”. Minchia. Mi sono cascate le palle e non ho mai più chiesto niente.

    Poi ci si stupisce che l’Italia sia il paese dove si legge di meno in europa. Misteri della fede.

  5. 136 Hendioke

    Vabbé non son stato capito un’altra volta vedo di riassumere ete semplificare.

    Studiare storia della letteratura fatta come vien fatta oggi è inutile e su questo son d’accordo con voi. Ritengo però possa, se fatta in altro modo, avere un’utilità.

    Questo altro modo implica l’analizzare le opere e, cosa più importante, l’evolversi, esemplificato dalle opere studiate, delle tecniche narrative.
    E per studiare l’evolversi delle tecniche non intendo studiare che prima si faceva così e poi si faceva cosa (INUTILE) ma perché si è passati da una tecnica all’altra (UTILE).

    I vantaggi di uno studio siffatto sono sostanzialmente due:

    1) Maggior comprensione della tecnica.
    Se ti insegno una tecnica e ti faccio anche capire come ci si è arrivati a quella tecnica ottengo che l’avrai appresa meglio e ho anche speranza che tu possa meglio contribuire alla sua evoluzione.

    Se ti insegno la tecnica e basta (lo Show don’t tell è l’unica tecnica possibile perché sì) avrò fatto di te un ottimo tecnico ma ho scarse speranze tu possa diventare un innovatore e rischio che tu assorba lo strumento come avresti assorbito la nozione.
    Ce l’hai, sai usarlo ma non è propriamente tuo quindi difficilmente andrai oltre questo.

    Ok, è infinitamente meglio di un insegnamento solo nozionistico ma perché aver tanto quanto con poco sforzo in più potresti avere tutto?

    2) Maggior conoscienza del materiale.
    Siamo immersi, che ci piaccia o meno, in un humus culturale fatto di rimandi, influssi, reciproche influenze che spaziano attraverso millenni e ampie regioni geografiche.
    Lo studio delle influenze passate per riutilizzarle è uno dei pilastri dell’epoca post-moderna, parliamo quindi di qualcosa che oltre ad attraversare la storia sta contraddistinguendo un’epoca!
    Studiare le opere più riprese, (che certo non è, a livello occidentale, Manzoni, Tolstoj si ma c’è sicuramente chi ha influito di più: troviamolo), le più influenti (quelle che un tempo si cercava barbaramente di mettere nei canoni quando in realtà più che di canoni si parla di flussi di opere) torna utile al momento di scrivere e torna anche utile nel momento di leggere e comprendere i testi che ci stanno attorno.

    Tapiroulant. Ti si un ragazzo intelligente ma non credere siano tutti come te. Se davvero bastasse avere la tecnica per essere curiosi (altra cazzata invereconda…un tecnico può essere caratterizzato dalla curiosità di un sasso) o se tutti lo fossero a prescindere allora non ci sarebbero particolari problemi.
    Le persone da sole di fronte alle opere interessanti ricercherebbero le opere a cui queste fan riferimento e allargherebbero il loro sapere da sé (resterebbe il problema che di fronte ad opere troppo diverse per tecniche impiegate si troverebbero in difficoltà ad analizzarle).

    Purtroppo non funziona così. Di gente che non si incuriosisce da sé e non si fa domande sull’origine di quel che fruisce è pieno, direi che noi qui siamo una felice elite circondati da masse di persone che credono che John Doe sia un’opera dalle trovate originali, Vasco Rossi la storia del rock italiano e Umberto Eco un grande giallista.

    A questa massa di gente se dai la tecnica ma non dai un’infarinatura su che cazzo è venuto prima magari smetterà di leggere Eco perché fa troppi infodump ma finirà con l’osannare il primo Eco non infodumparo che comparirà all’orizzonte.

  6. 135 Tapiroulant

    Quante possibilità ha uno di appassionarsi al romanzo d’appendice russo se non gliene fai studiare manco uno?
    Certo potrebbe entrare in una libreria e comprarsi Anna Karenina.
    Ve lo immaginate un giovane uomo formato a “Show don’t tell” e a digiuno di storia della letteratura che sceglie le 1000 pagine narrative e introspettive di Anna invece di, che ne so, un libro di VanderMeer?

    Cioè, tu mi stai dicendo che io devo andare a scuola perché mi insegnino a farmi piacere una cosa che altrimenti non mi piacerebbe. Geniale.
    In sostanza, potremmo dire che lo studio della storia della letteratura al liceo serve per giustificare il lavoro di critici letterari ed esegeti che hanno bisogno di un puntello morale per rendere conto del fatto che hanno dedicato la loro vita a scrivere commentari sui classici del passato.

    Guarda, sarò franco: non ho mai letto una sola riga di Tolstoj, ma penso di essere comunque una persona sana, curiosa e versatile. Non si capisce perché un qualunque essere umano dovrebbe sentirsi in dovere di leggere un Classico, come se questo lo elevasse in qualche modo a una sfera superiore.
    Se poi Tolstoj è stato un innovatore e un maestro della tecnica (prima volta che lo sento dire), non c’è motivo per cui io debba leggerlo, così come un matematico non deve leggere gli Elementi di Euclide o l’Al-Kit?b al-mukhtasar f? his?b al-jabr wa l-muq?bala di Al-Khwarizmi.
    Guarda che gli esempi di come si applicano le tecniche letterarie, li si può fare anche sulla letteratura successiva alla *scoperta del principio*; li si può fare sugli stessi libri che la gente legge, ossia sui libri che presumibilmente le interessano di più. Se un principio scoperto da Tolstoj funziona, indipendentemente da Tolstoj avrà molto più senso dimostrarlo sulla letteratura successiva che non sullo stesso Tolstoj. FAIL.

    Per inciso, gli autori dell’Ottocento che ho letto e amato di più (Poe, Gogol’, Dostoevskij, Balzac, Melville, Conrad) sono tutti autori che non ho studiato a scuola, neanche per mezza lezione. Degli autori che ho studiato non ho avuto, fino ad adesso, alcuna curiosità; e se me ne venisse in futuro, non sarà stato certo merito della scuola.
    Ah, non vale rispondere che sarà stato perché ho avuto cattivi insegnanti.

    Concludo: nessuno al mondo è talmente mongoloide da credere che il viaggio di formazione sia stato inventato da Kerouac.

  7. 134 Zarathustra

    Ma perché, le persone “diventano” curiose al liceo? Lol.

  8. 133 Hendioke

    E secondo me l’idea di base, “formare cittadini curiosi” è giusta, il metodo è sbagliato.

    Se non gli fai un minimo di storia della letteratura come l’ho delineata nei miei post (quindi non “le rondini volavano basse” ma “perché all’epoca la tecnica narrativa dei romanzi poteva essere quella o un’altra ma non un’altra ancora? Evoluzione del romanzo dal Don Chisciotte ai primi romanzi inglesi e a seguire”) quando incontreranno un testo che li incuriosisce, ma sfugge all’analisi delle tecniche apprese a scuola, sarà per loro come trovarsi davanti qualcosa di nuovo, dovranno partire da zero o quasi.

    Che potranno fare? Andare a spulciare Wikipedia (nozionismo a gogo), oppure leggersi un saggio critico sull’opera (ermeneutica…la divinità ce ne scampi)?
    Con un po’ di coscienza dell’evoluzione storia della tecnica sapranno già, quale che sia l’opera, inquadrarla a grandi linee e sapere cosa cercare e su cosa concentrarsi per arrivare a fruire compiutamente l’opera.

    Inoltre se insegni delle tecniche ma non dai dei benedetti esempi rischi di formare una massa di persone non solo autodidatte ma forse nemmeno curiose.
    Quante possibilità ha uno di appassionarsi al romanzo d’appendice russo se non gliene fai studiare manco uno?
    Certo potrebbe entrare in una libreria e comprarsi Anna Karenina.
    Ve lo immaginate un giovane uomo formato a “Show don’t tell” e a digiuno di storia della letteratura che sceglie le 1000 pagine narrative e introspettive di Anna invece di, che ne so, un libro di VanderMeer?

    Peccato che mentre il secondo non c’è ancora arrivato (magari ci arriverà ma adesso ancora no) il primo libro ha influenzato qualche migliaio di scrittori. E’ citato in andata e ritorno e ha ispirato fraccate di soluzioni a livello di trama e tecniche successive.
    Altro motivo per cui non sarebbe schifo studiare un po’ di opere a scuola, per evitare che questi giovani virgulti tecnici e curiosi finiscano col pensare che l’idea del viaggio avventuroso che s’accompagna a una crscita interiore l’abbia inventato Keruac o Poe e non Omero

  9. 132 Alberello

    @Hendioke

    Vedi te quanto puoi andare a ritroso senza prima doverti fermare un attimo a chiederti perché in quell’epoca e in quel luogo le descrizioni le facevano così e i dialoghi cosà.

    Perfetto, ma comunque questa domanda viene spontanea solo se l’opera (di qualsiasi epoca sia) ti è piaciuta e ti ha incuriosito. Tutto qui il problema. Se io leggo i promessi sposi, dopo due secondi mi viene a male e me ne frega altamente del perchè lì è scritto così e di là è scritto cosà. Sono un lettore, non uno storico della letteratura.
    Viceversa, se leggessi un’opera che mi attrae, comincerei a chiedermi: “Chissà perchè qui l’autore ha scritto così o fatto cosà”.

    Arancia meccanica mi è piaciuto e mi ha incuriosito, questo mi ha spinto ad andarmi ad informare sul suo contesto, Il pesce innamorato mi ha fatto cagare e non me ne può fregar di meno di chi l’ha diretto e perchè. Mi pare chiaro come ragionamento, se un’opera te lo fa ammosciare (il cervello), anche l’uomo più curioso di questo mondo (quale io sono) si rifiuterà di imparare ed inconsciamente rimuoverà ogni ricordo di quell’opera.

    Prova ad andare in giro a chiedere a chiunque qualcosa di un pò più specifico sui promessi sposi e vedrai che nessuno si ricorda niente. Chiedigli qualcosa del suo libro preferito e vedrai che saprà dirti tutto, perfino il numero di caratteri che contiene. Cercare un testo più appetibile da insegnare nelle scuole non mi sembra un crimine, insegnare prima le tecniche neppure se il risultato di questa combo sarà promuovere la curiosità personale verso la lettura e l’approfondimento del contesto (che si può trovare in internet in tutte le salse).

    L’idea alla base è formare cittadini curiosi e che siano in grado di informarsi da soli su tutto, dando loro gli strumenti di lavoro adeguati.

  10. 131 Hendioke

    @Glue

    Mi spiego meglio.

    Studiare esempi di scrittura dopo aver imparato le tecniche narrative moderne può declinarsi in due tipi di studio (perchè alla fin fine anche apprendere dagli esempi è un tipo di studio):

    1) nozionistico. Prendo “Il conte di Montecristo” e rilevo che la trama parla di questo e quello, i paragrafi dal 3° al 5° del capitolo 6° narrano questa azione o delineano quel personaggio. Scevro il tutto dallo stile antiquato e immagazzino.
    E’ nozionismo: sto apprendendo, per esempio, che il Conte viene descritto così oppure cosa e ne trarrò ispirazione per i miei scritti o rimettendo qualche elemento paro paro oppure inventandone di miei ma ispirati su quanto ho appreso.

    2) retroingegneristico. Con le mie capacità d’analisi vado a capire perché Dumas nei paragrafi dal 3° al 5° del capitolo 6° fa queste scelte tecniche invece di altre, queste scelte narrative invece di altre e comprendendo il perché mi approprio di un concetto, che forma un materiale di costruzione migliore del mero dato stilistico/narrativo espresso; un concetto che sta, come materiale per lo scrittore, alla nozione come il forno per mattoni sta al mattone nell’edilizia.

    Il bello è che mentre il primo tipo di studio è eseguile anche da un idiota salvo problemi di lessico e ortografia completamente mutati dal tempo (le note lessicali son lì per quello) il secondo non è eseguibile con una mera conoscienza strumentale dello stato dell’arte narrativa.
    E’, purtroppo, richiesto di sapere un attimo sto benedetto contesto storico, che non vuol dire sapere che Dumas era mezzo nero (chiseneincula) ma sapere che all’epoca la tecnica narrativa dei romanzi era quella e non un’altra e soprattutto perchè!

    A mio avviso studiare delle opere che hanno contribuito a formare il nostro bagaglio culturale (l’insieme del materiale edile narrativo della nostra civiltà) a scuola, accanto alle tecniche, incentrandosi su uno studio non meramente nozionistico delle opere (inutile) ma d’analisi delle stesse e della storia della tecnica è l’ideale per formare lettori e scrittori davvero coscienti (indipendentemente che vogliano poi fare gli scrittori o meno).

    Limitandosi a insegnare gli ultimi strumenti disponibili rischi di produrre aridi tecnici della lettura e della scrittura incapaci di analizzare uno scritto più vecchio di tot perché “WTF where is the Show don’t tell?!” tagliati fuori da una messe enorme di opere che, ops, sono quelle che hanno formato il bagaglio culturale e il cui materiale, trito e ritrito e ancora ritrito forma il 90% della produzione letteraria odierna e quindi facili prede di trame e concetti banali.

    Inoltre, lo ripeto, uno Scrittore serio che quindi fa della tecnica narrativa NON il suo strumento di lavoro ma il suo lavoro deve conoscere il perché la tecnica narrativa s’è evoluta così e cosà altrimenti col piffero che riuscirà a contribuire all’evoluzione della stessa (certo può tentare col metodo “try and repeat” ma vabbè…)

    P.S.
    L’esempio costruito sul cinema regge poco, molto poco. Questo perché il cinema ha 116 anni e analizzando a ritroso i film con gli strumenti della tecnica contemporanea bene o male se non capisci tutto capisci molto (anche se ante-Griffith e ante-Ejzenštejn iniziano ad essere un po’ cazzi), la letteratura ha qualche migliaio di anni. Vedi te quanto puoi andare a ritroso senza prima doverti fermare un attimo a chiederti perché in quell’epoca e in quel luogo le descrizioni le facevano così e i dialoghi cosà.

  11. 130 Alberello

    @Zarathustra
    Il problema è che attualmente le due cose si fanno in contemporanea a scuola. Mentre si leggono i promessi sposi si fa in contemporanea la storia di Manzoni e la storia generale. Ed è terribile tutto questo, perché è come se ad ogni fotogramma di un film di Tarantino ci fosse un tizio che mette in pausa e ti spiega quella o questa citazione da quale film l’ha copiata. In questo modo alla fine non hai capito un cavolo del film e nemmeno delle citazioni.

    Secondo me si dovrebbe prima leggere tutto il libro senza dire niente di niente riguardo il contesto e poi tutto il resto. A prescindere da questo, comunque, i promessi sposi sono effettivamente brutti come romanzo per i motivi espressi da Gramsci più quelli espressi da Gamberetta, pertanto è plausibile che gli studenti dicano: “A me frega un kaiser se Manzoni era il più figo della sua epoca, possiamo parlare di gnocca?” Non è che per questo siano ignoranti, sono dannatamente pragmatici.

    È come se tu incontri una ragazza che è un cesso, per quanto ti dicano che sia avvocato, ricca e quello che ti pare, se per te non è attraente un minimo fisicamente del suo “contesto” te ne fregherà alquanto (a meno che tu non sia una persona senza scrupoli con l’unico obiettivo del profitto ereditario).

    Se invece incontri una gnocca stellare, vorrai subito sapere tutto di lei per cercare di conquistarla, anche se poi magari scoprissi che è una zingara di nome Esmeralda.

    È l’opera che deve attrarre il lettore e non il suo contesto. La creatura deve essere stilisticamente efficace per invogliare colui che si approccia a continuare la lettura e la conoscenza di ciò che le sta intorno. Se si offrisse agli studenti qualcosa di meglio de I Promessi Sposi, probabilmente si riuscirebbe ad accendere in loro la passione per la lettura e per tutti i contesti che vuoi, invece di causare l’impotenza mentale.

    Percui sono d’accordo sull’insegnare prima le tecniche e di dedicare lo studio del contesto solo in maniera più specialistica a chi volesse approfondire. È un surplus, non una necessità.

  12. 129 glue

    @Hendioke
    Concordo parzialmente sul fatto che si debbano bilanciare anche le nozioni, ma come ho detto prima solo per una questione di esercizio logico non semplicemente mnemonico. La tua teoria mi lascia perplesso, quando dici:
    Insegnamento solo strumentale: poco utile. Apprendendo solo le competenze che stan dietro la produzione di uno scritto eviterò di farmi far fesso dal primo retorico scribacchino, ne lo diventerò, ma verrò fatto fesso dal primo che scrive banalità e scriverò banalità
    non mi convince. Se voglio scrivere bene dopo aver imparato le basi continuerò a vedere esempi di scrittura per fare mie le regole e imparare ad applicarle coerentemente, non andrò a leggere la storia dell’autore per apprezzare di più lui o i suoi lavori.
    Un altro esempio banale: quando studio qualcosa di nuovo per aggiornarmi professionalmente non mi serve conoscere la storia del mio insegnante, che potrebbe avere dieci anni in più o in meno di me, potrebbe essere una persona splendida o un gran bastardo. Mi serve comprendere ciò che sto studiando al meglio per perfezionare le mie competenze e diventare un professionista migliore. La conoscenza appresa a scuola non ha ragioni differenti da quella appresa in un corso specialistico: entrambe servono a formare professionalmente le persone offrendogli le stesse opportunità quando al termine degli studi arriverà il momento di decidere cosa fare della loro vita. Riuscire ad emergere dalla banalità è una cosa completamente diversa che non può comunque essere insegnata a scuola.
    Quando guardo un film, dove spesso di banalità ne prendi a carrettate, mentre apprezzo la storia presto anche attenzione alla qualità della regia, della fotografia, dei dialoghi, e degli effetti speciali. Vedo il prodotto come insieme e nelle sue singole parti e posso farlo perchè ho competenze del settore; questo non significa che non apprezzo un prodotto perchè guardo anche al lato tecnico, significa solo che il mio giudizio sarà più completo e potrò decidere scientemente se ho perso ore della mia vita oppure se c’era del buono.

  13. 128 Zarathustra

    @Alberello: Mica ho detto che uno deve sapere tutto prima di fare l’esperienza, sarebbe quasi un controsenso!

  14. 127 mgcgio

    @Gamberetta: “I promessi sposi” un romanzo rosa?
    Non credo proprio. Se non altro, i romanzi rosa puntano a creare un coinvolgimento emotivo. Manzoni non riesce a creare nessun coinvolgimento. Sfido chiunque a dire che si è immedesimato nei personaggi. E’ pressochè impossibile, perchè l’autore fa di tutto per non permetterlo, tranne rari passaggi. Ogni tanto interviene direttamente per dare dei giudizi sui personaggi (sottolineando come sia impulsivo Renzo, codardo don Abbondio, ecc.) o sulle situazioni (tipo il comportamento della folla). E’ il modo giusto di scrivere, questo? Mah.

  15. 126 Alberello

    @Zarathustra

    Non ho MAI detto che senza contesto non si apprezza un’opera…ma è innegabile che contestualizzandola si capisca molto, molto, molto di più, e quindi la si apprezzi molto, molto, molto di più.

    Da bifolco bucolico che gira con forcone quale io sono, è questo che mi lascia in dubbio. Quando vidi Arancia Meccanica per la prima volta ne ho tratto delle conclusioni personali (era il primo film di Kubrick che vedevo e non sapevo nulla di lui o del suo modo di girare film), poi spinto dalla curiosità cercai di informarmi un po’ di più sull’autore e scoprì che al tempo in cui i suoi film uscirono la critica ed il pubblico lo osteggiavano per l’alto tasso di violenza espressa in essi contenuti (Perché nessuno pensa ai bambini???). Allora egli ci fece sopra un film apposta (arancia meccanica appunto) nel quale dimostrava la sua idea (espressa in un’intervista) in cui diceva che secondo lui i film “non insegnano la violenza, tutt’al più insegnano uno stile.”

    Ed ecco perché il personaggio di Alex che di natura è violento, anche se con metodi di coercizione forzata e artificiali viene indotto alla pace dei sensi, alla fine non riesce ad adeguarsi a questo suo nuovo stato e ritorna esattamente come prima, secondo la sua natura. In pratica ha voluto dimostrare la sua teoria ribaltando le premesse. A prescindere che si concordi o meno con questa teoria (siamo nel campo della famosa diatriba genetisti VS comportamentisti che al tempo era molto in voga), lo scoprire tutto questo non mi ha fatto capire di più l’opera e di conseguenza apprezzarla meglio. Il mio giudizio sul film rimane esattamente quello che ho avuto quando l’ho visto la prima volta. Quello che è cambiato è che ho capito meglio l’autore e mi ha fatto apprezzare di più lui come persona per la simpatica trovata.

    Questo non significa che da quel momento Kubrick è diventato il mio Dio e qualsiasi cosa abbia girato dopo lo classifico come bello solo perché l’ha fatto lui (anche se mi piacciono tutti i suoi film in realtà). E di certo non racconto tutto questo a chiunque abbia visto il film e me ne parli, perché non serve a niente. Se uno mi dicesse: “A me Arancia Meccanica non è piaciuto” Non replicherei dicendo: “Perché non sai l’autore cosa pensava e il contesto storico in cui l’opera si colloca”.
    Se una persona è spinta da curiosità e dopo aver visto il film viene tentata e mi chiede: “Ma tu che ne pensi, secondo te Kubrick cosa voleva dire con questo film?” Allora finalmente si comincia una discussione interessante ed un dibattito. Ma la premessa è aver visto l’opera ed essere stati incuriositi da essa, non il contrario.

    E adesso scusate, ma devo andare a mungere le mie mucche che ascoltano Beethoven, con la nona sinfonia mi producono più latte o latte più.

    Bevete più latteIl latte fa beneA tutte le età.

  16. 125 Hendioke

    Io ci provo un’altra volta a dare la mia opinione e vediamo se stavolta qualcuno la prenderà in considerazione. Per sicurezza semplificherò ulteriormente il concetto.

    Insegnamento solo nozionistico: inutile. Senza apprendere le competenze che stan dietro la produzione di uno scritto sarò sempre alla mercè del primo retorico scribacchino e scriverò per lo più banalità

    Insegnamento solo strumentale: poco utile. Apprendendo solo le competenze che stan dietro la produzione di uno scritto eviterò di farmi far fesso dal primo retorico scribacchino, ne lo diventerò, ma verrò fatto fesso dal primo che scrive banalità e scriverò banalità

    Insegnamento strumentale e dell’evoluzione dello strumento (ovvero storia della letteratura fatta NON in modo nozionistico ma apprendendo i perché e i percome dei vari cambiamenti): epic win. Non solo avrò piena coscienza delle competenze dietro la produzione di uno scritto, ma avrò introiettato abbastanza esempi e materiale da scordare difficilmente quanto appreso e non farmi infinocchiare dal primo scrittore banale che passa, ne rischierò di diventarlo.

    Fra l’altro un insegnamento di quest’ultimo tipo è possibile senza troppe modifiche alla scuola così com’è. Nel mio liceo classico studiavamo Comunicazione riuscendo a ridurre storia della letteratura, cambiarne l’approccio e dintegrarla con argomenti più tecnici ed interessanti quali semiotica, ermeneutica, retorica ecc.

    Al prossimo giro proverò a fare un disegnino ^^

  17. 124 glue

    Quello che non capisco bene è perchè la discussione verta tra la correttezza nel fare approfondimento storico e il non farlo completamente.
    Partendo dal presupposto che passare più tempo a imparare per bene le basi di scrittura dovrebbe essere considerato più importante di quanto non lo sia oggi, e questo indipendentemente dal fatto che gli studenti nutrano o meno il desiderio di diventare scrittori, mi vengono in mente due considerazioni:
    a) imparare il contesto non ha un’utilità pratica in se, è la logica richiesta nel concatenare informazioni che giustifica lo studio di storia, geografia, storia della letteratura e via dicendo. Non è inutile, a meno che non sia fine a se stessa.
    b) il discorso iniziale parte da una base diversa, a meno che io non abbia interpretato male, e cioè che prima di fare approfondimento bisogna avere gli strumenti per mettere le informazioni ricevute nella corretta relazione e questa è una cosa che non viene tenuta in giusta considerazione dalle scuole precedenti al liceo fino all’università dove alcune materie esistono solo per fare numero. Il tempo per insegnare le cose per bene c’è, e la storia della letteratura potrebbe essere usata neli ultimi anni del liceo posto che si siano date basi solide prima. Ho trovato l’esempio dell’educazione fisica fatto dal duca calzante perchè segue lo stesso principio logico: prima ti dovrebbero insegnare a conoscere bene il corpo, l’alimentazione e gli esercizi utili e poi dovrebbero portarti in palestra a fare esercizi adatti al tuo corpo per abituare a tenerti in attività, e non per fare fare capriole una volta e lasciarti libero di fare il cavolo che ti pare le successive.
    A proposito di arte e dell’esempio di ‘Guernica’ fatto da Zarathustra volevo fare una precisazione: l’arte, in qualunque campo del sapere, è un linguaggio e come tale per essere compreso vanno dati strumenti per capirlo, strumenti che per inciso non vengono insegnati se non in alcune scuole e quasi mai nel modo giusto. Imparare il contesto non ti serve a nulla se non comprendi comunque la logica dietro le regole di composizione ed equilibrio di un quadro, giusto per fare un esempio. Tutto ciò che puoi fare è guardarlo e metterlo in relazione ad un contesto spiegato da qualcun altro che non puoi neppure sapere se sta omettendo informazioni utili per una migliore comprensione dell’opera che hai di fronte: qualunque cosa accada avrai comunque bisogno di qualcun altro che te la spieghi per poter andare oltre la ‘sensazione’ e l’arte per essere tale deve essere molto di più. Questo vale per musica, pittura, scultura, scrittura e via dicendo.

  18. 123 Skeight

    Non sono d’accordo sulla tua risposta sui temi sociali. Certo, ogni autore può essere interpretato in un’ottica di questo tipo, Moccia e Strazzulla compresi, perché tutti viviamo in un determinato contesto e le nostre azioni sono sempre, in qualche misura, influenzate socialmente, le opere d’arte soprattutto. Ma io non parlo di rappresentazioni sociali passive o implicite (come può essere quella del “disagio giovanile” nel descrivere una gara di corse clandestine), ma di quelle dichiarate. Ci sono moltissimi autori che, per inserire un messaggio preciso nei loro romanzi, li trasformano in sermoni noiosissimi; Manzoni infarcisce la sua opera di commenti moralisti, di descrizioni di leggi, di lamenti sui difetti degli uomini, interrompe anche la trama principale per qualche capitolo per parlare di peste, e ciò nonostante il ritmo della narrazione non ne risente, anzi: le pagine sulla peste sono bellissime di loro. Questa, secondo me, è la differenza.

    il punto è: il Manzoni è così bravo e così importante da dedicargli decine e decine di ore di lezione? No, santo cielo, no!

    E invece secondo me sì, ma perché dico questo? Perché è vero, ogni singolo aspetto positivo del Manzoni che ho indicato si può ritrovare in altri autori, magari in forma anche migliore. Ma quanti sono gli autori che in sé racchiudono tutti questi aspetti positivi?
    Se un professore di lettere volesse insegnare ai propri studenti tutte le tecniche su come si scrive un romanzo, per ognuna di esse potrebbe citare un qualche ottimo autore. Ma Manzoni può essere citato per praticamente tutte! Ci sono altri autori oltre a lui con questa versatilità? Probabilmente sì, ma allora si potrebbe porre la stessa domanda: perché l’autore X o Y invece di Manzoni? Se la loro utilità ai fini di insegnamento narrativo è la stessa, e in più con Manzoni ci sono i vantaggi a livello di storia della letteratura e di contesto di cui parla Zarathustra, allora Manzoni è davvero il miglior autore da studiare, alla scuola dell’obbligo come nei corsi di scrittura creativa (ammesso che lì parlino mai di Manzoni… non ho esperienza diretta di tali corsi).

  19. 122 Zarathustra

    @Gamberetta: se la tecnica fosse il parametro, i Beatles sarebbero disprezzati sommamente. Informati TU sulle metodologie e sulle scuole della critica, e poi vieni a parlare di critica – altrimenti continua tranquilla a fare le pulci alle parole, e lascia la critica a chi è competente. Curiosissimo come tu abbia risposto a quello che ti pareva, ma sono così abituato al trolling che lascio perdere.

  20. 121 Zarathustra

    @Aulos: è raro che i contemporanei capiscano. Per questo ho detto cause–>opera–>conseguenze. E le conseguenze si vedono solo col senno di poi, anche se ovviamente il bravo critico dovrebbe poterle prevedere.

  21. 120 Gamberetta

    @Murasaki.

    Il punto è che più di tanto non si può lasciar perdere: come ha osservato uno dei commentatori, all’esame certi autori sono in programma e gli esaminatori si aspettano che gli alunni siano a conoscenza di un certo tipo di nozioni.

    Come dicevo nell’articolo originale su Knight bisogna appunto partire da qui. Ovvio che i professori non possono inventarsi i programmi da zero.
    Il punto è anche che il nozionismo diventa sempre più inutile: ci metto tre secondi ad andare su wikipedia e leggermi vita, morte e miracoli del Manzoni. Ci metto tre secondi a recuperare il testo de I Promessi Sposi. Ce ne metto magari dieci per scoprire a che altezza volavano le rondini, ma insomma siamo lì.
    E prevengo subito la solita obiezione imbecille: se in futuro mi troverò nella condizione di non avere Internet, vorrà dire che siamo all’Apocalisse e del Manzoni non fregerà niente a nessuno – durante il terremoto in Giappone e nelle ore immediatamente successive Internet funzionava, eh, il che significa che chi aveva bisogno di nozioni letterarie mentre veniva investito dal maremoto poteva soddisfarsi.
    Perciò il tempo dedicato alle nozioni è sprecato. Invece il tempo dedicato ad affinare le doti di ragionamento e analisi è quello che permette di avere cittadini più consapevoli.

    @Skeight.

    Ops, a quanto pare mi sono incasinato con il tag per il corsivo… my bad.

    Ho sistemato io.

    mi sembra che ne I promessi sposi ci siano molte idee e soluzioni narrative che lo rendono più avanzato rispetto alla prosa italiana di quel periodo

    E già qui partiamo male: perché si possono coniare quante definizioni per “Letteratura” e “Arte” si vogliono, ma mi sembra ragionevole che debbano avere come punto di partenza dei valori assoluti. Se un mongoloide di cinque anni scrive un romanzo è una grande impresa per lui e si dimostra molto più “avanzato” degli altri bambini, ma non per questo ha prodotto Arte o Letteratura.

    Qualche esempio: quando l’oste osserva Renzo addormentato, metafora aulica (Orfeo e Psiche) subito seguita da un “Pezzo d’asino!” mormorato dall’oste stesso, che è una classica trovata umoristica (tono alto che precipita all’improvviso), e che ritorna anche quando, in vescovado mi pare, il cardinale Borromeo, l’Innominato e Lucia escon fuori e l’autore descrive le reazioni commosse, ammirate eccetera degli astanti per poi chiudere netto con Don Abbondio “cui nessuno badò”.

    Accidenti, metafora aulica + “Pezzo d’asino!”. C’è anche nel romanzo della Strazzu con “Testa di pigna!”. Dovremmo studiare anche lei a scuola.

    Poi, anche se non sempre, ma comunque è indubbia la bravura del Manzoni nel show, don’t tell

    Se accetti lo “Show don’t Tell” come criterio, ci sono migliaia di opere migliori de I Promessi Sposi. Migliaia di opere scritte nello stesso periodo in Italia? Forse no. E con questo? Si sta cercando l’Arte o si sta cercando il primo tra gli ultimi?

    Lo so, qui non sto dicendo nulla di diverso da quanto scritto in molti manuali di letteratura per le superiori, ma questo non lo rende per forza di cose sbagliato, chi rilegge il libro al di fuori dell’obbligo scolastico se ne può benissimo rendere conto.

    Sono banalità appunto degne della scuola. Quale romanzo non tocca temi sociali e universali? A tutti i romanzi si può appiccicare la coccarda di “sociale & universale”. Moccia con tutte le sue opere, la Meyer anche, persino i fumetti di Topolino. Invece, sempre partendo dal presupposto che potremmo scannarci per anni sulle definizioni di “Letteratura” e “Arte”, forse proprio la presenza di personaggi degni può significare qualcosa. Forse nella Letteratura e nell’Arte si trovano Ulisse, Amleto e Don Chisciotte, non Renzo Tramaglino. Forse nella Letteratura e nell’Arte si viaggia all’Inferno, che non è lo stesso di organizzare un matrimonio tra mentecatti.

    Ma il fatto che la scuola trascuri, in questo romanzo, l’umorismo, la resa cinematografica delle scene d’azione, l’atmosfera onirica nelle scene di angoscia e via dicendo, non vuol dire che allora I promessi sposi siano privi di queste virtù narrative; né, per dirlo, basta scrivere un articolo basandosi su poche righe del romanzo.

    Quello era un esempio, il resto sarebbe pure peggio. Comunque si sta ancora sviando il discorso, il punto non è tanto quanto il Manzoni sia bravo o abbia importanza storica, il punto è: il Manzoni è così bravo e così importante da dedicargli decine e decine di ore di lezione? No, santo cielo, no!
    Così come a Fenimore Cooper non le si dedicano.

    @Zarathustra.

    io e te non abbiamo il potere di decidere cosa sia Letteratura (o letteratura) e cosa non lo sia, temo.

    Parla per te, io non ho problemi a decidere che I Promessi Sposi non sono Letteratura ma solo un romanzetto rosa. Se tu invece non hai le conoscenze per catalogare un testo di narrativa, magari sarebbe meglio se ti informassi prima di commentare di nuovo.

  22. 119 Aulos

    Anche se non sono nuovo del blog, è la prima volta che commento: mi interessa quello di cui si discute.
    Voglio solo intervenire riguardo a quello che dice Zarathustra: sono d’accordo con lui non per i concetti di Arte e Letteratura (“Cuore” di De Amicis fu molto apprezzato al tempo, anche se come prova letteraria non è granché valido; stesso discorso per “Storia di una capinera” di Verga. Al contrario, passando alla similitudine musicale, la musica di ?ajkovskij venne definita “puzzolente”, e sappiamo come è andata a finire), ma per quanto dici sul contesto.
    In questo sono d’accordo con te. Si è parlato del Sense of Wonder abbondantissimo nella “Divina Commedia”: ad esempio, secondo me si aumenta il SoW nell’episodio dell’orgoglioso Farinata se si conosce il contesto (Farinata ghibellino, Dante non ghibellino solo per ragioni cronologiche e bla bla bla).

  23. 118 Magdalena

    @Zarathustra

    Non sei scemo tu e non lo sono neanche io.
    Infatti, come ho detto, dato che mi ha affascinato IO mi sono premurata di informarmi; mica ho chiesto alla docente di farmi dieci ore sulla storia artistica di Barcellona sottraendole dal poco tempo che l’istruzione ha per comunicarmi i concetti basilari.

    Dobbiamo renderci conto che il tempo è limitato.
    Per quanto tendano a dilatarlo sempre più se Yoda fosse partito a spiegare dalle origini della sua razza a oggi forse Luke non avrebbe mica imparato a usarla la forza.

    Contestualizzare è bello.
    Ma la domanda giusta non è sia corretto farlo, ma se sia necessario e, soprattutto, fondamentale farlo a scuola.

  24. 117 Zarathustra

    @Alberello: serve a capire.
    @Magdalena: idem. Non ho MAI detto che senza contesto non si apprezza un’opera…ma è innegabile che contestualizzandola si capisca molto, molto, molto di più, e quindi la si apprezzi molto, molto, molto di più. Altro esempio: Guernica. Mi sembra palese che il processo sia: vedo/leggo/sento l’opera—>la apprezzo/non la apprezzo—>cerco di capirla fino in fondo, contestualizzandola—>la apprezzo/non la apprezzo con cognizione di causa, con solide motivazioni che non siano “Mnzn fa skif!!1111!!!1! Nn usa lo sciò dontell!11!”. Mi sento quasi scemo a spiegare sta roba comunque, la darei anche per scontata ;)

  25. 116 Magdalena

    Avete scritto troppo.
    Fatto sta che ho colto qua e là delle cose (diciamo che non ho letto tutto tutto tutto. Se ripeto quello già detto da altri, va be’ amen):

    - il contesto ha importanza? E perché? Perché a suo tempo aveva un valore? E a me nel 2011 che me ne frega che, a suo tempo, Ciccio Malese era un genio? Se Dio vuole io nella sua epoca non mi ci troverò mai.
    - Ho visto nominare Giotto. Ora cercatemi uno che non sia debole di mente che verrebbe veramente a dirmi che le opere di Giotto non siano di una estetica oggettivamente riconoscibile come godibile. Oggi, ieri, l’altro ieri, duecento anni fa. nessuno che abbia occhi e cervello può dire una cosa simile. Le tecniche pittoriche forse si sono evolute, ma ciò che è bello rimane bello anche oggi e, ops, anche fuori contesto storico.

    Il ragionamento non ha senso a priori, per il semplice fatto che se dovessimo partire da questo presupposto non dovremmo mai provare un autore di per sé, o andare a vedere un museo. Voglio dire, volete per caso dirmi che eravate a conoscenza di TUTTI i contesti storici prima di vedere la città di Barcellona e le sue opere a cielo aperto?
    Io no. E me le sono godute un sacco.
    Poi, incuriosita, ho cercato informazioni e guide.

    Il processo inverso, che si fa passare per sacrosanto, è innaturale e inquietante; partire dal generale per arrivare al particolare è davvero molto inquietante.
    E’ come dirmi che i morti per un’epidemia di peste oggi sarebbero diversi dai morti di un’epidemia di peste nel 1600. No, i morti sono uguali, sono meno, forse, perché oggi abbiamo delle conoscenze mediche più avanzate.

    Il mondo non funziona a epoche stagne e soprattutto se vogliamo contestualizzare io vivo nel xx secolo. Se la scuola ha il compito – e mi pare lo abbia, almeno per quanto riguarda la scuola dell’obbligo – di fornire un sapere enciclopedico che per sa definizione NON può essere specifico, si deve necessariamente scegliere.

    Ora il discorso sarebbe assai lungo: serve a me sapere che Alessandro Magno a Gaugamela ha vinto puntando a una determinata strategia? Oggi sarebbe utilizzabile, forse, come metafora, ma l’arte della guerra è cambiata, gli strumenti sono cambiati, è una bellissima nota di colore e argomento di conversazione la falange macedone, ma sapere che esiste non mi porterà a capire perché mai oggi stiano facendo piovere bombe sulla Libia.
    E’ uguale, a mio avviso, per la letteratura: che Leopardi fosse un gobbo disadattato ha influito sui suoi testi? E al popolo?
    Nulla. Perché questo non autorizza a studiare mongoloidi che scrivono stronzate perché venivano gettati in un pozzo da piccoli e a suo tempo usava così (il discorso è identico, a ben vedere).

  26. 115 Alberello

    No Alberello, quello non è contesto.

    Affermato ciò, perchè allora a scuola continuano a torturare persone con questa fissa di sapere i nomi veri delle varie dediche artistiche e non dicono solo: “Da sempre è stato uso per gli Artisti usare nomi fittizi al posto di quelli veri per le dediche da fare alle dame che richiamavano il loro amore”? Non è meglio così?

    Perché Mozart è storia della Musica?

    Secondo me perchè quando ascolti un pezzo come questo, è quasi impossibile riuscire a rimanere impassibili.

    Diciamo che, proprio a voler indagare (…contestualizzare?), bisogna inserire l’opera in una catena cause-conseguenze, dove le prime sono lo sfondo e le seconde ciò che ci fanno assegnare a quell’opera un “ruolo” nella storia.

    E perchè bisogna farlo, a cosa serve? Che utilità ne ricaverò?

  27. 114 Zarathustra

    @Gamberetta: io e te non abbiamo il potere di decidere cosa sia Letteratura (o letteratura) e cosa non lo sia, temo. Perché Mozart è storia della Musica? Mah. Lo è e basta, per tradizione consolidata. Noi possiamo accettare questo fatto, e studiarlo in modo critico e ragionato (senza i paraocchi di chi ritiene esistano Autori Intoccabili). Diciamo che, proprio a voler indagare (…contestualizzare?), bisogna inserire l’opera in una catena cause-conseguenze, dove le prime sono lo sfondo e le seconde ciò che ci fanno assegnare a quell’opera un “ruolo” nella storia.

  28. 113 Skeight

    Ops, a quanto pare mi sono incasinato con il tag per il corsivo… my bad.

  29. 112 Skeight

    “Infatti, confermo. Ma stiamo parlando del Manzoni, mi spieghi (con argomentazioni tecniche, non perché sì, o perché ti hanno detto così a scuola o perché lo dice tizio o caio) dove sta la Letteratura (L maiuscola) o l’Arte (A maiuscola) ne I Promessi Sposi?”

    Sono a digiuno di terminologia letteraria, quindi forse le mie argomentazioni non suoneranno molto tecniche, però provo a rispondere alla domanda che hai posto a Zarathustra.
    Sulla letteratura: al di là del linguaggio che oggi può risultare ostico alla lettura – ma nemmeno tanto, se uno ci mette un minimo di impegno, riusciamo a leggere Boccaccio che è di parecchi secoli prima… – mi sembra che ne I promessi sposi ci siano molte idee e soluzioni narrative che lo rendono più avanzato rispetto alla prosa italiana di quel periodo, e che sono rimaste nella narrativa successiva, non solo quella letteria. Qualche esempio: quando l’oste osserva Renzo addormentato, metafora aulica (Orfeo e Psiche) subito seguita da un “Pezzo d’asino!” mormorato dall’oste stesso, che è una classica trovata umoristica (tono alto che precipita all’improvviso), e che ritorna anche quando, in vescovado mi pare, il cardinale Borromeo, l’Innominato e Lucia escon fuori e l’autore descrive le reazioni commosse, ammirate eccetera degli astanti per poi chiudere netto con Don Abbondio “cui nessuno badò”. Poi, anche se non sempre, ma comunque è indubbia la bravura del Manzoni nel show, don’t tell, ad esempio nella notte di paura di Renzo dopo la fuga dall’arresto, o nella resa degli eventi della notte degli imbrogli, o nel modo in cui viene svelata poco a poco la presenza di Don Rodrigo nel Lazzaretto. Senza contare che anche il modo in cui muove i diversi fili della trama facendo separare e ritrovare i personaggi è un bell’esempio per parecchi autori di oggi, che nonostante sia passata tanta acqua sotto i ponti non ne sono capaci.
    Mi fermo qui perché sto citando a memoria i pezzi che mi sono rimasti più impressi, e non ho il romanzo sottomano. Per dire che I promessi sposi, oltre a essere un’opera letteraria, sono anche Arte, mi limito a considerare un fatto: partendo da uno spunto non molto significativo (l’abuso di un potente su due giovani, parlando del ’600 non era certo qualcosa di inaudito) e da personaggi che in sé non avevano particolari qualità fisiche e intellettuali (tranne Lucia, che però per buona parte del romanzo è più un soggetto passivo che attivo negli eventi), Manzoni scrive una storia che appassiona (mi riferisco alla trama, chiarò che risulti meno appassionante per chi non digerisce lo stile) e che arriva a toccare temi sociali (la superstizione delle folle, la corruzione dei potenti) e universali (la provvidenza) senza che ciò vada a inficiare la narrazione generale. Lo so, qui non sto dicendo nulla di diverso da quanto scritto in molti manuali di letteratura per le superiori, ma questo non lo rende per forza di cose sbagliato, chi rilegge il libro al di fuori dell’obbligo scolastico se ne può benissimo rendere conto.
    Il problema è che pochissimi lo fanno, perché la scuola non insegna veramente a leggere Manzoni, tranne che in pochi casi fortunati: io ho avuto la fortuna di leggere l’edizione critica annotata da Gene Pampaloni, mentre i miei compagni di classe che han comprato l’edizione indicata dalla scuola si sono trovati analisi critiche pessime. Ma il fatto che la scuola trascuri, in questo romanzo, l’umorismo, la resa cinematografica delle scene d’azione, l’atmosfera onirica nelle scene di angoscia e via dicendo, non vuol dire che allora I promessi sposi siano privi di queste virtù narrative; né, per dirlo, basta scrivere un articolo basandosi su poche righe del romanzo.

  30. 111 Marco I

    Segnalo un articolo pubblicato sul Corriere della Sera di oggi: Il corpo dello scrittore. Se il carisma dell’autore mette in ombra l’opera di Alessandro Piperno.
    La mia impressione è che Piperno sia un po’ troppo “rassegnato” alle logiche dell’editoria, ma almeno ne ammette l’esistenza a differenza di altri: “Certo, è innegabile che qualsiasi editor di buonsenso, a parità di qualità, preferisca pubblicare il libro di una splendida teenager che quello di un professore di liceo in pensione.”

  31. 110 Murasaki

    La questione è interessante, tutto il post è interessante e i commenti lo sono quasi di più, per tanti aspetti. Comunque qui rispondo in veste di insegnante di lettere.
    Lavoro alle medie, e alle medie rimarrò, non ultimo perché non sono mai stata molto convinta dell’utilità dello studio della letteratura – anche se a me piaceva, anche se prendevo voti molto alti, anche se i miei tre (ottimi) insegnanti di letteratura delle superiori oltre a una buona quantità di nozioni per me interessanti mi hanno trasmesso pure la capacità di analizzare un testo. Al ginnasio, in verità, la storia della letteratura non l’abbiamo nemmeno toccata e l’analisi del testo era fatta in modo collettivo, guidata dall’insegnante. Perché Tizio faceva questo e non quello? Perché veniva usata quella parola e non un’altra? Perché quel passo era stato eliminato? (Sì, abbiamo fatto anche quello ^__^).
    Questo per dire che, volendo, anche con i programmi attuali e un po’ di buona volontà una parte del lavoro suggerito da Gamberetta si può fare comunque, almeno al biennio, se l’insegnante è all’altezza e, soprattutto, se non è convinto in cuor suo che sia indispensabile imbottire l’allievo SOLO di nozioni.
    Di fatto, ai tecnici e ai professionali, si fa già, a quanto ho capito. Almeno, parecchi lo fanno.
    Vorrei chiarire però qualche punto.
    1) la parafrasi serve a capire se l’allievo ha capito il testo. Farla scritta serve ad avere la prova concreta che ci ha lavorato su – si sa che la carne è debole, a volte la creaturina dietro il banco preferisce fare altre cose etc. Quindi ha un senso alle elementari e anche alle medie quando si lavora sull’italiano arcaico o più letterario: serve ad ampliare il lessico e a familiarizzare la creaturina con strutture linguistiche non usate nella lingua parlata, quindi per fornirgli strumenti linguistici più efficienti. Usata con cautela, con certe classi e in certe circostanze e in presenza di alcuni testi più ostici può rivelarsi utile – agli ultimi anni delle elementari e alle medie. E’ un lavoro che si può fare ANCHE con la parafrasi, insomma. Alle superiori, sinceramente, non dovrebbe avere senso, se gli insegnanti delle elementari e delle medie hanno fatto il loro lavoro.
    2) Non è vero che “il tempo non c’è”: il tempo c’è già (come osserva Gamberetta) se si lascia perdere un certo tipo di studio nozionistico. Il punto è che più di tanto non si può lasciar perdere: come ha osservato uno dei commentatori, all’esame certi autori sono in programma e gli esaminatori si aspettano che gli alunni siano a conoscenza di un certo tipo di nozioni. Nessun insegnante serio manda a cuor leggero le sue classi allo sbaraglio solo per il gusto di essere alternativo a tutti i costi. Comunque, facendo scelte oculate, con un’accorta programmazione, il tempo volendo c’è.
    3) I soldi per istruire gli insegnanti.
    Ecco, questo è un punto dolente. Ma è previsto, per formare i futuri insegnanti, un biennio di studio universitario dedicato proprio a loro. COSA insegnare in quei due anni è questione discussa. Quando ho fatto la leggendaria (non in senso buono, almeno per me) SSIS, ovvero Scuola di Specializzazione per Insegnanti, il corso biennale è stato dedicato a farci… tanta bella letteratura italiana. Per carità, a livello di cultura personale certe lezioni sono state anche interessanti, ma ogni tanto chiedevo se non si poteva parlare un po’ dell’insegnamento della grammatica, visto che con Dante me la cavavo già, grazie, e comunque alle medie più di tanto non mi serviva, mentre a spiegare il corretto uso dei pronomi a volte avevo qualche problema; ma non mi ha filato mai nessuno manco di striscio – nemmeno tra le colleghe, e questo l’ho trovato inquietant, perché poi quando spiegano i pronomi anche loro qualche problema ce l’hanno, ho visto.
    Insomma, prima ancora che i soldi per insegnare agli insegnanti (che prima o poi salteranno fuori) sospetto assai che manchino gli insegnanti per insegnare ai futuri insegnanti.
    E perché mancano?
    Ecco, credo per il punto 4.

    4) Scrive Gamberetta:

    La verità è che gli strumenti danno fastidio. Perché fanno sorgere domande [...].
    Che seccatura!
    Invece le nozioni sono una pacchia. Le nozioni sono “perché sì”, non hanno bisogno né di essere spiegate, né di avere una base razionale. È così e basta. O al massimo ci si appella all’Autorità

    Il liceo è una scuola nata due secoli fa, come impostazione – mi sembra che l’abbia inventata Napoleone, o comunque i suoi funzionari. Il liceo italiano è stato codificato un secolo fa, anno più anno meno, da un ministro fascista (che non vuol dire stupido, vuol dire fascista). C’era l’idea di formare una classe dirigente, di trasmettere un canone, di “aprire la mente” ma NON di incoraggiare il senso critico. Ne doveva uscire una classe dirigente colta (= ben imbottita di nozioni UTILI e IMPORTANTI), intelligente (capace di orizzontarsi bene tra le nozioni) e diligente (dotata di pazienza, memoria, dedizione alla causa), fornita di un ricco lessico ma NON dotata di eccessivo senso critico. Perché il senso critico porta a fare domande (che sono scomode) e non si ferma al “perché sì”.
    Da questa scuola escono quasi tutti gli insegnanti di lettere.
    Un insegnante di lettere molto spesso è una persona che si trovava bene con lo studio nozionistico, cui piaceva leggere letture guidate, che sapeva esporre bene le nozioni imparate e che è fermamente convinta che educare le nuove generazioni secondo quel criterio sia giusto e sensato.
    Aggiungo che NON SEMPRE ha un rapporto creativo con la scrittura, non sempre ha una grandissima autonomia nella critica di un testo o nell’approccio critico. In compenso ha molto rispetto per le nozioni ed è convinto dell’importanza di trasmetterle pari pari come gliele hanno trasmesse.

  32. 109 Gamberetta

    @orlando.

    [...] adoro leggere ma voi due avete letto più libri di quanti io riuscirò a leggerne nella vita (non è che mi sto autoflagellando, è così che stanno le cose e, insomma, non siamo tutti geni).

    In realtà leggere è un hobby come un altro, non richiede particolare genio, né rende intelligenti.

    non voglio, davvero non voglio!, vivere in un mondo come quello prospettato dal Duca, con la non-paura degli scontri fisici e imparare a sparare ecc.

    Il mondo prospettato dal Duca è un mondo migliore del nostro, molto più pacifico. C’è molta meno violenza quando due persone sanno entrambe sparare. Se invece solo una è armata finisce male.

    @Zarathustra.

    Yawn. Gamberetta sbaglia di grosso, a questo giro. L’errore è di fondo, lo ricordo in un altro articolo (forse addirittura nelle FAQs, chissà): non cercare l’Arte, la Letteratura.

    Infatti, confermo. Ma stiamo parlando del Manzoni, mi spieghi (con argomentazioni tecniche, non perché sì, o perché ti hanno detto così a scuola o perché lo dice tizio o caio) dove sta la Letteratura (L maiuscola) o l’Arte (A maiuscola) ne I Promessi Sposi?

  33. 108 Zarathustra

    No Alberello, quello non è contesto. Inquadrare Per Elisa nella musica di fine Settecento e inizio Ottocento, all’interno della produzione di Beethoven, farsi un’idea di come fu accolta dalla critica contemporanea e se è stata rivalutata o svalutata in seguito, sapere perché è stata composta è contestualizzare. Non si può dividere la conoscenza in “nozioni cacca, emozzziòne bello” ;)

  34. 107 Alberello

    @Zarathustra

    Devo sperare che non bruci tutte le sue lettere personali, così qualcuno le legge e ce le racconta (puro gossip)? E ne deduce che il personaggio X simboleggia Y….

    Vai così mgcgio, spacca tutto!
    Anche perchè spesso non è solo gossip, ma pure falso dato che:
    1) La storia la scrivono i vincitori (e chissà a volte come la rimaneggiano).
    2) Il passaparola crea incompresione in un mondo in cui la tecnologia dovrebbe permettere una comunicazione chiara ed immediata, figurati in un mondo in cui la gente diceva una cosa tipo: “Hai sentito che ecc.”.

    Già adesso c’è diatriba se un tal politico ha fatto o non ha fatto questo o quello e ci saranno sempre dubbi. Omero è esistito o no? E Socrate? E Zorro? E Robin Hood da cosa è stato tratto? Gesù storico esiste? E se si è il figlio di Dio? Guglielmo Tell da dove diamine salta fuori? Jack lo squartatore? Fino a poco tempo fa perfino di Shakespeare non si sapeva una beata mazza e c’era chi sosteneva fosse di origini italiane.

    Quello che mi chiedo è dunque, come facciamo ad essere sicuri al 100% di un fatto di vita di qualche scrittore di due secoli fa e da questo trarne addirittura l’interpretazione di un’opera, molte opere si fa fatica a capirle pure adesso (tipo i film dei fratelli Coen o David Lynch). Se non è stato l’autore stesso a lasciare note a margine dell’opera per far capire la sua intenzione non possiamo arrampicarci sugli specchi dell’anima per assurgere ad una presunta verità. Il che non significa non doverla leggere e sconsigliarla a chiunque, significa non insegnarla come un Dogma a scuola pretendendo che sia l’unica interpretazione possibile.

    La scuola dovrebbe insegnare il più possibile di ciò che si avvicina all’oggettivo, dando poi modo di far esprimere il soggetto su ciò che ha valutato e non insegnare ciò che è soggettivo pretendendo che gli alunni si esprimano come oggetti inanimati.

    Tu mi parli di musica, benissimo. Prendiamo ad esempio “La sonata per pianoforte n. 14 in Do diesis minore” se io la chiamo così, quasi nessuno sa di che cosa sto parlando. Ma se aggiungo: “Chiaro di luna” è già più facile che si giunga a capire che sia questa.

    Il problema è che: “Il maestro aggiunse la scritta “Quasi una Fantasia” perché la struttura non rispecchia quella tradizionale di una sonata[...]”
    Quindi la dovremmo chiamare quasi una fantasia e riconoscerla come tale invece che: “Il titolo “Chiaro di luna” non fu invenzione di Beethoven, che difficilmente dava titoli alle proprie opere, ma fu introdotto in età romantica dal compositore tedesco Ludwig Rellstab (probabilmente nel 1832 o 1836), perché vedeva nel primo movimento, – l’Adagio sostenuto – la descrizione di un idilliaco panorama notturno schiarito dalla luna (in particolare egli si riferiva ad un paesaggio reale, il lago dei Quattro Cantoni, anche se è discussa la veridicità delle sue affermazioni). Da allora la denominazione fu assunta come nome ufficiale della composizione.”

    “Beethoven scrisse la sonata nel 1801 e la dedicò alla sua alunna prediletta, la contessa Giulietta Guicciardi, con cui era (o era stato) legato sentimentalmente.”
    Dunque, la luna non c’entra una beata fava! Perchè io a scuola dovrei insegnare nell’ora di musica tutto questo se è sempre frutto di “probabilmente” o di “forse”. Si dovrebbe ascoltare il brano in silenzio e decidere da soli cosa esprime cercando di capire che “la struttura non rispecchia quella tradizionale di una sonata, che solitamente consta di quattro movimenti: un allegro (spesso in forma sonata), un adagio, un minuetto o uno scherzo e un altro allegro finale (frequentemente un rondò). Il primo movimento sembra invece omesso da quest’opera”.

    Poi per carità, se uno è stra-appassionato di Beethoven o di altri può andare a fare ricerche approfondite per conto suo e scoprire quanti peli del culo aveva prima di morire, ma siamo davvero nello specialistico più puro. Una persona può imparare a suonare e a vivere la musica anche senza tutto ciò. Ascoltate la sonata e chiudete gli occhi, questo è il mio parere.

    Stesso discorso per Per Elisa. “Riguardo l’identità di Elisa, in precedenza l’ipotesi più accreditata era che originariamente la composizione fosse dedicata a Therese Malfatti von Rohrenbach zu Dezza (1792–1851), la figlia di un commerciante viennese (secondo altre fonti di un medico). Si riteneva pertanto che Ludwig Nohl, colui che nel 1865 scoprì l’autografo a Monaco presso una collezione privata, abbia trascritto erroneamente la dedica sopra la composizione. Il manoscritto autografo, che era giunto a Monaco tramite Rudolf Schachner, un amico di Therese von Malfattis, è oggi considerato disperso, per cui non è possibile avere con certezza conferme riguardo questa teoria.

    Un’ipotesi più recente, avanzata dallo studioso berlinese Klaus Martin Kopitz, vuole che invece ad ispirare Beethoven sia stata Elisabeth Röckel (1793–1883), cantante tedesca spesso nota anche come Elise. Nell’anno di composizione di Per Elisa (1810) pare che Beethoven fosse in stretta amicizia con la cantante.” (Sto Beethoven era un marpione senza ritegno che dedicava sue opere a tutte xD).

    Chi se ne frega se la Silvia di Leopardi si chiamava Teresa, così come forse l’Elisa di Beethoven (senza contare la Teresa di Foscolo che in realtà era Isabella O_O) o che la Beatrice di Dante fosse forse Bice Portinari “Sebbene non unanime, la tradizione che identifica Bice di Folco Portinari con la Beatrice amata da Dante è ormai molto radicata.” (Non è sicuro nemmeno questo, cosa diamine lo studio a fare se non è sicuro! Allora insegnamo che probabilmente esiste Babbo Natale che in realtà è San Nicola).

    Diamine, ma è contesto tutto ciò o è la trama di beautiful? Ditemelo, perchè ci terrei a sapere come va a finire prima di schiattare. xD

  35. 106 glue

    Ho letto la discussione con molto interesse e devo dire che entrambe le posizioni mi hanno fatto riflettere. Tanto per cominciare sullo scopo della scuola: c’è una vecchia diatriba sul suo essere strutturata come un ambiente lavorativo per mantenere una struttura mentale e comportamentale prevedibile e controllabile nelle varie fasi della crescita: devi imparare ad arrivare in orario, socializzare con i colleghi (i compagni), a non indispettire i supervisori e il capo (insegnanti e preside), a fare poche domande, a lavorare al massimo per ottenere un pagamento e dei benefit (il voto) pena il licenziamento (la bocciatura). Praticamente viene insegnato a diventare dei bravi impiegati, non a pensare fuori dagli schemi e costruire gli strumenti per esprimersi efficacemente.
    A mio modo di vedere l’utilità della scuola non dovrebbe essere relegata ad imparare delle ‘materie’ come ‘compartimenti stagni’ ma diventare in grado di vedere la conoscenza come qualcosa di più ampio. Insomma essere in grado di fare collegamenti imparando a discernere le informazioni utili da quelle inutili e rielaborarle di conseguenza. Il ragionamento di gamberetta mi è sembrato sempre coerente, il problema non è tanto che Manzoni sia insegnato a scuola ma il fatto che prima e dopo, e ci sarebbe tanto tempo per farlo, non vengano dati gli strumenti per comprenderlo e decidere da soli se possa essere considerato interessante o meno, posto che:
    a) il suo italiano volgare non sia riadattabile come modello di riferimento per scrivere bene in italiano volgare corrente.
    b) che un intero anno scolastico sia probabilmente un pò troppo per dedicarlo ad un solo romanzo come “I promessi sposi” specialmente partendo dall’assunto, vero o falso ma in entrambi i casi valido, che ci siano le capacità per comprendere ciò che si sta facendo.
    Pensando alla situazione dell’insegnamento nelle scuole negli anni in cui vi studiavo, ho trovato particolarmente calzante la discussione al bar nel film Will Hunting : “La cosa triste per uno come te è che tra 50 anni comincerai a pensare per conto tuo, capirai che ci sono due certezze nella vita. Una, non fare queste cose. E due, hai sborsato 150000 dollari per un’istruzione che potevi avere per un dollaro e 50 in sovrattasse alla biblioteca pubblica.”

  36. 105 mgcgio

    @Zarathustra: è giusto quello che scrivi, ma il punto è: all’ascoltatore di adesso, che gliene frega se Hendrix è stato innovativo per la sua epoca?
    E, ritornando in topic, indubbiamente Manzoni per la sua epoca era il miglior romanziere italiano (anche perchè non è che ci fosse molta concorrenza….), ma noi siamo vivi ora, nel 2011. A noi, come lettori, e non come studiosi di letteratura, cosa può interessare se all’epoca era un romanzo innovativo?
    Il punto è: “I promessi sposi” ha ancora qualcosa da dire? E’ ancora da considerare una lettura piacevole? E, soprattutto, ha senso insegnarlo alle superiori?
    E poi, dobbiamo pure capire cosa significa contestualizzare, perchè fin quando si parla di inquadrare l’opera nel suo periodo storico, può pure avere un senso. Ma imparare la vita dell’autore, proprio no. Nè per Manzoni nè per nessun altro: imparare la vita dell’autore è sempre inutile. Sempre. Perchè se un autore non è in grado di esprimere la propria visione del mondo, il proprio “messaggio”, ecc (ammesso e non concesso che ce l’abbia) semplicemente con i propri romanzi, ma ha bisogno che il lettore conosca la sua noiosa vita, vuole dire che è un autore cane. Come cacchio faccio a conoscere la sua vita? Devo sperare che non bruci tutte le sue lettere personali, così qualcuno le legge e ce le racconta (puro gossip)? E ne deduce che il personaggio X simboleggia Y….
    Io ritengo che sia utile inquadrare un’opera nel suo periodo storico, ma giusto un’infarinatura, e in realtà la materia Storia esiste già. Se ce la insegnassero bene, io Pinco Pallo dovrei sapere che se “I promessi sposi” è pubblicato nel 1840, il contesto storico è tal dei tali. Quindi, in realtà, non credo che storia della letteratura serva per contestualizzare.
    Casomai, la sua utilità è nel “formare” il pensiero, nel capire i stereotipi, i meccanismi delle narrazioni (che non sono solo le tecniche, le quali sono solo uno strumento per narrare la storia… conoscere le storie considerate classici, permette di avere dei parametri di riferimento, a livello di immaginario. Questo servirebbe non solo per la cosidetta Letteratura con la elle maiuscola, ma anche per i generi: un scrittore fantasy che non conosce il fantasy a parte il Signore degli Anelli, è quasi sicuramente un scrittore cane, così come il giallista che ha letto solo un paio di gialli e che quindi propone soluzioni già straabusate, ecc.)

  37. 104 Zarathustra

    Yawn. Gamberetta sbaglia di grosso, a questo giro. L’errore è di fondo, lo ricordo in un altro articolo (forse addirittura nelle FAQs, chissà): non cercare l’Arte, la Letteratura. Gamberetta non è una critica letteraria: non prendetela per tale. Piuttosto, è la persona che davanti ai covoni di Monet disquisisce delle proprietà chimiche dei pigmenti, oppure pensa “che coglione sto Monet, dipinge sempre la stessa cosa e manco troppo bene!”. Non si può criticare senza contestualizzare, per un semplice motivo: non si capisce. Poi si può legittimamente dire “la Divina Commedia è una porcheria, Dante non usa le tecniche!”, ma se ci si mette a capire perché Dante dice quello che dice si apprezza l’opera, la si capisce. Altro esempio banale: si può capire un brano musicale solo conoscendo la teoria? Nì. Puoi ascoltare Giant Steps di Coltrane, ti può piacere, ma che ne sai se è grande musica oppure no? Magari è una roba oscenamente vetusta e citazionista! [Per la cronaca: no, non lo è, è anzi tremendamente innovativo come pezzo, ma non mi dilungo] Devi dunque contestualizzarlo, rapportarlo alla storia del jazz. Ancora, Hendrix. Se analizzo tecnicamente Hendrix, lo massacro in cinque minuti, senza problemi. Se contestualizzo Hendrix al periodo capisco che è stato un innovatore, e capisco perché i suoi pezzi suonano così, perché i testi sono quelli lì, perché a Woodstock ha sfigurato l’inno americano. E così via. La critica d’arte è universale, quindi a musicisti e canzoni si possono sostituire scrittori e libri, pittori e dipinti, performance artists e esibizioni, e così via.

  38. 103 orlando

    Gamberetta e il Duca: i due blog che seguo con più costanza e interesse. Non sto facendo ironia: vi considero praticamente due semidei. Ho un po’ il mito del “sapere le cose” e voi due ne sapete più di quante io mai ne potrò ancora imparare nella vita, adoro leggere ma voi due avete letto più libri di quanti io riuscirò a leggerne nella vita (non è che mi sto autoflagellando, è così che stanno le cose e, insomma, non siamo tutti geni).
    Ripeto: non sto ironizzando, ho davvero un’enorme stima per la vostra cultura e per il fatto che oltre a ragionare, stimolate il mio, di ragionamento. Spesso non sono daccordo con quanto affermate, ma non ha importanza perché è utile, mi serve proprio, mettermi in discussione, mettermi a confronto con idee diverse dalle vostre. (Scusate se uso il plurale, ma è perché ho da dire una cosa a entrambi, e poi tornerò a leggere con interesse e stima e a non commentare).
    Proprio perché vi stimo e vi seguo con tanto interesse – e amore, direi, se non apparisse un po’ ridicolo – ci tengo quest’unica volta a dirvi che:
    1. ho adorato, e adoro ancora, leggere la storia della letteratura, perché mi stimola a leggere un sacco di libri che a me, magari solo a me e a qualche vecchio parruccone, piacciono :)
    2. non voglio, davvero non voglio!, vivere in un mondo come quello prospettato dal Duca, con la non-paura degli scontri fisici e imparare a sparare ecc. Scusa Duca, ma proprio non voglio e per quanto questo mondo così com’è sia abbastanza orrendo, quello che prospetti tu mi terrorizza ancora di più.
    Detto ciò, non cambio di una virgola la stima e l’affetto (ok, “virtuale” ^__^) che hoo per voi. Ma ci tenevo che sapeste che si può pensarla diversamente da voi e non essere politically correct o comunisti o bimbiminkia (potrei essere vostro padre come età, ahimé…) o superficiali o appassionati della troisi :-)
    un abbraccio conigliettoso!
    (non rileggo se non non mando, sorry per eventuali errori)
    O.

  39. 102 gli_dnt

    Non si deve studiare la letteratura in sé (o peggio ancora la storia della letteratura); lo studio della letteratura deve essere solo un mezzo per dare agli studenti gli strumenti minimi con i quali esprimere le proprie idee e analizzare le idee degli altri.

    Ma tu sei una grande! Non ce l’ho con Manzoni (a me non l’hanno fatto leggere, quindi non so ancora se mi piace o no, darò una chance prima o poi), ma quello che dici nella citazione che ho riportato è praticamente la stessa cosa – quasi le stesse parole – che ho esposto sere fa a mio padre, mentre parlavamo di quanto si perda tempo a scuola e di quanto si perda il gusto per il creare (per la produttività in senso lato).
    Ricordo che alla maturità avrei voluto portare una tesina in grande stile su come la scuola dovrebbe riorganizzare i propri programmi partendo dalle conoscenze della cultura e del mondo contemporaneo (per poi arrivare con un percorso a ritroso al passato). Non l’ho fatto, sono passati un po’ di anni e tutto sommato sono pentita di non aver detto la mia.
    Vabbè, è il tuo primo post che leggo, penso proprio che inizierò a seguirti con costanza.
    Ciao!

  40. 101 PlatinumV

    @ Doarcissa: secondo me il punto è proprio questo: quando scelgo che tipo di scuola frequentare, sto definendo ciò che per me è utile da ciò che non lo è (ad ex, nel mio caso, il greco non è considerato utile, ma matematica e fisica sì, quindi scelgo uno scientifico). Per questo avere più tipi di percorsi scolastici è una buona cosa… e per questo, a parer mio, è inutile che alla fin fine (almeno ai tempi in cui ci sono stata io) i licei siano tutti uguali tranne che per un paio d’ore di differenza!

    @Geki: come da discorso sviluppato nel post, alias che gli studenti si annoiano col nozionismo, secondo me moltissime cose non andrebbero introdotte a forza nei programmi scolastici perché annoiano e sono pressoché inutili. Ad esempio rifare la letteratura 3 volte durante i vari cicli scolastici (se proprio, dopo averla fatta 2 volte, uno volesse approfondirla può farlo da solo se ha gli “strumenti” per farlo [questi sì che andrebbero insegnati a scuola] o iscriversi ad una facoltà universitaria adatta). Poi, parlando di letteratura, avevo detto “io ho dovuto pure fare quella latina!” e mi sono state chieste delucidazioni in merito. Ho semplicemente risposto.
    Comunque, a guardare il cavillo, non ho scelto il latino. Ho scelto un percorso scientifico: il minore dei mali implicava pure il latino tra i piedi. Ma da qui a sceglierlo, ce ne passa ;-)

  41. 100 Gamberetta

    @Enrico.

    La differenza che dovresti notare tra Fermo e Lucia e i Promessi Sposi non è tanto il movimento della donna, ma il fatto che il primo è un blaterare senza senso antiquato e prolisso, il secondo ha almeno un briciolo di pulizia stilistica e modernità, anche se poi ai nostri occhi risulta lo stesso antiquato e prolisso.

    Nel passaggio illustrato, il movimento della donna è la differenza più significativa. La “pulizia stilistica” (cosa vuole dire esattamente? Scusa, ma mi suona molto di frase fatta scolastica di chi non ha mai aperto un manuale di stile in vita sua) mi sembra molto discutibile. Per esempio:
    “e vi traspariva una bellezza velata e offuscata, ma non guasta, da una gran passione, e da un languor mortale”
    Non è per niente più “pulito” di:
    “e vi traspariva una bellezza velata ed offuscata da un lungo patire, ma non iscomposta”
    E in ogni caso passaggi di questo genere sono così schifosi che ogni commento è superfluo.

  42. 99 Enrico

    Il Manzoni mi piace? No.
    Il Manzoni è ampiamente sopravvalutato e a scuola te lo fanno odiare ancor più di quanto meriti? Sì.
    Il Manzoni non sapeva scrivere? Dipende. Per venire dietro al tuo paragone, Aristotele disquisiva di logica, ma un qualunque matematico cresciuto a pane e Goedel oggi lo metterebbe nel sacco in due secondi. Nessuno però direbbe mai che Aristotele fosse un cretino. Lavorava con quello che aveva a disposizione, in un contesto storico e culturale ben preciso. Stessa cosa per il Manzoni. In confronto ai suoi contemporanei era un drago e tra l’altro aveva per le mani una lingua ancora “in divenire”. La differenza che dovresti notare tra Fermo e Lucia e i Promessi Sposi non è tanto il movimento della donna, ma il fatto che il primo è un blaterare senza senso antiquato e prolisso, il secondo ha almeno un briciolo di pulizia stilistica e modernità, anche se poi ai nostri occhi risulta lo stesso antiquato e prolisso.
    Che poi a scuola pretendano che usiamo i Promessi Sposi come modello stilistico anche nell’Anno Domini 2011 è un altro paio di maniche. Ma se è per quello fanno anche cose peggiori.

  43. 98 Alberello

    @Tapiroulant

    non si capisce niente.

    Benvenuto nel mio mondo. xD
    Scherzi a parte, prenditela con wikipedia, ho solo copia e incollato da lì. xD Volevo solo dimostrare come la storia tende a ripetersi (si spera con finali diversi).

    Carducci: “fondò la società letteraria degli Amici pedanti [Gamberi fantasy versione beta xD], dal taglio fortemente classicistico e anti-romantico, intervenendo in modo battagliero nelle discussioni tra manzoniani e anti-manzoniani, ai quali ultimi appartiene.”

    Gramsci fondò il Partito Comunista d’Italia (Gamberi fantasy versione 1.0 xD), critico letterario che riprende una frase del Carducci e idee critiche sul Manzoni.

    Gamberetta fonda Gamberi Fantasy (versione finale?) che riporta idee di critici del passato (tipo Knight) e critica Manzoni usando un diverso strumento di valutazione.

    Un giorno Chanel (nome femminile del futuro) fonderà Critica al Vetriolo, che riprenderà le idee di Gamberetta e criticherà Manzoni magari usando ancora altri parametri (e che probabilmente sarà ancora studiato a scuola per il contesto).

    Ciò su cui voglio far riflettere è: Premesse le giuste motivazioni e condizioni umane, avrà mai questo fine? O siamo condannati ad un susseguirsi di “polemiche” tra chi la pensa in un modo e chi in un altro, ma che sostanzialmente non porta mai ad un finale a sorpresa?

    «Mario Rapisardi (1844-1912) non iscrive nei giornali; non accetta nomine accademiche,
    né candidature politiche ed amministrative; non vuol essere aggregato a nessun sodalizio;
    non ha tempo di leggere tutti i libri che gli mandano, molto meno i manoscritti;
    né di rispondere a tutti coloro che gli scrivano. E di ciò chiede venia ai discreti.»

    Non ricorda un po’ ciò che sostiene Gamberetta quando dice che non ha tempo di leggere ciò che le viene inviato e che si scusa se non risponderà e che non crede nella comunità di blogger (sodalizio)?
    Vi giuro su quello che ho di più caro che non è una critica alla critica (paradosso O_o), anche perché sto azzardando paragoni tra Gamberetta e Carducci, Gramsci e Rapisardi, non con personaggi di poco conto o deprecabili per le loro azioni. Questa riflessione dovrebbe servire come aiuto per non ripetere stesse situazioni già avvenute in passato e con finale “prevedibile”. Ovvio che poi siete liberi di dirmi: Ma no, stavolta non andrà così e non abbiamo bisogno dei tuoi consigli. Cerco solo di “mettervi in guardia” perché credo che le vostre motivazioni siano giuste e mi spiacerebbe molto non avere un finale alternativo. ^^

  44. 97 Geki

    @Platinum V: tu sottolinei sempre liceo SCIENTIFICO. Ma ricorda che e’ anche LICEO scientifico. Se ti interessano solo come funzionano le cose, mica e’ obbligatorio. E poi non capisco: mentre Gamberetta fa una critica (che io non condivido molto, ma non e’ questo il punto) a come viene insegnata una materia (Italiano) tu contesti una materia (Latino, ma a questo punto immagino anche filosofia, altrimenti il discorso perde significato e si rifugia nel gusto personale) che erano nell’offerta di quello che tu hai scelto.

    Come dire: Gamberetta si lamenta del metaforico libro istruzione perche’ e’ scritto male, tu ti lamenti perche’ nel libro trovi “un inutile indice ma non un file musicale”. Voglio dire, che ti aspettavi?

  45. 96 Doarcissa

    @ PlatinumV

    Stai dicendo che tutti quelli che non frequentano queste due scuole sono un branco di imbecilli ignoranti perché non hanno studiato il latino e che chiunque in passato non l’abbia studiato sia un imbecille ignorante? (dove qui ignorante non è inteso come “che ignora [il latino]“, ma come persona di serie B). Io non penso. Ritengo quindi stupido far studiare il latino per forza.

    Ovviamente non sto dicendo nulla di cio`. Ho solo risposto alla domanda “Perche` si studia il latino?” e ho proposto una soluzione per chi non vuole studiare il latino: fare una scuola dove non insegnano il latino.

    Quindi, una base di cultura generale per tutti, perché un minimo ci vuole, poi l’insegnamento degli strumenti necessari per crescere come individui (appunto ciò di cui parla il post: il modo critico di analizzare e scrivere un testo, il modo di argomentare, la comprensione, ecc e non “impara a memoria 800 poesie”) e la parte più specifica relativa all’indirizzo scelto.

    Infatti, d’accordissimo. Tra l’altro questa cosa di imparare a memoria le poesie non l’ho mai capita. Inizio a sospettare che sia finalizzata unicamente allo sfoggio.

    Eliminavo l’utile dalle categorie di giudizio perche` ognuno ha una propria idea di utile, ognuno vive in una situazione in cui ‘utile’ ha un significato diverso e non e` possibile fissare dei parametri su cui basare un giudizio condiviso.
    Tra l’altro il liceo per definizione e` una scuola a carattere prettamente formativo, non professionalizzante, per cui fare un discorso su ‘cosa e` utile nella vita di tutti giorni’ (che si riduce a: soldi, tanti) non so a che tipo di istruzione porterebbe.

  46. 95 Tapiroulant

    @Alberello: Apprezzo lo sforzo, ma a parte il primo paragrafo (quello sulla critica a Manzoni) non si capisce niente.

  47. 94 PlatinumV

    @Doarcissa: latino (ai miei tempi almeno) si faceva solo al classico e allo scientifico. Stai dicendo che tutti quelli che non frequentano queste due scuole sono un branco di imbecilli ignoranti perché non hanno studiato il latino e che chiunque in passato non l’abbia studiato sia un imbecille ignorante? (dove qui ignorante non è inteso come “che ignora [il latino]“, ma come persona di serie B). Io non penso. Ritengo quindi stupido far studiare il latino per forza. Sennò, visto che la matematica rientra sicuramente di più nelle “utilità quotidiane”, facciamo frequentare a tutti un bel corso di economia, che sarà sicuramente utile nel momento di decidere come investire i risparmi (io sono favorevole).
    Ai “miei tempi” (e non arrivo ai 30) non c’era lo scientifico tecnologico. C’era lo scientifico PNI (Piano Nazionale Informatica) che aveva informatica e più ore dedicate a matematica e fisica fin dal primo anno. Io ho frequentato quello. E comunque facevo più ore di italiano e latino che di tutte le materie scientifiche messe assieme.

    Comunque, back on topic, il punto è che esistono tipi diversi di scuole perché dovrebbero specializzare la preparazione in campi differenti, sennò basterebbe che tutti gli indirizzi avessero lo stesso programma e le stesse materie. Se c’è una differenziazione, allora è giusto che questa differenziazione sia reale e non solo sulla carta. Quindi, una base di cultura generale per tutti, perché un minimo ci vuole, poi l’insegnamento degli strumenti necessari per crescere come individui (appunto ciò di cui parla il post: il modo critico di analizzare e scrivere un testo, il modo di argomentare, la comprensione, ecc e non “impara a memoria 800 poesie”) e la parte più specifica relativa all’indirizzo scelto.

  48. 93 roberto

    @cairy:
    perfettamente d’accordo

  49. 92 Cairy

    Scusate se mi intrometto, ma non si sta facendo un pò di confusione? Il punto secondo me non è che la storia della letteratura sia da fare o no, in quanto può essere un argomento interessante, il punto è che gli strumenti in grado di farci analizzare effettivamente un testo o di scriverne uno sono sacrificati in favore di essa. Invece prima si deve imparare la tecnica e solo dopo la storia della letteratura ha un’ utilità: i lettori sono a questo punto in grado di comprenderla ed è sicuramente più stimolante se ho gli strumenti adatti. Invece dal liceo spesso si esce sapendo magari dire il significato di ogni singola parola scritta dal Manzoni e non si è capaci di fare un testo argomentativo convincente o di sostenere un dibattito.

  50. 91 Doarcissa

    (@ PlatinumV
    La storia, la lingua, la letteratura e il pensiero italiani (e non solo) derivano in parte dalla cultura latina, quindi leggiamo letteratura latina, e per farlo si deve studiare un po’ di lingua latina.

    Se uno trova sia inutile studiarla, si iscrive a uno scientifico tecnologico.)

    In generale sono contraria a ragionare in termini di ‘cosa mi serve nella vita’, preferisco pensare cosi`: ‘avendo cinque anni per dotare gli studenti delle capacita` x, y, z, cosa insegnare e come’.

    Il problema sta nel fatto che attualmente sembra che le capacita` x, y, z corrispondano a cose come: saper memorizzare per breve periodo testi e ripeterli a richiesta. E non, per esempio, saper elaborare un pensiero coerente e saperlo comunicare efficacemente, o saper analizzare le argomentazioni degli altri, saperle confutare, per esempio, tutto cio` con l’aiuto di questi e questi altri testi.

    (Questo per rimanere in campo ‘umanistico’, perche` se oltre alla illiteracy diamo un’occhiata al livello di ‘innumeracy’ con cui si esce dal liceo, *qualsiasi* liceo, si entra tutti in depressione.)

    P.S.

    La cosa divertente e` che tutto cio` e` stato recepito anche daglle scuole, infatti nel programma di italiano del mio liceo (classico Brocca) leggo:

    Finalità specifiche del biennio per le abilità linguistiche sono: l’acquisizione della capacità di usare la lingua nella ricezione e nella produzione orale e scritta; l’acquisizione dell’abitudine alla lettura come mezzo per accedere a più vasti campi del sapere, soddisfare personali esigenze di cultura, maturare capacità di riflessione e partecipazione alla realtà. Per la riflessione sulla lingua: l’acquisizione della conoscenza e dei processi comunicativi e del sistema della lingua; l’acquisizione di un metodo più rigoroso nell’analisi della lingua, in analogia con le esperienze in altri campi disciplinari. Per l’educazione letteraria: la maturazione, attraverso l’accostamento a testi di vario genere e significato e l’esperienza di analisi dirette condotte su di essi, di un interesse per le opere letterarie.

    Dopodiche` l’implementazione e` quella che e`, i professori sono quelli che sono, il triennio viene visto come finalizzato all’esame e all’esame c’e` sempre Manzoni, e anche il miglior programma del mondo si deve piegare a fare Manzoni.

  51. 90 roberto

    @Symbolic:

    Quanto vi affannate a convincere Gamberetta del vostro punto di vista.

    Se ti riferisci a me, non cerco di convincere nessuno, solo dare il mio contributo alla discussione, che mi sembra interessante. Mi spiace aver dato un’altra impressione.

    Studiare storia letteratura non è inutile in sé, ma è come studiare storia della matematica: non impari a fare 2+2.

    Se vogliamo continuare il parallelo con la matematica, allora diciamo che l’analisi e l’interpretazione di un testo non è simile alla semplice operazione algebrica 2+2, ma ad un’equazione di terzo grado. Ci sono delle regole, certo; ma ci sono anche molti fattori in gioco. In linea generale, un testo non è isolato, ma immerso in un contesto; se non ci interessa quello storico in cui l’opera è stata concepita, ci dovrebbe interessare almeno quello in cui l’opera è letta, cioè il nostro. Tutto qua. La storia della letteratura aiuta a risolvere alcune variabili.
    Poi, che non possa essere il solo approccio scolastico alla letteratura, e che il Manzoni non debba per forza farne parte, spero si fosse capito dal mio commento precedente.

  52. 89 PlatinumV

    @ Symbolic: e io non stavo dicendo “bruciamo tutti i libri”. Ma è ridicolo che si perdano più ore la settimana ad analizzare opere letterarie già viste e riviste nei precedenti anni scolastici, invece di imparare l’inglese, l’informatica, le materie per cui mi iscrivo ad un liceo SCIENTIFICO (tipo matematica, fisica, biologia, chimica, ecc), ecc. Se proprio vorrò analizzare a tale livello la letteratura, potrò sempre iscrivermi ad un liceo classico, o frequentare Lettere all’università. O magari comprarmi un libro e studiarmelo da sola.
    Forse, nelle ore di lezione, mi sarebbe più comodo imparare ad esprimermi come un essere pensante, che imparare a memoria l’intero 6° canto dell’inferno dantesco (no, non sto scherzando, lo so ancora a memoria… e tuttora mi domando a cosa diamine possa essermi servito nella vita).
    Se poi tu vedi allo stesso livello questo con “bruciamo tutti i libri”, non so che dirti.
    V

  53. 88 Alberello

    Compagni Gamberi (il gambero è rosso e cammina al contrario, dunque è comunista), oggi mi sento particolarmente bolscevico e vorrei condividere con voi ulteriori riflessioni provenienti dalla Wera Cultura:

    “Lo scrittore più autorevole, più studiato nelle scuole e probabilmente il più popolare, è una dimostrazione del carattere non nazionale-popolare della letteratura italiana: «Il carattere aristocratico del cattolicismo manzoniano appare dal compatimento scherzoso verso le figure di uomini del popolo (ciò che non appare in Tolstoi), come fra Galdino (in confronto di frate Cristoforo), il sarto, Renzo, Agnese, Perpetua, la stessa Lucia [...] i popolani, per il Manzoni, non hanno vita interiore, non hanno personalità morale profonda; essi sono animali e il Manzoni è benevolo verso di loro proprio della benevolenza di una cattolica società di protezione di animali [...] niente dello spirito popolare di Tolstoi, cioè dello spirito evangelico del cristianesimo primitivo. L’atteggiamento del Manzoni verso i suoi popolani è l’atteggiamento della Chiesa Cattolica verso il popolo: di condiscendente benevolenza, non di immediatezza umana [...] vede con occhio severo tutto il popolo, mentre vede con occhio severo i più di coloro che non sono popolo; egli trova magnanimità, alti pensieri, grandi sentimenti, solo in alcuni della classe alta, in nessuno del popolo [...] non c’è popolano che non venga preso in giro e canzonato [...] Vita interiore hanno solo i signori: fra Cristoforo, il Borromeo, l’Innominato, lo stesso don Rodrigo [...] il suo atteggiamento verso il popolo non è popolare-nazionale ma aristocratico».

    Una classe che muova alla conquista dell’egemonia non può non creare una nuova cultura, che è essa stessa espressione di una nuova vita morale, un nuovo modo di vedere e rappresentare la realtà; naturalmente, non si possono creare artificialmente artisti che interpretino questo nuovo mondo culturale, ma «un nuovo gruppo sociale che entra nella vita storica con atteggiamento egemonico, con una sicurezza di sé che prima non aveva, non può non suscitare dal suo seno personalità che prima non avrebbero trovato una forza sufficiente per esprimersi compiutamente». Intanto, nella creazione di una nuova cultura, è parte la critica della civiltà letteraria presente, e ***** vede nella critica svolta da Francesco De Sanctis un esempio privilegiato:

    «La critica del De Sanctis è militante, non frigidamente estetica, è la critica di un periodo di lotte culturali, di contrasti tra concezioni della vita antagonistiche. Le analisi del contenuto, la critica della struttura delle opere, cioè della coerenza logica e storica-attuale delle masse di sentimenti rappresentati artisticamente, sono legate a questa lotta culturale: proprio in ciò pare consista la profonda umanità e l’umanesimo del De Sanctis [...] Piace sentire in lui il fervore appassionato dell’uomo di parte che ha saldi convincimenti morali e politici e non li nasconde». Il De Sanctis opera nel periodo risorgimentale, in cui si lotta per creare una nuova cultura: di qui la differenza con il Croce, che vive sì gli stessi motivi culturali, ma nel periodo della loro affermazione, per cui «la passione e il fervore romantico si sono composti nella serenità superiore e nell’indulgenza piena di bonomia». Quando poi quei valori culturali, così affermatisi, sono messi in discussione, allora in Croce «subentra una fase in cui la serenità e l’indulgenza s’incrinano e affiora l’acrimonia e la collera a stento repressa: fase difensiva non aggressiva e fervida, e pertanto non confrontabile con quella del De Sanctis».

    Per *****, una critica letteraria marxistica può avere nel critico campano un esempio, dal momento che essa deve fondere, come De Sanctis fece, la critica estetica con la lotta per una cultura nuova, criticando il costume, i sentimenti e le ideologie espresse nella storia della letteratura, individuandone le radici nella società in cui quegli scrittori si trovavano a operare.
    Non a caso, ***** progettava nei suoi Quaderni un saggio che intendeva intitolare «I nipotini di padre Bresciani», dal nome del gesuita Antonio Bresciani (1798 – 1862), tra i fondatori e direttore della rivista La Civiltà Cattolica e scrittore di romanzi popolari d’impronta reazionaria; uno di essi, L’ebreo di Verona, fu stroncato in un famoso saggio del De Sanctis. I nipotini di padre Bresciani sono, per *****, gli intellettuali e i letterati contemporanei portatori di una ideologia reazionaria, sia essa cattolica che laica, con un «carattere tendenzioso e propagandistico apertamente confessato».
    Fra i «nipotini» ***** individua, oltre a molti scrittori ormai dimenticati, Antonio Beltramelli, Ugo Ojetti – «la codardia intellettuale dell’uomo supera ogni misura normale» – Alfredo Panzini, Goffredo Bellonci, Massimo Bontempelli, Umberto Fracchia, Adelchi Baratono – «l’agnosticismo del Baratono non è altro che vigliaccheria morale e civile [...] Baratono teorizza solo la propria impotenza estetica e filosofica e la propria coniglieria» – Riccardo Bacchelli – «nel Bacchelli c’è molto brescianesimo, non solo politico-sociale, ma anche letterario: la Ronda fu una manifestazione di gesuitismo artistico» – Salvator Gotta, «di Salvator Gotta si può dire ciò che il Carducci scrisse del Rapisardi: Oremus sull’altare e flatulenze in sagrestia; tutta la sua produzione letteraria è brescianesca», Giuseppe Ungaretti.

    Secondo ***** «la vecchia generazione degli intellettuali è fallita (Papini, Prezzolini, Soffici, ecc.) ma ha avuto una giovinezza. La generazione attuale non ha neanche questa età delle brillanti promesse, Titta Rosa, Angioletti, Malaparte, ecc.). Asini brutti anche da piccoletti».”

    Chi sarà mai questo fascista et volgare et Kattivo et chiaramente invidioso critico letterario? Come si è permesso di parlar male del Manzoni e di tanti suoi contemporanei?

    Antonio Gramsci, critico letterario italiano.

    ?? ???????? ?????????.

  54. 87 Symbolic

    @PlatinumV. Non credo che si volesse intendere questo. Da un «Manzoni scrive da cani» passare a «Andiamo in piazza a bruciare tutti i libri»

  55. 86 PlatinumV

    Io ti AMO!!! Sono anni che lo dico! A cosa diamine mi serve leggere il Manzoni alle elementari, alle medie e pure alle superiori??? E’ un libro noioso, la storia è mediocre, la prosa pessima e tutti i commenti, i simbolismi, le idiozie che ci ricamano sopra i critici, al Manzoni stesso non sono mai venuti in mente! (e vale per il 99% di quello che ci propinano in letteratura… pensa che io mi sono sciroppata pure quella dell’antica Roma -_-’ ) (parliamone: a cosa DIAMINE serve il latino ad uno studente di liceo SCIENTIFICO??? Facevo più ore di italiano e latino che di matematica e fisica!)
    E sai qual è la cosa che mi dà più ai nervi? Che conosco persone che sono invece convintissime dell’alto contributo che possono dare simili letture alla cultura e allo sviluppo mentale di una persona (gente della mia età che dice questo, non il professore di 50 anni che grazie a simili meccanismi perversi ci campa!).
    Aggiungerei: smettiamola di buttare soldi in ricerca per finanziare gli ennesimi studi sulla letteratura. Tanto tutto ciò che si potevano inventare per dare una parvenza di senso a queste opere è già stato inventato!
    V

  56. 85 Symbolic

    Quanto vi affannate a convincere Gamberetta del vostro punto di vista.

    Fornire strumenti anziché nozioni non mi sembra oppugnabile come affermazione.

    Studiare storia letteratura non è inutile in sé, ma è come studiare storia della matematica: non impari a fare 2+2.
    Imparare a scrivere bene aiuta la mente, aiuta a pensare bene. Un concetto che si applica sul pensiero critico che affianca la lettura: lo strumento in questo caso serve a leggere bene.

    Anche in questo caso il suggerimento non è oppugnabile.

    Ma non sono sicuro che l’italiano medio si meriti questo carico di idee eversive e illuminanti.

  57. 84 IlBianConiglio

    @Tapiroulant.

    Perdona la mia fiscalità

    Certo che la perdono. Ho sparato un’immensa cazzata, me ne rendo conto e chiedo umilmente scusa. Per punizione indosserò il cilicio per una settimana.
    Al di là di questo, però, il resto del ragionamento non cambia. Ho già espresso la mia opinione, e molti altri hanno detto cose simili alle mie, quindi non aggiungerò nulla di nuovo.

    L’undicenne che descrivi è più un’eccezione che una regola, e credo che anche tu ne sia consapevole. Se tutti facessero come lui avremmo metà popolo italiano che conosce Dante, un quarto che ama Pirandello, un quarto che adora Boccaccio, e nessuno che legge Petrarca, Leopardi o Manzoni solo perchè non piacciono.
    La scuola insegna ciò che non piace e ciò che piace perchè è indirizzata a tutti. Se facessero corsi di scrittura e di interpretazione dello stile dei testi sarebbero in molti ad annoiarsi, nè più nè meno di quanti si annoiano adesso a seguire letteratura italiana.

    Tu mi dirai che è meglio imparare come scrivere, che la storia della letteratura. Forse hai ragione, ma distinguiamo i casi:
    1) Si insegna lettere e non scrittura:
    Se anche uno non impara lettere può imparare a scrivere per conto suo, istruendosi per conto suo (Gamberetta mi sembra che abbia fatto così). E in più conoscerà anche la letteratura, che male non fa.
    2) Si insegna scrittura e non lettere: chi non ama scrivere cosa si ritrova una volta uscito dal Liceo? Non saprà nemmeno chi è Dante o cosa ha fatto.

    Nota: non parlo di tutti gli altri aspetti sollevati nella discussione: insegnamento retorica, interpretazione di discorsi politici o commerciali, ecc… Preferisco attenermi alla scrittura e basta.

  58. 83 Alberello

    è proprio delle dittature voler privare i cittadini della conoscenza della retorica, in modo da tramutarli in pecore in mano alla propaganda e alla ideologia delle emittenti di stato spartite tra i partiti politici

    Come dimostra l’esempio di Socrate (filosofo/cicuta), Gesù (profeta/crocifisso) o Gandhi (avvocato/ucciso a colpi di pistola).
    “Dobbiamo impedire che questa mente continui a pensare” Mussolini su Gramsci.

    Stimolare la curiosità ed educare alla ricerca abituale, resa facilissima con internet (ma che richiede un certo addestramento per individuare -anche tramite i mezzi della retorica- le fonti affidabili), ottiene benefici per tutta la vita del cittadino che sarà portato a controllare le informazioni prima di scrivere o sparare cazzate

    Un esempio concreto su questo è il caso degli spinaci.
    “The cartoon character Popeye the Sailor Man is portrayed as having a strong affinity for spinach, becoming physically stronger after consuming it. A frequently circulated story claims that this portrayal was based on faulty calculations of the iron content. In the story, German scientist E. von Wolf misplaced a decimal point in an 1870 measurement of spinach’s iron content, leading to an iron value 10 times higher than it should have been. This faulty measurement was not noticed until the 1930s.”

    Per 60 anni, dico 60 anni (ho già detto SESSANTA anni?) la gente ha creduto che gli spinaci fornissero un sacco di ferro e che per questo faceva bene mangiarli. Paragoniamo un attimo gli spinaci a Manzoni. Leggi Manzoni figliolo, fa bene alla salute e rinforza il fisico. Sarà, ma a me fa proprio cagare il cazzo non piace molto, lo trovo noioso (a me gli spinaci non piacciono). Beh, ma perché non conosci il suo contesto storico, l’impatto sociale, bla bla bla bla (zzzzzzzzzzz), hai mai visto Braccio di Ferro?
    MA CHE CAZZO C’ENTRA BRACCIO DI FERRO? Gli spinaci non hanno tutto quel ferro e se per 60 anni (dico 60 anni!!!) nessuno si è accorto dell’errore, non è colpa mia. Se la società avesse formato cittadini curiosi, probabilmente a qualcuno sarebbe venuto prima il dubbio e non si sarebbe dovuto aspettare il solito scassa cazzo pignolo di turno che dice: “Hey ragazzi, ma sapete che in realtà gli spinaci hanno meno ferro?”.

    Se non volete farlo per me, fatelo per quei poveri bambini costretti a mangiare spinaci per un errore decimale.

    Questa è la cruda realtà.
    Cruda realtà numero 2.

    Che poi esistano feticisti di Manzoni e di Braccio di Ferro, non me ne frega niente, però magari non insegnerei a scuola yoga tantrico solo perché Sting lo fa.

    PS: Non sono sicuro che il mio discorso abbia senso, ma avevo del risentimento inespresso contro gli spinaci che mi obbligarono da piccolo a mangiare dicendo che “fanno bene”, prendetelo come sfogo contro questa verdura. xD Buona giornata.

  59. 82 roberto

    Giusto un paio di appunti (quattro, a dire il vero).

    1 – Su nozionismo vs competenze: negli anni ’50 mio padre andava a sucola; interrogato sui Promessi Sposi la domanda fu:” Come volavano le rondini quando Renzo Tramaglino uscì di casa?”. Scena muta – 3 – al posto. Da allora mio padre si ricorda che quelle rondini volavano basse. Oggi per lo studio dello stesso libro si chiede almeno un po di analisi testuale. Non sarà sufficiente, ma la direzione è quella. Non sbaglia per niente Gamberetta; sarà estremista nelle conclusioni, ma la sua “modest proposal” non è affatto strampalata.

    2 – In Italia abbiamo tassi assurdi di analfabetismo di ritorno; significa che un gran numero di persone, a distanza di anni dall’esperienza scolastica, non sono in grado di leggere e comprendere un articolo di giornale. Scommetto che non pochi di loro si ricordano delle rondini di Renzo e di Don “vaso-di-coccio” Abbondio. Io preferirei che non avessero mai sentito parlare di Manzoni, ma avessero le capacità di esercitare almeno un minimo di pensiero critico.

    3 – Mi pare giusto che l’analisi testuale sia condotta non su testi qualunque, ma su un “canone” di testi “classici” (ovvero testi che hanno resistito alla prova del tempo, sul cui valore c’è un certo accordo a livello accademico; o testi che vadano a formare una cultura comune a tutti). Studiare Dante o Manzoni bene, Moccia Troisi o Faletti meno, insomma. Però: questo non significa che il canone sia immutabile nel tempo. Fino a qualche anno fa Alfieri, Parini o Carducci erano ritenuti fondamentali; ora a scuola vengono solo accennati. Nessuno è intoccabile; e magari tra qualche anno pure Manzoni sarà argomento per non più di un paio d’ore di lezione. Non c’è nulla di male, non morirà nessuno per questo, non mi sembra il caso di indignarsi, qualunque cosa si pensi dei PS.

    4 – Su testo e contesto: giusto partire dal testo, giusto dargli più importanza; però, Gamberetta, mi pare che ci sia un equivoco (non del tutto colpa tua, mi rendo conto, ci stanno cadendo un po tutti). Studiare il contesto per avvicinarsi al pensiero o alle fantomatiche “intenzioni” dell’autore lascia un po’ il tempo che trova; ma inserire un’opera nel suo contesto storico \ culturale significa anche riconoscere che un testo cambia di significato a seconda di quando viene letto. La stessa sequenza di parole assume diversi significati per un lettore del 1842, per uno del 1923, del 2011 o del 2145. Questo perchè un testo non esiste nel vuoto, ma è inserito in un flusso comunicativo che comprende sia l’autore sia il lettore (e tante altre cose). Dell’autore ce ne possiamo fregare: quello che ha scritto, ci basta. Ma non possiamo far finta che il lettore non esista, o sia una macchina. I parametri oggettivi di oggi sono, per l’appunto, di oggi; tu li applichi secondo la tua mentalità di donna del 2011. Comprendere un testo significa anche saperlo contestualizzare, al di là della lettera.
    Insomma, il paragone con la matematica non è del tutto azzeccato: 2 + 2 fa quattro ora, al tempo di Pitagora e tra 10.000 anni. In letteratura (nell’arte tutta) esiste, ed è innegabile, un fattore legato all’interpretazione, al tempo presente, al lettore, insomma. Non mi pare inutile tenerne conto.

  60. 81 sommobuta

    @sommobuta. Vero riguardo i punti di riferimento, e può darsi che se una persona legge solo la Strazzu la possa considerare un genio (pur avendo gli strumenti per capire che non sia così), d’altra parte se la persona non leggerà altro in vita sua il problema lì è un altro. Non è che la scuola di adesso faccia leggere: si legge pochissimo, si legge con odio, e si leggono testi che non possono fornire riferimenti (il Manzoni a chi lo paragoni nelle possibili letture extra scolastiche?)

    Ti dirò, forse sono stato fortunato io, ma al liceo (ho fatto il classico) ho avuto professoresse di italiano che nel bene o nel male ci hanno sempre fatto leggere buoni volumi, spaziando da Eco e Ellroy fino ad arrivare a Brizzi(!) e a Dick.
    Anche dal punto di vista meramente didattico, durante i “mattonazzi” come la Divina Commedia o I promessi sposi non abbiamo fatto orripilanti comparazioni, ma letture a tema che si intrecciassero anche con le altre materie (non mi dilungo per non scocciare).

    Poi comunque è vero che nella maggior parte dei casi, i classici a scuola te li fanno odiare e schifare.

    Il Manzoni a chi lo paragono? A nessuno, se penso alla produzione storico/letteraria italiana pre-manzoniana dove la “fiction” era quasi nulla. Se poi, come ho già scritto nei miei precedenti commenti, allarghiamo il campo ai colleghi franco/russo/tedeschi dello stesso periodo, Manzoni scompare. :)

  61. 80 Hendioke

    Come sempre gli interventi del Duca sono puntuali e interessanti ma, resta un ma.

    Io sono perfettamente d’accordo sul fatto che si dovrebbe basare lo studio sulle competenze più che sulle nozioni, sul “perché” più che sul “è così” ma non sono affatto d’accordo nel sostenere che storia della letteratura sia incompatibile con un sistema di insegnamento basato sulla tecnica e non sulle nozioni.

    Ho avuto la rara fortuna di fare un liceo classico che fra i vari indirizzi ne aveva uno sperimentale dedicato alla comunicazione.
    Abbiamo studiato retorica, abbiamo analizzato le tecniche del linguaggio televisivo, giornalistico, cinematografico, radiofonico e ipertestuali, abbiamo studiato le tecniche di comunicazione, di analisi e produzione dei testi fino alla nausea e le nostre tesine di maturità erano tutti lavori ipermediali.

    Ma per far questo non abbiamo sacrificato la storia della letteratura. L’abbiamo fatta (sì, abbiamo pure fatto Manzoni), ridotta, concentrandoci più sul perché e il percome Dante questo concetto lo esprimesse così e Boccaccio cosà invece di limitarci a mandare a memoria 4 stronzate in croce, ma l’abbiam fatta.
    E sapete che vi dico? Che a fronte di questa esperienza studiare per il verso giusto storia della letteratura mi è stato utilissimo.

    Se avessimo sacrificato le ore fatte per concentrarci ulteriormente sulla tecnica sarei uscito dal liceo con una conoscenza non sterile quanto quella nozionistica ma più sterile di quella che possiedo ora.

    Senza studiare come, e soprattutto perché, si sia arrivati dalla macchina di Gutemberg all’HTML, come, e soprattutto perché, si sia passati dalla tecnica dell’Iliade a quella dei contemporanei non avrei adesso una piena coscienza delle tecniche comunicative che mi sono state insegnate e di fronte a una quantità immane di testi d’ogni tipo che di questa storia subiscono ancora l’influenza la mia tecnica sarebbe meno efficace.

    La posizione estremista “la storia della letteratura è materia inutile alle superiori” mi trova in disaccordo perché mi pare si demonizzi inutilmente una materia che, se affrontata con piglio diverso (come quasi tutte le materie scolastiche) può rivelarsi (nel mio caso è stato così) molto utile e perfettamente integrata al diverso principio di insegnamento da tutti noi auspicato.

    Per quanto poi riguarda il rapporto Storia della Letteratura-Scrittore, come ho detto prima riprendendo il paragone matematico di Gamberetta, la conoscenza delle attuali tecniche matematiche fa il buon ragioniere ma è la conoscenza delle attuali tecniche matematiche e del come e del perché sono venute e formarsi che fa il matematico.
    Quindi anche il concetto “storia della letteratura è materia utile solo per appassionati e storici dal campo di lavoro specifico” mi trova in disaccordo ^^

  62. 79 Il Duca Carraronan

    La proposta di Gamberetta è provocatoria, ma non è vuota provocazione: coglie il senso stesso di cosa rende il buon insegnamento tale.

    Il buon insegnamento deve essere utile, piacevole e non fine a sé stesso. Lo scopo non è dare nozioni che nel giro di poche settimane verranno dimenticate (cosa che succede anche nella massa dei corsi universitari, autentiche farloccate di inutilità anche al tempo del Vecchio Ordinamento), ma fornire STRUMENTI per migliorare la vita del Cittadino in quanto Cittadino.

    I greci e i romani non consideravano vitale l’insegnamento della retorica perché erano dei dementi sottosviluppati, ma perché solo la retorica permette di disporre dei mezzi critici di base per partecipare alla vita decisionale del proprio paese… è proprio delle dittature voler privare i cittadini della conoscenza della retorica, in modo da tramutarli in pecore in mano alla propaganda e alla ideologia delle emittenti di stato spartite tra i partiti politici, secondo il vecchio sistema italiano che portò oltre 30 anni fa alla Censura di tutte le affermazioni scandalose di Capitan Harlock (quelle che mettevano in cattiva luce il sindacato o che davano del fesso al primo ministro).

    Insegnare i fondamenti della dialettica eristica, che con poco sforzo una volta imparata permette di notarne l’abuso quotidiano in telegiornali e nelle affermazioni dei politici, e affrontare in generale la retorica applicata alla narrativa è fattibile senza problemi nell’ambito dell’orario disponibile.

    Il principio del Mostrare è alla base della storiografia anglosassone da tempo ed è il motivo per cui i loro testi sembrano “avvincenti come romanzi” anche se parlano di cose noiose e stupide come, non so, la Grande Guerra e il modo in cui è scoppiata (Martin Gilbert ha scritto un testo molto bello a riguardo). A proposito di nozionismo: le nozioni fornite nei tipici libri di storia scolastici e/o documentari a tema su come è scoppiata sono FALSE. Non è nozionismo, è propaganda diffamatoria e antistorica, costruita sul disprezzo delle fonti d’epoca e dei reali avvenimenti. Idem la questione meridionale nel Risorgimento. Ha senso mentire sugli avvenimenti storici, ovvero mentire sapendo di mentire e confidando che pochi studenti poi affronteranno davvero l’argomento su testi specialistici che smonteranno le cazzate dando un quadro meno farlocco della vicenda?

    Mostrare nella storia è facile. Basta conoscere l’argomento un minimo e averlo studiato su buoni libri, in grado di fornire spunti interessanti per rendere vivida e quindi interessante e di conseguenza memorabile la vicenda storica narrata. Bastano pochi dettagli vividi per rendere interessante tutto e magari gli studenti un giorno decideranno di approfondire altri argomenti correlati.
    Lo scopo non è fare in modo che gli studenti sappaino quattro cazzate, le ripetano e poi le dimentichino. Lo scopo dovrebbe essere tramutare i giovani in curiosi divoratori di resoconti storici, anche solo su un singolo periodo che li ha colpiti. Stimolare la curiosità ed educare alla ricerca abituale, resa facilissima con internet (ma che richiede un certo addestramento per individuare -anche tramite i mezzi della retorica- le fonti affidabili), ottiene benefici per tutta la vita del cittadino che sarà portato a controllare le informazioni prima di scrivere o sparare cazzate (si veda la cialtronaggine di FM denunciata pochi mesi fa), di conseguenza sarà più difficile estorcere il suo voto con i classici mezzi della demagogia e dell’emozione del momento (se uno è educato a controllare SEMPRE ogni affermazione NON può per definizione cadere vittima di questi trucchi), di conseguenza vi sarà un miglioramento dell’intera burocrazia e della classe politica.
    Le cose fanno schifo in Italia perché sono montate da schifo e gestite da schifo da una massa di pecore con un educazione sommaria e nozionistica. I pochi che tentano con buona volontà di cambiare le cose si trovano contro un muro di gomma di indolenza e idiozia collettiva.
    Solo cambiando dalla base, dai giovani, si può ottenere quel cambiamento generazionale necessario. I giovani sono il futuro, come sosteneva Mussolini e come aveva capito alla perfezione il Partito Comunista Italiano (che dal suo punto di vista fece un ottimo lavoro all’epoca nelle scuole).

    Abbiamo oltre un secolo di storiografia fatta con i controcazzi che insegna come fare. Chi non è IGNORANTE nel suo ambito deve saperlo fare, punto. Se uno è abilitato come insegnante di storia deve saperlo fare, altrimenti non dovrebbe essere abilitato.

    L’insegnamento corretto della storia porta automaticamente a poter risvegliare l’interesse dei giovani verso tutti i campi che si possono toccare di sfuggita con episodi curiosi e spiegazioni atte a catturare l’attenzione. Storia della scienza, storia delle tecnologie (chiunque con un inciso di 15 minuti e due immagini può spiegare come funziona un motore a vapore, e in pochi minuti può ricollegarsi al fatto che il principio dell’acqua che bolle è rimasto anche nelle centrali nucleari), storia militare, oplologia, balistica e pirostatica (che perfino io saprei integrare nei corsi di fisica senza sforzo… di balistica già qualcosina si accenna, comunque, ma senza rendere più emozionanti le cose con spiegazioni ulteriori più spendibili).
    Un’infarinatura di balistica terminale rende molto più concreto il senso di cosa sia una ferita d’arma da fuoco. In un’ora di lezione si può affrontare tutto il necessario, con abbondanza di illustrazioni e l’approccio considerato più valido a livello internazionale: quello di Martin Fackler. E si sta anche facendo educazione concreta: gli americani sparano addosso a gente varia per mezzo medio oriente con i loro 5,56,x45: sapere che genere di ferite disumane e disgustose causano quei proiettili quando, come previsto, si frammentano nella ferita vale più di 100 coglionate a base di triti di “L’Italia rifiuta la guerra” e bandiere arcobaleno (e si può tirare in ballo l’argomento di come i trattati sugli aspetti umanitari della guerra vietino sempre e solo cose ormai considerate come “trascurabili” dai militari stessi).

    Il fatto che finito il liceo ancora molti pensino che nel ’700 – primo ’800 si schierassero in linea e si sparassero felicemente in bocca a bassa distanza, stile film farlocco di hollywood, senza aver capito che quella è proprio la condizioni idiota da EVITARE attorno a cui si costruisce TUTTA la battaglia vera e propria fatta di manovre, avvolgimenti, cambi di formazione e l’uso misto delle TRE ARMI fondamentali (cavalleria, artiglieria e fanteria: ognuna ha lo scopo di stimolare una reazione in una seconda in modo che la TERZA agisca).
    Ci vogliono 20 minuti per fornire una spiegazione molto più che sufficiente per capire la guerra nel ’600 e nel ’700. E si può fare in modo divertente. E l’ho già fatto più volte, con gente di età diverse.

    Se i giovani cominciassero a pensare che la storia non è “lo studio delle cialtronate irrilevanti di mongoloidi che si ammazzavano senza alcuna furbizia”, ma è invece “le emozionanti vicende di figoni fuori di testa come Warneford che distrusse un convento tirandogli addosso un Dirigibile” FORSE gli si accenderebbe maggiormente la voglia di studiare in modo autonomo. E di leggere.
    Grazie al CC, ai media di Wikipedia e all’uso non commerciale per le scuole, c’è una valanga di materiale sfruttabile per mostrare agli studenti divise, quadri di vita quotidiana (perfetti per la rivoluzione industriale), ecc… che accendano la fantasia e permettano a chi non sa nulla di immaginare qualcosa di sensato.

    Ancora meglio sarebbe iniziare a fare Educazione Fisica come già sarebbe previsto che si faccesse. Che non è giocare, ma è studiare il corpo e l’alimentazione e poi anche fare attività fisica. I professori essendo istruiti nell’ambito delle scienze motorie hanno già tutto il bagaglio culturale su alimentazione ecc… per fornire CONCRETI mezzi ai giovani per capire come funziona il loro corpo, come devono pensare al cibo, cosa è il cibo, come funziona la crescita muscolare (in soldoni) ecc…
    Si parla di anoressia, problemi delle giovani verso il loro corpo, cattivi esempi dai media e bla bla bla tutte cose che si annullerebbero in gran parte con l’adeguata conoscenza di come la dieta deve ruotare attorno al fabbisogno proteico (e non alla “calorie”, concetto usato ancora solo dalle peggiori teste di cazzo).
    Questo deve essere al centro. Dotare i giovani degli strumenti per essere buoni cittadini imparando a valutare criticamente ciò che mangiano e perchè lo mangiano. E sarebbe la rovina di pilloline magiche e riviste con fantasiose diete femminili.

    Tra gli sport da introdurre ritengo che il più adatto per la formazione del Cittadino sia la scherma di baionetta (Juken do). La scherma d baionetta è fondamentale perché, come compreso dall’esercito giapponese all’epoca e tuttora insegnato nell’esercito britannico, il vero problema dei soldati è la paura del corpo a corpo: tutti possono sparare sopra i dieci metri, ma quando nel tipico scontro urbano ti trovi a sparare e lottare a un metro o meno contro i nemici, tutti si cagano addosso. Dare strumenti per essere sicuri di cavarsela in corpo a corpo NON serve per la baionetta in sé, che se tutto va bene non servirà mai ad altro che come coltello multiuso, ma per evitare che il soldato si congeli di fronte alla minaccia e non riesca reagire. Quando un civile ride vedendo quante risorse ancora i britannici mettono nell’insegnare lo scontro corpo a corpo (con il goffo SA-80 poi…), ecco potete essere certi di stare vedendo un idiota ignorante: solo un idiota (perché non capisce) ignorante (perché non sa) può ridere di qualcosa che è alla base della comprensione del nuovo modello di conflitto urbano che richiede un ritorno di primo piano al ruolo del SINGOLO fante.

    Insegnare a non temere, tramite l’abitudine del gioco (come già mostra il mondo animale), lo contro corpo a corpo permette di formare cittadini migliori per quando dovranno difendere i propri diritti dalle aggressioni straniere. In più l’insegnamento del corpo a corpo con armi bianche (bastoni con imbottitura per la punta) fornisce allo stesso tempo la capacità di affrontare anche la POLIZIA con scudi e manganelli in caso di debbano difendere i propri diritti contro lo Stato stesso.
    Solo le dittature vogliono cittadini pacifici e disarmati. Nei paesi davvero democratici il fatto che i cittadini siano un minaccia possibile per il governo garnatisce che il governo stesso righi dritto. Fu Hitler il primo in europa a dare una Moderna regolamentazione al possesso delle armi da fuoco nel suo paese. Nessuna democrazia si sarebbe mai sognata di togliere ai propri cittadini il diritto di ricorrere, come prevedono i principi di Locke, alla rivolta. Hitler ha aperto la strada, a braccetto con Stalin e Mussolini (gagliardi sostenitori pure loro del bisogno di controllare le armi in mano ai cittadini). E ora fa molto liberale e cool e civile che tutti siano disarmati e che non ci sia un Esercito di Cittadini (le leva istruiva tutti per un minimo, quando ancora era fatta bene coi 12 mesi), ma un esercito di soli professionisti scollegati sempre più dal corpo civile dello Stato.

    Fine.
    Sono intervenuto solo perché Gamberetta ha scritto “egregio Duca” e il mio ducale cuoricino è stato colto da un amoroso principio di infarto. ^___^

  63. 78 Giulia

    Per carità, è un modo di ragionare legittimo, ma poi non stupitevi se viene pubblicata la Strazzu o se l’editoria è piena di raccomandati.

    Non ho capito se ti riferisci solo al tener conto del contesto storico e alla vita dell’autore o anche all’analisi dei simboli.
    Sono d’accordo anch’io che giudicare un libro partendo dal contesto storico/personale è sicuramente fuorviante, ma affermare cose del tipo “beh, questo romanzo è scritto in maniera oscena, ma è pieno di significati simbolici, quindi non conta!” è semplicemente prendere per il sedere il prossimo consapevolmente, non è una corrente di pensiero.
    Analizzare un testo anche a livello simbolico non significa che non siano più giudicabili gli altri ambiti, tutt’altro, semmai hai un elemento in più da tenere in conto, se a uno frega qualcosa dell’interpretazione dei simboli, sennò lo si ignora e basta.
    Niente toglie che se un testo è efficace lo è indipendentemente dal contesto e dai riferimenti.
    Orwell o Golding, per dire, si possono leggere e apprezzare tranquillamente anche senza analisi dei simboli, ma se c’è chi dopo averli analizzati li apprezza di più (a me è successo con Lord of the Flies), tanto meglio.
    Viceversa, se un testo è illeggibile nessuno andrà ad analizzarne i simboli, se non appunto perché costretto dalla scuola.

    Per il resto sono d’accordo, sarebbe meglio ridurre la storia della letteratura a favore dello studio dell’uso efficace della lingua italiana orale e scritta, se non altro per non ritrovarsi gente che in quinta liceo ha problemi seri ad articolare un discorso logico, e crolla come gli si rivolge una domanda.

    P.S.
    Per quanto riguarda l’avvicinare i ragazzi alla lettura, io vengo da un linguistico e noi abbiamo letto anche Orwell e Poe, per citarne due; per due anni abbiamo avuto un professore che si soffermava sugli autori che giudicava più divertenti e appassionanti da farci leggere, pur rimandendo nel programma (l’Inferno di Dante, l’Ariosto, alcune novelle del Decamerone ecc.), e non c’era la volontà di farci subire il peggio bovinamente.
    Può darsi che io sia stata fortunata, e poteva essere ancora meglio, ma non è molto corretto generalizzare con il Manzoni, che a livello di interesse narrativo è forse il peggiore che può capitare.

  64. 77 Hendioke

    Provocazione simpatica ma potevi sforzarti di più :)
    Sai bene anche tu che sarebbe una cosa inutile, inoltre se proprio volessimo prendere sul serio questa becera proposta solo la reintroduzione della leva o una liberalizzazione dell’uso delle armi da fuoco potrebbe dargli un senso: da un punto di vista meramente educativo e di crescita interiore degli allievi risultere più utile un corso d’arma bianca così da avere anche una competizione diretta facilmente ottenibile ^^

  65. 76 Gamberetta

    Siccome adoro quando mi danno dell’estremista, dirò una cosa che farà felice l’egregio Duca: nelle ore risparmiate buttando a mare la storia della letteratura, si potrebbe imparare l’oplologia e l’uso pratico delle armi.
    Come ci insegnano i popoli più civilizzati del nostro:

    Nell’immagine qui sopra, scattata nel 1934 presso la base di Tokyo del terzo reggimento di fanteria, liceali giapponesi imparano a sparare con il fucile.

    Non si vuole forse comprendere il contesto storico? La guerra è sempre stata elemento fondamentale del contesto storico. Inoltre l’uso delle armi rende felici e migliora la salute:

    Se bene il gran piacere, che io traevo da questo mio scoppietto, mostrava di sviarmi dalla arte e dagli studii mia, ancora che questo fussi la verità, in uno altro modo mi rendeva molto piú di quel che tolto mi aveva: il perché si era, che tutte le volte che io andavo a questa mia caccia, miglioravo la vita mia grandemente, perché l’aria mi conferiva forte. Essendo io per natura malinconico, come io mi trovavo a questi piaceri, subito mi si rallegrava il cuore, e venivami meglio operato e con piú virtú assai, che quando io continuo stavo a’ miei studii ed esercizii; di modo che lo scoppietto alla fin del giuoco mi stava piú a guadagno che a perdita.

    Da La vita di Benvenuto di Maestro Giovanni Cellini fiorentino, scritta, per lui medesimo, in Firenze. E si tenga presente che con il suo “scoppietto” Cellini non andava solo a caccia di colombi: Benvenuto Cellini è considerato uno dei primi cecchini della storia; il 6 maggio 1527, nel corso del sacco di Roma, sparando dalle mura di Castel Sant’Angelo, ammazzò Carlo III di Borbone.

  66. 75 Hendioke

    Resto dell’idea che insegnare a scuola a leggere e scrivere con consapevolezza del mezzo senza però dargli una infarinatura delle opere che hanno formato la cultura e i riferimenti di contenuto della società in cui il ragazzo si troverà a vivere e muoversi (nel nostro caso l’occidentale, e direi che dall’Iliade all’Amleto almeno e quanto ci sta in mezzo che sia riferimento per tutti dovremmo essere tutti d’accordo) significherebbe creare lettori/scrittori che non si farebbero infinocchiare dall’artifizio retorico, o compierebbero errori grossolani di scrittura (e ciò sarebbe buono), ma si farebbero infinocchiare dall’idea banale, o produrrebbero solo scritti banali (e questo sarebbe male).

    Inoltre insisto, ma con questo esco dal discorso sull’educazione dell’obbligo, che lo Scrittore deve conoscere l’evoluzione della tecnica narrativa e i perché e i percome che vi stanno dietro altrimenti rischia di diventare un ottimo scribbacchino ma nient’altro. Capace di scrivere secondo la tecnica all’ultimo grido ma incapace di, o molto impedito nel, evolvere la tecnica.

    Il mondo ideale tratteggiato da Gamberetta mi fa spesso pensare al racconto “Lo Scrittore Automatico”, se l’unica cosa che davvero conta è padroneggiare la tecnica (e ovviamente l’informazione quando si parla di argomenti specifici) allora perché non creare un computer che la padroneggi e abbia al contempo un database enciclopedico? A quel punto lo scrittore dovrebbe solo avere un’idea per la storia, mettersi di fronte al pc, dargli gli input relativi allo svolgimento della trama e questo farebbe il resto. Tutti potrebbero scrivere e non esisterebbero più libri brutti ^^

  67. 74 Rickyricoh

    @Tapiroulant

    A tutti quelli che cercano sempre il compromesso, faccio presente una cosa. Come nelle librerie lo spazio è limitato, e la presenza di alcuni libri è per sé stessa impedimento alla presenza degli alti, così le ore scolastiche sono limitate, e ogni insegnamento impedisce un altro insegnamento. Proprio perché non c’è spazio per tutti, bisogna capire quali sono gli insegnamenti più utili e insegnare quelli. E la storia della letteratura, alas, non è tra quelli più utili.

    Ora non c’è spazio perchè la storia della letteratura occupa TUTTO il programma disponibile. Basta limitarlo, non eliminarlo.
    La storia della letteratura in sè non è meno utile di altre materie, basta trattarla nel modo giusto. E’ inutile perdere ore di lezione per inculcare date di vita, morte e pubblicazione di ogni opera; ma avere un quadro generale per sapere come e dove inserire un’opera nel suo contesto non è affatto inutile.
    Poi un testo si può leggere anche senza sovrastrutture, e sono d’accordo che i capolavori immortali lo sono anche se letti in tale maniera, ma sfido chiunque a dire che una lettura di un testo non venga limitata nella comprensione se non si conosce un minimo del suo contesto. Anche chi crede il contrario non può dirsi privo di capacità di contestualizzazione, perchè fa leva sulla propria cultura personale che non è scevra da nozioni in tal senso.
    La cosa diventa palese leggendo un testo moderno: uno crede di leggere il testo e basta, ma inconsciamente lo contestualizza in base all’insieme delle nozioni dell’epoca che sta vivendo e alle relazioni con le precedenti letture.
    Già il solo dire che la Troisi scrive male è dovuto anche al perchè si conosce una realtà di fatto in cui la regola ottimale seguita da altri autori è diversa. E’ così che Gamberetta riesce a svolgere eccellenti recensioni, facendo sempre riferimenti alle regole del buon scrivere che ha conosciuto leggendo romanzi e manuali di ogni tipo. Io invece magari potrei genericamente dire “non mi piace” ma senza esplicitare i motivi precisi, perchè non possiedo la cultura di gamberetta dell’argomento. Anche questo è contestualizzare.

  68. 73 Tapiroulant

    Io sono completamente d’accordo con quello che dice Gamberetta.
    Lo studio del contesto può avere un valore pratico, ma soltanto in ambito specialistico (per esempio se sto studiando l’evoluzione della lingua italiana o la mentalità di un’epoca; se voglio scrivere un romanzo di ambientazione bassomedievale urbana, studiare la poetica stilnovista e Dante potrebbe essermi utile per ricreare la giusta atmosfera), e di certo non dovrebbe essere imposto per legge nella scuola, come se si trattasse di una cosa utile per tutti.
    A tutti quelli che cercano sempre il compromesso, faccio presente una cosa. Come nelle librerie lo spazio è limitato, e la presenza di alcuni libri è per sé stessa impedimento alla presenza degli alti, così le ore scolastiche sono limitate, e ogni insegnamento impedisce un altro insegnamento. Proprio perché non c’è spazio per tutti, bisogna capire quali sono gli insegnamenti più utili e insegnare quelli. E la storia della letteratura, alas, non è tra quelli più utili.

    @Guardiano: A te faccio inoltre presente che, se non fosse bastato tutto ciò che ha detto Gamberetta, Siobhàn stessa ha già risposto a quello che dici: ossia che l’insegnamento a scrivere non è un insegnamento specialistico, perché non è specificamente rivolto ai romanzi ma allo scrivere tout-court; alla comprensione delle regole della retorica, della logica, delle tecniche dell’argomentazione. E queste conoscente non sono “specializzazione”, sono una delle basi di tutte le altre conoscenze.

    Le parole di Siobhàn tra l’altro mi hanno fatto venire in mente una cosa. Sarebbe utile portare a scuola, a lezione, delle registrazioni di discorsi dei politici (in campagna elettorale, o ad un talk-show, o in un’intervista) per sezionarli, vedere cosa c’è sotto di concreto, quali tecniche retoriche adottano, come trattano il loro pubblico. Renderebbe le persone più auto-consapevoli e meno supine ai comizi.

    @Siobhàn: Grazie, grazie, troppo gentile.

  69. 72 Il Guardiano

    Lo scopo è insegnare a esprimersi. E una delle regole è che l’interlocutore può non conoscere il tuo contesto. Non conosce i tuoi problemi familiari e non sa che da piccolo hai preso una botta in testa. Non lo sa e non lo vuole sapere, lo stesso devi imparare a comunicare efficacemente con lui.

    No. Lo scopo è anche imparare a scrivere. Ma imparare il contesto è importante.
    Gamberetta, tu parli di non fare entrare nello specifico al liceo. Insegnare tecniche per scrivere un buon romanzo, non è specifico? Ma io direi: chi se ne frega del buon romanzo contemporaneo. Al massimo questa potrebbe essere qualcosa che viene affiancata alla storia della letteratura. Dovrebbero essere due cose complementari.
    Come in altre cose, sei troppo estremista. E l’estremismo porta a pensare di avere ragione…e basta.

    Ribadisco per l’ultima volta che non sto facendo un discorso morale ma pratico. A cosa serve valutare (ovvero analizzare) un testo?
    Di solito a due cose:
    * Stabilire se valga la pena che il mio prossimo lo legga anche lui (una recensione).
    * Capire quali parti funzionano (per imitarle, dedurne regole generali) e quali parti no (per evitare errori analoghi).

    Questo che dici tu può esser valito in questo blog. Può essere una cosa buona tra noi. Tra te che mi spieghi cosa evitare, e io che VOGLIO capire cosa evitare per scrivere un romanzo. Ma questo è specialistico.
    A scuola puoi insegnare solo questo? No, sarebbe tremendamente incompleto. Sarebbe una scuola peggiore di ora.

  70. 71 Siobhán

    @ Pu*pazzo
    Non è che Gamberetta proponga un programma che insegni agli studenti a scrivere romanzi. Lei propone un programma che insegni agli studenti a scrivere. Scrivere temi, scrivere articoli, scrivere saggi. Adesso si pretende che gli studenti sappiano farlo, ma senza che gli sia insegnato. Risultato: la maggior parte dei temi fa schifo. Dire “è scritto come un tema” non è certo un complimento. Scrivere non è una cosa ovvia, scrivere è difficile. La tecnica ti permette di passare da temi leggibili a temi efficaci e piacevoli da leggere. E scusa se è poco.

    Non solo, padroneggiare gli strumenti della retorica permette di poter esprimere la propria opinione nella maniera davvero efficace, di costruire un dibattito. Di riconoscere i discorsi validi e argomentati da quelli che si basano sul niente. Secondo me è più importante capire se un politico spara cazzate che aver letto la Divina Commedia.

    @Tapiroulant
    Oh, quanta cultura, come sei virile! <3

  71. 70 Gamberetta

    @tutti. Ribadisco per l’ultima volta che non sto facendo un discorso morale ma pratico. A cosa serve valutare (ovvero analizzare) un testo?
    Di solito a due cose:
    * Stabilire se valga la pena che il mio prossimo lo legga anche lui (una recensione).
    * Capire quali parti funzionano (per imitarle, dedurne regole generali) e quali parti no (per evitare errori analoghi).
    Se prendo un testo scritto in maniera incomprensibile la valutazione sarà negativa (un’altra persona non può leggerlo, essendo il testo incomprensibile; non c’è molto da imparare, se non appunto evitare di scrivere in maniera incomprensibile). Questo vuol dire che l’autore era un cretino? No. Può essere benissimo che fosse un genio, perché i suoi contemporanei erano ancora più incomprensibili di lui. E allora? Non c’è il reato di “torto agli scrittori morti”.
    Ma se conoscessi il contesto storico capiresti!
    E allora?
    Lo scopo è insegnare a esprimersi. E una delle regole è che l’interlocutore può non conoscere il tuo contesto. Non conosce i tuoi problemi familiari e non sa che da piccolo hai preso una botta in testa. Non lo sa e non lo vuole sapere, lo stesso devi imparare a comunicare efficacemente con lui.

    @Pu*pazzo.

    I suoi libri sono belli. Ma se conosci la sua storia personale, le sue psicosi violente, i suoi libri assumono sicuramente un significato diverso. Insomma sono migliori!

    E se poi conosci Dick così bene come lo conosce la sua mamma, i suoi romanzi sono i più migliorissimi dell’Universo!
    Per carità, è un modo di ragionare legittimo, ma poi non stupitevi se viene pubblicata la Strazzu o se l’editoria è piena di raccomandati.

  72. 69 Pu*pazzo

    ah volevo aggiungere che mi chiedo quali scuole abbiate frequentato …io la parafrasi delle poesie l’ho smessa di fare il 5 elementare XD

    in 5 anni di liceo classico mai fatta una parafrasi LOL dove siamo al cottolengo? non ci credo che davvero i vostri prof ve la chiedano dai XD XD

  73. 68 Tapiroulant

    @Mauro: Innanzitutto dovresti domandarti a cosa serva una recensione. Una recensione è un consiglio per gli acquisti; è la risposta alla domanda: “Vale la pena che io spenda il mio tempo (ed eventualmente i miei soldi) con questo libro?”.
    Ora, il problema di Marozzo non è che scrive “inaci” per “in avanti”; il problema di Marozzo è che era un maestro di scherma del Cinquecento! Siamo in un ambito ultra-specialistico, di stranicchia, dalle parti dei libri sulle baionette citati dal Duca.
    A parte il fatto che mi domando quale possa essere l’utilità di scrivere mai una recensione su un trattato di scherma cinquecentesco; posto che io la scriva, questa recensione dovrà innanzitutto puntualizzare che si tratta di un trattato di scherma del Cinquecento, con tutti i conseguenti problemi di lingua. In sede di recensione non è importante giustificare o spiegare perché l’autore abbia usato quel determinato linguaggio: basti dire che l’ha usato, e che per un lettore contemporaneo saranno cazzi amari se vuole decifrare la scrittura del Marozzo.

  74. 67 Pu*pazzo

    il guardiano@ hai spiegato molto bene cosa intendo!

    gamberetta@ insomma …qui non si tratta di nozionismo alla “chi vuol esser milionario” nessun sano di mente crede che sia fondamentale conoscere la data di nascita di Manzoni (tantomeno nessun professore, suvvia) ma è fondamentale sapere in quale epoca storica visse!

    faccio un esempio cosi stupido che temo di insultare la vostra intelligenza :)
    se io domani scrivessi in un mio libro “quivi lo messere cadde” sarei giustamente definito un idiota!
    se lo avessi scritto 300 anni fa mi considereresti un idiota? non credo, perche ALL’EPOCA questo linguaggio era normale!!

    ecco che si dimostra facilmente la mia teoria! se si vuole comprendere appieno un opera è necessario conoscere in che contesto storico e sociale è stata scritta. Dirò un altra banalità: più l’opera è antica, più è necessario compiere questo sforzo! l’esempio del guardiano su Dante è perfetto!
    Pensate poi, non so, a Flaubert … alla sua madame Bovary … se quella storia fosse pubblicata oggi sarebbe ridicola! poco piu di un romanzetto di liala! WOW una donna ricca e annoiata che tradisce il marito con uno stalliere! pfui! e che c’è di nuovo/interessante? nulla OGGI, ma nel 1850 fu un caso nazionale, messo all’indice per oltraggio alla morale etc etc
    è un romanzo che HA FATTO STORIA, HA CAMBIATO (assieme a tanti altri del periodo) IL SENSO DELLA MORALE COMUNE PERSINO!

    In ogni caso questo principio dovrebbe essere valido anche per i contemporanei o semi tali. Prendiamo ad esempio philip k dick … autore quasi contemporaneo, che ha sfornato capolavori della fantascienza come tutti sanno. Essendo vissuto nella NOSTRA epoca, non dobbiamo fare particolari sforzi per comprendere la sua morale, i suoi punti di vista etc . I suoi libri sono belli. Ma se conosci la sua storia personale, le sue psicosi violente, i suoi libri assumono sicuramente un significato diverso. Insomma sono migliori!
    noi umani nasciamo come tabula rasa, almeno fino a prova contraria. Tutto ciò che viviamo, la nostra famiglia, la nostra educazione, le nostre origini, la società, il periodo storico etc etc FANNO quello che siamo. E’ facile capire che se tu fossi nata nel 1800 non avresti scritto come scrivi ora. Se mai avessi scritto (dato che sei una donna e allora erano rare le scrittrici) avresti probabilmente scritto al massimo cose alla mary shelley …che se lette oggi sembrano favolette per bimbini e che allora erano considerate scandalose al pari, non so, di isabella santacroce ora XD

    vabbe poi volevo concetrarmi sulla questione storia della letteratura : non sta scritto DA NESSUNA PARTE che al liceo si debba imparare a scrivere romanzi XD lol!!! ma perche? tutti quelli che escono da scuola devono essere in grado di scrivere un romanzo? anche no!! Gli insegnanti del liceo insegnano a scrivere in senso lato, ovvero a scrivere senza errori ortografici, seguendo la concordanza dei tempi, a esprimersi in modo corretto. PUNTO. Uscito dal liceo devi essere in grado di scrivere una risposta ad un blog facendoti capire e senza violentare la lingua,essenzialmente, non il romanzo rivelazione del 2011 XD

    All’universita invece potrebbero fare corsi del genere, sarebbe davvero auspicabile! ma l’universita è fonte (in teoria) di un sapere specialistico, perciò va benissimo un corso di scrittura narrativa! non al liceo nel quale l’insegnamento prevede un infarinatura di tutto!

    ultimissima cosa:
    anche io credo che si perda troppo tempo su manzoni, a scuola. Ma a questo mi è stata data, una risposta dal mio prof al liceo. I promessi sposi viene è un romanzo scritto con una lingua quasi de tutto presa dal toscano, pulita da ogni latinismo e dialettismo, cosa che all’epoca era normalissima nella letteratura italiana. Tutti ricorderete la famosa frase “ho sciacquato i panni in Arno” no? insomma all’epoca un lombardo non avrebbe mai potuto capire un libro scritto da un genovese … manzoni cercò di eliminare queste differenze, anche perche era appassionatissimo fautore dell’unità di italia. Direi che ci riuscì, perche appunto i promessi sposi viene visto come importantissimo dai linguisti.

    poi per carita… io invece di passarci un anno sopra preferirei che si facesse piu velocemente e che fosse dato spazio anche ad altri autori, sia piu contemporanei che anche ottocenteschi (ad esempio scommetto che pochi di voi hanno studiato la scapigliatura italiana …)

  75. 66 Mauro

    Gamberetta:

    il Manzoni fa schifo è un inciso. Il punto è che posso pure ammettere che il Manzoni fosse un genio e date le condizioni storiche e sociali in cui ha scritto non avrebbe potuto fare di più, ugualmente non lo insegno a scuola

    Non discuto questo, però a leggere l’articolo e i tuoi commenti l’impressione – fortissima – era ed è che tu dicessi che si deve guardare al testo e solo al testo, almeno per valutarlo; cosa di cui non sono assolutamente convinto, per i motivi detti (e sotto aggiungo un altro esempio).
    Se poi è solo un’impressione, nessun problema; staremmo pure dicendo cose molto simili.

    Tapiroulant:

    a) io stia facendo una recensione o dando un consiglio, oppure: b) io stia scrivendo una critica, dovrò o meno fare un discorso sul contesto (nel caso a) no, nel caso b) sì)

    In realtà bisogna contestualizzare anche nel primo caso; in modo diverso, ma bisogna farlo. Per portare un esempio: se non contestualizzo nell’epoca, come posso valutare la lingua usata? Quando Marozzo scriveva, “inãci” (per “inanci”, oggi “[in] avanti”) era normale, oggi sarebbe sbagliato (o comunque molto, molto antiquato). Se non so in che epoca ha scritto l’autore, come posso valutarlo?
    Ovviamente il caso di un autore che scriva oggi volendo consciamente imitare lo stile di allora è ancora diverso.

    Alberello:

    Sentiti libero di commentare quando vuoi, non farti intimorire dai bestioni come Mauro, Tapiroulant o dr jack ecc. non sono kattivi come sembrano una volta che li conosci meglio… sono peggio

    Non è colpa mia: io volevo andare a scuola d’arte, ma mi hanno rifiutato!

  76. 65 Tapiroulant

    @Guardiano: Io lo so da dove comincerei, ma non si può dire :)
    Ma che lavoro fai? Quello che mi dici è terribile (ma non strano).
    E comunque attualmente la corruzione sarebbe anche maggiore e più pervasiva che ai tempi di Mani Pulite.

    @Bianconiglio: Perdona la mia fiscalità, ma ogni tanto mi viene da dubitare che tu abbia capito così bene il contesto dantesco, considerando passaggi come questo:

    tutti parlavano in latino e le uniche cose in volgare erano alcune poesie; i versi e le strofe erano all’ordine del giorno

    Di che stai parlando? Innanzitutto, il latino era conosciuto solamente da una ristretta élite: i chierici di medio e alto livello, i professionisti (notai, magistrati, accademici), e i più benestanti tra gli abitanti della città. Non lo parlavano (parlavano in volgare), se non come lingua internazionale quando viaggiavano all’estero, semplicemente lo sapevano scrivere.
    Le cronache cittadine, le cronache di viaggio, le vite dei santi, i libri di ricette, le raccolte di novelle, le memorie personali di nobili e mercanti, erano tutte scritte in volgare. Il latino era riservato per gli atti notarili, i documenti ufficiali, la trattatistica, le opere dotte.
    Inoltre il secolo dei riferimenti storici di Dante non è il Trecento ma semmai il Duecento, dato che la Commedia è scritta nei primi anni del Trecento.

    Alla fine dell’Inferno il mio pensiero è:
    ‘Bene. Ho appena letto del viaggio immaginario di un uomo che nel mezzo del cammin di sua vita(?) si è ritrovato all’Inferno, lo ha attraversato, ha incontrato alcuni dannati e poi è uscito a rivedere le stelle.’
    Di un autore come questo che cosa potrò apprezzare? Al massimo la fantasia, o l’essere riuscito a scrivere in versi perfetti tutti quei canti, aver dato descrizioni particolareggiate, a volte volgari ma efficaci dei personaggi.

    Beh? Ti sembra poco?
    Ti racconto un aneddoto. Un mio amico a undici anni si era letto tutto l’Inferno di Dante. Gli era capitato di leggere un fumetto di Topolino ispirato all’inferno, si era preso bene, e gli era venuta voglia di leggere Dante.
    Cosa ne poteva sapere lui, a undici anni, della Firenze del Duecento, delle lotte tra Papato e Impero, della teologia cristiana, della vita privata di Dante? Esatto: un beato cazzo. E allora? Si è divertito lo stesso. Anzi: dopo aver letto l’Inferno, gli è venuto spontaneo porsi delle domande: chi era Farinata degli Uberti? E il conte Ugolino? E cos’era successo a Firenze di tanto terribile?
    Capito, no, come funziona? Prima si è letto l’opera, e dopo (o durante la lettura), la bellezza del testo gli ha suscitato una naturale curiosità verso l’extra-testo. Perché gli era venuta voglia a lui, e dopo; non come premessa inderogabile per cogliere appieno la bellezza di Dante.
    Questo dovrebbe essere il rapporto tra testo ed extra-testo.
    Che tu conosca o meno l’extra-testo, non c’è una fruizione superiore o inferiore del testo: ci sarà una fruizione diversa. Ma se io, invece, dopo aver letto l’Inferno sono soddisfatto così, senza che mi interessi il contesto storico, pace: mi sono goduto il libro lo stesso.

  77. 64 Il Guardiano

    @Gamberetta:

    Ovvio. Si vive una volta sola e io voglio andare su Marte.
    Per l’età dei romanzi. Ok, dimmi tu allora qual è il limite: 1 anno è ok. 10 è ok? 20? 30? 40? 99? 100? Qual è la soglia magica che rende di colpo un romanzo ingiudicabile con i criteri attuali? E se io, come quell’autore cecoslovacco citato in un vecchio articolo, scrivo un poema di fantascienza in greco antico imitando Omero con che parametro dovrei essere giudicata? E se ti dico che il mondo è cambiato dopo Hiroshima, o dopo l’11 settembre, o dopo la diffusione di Internet significa che devo cambiare i parametri tra un romanzo uscito il 10 settembre e uno uscito il 12?
    Quello che non ha senso è tirare in ballo il contesto quando non serve. E, tranne eccezioni, non serve mai.

    Sfoci nell’estremismo.
    Ti potrei domandare: la nostra morale è uguale a quella del 1800? e a quella del 1900? e a quella di soli 50 anni fa? Io dico di no. E tu sapresti dire esattamente in quale periodo è successo il cambiamento di morale? Qual è la soglia magica dalla quale si può dire “ecco, da qui siamo diventati così”?
    E’ lo stesso discorso. E’ impossibile determinare il momento esatto ma è così, è innegabile.

    Anche la Divina Commedia, se non si contestualizzasse anche a livello inconsio, sarebbe da piangere. Non mi fraintendano gli amanti di Dante.
    Se presentassi la Commedia a un ipotetico italiano che, vivendo su un’isola deserta, non ne ha mai sentito parlare e gli dicessi che l’ho scritta io, penso si metterebbe le mani nei capelli.
    Ok tutto il Sense of Wonder e il voler andare su Marte, ma ci sarebbero delle cose che ai nostri occhi sarebbero inspiegabili se non contestualizzati. Cosa cazzo fa Caronte in un romanzo cristiano? Cosa fa Minosse, che appartiene a tutt’altra “cultura”? E Catone, pagano e suicida, custode del purgatorio?
    Mi potresti rispondere: Si, ma a me chemenefrega di tutti questi qui? Io cerco il Sense of Wonder e lì ce ne è tanto. E invece no. Tu lì trovi il Sense of Wonder e ignori o capisci il resto perché contestualizzi (anche lo stretto indispensabile) – forse inconsciamente – la Commedia e Dante. Se quell’ipotetico italiano leggesse la Commedia direbbe: “ma questo è scemo a mettere tutta sta religione in un libro, oggi? Ed è scemo che dopo che mi parla tanto di religione, poi mi mette un pagano e un mostro mitologico greco! E tutte ste altre cagate sulla politica? E chi se ne frega…io voglio Sense of Wonder!!”.

    @tapiroulant:
    Hai ragione quando dici che andrebbe riformata tutta la società italiana.
    Ma da qualche parte si deve pur partire? Io penso che quello che abbiamo ora non si può cambiare (se non in peggio) ma possiamo sperare di rendere la vita migliore in futuro, o almeno alle prossime generazioni. E per fare questo bisogna puntare subito sull’istruzione perché è da lì che si formano le persone che tra 15-25 anni saranno il nuovo tessuto sociale ed è lì che si formano le idee base.
    Quando io mi guardo attorno stringo i denti tanto da farmi venire il mal di testa.
    Vedo politici che salutano tutti e stringono le mani (magari è la prima volta che li vedi e non sai manco chi sono) sentendosi padri eterni.
    Altri politici ignoranti o arroganti che pretendono (e fanno) quel che gli pare perché possono farlo. E nessuno può fermarli. Chi si metterebbe contro di loro?
    Colleghi che sono disponibilissimi a fare salamelecchi al primo che passa e altri che usano col pubblico la stessa arroganza di cui sono state vittime poco prima.
    Ragazzi di 20-25 anni che mi hanno detto, vedendomi leggere un libro del magistrato Scarpinato (ma non perché sapessero chi è Scarpinato, perché me lo hanno prima chiesto), “eh, si…Ma lo sai come si stava bene prima di Mani Pulite? Si poteva fare di tutto, i miei si sono fatti le case con giardino. Mo, invece, non si può fare niente”; e tu lo fissi a bocca aperta pensado che lui farà strada perché non verrà fermato da nessuno scrupolo morale.
    Persone che ricoprono incarichi “alti” che non si sforzano nemmeno di far finta di capire il motivo per il quale si trovano lì; e per chiedergli il permesso, IL PERMESSO!, di mettere un foglio con una spiegazione sul muro (pure per questo, vogliono che chiedi il permesso…così hanno modo di marcare la loro autorità) si arrabbiano con te. Ti minacciano, dicendoti che ti potrei far perdere il posto. Mi basta fare una telefonata. Poi ti dicono che possono renderti la vita complicata. Poi rimangiano tutto. Poi fanno quello che gli hai chisto (effettivamente se ne traeva giovamento). E poi ti rendono effettivamente la vita un pelino più complicata, giusto per far vedere che avevano ragione loro anche se non ce l’avevano.
    E durante tutto questo, devi stare attento a non essere minacciato dal primo che passa (che non è poi il primo che passa; e ha un chilometro di precedenti).
    A volte vorrei non aver mai iniziato a lavorare o aver fatto l’università per andare all’estero. Almeno ora mi potrei ancora illudere che tutte queste storie sono solo storie inventate da qualche invidioso buono a nulla (non che io non lo sia) e senza un minimo di fondamento.

    E da dove si parte, in tutto questo? Non ancora visto un solo settore immune se non dalla corruzione vera e propria, almeno dalla corruzione morale. Cosa bisogna riformare prima?

  78. 63 uriele

    Non sei l’unica a pensarla così, anche fra i critici letterari italiani. Un professore universitario di Bologna ogni hanno incominciava le su sue lezioni dicendo, “C’è una differenza sostanziale fra Piero e Alessandro Manzoni: uno ha fatto il romanzo della merda, l’altro un romanzo di merda”

    (non so il nome del professore, erano storie che giravano quando uscivo con degli amici di lettere e filosofia)

  79. 62 Alberello

    @mgcgio

    So che sono stato prolisso e poco chiaro, me ne scuso (è il motivo per cui non scrivo quasi mai commenti!)

    Ma va! Non farti sti problemi! Se possono sopportare me, vuol dire che CHIUNQUE può commentare! Io sto ai commenti come Nihal nella terra del vento sta al fantasy, peggio di me non puoi fare. :D
    Sentiti libero di commentare quando vuoi, non farti intimorire dai bestioni come Mauro, Tapiroulant o dr jack ecc. non sono kattivi come sembrano una volta che li conosci meglio… sono peggio! LOL
    E se mai ti dessero contro per dimostrare alla loro ragazza che sono virili (perché legge anche lei il blog, fregato Tapiro xD) io me ne accorgerò ed interverrò in tuo soccorso parlando di tutt’altro distraendoli dalla preda principale. Non c’è nulla che con un po’ di retorica ed un paio di pillole non si possa fare. LOL

    Quindi rilassati e sentiti libero di dire ciò che ti passa per la testa, lo zio alberello veglia su di te. U_U

  80. 61 Zave

    @gamberetta:
    quanto scrivi è in gran parte condivisibile, anche se il tuo sfociare nell’estremismo più sparato mi suona più come una provocazione.
    provocazione perché nemmeno tu nelle tue recensioni segui quanto dici.
    per quanto tu rimanga il più possibile legata al mero testo uno dei criteri che dici di valutare è un criterio esterno: l’originalità. questo significa che valuti diversamente un testo dove un’idea è usata per la prima volta rispetto ad un’altro dove è presente la stessa idea che però nel frattempo è stata utilizzata da migliaia di altri scrittori.

    a livello di qualità del testo nulla importa chi è stato il primo ad usare una certa idea ma solo chi l’ha implementata meglio.

    è vero che comunque nelle tue recensioni tieni i livelli separati, infatti se ti ritrovi a recensire un bel romanzo con elfi e nani dici che è un bel romanzo ma che ne hai piene le palle di elfi e nani.

    chiaramente concordo con te per quanto concerne il fatto che sia una cosa sbagliata idolatrare i promessi sposi e presentarli come modello da seguire.
    non cestinerei la storia della letteratura come dici di voler fare tu ma sicuramente la ridimensionerei e la utilizzerei in modo funzionale (come sembri voler affermare anche tu al di là delle provocazioni).

    per opere di epoche diverse conoscere un minimo di contesto storico è importante per poter apprezzare appieno il testo.
    vale per dante come per il manzoni. come anche per il dozzinale romanzo di spionaggio ambientato durante la guerra fredda.
    sono testi che sono stati scritti rivolgendosi ai propri contemporanei, quindi un’infarinatura sul contesto è utile e a volte anche necessaria.
    poi è palese che non si debba andare fuori misura.

    hai perfettamente ragione quando dici che i licei dovrebbero ridimensionare di molto lo studio di certi classici (che andrebbero comunque insegnati) e limitare il più possibile il nozionismo per fornire invece gli strumenti per imparare a scrivere bene ed esprimere le proprie idee.

    io non penso assolutamente che la verità stia nel mezzo, anzi reputo questo concetto uno dei più odiosi che esistano, però a eccedere con la provocazione rischi che molti lettori si fermino solo a quella.

  81. 60 Gwenelan

    Secondo me alcuni di voi non hanno ben capito cosa intende Gamberetta parlando del contesto e del fatto di non studiare la storia della letteratura al liceo. Per come ho capito io, Gamberetta NON sta dicendo di prendere le opere che già oggi si studiano e di insegnarle con “l’occhio” di oggi. Sta dicendo di partire da questo presupposto: “insegniamo agli studenti come poter ben esprimere quel che pensano”. E di scegliere le opere da studiare di conseguenza. Quindi, se per esempio una “lezione” da insegnare è “le espressioni concrete veicolano il concetto meglio delle espressioni vaghe”, si prendono passi di opere in cui questa “lezione” è ben espressa. Qualcuno nei commenti (scusate se non dico chi, ma ho letto tutti i commenti insieme e non trovo più quello a cui mi riferisco) ha detto che così facendo gli studenti non possono avvicinarsi a molte opere e quindi non avranno mai voglia di provare a leggerle… secondo me è proprio il contrario. Concentrarsi sulla tecnica permette di scegliere un sacco di esempi da fare, e dà quindi la possibilità di “toccare” numerosi autori. Al contrario di come si fa adesso, che per un mese ci si concentra su UN autore (escludendo Manzoni e Dante che hanno rispettivamente un ANNO e tre ANNI tutti per loro -_-). Infatti spesso non si riesce neanche ad arrivare ad autori “moderni” come Pirandello e Svevo.
    La storia della letteratura (che a me, personalmente, piace) non è una cosa utile per sapersi esprimere – non “per imparare a scrivere narrativa”, non è questo che dovrebbe essere insegnato nel liceo. Per imparare che invece di dire “animale pericoloso” è meglio dire “seprente” se si vuole incutere paura, non serve far la storia di come il pensiero “immagini concrete vs immagini astratte” si è evoluto da Omero ai giorni nostri (o ai giorni di Pirandello).

    Il mio parere anche sulla parafrasi. Per prima cosa… temo che a me sia stata insegnata una parafrasi diversa da quella di cui parlate voi. Da me era il ricomporre i versi della poesia (o della strofa) in modo che fosse quasi “in prosa”. Per esempio, un classico: “Cantami o Diva del Pelide Achille l’ira funesta ecc ecc” diventava semplicemente un “Diva, cantami l’ira funesta del pelide Achille ecc ecc”, non ci soffermavamo sul fatto che quel “cantami” fosse un “dammi l’ispirazione per cantare”. Non durante la parafrasi. In ogni caso, anche io ho sempre pensato fosse inutile e una noia mortale. Prima di tutto perchè personalmente io prima capivo la poesia e poi facevo la parafrasi, ergo, a che mi serve fare la parafrasi se la poesia l’ho già capita? Secondo: in casi “estremi”, tipo se sono alle prese con Dante, in cui alcuni vocaboli hanno un significato diverso da quello odierno (la parola “quindi” nell’esempio de IlBianConiglio) ci sono le note. Ma lì, appunto, è la lingua ad essermi “di ostacolo”, non la poesia in sè, quindi o studio la lingua di Dante (cosa che non penso proprio serva al Liceo) oppure uso le note. Infatti a me al liceo bastava un po’ di “riscaldamento” per capire Dante senza problemi e senza alcun bisogno di parafrasi. Ultima nota, su Dante: forse il prof che ho avuto quando ho studiato l’Inferno di Dante era particolare, dopotutto lui ci ha presentato Leopardi proprio come uno sfigato gobbo che non aveva niente da fare (se non ricordo male le sue parole son state: “era malato e sapeva leggere benissimo latino e svariate lingue a 15 anni… pensate che palle di vita doveva avere”)… ma di Dante noi abbiamo preso in considerazione prima di tutto il senso letterale e *poi* quello allegorico. E il prof ha usato proprio quello letterale per “rompere il ghiaccio”: ci ha detto: “la divina commedia è divertentissima! E’ una specie di film d’avventura, ci sono i mostri, c’è l’eroe e c’è la gnocca” ^_^.

    Scusate se il commento è un poco sconnesso, l’ho riletto, ma causa stanchezza qualcosa potrebbe essermi sfuggito.

  82. 59 Jaja

    In realta’ l’idea non richiederebbe sforzi economici straordinari in una gestione come si deve dell’istruzione, ovvero una in cui il Ministero recuperi la sua funzione. Spiego.
    Una volta era il Ministero a fare i programmi scolastici. Dopo svariate riforme(*) (“riforma della scuola” si legge “strumento politico”), i prof si trovano tra le varie cacchiate burocratiche anche quella del POF, Piano Offerta Formativa, sarebbe una paginetta dove illustrano il programma di cio’ che verra’ insegnato. Insomma: io Ministero non ho piu’ la competenza per fare i programmi (la competenza costa) e allora vi scarico il compito addosso chiamandolo autonomia scolastica.
    Inoltre non so se hai visto i prof ai corsi d’aggiornamento, sono somari e indisciplinati peggio degli alunni, tanto se falliscono non li licenziano.

    Poi ci sarebbe da parlare del modo scellerato in cui vengono insegnate le arti, alla Strazzu: devovo essere uno starnuto, mica qualcosa di pensato…

    (*) Gelmy non c’entra niente, sta roba mi pare sia opera di Berlinguer (orribile riforma anche quella).

  83. 58 IlBianConiglio

    @Tapiroulant
    Scusa se arrivo tardi, probabilmente ti sarai già dimenticato del tuo commento. Si stava parlando dell’ultimo verso dell’Inferno e della sua parafrasi. Riporto quanto hai scritto:

    Ah sì? Davvero dopo aver fatto la parafrasi di quella frase, la apprezzi di più?
    Perché io no, proprio per niente.
    A parte il fatto che è scontato che per uscire dall’Inferno si sia passati per il corpo di Lucifero (posto che uno si sia letto il resto del Canto e non solo quel verso lì, il che mi sembra il minimo), tutta la differenza starebbe tra “stelle” e “luce divina”? E cosa me ne frega a me, lettore, che le stelle significhino la luce divina, e quindi simboleggino le cose che hai detto? Una lettura non è un’esegesi. Manco fosse un testo sacro.

    Ammetto che non sono molto bravo con gli esempi. Cercherò di spiegarmi meglio a proposito del verso Dantesco.
    Immagina che io non abbia mai sentito parlare di Dante in vita mia. Non so chi fosse, quando visse, in cosa credesse. Nulla. Prendo la Divina Commedia (mi ispira il titolo e la copertina) e inizio a leggerla. Alla fine dell’Inferno il mio pensiero è:
    ‘Bene. Ho appena letto del viaggio immaginario di un uomo che nel mezzo del cammin di sua vita(?) si è ritrovato all’Inferno, lo ha attraversato, ha incontrato alcuni dannati e poi è uscito a rivedere le stelle.’
    Di un autore come questo che cosa potrò apprezzare? Al massimo la fantasia, o l’essere riuscito a scrivere in versi perfetti tutti quei canti, aver dato descrizioni particolareggiate, a volte volgari ma efficaci dei personaggi.

    Adesso prendi una persona che sa tutto di Dante, del trecento e della grammatica: figure retoriche, allegorie, contesto storico ecc…
    Finito l’Inferno pensa:
    ‘Questo è il viaggio allegorico di un uomo stanco del suo tempo, dei peccati che la sua società e la Chiesa commettono senza remore, che odia i suoi concittadini che l’hanno tradito esiliandolo dalla patria che tanto amava. La Divina Commedia è una valvola di sfogo per un uomo costretto a fuggire e a vivere in un disonore che non ha mai meritato. E’ lo sfogo di chi non merita le ingiustizie ma le affronta con coraggio, di petto, e dato che non può trovare soddisfazioni dalle leggi corrotte, l’Italia divisa, la Chiesa debole, allora costruisce quest’altro mondo, questo regno di cui lui solo è il padrone. Ed ecco che si pone a giudice degli uomini del suo tempo.
    ‘Inoltre Dante è un personaggio profondamente religioso: lui stesso è consapevole della sua superbia. Ecco quindi che instaura il suo viaggio sotto la ‘luce divina’; tutto è mosso da Dio: ogni passo che Dante compie, il cammino di redenzione che è costretto ad affrontare prima di uscire dall’inferno, i dannati che incontra, la guida di Virgilio. Tutti portano un insegnamento morale, o politico, o semplicemente servono per obbligare Dante a riflettere su di sè e sui suoi comportamenti.’
    Potrei andare avanti per ore, ma credo che il senso sia chiaro. Forse che con tutta questa interpretazione (che comprende anche la consapevolezza che la ‘luce’ non è quella del sole ma quella della fede) uno non non apprezza più la fantasia, la capacità di scrivere in versi, le descrizioni ecc..? Al massimo le apprezza ancora di più.
    Nota: tutta questa descrizione è specialistica o universitaria? Sì, lo è. Io l’ho ricevuta al Liceo, ma ammetto che è molto specialistica. Forse che sia inutile? Per me, che non ho scelto Lettere all’Università, no. Perchè grazie al Liceo posso prendermi la Divina Commedia e leggerla sotto un’altra interpretazione senza dovermi prima informare con vari libri o opuscoli del contesto storico della Commedia stessa. Poi non dico di sapere tutto della Commedia, ma ne so abbastanza per andare oltre il primo livello interpretativo. E’ stata una faticaccia al Liceo, tutte nozioni e basta? Sì. Ne valeva la pena? Suono presuntuoso se rispondo sì?

    Mi permetti di andare avanti a sproloquiare ancora un po’? Volevo fare un ultimo esempio con Dante:
    Prendi un uomo del 300 che ha letto la Commedia. Viveva nel 300, conosceva le leggende, i bestiari, aveva sentito parlare dell’esilio di Dante, conosceva i modi di dire, le bestemmie del periodo, le critiche nei confronti dei papi corrotti, era stato allievo di Brunetto Latini. Come credi che possa leggere lui la Divina Commedia? Di certo non gliene fregherà niente della ‘fantasia’ di Dante (all’epoca all’inferno ci credevano davvero) o dei versi (tutti parlavano in latino e le uniche cose in volgare erano alcune poesie; i versi e le strofe erano all’ordine del giorno). Magari non comprenderà tutte o buona parte delle allegorie, ma di certo si divertirà a leggere del destino di Ciacco, un personaggio all’epoca famoso (?) e di cui oggi non si ha notizia da nessuna parte. Insomma apprezzerà la Commedia in modo ancora diverso da come noi la apprezziamo.

    Detto questo ci sono tre destini:
    1) Leggere la Commedia come un personaggio del 300, il che sarebbe la cosa migliore, ma per noi è impossibile.
    2) Leggere la Commedia senza sapere nulla di Dante, e questo non è nè ‘bene’ nè ‘male’, ma devi essere conscio che non potrai apprezzare tutta la grandiosità (passami il termine) di Dante.
    3) Leggere la Commedia dopo essersi mediamente informati sul contesto storico e aver compreso le principali allegorie (luce=Dio). E per me questo ultimo punto è il migliore per comprendere pienamente un testo.

    Che poi il contesto culturale non serva a niente per dire: quest’opera è scritta male perchè il personaggio viene descritto mentre si guarda allo specchio, è ovvio. Nel senso che se vogliamo concentrarci sul metodo di scrittura (cosa, ancora una volta, che non è nè bene nè male, ma non è quello che si fa al Liceo al giorno d’oggi), allora è ovvio che non gliene freghi niente a nessuno che Dante rivestisse Beatrice di potere salvifico. Beatrice potrebbe essere stata la prima prosituta che passava per strada e non cambierebbe di una virgola le capacità descrittive di Dante e la sua abilità (pensiero soggettivo) come scrittore.

    Precisazione: con l’ultima frase non intendo dire che Dante fosse bravo a scrivere in versi (lo era, ma è un altro discorso). Intendo dire che Dante sapeva come caratterizzare i personaggi, come far commuovere il lettore: Paolo che non parla e piange solo, Francesca che usa l’espressone ‘la bocca tutta tremante’, tanto che quasi sembra di vederla; Dante che si sente strattonare per il mantello, si volta e dice: ‘anche voi qui ser Brunetto?’, e anche se non aggiunge altro si intende subito la sorpresa e il dolore nella domanda.

    Scusa per il commento lunghissimo. Concludo riproponendo un altro esempio (più calzante della luce dantesca) sull’utilità delle parafrasi:
    Montale senza parafrasi è illeggibile. Con parafrasi diventa uno dei più grandi autori italiani.

    @Gamberetta:
    Sono consapevole che conoscere contesto storico, vita ecc… degli autori sia specialistico, ma non lo è anche mettersi a leggere le opere del passato e commentarle solo dal punto di vista stilistico? Se esistessero università per diventare scrittori credo che questa sarebbe una materia obbligatoria.
    Forse, anzichè proporre di cambiare il Liceo, si dovrebbe fondare una nuova facoltà.

    Comunque, riguardo questo:

    Sulle parafrasi il discorso è troppo lungo per un commento, mi riserbo un altro marciume in futuro.

    Lieto di ispirarti sempre nuovo Marciume (non scherzo, ne sono lieto davvero). ^_^

  84. 57 Tapiroulant

    @Gamberetta: Preciso innanzitutto che per quanto riguarda l’insegnamento sono d’accordo con te (come mi pare di aver detto diverse volte); neanch’io insegnerei il Manzoni a scuola. Non lo trovo utile.

    Se manca la scena di sesso che avrebbe dovuto esserci è un difetto oggettivo. E a scuola così devo presentarlo. Poi tra appassionati discuterò se Stendhal ha sbagliato in assoluto, è stato censurato dal cugino, era un fesso, ecc., ma è un altro problema.

    Farò un discorso pratico.
    Se sto discutendo delle tecniche narrative, delle regole del “buon scrivere”, sicuramente riterrò quello di Stendhal un errore oggettivo e un esempio da evitare, per le ragioni che sappiamo.
    Preciserò tuttavia che si tratta di un errore che nell’epoca di Stendhal errore non era; e che noi oggi riconosciamo come errore, sia per il progresso tecnico della letteratura negli ultimi due secoli, sia per il superamento dei tabù legati a quell’ “errore”.

    Ora, detto questo, ho già specificato come anche secondo me lo studio della storia della letteratura andrebbe riservato all’Università (infatti io non stavo facendo un discorso sull’insegnamento). Ma, tra di noi, possiamo pure dire che un contesto esiste: in quel senso, intendevo dire che, a seconda che: a) io stia facendo una recensione o dando un consiglio, oppure: b) io stia scrivendo una critica, dovrò o meno fare un discorso sul contesto (nel caso a) no, nel caso b) sì).

    Un discorso sul contesto per quanto riguarda la Strazzu è inutile, perché eravamo tutti vivi nel 2008 e conosciamo già il contesto. Inoltre tu hai scritto una recensione, e le recensioni come precisato sopra non devono fare un discorso sul contesto.
    Una critica della Strazzu, invece, potrebbe fare benissimo riferimento alla sua giovane età (per spiegare, e forse in parte scusare, la pochezza della sua scrittura) o alla considerazione di cui godeva nel 2008 il fantasy (per spiegare, ad esempio, come un tale aborto abbia raggiunto la pubblicazione).

  85. 56 Berto

    Nell’Ottocento (e soprattutto nella prima metà) non potevi parlare del corpo nudo né del sesso, e non solo per censura, ma proprio per la mentalità dell’epoca; perciò non puoi parlare di un difetto oggettivo (un difetto che lo scrittore avrebbe potuto evitare) quando mi dici che in Stendhal non sono mai descritte le scene di sesso ma a un certo punto salta fuori che la donna del protagonista è incinta.

    De Sade aveva già raggiunto livelli di sesso e violenza tutt’ora insuperati. Che poi si rischiasse grosso, è un altro discorso.

  86. 55 Daniele A. Gewurz

    Due piccole osservazioni del tutto personali:

    1) Tutto quello che volete sul Manzoni, sull’illeggibilità secondo criteri attuali, sull’insensatezza di dedicargli un anno sano a scuola etc., ma… volete mettere il gusto per le buone cose di pessimo gusto? C’è chi si rimira estasiato i pastorelli kitsch di Capodimonte, chi ascolta le canzoni ultime arrivate a Sanremo di 10 anni fa, chi rimira le pubblicità della brillantina degli anni Trenta. Perché uno non può assaporare la prosa rétro, superata, allappante di 170 anni fa? (Non sto rispondendo a Gamberetta, lo sto dicendo per dire, e caso mai a qualcuno che diceva che oggi nessuno leggerebbe oggi Manzoni).

    2) Cosa un po’ più delicata: È vero che è più utile imparare a scrivere, a esprimersi, ad argomentare, a interessare il lettore, che non studiare la conversione del Manzoni o la topografia di Recanati, ma ho come una sensazione – che non sono sicuro di saper esprimere e che non vorrei che suonasse polemica – che trascurando completamente guelfi, scapigliati e gobbi si rischi di vivere, non so, in un presente piatto, liscio, ben funzionante, ma privo di profondità, di una terza dimensione. È ben vero che per saper scrivere o fare di conto oggi non mi è indispensabile conoscere Dante o Euclide, ma è anche vero che ho paura di una specie di appiattimento, di non saper distinguere le grandi scoperte dell’umanità dal nuovo modello di iPad, quello che ha richiesto duemila anni di affinamenti da quello che ha richiesto un mese di sviluppo, un motto latino su una facciata da un cartello di divieto di sosta.
    Non so… non si può conoscere tutto, tutte le lingue, tutte le epoche, tutte le evoluzioni, ma non vorrei neanche sapere solo quello che è utile, concreto, attuale. Un po’ di superfluo culturale alla fine male non fa, secondo me.

  87. 54 mgcgio

    Mi permetto di inserirmi in questa discussione per fare due osservazioni, una riguardo all’utilità di capire il “contesto”, una sull’utilità dello studio della letteratura.

    Per quanto riguarda il contesto, sono strad’accordo con Gamberetta: per capire un’opera non serve a nulla, serve solo leggere l’opera stessa.
    In primo luogo, è inutilissimo (e dannoso!) conoscere la vita dell’autore. Perchè a cosa serve? A nulla! E’ ovvio che molti autori sono influenzati dalle proprie vicende, quando scrivono qualcosa, ma sono affari loro, a noi lettori interessa il risultato finale, e non le motivazioni dell’autore. Le sue opinioni, la sua visione del mondo, la deve esprimere con la sua opera, e solo con essa. A parte Manzoni, mi permetto di fare un esempio più in linea con il blog di Gamberetta (visto che si occupa di narrativa fantastica): Dick. A me piace un casino, e quando leggo i suoi romanzi ho la brutta abitudine di leggere anche le prefazioni. Bene, si fa sempre riferimento alla sua vita privata, soprattutto ai suoi rapporti burrascosi con le mogli. Ma è solo gossip, non serve a nulla sapere che il personaggio X è l’alter ego della moglie Y! Io giudico i personaggi e i loro rapporti in base alla storia che leggo, e non in base alle persone a cui l’autore si è ispirato. Dick esprime con i suoi romanzi varie riflessioni su temi vasti, ed è assurdo star lì a discutere dei suoi rapporti con le mogli, su come questo influenzi i suoi personaggi femminili. Chi se ne frega!
    Più interessante è il contesto storico. Questo può servire a una maggiore comprensione per certe opere, ma attenzione: è sufficiente un’infarinatura. Quando ho letto Delitto e castigo ero totalmente ignorante sia della vita dell’autore sia della situazione russa nell’Ottocento, ciò non toglie che il romanzo mi sia piaciuto tantissimo.
    In realtà, il contesto storico relativo ad un’opera è interessante più per apprendere la Storia che non per comprendere un’opera letteraria. Aiuta a imparare meglio la storia, non la letteratura.

    Per quanto riguarda la storia della letteratura, non sono d’accordo con Gamberetta: essa è utilissima. Perchè è uno “strumento”, esattamente come studiare le tecniche narrative. Infatti, più conosci la storia della letteratura, più hai la possibilità di evitare stereotipi, situazioni già utilizzate in abbondanza, ecc. E aumenta la “fantasia”! Proprio in questo blog ho letto (non mi ricordo più se sulla Troisi o sulla Struzzo o su qualcun’altra!) una critica giustissima di Gamberetta per l’ignoranza che l’autrice ammetteva di avere del fantasy. Come puoi scrivere un fantasy se hai letto solo il Signore degli anelli? E’ ovvio che aumenta la possibilità di scrivere vicende ultra-stereotipate e stupide.
    Se uno ignora l’esistenza della saga di Elric di Melnibonè, magari si sveglia la mattina con l’idea di un guerriero succube della propria spada, e si crede un genio, e scrive il proprio romanzo che probabilmente risulterà ridicolo in confronto alla saga di Moorcock. Se invece la saga la conosce, magari riprenderà l’idea, migliorandola (se ha talento).
    So che sono stato prolisso e poco chiaro, me ne scuso (è il motivo per cui non scrivo quasi mai commenti!)

  88. 53 Rickyricoh

    @Gamberetta

    Ma si può sapere perché? Quando ho recensito la Strazzu ho parlato di motivi? Di intreccio storico? Di connessioni col presente? No. Tu mi dirai: “Ma Dante non è la Strazzu!”. Invece sì: Dante è uguale alla Strazzu. Entrambi hanno motivi, hanno intrecci storici, hanno connessioni con il presente. La differenza è il testo.

    Ma perchè la strazzulla è monnezza, punto e basta. Non ha senso contestualizzare la spazzatura, perchè non porta a niente.
    Invece ipotizziamo che la strazzulla abbia scritto un ottimo romanzo, e che addirittura crescendo sia diventata un’autrice fondamentale del fantasy mondiale (ok nel mondo dei contrari forse). Bene a quel punto il fatto che il suo primo romanzo l’abbia scritto a 15 anni diventerebbe un elemento interessante da valutare e, perchè no, studiare. Sarebbe utile notare l’evoluzione dello stile, i topoi ricorrenti, le fonti utilizzate e così via. Come vedi prima viene sempre il testo, perchè la conditio sine qua non è che il romanzo sia valido.
    Allo stesso modi i Promessi Sposi sono stati un’opera considerata al tempo di eccelsa qualità. Magari sovrastimandola già allora, perchè nel resto d’europa uscivano capolavori di ben altro livello (Delitto e Castigo è di pochi anni dopo), ma in Italia la situazione era quella. La sua importanza per lo sviluppo della lingua è palese, e questa non è una cosa che posso decidere di trascurare se studiamo “italiano”. Così come l’influenza per ciò che è stato prodotto dopo.
    Se poi invece ci limitiamo a dire che il nozionismo e l’autoritarismo per certi autori siano dei cancri nell’istruzione moderna sono d’accordissimo, ma perchè sono fortemente sbilanciati all’eccesso.
    La regola oggi purtroppo recita “studia il Parini e il Goldoni e lascia perdere quelle robe per bambini che tieni sotto il banco”; ma non dovrebbe essere nemmeno “chi se ne fotte del Parini, studia Heinlein e Swanwick”, perchè sarebbe lo stesso errore.
    E non è vero che

    la verità ha tante probabilità di stare nel mezzo come ne ha di stare da una parte o dalla parte opposta o in qualunque posizione intermedia

    , perchè le posizioni opposte sono solo due, le intermedie sono spesso infinite.
    Magari nella matematica e nelle scienze si può essere più netti, ma per il resto quasi sempre la virtù sta nel mezzo, lo dicevano gli antichi e oggi mi sento antico pure io. :)

  89. 52 Rickyricoh

    @Tapiroulant

    Questa cosa che stai dicendo non ha senso.
    E in fondo, dovresti saperlo tu stessa. Quando nell’articolo sullo “Show don’t tell” hai citato Flaubert e James, ti eri chiesta, se non ricordo male, perché mai fossero considerati dei “mostratori” nella loro epoca, se ai nostri occhi appaiono come dei “raccontatori”. Beh, che risposta ti eri data? Che nell’Ottocento erano tutti ritardati e nessuno si era accorto che Flaubert e James scrivevano come dei cani morti?
    No: ti eri risposta che l’asticella del mostrare si è spostata nel corso del tempo. Allo stesso modo (tu stessa ne parlasti, mi pare), l’asticella dell’orrore si è spostata da Poe a Lovecraft, ma questo non significa che Poe fosse un incapace. Beh, questa riflessione da cos’altro è dettata, se non da una contestualizzazione?

    Quoto.
    Gamberetta, da ragazza colta qual è, è la prima che è capace di contestualizzare nel modo migliore un’opera riconoscendone il giusto valore artistico, e lo dimostra in tutti gli articoli che ci proprone. Poi però quando vede alcuni suoi personali spauracchi come i Promessi Sposi si infervora e diventa estremista :)
    E la capisco, perchè col manzoni ce l’hanno oggettivamento sussato in lungo e in largo, ma in fondo credo che nemmeno lei approverebbe un programma di italiano nelle scuole dove gli unici volumi ammessi sono Characters and Viewpoint di Orson Scott Card, The Elements of Style di William Strunk e Worlds of Wonder di David Gerrold.
    Verrebbero fuori studenti capaci tecnicamente di scrivere, ma con gravi lacune nei contenuti e impotenti nel saper presentare qualcosa di davvero nuovo (perchè il nuovo è tale se si è capito come e perchè si è sviluppato il vecchio)

  90. 51 Gamberetta

    @Rickyricoh.

    Però non si può lavare del tutto ciò che va oltre il testo: i motivi, l’intreccio storico, le connessioni col presente, sono cose che devono essere valutate.

    Ma si può sapere perché? Quando ho recensito la Strazzu ho parlato di motivi? Di intreccio storico? Di connessioni col presente? No. Tu mi dirai: “Ma Dante non è la Strazzu!”. Invece sì: Dante è uguale alla Strazzu. Entrambi hanno motivi, hanno intrecci storici, hanno connessioni con il presente. La differenza è il testo.
    Senza voler essere cattiva e senza voler giudicare nessuno (a parte la Strazzu ^_^), ma io ho l’impressione che tu e molti altri partiate da una serie di pregiudizi di fondo, sullo stile: “non può essere tutto bianco o tutto nero”, “la verità sta nel mezzo”, ecc. Ma sono appunto pregiudizi, miti, leggende urbane. Non è che la Terra gira intorno al Sole e parzialmente il Sole gira intorno alla Terra. La verità ha tante probabilità di stare nel mezzo come ne ha di stare da una parte o dalla parte opposta o in qualunque posizione intermedia.
    È la stessa reazione a quando io dico: “mostrate sempre e tagliate, non raccontate mai”. E sembra che sia un sacrilegio non lasciare uno spiraglio a un’idea diversa, per il solo gusto di lasciare uno spiraglio, senza reali motivazioni. Qui lo stesso: il contesto non serve. Fine. Se tu sai quello che fai leggi un testo, non sai niente dell’autore, dell’epoca, dei contesti, ma puoi lo stesso analizzarlo con grande precisione. Anzi, il contesto può rovinare l’analisi, perché può introdurre pregiudizi inconsci.

    @Mauro. / @sommobuta. / @Tapiroulant. State mischiando due discorsi diversi: il Manzoni fa schifo è un inciso. Il punto è che posso pure ammettere che il Manzoni fosse un genio e date le condizioni storiche e sociali in cui ha scritto non avrebbe potuto fare di più, ugualmente non lo insegno a scuola.
    Così in un corso di elettronica non faccio la disamina della Pascalina. Ciò non vuol dire che Pascal fosse un deficiente, ma bisogna rendersi conto che il suo design per i calcolatori è sorpassato. E bisogna rendersi conto che se metto di fronte la Pascalina a una macchina calcolatrice da 5 euro comprata al supermercato, la Pascalina risulta una schifezza. E infatti io mi porto in tasca la calcolatrice (se non il cellulare che ha anche il software per il calcolo), non la Pascalina.
    La Pascalina rimane curiosità storica per gli appassionati. Con la letteratura uguale: se un romanzo è uno schifo – adesso – è uno schifo. Ma 100 anni fa era bello! E allora? Non è un problema morale, è un problema pratico di insegnare alle persone a leggere e a scrivere sul serio.

    @sommobuta. Vero riguardo i punti di riferimento, e può darsi che se una persona legge solo la Strazzu la possa considerare un genio (pur avendo gli strumenti per capire che non sia così), d’altra parte se la persona non leggerà altro in vita sua il problema lì è un altro. Non è che la scuola di adesso faccia leggere: si legge pochissimo, si legge con odio, e si leggono testi che non possono fornire riferimenti (il Manzoni a chi lo paragoni nelle possibili letture extra scolastiche?)

    @Elia.

    Un artista di alto livello è colui che coglie il modo di pensare e i temi cardine della propria epoca e li esprime nel miglior modo possibile in lettere.

    Questa è una tua idea. Io dico che un artista che incarna i temi cardine della propria epoca è un artista di bassissimo livello. Un artista di grande livello è universale ed eterno. Leggendo le sue opere chiunque si può emozionare, che abiti in Giappone nel 1600 o in Italia nel 2011.

    @Tapiroulant.

    Nell’Ottocento (e soprattutto nella prima metà) non potevi parlare del corpo nudo né del sesso, e non solo per censura, ma proprio per la mentalità dell’epoca; perciò non puoi parlare di un difetto oggettivo (un difetto che lo scrittore avrebbe potuto evitare) quando mi dici che in Stendhal non sono mai descritte le scene di sesso ma a un certo punto salta fuori che la donna del protagonista è incinta.

    In Italia nel 2008 il fantasy era considerato una roba per bambini, e non solo per la censura, ma proprio per la mentalità dell’epoca; perciò non puoi parlare di un difetto oggettivo (un difetto che lo scrittore avrebbe potuto evitare) quando mi dici che nella Strazzu gli elfi fanno il bagno nella schiuma.
    Se manca la scena di sesso che avrebbe dovuto esserci è un difetto oggettivo. E a scuola così devo presentarlo. Poi tra appassionati discuterò se Stendhal ha sbagliato in assoluto, è stato censurato dal cugino, era un fesso, ecc., ma è un altro problema.

  91. 50 Tapiroulant

    Domando scusa, l’ultimo messaggio era mio.
    Siobhan (che è la mia ragazza) ha usato il mio pc per postare, e non mi sono accorto che il sito ha tenuto in memoria il suo nome e il suo indirizzo xD
    Se Gamberetta può sistemare questo casino e mettere il nome giusto al post di prima… ^-^”

  92. 49 Tapiroulant

    Scusate – ma, francamente, mi viene da ridere a leggere di come, secondo molti di voi, per migliorare sensibilmente il livello dell’istruzione e quindi le capacità mentali della popolazione, basterebbe una riforma scolastica.
    Non si può modificare davvero l’istruzione in questo paese se non si cambia radicalmente l’organizzazione di tutto lo Stato. Anzi, direi che lo stato relativamente pietoso della nostra scuola non è che un riflesso dello stato pietoso di ogni, singolo, fottuto settore dell’amministrazione del nostro Stato.
    Perché l’istruzione possa migliorare, bisognerebbe innanzitutto che la popolazione vedesse nell’istruzione un valore positivo, uno strumento concreto di felicità, miglioramento della propria condizione, ascesa sociale; invece, più la popolazione si accorge che non è così, più perde interesse nell’istruzione. Se la popolazione italiana, come dice Angra, in larga parte non sarebbe attrezzata per una scuola organizzata come dice Gamberetta, è proprio in conseguenza di questo: la percezione che non valga la pena sbattersi per diventare più intelligenti e più colti. L’incapacità di apprendimento in linea di massima non è un’incapacità reale, ma la decisione (più o meno cosciente) di non spendere le proprie energie nell’apprendimento (perché percepito come inutile, noioso, stupido, etc.).
    Se questo in parte è imputabile ai modelli sbagliati di insegnamento, in parte nettamente più grande è imputabile a una realtà che non promuove, e anzi spesso disprezza esplicitamente, l’istruzione. In un quartiere popolare di Napoli, un giovane avverte (sia per pressione sociale, sia per ragionamento personale) molte più chance di successo e di una vita appagante diventando un camorrista invece che sforzandosi per diventare un bravo tecnico, o un esperto di qualche altro tipo; allo stesso modo per cui un aspirante scrittore non è promosso per il suo impegno nell’apprendimento della tecnica, quanto piuttosto secondo le solite logiche clientelari.
    La cosa più importante non è una riforma della scuola, ma un cambiamento radicale della percezione dell’istruzione (cambiamento che richiederebbe, tra i vari passaggi, e non certo per primo, una riforma della scuola); e innanzitutto, che al grado di istruzione raggiunto corrispondesse realmente una pari possibilità di successo nella vita e realizzazione sociale.
    Il passo finale di questo processo, dovrebbe essere l’interiorizzazione del valore della cultura a tal punto che un uomo dovrebbe essere stigmatizzato socialmente se fosse stupido e ignorante, così come oggi è stigmatizzato chi non si lava, chi non sa usare le posate a tavola o chi non sa nemmeno leggere e scrivere. La stupidità dovrebbe suscitare disgusto così come oggi suscita disgusto chi puzza di pipì (almeno tra ampi strati della popolazione).
    La riforma delle scuole dovrebbe inserirsi in questo processo nel modo indicato da Gamberetta, ma come appendice dell’intera (e graduale) riforma del sistema.

    @Gamberetta:

    Per l’età dei romanzi. Ok, dimmi tu allora qual è il limite: 1 anno è ok. 10 è ok? 20? 30? 40? 99? 100? Qual è la soglia magica che rende di colpo un romanzo ingiudicabile con i criteri attuali? E se io, come quell’autore cecoslovacco citato in un vecchio articolo, scrivo un poema di fantascienza in greco antico imitando Omero con che parametro dovrei essere giudicata? E se ti dico che il mondo è cambiato dopo Hiroshima, o dopo l’11 settembre, o dopo la diffusione di Internet significa che devo cambiare i parametri tra un romanzo uscito il 10 settembre e uno uscito il 12?
    Quello che non ha senso è tirare in ballo il contesto quando non serve. E, tranne eccezioni, non serve mai.

    Questa cosa che stai dicendo non ha senso.
    E in fondo, dovresti saperlo tu stessa. Quando nell’articolo sullo “Show don’t tell” hai citato Flaubert e James, ti eri chiesta, se non ricordo male, perché mai fossero considerati dei “mostratori” nella loro epoca, se ai nostri occhi appaiono come dei “raccontatori”. Beh, che risposta ti eri data? Che nell’Ottocento erano tutti ritardati e nessuno si era accorto che Flaubert e James scrivevano come dei cani morti?
    No: ti eri risposta che l’asticella del mostrare si è spostata nel corso del tempo. Allo stesso modo (tu stessa ne parlasti, mi pare), l’asticella dell’orrore si è spostata da Poe a Lovecraft, ma questo non significa che Poe fosse un incapace. Beh, questa riflessione da cos’altro è dettata, se non da una contestualizzazione? Uno che oggi scrivesse come James scriverebbe da cani; ma all’epoca di James, il suo stile era avanguardista. Questo è contestualizzare.
    Poi, c’è un posto per la contestualizzazione e un posto per il giudizio non contestualizzato. Se sto scrivendo una recensione, o se devo consigliare un libro a un amico, il contesto non ha valore; allo stesso modo, se devo semplicemente esporre una tecnica narrativa.
    Se invece voglio esprimere una valutazione oggettiva dell’autore e dell’opera in questione, cioè del suo valore nella Storia della Letteratura, allora devo inserire l’opera nel contesto in cui è stata scritta. Proprio perché esiste un progresso tecnico nella letteratura, è necessario tener conto delle condizioni “ambientali” di un’opera del passato per darne una valutazione del tutto obiettiva.
    Poi, tu chiedi quale sia la soglia magica. Dipende. Per saperlo, dovresti studiare la storia (intesa sia come storia delle istituzioni, sia come storia della mentalità). Per esempio, i nostri schemi interpretativi non sono cambiati dall’11 Settembre a oggi, ma certamente sono diversi da quelli di un uomo del Medioevo (e direi che su questo sono d’accordo tutti gli storici, anche i più eclettici). Non solo: la nostra mentalità è cambiata radicalmente già dall’Ottocento a oggi. Nell’Ottocento (e soprattutto nella prima metà) non potevi parlare del corpo nudo né del sesso, e non solo per censura, ma proprio per la mentalità dell’epoca; perciò non puoi parlare di un difetto oggettivo (un difetto che lo scrittore avrebbe potuto evitare) quando mi dici che in Stendhal non sono mai descritte le scene di sesso ma a un certo punto salta fuori che la donna del protagonista è incinta.

  93. 48 x7969

    SIccome non tutti possono o vogliono divenire scrittori, ma tutti hanno diritto a comprendere le idee degli altri, anche per evitare fregature inflitte dagli altri, e a vedere le idee degli altri, poichè la maggior parte delle povere persone disgraziate non riescono a farsi subito delle idee da sole ma hanno bisogno di confrontarle con quelle degli altri, e tutti DEBBONO SAPERE LA STORIA, bisogna quindi che la scuola faccia “leggere almeno un capitolo dei Promessi Sposi” per capire una mentalità storica presente nella cultura cattolica italiana, e via dicendo altri esempi e situazioni…
    Quindi, all’esame di maturità, dovrebbero esserci sia la traccia “L’impatto dell’esistenzialismo nella cultura della Belle Epoque” sia “Correggi il registro del seguente passo per renderlo più adatto al contenuto”.
    QUesta non è un offesa, è un’idea,e non voglio che la prendi come una provocazione inutile o un ‘offesa, è solo che non capisco se tu voglia elminare completamente un tipo di apprendimento che ha un risvolto sociologico.

  94. 47 Elia

    Perdonate se mi inserisco nella conversazione ma dopo aver letto l’articolo mi sono attardato sui commenti e ho notato che è stato intavolato un buon dibattito.
    Per quanto ho capito la base della discussione sta nella valutazione di un testo solo attraverso le caratteristiche tecniche piuttosto che contestualizzando l’opera sia temporalmente che concettualmente (ossia che cosa l’autore vuole comunicare).

    Per citare un commento di Gamberetta:

    No. No. NO.
    Questo modo di pensare è una delle radici del Male. Non importano le motivazioni di Dante, non importa quello che voleva scrivere, non importa se ha scritto su commissione o via scrittura automatica ispirato da un canguro, importa solo quello che ha scritto.
    Così come il romanzo in cui l’autore ci mette il cuore, ci rovescia dentro l’anima, lo ammanta di ogni più alto ideale, non per questo acquisisce il minimo merito al di là dell’elenco delle parole.
    Quando tiri dentro il contesto la Strazzu pubblica con Einaudi – “È così giovane e già scrive un romanzo” => contesto; “È così giovane e perciò la gente è incuriosita e vendiamo di più” => contesto; “Non è fantasy, Gli Eroi del Crepuscolo è epica (cit.)” => contesto; “La Strazzu dà il buon esempio: invece di giocare con i videogiochi, scrive” => contesto; “Ne Gli Eroi del Crepuscolo si mostra come si possono superare le differenze bla bla bla sciocchezze anti-razziste” => contesto; “La Strazzu ci ha messo l’anima e bisogna apprezzarla per questo” => contesto e così via. Niente di tutto ciò ha valore, come non hanno alcun valore le motivazioni di Dante. Hanno valore le parole e ti assicuro che non è riduttivo. Proprio per niente.
    Poi non si vuole insegnare a scrivere narrativa, si vuole insegnare a scrivere (e a leggere). Il che prevede anche di imparare le basi della narrativa, visto che al di là della comunicazione più tecnica e specialistica, quasi sempre ci esprimiamo attraverso una forma di narrativa.

    Personalmente mi pare si faccia confusione fra due concetti ben distinti:
    - il valore artistico di un opera
    - la qualità di un opera
    Per qualità di un opera intendo quello che usualmente Gamberetta valuta nelle sue recensioni.
    Se un opera è bella o meno da leggere, oggi e per un lettore dotato di un minimo di cultura (si intende), dipende dalla qualità dell’opera. Ossia un testo non deve rovinare la sospensione dell’incredulità con scene malfatte (cosa vista e rivista in libri scadenti), deve mostrare al lettore con precisione cosa sta accadendo e non lasciarlo sul vago (altrimenti il testo è poco godibile), ecc…
    Prima di tutto tali giudizi sono fortemente caratterizzati dal punto di vista della nostra epoca, ovvero da cosa ci aspettiamo da un romanzo (es: coinvolgimento, storie credibili, ecc…), e risultano oggettivi solo in tale contesto. Un colto uomo del medioevo non capirebbe eventuali critiche mosse a Dante per la sua, evidente, pesantezza. Al contrario non potrebbe apprezzare un testo privo di rimandi colti e con più livelli di lettura (che indubbiamente appesantiscono l’opera).
    Faccio notare che quello dell’uomo medioevale non è un errore di giudizio, è solo un metodo di giudizio diverso e, no, non è la stessa cosa che dicono i fan della Troisi. Il fatto che gli estimatori di Nihal si auto convincano che il testo è coinvolgente, narra una storia straordinaria (soprattutto nuova), ecc… è un problema di schietta ignoranza. Infatti perché un testo risulti coinvolgente deve seguire determinate regole, qui entrano in gioco i parametri di giudizio di Gamberetta.
    Questo per il giudizio sulla qualità di un’opera. Il valore artistico di un testo, ossia quello che si insegna in letteratura, è tutt’altra cosa. Il valore artistico è fortemente collegato al significato del libro stesso. Un artista di alto livello è colui che coglie il modo di pensare e i temi cardine della propria epoca e li esprime nel miglior modo possibile in lettere. E anche qui no, non è lo stesso che decidere a braccio che un concetto è importante. Importante non è socialmente utile (no alla discriminazione), importante non è buono (w la pace no alla guerra) e, soprattutto, importante non è una sparata filosofica da due soldi.
    Per questo ogni opera viene valutata con il giudizio di qualità del proprio tempo e, insieme a quello, vengono poste considerazioni su cosa l’opera esprime. Essenzialmente è ciò che differenzia arte da artigianato. L’arte deve (spesso e non sempre) essere buon artigianato, buon artigianato non è arte.
    Se poi vogliamo chiederci se sarebbe opportuno insegnare a valutare un testo moderno nelle scuole questo è tutt’un altro paio di maniche ma che insegnare letteratura come arte sia stupido, questo no.

    Esempio flash: in pittura Giotto dipinge da cane rispetto a come possiamo dipingere ora (alcuni quadri realistici sono impressionanti) ma il valore artistico di un paesaggio dipinto a casa mia è zero mentre lui, che ha ripreso con il realismo quando tutti facevano sfondi oro, non hanno prezzo.

    ps: concordo con il fatto che valutando il valore artistico si rischiano di prendere più cantonate che valutando la sola tecnica, ma anche questo è parte del gioco.

  95. 46 sommobuta

    Non necessariamente. Ti faccio un esempio: se tu sai come funziona lo “Show don’t tell” capisci perché i giornali o i politici non dicono quasi mai: “I crimini violenti sono aumentati dello 0,02% in 40 anni” (tell), ma dicono: “Un negro albanese ha massacrato a martellate una ragazza sull’autobus e poi ha violentato il cadavere!!!111!!!!” (show).
    Ora, c’è bisogno di sapere che lo “Show don’t tell” lo ha “inventato” un abate scozzese? O un filosofo inglese? O un drammaturgo giapponese? E dove finisce la catena di quel che è venuto prima? Se il drammaturgo giapponese ha copiato da un poeta cinese ci interessa per capire il meccanismo dello “Show don’t tell”? No.
    Infatti se prendi il mio articolo a riguardo e salti l’introduzione storica impari uguale. Poi io, essendo appassionata, mi vado a leggere Campbell, Spencer e Monzaemon (e prima o poi imparo pure il giapponese), ma in generale sono conoscenze inutili.

    No, ma sugli esempi da te fatti siamo d’accordo e la vediamo alla stessa maniera.
    Forse mi sono spiegato io male, ma per dirla “papale papale”, il succo del discorso è: come si fa a dire che “la Strazzu fa schifo” (cit.) se non hai strumenti basati a loro volta su nozioni ben precise che ti permettono di dire che la Strazzu fa schifo? :)
    Ragionando per assurdo, se non ci fosse stato nessun altro libro prima di quello della Strazzu, dopo averlo letto, potremmo mai dire che il libro della Strazzu è una boiata?
    A mio avviso no, poichè non avremmo termini di paragone non essendoci altri libri in giro.

    Ecco cosa intendevo io quando dicevo che è importante comunque sapere “la storia letteraria” per poter capire quella moderna/contemporanea. Perchè è anche grazie a essa che riusciamo a capire come funziona un meccanismo letterario (essendoci mille mila esempi) e se abbiamo di fronte un bel libro o una ciofeca.

  96. 45 Siobhán

    @ Angra
    Non intendevo dire che è impossibile nascere con un ritardo mentale, facevo riferimento al 70% degli studenti che secondo te non sarebbe in grado di imparare a esprimersi anche se glie lo insegnano. Io dubito che il 70% degli adolescenti italiani sia nato idiota.

    Poi esistono scuole migliori e peggiori anche adesso. Potrebbero benissimo esistere scuole che richiedono standard comunicativi più alti o più bassi. In fondo adesso a seconda della scuola un determinato argomento lo devi saper meglio o peggio per ottenere la sufficienza.
    Gamberetta fa un discorso qualitativo, secondo lei dovrebbe essere insegnata una cosa piuttosto che un’altra, non parla di quanto bene dovrebbero saperla gli studenti.

    @ dr Jack
    Sono una femmina! >.<

  97. 44 Mauro

    Entro un momento nel discorso del contesto: la tecnica narrativa si è evoluta nel corso del tempo, scoprendo nuove cose, cambiando il modo di scrivere e i criteri (ciò che era richiesto/innovativo N tempo fa non lo è oggi). Valutare un autore senza considerare il periodo in cui ha scritto ignora questo fatto: magari oggi il suo romanzo fa schifo, ma quando l’ha scritto? Se, come detto nei commenti scorsi, Manzoni per il suo periodo era un autore medio, dire che scrive(va) da cane significa che mediamente gli autori di quel periodo scrivevano da cane. Oppure per il loro periodo scrivevano mediamente, e sono i criteri di oggi a declassare il loro lavoro? Sottolineo che non sto dicendo che non si possa giudicare negativamente il Mostro Sacro™, mi sto solo interrogando sul senso di astrarsi dal contesto e giudicare solo e unicamente il testo.
    In non ricordo quale articolo, hai parlato del modo di Saramago di strutturare il discorso (niente virgolette, niente punti interrogativi, ecc.), dicendo – se ben ricordo – che trovi distragga, ma che magari tra cinquant’anni ci sarà la Gamberetta del futuro che parlando di te dirà: “Ma guarda questa, che pensava ci volessero le virgolette!”. Questo cosa significa, che i libri che oggi consideriamo buoni tra cinquant’anni magari lo saranno di meno, perché i criteri del tempo richiederanno di non usare le virgolette? O, meglio, che sono meno validi di quanto pensiamo (perché lo sono sempre stati, altrimenti stiamo contestualizzando)?
    Anche perché: se I Promessi Sposi per l’epoca era un romanzo medio e oggi fa schifo, possiamo giudicare un romanzo? Magari un libro oggi considerato medio tra cinquant’anni sarà considerato sotto la media (vedi il discorso virgolette/no virgolette); in altri termini, se è vero che quel testo nell’Ottocento era nella media e oggi fa schifo, nel giudicarlo negativamente lo stiamo contestualizzando nel presente.
    Se costruissi oggi un motore come venivano costruiti cinquant’anni fa sarebbe costruito da cani; però cinquant’anni fa era allo stato dell’arte.

    Del resto, facendo un esempio estremo (ma realizzabile): prendo Characters and Viewpoint, lo copio e lo metto in Internet a nome mio; se guardiamo al solo testo, il “mio” è identico al suo, quindi sono bravo come lui. È vero?
    Uscendo dall’estremo, il primo che usa qualcosa (i Cheela, per dire) avrà introdotto un elemento innovativo; il centesimo che lo usa sarà usando un cliché del genere. Senza contestualizzazione, introdurre elementi di novità o usare gli stessi esistenti da secoli sarebbe la stessa cosa (certo: conta anche come li si usa; ma avere buone idee fuori dai cliché di genere non ha valore?).

    Poi, certo: se la scuola fosse meno nozionistica sarebbe un bene (non mi arrischio a dire che non dovrebbe esserlo assolutamente, devo ragionarci), se non altro perché essendo più facile usare una tecnica che una nozione è più facile ricordarle; e per quanto il modo di ricordarsi i cieli del Paradiso dantesco sia divertente non ho mai capito il senso di farlo. Però che il contesto sia inutile, anche parlando della valutazione di un testo… non so, non mi convince.

  98. 43 Rickyricoh

    Gamberetta, credo che parlare di attenzione al contesto non voglia dire che bisogna dare maggiore importanza al fatto che un romanzo viene scritto da una quindicenne piuttosto che da un trentenne.
    Il testo è la cosa più importante, d’accordo; ci si dovrebbe soffermare di più su quello invece che sulle pippe mentali di contorno. Però non si può lavare del tutto ciò che va oltre il testo: i motivi, l’intreccio storico, le connessioni col presente, sono cose che devono essere valutate. Ora si studia solo storia della letteratura ed è sbagliato; ma anche studiare solo tecnica di scrittura lo sarebbe, perchè anche la comprensione della stessa ne sarebbe limitata, se non si ha alcuna idea sul perchè si sia arrivati a quei risultati.
    Non si può nemmeno dire che la storia va studiata solo all’università, perchè è come dire adesso che anche la tecnica di scrittura va studiata come specializzazione, mentre sappiamo che è sbagliato.
    I due insegnamenti devono procedere di pari passo, basta ridurre lo studio storico (manzoni un mese invece di un anno, dante un anno invece che tre) e il tempo si trova. La storia della letteratura stessa deve essere poi modernizzata, andando a comprendere tutti gli sviluppi più recenti come la narrativa di genere che viene puntualmente ignorata nei programmi.

  99. 42 dr Jack

    @ Angra

    Secondo me non è che uno nasce idiota.

    Non l’ho detto io. E’ stato Siobhàn!

    E’ vero che si può nascere con determinate malattie. Vorrei escluderle dal ragionamento e considerare solo menti sane.

    I test del QI sono solo un metodo per misurare l’intelligenza, non è sicuro al 100%, è molto criticato, varia in base al tipo di test proposto e potrebbe cambiare in base all’educazione ricevuta.
    E in ogni caso è accettato che il QI rappresenti solo una parte dell’intelligenza e non l’intelligenza tout court (da wiki) – direi emisfero sinistro.

    Non a caso molti “geni” non sono altrettanto abili nella cosiddetta intelligenza sociale (ancora non quantificabile, ma riconosciuta dai tempi antichi). Questo offrirebbe spunti per introdurre un metodo diverso se uno ha più capacità nell’ambito logico o nel sociale.
    Ma entrambe le discipline (sociale e logica) hanno degli sbocchi “pratici” a cui si possono offrire strumenti per ragionare.

    devi fare classi o scuole diverse.

    L’idea è quella. Personalizzare il possibile. Ma senza usare la scusa dell’intelligenza per ghettizzare.

    Per quanto possa accettare come ragionevole che ci siano persone “più intelligenti in generale” non si può continuare a trascurare il fatto che la gente ragiona usando metodi differenti che possono devono essere ottimizzati.

  100. 41 Francesco

    la mia supposizione – maligna- è che per fare un libro di testo contenente gli strumenti standard per scrivere bene in vari stili bastano relativamente poche pagine. I libri di letteratura sono più voluminosi, e possono avere un prezzo di copertina più alto. Del resto è noto il legame di semi-connivenza fra case editrici e Ministero dell’Istruzione.
    Non sono contrario all’insegnamento della Storia della Letteratura (è dando informazioni agli studenti che si accende il loro interesse su argomenti che in altro modo non verrebbero mai a conoscere) ma oggettivamente non c’è bisogno di analizzare col microscopio ogni testo. In particolar modo il Manzoni, che è oggettivamente palloso tanto.
    Io ho avuto fortuna, durante il triennio del Liceo Classico. Ho avuto un professore che si divertiva immensamente a mostrarci gli elementi nascosti nelle opere di Boccaccio, gli autori più curiosi, gli stumenti di scrittura e di analisi di fiabe e leggende, oltre che promuovere concorsi di narrativa. Devo precisare che appartengo a quel periodo in cui non si erano ancora sviluppati i temi specialistici (saggio breve, articolo giornalistico, etc.) e questo mi permise, ad esempio, di citare Neil Gaiman e Calderon De La Barca in un compito incentrato su di una poesia cinese. Ma non si può affidare l’apprendimento della lingua italiana alla fortuna. Quindi, come insegnante – di Disegno e Storia dell’Arte, ma anche lì la questione è abbastanza simile – mi devo dire sostanzialmente d’accordo. Diamine, pure Rodari ci scherzava (insomma) sull’aberrazione di trattare i Promessi Sposi come un libro sacro!

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